domenica 12 aprile 2026

Quattro nazioni, un vincitore - 12 aprile 2026

Abbiamo un’americana, uno svizzero, una coreana ed una svedese. Quattro nazioni. Mi aspettavo Patricia Cornwell al primo posto, invece è lo svizzero Joel Dicker che, anche in un libro non pienamente riuscito, si stacca dal plotone degli inseguitori. Distante, anche se non tantissimo, la saga svedese di Viveca Sten ambientata nell’isola di Sandhamn, complice anche il successo televisivo. Lontanissimo infine sia la “mamma” di Scarpetta in un filone poco riuscito e presto abbandonato. E sia soprattutto la coreana Yu-jin You-Jeong Jeong, invischiata, suo malgrado, in un mondo di traduzioni che non è proprio felicissimo.

Patricia Cornwell “L’isola dei cani” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 03/03/2026 – T: 05/03/2026] &--

[tit. or.: Isle of Dogs; ling. or.: inglese; pagine: 377; anno 2001]

E forse il voto che ho dato è fin troppo buono. Abituato come sono alla scrittura di Patricia Cornwell avendo letto tutti i romanzi con protagonista Kay Scarpetta, posso dire che questo libro è un assemblaggio di situazioni improbabili, di personaggi poco credibili e di una tensione thriller molto vicina allo zero.

Certo, avevo letto, seppur nel secolo scorso, i primi due episodi dedicati agli eroi di questa saga, Judy Hammer e Andy Brazil. Non mi avevano fatto una grossa impressione, ma neanche mi erano sembrati troppo fuori luogo. Mentre qui, forse proprio perché tanta acqua è passata sotto i ponti, il romanzo mi è sembrato decisamente inutile. Sia alla storia letteraria della scrittrice sia alla storia del libro poliziesco in generale.

Il pastiche immaginato dall’autrice coinvolge una serie di linee interpretative e di svolgimento che, se fossero state ben orchestrate, avrebbero potuto portare ad un prodotto gradevole. Qui, l’idea di base è intrecciare alcuni elementi storici e di critica alla società americana, con alcune uscite “gialle” per giustificare la presenza di poliziotti come elementi cardine della trama.

Poiché non ha un vero senso come seriale, preferisco ignorare i due episodi precedenti, che menziono solo perché abbiamo i due personaggi principali che ritornano, nonché il cattivo un po’ burlesco che si ripresenta. C’è infatti Smoke, che alla fine del secondo episodio viene arrestato da Andy e Judy. Per poi, nell’intervallo tra i due libri, fuggire dal carcere (in un modo che mostra l’assurda ironia che vuole seguire Paricia: si finge morto, il secondino entra in cella, Smoke lo stordisce, lo spoglia nudo, ne veste l’uniforme ed esce indisturbato dal carcere. Follia pura).

Smoke che per vendicarsi, prima dell’inizio del libro, rapisce il cane di Judy sperando di poterlo usare per fargliela pagare. Nel frattempo si unisce ad una adolescente locale, Unique First, dotata di poteri soprannaturali secondo Patricia (tipo rendersi invisibile disgregando i propri atomi…), che è una vera psicopatica, dedita ad una serie di efferate uccisioni per tutto il romanzo.

Come detto, i due protagonisti sono Judy Hammer il Capo della Polizia, che cerca da un lato di trovare i responsabili di morti e rapine (cioè Smoke e Unique), dall’altro gestire il suo ruolo istituzionale dagli attacchi dell’entourage del governatore. Inoltre, protegge il giovane Andy e gli dà la copertura alle sue azioni. Andy Brazil, ex reporter ora poliziotto di punta, oltre al suo ruolo istituzionale, decide di pubblicare un blog (all’avanguardia, visto che siamo nel 2001) che propugna la ricerca della verità.

Qui abbiamo un’idea sia delle intenzioni di Patricia che delle difficoltà del traduttore. Ora il blog di Andy è intitolato “Trooper Truth”, che si ricollega da un lato al ruolo di Andy (Trooper nella polizia) sia ad una derivazione di “Real Trooper” (frase idiomatica per indicare una persona che prosegue verso la sua metà anche in mezzo alle difficoltà).

L’idea del blog permette a Patricia di usare diversi registri espressivi, non ultimo una serie di piccoli articoli molto critichi verso l’establishment americano, che iniziano proprio collegandosi con il titolo del libro. “Isle of Dogs” in effetti è un quartiere abbastanza malfamato di Londra (di fronte a Greenwich, per intenderci, dall’altra riva del Tamigi), da dove, nel 1606, alcune navi di una appena formata “Virginia Company” partono per il Nuovo Mondo, dove, arrivando, fondano la città di Jamestown (in onore del re Giacomo) e cominciano la colonizzazione del territorio.

In realtà, sbarcarono in prima istanza su di un isolotto non lontano dalla costa della Virginia, Tangier Island, dove si svolge gran parte dell’azione di tutto il romanzo. Tutto partendo dalla perdita di prestigio del governatore Crimm (una macchietta, su cui non entriamo), dove il suo addetto stampa Trader decide di mettere cose tipo autovelox. Chiamandolo VASCAR (vi risparmio l’acronimo), e che i locali scambiano per NASCAR (corse automobilistiche molto popolari in America). E suscitando l’ira degli isolani, che per ripicca chiedono la separazione dalla Viriginia.

La scrittrice ci mette anche un dentista che utilizza le proprie capacità per indurre gli isolani a tutta una serie di interventi odontoiatrici, il cui rimborso non fa che aumentare gli introiti del dentista stesso. Per rafforzare le proprie richieste, gli isolani sequestrano anche il dentista.

Ma il top è seguire le malefatte di Trader, che lo porteranno anche in prigione. Seguire la parabola della quarta figlia del governatore, Regina, che, avendo la “r” moscia si presenta come “vegina” (avete riso…) e che decide di seguire Andy e diventare poliziotto. Tutto convergendo verso un convulso finale, dove ci sono anche altre fughe dal carcere, inseguimenti con elicotteri, quasi morte del cane di Judy, e via discorrendo, con Trooper Truth che finalmente riesce anche a capire il ruolo di Unique, il tutto in un coacervo di soluzioni di quanto avvenuto nelle precedenti trecento e più pagine.

Ribadendo che il finale è un po’ affrettato, che il libro è tutto un pastiche che solo qualche mente particolarmente dedita a voli pindarici può scambiare il fumo per una profonda meditazione sulla solitudine umano (ho letto anche questo), riporto una frase di Wendy, la segretaria di Judy, che Patricia usa per “alleggerire l’atmosfera”. Penso proprio con scarsi risultati.

Un'altra “furberia” è stata quella di inserire un cameo della dottoressa Scarpetta, che tuttavia non ha minimamente risollevato l’inutilità del testo. Per fortuna, in questi venticinque anni che ci separano dal testo, Patricia non ha scritto altre storie di questi poco coinvolgenti personaggi.

“Non sa che cos’è un ghost de plume? Uno scrittore che scrive per conto di un altro e che pubblica con un nome che non è il suo.” (42)

Joël Dicker “La scomparsa di Stephanie Mailer” La Nave di Teseo s.p. (prestito di Alessandra)

[A: 16/10/2025 – I: 08/03/2026 – T: 10/03/2026] - &&& e ½ 

[tit. or.: La disparation de Stephanie Mailer; ling. or.: francese; pagine: 708; anno 2018]

Dicker è sempre Dicker, anche se qui siamo lontani anni luce da Harry Quebert. Ma fortunatamente anche anni luce dalla catastrofe allo zoo. È una storia abbastanza ben pensata, anche se non sempre completamente sviluppata. Non tutti i personaggi risaltano in modo netto, come dovrebbero, ed anche i dialoghi a volte cadono di tono. Nella congerie delle molte storie, ce ne sono alcune che non si amalgamano con il filone principale. Infine, ma ci arriveremo poi, il finale non ha la consistenza che dovrebbe avere, dopo che abbiamo penato settecento pagine per arrivarci.

Non mancano, ovviamente, alcuni segni caratteristici della scrittura di Dicker. L’andamento da “conto alla rovescia” dei capitoli, che qui cominciano da -7 e finiscono a +4 (quindi 12 capitoli). Il passaggio delle voci dei personaggi che raccontano brani della storia in prima persona, passaggi scanditi dall’indicazione, in ogni capitolo, sia della data sia della persona che andrà narrando. Infine, un andare su e giù nella linea temporale, che una parte del thriller e del mistero viene dal passato.

Infatti, l’inizio logico della vicenda (che noi si ricostruisce man mano) è il 30 luglio 1994, nella cittadina di Orphea. Sta per iniziare un festival teatrale che attira molta gente, inclusi critici illustri e giornalisti in cerca di notizie. La sera dell’inaugurazione vengono uccisi a colpi di pistola il sindaco Joseph Gordon, sua moglie Leslie, il figlio decenne e la commessa della libreria Meghan Padalin, che stava facendo jogging davanti la casa del sindaco.

Le indagini sono affidate alla coppia di poliziotti Jesse Rosenberg e Derek Scott, supervisionati dal loro capo Kirk Harvey. Dopo vari giri a vuoto, le indagini si concentrano su Ted Tennenbaum, proprietario di un ristorante e sotto mira della mafia locale, motivo per cui aveva contratto debiti in cui la giunta locale poteva aver voce. Per farla breve, tutto sembra incastrarsi, ed in un inseguimento dei nostri a Ted che fugge c’è un grave incidente stradale, dove muoiono Ted e Natasha, la fidanzata di Jessem casualmente nell’auto guidata da Derek.

Tutto sembra concluso, Jesse farà un carriera notevole in polizia, guadagnandosi il titolo di “squadra del 100%”, mentre Derek chiede di essere spostato in amministrazione e Kirk si dimetta e scompare, pare forse rifugiatosi in California a fare il regista teatrale. Dimenticavo, Orphea è nella contea di Hamptons, poco sopra New York.

Ora, passati vent’anni, alla festa per il prepensionamenti di Jesse, ecco che irrompe sulla scena Stephanie Mailer, che insinua a Jesse come l’indagine di vent’anni prima era stata tutta sbagliata. Un tarlo che Jesse non riesce ad ignorare, anche perché subito dopo Stephanie scompare. Ecco allora che Jesse si rimette in caccia, aiutato questa volta da Anna Kanner, vicecapo della polizia di Orphea, anche lei con qualche sassolino nella scarpa che vi lascio scoprire.

Stephanie, tra l’altro, si era dimessa da un prestigioso giornale newyorchese per lavorare all’Orphea Cronicle, oscuro giornale locale diretto da Michael Bird.

Qui c’è bisogno di una mappa gigante per ricostruire la ragnatela immaginata da Dicker.

Ora, Stephanie lavorava al “New York literary magazine” diretto da Steven Bergdorf ed era coinquilina a New York di Alice Filmore, amante sanguisuga di Steven. Alice non solo manda in rovina le finanze di Steven, ma prima gli chiede di licenziare Stephanie, poi anche Meta Ostrovski, il critico letterario più famoso. Che tra l’altro nel ’94 era ad Orphea per il Festival, e forse aveva avuto una liaison con Meghan.

L’Orphea Cronicle, come detto, è diretto da Michael Bird, già presente sulla scena nel ’94, sia come sodale del sindaco Gordon, sia in quanto sua moglie Miranda era coinvolta in un giro di malaffare guidato da Jeremiah Fold. Fold che era quello che teneva sotto scacco Ted, e che, poco dopo la morte del sindaco e compagnia muore in un misterioso incidente di moto.

Jesse e Anna stanno cominciando a rimettere insieme molti cocci della vicenda, laddove la svolta avverrà nel momento della scoperta dell’uccisione di Cody Illinois, proprietario della libreria dove nel ’94 lavorava Meghan. Ponendo i nostri di fronte al dilemma cruciale: era stato l’assassinio della famiglia Gordon con Meghan vittima collaterale o viceversa?

Purtroppo, non per la comprensione, ma per lo svolgimento del tutto, il finale è fin troppo veloce, laddove tutti i protagonisti della vicenda convergono ad Orphea per il nuovo festival. Compreso il redivivo Kirk che vuole mettere in scena un testo in cui, secondo lui, verrà detto il nome dell’assassino che tutti cercano. Mettendo anche come protagonista una ragazza, Dakota, con problemi psicologici evidenti. Dakota che, prima di poter fare il nome fatidico, viene ferita da un nuovo colpo di pistola, a valle del quale si risalirà alla catena dei delitti.

Come detto in quest’ultime scene, ad Orphea erano presenti il nuovo sindaco Brown, al tempo vice di Gordon, il critico Ostrovski, i giornalisti Bird con signora e Bergdorf con amante, Sylvia, sorella del forse innocente Ted. Tutti possibili colpevoli. Ma solo una persona alla fine sarà il responsabile di tutti i delitti (dimenticavo, nel frattempo si era ritrovato anche il corpo di Stephanie).

Perché il finale non soddisfa? Certo, tutto il filone principale ha una sua coerente spiegazione. Ma tanti rivoli laterali cadono nel vuoto. Qual è completamente la storia di Dakota? Come si giustifica la scomparsa di Alice, senza che nessuno, apparentemente, la cerchi? È vero che Jesse ed Anna potrebbero avere un futuro diverso, magari insieme? Forse potrebbe essere l’inizio di un romanzo ancora non scritto?

Insomma, Dicker non delude, anche se sa fare di meglio. E noi lo aspettiamo in altre prove.

Yu-jin You-Jeong Jeong “Le origini del male” Repubblica Essenza Noir 29 euro 8,90

[A: 06/01/2023 – I: 10/03/2026 – T: 12/03/2026] - & e ½   

[tit. or.: Jong-ui Giwon -종의 기원; ling. or.: coreano; pagine: 299; anno 2016]

[tit. inglese: The Good son; ling. or.: coreano; pagine: 320; anno 2018]

Premetto che, in generale, la Corea non è ai vertici dei miei interessi mondiali. E forse neanche nella prima metà. Inoltre, nel mio piccolo giro in Seul, ho trovato i coreani scortesi e maleducati. Ciò non toglie che Han Kung ha scritto libri interessanti, cui ho dato un alto grado di giudizio. Qui, cadiamo invece nel più profondo nero, di un abisso di scrittura con poche possibilità di risollevarsi. E non solo per la scrittura.

Intanto, non è un caso che ho messo due righe di indicazioni, che non credo conoscere, ad ora, l’esistenza di traduttori dal coreano, così che anche questo scritto, facendo delle lunghe ricerche in rete, risulta tradotto dall’inglese. Ora, se è vero che, come si dice in modo aulico, tradurre è un po’ tradire, un doppio tradimento non può certo fare del bene al testo.

Quindi, non so quale sia il pathos della scrittura originaria, ma di certo, a noi arriva un prodotto che sembra un po’ riscaldato al microonde. Non che non si percepisca l’esistenza di un testo e di una trama, ma a me è arrivata la sensazione di un potente dejà vu.

Detto ciò, c’è anche una bella riflessione da fare sul titolo. Fortunatamente, gli italiani hanno accantonato quel “figliol prodigo” che sembra tanto piacere agli anglofoni, virando su un identità di vedute con i francesi, ricercando il luogo e le azioni che possono aver fatto da nascita al male. Mentre la visione della scrittrice è ancora più pessimista, visto che riprende il darwiniano “l’origine della specie”, indicando le torbide vicende del testo come possibile punto di nascita di tutto il genere umano. E siccome si gira verso la cattiveria pura, traete voi le conclusioni.

Il nucleo centrale ed onnicomprensivo del testo è costituito da una famiglia sudcoreana, tra l’altro cattolica (come risulta essere l’8% degli abitanti locali) che nel tempo veniamo a conoscere. C’è il padre, Han Min-seok, la madre, di cui non viene mai detto il nome, due fratelli, Yu-min e Yu-jin, un fratello adottato, Hae-jin, e la zia psichiatra Hye-won (sorella della madre).

Noi seguiamo tutta la storia in soggettiva dalla parte di Yu-jin, il figlio problematico, che nel prologo vediamo svenire durante la prima comunione, prodromo di tutta una serie di accadimenti che costellano il testo. Dove la scrittrice ci fa scoprire man mano le avventure da quelle immanenti a quelle sempre più remote, così che alla fine riusciamo a ricostruire il filo.

La prima cosa che capiamo sono i mancamenti di Yu-jin. Dopo quello iniziale, a fronte del quale la zia comincia trattamenti, poi altri episodi, legati al nuoto. Sport che la madre proibisce avendo paura di una crisi in acqua. Con un andamento “up and down”. Se prende le pastiglie si sente uno zombie, se non le prende ha dei vuoti di memoria che lo portano a crisi di cui non conosce la natura.

Sappiamo anche che una decina di anni prima dell’oggi (in cui Yu-jin  ha ventisei anni), sono morti il fratello ed il padre. E qualche anno dopo, per una serie di coincidenze, la famiglia adotta Hae-jin.

Ora, l’inizio del romanzo vero e proprio ci porta nella loro casa in periferia di Seul, dove Yu-jin si risveglia da una crisi con i vestiti sporchi di sangue, e quando cerca la madre, la trova nel salone, con la gola squarciata con un colpo di rasoio.

L’autrice, forte anche della sua esperienza infermieristica, ci porta per mano ad esplorare i vari momenti di Yu-jin, le agnizioni e le cadute. E sembra prometterci ogni volta grandi rivelazioni e grandi sconvolgimenti. Purtroppo, niente realmente di positivo accade. Quello che immaginiamo nelle prime scene è quello che realmente è accaduto. Scopriamo solo come accadono altre simili cose. Sia nel passato, ma anche andando avanti nella storia. Con Yu-jin sempre ad un passo tra svelare arcani misteri che lo salvano o sprofondare in situazioni disperate.

Ci sono anche momenti non ben costruiti. Quando legge i diari della madre, il figlio capisce molte cose, andando poi, lui che fino ad un attimo primo era nella confusione più totale, a ricordarsi il colore della maglietta che indossava sedici anni prima. C’è forse un pochino di mancanza di credibilità.

Insomma, aspettiamo un colpo di scena, come nei thriller classici, che non avviene mai. Tanto che, giustamente, alcuni critici lo hanno spostato dal poliziesco allo psicologico. Rimanendo per me unico momento di nota la passione di Hae-jin per i film, e con lui andiamo a vedere sia il durissimo brasiliano “Ciudad de Deos”, sia quel compendio di bravura e disquisizioni sulla morte che è “Non è mai troppo tardi”, con Jack Nicholson e Morgan Freeman.

Potremmo anche mettere un mezzo punto alla (velata) critica della società coreana, tutta tesa all’apparenza (ma va’?), dove si preferisce nascondere piuttosto che curare.

Ma la confezione finale risulta poco avvincente ed assai scontata.

Viveca Sten “Questa notte morirai” Feltrinelli euro 12 (in realtà scontato a 11,40 euro)

[A: 24/01/2023 – I: 14/03/2026 – T: 16/03/2026] - && e ½   

[tit. or.: I Natt är du död; ling. or.: svedese; pagine: 430; anno 2011]

SANDHAMN04

Allora, l’esimia scrittrice svedese Viveca Sten, ora che si avvia verso il traguardo dei settanta nella sua vita letteraria ha scritto una grossa opera seriale, nota anche in Italia, più altre serie minori, non ancora tradotte. Questa serie è stata anche realizzata in episodi televisivi (che confesso non ho visto). Comunque questo è il secondo libro che leggo, che ho trovato Sandhamnsdeckarna (i detective di Sandhamn) piuttosto che i misteri di Sandhamn, un titolo più consono alla realtà della storia.

Ricordo solo, come indico in frontespizio, che, benché questo sia il secondo volume pubblicato in Italia, come evoluzione della storia è l’episodio numero quattro. Abbiamo così perso, per ora, parti del passato dei protagonisti, che riusciamo a recuperare per l’abilità della scrittrice di inserire notizie del passato nel corso della narrazione. Mentre, se non usciranno i primi volumi, perderemo (magari senza troppi rimpianti) le prime indagini.

I protagonisti immaginati da Viveca sono due. C’è l’ispettore di polizia Thomas Andersson e c’è la sua amica d’infanzia Nora Linde. Di Nora sappiamo che sta attraversando un difficile periodo post-divorzio, con liti continue con l’ex-marito ed una difficile gestione dei due figli. Nelle “calde” estati svedesi, si rifugia nelle isole della sua infanzia, l’arcipelago di Sandon, e nella sua cittadina più popolosa. Dove da un lato conosce un sembra simpatico pilota (vedremo in futuro) e dall’altro aiuterà, con le sue conoscenze locali, le indagini di Thomas.

Thomas, invece, viene da una situazione difficile assai. Ha da poco perso la figlia, morta nella culla a tre mesi. Una morte che ha creato un forte spaccatura nella sua famiglia, allontanando per un po’ la moglie Pernilla. Che però si riavvicina quando Thomas rischia di morire assiderato per un tuffo nelle acque gelide del Mar Baltico. Thomas sopravvive, pur con due dita del piede amputato. E dal riavvicinamento, anche se complicato, con Pernilla, sappiamo che potrebbe nascere una nuova vita.

Questo il contorno del giallo, dove per una volta tanto il titolo italiano non si discosta dall’originale, come significato. Anche se la caratteristica della serie è di iniziare nel titolo sempre con “I” che in svedese introduce una proposizione in genere di tempo o di luogo (nel giardino “i trädgården” o nella notte “I natten”). Accontentiamoci.

Questa volta tutto parte dal presunto suicidio del giovane Marcus, trovato impiccato con una lettera di scuse scritta al computer. Una situazione che non convince né la madre né la ragazza di Marcus, che instillano dubbi anche nell’ispettore Thomas. Marcus studiava psicologia, e stava svolgendo una tesina sugli effetti e sulle conseguenze psicologici di una vita di persone rinchiuse in numero ristretto in spazi angusti e costretti ad interazioni forzate.

Marcus aveva scelto le (dis-)avventure del corpo scelto dei Cacciatori Costieri che venivano a suo tempo addestrati nel loro campo base presso l’isola di Korsö, nell’arcipelago che ben conosciamo. Seguendo il fortuito ritrovamento del cellulare di Marcus, Thomas trova l’indicazione delle persone che il nostro stava cercando per intervistarle su quegli addestramenti. Li rintraccia, pur se a fatica, scoprendo che poco prima o poco dopo averli incontrati, pur senza avere nessun riscontro, questi ex-militari muoiono in maniera poco chiara.

In particolare, uno di loro, quasi immobilizzato in una sedia a rotelle, affatto da sclerosi multipla, viene ritrovato, vestito, annegato nella sua vasca da bagno. E qui le pulci all’orecchio di Thomas salgono molto di livello. Così che, pur non volendola disturbare, chiede aiuto a Nora, che ha da sempre frequentato l’isola e che forse conosce qualcuno che sa qualcosa.

Mettendo insieme pezzi di storie varie, e mettendo in pericolo alcune incolumità personali, Thomas riesce a ricostruire la storia ed a trovare i puntini da mettere su tutte le “i” comprese quella dell’assassino. Noi lettori, invece, dall’inizio sappiamo che c’è qualcosa in quella direzione, che la scrittrice alterna scritture dedicate al presente, a brani di un diario dei tempi degli addestramenti militari, che ci porta, mentalmente, nella direzione giusta sin dalle prime pagine.

La scrittura rimane gradevole per tutte le oltre quattrocento pagine (a parte i salti temporali che io gradisco sempre meno), ma non riesce a scatenare passioni forti o identificazioni nei protagonisti del dramma. Sono abbastanza ben delineati, ma non ancora empatici con il lettore italiano. Vedremo se ci sarà tempo di approfondire questi temi in altre letture svedesi.

Visto che abbiamo abbondato di gialli, vi sommergo con una lunga serie di citazioni di un filosofo a me assai caro, Zygmunt Bauman, tratte da uno dei suoi libri più agili e densi: “Le sfide dell'etica”. Di cui vi segnalo il terzo ed il quarto che mi trovano super d’accordo, e gli ultimi due, sul viaggio e sul turista.

“Si può aver fiducia che i saggi … facciano del bene autonomamente, ma non si può aver fiducia che tutti siano saggi.” (36)

“Lukačs à amare: essere sempre dalla parte del torto, e à amare così tanto che l’oggetto amato non intralci il mio amore.” (102)

“La sola medicina preventiva efficace contro la morte è la vita.” (107)

“La relazione amorosa non può essere creata se entrambi i partner non lo vogliono; ma per porvi termine è sufficiente la decisione di uno solo dei partner.” (110)

 “Io vivo in un mondo popolato di Tutti, Alcuni, Molti e dei loro compagni. Vi sono anche Differenza, Numero, Conoscenza, Adesso, Limite, Tempo, Spazio, anche Libertà, Giustizia e Ingiustizia, e, certamente, Verità e Falsità. Questi sono i protagonisti della rappresentazione intitolata Società … La Ragione ragiona, l’Immaginazione immagina, la Volontà vuole e il Linguaggio parla. Ecco come i personaggi diventano attori a pieno titolo.” (117)

“Kundera: nessuno … può garantire che un avvenimento del tutto episodico non serbi in sé una forza che un giorno, inaspettatamente, lo farà diventare causa di ulteriori avvenimenti.” (161)

“La proteo fobia consiste nell’avversione per le situazioni in cui ci si sente smarriti, confusi, impotenti.” (169)

“Il flâneur della città è il giocatore-viaggiatore. … Il suo gioco è far giocare gli altri, vedere gli altri giocare, fare del mondo un gioco.” (177)

“Vogliamo più macchine, e macchine più veloci, per raggiungere le foreste alpine, solo per scoprire alla fine del viaggio che non esistono più, che sono state distrutte dai gas di scarico [delle nostre macchine veloci].” (209)

“Ma c’è un'altra metafora adatta alla vita postmoderna, quella del turista. … il turista sa che non rimarrà a lungo dove è arrivato. … egli dispone soltanto del suo tempo biografico per seguire un percorso; nient'altro può ordinare le sue mete in una successione temporale. … È la capacità estetica del turista – la sua curiosità, il suo bisogno di divertimento, il suo voler vivere, e l’attitudine a vivere, nuove, piacevoli e piacevolmente nuove esperienze – a possedere una libertà quasi totale di costruire lo spazio del suo mondo della vita… I turisti pagano per la loro libertà; il diritto di ignorare gli interessi e i sentimenti dei nativi, di tessere la loro propria rete di significati, lo ottengono compiendo una transazione commerciale. La libertà si accompagna alla stipula di un contratto, il grado di libertà dipende soltanto da quanto la si può pagare e, una volta acquistata, essa diventa un diritto che il turista può apertamente rivendicare, cercare di farsi riconoscere per legge e sperare che venga accordato e protetto. … il turista è extraterritoriale; ma … vive la sua extraterritorialità come privilegio, come indipendenza, come diritto di essere libero, libero di scegliere; come autorizzazione a ristrutturare il mondo. Quella che può essere (che probabilmente è, quando si pensa a essa, ma poi perché si dovrebbe pensare a essa?) la routine quotidiana per i nativi, è per il turista una serie di emozioni esotiche. I ristoranti con i loro piatti dai profumi strani; gli hotel con le cameriere abbigliate in modo strano; i monumenti dall’aspetto strano, testimonianze della storia di altri; gli strani rituali delle routine quotidiane di altri, tutto attende docilmente che il turista ne sia attratto, vi presti attenzione, ne tragga piacere. Il mondo è l'ostrica del turista. Il mondo è lì per essere piacevolmente vissuto e quindi dotato di significato. Nella maggior parte dei casi il significato estetico è il solo di cui abbia bisogno e che possa avere.” (246)

“Idealmente, si dovrebbe essere turisti ovunque e sempre. Fisicamente vicini, spiritualmente lontani.” (248)

Quindi, dopo un marzo turco, ci siamo dedicati ad una Pasqua in famiglia, con annessa grigliatona. E guardiamo con interessa ad un possibile viaggio maggiolino, promettente ma alla data assai insicuro. Vedremo, che tutto ciò che viene è sempre un dono in più nel conto della nostra esistenza. Per questa volta della politica mi taccio e vi invio un grande abbraccio.

domenica 5 aprile 2026

Pasqua di gialli (ma non sempre belli) - 05 aprile 2026

Dopo avervi lasciato ben due settimane senza notizie, ecco che si ritorna con tanti auguri pasquali, ma senza uova con sorpresa, solo uova e corallina. Con un quartetto italiano cui mi aspettavo di più. Specialmente da de Giovanni (anche se senza Ricciardi c’è poco spazio per una bella scrittura) e da Tuti (che Teresa sembra anch’essa stanca di guerra). Normale mediocrità per il pur bravo Genovese ed un pensiero di speranza per il futuro da scrittore di Mencarelli.

Maurizio de Giovanni “L’orologiaio di Brest” Feltrinelli s.p. (Prestito della sig.ra Laura)

A: 25/01/2026 – I: 29/01/2026 – T: 30/01/2026] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 271; anno: 2025]

Devo dire che mi aspettavo qualcosa di meglio. La storia ha dei momenti ben fatti, ma a volte è prevedibile. Inoltre, il finale sembra far intravedere una sorta di continuazione, come fosse un episodio “Pilot” per una scrittura seriale potenziale. In questo sembra ricalcare altre uscite di de Giovanni. Fatte salve le serie storiche del commissario Ricciardi e dei Bastardi di Pizzofalcone (e non considerando, in quanto atipiche, le vicende di Mina Settembre), sembra ricalcare le prime uscite dei Guardiani e di Sara.

“I Guardiani” uscì nel 2017, ed io ne scrisse molto male. Riporto il passo saliente: “Ho trovato: la trama sconclusionata, i personaggi improbabili, i passaggi “esoterici” senza capo né coda, il finale non solo inutile, ma che lascia uno spiraglio ad una possibile seconda puntata. Terrificante prospettiva!”. Fortunatamente non ebbe un buon riscontro e tutto finì lì.

“Sara al tramonto” uscì l’anno dopo, e benché con qualche momento zoppicante, alla fine chiosai “non c’è quella bellezza delle prime avventure del commissario Ricciardi, né dei bastardi di Pizzofalcone. Ma qualcosa gira meglio nella penna di De Giovanni rispetto a precedenti prove.”

Venendo a questo (primo?) episodio, allora, abbiamo molta carne messa al fuoco dall’autore. Non solo, ma anche un tentativo di mescolare le carte, andando su e giù nell’arco temporale senza una chiara indicazione. Che verrà verso la metà del libro, momento in cui si comincerà ad avere un’idea più chiara di cosa avvenga nel testo.

Cominciamo quindi con le storie intrecciare. C’è una bella signorina che studia e, dalla periferia romana, va all’Università. Dove, in un seminario o analogo intervento, conosce e si invaghisce di un prete. Ma non uno qualsiasi, un alto prelato (come incarichi) benché si occupi di cose segrete. Qui, c’è il primo svarione degiovannesco, l’inserimento di una fantomatica “Entità” che sovraintende ai destini delle persone, ramificata in mille rivoli e conoscenze.

Il rapporto tra i due, che diventa anche carnale, non è ben visto (presta il fianco a debolezze nella corazza dell’Entità), così che il segretario emergente decide una soluzione drastica. Tramite uno scagnozzo si decide di far sparire la signorina. Tutto bene, se non che la madre non si rassegna, coinvolgendo un giovane magistrato nelle indagini. Magistrato capace di collegare puntini nascosti e quasi di collegarli. Bisogna intervenire…

Qui c’è il secondo filone narrativo, che lega un professore di storia medioevale in rotta con l’Università per motivi che sarebbero ridicoli in altre epoche storiche ad una giornalista che da anni cerca di venire a capo di un suo problema familiare. Andrea non ha mai conosciuto il padre, ed ha la madre in Alzheimer duro. Vera cerca di capire chi quarant’anni prima ha fatto saltare in aria la macchina di un giovane magistrato, uccidendo anche suo padre che ne era l’autista.

Ci sono due momenti descrittivamente belli ma inutilmente inseriti nella trama. Cioè hanno anche un senso, ma non ce ne rendiamo conto subito, e per lungo tempo rimane il sospetto che siano un po’ fuori contesto. Una lunga digressione su di un barbone che, senza farsi riconoscere, ripara qualsiasi meccanismo ad orologeria, in un caffè davanti al mare prospicente la città di Brest (ah, ecco il titolo!). Un carillon con una signorina che danzando si avvicina senza toccarlo ad un signore seduto davanti ad un caffè che si affaccia su di una spiaggia. Le due figurine non si toccano. Si legge l’insegna del bar, è il Caffè Pierrot.

Ora, il tocco di improbabilità è che Vera, vedendo il sopraindicato locale, capisce subito dove sia. Come se, nel mondo, o meglio (perché un po’ vien detto), davanti all’Oceano Atlantico esista solo un caffè con tale nome. Insomma, a parte l’improbabilità, capiamo subito altri meccanismi della storia.

La famiglia di Andrea era legata al terrore pseudo-brigatista degli anni ’80, il padre non essendo morto, ma fuggito in Francia (dottrina Mitterand docet) con un discreto bagaglio economico dovuto all’attentato commissionato dalla sopracitata Entità. Così Vera, anche con l’aiuto di Andrea, scopre alcuni retroscena, recandosi anche con lui in quel di Brest. Dove succede di tutto e di più, in un finale troppo veloce e convulso, e di sicuro con quegli agganci che fanno presagire un successivo sciagurato episodio.

Del testo ha già detto troppo, ma, anche se non con parole corrette, tutto era già prevedibile fin dal capitolo cinque. Non solo, tutto il pippone sulla chiesa e sull’Entità ha una sua inutilità storica che ne sconsiglia una puntata successiva. Critici ben agguerriti, parlano di tic tac degli orologi del tempo, del pentimento e della memoria. Tutti elementi che ci possono stare in un romanzo, ma che qui, il più delle volte, stonano e basta.

L’improbabile storia ha tuttavia un suo fascino, anche per sollevare quei piccoli tappeti della memoria che nascondono ancora tante storie non risolte. Ma de Giovanni sa scrive meglio, e ci aspettiamo altre e più degni prove. Non penso, infatti, che l’avvicinarsi a grandi passi dei settanta abbia bagnato le polveri delle su penne.

Daniele Mencarelli “Quattro presunti familiari” Sellerio s.p. (regalo di Alessandra)

A: 28/01/2026 – I: 04/02/2026 – T: 06/02/2026] && e ½ 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 290; anno: 2026]

Dietro le indicazioni dei librai di viale Eritrea, insieme alla mia personale fabbricatrice di possibilità, c’è stato suggerito questo romanzo. Non conoscevo l’autore e l’ho letto come al solito faccio io, senza riferimenti. Andiamo dritti al testo, che il contesto viene dopo. Dopo viene che il cinquantenne Daniele nasce e cresce poeta, con un discreto credito nel pubblico, e solo da pochi anni si dedica anche ai romanzi. Questo, secondo i lanci pubblicitari, dovrebbe essere un noir, dove Daniele esplora un nuovo modo di affrontare la realtà.

Ora, a valle della lettura, devo dire che di noir non c’è molto, anche se è un buon libro sulla psicologia umana, sui guasti del potere quando è usato male. Certo, c’è anche un filo noir che lega il tutto, ma per Daniele è più un pretesto per raccontare alcune vicende umane, che una vicenda di potenziale cronaca nera, costringe a condividere una settimana circa di vita.

Il via alla vicenda viene dato dal ritrovamento di uno scheletro femminile nei pressi della cittadina di Norma, in provincia di Latina. E sarà la sezione locale dei Carabinieri ad occuparsi del caso. Un nucleo dove risaltano tre ben distinte figure. C’è il personaggio che configura il Bene, il maresciallo Damasi. Certo, sembra avere avuto nel passato problemi, tanto che frequenta uno psicologo. Ma nel presente sembra sempre prendere la strada giusta, dare il consiglio sensato, non uscire mai dalle righe. Ed anche se fa forzatamente convivere delle persone per una settimana, lo fa a fin di bene. Si scatenano meccanismi sociali, ma forse anche questo è un bene.

Poi c’è il personaggio che incarna il Male, il Brigadiere Liberati. Inciso: dispiace che qui venga usato il cognome di tre miei cugini che sono distanti anni luce da una possibile prefigurazione con il brigadiere. Che è cattivo dentro, che usa la divisa come potere, sia nelle piccole angherie (tipo non pagare mai il caffè al bar), sia nell’uso “sessuale” della sua posizione. Quando incontra prostitute, usufruisce di prestazioni gratuite non certo gradite.

Il terzo personaggio, in fondo, è anche il più importante, l’appuntato Circosta, voce narrante del romanzo. È giovane, ma con esperienza. Ma è anche insicuro sino al midollo. Per quasi tutto il romanzo si fa travolgere dalle situazioni, in special modo da Liberati. È il suo modo di cercare di non sentirsi escluso, senza capire (e noi d’esperienza ne sappiamo bene) che è il modo peggiore di agire. Si viene travolti, come a lui succede in una notte di sesso “forzato” con due prostitute dell’Est, dove lui, per fortuna, si ubriaca subito, mentre Liberati fa il bello ed il cattivo tempo. Un tempo che gli si rivolge contro quando i sodali delle due, in un agguato, lo corcano di botte, mandandolo all’ospedale, probabilmente con l’apparato urinario non più funzionante.

Se questo è il potere, Circosta ci narra, e bene, dell’attesa. Che cercando nei vecchi casi si scopre la possibilità che lo scheletro appartenga ad una delle tre persone scomparse vent’anni prima. Così che vengono convocati i congiunti, quelli del titolo, i presunti familiari. In una settimana di vita forzata e quasi reclusa (qui c’è un po’ di forzatura anche dell’autore, che per aspettare i risultati del DNA i quattro potevano tornare a casa) gli interessati scatenano dinamiche da studiare. Così come fa il nostro Circosta, che, a valle delle stesse, sembra capire meglio la sua strada: è bene stare con Damasi, pur non essendo felice, piuttosto che incoscientemente con Liberati.

E veniamo ai quattro.

C’è la coppia dei coniugi Martelli che aspettano da vent’anni un riscontro della scomparsa della figlia Assunta. Certo che all’inizio sembrava la descrizione di una santarellina, poi di una di possibile manica larga. Ma quello che colpisce, alla fine, è la descrizione del signor Martelli della vita di Assunta in casa, dove la moglie non gliene passava una, trattandola, a venticinque anni, come “candidata zitella”. E soprattutto Daniele ci colpisce al cuore con la descrizione dei pranzi che preparava Assunta e che la madre assaggiava appena, li battezzava immangiabile e li buttava nella spazzatura. Non so se sia la morta, ma avrebbe fatto bene a scappare.

C’è la signora Parrino, cinquantenne, cui scomparve nello stesso periodo la sorella. La signora vuole in tutte le sue espressioni farci capire che non comprende il motivo per cui sia lì. E poi veniamo a sapere che lei al tempo aveva una relazione con un muratore della ditta paterna. Per una serie di casualità, scoperte possibili relazioni dalla famiglia, lei accusa la sorella per salvarsi, sia dal padre che dal muratore stesso, assai insistente. Dopo di che, la sorella scompare.

C’è il signor Marini, giovane under trenta, da subito etichettabile come nullità, alla ricerca della madre, sparita nel periodo. Madre con evidenti problemi: non si conosce il padre di Marini, la madre ha frequentazioni tossicodipendenze notorie, anche alle forze dell’ordine. Dipendenze cui instrada il figlio non ancora decenne. Fatto sta che sparisce, il giovane fa giri di case famiglia fino a sistemarsi al nord, in una che sembra solo la meno peggio. Ma Marini continua, seppur controllato, il suo percorso “fuori”, assumendo oppiacei per stordirsi e non pensare alla fuga della madre.

Alla fine il DNA risolverà il mistero, e Circosta sceglierà la sua strada. Non vi dico, ovviamente, il finale di tutto ciò. Anche perché, ripeto, quello che interessa l’autore e che ci fa vivere è quell’angoscia di chi perde qualcuno ma non sa se lo ha perso davvero, rimanendo in una perenne attesa.

Direi che non si può che chiudere meglio che con la chiusa dei ringraziamenti dell’autore, che dedica il suo libro: “Agli scomparsi nel nulla e alle loro famiglie, in supplizio perenne. A tutti coloro che rappresentano le istituzioni senza farsi stravolgere dall’esercizio del potere.”

Un buon romanzo, rivedibile. Una scrittura che terrò d’occhio per altre occasioni.

Antonino Genovese “Il Silenzio Dell'Acqua” Corriere Gazzetta II 5 euro 7,99

[A: 24/01/2026 – I: 26/02/2026 – T: 27/02/2026] &&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 233; anno: 2025]

La scorsa estate avevo letto un primo libro del siciliano Antonino Genovese, trovandone alcuni buoni spunti, pur se annacquati da una trama non sempre tesa e coesa. Lì si seguivano le imprese del commissario Mariangelo in forza alla polizia di Barcellona Pozzo di Gotto. So, dalla bio dell’autore, che anche altre avventure ha scritto su Mariangelo. Qui, pur rimanendo nella stessa località, spostiamo l’attenzione su una improbabile coppia di investigatrici.

Ma se una ha un suo ruolo istituzionale nella Polizia, essendo il commissario Isabella Alessi, la sua amica e sodale è “solo” una psicologa, Agata Maltese. Devo dire che risaltano abbastanza bene nel privato, venendo da storie complicate ed in libera uscita. E terminando (tanto non fa parte del centro del romanzo) con il trovare nuovi stimoli di rapporti, forse liberi, ma forieri di futuri interessanti. Le due donne, ognuna per il suo tipo di carattere, risultano ben delineate, facendo da contraltare all’altro polo della vicenda.

Che ovviamente, come mi pare emerga da tutte le opere dell’autore, è il territorio, è la sua Sicilia. Con Mariangelo ci si muoveva anche verso le isole Eolie, qui si rimane sulla terra ferma.  Laddove, rimanendo ben disegnato il centro della vicenda, ci si muove verso Messina toccando Milazzo e verso Palermo toccando Patti. Non mancando poi un finale trasbordo in terraferma per arrivare alla fine della vicenda nei dintorni di Cosenza. Dove, come ogni buon siciliano sa, non ci potrà essere un happy end per tutti (mai dire ad un siculo che esistono calabresi buoni).

Comunque siamo sempre sul bordo del mare, e l’acqua ci accompagna metaforicamente in tutti i passaggi del racconto. Silenziosa quando accoglie tombalmente morti spesso uccisi. Voce continua e rituale con la sua risacca ed i suoi pensieri nascosti, quando dall’acqua si rinasce per portarci a nuova vita. Morte e rinascita che si insinuano silenziosamente nella mente del lettore, permeando il testo del senso profondo che lo attraversa: la maternità ed il rapporto tra madre e figli e tra genitori e figli.

In quel di Barcellona e dintorni, infatti, muoiono in modo poco chiaro un ginecologo che pare cascare dal suo attico, poi un giovane da sempre legato alla criminalità, poi scompaiono una o due russe venute in Italia per fare le escort (anche se non volontariamente) e ritrovarsi poi in giri che non volevano frequentare.

Ben presto la nostra Isabella evince che il giovane è stato freddato come in una esecuzione, e che il ginecologo non ha deciso da solo di saltare il balcone. Poi, insieme ad Agata, si rivolge al mistero della scomparsa di Kira Smirnok, una delle russe emigrate dalla lontana Russia, anche per sfuggire alla violenta mafia russa.

Questa è la parte più debole del testo, perché abbastanza scontata. Kira, cerca di sfuggire al violento Maskim Sokolov riparando in Italia. Ma il cattivo, quando scopre di essere il padre della bimba che Kira ha in corpo, la insegue e comincia a seminare morti a destra e sinistra. Kira pensa di poter fuggire alla mattanza dando in affido la bimba ad una coppia italiana, pensando di poterla riprendere più avanti.

Quando però il russo uccide anche il ginecologo (nonché qualche russa amica di Kira), la nostra capisce che c’è poco margine. Si fa assumere come tata dalla coppia che le ha “preso” la bimba, ma nonostante una fuga ben programmata (forse la parte più pensata del testo), viene raggiunta sia dal russo che da Isabella e Agata.

Non vi dico cosa succede in quel di Cosenza, durante una sparatoria senza esclusione di colpi, perché è materia del testo. Quello che ci interessa è che, ognuna seguendo il proprio percorso, avranno sbocchi positivi Isabella, Agata ed anche Maria (che non vi dico chi sia).

Come detto è un noir classico, che si innesta sulla vicenda della mafia russa in Italia, sui viaggi per la maternità surrogata, sulla prostituzione, e chi più ne ha più ne mette. Ma, e mi ripeto, se le nostre eroine femminili hanno una bella descrizione e presenza, questa parte direi “noir” è un po’ troppo scontata e senza particolare novità. Con una sola domanda: perché il cattivo si chiama Maskim (e non è un errore di stampa, visto che lo si indica così in tutto il testo) invece del più consueto e noto Maksim? Misteri russi insondabili.

Ma non possiamo non continuare a dare un plauso ai Fratelli Frilli nella loro continua opera di divulgazione del piccolo noir italiano.

Ilaria Tuti “Figlia delle cenere” Repubblica Essenza Noir 7 euro 8,90 (in realtà scontato a 8,45 euro)

[A: 04/10/2022 – I: 16/03/2026 – T: 17/03/2026] &&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 376; anno: 2021]

Devo subito premettere che nonostante la simpatia che la scrittura di Ilaria Tuti esprimeva ed esprime, e nonostante la serializzazione televisiva con la magistrale interpretazione di Elena Sofia Ricci, la saga di Teresa Battaglia sembra andare lentamente verso un inaridimento completo delle tematiche affrontate e dei personaggi messi in campo.

Intanto, con questa storia si mette un po’ di ordine al filo delle avventure e della memoria. Anche se con un difficile intreccio tra necessità della storia (con tanto di thriller e suspense) e progredire della condizione fisica di Teresa, che non ci fa certo presagire un roseo futuro, pur sapendo che è nel frattempo uscito il quinto episodio.

Sapendo come noi si sa di Teresa, non ci meravigliamo allora che anche qui il tema dominante, o anche il basso continuo dell’intreccio, è molto legato alla memoria. Inoltre, sempre legandoci alla salute di Teresa, non ci meravigliamo certo che anche qui si vada su e giù lungo la scala temporale, forse anche per consentire a Teresa di avere momenti più sciolti.

Insomma, Ilaria tira fuori un caso seguito ventisette anni prima d Teresa, in cui c’era da dare la caccia ad un killer seriale, che con meticolosità spargeva indizi di una assoluta cripticità. Un caso che seguiva Teresa ancora ispettrice, sempre in lite con il PM, che torna spesso anche nel tempo presente. E Teresa era anche sposata con un marito che si sarebbe presto rivelato paranoico e manesco. Inoltre, la nostra è anche incinta.

Il killer che uccide persone anziane quasi a vendicarsi dei suoi mancati rapporti genitoriali, è anche affascinato dalle capacità deduttive di Teresa, tanto che spesso frequenta la scena del crimine solo per avvicinarsi alla nostra, e magari lasciare qualche indizio. Perché Giacomo (così si chiama il killer) vuole essere preso, vuole essere fermato, come sanno gli psicopatici con forti momenti di lucidità.

Teresa, unendo molti punti sospesi, riesce a fermare Giacomo, quasi convergendo verso la sua cattura con il killer stesso. Peccato che, dovendo lavorare, si allontani spesso da casa, suscitando le ire del marito. Che non esita a picchiarla. Che non esita a massacrarla di botte, facendole perdere il bambino, e rovinandole l’utero di modo che non potrà mai avere figli.

Ovvio che Teresa sopravvive (lo sappiamo da tutte queste storie che seguiamo), che fa arrestare il marito di cui perde le tracce, che si impegnerà e diventerà commissario, così come la conosciamo ora. Così che la narrazione torna nel presente, dove Giacomo (cui lei ha puntualmente fatto visita in tutti questi anni) fugge dal carcere. E commetterà un ultimo omicidio, lasciando indizi nascosti ma da svelare nel grande mosaico presente nella Basilica di Aquileia.

Teresa cerca di seguire il filo del ragionamento di Giacomo, anche se vediamo che si perde sempre più spesso nei suoi momenti “Alzheimer”. Ma in questa discesa negli inferi della malattia, non è sola, rimanendo sempre più in aiuto e sintonia con l’ispettore Marini. Dove riesce a ritagliarsi un ruolo anche la donna di Marini, in quanto storica dell’arte, e quindi con decriptazione di alcuni indizi storici. Ed altri aiuti vengono dall’ipovedente Blanca e dal suo cane Sweezy, che abbiamo incontrato nelle puntate precedenti.

Anche qui c’è un piccolo mistero, che Blanca non è Blanca, ma Alice, figlia di una madre che scompare, lei piccola, forse fuggita, forse annega. Anche qui uno dei primi casi seguiti da Teresa. Alice che si vuole avvicinare a Teresa sperando, inutilmente, di avere indizi sulla madre. Ma alla fine, unendo i momenti lucidi di Teresa, le intuizioni di Elena, la donna di Marini, le tracce di sangue fiutate dal cane di Blanca-Alice, e la tenacia di Marini, riusciamo a capire i messaggi nascosti nel mosaico, chi è stato ucciso e perché, dove è sepolto, fermando ancora una volta Giacomo.

Tuttavia, il romanzo non riesce a decollare. Teresa è malata, ma non ne sentiamo empatia nella malattia (empatia che riesce meglio in Elena Sofia Ricci televisiva). Ci si stanca presto di questo andare su e giù nel tempo, andamento scandito da piccoli mementi ad inizio capitolo. Non si riesce a capire sino in fondo Giacomo, i suoi ruoli, ed anche un sospetto che le dimenticanze di Teresa nascondano anche qualche altra cosa (e vi lascio scoprire cosa). Ma soprattutto, visto che si parla di Aquileia, Ilaria ha inserito lunghe trattazioni storiche sui cristiani e sulle loro persecuzioni, ai tempi della costruzione della basilica. Inserti che non convincono, e che neanche si capisce come si colleghino esattamente al resto del racconto.

La cosa migliore è l’evidenza dell’approfondimento del rapporto umano tra Massimo e Teresa, laddove quest’ultima appare sempre più devastata dalla malattia e dove Massimo sembra poter prenderne il posto. Domanda: potrebbe essere un cambio di protagonista nel futuro. Sembra quasi che Ilaria, in alcuni punti, provi questa nuova direttrice, per sentire come reagisce il pubblico.

Purtroppo, alla fine, la narrazione è troppo lenta, e la bravura di Ilaria e la simpatia di Teresa non riesce a risollevare il testo. Si tocca a fondo il tema della memoria, della sua importanza in ogni momento della vita (ricordo a volo i quadernini che Teresa usa per scrive le cose, e ricordarsele quando la memoria svanisce), ma il tema non riesce ad uscir da un limbo di voler far meglio e non riuscirci.

Con questa prima trama del secondo trimestre, ci dedichiamo alle prime letture di quest’anno. Dove spiccano due graditi regali: il “Silence” di Ines e la “Londra” del cugino Giovanni, ma senza nessun libro proprio da cestinare. Con un gradimento complessivo che si attesta su di una sufficienza media di assoluta eccellenza.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Shusaku Endo

Silence

Picador

s.p.

4

2

Ragnar Jónasson

L’isola

Repubblica Cuore Noir

9,90

2,5

3

Ivan Carozzi

Cronache dell’Italia nascosta

Blackie Edizioni

s.p.

3

4

Tsuhara Yasumi

Le storie del negozio di bambole

Corriere Giappone

8,90

3

5

Almudena Grandes

Il ragazzo che apriva la fila

Guanda

s.p.

2

6

Annamaria Fassio

Senza sapere come

Mondadori

7,90

3

7

Stefania Bertola

Biscotti e sospetti

Mondolibri

s.p.

2

8

Milan Kundera

Amori ridicoli

Adelphi

s.p.

2

9

Jeffery Deaver

Hard News

Mondolibri

s.p.

2

10

Louis-Ferdinand Céline

Londra

Adelphi

s.p.

3,5

11

Ragnar Jónasson

Il sogno di Unnur

Feltrinelli

11

2

12

Costanza Rizzacasa d’Orsogna

Non superare le dosi consigliate

Guanda

s.p.

2

13

Qiu Xiaolong

Il dossier Wuhan

Feltrinelli

11

2,5

14

Catena Fiorello

Picciridda

Giunti

s.p.

2,5

15

Antonio Paolacci & Paola Ronco

Tutto come ieri

Repubblica

8,90

3

16

Laura Restrepo

Delirio

Repubblica Latinoamericana

9,90

2

17

Maurizio de Giovanni

L’orologiaio di Brest

Feltrinelli

s.p.

2

 

Questa settimana, per compensare, andiamo con lunghe citazioni dal femminile.

Cominciamo con Milena Agus. In “Sottosopra” c’è un po’ di amarezza, ed una lucida analisi dell’amore senile.

“Il sesso senza amore non esiste. Basta che uno dei due sia innamorato e già l’amore esiste.” (132)

“Un po’ di realtà e un po’ di invenzione. Del resto, non è questa la vita?” (134)

“Mia moglie … ha amato un violinista, mentre io ero uno che suonava il violino.” (140)

“L’età migliore per innamorarsi è proprio la vecchiaia … perché non avranno il tempo di stufarsi l’uno dell’altro. Finiranno loro, prima [dell’amore].” (160)

Nel secondo, “Ali di babbo”, oltre a normali pensieri vaganti ci sono le due citazioni sul Giovanni del testo che faccio senz’altro mie.

“Domande così sceme fanno sparire tutta la magia. E senza la magia la vita è soltanto un grande spavento.” (21)

“Signore, tienimi quaggiù finché tu ritieni che serva a qualcosa” (41)

“Con quel ragazzo non poteva continuare, perché per lui un albero era soltanto un albero, mentre io stavo sempre lì a pensare a tutte le parole che si dovevano usare per dargli un senso.” (53)

“[Lui] le legge tutte le notti ad alta voce il capitolo di un romanzo e questo a lei piace tantissimo.” (57)

“Giovanni, con tutte le donne che ha avuto, ha deciso che sposerà proprio madame. Non se lo sa spiegare, è un mistero la ragione per cui qualcuno ci prende il cuore e a questo qualcuno ci affezioniamo, ci leghiamo.” (106)

“Essere felici non è facile … Dice che l’unico modo perché questa sua felicità non finisca è finire prima della felicità.” (114)

“Giovanni ha viaggiato in tutto il mondo, Cina, Giappone, Terra del Fuoco, Galapagos, Filippine, Islanda, Tibet, Siberia, Mongolia, Perù, Bolivia, ed altri posti ancora.” (114) [purtroppo Galapagos, Siberia e Mongolia ancora mancano]

Poi abbiamo “Una vita sottile” di Chiara Gamberale dove la prima citazione è una bandiera del mio lavoro quotidiano.

“Non tutti amano leggere e inoltre non sempre ciò che a noi è gradito lo è anche agli altri.” (45)

“Mi piace … perché … nei pochi casi in cui non ha risposte, si pone però le domande giuste … crede nel Bene, nello sbagliare la strada per trovare quella giusta, nel dare sempre del proprio meglio anche a chi non se lo merita.” (53)

“Era quel non senso il senso del mio viaggio.” (69)

“Guarda che tu piaci malgrado, non per il tuo cervello, mi disse una persona e io ci sto ancora pensando.” (70)

“È bello poter chiamare una persona per nome!” (73)

“Mi piace stare con … perché davanti a un quadro rimane zitto.” (97)

Finiamo, al fine, con Giuseppina Torregrossa e “Manna e miele, ferro e fuoco”, dove passiamo dallo studiare l’amore a studiare i figli. E ditemi se non siamo d’accordo.

“Spesso i figli smentiscono le affermazioni dei genitori, tradiscono le loro aspettative, deludono le loro speranze, e si rivelano per quello che sono: persone normali come tutte le altre.” (74)

“Era fatta così … più amava e più trattava male.” (158)

“Le inquietudini sono dentro di noi, e sono le circostanze a dare loro corpo.” (238)

“Spesso i figli sono il più grande mistero nella vita dei genitori.” (354)

Come detto, appena fatto un giro stranamente molto economico rispetto alle previsioni in una Turchia che ci ha regalato bei giorni di sole cappadocico e qualche pioggia smirnina. Ora, auguro a tutti, insieme ai miei affetti, una Pasqua filologicamente attenta. Cioè di resurrezione verso una pace stabile e giusta. Aspettando il nostro futuro insieme, concedendoci una grande abbraccio.