Una settimana, questa volta, dedicata a scrittrici, quasi tutte italiane e provenienti dalla biblioteca di zia. Come dice il titolo, da un’aurea mediocritas delle varie autrici (Stefania Bertola, Costanza Rizzacasa d’Orsogna, Catena Fiorello) ci salva il prequel della saga della famiglia Florio con il buono e leggibile terzo scritto di Stefania Auci.
Discorso
a parte, la scrittura latino-americana di Laura Restrepo, con punte di
interesse, ma che non mi riesce a coinvolgere.
Stefania Bertola “Biscotti e sospetti” Mondolibri s.p. (lasciato in
eredità da zia Serenella)
A: 01/10/2025 – I: 10/01/2026 – T:
12/01/2026] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 235; anno:
2004]
Siamo
a Torino, mi dicono ambiente d’eccellenza per la scrittrice. Dove vediamo
l’intrecciarsi delle storie di diversi personaggi che si trovano per casualità
temporale, a condividere diversi appartamenti ricavati da una villa vecchio
stile gestita da due attempate contesse, che fortunatamente non hanno peso
nella storia.
Motore
principale dell’azione sono le sorelle Chiarelli. Caterina è quella vulcanica,
impegnata in lavori sempre improbabili, con sospetti riciclaggi di piccole
ruberie, ma soprattutto dedita al lavoro di sartoria per rivestire bambole
gonfiabili di erotici destini. Avrebbe un improbabile fidanzato, che però se ne
è andato a Manchester volendo fare il groupie degli Oasis. La sorella Violetta
è quella pacata, amante dei libri, della musica classica, dei fiori, lavora
come commessa in una libreria, sognando un futuro in cui ne diventerebbe
proprietaria. È storicamente fidanzata con Eugenio, poeta a tempo perso e
impiegato comunale, di una antipatia unica, che tradisce Violetta ad ogni piè
sospinto, senza che lei se ne accorga.
Negli
altri appartamenti ci sono Rebecca e le sue tre figlie Emi, Eli ed Evi, Mattia
ed Emanuele. Rebecca è stata lasciata dal marito Davide, studioso di formiche,
che si è fatto cortocircuitare eroticamente da una sua studentessa, l’inutile
ed improbabile Belinda. Rebecca, per sbarcare il lunario, fa la cartomante
misteriosa, ed in questo ruolo riuscirà a mettere una serie di situazioni sulla
corretta via. Accorgendosi nel frattempo che Davide è un inutile maschio, che
non avrà nessun interesse a riprendersi quando, come sembra ovvio, il rapporto
erotico con Belinda arriverà ad un punto morto.
Mattia
è un arredatore kitsch, sempre dietro a tutte le donne e le ragazze che
incontra sulla sua strada. Ne sente tuttavia il fiato corto (tipo che si è
stufato? E perché? Domanda da maschio impenitente, laddove io mi chiederei
perché ha iniziato). Nel momento in cui incrocia le sorelle Chiarelli ha come
una illuminazione, e confrontando Violetta con le sue conquiste, capisce quale
dovrà essere la strada del suo futuro. Unico ostacolo è che Violetta è
fidanzatissima con Eugenio.
Emanuele
ha una fabbrica di vetri d’artista, ed è appena tornato dall’India con una
moglie probabilmente indiana e sicuramente misteriosa, che dopo poco decide
bellamente di sparire. Nel frattempo, appena si è palesato negli appartamenti,
Caterina ha sentito quel colpo al cuore descritto nella frase che riporto e si
professa da quel momento in poi, innamorata di lui. Tanto innamorata che si
impegna anche nella ricerca della scomparsa moglie. Ricerca che porterà alla
scoperta di una storia sghemba rispetto al filone principale, interessante
nello svolgimento e di sicuro nelle conseguenze che comporta.
Il
motore finale delle azioni, a parte il vaudeville tra i vari scenari amorosi ed
erotici, è la partecipazione di Violetta ad un quiz televisivo per vincere una
somma che le potrebbe consentire di comperare la libreria e coronare i suoi
sogni. Come in un ”Rischiatutto” d’epoca, le domande finali sono su di una
materia sola, nella fattispecie il mondo della lirica, con un domandone finale
su di un aria delle “Nozze di Figaro”, dove capirete anche l’oscuro titolo.
Non
vi dirò se vince, né se comprerà la libreria, né come si evolverà questa parte
della storia. Sono quelle parti del finale che possono contenere, chissà, i
famosi imprevisti della storia. Quello che non possiamo tacere è che di sicuro,
seppur non in convivenza (alla data) le sorelle troveranno anime migliori di
quelle iniziali. Ed altrettanto sicuramente, pur riappacificati per le figlie,
Rebecca non potrà riprendersi Davide.
Come
capite, è un bel balletto che scivola leggero sulle onde di musica altrettanto
leggere, più Orietta Berti che Lucio Battisti. Sarebbe bene leggerlo di fronte
ad una distesa azzurra sotto un ombrellone, magari addormentandosi un po’ qua e
là. Insomma, niente di entusiasmante, ma fortunatamente anche niente di
particolarmente orrendo.
“Noi
abbiamo l’ape dell’amore chiusa nel nostro cuore e addormentata. Solo quando
l’ape si sveglia e ci punge, è il vero amore. Se no, sono stupidaggini,
sciocchezze. L’ape punge una volta soltanto e poi muore.” (64)
Costanza Rizzacasa
d’Orsogna “Non superare le dosi
consigliate” Guanda s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)
A: 01/10/2025 – I: 20/01/2026 – T:
22/01/2026] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 249; anno:
2020]
Non conosco l’autrice di questo libro, anche
se, scrivendo sul “Corriere della sera” e su “7” dovrei aver incontrato una sua
firma. E non conosco, se non in modo indiretto e forse poco utile, i temi che
lei affronta in questo libro. Che non è un romanzo, ma neanche un “memoir”,
come si dice adesso, laddove il termine maschera una descrizione camuffata
della propria vita.
È di certo un libro non facile, che tocca un
argomento molto delicato, e lo fa con tutta l’irruenza di chi, anche se in
maniera diversa, il problema lo conosce da vicino. Si parla e si va a fondo sui
problemi del cibo e del corpo. Sarebbe riduttivo parlare solo di bulimia ed
anoressia, che la scrittura cruda di Costanza ci fa entrare duramente in questo
mondo malato, che non è alieno, che è ben presente nella cultura attuale,
spesso più vicino di quanto si pensi.
Narrando di Matilde, e leggendo interviste a
Costanza, si scopre che Matilde è una specie di idea platonica di Costanza. Che
quindi non stiamo leggendo una storia della scrittrice, anche se Costanza ha
sicuramente avuto sia problemi di pesi che problemi di bullizzazione per le sue
fattezze, ora troppo magre, ora troppo grasse, mai giuste.
Il tentativo, riuscito in quanto tale, del
libro è mostrarci in quanti modi questa disfunzionalità può nascere,
alimentarsi, riprodursi. Ed in quanti modi riesce a condizionare la vita di chi
ne è soggetto.
Certo, la famiglia di Matilde è un tipico
esempio di come non possa non nascere un disturbo forte. Abbiamo un madre
ossessionata dal corpo, che mangia e vomita, che è di una magrezza estrema,
anche se la sua anoressia (almeno così lei ritiene) viene tenuta in controllo.
Ma è comunque nella testa, e quindi, visto che la figlia Matilde ha una
naturale tendenza a prendere peso, ecco che la madre fin da piccola la
imbottisce di Dulcolax, un medicinale lassativo, usato per il trattamento di
breve durata della stitichezza occasionale. Queto nelle intenzioni. Ma quando
poi ne diventi schiavo, tanto da prendere un blister a sera, diventa qualcosa
di più e di peggio.
La psicologia di Matilde lavora in quel senso
inverso anche perché vorrebbe essere notata dal padre, che non c’è mai, che
lavora sempre. Diciamo che un bravo psicologo saprebbe già intuire tutte le
disgrazie che possono venire da questo comportamento.
C’è necessità di riscatto, ed ecco che
Matilde va in America, è lontano dall’ambiente tossico sembra riuscire ad avere
una vita normale, pur se costellata da svenimenti ed altri disturbi. Che sono,
in parte, controllati. Fino alla morte per tumore della madre, ed alla sua
decisione di tornare in Italia. E qui, di nuovo, problemi psicologici a rotta
di collo, sempre con il padre, che, dopo pochi anni, decide di rifarsi una vita
con una nuova compagna che riesce ad intossicare la vita del padre e della figlia.
Ovvio che, in parallelo, c’è anche tutta una
questione sessuale che contorna la vita di Matilde. Lei ci racconta di abusi,
veri o tentati, che di certo non aiutano ad avere un atteggiamento corretto
verso il mondo. E soprattutto, ci racconta del suo grande amore tossico, che
gli avvelena la vita per otto anni. Impedendole una vita sessuale serena,
tradendola come e quando voleva. Solo con uno strappo doloroso, ed a valle di
altrettante dolorose scelte, Matilde riesce a staccarsi. Anche se quest’ultimo
strappo la porta sulla china di una ingestibilità completa del proprio corpo e
della propria vita.
Matilde, crudamente, ma con vivezza, ci dice
di aver attraversato tutta la gamma pesistica mondiale. Ottanta chili a sedici
anni, quarantotto a diciotto anni, ed ora, intorno ai quarantacinque, siamo
saliti fino a centrotrenta, quasi 131. Non ho commenti, sono numeri che parlano
da soli.
Costanza ci dice tante altre cose, che se
volete sarebbe bene leggiate che io non so elencarle al meglio, della vita di
Matilde. Il fratello, ad esempio. Un’altra serie di comportamenti sociali. Il
rapporto con gli altri. Una corda tesa sopra un precipizio, sempre sul punto di
cadere giù.
Alla fine, però, seppur comprendo tutto
quanto ci dice Costanza, non riesco ad entrare nel turbinio delle parole. Le
capisco, ma sono così estreme che on riescono a coinvolgermi, a farmene sentire
la necessità. Ad un certo punto, quasi diventano un anestetico che ti
addormenta senza suscitare interesse. Anche se, dal punto di vista piccolo e
personale, capisco il pensiero fisso al controllo del proprio peso. Mi fa
sempre stare a disagio nel mio corpo quando la bilancia mi annuncia numeri che
non gradisco. E non sarò certo grasso, ma spesso il disagio essendo soggettivo,
non si riesce comunicare.
Per questo, pur avendone letto, il libro non
posso dire che mi sia piaciuto. So che ci sono, e tanti, i disturbi alimentari
patologici. E so che ci si può morire. Ma per ora basta così.
“Se il pane è buono non hai bisogno
d’altro … Il pane a Roma non lo compro mai, perché non sa di nulla.” (88)
[perché non conosci il mio fornaio]
“Purtroppo a Roma quasi nessuno fa più il
tiramisù col mascarpone, lo fanno con la panna, che è un gusto accessibile ai
turisti, ma a me fa schifo.” (108)
Catena Fiorello “Picciridda” Giunti s.p. (lasciato
in eredità da zia Serenella)
A: 01/10/2025 – I: 24/01/2026 – T:
26/01/2026] &&
e ½
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 252; anno:
2006]
Ovviamente la brava Catena ha per prima cosa
dovuto superare l’ostacolo dei due fratelli ingombranti. Per dimostrare, e lo
ha fatto in vari modi, di avere una sua esistenza autonoma. Anche se, ad un
certo punto, ha giustamente aggiunto il nome materno per distinguersi ed
allontanarsi da Rosario e Giuseppe. Ma qui non è ancora Catena Fiorello
Galeano, ed è ad uno dei suoi primi scritti.
Devo anche dire, tuttavia, che (almeno mi
dicono critici in rete) questa è una revisione del ’17 del testo originario.
Revisione anche influenzata dal film che ne è stato tratto (“Picciridda. Con i
piedi nella sabbia”), dove si riprende quel vezzo di scarico delle emozioni
della protagonista Lucia che, appunto nei momenti topici, non vede di meglio
che andare in riva al mare e mettere i piedi dentro la sabbia.
Detto quindi di un po’ di contorno, il
romanzo non raggiunge tutti gli obiettivi che si pone. È ben scritto, i giusti
intercalari dialettali non disturbano, anzi arricchiscono. Ma la vicenda è un
po’ scontata, rimodulata su tante e tante che, per alcuni versi, già dalla
prima comparsa capiamo chi sia e cosa ci stia a fare lì quel personaggio
ingombrante, Pippo detto Tamburo Lercio. Nome che è tutto un programma.
Ma non è di lui che ci interessa parlare ma
delle due protagoniste del testo: Lucia , la “picciridda”, e Maria la nonna. Il
testo è tutto in prima persona dalla voce di Lucia, che prende tutta la scena,
benché per nove undicesimi del testo è la Lucia undicenne che parla e narra. Ma
la presenza, costante ed a volte ingombrante di nonna Maria, detta la Generala,
che complementa le vicende di Lucia. Racchiudendole in una veste più ampia, di
cui alla fine si avrà modo di sapere e di comprendere.
La famiglia vive a Leto (che sarebbe
Letojanni, poco a nord di Catania), ed è una famiglia non ricca, che deve stare
attenta alle spese, anche perché, nonostante il boom degli anni ’60, il padre
di Lucia non ha un lavoro fisso e la madre, per quel che può nel saltuario,
aiuta ma no colma. Perché il boom economico dei primi anni ’60 non arriva
pienamente in tutta la penisola, e di certo la Sicilia ne è toccata solo nelle
grandi città.
Così, i nostri devono decidersi ad emigrare.
Ma non avendo neanche all’estero prospettive stabili, decidono di partire
mamma, papà e figlioletto Pietro. Mentre Lucia, più grande, rimane con la
nonna. Seguiamo così questo calvario di un anno, dal settembre ’61 a quello
dell’anno dopo, che coincide anche con il primo anno di scuola media di Lucia.
Catena ci fa toccare tutte le corde di una
preadolescenza lontana dalle metropoli. Lo studio sì, con l’affezionarsi ad
alcuni insegnanti e con alcuni entrare in conflitto. Con la prima compagna di
banco, ed il dolore per il male incurabile che la porterà via. Con la quasi
cugina ormai zitella, depressa negli affetti, ed anche nel corpo, che deciderà
di portasi via da solo, buttandosi sotto il treno. E soprattutto, con la
lontananza della mamma, che per una ragazzina di quell’età è un punto di
riferimento che viene a mancare. Con tutte le conseguenze di un sentito
abbandono anche se forzato e giustificato.
La nonna aiuta, raddrizza, punisce quando è
il caso. Si sente, tuttavia, che dietro questa inflessibilità c’è tanto amore
per Lucia e tanto dolore per tutto quello che ha dovuto affrontare in questi
suoi sessant’anni (Maria è nata all’incominciar del secolo): un marito morto
subito, un secondo marito amato ma anche lui morto anzitempo, anche se dopo
aver generato Santo, il primogenito un po’ scapestrato, e Giovanna, morta
troppo presto anche lei. Rimane il padre di Lucia, che forse nasconde qualche
mistero.
Ovvio che Lucia incapperà in un problema
grosso, di cui conosciamo la natura, che ci aspettiamo fin dalle prime pagine,
e che verrà risolto in modo un po’ brutale solo nelle ultime. Giusto in tempo
che, allo scader del primo anno, Lucia si ricongiunge con la famiglia in
Germania.
Sapremo, in un veloce finale, come andrà a
buon fine tutta la vita di Lucia e dei suoi, anche senza aver costruito subito
la casa in paese. Ma ci saranno studi, lauree, matrimoni, ed altre positività.
Ecco, questo è forse il limite del libro. Uno
sbilanciamento delle parti, che gli sviluppi che tutti vorremmo sapere sono
relegati in cinque pagine finali, mentre
forse avrebbero avuto bisogno di più spazio. Merito tuttavia di Catena è aver
toccato alcuni temi sempre vivi: l’emigrazione (che allora era dall’Italia
mentre ora è verso l’Italia), il ruolo della donna, il patriarcato (ed i
femminicidi continuano tutt’ora a grandi ritmi), la solidarietà delle anziane,
la maldicenza delle persone da poco, la sfortuna che colpisce sempre i più
sfortunati.
Come dico, non sono d’accordo con la sentenza
di nonna Maria, dove tutto passa con il tempo. E credo che, alla fine, anche
Maria sia d’accordo.
“Se per caso ti succede una cosa brutta,
tu fai un sospiro e prega a Cristu, e aspetta che la tempesta passa.” (119)
[esattamente il tipo di filosofia che mi fa innervosire; nulla passa realmente
se tu non ci lavori]
Laura Restrepo “Delirio” Repubblica
Latinoamericana 24 euro 9,90
[A: 13/07/2020 – I: 26/01/2026 – T: 28/01/2026]
- &&
[tit. or.: Delirio; ling. or.: spagnolo; pagine: 285; anno 2004]
Con questo romanzo, dopo circa sei anni,
chiudiamo il cerchio di una delle più interessanti e variegate collane proposte
periodicamente da Repubblica. Qui, ci viene fatto fare un viaggio nella
letteratura latinoamericana, così che si riescono a leggere autori anche al di
fuori del cerchio magico noto in occidente. Molto si sa di letterature
argentine, cilene, peruviane e brasiliane, e qui esploriamo anche le scritture
messicane, cubane, nicaraguensi, venezuelane, uruguaiane o colombiane. E
proprio di questa andiamo a scoprire cosa ci dice la scrittrice.
Premetto che, seppur nato ad Aracataca in
Colombia, considero Garcia Marquez uno scrittore di lingua spagnola, ma
universale. Poi ci sono qua e là autori colombiani che ho letto nel corso degli
anni (Sebastiano Gamboa piuttosto che Efraim Medina Reyes), ma credo che Laura
rappresenti un unicum molto interessante, seppur certamente non facile.
Giornalista, scrittrice, attivista politica
di sinistra, anche di estrema sinistra, con molte vicinanze anche con i gruppi
armati colombiani, da sempre comunque in lotta con il degrado politico e civile
della Colombia, ed in particolare attraverso la lotta senza quartieri contro i
cartelli della droga, in generale, e contro Pablo Escobar in particolare, preso
quasi ad esempio di tutti i mali presenti nella vita quotidiana colombiana (e
non solo).
A valle di non pochi scritti politici e
narrativi, molto dopo la fine della lotta alla droga con Pablo, la scrittrice
decide di scrivere questo complesso romanzo, di stratificata lettura, ma che,
sicuramente è una parafrasi della non linearità della vita pubblica colombiana,
calandoci nel mondo dei primi anni Ottanta. Entriamo nel delirio (e forse anche
nella pazzia) della protagonista, portandoci appresso il delirio della
Colombia. E nella parabola della storia di Augustina, vediamo quasi un
riproporsi di tutte le pieghe della vita locale. Da passati di alti e bassi, ad
un presente di confusione, guardando ad un futuro di speranza.
Questa forse l’unica concessione verso un
immotivato ottimismo. Dopo tanto penare, forse una cravatta rossa (non a caso)
potrà segnare la rinascita dell’amore tra Augustina e Aguilar e sperabilmente
anche l’uscita da uno stato di alterazione della protagonista.
Dicevo innanzi tutto della difficoltà e
complessità del libro, che la scrittrice ripropone nella scrittura stessa del
testo. È una specie di scrittura circolare, con un suo ben preciso schema di
avanzamento. Sentiamo così nell’ordine le parole in prima persona di Aguilar,
di Midas (l’ex-amante di Agustina), poi in terza persona di Agustina, di nuovo
Aguilar, e chiudere il cerchio con la terza persona di Nicholas e Blanca
Portulinus. Per poi riprendere il grande ballo. Ma non aspettatevi una cesura
tra i vari pezzi. Che si passa dall’uno all’altro anche all’interno di una
lunga frase, o attraverso discorsi, sempre riproposti senza virgolette o altri
segni grafici.
Capite bene che la lettura non ne viene certo
agevolata.
La struttura narrativa sopra indicata serve
poi a presentarci quattro storie (che si riesce a ricostruire solo verso la
fine e a posteriori): quella del nonno Portulinus, di Agustina bambina, di
Agustina attuale, sposa in delirio di Aguilar e di Midas.
Cercando di fare ordine, vediamo il nonno
emigrante dalla Germania, compositore e pianista, sposo con Blanca, molto più
giovane di lui, che spesso entra in una specie di trance creativa, a valle
della quale riesce a produrre composizioni bellissime. Ma ad un certo punto, in
un momento di alienazione incontrollata, uscendo di casa cade o si getta nel
fiume. Fatalità o suicidio? Noi non lo sapremo mai realmente, ma sapremo solo
che Blanca lo negherà per tutta la vita, attraverso un meccanismo di travisamento
della realtà che sarà la potente eredità che lascerà a sua figlia Eugenia.
Eugenia farà un matrimonio in ascesa,
sposando il facoltoso Carlos Vicente Londoño Sr., macho colombiano puro, sempre
distante, con una lunga storia con la sorella di Eugenia, la zia Sofi. E con un
distorto comportamento verso i figli. Osanna verso il maggiore, macho anche
lui, Joaco Londoño, e grosso osteggiamento verso il minore Carlos Vicente
Londoño Jr. detto "Bichi", in quanto gay. E "Bichi" sarà
oggetto di maltrattamenti fisici e verbali per tutta la vita, fino a che non
abbandona la famiglia per trasferirsi in Messico, accompagnato da zia Sofi. Nel
mezzo, la povera Augustina, che praticamente viene ignorata in quanto donna.
Augustina da sempre ha visioni profetiche che
in gioventù servivano a difendere "Bichi", mentre ora si estendono a
dei contesti che sembrano congiungere il profano ed il divino quotidiano.
Durante un’agitata giovinezza, diviene
l’amante di Midas McAllister, un corriere di valuta per conto di Pablo Escobar.
Midas farà tanti soldi, ma è tipo da mani bucate, che spende spesso più di
quanto guadagni. Non entriamo nel merito della sua storia con Augustina, che
quello che Midas ci narra è il presente. Una scommessa con i suoi sodali per
fare avere una notte di sesso al suo amico, il Ragno Salazar, paralizzato dopo
una caduta. Notte che si fa molto movimentate tanto che nel mezzo della parte
erotica, ci scappa la morta, una prostituta ingaggiata a tale scopo.
Seguiamo allora i tentativi di Midas di
tirarsi fuori dal casino suscitato, coinvolgendo ad un certo punto anche
Augustina. Confidando nelle sue visioni profetiche, e portandola, in un momento
di assenza di Aguilar, in un hotel al fine di ricostruire (con poco successo)
la notte fatale.
Augustina che, dopo la fine della storia con
Midas, si innamora, ricambiata, del professor Aguilar. Un professore comunista,
tanto poco ben visto nella Colombia di quegli anni, così che deve abbandonare
l’insegnamento, ed anche la famiglia ed i suoi due figli, trovandosi a fare il
venditore itinerante di cibo per cani. Ed al ritorno di uno dei suoi viaggi di
lavoro, trova Augustina in uno stato di alterazione molto oltre il normale,
quasi senza ritorno.
Aguilar cerca di comprendere i motivi, cerca
di trovare modi di aiuto. Per questi verrà aiutato dal ritorno della zia Sofi,
unica che riesce ad interagire con Augustina, portandola, a poco a poco verso
un possibile ritorno al prima. Per i motivi verrà aiutato da Anita, una
conturbante dipendente dell’hotel dove Aguilar aveva ritrovato Augustina. E
sarà Anita a fornirgli la chiave di quei giorni, e forse anche l’accesso verso
la comprensione delle attività di Midas.
Ora, se mi avete seguito sin qui, io non ho
modo di dirvi di più. Perché confesso che, pur cercando di seguire e
ricostruire le vicende attraverso le contorte frasi, più di questo non sono
riuscito a ricostruire. Basterà? Non so, anche se quello che mi rimane è forse
soltanto e potentemente un grande disagio. Una difficoltà dell’essere calati in
un mondo che non è il nostro e che non porta che violenza. Mi sembra quasi che
si parli di oggi invece che di quasi cinquant’anni fa. Ricordo infatti che il
contorno è quella Colombia dominata dal cartello di Medellin, quella Colombia
che in quegli anni raggiunse il primo posto al mondo come numeri di omicidi per
anno. Tutto presente nelle pagine di Laura (sentiamo una caserma saltare in
aria, vediamo come Aguilar convinca Augustina a non uscire nel pomeriggio dove
le strade diventano ostaggio dei guerriglieri).
In fondo, la cifra finale del romanzo è:
salviamo le apparenze, costi quel che costi, maltrattamenti, silenzi perfino
follia. Lo capisco, e pur tuttavia il modo contorto (pur se funzionale al
testo) di esporre la materia mi ha reso difficile entrare in sintonia con il
testo.
Alla fine devo dire che preferisco gli autori
latinoamericani alla Allende piuttosto che alla Amado.
Stefania Auci “L’alba dei leoni” Nord s.p.
(prestito di Alessandra)
A: 27/01/2026 – I: 30/01/2026 – T:
01/02/01/2026] &&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 452; anno:
2026]
Un libro di sicuro interesse per chi ha letto
i due volumi della scrittrice sulla storia dell’ascesa e caduta della famiglia
Florio, ma anche, forse con qualche stimolo in più a leggerne, per chi non lo
avesse fatto. Che qui vediamo il cuore pulsante di come diventeranno i Florio,
vediamo da dove nascono i DNA che li porteranno a creare il loro impero. Mi
rendo conto che, forse, chi non conosce la storia, troverà alcune parti più
deboli, mentre chi ne conosce gli esiti di sicuro apprezzerà il modo in cui la
scrittrice riesce a raccordare tutte le storie.
Perché, se è vero che molti documenti si
hanno dei Florio in tutto il periodo forte della loro esistenza, nel bene e nel
male (cioè dal 1799 al 1950), qui si tratta di fare un salto indietro, di
partire dai primi anni e dalla Calabria. Qui il romanzo viene fatto iniziare
nel 1772, terminando, come si conviene, con quel ’99 che porta i Florio a
Palermo. In un certo senso, questo prequel è un romanzo di Calabria, mentre la
saga della famiglia è un romanzo siciliano.
Visto poi che parliamo di 27 anni, abbiamo
tutto il tempo di conoscere l’intera famiglia e non solo i pezzi forti che,
partendo, riscatteranno anni di duro lavoro e di miseria.
La storia inizia con la famiglia composta da
mastro Vincenzo, il capostipite, lavoratore del ferro, duro e caparbio (questo
sarà un elemento che passerà ai suoi discendenti), legato al territorio, ma
senza volontà di crescere. E da mamma Rosa, l’anima tenera della famiglia, ma
anche quella che farà capire come i sogni devono essere seguiti per raggiungere
la felicità o almeno, la serenità di aver fatto di tutto per raggiungerla
(qualcuno, mal comprendendo questi segni vivrà tutta la vita al contrario). Ed
i figli: Domenico, il primo, ligio e sempre in linea con il padre, Francesco,
il ribelle, e le due femmine, Mattia (usato al femminile, ed è l’unico caso che
conosco) e Menica.
In effetti, il ’72 è l’anno di nascita di
Pietro, che sappiamo sarà il fondatore della dinastia commerciale. Ed è anche
l’anno che incrina la famiglia. Francesco si ribella al padre non volendo fare
il fabbro e fugge. Ma viene preso dai briganti, con cui vivrà a lungo. Qui c’è
una grossa parte che, come dirà la scrittrice, è tutta “romanzo”. In un certo
senso, è anche una parte ben fatta. Ci porta nello spirito della fine del
Settecento, con gli abusi ed i soprusi molto evidenti. Così che certo ci sono briganti
“puri”, ma ci sono anche persone costrette, da potenti ed autorità distorte, a
fuggire per non subire pene ingiuste.
L’avventura da fuorilegge termina
positivamente per Francesco che non solo torna a casa, ma trova anche una
sposa, con cui farà quattro figlie, tutte femmine (con grande scorno di
Vincenzo che aspettava il maschio). Non solo, continuerà Francesco la sua lotta,
decidendo di fare il calzolaio. Cosa che ben gli riesce fino al 1783 (poi
vediamo perché quell’anno), dove comincerà la sua deriva, per debiti e tracolli
vari. Morirà giovane, con la moglie che le segue a ruota dal dolore. E con le
figlie disperse tra i fratelli (sappiamo che la più piccola, Vittoria, sarà
“adottata” da Pietro).
Nelle more di quegli anni, Rosa, nonostante
il precoce invecchiamento per il dolore, nel ’76 partorisce Ignazio, il custode
oscuro delle fortune familiari. Resisterà, molto lottando, fino, appunto, al
fatale ’83. L’anno del grande terremoto che devastò gran parte dei comuni della
costa calabra verso lo Stretto. Si calcola che ci furono circa 50.000 morti
(già tanti in numero, ma enormi se si pensa che fu quasi il 10% della
popolazione locale; oggi la stessa percentuale territoriale provocherebbe
almeno 100.000 decessi).
Bagnara fu quasi distrutta, e Rosa muore.
Vincenzo, di antica stirpe calabrese e maschilista, pensa solo a risposarsi con
la bella Giovanna. Peccato che lei non abbia idea della gestione della casa,
riuscendo solo a suscitare malumori e fughe. Chi per sposarsi, anche malamente
come Mattia. Chi solo per allontanarsi da casa come Domenico e Menica. Mentre
Pietro decide di unire le sue forze con Paolo, il marito di Mattia, cominciando
a sviluppare un commercio marittimo di beni per la zone del sud del Mediterraneo.
Questa è forse la parte più scontata. Certo
vediamo meglio come è successo tutto ciò che ci porterà al ’99, ma c’è poca
partecipazione. Per accenni, capiamo che Pietro, di buona mente, misura tutto
in base ai soldi ed al guadagno. Anche il matrimonio, dopo aver visto bellezze
varie in giro per i porti, decide di “comperare” Giuseppina, contratto che i
maschi delle due famiglie concludono senza pensare ai desideri né di Giuseppina
(tanto è donna) né di Ignazio (che invece è solo pauroso di contrariare il fratello).
Poiché la storia successiva si può leggere
negli altri volumi, diciamo che lasciamo i Florio all’apertura della loro “aromaterìa”,
quando Pietro, Giuseppina, Ignazio, il piccolo Vincenzo e la piccola cugina
Vittoria, si trasferiscono da Bagnara a Palermo.
Inciso geografico, io, come Stefania,
continueremo a scrivere di Bagnara, perché la città assunse il nome di Bagnara
Calabra solo nel 1861, all’unità d’Italia, per potersi distinguere dall’omonima
città romagnola, che contestualmente prese il nome di Bagnara di Romagna.
Di sicuro, dobbiamo chiosare che lo stile di
Stefania Auci è gradevole, anche se gli incipit delle quattro parti io li avrei
evitati. La scrittura riesce a comunicarci le angosce dei momenti topici
(Francesco quasi ucciso dai briganti, la morte di Rosa dovuta al terremoto) sia
le gioie dei (pochi) momenti felici (gli sguardi di Francesco e Petronilla che
li portano al matrimonio, e quelli di Giuseppina e Ignazio che li seguiranno
tristemente nelle loro forzate scelte).
La scrittrice decide inoltre di ancora la
narrazione ad alcuni temi, a volte espressi a volte sottesi, che ne
caratterizzano l’andatura. Le radici familiari, ad esempio, con il loro forte
legame con il territorio. E di conseguenza, le dinamiche stesse dei rapporti
affettivi, familiari o meno. È una riflessione sui sogni che si hanno per la
propria vita e sui sacrifici per poterli seguire. Non mancando il basso
continuo verghiano di sottofondo, ben esplicitato con una riflessione di Pietro
(a pagina 341): “Se hai del denaro, la gente ti considera, ti ascolta, ti
rispetta. Ricorda il tuo nome. Se non hai niente, non sei niente”. È sempre
“la roba” che governa il mondo.
Alla fine, pur con un ritmo meno incalzante
dei futuri leoni, quest’alba non dispiace.
Ed eccoci a completamento con qualche
citazione e riflessioni di alcuni autori italiani.
Cominciamo con Francesco Guccini ed il suo
“Vacca d’un cane”
“E
capisci che la vita, se vorrai davvero viverla come va vissuta, nella sua
complessa completezza, consisterà solo in una gran serie di difficoltà una via
l’altra, senza riposo.” (37)
“Ci
sono giorni nella vita di fondamentale importanza, momenti che ti segnano da lì
in avanti, ma quando ci sei raramente te ne accorgi o non ci pensi e dopo non
te li ricordi.” (52)
Proseguendo con due racconti lunghi. Il primo
con “Elegia” di Aldo Nove (da sottoscrivere sempre il lamento sul
maluso del cellulare):
“È
curioso … vedere la gente per strada che parla [con chi sta] lontano e nessuno
che invece parli con chi gli sta vicino.” (57)
“Quello
che si fa è quello che è.” (60)
“Sogniamo
che gli altri ci vogliano per ciò che siamo.” (94)
Il
secondo con “Il viaggio a Paros” di Mario Fortunato
“Con
i genitori, la strategia migliore per ottenere ciò che si vuole è non dare
nell’occhio. … Fagli credere che sei uno tranquillo e si fideranno ciecamente.”
(12)
“Le
verità del cuore non coincidono quasi mai con quanto si dice e forse anche per
questo le parole che ci rivolgiamo sono tanto necessarie e così
straordinariamente inutili.” (120)
Quest’anno Carnevale molto basso, ma anche ed ancora pieno di tristezze e preoccupazioni. Quattro anni di guerra sul fronte russo, un paio in Medioriente, molte pensieri per l’America Latina. Riusciremo ad uscirne? Non vedo molto azzurro nel cielo, come direbbero i Rokes, ma non possiamo farci mancare la speranza e tanti abbracci.