domenica 25 ottobre 2026

Scandinavia vs. Giappone - 25 ottobre 2026

Un confronto tra due modi di scrivere e di affrontare ogni tipo di letteratura, anche quella poliziesca. Con due interessanti scrittrici scandinave: la danese Katrine Engberg con la sua serie sul commissario Jeppe Kørner  e la sua squadra e la svedese Viveca Sten e la sua serie “I delitti di Sandhamn” (che riporto con il titolo degli episodi comparsi in tv). Due oneste letture, ben lontane tuttavia dalla maestria di due romanzi di Keigo Higashino, grande giallista giapponese molto legato al giallo tradizionale, ma che, purtroppo, ci ha lasciato pochi mesi fa.

Katrine Engberg “Ali di vetro” Feltrinelli euro 12

[A: 15/05/2024 – I: 15/05/2026 – T: 16/05/2026] - &&&--

[tit. or.: Glasvinge; ling. or.: danese; pagine: 366; anno 2018]

JK3

Devo senz’altro confessare che non sono molti gli scrittori in lingua danese presenti tra i miei volumi (anche se Tove Ditlevsen è uno delle mie massime votazioni e gradimenti). E per il resto, la maggior parte delle presenze è segnata dal bollino del romanzo poliziesco (giallo, noir, thriller e simili). Come appunto Katrine, con un passato di ballerina e coreografa, convertitasi ad un certo punto alla scrittura, ed in particolare al filone investigativo.

Come ho scritto nella trama del suo primo libro (“Il guardiano dei coccodrilli”), è una serie incentrata su di una (abbastanza) affiatata squadra di detective. Tanto che solo in Italia è stata etichettata come “La serie di Copenaghen”, laddove in patria prende il nome del protagonista Jeppe Kørner. Primo elemento disturbante. Secondo elemento è il fatto che questo è il terzo episodio della serie, dato che il secondo non è ancora stato tradotto (e ci torneremo). Terzo punto interlocutorio è un piccolo mistero del titolo, che andiamo ad esaminare.

Ora, il titolo originale è “Glasvinge” che tutti i traduttori online mi traducono come “Ala di vetro”. Laddove il plurale messo in italiano andrebbe tradotto come “Glasvinger”. La difficoltà mia è stata poi di comprendere il senso del titolo, visto che non si fa nessun accenno nelle quasi quattrocento pagine a cose o esseri che potrebbero aver attinenza al titolo.

Unica possibilità, un accenno alle teorie ambientali di Edwrd Lorenz espresse negli anni ’60 con la metafora dell’effetto farfalla (“Se una farfalla sbatte le ali a Pechino può causare una tempesta a New York”). Ed in effetti Glasvinge è il nome di una farfalla (nome scientifico “Greta Oro” o farfalla di vetro), in copertina c’è il disegno di una farfalla che assomiglia alla “Greta Oro”, e, se seguiamo la concatenazione delle azioni, ci può stare l’accenno alla teoria del caos.

Intanto, essendo questo il terzo episodio, sulla parte delle vicende personali, al solito, ci siamo persi qualcosa. Nel primo episodio, avevamo Jeppe con dei problemi di alcolismo, forse anche dovuti alla separazione della moglie, avevamo Annette il suo secondo e battitore libero, capace di forti intuizioni, anche perché senza grosse ansie familiari (sposata da tanto, amata da Svend e senza figli). Poi c’era la loro squadra, in particolare la danese di seconda generazione Sara, bella, con due figlie, e sola, oltre che brava.

Ora, all’inizio del terzo episodio le cose si sono ingarbugliate. Annette e Svend hanno avuto una bimba (ancora non se ne sa il nome), con lei che è andata in congedo maternità, ma che non si adatta né al ruolo di madre né a quello di panchinara della squadra. Jeppe e Sara invece stanno iniziando una loro storia, complicata dal fatto che lavorano insieme, e dalla necessità di gestire due ragazzine che ancora non sanno. Su questi ultimi due, qualcosa si saprà forse meglio nelle tappe successive. Annette, che non si fermerà e darà un contributo all’indagine, dovrà invece, prima della fine, fare i conti con Svend su come gestire casa e lavoro.

La storia prevede la scoperta di una serie di cadaveri (almeno tre nei primi tre giorni), tutti rinvenuti nudi ed immersi in acqua, vuoi di fontane vuoi di mare. E tutti uccisi per dissanguamento, usando uno strumento di medicina dei tempi passati: uno scarificatore. Oggetto a lame multiple, usato per praticare salassi. Ovvio che se le ferite non si chiudono e vengono interessate vene dal flusso copioso, la morte è questione, dolorosa, di ore.

La nostra coreografa inscena un bel balletto di circostanze per farci arrivare ad un punto fondante: i tre morti erano tutti coinvolti nella gestione di un centro di riabilitazione per pazienti problematici, chiamato “La farfalla”. Centro chiuso da due anni inseguito al suicidio di una delle pazienti ricoverate. Così, ben presto, danzando da sospetto a sospetto, vediamo balzarci, come possibili indiziati, Isak e Marie, due dei pazienti lì rinchiusi. Isak, minorenne e violento, è ancora in strutture assistite. Marie, maggiorenne, è diventata “homeless”. Poi c’è Peter, lo psicologo che sicuramente ha qualcosa da nascondere nel suo comportamento. Così come si comportano in modo strano Simon, l’infermiere che ha in controllo Isak, e Trine, infermiera anch’essa proveniente da “La farfalla”, e con comportamenti molto rischiosi verso i pazienti.

Mettendo a rischio la sua incolumità, Annette si introduce nelle movenze del crimine, riuscendo a smuovere le acque ed a portare Jeppe ed i suoi verso la soluzione del rebus.

Come ben si evince dall’andamento del testo, molta attenzione viene posta dalla scrittrice alla condizione dei pazienti problematici. Fino a dove sono realmente un problema, e fino a dove lo sono per noi che non sappiamo gestirli. Come sottoprodotto, poi, c’è il problema della maternità in età attempata, da non sottovalutare. Nonché il rapporto uomo capo – donna seconda nell’ambiente di lavoro. La scrittura è sicuramente migliorata, rispetto alla prima uscita, rendendosi più fluida, anche se il finale lascia dei punti in sospeso che una mano più esperta avrebbe alla fine affrontato.

Un esempio per tutti. Il marito della persona che gestiva “La farfalla” viene spesso chiamato in causa, verbalmente, dai poliziotti quando scoprono la gestione allegra della struttura. Ma non viene mai preso in considerazione come obiettivo (anche se era uno dei cardini della struttura) né viene mai di persona nelle pagine del romanzo. Un peccato veniale, ma portatore dei “meno” di gradimento.

“Con l’amore è come con il pesce. Ti toccano pure le spine.” (347)

Viveca Sten “L’estate senza ritorno” Feltrinelli euro 12 (in realtà scontato a 10,20 euro)

[A: 08/01/2023 – I: 26/06/2026 – T: 27/06/2026] - && e ½   

[tit. or.: I Stundens Hetta; ling. or.: svedese; pagine: 447; anno 2012]

SANDHAMN03

Facendo un piccolo riassunto preliminare, l’ex-avvocato Viveca Sten ha scritto (ad ora, per quanto mi risulta) undici romanzi ambientati a Sandhamn, una delle tante isolette che si spargono nel Golfo di Botnia davanti a Stoccolma. Nell’ordine di uscita e di svolgimento questo è il quinto romanzo, anche se in Italia viene etichettato come “terzo”, che i primi due sono stati tradotti quindici anni fa ma non riprodotti nell’edizione economica. Misteri editoriali.

Come misteriose sono le vie dei titoli italiani. Qualcuno ha sostenuto, in recensioni in rete, che il titolo italiano sia più aderente al testo. Siamo in estate, c’è chi muore e quindi, di conseguenza, non tornerà a casa. Ma il titolo originale che collega il caldo al momento che si sta passando (tutto si svolge intorno alla tradizionale festa nordica di mezza estate) ha un suo senso, soprattutto, come ho indicato altrove, nella costante della serie che titola sempre iniziando con “I”, un particella che introduce un movimento verso qualcosa.

Per quanto riguarda il testo ed i suoi contenuti, la serie è di sicuro nel lato del “giallo poco impegnativo” (qualcuno direbbe “giallo da ombrellone”). Che il giallo c’è, ma non cruento, e non particolarmente al centro di tutte le vicende. È un catalizzatore di avvenimenti, ma ci sono le persone che agiscono durante il periodo, e Viveca è più interessata a svilupparne la psicologia.

Intanto ci sono i due personaggi centrali, ex-compagni di liceo che, per alterne vicende, si ritrovano sempre al centro dell’azione. Lui, Thomas Andreasson, in modo ovvio, essendo un poliziotto, e quindi titolare delle indagini. Anche se ha una sua storia, nota solo in parte, che forse era meglio spiegata nei libri non riediti. Sposato con Priscilla, hanno una figlia che muore di “morte bianca” a tre mesi. Grande crisi, che si ricompone nel tempo. Ora i due sono di nuovo insieme, con una nuova figlia (ed è ovvia l’ansia che li attanaglia ore che Eilin ha tre mesi).

Lei, Nora Linde, avvocato con due figli maschi ed un divorzio per tradimento nei primi volumi, sta ricostruendo una storia con Jonas, lui con una figlia di 14 anni. Un rapporto in fieri che ancora non si consolida, e che forse, alla fine, potrà dissolversi nel vento. Nora in genere entra nelle storie perché qualcuno a lei vicino (o lei stessa) si trova coinvolto nella trama.

Anche la scrittura cerca di essere accattivante, sia nella facilità con cui descrive paesaggi estivi insospettati per noi del sud, sia per l’uso diversificato dell’espressione. Un po’ cronaca, qualche elemento in soggettiva, ma soprattutto la prima persona usata dai ragazzi quando, durante gli interrogatori, vanno spiegando cosa hanno fatto e cosa hanno visto.

L’azione si svolge a fine giugno del 2008, dove vediamo un gruppo di ragazzi partire per Sandhamn, anche senza avvertire i genitori. C’è Victor con la sua fidanzata Felicia, c’è Tobbe con la sua ragazza Ebba, c’è Christopher, il fratello maggiore di Tobbe. Nell’altra comitiva che si aggira per l’isola c’è Wilma, la quattordicenne figlia di Jonas e Mattias, il ragazzo un po’ più grande di cui lei si crede innamorata. Come ci si aspetta, conoscendo gli scandinavi, c’è una prolusione di alcool che stordisce più o meno tutti. E come ci si immagina, c’è anche la presenza di droghe e affini. Nonché, trasversalmente, altre ragazze ed altri ragazzi, più o meno sedicenni, che vagano tra i diversi gruppi. Il tutto coronato da poliziotti appena entrati nei ranghi, con poca esperienza, e forse qualche altro problema.

Alla fine, Victor muore dopo aver prima litigato con Felicia, poi fatto la pace, poi andato fuori di testa perché in crisi di astinenza, quindi coinvolto in una rissa con un poliziotto e poi definitivamente out in una seconda rissa (con lo stesso poliziotto? Con altri? Vedete voi). C’è Tobbe che litiga con Ebba, con cui non fa pace, si aggira per l’isola, di sicuro scazza con Victor, e poi entra in una specie di coma etilico dove non ricorda nulla. C’è Wilma che dovrebbe tornare a mezzanotte, ma che sparisce, cercando di sedurre Mattias, ma quando dalle parole si passa ai fatti, lei, giustamente, si spaventa e scappa. Lui, molto su giri, testosteronicamente ed alcoolicamente, si aggira sempre nei luoghi della tragedia.

Ci sono altri rivoli intorno agli adolescenti, di cui capiamo la solitudine, ed ai loro genitori, di cui capiamo l’inettitudine a gestire le famiglie, ed i rapporti vari. Una volta risolto il caso, si rimane con l’immagine rovesciata di tutto il castello precedente. Avevamo visto e seguito per quattrocento pagine un mondo che sembrava idilliaco, nella forma e nella sostanza. Poi Viveca ce lo sgretola, mattoncino dopo mattoncino, arrivando a mostrarcene il lato oscuro e negativo.

Molto si sa anche noi dei mondi nordici, avendone frequentati, e ci aspettiamo questi momenti cupi. Viveca ne tratteggia bene. Anche se, come giudizio complessivo, la debole parte “gialla” non fa certo sollevare la confezione molto oltre una giusta sufficienza. Ma niente di più.

Keigo Higashino “Il sospettato X” Corriere Giappone 11 euro 8,90

[A: 02/01/2023 – I: 22/08/2026 – T: 24/08/2026] - &&&&      

[tit. or.: 容疑者Xの献身, Yōgisha X no Kenshin; ling. or.: giapponese; pagine: 309; anno 2005]

Come scrissi nella recensione dell’altro suo libro che ho letto, indico l’autore con il nome Keigo, che non riesco ancor a decifrare la complessa onomastica giapponese. Purtroppo, leggo questo notevole libro ad un mese dalla morte, a soli 68 anni, dell’autore. Notizia che mi ha colpito profondamente, che, per la scrittura, è senz’altro una perdita notevole.

Le costruzioni di Keigo sono dei thriller atipici, dove la morte non è l’elemento centrale del testo. Serve, ma servono anche tante altre piccole pietruzze per costruire la casa complessiva del libro. Ci viene così, di certo, restituita l’immagine del Giappone (e questa volta contemporaneo alla scrittura) e di tante piccole usanze locali che noi, nel tempo abbiamo imparato ad apprezzare.

Come apprezzo la casualità della lettura. Il primo libro che ho letto di Keigo si svolge tra Tokyo e Osaka, letto poco prima della mia partenza per un tour giapponese proprio nelle due città. Questo, invece, si svolge solo a Tokyo, anche qui alla vigilia di una mia partenza per un tour tutto incentrato nella capitale.

Venendo al testo, abbiamo due punti da evidenziare. Innanzi tutto, incrociando informazioni, scopro con disappunto che il testo è stato tradotto dalla versione inglese, non un punto a favore dell’editoria italiana. Secondo, ancora più stranamente, sia in originale che nella versione inglese il titolo, tradotto, sarebbe “La devozione del sospettato X”. Togliere la prima parte del titolo risulta in una totale mancanza di focalizzazione rispetto allo svolgimento del testo.

Venendo all’autore ed al testo, Keigo ha scritto negli ultimi venti anni sei romanzi che vengono etichettati come “La serie del detective Galileo” (di cui questo è il primo). Non perché ci si riferisca al sommo italiano, quanto al fatto che l’investigazione coinvolge in maniera non marginale, un laureato in fisica nell’Università di Teito, Manabu Yukawa, di grandi capacità ragionative ed amico di Shunpei Kusanagi, laureato nella stessa Università, ma in sociologia, e nella fattispecie, sergente nella Divisione Investigativa della Polizia di Tokyo.

Come quasi sempre nelle opere di Keigo, non si va alla ricerca di un assassino misterioso, ma alla scoperta di meccanismi che nascono e si incrociano intorno ad un evento criminoso. Così anche qui, sappiamo fin da subito chi è il morto e chi lo ha ucciso. Quello che Keigo ci porta a seguire per le sue trecento pagine è il tentativo di nascondere l’omicidio e depistare la polizia, da un lato, ed invece di arrivare ad una verità, seppur non alla giustizia, dall’altra.

I personaggi centrali della vicenda sono Yasuko Hanaoka e Tetsuya Ishigami. Lei era una hostess di un club di Asakusa, da cui si era allontanata per sfuggire alle molestie del suo secondo marito, andando a fare la cameriera in un “bento bar”. Lui era un brillante studente di matematica, che per una serie di congiunture, non riesce a sfondare nel mondo scientifico, riducendosi a fare l’insegnante in un liceo, ed è anche il vicino di casa di Yasuko, di cui, anche qui per eventi congiunturali, si innamora.

Quando l’ex-marito di Yasoko riesce a trovarla in casa ed a farle subire violenze, non solo psicologiche, lei e la figlia lo uccidono. Ishigami, dall’appartamento accanto, sente tutto e si offre di inventare una trama che porti alla difficoltà di incriminare Yasuko come colpevole dell’assassinio. Inciso: ora, è chiaro che la morte avviene a seguito di continue molestie e di sicuro, credo, nella legislazione giapponese ci siano spazi per affrontare il problema con pene ridotte. Keigo salta a piè pari questa possibilità per concentrarsi sulla costruzione degli alibi di Ishigami e sui tentativi della Polizia di smontarli.

La polizia, così, si trova di fronte al seguente quadro: un morto, in riva al fiume Edogawa, con la faccia sfigurata, i polpastrelli abrasi, nudo con i vestiti parzialmente bruciati in un vicino cestino, con accanto una biciletta, rubata, piena di impronte digitale del marito di Yasuko.

Non ci viene mai detto, se non nell’ultima pagina, quando è avvenuto il delitto. Fatto sta che il morto viene trovato l’11 marzo di mattina, con la morte risalente alla sera prima. Ovvio che Yasuko sia la principale sospettata, ma il 10 era andata prima al cinema e poi ad un karaoke. Situazioni, entrambe, in cui si ha una ragionevole ma non completa certezza che dica la verità.

Kusanagi non riesce a smontare neanche un mattoncino di questi alibi, fino a che non entra in campo Yukawa. Il quale comincia a sospettare qualcosa di losco date proprie alcune imperfezioni ed incongruenze nella vicenda. La maggiore, che anche a me lasciava molto perplesso, è la concomitanza tra polpastrelli bruciati e bicicletta piena di impronte. A maggior ragione, Yukawa si intestardisce nella vicenda quando scopre che Ishigami potrebbe essere coinvolto.

Assistiamo così a lunghi e veramente ben condotti scambi verbali tra i due “geni”, il matematico che non ha trovato la sua strada ed il fisico, affermato scientificamente, ma curioso di quanto non vada bene nella costruzione della realtà.

Poteva essere una parte pedante, ma Keigo riesce a tradurre in parole semplici il dilemma principale, decrittando il quale Yukawa capisce dove può trovare il filo rosso che porta alla comprensione della vicenda. In termini matematici, si affronta un dei problemi non risolti, identificato con il termine P = NP. In finale ne riporto una definizione attualizzata, che nel 2005, al tempo della scrittura non era ancora palesata. Qui Keigo ce la spiega nel seguente modo: determinare l’esattezza di una soluzione a un problema è altrettanto facile quanto trovare tutte le soluzioni al problema stesso?

Mentre i due dibattono su questo tema, e Ishigami ne affronta un lato mostrando che è molto rischioso per un controllore seguire il problema impostato da un solutore. Yukawa capisce allora che deve affrontare il problema dell’omicidio da un punto di vista diverso, non dando nulla per scontato.

La bellezza del testo di Keigo è che, con tutto il tatto giapponese nell’affrontare le questioni del mondo, l’autore ci porta a credere in mille versioni differenti (o meglio a credere che la soluzione possa essere in mille modi differenti affrontata), per poi fornirci la soluzione con Yukawa quasi con “una magia”. Questa è stata spesso la critica a questo magnifico testo. Ma io non sono d’accordo. Se si seguono tutti i ragionamenti, si arriva concordemente con Yukawa a delineare la possibile conclusione.

Ci sono, ovvio, anche altri fatti e problemi di contorno, ma sono da leggere, e non da descrivere. Quello che rimane è una scrittura legata fortemente al Giappone, dove non è facile mostrare i sentimenti, e spesso ci si incanala in situazioni poco piacevoli proprio per un modo difficile di poter dire di NO a qualcosa o a qualcuno.

E come dicevo, è pieno di nipponicità che vanno sottolineate per chi poco conosce quel popolo. C’è sempre stata l’abitudine diffusa di non legare le biciclette, come quella di non avere ombrelli propri ma, nel caso di pioggia, prenderne uno dal portaombrelli più vicino. Si parla con insistenza di quei locali notturni dove uomini, spesso agiati e poco comunicativi, solidarizzano con le ragazze hostess, solo per parlare una sera, senza nessun secondo fine sessuale. O ancora l’uso di alcuni elettrodomestici per noi incomprensibili, come le tovaglie termiche, utilizzate per scaldare le gambe di chi siede al tavolo. Per non parlare dei copri-water riscaldati o altro.

Per venire al problema sotteso alla sfida intellettuale tra il matematico ed il fisico, è considerato una delle sfide del terzo millennio, essendoci una grossa somma in palio (1 milione di dollari) per chi lo riesce a risolvere. Il problema in termini secchi si riferisce ora, nei nostri anni Venti, ai computer, e si chiede se ogni problema la cui soluzione può essere verificata velocemente da un computer possa anche essere risolto velocemente.

Non entro in questa problematica scientifica, ritornando al testo letterario che consiglio di leggere. Anche per quel finale, che è tipicamente giapponese, che forse piò non piacere, ma è in linea con tutte le trecento pagine precedenti.

Keigo Higashino “The Dark Magician: Murder in a town with no name” Tuttle euro 15

[A: 07/10/2026 – I: 17/10/2026 – T: 19/10/2026] - &&&     

[tit. or.: ブラック・ショーマンと名もなき町の殺人, Black Showman to Namonaki Machi no Satsujin; ling. or.: giapponese; pagine: 288; anno 2020]

A valle della precedente lettura, durante il soggiorno in Tokyo, decido di comprare il solito libro-ricordo. E cosa meglio di trovare se non un libro del compianto Keigo (della cui morte ho parlato nella trama precedente)? Mi incuriosisce il titolo sul “mago oscuro”. E mi attira la scrittura, di un libro a caratteri più leggibili di un normale tascabile.

Inoltre, proprio in questa ripresa post estiva, questa è la prima traduzione in inglese del testo pre-Covid di Keigo. Scopro anche in seguito che lo scorso anno Keigo fece uscire anche il secondo episodio del “Dark Magician”, questa volta non con un romanzo ma con una serie di racconti interconnessi, con sempre in prima linea i due personaggi principali che impariamo a conoscere in questo romanzo.

Rispetto alla difficile genesi del libro precedente, qui Keigo passa ad un giallo quasi in formato classico. Quello in gergo chiamato “Whodunit”, una contrazione che sta per “Who has done it?”, cioè “Chi lo ha fatto?”. Un genere molto fiorente negli anni Venti e Trenta, che ci rimanda sempre alle migliori prove di Agatha Christie (e non faccio altri nomi per non appesantire il testo).

Una tipologia dalle caratteristiche precise: ci deve essere una persona che muore (o subisce un grave crimine) in circostanze poco chiare, ci deve essere un numero ristretto di possibili colpevoli (magari isolati in un luogo appartato, o quanto meno enumerabili) tutti con qualche possibile movente, devono essere forniti al lettore tutti i possibili indizi (magari criptici, ma niente inganni) e ci deve essere qualcuno che indaga, che sia un professionista dell’indagine o un dilettante.

Tutto caratteristiche che Keigo inserisce nel romanzo.

Veniamo subito a conoscenza della presenza di un morto, ovviamente assassinato. Si tratta di Eiichi Kemio, insegnante in pensione, dedito alla lettura e, occasionalmente, a riallacciare rapporti con i suoi ex-alunni, specie se questi glielo chiedono. E vediamo subito in prima linea nelle indagini Mayo Kemio, sua figlia, arredatrice d’interni che da anni vive a Tokyo lontano dal padre e dalla casa avita, in particolare dopo la morte per cancro della madre Kazumi.

Ma Mayo sarà solo l’utile dottor Watson dell’investigatore principe, che si palesa presto misterioso ma molto attento. Si tratta del fratello minore del morto, quindi zio di Mayo, Takeshi Kemio. Il quale per anni era vissuto a Las Vegas lavorando, nei vari stabilimenti di spettacolo della cittadina che non dorme mai, in qualità di Mago. È lui il “Dark Magician” del titolo, e ben presto ne vedremo le qualità analitiche e ne apprezzeremo le doti deduttive.

Un solo esempio per farvi capire il tipo. Mentre Mayo è interrogata dal detective incaricato delle indagini, Takeshi chiede al poliziotto una informazione, che questi deve leggere sul suo smartphone, dopo averlo sbloccato. Quando poi il detective lo ripone in tasca, Takeshi lo sottrae abilmente e legge tutte le mail del povero investigatore. Alla domanda della nipote su come avesse fatto a sbloccare il cellulare, Takeshi risponde che gli è bastato vedere come si muovevano le dita sullo schermo per ricostruire la sequenza numerica. È il primo esempio delle capacità di Takeshi, che si sviluppano per tutta l’indagine, visto che lui vuole e sostiene che scoprirà il colpevole prima della polizia.

A questo punto però vi domanderete: chi sono gli indiziati e come fanno ad essere isolati. Tutto si concentra proprio nella cittadina senza nome del titolo, dove ha vissuto ed insegnato Eiichi. Tra i suoi ex-alunni c’è un celebrato autore di manga, Katsuki Kugimiya, famoso per una serie di volumi intitolati “Labirinto”. L’idea del sindaco e dei maggiorenti della città era di celebrare il manga con tante iniziative. Idea frustrata dal Covid, che ha di fatto segregato per mesi la città (come ben sappiamo tutti noi).

Per far ricrescere l’economia cittadina, Eiichi ed i suoi ex-alunni ipotizzano allora una “reunion” che coinvolga tutta la classe di Kugimiya. Ecco allora i “ristretti” protagonisti, tutti poi nella stessa classe di Mayo. Che li conosce tutti, e sarà lei a condurre le danze interrogative, anche se Takeshi sarà il burattinaio ombra che tirerà le fila.

Viene quindi a conoscere i principali alunni di Eiichi. C’è appunto Katsuki Kugimiya, da sempre appassionato ossessivamente dei manga, fino ad avere successo generale con il suo “Labirinto”. C’è la leader delle ragazze della scuola, Kokonoe Ririka, che per la sua petulanza veniva chiamata Kokorika (quasi a ricordare i pappagalli), che dopo la scuola briga e riesce di diventare la manager di Kugimiya. C’è Kohei Haraguchi, al tempo brillante studente, ma per vicissitudini familiari poi costretto a subentrare al padre nel negozio di rivendita di alcolici, birra in particolare. C’è Momoko, amica d’infanzia di Mayo, ora anche lei tornata a vivere nella città. C’è Suzuki, incaricata da Eiichi di tenere le fila della riunione, di invitare gli alunni, e di condividere l’organizzazione proprio con Eiichi.

Manca solo, ma perché è morto di leucemia a 14 anni, Naoya Tsukumi, bello, da molte ricercato, ma anche intelligente, molto legato a Eiichi. Era un grande inventore di storie, ed il suo insegnante ne divenne il custode della memoria, una volta morto.

La storia si dipana tutta nelle stratificate interviste di Takeshi, e nei suoi tentativi, riusciti, di avere informazioni da tutti usando le sue arti da mago. Vediamo così che Eiichi era al centro di molte possibili combinazioni pericolose.

Sapeva che Kokonoe tradiva Kugimiya con una persona sposata. Sapeva che Kugimiya aveva preso le idee fondanti dei suoi manga dagli scritti di Tsukumi. Sapeva che Haraguchi stava andando verso la bancarotta, ma aveva la possibilità di risollevarsi se Kugimiya accettava di fargli usare come immagine per la sua birra i personaggi dei suoi manga. Sapeva che c’erano delle ombre nel passato di Momoko. Sapeva che Suzuki, al suo seguito, aveva troppe informazioni che non sarebbero dovute essere pubbliche.

Tutte informazioni che Takeshi riesce a ricostruire prima della polizia. Come riesce a comprendere perché, per essere strangolato, Eiichi ha avuto la gola serrata da un asciugamano imbevuto d’olio. E perché la casa di Eiichi è tutta sottosopra.

Seguiamo i vari passi delle idee di Takeshi (molto interessanti, per capire la cultura giapponese, i passi relativi all’organizzazione della cerimonia funebre di Eiichi), che ci portano tutti, lettori ed investigatori, alla soluzione del mistero.

Al solito, Keigo riesce ad imbastire una interessante storia poliziesca, con personaggi ben delineati. Sia la giovane Mayo, che ci sta tutto sommato simpatica. Sia l’antipatico Takeshi, che però dobbiamo riconoscere ha tutte le carte in regola per diventare un buon investigatore. E per non farci mancare nulla, abbiamo anche degli ottimi spaccati di vita giapponese.

Visto che non ci sono francesi in lizza, proprio di alcuni autori d’Oltralpe a me cari riporto alcuni pensieri.

Cominciando da quello che ricordo sempre per il suo bellissimo “L’apicoltore”, Maxence Fermine, che qui cito da “Amazone”: “Quando ho un sogno nella testa, faccio di tutto per realizzarlo.” (112)

Poi c’è il grande conoscitore dell’Oriente Jean-Christophe Rufin, ed il suo “Asmara et les causes perdues”, da cui cito

“Noi, trafficanti di armi, non cerchiamo di influenzare il corso degli eventi. Non abbiamo mai avuto né protetti, né ideali, né ambizione. Siamo nel cuore della Storia, senza farla. Come le organizzazioni umanitarie.” (114)

“Gregorio mi ha citato un proverbio etiope ... Se sei bravo con le mani, sarai schiavo, se sei bravo con la lingua, sarai re.” (126)

Ed infine non poteva mancare un altro gigante del mio pantheon, Eric-Emanuel Schmitt, estraendo da “Concerto à la mémoire d’un ange”:

“Quando diventiamo colui che dobbiamo essere?” (124)

“Il destino è come per i libri sacri: la lettura dà loro un senso. Il libro chiuso rimane in silenzio, parlerà solo quando sarà aperto, e il linguaggio che utilizzerà sarà quello di chi vi si dedica ... I fatti sono come le frasi nel libro, non hanno senso da sé stesse, ma solo il significato che viene loro attribuito.” (190)

“Sono sensibile a qualcosa di cui sento poco parlare: la giusta dimensione di un libro ... Ogni storia ha un peso specifico che richiede un formato adatto di scrittura.” (210)

“A venti anni, siamo il prodotto della nostra educazione, ma a quaranta ... il risultato delle nostre scelte.” (212) [e non vi dico dopo i sessanta…]

Non ci sono molte novità al momento, giorni di passaggio verso nuove iniziative e nuovi impegni. Con l’unica constatazione che molti miei amici di lunga data soffrono mali stagionali ed acciacchetti vari. Sarà l’età o sarà il tempo? Io mi porto avanti e cerco di vedere chi posso e di sentire chi riesco. Ma anche a tutti gli altri offro sempre un grande abbraccio.

domenica 18 ottobre 2026

Una bella scrittura femminile - 18 ottobre 2026

Questa settimana incontriamo quattro diverse scrittrici, lette negli scossi mesi, e tutte, devo dire, con una riuscita almeno buona se non ottima. C’è la peruviana Karina Pacheco Medrano, presa nell’ultimo viaggio in Sudamerica, con un testo pieno di riflessioni sulla condizione femminile in America Latina. C’è Alice Basso con l’ultimo episodio di Vani Sarca, con uno spaccato molto critico sulla vita editoriale italiana. C’è Bianca Pitzorno anche lei sul versante “donne oppresse”, questa volta in Sardegna. E c’è Francesca Giannone  che sposta l’accento sulla lotta per l’emancipazione femminile nel Salento. Devo dire di essere moderatamente contento di questo quartetto.

Karina Pacheco Medrano “La sangre, el polvo, la nieve” Planeta euro 17

[A: 01/06/2026 – I: 25/04/2026 – T: 06/07/2026] - &&&---   

[tit. or.: originale; ling. or.: spagnolo; pagine: 268; anno 2010]

Eccoci, quindi, ad un altro libro che incarna il mio viaggiare e le sensazioni che ne riporto tornando alla realtà casalinga e personale. Quindi, durante la lunga sosta in una città che io amo, la capitale del mondo Inca, l’ombelico del mondo, Cusco. E nella bellissima libreria dell’Avenida del Sol trovo un libro che mi dicono da poco pubblicato. In realtà non è così, che il testo è del 2010, ma la scrittrice, pochi anni fa, ha deciso di riprenderlo in mano e riscriverne dei brani.

La scrittrice in questione è Karina Pacheco Medrano, cuscheña doc, non ancora sessantina, laureata, antropologa ed altre benemerenze ancora (inciso: la tesi in antropologia era dedicata alla produzione di coca nella regione). Non è un caso, dati questi trascorsi, che la sua produzione letteraria, iniziata venti anni fa, dedichi molto spazio alla donna ed alle problematiche femminili in una società fortemente patriarcale come quella peruviana.

La storia è narrata in prima persona, ora che si avvia al finale della sua vita, da Mateo Loayza, ed è principalmente dedicata alla figura della madre, Giralda Loayza. Una donna che attraversa molta parte del secolo scorso (nasce in effetti proprio nel 1900), con tutte le contraddizioni che quel secolo ha portato alla società locale. Ma soprattutto, attraverso Giralda, Karina usa Mateo per scardinare questa società.

I Loayza sono una famiglia medio alta della società di Cusco, non sono grandi latifondisti, ma tendono ad assimilarsi alle famiglie di potere attraverso i comportamenti pubblici e privati dei maschi della famiglia. Mateo non usa un andamento lineare nella descrizione della storia, preferendo andare su e giù nel tempo, al ritmo dei ricordi materni. Noi cerchiamo di seguire un ordine.

I soprusi che i maschi Loayza portano avanti iniziano sin dal nonno di Giralda, Julio Cesar che, per soffocare una rivolta indigena, pensa bene di prendere una famiglia, padre, madre e due figlie, stuprare le donne ed ucciderle tutte a mo’ di esempio. Certo siamo nell’800, ma comunque sono immagini forti, che non lasciano indifferenti la moglie del padrone, Alexandrina, che ne rimarrà segnata a vita.

Giralda, all’inizio è molto legata alla figura paterna, anche perché ne prosegue il nome. Ma quando scopre Giraldo stuprare una donna sul tavolo da pranzo, comincia a farsi domande. Giraldo vuol dominare tutte le donne, in casa e fuori, forte del potere maschile. Ci riesce sottomettendo la moglie Sara con le botte, e scopandosi tutte le donne che girano per la casa.

Giralda, invece, si ribella. Vuole studiare, riesce ad andare all’Università per fare la maestra. E quando lì incontra un uomo buono, il mite Rafael, decide che quella sarà la sua strada. Un colpo forte al padre che non la vuole più vedere. Un sostegno indiretto alla madre, che, non potendo andarsene (siamo ancora negli anni Venti) quando Giralda se ne va, trova la forza di fuggire da Giraldo con il suicidio.

Con Rafael, per Giralda inizia una nuova vita, di speranza, di possibili cambiamenti. Intorno a loro si coagulano un gruppo di intellettuali, dai socialisti ai comunisti, perfino qualche anarchico, tutti tesi a lottare per una nuova società. Ma i tempi sono duri, i colpi di stato si susseguono. Ed il gruppo viene tradito da Firmin, un nipote di Rafael. Che viene imprigionato varie volte, ed in condizioni disastrose, tanto che prende la tubercolosi e muore.

Giralda sposa allora l’avvocato che l’ha aiutato nelle lotte per liberare Rafael. Unione da cui nascerà Mateo, il narratore. Altro momento topico, durante gli anni ’40, Giralda scopre (e fa scoprire a Mateo) il volto perverso di Firmin, anche lui intriso nel maschilismo peruviano, che esplica da una parte facendo carriera nelle forze dell’ordine, dall’altra prendendo come schiava personale Blanca, una donna traviata, che a lui dovrà essere sempre sottomessa. Non sposata, che non ci si sposa con una puttana.

Gli altri due momenti topici del romanzo sono l’inizio della narrazione, che si colloca nel 1945, quando viene consumato l'omicidio di quattro giovani di Cusco sulla spianata di Sacsahuaymán. I giovani sono tutti ex assistenti di Rafael. L’esecutore della strage non può essere che Firmin. E non è un caso che si utilizzi Sacsahuaymán come luogo eponimo. È il centro del ricordo incaico locale. È il luogo dove il 24 giugno di ogni anno si celebra la Festa del Sole in ricordo dell’antico impero Inca. È un luogo che il turista non può non visitare: è stupendo (inciso: visto che la pronuncia è assai complicata, noi guide a tempo perso suggeriamo di chiamarla “sexy woman”, un suono simile anche se non politicamente corretto).

Il secondo punto forte è la fine del romanzo, che si svolge durante il terribile terremoto che devasta Cusco il 21 maggio 1950. Dove finalmente Giralda, pur con tutta le sofferenze del mondo, trova il modo di riscattare le pene della sua vita, di aiutare concretamente Blanca, di trovare un modo di punire Firmin. Ho detto molto, che non ho trovato notizie sulla traduzione del libro in italiano (anche se spero prima o poi…).

Karina, pur tenendo sempre sotto gli occhi Giralda che le serve da faro per illustrare come venivano (mal)trattate le donne, usa questo non lungo apologo per una serie di bersagli laterali, ma altrettanto importanti. Prima di tutto, mettere in primo piano Cusco e la sua storia recente, prima che tornasse a splendere come ricordo degli Inca. Ma anche le politiche di quegli anni: la storia della prima riforma universitaria, che proprio a Cusco ebbe origine nel 1909, il sorgere dell’attivismo politico e del movimento di recupero della cultura indigena, avvenuto proprio negli anni Venti, e, subito dopo, la descrizione delle crudeli repressioni portate avanti verso tutti gli esponenti di sinistra da tutti i governi, sia civili che militari.

Quello che poi risalta, in controluce, sono tutte le dicotomie tra bene e male che ci presenta Katrina. C’è la grande casa oppressiva della famiglia Loayza e la dimora dimessa ma confortevole di Giralda e Rafael, lo scontro epico tra bene e male, che si sostanza nella lotta finale tra Giralda e Firmin. Ma che attraversa tutto il testo contrapponendo bianchi e indigeni, sfruttati e sfruttatori. Un libro non facile, non sempre di agile lettura, ma una lettura che proviene da un mondo di cui poco conosciamo e che, come in molte altre situazioni, dovremmo conoscere di più.

“Quizás nadie más esté interesado en conocer esa historia. No importa. … la debo a mi mismo.” (17) [Forse nessun altro è interessato a conoscere questa storia. Non importa … lo devo a me stesso]

Alice Basso “Un caso speciale per la Ghostwriter” TEA euro 9,90 (in realtà, scontato a 4,45 euro)

A: 30/12/2022 – I: 12/08/2026 – T: 14/08/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 376; anno: 2019]

Alice Basso, dal 2015 al 2019, ha scritto cinque libri imperniati sulla simpaticissima ed intrigante figura di Silvana Cassandra “Vani” Sarca, di professione “ghostwriter”, con interessi investigativi mai banali. Ho letto i primi due episodi, con discreto interesse. Anche per alcune invenzioni, di trama e di linguaggio, che mi sono sempre sembrate gradevoli.

Purtroppo ho lasciato (lisciato?) i due episodi successivi, trovandomi così a leggere questo quinto libro, che, sia per la trama, sia per le successive dichiarazioni dell’autrice, dovrebbe essere l’ultimo episodio della serie. La mancanza, tra l’altro, mentre leggevo questo libro, mi ha fatto perdere due cose fondamentali: l’avvicinamento definitivo tra Vani e il commissario Berganza e l’alzata di ingegno di Enrico Fuschi, il fosco editore cerbero di Vani.

Sulla prima vicenda c’è poco d dire. Fin dal secondo episodio avevo ipotizzato un sentimento non banale del commissario verso Vani, che di converso sembrava non accorgersene. Penso che nei due episodi mancanti, questa reciprocità si sia manifestata, tanto che ora i due vivono insieme e ipotizzano un futuro in comune.

Il secondo episodio rimane misterioso, se ne accenna a sprazzi, ma l’unico risultato, quello che dà il via a questo episodio, è il licenziamento di Enrico da parte dei gestori della Casa editrice, e la conseguente sparizione di Enrico stesso, con il timore, fondato ma non realizzato, che Enrico stesso, deluso dalla vita, abbia deciso di tirarsi fuori (dalla vita stessa).

Da qui, dalla sparizione di Enrico, comincia il libro, che però non raggiunge mai i toni di un noir o di un thriller. Motivo per cui, ad esempio, ho inserito la trama nell’ambito delle scritture generali al femminile, e non, come ci si poteva aspettare, nei noir italiani. Avevo infatti definito la serie, sin dall’inizio, come “chick noir” (unione tra i romanzi alla Bridget Jones con quelli di Alessia Gazzola).   Qui, invece, diventa solo chick, mentre decade completamente il noir.

Certo, andiamo per pagine e pagine alla ricerca di Enrico, cercando di capire, attraverso le arti investigative di Vani e del suo commissario, dove possa essere finito e perché. Ma di certo non è una ricerca noir. Per il resto, seguiamo l’evolversi delle storie dei vari protagonisti della serie. Conosciamo meglio e più a fondo, Antonia, la mitica segretaria di redazione, ed Olga, la stagista di buon cuore. Così come vediamo risorgere in un ruolo defilato, ma con una sua rilevanza, Lara, la sorella divorzianda di Vani.

Ancora meglio è l’approfondimento della storia personale di Morgana, la sedicenne dark amica di Vani, tanto che lei la considera il suo punto di riferimento mondiale. Morgana con le sue paure, ma anche con i suoi spunti poetico-musicali, aiutata in toto da Ivano, il giovane nipote del commissario. E seguiamo con ironico interesse le puntate del lunedì con Vani, Morgana e Laura (amica di Morgana) in visita plenaria all’ottuagenaria Irma (quella del secondo episodio), tutte impegnate ogni volta verso l’ardimento di nuove conquiste culinarie.

Purtroppo, al fine di delineare la personalità di Enrico, la nostra simpatica scrittrice introduce dei flashback sulla giovinezza del nostro, facendoci conoscere così Elettra, la sua fiamma giovanile. Entrambi pieni di ideali, entrambi con l’idea di cambiare il mondo, tanto da essere pronti a girare l’Europa in Interrail (un mito, i ricordi giovanili dei treni europei scontati per giovani). Ma Elettra decide per un corso a Londra in Economia, a valle del quale farà una brillante carriera sulle orme del padre. Mentre Enrico ne rimane scottato, invischiato tra la ribellione e la sottomissione.

Comunque, alla fine, Vani ritrova Enrico, gli fa prendere coscienza del suo strano rapporto con Elettra, convincendolo a prendere una posizione decisa (vedremo se pro o contro). E tutti insieme, il commissario, Vani, Antonia, Riccardo, Morgana, Lara nonché Enrico decideranno di imbarcarsi in un progetto (che non vi accenno nemmeno). Un progetto che potrebbe essere uno start per un by product di questa serie (ma che purtroppo credo non sia negli interessi di Alice).

Vediamo comunque, al fine della saga, come il personaggio Vani, da asociale e pronta al sarcasmo verso il mondo e le sue brutture, si ritrovi ad essere non solo sociale, ma addirittura empatica con una parte del mondo, quella “buona” ovvio. M seppur la scrittura rimane ai buoni livelli, ed il giudizio rimane comunque su standard di buona leggibilità, non sono preso d crisi di sconforto per la fine della serie. So che Alice ha scritto altro, e che forse, in futuro se ne leggerà.

“Se c’è una cosa buona dell’invecchiare è che ti guadagni il diritto di dire tutto quello che pensi senza che nessuno ti chiuda il becco.” (66)

“La vita è una sola e io non voglio sprecare la mia in puttanate qualunque.” (91)

Bianca Pitzorno “La sonnambula” Bompiani s.p. (regalo di Maria Cristina)

A: 12/02/2026 – I: 20/08/2026 – T: 22/08/2026] &&& 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 408; anno: 2025]

Avevo sempre associato l’autrice ad interessanti racconti e romanzi per ragazzi e ragazze, spesso con giusti intenti didattici. Ora, grazie a regali natalizi, mi trovo a leggere romanzi di grande letteratura e di buon respiro. Devo dire che, alla fine, mi aspettavo qualcosa in più. Non che sia un brutto romanzo, ma l’ho trovato un filo troppo esteso nella prima parte e forse troppo veloce e sintetico nella seconda.

La trama non è certo rivoluzionaria, ma, partendo da ritagli di giornale della nonna della scrittrice, Bianca imbastisce una fantasia simil-vera, che, nell’impianto generale, ha elementi di interesse, dati anche i giusti agganci alla realtà del tempo. Forse alcuni personaggi non riescono ad essere ben delineati. Vuoi per la troppa sintesi, come Corrado, vuoi per una tipicizzazione del “maschio cattivo” come in Folco.

Di certo, la ricostruzione di un certo tipo di Sardegna, abbastanza arroccata e distante dalle rotte più battute all’epoca, è fatta con mano sicuro. Nell’Ottocento, Sassari aveva in un certo senso il monopolio di un certo tipo di cultura (sede della prestigiosa Università) mentre Cagliari, nodo politico, era ben in vista essendo la sede delle succursali amministrative dei Savoia.

Anche il tema centrale e ricorrente dell’emancipazione femminile, del dolersi che le ragazze non venivano mandate alle Scuole superiori (e tanto meno alle Università), e l’analisi del machismo imperante sono elementi forti. Come, al fine, la figura della protagonista, che nelle sue diverse trasformazioni, ci fa vedere il volto di chi non si arrende ad un ruolo subalterno.

Di converso, la sceneggiatura complessiva del testo mantiene alcune criticità (alcuni passaggi sono veloci e poco spiegati). Così come lo stile volutamente elementare, che, per chi conosce la scrittrice, è un po’ un marchio di fabbrica. Chi non la conosce può al contrario pensare che sia una scrittura povera.

Intanto, per chi non conoscesse il linguaggio del tempo, con sonnambula non si indicava una persona che “compie azioni motorie, anche complesse, mentre si trova ancora in una fase di sonno profondo”, bensì una persona, donna in generale, che, attraverso vero o simulate cadute in trance forniva risposte alle persone “credulone” irretite da ben congeniati messaggi pubblicitari. Come quelli pubblicati sui giornali locali, che invitava la popolazione, tramite il pagamento di un piccolo obolo, a porre domande alla “sonnambula” che avrebbe avuto modo di risponderne in opportune sedute “para-mediatiche”.

Assistiamo così alla parabola della nostra eroina, che per la maggior parte del tempo verrà indicata con uno dei suoi eteronimi, Ofelia Rossi. Da giovanetta, nell’Italia del Nord, aveva manifestato doti divinatorie, a valle di cadute in trance. Non che ne avesse tratto giovamento, che nessuno le era grato per queste “anticipazioni”. Solo il conte in rotta di povertà sembra accorgersi di lei. E la sposa pure, ma solo perché pensa di poter avere da lei consigli paranormali sui cavalli da prendere in considerazione alle corse.

Ovvio che i due andranno in rotta di collisione, con la nostra che, a valle di una serie di oltraggi maneschi del conte, decide di fuggire, riuscendo a ritrovarsi nel nord della Sardegna. Senza arte né parte, sfrutta la sua capacità di ascolto e di unione di informazioni diverse, per intraprendere il mestiere di “sonnambula”. Qui c’è una delle parti migliori, dove Bianca descrive la crasi esistente tra l’aristocrazia locale e chi pur dotato di ingegno e proprietà d’animo, non ha “titoli”.

Comunque Ofelia a lungo riesce a barcamenarsi, fino a che, dopo aver guarito Corrado da alcune ossessioni, proprio di Corrado si innamora, ricambiata. Ma non aveva divorziato dal conte, quindi tutto rimane sospeso. Fino a che, e qui vi lascio molte ombre che il meccanismo di casualità è divertente, non ricompare il conte. Per evitare di mettere sé stessa in pericolo, Ofelia fugge con un circo rifugiandosi in Toscana. Non prima di aver fatto un vaticinio, che sarà la chiave di volta del romanzo, ma che, forse per voglia di mistero, la scrittrice non chiarisce sino in fondo (o forse lo chiarisce, ma io non l’ho capito).

A questo punto, di fronte a vari possibili scenari, Bianca sceglie quello più vicino alle sue attività letterarie di “gioventù”. Un finale oscuro ma tendente al “finale felice” dei film alla Frank Capra. Dopo tante peripezie, Corrado e Ofelia si ritrovano, ed il conte avrà una forse giusta punizione per le sue malefatte.

Il messaggio finale, e potente che riguarda tutte le donne che devono mirare all’emancipazione ed all’autosufficienza, è che non importo se hai i soldi ma non il nome o se hai il nome ma ti comporti in modo indecenti. L’importante non è stare al proprio posto (come vorrebbero gli immobilisti non solo dell’Ottocento), ma costruirsi il proprio spazio nel mondo. Come fa Ofelia, con quella capacità che ho accennato: la capacità di ascoltare. Perché tutti sentono, ma pochi ascoltano.

Un solo piccolo errore macchia la fluidità dei sogni della sonnambula. A pagina 141, a fronte di un sogno ed un discorso, Ofelia dice una frase che, all’epoca, era forse familiare, mentre ora anche noi, pur al di fuori dei confini napoletani, ne conosciamo l’etimo ed il significato. Ofelia, riferendosi alla Smorfia, dice “47, morto che parla”. Mentre tutti sappiamo che 47 è “o muorto”, mentre quello che parla è il 48.

Francesca Giannone “Gli anni in bianco e nero” Nord s.p. (regalo di Alessandra)

A: 14/06/2026 – I: 24/08/2026 – T: 27/08/2026] &&& 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 412; anno: 2025]

Dopo il successo chiaro del suo primo libro, e dopo una seconda uscita che, pur in minore, conferma la sua buona penna, ecco che siamo al terzo lavoro di Francesca Giannone. Un libro ancora ambientato nel suo Salento ed ancora, e sempre, direi, dalla parte delle donne. Anche se alcune posizioni ed alcuni sviluppi delle storie sono un po’ troppo scontati.

Infatti, seppur riesce a darci un quadro dell’ambientazione locale nella seconda metà degli anni Sessanta, molti dei personaggi risultano troppo “tipici”. Gli uomini in genere autoritari e sciupafemmine, le donne sottomesse con rabbia, gli studenti velleitariamente coinvolti in occupazioni e manifestazioni. Insomma, tutta una serie di figure un po’ troppo statiche, tanto che gli sviluppi della storia risultano, in gran parte, prevedibili.

Anche qui, come negli altri suoi libri, benché ci sia una coralità nei personaggi, è l’io narrante che ci porta a spasso per quattro cinque anni, in una cittadina non distante da Lecce, dove vive la famiglia Elia. Composta dai genitori e da quattro figlie femmine. Il padre, messo comunale, è il tipo maschio autoritario del sud di quegli anni (e non solo). Non fa nulla in casa, ma tutti devono stare ai suoi ordini. Decide chi deve vedere ogni membro della famiglia, chi deve stare in casa e chi deve uscire. E soprattutto, chi, maschio, si può incontrare con le sue figlie. Come dice un personaggio, è un fascista democristiano.

La madre, sarta, lo subisce in ricordo della loro felice gioventù prima della guerra. Ora, sta ai suoi comandi, magari masticando amaro, ma senza riuscire o osare una ribellione, pur minima. In questo, ha un aiuto di lontano dalla zia Emilia, sorella del marito, che, zitella (come si dice in paese) si prende cura delle figlie di lei quando si mettono in urti con il padre padrone.

Le quattro figlie, poi, sono anch’esse un eponimo delle ragazze del tempo. La più grande, Maria, per uscire di casa sposa il bravo Michele, con tanto affetto ma senza amore. Non solo, pur con tutta la buona volontà, non riesce a rimanere incinta e non riesce a rendersi piacevoli i momenti di sesso. Sarta anche lei, per stare al passo del mercato, decide con la sorella, di aprire un atelier a Lecce, che avrà successo. Ed a Lecce conoscerà la passione, per un bell’uomo di poco nerbo, che, quando lei rimane incinta, si defila. E lei decide di tenere Angela e di non dire nulla al marito. Come vedete, già in queste poche righe c’è tutta l’essenza del tempo.

Essenza che viene rafforzata da Giuseppina, la seconda, da sempre al passo coi tempi grazie alla musica (e volendo, c’è una colonna sonora delle canzoni italiane degli anni Sessanta da tenere da conto, che si comincia da Mina e si finisce a Luigi Tenco). Si innamora di un comunista, e per sfuggire alle ire del padre, fugge di casa e va a vivere nel peccato a Lecce. Sarà recuperata da Maria attraverso la moda, ed avrà storie di prendi e lascia con Luigi, anche se, alla fine, sarà forse più prendi che altro.

La terza, Ada, da subito vuole andare via, così che si impiega in un tabacchificio e va a vivere con la zia Emilia. Perché, e lo capiamo da subito, è innamorata ricambiata da Sara. Ada è anche la più politica e la più fragile. È lei che vorrebbe una solidarietà femminile che forse si trova, ma la sua storia con Sara, che non riesce ad esternare, la rende vulnerabile. Tanto che, quando il padre lo scopre, il fascista non trova di meglio che rinchiuderla in un ospedale psichiatrico per farle somministrare massicce dosi di elettroshock.

E poi c’è l’io narrante, Domenica detta Mimì. Quella innamorata del cinema (il bianco e nero del titolo), quella che andava di nascosto al cinema per vedere i film nel gabbiotto del proiezionista. Quella che cresce, si innamora, soffre, per sé e per la famiglia, capisce la differenza tra amore ed annullamento del sé nell’uomo. Ma soprattutto quella che, con un Super8 in mano, film di tutto, con la sua idea che “i dettagli fanno la differenza” (parafrasi di una frase attribuita a Leonardo da Vinci: “I dettagli fanno la perfezione e la perfezione non è un dettaglio”).

Mimì è l’occhio critico della famiglia, ne vede i guasti e le potenzialità, capisce il dramma di Maria per l’amore, la rivolta di Giuseppina, la crisi che fa chiudere in sé Ada. Ma lei, da subito, insegue il suo sogno: fare la regista. E non ci meravigliamo che vinca una borsa di studio per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC). Quello che importa, alla scrittrice, è per bocca di Mimì, affrontare le tematiche del tempo, tutte quelle che tarpavano le ali alle donne. La mancata accettazione del lavoro femminile autonomo, l’adulterio punito solo alle donne, il matrimonio riparatore, e poi il divorzio, l’aborto. Per finire, ai giorni nostri, con quella lunga scia di femminicidi che non si riesce a fermare.

Non tutto finirà bene nella storia della famiglia Elia, anche se, forse, ci sarà una maggiore propensione verso un futuro più felice dello scuro presente della scrittura. Ed è un indubbio merito del libro, tirar fuori, pur se a volte in maniera semplice, questi temi, e quelle referenze che sono importanti per tutti (primo fra tutti, “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir).

Un ultimo accenno dedicato al mio cugino regista ed al compianto cugino cinefilo. Dal CSC, fondato nel ’35, sono usciti una sfilza di registi italiani imperdibili: Michelangelo Antonioni, Giuseppe De Santis, Luigi Zampa, Pietro Germi, Stefano Vanzina Nanni Loy, Francesco Maselli, Antonello Falqui, Liliana Cavani, Paolo Virzì, per citarne alcuni. Poi ci furono allievi che iniziarono da registi e seguirono altre strade: Dino De Laurentiis, che si spostò sul lato produzione, Pietro Ingrao, che si dedicò alla politica e Gabriel Garcia Marquez (sì, anche lui) che passò alla letteratura. E poi c’è il caso che mi rimane più caro alla mente. Il docente Andrea Camilleri prese ad un certo punto un suo studente del corso di recitazione e lo convinse di passare alla regia. Lo studente era Marco Bellocchio.

Con questi pensieri da film (e ci sono passi dedicati al cinema che sono interessanti nel romanzo) vi lascio, con la certezza che, pur con un profilo discreto ma non scoppiettante, Francesca Giannone ha prodotto opere di sicura leggibilità e gradevolezza.

Da quattro scritture femminili a quattro pensieri maschili. Cominciando con “L’ultima riga delle favole” di Massimo Gramellini:

“I se sono la patente dei falliti. Nella vita si diventa grandi nonostante.” (53)

“L’amore è una meta che si raggiunge in due, a condizione di aver trovato la strada da soli.” (106)

“Ho passato la vita a desiderare che fosse la persona giusta. Il guaio è che una persona non diventa giusta solo perché tu lo desideri.” (194) [quindi meglio cambiare presto].

Poi passiamo a “La vita che volevo” dello psicologo ligure Lorenzo Licalzi 

“Di fatto ogni piccola decisione che prendiamo cambia la storia del mondo, e comunque il punto è sempre quello: quando ti va di sfiga lo sai, invece quando ti va di culo, no!” (80)

“La vita che vuoi non la determina quello che fai ma quello che sei.” (184)

Passiamo quindi al professor Alessandro Banda ed al suo viaggio sudtirolese in “Due mondi e io vengo dall’altro”

“Strano come s’imprimano nella memoria certi dettagli apparentemente irrilevanti. E come poi vi permangano per anni.” (34)

“[ad un certo punto discetta di un suo amico chiamandolo amico del giaguaro, per poi, dopo quindici pagine, ricordarci l’origine del termine, ripreso da un vecchio sketch di un film di Walter Chiari del ’59:] un tizio racconta da un suo amico che ha intenzione di andare a caccia del giaguaro in Brasile; e con cosa lo vai a cacciare? Gli chiede l’amico. Ma con il fucile! E se il fucile non funziona? Ce ne ho un altro di riserva. E se non funziona nemmeno quello? Ho una pistola. E se s’inceppa? Ho qua un pugnale. E se non lo trovi? Se tu un po’, ma tu, dico, tu, sei amico mio o amico del giaguaro?” (95)

Finendo con il romanissimo Tommaso Giartosio che ne “L’O di Roma” ci fa fare un viaggio nella capitale ed intorno a noi stessi:

“Identificandoci con le nostre difficoltà potevamo renderle nostre alleate. Non bisogna opporre resistenza né fuggire dal problema, ma entrare in esso, far parte di esso, usarlo come elemento di liberazione.” (90)

“Mi viene da pensare, come Pinocchio: questo paese non è fatto per me! Io non sono nato per lavorare!” (172)

“Mi fa pensare a qualcosa di Wenders … ‘Nel corso del tempo’, storia di un viaggio e basta.” (197)

 “Il desiderio di scrivere, penso, nasce dal gusto infantile di contare fino a mille, trattenere il respiro, bilanciarsi sulla ringhiera, scendere in cantina al buio, e fare altre cose difficoltose o faticose o pericolose o paurose ma soprattutto inutili.” (222)

“È vivo [solo] ciò che lentamente muore.” (240)

“Sono sconvolto. Come quando vedi di essere invecchiato. Lo sapevi, no? Come il nonno di Paul Auster che in ospedale si guarda le mani rugose: - Che strano che questo sia capitato a un bambino.” (266)

E come detto già, passiamo il resto di questo inverno a ripensare, programmare, riposare, visitare, e tutto quanto fa sì che si possa andare, ancora, avanti. Sapendo che possiamo sempre trovare momenti felici in ciascun momento della nostra vita. Per questo ed altro, abbraccio i miei amici lettori e viaggiatori.