domenica 8 febbraio 2026

Italiani molto bene - 08 febbraio 26

Una settimana di buoni gialli italiani, tutti con un ottima gradimento con i nostri protagonisti seriali: Vanina Guarrasi (di Cristina Cassar Scalia), il quartetto di via Atri 36 (di Serena Venditto), la coppia Franzoni e Maffina (di Annamaria Fassio) e Paolo Nigra (di Paolacci & Ronco). Su tutti la scrittura non seriale di Sandrone Dazieri (anche se voci mi dicono esserci possibili seguiti).

Cristina Cassar Scalia “Mandorla amara” Einaudi euro 18,50 (in realtà, scontato a 15,70 euro)

A: 18/11/2025 – I: 01/12/2025 – T: 02/12/2025] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 261; anno: 2025]

VG10

Dopo l’intermezzo dedicato ad un nuovo personaggio (ricordo l’uscita nel primo semestre delle avventure di Scipione Macchiavelli), l’ottima penna di Cristina torna alla più celebrata (e televisiva) Vanina Guarrasi, con un episodio leggermente di tono superiore alle ultime uscite, anche se sempre immerso, nel finale, delle lezione dei feuilleton francesi. Ricordo infatti che nel non episodio si finiva temendo per la salute di Angelina, la moglie dell’ex-commissario Patanè. Qui, anticipo ma non entro nel merito che è un elemento molto di contorno, c’è un grido di allarme relativo a Luca, il compagno di Adriano ma non solo.

Tornando invece al binario della narrazione, vi dico subito che Angelina si salva grazie ad un intervento chirurgico del patrigno di Vanina. Ma è anche un profluvio di nuove opportunità e riprese l’andamento dei vari comprimari. Innanzi tutto, Lo Faro e Ristuccia sembrano poter tornare sui binari di qualche episodio indietro, mentre qui Nunnari e Fragapane fanno solo da sfondo operativo senza nessuna incidenza.

Spanò, fatta la pace solla separazione, sembra aver trovato nuovo vigore nel rapporto con la giovane ed esuberante Valentina. Mentre nubi si addensano sul futuro di Tito e Marta, visto che il primo sta brigando per un trasferimento verso i suoi luoghi, mentre Marta non credo che riesca ad ottenere subito un secondo avvicinamento. Fa un cammeo il buon dottor Manfredi, che spera sempre, ma si accontenta di un futuro invito a cena. Dal canto loro, fanno il loro mestiere Adriano, ovviamente impegnato nelle autopsie, la vicina Bettina, impegnata in cucina, e l’amica Giuli che dà il via al romanzo scoprendo i cadaveri, e sta sempre sulle scene quando serve (ed anche quando non serve).

Il rapporto tra la nostra ed il PM Malfitano procede ignorando cosa possa succedere il futuro. C’è chi ha paura di soffrire ancora (Vanina) e chi spinge ad accettare la vita così come viene (Paolo). A proposito poi di “anticipazioni”, c’è anche un accenno al possibile accerchiamento dell’ultimo mafioso rimasto in circolo per l’assassinio del padre di Vanina, ma è molto veloce.

La storia è, al solito, abbastanza ben congegnata. Su di una bellissima barca a vela vengono ritrovati i corpi di sette persone uccide per avvelenamento. Stavano andando verso le Eolie che il capitano della barca, Gabriele, lì doveva sposarsi, ed il proprietario ed amico, Edoardo, aveva proposto la traversata a vela. Edoardo, nelle more, aveva fatto fortuna con il latte di mandorla, ed i sette sono stati avvelenati con il cianuro, che tutti i giallisti sanno ha il sapore di mandorle amare (da cui il titolo, almeno in una accezione) inserito nei tetrapak del latte.

Oltre i due citati, sulla barca c’era Pietro, il figlio minore di Edoardo, più quattro amici inessenziali alla storia. Che la nostra attenzione si concentra su questi tre. Pietro è un gay non dichiarato, da sempre innamorato di Gabriele, e studente di Chimica a Palermo. Edoardo è un padre padrone, che ha un amante, Vanessa, nell’azienda ed un possibile divorzio nel futuro. Gabriele è sempre stato uno sciupafemmine, è stato l’amante di Betti, la moglie di Edoardo ed ora è stalkerato dalla sua penultima fiamma, Bianca, che non accetta di essere stata lasciata, e soprattutto di vedere il “suo” Gabriele andare a nozze, e presumibilmente anche lasciare l’azienda di Edoardo ed andare a vivere nelle Eolie.

Vedete bene che ci sono tutte le premesse per una serie amplia di possibili scenari. Pietro, distrutto dalle scelte del suo amore, decide di farla finita e di punire il padre padrone. Betti, forse lasciata in bolletta dal marito e tradita dall’amante, decide di punirli entrambi. Vanessa, illusa da Edoardo, decide di vendicarsi. Come di vendetta potrebbe agire Bianca. In entrambi i casi colpendo a destra e manca senza mirare al cuore del problema.

Vanina si dedica a lungo nel cercare il bandolo della matassa. Tabulati telefonici, esami autoptici, ricerca di impronte e di DNA in tutti i luoghi possibili (auto, barca, case). Nonché, visto che Patanè torna in quel di Catania, ragionando con lui sui due binari che sono il segno distintivo della serie: chi usa le tecnologie per cercare le prove, e chi ragiona sulle dichiarazioni e sugli spostamenti dei possibili indiziati. Per dovere di cronaca, i due binari, come è ovvio per i binari, arriveranno simultaneamente alla giusta soluzione del caso.

La scrittura di Cassar Scalia rimane sempre molto gradevole. Si legge con facilita, ed avanza proprio come se guardassimo il telefilm che ne verrà ricavato. Non ci sono molti colpi di scena clamorosi, ma la recitazione dei protagonisti è di buon livello. Come detto, aspettiamo di vederlo prossimamente in televisione.

Serena Venditto “L’ultima mano di burraco. Quattro coinquilini e un’indagine (per non parlar del gatto)” Repubblica Anima Noir 38 euro 8,90

[A: 14/03/2022 – I: 10/12/2025 – T: 11/12/2025] &&&    

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 266; anno: 2019]

Seconda uscita dei detective di Atri 36, e devo dire una discreta conferma della gradevolezza della scrittura di Serena Venditto. Un seriale che procede impostato su di una solida base classica: un gruppo che porta aventi dinamiche sociali interne ed un giallo esterno cui, per una serie di motivi che vedremo, i nostri sono invitati ad intervenire. Ed ovviamente risolvere.

Il tutto condito dalla presenza del gatto Mycroft (ho già detto che si chiama come il fratello di Sherlock Holmes?), che non è che intervenga parlando (non siamo nella divertente saga di Sarah Savioli), ma interviene da gatto, nella fattispecie, spostando una carta sul tavolo, movimento che consente alla nostra decifratrice principe di imboccare la strada di una soluzione.

Comunque, come dice il titolo ci sono i nostri quattro coinquilini: Malù, l’archeologa patita di gialli, Kobe, il musicista giapponese che parla a strafalcioni ed è geloso della fidanzata Ayumi che invece di stare a Napoli con lui è al nord a fare la modella, Samuel, il sardo-nigeriano rivenditore di gelati ed autista del gruppo (unico ad avere la patente) e Ariel, la narratrice nonché traduttrice bilingue nonché ex-fidanzata di un poliziotto ed ora coppia fissa con Samuel. Nelle more, in questo episodio, conosciamo anche Ayumi, scesa a Napoli per qualche motivo che fa ingelosire Ariel, ma che si scoprirà foriero invece di momenti piacevoli per tutto il gruppo. E poi c’è Mycroft su cui non ritorno.

L’indagine cui vengono coinvolti riguarda la morte di un matematico, Temistocle Serra, ucciso da una dose letale di cianuro. Morte avvenuta a valle di una riunione familiare in cui erano presenti la moglie Celeste ed i suoi due figli, Rebecca con il marito e Giulio. Doveva partecipare anche la segretaria Dorothy, che all’ultimo momento decide invece di passare la serata con il fidanzato. Una serata ovviamente all’insegna del burraco, come dal titolo. Ultimo, altrettanto ovvio, per il buon Temistocle.

Si avviano tutta una serie di indagini incrociate, che lasciamo al commissario, mentre la nostra squadra, proprio dal commissario è coinvolta per decifrare un mistero. Sul tavolo da burraco, prima di morire, Temistocle mette una serie di carte in modo che possa sembrare un cifrario. Sono quattordici carte (A3363736A82439) che più le guardi e più sembrano dire qualcosa.

Intanto, tutta una serie di primi indizi portano ad ipotizzare che Dorothy (o il suo poco limpido fidanzato) possano aver organizzato tutto. Fino a che, un assalto quasi mortale alla bella ci fa supporre che forse non è così. Anche se si era scoperto che: Temistocle, prima di sposare Celeste, che aveva una buona posizione economica, era dedito al gioco, dove aveva una buona costante di vincite (non a caso, poi, da matematico si occuperà di teoria dei giochi). Tra le altre cose, aveva ridotto sul lastrico un tal Pietro, che si scopre presto essere il padre di Dorothy.

Qui, si aprono quindi i grossi ventagli di sospetti: c’è Giulio, da sempre infatuato di Dorothy ma da sempre ostacolato dal padre, c’è tutto il passato di Dorothy, magari con il fidanzato che si erge a vendicatore, ci sono tutte le ombre di una giovinezza non proprio limpida, c’è sempre poi la possibilità che qualcuno intravede eredità appetibili.

Saranno le nostre gatto-detective, tuttavia, a decifrare il codice, a capire i meccanismi del primo delitto e del secondo tentato, chiudendo bellamente il cerchio. Vi do solo un piccolo, inutile indizio. Temistocle era molto legato al passato, avendo in uggia tutte le tecnologie avanzate che ci riempiono la vita di inutili complicazioni. Tutta la trama era anche innervata dai dubbi di Ariel sui sentimenti del buon Samuel. Dubbi che verranno sciolti in un ben articolato finale, anche se non vi dico se lo scioglimento è positivo o negativo.

La nostra scrittrice è di buone idee e di ottime conoscenze dei luoghi. Un momento di riflessione interessante, ad esempio, lo abbiamo dalla casa dei Serra. Casa posta in via Piscicelli, una casa che di fronte si affaccia sulla riviera di Chiaia (bellissima e chic) e sul retro ha le finestre in una zona molto popolare. Quasi a stigmatizzare la duplicità di tutti i componenti il mondo della famiglia Serra. E comunque, a parte qualche rallentamento qu e là, è una discreta lettura poliziesca, ma anche da commedia romantica, che non dispiace (quando non si prende troppo sul serio).

Non posso infine tacere che il commissario si chiama Timoteo De Iuliis, che se si chiamasse Ulisse sarebbe proprio il clone del mio amico viaggiatore pescarese. Una chicca mentale per concludere. Pensando alla morte di Temistocle come alla morte di un matematico napoletano, non poteva che venirmi alla mente la figura (e le opere) del grande Renato Caccioppoli (e chi sa di matematica mi capisce).

Sandrone Dazieri “Uccidi il padre” Corriere Noir 8 euro 8,90

[A: 03/10/2022 – I: 25/12/2025 – T: 27/12/2025] &&& e ½      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 562; anno: 2014]

Sono più di dieci anni che non prendo in mano un libro di Sandrone Dazieri, essendo sempre rimasto legato al Gorilla e quindi avendo timore di rimanere deluso da nuove e diverse prove. Tuttavia, la serie noir curata da Carlo Lucarelli mi propone questo pur vecchio episodio della bibliografia del nostro, e quindi, con un filo di sospensione delle attese, e con molta calma temporale, mi sono deciso ad affrontarlo. Devo dire con un discreto successo (come potete vedere dal giudizio espresso).

Il buon Sandrone non si lascia intimorire dalle idee, e qui, oltre ad una solida trama noir, ci sono spunti per approfondimenti su vicende che all’apparenza possono sembrare sghembe rispetto alla trama. Ma la diversità mostra solo l’ampiezza poliedrica degli interessi dell’autore. Nonché la sua capacità di tenere la barra ben puntata sulla rotta da seguire.

Intanto, capiamo ben presto che ci sono due storie da seguire: quella di Dante Torre e quella di Colomba Caselli.

Dante è stato rapito giovanissimo e tenuto in ostaggio per almeno otto anni (o forse di più) da una persona che voleva essere chiamata solo “Padre”. E che utilizza negli anni della prigionia tutti i metodi per piegare la volontà di Dante verso la sua volontà di Padre-Dio. Solo appunto dopo otto anni, vedendo uno spiraglio nel silos in cui era rinchiuso, Dante riesce a scappare. Un suo (o il suo?) carceriere si suicida dopo aver bruciato tutto.

Dante è libero ma rimarrà sempre marchiato dall’avventura. Intanto cercherà di recuperare tutte le informazioni relative a cosa success nel mondo durante la prigionia. In secondo luogo, avrà un terrore comprensibile di tutti i luoghi chiusi (aerei compresi) costruendosi una casa tutta vetrate. Ma in più, nella prigionia ha sviluppato un’attenzione maniacale ai dettagli, così da riuscire a diventare consulente delle polizia in caso di sparizioni e rapimenti.

Colomba, invece, è una poliziotta anch’essa molto dotata, di ingegno e di iniziativa. Peccato che durante una lunga ricerca di un latitante, cui aveva trovato traccia a Parigi, questi, entrando nel ristorante dove lei lo stava aspettando, si faccia saltare in aria con una potente bomba, che uccide buona parte delle persone presenti. E da cui Colomba si salva a stento, pur rimanendo anche lei segnata da questo avvenimento.

I due vengono fatti incrociare dal commissario Rovere in occasione di una nuova e misteriosa sparizione. Durante un picnic, il padre si addormenta, la madre ed il figlio si allontanano e spariscono senza lasciar traccia. All’aiuto del padre che coinvolge le forze dell’ordine, queste trovano la donna barbaramente uccisa ed il ragazzo scomparso. Ecco, quindi, che Dante e Colomba, pur con una inziale reciproca diffidenza, sono costretti a collaborare e trovare il modo di risolvere la sparizione.

C’è molta carne al fuoco di Sandrone, e non lo seguiremo certo in tutte le sue giravolte. Compresa una possibile divagazione sull’utilizzo della psicologia coercitiva da parte dei Servizi segreti americani ed italiani. L’abilità deduttiva di Dante porterà al ritrovamento del ragazzo scomparso, ma con una serie di finali a cascata che, uno dopo l’altro, rimettono molto in discussione. Compresi due fatti fondamentali: è possibile, e come, che l’attentato a Colomba sia collegato ai rapimenti? È possibile altresì che Dante non sia Dante?

Ripeto, niente informazioni sulle ultime duecento pagine, ma il filone principale delle idee del testo è di interesse. È possibile condizionare le persone, inserendole in contesti di forte disagio, fino a farle entrare in una spirale di ragionamenti e di comportamenti che forse non sarebbero mai entrate nelle corde della persona stessa?

Credo, per il poco che so di psicologia, che ci possa essere senz’altro una via di condizionamento. Basti solo pensare, anche in modo positivo, al transfer che un paziente opera verso il suo psicoterapeuta. Di certo, Dante fin dall’inizio è edipicamente condizionato dalla presenza di questo Padre onnisciente, che, come insegnano i classici greci, l’unico modo di uscirne è ucciderlo.

Meno convincente, anche se possibile, è tutta la parte in cui intervengono apparati militari, dritti o storti che siano.

Come detto, infine, non sono convinto del finalissimo. Pensavo sinceramente che potesse essere un romanzo auto-conclusivo ed invece leggo che sono già stati pubblicati altri tre libri che vedono protagonisti Dante e Colomba. Resta tuttavia la bella scrittura di Sandrone ed il suo riuscire a riempire quasi seicento pagine senza stancare il lettore.

Annamaria Fassio “Senza sapere come” Mondadori euro 7,90

[A: 12/11/2025 – I: 09/01/2026 – T: 10/01/2026] &&&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 169; anno: 2025]

Annamaria Fassio, che ad aprile doppierà la boa degli 85 anni, continua a scrivere le storie di Franzoni e Maffina, anche se a scartamento ridotto, ma con una buona e precisa idea in mente. Fare un raccordo completo di queste storie seriali che con questa uscita siamo arrivati al diciottesimo episodio, anche se dal punto di vista temporale siamo ancora al 2019.

Ma per cercare di unire tutti i puntini, bisogna ripescare qualcosa dal passato. Ecco allora che la storia fa balzi da gigante tra l’inizio di alcuni momenti caratteristici che si svolgono nel 2012 debordando un po’ nel 2013, ed il presente narrativo del ’19. In questo modo, le storie che la scrittrice sta seguendo si delineano e si caratterizzano. Finiranno ovviamente per intrecciarsi, quasi “senza sapere come”. Anche se una logica, alla fine, appare all’orizzonte.

Tra l’altro, l’espediente narrativo, che non è un vero e proprio flashback, ma un dipanarsi delle storie su diversi piani temporali, permette quello scatto narrativo che abbiamo visto nella produzione ultima dell’islandese Ragnar Jonasson. Vediamo gli avvenimenti da buoni lettori onniscienti, capaci di porgerci le domande su come affronterà quel tale ostacolo una delle figure coinvolte, visto che noi già sappiamo se l’ostacolo verrà superato.

Allora cerchiamo subito di sgomberare, se possibile, il campo da elementi privati dei personaggi, e di capirne la loro incidenza sulla trama. Uno spazio defilato, in questa puntata, viene occupato da Ida. La nostra simpatica palestrata ha preso in custodia la piccola Liv (come già sappiamo), ma ha anche rintracciato il padre biologico della piccola, e mentre cerca di far avvicinare Larsen a Liv, lei si avvicina in modi che non vi dico, con il nostro bel nordico.

Anche Maffina è abbastanza defilato. Ha un piccolo cammeo nel ’12, ha qualche presenza nel ’19, ma non interviene in modo incisivo. Il cammeo riguarda il fatto che nel ’12, lui ed Erica decidono la convivenza, approfittano dell’offerta dell’ispettrice Serafina Fiore, che per un po’ deve mettersi in copertura dovendo affrontare la ricerca di un pericoloso latitante calabro. Nel ’19, a parte qualche spulcio di fascicoli, e la sempre più insistente idee di andare in pensione, non abbiamo sue tracce significative.

Per fare un veloce sunto, nel ’12 avviene una strage di mafia che stermina la famiglia Romeo, meno Angela, in quel mentre fuori città. Il poliziotto Luca Ragusa lavora all’indagine e si innamora perdutamente di Angela. Che dopo una notte d’amore scompare senza lasciare tracce. Così come scompare, sempre lì in Calabria, e negli stessi luoghi della strage, Serafina Fiore, subito dopo aver incontrato Ragusa in un bar.

Tornando al presente, l’ispettrice Fiore risulta sempre scomparsa, anche se nessuno la cerca più. Ragusa invece, dimessosi dalla polizia, continua da sette anni a cercare la sua Angela. Queste due storie si intrecciano con la morte per problemi cardiaci di una giovane irlandese. Che, morta, viene derubata da uno spagnolo di pelle molto scura, da poco quasi linciato da una banda di liceali e lasciato senza un soldo. Liceali che seguiamo presto in un altro filone.

Che il capobanda, Agostino, è anche un organizzatore di corse in moto clandestine. Nonché, attraverso la banda, gestisce una piccola rete di spaccio. Ed Agostino si innamora di Tina, sedicenne allieva dello stesso istituto privato, sovvenzionato lautamente proprio dal padre di Tina. Istituto inoltre dove insegna una professoressa molto amata dai ragazzi, e che cerca di entrare in sintonia con loro.

Erica non sa che pesci prendere in tutto ciò. Andando ad elencare gli scogli che si trova di fronte abbiamo: l’agente Rosina, che la aiuta nella lotta alle corse clandestine, e che non vorrei sbagliarmi, si è preso una bella cotta per Erica, che forse in parte è anche ricambiata; i problemi con la scomparsa di Angela, volendo aiutare Luca a trovare un senso a questi sette anni di ricerche; la morte della sconosciuta; il mai sopito dolore di non sapere cosa è successo a Serafina.

In un finale un po’ convulso, molti nodi vengono al pettine. Alcuni solo per chiudere un cerchio (lo spagnolo che torna e racconta tutto ad Erica). Altri con un indirizzo preciso (il padre di Tina era proprio il latitante che cercava a suo tempo Serafina), e con una serie di avvenimenti a catena di cui non ci parlo. Ma che anche loro hanno un senso, pur se delle porte rimangono aperte senza che noi se ne sappia il perché. Per onestà di scrittura, Annamaria chiude il romanzo avvertendo che da lì a poco scoppierà la pandemia.

È un onesto libro più thriller che noir, anche se thriller in maniera sghemba (per gli argomenti, anche se non ci inculca nessuna paura). I personaggi reggono bene il passare degli anni. La storia, invece, è un po’ lieve. E come detto, di misteri da scoprire e di assassini da smascherare non ce ne sono molti.

Mi preoccupa solo l’età della scrittrice, perché vorrei leggere ancora tante sue storie.

Antonio Paolacci & Paola Ronco “Tutto come ieri” Repubblica Essenza Noir 17 euro 8,90

[A: 16/10/2022 – I: 26/01/2026 – T: 27/01/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 350; anno: 2022]

Eccoci al terzo episodio delle avventure del vicequestore aggiunto Paolo Nigra, episodio dalle molte conferme e da qualche sorpresa positiva. Intanto, continuano i rifrementi a De Andrè, visto che siamo a Genova. Qui, il titolo ci riporta ad un verso della “Canzone di Maggio”, tratta da quel “concept disc” che fu “Storia di un impiegato”. Inciso: per chi non ricordasse il testo riporto il nucleo portante alla fine.

Altre conferme interessanti riguardano il privato ed il pubblico di Paolo. Pare sempre più forte il legame con Rocco, tanto che i due si palesano finalmente a casa dei genitori di Rocco, senza suscitare le catastrofi che Rocco ipotizzava. Anche la squadra si irrobustisce, pur se Santamaria (a parte continuare a guidare come un pilota di F1) è un po’ defilata, mentre viene meglio la figura di Caccialepori (e del suo rapporto erotico con la dottoressa anatomo-patologa, insidiato dalla presenza di “Lombroso”, il cane cieco da un occhio, con quel nome che si presta ad equivoci apostrofati).

Inoltre si profila l’inserimento di Pasquale Mastantuono, che, pur se della Digos, che dovrebbe dare filo da torcere ai nostri, visto il suo debole per la fumatrice di pipa, in realtà aiuta, e molto, il nostro, facendoci presagire possibili sinergie future. Anche se il fatto che Santamaria è sposata mette bei paletti a possibili sviluppi (almeno per ora).

Ulteriore conferma dell’interesse del prodotto è l’attenzione che il duo P&R mette verso l’attualità, ed in particolare mettendo in luce (garbatamente, velatamente) possibili interpretazioni del mondo che stiamo vivendo. Abbiamo forse dei dubbi sul fatto che ci siano, ora, tensioni legate al problema immigrazione ed a questo legate speculazioni politiche. Ma anche un proliferare del bosco e del sottobosco criminale, soprattutto legato allo spaccio. Non ultime tensioni omofobe, qui ben descritte ed abbastanza ben gestite.

Il tutto incanalato su due binari descrittivi. Dal punto di vista in superficie, una sparatoria di balordi verso spacciatori di colore. Di certo, e ben descritto nelle pieghe del testo, alimentato da qualche consorteria mafiosa che non vuole cedere territori. Ma questo filone è ben presto ricoperto da altro. Infatti uno dei responsabili, il più balordo ovvio, viene presto trovato morto, con una pistola usata sei anni prima in un delitto irrisolto. Anzi l’unico caso irrisolto del nostro ispettore. Inciso: certo che in sei anni, risolvere tutti gli omicidi non è da poco.

Questo risvolto da modo ai nostri di giocare su più piani. Le capacità deduttive di Nigra e della sua squadra, ma anche i conflitti tra loro e la Digos che vedeva nelle azioni solo risvolti “sovversivi”. Il tutto con un piccolo sassolino di thriller in più: gli assassini in macchina sono stati visti da Nayana, ragazzina bengalese, che non può che essere messa in pericolo da tutto ciò.

Per vie laterali, poi, noi lettori onniscienti veniamo edotti che il cattivone di turno era uno che aveva inscenato tutto il casino fin dal primo omicidio. C’era stato l’incontro fortuito del gangster della lanterna con la signorina Elvira. C’è stata Elvira che accidentalmente scopre il tizio essere coinvolto nella droga pesante, forse anche con connivenze politiche di livello. Scoperte che indussero il nostro a eliminarla, ovvio con la cura di non lasciare tracce.

Stessa cura che mette nell’incastrare il balordo, e dopo di lui un secondo gangsterino di mezza tacca. Ma Nigra ragiona e non si fa ingannare da queste piccole messe in scena. E sarà proprio una frase fuori contesto che indirizzerà il nostro verso la cavalcata finale che porterà alla soluzione di tutti i casi sospesi. Anche quello di sei anni prima. Per dovere di cronaca, alcune azioni di una cinquantina di pagine prima del momento topico, mi avevano portato già ad individuare l’ambito del problema, pur se non ancora colui che agisce per tutto il tempo al fine di risolvere i (suoi) problemi.

Insomma, una buona scrittura, una buona idea ben congeniata, personaggi decentemente inseriti nella trama (certo mi farebbe piacere trovare ancora anche Nayana). E con queste piccole stoccate verso la non fiction ed una sua interpretazione, che mi fanno piacere.

Con qualche altra chicca in più. Una citazione di rispetto verso Rocco Schiavone (adoro la fiction on fiction). Ma anche una strizzata d’occhi ad un libro di alcuni anni fa di Sandrone Dazieri (“Uccidi il padre”), dove per primo faceva la comparsa la descrizione del progetto (reale) MK-Ultra, creato dalla CIA dove, attraverso esperimenti su esseri umani, si cercava un mix di droghe e procedure interrogative che sarebbero servite a creare uno scenario imbattibile che potesse portare alla confessione del malcapitato. Progetto poi degenerato in tentativi di condizionamenti umani, che Sandrone descrive in maniera eccelsa.

“E se nei vostri quartieri / Tutto è rimasto come ieri / Se avete preso per buone / Le “verità” della televisione / Anche se allora vi siete assolti / Siete lo stesso coinvolti.” Fabrizio De Andrè, come possibile esergo.

Quindi dobbiamo passare a scrittori non di genere per avere qualche riferimento di riflessione. Cominciando con Saul Bellow che non mi ha mai convinto troppo, ma qualcosa va recuperato dal suo “Herzog” (in particolare la penultima)

“Dunque, lei è un uomo sano – non ha più vent’anni, ma è forte.” (21)

“Poteva anche pensarsi un moralista, ma la forma dei seni in una donna aveva grande importanza per lui.” (24)

“Aveva un debole per gli intellettuali pasticcioni con forti impulsi morali.” (39)

“La luce non viaggia a 300 mila km al secondo solo per permetterci di vedere mentre ci pettiniamo.” (64)

“Spinoza: è dell’uomo desiderare che anche gli altri gioiscano del bene di cui noi godiamo, non di costringere gli altri a vivere secondo il nostro modo di pensare” (153)

“Una volta era un giovane stupidello, e … adesso stava diventando un vecchio stupidello.” (232)

“Lui pensò … a come, invecchiando, era diventato vano, terribilmente narcisistico, a come soffriva senza dignità.” (243)

Oppure andando indietro nel tempo e nello spazio ci fermiamo ne “La Cripta dei Cappuccini” di Joseph Roth, che la prima riflessione la sottoscriverei soprattutto nei viaggi che andremo a fare “Le persone sanno quando partono. Non sanno mai quando ritornano.” (83) e la seconda stuzzica tutte le mie conoscenze numeriche “Non ero capace di fare i conti, tutt’al più una somma, se proprio occorreva. Ma una moltiplicazione era già un supplizio.” (156)

Infine, un pensiero etnico dal Marocco di Tahar Ben Jelloun nel suo “Incontro crudele”:

“La tradizione marocchina vuole che nelle parole non emergano sentimenti. Questione di pudore.” (9)

Siamo ancora nel marasma di compleanni (auguri doc) ed altri verranno la prossima settimana. Gli avventurieri continuano a rifiutare le mie candidature, ma non ci preoccupiamo, quando tutto manca, le nostre letture ci fanno sempre viaggiare. Per cui un saluto di quasi carnevale, con tanti abbracci.

domenica 1 febbraio 2026

Molta Islanda ... - 01 febbraio 2026

Anche se non va oltre la sufficienza, con la trilogia di Hulda scritta da Ragnar Jonasson (e sui motivi di tale giudizio rimando direttamente alle trame). Meglio senza dubbio un’ennesima prova di Michel Bussi, che rinvigorisce la schiera del noir francese. Infine, citazione filologica per un romanzo di Jeffrey Deaver, ben lontano però dalle sue prove migliori con Lincoln Rhyme.

Michel Bussi “Les assassins de l’aube” Les Presses de la cité s.p. (regalo di Alessandra)

[A: 21/09/2025 – I: 28/10/2025 – T: 30/10/2025] - &&& e ½

[tit. or.: Originale; ling. or.: francese; pagine: 453; anno 2024]

Niente di meglio che terminare una vacanza con un po’ di letteratura locale. Quindi, alla fine del soggiorno marsigliese, eccoci, io e Ale, alle prese con una bella libreria (che in realtà è una FNAC di periferia, ma ben messa) e con qualcosa da scegliere in ricordo. Per combinazioni di promozione, riesco a trovare due libri al prezzo di uno, e questo Michel Bussi è uno dei due scelti a ricordare viaggio e anniversario (l’altro è di Fabrice Caro, e ne parlerò tra i romanzi).

Bussi è un autore che non mi dispiace, nelle pur non tante prove di lettura. Certo, a volte si ingolfa in misteri che sembrano inestricabili (come in “Ninfee nere”, il suo bell’esordio nel genere “noir”), altre volte sembra un Musso in trasferta. Anche perché, e giustamente, non rinnega il suo passato di geografo. Così che anche in questa prova recente, l’ambientazione ha un suo posto di rilievo nella trama.

Siamo in fatti a Guadalupa, uno dei Territori Francesi d’Oltremare, come francese è gran parte della storia locale (e della lingua). A parte il nome che rimane quello datole dal loro scopritore, Cristoforo Colombo, in onore del monastero spagnolo Nuestra Señora de Guadalupe, in Estremadura. Isole con una notevole mescolanza di razze, che i locali caraibici si sono incrociati con gli schiavi africani, portati per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero, e con i francesi, che dal 1635, sotto la spinta del cardinale Richelieu, occuparono l’isola e non l’hanno più lasciata.

In questo scenario paradisiaco, descritto con grande maestria da Bussi (le spiagge bianche, le mangrovie sino al limitar dell’onda, l’acqua cristallina, il parco nazionale, la montagna, insomma tutto il territorio che Bussi, da geografo, ha anche visitato di persona), cominciano ad esserci inspiegabili assassini, tutti compiuti al sorgere dell’alba. Per rafforzare gli inganni che Bussi inanella nelle sue opere, “gli assassini dell’alba” è un verso di una delle ultime poesie di Aimè Cesaire, l’eroe dell’indipendenza martinicana, nonché autore della definizione e della scoperta della “negritudine” insieme al senegalese Léopold Senghor. Cesaire si era sempre posto in lotta contro la schiavitù, anche culturale. Ed il killer di Bussi utilizza i luoghi simboli della schiavitù posti sull’isola per depistare la nostra attenzione. Crimini politici oppure no?

A cercare di trovare un bandolo dell’intricata matassa c’è un trio di poliziotti problematici. Il comandante è Valéric Kancel, ed i due aiutanti Amiel Ouassis e Jolène Dos Santos.

Valéric (nome in crasi dei genitori Valérie ed Eric) è un meticcio locale, fuggito dall’isola vent’anni prima, dopo aver fatto imprigionare il padre che picchiava la madre. Ovvio che (come sappiamo) le vittime pensano che picchiarle sia un segno d’amore, e la madre non ha mai perdonato il figlio. Che fa carriera in polizia, e solo ora, coincidendo con la morte della madre, chiede l’assegnazione all’isola natia. Da giovane isolano, tra l’altro, era già un giovane poliziotto, anche se dedito a bere ed a fumare (e non certo cose leggere).

Amiel è invece un puro negro dell’isola, con il grande problema sociale di essere gay. Qui Bussi apre alcune parentesi sull’omosessualità, sulla difficoltà di outing, ed altro, ma a noi interessano le doti relazionali di Amiel, le sue conoscenze e la sua intuizione.

Jolène, infine (ma il suo vero nome è Marjolaine) meticcia oriunda con sangue anche portoghese (dal cognome) è anche lei sul misterioso: bella, cerca solo rapporti casuali e brevi, quasi a voler sempre fuggire. E quando si trova invischiata con l’informatico Joshua reagisce in modi assai scomposti. È comunque pronta ad obbedire a tutte le direttive, anche le più strampalate, di Valéric.

In quel dell’alba, comunque, muoiono prima il magnate Jacob Santamaria, poi la viaggiatrice Audrey Colombel ed infine l’infermiera Chaïma Sadji. Tutte le vittime attirate sull’isola con degli inganni, cosa che fa supporre a Valéric che il killer sia un serial, e che abbia un disegno. Che potrebbe coinvolgerlo, dato che in molte pieghe degli omicidi compaiono tracce di lui e del suo passato. Come si accorgono i suoi aiutanti, e come si accorge Marie-Douce una giornalista locale molto attenta ai fatti di schiavitù ed alle loro conseguenze. Ma anche attenta a stigmatizzare il comportamento opprimente dell’amministrazione francese di terraferma.

Tutto è anche complicato da Evariste, un sensitivo locale, che fa scoprire i cadaveri dicendo di avere delle visioni. Tanto che viene preso come possibile autore o complice delle morti, e imprigionato. Fatto salvo che viene a difenderlo la nipote Maitre Le Cram Célanie. Inciso di passaggio: il fatto che metta tanti nomi nella narrazione non è casuale.

Attraverso scoperte lente ma di interesse, vediamo che le vittime al fine hanno un legame con l’isola, essendo state tutte presenti in Guadalupa, a vario titolo, ad inizio aprile 2003 (l’azione si svolge nell’aprile del 2024). Ma, a parte ciò? È forse vero che Evariste ha l’occhio del diavolo oppure è un semplice (ma abile) mago? Certo che il mio amico Renato avrebbe già capito e risolto la questione.

L’abilità di Bussi è di farci vedere che tutti possono essere il colpevole (e quando dico tutti, dico proprio tutti). Non solo, quando alla fine, messi insieme tutti gli indizi, noi e lui stiamo andando verso la sospirata soluzione, ecco che con una giravolta, Bussi ci porta da un’altra parte. E senza mai perdere, troppo, il filo.

A parte il filo “Noir” del romanzo, quello che più mi ha stimolato sono state le riflessioni sul colore della pelle, sulla dimensione storica della schiavitù, sull’eredità che per secoli si è portata dietro. Un solo esempio: la Rivoluzione di Robespierre aveva abolito la schiavitù, che fu subito dopo reintrodotta da Napoleone, su gentile richiesta della moglie Giuseppina, per salvaguardare le proprietà della regina, nata appunto nella Francia d’Oltremare.

Quindi, come al solito, un solido romanzo passatempo, di buona fattura ed ottime riflessioni.

Jeffery Deaver “Hard News” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 13/01/2026 – T: 15/01/2026] - &&

[tit. or.: Hard News; ling. or.: inglese; pagine: 302; anno 1992]

Come saprete da alter note, ho letto poco tempo fa il primo libro della serie più famosa del “book-seller” Jeffery Deaver, quella dedicata a Lincoln Rhyme, che, come avrete visto in quelle note, comincia ad essere pubblicata nel 1997.

Qui siamo ben cinque anni prima, in questo libro che, capitato per caso, ho ben letto, scoprendo che è il terzo ed ultimo libro della serie dedicata ad una ragazza di nome Rune. È la serie che ha spinto Deaver verso la scrittura, dove il primo libro “Nero a Manhattan” esce nel 1988 quando l’autore di avviava verso i quaranta. Ed il secondo, “Requiem per una pornostar”, nel 1990 (praticamente, uno ogni due anni).

La serie è imperniata sul personaggio di Rune, una ragazza di provincia che si trasferisce a New York in cerca di fortuna. È da sempre appassionata di film, tanto che nel primo episodio inizia a lavorare in un negozio di video, e nel secondo è una regista esordiente ed indipendente. Purtroppo non sfonda, ed ora la troviamo a lavorare come assistente cameraman, all’interno di una rete televisiva chiamata (con grande fantasia) Network. Per una serie di circostanze che sembrano fortuite, si imbatta in una possibile storia: un condannato a lunga detenzione chiede aiuto professandosi innocente.

Si tratta di Randy Boggs condannato ad una lunga detenzione per l’omicidio di Lance Hopper che, guarda caso, era il dirigente principale di Network. Rune impiega del bello e del buono per convincere la rete a darle la possibilità di montare un pezzo, che lei ritiene Randy assolutamente innocente. Deve convincere la conduttrice del programma principale serale di Network, Piper Sutton, nonché Lee Maisel, il produttore esecutivo nonché premio Pulitzer per un servizio (falso) su dei terroristi libanesi.

Non solo, ma la sua precaria coinquilina fugge verso Boston senza lasciare indicazioni, ma lasciando invece una bella bambina di tre anni, Courtney, tra le braccia di Rune.

Comincia qui la prima parte del giallo, che si avvolge con lentezza sulla spirale di poche o scarse informazioni. Vediamo solo che Randy è sempre più in pericolo in carcere (qualcuno lo vuole morto, ma perché?), che Rune si divide tra reporter e baby-sitter e che nessuno pare sappia nulla. Anche se un misterioso personaggio, Jack, leggendo i giornali, parte dalla Florida verso la Grande Mela, con una pistola in tasca.

Per farla breve, ad un certo punto si trova un testimone che scagiona Randy, Rune riesce a montare il pezzo, ed a convincere Network a mandarlo in onda. Quando, ed ecco che troviamo tracce del Deaver maturo, quello che riesce  complicare di tutto e di più, per prima cosa sparisce la bobina con il pezzo, anche la copia che teneva Rune, spariscono i pezzi di carta che mettono in piedi i vari elementi scagionanti Randy, nonché il testimone muore (e non pare proprio accidentalmente).

E tutto si ingarbuglia in una serie di finali a cascata in puro stile “deaveriano”. Randy viene liberato sulla base delle testimonianze di Rune. Si scopre che Randy conosce Jack, e che l’omicidio di Hopper è più complicato. Tante le persone coinvolte, tra cui qualcuno interno al Network. Forse la conduttrice Piper che aveva una storia stile ”me too” con Hopper. Forse Maisel per le sue fiction mediorientali.

L’ultima parte è forse un po’ troppo movimentata rispetto a tutto il testo, e, seppur arriviamo alla fine con Rune che con la forza della sua “naïveté”, spiega tutto e mette tutto in ordine, con un finale che poteva sembrare preludio ad un quarto titolo. Tanto che l’autore annunciò la possibile uscita di un romanzo dal titolo “The Mystery of You” per l’anno successivo. Cosa che non avvenne né allora né mai.

Ripeto, non è il Deaver maturo di intrecci più solidi, anzi la parte “thriller” non è delle meglio sviluppate. È però un buon esempio di visione interna alle televisioni dove già trent’anni fa si dava peso, e non poco, alla pubblicità ed ai suoi tempi, anche a scapito delle notizie. Deaver ci mostra in Rune l’ingenuità e la passione dei giovani. Mentre tutto il contorno della gente che gravita nel Network, pensa solo ad aumentare i profitti.

Sono gli anni che in Italia vedevano un certo Silvio partire lancia in resta al fine di difendere il suo potere economico. E avendo in mente questi esempi, si capisce il Silvio di allora ed il Donald attuale.

Ragnar Jónasson “La signora di Reykjavík” Feltrinelli euro 11 (in realtà scontato a 10,45 euro)

[A: 08/10/2025 – I: 19/12/2025 – T: 21/12/2025] - && +

[tit. or.: Dimma; ling. or.: islandese; pagine: 239; anno 2015]

[tit. or.: Dimma; tit. inglese: The Darkness; pagine: 239; anno 2018]

Che peccato! Una lettura mediamente interessante, rovinata da scelte editoriali e da un’idea di finale che non mi ha convinto. Peccato anche per Ragnar, che avevo apprezzato nella precedente serializzazione (intitolata “I misteri d’Islanda” in Italia, ma conosciuta nel mondo come “Dark Iceland”). Mentre qui, già nel battesimo ci sono problemi. In Italia, infatti, viene pubblicizzata come “La trilogia di Hulda” mentre nel mondo è nota come “Hidden Iceland”.

Tuttavia, il peccato più grave è che, come si evince dalla mia doppia indicazione, il testo viene tradotto dall’inglese, subendo quindi una doppia traduzione. E siccome tradurre è tradire, non ci si ferma qui. Il titolo originale è “Dimma”, nome di persona che in islandese significa “buio”. Nelle versioni anglofone il titolo viene reso con “The Darkness” cioè “L’oscurità” che riprende il senso esterno del titolo non quello interno. Infine, in Italia, si decide di adottare la versione francese del titolo “La Dame de Reykjavik”, cioè “La signora di Reykjavik”.

E già tutto ciò depone poco favorevolmente per una fruizione utile del testo.

Il secondo e più interessante problema è lo sviluppo della serie. Che questo primo episodio è talmente autoconclusivo che non si capisce come l’autore riuscirà a sviluppare gli altri episodi. Mi sembra una bella sfida, e penso di seguirla attentamente.

Qui intanto seguiamo le indagini di Hulda Hermannsdottir, poliziotta sessantacinquenne vicina alla pensione. Nel corso del romanzo ricostruiamo la storia di Hulda (nome che in islandese significa “donna nascosta”). Storia che mette sul tappeto alcune delle peculiarità isolane. Intanto, Hulda è figlia di una donna che ha una storia con uno dei soldati americani di stanza nell’isola (e possiamo ben dire che siamo nei primi anni Cinquanta). Una storia che adombra molte delle storie e dei racconti di quell’altro grande giallista locale, Arnaldur Indridason, che proprio della “situazione” (così veniva chiamata l’occupazione pacifica americana) ha fatto perno in molte sue storie.

Poiché non ha modo di sostentamento, la madre lascia Hulda in una sorta di orfanotrofio, in attesa di avere le possibilità economiche per mantenerla. Cosa che avviene dopo due anni. E sappiamo bene come i primi anni di vita di un bambino siano cruciali per forgiarne il carattere. Vivere in un contesto anaffettivo lascia sicuramente dei segni.

Poi le cose si appianano, anche se Hulda sta più con i nonni. Cresce, studia, entra in polizia, si innamora e sposa Jon. E i due hanno una figlia, Dimma (quella del titolo, capite bene come l’ottica del testo viene così spostata). Tutto sembra andare bene, se non che Dimma verso i dieci anni comincia a chiudersi in sé stessa, e a tredici si uccide. Noi già pensiamo ai possibili moventi. Hulda non si riprenderà mai dal dolore. E Jon, sofferente di cuore fin dalla giovinezza, probabilmente scarsamente curato da Hulda e da sé stesso, due anni dopo, ha un infarto e muore.

Nella vita lavorativa Hulda non è che sia molto più fortunata. Ha un buon livello di successi, ma, da donna, ha sicuramente meno promozioni di quanto possa meritare. Ed è così che la troviamo, ad inizio libro, con lo spauracchio di avere solo qualche mese ancora prima della pensione. Vediamo Hulda condurre un’indagine su di un caso di pedofilia e di vendetta, utile nel contesto generale, cui però vengono dedicati pochi spazi, seppur significativi.

Quello che è significativo è la richiesta del suo capo di anticipare l’uscita per dare spazio ai giovani, ultimatum che Hulda accetta chiedendo velatamente di occuparsi di un ultimo caso irrisolto. La morte (accidentale, suicidio o omicidio non si sa) di una giovane russa richiedente asilo. Qui si sviluppa l’altro grande tema del testo. I richiedenti asilo, i modi in cui vengono trattati, nonché e non ultima la solitudine di chi si trova in un ambiente di cui neanche conosce la lingua.

Così è per Elena. Così è per la sua amica siriana Amina. Così è anche per l’altra russa profuga che scopriamo verso la fine, Katja. Vediamo avvocati che si approfittano della scarsa conoscenza locale dei rifugiati, così come i pochi che conoscono le lingue altrui. Credo, però,  che negli ultimi dieci anni la situazione, per i rifugiati, sia di certo migliorata, anche dovuto all’alto tasso di immigrazione (rispetto alla popolazione locale) che si è avuto nel periodo.

Seppur senza un ordine preciso, ma utilizzando molto il ragionamento, Hulda arriva ad un passo dalla soluzione. Riuscirà, nonostante tutti gli ostacoli interni ed esterni, a percorrere in modo vincente l’ultimo miglio? Noi di sicuro lo abbiamo, fatto, con un piccolo aiuto dello scrittore onnisciente. Di Hulda non vi dico e vedremo negli altri episodi.

Sono tutti questi ostacoli, nonché una difficile scorrevolezza del testo (problemi con le traduzioni?), e la cupezza senza speranza delle atmosfere di Ragnar che non ne fanno un testo di grande attrazione, anche se, come detto, alcuni temi trattati ne facevano un possibile buon romanzo.

Un ultima menzione, personalmente rilevante, a pagina 105, senza fare pubblicità, si parla genericamente di un chiosco di hot dog visitato da un presidente americano. Ebbene, vi posso svelare che si tratta di Bæjarins Beztu Pylsur, dove nel 2004 Bill Clinton prese un hot dog. E dove, nel 2022 e nel 2025, anche io ho mangiato un hot dog, con senape e Coca-cola.

Ragnar Jónasson “L’isola” Repubblica Cuore Noir 18 euro 9,90

[A: 24/10/2025 – I: 02/01/2026 – T: 03/01/2026] - && e ½

[tit. or.: Drungi; ling. or.: islandese; pagine: 265; anno 2016]

[tit. or.: Drungi; tit. inglese: The Island; pagine: 265; anno 2019]

Eccoci a questo secondo capitolo di questa strana trilogia, di cui ho nel primo libro parlato per evidenziare l’incongruità della nomenclatura. Certo, anche qui chi conduce le indagini è Hulda, motivo del titolo italiano della serie. Tuttavia è molto più vicino al reale il titolo con cui la serie è conosciuta nel mondo (cioè “Hidden Iceland”, o Islanda nascosta). Quanto poi al titolo del libro, questo “drungi” in islandese sta per “oscurità”. Ma avendo già usato nei paesi anglofoni il titolo “Darkness”, i primi traduttori l’hanno battezzato “The Island”. In questo caso il gruppo Feltrinelli l’ha preso così com’è ed ha lasciato “L’isola”.

Ora, e mi ripeto, è vero che una parte interessante e consistente del mistero si svolge su di una isola (su cui torneremo), ma è proprio quell’oscurità che avvolge le azioni delle persone a dare il senso a tutto il testo.

Intanto, cominciando a leggere questo episodio, ho compreso la “stramba” idea di Ragnar (almeno per questi due testi): costruire una trilogia al contrario, andando indietro nel tempo. Così noi che abbiamo letto “Dimma” sappiamo la fine della storia (che ci riporta con la mente a quel bellissimo libro di Geoffrey Holiday Hall del ’49, “The End is Known”), e qui ci riportiamo, con due salti, prima a venticinque e poi a quindici anni indietro rispetto al primo libro. Certo, è un tentativo narrativo interessante, dove Ragnar prova a mostrarci come si arriva al capitolo finale, mentre vediamo quello che succede in diretta. Cioè i protagonisti, e soprattutto Hulda, agiscono nel presente narrativo, e noi sappiamo già cosa porteranno quelle azioni, quasi che l’autore volesse trasformarci in lettori onniscienti.

Un tentativo interessante, condotto anche con maestria, ma che non riesce a farci uscire dalle cupe atmosfere del profondo nord. Lì, dove fa freddo, dove c’è buio per gran parte dell’anno, e dove questi elementi si compenetrano nei duri paesaggi e nella durezza delle persone. O meglio, dico questo dopo aver visitato varie volte l’Islanda, una difficoltà dei locali ad aprirsi veramente. C’è un modo superficiale e gentile di rapportarsi all’altro, dato, come sappiamo dalla patronimica locale, che tutti si chiamano per nome. Ma da questo ad entrare nella reciproca intimità il passo è molto, molto lungo.

In fondo, anche questo è un testo di solitudine, che tutti i personaggi sono chiusi nel loro mondo, e se ci fosse modo di aprirsi, forse molte sofferenze sarebbero state eliminate, o ridotte. Una solitudine che entrambi i luoghi degli avvenimenti esaltano al massimo grado.

La prima, che si svolge nel 1987, vede protagonisti Benedikt e Katla, due ventenni che esplorano il loro amore trascorrendo un fine settimana nei Fiordi Occidentali, nella sperduta località di Heydalur ad un paio d’ore di macchina dal capoluogo regionale, Ísafjörður. Su questi posti e su quelli della seconda parte torneremo in seguito.

Benedikt si allontana per un bagno nelle vasche termali e quando torna Katla è in un bagno di sangue. Lui fugge, e le indagini, affidate al maldestro ed arrivista ispettore Lýður portano all’incriminazione del padre di Katla, un alcoolista senza alibi. Quando questi si suicida, tutto si chiude, senza altre indagini.

Hulda stava per lavorare al caso, ma anche mirava alla carriera. Purtroppo proprio Lýður gli soffia il posto, solo perché maschio. Hulda si chiude un po’ in sé stessa, dedicandosi alla figlia Dimma ed al marito Jon. Sapendo il seguito, leggiamo queste pagine con un occhio altro.

Ci spostiamo in avanti di dieci anni, e quattro trentenni, per commemorare il decennale della scomparsa di Katla, decidono di passare un week-end in un posto ancora più sperduto. Si recano quindi a Elliðaey, un isolotto isolatissimo, con un’unica casa, nel piccolo arcipelago delle Vestmann, di fronte alle coste meridionali dell’Islanda. I quattro sono appunto Benedikt della narrazione precedente, Dagur, il fratello di Katla, Alexandra, da sempre innamorata di Dagur, ma ora sposata con un altro uomo e madre di due bimbi, e Klara, un tempo la miglior amica di Katla, nonché, precedentemente, con una piccola storia con Benedikt. Niente di più facile da immaginare, visto il posto sperduto e scosceso, che qualcuno soccomba. E sarà Klara, con dubbi forti sul fatto se la caduta dalla scogliera sia fatalità, suicidio ed omicidio.

Sempre per casualità, Hulda, ormai cinquantenne e disincanta, verrà incaricata dell’indagine. Ormai anche i nuovi lettori (quelli che hanno saltato il primo episodio) sanno che Hulda è sola, morta la figlia Dimma ed il marito. Hulda, anche se non entusiasta, comincia a lavorare al caso, senza riuscire a trovare un bandolo di possibilità. Fino a che, il patologo conferma si tratti di omicidio, e lei scopre i legami tra i quattro e tra loro e Katla.

Scopre anche l’insipienza delle indagini svolte da Lýður, ben presto arrivando a sospettare che dieci anni prima si sia preso un granchio colossale. Ma essendo i tre gli unici presenti ad Elliðaey, si intrecciano una ridda di possibilità, tutte plausibili nei modi (non vi sto a tediare sui come ed i perché). E tutto, ovvio, intrecciato con la morte di Katla, che, per come si presenta il racconto da parte di Ragnar, poteva essere stata uccisa non da Benedikt, certo. Ma Dagur poteva aver litigato con la sorella per gelosia, mentre Alexandra o Klara potevano essere intervenute in maniera drastica sia perché Katla impediva ad Alex di avere una storia con il fratello, sia perché Klara accusava Katla di averle rubato Benedikt.

Di converso, la morte di Klara poteva dipendere dal fatto che lei avesse scoperto se Alex o Dagur avevano ucciso Katla, o dal fatto che uno dei tre sopravvissuti aveva scoperto che era Klara ad aver ucciso Katla. Un vero guazzabuglio di possibilità, che Ragnar gestisce in maniera discreta, mettendo in mezzo anche la figura barbina che farà in ogni caso Lýður per aver condotto male e con dolo l’indagine precedente.

Tralascio, perché non pertinente al caso, ma solo alla psicologia di Hulda, il suo dramma relativo alla ricerca del padre americano che non ha mai conosciuto. Ed aspetto di capire il terzo capitolo come si concluderà.

Per ora, come detto, torniamo sulla geografia islandese. Dove, nel corso delle mie presenze sull’isola ho visitato anche i luoghi di questo romanzo. Confermo che Ísafjörður è una cittadina sperduta ma non desolata. Piccola dentro un grande fiordo, ma con degli scorci di vallate all’interno inaspettate per il normale paesaggio isolano. Mentre le Vestmann mi hanno entusiasmato, che non me le aspettavo così piene di colori (molti murales), sapori (ovvio che il pesce la fa da padrone) ed anche paesaggi (il vulcano che eruttando ha fatto collassare una parte dell’isola i può solo vedere che a descriverlo non si hanno le parole).

In definitiva, comunque, Ragnar incarna un’anima locale più cupa e desolata di Indridason o Olafsdottir, e forse in questo limite non riesce a spiccare volo verso alte vette. Interessante, sempre pronto a fare con lui il Ring, ma mi aspetto altro. E meglio.

Ragnar Jónasson “Il sogno di Unnur” Feltrinelli euro 11 (in realtà scontato a 10,45 euro)

[A: 08/10/2025 – I: 19/01/2026 – T: 20/01/2026] - &&

[tit. or.: Mistur; ling. or.: islandese; pagine: 223; anno 2017]

[tit. or.: Mistur; tit. inglese: The Mist; pagine: 223; anno 2020]

Eccoci arrivati al terzo e si suppone ultimo capitolo della trilogia di Hulda (questo il poco significativo ma evocativo della serie come pubblicata in Italia, laddove nei paesi anglofoni è nota come “Islanda Nascosta” e nei paesi francofoni come “La signora di Reykjavík”), anche se alcune notizie su di un sito islandese (anche se malamente tradotto) mi indicano un possibile quarto volume, intitolato “Hulda”, ed etichettato come “prequel” (cosa altrettanto poco significativa in una serie che si sviluppa a gambero).

Il secondo punto che intendo sottolineare è la solita mancanza di rispetto verso l’autore, che nel titolo originale parla di “Nebbia” e che gli editor italiani indirizzano verso una delle protagoniste della storia, centrale in alcune motivazioni, marginale rispetto allo svolgimento. Dove in effetti, se dovessimo quantificare le pagine dedicate ad Unnur non credo arriveremo al 10% del totale. Certo, in queste poche pagine Ragnar ci spiega il sogno segreto di Unnur, la scrittura di un libro, raccogliendo notizie sulla vita degli islandesi, parlando con loro (cosa che se si conoscono i locali è di estrema difficoltà, visto che dicono una parola ogni due o tre giorni). Laddove, invece, la nostra Hulda ricopre almeno un 35%, lasciando il restante spazio alla terza donna della trama, Erla.

L’ultimo punto preliminare all’addentrarsi nella trama è, come detto per i due episodi precedenti, il fatto di presentare la traduzione della traduzione in inglese del testo originale. E se tradurre è tradire, tradurre una traduzione è una sorta di lesa maestà dell’autore.

Intanto, tutti elogiano il coraggio dell’autore che, ad ogni romanzo, ci fa fare un passo indietro nel tempo. Quindi, nel primo capitolo abbiamo Hulda ormai vicina alla pensione, nel secondo c’è un accenno relativo al 1987, ma la maggior parte della trama si svolge dieci anni dopo. Qui, invece, siamo tra la fine dell’estate dell’87 (brevemente), il Natale dello stesso anno (molto a lungo) ed il febbraio del 1988 che porta le indagini a conclusione.

Importante è l’analisi temporale, proprio perché è il Natale del 1987 il giorno di svolta della vita di Hulda, là dove la figlia Dimma si toglie la vita, e lei si avvia cupamente per tutti i percorsi che abbiamo già visto nei libri precedenti. Quello che vorrei sfatare è il commento che molti hanno fatto sullo svelarsi del dramma personale di Hulda solo in questo libro. La sua storia è già acclarata e palese nel primo libro, e qui e nel precedente abbiamo solo modo di seguirla nell’approfondimento del suo dramma.

Che ha ovvi risvolti nella vita personale (si sentirà liberata quando nel ’90 muore Jon di cuore malcurato), ma soprattutto in quella lavorativa. Continuerà a lottare perché le sia riconosciuta la sua professionalità e le sue capacità, visto che risolve tutti i casi a lei affidati. Ma l’Islanda ancora molto maschilista del secolo scorso non farà nessuno sforzo in suo favore (e noi sappiamo che comincerà a bere, come molti nordici, per scacciare la solitudine).

Intanto, prima del Natale e del dramma, Hulda sta lavorando alla scomparsa di una ragazza, Unnur, che partita per girovagare nell’isola, dopo un lungo soggiorno estivo a Selfoss (la cittadina, non la cascata), sparisce nel nulla. Immaginiamo, ed Hulda con noi, che se dopo quattro mesi non si hanno tracce ci sono forti probabilità che sia finita male, probabilmente un autostop poco gentile o qualche fattoria isolata poco ospitale. Visto che Unnur sembra, alla descrizione, ragazza assai carina. Quello che sappiamo di sicuro, e che di sicuro possiamo dire, è che parte da Selfoss tra autostop e corriere, transita per Jökulsárlón e Höfn, indirizzandosi verso l’Islanda orientale.

E nell’Islanda orientale, ed in particolare nei dintorni di Egilsstaðir vive la terza donna del romanzo. La cinquantenne Erla, sposata con Einar, e con lui a gestire una sperduta fattoria. Avendo solo vicino un’altra casa, probabilmente (ma non lo sappiamo per certo) abitato dalla figlia Anna. Erla è anche lei una donna solitaria, che avrebbe voluto vivere in città (e sulla demografia torniamo più avanti), che si consola solo leggendo libri che la fanno evadere.

In questo Natale dell’87, durante una tempesta che impedisce molte visuali (la nebbia metaforica del titolo), alla loro fattoria si affaccia Leò, un loro coetaneo che si dice sperdutosi nella bufera. Erla è molto diffidente, trovando inusuali alcuni atteggiamenti di Leò. Diffidenza con cui contagia il marito, e che vediamo, pagina dopo pagina, montare in tragedia.

Facendo il salto di due mesi in avanti, abbiamo Hulda che stenta (ovvio) a riprendersi dalla morte di Dimma, e che, per impegnare la mente, viene spedita ad Egilsstaðir, perché in una fattoria isolata sono stati scoperti dei corpi di persone non di certo morte di morte naturale.

Non ci saranno grandi elucubrazioni, ma Hulda, unendo i puntini che scopre man mano, riesce a ricostruire le storie di tutte le morti violente. Lasciandoci molto amaro in bocca, non per le vicende, ma per la mancanza di una vera e propria trama nera. Ci sono, nel corso della trama, tutti gli indizi per capire chi fa cosa e come si colloca all’interno della storia.

Allora, veniamo a qualche altra considerazione. La prima dove sarebbe stata necessaria una nota esplicativa. A pagina 177, si dice che nella stanza da letto di Erla ed Einar c’era un libro di Halldor Laxness (che tutti sanno aver avuto nel ’55 il Nobel per la letteratura). Ma quello che è di difficile interpretazione per i normali lettori, è il fatto che il libro in questione è “Salka Valka”, cosa che comporta una serie di precisazioni. In Italia fu pubblicato dalla UTET nel 1958 con il titolo “Salka Valka e altri racconti”, cosa che non fa il paio con l’indicazione che si tratti di un romanzo. In secondo, la saga di Salka venne publicata in due volumi dal titolo “O tu pura vite…” e “L'uccello sulla spiaggia”, ma non in volume unico. Infine, sarebbe stato interessante far capire al lettore la storia del libro. Che è la storia di Salvör Jonsdotter, chiamata Salka Valka (cioè “Rosa Guerriera”), una ragazza che seguiamo dai dieci ai venticinque anni, con tutte le sue battaglie per la conquista della libertà. Non credo sia un caso averla messa su quel comodino.

La seconda considerazione riguarda la demografia. Ora negli anni della trama l’Islanda aveva circa 200.000 abitanti, più della metà nella capitale. Ed Egilsstaðir all’epoca stava intorno ai 2.000 (avete letto bene, duemila). Capite bene come non sia facile sparire senza lasciare tracce (a meno, ovvio, di non andare nei ghiacciai dell’interno).

Infine, come ultimo ricordo personale, ho più volte percorso le desolate strade dell’Islanda orientale. Ho dormito due volte ad Egilsstaðir, che confermo essere graziosa ma micro. Con un unico grande pregio: un fornaio che produce il secondo miglior “cinnamon roll” dell’isola, essendo il primo, e di gran lunga, “Brauð”, situato nella capitale vicino alla cattedrale. Ma ho sempre fatto la strada in senso orario: Egilsstaðir, Höfn, Jökulsárlón, Vík í Mýrdal, Selfoss, fino alla capitale. Ovviamente fermandomi, perché stupendo, a vedere la lava di Eyjafjallajökull.

Islanda, ci torneremo ancora.

Prima trama di febbraio dedicata ai diciotto libri di novembre con ben quattro fuori classe. Alcuni storici, come Kundera, Ada Gobetti o Simenon. Ed un moderno, l’ultima prova di Manzini. In fondo alla lista un poco leggibile noir di Enrico Camanni ed una delle meno riuscite prove di Chiara Moscardelli.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Isabel Allende

Il regno del Drago d’oro

Repubblica

9,90

2

2

Fabrice Caro

Journal d’un scénario

Folio

s.p.

1,5

3

Camilla Baresani

Il sale rosa dell’Himalaya

Bompiani

s.p.

3

4

Nadine Gordimer

Beethoven era per un sedicesimo nero

Feltrinelli

s.p.

2

5

Enrico Franceschini

Ferragosto

Repubblica Essenza Noir

8,90

3

6

Dan Simmons

Hyperion

Mondadori

6,99

2

7

Fabcaro & Didier Conrad

Asterix e l’iris bianco

Panini

12,90

3

8

Milan Kundera

Il sipario

Adelphi

s.p.

3,5

9

Mauro Covacich

La sposa

Bompiani

s.p.

2

10

Antonio Manzini

Sotto mentite spoglie

Sellerio

17

3,5

11

Georges Simenon

La fattoria del coup de vague

Repubblica Simenon III

9,90

3

12

Veronica Pivetti

Rosa

Rai Libri

s.p.

2

13

Dacia Maraini

L’amore rubato

Mondolibri

s.p.

2,5

14

Ada Gobetti

Diario partigiano

Repubblica Resistenza

7,90

3,5

15

Enrico Camanni

Una coperta di neve

Repubblica Noir

8,90

1

16

Georges Simenon

Malempin

Repubblica Simenon III

9,90

3,5

17

Chiara Moscardelli

Volevo essere una gatta morta

Giunti

s.p.

1

18

Beppe Severgnini

Manuale dell’imperfetto viaggiatore

Rizzoli

s.p.

2

 

Ci meritiamo infine qualche considerazione su alcune citazioni italiane.

Un pensiero sull’amicizia dal “Canone inverso” di Paolo Maurensig:

“Per mantenere intatta un’amicizia siamo disposti a fare di tutto. Sorprendiamo l’amico nell’atto più sconveniente, ma il nostro giudizio si appanna, la nostra indulgenza ci benda gli occhi, e l’amicizia ne esce intatta, e l’amicizia ne esce intatta, e anzi si accresce, come se ad alimentarla valessero, dell’amico, più i difetti che i pregi. Che cos’è l’amicizia, in fondo, se non una vicendevole, tacita assoluzione protratta nel tempo?” (111)

Una riflessione sul comportamento umano da “Piazza d’Italia” di Antonio Tabucchi:

“Per vincere la codardia … bisogna essere umili. E per essere umili bisogna fare penitenza.” (53)

E tre pensieri di Andrea Camilleri. Da  “La strage dimenticata”

“Voi morti non siete tutti uguali.” (61)

Poi da “Maruzza Musumeci” sull’amore senile (ah, ah)

“Vecchiu ridiculu … com’è che ti capitò di pigliarti d’amuri a quarantasette anni?” (43)

Ed un finale da “Il gioco degli specchi”

“Non gli piaciva parlari delle sò cose, non gli piaciva essiri compatuto” (51)

Ancora due settimane piene di compleanni (bene) e di commemorazioni (meno bene), per chiudere questi tre mesi impegnativi. Qualcosa sembra si profili all’orizzonte, anche se, per qualche motivo, non si riesce mai a centrare l’obiettivo pieno. Ma noi non disperiamo, continuiamo ad essere solidali con i nostri, uniti in un grande abbraccio.