domenica 26 luglio 2026

Adelphi su tutti - 26 luglio 2026

Tornati da una settimana in gran parte rilassante tra i monti dolomitici, eccoci ad affrontare una trama impegnativa. Con due libri che si staccano su tutti: il monumentale Vasilij Grossman ed il non sempre da me amato Louis-Ferdinand Céline (ma qui di certo interessante). Con che si conferma l’interesse verso i libri di questa casa editrice. Poco sotto due libri diversi, diversamente riusciti, ma con alcuni punti di interesse verso culture non sempre nelle nostre corde: il giapponese Seikō Itō ed il catalano Pedro Zarraluki.

Ricordo infine per i nuovi entrati e per chi si è stufato che queste trame vanno nel vento, e se ne siete stufi, basta un cenno e verrete soddisfatti. Per ora, una buona lettura.

Louis-Ferdinand Céline “Londra” Adelphi s.p. (Natale del cugino Giovanni)

[A: 25/12/2025 – I: 16/01/2026 – T: 19/01/2026] - &&& e ½  

[tit. or.: Londres; ling. or.: francese; pagine: 504; anno 1944]

Devo dire che ormai da alcuni anni si è ingaggiata una bonaria guerra natalizia tra noi omonimi acquisiti nell’ambito di una ricerca di qualcosa di non usuale, io tra arte insolita e fantascienza, lui scavando sempre nei meandri culturali di letture mai scontate. Così quest’anno ho ricevuto quest’inedito che negli ultimi tempi ha fatto scalpore nelle cronache letterarie, ed illuminando meglio la genesi complessiva dell’autore francese.

Personalmente, ho sempre avuto difficoltà nel leggere Céline, tant’è che ancora, dopo molti tentativi, non sono riuscito a “digerire” il “Viaggio al termine della notte”. Qui, tuttavia, mi sono messo di punta e, con tutte le difficoltà del libro, sono riuscito ad arrivare in fondo. Perché alla fine, con tutte le sue pazzie, è un libro follemente anarchico e decisamente contrario alla guerra.

Intanto, perché non avesse seguito le vicende editoriali, è un libro inedito e postumo. Durante gli anni Trenta, Céline pensa di scrivere una trilogia che dovrebbe avere i seguenti titoli: “Infanzia”, “Guerra” e “Londra”. Scrive migliaia di pagine, ma nessuna arriva a soddisfarlo in pieno, così che tiene i manoscritti nella sua casa parigina. Non sono un profondo conoscitore dell’opera di Céline, ma leggo che da un certo punto in poi, si accentua una deriva critica verso gli ebrei, che lo porterà, lui anarchico sino in fondo, ad avere posizioni estreme.

Riporto solo un passo della sua esistenza che lo convinse (è di certo una persona di notevole fragilità) che tutti gli ebrei complottassero contro di lui. È il 1934, Céline si reca in America alla ricerca di Elizabeth Craig, una ballerina da lui molto amata. La trova in California sposata con un ricco ebreo. Contemporaneamente, un dirigente ebreo sovietico aveva respinto un suo testo da adattare ad una rappresentazione a Leningrado. E tornando in Francia, viene (pare senza motivo) licenziato dal suo posto al dispensario di Clichy, facendo in modo di assumere un medico ebreo al suo posto. Non sono certo giustificazioni, solo constatazioni.

Comunque, si avvicina e rimane organico alla destra dalla metà degli anni Trenta in poi, tant’è che, avvicinandosi gli alleati a Parigi, scappa in Danimarca lasciando tutti i suoi manoscritti nella casa parigina. Così scompaiono queste opere che, negli anni Venti di questo secolo, misteriosamente vengono ritrovate. Con un’opera filologica, viene pubblicato il primo manoscritto, “Guerra”, di cui non parlo (non l’ho letto), ma che so terminare con il protagonista, Ferdinand, che, ferito, si imbarca per l’Inghilterra alla ricerca del suo amore, la prostituta Angèle, colà fuggita insieme ad un suo nuovo ricco cliente, il maggiore Purcell. Finale che costituisce poi il raccordo con l’inizio di questa “Londra”.

Sul testo, bisogna pur dire che è diviso in tre parti, di cui solo la prima, pur non sino in fondo, è stata rivista e corretta dall’autore. Le altre due parti sono ancora in bozze, così che non ci meravigliamo della presenza di scene estreme, di momenti forti ed altre scritture che, probabilmente, in una edizione definitiva sarebbero state riviste creativamente dall’autore (circonlocuzione per dire che non sarebbero state tagliate, ma forse rese “artistiche”).

Venendo al testo, credo sia quasi impossibile darne una sensazione volante, che è rocambolesco, pieno di svolte e giravolte, pieno di personaggi, insomma pieno di tutto. E pieno di Céline che, come Ferdinand, va a Londra poiché, ferito, deve passare la convalescenza. Céline si trova così a lavorare presso il consolato di Francia, si trova ad abitare in Leicester Square, si trova a sposare la barista Suzanne (alcuni, più propriamente la definivano “entraineuse da bar”), che lascia dopo pochi mesi, per partire a dirigere una piantagione di cacao i Camerun. In quei pochi mesi vive tra le bande di emarginati che ritroviamo in Londra.

Dove, molto ma molto brevemente, troviamo Ferdinand che si aggira per Londra, tra risse e prostitute, con una banda di loschi figuri, la maggior parte magnaccia, come Cantaloup (uno dei personaggi cardine del testo) o anarco terroristi come il bulgaro Bokorom. Uno solo sarà un personaggio positivo, Athanase Yugenbitz, un medico ebreo polacco che si industria a curare tutti, in particolare i più poveri, senza farsi pagare.

Cantaloup è anche un disertore, ma si trova a lottare per la gestione del territorio con un altro magnaccia l’italiano Tresore, aiutato dal poliziotto Bijou. Quando questi muore il suo posto verrà preso da un personaggio chiamato “Moncul” (e non vi dico la traduzione che è troppo facile). Seguono altre risse, morti, fughe, paura di essere venduti alla polizia e di dover tornare a fare la guerra. Perché come ricorda spesso Ferdinand ai suoi amici Ferdinand “l'orrore supremo, la peggiore forma di violenza, è la guerra”.

Lasciamo quindi Ferdinand ed i suoi personaggi al destino di queste cinquecento pagine di peripezie e colpi di scena, ricordando solo tre punti. Angèle che poteva uscire dal turbine della prostituzione, per momenti sfortunati, perderà la ragione e finirà i suoi giorni in un ospedale psichiatrico. Yugenbitz coinvolgerà Ferdinand nel cure dei suoi malati, instillando in Céline quei germi di compassione umano che porteranno l’autore a laurearsi in medicina negli anni Venti. E Ferdinand stesso che chiude il manoscritto rifiutandosi di tornare in Francia per non essere di nuovo coinvolto nella guerra.

Pur non amando Céline, è un romanzo che trovo esplosivo, tanto divertente da essere respingente, come assistendo ad una sbornia infinita con queste bande ubriache che cantano canzoni stonate. Sono altrettanto sicuro, per quel poco che conosco Céline e per quell’altrettanto poco che ne ho letto al contorno, che il testo ha di certo un suo alto profilo di forma, di lingua, insomma di uno stile che prefigura scritture di là da venire.

Se leggi il libro senza chiudere la testa, quasi non ti accorgi che può essere stato scritto quasi cent’anni fa. Infine, per chi volesse fare uno sforzo linguistico, cercando anche di capirne di più, consiglio una breve visita al sito francese di Wikipedia che tratta il testo, e soprattutto in poche righe riesce a delineare i trenta personaggi principali del testo.

“Voglio mangiare la vita, io. Il resto me ne sbatto.” (374)

Vasilij Grossman “Vita e destino” Adelphi euro 16 (in realtà, scontato a 12,80 euro)

[A: 24/01/2023 – I: 05/03/2026 – T: 08/03/2026] - &&&&

[tit. or.: Жизнь и судьба - Zhizn' i sud'ba; ling. or.: russo; pagine: 982; anno 1960]

È un momento fondamentale della vita di ognuno di noi poter parlare di un libro monumentale in un periodo storico (quasi a dire, in un attimo storico) che, pur cambiando i soggetti, sembra poter dipingere lo stesso scenario. Questo ponderoso libro, parto miracoloso della penna di Grossman, seppur di fatto incentrato nella battaglia di Stalingrado, che segnò la svolta epocale della Seconda Guerra mondiale sul fronte europeo, contiene rivoli e rivoli di storie. Un fiume in piena tutto teso a mostrare l’anelito alla libertà degli uomini, che per essa combattono e combatteranno contro tutti i totalitarismi.

Non dico certo facili collegamenti se penso che leggere questo libro nell’era Trump-putiniana si un momento importante per tutti. Se si leggono senza paraocchi le parole del comandante di battaglione delle SS, Liss, dove questi fa un parallelo, da condividere, tra Hitler e Stalin, non possiamo che pensare alla nostra povera epoca presente, e ad un parallelo, neanche questo ardito, tra Trump e Putin.

Per chi si avvicina a questo mondo, introduco anche due parole sull’autore. Vasilij Semënovič Grossman nasce nel 1905 in Ucraina, si laurea come ingegnere chimico, ma si dedica da subito alla scrittura ed al giornalismo. Saltando passi poco significativo, l’importante è il suo persistere come corrispondente di guerra per mille giorni al seguito delle Armate Sovietiche, partecipando come osservatore alla battaglia di Stalingrado, ed entrando per primo con i soldati russi nel lager di Treblinka, cosa che gli permetterà di scriverne nei suoi scritti con immagini sue dirette senza mediazioni alcune.

Dal ’50 al ’60 si dedica alla stesura di questo capolavoro che voleva essere, per l’invasione tedesca, quello che “Guerra e pace” fu per le invasioni napoleoniche. Aggiusta, aggiunge, approfondisce. Dopo la morte di Stalin aumenta il tasso di critica interna al regime. Ma quando finalmente lo ritiene finito, il potere sovietico decide che il libro è “pericoloso”. Ne sequestra tutte le copie, financo, capite la maniacalità, i nastri della macchina da scrivere con cui veniva messo in bella copia. Se ne salvano solo due versioni fotocopiate, che rimangono a lungo nascoste al regime.

Intanto, nel ’64, non ancora sessantenne, Grossman muore di cancro.

Dopo lunghe peregrinazioni per l’Europa, un primo manoscritto, più corto, arriva nelle mani di una persona che ho spesso incontrato in letteratura, Vladimir Dimitrijević. Il profugo serbo lo pubblica in Svizzera nel 1980. Ma sarà solo nel 1990, dopo la caduta del muro di Berlino, che la moglie di un amico di Grossman confesserà di avere la versione completa del libro, che finalmente potrà vedere la luce nel formato di cui stiamo parlando.

Il testo è sicuramente complesso, seguendo alcune storie principali e diverse ramificazioni che sicuramente, alla fine, danno un panorama veritiero di quei terribili anni. Ma la difficoltà di lettura non è solo dovuta alle tante storie, ma anche a tutte le persone che ne sono coinvolte. Laddove l’uso dei modi di presentarsi dei russi, tra patronimici e nomignoli, ne rende la lettura non certo agevole. Esempio preliminare, uno dei personaggi centrali del testo è Lyudmila Nikolaevna Shaposhnikova detta "Lyuda". Io, confesso, ho avuto molte difficoltà a muovermi nel testo.

Comunque, se vogliamo seguire i passaggi principali della narrazione, direi che potremmo ridurre il tutto ad un filone principale, le vicende della grande famiglia Štrum/ Šapošnikov, a due grandi sotto filoni, la battaglia di Stalingrado e la vita nei campi di prigionia, sia lager della Germania nazista che gulag della Russia comunista. E da qui, quei mille rivoli sopracitati.

Viktor Štrum è un fisico, un ricercatore scientifico ebreo, e stante l’avanzata tedesca, con altri scienziati viene evacuato da Mosca a Kazan, a casa del collega Sokolov. Štrum è sposato con Lyudmila ("Lyuda") Nikolaevna Shaposhnikova, ma si stanno lasciando. A Kazan si avvicina a Maria Ivanovna, moglie di Sokolov, contraccambiato. Quando Štrum concorda con un discorso antistalinista, viene messo sotto accusa, perseguito, tartassato, ed anche sospeso. Durante la sospensione, ritrova l’anelito alla libertà, ritrova il modo di studiare e riesce a risolvere un complesso problema matematico, tanto che riceve una telefonata di congratulazioni da Stalin.

Torna così tra i “benvoluti”, ma per rimanerci viene anche incastrato nella denuncia verso altri scienziati poco “ortodossi”. Atteggiamento che lo reinserisce nell’élite ma lo allontana definitivamente da Maria. Mentre Lyuda sappiamo aver avuto un figlio, Kolya, dal suo primo marito, Abarcuk (che ritroveremo in un altro filone). Figlio che però muore in guerra e Lyuda non si riprenderà neanche con l’aiuto della figlia Nadja, avuta con Štrum.

C’è poi la sorella di Lyuda, Yevgenia ("Zhenya") Nikolaevna Shaposhnikova, una delle più belle donne di Mosca, da tutti corteggiata. Un tempo sposata con il commissario Krymov, ora libera (forse) ed innamorata del capitano Novikov, uno dei pochi che deve gestire la controffensiva russa. Il primo marito, Krymov, è un comunista duro e puro, che incontriamo anche come ispettore politico nella casa 6 barra 1”, dove soldati asserragliati resistono da mesi all’avanzata nazista. Krymov entra in contrasto con il responsabile della casa, Grekov, sia per i modi poco comunisti di lui sia per il tentativo di Gerkov di circuire l’unica ragazza dell’avamposto, la radiotelegrafista Katja.

Ma Gerkov è un uomo d’onore, vedendo che Katja si innamora di Seryozha, li fa fuggire dalla casa prima che questa venga assalita da soverchianti forze tedesche dove Gerkov stesso muore da eroe.

Intanto Novikov, tradendo una confidenza di Zhenya mette in cattiva luce Krymov che, tornato a Mosca, viene imprigionato nel carcere della Lubjanka. Torturato non si dichiara colpevole, ed Zhenya, ammirata, torna da lui scrivendo una lettera d’addio a Novikov che ne rimane sconvolto.

Passando ai due sotto filoni principali, molte vicende si intrecciano a Stalingrado durante la battaglia. C’è Marusia, terza sorella di Lyuda che muore durante un bombardamento. Marusia è sposata con Stepan Spiridonov, direttore della centrale elettrica, e madre di Vera, che aspetta un figlio dal pilota Victorov che però muore in battaglia. Mentre infuria la battaglia, Vera partorisce, ma rimarrà sempre dolente e rassegnata. Stepan invece, benché ultimo a lasciare la città, lo fa un giorno in anticipo, e verrà inviato per punizione negli Urali, dove lo seguirà Natalja una delle figure più positive del romanzo. Vediamo anche traccia di Mitia, un altro fratello di Ljuda, imprigionato in un gulag e padre di Seryozha, quello innamorato di Katja la telegrafista.

Nei campi di internamento, con narrazioni parallele, vediamo storie simili seppur non uguali. In un gulag incontriamo Abarcuk, come detto primo marito di Ljuda. Lui si è sempre mostrato fedele al leninismo della prima ora, e non approva la violenza. Dove c’è tal Barchatov che, per futili motivi, uccide un sodale di Abarcuk. Che non interviene, andando a trovare il suo amico e maestro Magar, che sta morendo. Magar non crede più nel comunismo, e Abarcuk lo condanna violentemente. Quando viene informato che Magar si è impiccato, Abarcuk denuncia Barchatov, anche se sa che questa sarà la sua fine.

Mentre nella parte tedesca, nei lager che Grossman ben conosce, vediamo le crude descrizioni degli ebrei imprigionati, messi sui treni, portati nei campi e selezionati per le camere a gas. Una descrizione potente, una dozzina di pagine strazianti (da 610 a 622) dove seguiamo l’odissea finale della dottoressa Sofia Osipovna Levinton, una vecchia amica di Yevgenia, che accompagna alla morte il piccolo David, diventandone in morte una sorta di madre sostituta.

In un altro lager assistiamo anche ad una parte politica, seguendo l’odissea del bolscevico Mostovskoj, che cerca di organizzare una rivolta (fallimentare) ed avrà un lungo colloquio con il comandante Liss (come accennato all’inizio, che gli dimostrerà l’equivalenza tra Hitler e Stalin) prima di venir giustiziato.

Capite bene quanta carne al fuoco mette Grossman, partendo da una semplice domanda: che cos’è il bene? Non darà mai risposte dirette ma quando vedremo l’irragionevole bontà di persone che si stanno avviando a morire, forse non sapremo mai del bene, ma sapremo sempre della libertà. Un bisogno che, prima o poi ci dice Grossman, farà soccombere i peggiori totalitarismi.

Lasciamogli la parola, allora: “il desiderio congenito di libertà non può essere amputato; lo si può soffocare ma non distruggere. Il totalitarismo non può fare a meno della violenza. Se vi rinunciasse, cesserebbe di esistere. Il fondamento del totalitarismo è la violenza: esasperata, eterna, infinita, diretta o mascherata. L’uomo non rinuncia mai volontariamente alla libertà. E questa conclusione è il faro della nostra epoca, un faro acceso sul nostro futuro.”

La dicotomia del titolo si esplica allora tra una vita fatta di scelte difficili, fatta di sofferenze, fatta di compromessi, ed un destino che è sempre e solo il frutto delle nostre scelte, frutto di tutta la libertà individuale che, sempre, resiste. Aprendo una finestra di speranza per l’umanità.

Un discorso che è bello vedere sulla carta, ma che, qui ed ora, non ha tanti riscontri.

Per me ci sono poi due momenti alti e irripetibili nel testo: la lettera di Anna Semerova, la madre di Štrum, che scrive al figlio prima di morire e quella sopra citata della morte di David e Sofia nella camera a gas.

Per finire un tocco leggero: a pagina 91 si parla di un uomo orrendo, un polacco che tradisce i suoi facendo comunella con i tedeschi. Un polacco che si chiama … Epstein.

"Nella sua irripetibilità, nella sua unicità risiede l'anima di ogni singola vita" (623)

Pedro Zarraluki “Il piacere e la noia” Neri Pozza s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 17/03/2026 – T: 19/03/2026] - &&

[tit. or.: Todo eso que tanto nos gusta; ling. or.: spagnolo; pagine: 297; anno 2008]

Pedro Zarraluki non è certo un nome molto noto, non solo al di fuori della Spagna, ma forse anche al di fuori della sua amata Catalogna. Barcellonese fin nell’animo, ha sempre scritto, vissuto ed intrecciato il corso della sua vita con la città e con i suoi artisti. Non a caso nel ’92 aprì un caffè nel quartiere di Gràcia. Si concede solo e spesso piccole fughe nella cittadina di Camallera, poco sopra Girona, a 130 km da Barça e con circa 600 abitanti.

Ne ho parlato dato che Pedro ci ha lasciato lo scorso anno a soli 70 anni, e solo ora, a quasi vent’anni dalla scrittura, ho in mano un suo libro, che tra l’altro non so se sia neanche tra i suoi migliori. Di certo, pur con qualche lentezza, ha una mano felice nelle descrizioni, ed anche nella tipologia dei personaggi che pullulano questa piccola saga in minore. Ed altrettanto sicura sarebbe la sua alterazione verso un editor che stravolge il suo titolo originale. Non capisco, continuo a non capire, come si possa passare da “Tutte quelle cose che amiamo tanto” ad un anodino “Il piacere e la noia”. Certo, si potrebbe obiettare che molti personaggi, ossessionati dalla noia della loro vita attuale, cerchino e trovino altrove il piacere, la gioia di vivere.

Molto ma molto tirato per i capelli.

Intanto, i tre personaggi bene o male al centro della trama sono Tomás, Cristina e Ricardo. Tomás è un architetto direi anzianotto, seppur non ancora vecchio. Una volta sposato con Cristina, che lascia per una giovane donna, che presto a sua volta lo lascia. Così che si ritrova solo e triste, in una casa in affitto, con unico compagno un televisore.

Cristina, invece, approfitta della sua condizione di single per prendersi cura di sé, facendo quasi una lotta senza quartiere a tutte quelle giovani pulzelle “rovina-famiglie”. Ma in fin dei conti, sempre con un occhio di riguarda alla famiglia. Ricardo, infine, è loro figlio. Anche lui abbastanza stonato, essendo stato appena lasciato da Clara e non avendo ancora ritrovato il suo centro.

La scintilla che avvia il romanzo è la fuga di Tomás, lontano dal televisore e da Barcellona, alla ricerca del suo “Palazzo di Potala” (che ricordo è il mitico palazzo centro storico e spirituale del Tibet). Cristina si allarma ed intima a Ricardo di mettersi alla ricerca del padre, e lui, obtorto collo, ne ritrova traccia in un paesino a nord di Girona (quello delle fughe di Pedro, ovvio).

Ma quello che trova non è il padre triste ed affranto che aveva lasciato, ma un personaggio nuovo che, abbandonata la scorsa esteriore di una vita triste, si reinventa allegra e fancazzista in una cittadina in cui nessuno conosce la sua storia. Così che si può permettere di darsi una nuova veste, coinvolgendo, lentamente ma inesorabilmente prima Ricardo e poi la stessa Cristina.

Così, folleggiando per il paese e dintorni, conosciamo i vari personaggi che escono dalla penna di Pedro. C’è Lola, l’anarchica che gestisce l’albergo locale, ma che rifiuta lo stato, non accetta carte di credito, con i suoi capelli bianchi raccolti in una coda alternativa. C’è Maria, factotum e tassista a tempo perso, angelica e quasi ingenua (ma fino ad un certo punto) che si appresta a convolare a giuste nozze. C’è Pasquita, ex-insegnante e coltivatrice di rose da premio, ora diventata cieca, accudita dal marito Marcelo, che le legge ad alta voce i più romanzi della letteratura. Ci sono Robert e Irene, incontrati per caso ed innamorati senza idea del loro futuro. C’è Daryna la tenera prostituta che Tomás vuole salvare. Ma soprattutto c’è Barbara Baldova che, nonostante il nome molto slavo, è una milionaria italiana che fa mecenatismo verso giovani artisti, siano essi promettenti o meno, vivendo in una inquietante villa contornata da un maggiordomo ed una cuoca napoletani.

I destini di tutti si intrecciano, si incrociano, Ricardo si ferma alla pensione di Lola, anche Cristina li raggiunge. Andando, senza che vi dica altro, verso un futuro possibile, piacevole e pieno di palazzi di Potala.

Pedro ci mostra tante persone che forse hanno sbagliato nella vita. Ma ci mostra anche, un po’ utopisticamente, che volendo si può riprendere in mano la propria vita. E cambiarla. E portarla verso il piacere. O comunque mettersi in una condizione di stare con altri in una bolla di non cattiveria. Forse una visione utopistica. Ma ben venga l’utopia se serve a scacciare la tristezza. Ed anche a farci leggere un libro non sempre riuscito, ma di certo gradevole passatempo primaverile.

Seikō Itō “Radio Imagination” Corriere Giappone 23 euro 8,90

[A: 12/10/2021 – I: 23/03/2026 – T: 25/03/2026] - && e ½      

[tit. or.: 想像ラジオ, Sōzō rajio; ling. or.: giapponese; pagine: 202; anno 2013]

Non è certo un libro facile per chi non è giapponese o che almeno abbia una iniziale conoscenza del mondo e delle usanze nipponiche. E non è, forse, pienamente riuscito, almeno per noi occidentali, che, travolti dalle vicende, forse non riusciamo ad avere un punto fermo sui cui appoggiarci.

Intanto, diciamo che Seikō Itō è senza dubbio una figura interessante nel panorama culturale del Sol Levante. Nasce cantante, ed in particolare, esponente di spicco del rap giapponese. Per poi passare in molte altre diverse facce espressive: personaggio televisivo, romanziere, paroliere, manager musicale e attore giapponese.

Il secondo elemento di interesse è l’ambito in cui si muove il testo. Siamo nel 2011, poco dopo che l’11 marzo di quell’anno il Giappone orientale venne devastato da un grande sisma. A 72 km. ad est delle coste avviene un terremoto di magnitudine 9 (il quarto al mondo, subito a  ridosso dello tsunami di Sumatra del 2004). Terremoto che innesca uno tsunami che devasta la costa e provoca l’incidente nucleare di Fukushima Dai-ichi, con un rischio nucleare radioattivo paragonabile a Černobyl’. Alla fine degli eventi, vengono contati più di ventimila morti.

Dato tutto questo contorno, dove entreremo a breve, lo scrittore impianta la storia su una sorta di suoi doppi alter-ego. Uno, principale, dj e musicista. L’altro, forse secondario, scrittore. Appunto le due anime di Seito. E se nello scrittore è facile l’identificazione (viene indicato solo con l’iniziale, S), per il musicista bisogna fare un piccolo giro intellettuale. Certo dj Ark, come ci viene presentato, ha una carriera musicale che ha un forte ricalco su quella dello scrittore. Ma è quando ci viene esplicitato il nome, che il cerchio si chiude. Che il dj si chiama Akutagawa Fuyusuke, dove noi facciamo subito il salto al notissimo Ryūnosuke Akutagawa. Noto in quanto autore della novella Rashōmon, che permise al grande Akira Kurosawa, mescolandola con l’altra novella dal titolo “Nel bosco”, di darci uno dei capolavori del cinema.

Ma cosa fanno i nostri due eteronimi nella novella? S è facilmente liquidabile. Fa parte delle squadre di soccorso che vanno in aiuto delle persone colpite dal maremoto. Ed in questi aiuti, infila alcune parti di riflessione e meditazione che sono poi il filo d’acciaio che tiene in piedi tutta la narrazione. Terminando il suo ruolo chiedendo a dj Ark di mettere in onda un brano, su cui torneremo.

Perché dj Ark mette in onda brani, parla e lancia (e riceve) messaggi. Ma non attraverso una radio “normale”, ma attraverso una radio che si può sentire solo con l’immaginazione. Lui non sa come sia finito incastrato in una cryptomeria, una sorta di cipresso giapponese. Sa tuttavia che deve assolvere un compito: cercare di entrare in contatto con la moglie Misato, ed avere notizie del figlio Sōsuke, da tempo a  studiare in America. E per fare ciò inventa questa emittente immaginaria, che però molta gente riesce a sentire.

Qui si svela il nodo narrativo: sicuramente gli ascoltatori sono persone che hanno perso la vita nel disastro. Ma ad esse, tuttavia, si aggiungono anche persone, come S, che hanno particolare sensibilità. Comunque, per dar corpo alla sua radio, dj Ark racconta la sua storia di musicista rock fallimentare, sia come musicista che come manager di gruppi musicali. Ne parla a pezzi, intervallando i frammenti della sua vita con stacchi musicali degli anni Settanta, mescolati ad un po’ di bossanova, una punta di jazz e qualche timida escursione sinfonica.

E la sua immaginazione e le sue richieste smuovono molti ascoltatori ad intervenire, a raccontare le loro piccole o grandi storie, riuscendo così l’autore a costruirci un patchwork della vita locale, facendoci immergere poi nei commenti di dj, che toccano i punti nodali che interessano l’autore. Si va dalla ricostruzione dopo disastri (e qui i giapponesi non dimenticano mai di mandare segnali da Hiroshima), al significato dell’esistenza (dove alcune persone che sono morte e non lo sanno si chiedono appunto in che modo hanno affrontato la vita), fino alle domande comportamentali su come si modificano i rapporti umani nel momenti in cui si viene travolti da circostanze straordinarie.

Non entro nella descrizione delle microstorie, anche se ognuna ci porta granelli di pensiero. Rimango sul tono generale del rapporto che i giapponesi, attraverso le loro due religioni cardine, buddismo e shintoismo, hanno verso la morte. È il grido di dj Ark, che ci ricorda come la nostra disumanizzazione non ci consente più di sentire la voce dei nostri morti. Non parlo neanche della famiglia di dj Ark, dei contrasti con il padre ed il fratello, né se riesce ad entrare in contatto con Misito.

No, torno su quell’accenno fatto prima, che S chiede una canzone finale a dj, e su quelle note, la radio va terminando le sue trasmissioni immaginarie. Si tratta di “Redemption Song” di Bob Marley, dedicata agli schiavi neri deportati dall’Africa. Un canto, nonostante tutto, di pace e di libertà. Perché redenzione non è solo la liberazione dal peccato attraverso una vita giusta, ma anche la liberazione dalla condizione di schiavo. Marley, e Seiko, ci dicono che bisogna liberarsi dalle schiavitù fisiche e mentali che i condizionamenti altrui, che gli schemi che ci vengono imposti hanno stratificato nella vita di ognuno.

È di certo una scrittura molto giapponese, che ci apre spiragli sulla psicologia di vita nipponica. Ma pur se di interesse, non riesce a scatenare una sincera empatia verso il testo.

Come i miei più affezionati lettori sanno, tento sempre un contrappasso di citazioni, che quindi, da autori stranieri torno a citare alcune note italiche.

Cominciando da un autore che inframezza pensieri che fanno riflettere (la seconda citazione) a frasi che faccio fatica a decifrare. Parlo di Alberto Arbasino e la sua “La vita bassa”:

“E se la ‘vita bassa’ per i prossimi Lévi-Strauss e Mauss e Bataille … diventasse un Segno antropolo- ed etnometodologico strutturale e culturale di tutto un Inconscio o Conscio tribale ed elettorale … come i totem e tabù … dei più rinomati aborigeni?” (27) [ed ho tagliato molto, che nei vari puntini si saltava da glutei ridondanti, sgargianti, a facce dipinte]

“- Una risata vi seppellirà! ... Ma all’epoca certamente non si poteva prevedere che di lì a poco ben altro che risate avrebbero sepolto Pasolini, Moro, Feltrinelli, Pinelli, Casalegno, Calabresi, Tobagi, Dalla Chiesa, Bachelet, Croce, Coco, Calvi, Sindona, Ambrosoli, Alessandrini….” (62)

Però poi passo ad autori a me più congeniali. Come Tommaso Pincio ed il suo “Hotel a zero stelle”, di vari pensieri, dove il quarto è un grido cui mi associo:

“Quello che siamo è spesso nascosto alla maniera della lettera rubata nel racconto di Poe.” (22)

“Ci rifugiamo nel teatro della letteratura perché là fuori, nel mondo reale, abbiamo fallito in qualche cosa.” (86)

“Spesso le parole che attribuiamo agli altri non sono che rielaborazioni inconsapevoli di quel che abbiamo creduto di udire o leggere.” (94)

“Perché mi succede di fare cose che so essere sbagliate e che in teoria non vorrei fare?” (104)

“Mi ha insegnato una cosa fondamentale: … ribellarsi è sempre giusto, ma lo è ancor di più quando non hai scampo.” (172)

“Acquisire un nome nuovo significa cambiare il corso del proprio destino.” (210)

E finisco con una scrittrice che ho sempre amato. Qui abbiamo allora Paola Mastrocola in “Palline di pane” con alcune frasi che vi invito caldamente a centellinare:

“Il problema è che non solo perdo le cose, ma molto spesso credo di averle perse e invece non è vero … Ma non è che il lieto fine ci salvi dalla tragedia: la tragedia c’è comunque stata, cioè noi, fino a che non ritroviamo l’oggetto perso, viviamo la tragedia di averlo perso.” (48)

“Non so perché, ma quando una psicologa parla, tutto quel che dice, foss’anche la più banale e quotidiana cosa, assume all’istante un’aria profonda, introspettiva, e tanto tanto simbolica.” (50)

“Perché facciamo i bambini se poi non ce li guardiamo?” (75)

“La cosa che non sopporto è che ormai tutte le minoranze vengono, giustamente!, difese, tranne una: la minoranza di chi la pensa a modo suo.” (138)

“La tragicità del telefono, nessuna ci pensa mai. Intanto lui suona, così, quando gli pare, in mezzo ai tuoi pensieri, a volte anche complessi. Tu allora ci caschi e dici i tuoi pensieri a chi ti ha chiamato, ma dal punto in cui eri, non dall’inizio, e così nessuno capisce mai niente. E ci si illude di essersi parlati.” (195)

Ecco, riprendete la penultima frase, che sottoscrivo pienamente. Ed a cui ripenso dopo una settimana dolomitica piena anche di ricordi del passato che scaldano il cuore. Ora, qualche giorno di preparazione, poi ci immergiamo nel solito agosto campagnolo e, speriamo, rinfrescante. Magari con qualche ulteriore ricordi, per cui fin d’ora vi abbraccio. 

domenica 12 luglio 2026

Continua un'estate gialla - 12 leuglio 2026

Anche sui gialli stranieri non è che siamo a zero, d’altra parte estate è relax, dovunque voi vogliate. Ma soprattutto, sempre, leggendo qualcosa. Qui abbiamo un classico giapponese imperdibile di Matsumoto Seicho, ed un giallo di quasi venti anni fa di Guillaume Musso, da leggere anche se non proprio al top. In coda un giallo d’annata e mal riuscito di John Grisham e l’ultimo libro proprio di Musso, che mi ha profondamente deluso.

Guillaume Musso “Quando si ama non scende mai la notte” Rizzoli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 22/04/2026 – T: 23/04/2026] - &&& --- 

[tit. or.: Parce que je t’aime; ling. or.: francese; pagine: 260; anno 2007]

Recupero di un Musso di quasi vent’anni fa sempre grazie ai lasciti di zia. Che comincia subito con due note verso il negativo (lo so, bisognerebbe prima parlare bene, poi criticare, ma oggi va così).

La prima riguarda il titolo, dove da una affermazione forte e ben diretto (tutto quanto può succedere, ma io vado avanti “perché ti amo”) ad una affermazione un po’ anodino, laddove la notte viene intesa come “il buio dell’anima”. Un po’ forzato, credo.

La seconda è un errore che un traduttore ed un editore non dovrebbe commettere. A pagina 29, in ex ergo ad un capitolo si cita “La bambina che sognava un fusto di benzina e un fiammifero – Titolo di un romanzo di Stieg Larsson”. Ora, poiché Stieg è uno dei miei autori cult, mi suonava un po’ strano un romanzo che non conoscevo. Andando a scavare nelle info in rete, alla fine scopro che in Francia il secondo volume della saga Millenium esce con il titolo “La Fille qui rêvait d'un bidon d'essence et d'une allumette”, come sopra tradotto in italiano. Peccato però che in Italia il volume sia uscito con il titolo “La ragazza che giocava con il fuoco”. Un po’ di attenzione ai lettori avrebbe evitato un riferimento incomprensibile.

La storia, come tutte le storie di Musso, è poi ben costruita, si incastra, tiene con il fiato sospeso (abbastanza), viene voglia di leggere la pagina dopo (molto vero). Peccato alcuni scivoloni in modalità “fidati di me”, che non mi portano ad un giudizio alto come potrebbe meritare (a parte i meno dovuti alle considerazioni di cui sopra).

Come ci immaginiamo, il racconto è tutto un intreccio che coinvolge i pochi attori presenti sulla scena. Ci sono Nicole, Mark, Layla, Connor, Evie ed Alyson. Sono loro che seguiamo in una delicata trama che partendo da posizioni che sembrano distanti, alla fine li coinvolge tutti.

Facendo ammenda di non passare per i flashback, abbiamo Mark e Connor che vivono nei bassifondi di Chicago. Intelligenti, ma con poche speranze di uscirne fuori, di trovare il modo di andare all’Università. Anche perché Connor (per motivi che andrete a leggere) subisce un assalto da parte di due spacciatori che lo riduce in fin di vita. Con diversi aiuti si salva, per un incastro che non vi dico poi, si ritroverà in mano una grossa somma di denaro, con la quale lui e Mark si trasferiranno a New York a studiare.

Studiano, diventano psicologi ed aprono uno studio insieme. Connor scrive libri sulla sua esperienza e sulle sue conseguenze (soprattutto uno che si intitola “Sopravvivere”). Mark invece incontra una bellissima violinista Nicole. Amore a prima vista, con conseguente nascita di una bella bambina Layla. Tutto procede alla grande, finché, quando Layla ha cinque anni scompare in un centro commerciale in un giorno di pioggia.

Tutti la cercano, nessuno la trova, tuti si fermano ma Mark no. Abbandona tutto e tutti, non riesce a vivere con questo dolore, e si rifugia nell’alcool ed in una vita da homeless. Tutto questo finirebbe nel nulla se in un giorno di pioggia, cinque anni dopo, nei pressi del Natale non avenissero una serie di casualità che portano ad ingarbugliare tutto.

Nicole, all’uscita di un concerto, viene assalita da un balordo ma viene salvata da un ubriacone, che guarda caso è proprio Mark, che dopo il salvataggio sviene e lei lo riporta a casa. Da dove chiama Connor che sta in macchina e mentre cerca di rispondere al telefono, una ragazzina, Evie, cerca di derubarlo. Ma Connor la ferma e cerca di capirne la storia (ragazza sola e senza soldi a New York, come mai?). E durante questo colloquio viene chiamato dalla polizia per tirare fuori dai guai una sua forse paziente forse conoscente forse altro, Alyson.

Scopriremo poi che Alyson è una ragazza ricchissima e drogata che sta andando alla deriva da cinque anni oppressa da chi sa quali sensi di colpa. Così come scopriremo che Evie cerca una vendetta che la risollevi dall’abisso in cui è caduta in seguito alla morte della madre, che forse si poteva evitare, o forse no.

Non vi dico come, ma Musso imbastisce uno stratagemma geniale per far sì che tutte queste vicende di vita si coagulino in un posto solo. Una casa, una stanza, un aereo, un aeroporto, un cervello. O forse molto altro. L’idea è senz’altro interessante, anche se portata all’estreme conseguenze deve far sì che il lettore conceda all’autore una forte sospensione di realtà. Prima che tutto scorra, che tutto arrivi a conclusione. Tutto perché c’è l’amore. Mentre lascerei da parte la notte, ed anche tutta la massa di citazioni e rimandi che appesantiscono il testo.

Un piccolo elemento personale in finale. Ad un certo punto molti personaggi si ritrovano in un punto bar che si chiama “Floridita”, che ovviamente richiama a tutti il bar ristorante di Hemingway a Cuba. Ma che a me ricorda anche altro, e penso qualcuno lo capirà.

“Perdonare non vuol dire dimenticare, e nemmeno giustificare o assolvere.” (196)

Guillaume Musso “Il crimine del paradiso” La Nave di Teseo s.p. (prestito di Alessandra)

[A: 07/04/2026 – I: 27/04/2026 – T: 30/04/2026] - & 

[tit. or.: Le crime du Paradis; ling. or.: francese; pagine: 423; anno 2026]

E’ un peccato che il quindicesimo libro di Musso (dei ventidue che ha scritto)  che entra nelle mie letture sia anche quello meno riuscito del generalmente interessante ed a me gradito romanziere. Non perché la scrittura non sia coinvolgente, ed al solito con la forza di accompagnarci pagina dopo pagina, che si vuole capire il mistero e trovarne una soluzione.

Questa volta, mi è parso che abbia voluto mescolare troppo le carte, inserendo momenti e citazioni prese da libri e dalla vita, che alla fine servono solo a farne una dotta glossa della fine degli anni Trenta in Costa Azzurra. E non è neanche perché non ami questo genere di cose, queste finzioni sopra finzioni. Ma trattando una materia di certo complessa e con alcuni risvolti enigmatici, la finzione di Musso avrebbe potuto riscattare il tutto proponendo soluzioni alternativi e/o univoche. La serie di sottofinali a catena, tutti un po’ lasciati a loro stessi, lascia (scusate la ripetizione) il lettore con il dubbio che l’autore stesso non abbia voluto portare fino in fondo la traccia dei suoi ragionamenti.

Rovesciamo allora i canoni, e diciamo subito i numi dell’operazione “Paradiso”. Vedrete che tutta la vicenda si svolge in Costa Azzura, ed in particolare a Cap d’Antibes, che negli anni del romanzo (ma anche dopo e tutt’ora)  è di certo un rifugio per ricchi americani ed intellettuali e artisti di tutto il mondo. Così, la figura dei due americani che là si trasferiscono per dar vita ad un circolo di bel mondo, non possono che rimandarci Sara e Gerald Murphy (coppia realmente esistita) ed alla loro trasposizione letteraria descritta nel bellissimo libro di Francis Scott Fitzgerald “Tenera è la notte”.

Non solo, la villa in cui vivono i due ricchi americani è una rivisitazione di una delle più belle ville di Cap, quella battezzata “E-1027”, e realizzata dalla designer irlandese Eileen Grey e dall’architetto rumeno Jean Badovici. Se l’avete vista (è stata riaperta credo una decina di anni fa) non vi farà meraviglia sapere che i due erano amici di Le Courbousier (che morì affogato poco lontano della villa stessa). Inciso: divertente è la genesi del nome della villa, composto da lettere e numeri derivanti dai due autori. E per Eileen, 10 come decima lettera dell’alfabeto (Jean), 2 per la seconda (Badovici) e 7 per la settima (Green).

Così come, il rapimento del piccolo Oscar adombra quello reale avvenuto alcuni anni dopo in America, di Charles Lindbergh jr., che credo tutti conoscono. Ma che si mescola con la sua rilettura fantastica operata nel capolavoro di Agatha Christie “Assassinio sull’Orient Express”. Inciso: se avete modo, provate a vederne le due trasposizioni cinematografiche, quella del ’74 con Sean Connery e quella del 2017 di Kenneth Branagh.

Allora, anche qui si comincia con un rapimento, appunto del piccolo Oscar Livingstone. Operazione strana e misteriosa, che mette nel panico tutto il mondo che ruota intorno alla villa: Florence e Julian Livingstone, i genitori, Lucie Chevalier, la tata, Harold Cooper, amico e magnate costretto per un incidente su di una sedia a rotelle, Angelo Bartoletti, il giardiniere.

Delle indagini viene incaricato l’unico gendarme di zona, Jacques Lèques, bravo certo ma ancora traumatizzato dalla guerra finita “solo” dieci anni prima. Per questo, ad un certo punto, verrà affiancato da Charles Langlois, un ex-delinquente che, passata la sponda si rivela il vero cane da caccia della vicenda. Il tutto coronato dalla presenza di Agatha Harding, una scrittrice (con quel nome …) che avrà successo pubblicando un libro su questa vicenda.

Una vicenda che, con il passare delle pagine, scopriamo intricata e tentacolare. Intanto, si collega con la morte, avvenuta sempre a Cap, ma dieci anni prima di tal Nelly Rickman, infermiera di stanza a Cap, di bella presenza e di variegate frequentazioni. Una morte che probabilmente, ma non sappiamo ancora in che modo, coinvolge Livingstone e Cooper. Ma che di sicuro interessa il giardiniere Angelo visto che il padre Salvatore viene accusato della morte di Nelly e, deportato, muore in prigione.

Dimenticavo, o forse tralasciavo, nella villa oltre ai sopracitati ci sono un congruo numero di invitati che servono a Musso per allungare il brodo. Brodo che risulta un po’ sciapo, visto che, agnizione dopo agnizione, si capiscono e si svelano tutti i meccanismi della vicenda, incluso il ritrovamento, vivo, di Oscar, nonché la morte, per omicidio o suicidio, di quasi tutti gli attori della vicenda.

Musso è poi di certo un mago dei travisamenti finali. Dopo che abbiamo chiuso la vicenda con (quasi) tutte le risposte, l’autore la riapre, insinuando dubbi che restano senza soluzione sui personaggi che risultano vivi al termine della sarabanda.

Nonostante, comunque, non mi sia piaciuto, devo riconoscere alcuni lodevoli sforzi di Musso. Tutta la figura di Lèques costruisce un enorme epitaffio contro la guerra. E di questi tempi non è poco. Inoltre, le figure dei Livingstone e dei Cooper ipostatizzano quegli americani (e non sono pochi) convinti che con i soldi si possa comprare il mondo. Poi, e qui mi permetto di associarmi ancora, c’è affetto per la Costa Azzura, amore per il cinema e soprattutto, il riconoscimento dell’importanza storica e sociale della letteratura poliziesca. Dove, tra l’altro, a pagina 94 ci regala “Le venti regole” di S. S. Van Dine. Grazie per tutto ciò, che c’è, anche se poteva esserci di più.

“Abbiamo una vita sola e non sappiamo cosa abbia in serbo per noi il futuro.” (348)

Matsumoto Seichō “Tokyo express” Adelphi s.p. (prestito della sig.ra Laura)

[A: 27/06/2026 – I: 29/06/2026 – T: 30/06/2026] - &&&&     

[tit. or.: 点と線 - Ten to Sen; ling. or.: giapponese; pagine: 175; anno 1958]

Di Matsumoto Seichō ho letto non molto tempo fa il bellissimo “La ragazza del Kyeshu”, scritto tre anni dopo questo che risulta essere il primo prodotto dell’autore interamente pubblicato. Seppur con qualche linea di gradimento in meno, questo “Tokyo express” è senza dubbio un prodotto di valore. Che certo sconta il passare del tempo e le differenze nello spazio. Ma è un giallo ben costruito, con un meccanismo di deduzioni a incastro senza dubbio di qualità.

Allora, cominciamo dal titolo. Intanto, nella prima edizione Mondadori di tanti anni fa veniva titolato come “La morte è in orario”; una indicazione dello stretto collegamento tra orario dei treni e vicenda nera, che tuttavia si allontana dall’originale. Dove neanche questa nuova traduzione si accosta, pur facendoci capire che sempre di treni stiamo parlando. E di treni che partono da Tokyo. L’originale, invece, parla di “Punti e linee”, intese con due accezioni diverse e complementari. Una, quasi enigmistica, laddove unendo appropriatamente punti e linee di un disegno alla fine risulta una figura come, forse, non capivamo all’inizio. Inoltre, poiché gran parte delle indagini riguardano collegamenti tra diversi posti, ecco che i posti (punti) toccati dalle comunicazioni (linee) permettono di capire lo svolgimento dei fatti.

Il giallo comincia con il ritrovamento di due corpi, un uomo ed una donna, morti per ingestione di un liquido al cianuro. I corpi si trovano nella baia di Hakata, vicino a Fukuoka, nel sud del Giappone (elemento importante). Sono Sayama Ken’ichi, vicecapo di un ministero al centro di un’indagine per corruzione e Otoki, una bellissima ragazza, cameriera in un locale della capitale. I due erano stati visti accidentalmente salire su di un treno insieme, da delle cameriere colleghe di Otoki e da Yasuda, un abile faccendiere giapponese, con le mani in molte paste.

Le indagini sono iniziate da un investigatore locale, Torigai Jūtarō. Uno di vecchio stampo già all’epoca, uno stanco ma di pronto intelletto che nota subito un dettaglio: il morto ha uno scontrino del vagone ristorante per un pasto singolo. Dove ha mangiato allora Otoki? Non sembra esserci spazio per molto altro in questo “suicidio d’amore”, ma …

Torigai oltre ai dubbi non ha altro, invece viene in suo aiuto un collega di Tokyo, Mihara Kiichi che sta indagando sulle malversazioni ministeriali, per cui si interessa di Sayama. E nei confronti dialettici con Torigai comincia a farsi domande e ad iniziare lunghe indagini.

Perché Yasuda, molto amico di Otoki, non la invita a pranzo ed invita altre due cameriere? Perché Yasuda è molto in ansia per gli orari del pranzo? Com’è che è lui a notare Otoki e Sayama salire sul treno per il sud, che parte dal binario 15, stando lui e le sue amiche sul binario 13? Perché non ci sono treni sul binario 14? O ci sono?

Da tutta questa serie di domande Mihara comincia a pensare che ci sia del losco sotto, anche perché Yasuda è un faccendiere che potrebbe avere vantaggi dalla morte di Sayama. E Otoki? Intanto, comincia ad indagare su Yasuda, che ha un alibi di ferro: nelle vicinanze dell’ora della morte della coppia, avvenuta intorno a Fukuoka nel sud del Giappone, lui stava in Hokkaido, al nord del Giappone stesso. E nel 1958 non c’erano ancora gli Shinkansen.

Altri dubbi assalgono i nostri investigatori stante il fatto che Sayama era solo ad Hakata, aspettando (per sei giorni) una telefonata. Di chi? Otoki? Altri? E dov’era Otoki nel frattempo? Quando Sayama riceve una telefonata e si avvia con una donna verso la baia, perché impiega quattro minuti in più di quanto avrebbe dovuto? Ed è vero che Yasuda va spesso a trovare la moglie ricoverata a Kamakura? Mihara, per togliersi uno sfizio, segue anche questa pista, e trova Ryoko, la moglie, su di una sedia a rotelle, con l’unico svago, sembra, di scrivere racconti, a partire dalle località che trova su di un elenco ferroviario dimenticato dal marito.

Con tutta la pazienza di un Maigret giapponese, il buon Mihara smonta il castello di orari che sembrava impedire la presenza di Yasuda al sud. Soprattutto quando, ma noi lo si era pensato ed è forse il punto più debole del testo, si mette ad incrociare anche gli orari degli aerei. Come si era pensato che Yasuda ha organizzato il tutto (fosse lui l’assassino?) e come si era ipotizzato che Otoki fosse la sua amante.

Un bellissimo ultimo capitolo è occupato da una lunga lettera di Mihara a Torigai in cui il giovane spiega tutto lo spiegabile, con tutta una serie di particolari e di incastri che solo in Giappone è possibile ipotizzare e riuscire a praticare. Basare tutta la costruzione di un episodio “noir” sulla certezza che non ci potranno mai essere quattro minuti di ritardo in un treno è una considerazione che farebbe impallidire il nostro buon Salvini.

Con una considerazione a corollario: se vediamo due persone vicine e poi le vediamo vicine anche da morte il primo sospetto che viene in mente è una prossimità anche della loro vita. Ma sarà anche questo vero?

La grande abilità di Matsumoto è quella di riuscire a catturare l’attenzione del lettore senza nessun effetto speciale. Bastano tre cose: una bella idea, dei bei luoghi evocativi ed una penna che ce li sappia porgere con garbo. Ed il nostro autore riesce nelle due cose che dipendono da lui. Il Giappone è Giappone, a prescindere. Ma la penna di Matsumoto, imbastendo questo giallo incruento, ci da una fotografia del mondo del Sol Levante nel trentaduesimo anno dell’era Showa (cioè nel 1958).

Fotografia per fotografia, faccio un ultimo accenno: nelle copertine Adelphi, in tutte le diverse edizioni, compaiono delle bellissime foto. Sono opera di Werner Bischof, fotografo tedesco, e ritraggono Michiko Jinuma, una ventenne studentessa di moda (foto scattate nel 1951). Bellissime.

John Grisham “Il re dei torti” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 03/07/2026 – T: 04/07/2026] - & e ½ 

[tit. or.: The King of Torts; ling. or.: inglese; pagine: 340; anno 2003]

Non posso certo dire che John Grisham non sia uno degli autori più presenti nella mia biblioteca: possiedo ben ventitré titoli (e ne ho letti finora 21). Per questo, a valle di questa lettura di un suo libro assai datato, posso dire con cognizione di causa che non mi è piaciuto. Scontato l’andamento del testo: povertà, ricchezza, caduta con qualche (possibile) paracadute. Poco delineati i personaggi, sia i protagonisti che i comprimari. Senza particolare tensione la parte legale del tutto. In fondo, essendo il re del legal thriller, ci si aspetta di più. Unico e solo motivo d’interesse l’analisi delle “class action” americane e dei motivi che le sostengono.

Quindi, a parte le “class action”, la storia è abbastanza povera di sussulti. Conosciamo un giovane avvocato, Clay Carter, da cinque anni invischiato nel patrocinio gratuito, e da altrettanto tempo coinvolto in una storia con Rebecca Van Horst. Clay era destinato ad una brillante carriera, ma il padre fece bancarotta (salto particolari inutili) e lui si ritrova a fare il “povero” avvocato. Con l’aggravante che la famiglia Van Horst ostacola i suoi legami con Rebecca.

Trovandosi a difendere d’ufficio un omicida confesso, tal Tequila Watson, viene coinvolto in una serie di avvenimenti più grandi di lui. Un losco individuo (che alla fine si dilegua insalutato ospite), di nome Max, lo convince ad accettare una causa di un produttore di medicinali per la guarigione da tossicodipendenza, che in realtà, se cessati di essere somministrati, portano il soggetto ad avere e perseguire istanze omicidiarie. Cambiato il fronte, Clay comincia a maneggiare tanti, tanti soldi.

Apre un suo studio legale, prende come associati suoi amici, l'avvocato Paulette, l'assistente legale Rodney e l'esperto informatico Jonah. E viene convinto da Max ad accettare una nuova causa. Questa volta contro una ditta farmaceutica che produce un medicinale nominalmente per curare la prostata, ma che anch’esso porta effetti collaterali pesanti: tumori di diverso tipo, da leggeri e benigni a pesanti e mortali.

Anche qui, con l’aiuto di Max, vince facile. Ma l’aiuto di Max, come si dice, è “un’aiuto peloso”. Alla terza incursione nel mondo della farmaceutica, Max dà un consiglio molto a rischio (forse anche pilotato?), che induce Clay a puntare molto, dopo di che scompare (non a caso). Ma questa volta la competizione si fa dura, ed i rischi per la salute non sono acclarati. Tutto ruota su di un caso di punta che si svolge in Arizona: se vince il consumatore, Clay è in una botte di ferro, se perde, Clay è molto a rischio.

Per cercare di avere un paracadute, si imbarca in una caso di contorno, dove però fa scelte sbagliate, facendo perdere molti soldi ai suoi clienti. Che non perdono tempo e lo riempiono di botte.

Facile il redde rationem in ospedale. Clay convalescente apprende di aver perso anche la causa in Arizona. Ma vede anche che Rebecca, abbandonando le lusinghe genitoriali, torna da lui. Quindi ha uno scatto di coscienza: denuncia tutte le malversazioni fatte, dichiara bancarotta, e vola in Europa con Rebecca. Povero? Forse no, che i suoi soci, che lui ha fatto ricchi, forse gli faranno qualche lascito.

Chiaro, no? Si comincia con il povero avvocato, bravo ma sfortunato. Si prosegue con la vendita della propria coscienza, di modo che si sale nel rango dei ricchi, con Porsche di lusso e perché no, anche jet privati. Ma Mefistofele è in agguato, e lancia la sua vendetta nascosta, che non può che travolgere il giovane. Una volta a terra, ritrova miracolosamente la coscienza che aveva perso, e tutto finisce in gloria.

Dicevo, e ribadisco, le parti migliori e che danno qualche scossone verso qualcosa in più di un giudizio totalmente negativo, sono la descrizione dei meccanismi delle “class action” americane. Con gli avvocati-squalo sempre alla ricerca di possibili cause molti danneggiati. In questo modo, riescono (vincendo) ad avere una percentuale non piccolo del grande totale, il cui resto, suddiviso per gli alti numeri dei clienti, consente ai clienti stessi di avere risarcimenti molto contenuti. La descrizione sia degli avvocati dediti a queta pratica, sia del modo in cui vengono reclutati subdolamente i clienti è senz’altro la cosa più interessante. Che tra l’altro, a ben vedere, ci dà uno spaccato dell’America “dall’interno”, che ci rende coscienti come, da lì a pochi anni, questi squali escano dalla giurisprudenza per andare alla conquista del potere politico.

Ma non voglio aggiungere altro, che già si comprende. Peccato per il resto del romanzo che fa torto solo al lettore che si aspettava qualcosa in più.

Gialli stranieri? Ed allora qualche pensiero italiano. Cominciando da Roberto Alajmo con “L’arte di annacarsi”, dove sottolineerei diecimila volte la frase sulla tolleranza, e manderei un pensiero affettuoso alla freddura di Marcel Duchamp:

“Per riuscire efficacemente a spremersi un brufolo, bisogna prima procurarsi uno specchio e avere il coraggio di guardarci dentro.” (16)

“La tolleranza ... non rappresenta un traguardo soddisfacente. Si tollera qualcuno perché non se ne può fare a meno, e in ogni caso con una riserva mentale.” (45) (tolleranza vs. rispetto)

“I matti sono un monito ai sedicenti normali … basta poco per scivolare dall’altra parte della razionalità.” (165)

“Dell’essenziale ci manca tutto, del superfluo non ci facciamo mancare nulla.” (187)

“Alla morte non c’è rimedio, ed esiste solo a posteriori. Come faceva notare Marcel Duchamp, a morire sono sempre gli altri.” (197)

“La siesta … è la difesa dell’uomo contro il tempo … è il frigorifero dell’anima. Lavorare con trenta, quaranta gradi è qualcosa di controindicato, che qualsiasi persona dotata di intelligenza cercherà di evitare in ogni modo possibile.” (250) [questa è per la torrida estate 2026]

E terminando con “Morte dei Marmi” di Fabio Genovesi:

“Se uno scrive, allora per forza deve fare delle robe strane” (129)

“”La vita degli adulti è questa, si dicono cose che non si pensano, se ne promettono altre che non manterremo, e questo funziona perché è un gioco chiaro a chi parla e a chi ascolta, è un tacito accordo per potersi dire addio e far finta che sia un arrivederci.” (130) [fondamentale]

Finisco rimandando all’ultima frase di Alajmo, ed al pensiero che è praticamente impossibile dedicarsi a qualcosa che non sia vegetare. Ricordo con affetto allora il gioco inventato dalla mia amica Nicoletta “Dromy” quasi venticinque anni fa, nel deserto marocchino. Si chiamava appunto “vegeto” e vinceva chi resisteva più tempo senza fare nulla (e c0erano 42° …). A lei e a tutti voi allora mando un sentito anche se lontano abbraccio.