domenica 13 settembre 2026

Scrittrici d'autunno - 13 settembre 2026

Una settimana di scrittura al femminile, dove il libro meno riuscito è quello della scrittrice più nota. Un compendio delle sue figure femminili composto da Isabel Allende, ma che non riesce a coinvolgere. Mentre vi riescono e molto, in crescenza di coinvolgimento, la Trieste di confine di Federica Manzon, la tormentata Corea di Han Kung ma soprattutto la saga albanese di Lea Ypi. Tre bei romanzi, tre belle scritture, dove rimarrà scolpito nella mente la frase di Han che compendia milioni di attività umane: “sembrava semplicemente la cosa giusta da fare”.

Federica Manzon “Alma” Feltrinelli s.p. (Regalo di Feltrinelli per compleanno)

A: 08/05/2026 – I: 27/06/2026 – T: 29/06/2026] &&& 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 267; anno: 2024]

Avevo pensato a questo libro per uno dei tanti compleanni della mia suocera triestina, anche se, per una serie di motivi, al fine non mi era sembrato nelle sue corde. Approfittando allora del regalo di compleanno di Feltrinelli, ho pensato fosse il caso di portarlo in lettura e di capirne di più. Cosa che mi ha portato ad un giudizio positivo sul romanzo, ed alla convinzione che forse non sarebbe stato capito fino in fondo, troppo pieno di singolarità che vengono più dagli anni Sessanta che da un passato lontano (seppur ci sono molti echi di tempi storici differenti).

La più che quarantenne Manzon, due anni fa, con questo potente romanzo (il suo quinto) vince poi il Premio Campiello, il Premio Stresa, nonché, tra gli altri, il francese “Premio Mediterraneo per stranieri”.

Utilizzando la storia di Alma e dei suoi legami familiari, il libro esplora le connessioni, i rimandi tra la propria memori personale degli eventi (pubblici e privati) con la storia collettiva, quella sì pubblica e nota (ma ne siamo sicuri?). Il punto centrale della sua scrittura è quindi quello di utilizzare Trieste come centro delle riflessioni, come punto di partenza per capire la propria identità. Anche se, seppur Trieste occupa la maggior parte del testo, hanno un senso, per dare un’immagine a tutto tondo di quanto si vuole esprimere la presenza di altri due luoghi fisici: la Capitale (cioè, ovvio, Roma) e l’isola (che si fa presto ad identificare con Brioni, su cui torneremo).

È un romanzo intriso nella Storia, laddove la geografia ha anche la sua parte. Come ho sempre pensato e praticato sin dai tempi del liceo, la geografia ha una parte fondamentale nello sviluppo delle relazioni tra i popoli, tant’è che, ormai, si parla quasi sempre di geopolitica. Ma così andiamo un po’ fuori dal solco del libro, cui torniamo subito.

L’idea della scrittrice è di concentrarsi su di una famiglia triestina, la cui Storia e le cui storie ci vengono narrate attraverso i pensieri e le azioni di Alma, l’io narrante. Una famiglia di grande assortimento: i nonni intrinsecamente austro-ungarici, la mamma triestina e fondamentalmente innamorata persa del padre slavo. Un mix potenzialmente deflagrante, il cui potenziale devastante viene aumentato quando il padre, per salvarlo da destini di abbandono, porta in famiglia Vili, di radici serbe e figlio di dissidenti del regime di Tito.

Alma ci racconta il suo ritorno a Trieste, dopo anni di fuga in quel di Roma, dovendo ricevere un’eredità dal padre da poco morto. Un’eredità che le consegnerà Vili, che invece vive ancora nella città giuliana. Alma decide quindi di passare i tre giorni della Pasqua Ortodossa nella sua città. E questa sarà l’occasione per ripercorrere tutta la sua vita.

Che Trieste era una città dalle origini mitteleuropee e di alta letteratura, tanto che qualcuno la considera l meno italiana delle città culturali. E non a caso, lì sono passati letterati di alta caratura: Joyce, Svevo, Saba, Montale, l’icona della poesia slovena Srečko Kosovel (morto di meningite a 22 anni) ed il cantore delle stragi Boris Pahor (morto invece a 108 anni…).

Alma passeggia per la città, ne cita i luoghi cari alla sua storia identitaria, come i caffè: il San Marco, l’Antico Caffè Torinese o il Caffè degli Specchi in Piazza Unità d’Italia. Ma anche il cimitero austro-ungarico, la “Bora” e il “Borino”, il parco dell’ospedale psichiatrico, teatro delle grandi opere di Franco Basaglia ma anche del lavoro quotidiano della madre con gli alienati.

Tutto ruota comunque sulla figura del padre. Inviso ai nonni, amato, sempre, dalla madre, padre che spesso sparisce di là dei confini. Scopriremo ad un certo punto che è un “ghostwriter” di Tito, ed è per questo che Alma, e Vili, erano ospiti in gioventù sull’isola di Brioni. Ma tutti sappiamo che Tito muore nell’80, ed il padre, per evitare purghe, si converte a quella vita sedentaria che non aveva mai amato.

Morta la madre, Vili tornato nei luoghi natii, Alma si fa giornalista e fugge per non più tornare a Trieste. Sentiamo i suoi racconti sull’ex-Jugoslavia degli anni Novanta, sul ritrovare Vili a fare il fotografo di guerra a Sarajevo, e poi tanti altri piccoli tocchi, che come in una pittura puntillista, ci trasportano, anno dopo anno, sino al presente. Sino al ritorno per la Pasqua epifanica, dopo Vili le consegna una grande scatole di ricordi del padre, che saranno il nerbo del suo ritronare, riverificare, riconsiderare tutta la sua storia, e quella della sua famiglia.

Non è di grande importanza come finisca il libro, cosa succederà dopo a chi rimane in vita. Importa quella capacità descrittiva della scrittrice che ci ha portato lungo l’asse del Novecento, senza farci cadere, e spingendomi, ancora una volta, a tornare a tutta la Storia che dietro è nascosta.

Ho ripensato a mio padre giornalista di là della cortina di ferro, dove però nulla ha lasciato per ricostruire i suoi anni. Ho ripensato a tutto quello che è scorso sotto i ponti della mia storia, dalla Parigi del ’67 alla fine del ’76. Ma questa è la mia anima non l’Alma di Federica a cui vi lascio con due citazioni, una pubblica ed una privata, su cui riflettere.

“Nella vita puoi avere tutte le libertà che vuoi, ma se non hai la libertà di dire e di scrivere quello che pensi, significa che qualcosa di molto brutto si sta preparando.” (26)

“I nonni … non hanno ancora mai abitato nella stessa casa … probabilmente c’è stato un tempo in cui hanno diviso il sonno ma a unirli sono soprattutto i viaggi, la letteratura e il gusto del pettegolezzo.” (47) [due su tre, non male]

Isabel Allende “Donne dell’anima mia” Repubblica 8 euro 9,90

[A: 03/10/2022 – I: 02/07/2026 – T: 03/07/2026] - &

[tit. or.: Mujeres del alma mia; ling. or.: spagnolo; pagine: 173; anno 2020]

In realtà non è che si sentisse proprio tanto la mancanza di questo libro, nato da una serie di congiunzioni. L’autrice si avviava agli ottanta anni, si stava affrontando il dramma mondiale del Coronavirus, per cui molta gente, e gli scrittori in prima linea, rimanendo chiusi nei propri bozzoli, andavano elaborando o rielaborando momenti della loro vita personale.

Ecco quindi che, parafrasando uno dei suoi migliori ultimi libri (anche se di quindici anni prima) e cioè “Ines dell’anima mia”, la scrittrice cilena decide di ripercorrere la sua vita avendo come faro illuminante il suo “femminismo light”.

Sempre dalla parte delle donne, stabilisce un patto interiore con sé stessa, rivendicando una giustizia, per le donne, che non è ancora (e forse mai sarà). La sua storia quindi è una serie di immagini e situazioni in cui vediamo tutte le donne che hanno avuto un ruolo importante nella sua vita, a partire da mamma Panchita che lei fotografa come “madre nubile con tre figli”. Ovvia la forzatura, che un padre c’è, ma quando Isabel ha tre anni se ne va insalutato ospite.

Per molto tempo vediamo Isabel riportare il mondo di Panchita, la sua necessità di avere un uomo accanto, per poi dedicarsi alle esteriorità (vestirsi, mostrarsi, ed in parte, pensare ai figli). Isabel ci mostra quindi che esistono uomini nella sua vita, surrogati della figura paterna. Il nonno Augustin, severo ma sempre attento, ed il compagno della madre, che chiama “zio Ramon”, sempre pronto a rispondere ad Isabel e ad ascoltarla.

Tuttavia, e con perizia, la presenza e l’assenza degli uomini nella sua vita privata, dà modo all’autrice di descrivere il maschilismo sudamericano, facendocelo toccare con mano, con quegli atteggiamenti che ben conosciamo anche nel nostro mondo, ma che le sue capacità narrative ci rendono vividi e “odiosissimi”.

Ripeto, non c’è assenza di uomini nella sua vita (pur mancando quella figura paterna biologica), anche perché nel corso del tempo attraversa ben tre matrimoni. Il primo, giovane di vent’anni con Miguel Frias, che attraversa la giovinezza, il golpe cileno, la fuga errante per i paesi sudamericani, per arenarsi prima dei cinquant’anni in un tacito allontanamento. Il secondo con l’avvocato William Gordon, una fiamma fortissima, che la spinge a trasferirsi in America, dove vive tuttora, e che si spegne dopo ventotto anni. E l’ultimo con Roger Cukras, compagno e sodale in questi ultimi sette anni, che per lei lascia professione e New York.

Proprio a Roger sono poi dedicate alcune pagine “magiche”, che le servono per tirare un’altra freccia a favore del femminismo “senza odio”. Perché gli dà modo di parlare dell’amore nella terza età, un argomento che non spesso viene affrontato in un’ottica femminile, anche se a volte sembra ossessionata dal decadimento fisico in età avanzata, Una scrittura senza censure quindi, che a volte può ferire senza volere, ma che (e qui ritorna il leitmotiv del testo) poi si ricongiunge con le donne della sua vita.

Saranno tante, attiviste, politiche, poetesse, scrittrici, ma noi due ne ricordiamo qui. La sua editor spagnola, Carmen Balcells, che per prima ha creduto in lei. Ma soprattutto la sua amata figlia Paula, morta a ventotto anni in seguito a complicazioni dovuto ad un attacco di porfiria (non mi chiedete cosa è, non sono un medico) e ad errori nelle cure. Isabel decide di proseguirne l’opera con una fondazione a nome della figlia, in modo da investire sulle donne di qualsiasi età, soprattutto bambine ad alto rischio, perché questa era stata la missione di Paula nel corso della sua breve vita.

Solo ora, nel finale di trama, ripropongo una nuova riflessione su di un altro aspetto che poco mi ha convinto nell’impostazione generale. Cioè il sottotitolo, che non so sia opera di Isabel o di qualche editor spagnolo. Sottotitolo che riporta “Dell’amore impaziente, della lunga vita e delle streghe buone” (in originale “Sobre el amor impaciente, la vida larga y las brujas buenas”). Frasi che non aggiungono granché all’impianto complessivo, ma che servono in un certo senso da guida a quanto si va leggendo.

E che ci servono da riassunto. Si parla del femminismo personale di Isabel, dalla parte delle donne, senza mai odiare l’altro sesso. Si parla delle donne che sono diventate le chiavi di volta della sua vita. Si parla di invecchiare senza averne paura. E fuori dal titolo, forse il messaggio più grande: la lotta globale contro la violenza di genere. Dove appunto Isabel e noi con lei chiudiamo con una sua asserzione: “Vogliamo un mondo gentile in cui regnino la pace, l’empatia, l’onestà, la verità e la compassione. E più di ogni altra cosa vogliamo un mondo allegro. A questo aspiriamo noi streghe buone.”

Non può non piacermi ancora ed ancora la scrittura di Isabel, per lei e per la sua storia di vita. Ma appunto la sua vita è ormai super esposta in tutti i suoi libri, e qui, in fondo, non se ne aggiunge molto. Motivo per cui, poi, ho inserito questo libro nei saggi e non nei romanzi.

“I bambini non venivano lodati … chi otteneva i voti migliori in classe aveva solo fatto il suo dovere.” (51)

“Mi piacciono i riti del mattino … anche se poi passo la maggior parte del tempo a scrivere nel mio studio nell’attico. (54)

Han Kang “Atti umani” Repubblica Voci d’Oriente 1 euro 9,90

[A: 22/03/2025 – I: 20/07/2026 – T: 22/07/2026] - &&& e ½  

[tit. or.: Human Acts; ling. or.: inglese; pagine: 189; anno 2014]

Ringraziando sempre il mio amico Raul, che in tempi non sospetti, ben prima del Nobel, mi invitò a tener d’occhio questa scrittrice, ho letto, all’inizio con occhio distratto, ma poi con una intensa partecipazione questa cronaca di una sconfitta. Una sconfitta non di una persona o di un gruppo, ma di tutta l’umanità che potrebbe decidere di voltare le spalle a quanto narrato.

Una narrazione che si fa letteratura anche se parte da dati concreti e da fatti reali. Infatti, tutto ruota intorno a quanto avvenne nella cittadina di Gwangju il 18 maggio 1980. Nell’ottobre precedente un colpo di stato aveva prima ucciso il presidente generale Park, poi, dopo diversi e rapidi rivolgimenti, aveva portato al potere il generale Chun. Il quale, nel maggio ’80, proclama la legge marziale in tutto il paese. Studenti e lavoratori di Gwangju si oppongono, occupando la cittadina, fino a che l’esercito non entra brutalmente massacrando chi si oppone e continuando per lungo tempo a torturare ed uccidere gli oppositori, tutti bollati come “comunisti”.

Il “massacro di Gwangju” si ritiene abbia provocato più di duemila vittime civili. Il generale Chun rimase in carica sino al 1988, poi venne giudicato e condannato a morte nel 1996, per essere poi immediatamente graziato dal presidente Kim (giudicato uno dei peggiori presidenti della democrazia sudcoreana). La scrittrice, allora, decide di mettere in piedi un romanzo – atto d’accusa “per non dimenticare”. Certo, non siamo né dalle parti di Auschwitz né da quelle di Hiroshima, ma la repressione ed uccisione di un così alto numero di civili in un così breve lasso di tempo non può né deve essere dimenticata.

La scrittura di Han Kang, allora, si snoda attraverso sette quadri che portano ad una lettura corale e a tutto tondo degli avvenimenti. Quadri che iniziano temporalmente durante il massacro e si snodano sino al 2013, quando, nell’ultimo capitolo in soggettiva, l’autrice spiega la genesi personale del romanzo, i motivi che l’hanno portata a scrivere ed a scrivere in questa precisa maniera.

Tra l’altro, Han Kang fino al ’79 (lei di nove anni) aveva vissuto a Gwangju, dove era nata. Conosce quindi bene i luoghi degli avvenimenti, ed a partire da una foto ritrovata di un gruppo di ragazzi poco più grandi di lei, decide di ricostruire in modo letterario gli avvenimenti. Seguendo appunto la storia di uno di loro, reale, il giovane Dong-ho, di quindici anni.

Dong-ho è un liceale, che con il suo grande amico Jeong-dae, disubbidendo alle preghiere della madre, decide di partecipare alla manifestazione del 18 maggio. Durante i primi parapiglia, i due si perdono di vista, e quando Dong-ho rinviene a seguito di un colpo che lo lascia stordito, comincia a cercare Jeong-dae. Che sappiamo subito essere morto, mentre Dong, insieme ad altri, tra cui la giovane Eun-Sook, cerca di dare un ordine alle salme che si accumulano nella palestra cittadina. Sapremo presto che anche Dong-ho verrà ucciso da un colpo di fucile, e la sua anima, lasciando il corpo bruciato dai soldati, si ricongiungerà con l’amico.

I primi sei capitoli sono quindi questo serpente temporale che parte dall’80, con la soggettiva di Dong, prosegue lo stesso anno con la soggettiva dell’anima di Jeong che aspetta Dong. Si passa poi all’85 dove Eun, divenuta redattrice in una casa editrice, subisce pesanti attacchi di censura ad un testo da lei proposto, con una violenza che la rimanda agli avvenimenti precedenti. C’è poi la storia del prigioniero (1990) che uscito vivo dai massacri, viene arrestato e torturato. Ci sono le sue pagine sulla tortura che brillano per lucidità descrittiva e per orrore. Lo stesso orrore che ci prende nel racconto dell’operaia (2002) anche lei sopravvissuta, anche lei torturata (e potete immaginare senza che ne parli come venga torturata). Queste due storie servono alla scrittrice per farci capire che il massacro provocò non solo morti fisiche, ma morti morali per anni ed anni a seguire.

Si arriva al 2010, dove, nel trentennale del massacro, è la madre di Dong che parla e si interroga su come abbia potuto lasciar andare il figlio. Con un dolore che il tempo non fermerà mai. E con la scrittura che, come detto, nel 2013 si ricongiunge nella mente e nelle ricerche di Han Kang che la portano alla scrittura di questo mirabile testo.

Il testo scorre con una capacità descrittiva che prende alla gola il lettore. Che lo trascina in questo vortice di brutalità e di ferocia, accompagnandoci in un viaggio del dolore, dove la scrittrice ci chiede solo, in ogni passo magari velatamente, poi anche esplicitamente nel finale: “Che cosa significa essere umani?” Quali sono quegli atti che riescono a mettere una frontiera tra l’umanità e la sua negazione?

In questo senso, quindi, il titolo del testo fuori dalla Corea, ha un suo perché. “Atti umani” quindi, che viene dalla prima pubblicazione occidentale del testo, avvenuta nel mondo anglofono. Laddove, come per “La vegetariana”, non posso che lamentare la scelta di usare la versione inglese del testo. Solo nel 2024, Adelphi deciderà di avvalersi della mirabile opera di Lia Iovenitti per tradurre le ultime opere di Han Kang direttamente dalla lingua originaria.

Tra l’altro, il titolo che la scrittrice aveva messo all’opera in coreano suona: “Il ragazzo sta arrivando”. Dove, appunto, si sottolineavano le vicende iniziali di Dong e Jeong. Che arrivano, ma arriveranno morti. Dove la madre aspetta che Dong torni, e tutti i vicini le dicono che sì, il ragazzo sta arrivando. Ma arriverà solo la morte. E, purtroppo, senza i corpi, che lo stato militare decide di bruciare nascostamente.

È stata una lettura veramente forte, che prende alla gola. E che mi ha ricordato discorsi con i miei genitori. Perché loro avevano preso le armi contro i fascisti ed i nazisti? Perché i giovani coreani erano scesi in piazza? Perché la redattrice, l’operaia, il prigioniero erano lì? La risposta è in una frase, forse banale, ma che riassume tutto il senso della narrazione: “sembrava semplicemente la cosa giusta da fare” (p. 185).

Lea Ypi “Dignità” Feltrinelli s.p. (Regalo di Alessandra)

[A: 09/05/2026 – I: 03/08/2026 – T: 04/08/2026] - &&&& 

[tit. or.: Indignity: A Life Reimagined; ling. or.: inglese; pagine: 362; anno 2025]

Lea Ypi, non ancora cinquantenne, è una docente di filosofia albanese residente a Londra. Tra l’altro, si è laureata in Lettere alla Sapienza di Roma. E, come si può evincere dall’età e dalle origini, ha vissuto l’Albania nel comunismo e nel post-comunismo. Dopo vari libri di riflessioni filosofiche e politiche, con questo libro affronta un duplice interessante conflitto: la vicenda della sua famiglia intrecciata con le vicende del mondo in cui ha vissuto per gran parte della vita, sua e della sua famiglia.

Leggendolo, pur con le dovute differenze, mi ha rimandato all’ultimo Carrère, e credo che una lettura parallela dei due libri possa essere interessante, per le differenti visioni di mondi in evoluzione, in special modo, il Novecento europeo.

Cominciamo però con un passo indietro ponendoci una domanda. Perché si è voluto passare all’affermativo (dignità) mentre l’originale era la sua negazione (Indegnità)? E perché si è deciso di cancellare il sottotitolo (una vita reinventata)? Io credo che andrò avanti nella vita continuando a chiedermi quale sia la filosofia degli addetti al marketing editoriale.

Il libro, seguendo quanto detto in principio, segue fortemente la ricostruzione della vita della famiglia Ypi. E non una vita “inventata”, ma una vita vera, almeno fino ad un certo punto. Tutto parte dalla pubblicazione sui social di una foto che ritrae una coppia, nel 1941, avendo sullo sfondo le montagne di Cortina d’Ampezzo. E con la scoperta, da parte di Lea, che quelli sono i suoi nonni, Leman e Asllan Ypi.

Poiché le era stato sempre detto che tutti i documenti della sua famiglia erano stati distrutti, questo reperto accende in Lea la passione di trovare traccia delle sue origini. Inizia quindi una lunga ricerca, tra ricordi familiari, documenti esterni (giornali, pubblicazioni), fino a documenti dei Servizi Segreti albanesi, quando questi vengono finalmente desecretati.

La famiglia di Lea era originaria di un melting pot interessante. Gli Ypi sono una famiglia strettamente legata all’evoluzione del mondo ottomano. Di religione bektashi, un ramo dell’islamismo sufi, che non è il caso di approfondire, sempre molto in auge nel mondo di Costantinopoli, hanno una forte caduta, essendo legati ai giannizzeri e quindi coinvolti nelle stragi del 1826, ordinate da Mahmud II. Da lì, dalla capitale, si spostano quindi a Salonicco, dove rimarranno radicati per sempre.

Radicati, ma coinvolti nell’evoluzione dei Balcani. Sono in Grecia, ma non greci, e quando negli anni Venti, greci e turchi entrano in collisione, gli Ypi si legano alle loro radici albanesi, tanto che il bisnonno di Lea, nel ’22, diventa Primo Ministro della neonata Albania. Lea ci fa seguire, con interesse seppur velocemente, quegli anni terribili, con l’invasione italiana a fare da spartiacque.

Ci avviciniamo ai turbinosi anni ’40. I nonni si sposano, fanno una specie di viaggio di nozze in Italia, poi tornano in Albania nel casino della guerra. Dove una parte della famiglia decide poi di restare a Salonicco, mentre Leman e Asllan, pieni di ideali e di volontà di riscatto verso il futuro, entrano nella cerchia fattiva legata ad Enver Hoxha (che ricordo, guidò l’Albania dal ’41 all’86).

Ovvio che Asllan sarà travolto dagli intrighi del regime, arrestato come controrivoluzionario e condannato a quindici anni di carcere. Dagli archivi della Securitate, Lea scopre anche che proprio in quella gita a Cortina gli Ypi avevano stretto amicizia con un inglese, rivelatosi poi una spia al servizio di controrivoluzionari. E tutto si confonderà, che da un certo punto in poi la narrazione si lega molto a questi documenti d’archivio, alla testimonianza di un delatore che si inserisce nella cerchia degli Ypi, fornendo delle prove ma non contro tutta la famiglia.

Una parte che va letta, e meditata, proprio per la discrepanza che porta tra ricordi e documenti, laddove si capisce che i documenti, scritti da persone, possono sempre contenere altro rispetto alla verità. Tanto che alla fine Lea si troverà di fronte ad un dilemma personale che potrebbe mettere in crisi tutto il castello dei ricordi familiari. Ma sarà veramente così? Ma dove è, alla fine, la verità? E vi rimando all’ultima frase per meditarci sopra.

Le capacità filosofiche (e di filosofi politica) di Lea le consentono, rispetto a questa storia familiare, di parlarci e di farci attraversare momenti fondanti del Novecento (che poi sono quelli su cui ancora ragioniamo con le guerre che ci bloccano la vita negli ultimi cinque anni).

Uno dei primi impatti di lettura, di cui ho già accennato, è il rapporto tra memoria e verità, tra i ricordi privati e la documentazione ufficiale (ma non per questo sempre esatta). C’è poi tutta un’attenzione alla geopolitica delle nostre terre.

Come quelli bravi hanno detto, nel Novecento c’è stata una Europa dai confini mobili, che ha cambiato forma con una velocità spaventosa, facendo modificare vite che si pensavano erano consolidate. E queta capacità geopolitica permette a Lea di farci attraversare tanti momenti basilari della nostra vita (o di quella che si è dovuto passare per arrivare alla nostra vita). Il tramonto definitivo dell’Impero Ottomano, con quell’ultimo colpo di coda nella Prima Guerra Mondiale, la conseguente, a valle della fine della guerra, nascita di diverse identità nazionali, m anche la nascita di due visioni opposte della vita stessa: il fascismo ed il comunismo.
lea ci insegna che non c’è modo di etichettare le persone, le categorie non si adattano agli esseri umani, che, per non essere indegni, quindi per mantenere, come h sempre fatto Leman, la propria dignità bisogna che non ci si identifichi mai completamente con etichette impostaci dall’esterno.

Un bel libro, forse con un finale problematico, ma di sicuro necessario per riflettere.

“Non c’è niente di male a leggere e amare i libri … ma se mi permetti, ti rammento che qualcuno deve pagarli.” (100)

“Non conta cosa ricordiamo, ma come.” (356)

La maggior parte dei pensieri è questa settimana volta, appunto, alla meditazione “sulle sorti umane e progressive”. Per cui mi sento in dover di citare due scrittori, un filosofo polacco ed un pensatore franco-libanese, che mi hanno sempre accolto nelle mie lotte neuronali.

Di Zygmunt Bauman e della sua “L’arte della vita” estraggo alcuni pensieri che ci aiutano:

“Nessuna società può privare gli uomini della facoltà di scegliere.” (35)

“Blaise Pascal: tutta l’infelicità degli uomini… deriva … dal non sapere starsene in pace, in una camera.” (47)

“Il fato e le sue unità di guerriglia – gli incidenti – determinano il quadro delle scelte che si pongono agli artisti della vita. Ma è il carattere a decidere le scelte di questi ultimi.” (132)

“L’incertezza è il terreno proprio della persona morale, l’unico suolo in cui la moralità può germogliare e fiorire.” (136)

“[L’amore] richiede tolleranza, la consapevolezza che non si possono imporre i propri punti di vista e ideali al compagno o alla compagna, né ostacolarne la felicità.” (168)

C’è poi un pensiero sulle ancore che sarebbe bello meditare assieme:

“Non dobbiamo radicarci o sradicarci, … ma gettare e issare le ancore. … Le radici, quando vengono divelte dalla terra in cui sono cresciute, generalmente si seccano, uccidendo la pianta che nutrivano, il cui rifiorire avrebbe quindi un che di miracoloso; al contrario le ancore vengono issate solo per essere gettate di nuovo, e altrettanto facilmente, in molti porti diversi. Inoltre, le radici progettano e predeterminano la forma che dovrà assumere la pianta che si svilupperà da esse, ed escludono la possibilità di ogni altra forma. Le ancore sono invece soltanto attrezzature che servono a fissarsi a un luogo in modo dichiaratamente temporaneo o a staccarsene, e non definiscono in alcun modo le caratteristiche e le qualità della nave. Il lasso di tempo che separa l’atto di gettare un’ancora da quello di issarla nuovamente non è che una fase nell’itinerario della nave. La scelta del prossimo porto in cui gettare l’ancora dipenderà molto probabilmente dal tipo di carico che in quel momento è sulla nave; un porto adatto a un tipo di carico potrebbe essere totalmente inadatto ad un altro.” (106)

Finendo con un pensiero tratto da John Stuart Mill: “chiediti se sei felice e cesserai di esserlo.” (169)

Poi c’è il libro sulle identità di Amin Maalouf (“Les Identités meurtrières”), dove trovo, tra tanti pensieri sparsi, una meditazione sulla tolleranza che ho da sempre fatta mia (perché io non tollero, ma rispetto):

“Più assorbirete la cultura del paese ospitante, più potrete mescolarla con la vostra … [ed anche] … Più un immigrato sentirà la sua cultura rispettata, più si aprirà alla cultura del paese ospitante.” (51)

“Il diritto di criticare l'altro va guadagnato, va meritato.” (53)

“La tolleranza non mi soddisfa. Non voglio essere tollerato, esigo di essere considerato un cittadino a tutto tondo, indipendentemente dalle mie convinzioni.” (68)

“Io non sono della loro religione ... ma sono tuttavia un essere umano e devo essere trattato come tale.” (90)

“Vorrei che ogni tradizione culinaria, che sia originaria del Sichuan, di Aleppo, della Champagne, della Puglia, di Hannover o di Milwaukee, possa essere apprezzata in tutto il mondo.” (126)

“E non vi è alcuna ragione per cui un giorno, un uomo di colore non possa essere eletto Presidente degli Stati Uniti.” (179) [scritto nel 1998]

Si avvicina la seconda metà di settembre che sarà piena di assenze dalla scrittura e di presenze nei viaggi. Ne riparleremo a valle, per ora vi abbraccio.

domenica 6 settembre 2026

Italiani in altalena - 06 settembre 2026

Dopo un interessante trama straniera torniamo ad un quartetto italiano, anzi un trio, con molti romanzi seriali di cui tenere conto. In testa a tutti, e non può essere altro, i tramezzini di Rocco, con il buon Manzini che recupera per Sellerio una serie di racconti imbastendoli in un articolato libro. Subito a ruota, la simpatica Serena Venditto con una nuova avventura dei detective dilettanti per non parlar del gatto. Con fatica, e senza molti squilli, c’è poi una nuova puntata della Bassa Parmense con il commissario Soneri di Valerio Varesi. Chiude la trama ancora Manzini con un testo senza Rocco, e si sente.

Serena Venditto “Grand Hotel. Natale con delitto per quattro coinquilini e un gatto” Repubblica Essenza Noir 27 euro 8,90

[A: 24/12/2022 – I: 14/06/2026 – T: 16/06/2026] &&&      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 265; anno: 2021]

La bibliografia dei detective di “Atri 36”, i quattro coinquilini impicciosi per non parlar del gatto, è un po’ ingarbugliata all’inizio, che c’è un romanzo che sembra un racconto lungo che, forse, si inserisce verso l’inizio della serie. Ma tant’è, noi che ne leggiamo credo che con questo nuovo testo facciamo un po’ pace con la cronologia per dedicarci al piacere della lettura.

Serena Venditto ha trovato quindi una formula interessante per i suoi “gialli umoristici” (direi definizione lunga ma migliore di “cozy” crime, che rende solo l’idea di un’atmosfera distesa, mentre questo epigono dà agio anche a momenti di intensa ilarità).

La scrittrice ha mixato quattro improbabili personaggi, riuniti come coinquilini in un condominio in zona Tribunali (cuore pulsante della città), mettendo loro intorno un “non umano” indispensabile a scatenare giuste riflessioni, ed altri due umani di contorno, ma imprescindibili.

I nostri sono l’io narrante, Ariel Hamilton, anglo-napoletana, di professione traduttrice di bruttissimi testi inglesi, uscita brillantemente nel primo episodio da una storia con il poliziotto Andrea, ed ora, da qualche uscita in poi, strettamente legata sentimentalmente con Samuel Solinas, nigero-cagliaritano, rappresentante di gelati nel napoletano, e per questo (in quanto gelataio e di colore) chiamato affettuosamente Magnum. C’è poi il musicista giapponese Kobe Kashiro, dall’italiano improbabile, e dalla fidanzata violinista al nord Italia, di cui è gelosissimo. Ma l’anima pulsante della casa è “Malù” Ferrari, archeologa con la passione del giallo, tanto da aver chiamato il suo aiutante felino Mycroft (per i meno giallisti, il nome del fratello di Scherlock Holmes).

Poi ci sono i due “comprimari”. L’anziana ex-professoressa di latino e greco Mariella Papararo, custode informale del palazzo, dove ferma sulla soglia chi vuole entrare ponendo domande insidiose. Se non rispondi non entri. Ed ovviamente il commissario di polizia, Timoteo De Iuliis (che come ho già detto, avrebbe dovuto chiamarsi Ulisse come il mio amico pescarese), che per arrestare i colpevoli, la polizia è necessaria.

Avendo già visto all’opera i nostri “eroi”, comincio a leggere in attesa di avere un quadro degli eventi. Siamo vicini a Natale (e ci sarà tutta una serie di intarsi dedicati: all’albero di Natale, al presepe, a San Gregorio Armeno, alla cucina della vigilia e così via), e Malù ha deciso di aumentare il raggio dei suoi interessi frequentando un corso di “cake design”. Corso dove incontra Emanuele Marchese, che gli diventa simpatico, che gli chiede aiuto per una vicenda privata e che, subito dopo, muore. Ucciso accidentalmente o volontariamente?

Ovvio che i nostri cominceranno ad indagare, entreranno nella vita di tutte le persone coinvolte, riuscendo a ricostruire una possibile catena di delitti. Siamo al Grand Hotel del Vomero, un luogo particolarmente in, ricercato e costoso. Anni prima era gestito dalla famiglia Marchese, padre e madre di Emanuele. Poi, senza un vero perché, il padre fa due mosse non spiegate: cede la proprietà a suo fratello (che vive lontano da Napoli e non ha interesse alcuno nell’albergo), e litiga pesantemente con tal Fabrizio Martini, accusandoli di tradirlo con la moglie. Subito dopo, prende male una curva, esce di strada e muore. Disgrazia o omicidio?

Fatto sta che l’hotel passa di mano, ed i Marchese da proprietari diventano dipendenti. L’hotel passa in gestione alla danarosa Eulalia Malaspina, lasciando la cucina a Arturo Bernardi e signora. Due anni prima dei fatti, poi, Lidia, la madre di Emiliano, sofferente di asma, muore dopo un incontro con tutti i suddetti personaggi nella spa dell’hotel. Anche qui, disgrazia o omicidio? Indagando e vivendo le loro splendide vite, accompagnati da Mycroft che non perde tempo di far crollare il loro albero di Natale in testa a chi non desidera frequenti la casa, i nostri, ed in particolare Malù, trovano il bandolo della matassa, ricostruendo i tre omicidi.

Il secondo, ingegnoso, utilizzando come liquido anti funghi per la spa la glutaraldeide, che, provocando crisi respiratorie se inalata da chi soffre di asma, porta in breve alla morte.

Comunque è tutto il meccanismo delle azioni sul campo, delle interazioni tra i protagonisti e la descrizione della loro vita, inconcludentemente allegra, che Serena dà il meglio di sé, e di porta per le sue quasi trecento pagine senza che se ne senta il peso.

Ovvio che Natale e Napoli la fanno da padroni, ma in più c’è un doveroso e sentito omaggio al principe dei “Grand Hotel”. Sia quello, bellissimo, della scrittura nel romanzo di Viki Baum “Menschen im Hotel” (tradotto in italiano come “Grand Hotel”), sia quello altrettanto bello del film che ne fu tratto, premio Oscar nel 1932, con Greta Garbo, John e Lionel Barrymore, nonché Joan Crawford. Un film illuminato dalla frase che il dr. Otternschlag (veterano della Prima Guerra Mondiale e residente fisso al Grande Hotel) dice in chiusura. La frase inglese è abbastanza bella: “The Grand Hotel. Always the same. People come. People go...nothing ever happens”. Ma è la frase della versione italiana che va scolpita negli annali delle frasi imperiture: “Grand Hotel, sempre lo stesso: gente che viene, gente che va, tutto senza scopo”. Immortale!

Credo che metterò un bel segnale su possibili altri libri della scrittrice. Bella scrittura, leggera ma non banale.

Valerio Varesi “Reo confesso” Repubblica Essenza Noir 22 euro 8,90

[A: 06/12/2022 – I: 09/07/2026 – T: 11/07/2026] && e ½       

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 312; anno: 2021]

CS16

Eccoci al sedicesimo episodio della bella serie ideata da Valerio Varesi ed incentrata sulla figura del commissario Franco Soneri. Una serie che ho lasciato un anno e mezzo fa, e che ora ritrovo purtroppo sempre un po’ più cupa ed involuta. È vero, Soneri nasce da un mix di diversi commissari “francesi” (dal Montale di Izzo fino all’inarrivabile Maigret di Simenon). Però ne accentua sempre il carattere più cupo e schivo. Di certo non aiutato in questo dal triste ambiente padano. Anche se, quando ci si aggira per le regioni del Po, ci sono pure momenti di distensione ed ironia (come nella Modena di mio cugino).

L’altro elemento che un po’ mi ha destabilizzato è l’incrinarsi del rapporto tra Soneri e Angela Cornelio, l’avvocato che da sempre era il suo contraltare, nella vita e nelle indagini. Certo che qui Varesi gioca di fino mettendo i due in una situazione che non può che portare tensioni. Ma, se c’è la volontà, le tensioni si superano. E qui la volontà sembra venir meno a tutti e due. Dopo questo episodio sono usciti altri due romanzi di Varesi, per cui, forse, riusciremo a capire l’evoluzione del loro rapporto.

La cosa migliore che nasce dall’idea della scrittura di questo episodio è quanto si evince dal titolo. Soneri si imbatte, passeggiando un mattino nel Parco della Cittadella, in un uomo disteso su di una panchina. Invece di passare oltre, si ferma, mostra la sua indubbia umanità, e l’uomo, Roberto Ferrari, lo prende a confessore. Ha sessantotto anni, una vita con alti e bassi, ultimamente dedicata ad opere di carità nel Terzo Mondo. Ha investito molto in un fondo gestito da un consulente finanziario Giacomo “James” Malvisi, che gli ha rubato tutto, per rifornirsi di droga e bella vita. Ferrari, con una pistola di proprietà, lo ha ucciso dopo un alterco.

Non si capisce se Ferrari già sapesse l’identità di Soneri, fatto sta che il nostro si trova davanti ad una confessione in piena regola. C’è il movente, esiste l’arma del delitto, c’è la scena del crimine, esattamente descritta. Ma il nostro, quando tutto appare così semplice, si pone, simenonianamente, delle domande. Sarà vero? Perché confessare? È un bisogno etico o una oscura macchinazione?

Questo è il primo e ben pesante corno dell’episodio: Soneri passerà tutto il romanzo a smontare, pezzo dopo pezzo, la confessione di Ferrari, per cercare di arrivare al nocciolo duro. Confessione o falsità?

La seconda zeppa, questa però a me è parsa gratuita, se non ci fosse altro dietro. Ferrari nomina come avvocato d’ufficio proprio la donna di Soneri, l’avvocato Angela. Così i due si trovano sui due versanti del problema. Angela a difendere Ferrari, sapendo cose che forse potrebbero aiutare Soneri nelle indagini. Franco ad avere davanti la sua donna che si comporta, come è giusto che sia un avvocato, tutta in difesa del cliente e non in aiuto della polizia.

Tutto il romanzo si gioca su questi due binari. Dove finisce la discrezionalità e dove inizia la colpevolezza cosciente? Il dissidio tra Franco e Angela sui due lati della giustizia che entrambi impersonano è un dissidio che non potrà mai finire realmente. Hanno tutti ragione, e sebbene tutti e due ne siano coscienti, tutto si gioca sulle sfumature. Se Angela ha delle notizie che non piò dire a Franco ma indulge nel limbo tra farglielo capire o meno, ecco che si entra nella palude di rapporti difficili da portare avanti.

E da come finisce questa parte del romanzo, ci vuole un bel passo in avanti nel prossimo episodio per farli tornare spensierati come all’inizio, in giro per il parmense a mangiare in trattorie e bere vino ed essere leggeri come si dovrebbe essere sempre nei rapporti amorosi.

Sul fronte invece della giustizia e della legge, della confessione e della sincerità, Soneri farà dei lunghi giri intorno all’obiettivo, prima di capire quale sia, realmente, la traccia da seguire. Ci sono altri personaggi nella storia che vengono coinvolti nelle malefatte di James, ma la soluzione dell’enigma è molto più semplice di quanto Varesi ci vuol mostrare. E stranamente anche altrettanto simili ad un altro libro che ho letto in questa calda estate del ’26.

La capacità di Varesi, anche se il libro non è pienamente riuscito, è al fine quella di porci anche noi di fronte al dilemma se perseguire la verità, portare avanti la legge sopra ogni cosa, o cercare di capirne le implicazioni. Laddove la verità stessa possa essere aggirata in modo che, tuttavia, si arrivi ad una conclusione eticamente giusta anche se non legale, quale sarà il nostro atteggiamento?

Delle belle domane a corredo di un romanzo non sempre riuscito come i primi di Varesi.

“È così difficile poter affidarsi completamente a una persona, anche a chi ti è più vicino. C’è sempre qualcosa di impenetrabile che ti respinge. In definitiva, si resta ogni volta soli. Ci si illude soltanto.” (102)

“C’è chi, per giustificare la propria insipienza, getta discredito sugli altri nel tentativo di renderli uguali a sé stessi.” (258)

Antonio Manzini “I tramezzini di Rocco Schiavone” Sellerio s.p. (Regalo di Alessandra)

A: 14/06/2026 – I: 25/06/2026 – T: 26/06/2026] &&& e ½  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 367; anno: 2026]

Due doverose premesse rispetto a questa nuova uscita di Manzini: continuo, anche se a volte ne leggo, ad essere poco incline alla forma “racconto” e continuo a considerare Rocco uno dei personaggi meglio riusciti degli ultimi anni (soprattutto se lo immagino con la faccia di Marco Giallini). Questo per giustificare un alto ma non altissimo gradimento.

Bisogna anche prendere atto che questa uscita è anche un doveroso omaggio al mentore di Manzini, che seguì le lezioni di Camilleri quando il grande insegnava all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Erano gli anni ’80, e tra gli attori c’erano Luca Zingaretti e Margherita Buy. Omaggio che si comprende meglio ripensando alla raccolta di racconti dedicata a varie vicende del commissario Montalbano, che Camilleri intitolò “Gli arancini di Montalbano”.

Quindi, essendo Rocco intrinsecamente romano, dove gli arancini non sono contemplati, l’alimento che ne può prendere il posto è sicuramente il tramezzino. Anche se, e sono concorde con Rocco, la tradizione del tramezzino va scomparendo. Non esiste il tramezzino avvolto nella plastica. L’unico edibile è quello posato a bella vista sul bancone, ricoperto con un panno rigorosamente umido.

Comunque, tanto per dovere di simmetria, il testo è composto di nove racconti. Quattro del passato e quattro del presente, con l’intermezzo di un senza tempo in cui abbiamo la prima comparsa del fantasma di Marina, un anno circa dopo la morte. Un racconto che introduce retrospettivamente tutta la problematica della “saudade” di Rocco verso l’altro sesso, ma che, come racconto in sé, è utile quanto il suo tramezzino di riferimento: uova sode e tonno, classico ma non eccelso.

Infatti, scordavo, ogni racconto fa riferimento ad un tipo di tramezzino, quasi a farne la chiosa gastronomica. Abbiamo così i tramezzini del passato, tutti assai classici e collaudati. Un tonno e carciofini dell‘infanzia di Rocco e dei suoi amici che mettono in difficoltà un cravattaro (che a Roma sta per usuraio), recuperando un credito inesigibile della povera sora Elide. Un’insalata di pollo che ci fa rivivere l’odissea di un barbone tedesco, e su cui ritorno in finale per qualche colpo di memoria.

Un’uova sode e salame (che io aborro) per un breve cenno ai dubbi esistenziali del Rocco adolescente, dai 300 di Sapri a Cristoforo Colombo, dalla madre del milite ignoto all’Immacolata Concezione. Punta di penna senza troppi graffi. Finendo, il passato, con un “mozzarella e pomodoro” (praticamente una caprese tra due fette di pane), dove ci viene spiegata la genesi della voglia e poi dello studio di Giurisprudenza da parte del giovane Rocco alle prese con la maturità.

Ben più articolati e ben fatti sono i racconti “moderni”. L’unico poco sostenibile è un erotico “salmone, avocado e maionese”, racchiuso in un’avventura erotica con morto o onirica con la sua fiamma del momento (la bella Sandra con cui non riesce mai ad andare a letto).

Quelli che appunto fanno salire gradimento e curiosità narrative e poliziesche sono lo “spinaci e mozzarella” dove Rocco viene coinvolto in un cold case per scoprire i motivi di un omicidio senza motivi, dove alla fine risolve due casi concomitanti con ragionamenti una volta tanto poliziescamente ben fatti. O un classico estivo come “rucola, bresaola e grana”, alla ricerca della scomparsa di un insopportabile “wedding planner”, di cui non ci si augura la morte ma che nessuna sembra compiangere. Ma che soprattutto consente rilassanti parentesi con una simpatica e spigliata direttrice d’albergo. Il caso comunque verrà ben risolto con risvolti comici alla Maigret.

Mentre l’ultimo, il difficile “Club Sandwich” è un sentito omaggio ai misteri della camera chiusa alla Agatha Christie. Dove Rocco è isolato in un autogrill appenninico insieme a Furio e Brizio e là deve risolvere una morte avvenuta in un camion in sosta, ma che non sembra essere possibile: nessuna traccia e nessun movente. E che Rocco brillantemente risolve usando cognizioni geografiche che anche noi conosciamo, ma che al momento mi avevano spiazzato.

Come già detto quindi, un testo che ben merita la lettura per due ordini di motivi: è ben scritto e ci consegna sempre più il ritratto a tutto tondo del vicequestore Rocco Schiavone.

Infine, volevo tornare sulla storia del barbone, il tedesco Peter Diechter, installatosi sulla 128 in disuso del papà di Rocco (ormai morto). Peter che racconta storie sul suo natio Sud Tirolo, sul suo arruolamento forzato, sulla guerra a Roma, dove si innamora e dove perde l’amore. Ma forse è tutto falso, sono solo storie. Ma le storie sono quanto ci consente di essere vivi. Il punto di interesse della narrazione di Peter è quando, dovendo fingersi malato per effettuare una rapina insieme a dei partigiani (ma che lui dice non sapeva esserlo), non riesce a farsi ricoverare all’Isola Tiberina, al Fatebenefratelli. Perché in quell’ospedale stava infuriando un’epidemia, scatenata dal famoso “morbo K”. Ovvio che questo piccolo accenno di pagina 107 non poteva che scatenare i ricordi familiari sempre presenti di chi, quel morbo, riuscì a inventarlo con il suo primario e con lui riuscì a salvare molte famiglie ebree.

Grazie Manzini per questo accenno (e per tutte le storie di Rocco, aspettando un nuovo testo magari più articolato e senza molta Marina).

“Se qualcosa non ti convince, cerca di capirla. Sennò che campi a fare?” (167)

Antonio Manzini “Gli ultimi giorni di quiete” Repubblica Intenso Noir 2 euro 9,90

A: 03/07/2026 – I: 25/07/2026 – T: 26/07/2026] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 173; anno: 2020]

Gli scrittori che adottano modalità seriali nelle loro produzioni sono di necessità vittima di forti problematiche resistenziali quando si allontanano dal solco cui non siamo abituati a vederli. Certo, a valle, ci possono essere cambiamenti interessanti, o ci possono essere naufragi clamorosi. Oppure, una via di mezzo, un’onesta pubblicazione che prende fino ad un certo punto.

Prima di affrontare Manzini, mi rifaccio al grande De Giovanni: quando al commissario Ricciardi affiancò i bastardi di Pizzofalcone o le avventure di Sara, fece un piccolo passo indietro, rimanendo sul piedistallo d’eccellenza. Quando poi vi unì “I guardiani” lui per primo capì il passo falso e si fermò.

Oppure penso all’interessante Robecchi: una volta esaurita la spinta forte di Monterossi, prende un sottoprodotto e con il biondo e quello con la cravatta, riesce a tirar fuori nuovi episodi e nuove letture di sicuro interesse.

Venendo a Manzini, lasciato il buon Rocco in quel di Aosta a capire se prima o poi riuscirà ad elaborare il lutto della morte di Marina, si sposta per un romanzo non episodico (cioè un romanzo “auto-contenuto”) in quel di Pescara, e ci fornisce un testo con qualche punto di interesse, ma che, personalmente, ho trovato non riuscito benissimo.

Il plot di fondo è ben evidenziato e ci rimarrà nella testa per tutto il tempo. Nora e Pasquale, talvolta aiutati dal figlio Corrado, gestiscono una tabaccheria. Un giorno che Corrado è solo entra il rapinatore Paolo e non sappiamo per quale motivo, nasce una colluttazione alla fine della quale Corrado muore. Paolo, arrestato in flagrante, viene condannato ad una media pena detentiva per omicidio preterintenzionale.

Sei anni dopo, casualmente, Nora vede Paolo su un treno regionale. Paolo, tra sconti di pena e buona condotta, dopo sei anni è in regime di libertà vigilata (quindi non deve fare stupidaggini) in attesa di essere completamente sciolto d vincoli di pena. Nel frattempo, ha trovato una donna che gestisce un salone di bellezza con la quale sta costruendosi un possibile futuro, lavorando nell’officina di un parente di lei.

Qui scattano le vie della storia e delle storie dei tre protagonisti. E scattano anche le nostre riflessioni etiche sulla giustizia e sulla vita in generale. Paolo ha fatto un grosso errore, ha pagato secondo i canoni della giustizia. Ma bastano sei anni per riscattare la morte di un ragazzo? Soprattutto, ed è questa la domanda interna che ci poniamo, bastano se uno ha introiettato un sentimento di pentimento e di pietà per le azioni svolte. O sono inutili se il Paolo della situazione poi ha solo un sentimento di dispiacere, ma poco altro, verso l’azione commessa?

Di sicuro non bastano, né basteranno mai a Nora e Pasquale, che reagiscono in modo diverso. Pasquale, che si era rifugiato nel meticoloso ordine del vivere, pensa ad un gesto immediato ed estremo: compera una pistola nel dark web e vuole uccidere Paolo. Nora immagina una vendetta più sottile, ed anche più definitiva: perché la morte di Paolo non ripaga dagli anni di sofferenza nel vedere la stanza vuota del figlio. Ci vuole qualcosa che duri nel tempo.

Ecco allora che praticamente diventa una stalker vivente per Paolo. Lo segue ovunque. Si mette in posizione tutto il giorno fuori dall’officina dove Paolo lavora, senza dire nulla, solo essendo presente. Poi si mette davanti al salone di parrucchiere, con la stessa tattica. Segue Paolo e la sua donna ovunque sia possibile seguirli. Secondo passo, scrive sui muri “Paolo assassino”, ma è una scritta che colpisce, però può essere cancellata in fretta. Infine tappezza i luoghi dove vive Paolo con volantini in cui racconta i fatti ed il ruolo di Paolo nella morte di Corrado.

Ovvio che prima l’officina poi la donna emarginano Paolo. Una questione di vita mia morte tua. La decisione di Manzini è che Paolo non ha la stoffa del penitente e reagirà.

Alla fine usciranno tutti o morti o malconci per tutto il resto della vita. Vedete voi chi sarà ad interpretare ognuno di questi ruoli. Leggendo il libro, anche se, ripeto, non prende moltissimo.

Perché non lascia aperta nessuna porta possibile ad altre soluzioni, per nessuno delle tre persone che ne sono i protagonisti. Né tanto meno ipotizza in nessuna discussione, che di certo immaginerete ci sia nel testo, una possibile “pietas” verso l’altro.

Mi rendo conto, parlo da persona che non ha figli morti d piangere, e quindi posso non capire le profondità di certi dolori. Anche se conosco persone che hanno visto morire i propri figli ed hanno reagito in mille modi diversi. Mi direte che morire di malattia non è morire di morte violenta, cosa che fino ad ora non mi è capitata, né spero mi capiterà mai di incontrare.

Ma so che esistono vie che Manzini ha ignorato, anche se devo dargli atto di aver messo un grosso dito nella piaga della domanda che spesso ci attanaglia: cos’è la giustizia? È una domanda che percorre i migliori libri gialli che ho letto e tramato (Simenon in testa). Ed alla quale non so sinceramente rispondere.

Pur se in un libro che quindi trovo poco riuscito, di sicuro, al fine, devo ringraziare Antonio dell’ambientazione pescarese, che mi rimanda al mio amico Ulisse ed alla mia sodale Luciana.

“S’era spento. Dietro il suo ordine meticoloso, con i maglioni sistemati nell’armadio seguendo la gradazione dei colori … i documenti spillati nei raccoglitori.” (43) [e c’è invece chi tutto questo serve ad accendersi]

Siamo nella prima domenica di settembre, quindi diamo un’occhiata alle letture di giugno. Impreziosita da una lezione artistica di Alessandro Borgogno, una lezione partigiana di Luce D’Eramo e da un giallo giapponese di ottima fattura di Matsumoto Seicho. Ma, a parte il poco riuscito giallo di Nicola Verde, un mese di buone letture (con una media di più che sufficienza su un insieme di diciassette titoli; non male).

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Morena Fellegara

Un pastis al Bar Marco

Corriere Gazzetta II

7,99

2

2

Banana Yoshimoto

Su un letto di fiori

Corriere Giappone

9,99

2

3

Alessandro Borgogno

Attraverso le forme

Ilmiolibro

s.p.

4

4

Alessandro Borgogno

Nella Valle del Boite

Ilmiolibro

s.p.

3

5

Karina Pacheco Medrano

La sangre, el polvo, la nieve

Planeta

17

3

6

Bibbiana Cau

La levatrice

Nord

s.p.

3

7

Ben Pastor

Lo specchio del pellegrino

Sellerio

s.p.

2,5

8

Serena Venditto

Grand Hotel

Repubblica Essenza Noir

8,90

3

9

Richard Osman

L’uomo che morì due volte

Repubblica

8,90

2

10

Franck Courtés

La mattina scrivo

Playground

s.p.

3,5

11

Walter Veltroni

Assassinio a Villa Borghese

Marsilio

s.p.

3

12

Nicola Verde

Colpe senza redenzione

Mondadori

5,90

1,5

13

Luce D’Eramo

Deviazione

Repubblica Resistenza

7,90

4

14

Antonio Manzini

I tramezzini di Rocco Schiavone

Sellerio

s.p.

3,5

15

Viveca Sten

L’estate senza ritorno

Feltrinelli

12

2,5

16

Federica Manzon

Alma

Feltrinelli

s.p.

3

17

Matsumoto Seicho

Tokyo express

Adelphi

s.p.

4

 

Visto che ci siamo spremuti tanto sul giallo italiano, ora vi aiuto a rimettere in moto i pochi neuroni rimasti a tutti noi con alcune considerazioni immortali di Zygmunt Bauman tratte “L’arte della vita” (nome che è già un programma). E poiché ce ne sono alcune su cui veramente meditare a lungo, contrariamente al mio solito, queste le evidenzio in grassetto.

“Nessuna società può privare gli uomini della facoltà di scegliere.” (35)

“Blaise Pascal: tutta l’infelicità degli uomini… deriva … dal non sapere starsene in pace, in una camera.” (47)

“Non dobbiamo radicarci o sradicarci, … ma gettare e issare le ancore. … Le radici, quando vengono divelte dalla terra in cui sono cresciute, generalmente si seccano, uccidendo la pianta che nutrivano, il cui rifiorire avrebbe quindi un che di miracoloso; al contrario le ancore vengono issate solo per essere gettate di nuovo, e altrettanto facilmente, in molti porti diversi. Inoltre, le radici progettano e predeterminano la forma che dovrà assumere la pianta che si svilupperà da esse, ed escludono la possibilità di ogni altra forma. Le ancore sono invece soltanto attrezzature che servono a fissarsi a un luogo in modo dichiaratamente temporaneo o a staccarsene, e non definiscono in alcun modo le caratteristiche e le qualità della nave. Il lasso di tempo che separa l’atto di gettare un’ancora da quello di issarla nuovamente non è che una fase nell’itinerario della nave. La scelta del prossimo porto in cui gettare l’ancora dipenderà molto probabilmente dal tipo di carico che in quel momento è sulla nave; un porto adatto a un tipo di carico potrebbe essere totalmente inadatto ad un altro.” (106)

“Il fato e le sue unità di guerriglia – gli incidenti – determinano il quadro delle scelte che si pongono agli artisti della vita. Ma è il carattere a decidere le scelte di questi ultimi.” (132)

L’incertezza è il terreno proprio della persona morale, l’unico suolo in cui la moralità può germogliare e fiorire.” (136)

“[L’amore] richiede tolleranza, la consapevolezza che non si possono imporre i propri punti di vista e ideali al compagno o alla compagna, né ostacolarne la felicità.” (168)

“John Stuart Mill: chiediti se sei felice e cesserai di esserlo.” (169)

Per cui, non ci chiediamo se siamo felici, ma viviamo in ogni caso essendolo senza chiederlo, tollerando e non sopportando (due sinonimi che trovo antitetici). E sapendo che, nel bene e nel male, si avvicinano momenti viaggianti di cui non si farà mai a meno. Allora, ancora e sempre, abbracci per tutti.