Uso una “invettiva” datata con un doppio scopo: segnalare a voi tutti il mio tranquillo ritorno dall’ultimo viaggio giapponese ed indicare il ritorno a trame di contenuto più o meno poliziottesco. Dove, a livello di scrittori, abbiamo due penne ben note: Walter Veltroni, con il primo episodio dedicato al suo commissario di Villa Borghese (ben riuscito) e Maurizio de Giovanni, dove si conclude la saga dell’orologiaio, devo dire decisamente poco riuscita. E poi due penne coccolate all’ombra delle “scritture” mondadoriane: il ben riuscito Marco Scarlatti, con una fiction dedicata all’investigatore Franz Kafka, ed una onesta prova di Daniele Pisani, dove invece l’investigatore è Giacomo Casanova.
Walter Veltroni “Assassinio a Villa Borghese” Marsilio s.p. (Regalo di
Alessandra)
A: 14/06/2026 – I: 20/06/2026 – T:
21/06/2026] &&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 203; anno:
2019]
Ho sempre avuto un rapporto strano con Walter
Veltroni. Non mi era dispiaciuto come sindaco di Roma, ma non mi aveva mai
convinto come segretario di partito. Anche sulla spinta di mio padre che lo
bollava come “americano”, per la sua mania o meglio passione per il cinema.
Quindi non avevo preso in grande
considerazione, appena prima del Covid, l’uscita del primo di una serie di
libri gialli a suo nome. Solo dopo averne visto la riduzione televisiva ho
pensato che forse meritasse una chance, anche perché ero rimasto abbastanza
colpito dalla buona interpretazione dei personaggi principali di Giorgio
Marchesi e Serena Iansiti.
Approfittando quindi anche del regalo di
compleanno, ho pensato di leggere questo primo episodio. Con risultati alterni.
Innanzi tutto, notando una notevole discrepanza tra libri e serie tv. In
particolare, almeno in questo primo episodio, il personaggio di Serena non
compare, e dispiace, perché è uno dei meglio riusciti (fors’anche perché mi sta
simpatica l’attrice). Inoltre, e questo porta alcuni punti in meno, il
commissario è troppo ancora legato alla storia con la moglie (che l’ha lasciato
per una donna), e questo, nel libro, è un continuo e poco interessante
piagnisteo di ricordi e rimpianti.
L’altro punto purtroppo negativo è la
composizione stessa degli addetti al commissariato di Villa Borghese. Ci sono
la bella Ginevra Robotti, c’è il problematico ma simpatico Daniele Cecconi. C’è
quello dei problemi familiari (Pierluigi Portanova) e c’è il narcolettico
(Gozzi). Nella serie tv invece mancano sia i gemelli Morrone sia il vice
Anselmi, che in effetti alla fine del primo episodio andrà in pensione.
La storia in sé, pur foriera dei possibili
futuri sviluppi, è un poco “involuta” ed a tratti di difficile lettura. Cioè
una lettura stanca che non fluisce come dovrebbe verso punti salienti del
romanzo stesso. Così che il giallo sotteso non si sviluppa in maniera coerente
e conseguente. Tant’è che, alla fine, il bandolo della matassa viene risolto
dal commissario con un colpo di genio che però non è giustificato da nulla
prima e giustifica poco il poi.
A parte che, nel titolo, si sarebbe dovuto
inserire un gigantesco plurale. Prima viene trovato un cadavere di bambino
(circa tre anni) smembrato e con una lettera che fa riferimento all’uccisione
del grande ribelle peruviano Tupac Amaru II, smembrato dagli spagnoli nella
Plaza des Armas di Cuzco il 18 maggio 1781. Poi si trova una testa, all’interno
del Globe Theatre di Proietti. Quindi in una delle ville del parco, una volta
hotel rinomato, si trovano altri due cadaveri, orrendamente sfigurati.
Tutti questi morti servono a dare il
benvenuto al commissario Buonvino, reduce da una feroce riduzione nel limbo
degli sfigati per una retata toppa contro un mafioso calabrese, dove confuse un
ricevimento da tenersi in via Fratelli Bandiera con uno che si teneva in via
Fratelli Cairoli. Dopo anni di purgatorio (che oltre alla depressione lo hanno
portato a farsi lasciare dalla moglie come abbiamo detto sopra), viene rimesso
in campo che il sindaco vuole dar lustro alla città rimettendo sotto le luci
della ribalta un commissariato che potrebbe essere fonte di ritorni di immagine
per Roma: quello di Villa Borghese, con il parco, i musei, nonché (e questo è
un punto d’onore per Veltroni) con la Casina delle Rose, diventato centro di
attrazione cinematografica. Inciso: è lì che facemmo la commemorazione laica
del mio grande cugino Zap.
Quindi, fatta salva la giusta dose di
citazioni cinematografiche, cosa che non ci sorprende in Veltroni, il resto è
altalenante. La descrizione delle persone e dei comportamenti degli agenti del
commissariato è di bon livello per Ginevra e Daniele. Meno per gli altri, in
particolare Portanova, di cui preferiamo i comportamenti televisivi (e non vi
dico certo la differenza). Come anche i gemelli Morrone, che non entrano mai
nel vivo delle simpatie, tra l’altro con una serie di citazione da vecchio e
nuovo testamento che ne fanno personaggi assai pesanti.
La cosa migliore che inventa Veltroni è il
possibile uso dell’optografia per risolvere il caso. Per chi non ne fosse
aduso, l’optografia è il processo di formazione dell’immagine sulla retina
dell’occhio. Presunti studi scientifici vorrebbero che potrebbe rimanere
impressa sulla retina l’ultima immagine percepita all’occhio umano prima della
morte. È ovviamente una fanfaluca, ma Buonvino ne approfitta per tendere un
tranello a chi si è macchiato dei crimini.
Alla fine si risolve abbastanza, ma,
contrariamente alle regole auree di S. S. Van Dine, non si spiegano tutti i
misteri sollevati, né si fa luce su tutti i come ed i perché. Inoltre, il
lettore non possiede tutti gli elementi per decifrare il mistero e questo è un
altro punto negativo.
In positivo, pensando anche che forse se ne
leggerà ancora, ci sono i film, c’è Villa Borghese e tutte le sue strutture,
che, tra le altre cose, mi riportano agli anni del liceo, vissuti non distante
da lì, in quel di via Sicilia.
Ma questa è un’altra storia, e se ne parlerà
altrove.
“Il futuro è passato. E non ce ne siamo
nemmeno accorti.” (154) [dove Buonvino riprende una citazione dal grande film
di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati”, mentre mangia un picchiapò nel locale
che nel film era ribattezzato “Il re della mezza porzione”]
Marco Scarlatti “Il sottosuolo di Praga”
Mondadori euro 7,90
[A: 09/07/2026 – I: 01/08/2026 – T:
02/08/2026] &&&---
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 234; anno:
2026]
Marco Marino, cinquantenne o poco più romano,
dopo aver cominciato con il suo nome, tre o quattro anni fa (credo, o forse
più) ha cominciato a scrivere con lo pseudonimo di Marco Scarlatti. Pseudonimo
fortunato perché nel 2023 vince il 50° Premio Gran Giallo Città di Cattolica e
quest’anno si aggiudica il primo premio nel mondadoriano Premio Tedeschi 2026.
Motivo quindi per leggerne abbastanza in fretta, anche perché, pur nella sua
semplicità, ha qualcosa di contorto che non deve essere lasciato al tempo (che
poi me ne scordo).
Prima di tutto, e non è difficile capirlo,
visto che siamo a Praga, si parla e si agisce in nome di Franz Kafka. Che è un
autore che mi attira e mi respinge. Ha delle idee nello scrivere che ritengo
dei fari che illuminano il cielo del mondo: la burocrazia, la solitudine
dell’uomo e tutto quanto legato a “il processo” o “Il castello”. Non ho mai
amato, invece, i racconti. E, dirò un’eresia, non sono mi entrato in sintonia
con “La metamorfosi”.
L’azione qui si svolge nel 1913, e ci sono
molti letterati e giornalisti che si aggirano per Praga con Kafka. Il suo
fraterno amico, Max Brod, parla a lungo del racconto dello scarafaggio,
ritenendolo, probabilmente a ragione, un must. Anche se poi, a quanto pare, il
racconto stesso uscirà solo nel 1915. Ed è anche l’anno prima della scrittura
di “Nella colonia penale”, dove compare un marchingegno che il nostro Marco
sembra riprendere in questo testo.
Quindi, per iniziare, un testo che rivela una
buona conoscenza di Kafka e del mondo letterario germanico dei primi venti anni
del secolo, mentre ha poca presa la parte gialla che da un lato è forse troppo
scontata, dall’altro, per evitare la banalità, cerca di complicarsi con
passaggi forse un po’ forzati.
Non so se sia vero o meno, secondo Scarlatti,
il buon Franz aveva una passione personale per gli scritti di Conan Doyle, e
quindi, quando nella sua Praga cominciano presentarsi momenti omicidiari,
seppur non direttamente (almeno all’inizio) Kafka comincia a ragionarci sopra.
La strana sequenza delle morti e dei “fatti
strani” comincia con la consegna di un maiale con dentro il corpicino di un
bimbo morto, consegna effettuato ad uno dei più ricchi ebrei della capitale.
Poco dopo, in ordine, vengono trovati morti e smembrati prima un praghese della
fascia molto povera, poi due imprenditori tedeschi. Fatto sta che dopo il 25%
del testo ci sono già quattro morti. Il tutto poi collegato con una presenza
ingombrante: un essere dalle grosse fattezze si aggira per Praga.
Facciamo un passo di lato, che tutti questi
avvenimenti vengono seguiti e commentati dalla combriccola dei gaudenti serali
che si incontrano nei vari locali notturni. Ci sono dei giornalisti, a volte
molto o troppo informati sugli avvenimenti. Ci sono Max Brod e Franz Kafka, ma
anche Jaroslav Hašek (quello del “Buon soldato Sc'vèik”) e Gustav Meyrink
(autore de “Il Golem”, romanzo che esce proprio nei tempi di queste avventure).
Proprio sul Golem, figura che protegge o attacca gli ebrei (secondo le varie
interpretazioni), si appuntano i sospetti degli omicidi.
Per mettere ancora più confusione sotto il
cielo, dato che Max Brod è un convinto sionista, Scarlatti introduce una
diversa corrente, presente nell’ebraismo seppur molto nascosta: i diasporisti,
che rifiutavano la creazione di uno Stato, ma puntavano a tutelare ed aumentare
le comunità ebraiche ovunque nel mondo.
Nei vari passaggi, tra un pub e l’altro,
Kafka scopre che il ricco ebreo aveva litigato con i due tedeschi per
l’introduzione di un macchinario nelle fabbriche ebree. Lui era contrario, ed i
tedeschi sapevano che senza di lui, la porta era chiusa. Qualcuno decide di
fare quel macro-scherzo al ricco ebreo, usando un bambino malformato morto dopo
poco. Bambino interno ad una comunità di storpi, protetta dalla moglie
dell’ebreo, e figlio di una gigantessa alta due metri.
Ci sono tutti gli elementi per una
discussione sull’ebraismo, sul sionismo, sul Golem, sulla diaspora, sulla vita
a Praga, sul ruolo degli intellettuali, su come si pone Kafka verso le donne
(non sapevo, ma pare fosse molto attratto dalle donne, anche se poi il suo
amore era verso l’amata Felicia prima della guerra e l’amata Milena dopo la
guerra e fino alla morte).
Scarlatti ben scrive sulla parte non gialla,
mentre il mistero, dopo la gran massa di morti nelle prime pagine, galleggia
senza prendere mai quota, per essere risolto in modo che il lettore non ne
viene minimamente coinvolto (grande errore).
Due ultimi appunti: la famiglia piena di
mostri derivati da incesti ed altro di cognome fa Epstein! Poi, in un momento
di relax, uno scrittore fa l’affermazione sotto riportata. Ora, per quanto
forse le abitudini siano cambiate, a me, le noccioline con il caffè, a Roma, mi
suonano un po’ strane. E dire che frequento moltissimi bar, ma anche quelli che
l’IA cita come nocciolinari, mi risultano privi di tale delizia. L’IA cita Sciascia
Caffè 1919 (Zona Prati), noto per la goccia di cioccolato, Sant'Eustachio Caffè
(Pantheon), con il suo “Gran Caffè”, e Antica Caffetteria (Piazza di Pietra),
con il suo caffè “napoletano”. Io, di noccioline, ne vedo poche.
“Caffè e noccioline. Un’usanza che ho
appreso anni fa a Roma.” (126)
Maurizio De Giovanni “Il tempo
dell’orologiaio” Feltrinelli s.p. (prestito della sig.ra Laura)
A: 29/07/2026 – I: 06/08/2026 – T:
07/08/2026] & +
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 239; anno:
2026]
Approfittando ancora una volta della
biblioteca ausiliaria della sig.ra Laura, leggo abbastanza velocemente anche il
secondo episodio, forse finale, della saga degli orologi. Una dilogia che
speriamo rimanga tale, laddove il primo episodio mi aveva convinto poco e
questo finale anche un po’ di meno.
Tra l’altro, il primo episodio (che ricordo
era “L’orologiaio di Brest”) scorreva abbastanza, rimanendo però sospeso in un
finale che non era finito. Mi ricordava un po’ come il secondo e terzo libro
della trilogia di Larsson, che alla fine sembravano un libro unico troppo
oneroso da unire e venne diviso in due. Qui, il finale del primo era talmente
sospeso che solo dopo aver letto questa seconda parte tutto alla fine ha un suo
senso. Poco entusiasmante, ma ce l’ha.
Per quanto riguarda la trama in sé,
riprendiamo la ricerca di Carlo, ex-terrorista in rifugio francese, e di suo
figlio Andrea per ritrovare e salvare la bella Vera, quella che aveva messo in
moto tutto il motore per rispondere ad una sua domanda: chi ha ucciso il
giovane magistrato tanti anni prima insieme al suo autista, nonché padre di
Vera?
Tutto quel meccanismo si chiarisce presto,
almeno nelle sue componenti esecutive. La bomba l’ha preparata Carlo, sotto
ricatto di qualcuno che l’ha posto di fronte al dilemma: o bomba e salvezza per
moglie e figlio o tutti in galera. Carlo sceglie la prima soluzione, e fugge,
seguendo il suo pentimento interiore per tutta la vita. Qui dobbiamo arrivare a
capire perché si voleva colpire il magistrato e in che modo si riesce ad
incastrare Carlo.
La ricerca di Carlo lo porta a ritrovarsi con
tutti i componenti del nucleo “rivoluzionario” (metto a ragion veduta le
virgolette, perché la Rivoluzione degli Anni Settanta fu tutt’altro), cercando
di capire chi lo aveva venduto alle forze reazionarie. Perché Carlo venne
ricattato avendo in mano tutta la documentazione degli interventi terroristici
da lui effettuati. Non entro nel merito di queste discussioni con gli
ex-compagni, che vorrebbero essere catartiche e portare alla luce i vari
aspetti di un periodo che fu intenso ma non fu, mai, rivoluzionario.
Una volta capito chi tradì Carlo, si deve
capire perché. E soprattutto dove e come riuscire a liberare Vera, rapita
affinché qualche testa al comando possa subire un ricatto. Ovvio che le teste
che hanno organizzato venti e più anni di depistaggio saranno sempre più forti
e più organizzati di qualche killer, di certo bravo, ma in fondo isolato.
Tutto alla fine si collegherà con la
scomparsa di una ragazza, fatta sparire perché metteva in pericolo degli
equilibri, che ora vediamo espressi, che fin dall’inizio ne supponevamo
l’esistenza, e che sembrano un motore troppo fragile per tutto quanto avvenuto.
La scomparsa della ragazza mette in allerta la madre, che coinvolge e convince
il magistrato. E quando questo si avvicina troppo alla verità, arriva il
momento di tirarlo fuori.
Così si trova il modo di unire capra e
cavoli, peccato che appunto ci vada di mezzo il povero autista, la cui memoria
sprona la figlia a smuovere tutto il castello di carte che ci porta qui. Ovvio
che alla fine Vera verrà salvata, i cattivi saranno puniti, se non dalla
giustizia ordinaria, ma da qualche altro ordine di giustizia. E la famiglia
Malavasi si riunirà non dico contenta ma internamente quasi pacificata.
Il tutto, inserendo nella trama l’unico
elemento divertente e motivante, Martina, la figlia di Andrea, che porta verve
e idee nuove per arrivare a decifrare alcuni elementi oscuri della trama.
Per passare al contenuto sotteso, dispiace
che l’autore cerchi di affrontare, in termini noir, un momento non banale della
storia italiana. I discorsi di Carlo con gli ex terroristi sembrano dover
adombrare un’analisi di quel periodo, ma ne esce fuori una sfilza di stereotipi
poco convincenti. La terrorista dura, pura e non pentita. Il terrorista di
buona famiglia, riciclatosi in presentatore televisivo di grido. Il terrorista
povero, che povero rimane, e continua ad inveire con la sorte “ria e mi comprensiva”.
E poi i cattivi, anch’essi troppo
identificati con macchiette che qualcuno muove nell’ombra. I servizi segreti,
il Vaticano, i poteri politici. Quante inutili banalità. Non c’era bisogno di
un libro giallo per mescolarli, né c’era bisogna di un libro tout court per
ripetere ovvietà senza prove.
Si dice che il compito dello scrittore è
poter dire: io lo so m non ho le prove, e ve ne parlo. Ma, permettetemi di
dire, leggete il libro di Sorj Chalandon e poi ne riparliamo.
Peccato, Maurizio, potevi fare di meglio.
Daniele Pisani “L’ombra delle due colonne”
Mondadori euro 7,50
[A: 14/07/2025 – I: 27/08/2026 – T:
28/08/2026] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 252; anno:
2025]
Daniele Pisani, pur essendo relativamente
giovane (poco sopra i quaranta) ha già alle spalle una discreta carriera di
scrittore, sia nell’ambito “crime” sia in alcune riuscite narrazioni storiche,
che guarda caso girano intorno alla figura di Casanova. Per cui non sorprende
se lo scorso anno, pur classificato ad ex-aequo, si sia aggiudicato il Premio
Tedeschi di Narrativa Gialla, con un romanzo che unisce i suoi due interessi
maggiori.
Non solo, ma il caso vuole che abbia vinto il
premio proprio nel trecentesimo anniversario della nascita del grande
veneziano. Devo anche dire che il testo, pur con delle connotazioni noir, si fa
apprezzare di più nella parte storiografica, in cui si ricostruisce, e viene
resa con vivezza, la Venezia di metà del Settecento. E si entra a piè pari in
una possibile modalità di vita del grande Giacomo, che, negli anni centrali del
testo, vive a Venezia, dopo alcune parentesi parigine, e prima che nel 1755 venga
arrestato, condotto ai Piombi, da dove riesce a fuggire nella notte tra il 31
ottobre ed il primo di novembre del 1756..
Ma questa è in effetti un’altra storia.
Quella che Pisani ci presenta inizia due anni prima della fuga dalla prigione.
Nella biografia da lui scritta (“Storia della mia vita” che io posseggo in una
vecchissima edizione avuta in dona dalla mia amata prozia Lisa), Casanova non
si dilunga molto su gli anni ’50 del secolo, pur non potendo negare di vivere a
Venezia, protetto dal patrizio veneto Matteo Bragadin. Proprio per questo,
Pisani non è lontano dal vero immaginando il nostro al servizio delle forze dell’ordine
locali, data la sua vasta rete di conoscenze.
Come, ne accenno ma non per darne importanza,
si menzionano le imprese amorose del nostro che (fatto reale) era molto legato
ad una suora per forza, indicata con M. M., ma che sembrerebbe essere tal Maria
Morosini. Detto anche che nei suoi giochi erotici coinvolge una simpatica
francese, e forse, più avanti, poco dopo la fine del romanzo, non ci
meraviglierebbe che coinvolgesse anche la domestica Mimì.
Comunque, in quei giorni cominciano ad
esserci strane morti, cominciando con una ragazza, per poi proseguire con
altre, tutte strangolate, immerse in una qualche situazioni legata agli
elementi delle sostanze viventi. Ed a tutte, asportato l’utero. In realtà, la
seconda no, che non aveva utero essendo un trans.
Legato come è, attraverso messer Bragadin,
alle fila del governo cittadino,
Casanova viene anche coinvolto che una delle morte è una signora aristocratica.
Che serve anche ad indirizzare la mente dello sprovveduto lettore in un
labirinto di sospetti. Anche perché, per una serie di motivi che tralascio,
Casanova entra in urto con quello che ora si chiamerebbe PM, e che all’epoca
era indicato come l’Avogadore di Venezia (da “avvocatura di stato”). Tanto che
questi, trovata una falla nelle azioni note, pensa subito di incriminare il
valletto di Casanova.
Qui, Pisani ci mostra la sua bravura nei
rimandi, che narrando di Le Duc, il valletto, adombra quello che sarà il filo
delle azioni contro Casanova l’anno seguente. Imprigionato, senza che gli
venisse comunicato il motivo. Perché questa, all’epoca, era la legge. Non entro
nel merito, ma una considerazione in proposito ci fa riflettere su molte
malefatte, di allora, di ora, di sempre.
Per non farci mancare nulla, Pisani introduce
anche l’ambiente dell’esoterismo e della massoneria, altri elementi ben
presenti all’epoca. Con una figura di spicco nella marchesa di Manteuffel,
esimia seguace di tali dottrine, ed in particolare di quanto (sembra) possa
averle detto uno dei grandi impostori dell’epoca, il conte di Saint Germain
(personaggio reale). Inciso: in questa fase entra in gioco, come presenza anche
un altro personaggio reale citato, il poeta erotico (o forse meglio indicabile
come licenzioso) Giorgio Boffo.
Casanova, con facilità, riesce a sventare gli
attacchi al suo valletto. Mentre impiegherà più tempo, e solo capendo come le
morti si possano collegare tra loro dopo che dopo morte, una viene annegata,
una bruciata, una sotterrata. Capisce come unire i puntini, e si cercherà in un
delitto che contempli una vicinanza con l’aria, il modo per fermare la catena
delle morti.
Ripeto, molto gustosa la ricostruzione
dell’ambiente veneziano dell’epoca. Meno, o quasi nulla, l’attrazione verso la
trama “noir”, facilmente interpretabile. Con quell’accenno dato nel
titolo, delle due colonne, intese come
le colonne di San Marco che venivano usate per giustiziare i condannati. Che
per tutto il romanzo incombono, ma che non diventano mai un motivo reale della
narrazione.
Ringraziamo quindi Pisani per averci fatto
ripensare a Casanova (ed anche per averci costretto a riprendere in mano vecchi
libri), mentre penso che sia meglio approfondire in altro modo una possibile
scrittura poliziesca del nostro.
“Scriverò finché ne avrò la forza, anche
quando a sostenermi sarà soltanto un ultimissimo palpito di vita. Scrivere,
l’importante è scrivere alla mia età, non parlare.” (189)
Essendo la prima trama d’ottobre narriamo dei
libri letti in luglio. Un numero decisamente alto di letture, con due punte assolute:
i due memori-pastiche di Sorj Chalandon e di Emmanuel Carrère. Mentre devo anche
segnalare un brutto libro di Isabel Allende, ed un giallo poco leggibile di
Armando D’amaro.
|
# |
Autore |
Titolo |
Editore |
Euro |
J |
|
1 |
Franca Oliva |
Morte di Odisseo |
Mondadori |
7,90 |
1,5 |
|
2 |
Isabel
Allende |
Donne
dell’anima mia |
Repubblica |
9,90 |
1 |
|
3 |
John Grisham |
Il re dei torti |
Mondolibri |
s.p.
|
1,5 |
|
4 |
Cristina
Rava |
Come
i tulipani gialli |
Corriere
Gazzetta II |
7,99 |
3,5 |
|
5 |
Giulia
Fiore Coltellacci |
Romanticamente |
Newton
Compton |
s.p. |
3 |
|
6 |
Laura
Veroni |
I
delitti di Varese |
Corriere
Gazzetta |
7,99 |
2,5 |
|
7 |
Valerio
Varesi |
Reo
confesso |
Repubblica |
8,90 |
2.5 |
|
8 |
Dan
Simmons |
La
caduta di Hyperion |
Mondadori |
6,99 |
1.5 |
|
9 |
Alessandra
Carnevali |
Uno
strano caso per il commissario Calligaris |
Corriere
Oggi |
8,90 |
2,5 |
|
10 |
Daniele
Bresciani |
Testimone
la notte |
Repubblica
Essenza Noir |
8,90 |
3,5 |
|
11 |
Sorj
Chalandon |
Il
libro di Kells |
Guanda |
s.p. |
4 |
|
12 |
Armando
D’Amaro |
La
farfalla dalle ali rosse |
Corriere
Gazzetta II |
7,99 |
1 |
|
13 |
Han Kang |
Atti umani |
Repubblica Voci d’Oriente |
9,90 |
3,5 |
|
14 |
Antonio
Caron |
L’anziano
ficcanaso |
Corriere
Gazzetta II |
7,99 |
2 |
|
15 |
Tew Bunnag |
Cortina Di
Pioggia |
Repubblica Voci d’Oriente |
9,90 |
3,5 |
|
16 |
Antonio
Manzini |
Gli
ultimi giorni di quiete |
Repubblica
Intenso Noir |
9,90 |
2 |
|
17 |
Lenz
Koppelstätter |
Omicidio
sul ghiacciaio |
TEA |
s.p. |
3 |
|
18 |
Emmanuel
Carrère |
Kolchoz |
Adelphi |
s.p. |
4 |
Mi piace, questa settimana, rimane nel solco
giallo ed italiano con alcune perle di autori di cui ho letto molto ed in un
caso, tutto.
Cominciamo con il “Chiodo fisso” di Emilio Martini
“Non
aveva l’età per le pene d’amore. … Si ritrovava … senza sapere che fare di se
stesso. Ora anche con la sensazione di aver trovato la persona giusta, peccato
che non fosse la situazione giusta.” (12)
“Aveva
ragione sua madre: quando uno nasce lamentoso … continua così anche se vince al
totocalcio.” (89)
Proseguiamo con il poco noto, seppur
interessante Paolo Foschi ed il suo “Delitto alle Olimpiadi” che
sottolinea la fine del mio avvenire di interprete delle carte topografiche:
“Il
[suo]dono naturale era il senso dell’orientamento. Poi qualche stronzo aveva
inventato i navigatori satellitari. E il suo dono si era svalutato in un giorno
del cento percento.” (101)
C’è
poi l’ottima Grazia Verasani che in “Cosa sai della notte” fa
una prima affermazione che sottolineo in pieno ed una fotografia del dramma
degli attori:
“Sono stanca di gente che finge.” (91)
“Un’attrice straordinaria… Ma poi è caduta
come altri nell’equivoco di scambiare l’ammirazione per una forma d’amore …
Pensi che dare l’anima basti a farti sentire felice, ma dopo gli applausi la
gente torna alla sua vita e tu cominci a chiederti dov’è la tua.” (129)
Infine,
la mia omnilettura di Marco
Malvaldi non poteva mancare “Milioni di milioni” con una riflessione sull’identità dell’altro:
“La
gente sono persone … Smetta di dire ‘la gente’. Dica ‘le persone’. Può sembrare
una questione dialettica, ma non lo è. … La gente è stupida, le persone
ragionano. La gente è indifferente, le persone ti aiutano. Oppure ti affogano,
ma comunque interagiscono. Finché uno riesce a pensare agli altri come persone,
a vederle come persone, riesce a non rimanere indifferente.” (139)
Come detto si è tornati, stanchi ma sempre contenti di rivedere posti cari. Ora ci sarà bisogno di un buon periodo di riposo, perché il corpo ha anche i suoi ritmi, e non possiamo abusarne. Ci sarà il tempo di fare anche altro, per ora vi abbraccio.