domenica 14 giugno 2026

E sono tornato - 14 giugno 2026

Sono tornato da un altro grande viaggio (ancora una volta nel mio Peru querido), e sono tornato a voi, miei instancabili lettori, che forse non attendete con ansia le mie trame, ma che vengono lette anche saltuariamente. A volte commentate. Sempre da me fatte girare con amore.

Per questo ritorno, comunque, non si poteva che smaltire qualche giallo arretrato. Non proprio tutti ben riusciti, anche se di sicuro interessante la saga lappone del francese Olivier Truc, nonché l’immersione in un’Inghilterra d’annata con la sapiente penna di John Banville. Poco sotto, per riuscita, l’ultima ed ormai antica storia del detective turco Kemal Kayankaya scritta dal compianto Jakob Arjouni. In fondo, di sicuro poco riuscita, una prova poco seriale di Petricia Cornwell, che nella sua serie maggiore è invece di mio sicuro gradimento.

Jakob Arjouni “Fratello Kemal” Corriere Noir 17 euro 8,90

[A: 25/11/2022 – I: 19/03/2026 – T: 20/03/2026] - &&   

[tit. or.: Bruder Kemal; ling. or.: tedesco; pagine: 246; anno 2012]

Avevo letto esattamente trenta anni fa il primo episodio della breve ma interessante serie scritta da Jakob Arjouni intorno al personaggio del detective privato Kemal Kayankaya. Ed ora chiudo il cerchio leggendone l’ultimo nonché quinto episodio. Non una saga imperdibile, ma di sicuro interessante per l’autore e per i temi toccati.

Jakob Michelsen è il nome originario dello scrittore tedesco, che poi, da un certo punto in poi della sua vita si firma Jakob Bothe, utilizzando il nome della madre, non volendo avere presunti vantaggi dal fatto che il padre è un noto drammaturgo. Quando comincia a pubblicare seriamente i suoi scritti, adotta invece il cognome della prima moglie, Kadisha Arjouni. E questo sarà il nome con cui viene conosciuto nel mondo letterario.

Dopo le prime tre uscite di Kemal, dall’85 al 91, fa passare dieci anni per il quarto episodio. E poi altri dieci per quest’ultimo, scritto quando già sapeva di avere un male incurabile. Sarà poco dopo l’uscita del libro che, a soli 48 anni, muore di cancro al pancreas. Ma in questo momento di scrittura c’è molto dell’urgenza di un messaggio e della dolenza di una fine vicina.

Come disse un critico più di dieci anni fa, ci sono persone che non dovrebbero morire, in genere, e soprattutto non morire giovani. Giovani come Jakob, che neanche ventenne, con il suo primo libro, in pratica inventò un filone, che venne battezzato “etnothriller”, dove si mescolava il giallo con tematiche molto legate al territorio. Non solo, ma questi scritti erano anche ironici.

Le storie di Kemal Kayankaya cominciano nei quartieri a luci rosse di Francoforte, dove Kemal si muove per necessità più che per scelta. Con una contraddizione immediata: ha un nome turco, ma è stato adottato, e parla solo tedesco. Nel corso dei decenni, la sua posizione si evolve e matura, tanto che qui, nella sua ultima storia, ha praticamente messo la testa a posto. Vive con Deborah, ex-prostituta uscita dal giro ma non pentita, che ora gestisce un ristorante biologico. Inoltre, lei e Kemal pensano sia il caso di fare un figlio. Quale miglior espressione di fiducia nel futuro che pensare ai figli mentre Jakob sa che la fine è vicina!

Per chi non avesse a menadito in mente le storie di Kemal, diciamo subito che oltre a Deborah, gli sono accanto, aiuti e sodali, un ex-spacciatore, Slibulsky, che ora gestisce con successo un furgone itinerante di gelati e il detective di polizia in pensione Theobald Löff.

In quest’ultima storia due filoni sembrano partire indipendenti per poi legarsi, e sciogliersi magari tutti insieme. Da un lato c’è una signora molto “su” Valerie de Chevannes (anche se Kemal sospetta abbia fatto la vita in gioventù) che ingaggia Kemal per riportare a casa la figlia Marieke. Costei si era allontanata da casa subornata da quello che considerava il suo fidanzato, il fotografo turco Erden Abakay. Ma Marieke non sapeva che Erden aveva prima tentato con la madre (senza successo). Inoltre Erden è un noto spacciatore, e convince Marieke a prostituirsi per lui.

Prima che avvenga l’irreparabile, Kemal irrompe sulla scena, salva Marieke da un cliente sgradevole, prende a pugni Erden legandolo al termosifone, per poi consegnarlo alla polizia. Mentre porta Marieke in famiglia, consegnandola al padre, un pittore olandese assi determinato.

Nel mentre succede tutto questo, Kemal viene anche ingaggiato da una casa editrice per fare la guardia del corpo ad uno scrittore marocchino, Malik Rashid, autore del libro “Il viaggio al termine dei giorni” (libro su cui torneremo), dove narra di un commissario marocchino che si scopre omosessuale. Una tematica non certo gradita agli integralisti. In particolare allo sceicco Hakim, gestore anche lui di un bel traffico di droga, e nello specifico anche zio di Erden.

Così le storie si intrecciano. Mentre Erden va in prigione, Hakim cerca di convincere Kemal a togliere le accuse al nipote, rapendo lo scrittore. Cosa che, una volta sciolti tutti i misteri, si rivelerà una forte trovata pubblicitaria proprio per le vendite del libro osteggiato. Non solo, ma liberando Malik, Kemal trova in modo di mettere in condizione Erden di avere una sua punizione, giusta o sbagliata che sia, ma io non entro nel merito.

Con il suo stile scanzonato, Jakob colpisce tanti bersagli, sin dal primo libro, e con questo i bersagli diventano ancora più evidenti. Si capisce che fin dalla fine dello scorso secolo, c’è sempre più un razzismo strisciante, in Germania ma non solo. Ma non solo di razzismo si parla, che Jakob colpisce il finto nazionalismo, l’immigrazione sregolata ed affidata alle mafie, la criminalità organizzata che si infiltra ovunque, fin nei piani di potere della società. Ripetendo, in forma di romanzo, quel che diceva Sciascia: “Io lo so, ma non ho le prove”.

Un ultimo elemento, proprio per sottolineare lo stile ironico di Arjouni. Il titolo del libro scandaloso non è che per caso vi ricorda un vecchio e ben noto libro francese? (Non vi faccio impazzire: io penso a Louis-Ferdinand Céline ed al suo “Viaggio al termine della notte”)

Olivier Truc “La Montagna rossa” Marsilio euro 13 (in realtà, scontato a 11,70 euro)

[A: 30/08/2022 – I: 20/03/2026 – T: 23/03/2026] - && e ½

[tit. or.: La montagne rouge; ling. or.: francese; pagine: 495; anno 2016]

Siamo al terzo episodio della saga lappone del francese Olivier Truc. Dove facciamo subito due precisazioni per chi non avesse seguito le puntate precedenti. La indico come “saga lappone”, anche se questo è il termine dispregiativo usato verso questo popolo dai “civili” svedesi. Sarebbe corretto indicarlo con il termine da loro usato, cioè “sami”. La seconda è che Truc è sì francese, ma vive ed ha vissuto a lungo in Scandinavia, diventando un profondo conoscitore delle tradizioni locali.

E proprio delle tradizioni e della storia e delle implicazioni culturali e territoriali, che questa stori dà il meglio di sé. Perché sul lato noir o simili è da un lato carente e dall’altro assente.

Come primo elemento introduttivo, poi, ricordiamo che quella che seguiamo è la “polizia delle renne”, un corpo sovranazionale che si occupa di tutti i crimini connessi con le renne e dintorni. In questa polizia, i nostri protagonisti sono Klemet Nango, un mezzosangue sami, e Nina Nansen, svedese ma molto empatica sia con i sami che con Klemet.

Essendo un corpo di polizia molto attento ai problemi del cuore della nazione sami, i nostri fino ad ora erano di stanza a Kautokeino, in Norvegia. Ma, per una serie di motivazioni legate anche alla transumanza delle renne, in questo settembre piovoso vengono inviati in missione semi-permanente a Funäsdalen, in Svezia, a ben 16 ore di macchina dalla loro base.

Qui si trovano ad affrontare un problema spinoso e molteplice. I millecinquecento sami locali stanno effettuando la conta e l’eventuale macellazione delle renne in sovrannumero (il numero delle renne è calmierato per non incidere sull’ambiente). In questo lavoro, si scontrano con i trecentomila boscaiolo svedesi locali, che volendo disboscare la zona, rischiano di affamare le renne rimaste. Tutto ciò aggravato dal contenzioso di base, che si sta sviluppando anche in una battaglia legale.

Entrambi i gruppi etnici ritengono di essere gli originari del luogo, e quindi di avere conseguentemente il diritto di decidere per primi. In tutto ciò, nella zona “rennifera” viene trovato uno scheletro umano senza testa. È questo il motivo principe dell’intervento di Klemet e Nina, che devono per prima cosa capire chi e come è morto il cadavere.

Ben presto si scopre che è uno scheletro del diciassettesimo secolo. Quindi, se fosse sami, i nostri avrebbero vinto la causa. Ma per trovare la corrispondenza con quanto supposto bisogna trovare il cranio. Ed è qui che si innesta un ulteriore e pesante filone. Pare che ci sia, in Scandinavia ma anche in altre zone europee, una ricerca assai remunerativa di tali crani.

Tant’è che ci imbattiamo in uno strano antiquario, Bertil, che comanda a bacchetta un’arzilla vecchietta, Justina, che, seguendo le sue direttive, insieme ad altrettante signore anzianotte, non si perita di rubare in musei ben individuati, crani che Bertil poi piazza sul mercato nero. I nostri, quindi, passano dall’analisi del cadavere, alla ricerca dei crani mancanti ed alla caccia alla banda di Bertil.

Laddove, tra antiquari poco raccomandabili e presunti esperti di cultura sami, si scopre un sotto filone che porta ad una parte di romanzo interessante e durissima. Che a partire dalla Seconda guerra mondiale, sotto la spinta dell’eugenetica nazista, anche i “puri” svedesi adottarono una politica di eliminazione delle minoranze considerate deviate. Così, tramite pareri psicologici condiscendenti, vengono emarginate grosse fette di popolazione. Motivi? Generalmente futili. Una persona viene sterilizzata a forza perché “non ricordava a memoria il catechismo” in quanto soggetta a casuali crisi epilettiche.

Comunque, mettendo ovviamente anche in discussione le proprie identità, sia quella svedese di Nina a confronto della politica di sterilizzazione forzata portata avanti dalla Svezia dal 1934 al 1975 (leggete bene questa seconda data) e che ha portato all’intervento chirurgico pare su più di sessantamila individui. Sia quella sami di Klemet, laddove si rende conto che la sua idea di “purezza” è inquinata da comportamenti individuali fortemente deviati.

Tutto avrà una fine, e noi raccoglieremo le piccole gesta di Klemet e Nina, sapendo che hanno fatto tutto il loro lavoro al meglio. Sapremo anche quasi tutto quello che è successo. Certo non chi ha ucciso e come il povero cadavere del Settecento, con un libro che alla fine, è più un viaggio etnico che un’indagine poliziesca.

Visto infine che sono sempre molto critico verso le edizioni nostrane devo dire che un punto per aver mantenuto il titolo originario ed un altro per una traduzione che scivola nella lettura con grande agilità.

Patricia Cornwell “Al buio” Mondadori 7,90 euro

[A: 09/02/2026 – I: 25/03/2026 – T: 26/03/2026] &

[tit. or.: The Front; ling. or.: inglese; pagine: 158; anno 2008]

Per completezza di letture e di critica agli autori, avendo Mondadori deciso di pubblicare uno dei pochi libri di Patricia Cornwell non presenti nella mia biblioteca, ho pensato, anche se non ero convinto, di leggerlo abbastanza presto. Anche perché, a suo tempo, avevo letto il primo episodio della serie imperniata sul detective mulatto Winston Garano detto Win. Pur con un giudizio negativo, anche se con riserva.

Giudizio che devo dire si ribadisce e si aggrava, in questo secondo e finale episodio. Non era una trama felice, questa idea di una ventina di anni fa. Patricia aveva già pubblicato 14 romanzi con Kay Scarpetta, inframezzati con episodi della coppia Hammer & Brazil (anche questa di poco respiro abbandonata dopo tre romanzi). Fortunatamente, dopo questi due poco riusciti di Garano, la nostra Kay compare in altri 15 libri, portando la serie maggiore quindi quasi alla soglia delle trenta uscite.

Qui, la storia si ingarbuglia sin dalle prime battute. Viene subito in primo piano Monique Lamont, sostituto procuratore, che coinvolge Win in un vecchio caso non risolto. Dove c’è una giovane inglese cieca, Janie Brolin, uccisa e stuprata nel 1962. Dopo tanto tempo, alcuni indizi all’epoca ignorati, sembrano portare questo omicidio sulla scia di un’ondata di violenza dei primi anni Sessanta, ad opera di un misterioso serial killer indicato con l’appellativo di “lo strangolatore di Boston”.

Monique ha un rapporto molto ambiguo con i protagonisti della vicenda. Con Win, che nel primo episodio le ha salvato la vita, ma che proprio per questo lei cerca di mettere in difficoltà per non sentirsi in debito. Con Stump, l’agente che gestisce la task force interpolizia di Watertown, un coordinamento chiamato “The FRONT”, un tempo molto amica di Monique, ma poi allontanatasi dopo un incidente che le costò l’amputazione di mezza gamba.

Inciso: al solito l’autrice aveva indirizzato il lettore proprio su questa task force, utilizzandola come titolo, mentre in Italia, al solito senza motivazioni apparenti, viene rinominata “Al buio”, sia per sottolineare come, per quasi tutto il romanzo, Win non sappia che pesci pigliare, sia perché la morta, essendo cieca, era “al buio”. Cercando di farci passare sottogamba l’uccisone del di lei fidanzato, avvenuta poco dopo e a poca distanza, con un investimento ed un passaggio reiterato della macchina sul corpo del ragazzo.

Insomma, Monique cerca solo un po’ di risonanza mediatica, visto che a breve ci saranno delle elezioni cui lei intende partecipare. Fatto sta che, con il passare delle pagine, l’unica notorietà che si merita per me, è un posto in pole position nella graduatoria dei personaggi antipatici.

Comunque c’è tutta una involuzione della trama intorno a sé stessa. Compaiono personaggi eccentrici, come una ragazza vestita in modo che definirei fantasioso, un giovane che, per motivi all’apparenza ignoti, camuffa potenziali articoli giornalistici, in pezzi da pochi soldi per un giornale scalcinato, fino ad un’organizzazione che sembra abbia la sua maggiore occupazione nel gestire aiuti per bambini rumeni in difficoltà.

Detto poi che compaiono Scotland Yard, visto che la vittima è inglese, la nonna di Win, la simpaticissima Nana, che non la smette di operare incantesimi, e di mettere in guardia il nipote, in base a sue stravaganti premonizioni, nonché un’organizzazione mafiosa che compie omicidi a destra e a manca, pur se essi stessi vengono presentati in maniera soft noir, il romanzo scivola verso la fine senza che aumenti di un briciolo il coinvolgimento del lettore.

Certo, alla fine il mistero della morte di Janie viene svelato e risolto, per trascinarci poi in una serie di inutili pagine che mettono in campo un’agente FBI sotto copertura, le performance sessuali di Monique con un (forse) minorenne, nonché l’idea che tra Win e Stump possa nascere qualcosa più di una simpatia.

Una nota finale che poteva servire a Patricia per imbastire in nuovo episodio della serie. Scritto che fortunatamente non ha visto la luce, lasciandoci ormai “al buio” da diciotto anni su cosa possa aver fatto dopo Win Garano.

Quindi, in questa sarabanda di personaggi dalla poca credibilità, di storie lasciate un po’ per aria, nonostante la normalmente buona penna della scrittrice, un sol grido si leva dai nostri cuori: potete evitare di perdere tempo leggendo questo libro. Mi sono sacrificato io per voi. Voi potete esimervi.

John Banville “Delitto d’inverno” Repubblica Essenza Noir 18 euro 8,90

[A: 23/10/2022 – I: 09/05/2026 – T: 11/09/2026] - && e ½

[tit. or.: Snow; ling. or.: inglese; pagine: 332; anno 2020]

Banville è un fine scrittore irlandese, che ha da poco doppiato il capo degli ottanta, e che ha sempre scritto, non in maniera forsennata, ma in modo sempre ragionato, fin dalle sue prime uscite agli inizi degli anni ’70. Ed è sempre stato molto attento alla scrittura, dato che per lunga parte della sua vita si è guadagnato lo stipendio come giornalista (prima in testate irlandesi, poi anche su “The New York Review of Books”.

Ho letto qualcosa dei suoi romanzi, ma soprattutto ho praticato il suo lato giallo. Infatti, per avere più libertà espressiva, dal 2008 al 2015 pubblica una serie di romanzi gialli con al centro un anatomopatologo, Quirke, ma pubblicandoli con lo pseudonimo di Benjamin Black. Solo dopo il quinto romanzo ha continuato a scriverne, questa volta con il suo nome.

Ha scritto anche altro nel periodo, con la capacità da scrittore consumato, di ambientare tutto in un posto a lui ben noto, la contea di Wexford in Irlanda (dove lui è nato), e quindi facendo in modo che direttamente o trasversalmente, i personaggi eminenti del luogo, ed in particolare quelli legati al crimine, entrino ed esano dalle trame.

Così è per Quirke che nella prima uscita (“Dove è sempre notte”) è da poco vedovo e segue un caso, a lui molto vicino, in un’epoca che si aggira nei primi anni Cinquanta. Qui siamo nel 1957, Quirke, in romanzi che non abbiamo letto, si è di certo evoluto, tanto che quando l’ispettore protagonista chiede di lui, gli viene detto che non c’è in quanto è in viaggio di nozze.

Lo stesso ispettore, inoltre, in un di poco precedente libro (“Le ospiti segrete”) ambientato nel 1939, da giovane poliziotto, deve far da “balia” alla principessa Elisabetta ed alla sorella. Ora, passati diciotto anni, si dice che l’ispettore Strafford ha trentacinque anni, che è appunto diventato ispettore, e viene coinvolto, da Dublino dove è di stanza, in un giallo che proprio a Wexford ha i suoi momenti salienti. Non solo, ma nel romanzo successivo (“Il dubbio del killer”) Quirke e Strafford lavoreranno congiuntamente (anche se non ve ne dico nulla di più).

Anche questo testo, in ogni caso, è una tipica espressione della scrittura di Banville, in qualsiasi forma si esprima. È generalmente lento, di certo aggiunge rami collaterali alla storia principale, rami che spesso sono più interessanti, problematicamente, della storia narrata. E sempre torna a parlare della sua terra e dei suoi problemi, magari inserendo qualche bella descrizione dei paesaggi rurali e delle cittadine irlandesi.

Qui, tanto per andare al punto, è sempre focalizzato sul rapporto/scontro tra cattolici e protestanti, uno dei motivi sempre presenti nella prosa degli irlandesi di spicco, specialmente nei moderni. In particolare qui, che ci muoviamo nel ’57. Intanto, il morto, ucciso ed evirato, è un prete cattolico, padre Tom. Ucciso nella casa di uno dei maggiorenti locali, il colonnello Osborne, protestante. Poi, l’ispettore Strafford è anch’esso protestante, cosa abbastanza anomala che la polizia irlandese è quasi tutta di religione cattolica. Potete capire presto che la religione occupa un suo spazio non banale nel testo.

Come anche l’attrito perenne delle classi sociali, che i benestanti prendono il tè nero, e le classi medie con zucchero e “di latte, un velo” (citazione da “Asterix e i Britanni”).

Comunque, essendo la religione legata alla politica, scopriamo che padre Tom è figlio di un rivoluzionario sodale di Michael Collins, l’eroe dell’indipendenza irlandese. Cosa che aggiunge rami incandescenti al testo. Legati, come spesso accade nel mondo anglosassone, agli abusi sui minori. Abusi subiti, da padre Tom. Abusi, ma lui parlava di momenti sublimati, inferti da padre Tom ad altre persone.

Dove poi c’è tutto il mondo che ruota intorno agli Osborne: il colonnello inflessibile, Syliva, la seconda moglie, che la prima è cascata dalle scale ubriaca (cascata?), scale dove anche padre Tom ruzzola, forse già morto, ed i figli del colonnello, Dominic, il maschio, un po’ defilato e forse anche lui abusato o quasi, ma probabilmente in altri contesti, e Lettice, la femmina, giovane e ribelle, tanto da farsi espellere da scuola, e da trovare il modo di sfogare la sua sessualità con lo stalliere di casa, il forse poco acuto Fonsey, ma di sicuro anche lui problematico in molte forme. Senza esentare dalla cerchia dei possibili coinvolti nella vicenda come il fratello di Sylvia, poco raccomandabile, sempre alla ricerca di un finanziamento per entrare nel mondo dei cavalli (altra passione delle classi bene locali). O come il medico che cura Sylvia bombardandola di psicofarmaci, o la governante, Mrs. Duffy, sempre scontrosa e parca nei commenti, ma dura nell’atteggiamento verso tutti i poliziotti.

Strafford, muovendosi alla Maigret, arriva a spiegare tutti i dettagli della vicenda, anche facendo alterare di brutto l’arcivescovo cattolico che voleva insabbiare tutto. Perché i dettagli scabrosi non devono apparire. Come noi ci aspettavamo, tuttavia, c’è una coda, che si svolge nel 1967, e che da un colpo di coda inaspettato ma logico a tutta la vicenda.

Non sono mai stato tenero con Banville, ma questa prima (per me) storia con l’ispettore Strafford mi è sembrata migliore di altri suoi scritti. E poi, Strafford di nome fa St. John (anche se in irlandese si pronuncia “sijun”).

Prima trama del mese, quindi ecco i quindici libri di marzo, illuminati da uno splendido Vasilij Grossman, seguito a ruota da due autori del mio cuore, Joël Dicker e Julian Barnes. In fondo, con grande dispiacere, due mal riuscite prove di Patricia Cornwell.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Elizabeth George

Una cosa da nascondere

TEA

15

3

2

Patricia Cornwell

L’isola dei cani

Mondadori

s.p.

1

3

Vasilij Grossman

Vita e destino

Adelphi

16

4

4

Joël Dicker

La scomparsa di Stephanie Mailer

La Nave di Teseo

s.p.

3,5

5

You-Jeong Jeong

Le origini del male

Repubblica Essenza Noir

8,90

1,5

6

Julian Barnes

Partenze

Einaudi

s.p.

3,5

7

Viveca Sten

Questa notte morirai

Feltrinelli

12

2,5

8

Ilaria Tuti

Figlia delle cenere

Repubblica

8,90

2

9

Pedro Zarraluki

Il piacere e la noia

Neri Pozza

s.p.

2

10

Jakob Arjouni

Fratello Kemal

Corriere

8,90

2

11

Olivier Truc

La Montagna rossa

Marsilio

13

2,5

12

Seiko Hito

Radio Imagination

Corriere Giappone

8,90

2,5

13

Patricia Cornwell

Al buio

Mondadori

7,90

1

14

Miyashita Natsu

Un bosco di pecore e acciaio

Corriere Giappone

8,90

2,5

15

Alessandro Reali

Il fantasma di San Michele

Corriere Gazzetta II

7,99

2

Per i miei florilegi settimanali, questa volta ci rivolgiamo a romanzi assai solidi, e con molti pensieri che suscitano alla mente.

Il primo, sempre per me legato alle liste del suo “Alta fedeltà”, è Nick Hornby ed il suo “Tutto per una ragazza”.

Pensieri sui figli: “Si ha l’impressione che i figli facciano sempre meglio dei genitori … nella nostra famiglia tutti inciampano sempre sul primo gradino.” (17) e “Padre: Mica tutto quello che diciamo o facciamo mira a distruggerti la vita, sai? Qualche volta, molto raramente, cerchiamo di pensare al tuo bene. Figlia: Molto raramente! Padre: Ero sarcastico. Figlia: Io no.” (172).

Pensieri sull’amore: “Se qualcuno ti dice che ti ama, sei obbligato a dirglielo anche tu, no?” (47).

Ma soprattutto una micro-riflessione che illumina molto i personaggi pubblici ed i razzisti senza pensieri: “Se dici qualcosa di razzista senza riflettere evidentemente sei un razzista. Perché significa che per non dire cose razziste devi pensarci in continuazione.” (218)

Passando in Scozia, c’è un altro mio nume tutelare, Alexander McCall Smith ed il suo “Semiotica, pub e altri piaceri”.

Anche qui, alcune riflessioni sull’amicizia: “Il senso di libertà in un’amicizia spesso aggiunge una certa leggerezza a cose che altrimenti potrebbero pesare.” (41) e “Non è facile accettare la bassa stima che gli altri hanno di noi.” (158)

Qualcosa sull’amore: “Aveva dato per scontato che una persona di sessant’anni non si potesse innamorare: ridicolo … una vera e propria discriminazione contro gli anziani.” (103) [una frase da incorniciare] “Forse lui le piace davvero… Dieci anni non sono un divario eccessivo.” (243) [anche questa].

Finendo con una riflessione personale: “Nei libri non sempre ci sono le risposte, sai. A volte si limitano a porre le domande.” (117)

Per terminare con il “Ritratto di gruppo con assenza” di Luis Sepulveda, la cui lapidari frase mi è tornata in mente al funerale del mio amico Gianni Mattioli: “Cos’è successo nell’animo di quel pugno di persone che hanno dato tutto e quel tutto gli è sembrato ancora poco.” (56)

Allora come sono tornato, ed abbiamo ripreso a macinare. Macinare l’organizzazione campagnola, le ultime ma non meno faticose propaggini marine, le speranzose idee di ulteriori e prossimi riposi. Ma tutto ciò avrà il suo tempo ed il suo luogo. Quindi, per ora, ancora una volta vi abbraccio. 

domenica 17 maggio 2026

Ritorno al passato - 17 maggio 2026

Questa settimana, pur parlando di letteratura che guarda (che dovrebbe guardare) al futuro, non posso che pensare al mio giovanile passato, quando mi dedicai per alcuni anni solo e soltanto alla fantascienza. Or non è più quel tempo e quell’età, direbbe Carducci. Ma ogni tanto, grazie alla celebrazione Mondadori dell’anniversario della rivista Urania (più qualche altra cosa) si ritorna a guardare a quella messe di libri e a quelle grandi storie, che ogni tanto hanno prodotto cose interessanti.

Qui, abbiamo tre Urania, di poca o nulla rilevanza più un Michael Crichton la cui scrittura ha visto senza dubbio testi migliori.

Iain M. Banks “Pensa a Fleba” Mondadori Urania 17 euro 6,99

[A: 18/05/2022 – I: 16/08/2025 – T: 20/08/2025] - &  

[tit. or.: Considering Fleba; ling. or.: inglese; pagine: 583; anno 1987]

Iain M. Banks è stato un interessante scrittore scozzese, con all’attivo diverse tipologie di pubblicazioni, ma che viene ricordato per la costruzione di una vasta epopea galattica e fantascientifica, dedicata ad un mondo molto particolare, e che viene racchiusa nel titolo “Cronache della Cultura”, di cui questo è il primo episodio.

Banks in realtà scrive dieci episodi del ciclo, da questo del 1987, sino all’ultimo “”Sonata all’idrogeno”, del 2012 ma inedito in Italia, e uscito in patria l’anno prima della morte del quasi sessantenne scrittore a causa di un cancro alla cistifellea. La creazione del mondo della Cultura è complessa ed interessante, e ci torneremo, mentre diamo conto come il primo ed il settimo episodio prendano il nome dalla quarta sezione del grande e complesso poema di T.S. Eliot, “La terra desolata”, che appunto termina con “Tu che giri la ruota e volgi lo sguardo al vento, / Pensa a Fleba, che un tempo era bello e alto come te”.

Poiché siamo al primo episodio, ci concentriamo su Fleba, e forse sul significato del verso stesso, visto che Fleba, fenicio che trascorre la vita nel suo elemento, le acque, nelle acque muore, purificando la sua vita trascorsa secondo la logica del “guadagno e del profitto”. Poiché tutto il libro ruota intorno alla figura di tal Bora Horza Gobuchul, ci aspettiamo che prima o poi Horza, come per semplicità viene chiamato, in qualche modo muoia. E così sarà.

Questo per dire che, benché pieno di idee, di invenzioni, di proposizioni nuove, è un prodotto molto datato, ed anche di una profonda amarezza e mancanza di empatia. Ci sono tanti personaggi, anche se poi ci si può concentrare su alcuni limitati esemplari. Nessuna in fondo riesce a far breccia nelle nostre sensazioni, tanto da farci palpitare e lottare per lui. Con un finale, seppur scontato, che non dà spazio a prospettive future benevole.

Il teatro della space opera è vasto come e più di tutte le galassie conosciute e conoscibili, e si svolge nel bel mezzo di una guerra senza esclusione di colpi, conosciuta con il nome di “Guerra Idir-Cultura” (ma su queste culture e sul perché della guerra torneremo in seguito).

L’azione prende il via quando una sofisticata intelligenza artificiale (denominata “Mente”) facente parte del mondo della Cultura, fugge ad un agguato riuscendo a nascondersi sul mondo di Schar, un pianeta ormai deserto, una volta teatro di una guerra nucleare, e che una razza aliena e potente (che non incontreremo mai) i Dra’Azon mantiene come memento alla distruzione, lasciandoci al controllo un gruppo di umanoidi biomodificati, chiamati “Mutex” (“Changer” nell’originale). Sono persone semi biologiche che possono modificare il proprio aspetto impersonando qualsiasi altro essere.

Il nostro eroe, Horza, è un Mutex, una volta guardiano su Schar, poi reclutato dagli Idirani diventando un loro “James Bond”. Lo incontriamo mentre, catturato dal controspionaggio della Cultura, condotto da Perosteck Balveda, sta per essere ucciso, ma viene salvato da un’incursione idirana. Si salva, ma l’astronave viene a suo volta colpita, così che lui viene catapultato nello spazio, sperando che qualcuno lo vada a salvare.

Così è da parte di una nave di mercenari, “Fulmine a Ciel Sereno” (che molto più carinamente nell’originale si chiama Clear Air Turbulence con acronimo CAT, cioè gatto) guidata da un filibustiere di nome Kraiklyn, e con un composito equipaggio di cui notiamo soltanto la presenza di un esemplare femminile di nome Yalson.

Ci sono una serie di avventure al contorno, che tralasciamo, sino a che i mercenari sbarcano su Vavatch, un mondo orbitale abitato da miliardi di persone, che nel giro di dodici ore i guerrieri della Cultura faranno esplodere. Kraiklyn, che oltre ad essere mercenario, è anche ludopatico, si precipita perché, in vista del grande cataclisma, si gioca a carte in una specie di iperpocker mortale. Mortale perché, invece delle fiche, i giocatori hanno dei poveri derelitti che, nel caso il loro padrone perda la mano, vengono semplicemente uccisi. Non a caso il gioco si chiama “Distruzione” (“Damage” in originale). Kraiklyn perde, e mentre torna mesto, Horza lo uccide, ne prende le sembianze e torna su CAT, perché il suo compito (non l’avevo detto, ma poteva essere ovvio) è quello di recuperare la Mente su Schar, prima della Cultura.

Nella nave ora c’è anche un nuovo membro, che si rivela proprio Balveda, che Horza arresta ma non uccide. Horza ha anche una storia d’amore con Yalson, mettendola addirittura incinta (anche se non capiamo bene come succeda per nascite di esseri intra-razze, visto anche che Horza è umanoide, boh!).

Arrivati su Schar, trovano i Mutex di guardia morti, e due Idirani che stanno anche loro cercando la Mente. Nonostante Horza sia al soldo degli stessi esseri, questi due sono talmente spregevoli e ottusi, che scatenano una guerra globale, senza esclusione di colpi. La bravura di Horza farà in modo di ucciderli entrambi, anche se, nello scontro finale, muoiono sia lui che Yalson (così non ci faremo più domande sui bimbi-mix). Si salva solo, a stento, Balveda, che riesce a porre in salvo anche la Mente.

In un finale sunteggiato (visto che siamo già verso pagina seicento), vediamo, oltre ai morti già morti, che Balveda, disgustata da quanto ha vissuto, chiede di essere ibernata e svegliata quando tutto sarà andato nel suo verso giusto. Svegliata dopo 400 anni si accorge che nulla è cambiato, e sceglie l’eutanasia. L’altro essere rimasto in vita è la Mente, che subirà molte trasformazioni (d’altronde è un’intelligenza artificiale), e finirà nelle vesti di un’astronave, a cui, per reverenza darà il nome di Bora Horza Gobuchul.

Quindi, lascio ai volenterosi la facoltà di leggere il pesante libro, che ripeto, ho trovato lungo e scarsamente empatico; forse scritto in maniera decente da uno scrittore che di getto mi risulta simpatico, essendo del ’54 e scozzese, e di sicuro interessante per l’ideazione di una cosmogonia complessa. Ma che alla fine si rivela cupa e senza sbocchi.

Togliamo subito il campo degli Idir, bestioni alti tre metri con tre gambe e due braccia, popolo altamente religioso e guerriero, che intraprende la guerra per estendere la propria influenza religiosa e commerciale. Benché umanoide, Horza entra nelle forze di Idir, e quello che più è interessante, dal punto di vista della scrittura, è come il mondo della Cultura (la cui completa descrizione può avvenire solo dopo la lettura di diversi libri dell’autore), qui è in massima parte descritto dalle sue parole, cioè dalle parole di un “nemico”, solo a tratti mitigate dell’intervento di Balveda.  

Vediamo allora come la Cultura sia una civiltà in cui il progresso tecnologico ha di fatto eliminato qualunque vincolo materiale sulla produzione di beni. Risulta quindi una società altamente tecnologica, ma anche altamente anarchica. Non c’è denaro, non ci sono limiti, ognuno può fare quello che vuole, e se serve qualcosa, qualcuno (una macchina, un umanoide, un alieno) lo farà. Perché il mondo è pieno di esseri sensienti, di cyborg, di umanoidi con modifiche neurali. Sarebbe un mondo non-violento, tollerante e polimorfo. Ma quando li vediamo agire, ne capiamo la profonda “amoralità”. In un mondo privo di regole, se c’è bisogno di dare un segnale agli Idir, non si peritano di distruggere il mondo di Vavatch, con i suoi miliardi di abitanti.

Inoltre, e qui è Horza che viene in aiuto, proprio la preponderanza delle macchine, porta gli abitanti della Cultura ad affidarsi a loro, quasi che siano le macchine stesse gli esseri dominanti (con un rappresentante robot che è tutto un programma nella sua altezzosità). D’altra parte, e questo non si può che apprezzare, è un dibattito ora attualissimo e ne troviamo tracce in uno scritto di quaranta anni fa.

Insomma, un libro che si inserisce nel filone dei grandi costruttori di mondi, qui tra l’altro partendo da mondi alieni e non da un’evoluzione del mondo terrestre. Alla fine, però, l’unico elemento positivo è nell’epilogo, dove si ricostruisce il momento in cui, si raggiunge una specie di pace, dove, come al tempo dei romani, gli Idir non vengono sconfitti sul campo, ma le loro intelligenze entrano nelle sfere di influenza della Menti della Cultura.

Pensando sarebbe bello che anche i nostri attuali conflitti finiscano così. Per ora, è stato letto per onor di firma, ma poco di più.

Dan Simmons “Hyperion” Mondadori Urania 4 euro 6,99

[A: 23/02/2022 – I: 07/11/2025 – T: 10/11/2025] - &&

[tit. or.: Hyperion; ling. or.: inglese; pagine: 571; anno 1987]

Dan Simmons è un poliedrico scrittore, che ha spaziato in molti campi espressivi letterari, ma che ha trovato sempre un suo spazio ed un riconoscimento generale nell’ambito fantascientifico. Qui si è particolarmente votato a opere di grande respiro, con una breve serialità. Infatti ha redatto molti cicli, che tuttavia si esauriscono in tre massimo quattro romanzi. Quello che lo ha fatto conoscere al grande pubblico di lettori è il ciclo di Hyperion, di cui questo volume è il primo di una tetralogia.

È un tipico esempio della sua versatilità: una space opera che si legge quasi come fossero diversi e distinti libri, che l’autore concatena quasi ci trovassimo in una sorta di “Racconti di Canterbury” del futuro. Inoltre, come dice anche il titolo (su cui torneremo) è fortemente legato a John Keats ed alla sua poetica. E come per il poema di Keats, anche questo primo episodio (e comunque chiamare episodio un volume di quasi seicento pagine …) sembra quasi finire senza un vero motivo. È probabile, o io lo spero, che magari il secondo episodio porti a compimento quanto qui viene lasciato in sospeso.

Il tocco di Simmons nella scrittura è abbastanza riconoscibile: portarsi nel futuro, così da poter imbastire discorsi senza troppi vincoli e parlare della società e della vita coeva all’azione senza scendere troppo nei particolari. Altrimenti, si rischia, come nella fantascienza delle origini, di essere superati dagli eventi. Così, ad esempio, parla di passaggio di teletrasporto (che fa sempre bene per viaggiare nello spazio), ma dice anche che i portali devono essere posti nei luoghi di partenza (facile) e di arrivo (meno facile, allora viaggi in crio-sospensione e debiti di anni tra le persone, così che o si viaggia insieme o si finisce nel famoso, e che non ripeto, paradosso dei gemelli). E poi altre invenzioni minori che tralascio.

Il punto centrale cui tende la scrittura di Simmons è, in un certo senso, il rapporto con il divino. In un mondo periferico, e di difficile accesso (Hyperion, appunto) sembra esserci qualcosa di trascendente. Esseri immortali, sacrifici con crocefissioni ad alberi aculeati, un luogo (le Tombe del Tempo) definito “anti-entropico” dove il tempo sembra scorrere all’inverso, controllato da un essere crudele chiamato Shrike che trucida chi si avvicina alle tombe nonché una chiesa (cioè un luogo di preghiera), monoteista, datato prima della venuta di Cristo sulla Terra.

Piccolo inciso che fa dei collegamenti. Shrike è il nome inglese di un uccello, l’Averla, che è solito infilzare le prede su oggetti appuntiti (spine di cespugli, filo spinato) per poterle consumare in seguito (rileggete sopra per collegare).

Al contorno, visto che siamo settecento anni in avanti da ora, abbiamo, la vecchia Terra ormai scomparsa, il mondo cosiddetto civile egemonizzato da una interconnessione di Intelligenza Artificiale, il mondo esterno che, come fossero barbari, premono sul confine (mentre le IA sviluppano viaggi quantistici, gli esterni avanzano nell’ingegneria genetica, anche se qui questo tipo di scontro non sembra avvenire).

Il via alle operazioni viene dato da due avvenimenti: gli esterni premono sul confine, quasi a voler scatenare una guerra, e le Tombe pare siano arrivati ad un punto di convergenza tra presente e futuro, così che possano aprirsi e rivelare le segrete cose. Allora, il governo dell’Egemonia, spinto dall’IA, decide di inviare sette pellegrini (dato che come sappiamo, sette è un numero di importanza nella spiritualità mondiale) su Hyperion. Noi sappiamo solo che un pellegrino soltanto si salverà ed avrà esauditi i suoi desideri, mentre gli altri periranno. Così, per farceli conoscere, Simmons imbastisce i racconti dei pellegrini con testi belli lunghetti (non meno di settanta pagine ad ognuno), per farci entrare in loro sintonia, capirne le motivazioni ed anche, se possibile, i perché dell’esistenza di Hyperion.

Per la missione vengono allora selezionati: un diplomatico dell'Egemonia chiamato il Console, il sacerdote cattolico Lenar Hoyt, il colonnello dell'esercito dell'Egemonia) Fedmahn Kassad, il poeta Martin Sileno, lo studioso e filosofo Sol Weintraub, l'investigatrice privata Brawne Lamia e il templare Het Masteen. Così, durante il viaggio verso Hyperion e quello dalla capitale del pianeta (che guarda caso si chiama Keats) e le Tombe, abbiamo modo di sentire i sei racconti.

Il racconto del prete, padre Lenar Hoyt al suo terzo viaggio verso Hyperion. Nel primo accompagna padre Durè che va lì in esilio, e dove questi incontra i Bikura, una civiltà che sembra immortale. La seconda volta per ritrovare lo scomparso Durè, e capire che i Bikura sono assoggettati ad un parassita, detto il crucimorfo, che fa risuscitare chi lo porta, togliendogli ogni volta un po’ dell’intelligenza. Ora, come pellegrino, portando anche lui un crucimorfo.

Il racconto del soldato, il colonnello palestinese Fedmahn Kassad che durante una esercitazione in realtà virtuale, incontra una donna. Incontri che si ripeteranno in altri momenti, sempre però in realtà virtuale, ma che, scoperta dopo scoperta, ci consentono di conoscere gli esterni e di capire che la donna ha un qualche legame con lo Shrike.

Il racconto del poeta, Martin Sileno che addirittura proviene dalla vecchia Terra, ci racconta del suo successo iniziale (con una raccolta di poesie cross-riferite intitolate “Canti di Hyperion), delle successive fatiche e tribolazioni per proseguire la sua opera (anche qui in meta-riferimento che sembrano gli stessi ostacoli che dovette affrontare Simmons per i suoi scritti). Poi, da un lato trova un nuovo filone di scrittura (con un omaggio ad un altro padre della Space Opera di fantascienza, Jack Vance), dall’altro sembrando avere una connessione ispiratrice con lo Shrike e le Tombe.

Il racconto dello studioso, Sol Weintraub, filosofo ebreo di un mondo periferico, la cui figlia Rachel, archeologa, in missione su Hyperion, contra il “Morbo di Merlino” che la sta facendo regredire fino ad essere, ora, una neonata di pochi giorni. Sol aveva chiesto aiuto anche alla Chiesa della Sofferenza (che sembra essere in contatto con lo Shrike), in mancanza del quale ora ha intrapreso il pellegrinaggio.

Il racconto dell’investigatrice, Brawne Lamia che indaga per conto di un essere identificato come “cibrido”, cioè Cyborg Ibrido, un entità IA che usa un corpo umanoide. Il corpo, ovvio, è quello del poeta John Keats. Avvengono diverse strane attività, ma alla fine, John muore ma prima trasferisce una serie di conoscenze, di cui non veniamo informati, a Brawne, tra le altre informazioni sensibili proprio sulla Chiesa Shrike. Inciso: il “vero” John Keats fu “molto intimo” di una donna, Fanny Brawne, e scrisse un poema intitolato “Lamia” sul conflitto tra ragione e sentimento.

Il racconto del Console, di cui non sappiamo il nome, parte dalla nonna, dalle sue lotte in un pianeta “hawaiiano” (Patto-Maui) insieme al nonno, alla sua ascesa in diplomazia, fino ad essere scelto come intermediario verso gli Esterni, che impara a conoscere ed a rispettare, tanto che comincia a fare doppio e poi anche triplo gioco.

L’unico di cui non sappiamo il racconto è il templare (una setta votata alla custodia ed al rispetto della natura), perché scompare, o forse muore, prima che i pellegrini giungano a destinazione.

Partendo da poche nozioni, ad ogni racconto aumentano le informazioni su Hyperion e sulle varie anomalie presenti (il pianeta, i crucimorfi, lo Shrike, gli Esterni, l’Egemonia, le Tombe del Tempo, la Chiesa Shrike, e via discorrendo. Poi, al mattino delle ultime pagine, i pellegrini percorrono a piedi l'ultimo tratto verso le Tombe del Tempo vedendo in lontananza la forma minacciosa dello Shrike che li attende. E qui il libro finisce, senza una vera conclusione.

L’ambizioso progetto di Simmons tocca, in vario modo, alcuni nodi dell’evoluzione tecnologica: gli effetti della relatività sui rapporti umani (non è un problema attuale, ma ci sarà), l’utilizzo di una rete globale (mega-internet) gestita dall’Intelligenza Artificiale (e ci stiamo arrivando), l’uso della realtà virtuale per l’addestramento militare (vedi guerra russo-ucraina). Il tutto, nelle sue intenzioni, per costruire una sorta di ponte tra l’uomo ed il divino.

Per questo è intenso l’utilizzo di Keats e del suo poema incompiuto. Laddove si parla, appunto, del dramma umano degli dèi che perdono il loro potere sugli uomini, e della presenza dell’unico che questa potenza mantiene intatta, cioè Hyperion. Non v’è chi non veda le abbastanza palesi analogie. Tuttavia, il risultato finale è un po’ pesante, e la mancanza di conclusioni lascia il lettore abbastanza pensieroso. Per non dire altro.

“Non avendo un eroe ci adattammo al ruolo di vittime.” (216) [Ci sedemmo dalla parte del torto perché gli altri posti erano occupati – B. Brecht]

“Russell: Il linguaggio serve non solo a esprimere il pensiero, ma a rendere possibili pensieri che non esisterebbero senza di esso.” (231)

Lois McMaster Bujold “Il segno dell’alleanza” Mondadori Urania 8 euro 6,99

[A: 14/03/2022 – I: 11/12/2025 – T: 13/12/2025] - & e ½  

[tit. or.: Captain Vorpatril’s Alliance; ling. or.: inglese; pagine: 548; anno 2012]

Continuiamo, in maniera randomica, la lettura dei libri che secondo Mondadori intendono celebrare il settantesimo anniversario delle pubblicazioni “Urania”. Con questo volume, probabilmente, l’editore voleva celebrare una delle più lunghe e celebrate saghe della fantascienza: la serie denominata “Ciclo dei Vor” e scritta dall’americana Lois McMaster Bujold.

Peccato, però, che la scelta risulti poco consona ad un omaggio alla scrittrice ed altrettanto poco attenta alla saga nel suo complesso. Il ciclo dei Vor, infatti, inizia nel lontano 1986 con il libro “L’onore dei Vor”, che tuttavia cronologicamente è il secondo libro della saga. Questo che stiamo tramando, in realtà, è stato pubblicato come ventesimo libro, pur essendo, nella cronologia, il diciassettesimo. Ha un solo pregio, rispetto, alla saga, che in effetti è un libro che viene contrassegnato come “midquel”, cioè un'opera collocata temporalmente tra episodi della serie originale, già pubblicati, raccontando eventi che sono avvenuti nel mezzo della storia originale. Quindi con una collocazione ben diversa sia dai “prequel” che dai “sequel” (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi gigante su tutte le derivazioni -quel).

Tanto per collocarlo nell’universo della scrittrice, il ciclo dei Vor segue le vicende del gruppo di comando del pianeta Barrayar, che hanno il nome iniziante in Vor (un po’ come il Van tedesco). Nella notte dei tempi l’Universo viene colonizzato utilizzando un mezzo di trasporto chiamato “tunnel” che permette di passare da un punto all’altro dello spazio annullando l’andamento temporale. Barrayar ha un solo tunnel di contatto, che un bel giorno collassa isolando il pianeta, che sviluppa un sistema di vita feudale ed autoctono. Quando viene trovato un nuovo tunnel, per sopravvivere i barrayariani si trovano obbligati a colonizzare altri pianeti, entrando spesso in conflitto con altre civiltà.

Gli scritti del ciclo seguono uno dei capostipiti dell’apertura, il colonnello Aral Vorkosigan, figlio del fondatore della dinastia Piotr, e della sua futura sposa Cordelia Naismith. Dopo i primi libri, però l’attenzione di sposta sul figlio della coppia Miles. Questo romanzo, tuttavia, segue, in maniera autoconclusiva, le vicende di un cugino di Miles, Ivan Kav Vorpatril (nominato di passaggio in un precedente libro, e poi obliato).

Ivan è un capitano dell’esercito, attendente di un ammiraglio e di stanza sul pianeta Komarr, pianeta vitale per Barrayar perché possiede l’unico tunnel attraverso cui accedere al pianeta madre. Ivan viene coinvolto dal suo amico Byerly Vorrutyer, detto By, per scoprire cosa si cela dietro la misteriosa presenza di una donna Nanja Brindis. Sembra un compito banale, se non che da lì si diparte una trama assai complessa.

By non è uno sfaccendato, come crede Ivan, ma un agente sotto copertura della sicurezza Imperiale (ImpSec). Il suo tentativo è quello di stroncare un traffico illegale della famiglia aristocratica, ora in disgrazia, dei Vormercier. Mentre lavora con il capostipite, Theo, scopre che questo si sta orientando verso il rapimento e conseguente richiesta di riscatto di tutti i membri della Casa Cordonah, un tempo reggente il mondo commerciali di Jackson’s Whole ma da lì cacciata dalla Casa Prestene. Casa che pare abbia sterminato i Cordonah, ma non tutti.

Ivan, con la sua aria distratta, si lascia coinvolgere, scopre che Nanja di cui sopra è in realtà Akuti Tejaswini Jyoti ghem Estif Arqua (detta Tej), è la figlia minore di Shiv Arqua e Udine ghem Estif, i leader di Casa Cordonah. Ed è riuscita a fuggire insieme ad una sua sorellastra geneticamente modificata di nome Rish.

Cercando di saltare passaggi inutili, per salvare Tej, Ivan si inventa, con successo, un matrimonio barrayariano, dopo il quale lui, Tej, By e Rish riescono a tornare salvi a Barrayar. Mentre Ivan e Tej cercano, senza successo, di convincere le autorità religiose locali a concedere loro il divorzio (qui si entra nell’unica parentesi “civile” del testo, con un lungo discorso sulle azioni dei giovani che devono assumersi le proprie responsabilità quando fanno decisioni che possono risultare importanti, per sé e per gli altri) arrivano sul pianeta tutti i membri della Casa Cordonah, tutti scappati alla morte ed in cerca di riscatto.

Qui altre peripezie, che la nonna di Casa Cordonah conosce un luogo segreto con dei tesori per riportare in auge la casata. Tesori presenti in un bunker davanti la sede dell’ImpSec. Cordonah che convincono Ivan e Tej a partecipare alla ricerca. Bunker dove scoppia una bomba che allaga tutto, e saranno le truppe guidate da By ed aiutate da Rish (che intanto fanno coppia) a salvare tutti. Certo, la fine sarà diversificata per i vari componenti della saga, ma dove unica cosa che realmente sappiamo è che Ivan e Tej, dopo tante tribolazioni, si scoprono finalmente innamorati. Anche se poi non saranno presenti in nessuno dei libri successivi.

Prima di concludere, e tornare alla scrittrice, vorrei al solito capire perché se chi scrive decide di intitolare il suo libro “L’alleanza del Capitano Vorpatril”, chi traduce e chi gestisce l’edizione decide di trasformarlo ne “Il segno dell’alleanza”. Dove, appunto, scompare Vorpatril (e ci può stare, che si poteva titolare “L’alleanza del Capitano”), ma in particolare compare un “segno” di cui non capisco la provenienza.

Per la scrittura, non posso che confermare la buona capacità di Lois di presentarci il suo universo. Tuttavia, una forte incidenza di nomi di personaggi nella seconda parte appesantisce la lettura, trasformando un agile romanzo in una pesante saga. Ed anche la trama stessa di questo episodio isolato, alla fine, se appunto scorporato dall’insieme del ciclo, risulta deboluccia e molto poco imbevuta in canoni classici (o moderni) di fantascienza.

Michael Crichton “Preda” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 09/05/2026 – T: 11/05/2026] - & e ½  

[tit. or.: Prey; ling. or.: inglese; pagine: 389; anno 2002]

Non posso certo negare di essere stato, in gioventù, un fan di Crichton, per tutti i suoi lavori che, sconfinando a volte nella fantascienza, comunque presentavano situazioni plausibili e, con il senno di poi, anche verificatesi. Mi riferisco essenzialmente ai suoi due best-seller del genere, “Andromeda” e “Jurassic Park”. Ma il mio gradimento era anche rivolto alle sue drammatizzazioni del reale, sia con la ricostruzione di una rapina a Londra nel 1855 (“La grande rapina al treno”) sia con la sceneggiatura di una delle serie televisive da me più amate (“E.R. - Medici in prima linea”).

È stato quindi con molta attenzione e partecipazione che ho iniziato a leggere questo romanzo, che inizialmente pensavo si collocasse nell’ambito giallo-thriller (un po’ fuorviato dal titolo). Alla fine, invece, è un puro prodotto del filone fantascientifico, quello amato da Crichton che si discosta poco dal reale, anche se poi parte per strade tutte sue.

Ma non è tanto la parte inventiva che mi ha deluso, quanto la mancanza di una vera tensione narrativa. Si, ci sono anche colpi di scena, ma ci si aspetta che finisca come deve finire. Magari impegnandosi mentalmente a capire quale potrebbe essere la mossa vincente che porterà il nostro eroe si spera alla vittoria (anche se in un ambiguo finale, si potrebbe leggere uno spiraglio per una continuazione che tuttavia non c’è stata; forse per cambi di idee, forse, purtroppo, perché cominciava un lungo calvario che sei anni dopo lo porta via).

L’idea di base, prima che comincino i fuochi d’artificio fantascientifici, è assai intrigante, soprattutto in un’America di venti anni fa. Un programmatore assai dotato, Jack, avendo svelato uno scandalo nella sua società, viene licenziato e gli viene fatta terra bruciata. Si trova quindi a gestire la famiglia (con tre figli), dato invece che la moglie, Julia, fa una bruciante carriera in una società che, comperando il software sviluppato da Jack ed integrandolo con altre invenzioni, sta creando degli oggetti interessanti (che forse anni dopo ed in diversa scala verranno forse realizzati).

Tutta la prima parte gioca su due binari: il crescente dissidio tra Julia, carrierista, e Jack, mammo. E il disvelarsi, pian pianino, delle tecnologia cui Julia lavora. Prima si parla di microtelecamere da inserire nel corpo umano per trovare focolai di malattie ed ipotizzare modi di guarigione. Poi gli oggetti diventano nanorobot, dove una tecnologia d’avanguardia, ne riduce le dimensioni e ne aumenta le capacità computazionali.

Trovandosi però ad affrontare momenti di malattie imprevisti in casa, soprattutto quando Julia torna dalla fabbrica nel deserto del Nevada, Jack accetta di buon grado di tornare ad occuparsi del software da lui sviluppato, un programma chiamato Predprey (Predatore-preda), che è stato inserito nei circuiti dei robot e che, ovviamente, ha trovato modo di auto svilupparsi e rendersi pericoloso per gli altre.

Anche perché Jack scopre che uno degli sponsor del progetto è il Dipartimento della Difesa che vorrebbe utilizzare i nanorobot come arma offensiva. Infatti, gli oggetti, che isolatamente sono solo telecamere, nel momento in cui si uniscono in sciame, producono un elemento geneticamente altro, capace di diventare appunto un predatore.

Ovvio che nel Nevada solo una persona aiuterà Jack, e non sarà Julia, ma Mae, la capo biologa. Ovvio che lo sciame predatore si ribellerà al creatore (tipo novello Frankenstein), uccidendo molte persone sul suo cammino, oppure entrando in simbiosi con altre persone che sembrano accettare la “convivenza”.

Jack e Mae troveranno il filo rosso distruttore, in due momenti forse tra i più interessanti. Il primo quando il gruppo umano è assalito dallo sciame e Jack li convince a disporsi in una formazione simile a quella degli stormi degli uccelli così da confondere i predatori. Il secondo quando Mae trova l’agente del possibile e riuscito contrattacco.

I punti a favore di Crichton sono le idee, anche se un po’ azzardate, della tecnologia dell’intelligenza cooperativa, che prelude a tecnologie poi sviluppatesi, anche se non proprio nella stessa direzione. Meno bene, come detto, la tensione narrativa, praticamente inesistente.

Una cosa che mi ha colpito molto è che lo sciame viene prodotto con colture cellulari di Escherichia coli. Tutti sanno, i medici in primis, che è un batterio che ben sopravvive nel corpo umano, anche se il suo luogo d’elezione è l’intestino. Pochi sanno, che uno di questi batteri, forando l’intestino, andò a collocarsi in una vertebra di mio padre, cominciando ad eroderne la struttura ossea. Un’odissea che durò sei mesi, con mio padre costretto a letto, e curato solo quando un geniale medico del Gemelli trovò, attraverso tomografie e prelievi in loco, l’agente patogeno, ed il modo di distruggerlo. Un po’ come Mae nel libro.

“Le cose non vanno mai come ci si aspetta.” (13)

Da mondi lontani, ad alcuni sguardi vicini. Cominciando con un misto, una citazione di Tolstoj messa da Roberto Saviano nel suo “Vieni via con me”:

“Tolstoj: Non si può asciugare l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco; quindi, non si può combattere il male con il male.” (77) [piccolo messaggio ai Trump e ai Putin de noantri]

Continuando sulla falsariga dei bellimbusti dalla faccia d’angelo, ci aiuta Diego De Silva che in “Voglio guardare” ci ammonisce:

“La realtà … trova sempre il modo di umiliare le sue convinzioni più sincere, come quella per cui la gentilezza di un viso non può nascondere un’intenzione maligna.” (58)

Mi ritrovo poi nella definizione di Pino Cacucci in “Outland Rock” dedicata ai tuttologi del braccio e della mente:

“Quelli che sanno fare un po’ di tutto significa che non sanno fare niente di preciso.” (9)

E come non finire con un ricordo di Rosella Postorino scolpito nella mia mente e nel suo libro “Il mare in salita”

“Mia madre … recita a menadito le poesie che ha imparato alle elementari.” (27) [e anch’io…]

Altra settimana interlocutoria per gestione di spazi e luoghi, ma che preludo ad un lungo arrivederci. Sarò assente per due o tre domeniche (almeno) visto che si torna ancora una volta a calcare le scene peruviane. Vi farò sapere al ritorno se ne vale ancora la pena (visto che abbiamo avuto difficoltà enormi per gestire le bellezze locali). Ma noi siamo positivi, per i viaggi, per la benzina, e soprattutto per i virus, dato che ancora e sempre vi abbraccio.