domenica 15 marzo 2026

Gialli di livello - 15 marzo 2026

Torniamo ad occuparci di gialli, non americani e di livello interessante, anche lì dove la serialità a volte non sempre favorisce la qualità. Abbiamo la canadese Louise Penny che ci riporta alle prime avventure dell’ispettore Armand Gamache, in un enclave inglese nel Canada francofono. Ed abbiamo l’americana naturalizzata inglese Elizabeth George, con il penultimo episodio dell’ispettore Thomas Lynley. Finendo con il giapponese Isaka Kotaro ed il suo “train move” di cui non anticipo altro qui.

Louise Penny “Il più crudele dei mesi” Einaudi 14 (in realtà, scontato a 13,15 euro)

[A: 23/11/2024 – I: 18/02/2026 – T: 21/02/2026] - &&& e ½  

[tit. or.: The Cruellest Month; ling. or.: inglese; pagine: 404; anno 2007]

AG03

Con il solito andamento sconclusionato del mercato italiano, dopo aver pubblicato le storie del commissario Gamache a partire dalla decima e poi, con qualche salto, fino all’ultima uscita (la ventesima), Einaudi ha capito che c’era mercato anche per la nascita del personaggio, così ha cominciato a pubblicare il primo episodio, e poi, a ruota, i seguenti. Così che, sebbene io già conosca molto del futuro del nostro investigatore, faccio finta di ignorarlo, immergendomi nel terzo episodio.

Episodio che, come usuale nella scrittrice canadese almeno in questa fase della serie, si sviluppa su tre fronti: il pubblico di Gamache, alle prese con le lotte intestine alla polizia canadese, la vita nella comunità di Three Pines, il luogo eponimo della saga dove approfondiamo i caratteri degli abitanti, e le indagini poliziesche, che un mistero ci deve pur essere.

Facendo un piccolo riassunto alla data, Armand Gamache è un poliziotto del Quebec, sposata con Reine-Marie, al momento bibliotecaria, e con due figli: Daniel, sposato con prole che vive a Parigi, e Annie, sposata ma di cui per ora si sa poco. Gamache è in urto con i vertici polizieschi avendo fatto arrestare un collega, seppur a ragione, ma si sa che il corporativismo è tanto. La sua squadra comprende in prima linea il suo aiutante, Jean-Guy Beauvoir. Il fronte di sostegno è costituito da Isabel Lacoste, fedele e costante, e Jeanne Nichol, oriunda russa di seconda generazione, carattere difficile ma forse più fedele di quello che sembra.

Per la prima parte, seguiamo gli sforzi della Sûreté di mettere in difficoltà Armand, e vedremo come, usando sottilmente alleati nascosti, il nostro riuscirà a far fronte alla crisi. Anche se, come sostiene fino alla fine, forse la lotta intestina non è ancora finita.

Poi abbiamo la comunità rurale, dove nel borgo dei tre pini vivono Clara e Peter Morrow, due artisti del pennello, al momento con Peter che ha più notorietà, ma con Clara che sembra produrre quadri inaspettati. Dovrebbe venire un critico a valutarli, ma ancora in questo episodio non si palesa. Poi c’è Ruth, anziana poetessa laureata (un titolo presente nelle Americhe ma di cui ignoro la portata europea), un po’ fuori giri di testa, ma con momenti di lucidità estrema. C’è poi Myrna, ex-psicologa stufa dei pazienti e ritiratasi colà a gestire una biblioteca. E poi la coppia gay di Oliver e Gabri, che gestisce un B&B ed un bistrot, punto di riferimento dei locali e dei forestieri. Ci sono altri elementi al contorno, ma per ora non influenti.

Nel corso dell’episodio impariamo a conoscerli ogni volta un po’ meglio. Ed in particolare con riferimento all’episodio delittuoso che ogni volta si inserisce. Qui abbiamo Hazel, allontanatasi dalla città per trovare uno spazio suo senza patemi, dove viveva con la figlia Sophie. Cinque anni prima la raggiunge una sua compagnia del college Madeleine, reduce da una lunga terapia per un tumore. Madeleine, nel corso degli anni, diventa un punto solare della comunità. Sophie l’ammira, il vedovo dell’alimentari le fa la corte discreta, l’artigiano la venera da lontano, suscitando gelosie nella tremebonda moglie.

La crisi si innesta con la visita di una “sensitiva” (metto le virgolette che sempre dubbi ho verso queste categorizzazioni), che imbandisce una seduta nella casa teatro, nell’episodio precedente, di un efferato delitto. Ovvio che durante la seduta Madeleine muoia, uccisa da alcune concause: debolezza di cuore dovuta alle terapie, una dose massiccia di efedrina (droga usata per favorire i dimagrimenti) ed un forte spavento.

Ovvio che tutte le persone sopra citate siano indiziate di aver ucciso Madeleine, con l’aggiunta della medium, Jeanne, che si scopre essere stata anche lei nello stesso college di Hazel e Madeleine. L’abilità di Louise è mescolare i tre piani delle trame senza lasciarne cadere nessuno e portandoli ad un giusto punto di cottura.

Armand alla fine dell’episodio avrà segnato un punto a suo favore verso la Sûreté e sarà riuscito a risolvere il giallo. Nelle more, vediamo intrecciarsi meglio i destini degli abitanti di Three Pines, destini che proseguiranno la loro corsa nei successivi episodi (ricordo in finale che questo è il terzo, ma siamo arrivati all’episodio numero venti).

Prima di lasciarvi, piccoli commenti personali. La prima citazione, come sottolineo in finale, è un riferimento traverso ad una battuta attribuita a Mae West ma che ha una lunga storia di travisamenti. Per onor di cronaca, la battuta considerata originale diceva: “Hai una pistola in tasca o sei semplicemente felice di vedermi?”.

L’ultima citazione, a parte l’attribuzione sottoindicata, venne riproposta per prima nella monumentale opera di Edward Gibbon "Storia del declino e della caduta dell'Impero romano". La citazione riportata dalla scrittrice, purtroppo, manca della chiusa, altrettanto significativa: “Uomo! Non riporre la tua fiducia in questo mondo presente."

“Clara … tirò fuori un’enorme, vecchissima chiave … Ma come, credevo che fossi contenta di vedermi! Scherzò Myrna” (57) [rif. Mae West]

“A un certo punto della vita ognuno di noi deve domandarsi: in che cosa credo? Io almeno una risposta ce l’ho.” (156)

“Ormai sono circa cinquanta i miei anni di regno nella vittoria o nella pace, amato dai sudditi, temuto dai nemici e rispettato dagli alleati … In tale situazione ho diligentemente contato i giorni di pura, genuina felicità che mi sono toccati in sorte: ammontano a quattordici.” (378) [parole di Abd al-Rahman III, primo califfo omayyade sul suolo di Spagna, dove regnò dal 912 al 961 d.C.]

Louise Penny “Vietato uccidere” Einaudi s.p. (regalo di Alessandra)

[A: 09/01/2026 – I: 24/02/2026 – T: 26/02/2026] - &&&   

[tit. or.: A Rule Against Murder; ling. or.: inglese; pagine: 491; anno 2008]

AG04

Ho già detto e lamentato l’apodittica uscita delle avventure del commissario Armand Gamache nelle edizioni italiane. L’editore provò con il settimo volume, per poi saltabeccare facendone uscire altri sino al quattordicesimo, e solo allora riprese il primo e, per ora, continuando con il recupero delle prime uscite. Questa è il quarto episodio, e so che in libreria sta uscendo anche il quinto. Vedremo prima o poi di ricostruire il complesso delle vicende.

Per ora ci dedichiamo a questo che, nel suo impianto, è simile ma diverso rispetto ai primi tre usciti (ovvio che non parlo degli altri, anche se li ho già letti, e questo mi da una visione su quanto avviene leggermente diversa da chi nulla ha per ora avuto in mano). La diversità, marcata, è che la vicenda si svolge lontano dal luogo eponimo della scrittrice. Non siamo nel classico Three Pines, anche se l’hotel di lusso Manoir Bellechasse, adagiato sulle rive del lago Massawippi, non è molto distante dalla cittadina normale teatro delle avventure.

I coniugi Gamache sono lì nel lussuoso hotel per festeggiare l’anniversario di matrimonio, il trentacinquesimo, ma trovano che praticamente l’albergo è occupato dalla Grande Famiglia Morrow, lì riunita per celebrare, con una statua da inaugurare sulle rive del lago, il capostipite della famiglia, Charles Morrow, ormai morto da diversi anni.

Ovvio che prima o poi ci sarà un omicidio, ma quello che riesce a creare la scrittrice è un’atmosfera da camera chiusa, che tutti e sole le persone presenti in loco possono essere state coinvolte nel delitto. Questo restringe il campo, ma dà modo di scrivere di meccaniche familiari e sociali che rendono il giallo qualcosa di più di un semplice esercizio di logica.

Comunque, nel lato del personale dell’albergo abbiamo la matura Madame Dubois che da anni lo gestisce come promessa fatta al marito morto, e con il loro marchio di fabbrica: nell’hotel e nei suoi dintorni è vietato uccidere uomini, animali o piante (da cui il titolo italiano che questa volta non travisa molto l’originale, che poneva l’accento su “una regola contraria all’omicidio”). I suoi più stretti collaboratori sono il maître dell’hotel, Pierre Patenaude, e l’impareggiabile maestra di cucina, Chef Véronique.

La famiglia invadente è invece composta da Irene Morrow ora risposata con Bert Finney. E dai figli del capostipite: Thomas il maggiore con la moglie Sandra, Julia, divorzianda dal truffatore ora in prigione David, Marianna, la più piccola, con il figlioletto Bean (di cui, sebbene abbia dieci anni, non si vuole svelare il sesso). In mezzo, c’è anche una nostra ben radicata conoscenza: Peter con la moglie Clara. Loro sono il fulcro di tutte le vicende di Three Pines, e qui costituiscono il trait-d’union della serie.

Ogni personaggio ha le sue particolarità, anche se qui dobbiamo subito togliere dalla cerchia di indagine Madame Dubois e Clara. Che partecipa alle azioni, ma che, per sua indole e posizione fino ad ora avuta nella serie, non potrà mai essere un’assassina. Almeno per ora. Come non sono imputabili i componenti della squadra di Gamache che verranno ad aiutarlo nell’indagine: sia il vice Beauvoir che l’aiuto Isabelle Lacoste.

Altra piccola variazione, mentre le precedenti trame si sviluppavano su diversi binari, qui la parte preponderante è lo studio delle personalità presenti in questa camera chiusa all’aperto. C’è Veronique rifugiatasi nel Manoir a seguito di vicende che potete seguire e lì rimasta essendosi invaghita del maître, anche se non ricambiata. Lo stesso Pierre è di sicuro reduce da vicende personali dolorose, la cui natura si svelerà molto lentamente. Sul lato dei Morrow, poi, c’è tutto un campionario di presupponenza e comportamenti odiosi. Una madre anaffettiva che pensa di voler bene ai figli. Il figlio maggiore che obtorto collo deve prendere in mano le industrie paterne, che starebbero molto meglio nelle mani della figlia minore che però, essendo donna, non viene considerata dalla famiglia.

Poi c’è Julia la moglie del finanziere che ha mandato in rovina decine di famiglie, che non ha un grammo di empatia con i poveri in bancarotta, e che sarà colpita da morte molto “particolare”. Verrà schiacciata dalla statua del padre, in base ad una serie di meccanismi di movimento di cui ho letto nel pur veloce finale, ma che non posso dire di aver compreso fino in fondo.

In posizione defilata, infine, c’è Peter che non è mai riuscito a ribellarsi alle cattiverie materne, rimanendone ancor oggi succube, come gli ricorda continuamente Clara. Peter che è anche roso dalla gelosia del possibile prossimo successo artistico della moglie. Ancora sentimenti sopiti ma si sente nell’aria che prima o poi possano scoppiare.

Tutto il romanzo è percorso da queste sottili schermaglie psicologiche, non ultima quella riguardante il padre di Armand, di modo che veniamo a sapere di più e meglio della storia personale di ognuno. Un interessante capitolo, che continuo a non svelarvi, per ora.

Avete capito quindi che si parla molto di psicologia, di rapporti familiari e simili amenità, lasciando abbastanza defilato il meccanismo giallo. Questo abbassa leggermente il gradimento generale del testo, che pur rimane su livelli di assoluto interesse. Perché la scrittrice si scaglia contro il perbenismo, contro l’ipocrisia della borghesia arricchita, a favore di un ruolo convincente per le donne, come dovrebbe essere sempre e purtroppo ancora non è. Ed ancora sul ruolo delle famiglie disfunzionali, e sull’importanza di esternare i propri sentimenti. Il silenzio e la fuga non fanno che alimentare quel paradiso dentro di noi, come ci ricorda Louise citando l’opera di Milton “Paradiso Perduto”.

Per finire un piccolo accenno ad un vezzo che i traduttori potevano evitare. Il Canada Day, in ricordo dell’indipendenza del territorio si celebra il 1° luglio, mescolandosi spesso in una settimana di festeggiamenti che iniziano il 24 giugno, giorno eponimo del mio onomastico dedicato a San Giovanni Battista. Non capisco perché a pagina 426 il nome del santo venga riportato in francese. Misteri insormontabili.

“Hai cinquant’anni e vuoi che sia io a dirti come sistemare le cose? Tu sbagli, tu trovi il rimedio.” (106)

“Cosa ci poteva essere peggio di morire senza essere rimpianti da nessuno.” (301)

Elizabeth George “Una cosa da nascondere” TEA euro 15 (in realtà, scontato a 14,25 euro con “Feltrinelli Card”)

[A: 10/10/2025 – I: 01/03/2026 – T: 03/03/2026] - &&& -- 

[tit. or.: Something to hide; ling. or.: inglese; pagine: 628; anno 2022]

LYNLEY21

Pochi giorni dopo il suo settantasettesimo compleanno, ho letto con buon interesse il ventunesimo episodio (e penultimo) dedicato al suo personaggio eponimo, l’ispettore Sir Thomas Lynley, ottavo conte di Asherton, in questo episodio anche facente funzioni di capo ufficio, essendo la responsabile, come abbiamo visto alla fine del precedente romanzo, partita per un ricovero di disintossicazione alcolica.

La scrittura della grande signora del “crime” è sempre gradevole, non si perde troppo in lungaggini inutili, anche se, vista la mole delle pagine, non è che sia ferrata nel dono della sintesi. D’altra parte, la materia che tocca, tra pubblico e privato, necessita di un buon respiro per essere affrontata, descritta, ma, purtroppo, non ancora superata.

Come sappiamo ormai, il cliché delle opere seriali di lungo corso (per chi fosse distratto, il primo romanzo dedicato a Thomas Lynley venne pubblicato quasi quaranta anni fa), le trame si sviluppano su diversi binari, barcamenandosi tra pubblico e privato. Anche per questo, ci vogliono abbastanza pagine per far sì che i vari personaggi comincino a carburare autonomamente da quanto di loro sappiamo nei precedenti episodi.

Dal punto di vista degli investigatori, quindi, tolta per ora di mezzo il capo Isabelle Ardley, rimangono su piazza l’ispettore ed i suoi due aiutanti. Prende un po’ più di spazio Winston Nkata, di cui conosciamo alcune tracce del passato, ma soprattutto l’ambiente familiare in cui vive, fornito di una mamma pasticcera super simpatica.

Si aggira per le pagine anche l’ottima Barbara Havers, sempre fuori posto con i suoi vestiti non convenzionali, ma anche con le sue idee balzane ma efficaci, con l’empatia che a volte riesce a suscitare negli indagati. E quando non ci riesce, è capace di fare il mastino che non molla l’osso. Abbiamo fortunatamente per ora messo da parte la sua vita privata, anche se c’è la segretaria Dorothy che non perde occasione per coinvolgerla in assurdi tentativi di trovarle una persona da metterle a fianco.

Un bel ruolo assume l’amica di Thomas, Deborah St. James, con la sua passione per la fotografia, la sua capacità di tirare fuori l’anima della persona che ha di fronte. Anche per questa viene coinvolta in un progetto umanitario che farà da leitmotiv del romanzo, e che consentirà, attraverso una fotografia, di arrivare a capire una parte della soluzione del problema. Inciso: compare in qualche riga anche il marito Simon, il grande e fraterno amico di Thomas, ma ha un peso nullo nella vicenda.

L’ispettore Lynley è sempre il motore pensante delle indagini, ovvio, ma si porta appresso tutto il suo retroterra di rapporti con l’altro sesso. Non ha mai superato (un po’ alla Schiavone) la morte della moglie Helena, anche se lo pensa. Ha avuto qualche fugace rapporto, ed ora, da qualche episodio, ha un legame con Deidre. Legame che qui arriva al nocciolo. La signora non ha intenzione, per sue storie personali, di fare quei passi in più verso una relazione stabile, come vorrebbe Thomas. Però non li esterna, e Thomas non riesce, da parte sua, a fare chiarezza sulla reale entità del peso di questo rapporto. È solo un bene rifugio o un reale momento di possibile comunione? Per ora, mi sembra che tutto si areni.

La storia, in pratica sembra intrecciare due o tre storie, che per le prime duecento pagine viaggiano un po’ parallele, per trovare solo ad un certo punto il modo di intrecciarsi.

C’è la storia della famiglia Bankole, nigeriani immigrati da non molto. Con il padre-padrone Abeo, assolutamente non integrato, e visto che per i nigeriani i figli sono la ricchezza della famiglia, e visto che la moglie Monifa si è fermata a due, si costruisce a Londra una seconda famiglia. Non disdegnando sia di cercare di combinare un matrimonio al figlio maggiore Tanimola, cosa che andrà buca, sia cercando di sottoporre la secondogenita Simisola alla pratica tribale che poi sarà la base morale del romanzo.

C’è la storia di Teodora “Teo” Bontempi, una nigeriana adottata da una coppia italo-francese insieme alla sorella più piccola Rosie. Teo è un poliziotto, ha alle spalle un divorzio dopo che riscopre le sue radici africani, e si impegna, in una lotta solitaria a combattere le MGF (vi dico tra poco di che si tratta). Intanto trova una possibile consolazione con un poliziotto anche lui nigeriano, Mark, con una complicata storia familiare (che saltiamo).

Infine ci sono cliniche più o meno autorizzate che lavorano pro o contro le MGF. Acronimo che sta per Mutilazioni Genitali Femminili, cioè la pratica barbara dell’infibulazione. Pratica molto in voga, purtroppo, in Africa, ma che (grazie alla scrittrice che ce lo ricorda) è presente anche in Europa, importata dagli immigrati. Abbiamo cliniche clandestine che praticano la MGF e cliniche autorizzate che si occupano della ricostruzione, ove possibile ed a costi elevati, del clitoride femminile. In questi frangenti facciamo la conoscenza della manager Mercy Hart e della dottoressa Philippa Weatherall.

Il tutto collassa quando Teo viene colpita alla testa, ha una commozione cerebrale, e, non essendo curata in tempo, muore. Elizabeth impiega pagine e pagine per intorbidire le acque e farci balenare possibili scenari e possibili colpevoli. Potrebbe essere Ross, il primo marito di Teo, geloso della nuova vita della futura ex-moglie. Potrebbe essere Rosie, che si fa mettere in cinta da Ross, che ha sempre amato, e che è gelosa in modo patologico della sorella. Potrebbe essere Mercy e/o Philippa, le cui azioni tra legali e illegali non capiamo mai a chi facciano capo. Potrebbe essere Mark, laddove Teo avendo visto uno spiraglio medico ai suoi problemi, potrebbe aver deciso di lasciare. Potrebbe essere Pietra la moglie di Mark, non accettando il possibile abbandono da parte del marito. Potrebbe essere Abeo Bankole, laddove Teo riesce a mettere sempre i bastoni tra le ruote nei suoi tentativi di far operare la figlia.

La storia ha anche altri rivoli interessanti, spesso basati sul rapporto contrastante tra le due culture (o forse tre) dei nativi e degli immigrati (e degli immigrati integrati). Quello che a Elizabeth ben riesce e di cui le siamo grati, è di aver portato alla luce una problematica molto presente, specialmente nelle periferie londinesi. Tirando fuori con maestria i motivi (assurdi) di chi si barrica dietro le tradizioni ancestrali, e di chi, con timidezza e lungimiranza, pensa che si possa e si debba andare verso nuovi modi di esistere e di convivere.

Pur con qualche peccato di lunghezza, la storia è solida, ben scritta, e con spunti di riflessioni sulla presenza dell’altro nella nostra vita, che non mi stancherò di sottolineare.

“Non è perfetta e non è nemmeno il tipo di persona che credevo avrei sposato. Ma la vita non sta a guardare i nostri progetti o le nostre intenzioni. La vita capita.” (218)

Isaka Kotaro “I sette killer dello Shinkansen” Corriere 2 euro 8,90

[A: 24/10/2022 – I: 21/02/2026 – T: 23/02/2026] - &&&    

[tit. or.: マリアビートル, Maria Bītoru; ling. or.: giapponese; pagine: 542; anno 2010]

Avevo scritto un anno fa circa leggendo “La vendetta del professor Suzuki” che la scrittura di Isaka era interessante anche per quel tocco di “comic thriller” non facilmente trovabile nel mondo giallo (in Italia si può pensare ai libri di Alessandro Robecchi). E seppur avevo parlato del libro, poco avevo approfondito dell’autore e delle sue opere.

Tralascio il complesso di quanto ha prodotto, per concentrarmi su quella che poi viene riconosciuta come scrittura seriale (almeno in giro per il mondo), mentre da noi i romanzi escono senza commenti e/o collegamenti. In realtà, questa fetta della sua produzione è nota come “La serie dei sicari” (in giapponese 殺し屋 Koroshi-ya), il cui primo libro era appunto quello di Suzuki (anche se ricordo il titolo originale era “Cavallette”), e questo è il secondo (sul titolo torneremo). Seguito poi da “Il sicario che non voleva uccidere” che posseggo e che leggerò, e da “777 Triple Seven”, ancora non tradotto fuori dal Giappone.

Veniamo quindi a questo libro, dove solo in Italia viene tradotto introducendo sette killer (poi vedremo quanti sono), mentre nel resto del mondo viene usato il titolo “Bullet Train” (che è appunto il nome generico dei treni veloci chiamati in giapponese Shinkansen), anche per collegarsi al film (che non ho visto, ma che da quanto leggo mi sembra diverso dal libro) realizzato nel 2022 con protagonista Brad Pitt.

Tutto ciò per dire che, al contrario, il titolo originale era di tutt’altra natura. Parla di Maria e della traslitterazione fonetica di “beetle” (scarafaggio) che appunto in giapponese fa “bitoru” (il giapponese non ha doppie, e usa la “r” come “l”). Ora, c’è un piccolo problema di tassonomia, che “bitoru” viene anche collegato alla coccinella comune detta “Coccinella septempunctata” o anche “coccinella rossa a sette punti”. Un animale dai forti connotati religiosi, legato alla tradizione mariana. Infatti il dorso dell’animaletto è rosso (riferimento alla passione) con sopra sette punti neri, simbolo delle sette gioie e dei sette dolori di Maria.

Prima di immergerci nella trama, diciamo solo che uno dei personaggi principali, Nanao, è soprannominato “coccinella” ed è guidato da una specie di supervisore delle sue azioni, una donna di nome Maria. Capite bene che uno dei motivi di fondo della scrittura di Isaka è proprio il pastiche e la mescolanza di idee ed azioni.

Tanto che, pur se con alcune parti solo marginali, qui sono presenti alcuni “sicari” del primo episodio. In particolare abbiamo Suzuki, tornato a fare il professore, che dopo tanto tempo ha preso il treno per andare dai parenti della moglie (quella uccisa dal clan Terahara nel primo episodio). E Suzuki sarà in primo piano nel finale per alcune disquisizioni sulla vita e sulla morte, e sull’etica dell’omicidio. Nonché partecipe ad un siparietto con Nanao, che non vi rivelo. Ci sarà anche il Calabrone, che non sappiamo sia maschio o femmina o addirittura siano due persone sodali. Calabrone che aveva sterminato i Terahara, e qui con alterne vicende forse muore o forse uccide anche il capo del clan dei Minegishi (o forse entrambi?). Infine abbiamo anche Asagao, che avevamo conosciuto come Oshiya nel primo libro, che qui diventa “un killer buono” che uccide “un killer cattivo”. Tuttavia, pur sodale alla trama, il siparietto con Asagao è un po’ avulso dal ritmo centrale del racconto.

Comunque, anche qui abbiamo killer più o meno spietati, situazioni adrenaliniche ma anche pervase da buona comicità. Tutto complicato da una costrizione: l’azione si svolge sullo Shinkansen che collega Tōkyō a Morioka (se volete saperlo, al tempo della scrittura e sino al 2019, il treno che copriva questo percorso si chiamava Hayate, e, per percorrere i 496 km impiegava 2h e 16’), e come si capisce dal tempo indicato, l’azione è molto più veloce del tempo di lettura.

Su questo treno, allora, nella stazione di Ueno (una che mi è rimasta nel cuore) salgono gli interpreti della trama. C’è Kimura Yuichi un ex-alcolista ex-teppista ora guardia giurata, che segue, volendo ucciderlo, sul treno il giovane (dovrebbe avere quattordici anni) Oji Satoshi detto “il Principe”, un ragazzo psicopatico che ha spinto giù da un terrazzino Wataru, il figlio di Kimura e che ora è in coma.

Ci sono Mikan e Lemon, due sicari molto simili, che lavorano in coppia, tanto da essere soprannominati i gemelli del crimine, che hanno appena salvato il figlio del terribile boss Minegishi, ed ora lo devono accompagnare dal padre a Morioka. Portandocelo insieme ad una valigia che contiene i soldi del riscatto chiesti dai rapitori del ragazzo. I nostri gemelli diversi hanno sbaragliato i cattivi, e recuperato soldi e figlio. Vengono anche soprannominati gli agrumi, in quanto per Lemon è ovvio, mentre Mikan, per chi non lo sapesse, è una sorta di mandarino incrociato con un pomelo. Non solo, hanno anche due caratteri diversissimi: Mikan è appassionato di letteratura, facendo spesso citazioni da Virginia Woolf, Mishima e soprattutto Dostoevskij, mentre Lemon è completamente immerso nel mondo di un serie animata britannica “Thomas & friends” (uscita in Italia con il titolo “Il trenino Thomas”), e non fa altro che paragonare ogni situazione ad altre che provengono dal cartone animato (fondamentale alla fine per il modo in cui fa riconoscere in un personaggio la cattiva locomotiva chiamata Diesel).

E c’è Nanao, il sicario sfortunato, chiamato appunto “coccinella” per le considerazioni sopra esposte, guidato, via telefono, dalla procacciatrici di affari “fuori legge” Maria (vedi sopra). Il compito di Nanao (che però non sappiamo realmente se il mandante sia Minegishi o il Calabrone) è di recuperare la valigia piena di soldi che hanno in custodia “i gemelli” e scendere alla prima fermata (che è Ōmiya, e che arriva dopo 25 minuti).

In questo tempo vediamo Nanao rubare la valigia, gli agrumi accorgersi che manca e cercarla per tutto il treno senza trovarla, ma, tornando nella loro carrozza, scoprire che qualcuno ha nel frattempo ucciso il figlio del boss. E mentre Nanao cerca di scendere con la valigia, dalla stessa porta sale il Lupo, un altro killer che ha un vecchio conto con Nanao. I due ingaggiano una lotta silenziosa, ma quando il treno riparte con uno scossone, avendo Nanao preso il Lupo per il collo, fa sì che: il Lupo muore, Nanao non scende, Nanao scopre che il Lupo era salito per uccidere una donna (e chi sarà?), gli agrumi sono alle prese con il problema figlio e soldi del boss. Nelle more, Oji riesce ad avere la meglio di Kimura, e lo lega al suo sedile.

Nelle circa due ore seguenti abbiamo modo di vedere le peripezie di Nanao, che ogni volta ottiene l’opposto di quanto si prefigge. Ma la sua fortuna sfortunata, quasi fosse un “idiot-savant”, lo protegge, così che recupera ogni volta la valigia e, nelle more, si adopera per almeno tre morti. Abbiamo anche il modo di seguire le elucubrazione di Oji, che parla di etica, di bullismo nonché dell’importanza della vita umana, quando ad ogni persona chiede se è lecito uccidere.

Per una serie di circostanze, Lemon riduce in fin di vita Kimura, che riesce ad allarmare i suoi genitori, che salgono nella penultima fermata. Sono dei pensionati, ma non di piccole attività, essendo infatti dei killer in pensione. E con il loro istino di fondo, riescono ad instaurare un lungo colloquio con Suzuki sul tema del potere e su quello, attuale ora più che allora, di come manipolare le masse a proprio vantaggio. Proprio questa loro bonomia spiazza Oji, che finalmente viene anche lui sopraffatto.

Allora, chi sono questi sette benedetti killer sopra il treno veloce? Se li volete contare, abbiamo Nanao, Mikan, Lemon, Lupo, il Calabrone, Oji e Kimura. Ed a Morioka scenderanno vivi solo in due, e di certo non vi dirò chi. Come non vi dirò cosa succede a Morioka, né tutte le vicissitudini durante i 150’ di viaggio, né le storie che partono da ogni personaggio.

La scrittura di Isaka è fresca, molto dotta, piena di rimandi non sempre di facile comprensione. Ed è anche straniante, che, dopo poco, ci fa già entrare nell’ordine di idee che fare il sicario o l’intermediario per azioni fuorilegge sia un modo come un altro per guadagnarsi di che vivere. Tanto che un corredo al testo poteva essere utile. Come poteva essere utile non dare per scontato tutta la serie dei sicari, ignorandola completamente.

Peccato quindi per l’insipienza dell’editoria italiana, ed un plauso, in ogni caso, per l’autore.

Per le citazioni, mi rivolgo quest’oggi a due classici scrittori italiani, contenuti in una delle più interessanti collane di Repubblica, dedicata al Novecento.

La prima di Carlo Emilio Gadda tratta da “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” la riporto integralmente, ed è una delle parti in italiano, pur con quelle scivolate sulla vagotonia e le ruberie; se uscite indenni da queste righe, potete passare al romanzo; ricordo solo che queste sette righe servivano solo a spiegare che alla domanda del commissario la contessa non rispose:

“Pareva che la contessa si ricusasse alla diligenza e alla pertinacia dell’inchiesta, non volendo far fatica a riflettere: tutta trepida, tutta rorida di speranze in ritardo, nel sogno e nel carisma delle ahimè rasentate ma non patite sevizzie. Una policromatica sventatezza vaporava dai suoi foulards color lillà, dal suo baffo bleu, dal chimono tutto gorgheggiato di uccellini (non erano petali, erano strani volatili, tra gli uccelli e le farfalle), dai capelli giallastri con tendenza a un Tiziano scarruffato, dal nastro viola che li raccoglieva quasi in un cespo di gloria: sopra i vagotonici abbandoni dell’epigastro e del volto vizzo, e i sospiri della scampata ahimè brutalizzazione ma non rubalizio degli ori.” (27)

La seconda, invece, viene da “La storia” di Elsa Morante, ed è dedicata ai miei amici capricorni (a volte pazzarielli, ma mai stolti): “Era nata … sotto il segno del Capricorno, che inclina all’industria, alle arti e alla profezia, ma anche, in certi casi, alla follia e alla stoltezza.”

Per terminare allora una nuova settimana di tenzione su tutti i fronti, così che questi libri cercano di spostare il nostro nervosismo su altri obiettivi. Poiché come dice il poeta “chi vive sperando, disperato muore”, la nostra non è speranza ma certezza. Certezza che noi riusciremo a fare tutto quanto perché il nostro futuro sia di nuovo radioso. Abbiamo superato il covid, supereremo tutto il resto. L’importante è il sodalizio nostro, di noi lettori, parenti e amici, tutti uniti in un grande abbraccio.

domenica 8 marzo 2026

Ricomincio da ... quattro - 08 marzo 2026

Da molte trame mi ero dedicato a scegliere cinquine omogenee su cui imbastire le mie scritture settimanali. Devo ora convertire questa modalità in una riduzione. Si legge con più rilassatezza e resilienza, ed anche con una varietà a volte maggiore. Così meglio ridurre il numero settimanale. In questo modo posso finalmente dare alle stampe una quaterna di scritture del grande Leonardo Sciascia che da due anni aspettavano inutilmente il quinto libro.

Quattro scritture differenti, come sempre variegata è l’opera di Sciascia. Un Candido tra gli scritti migliori, una raccolta di racconti con alti e bassi, una raccolta di articoli, dove a lungo ho riflettuto su quei “professionisti dell’antimafia” di cui si parla. Finendo con un ulteriore e sempre valido “grido” sulla mafia e sulla Sicilia.

Leonardo Sciascia “Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia” Repubblica Sciascia 9 euro 8,90

[A: 04/03/2021 – I: 07/03/2023 – T: 08/03/2023] &&& 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 117; anno: 1977]

Una lettura di Leonardo Sciascia durante la vacanza giapponese, con un risultato molto rilassante, che se fossi meno autocritico definirei zen. Non ha la verve politica e morale dei primi libri contro e sulla mafia. Tuttavia, è una miscela interessante di ironia e di messaggi politici.

L’idea, ovvio, è collegarsi al “Candide” di Voltaire, dove tutto andava a dimostrare il contrario dell’assunto del precettore di Candide (“viviamo nel migliore dei mondi possibili”) in modo da contrastare l’ottimismo immotivato della scuola filosofica di Leibnitz. Qui Sciascia in un apologo in salsa siciliana, va posizionando i suoi bersagli su quelle che definisce le “Chiese” che imbavagliano l’uomo. Sia quella cattolica, con le costrizioni ed i divieti, sia quella comunista, specularmente oppressiva e dogmatica.

Notiamo per inciso che il libretto viene scritto l’anno prima del rapimento e della morte di Aldo Moro.

La storia segue le vicende personali e sociali di Candido Munafò. Il giovane nasce in una grotta in Sicilia, nella notte tra il 9 ed il 10 luglio 1943, la notte dello sbarco delle truppe americane di liberazione. La madre, già in rotta con il padre, si innamora di un capitano americano e scappa con lui verso l’America e la libertà. Il padre, avvocato, inizia a crescere il figlio in un ambiente di assoluta libertà, così che Candido cresce con un carattere pericolosamente sincero.

Tanto che denuncia un cliente del padre avvocato quando scopre che è realmente un assassino. Il padre, sconvolto, si suicida, e Candido viene affidato al nonno. Questi era stato un fervente fascista, ora riconvertitosi in notabile democristiano, e nelle more affida Candido ad un prete, don Antonio, con il compito di “portarlo sulla retta via”. Al contrario, l’ingenuità ed il candore del giovane rovesciano le sorti. Intanto Candido si innamora della cugina Francesca, primo elemento di scandalo nella famiglia siciliana. Poi, tra ragionamenti ed avvenimenti strani, porta lo stesso don Antonio prima verso il dubbio, poi all’abbandono della tonaca. Con spirito catto-comunista allora, i due si iscrivono al PCI. Dove però vengono delusi dal falso moralismo della classe dirigente post-togliattiana (delusione che ebbe lo stesso Sciascia in prima persona). Tanto che, invece di passare da una Chiesa all’altra, i due vedono bene di farsi espellere.

Da qui tante vicende emergono. La morte del nonno, la grande eredità che ne deriva agli eredi, i litigi dei parenti, coalizzati contro Candido, ma anche avidamente tesi ognuno al proprio tornaconto. Altro elemento di critica alla famiglia lanciato da Sciascia.

Ci sono fughe, agguati morali, riconciliazioni ed altre agnizioni in giro per l’Europa, soprattutto quando Candido e Francesca decidono di lasciare l’invivibile Sicilia per l’eldorado parigino. Dove, in una sera del 1977, si ritrovano Francesca, Candido, l’ex-prete nonché la madre di Candido, risposatasi con il capitano americano ormai pensionato. E Candido, nel suo modo fintamente ingenuo, alla fine, sarà felice di questa conclusione in minore. Non è il migliore dei mondi possibili, ma è quello in cui viviamo, per cui tanto vale prenderlo per il verso giusto.

Sciascia riesce a dipingere il suo singolare Candido in modo vivido e realistico, laddove al fine questi risulta solitario, scettico, ingenuo ma profondamente curioso, tanto che, nel suo candore non accetta barricate al suo pensiero ed agisce, sempre e comunque, senza piegarsi ai compromessi (neanche a quelli storici che verranno proposti di lì a poco da Moro e Berlinguer).

È di certo una favola amara, seppur con il suo sarcasmo l’autore riesce a farne un affresco beffardo dell’Italia degli anni ’70. Ripeto, con un occhio forte e deciso che mira ai bersagli preferiti di Sciascia (oltre alla lotta alla mafia, unico elemento non presente realmente nell’apologo). Si scagli contro la famiglia, che per quieto vivere soffoca gli aneliti dei suoi componenti. Si scaglia contro la Chiesa e la sua secolare ipocrisia (non sulla parte dogmatica, quindi, ma sulla parte comportamentale dei suoi adepti). Si scaglia contro il PCI incapace, anch’esso, di rappresentare ed impersonare gli aneliti di libertà e di apertura verso il mondo che le dottrine storiche marxista-leniniste avrebbero dovuto portare avanti.

Ne esce fuori al fine, un’Italia che pensa di esser moderna, che pensa di potersi lanciare verso il futuro trainata dal boom economico degli anni ’60, ma che invece è ancora piena di sotterfugi, di piccoli e grandi tranelli, un Paese ancora anziano e retrogrado senza spazio per una presunta apertura alla modernità. E lì Sciascia ha facile gioco nel mostrare che il migliore esempio di questo sfascio con possibili risalite, è proprio la sua amata e odiata Sicilia.  Come tutto il paese pronto a fare un salto verso il futuro. Come tutto il paese, bloccato dall’insipienza degli uomini. Una favola ironica, caro Sciascia, ma che amarezza!

Leonardo Sciascia “Il mare colore del vino” Repubblica Sciascia 8 euro 8,90

[A: 25/02/2021 – I: 13/03/2023 – T: 14/03/2023] && e ½ 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 130; anno: 1973]

Ancora ed ancora, non mi convincono i racconti, e pur tuttavia in questi brevi scritti, composti tra il ’59 ed il ’72, Sciascia riesce a fare un percorso che mette in luce tutto il suo modo di essere e di affrontare la scrittura e la vita. Indagini minute, partendo da piccoli brandelli di cronaca. Realtà forse ignorate, spesso travisate. Piccoli spruzzi (o sprazzi) di colore, tutti pieni dell’anima siciliana dell’autore.

Perché c’è l’indagine, ma c’è quell’ironia di fondo, che ho sempre ritrovato in tutti i miei amici siciliani, dove si affronta il tragico con il sorriso sulle labbra e l’ironico ed il comico con una faccia da clown triste. E pur non essendo omogenei (son come detto scritti in un arco di quattordici anni) tracciano un quadro reale e vivo del modo di Sciascia di affrontare i temi del reale e le sue sfaccettature.

Ne cerco allora di dare traccia veloce, che ritengo le poche righe scrivibili per ognuno, capaci di suscitare nel lettore la voglia di approfondimento. In ordine di apparizione abbiamo:

1.    Reversibilità. Una trama di metà Ottocento, sulla rivalità tra i comuni di Grotte e di Racalmuto, riscattata dalle azioni della bella Concettina.

2.    Il lungo viaggio. È la storia di un gruppo di emigranti siciliani che paga salato degli scafisti al fine di sbarcare negli Stati Uniti e resta sorpreso nel notare che anche in America esista un paese che si chiama Santa Croce Camerina (lo facciamo rileggere ai nostri governanti?).

3.    Il mare colore del vino. Cronaca di un lungo viaggio in treno in uno scompartimento troppo affollato che accoglie una rumorosa famiglia siciliana ed un inerme ingegnere vicentino con destinazione Agrigento, che nel confronto con la famiglia Micciché avrà modo di conoscere la Sicilia prima di arrivarvi.

4.    L’esame. Il signore Blaser, rappresentante di un’azienda svizzera, gira la Sicilia cercando manodopera femminile da assumere nell'azienda. Inflessibile, nel villaggio di V. gli viene richiesta una raccomandazione al contrario: non assumere una ragazza, che vuole andar via dal paese.

5.    Giufà, anche se il titolo viene scritto in caratteri arabi. Infatti, Giufà è un carattere che compare in tutta la cultura mediterranea, un antesignano di Bertoldo. Giufà, durante una caccia, confondendo il cappello di un prelato con un uccello, spara ed uccide il cardinale. Sciascia ci racconta le astuzie del nostro e di come riuscì a salvarsi. 

6.    La rimozione, uno dei racconti migliori, insieme al seguente, dove di narra di Michele, noto comunista, che aiuta la moglie, devota, nel salvataggio della statua di Santa Filomena; un racconto che venne scritto ai tempi della rimozione delle statue di Stalin alla fine degli anni Cinquanta, dando modo di trovare sfogo all’ironia di Sciascia.

7.    Filologia dove due personaggi, forse criminali o solo collusi discutono sull’origine della parola mafia, discettando sulle sue origini etimologiche; un documento da conservare nella memoria, e mandare ai mittenti di Arcore e compagnia.

8.    Gioco di società, dove si narra di tradimenti ed altro ed in cui una donna riesce a volgere a suo favore la visita di un sicario incaricato dal marito di ucciderla.

9.    Un caso di coscienza sembra un bisnonno degli scritti di Camilleri; un avvocato legge casualmente una confessione di una donna del suo paese che ha tradito il marito, ne parla tornato a casa e da lì si innesca una travolgente trama di dubbi e chiacchiere. Inciso: da questo racconto viene girato il film omonimo interpretato da Lando Buzzanca.

10. Apocrifi sul caso Crowley, dove Sciascia si occupa, come nello splendido Raymond Russell, di fatti avvenuti sull’isola; qui ricostruisce in modo veritieramente immaginario i messaggi tra Mussolini e la polizia di Cefalù, che portarono nel 1923 all’espulsione dall’Italia dell’occultista britannico Aleister Crowley.

11. Western di cose nostre, dove si torna a parlare di mafia, per una faida in una cittadina dell’entroterra palermitano, ma, forse era amore e non mafia.

12. Processo per violenza, l’unico non siciliano, dove Sciascia ricostruisce le vicende che hanno portato ad una serie di omicidi nella città di Bottanuco nel bergamasco, avvenuti intorno al 1870.

13. Eufrosina è infine una di quelle vicende storiche che mandano in visibilio i lettori ricercatori come me. Si narra la storia di Eufrosina o Eufrosia Siracusa, bellissima giovane che sposa Calcerano Corbera (che i più letterati ricondurranno nel cognome a quella Corbera descritta da Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”), ma viene subito presa di mira dal viceré di Sicilia (nonché eroe della battaglia di Lepanto) Marcantonio Colonna. Per farla sua, questi non esita prima ad imprigionare il suocero, don Antonio Corbara, con una falsa accusa di debiti, facendolo poi avvelenare in carcere. Poi a spedire Calcerano in missione a Malta, dove questi viene pugnalato a morte. Ha mano libera il viceré, ma viene presto chiamato a Madrid per render conto delle sue azioni, tuttavia a Medinaceli, tra Saragozza e Madrid muore avvelenato, forse per mano di un notabile della sua scorta, tal Lelio Massimo. Molto probabile, in quanto, tornato a Palermo, Lelio sposa Eufrosia. Tuttavia, poco dopo, per togliere adito a pettegolezzi, i due figli di Lelio uccidono Eufrosia. Poco dopo, entrambi moriranno decapitati.

Come potete ovviamente intuire, anche il tredicesimo si pone in alto nel mio cuore. Un bel florilegio, anche se con alti e bassi, come detto. Ma sempre con la scrittura del grande di Racalmuto, che, anche nel piccolo, dà una prova maiuscola di sé.

Leonardo Sciascia “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)” Repubblica Sciascia 13 euro 8,90

[A: 01/04/2021 – I: 16/03/2023 – T: 18/03/2023] & e ½ 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 137; anno: 1989]

Questo è certamente uno dei più interessanti e difficili libri composti da Sciascia, ed anche l’ultimo pubblicato lui in vita. Parlo di libro composto che è in realtà un florilegio, dove Sciascia scegli 31 suoi articoli, apparsi tra il 7 ottobre 1979 e l’11 novembre 1988, su riviste come “Il Globo” e “L’Espresso” e sui giornali, tutti provenienti dal “Corriere della Sera”. Articoli che sceglie lui stesso, che ripropone come revisione editoriale all’editor di Bompiani, che allora era Elisabetta Sgarbi. Ed è proprio lei che gli fa vedere le prime bozze, prima che la malattia porti via il grande intellettuale siciliano il 20 novembre 1989.

A me hanno suscitato una duplice ed opposta reazione. Sono interventi in sé interessanti, a volte condivisibili, a volte da discutere. Quello che manca è, in questa proposta di Repubblica per il centenario della nascita, un apparato critico a corredo, come quello uscito nelle edizioni Adelphi del 2017. Non perché non si sappia di cosa si parla, ma perché (soprattutto per i giovani) ci sarebbe stato bisogno di contestualizzare le parole di Sciascia.

Che quindi, lette così, perdono un po’ quel carattere di richiamo verso la memoria, restando interventi isolati e, almeno per me, di difficile coniugazione. Certo, nel giudizio complessivo si potrebbe dare un valore all’intellettuale Sciascia, ma questo sarebbe a prescindere da questo libro, e varrebbe per tutta la sua opera.

Non entro quindi, se non per pochi tratti, in alcuni interventi e prese di posizione, ma cerco, nei limiti delle poche capacità, di trarne un panorama dall’alto, quasi che noi si fosse con la cinepresa a raccontare per immagini quello che lui ci narra con le parole.

Per chi non ha ancora la memoria del futuro, accenno che in questi articoli molti sono i temi toccati. A volo citiamo la morte di Roberto Calvi a Londra (e dico morte in quanto Sciascia era convinto fosse suicidio e non omicidio), l’omicidio (questo sì) del generale Dalla Chiesa, l’incriminazione di Enzo Tortora, il maxiprocesso di Palermo, l’analisi della testimonianza di Tommaso Buscetta, la prima lancia spezzata sull’arresto di Adriano Sofri, nonché (e qui ci si dovrà tornare) l’articolo più controverso, quello sui “professionisti dell’antimafia”, che provocò la sua rottura con Scalfari ed una lunga diatriba con Giampaolo Pansa.

Quello che è bene sottolineare, ed è un errore che spesso veniva fatto, è che Sciascia non fa giurisprudenza, lui, con la letteratura, fa politica. E facendo politica, non può non accorgersi che la platea che lo circonda è piena di un mare di “cretini”, di tutte le specie e gli ordini, “cretini” che mescolano cultura ed esistenza, coloro che reputavano la loro parte la migliore, a prescindere.

Un errore che Sciascia sottolinea a valle delle decisioni del Consiglio Superiore della Magistratura, che nell’87 nomina Procuratore a Trapani Paolo Borsellino, in contrasto con la consuetudine degli avanzamenti per anzianità, e che boccia l’anno dopo Falcone come Capo del Pool antimafia, ripristinando l’anzianità a scapito dei meriti di lotta alla mafia. Un errore che Sciascia imputa al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa imputandolo di aver sottovalutato la necessità di protezione e controllo. Giudizio che gli inimicò a vita il di lui figlio Nando.

Ma Sciascia non pretende di essere infallibile. Rivendica il suo ruolo di scrittore “scomodo”, nonché quello di intellettuale che si permette di fare domande, ostiche, ma sempre pertinenti. Come per tutti gli articoli dedicati al caso Calvi, cui, seguendo il suo ragionamento ribadisce il convincimento trattarsi di suicidio. Bisogna poi sottolineare che spesso, in ogni caso, aveva anche ragione. Come per Tortora. O era da una parte in cui dovrebbe essere la ragione, come per lui e per me, nel caso Sofri.

Da leggere, infine, con gli occhi di oggi, l’articolo del 10 gennaio 1987 sui “professionisti dell’antimafia”, dove, a prescindere dal contesto, ci sono parole sempre condivisibili sullo stato di diritto. Che laddove parla di tutto (mafia, terrorismo, politica) Sciascia fa sempre un discorso intorno all’uomo. Un discorso che punta ad abbattere i castelli della retorica che in Italia offuscano ogni discorso, un discorso che tenta la riabilitazione del ruolo perduto dall’educazione scolastica, un discorso che si scaglia contro lo sperpero enorme del denaro pubblico per manifestazioni ‘culturali’.

La sua scomoda scrittura non aveva di certo il difetto della vaghezza, per cui rimase spesso isolato, adottando su sé stesso quello che non avrebbe potuto conoscere, essendo lui morto, ma che lo definisce in pieno: il titolo di un’antologia del critico americano Lionel Trilling “The Moral Obligation to Be Intelligent”.

E giunti alla fine di questo volo sul libro (confesso che avendolo letto in aereo al ritorno dalla Corea, forse il mio giudizio è più pessimista del dovuto, colpa dei poco amati coreani), penso sia giusto finire con la frase di Bernanos da lui posta ad inizio libro: “preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli”.

Leonardo Sciascia “Le parrocchie di Regalpetra” Repubblica Sciascia 10 euro 8,90

[A: 10/03/2021 – I: 23/05/2024 – T: 25/05/2024] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 168; anno: 1956]

Con quest’opera, a metà tra una cronaca storica ed una finzione del presente, comincia realmente la parabola di scrittore di Leonardo Sciascia. Quella che dopo pochi anni lo porterà alle prime uscite letterario-politiche, cioè a quel 1961 quando con “I giorni della civetta” riuscirà a coniugare pienamente la scrittura con l’impegno sociale e di denuncia.

L’idea di partenza nasce intorno ad un piccolo scritto sulle esperienze di maestro elementare, che Sciascia esercitò dal ’49 al ’57, nel suo paese natale, Racalmuto, e che pubblicò nel ’55 sulla rivista “Nuovo Argomenti” con il titolo “Cronache scolastiche”. Partendo e riflettendo su quello, ragionandoci sopra insieme ai suoi sodali, gli viene l’idea di realizzare un’opera più complessa, che narrasse le vicende di una qualsiasi cittadina dell’entroterra siciliano. Ipotizzando, con correttezza, che alcuni episodi, alcune direttrici di ragionamento potessero essere generalizzate e rese emblematiche per tutta una sequenza della vita di un qualsiasi paese siculo.

Nasce così la fittizia cittadina di Regalpetra, nome che nasce dalla crasi tra un antico nome di Racalmuto, che pareasi chiamare un dì Regalmuto, con un omaggio alle cronache della città di Enna così come descritte in un libro di un eminente scrittore siciliano del ventennio fascista, Nino Savarese. Che appunto ne narrò nel suo libro del ’37 “I fatti di Petra”.

Lungo i dieci capitoli che compongono il libro vediamo quindi scorrere la storia del paesino, ma anche della varia umanità che lo compongono, e dei problemi che durante secoli ne hanno percorso la vita. Sono capitoli autonomi, piccoli saggi di costume, ma che, presi nel complesso, ci danno la fotografia, o forse anche il film, di cosa sia successo nel tempo.

Un tempo che comincia da lontano, con una rievocazione storica, tanto cara a Sciascia, proprio legata a Racalmuto. La storia dell’assassinio del barone locale, Girolamo II del Carretto, avvenuta nelle stanze padronali del possidente, il 6 maggio 1622, da parte di un famiglio. Morte che serve allo scrittore per narrare le angherie con cui i del Carretto strangolavano l’economia locale. Ma anche per fare un percorso storico che dall’anno Mille, attraverso piccoli episodi, ci porta (quasi) ai giorni nostri. Si passa dalla formazione del Regno d’Italia, con il passaggio dei Garibaldini, attraversando gli anni del fascismo, una ferita che al giovane Sciascia rimase sempre dolorosa (ricordo che il nostro è del ’21) fino a giungere alla Repubblica ed alla campagna elettorale per la terza legislatura dell’Assemblea Regionale Siciliana. Tutta una serie di piccoli accadimenti che servono ad illustrare come, surrettiziamente, la mentalità mafiosa si sia impadronita dell’isola e la mafia (e le sue propaggini) ne abbi carpito l’economia: uso clientelistico del voto, la protezione dei delinquenti, gli studenti che inneggiano al bandito Giuliano, la morte del sindaco del paese, voluta dai liberatori americani nel ’44.

Una commistione di mafia e voti, con intrecci elettorali che videro in prima fila missini, comunisti, democristiani e liberali. Denominatore di tutta la storia: è la sopraffazione del popolo ai soprusi dei proprietari terrieri. Si narrano le condizioni in cui versano i salinari e gli zolfatari, la scarsa paga, la necessità che i giovani vengono avviati subito al lavoro per sostenere le famiglie. Acuendo la sempre sfiducia di Sciascia verso l’istruzione così concepita.

Non ci coglie certo di sorpresa che poi tutto il potere sia nei luoghi deputati di incontro dei notabili del paese. Luogo denominato come “Circolo della Concordia” dove i cosiddetti gentiluomini si spartiscono le sorti ed i soldi del paese sorseggiando una bibita o bevendo una granita. Con la sua penna graffiante ci fa vedere il conservatorismo becero che ha da sempre animato l’isola. Una rappresentazione forte del dolore e dell’impotenza dell’italiano (e del siciliano) degli anni Cinquanta. Con che dolore vediamo i vecchi privarsi di tutto pur di mettere da parte i soldi per la loro cerimonia funebre. I dolori “romantici” dei salinari cui pian piano il sale e la fatica corrodono le ossa. Ma soprattutto i ragazzi, in quel primo capitolo scritto che ha la forza delle pagine degli scritti di Barbiana, con il dolore per vederli abbandonare lo studio senza poter far nulla per modificare l’esistenza di ognuno. O vederli aspettare l’ora di ricreazione dove, a turno e ad estrazione, qualcuno avrà da mangiare, e molti no,

Un intreccio potente tra memoria individuale (i ricordi suoi, delle persone che incontra, e di quelle che immagina di incontrare) e memoria collettiva, come quando ricorda le campagne elettorali che vedono fianco a fianco gli estremismi più disparati.

Come scriverà più tardi lo stesso Sciascia, in queste parrocchie si celano e si svelano già tutti i suoi libri futuri, perché: “Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia”. 

Non nascondo che comunque è stata una lettura difficile, dove la penna di Sciascia ancora non scorre liscia come sarà poi. E, pur nella beltà intellettuale del risultato, il pessimismo di fondo che lo pervade non porta il lettore a nessun ottimismo.

Riusciremo a cambiare ancora qualcosa, laddove in sessanta anni ancora nulla è cambiato?

Intanto ci dedichiamo a qualche pensiero di altri autori italiani.

Il primo Carmine Abate che ne “La festa del ritorno” esprime un pensiero che ha percorso molta mia giovinezza: “Volevo vivere in Francia per sempre. Mi piaceva la Francia. … Mi piaceva soprattutto Parigi.” (63)

Poi mi rivolgerei ad uno scrittore che spesso mi ha sollevato l’umore: Antonio Pascale. Qui prendo alcune frasi da “La manutenzione degli affetti”:

“Quando ero giovane ho letto ‘Avere o essere?’, una di quelle stupidaggini che si fanno solo da giovani.” (7)

“Sapere come funziona un oggetto significa non chiedersi perché farlo funzionare.” (41)

“Sto sempre a pensare alla mia vita, e facendo un bilancio serio devo dire che non ho mai saputo rispondere la cosa giusta al momento giusto. Mai, nemmeno una volta. Le cose buone mi venivano fuori dopo, magari quando stavo a casa, e così la mia vita è un accumulo di risposte esatte date al momento sbagliato.” (76)

“Quando ci innamoriamo chiediamo al nostro amato di portarci indietro nel tempo, per farci riprovare i momenti in cui siamo stati felici da bambini.” (147)

 “Siamo il paese che preferisce il bello al vero.” (165)

Chiudo con un autore che ho sempre amato ed ammirato per la sua poliedricità. Prendo allora due testi di Alessandro Baricco. Da “Mr. Gwyn” ricavo:

“- Lei non è vecchia. Lei è morta. … - Morire è solo un modo particolarmente esatto di invecchiare.” (56)

“Ed era tornato alla sua scrivania, a leggere una biografia di Magellano.” [nota mia: citazione di Baricco alla sua recensione del libro su Magellano di Stefan Zweig] (139)

“Diceva che tutti siamo qualche pagina di un libro, ma di un libro che nessuno ha mai scritto e che invece cerchiamo negli scaffali della nostra mente.” (155)

Mentre da “Tre volte all’alba” riporto:

“Ho capito che non si cambia veramente mai, non c’è modo di cambiare, … non è per cambiare che si ricomincia da capo. E per che cosa, allora? … Per cambiare tavolo. … Cambiare le carte è impossibile, non resta che cambiare tavolo di gioco.” (28)

“Non è neanche detto che se ami davvero qualcuno, ma tanto, la cosa migliore che puoi farci insieme sia vivere.” (87)

Niente di nuovo da dire, forse ripetendo quanto scritto la scorsa settimana: un pensiero ed una speranza di pace, una fiammella che mai si spegne nel mio cuore. Un pensiero al compleanno di Roberto, uno a tutti pensieri che Sciascia suscita e suscitò, uno grande con abbracci a chi, per lavoro o per diporto non è nella propria terra natia.