domenica 18 ottobre 2026

Una bella scrittura femminile - 18 ottobre 2026

Questa settimana incontriamo quattro diverse scrittrici, lette negli scossi mesi, e tutte, devo dire, con una riuscita almeno buona se non ottima. C’è la peruviana Karina Pacheco Medrano, presa nell’ultimo viaggio in Sudamerica, con un testo pieno di riflessioni sulla condizione femminile in America Latina. C’è Alice Basso con l’ultimo episodio di Vani Sarca, con uno spaccato molto critico sulla vita editoriale italiana. C’è Bianca Pitzorno anche lei sul versante “donne oppresse”, questa volta in Sardegna. E c’è Francesca Giannone  che sposta l’accento sulla lotta per l’emancipazione femminile nel Salento. Devo dire di essere moderatamente contento di questo quartetto.

Karina Pacheco Medrano “La sangre, el polvo, la nieve” Planeta euro 17

[A: 01/06/2026 – I: 25/04/2026 – T: 06/07/2026] - &&&---   

[tit. or.: originale; ling. or.: spagnolo; pagine: 268; anno 2010]

Eccoci, quindi, ad un altro libro che incarna il mio viaggiare e le sensazioni che ne riporto tornando alla realtà casalinga e personale. Quindi, durante la lunga sosta in una città che io amo, la capitale del mondo Inca, l’ombelico del mondo, Cusco. E nella bellissima libreria dell’Avenida del Sol trovo un libro che mi dicono da poco pubblicato. In realtà non è così, che il testo è del 2010, ma la scrittrice, pochi anni fa, ha deciso di riprenderlo in mano e riscriverne dei brani.

La scrittrice in questione è Karina Pacheco Medrano, cuscheña doc, non ancora sessantina, laureata, antropologa ed altre benemerenze ancora (inciso: la tesi in antropologia era dedicata alla produzione di coca nella regione). Non è un caso, dati questi trascorsi, che la sua produzione letteraria, iniziata venti anni fa, dedichi molto spazio alla donna ed alle problematiche femminili in una società fortemente patriarcale come quella peruviana.

La storia è narrata in prima persona, ora che si avvia al finale della sua vita, da Mateo Loayza, ed è principalmente dedicata alla figura della madre, Giralda Loayza. Una donna che attraversa molta parte del secolo scorso (nasce in effetti proprio nel 1900), con tutte le contraddizioni che quel secolo ha portato alla società locale. Ma soprattutto, attraverso Giralda, Karina usa Mateo per scardinare questa società.

I Loayza sono una famiglia medio alta della società di Cusco, non sono grandi latifondisti, ma tendono ad assimilarsi alle famiglie di potere attraverso i comportamenti pubblici e privati dei maschi della famiglia. Mateo non usa un andamento lineare nella descrizione della storia, preferendo andare su e giù nel tempo, al ritmo dei ricordi materni. Noi cerchiamo di seguire un ordine.

I soprusi che i maschi Loayza portano avanti iniziano sin dal nonno di Giralda, Julio Cesar che, per soffocare una rivolta indigena, pensa bene di prendere una famiglia, padre, madre e due figlie, stuprare le donne ed ucciderle tutte a mo’ di esempio. Certo siamo nell’800, ma comunque sono immagini forti, che non lasciano indifferenti la moglie del padrone, Alexandrina, che ne rimarrà segnata a vita.

Giralda, all’inizio è molto legata alla figura paterna, anche perché ne prosegue il nome. Ma quando scopre Giraldo stuprare una donna sul tavolo da pranzo, comincia a farsi domande. Giraldo vuol dominare tutte le donne, in casa e fuori, forte del potere maschile. Ci riesce sottomettendo la moglie Sara con le botte, e scopandosi tutte le donne che girano per la casa.

Giralda, invece, si ribella. Vuole studiare, riesce ad andare all’Università per fare la maestra. E quando lì incontra un uomo buono, il mite Rafael, decide che quella sarà la sua strada. Un colpo forte al padre che non la vuole più vedere. Un sostegno indiretto alla madre, che, non potendo andarsene (siamo ancora negli anni Venti) quando Giralda se ne va, trova la forza di fuggire da Giraldo con il suicidio.

Con Rafael, per Giralda inizia una nuova vita, di speranza, di possibili cambiamenti. Intorno a loro si coagulano un gruppo di intellettuali, dai socialisti ai comunisti, perfino qualche anarchico, tutti tesi a lottare per una nuova società. Ma i tempi sono duri, i colpi di stato si susseguono. Ed il gruppo viene tradito da Firmin, un nipote di Rafael. Che viene imprigionato varie volte, ed in condizioni disastrose, tanto che prende la tubercolosi e muore.

Giralda sposa allora l’avvocato che l’ha aiutato nelle lotte per liberare Rafael. Unione da cui nascerà Mateo, il narratore. Altro momento topico, durante gli anni ’40, Giralda scopre (e fa scoprire a Mateo) il volto perverso di Firmin, anche lui intriso nel maschilismo peruviano, che esplica da una parte facendo carriera nelle forze dell’ordine, dall’altra prendendo come schiava personale Blanca, una donna traviata, che a lui dovrà essere sempre sottomessa. Non sposata, che non ci si sposa con una puttana.

Gli altri due momenti topici del romanzo sono l’inizio della narrazione, che si colloca nel 1945, quando viene consumato l'omicidio di quattro giovani di Cusco sulla spianata di Sacsahuaymán. I giovani sono tutti ex assistenti di Rafael. L’esecutore della strage non può essere che Firmin. E non è un caso che si utilizzi Sacsahuaymán come luogo eponimo. È il centro del ricordo incaico locale. È il luogo dove il 24 giugno di ogni anno si celebra la Festa del Sole in ricordo dell’antico impero Inca. È un luogo che il turista non può non visitare: è stupendo (inciso: visto che la pronuncia è assai complicata, noi guide a tempo perso suggeriamo di chiamarla “sexy woman”, un suono simile anche se non politicamente corretto).

Il secondo punto forte è la fine del romanzo, che si svolge durante il terribile terremoto che devasta Cusco il 21 maggio 1950. Dove finalmente Giralda, pur con tutta le sofferenze del mondo, trova il modo di riscattare le pene della sua vita, di aiutare concretamente Blanca, di trovare un modo di punire Firmin. Ho detto molto, che non ho trovato notizie sulla traduzione del libro in italiano (anche se spero prima o poi…).

Karina, pur tenendo sempre sotto gli occhi Giralda che le serve da faro per illustrare come venivano (mal)trattate le donne, usa questo non lungo apologo per una serie di bersagli laterali, ma altrettanto importanti. Prima di tutto, mettere in primo piano Cusco e la sua storia recente, prima che tornasse a splendere come ricordo degli Inca. Ma anche le politiche di quegli anni: la storia della prima riforma universitaria, che proprio a Cusco ebbe origine nel 1909, il sorgere dell’attivismo politico e del movimento di recupero della cultura indigena, avvenuto proprio negli anni Venti, e, subito dopo, la descrizione delle crudeli repressioni portate avanti verso tutti gli esponenti di sinistra da tutti i governi, sia civili che militari.

Quello che poi risalta, in controluce, sono tutte le dicotomie tra bene e male che ci presenta Katrina. C’è la grande casa oppressiva della famiglia Loayza e la dimora dimessa ma confortevole di Giralda e Rafael, lo scontro epico tra bene e male, che si sostanza nella lotta finale tra Giralda e Firmin. Ma che attraversa tutto il testo contrapponendo bianchi e indigeni, sfruttati e sfruttatori. Un libro non facile, non sempre di agile lettura, ma una lettura che proviene da un mondo di cui poco conosciamo e che, come in molte altre situazioni, dovremmo conoscere di più.

“Quizás nadie más esté interesado en conocer esa historia. No importa. … la debo a mi mismo.” (17) [Forse nessun altro è interessato a conoscere questa storia. Non importa … lo devo a me stesso]

Alice Basso “Un caso speciale per la Ghostwriter” TEA euro 9,90 (in realtà, scontato a 4,45 euro)

A: 30/12/2022 – I: 12/08/2026 – T: 14/08/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 376; anno: 2019]

Alice Basso, dal 2015 al 2019, ha scritto cinque libri imperniati sulla simpaticissima ed intrigante figura di Silvana Cassandra “Vani” Sarca, di professione “ghostwriter”, con interessi investigativi mai banali. Ho letto i primi due episodi, con discreto interesse. Anche per alcune invenzioni, di trama e di linguaggio, che mi sono sempre sembrate gradevoli.

Purtroppo ho lasciato (lisciato?) i due episodi successivi, trovandomi così a leggere questo quinto libro, che, sia per la trama, sia per le successive dichiarazioni dell’autrice, dovrebbe essere l’ultimo episodio della serie. La mancanza, tra l’altro, mentre leggevo questo libro, mi ha fatto perdere due cose fondamentali: l’avvicinamento definitivo tra Vani e il commissario Berganza e l’alzata di ingegno di Enrico Fuschi, il fosco editore cerbero di Vani.

Sulla prima vicenda c’è poco d dire. Fin dal secondo episodio avevo ipotizzato un sentimento non banale del commissario verso Vani, che di converso sembrava non accorgersene. Penso che nei due episodi mancanti, questa reciprocità si sia manifestata, tanto che ora i due vivono insieme e ipotizzano un futuro in comune.

Il secondo episodio rimane misterioso, se ne accenna a sprazzi, ma l’unico risultato, quello che dà il via a questo episodio, è il licenziamento di Enrico da parte dei gestori della Casa editrice, e la conseguente sparizione di Enrico stesso, con il timore, fondato ma non realizzato, che Enrico stesso, deluso dalla vita, abbia deciso di tirarsi fuori (dalla vita stessa).

Da qui, dalla sparizione di Enrico, comincia il libro, che però non raggiunge mai i toni di un noir o di un thriller. Motivo per cui, ad esempio, ho inserito la trama nell’ambito delle scritture generali al femminile, e non, come ci si poteva aspettare, nei noir italiani. Avevo infatti definito la serie, sin dall’inizio, come “chick noir” (unione tra i romanzi alla Bridget Jones con quelli di Alessia Gazzola).   Qui, invece, diventa solo chick, mentre decade completamente il noir.

Certo, andiamo per pagine e pagine alla ricerca di Enrico, cercando di capire, attraverso le arti investigative di Vani e del suo commissario, dove possa essere finito e perché. Ma di certo non è una ricerca noir. Per il resto, seguiamo l’evolversi delle storie dei vari protagonisti della serie. Conosciamo meglio e più a fondo, Antonia, la mitica segretaria di redazione, ed Olga, la stagista di buon cuore. Così come vediamo risorgere in un ruolo defilato, ma con una sua rilevanza, Lara, la sorella divorzianda di Vani.

Ancora meglio è l’approfondimento della storia personale di Morgana, la sedicenne dark amica di Vani, tanto che lei la considera il suo punto di riferimento mondiale. Morgana con le sue paure, ma anche con i suoi spunti poetico-musicali, aiutata in toto da Ivano, il giovane nipote del commissario. E seguiamo con ironico interesse le puntate del lunedì con Vani, Morgana e Laura (amica di Morgana) in visita plenaria all’ottuagenaria Irma (quella del secondo episodio), tutte impegnate ogni volta verso l’ardimento di nuove conquiste culinarie.

Purtroppo, al fine di delineare la personalità di Enrico, la nostra simpatica scrittrice introduce dei flashback sulla giovinezza del nostro, facendoci conoscere così Elettra, la sua fiamma giovanile. Entrambi pieni di ideali, entrambi con l’idea di cambiare il mondo, tanto da essere pronti a girare l’Europa in Interrail (un mito, i ricordi giovanili dei treni europei scontati per giovani). Ma Elettra decide per un corso a Londra in Economia, a valle del quale farà una brillante carriera sulle orme del padre. Mentre Enrico ne rimane scottato, invischiato tra la ribellione e la sottomissione.

Comunque, alla fine, Vani ritrova Enrico, gli fa prendere coscienza del suo strano rapporto con Elettra, convincendolo a prendere una posizione decisa (vedremo se pro o contro). E tutti insieme, il commissario, Vani, Antonia, Riccardo, Morgana, Lara nonché Enrico decideranno di imbarcarsi in un progetto (che non vi accenno nemmeno). Un progetto che potrebbe essere uno start per un by product di questa serie (ma che purtroppo credo non sia negli interessi di Alice).

Vediamo comunque, al fine della saga, come il personaggio Vani, da asociale e pronta al sarcasmo verso il mondo e le sue brutture, si ritrovi ad essere non solo sociale, ma addirittura empatica con una parte del mondo, quella “buona” ovvio. M seppur la scrittura rimane ai buoni livelli, ed il giudizio rimane comunque su standard di buona leggibilità, non sono preso d crisi di sconforto per la fine della serie. So che Alice ha scritto altro, e che forse, in futuro se ne leggerà.

“Se c’è una cosa buona dell’invecchiare è che ti guadagni il diritto di dire tutto quello che pensi senza che nessuno ti chiuda il becco.” (66)

“La vita è una sola e io non voglio sprecare la mia in puttanate qualunque.” (91)

Bianca Pitzorno “La sonnambula” Bompiani s.p. (regalo di Maria Cristina)

A: 12/02/2026 – I: 20/08/2026 – T: 22/08/2026] &&& 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 408; anno: 2025]

Avevo sempre associato l’autrice ad interessanti racconti e romanzi per ragazzi e ragazze, spesso con giusti intenti didattici. Ora, grazie a regali natalizi, mi trovo a leggere romanzi di grande letteratura e di buon respiro. Devo dire che, alla fine, mi aspettavo qualcosa in più. Non che sia un brutto romanzo, ma l’ho trovato un filo troppo esteso nella prima parte e forse troppo veloce e sintetico nella seconda.

La trama non è certo rivoluzionaria, ma, partendo da ritagli di giornale della nonna della scrittrice, Bianca imbastisce una fantasia simil-vera, che, nell’impianto generale, ha elementi di interesse, dati anche i giusti agganci alla realtà del tempo. Forse alcuni personaggi non riescono ad essere ben delineati. Vuoi per la troppa sintesi, come Corrado, vuoi per una tipicizzazione del “maschio cattivo” come in Folco.

Di certo, la ricostruzione di un certo tipo di Sardegna, abbastanza arroccata e distante dalle rotte più battute all’epoca, è fatta con mano sicuro. Nell’Ottocento, Sassari aveva in un certo senso il monopolio di un certo tipo di cultura (sede della prestigiosa Università) mentre Cagliari, nodo politico, era ben in vista essendo la sede delle succursali amministrative dei Savoia.

Anche il tema centrale e ricorrente dell’emancipazione femminile, del dolersi che le ragazze non venivano mandate alle Scuole superiori (e tanto meno alle Università), e l’analisi del machismo imperante sono elementi forti. Come, al fine, la figura della protagonista, che nelle sue diverse trasformazioni, ci fa vedere il volto di chi non si arrende ad un ruolo subalterno.

Di converso, la sceneggiatura complessiva del testo mantiene alcune criticità (alcuni passaggi sono veloci e poco spiegati). Così come lo stile volutamente elementare, che, per chi conosce la scrittrice, è un po’ un marchio di fabbrica. Chi non la conosce può al contrario pensare che sia una scrittura povera.

Intanto, per chi non conoscesse il linguaggio del tempo, con sonnambula non si indicava una persona che “compie azioni motorie, anche complesse, mentre si trova ancora in una fase di sonno profondo”, bensì una persona, donna in generale, che, attraverso vero o simulate cadute in trance forniva risposte alle persone “credulone” irretite da ben congeniati messaggi pubblicitari. Come quelli pubblicati sui giornali locali, che invitava la popolazione, tramite il pagamento di un piccolo obolo, a porre domande alla “sonnambula” che avrebbe avuto modo di risponderne in opportune sedute “para-mediatiche”.

Assistiamo così alla parabola della nostra eroina, che per la maggior parte del tempo verrà indicata con uno dei suoi eteronimi, Ofelia Rossi. Da giovanetta, nell’Italia del Nord, aveva manifestato doti divinatorie, a valle di cadute in trance. Non che ne avesse tratto giovamento, che nessuno le era grato per queste “anticipazioni”. Solo il conte in rotta di povertà sembra accorgersi di lei. E la sposa pure, ma solo perché pensa di poter avere da lei consigli paranormali sui cavalli da prendere in considerazione alle corse.

Ovvio che i due andranno in rotta di collisione, con la nostra che, a valle di una serie di oltraggi maneschi del conte, decide di fuggire, riuscendo a ritrovarsi nel nord della Sardegna. Senza arte né parte, sfrutta la sua capacità di ascolto e di unione di informazioni diverse, per intraprendere il mestiere di “sonnambula”. Qui c’è una delle parti migliori, dove Bianca descrive la crasi esistente tra l’aristocrazia locale e chi pur dotato di ingegno e proprietà d’animo, non ha “titoli”.

Comunque Ofelia a lungo riesce a barcamenarsi, fino a che, dopo aver guarito Corrado da alcune ossessioni, proprio di Corrado si innamora, ricambiata. Ma non aveva divorziato dal conte, quindi tutto rimane sospeso. Fino a che, e qui vi lascio molte ombre che il meccanismo di casualità è divertente, non ricompare il conte. Per evitare di mettere sé stessa in pericolo, Ofelia fugge con un circo rifugiandosi in Toscana. Non prima di aver fatto un vaticinio, che sarà la chiave di volta del romanzo, ma che, forse per voglia di mistero, la scrittrice non chiarisce sino in fondo (o forse lo chiarisce, ma io non l’ho capito).

A questo punto, di fronte a vari possibili scenari, Bianca sceglie quello più vicino alle sue attività letterarie di “gioventù”. Un finale oscuro ma tendente al “finale felice” dei film alla Frank Capra. Dopo tante peripezie, Corrado e Ofelia si ritrovano, ed il conte avrà una forse giusta punizione per le sue malefatte.

Il messaggio finale, e potente che riguarda tutte le donne che devono mirare all’emancipazione ed all’autosufficienza, è che non importo se hai i soldi ma non il nome o se hai il nome ma ti comporti in modo indecenti. L’importante non è stare al proprio posto (come vorrebbero gli immobilisti non solo dell’Ottocento), ma costruirsi il proprio spazio nel mondo. Come fa Ofelia, con quella capacità che ho accennato: la capacità di ascoltare. Perché tutti sentono, ma pochi ascoltano.

Un solo piccolo errore macchia la fluidità dei sogni della sonnambula. A pagina 141, a fronte di un sogno ed un discorso, Ofelia dice una frase che, all’epoca, era forse familiare, mentre ora anche noi, pur al di fuori dei confini napoletani, ne conosciamo l’etimo ed il significato. Ofelia, riferendosi alla Smorfia, dice “47, morto che parla”. Mentre tutti sappiamo che 47 è “o muorto”, mentre quello che parla è il 48.

Francesca Giannone “Gli anni in bianco e nero” Nord s.p. (regalo di Alessandra)

A: 14/06/2026 – I: 24/08/2026 – T: 27/08/2026] &&& 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 412; anno: 2025]

Dopo il successo chiaro del suo primo libro, e dopo una seconda uscita che, pur in minore, conferma la sua buona penna, ecco che siamo al terzo lavoro di Francesca Giannone. Un libro ancora ambientato nel suo Salento ed ancora, e sempre, direi, dalla parte delle donne. Anche se alcune posizioni ed alcuni sviluppi delle storie sono un po’ troppo scontati.

Infatti, seppur riesce a darci un quadro dell’ambientazione locale nella seconda metà degli anni Sessanta, molti dei personaggi risultano troppo “tipici”. Gli uomini in genere autoritari e sciupafemmine, le donne sottomesse con rabbia, gli studenti velleitariamente coinvolti in occupazioni e manifestazioni. Insomma, tutta una serie di figure un po’ troppo statiche, tanto che gli sviluppi della storia risultano, in gran parte, prevedibili.

Anche qui, come negli altri suoi libri, benché ci sia una coralità nei personaggi, è l’io narrante che ci porta a spasso per quattro cinque anni, in una cittadina non distante da Lecce, dove vive la famiglia Elia. Composta dai genitori e da quattro figlie femmine. Il padre, messo comunale, è il tipo maschio autoritario del sud di quegli anni (e non solo). Non fa nulla in casa, ma tutti devono stare ai suoi ordini. Decide chi deve vedere ogni membro della famiglia, chi deve stare in casa e chi deve uscire. E soprattutto, chi, maschio, si può incontrare con le sue figlie. Come dice un personaggio, è un fascista democristiano.

La madre, sarta, lo subisce in ricordo della loro felice gioventù prima della guerra. Ora, sta ai suoi comandi, magari masticando amaro, ma senza riuscire o osare una ribellione, pur minima. In questo, ha un aiuto di lontano dalla zia Emilia, sorella del marito, che, zitella (come si dice in paese) si prende cura delle figlie di lei quando si mettono in urti con il padre padrone.

Le quattro figlie, poi, sono anch’esse un eponimo delle ragazze del tempo. La più grande, Maria, per uscire di casa sposa il bravo Michele, con tanto affetto ma senza amore. Non solo, pur con tutta la buona volontà, non riesce a rimanere incinta e non riesce a rendersi piacevoli i momenti di sesso. Sarta anche lei, per stare al passo del mercato, decide con la sorella, di aprire un atelier a Lecce, che avrà successo. Ed a Lecce conoscerà la passione, per un bell’uomo di poco nerbo, che, quando lei rimane incinta, si defila. E lei decide di tenere Angela e di non dire nulla al marito. Come vedete, già in queste poche righe c’è tutta l’essenza del tempo.

Essenza che viene rafforzata da Giuseppina, la seconda, da sempre al passo coi tempi grazie alla musica (e volendo, c’è una colonna sonora delle canzoni italiane degli anni Sessanta da tenere da conto, che si comincia da Mina e si finisce a Luigi Tenco). Si innamora di un comunista, e per sfuggire alle ire del padre, fugge di casa e va a vivere nel peccato a Lecce. Sarà recuperata da Maria attraverso la moda, ed avrà storie di prendi e lascia con Luigi, anche se, alla fine, sarà forse più prendi che altro.

La terza, Ada, da subito vuole andare via, così che si impiega in un tabacchificio e va a vivere con la zia Emilia. Perché, e lo capiamo da subito, è innamorata ricambiata da Sara. Ada è anche la più politica e la più fragile. È lei che vorrebbe una solidarietà femminile che forse si trova, ma la sua storia con Sara, che non riesce ad esternare, la rende vulnerabile. Tanto che, quando il padre lo scopre, il fascista non trova di meglio che rinchiuderla in un ospedale psichiatrico per farle somministrare massicce dosi di elettroshock.

E poi c’è l’io narrante, Domenica detta Mimì. Quella innamorata del cinema (il bianco e nero del titolo), quella che andava di nascosto al cinema per vedere i film nel gabbiotto del proiezionista. Quella che cresce, si innamora, soffre, per sé e per la famiglia, capisce la differenza tra amore ed annullamento del sé nell’uomo. Ma soprattutto quella che, con un Super8 in mano, film di tutto, con la sua idea che “i dettagli fanno la differenza” (parafrasi di una frase attribuita a Leonardo da Vinci: “I dettagli fanno la perfezione e la perfezione non è un dettaglio”).

Mimì è l’occhio critico della famiglia, ne vede i guasti e le potenzialità, capisce il dramma di Maria per l’amore, la rivolta di Giuseppina, la crisi che fa chiudere in sé Ada. Ma lei, da subito, insegue il suo sogno: fare la regista. E non ci meravigliamo che vinca una borsa di studio per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC). Quello che importa, alla scrittrice, è per bocca di Mimì, affrontare le tematiche del tempo, tutte quelle che tarpavano le ali alle donne. La mancata accettazione del lavoro femminile autonomo, l’adulterio punito solo alle donne, il matrimonio riparatore, e poi il divorzio, l’aborto. Per finire, ai giorni nostri, con quella lunga scia di femminicidi che non si riesce a fermare.

Non tutto finirà bene nella storia della famiglia Elia, anche se, forse, ci sarà una maggiore propensione verso un futuro più felice dello scuro presente della scrittura. Ed è un indubbio merito del libro, tirar fuori, pur se a volte in maniera semplice, questi temi, e quelle referenze che sono importanti per tutti (primo fra tutti, “Il secondo sesso” di Simone de Beauvoir).

Un ultimo accenno dedicato al mio cugino regista ed al compianto cugino cinefilo. Dal CSC, fondato nel ’35, sono usciti una sfilza di registi italiani imperdibili: Michelangelo Antonioni, Giuseppe De Santis, Luigi Zampa, Pietro Germi, Stefano Vanzina Nanni Loy, Francesco Maselli, Antonello Falqui, Liliana Cavani, Paolo Virzì, per citarne alcuni. Poi ci furono allievi che iniziarono da registi e seguirono altre strade: Dino De Laurentiis, che si spostò sul lato produzione, Pietro Ingrao, che si dedicò alla politica e Gabriel Garcia Marquez (sì, anche lui) che passò alla letteratura. E poi c’è il caso che mi rimane più caro alla mente. Il docente Andrea Camilleri prese ad un certo punto un suo studente del corso di recitazione e lo convinse di passare alla regia. Lo studente era Marco Bellocchio.

Con questi pensieri da film (e ci sono passi dedicati al cinema che sono interessanti nel romanzo) vi lascio, con la certezza che, pur con un profilo discreto ma non scoppiettante, Francesca Giannone ha prodotto opere di sicura leggibilità e gradevolezza.

Da quattro scritture femminili a quattro pensieri maschili. Cominciando con “L’ultima riga delle favole” di Massimo Gramellini:

“I se sono la patente dei falliti. Nella vita si diventa grandi nonostante.” (53)

“L’amore è una meta che si raggiunge in due, a condizione di aver trovato la strada da soli.” (106)

“Ho passato la vita a desiderare che fosse la persona giusta. Il guaio è che una persona non diventa giusta solo perché tu lo desideri.” (194) [quindi meglio cambiare presto].

Poi passiamo a “La vita che volevo” dello psicologo ligure Lorenzo Licalzi 

“Di fatto ogni piccola decisione che prendiamo cambia la storia del mondo, e comunque il punto è sempre quello: quando ti va di sfiga lo sai, invece quando ti va di culo, no!” (80)

“La vita che vuoi non la determina quello che fai ma quello che sei.” (184)

Passiamo quindi al professor Alessandro Banda ed al suo viaggio sudtirolese in “Due mondi e io vengo dall’altro”

“Strano come s’imprimano nella memoria certi dettagli apparentemente irrilevanti. E come poi vi permangano per anni.” (34)

“[ad un certo punto discetta di un suo amico chiamandolo amico del giaguaro, per poi, dopo quindici pagine, ricordarci l’origine del termine, ripreso da un vecchio sketch di un film di Walter Chiari del ’59:] un tizio racconta da un suo amico che ha intenzione di andare a caccia del giaguaro in Brasile; e con cosa lo vai a cacciare? Gli chiede l’amico. Ma con il fucile! E se il fucile non funziona? Ce ne ho un altro di riserva. E se non funziona nemmeno quello? Ho una pistola. E se s’inceppa? Ho qua un pugnale. E se non lo trovi? Se tu un po’, ma tu, dico, tu, sei amico mio o amico del giaguaro?” (95)

Finendo con il romanissimo Tommaso Giartosio che ne “L’O di Roma” ci fa fare un viaggio nella capitale ed intorno a noi stessi:

“Identificandoci con le nostre difficoltà potevamo renderle nostre alleate. Non bisogna opporre resistenza né fuggire dal problema, ma entrare in esso, far parte di esso, usarlo come elemento di liberazione.” (90)

“Mi viene da pensare, come Pinocchio: questo paese non è fatto per me! Io non sono nato per lavorare!” (172)

“Mi fa pensare a qualcosa di Wenders … ‘Nel corso del tempo’, storia di un viaggio e basta.” (197)

 “Il desiderio di scrivere, penso, nasce dal gusto infantile di contare fino a mille, trattenere il respiro, bilanciarsi sulla ringhiera, scendere in cantina al buio, e fare altre cose difficoltose o faticose o pericolose o paurose ma soprattutto inutili.” (222)

“È vivo [solo] ciò che lentamente muore.” (240)

“Sono sconvolto. Come quando vedi di essere invecchiato. Lo sapevi, no? Come il nonno di Paul Auster che in ospedale si guarda le mani rugose: - Che strano che questo sia capitato a un bambino.” (266)

E come detto già, passiamo il resto di questo inverno a ripensare, programmare, riposare, visitare, e tutto quanto fa sì che si possa andare, ancora, avanti. Sapendo che possiamo sempre trovare momenti felici in ciascun momento della nostra vita. Per questo ed altro, abbraccio i miei amici lettori e viaggiatori.

domenica 11 ottobre 2026

Musi gialli - 11 ottobre 2026

Uso una “invettiva” datata con un doppio scopo: segnalare a voi tutti il mio tranquillo ritorno dall’ultimo viaggio giapponese ed indicare il ritorno a trame di contenuto più o meno poliziottesco. Dove, a livello di scrittori, abbiamo due penne ben note: Walter Veltroni, con il primo episodio dedicato al suo commissario di Villa Borghese (ben riuscito) e Maurizio de Giovanni, dove si conclude la saga dell’orologiaio, devo dire decisamente poco riuscita. E poi due penne coccolate all’ombra delle “scritture” mondadoriane: il ben riuscito Marco Scarlatti, con una fiction dedicata all’investigatore Franz Kafka, ed una onesta prova di Daniele Pisani, dove invece l’investigatore è Giacomo Casanova.

Walter Veltroni “Assassinio a Villa Borghese” Marsilio s.p. (Regalo di Alessandra)

A: 14/06/2026 – I: 20/06/2026 – T: 21/06/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 203; anno: 2019]

Ho sempre avuto un rapporto strano con Walter Veltroni. Non mi era dispiaciuto come sindaco di Roma, ma non mi aveva mai convinto come segretario di partito. Anche sulla spinta di mio padre che lo bollava come “americano”, per la sua mania o meglio passione per il cinema.

Quindi non avevo preso in grande considerazione, appena prima del Covid, l’uscita del primo di una serie di libri gialli a suo nome. Solo dopo averne visto la riduzione televisiva ho pensato che forse meritasse una chance, anche perché ero rimasto abbastanza colpito dalla buona interpretazione dei personaggi principali di Giorgio Marchesi e Serena Iansiti.

Approfittando quindi anche del regalo di compleanno, ho pensato di leggere questo primo episodio. Con risultati alterni. Innanzi tutto, notando una notevole discrepanza tra libri e serie tv. In particolare, almeno in questo primo episodio, il personaggio di Serena non compare, e dispiace, perché è uno dei meglio riusciti (fors’anche perché mi sta simpatica l’attrice). Inoltre, e questo porta alcuni punti in meno, il commissario è troppo ancora legato alla storia con la moglie (che l’ha lasciato per una donna), e questo, nel libro, è un continuo e poco interessante piagnisteo di ricordi e rimpianti.

L’altro punto purtroppo negativo è la composizione stessa degli addetti al commissariato di Villa Borghese. Ci sono la bella Ginevra Robotti, c’è il problematico ma simpatico Daniele Cecconi. C’è quello dei problemi familiari (Pierluigi Portanova) e c’è il narcolettico (Gozzi). Nella serie tv invece mancano sia i gemelli Morrone sia il vice Anselmi, che in effetti alla fine del primo episodio andrà in pensione.

La storia in sé, pur foriera dei possibili futuri sviluppi, è un poco “involuta” ed a tratti di difficile lettura. Cioè una lettura stanca che non fluisce come dovrebbe verso punti salienti del romanzo stesso. Così che il giallo sotteso non si sviluppa in maniera coerente e conseguente. Tant’è che, alla fine, il bandolo della matassa viene risolto dal commissario con un colpo di genio che però non è giustificato da nulla prima e giustifica poco il poi.

A parte che, nel titolo, si sarebbe dovuto inserire un gigantesco plurale. Prima viene trovato un cadavere di bambino (circa tre anni) smembrato e con una lettera che fa riferimento all’uccisione del grande ribelle peruviano Tupac Amaru II, smembrato dagli spagnoli nella Plaza des Armas di Cuzco il 18 maggio 1781. Poi si trova una testa, all’interno del Globe Theatre di Proietti. Quindi in una delle ville del parco, una volta hotel rinomato, si trovano altri due cadaveri, orrendamente sfigurati.

Tutti questi morti servono a dare il benvenuto al commissario Buonvino, reduce da una feroce riduzione nel limbo degli sfigati per una retata toppa contro un mafioso calabrese, dove confuse un ricevimento da tenersi in via Fratelli Bandiera con uno che si teneva in via Fratelli Cairoli. Dopo anni di purgatorio (che oltre alla depressione lo hanno portato a farsi lasciare dalla moglie come abbiamo detto sopra), viene rimesso in campo che il sindaco vuole dar lustro alla città rimettendo sotto le luci della ribalta un commissariato che potrebbe essere fonte di ritorni di immagine per Roma: quello di Villa Borghese, con il parco, i musei, nonché (e questo è un punto d’onore per Veltroni) con la Casina delle Rose, diventato centro di attrazione cinematografica. Inciso: è lì che facemmo la commemorazione laica del mio grande cugino Zap.

Quindi, fatta salva la giusta dose di citazioni cinematografiche, cosa che non ci sorprende in Veltroni, il resto è altalenante. La descrizione delle persone e dei comportamenti degli agenti del commissariato è di bon livello per Ginevra e Daniele. Meno per gli altri, in particolare Portanova, di cui preferiamo i comportamenti televisivi (e non vi dico certo la differenza). Come anche i gemelli Morrone, che non entrano mai nel vivo delle simpatie, tra l’altro con una serie di citazione da vecchio e nuovo testamento che ne fanno personaggi assai pesanti.

La cosa migliore che inventa Veltroni è il possibile uso dell’optografia per risolvere il caso. Per chi non ne fosse aduso, l’optografia è il processo di formazione dell’immagine sulla retina dell’occhio. Presunti studi scientifici vorrebbero che potrebbe rimanere impressa sulla retina l’ultima immagine percepita all’occhio umano prima della morte. È ovviamente una fanfaluca, ma Buonvino ne approfitta per tendere un tranello a chi si è macchiato dei crimini.

Alla fine si risolve abbastanza, ma, contrariamente alle regole auree di S. S. Van Dine, non si spiegano tutti i misteri sollevati, né si fa luce su tutti i come ed i perché. Inoltre, il lettore non possiede tutti gli elementi per decifrare il mistero e questo è un altro punto negativo.

In positivo, pensando anche che forse se ne leggerà ancora, ci sono i film, c’è Villa Borghese e tutte le sue strutture, che, tra le altre cose, mi riportano agli anni del liceo, vissuti non distante da lì, in quel di via Sicilia.

Ma questa è un’altra storia, e se ne parlerà altrove.

“Il futuro è passato. E non ce ne siamo nemmeno accorti.” (154) [dove Buonvino riprende una citazione dal grande film di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati”, mentre mangia un picchiapò nel locale che nel film era ribattezzato “Il re della mezza porzione”]

Marco Scarlatti “Il sottosuolo di Praga” Mondadori euro 7,90

[A: 09/07/2026 – I: 01/08/2026 – T: 02/08/2026] &&&---     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 234; anno: 2026]

Marco Marino, cinquantenne o poco più romano, dopo aver cominciato con il suo nome, tre o quattro anni fa (credo, o forse più) ha cominciato a scrivere con lo pseudonimo di Marco Scarlatti. Pseudonimo fortunato perché nel 2023 vince il 50° Premio Gran Giallo Città di Cattolica e quest’anno si aggiudica il primo premio nel mondadoriano Premio Tedeschi 2026. Motivo quindi per leggerne abbastanza in fretta, anche perché, pur nella sua semplicità, ha qualcosa di contorto che non deve essere lasciato al tempo (che poi me ne scordo).

Prima di tutto, e non è difficile capirlo, visto che siamo a Praga, si parla e si agisce in nome di Franz Kafka. Che è un autore che mi attira e mi respinge. Ha delle idee nello scrivere che ritengo dei fari che illuminano il cielo del mondo: la burocrazia, la solitudine dell’uomo e tutto quanto legato a “il processo” o “Il castello”. Non ho mai amato, invece, i racconti. E, dirò un’eresia, non sono mi entrato in sintonia con “La metamorfosi”.

L’azione qui si svolge nel 1913, e ci sono molti letterati e giornalisti che si aggirano per Praga con Kafka. Il suo fraterno amico, Max Brod, parla a lungo del racconto dello scarafaggio, ritenendolo, probabilmente a ragione, un must. Anche se poi, a quanto pare, il racconto stesso uscirà solo nel 1915. Ed è anche l’anno prima della scrittura di “Nella colonia penale”, dove compare un marchingegno che il nostro Marco sembra riprendere in questo testo.

Quindi, per iniziare, un testo che rivela una buona conoscenza di Kafka e del mondo letterario germanico dei primi venti anni del secolo, mentre ha poca presa la parte gialla che da un lato è forse troppo scontata, dall’altro, per evitare la banalità, cerca di complicarsi con passaggi forse un po’ forzati.

Non so se sia vero o meno, secondo Scarlatti, il buon Franz aveva una passione personale per gli scritti di Conan Doyle, e quindi, quando nella sua Praga cominciano presentarsi momenti omicidiari, seppur non direttamente (almeno all’inizio) Kafka comincia a ragionarci sopra.

La strana sequenza delle morti e dei “fatti strani” comincia con la consegna di un maiale con dentro il corpicino di un bimbo morto, consegna effettuato ad uno dei più ricchi ebrei della capitale. Poco dopo, in ordine, vengono trovati morti e smembrati prima un praghese della fascia molto povera, poi due imprenditori tedeschi. Fatto sta che dopo il 25% del testo ci sono già quattro morti. Il tutto poi collegato con una presenza ingombrante: un essere dalle grosse fattezze si aggira per Praga.

Facciamo un passo di lato, che tutti questi avvenimenti vengono seguiti e commentati dalla combriccola dei gaudenti serali che si incontrano nei vari locali notturni. Ci sono dei giornalisti, a volte molto o troppo informati sugli avvenimenti. Ci sono Max Brod e Franz Kafka, ma anche Jaroslav Hašek (quello del “Buon soldato Sc'vèik”) e Gustav Meyrink (autore de “Il Golem”, romanzo che esce proprio nei tempi di queste avventure). Proprio sul Golem, figura che protegge o attacca gli ebrei (secondo le varie interpretazioni), si appuntano i sospetti degli omicidi.

Per mettere ancora più confusione sotto il cielo, dato che Max Brod è un convinto sionista, Scarlatti introduce una diversa corrente, presente nell’ebraismo seppur molto nascosta: i diasporisti, che rifiutavano la creazione di uno Stato, ma puntavano a tutelare ed aumentare le comunità ebraiche ovunque nel mondo.

Nei vari passaggi, tra un pub e l’altro, Kafka scopre che il ricco ebreo aveva litigato con i due tedeschi per l’introduzione di un macchinario nelle fabbriche ebree. Lui era contrario, ed i tedeschi sapevano che senza di lui, la porta era chiusa. Qualcuno decide di fare quel macro-scherzo al ricco ebreo, usando un bambino malformato morto dopo poco. Bambino interno ad una comunità di storpi, protetta dalla moglie dell’ebreo, e figlio di una gigantessa alta due metri.

Ci sono tutti gli elementi per una discussione sull’ebraismo, sul sionismo, sul Golem, sulla diaspora, sulla vita a Praga, sul ruolo degli intellettuali, su come si pone Kafka verso le donne (non sapevo, ma pare fosse molto attratto dalle donne, anche se poi il suo amore era verso l’amata Felicia prima della guerra e l’amata Milena dopo la guerra e fino alla morte).

Scarlatti ben scrive sulla parte non gialla, mentre il mistero, dopo la gran massa di morti nelle prime pagine, galleggia senza prendere mai quota, per essere risolto in modo che il lettore non ne viene minimamente coinvolto (grande errore).

Due ultimi appunti: la famiglia piena di mostri derivati da incesti ed altro di cognome fa Epstein! Poi, in un momento di relax, uno scrittore fa l’affermazione sotto riportata. Ora, per quanto forse le abitudini siano cambiate, a me, le noccioline con il caffè, a Roma, mi suonano un po’ strane. E dire che frequento moltissimi bar, ma anche quelli che l’IA cita come nocciolinari, mi risultano privi di tale delizia. L’IA cita Sciascia Caffè 1919 (Zona Prati), noto per la goccia di cioccolato, Sant'Eustachio Caffè (Pantheon), con il suo “Gran Caffè”, e Antica Caffetteria (Piazza di Pietra), con il suo caffè “napoletano”. Io, di noccioline, ne vedo poche.

“Caffè e noccioline. Un’usanza che ho appreso anni fa a Roma.” (126)

Maurizio De Giovanni “Il tempo dell’orologiaio” Feltrinelli s.p. (prestito della sig.ra Laura)

A: 29/07/2026 – I: 06/08/2026 – T: 07/08/2026] & +

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 239; anno: 2026]

Approfittando ancora una volta della biblioteca ausiliaria della sig.ra Laura, leggo abbastanza velocemente anche il secondo episodio, forse finale, della saga degli orologi. Una dilogia che speriamo rimanga tale, laddove il primo episodio mi aveva convinto poco e questo finale anche un po’ di meno.

Tra l’altro, il primo episodio (che ricordo era “L’orologiaio di Brest”) scorreva abbastanza, rimanendo però sospeso in un finale che non era finito. Mi ricordava un po’ come il secondo e terzo libro della trilogia di Larsson, che alla fine sembravano un libro unico troppo oneroso da unire e venne diviso in due. Qui, il finale del primo era talmente sospeso che solo dopo aver letto questa seconda parte tutto alla fine ha un suo senso. Poco entusiasmante, ma ce l’ha.

Per quanto riguarda la trama in sé, riprendiamo la ricerca di Carlo, ex-terrorista in rifugio francese, e di suo figlio Andrea per ritrovare e salvare la bella Vera, quella che aveva messo in moto tutto il motore per rispondere ad una sua domanda: chi ha ucciso il giovane magistrato tanti anni prima insieme al suo autista, nonché padre di Vera?

Tutto quel meccanismo si chiarisce presto, almeno nelle sue componenti esecutive. La bomba l’ha preparata Carlo, sotto ricatto di qualcuno che l’ha posto di fronte al dilemma: o bomba e salvezza per moglie e figlio o tutti in galera. Carlo sceglie la prima soluzione, e fugge, seguendo il suo pentimento interiore per tutta la vita. Qui dobbiamo arrivare a capire perché si voleva colpire il magistrato e in che modo si riesce ad incastrare Carlo.

La ricerca di Carlo lo porta a ritrovarsi con tutti i componenti del nucleo “rivoluzionario” (metto a ragion veduta le virgolette, perché la Rivoluzione degli Anni Settanta fu tutt’altro), cercando di capire chi lo aveva venduto alle forze reazionarie. Perché Carlo venne ricattato avendo in mano tutta la documentazione degli interventi terroristici da lui effettuati. Non entro nel merito di queste discussioni con gli ex-compagni, che vorrebbero essere catartiche e portare alla luce i vari aspetti di un periodo che fu intenso ma non fu, mai, rivoluzionario.

Una volta capito chi tradì Carlo, si deve capire perché. E soprattutto dove e come riuscire a liberare Vera, rapita affinché qualche testa al comando possa subire un ricatto. Ovvio che le teste che hanno organizzato venti e più anni di depistaggio saranno sempre più forti e più organizzati di qualche killer, di certo bravo, ma in fondo isolato.

Tutto alla fine si collegherà con la scomparsa di una ragazza, fatta sparire perché metteva in pericolo degli equilibri, che ora vediamo espressi, che fin dall’inizio ne supponevamo l’esistenza, e che sembrano un motore troppo fragile per tutto quanto avvenuto. La scomparsa della ragazza mette in allerta la madre, che coinvolge e convince il magistrato. E quando questo si avvicina troppo alla verità, arriva il momento di tirarlo fuori.

Così si trova il modo di unire capra e cavoli, peccato che appunto ci vada di mezzo il povero autista, la cui memoria sprona la figlia a smuovere tutto il castello di carte che ci porta qui. Ovvio che alla fine Vera verrà salvata, i cattivi saranno puniti, se non dalla giustizia ordinaria, ma da qualche altro ordine di giustizia. E la famiglia Malavasi si riunirà non dico contenta ma internamente quasi pacificata.

Il tutto, inserendo nella trama l’unico elemento divertente e motivante, Martina, la figlia di Andrea, che porta verve e idee nuove per arrivare a decifrare alcuni elementi oscuri della trama.

Per passare al contenuto sotteso, dispiace che l’autore cerchi di affrontare, in termini noir, un momento non banale della storia italiana. I discorsi di Carlo con gli ex terroristi sembrano dover adombrare un’analisi di quel periodo, ma ne esce fuori una sfilza di stereotipi poco convincenti. La terrorista dura, pura e non pentita. Il terrorista di buona famiglia, riciclatosi in presentatore televisivo di grido. Il terrorista povero, che povero rimane, e continua ad inveire con la sorte “ria e mi comprensiva”.

E poi i cattivi, anch’essi troppo identificati con macchiette che qualcuno muove nell’ombra. I servizi segreti, il Vaticano, i poteri politici. Quante inutili banalità. Non c’era bisogno di un libro giallo per mescolarli, né c’era bisogna di un libro tout court per ripetere ovvietà senza prove.

Si dice che il compito dello scrittore è poter dire: io lo so m non ho le prove, e ve ne parlo. Ma, permettetemi di dire, leggete il libro di Sorj Chalandon e poi ne riparliamo.

Peccato, Maurizio, potevi fare di meglio.

Daniele Pisani “L’ombra delle due colonne” Mondadori euro 7,50

[A: 14/07/2025 – I: 27/08/2026 – T: 28/08/2026] &&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 252; anno: 2025]

Daniele Pisani, pur essendo relativamente giovane (poco sopra i quaranta) ha già alle spalle una discreta carriera di scrittore, sia nell’ambito “crime” sia in alcune riuscite narrazioni storiche, che guarda caso girano intorno alla figura di Casanova. Per cui non sorprende se lo scorso anno, pur classificato ad ex-aequo, si sia aggiudicato il Premio Tedeschi di Narrativa Gialla, con un romanzo che unisce i suoi due interessi maggiori.

Non solo, ma il caso vuole che abbia vinto il premio proprio nel trecentesimo anniversario della nascita del grande veneziano. Devo anche dire che il testo, pur con delle connotazioni noir, si fa apprezzare di più nella parte storiografica, in cui si ricostruisce, e viene resa con vivezza, la Venezia di metà del Settecento. E si entra a piè pari in una possibile modalità di vita del grande Giacomo, che, negli anni centrali del testo, vive a Venezia, dopo alcune parentesi parigine, e prima che nel 1755 venga arrestato, condotto ai Piombi, da dove riesce a fuggire nella notte tra il 31 ottobre ed il primo di novembre del 1756..

Ma questa è in effetti un’altra storia. Quella che Pisani ci presenta inizia due anni prima della fuga dalla prigione. Nella biografia da lui scritta (“Storia della mia vita” che io posseggo in una vecchissima edizione avuta in dona dalla mia amata prozia Lisa), Casanova non si dilunga molto su gli anni ’50 del secolo, pur non potendo negare di vivere a Venezia, protetto dal patrizio veneto Matteo Bragadin. Proprio per questo, Pisani non è lontano dal vero immaginando il nostro al servizio delle forze dell’ordine locali, data la sua vasta rete di conoscenze.

Come, ne accenno ma non per darne importanza, si menzionano le imprese amorose del nostro che (fatto reale) era molto legato ad una suora per forza, indicata con M. M., ma che sembrerebbe essere tal Maria Morosini. Detto anche che nei suoi giochi erotici coinvolge una simpatica francese, e forse, più avanti, poco dopo la fine del romanzo, non ci meraviglierebbe che coinvolgesse anche la domestica Mimì.

Comunque, in quei giorni cominciano ad esserci strane morti, cominciando con una ragazza, per poi proseguire con altre, tutte strangolate, immerse in una qualche situazioni legata agli elementi delle sostanze viventi. Ed a tutte, asportato l’utero. In realtà, la seconda no, che non aveva utero essendo un trans.

Legato come è, attraverso messer Bragadin, alle fila del  governo cittadino, Casanova viene anche coinvolto che una delle morte è una signora aristocratica. Che serve anche ad indirizzare la mente dello sprovveduto lettore in un labirinto di sospetti. Anche perché, per una serie di motivi che tralascio, Casanova entra in urto con quello che ora si chiamerebbe PM, e che all’epoca era indicato come l’Avogadore di Venezia (da “avvocatura di stato”). Tanto che questi, trovata una falla nelle azioni note, pensa subito di incriminare il valletto di Casanova.

Qui, Pisani ci mostra la sua bravura nei rimandi, che narrando di Le Duc, il valletto, adombra quello che sarà il filo delle azioni contro Casanova l’anno seguente. Imprigionato, senza che gli venisse comunicato il motivo. Perché questa, all’epoca, era la legge. Non entro nel merito, ma una considerazione in proposito ci fa riflettere su molte malefatte, di allora, di ora, di sempre.

Per non farci mancare nulla, Pisani introduce anche l’ambiente dell’esoterismo e della massoneria, altri elementi ben presenti all’epoca. Con una figura di spicco nella marchesa di Manteuffel, esimia seguace di tali dottrine, ed in particolare di quanto (sembra) possa averle detto uno dei grandi impostori dell’epoca, il conte di Saint Germain (personaggio reale). Inciso: in questa fase entra in gioco, come presenza anche un altro personaggio reale citato, il poeta erotico (o forse meglio indicabile come licenzioso) Giorgio Boffo.

Casanova, con facilità, riesce a sventare gli attacchi al suo valletto. Mentre impiegherà più tempo, e solo capendo come le morti si possano collegare tra loro dopo che dopo morte, una viene annegata, una bruciata, una sotterrata. Capisce come unire i puntini, e si cercherà in un delitto che contempli una vicinanza con l’aria, il modo per fermare la catena delle morti.

Ripeto, molto gustosa la ricostruzione dell’ambiente veneziano dell’epoca. Meno, o quasi nulla, l’attrazione verso la trama “noir”, facilmente interpretabile. Con quell’accenno dato nel titolo,  delle due colonne, intese come le colonne di San Marco che venivano usate per giustiziare i condannati. Che per tutto il romanzo incombono, ma che non diventano mai un motivo reale della narrazione.

Ringraziamo quindi Pisani per averci fatto ripensare a Casanova (ed anche per averci costretto a riprendere in mano vecchi libri), mentre penso che sia meglio approfondire in altro modo una possibile scrittura poliziesca del nostro.

“Scriverò finché ne avrò la forza, anche quando a sostenermi sarà soltanto un ultimissimo palpito di vita. Scrivere, l’importante è scrivere alla mia età, non parlare.” (189)

Essendo la prima trama d’ottobre narriamo dei libri letti in luglio. Un numero decisamente alto di letture, con due punte assolute: i due memori-pastiche di Sorj Chalandon e di Emmanuel Carrère. Mentre devo anche segnalare un brutto libro di Isabel Allende, ed un giallo poco leggibile di Armando D’amaro.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Franca Oliva

Morte di Odisseo

Mondadori

7,90

1,5

2

Isabel Allende

Donne dell’anima mia

Repubblica

9,90

1

3

John Grisham

Il re dei torti

Mondolibri

s.p.

1,5

4

Cristina Rava

Come i tulipani gialli

Corriere Gazzetta II

7,99

3,5

5

Giulia Fiore Coltellacci

Romanticamente

Newton Compton

s.p.

3

6

Laura Veroni

I delitti di Varese

Corriere Gazzetta

7,99

2,5

7

Valerio Varesi

Reo confesso

Repubblica

8,90

2.5

8

Dan Simmons

La caduta di Hyperion

Mondadori

6,99

1.5

9

Alessandra Carnevali

Uno strano caso per il commissario Calligaris

Corriere Oggi

8,90

2,5

10

Daniele Bresciani

Testimone la notte

Repubblica Essenza Noir

8,90

3,5

11

Sorj Chalandon

Il libro di Kells

Guanda

s.p.

4

12

Armando D’Amaro

La farfalla dalle ali rosse

Corriere Gazzetta II

7,99

1

13

Han Kang

Atti umani

Repubblica Voci d’Oriente

9,90

3,5

14

Antonio Caron

L’anziano ficcanaso

Corriere Gazzetta II

7,99

2

15

Tew Bunnag

Cortina Di Pioggia

Repubblica Voci d’Oriente

9,90

3,5

16

Antonio Manzini

Gli ultimi giorni di quiete

Repubblica Intenso Noir

9,90

2

17

Lenz Koppelstätter

Omicidio sul ghiacciaio

TEA

s.p.

3

18

Emmanuel Carrère

Kolchoz

Adelphi

s.p.

4

 

Mi piace, questa settimana, rimane nel solco giallo ed italiano con alcune perle di autori di cui ho letto molto ed in un caso, tutto.

Cominciamo con il “Chiodo fisso” di Emilio Martini

“Non aveva l’età per le pene d’amore. … Si ritrovava … senza sapere che fare di se stesso. Ora anche con la sensazione di aver trovato la persona giusta, peccato che non fosse la situazione giusta.” (12)

“Aveva ragione sua madre: quando uno nasce lamentoso … continua così anche se vince al totocalcio.” (89)

Proseguiamo con il poco noto, seppur interessante Paolo Foschi ed il suo “Delitto alle Olimpiadi” che sottolinea la fine del mio avvenire di interprete delle carte topografiche:

“Il [suo]dono naturale era il senso dell’orientamento. Poi qualche stronzo aveva inventato i navigatori satellitari. E il suo dono si era svalutato in un giorno del cento percento.” (101)

C’è poi l’ottima Grazia Verasani che in “Cosa sai della notte” fa una prima affermazione che sottolineo in pieno ed una fotografia del dramma degli attori:

“Sono stanca di gente che finge.” (91)

“Un’attrice straordinaria… Ma poi è caduta come altri nell’equivoco di scambiare l’ammirazione per una forma d’amore … Pensi che dare l’anima basti a farti sentire felice, ma dopo gli applausi la gente torna alla sua vita e tu cominci a chiederti dov’è la tua.” (129)

Infine, la mia omnilettura di Marco Malvaldi non poteva mancare “Milioni di milioni” con una riflessione sull’identità dell’altro:

“La gente sono persone … Smetta di dire ‘la gente’. Dica ‘le persone’. Può sembrare una questione dialettica, ma non lo è. … La gente è stupida, le persone ragionano. La gente è indifferente, le persone ti aiutano. Oppure ti affogano, ma comunque interagiscono. Finché uno riesce a pensare agli altri come persone, a vederle come persone, riesce a non rimanere indifferente.” (139)

Come detto si è tornati, stanchi ma sempre contenti di rivedere posti cari. Ora ci sarà bisogno di un buon periodo di riposo, perché il corpo ha anche i suoi ritmi, e non possiamo abusarne. Ci sarà il tempo di fare anche altro, per ora vi abbraccio.