domenica 6 settembre 2026

Italiani in altalena - 06 settembre 2026

Dopo un interessante trama straniera torniamo ad un quartetto italiano, anzi un trio, con molti romanzi seriali di cui tenere conto. In testa a tutti, e non può essere altro, i tramezzini di Rocco, con il buon Manzini che recupera per Sellerio una serie di racconti imbastendoli in un articolato libro. Subito a ruota, la simpatica Serena Venditto con una nuova avventura dei detective dilettanti per non parlar del gatto. Con fatica, e senza molti squilli, c’è poi una nuova puntata della Bassa Parmense con il commissario Soneri di Valerio Varesi. Chiude la trama ancora Manzini con un testo senza Rocco, e si sente.

Serena Venditto “Grand Hotel. Natale con delitto per quattro coinquilini e un gatto” Repubblica Essenza Noir 27 euro 8,90

[A: 24/12/2022 – I: 14/06/2026 – T: 16/06/2026] &&&      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 265; anno: 2021]

La bibliografia dei detective di “Atri 36”, i quattro coinquilini impicciosi per non parlar del gatto, è un po’ ingarbugliata all’inizio, che c’è un romanzo che sembra un racconto lungo che, forse, si inserisce verso l’inizio della serie. Ma tant’è, noi che ne leggiamo credo che con questo nuovo testo facciamo un po’ pace con la cronologia per dedicarci al piacere della lettura.

Serena Venditto ha trovato quindi una formula interessante per i suoi “gialli umoristici” (direi definizione lunga ma migliore di “cozy” crime, che rende solo l’idea di un’atmosfera distesa, mentre questo epigono dà agio anche a momenti di intensa ilarità).

La scrittrice ha mixato quattro improbabili personaggi, riuniti come coinquilini in un condominio in zona Tribunali (cuore pulsante della città), mettendo loro intorno un “non umano” indispensabile a scatenare giuste riflessioni, ed altri due umani di contorno, ma imprescindibili.

I nostri sono l’io narrante, Ariel Hamilton, anglo-napoletana, di professione traduttrice di bruttissimi testi inglesi, uscita brillantemente nel primo episodio da una storia con il poliziotto Andrea, ed ora, da qualche uscita in poi, strettamente legata sentimentalmente con Samuel Solinas, nigero-cagliaritano, rappresentante di gelati nel napoletano, e per questo (in quanto gelataio e di colore) chiamato affettuosamente Magnum. C’è poi il musicista giapponese Kobe Kashiro, dall’italiano improbabile, e dalla fidanzata violinista al nord Italia, di cui è gelosissimo. Ma l’anima pulsante della casa è “Malù” Ferrari, archeologa con la passione del giallo, tanto da aver chiamato il suo aiutante felino Mycroft (per i meno giallisti, il nome del fratello di Scherlock Holmes).

Poi ci sono i due “comprimari”. L’anziana ex-professoressa di latino e greco Mariella Papararo, custode informale del palazzo, dove ferma sulla soglia chi vuole entrare ponendo domande insidiose. Se non rispondi non entri. Ed ovviamente il commissario di polizia, Timoteo De Iuliis (che come ho già detto, avrebbe dovuto chiamarsi Ulisse come il mio amico pescarese), che per arrestare i colpevoli, la polizia è necessaria.

Avendo già visto all’opera i nostri “eroi”, comincio a leggere in attesa di avere un quadro degli eventi. Siamo vicini a Natale (e ci sarà tutta una serie di intarsi dedicati: all’albero di Natale, al presepe, a San Gregorio Armeno, alla cucina della vigilia e così via), e Malù ha deciso di aumentare il raggio dei suoi interessi frequentando un corso di “cake design”. Corso dove incontra Emanuele Marchese, che gli diventa simpatico, che gli chiede aiuto per una vicenda privata e che, subito dopo, muore. Ucciso accidentalmente o volontariamente?

Ovvio che i nostri cominceranno ad indagare, entreranno nella vita di tutte le persone coinvolte, riuscendo a ricostruire una possibile catena di delitti. Siamo al Grand Hotel del Vomero, un luogo particolarmente in, ricercato e costoso. Anni prima era gestito dalla famiglia Marchese, padre e madre di Emanuele. Poi, senza un vero perché, il padre fa due mosse non spiegate: cede la proprietà a suo fratello (che vive lontano da Napoli e non ha interesse alcuno nell’albergo), e litiga pesantemente con tal Fabrizio Martini, accusandoli di tradirlo con la moglie. Subito dopo, prende male una curva, esce di strada e muore. Disgrazia o omicidio?

Fatto sta che l’hotel passa di mano, ed i Marchese da proprietari diventano dipendenti. L’hotel passa in gestione alla danarosa Eulalia Malaspina, lasciando la cucina a Arturo Bernardi e signora. Due anni prima dei fatti, poi, Lidia, la madre di Emiliano, sofferente di asma, muore dopo un incontro con tutti i suddetti personaggi nella spa dell’hotel. Anche qui, disgrazia o omicidio? Indagando e vivendo le loro splendide vite, accompagnati da Mycroft che non perde tempo di far crollare il loro albero di Natale in testa a chi non desidera frequenti la casa, i nostri, ed in particolare Malù, trovano il bandolo della matassa, ricostruendo i tre omicidi.

Il secondo, ingegnoso, utilizzando come liquido anti funghi per la spa la glutaraldeide, che, provocando crisi respiratorie se inalata da chi soffre di asma, porta in breve alla morte.

Comunque è tutto il meccanismo delle azioni sul campo, delle interazioni tra i protagonisti e la descrizione della loro vita, inconcludentemente allegra, che Serena dà il meglio di sé, e di porta per le sue quasi trecento pagine senza che se ne senta il peso.

Ovvio che Natale e Napoli la fanno da padroni, ma in più c’è un doveroso e sentito omaggio al principe dei “Grand Hotel”. Sia quello, bellissimo, della scrittura nel romanzo di Viki Baum “Menschen im Hotel” (tradotto in italiano come “Grand Hotel”), sia quello altrettanto bello del film che ne fu tratto, premio Oscar nel 1932, con Greta Garbo, John e Lionel Barrymore, nonché Joan Crawford. Un film illuminato dalla frase che il dr. Otternschlag (veterano della Prima Guerra Mondiale e residente fisso al Grande Hotel) dice in chiusura. La frase inglese è abbastanza bella: “The Grand Hotel. Always the same. People come. People go...nothing ever happens”. Ma è la frase della versione italiana che va scolpita negli annali delle frasi imperiture: “Grand Hotel, sempre lo stesso: gente che viene, gente che va, tutto senza scopo”. Immortale!

Credo che metterò un bel segnale su possibili altri libri della scrittrice. Bella scrittura, leggera ma non banale.

Valerio Varesi “Reo confesso” Repubblica Essenza Noir 22 euro 8,90

[A: 06/12/2022 – I: 09/07/2026 – T: 11/07/2026] && e ½       

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 312; anno: 2021]

CS16

Eccoci al sedicesimo episodio della bella serie ideata da Valerio Varesi ed incentrata sulla figura del commissario Franco Soneri. Una serie che ho lasciato un anno e mezzo fa, e che ora ritrovo purtroppo sempre un po’ più cupa ed involuta. È vero, Soneri nasce da un mix di diversi commissari “francesi” (dal Montale di Izzo fino all’inarrivabile Maigret di Simenon). Però ne accentua sempre il carattere più cupo e schivo. Di certo non aiutato in questo dal triste ambiente padano. Anche se, quando ci si aggira per le regioni del Po, ci sono pure momenti di distensione ed ironia (come nella Modena di mio cugino).

L’altro elemento che un po’ mi ha destabilizzato è l’incrinarsi del rapporto tra Soneri e Angela Cornelio, l’avvocato che da sempre era il suo contraltare, nella vita e nelle indagini. Certo che qui Varesi gioca di fino mettendo i due in una situazione che non può che portare tensioni. Ma, se c’è la volontà, le tensioni si superano. E qui la volontà sembra venir meno a tutti e due. Dopo questo episodio sono usciti altri due romanzi di Varesi, per cui, forse, riusciremo a capire l’evoluzione del loro rapporto.

La cosa migliore che nasce dall’idea della scrittura di questo episodio è quanto si evince dal titolo. Soneri si imbatte, passeggiando un mattino nel Parco della Cittadella, in un uomo disteso su di una panchina. Invece di passare oltre, si ferma, mostra la sua indubbia umanità, e l’uomo, Roberto Ferrari, lo prende a confessore. Ha sessantotto anni, una vita con alti e bassi, ultimamente dedicata ad opere di carità nel Terzo Mondo. Ha investito molto in un fondo gestito da un consulente finanziario Giacomo “James” Malvisi, che gli ha rubato tutto, per rifornirsi di droga e bella vita. Ferrari, con una pistola di proprietà, lo ha ucciso dopo un alterco.

Non si capisce se Ferrari già sapesse l’identità di Soneri, fatto sta che il nostro si trova davanti ad una confessione in piena regola. C’è il movente, esiste l’arma del delitto, c’è la scena del crimine, esattamente descritta. Ma il nostro, quando tutto appare così semplice, si pone, simenonianamente, delle domande. Sarà vero? Perché confessare? È un bisogno etico o una oscura macchinazione?

Questo è il primo e ben pesante corno dell’episodio: Soneri passerà tutto il romanzo a smontare, pezzo dopo pezzo, la confessione di Ferrari, per cercare di arrivare al nocciolo duro. Confessione o falsità?

La seconda zeppa, questa però a me è parsa gratuita, se non ci fosse altro dietro. Ferrari nomina come avvocato d’ufficio proprio la donna di Soneri, l’avvocato Angela. Così i due si trovano sui due versanti del problema. Angela a difendere Ferrari, sapendo cose che forse potrebbero aiutare Soneri nelle indagini. Franco ad avere davanti la sua donna che si comporta, come è giusto che sia un avvocato, tutta in difesa del cliente e non in aiuto della polizia.

Tutto il romanzo si gioca su questi due binari. Dove finisce la discrezionalità e dove inizia la colpevolezza cosciente? Il dissidio tra Franco e Angela sui due lati della giustizia che entrambi impersonano è un dissidio che non potrà mai finire realmente. Hanno tutti ragione, e sebbene tutti e due ne siano coscienti, tutto si gioca sulle sfumature. Se Angela ha delle notizie che non piò dire a Franco ma indulge nel limbo tra farglielo capire o meno, ecco che si entra nella palude di rapporti difficili da portare avanti.

E da come finisce questa parte del romanzo, ci vuole un bel passo in avanti nel prossimo episodio per farli tornare spensierati come all’inizio, in giro per il parmense a mangiare in trattorie e bere vino ed essere leggeri come si dovrebbe essere sempre nei rapporti amorosi.

Sul fronte invece della giustizia e della legge, della confessione e della sincerità, Soneri farà dei lunghi giri intorno all’obiettivo, prima di capire quale sia, realmente, la traccia da seguire. Ci sono altri personaggi nella storia che vengono coinvolti nelle malefatte di James, ma la soluzione dell’enigma è molto più semplice di quanto Varesi ci vuol mostrare. E stranamente anche altrettanto simili ad un altro libro che ho letto in questa calda estate del ’26.

La capacità di Varesi, anche se il libro non è pienamente riuscito, è al fine quella di porci anche noi di fronte al dilemma se perseguire la verità, portare avanti la legge sopra ogni cosa, o cercare di capirne le implicazioni. Laddove la verità stessa possa essere aggirata in modo che, tuttavia, si arrivi ad una conclusione eticamente giusta anche se non legale, quale sarà il nostro atteggiamento?

Delle belle domane a corredo di un romanzo non sempre riuscito come i primi di Varesi.

“È così difficile poter affidarsi completamente a una persona, anche a chi ti è più vicino. C’è sempre qualcosa di impenetrabile che ti respinge. In definitiva, si resta ogni volta soli. Ci si illude soltanto.” (102)

“C’è chi, per giustificare la propria insipienza, getta discredito sugli altri nel tentativo di renderli uguali a sé stessi.” (258)

Antonio Manzini “I tramezzini di Rocco Schiavone” Sellerio s.p. (Regalo di Alessandra)

A: 14/06/2026 – I: 25/06/2026 – T: 26/06/2026] &&& e ½  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 367; anno: 2026]

Due doverose premesse rispetto a questa nuova uscita di Manzini: continuo, anche se a volte ne leggo, ad essere poco incline alla forma “racconto” e continuo a considerare Rocco uno dei personaggi meglio riusciti degli ultimi anni (soprattutto se lo immagino con la faccia di Marco Giallini). Questo per giustificare un alto ma non altissimo gradimento.

Bisogna anche prendere atto che questa uscita è anche un doveroso omaggio al mentore di Manzini, che seguì le lezioni di Camilleri quando il grande insegnava all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica. Erano gli anni ’80, e tra gli attori c’erano Luca Zingaretti e Margherita Buy. Omaggio che si comprende meglio ripensando alla raccolta di racconti dedicata a varie vicende del commissario Montalbano, che Camilleri intitolò “Gli arancini di Montalbano”.

Quindi, essendo Rocco intrinsecamente romano, dove gli arancini non sono contemplati, l’alimento che ne può prendere il posto è sicuramente il tramezzino. Anche se, e sono concorde con Rocco, la tradizione del tramezzino va scomparendo. Non esiste il tramezzino avvolto nella plastica. L’unico edibile è quello posato a bella vista sul bancone, ricoperto con un panno rigorosamente umido.

Comunque, tanto per dovere di simmetria, il testo è composto di nove racconti. Quattro del passato e quattro del presente, con l’intermezzo di un senza tempo in cui abbiamo la prima comparsa del fantasma di Marina, un anno circa dopo la morte. Un racconto che introduce retrospettivamente tutta la problematica della “saudade” di Rocco verso l’altro sesso, ma che, come racconto in sé, è utile quanto il suo tramezzino di riferimento: uova sode e tonno, classico ma non eccelso.

Infatti, scordavo, ogni racconto fa riferimento ad un tipo di tramezzino, quasi a farne la chiosa gastronomica. Abbiamo così i tramezzini del passato, tutti assai classici e collaudati. Un tonno e carciofini dell‘infanzia di Rocco e dei suoi amici che mettono in difficoltà un cravattaro (che a Roma sta per usuraio), recuperando un credito inesigibile della povera sora Elide. Un’insalata di pollo che ci fa rivivere l’odissea di un barbone tedesco, e su cui ritorno in finale per qualche colpo di memoria.

Un’uova sode e salame (che io aborro) per un breve cenno ai dubbi esistenziali del Rocco adolescente, dai 300 di Sapri a Cristoforo Colombo, dalla madre del milite ignoto all’Immacolata Concezione. Punta di penna senza troppi graffi. Finendo, il passato, con un “mozzarella e pomodoro” (praticamente una caprese tra due fette di pane), dove ci viene spiegata la genesi della voglia e poi dello studio di Giurisprudenza da parte del giovane Rocco alle prese con la maturità.

Ben più articolati e ben fatti sono i racconti “moderni”. L’unico poco sostenibile è un erotico “salmone, avocado e maionese”, racchiuso in un’avventura erotica con morto o onirica con la sua fiamma del momento (la bella Sandra con cui non riesce mai ad andare a letto).

Quelli che appunto fanno salire gradimento e curiosità narrative e poliziesche sono lo “spinaci e mozzarella” dove Rocco viene coinvolto in un cold case per scoprire i motivi di un omicidio senza motivi, dove alla fine risolve due casi concomitanti con ragionamenti una volta tanto poliziescamente ben fatti. O un classico estivo come “rucola, bresaola e grana”, alla ricerca della scomparsa di un insopportabile “wedding planner”, di cui non ci si augura la morte ma che nessuna sembra compiangere. Ma che soprattutto consente rilassanti parentesi con una simpatica e spigliata direttrice d’albergo. Il caso comunque verrà ben risolto con risvolti comici alla Maigret.

Mentre l’ultimo, il difficile “Club Sandwich” è un sentito omaggio ai misteri della camera chiusa alla Agatha Christie. Dove Rocco è isolato in un autogrill appenninico insieme a Furio e Brizio e là deve risolvere una morte avvenuta in un camion in sosta, ma che non sembra essere possibile: nessuna traccia e nessun movente. E che Rocco brillantemente risolve usando cognizioni geografiche che anche noi conosciamo, ma che al momento mi avevano spiazzato.

Come già detto quindi, un testo che ben merita la lettura per due ordini di motivi: è ben scritto e ci consegna sempre più il ritratto a tutto tondo del vicequestore Rocco Schiavone.

Infine, volevo tornare sulla storia del barbone, il tedesco Peter Diechter, installatosi sulla 128 in disuso del papà di Rocco (ormai morto). Peter che racconta storie sul suo natio Sud Tirolo, sul suo arruolamento forzato, sulla guerra a Roma, dove si innamora e dove perde l’amore. Ma forse è tutto falso, sono solo storie. Ma le storie sono quanto ci consente di essere vivi. Il punto di interesse della narrazione di Peter è quando, dovendo fingersi malato per effettuare una rapina insieme a dei partigiani (ma che lui dice non sapeva esserlo), non riesce a farsi ricoverare all’Isola Tiberina, al Fatebenefratelli. Perché in quell’ospedale stava infuriando un’epidemia, scatenata dal famoso “morbo K”. Ovvio che questo piccolo accenno di pagina 107 non poteva che scatenare i ricordi familiari sempre presenti di chi, quel morbo, riuscì a inventarlo con il suo primario e con lui riuscì a salvare molte famiglie ebree.

Grazie Manzini per questo accenno (e per tutte le storie di Rocco, aspettando un nuovo testo magari più articolato e senza molta Marina).

“Se qualcosa non ti convince, cerca di capirla. Sennò che campi a fare?” (167)

Antonio Manzini “Gli ultimi giorni di quiete” Repubblica Intenso Noir 2 euro 9,90

A: 03/07/2026 – I: 25/07/2026 – T: 26/07/2026] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 173; anno: 2020]

Gli scrittori che adottano modalità seriali nelle loro produzioni sono di necessità vittima di forti problematiche resistenziali quando si allontanano dal solco cui non siamo abituati a vederli. Certo, a valle, ci possono essere cambiamenti interessanti, o ci possono essere naufragi clamorosi. Oppure, una via di mezzo, un’onesta pubblicazione che prende fino ad un certo punto.

Prima di affrontare Manzini, mi rifaccio al grande De Giovanni: quando al commissario Ricciardi affiancò i bastardi di Pizzofalcone o le avventure di Sara, fece un piccolo passo indietro, rimanendo sul piedistallo d’eccellenza. Quando poi vi unì “I guardiani” lui per primo capì il passo falso e si fermò.

Oppure penso all’interessante Robecchi: una volta esaurita la spinta forte di Monterossi, prende un sottoprodotto e con il biondo e quello con la cravatta, riesce a tirar fuori nuovi episodi e nuove letture di sicuro interesse.

Venendo a Manzini, lasciato il buon Rocco in quel di Aosta a capire se prima o poi riuscirà ad elaborare il lutto della morte di Marina, si sposta per un romanzo non episodico (cioè un romanzo “auto-contenuto”) in quel di Pescara, e ci fornisce un testo con qualche punto di interesse, ma che, personalmente, ho trovato non riuscito benissimo.

Il plot di fondo è ben evidenziato e ci rimarrà nella testa per tutto il tempo. Nora e Pasquale, talvolta aiutati dal figlio Corrado, gestiscono una tabaccheria. Un giorno che Corrado è solo entra il rapinatore Paolo e non sappiamo per quale motivo, nasce una colluttazione alla fine della quale Corrado muore. Paolo, arrestato in flagrante, viene condannato ad una media pena detentiva per omicidio preterintenzionale.

Sei anni dopo, casualmente, Nora vede Paolo su un treno regionale. Paolo, tra sconti di pena e buona condotta, dopo sei anni è in regime di libertà vigilata (quindi non deve fare stupidaggini) in attesa di essere completamente sciolto d vincoli di pena. Nel frattempo, ha trovato una donna che gestisce un salone di bellezza con la quale sta costruendosi un possibile futuro, lavorando nell’officina di un parente di lei.

Qui scattano le vie della storia e delle storie dei tre protagonisti. E scattano anche le nostre riflessioni etiche sulla giustizia e sulla vita in generale. Paolo ha fatto un grosso errore, ha pagato secondo i canoni della giustizia. Ma bastano sei anni per riscattare la morte di un ragazzo? Soprattutto, ed è questa la domanda interna che ci poniamo, bastano se uno ha introiettato un sentimento di pentimento e di pietà per le azioni svolte. O sono inutili se il Paolo della situazione poi ha solo un sentimento di dispiacere, ma poco altro, verso l’azione commessa?

Di sicuro non bastano, né basteranno mai a Nora e Pasquale, che reagiscono in modo diverso. Pasquale, che si era rifugiato nel meticoloso ordine del vivere, pensa ad un gesto immediato ed estremo: compera una pistola nel dark web e vuole uccidere Paolo. Nora immagina una vendetta più sottile, ed anche più definitiva: perché la morte di Paolo non ripaga dagli anni di sofferenza nel vedere la stanza vuota del figlio. Ci vuole qualcosa che duri nel tempo.

Ecco allora che praticamente diventa una stalker vivente per Paolo. Lo segue ovunque. Si mette in posizione tutto il giorno fuori dall’officina dove Paolo lavora, senza dire nulla, solo essendo presente. Poi si mette davanti al salone di parrucchiere, con la stessa tattica. Segue Paolo e la sua donna ovunque sia possibile seguirli. Secondo passo, scrive sui muri “Paolo assassino”, ma è una scritta che colpisce, però può essere cancellata in fretta. Infine tappezza i luoghi dove vive Paolo con volantini in cui racconta i fatti ed il ruolo di Paolo nella morte di Corrado.

Ovvio che prima l’officina poi la donna emarginano Paolo. Una questione di vita mia morte tua. La decisione di Manzini è che Paolo non ha la stoffa del penitente e reagirà.

Alla fine usciranno tutti o morti o malconci per tutto il resto della vita. Vedete voi chi sarà ad interpretare ognuno di questi ruoli. Leggendo il libro, anche se, ripeto, non prende moltissimo.

Perché non lascia aperta nessuna porta possibile ad altre soluzioni, per nessuno delle tre persone che ne sono i protagonisti. Né tanto meno ipotizza in nessuna discussione, che di certo immaginerete ci sia nel testo, una possibile “pietas” verso l’altro.

Mi rendo conto, parlo da persona che non ha figli morti d piangere, e quindi posso non capire le profondità di certi dolori. Anche se conosco persone che hanno visto morire i propri figli ed hanno reagito in mille modi diversi. Mi direte che morire di malattia non è morire di morte violenta, cosa che fino ad ora non mi è capitata, né spero mi capiterà mai di incontrare.

Ma so che esistono vie che Manzini ha ignorato, anche se devo dargli atto di aver messo un grosso dito nella piaga della domanda che spesso ci attanaglia: cos’è la giustizia? È una domanda che percorre i migliori libri gialli che ho letto e tramato (Simenon in testa). Ed alla quale non so sinceramente rispondere.

Pur se in un libro che quindi trovo poco riuscito, di sicuro, al fine, devo ringraziare Antonio dell’ambientazione pescarese, che mi rimanda al mio amico Ulisse ed alla mia sodale Luciana.

“S’era spento. Dietro il suo ordine meticoloso, con i maglioni sistemati nell’armadio seguendo la gradazione dei colori … i documenti spillati nei raccoglitori.” (43) [e c’è invece chi tutto questo serve ad accendersi]

Siamo nella prima domenica di settembre, quindi diamo un’occhiata alle letture di giugno. Impreziosita da una lezione artistica di Alessandro Borgogno, una lezione partigiana di Luce D’Eramo e da un giallo giapponese di ottima fattura di Matsumoto Seicho. Ma, a parte il poco riuscito giallo di Nicola Verde, un mese di buone letture (con una media di più che sufficienza su un insieme di diciassette titoli; non male).

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Morena Fellegara

Un pastis al Bar Marco

Corriere Gazzetta II

7,99

2

2

Banana Yoshimoto

Su un letto di fiori

Corriere Giappone

9,99

2

3

Alessandro Borgogno

Attraverso le forme

Ilmiolibro

s.p.

4

4

Alessandro Borgogno

Nella Valle del Boite

Ilmiolibro

s.p.

3

5

Karina Pacheco Medrano

La sangre, el polvo, la nieve

Planeta

17

3

6

Bibbiana Cau

La levatrice

Nord

s.p.

3

7

Ben Pastor

Lo specchio del pellegrino

Sellerio

s.p.

2,5

8

Serena Venditto

Grand Hotel

Repubblica Essenza Noir

8,90

3

9

Richard Osman

L’uomo che morì due volte

Repubblica

8,90

2

10

Franck Courtés

La mattina scrivo

Playground

s.p.

3,5

11

Walter Veltroni

Assassinio a Villa Borghese

Marsilio

s.p.

3

12

Nicola Verde

Colpe senza redenzione

Mondadori

5,90

1,5

13

Luce D’Eramo

Deviazione

Repubblica Resistenza

7,90

4

14

Antonio Manzini

I tramezzini di Rocco Schiavone

Sellerio

s.p.

3,5

15

Viveca Sten

L’estate senza ritorno

Feltrinelli

12

2,5

16

Federica Manzon

Alma

Feltrinelli

s.p.

3

17

Matsumoto Seicho

Tokyo express

Adelphi

s.p.

4

 

Visto che ci siamo spremuti tanto sul giallo italiano, ora vi aiuto a rimettere in moto i pochi neuroni rimasti a tutti noi con alcune considerazioni immortali di Zygmunt Bauman tratte “L’arte della vita” (nome che è già un programma). E poiché ce ne sono alcune su cui veramente meditare a lungo, contrariamente al mio solito, queste le evidenzio in grassetto.

“Nessuna società può privare gli uomini della facoltà di scegliere.” (35)

“Blaise Pascal: tutta l’infelicità degli uomini… deriva … dal non sapere starsene in pace, in una camera.” (47)

“Non dobbiamo radicarci o sradicarci, … ma gettare e issare le ancore. … Le radici, quando vengono divelte dalla terra in cui sono cresciute, generalmente si seccano, uccidendo la pianta che nutrivano, il cui rifiorire avrebbe quindi un che di miracoloso; al contrario le ancore vengono issate solo per essere gettate di nuovo, e altrettanto facilmente, in molti porti diversi. Inoltre, le radici progettano e predeterminano la forma che dovrà assumere la pianta che si svilupperà da esse, ed escludono la possibilità di ogni altra forma. Le ancore sono invece soltanto attrezzature che servono a fissarsi a un luogo in modo dichiaratamente temporaneo o a staccarsene, e non definiscono in alcun modo le caratteristiche e le qualità della nave. Il lasso di tempo che separa l’atto di gettare un’ancora da quello di issarla nuovamente non è che una fase nell’itinerario della nave. La scelta del prossimo porto in cui gettare l’ancora dipenderà molto probabilmente dal tipo di carico che in quel momento è sulla nave; un porto adatto a un tipo di carico potrebbe essere totalmente inadatto ad un altro.” (106)

“Il fato e le sue unità di guerriglia – gli incidenti – determinano il quadro delle scelte che si pongono agli artisti della vita. Ma è il carattere a decidere le scelte di questi ultimi.” (132)

L’incertezza è il terreno proprio della persona morale, l’unico suolo in cui la moralità può germogliare e fiorire.” (136)

“[L’amore] richiede tolleranza, la consapevolezza che non si possono imporre i propri punti di vista e ideali al compagno o alla compagna, né ostacolarne la felicità.” (168)

“John Stuart Mill: chiediti se sei felice e cesserai di esserlo.” (169)

Per cui, non ci chiediamo se siamo felici, ma viviamo in ogni caso essendolo senza chiederlo, tollerando e non sopportando (due sinonimi che trovo antitetici). E sapendo che, nel bene e nel male, si avvicinano momenti viaggianti di cui non si farà mai a meno. Allora, ancora e sempre, abbracci per tutti.