Una settimana di buoni gialli italiani, tutti con un ottima gradimento con i nostri protagonisti seriali: Vanina Guarrasi (di Cristina Cassar Scalia), il quartetto di via Atri 36 (di Serena Venditto), la coppia Franzoni e Maffina (di Annamaria Fassio) e Paolo Nigra (di Paolacci & Ronco). Su tutti la scrittura non seriale di Sandrone Dazieri (anche se voci mi dicono esserci possibili seguiti).
Cristina Cassar Scalia “Mandorla amara” Einaudi euro 18,50 (in realtà,
scontato a 15,70 euro)
A: 18/11/2025 – I: 01/12/2025 – T:
02/12/2025] &&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 261; anno:
2025]
VG10
Tornando
invece al binario della narrazione, vi dico subito che Angelina si salva grazie
ad un intervento chirurgico del patrigno di Vanina. Ma è anche un profluvio di
nuove opportunità e riprese l’andamento dei vari comprimari. Innanzi tutto, Lo
Faro e Ristuccia sembrano poter tornare sui binari di qualche episodio
indietro, mentre qui Nunnari e Fragapane fanno solo da sfondo operativo senza
nessuna incidenza.
Spanò,
fatta la pace solla separazione, sembra aver trovato nuovo vigore nel rapporto
con la giovane ed esuberante Valentina. Mentre nubi si addensano sul futuro di
Tito e Marta, visto che il primo sta brigando per un trasferimento verso i suoi
luoghi, mentre Marta non credo che riesca ad ottenere subito un secondo
avvicinamento. Fa un cammeo il buon dottor Manfredi, che spera sempre, ma si
accontenta di un futuro invito a cena. Dal canto loro, fanno il loro mestiere
Adriano, ovviamente impegnato nelle autopsie, la vicina Bettina, impegnata in
cucina, e l’amica Giuli che dà il via al romanzo scoprendo i cadaveri, e sta
sempre sulle scene quando serve (ed anche quando non serve).
Il
rapporto tra la nostra ed il PM Malfitano procede ignorando cosa possa
succedere il futuro. C’è chi ha paura di soffrire ancora (Vanina) e chi spinge
ad accettare la vita così come viene (Paolo). A proposito poi di
“anticipazioni”, c’è anche un accenno al possibile accerchiamento dell’ultimo
mafioso rimasto in circolo per l’assassinio del padre di Vanina, ma è molto
veloce.
La
storia è, al solito, abbastanza ben congegnata. Su di una bellissima barca a
vela vengono ritrovati i corpi di sette persone uccide per avvelenamento.
Stavano andando verso le Eolie che il capitano della barca, Gabriele, lì doveva
sposarsi, ed il proprietario ed amico, Edoardo, aveva proposto la traversata a
vela. Edoardo, nelle more, aveva fatto fortuna con il latte di mandorla, ed i
sette sono stati avvelenati con il cianuro, che tutti i giallisti sanno ha il
sapore di mandorle amare (da cui il titolo, almeno in una accezione) inserito
nei tetrapak del latte.
Oltre
i due citati, sulla barca c’era Pietro, il figlio minore di Edoardo, più
quattro amici inessenziali alla storia. Che la nostra attenzione si concentra
su questi tre. Pietro è un gay non dichiarato, da sempre innamorato di
Gabriele, e studente di Chimica a Palermo. Edoardo è un padre padrone, che ha
un amante, Vanessa, nell’azienda ed un possibile divorzio nel futuro. Gabriele
è sempre stato uno sciupafemmine, è stato l’amante di Betti, la moglie di
Edoardo ed ora è stalkerato dalla sua penultima fiamma, Bianca, che non accetta
di essere stata lasciata, e soprattutto di vedere il “suo” Gabriele andare a
nozze, e presumibilmente anche lasciare l’azienda di Edoardo ed andare a vivere
nelle Eolie.
Vedete
bene che ci sono tutte le premesse per una serie amplia di possibili scenari.
Pietro, distrutto dalle scelte del suo amore, decide di farla finita e di
punire il padre padrone. Betti, forse lasciata in bolletta dal marito e tradita
dall’amante, decide di punirli entrambi. Vanessa, illusa da Edoardo, decide di
vendicarsi. Come di vendetta potrebbe agire Bianca. In entrambi i casi colpendo
a destra e manca senza mirare al cuore del problema.
Vanina
si dedica a lungo nel cercare il bandolo della matassa. Tabulati telefonici,
esami autoptici, ricerca di impronte e di DNA in tutti i luoghi possibili
(auto, barca, case). Nonché, visto che Patanè torna in quel di Catania,
ragionando con lui sui due binari che sono il segno distintivo della serie: chi
usa le tecnologie per cercare le prove, e chi ragiona sulle dichiarazioni e
sugli spostamenti dei possibili indiziati. Per dovere di cronaca, i due binari,
come è ovvio per i binari, arriveranno simultaneamente alla giusta soluzione
del caso.
La
scrittura di Cassar Scalia rimane sempre molto gradevole. Si legge con
facilita, ed avanza proprio come se guardassimo il telefilm che ne verrà
ricavato. Non ci sono molti colpi di scena clamorosi, ma la recitazione dei
protagonisti è di buon livello. Come detto, aspettiamo di vederlo prossimamente
in televisione.
Serena Venditto “L’ultima mano di burraco.
Quattro coinquilini e un’indagine (per non parlar del gatto)” Repubblica Anima
Noir 38 euro 8,90
[A: 14/03/2022 – I: 10/12/2025 – T:
11/12/2025] &&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 266; anno:
2019]
Seconda uscita dei detective di Atri 36, e
devo dire una discreta conferma della gradevolezza della scrittura di Serena Venditto.
Un seriale che procede impostato su di una solida base classica: un gruppo che
porta aventi dinamiche sociali interne ed un giallo esterno cui, per una serie
di motivi che vedremo, i nostri sono invitati ad intervenire. Ed ovviamente
risolvere.
Il tutto condito dalla presenza del gatto
Mycroft (ho già detto che si chiama come il fratello di Sherlock Holmes?), che
non è che intervenga parlando (non siamo nella divertente saga di Sarah
Savioli), ma interviene da gatto, nella fattispecie, spostando una carta sul
tavolo, movimento che consente alla nostra decifratrice principe di imboccare
la strada di una soluzione.
Comunque, come dice il titolo ci sono i
nostri quattro coinquilini: Malù, l’archeologa patita di gialli, Kobe, il
musicista giapponese che parla a strafalcioni ed è geloso della fidanzata Ayumi
che invece di stare a Napoli con lui è al nord a fare la modella, Samuel, il
sardo-nigeriano rivenditore di gelati ed autista del gruppo (unico ad avere la
patente) e Ariel, la narratrice nonché traduttrice bilingue nonché ex-fidanzata
di un poliziotto ed ora coppia fissa con Samuel. Nelle more, in questo episodio,
conosciamo anche Ayumi, scesa a Napoli per qualche motivo che fa ingelosire
Ariel, ma che si scoprirà foriero invece di momenti piacevoli per tutto il
gruppo. E poi c’è Mycroft su cui non ritorno.
L’indagine cui vengono coinvolti riguarda la
morte di un matematico, Temistocle Serra, ucciso da una dose letale di cianuro.
Morte avvenuta a valle di una riunione familiare in cui erano presenti la
moglie Celeste ed i suoi due figli, Rebecca con il marito e Giulio. Doveva
partecipare anche la segretaria Dorothy, che all’ultimo momento decide invece
di passare la serata con il fidanzato. Una serata ovviamente all’insegna del
burraco, come dal titolo. Ultimo, altrettanto ovvio, per il buon Temistocle.
Si avviano tutta una serie di indagini
incrociate, che lasciamo al commissario, mentre la nostra squadra, proprio dal
commissario è coinvolta per decifrare un mistero. Sul tavolo da burraco, prima
di morire, Temistocle mette una serie di carte in modo che possa sembrare un
cifrario. Sono quattordici carte (A3363736A82439) che più le guardi e più
sembrano dire qualcosa.
Intanto, tutta una serie di primi indizi
portano ad ipotizzare che Dorothy (o il suo poco limpido fidanzato) possano
aver organizzato tutto. Fino a che, un assalto quasi mortale alla bella ci fa
supporre che forse non è così. Anche se si era scoperto che: Temistocle, prima
di sposare Celeste, che aveva una buona posizione economica, era dedito al
gioco, dove aveva una buona costante di vincite (non a caso, poi, da matematico
si occuperà di teoria dei giochi). Tra le altre cose, aveva ridotto sul lastrico
un tal Pietro, che si scopre presto essere il padre di Dorothy.
Qui, si aprono quindi i grossi ventagli di
sospetti: c’è Giulio, da sempre infatuato di Dorothy ma da sempre ostacolato
dal padre, c’è tutto il passato di Dorothy, magari con il fidanzato che si erge
a vendicatore, ci sono tutte le ombre di una giovinezza non proprio limpida,
c’è sempre poi la possibilità che qualcuno intravede eredità appetibili.
Saranno le nostre gatto-detective, tuttavia,
a decifrare il codice, a capire i meccanismi del primo delitto e del secondo
tentato, chiudendo bellamente il cerchio. Vi do solo un piccolo, inutile
indizio. Temistocle era molto legato al passato, avendo in uggia tutte le
tecnologie avanzate che ci riempiono la vita di inutili complicazioni. Tutta la
trama era anche innervata dai dubbi di Ariel sui sentimenti del buon Samuel.
Dubbi che verranno sciolti in un ben articolato finale, anche se non vi dico se
lo scioglimento è positivo o negativo.
La nostra scrittrice è di buone idee e di
ottime conoscenze dei luoghi. Un momento di riflessione interessante, ad
esempio, lo abbiamo dalla casa dei Serra. Casa posta in via Piscicelli, una
casa che di fronte si affaccia sulla riviera di Chiaia (bellissima e chic) e
sul retro ha le finestre in una zona molto popolare. Quasi a stigmatizzare la
duplicità di tutti i componenti il mondo della famiglia Serra. E comunque, a
parte qualche rallentamento qu e là, è una discreta lettura poliziesca, ma
anche da commedia romantica, che non dispiace (quando non si prende troppo sul
serio).
Non posso infine tacere che il commissario si
chiama Timoteo De Iuliis, che se si chiamasse Ulisse sarebbe proprio il clone
del mio amico viaggiatore pescarese. Una chicca mentale per concludere.
Pensando alla morte di Temistocle come alla morte di un matematico napoletano,
non poteva che venirmi alla mente la figura (e le opere) del grande Renato
Caccioppoli (e chi sa di matematica mi capisce).
Sandrone Dazieri “Uccidi il padre” Corriere
Noir 8 euro 8,90
[A: 03/10/2022 – I: 25/12/2025 – T:
27/12/2025] &&&
e ½
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 562; anno:
2014]
Sono più di dieci anni che non prendo in mano
un libro di Sandrone Dazieri, essendo sempre rimasto legato al Gorilla e quindi
avendo timore di rimanere deluso da nuove e diverse prove. Tuttavia, la serie
noir curata da Carlo Lucarelli mi propone questo pur vecchio episodio della
bibliografia del nostro, e quindi, con un filo di sospensione delle attese, e
con molta calma temporale, mi sono deciso ad affrontarlo. Devo dire con un
discreto successo (come potete vedere dal giudizio espresso).
Il buon Sandrone non si lascia intimorire
dalle idee, e qui, oltre ad una solida trama noir, ci sono spunti per
approfondimenti su vicende che all’apparenza possono sembrare sghembe rispetto
alla trama. Ma la diversità mostra solo l’ampiezza poliedrica degli interessi
dell’autore. Nonché la sua capacità di tenere la barra ben puntata sulla rotta
da seguire.
Intanto, capiamo ben presto che ci sono due
storie da seguire: quella di Dante Torre e quella di Colomba Caselli.
Dante è stato rapito giovanissimo e tenuto in
ostaggio per almeno otto anni (o forse di più) da una persona che voleva essere
chiamata solo “Padre”. E che utilizza negli anni della prigionia tutti i metodi
per piegare la volontà di Dante verso la sua volontà di Padre-Dio. Solo appunto
dopo otto anni, vedendo uno spiraglio nel silos in cui era rinchiuso, Dante
riesce a scappare. Un suo (o il suo?) carceriere si suicida dopo aver bruciato
tutto.
Dante è libero ma rimarrà sempre marchiato
dall’avventura. Intanto cercherà di recuperare tutte le informazioni relative a
cosa success nel mondo durante la prigionia. In secondo luogo, avrà un terrore
comprensibile di tutti i luoghi chiusi (aerei compresi) costruendosi una casa
tutta vetrate. Ma in più, nella prigionia ha sviluppato un’attenzione maniacale
ai dettagli, così da riuscire a diventare consulente delle polizia in caso di
sparizioni e rapimenti.
Colomba, invece, è una poliziotta anch’essa
molto dotata, di ingegno e di iniziativa. Peccato che durante una lunga ricerca
di un latitante, cui aveva trovato traccia a Parigi, questi, entrando nel
ristorante dove lei lo stava aspettando, si faccia saltare in aria con una
potente bomba, che uccide buona parte delle persone presenti. E da cui Colomba
si salva a stento, pur rimanendo anche lei segnata da questo avvenimento.
I due vengono fatti incrociare dal
commissario Rovere in occasione di una nuova e misteriosa sparizione. Durante
un picnic, il padre si addormenta, la madre ed il figlio si allontanano e
spariscono senza lasciar traccia. All’aiuto del padre che coinvolge le forze
dell’ordine, queste trovano la donna barbaramente uccisa ed il ragazzo
scomparso. Ecco, quindi, che Dante e Colomba, pur con una inziale reciproca
diffidenza, sono costretti a collaborare e trovare il modo di risolvere la
sparizione.
C’è molta carne al fuoco di Sandrone, e non
lo seguiremo certo in tutte le sue giravolte. Compresa una possibile
divagazione sull’utilizzo della psicologia coercitiva da parte dei Servizi
segreti americani ed italiani. L’abilità deduttiva di Dante porterà al
ritrovamento del ragazzo scomparso, ma con una serie di finali a cascata che,
uno dopo l’altro, rimettono molto in discussione. Compresi due fatti
fondamentali: è possibile, e come, che l’attentato a Colomba sia collegato ai
rapimenti? È possibile altresì che Dante non sia Dante?
Ripeto, niente informazioni sulle ultime
duecento pagine, ma il filone principale delle idee del testo è di interesse. È
possibile condizionare le persone, inserendole in contesti di forte disagio,
fino a farle entrare in una spirale di ragionamenti e di comportamenti che
forse non sarebbero mai entrate nelle corde della persona stessa?
Credo, per il poco che so di psicologia, che
ci possa essere senz’altro una via di condizionamento. Basti solo pensare,
anche in modo positivo, al transfer che un paziente opera verso il suo
psicoterapeuta. Di certo, Dante fin dall’inizio è edipicamente condizionato
dalla presenza di questo Padre onnisciente, che, come insegnano i classici
greci, l’unico modo di uscirne è ucciderlo.
Meno convincente, anche se possibile, è tutta
la parte in cui intervengono apparati militari, dritti o storti che siano.
Come detto, infine, non sono convinto del
finalissimo. Pensavo sinceramente che potesse essere un romanzo auto-conclusivo
ed invece leggo che sono già stati pubblicati altri tre libri che vedono
protagonisti Dante e Colomba. Resta tuttavia la bella scrittura di Sandrone ed
il suo riuscire a riempire quasi seicento pagine senza stancare il lettore.
Annamaria Fassio “Senza sapere come”
Mondadori euro 7,90
[A: 12/11/2025 – I: 09/01/2026 – T:
10/01/2026] &&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 169; anno:
2025]
Ma
per cercare di unire tutti i puntini, bisogna ripescare qualcosa dal passato.
Ecco allora che la storia fa balzi da gigante tra l’inizio di alcuni momenti
caratteristici che si svolgono nel 2012 debordando un po’ nel 2013, ed il
presente narrativo del ’19. In questo modo, le storie che la scrittrice sta
seguendo si delineano e si caratterizzano. Finiranno ovviamente per
intrecciarsi, quasi “senza sapere come”. Anche se una logica, alla fine, appare
all’orizzonte.
Tra
l’altro, l’espediente narrativo, che non è un vero e proprio flashback, ma un
dipanarsi delle storie su diversi piani temporali, permette quello scatto
narrativo che abbiamo visto nella produzione ultima dell’islandese Ragnar
Jonasson. Vediamo gli avvenimenti da buoni lettori onniscienti, capaci di
porgerci le domande su come affronterà quel tale ostacolo una delle figure
coinvolte, visto che noi già sappiamo se l’ostacolo verrà superato.
Allora
cerchiamo subito di sgomberare, se possibile, il campo da elementi privati dei
personaggi, e di capirne la loro incidenza sulla trama. Uno spazio defilato, in
questa puntata, viene occupato da Ida. La nostra simpatica palestrata ha preso
in custodia la piccola Liv (come già sappiamo), ma ha anche rintracciato il
padre biologico della piccola, e mentre cerca di far avvicinare Larsen a Liv,
lei si avvicina in modi che non vi dico, con il nostro bel nordico.
Anche
Maffina è abbastanza defilato. Ha un piccolo cammeo nel ’12, ha qualche
presenza nel ’19, ma non interviene in modo incisivo. Il cammeo riguarda il
fatto che nel ’12, lui ed Erica decidono la convivenza, approfittano
dell’offerta dell’ispettrice Serafina Fiore, che per un po’ deve mettersi in
copertura dovendo affrontare la ricerca di un pericoloso latitante calabro. Nel
’19, a parte qualche spulcio di fascicoli, e la sempre più insistente idee di
andare in pensione, non abbiamo sue tracce significative.
Per
fare un veloce sunto, nel ’12 avviene una strage di mafia che stermina la
famiglia Romeo, meno Angela, in quel mentre fuori città. Il poliziotto Luca
Ragusa lavora all’indagine e si innamora perdutamente di Angela. Che dopo una
notte d’amore scompare senza lasciare tracce. Così come scompare, sempre lì in
Calabria, e negli stessi luoghi della strage, Serafina Fiore, subito dopo aver
incontrato Ragusa in un bar.
Tornando
al presente, l’ispettrice Fiore risulta sempre scomparsa, anche se nessuno la
cerca più. Ragusa invece, dimessosi dalla polizia, continua da sette anni a
cercare la sua Angela. Queste due storie si intrecciano con la morte per
problemi cardiaci di una giovane irlandese. Che, morta, viene derubata da uno
spagnolo di pelle molto scura, da poco quasi linciato da una banda di liceali e
lasciato senza un soldo. Liceali che seguiamo presto in un altro filone.
Che
il capobanda, Agostino, è anche un organizzatore di corse in moto clandestine.
Nonché, attraverso la banda, gestisce una piccola rete di spaccio. Ed Agostino
si innamora di Tina, sedicenne allieva dello stesso istituto privato,
sovvenzionato lautamente proprio dal padre di Tina. Istituto inoltre dove
insegna una professoressa molto amata dai ragazzi, e che cerca di entrare in
sintonia con loro.
Erica
non sa che pesci prendere in tutto ciò. Andando ad elencare gli scogli che si
trova di fronte abbiamo: l’agente Rosina, che la aiuta nella lotta alle corse
clandestine, e che non vorrei sbagliarmi, si è preso una bella cotta per Erica,
che forse in parte è anche ricambiata; i problemi con la scomparsa di Angela,
volendo aiutare Luca a trovare un senso a questi sette anni di ricerche; la
morte della sconosciuta; il mai sopito dolore di non sapere cosa è successo a
Serafina.
In
un finale un po’ convulso, molti nodi vengono al pettine. Alcuni solo per
chiudere un cerchio (lo spagnolo che torna e racconta tutto ad Erica). Altri
con un indirizzo preciso (il padre di Tina era proprio il latitante che cercava
a suo tempo Serafina), e con una serie di avvenimenti a catena di cui non ci
parlo. Ma che anche loro hanno un senso, pur se delle porte rimangono aperte
senza che noi se ne sappia il perché. Per onestà di scrittura, Annamaria chiude
il romanzo avvertendo che da lì a poco scoppierà la pandemia.
È un
onesto libro più thriller che noir, anche se thriller in maniera sghemba (per
gli argomenti, anche se non ci inculca nessuna paura). I personaggi reggono
bene il passare degli anni. La storia, invece, è un po’ lieve. E come detto, di
misteri da scoprire e di assassini da smascherare non ce ne sono molti.
Mi
preoccupa solo l’età della scrittrice, perché vorrei leggere ancora tante sue
storie.
Antonio Paolacci & Paola Ronco “Tutto
come ieri” Repubblica Essenza Noir 17 euro 8,90
[A: 16/10/2022 – I: 26/01/2026 – T:
27/01/2026] &&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 350; anno:
2022]
Eccoci al terzo episodio delle avventure del
vicequestore aggiunto Paolo Nigra, episodio dalle molte conferme e da qualche
sorpresa positiva. Intanto, continuano i rifrementi a De Andrè, visto che siamo
a Genova. Qui, il titolo ci riporta ad un verso della “Canzone di Maggio”,
tratta da quel “concept disc” che fu “Storia di un impiegato”. Inciso: per chi
non ricordasse il testo riporto il nucleo portante alla fine.
Altre conferme interessanti riguardano il
privato ed il pubblico di Paolo. Pare sempre più forte il legame con Rocco,
tanto che i due si palesano finalmente a casa dei genitori di Rocco, senza
suscitare le catastrofi che Rocco ipotizzava. Anche la squadra si irrobustisce,
pur se Santamaria (a parte continuare a guidare come un pilota di F1) è un po’
defilata, mentre viene meglio la figura di Caccialepori (e del suo rapporto
erotico con la dottoressa anatomo-patologa, insidiato dalla presenza di
“Lombroso”, il cane cieco da un occhio, con quel nome che si presta ad equivoci
apostrofati).
Inoltre si profila l’inserimento di Pasquale
Mastantuono, che, pur se della Digos, che dovrebbe dare filo da torcere ai
nostri, visto il suo debole per la fumatrice di pipa, in realtà aiuta, e molto,
il nostro, facendoci presagire possibili sinergie future. Anche se il fatto che
Santamaria è sposata mette bei paletti a possibili sviluppi (almeno per ora).
Ulteriore conferma dell’interesse del
prodotto è l’attenzione che il duo P&R mette verso l’attualità, ed in
particolare mettendo in luce (garbatamente, velatamente) possibili
interpretazioni del mondo che stiamo vivendo. Abbiamo forse dei dubbi sul fatto
che ci siano, ora, tensioni legate al problema immigrazione ed a questo legate
speculazioni politiche. Ma anche un proliferare del bosco e del sottobosco
criminale, soprattutto legato allo spaccio. Non ultime tensioni omofobe, qui
ben descritte ed abbastanza ben gestite.
Il tutto incanalato su due binari
descrittivi. Dal punto di vista in superficie, una sparatoria di balordi verso
spacciatori di colore. Di certo, e ben descritto nelle pieghe del testo,
alimentato da qualche consorteria mafiosa che non vuole cedere territori. Ma
questo filone è ben presto ricoperto da altro. Infatti uno dei responsabili, il
più balordo ovvio, viene presto trovato morto, con una pistola usata sei anni
prima in un delitto irrisolto. Anzi l’unico caso irrisolto del nostro
ispettore. Inciso: certo che in sei anni, risolvere tutti gli omicidi non è da
poco.
Questo risvolto da modo ai nostri di giocare
su più piani. Le capacità deduttive di Nigra e della sua squadra, ma anche i
conflitti tra loro e la Digos che vedeva nelle azioni solo risvolti
“sovversivi”. Il tutto con un piccolo sassolino di thriller in più: gli
assassini in macchina sono stati visti da Nayana, ragazzina bengalese, che non
può che essere messa in pericolo da tutto ciò.
Per vie laterali, poi, noi lettori
onniscienti veniamo edotti che il cattivone di turno era uno che aveva
inscenato tutto il casino fin dal primo omicidio. C’era stato l’incontro
fortuito del gangster della lanterna con la signorina Elvira. C’è stata Elvira
che accidentalmente scopre il tizio essere coinvolto nella droga pesante, forse
anche con connivenze politiche di livello. Scoperte che indussero il nostro a
eliminarla, ovvio con la cura di non lasciare tracce.
Stessa cura che mette nell’incastrare il
balordo, e dopo di lui un secondo gangsterino di mezza tacca. Ma Nigra ragiona
e non si fa ingannare da queste piccole messe in scena. E sarà proprio una
frase fuori contesto che indirizzerà il nostro verso la cavalcata finale che
porterà alla soluzione di tutti i casi sospesi. Anche quello di sei anni prima.
Per dovere di cronaca, alcune azioni di una cinquantina di pagine prima del
momento topico, mi avevano portato già ad individuare l’ambito del problema,
pur se non ancora colui che agisce per tutto il tempo al fine di risolvere i
(suoi) problemi.
Insomma, una buona scrittura, una buona idea
ben congeniata, personaggi decentemente inseriti nella trama (certo mi farebbe
piacere trovare ancora anche Nayana). E con queste piccole stoccate verso la
non fiction ed una sua interpretazione, che mi fanno piacere.
Con qualche altra chicca in più. Una
citazione di rispetto verso Rocco Schiavone (adoro la fiction on fiction). Ma
anche una strizzata d’occhi ad un libro di alcuni anni fa di Sandrone Dazieri
(“Uccidi il padre”), dove per primo faceva la comparsa la descrizione del
progetto (reale) MK-Ultra, creato dalla CIA dove, attraverso esperimenti su
esseri umani, si cercava un mix di droghe e procedure interrogative che
sarebbero servite a creare uno scenario imbattibile che potesse portare alla
confessione del malcapitato. Progetto poi degenerato in tentativi di
condizionamenti umani, che Sandrone descrive in maniera eccelsa.
“E se nei vostri quartieri / Tutto è
rimasto come ieri / Se avete preso per buone / Le “verità” della televisione /
Anche se allora vi siete assolti / Siete lo stesso coinvolti.” Fabrizio De
Andrè, come possibile esergo.
Quindi dobbiamo passare a scrittori non di
genere per avere qualche riferimento di riflessione. Cominciando con Saul Bellow che non mi ha mai convinto troppo, ma qualcosa va recuperato dal suo “Herzog” (in particolare la penultima)
“Dunque, lei è un uomo sano – non ha più
vent’anni, ma è forte.” (21)
“Poteva anche pensarsi un moralista, ma la
forma dei seni in una donna aveva grande importanza per lui.” (24)
“Aveva un debole per gli intellettuali
pasticcioni con forti impulsi morali.” (39)
“La luce non viaggia a 300 mila km al secondo
solo per permetterci di vedere mentre ci pettiniamo.” (64)
“Spinoza: è dell’uomo desiderare che anche
gli altri gioiscano del bene di cui noi godiamo, non di costringere gli altri a
vivere secondo il nostro modo di pensare” (153)
“Una volta era un giovane stupidello, e …
adesso stava diventando un vecchio stupidello.” (232)
“Lui pensò … a come, invecchiando, era
diventato vano, terribilmente narcisistico, a come soffriva senza dignità.”
(243)
Oppure andando indietro nel tempo e nello
spazio ci fermiamo ne “La Cripta dei
Cappuccini” di Joseph Roth, che la prima riflessione la sottoscriverei soprattutto nei viaggi che
andremo a fare “Le persone sanno quando partono. Non sanno mai quando
ritornano.” (83) e la seconda stuzzica tutte le mie conoscenze numeriche “Non
ero capace di fare i conti, tutt’al più una somma, se proprio occorreva. Ma una
moltiplicazione era già un supplizio.” (156)
Infine,
un pensiero etnico dal Marocco di Tahar
Ben Jelloun nel suo “Incontro crudele”:
“La
tradizione marocchina vuole che nelle parole non emergano sentimenti. Questione
di pudore.” (9)
Siamo ancora nel marasma di compleanni (auguri doc) ed altri verranno la prossima settimana. Gli avventurieri continuano a rifiutare le mie candidature, ma non ci preoccupiamo, quando tutto manca, le nostre letture ci fanno sempre viaggiare. Per cui un saluto di quasi carnevale, con tanti abbracci.