Questa settimana incontriamo quattro diverse scrittrici, lette negli scossi mesi, e tutte, devo dire, con una riuscita almeno buona se non ottima. C’è la peruviana Karina Pacheco Medrano, presa nell’ultimo viaggio in Sudamerica, con un testo pieno di riflessioni sulla condizione femminile in America Latina. C’è Alice Basso con l’ultimo episodio di Vani Sarca, con uno spaccato molto critico sulla vita editoriale italiana. C’è Bianca Pitzorno anche lei sul versante “donne oppresse”, questa volta in Sardegna. E c’è Francesca Giannone che sposta l’accento sulla lotta per l’emancipazione femminile nel Salento. Devo dire di essere moderatamente contento di questo quartetto.
Karina Pacheco Medrano “La sangre, el polvo, la nieve” Planeta euro 17
[A: 01/06/2026 – I: 25/04/2026 – T:
06/07/2026] - &&&---
[tit. or.: originale; ling. or.: spagnolo; pagine: 268; anno 2010]
Eccoci, quindi, ad un altro libro che incarna
il mio viaggiare e le sensazioni che ne riporto tornando alla realtà casalinga
e personale. Quindi, durante la lunga sosta in una città che io amo, la
capitale del mondo Inca, l’ombelico del mondo, Cusco. E nella bellissima libreria
dell’Avenida del Sol trovo un libro che mi dicono da poco pubblicato. In realtà
non è così, che il testo è del 2010, ma la scrittrice, pochi anni fa, ha deciso
di riprenderlo in mano e riscriverne dei brani.
La scrittrice in questione è Karina Pacheco
Medrano, cuscheña doc, non ancora sessantina, laureata, antropologa ed altre
benemerenze ancora (inciso: la tesi in antropologia era dedicata alla
produzione di coca nella regione). Non è un caso, dati questi trascorsi, che la
sua produzione letteraria, iniziata venti anni fa, dedichi molto spazio alla
donna ed alle problematiche femminili in una società fortemente patriarcale
come quella peruviana.
La storia è narrata in prima persona, ora che
si avvia al finale della sua vita, da Mateo Loayza, ed è principalmente
dedicata alla figura della madre, Giralda Loayza. Una donna che attraversa
molta parte del secolo scorso (nasce in effetti proprio nel 1900), con tutte le
contraddizioni che quel secolo ha portato alla società locale. Ma soprattutto,
attraverso Giralda, Karina usa Mateo per scardinare questa società.
I Loayza sono una famiglia medio alta della
società di Cusco, non sono grandi latifondisti, ma tendono ad assimilarsi alle
famiglie di potere attraverso i comportamenti pubblici e privati dei maschi
della famiglia. Mateo non usa un andamento lineare nella descrizione della
storia, preferendo andare su e giù nel tempo, al ritmo dei ricordi materni. Noi
cerchiamo di seguire un ordine.
I soprusi che i maschi Loayza portano avanti
iniziano sin dal nonno di Giralda, Julio Cesar che, per soffocare una rivolta
indigena, pensa bene di prendere una famiglia, padre, madre e due figlie,
stuprare le donne ed ucciderle tutte a mo’ di esempio. Certo siamo nell’800, ma
comunque sono immagini forti, che non lasciano indifferenti la moglie del
padrone, Alexandrina, che ne rimarrà segnata a vita.
Giralda, all’inizio è molto legata alla
figura paterna, anche perché ne prosegue il nome. Ma quando scopre Giraldo
stuprare una donna sul tavolo da pranzo, comincia a farsi domande. Giraldo vuol
dominare tutte le donne, in casa e fuori, forte del potere maschile. Ci riesce
sottomettendo la moglie Sara con le botte, e scopandosi tutte le donne che
girano per la casa.
Giralda, invece, si ribella. Vuole studiare,
riesce ad andare all’Università per fare la maestra. E quando lì incontra un
uomo buono, il mite Rafael, decide che quella sarà la sua strada. Un colpo
forte al padre che non la vuole più vedere. Un sostegno indiretto alla madre,
che, non potendo andarsene (siamo ancora negli anni Venti) quando Giralda se ne
va, trova la forza di fuggire da Giraldo con il suicidio.
Con Rafael, per Giralda inizia una nuova
vita, di speranza, di possibili cambiamenti. Intorno a loro si coagulano un
gruppo di intellettuali, dai socialisti ai comunisti, perfino qualche
anarchico, tutti tesi a lottare per una nuova società. Ma i tempi sono duri, i
colpi di stato si susseguono. Ed il gruppo viene tradito da Firmin, un nipote
di Rafael. Che viene imprigionato varie volte, ed in condizioni disastrose,
tanto che prende la tubercolosi e muore.
Giralda sposa allora l’avvocato che l’ha
aiutato nelle lotte per liberare Rafael. Unione da cui nascerà Mateo, il
narratore. Altro momento topico, durante gli anni ’40, Giralda scopre (e fa
scoprire a Mateo) il volto perverso di Firmin, anche lui intriso nel
maschilismo peruviano, che esplica da una parte facendo carriera nelle forze
dell’ordine, dall’altra prendendo come schiava personale Blanca, una donna
traviata, che a lui dovrà essere sempre sottomessa. Non sposata, che non ci si
sposa con una puttana.
Gli altri due momenti topici del romanzo sono
l’inizio della narrazione, che si colloca nel 1945, quando viene consumato l'omicidio
di quattro giovani di Cusco sulla spianata di Sacsahuaymán. I giovani sono
tutti ex assistenti di Rafael. L’esecutore della strage non può essere che
Firmin. E non è un caso che si utilizzi Sacsahuaymán come luogo eponimo. È il
centro del ricordo incaico locale. È il luogo dove il 24 giugno di ogni anno si
celebra la Festa del Sole in ricordo dell’antico impero Inca. È un luogo che il
turista non può non visitare: è stupendo (inciso: visto che la pronuncia è
assai complicata, noi guide a tempo perso suggeriamo di chiamarla “sexy woman”,
un suono simile anche se non politicamente corretto).
Il secondo punto forte è la fine del romanzo,
che si svolge durante il terribile terremoto che devasta Cusco il 21 maggio
1950. Dove finalmente Giralda, pur con tutta le sofferenze del mondo, trova il
modo di riscattare le pene della sua vita, di aiutare concretamente Blanca, di
trovare un modo di punire Firmin. Ho detto molto, che non ho trovato notizie
sulla traduzione del libro in italiano (anche se spero prima o poi…).
Karina, pur tenendo sempre sotto gli occhi
Giralda che le serve da faro per illustrare come venivano (mal)trattate le
donne, usa questo non lungo apologo per una serie di bersagli laterali, ma
altrettanto importanti. Prima di tutto, mettere in primo piano Cusco e la sua
storia recente, prima che tornasse a splendere come ricordo degli Inca. Ma
anche le politiche di quegli anni: la storia della prima riforma universitaria,
che proprio a Cusco ebbe origine nel 1909, il sorgere dell’attivismo politico e
del movimento di recupero della cultura indigena, avvenuto proprio negli anni
Venti, e, subito dopo, la descrizione delle crudeli repressioni portate avanti
verso tutti gli esponenti di sinistra da tutti i governi, sia civili che
militari.
Quello che poi risalta, in controluce, sono
tutte le dicotomie tra bene e male che ci presenta Katrina. C’è la grande casa
oppressiva della famiglia Loayza e la dimora dimessa ma confortevole di Giralda
e Rafael, lo scontro epico tra bene e male, che si sostanza nella lotta finale
tra Giralda e Firmin. Ma che attraversa tutto il testo contrapponendo bianchi e
indigeni, sfruttati e sfruttatori. Un libro non facile, non sempre di agile
lettura, ma una lettura che proviene da un mondo di cui poco conosciamo e che,
come in molte altre situazioni, dovremmo conoscere di più.
“Quizás nadie
más esté interesado en conocer esa historia. No importa. … la debo a mi mismo.” (17) [Forse nessun altro è interessato
a conoscere questa storia. Non importa … lo devo a me stesso]
Alice Basso “Un caso speciale per la
Ghostwriter” TEA euro 9,90 (in realtà, scontato a 4,45 euro)
A: 30/12/2022 – I: 12/08/2026 – T:
14/08/2026] &&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 376; anno:
2019]
Alice Basso, dal 2015 al 2019, ha scritto
cinque libri imperniati sulla simpaticissima ed intrigante figura di Silvana
Cassandra “Vani” Sarca, di professione “ghostwriter”, con interessi
investigativi mai banali. Ho letto i primi due episodi, con discreto interesse.
Anche per alcune invenzioni, di trama e di linguaggio, che mi sono sempre
sembrate gradevoli.
Purtroppo ho lasciato (lisciato?) i due
episodi successivi, trovandomi così a leggere questo quinto libro, che, sia per
la trama, sia per le successive dichiarazioni dell’autrice, dovrebbe essere
l’ultimo episodio della serie. La mancanza, tra l’altro, mentre leggevo questo
libro, mi ha fatto perdere due cose fondamentali: l’avvicinamento definitivo
tra Vani e il commissario Berganza e l’alzata di ingegno di Enrico Fuschi, il
fosco editore cerbero di Vani.
Sulla prima vicenda c’è poco d dire. Fin dal
secondo episodio avevo ipotizzato un sentimento non banale del commissario
verso Vani, che di converso sembrava non accorgersene. Penso che nei due
episodi mancanti, questa reciprocità si sia manifestata, tanto che ora i due
vivono insieme e ipotizzano un futuro in comune.
Il secondo episodio rimane misterioso, se ne
accenna a sprazzi, ma l’unico risultato, quello che dà il via a questo
episodio, è il licenziamento di Enrico da parte dei gestori della Casa
editrice, e la conseguente sparizione di Enrico stesso, con il timore, fondato
ma non realizzato, che Enrico stesso, deluso dalla vita, abbia deciso di
tirarsi fuori (dalla vita stessa).
Da qui, dalla sparizione di Enrico, comincia
il libro, che però non raggiunge mai i toni di un noir o di un thriller. Motivo
per cui, ad esempio, ho inserito la trama nell’ambito delle scritture generali
al femminile, e non, come ci si poteva aspettare, nei noir italiani. Avevo
infatti definito la serie, sin dall’inizio, come “chick noir” (unione tra i
romanzi alla Bridget Jones con quelli di Alessia Gazzola). Qui, invece, diventa solo chick, mentre decade
completamente il noir.
Certo, andiamo per pagine e pagine alla
ricerca di Enrico, cercando di capire, attraverso le arti investigative di Vani
e del suo commissario, dove possa essere finito e perché. Ma di certo non è una
ricerca noir. Per il resto, seguiamo l’evolversi delle storie dei vari
protagonisti della serie. Conosciamo meglio e più a fondo, Antonia, la mitica
segretaria di redazione, ed Olga, la stagista di buon cuore. Così come vediamo
risorgere in un ruolo defilato, ma con una sua rilevanza, Lara, la sorella
divorzianda di Vani.
Ancora meglio è l’approfondimento della
storia personale di Morgana, la sedicenne dark amica di Vani, tanto che lei la
considera il suo punto di riferimento mondiale. Morgana con le sue paure, ma
anche con i suoi spunti poetico-musicali, aiutata in toto da Ivano, il giovane
nipote del commissario. E seguiamo con ironico interesse le puntate del lunedì
con Vani, Morgana e Laura (amica di Morgana) in visita plenaria
all’ottuagenaria Irma (quella del secondo episodio), tutte impegnate ogni volta
verso l’ardimento di nuove conquiste culinarie.
Purtroppo, al fine di delineare la
personalità di Enrico, la nostra simpatica scrittrice introduce dei flashback
sulla giovinezza del nostro, facendoci conoscere così Elettra, la sua fiamma
giovanile. Entrambi pieni di ideali, entrambi con l’idea di cambiare il mondo,
tanto da essere pronti a girare l’Europa in Interrail (un mito, i ricordi
giovanili dei treni europei scontati per giovani). Ma Elettra decide per un
corso a Londra in Economia, a valle del quale farà una brillante carriera sulle
orme del padre. Mentre Enrico ne rimane scottato, invischiato tra la ribellione
e la sottomissione.
Comunque, alla fine, Vani ritrova Enrico, gli
fa prendere coscienza del suo strano rapporto con Elettra, convincendolo a
prendere una posizione decisa (vedremo se pro o contro). E tutti insieme, il
commissario, Vani, Antonia, Riccardo, Morgana, Lara nonché Enrico decideranno
di imbarcarsi in un progetto (che non vi accenno nemmeno). Un progetto che
potrebbe essere uno start per un by product di questa serie (ma che purtroppo
credo non sia negli interessi di Alice).
Vediamo comunque, al fine della saga, come il
personaggio Vani, da asociale e pronta al sarcasmo verso il mondo e le sue
brutture, si ritrovi ad essere non solo sociale, ma addirittura empatica con
una parte del mondo, quella “buona” ovvio. M seppur la scrittura rimane ai
buoni livelli, ed il giudizio rimane comunque su standard di buona leggibilità,
non sono preso d crisi di sconforto per la fine della serie. So che Alice ha
scritto altro, e che forse, in futuro se ne leggerà.
“Se c’è una cosa buona dell’invecchiare è
che ti guadagni il diritto di dire tutto quello che pensi senza che nessuno ti
chiuda il becco.” (66)
“La vita è una sola e io non voglio
sprecare la mia in puttanate qualunque.” (91)
Bianca Pitzorno “La sonnambula” Bompiani
s.p. (regalo di Maria Cristina)
A: 12/02/2026 – I: 20/08/2026 – T:
22/08/2026] &&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 408; anno:
2025]
Avevo sempre associato l’autrice ad
interessanti racconti e romanzi per ragazzi e ragazze, spesso con giusti
intenti didattici. Ora, grazie a regali natalizi, mi trovo a leggere romanzi di
grande letteratura e di buon respiro. Devo dire che, alla fine, mi aspettavo
qualcosa in più. Non che sia un brutto romanzo, ma l’ho trovato un filo troppo
esteso nella prima parte e forse troppo veloce e sintetico nella seconda.
La trama non è certo rivoluzionaria, ma,
partendo da ritagli di giornale della nonna della scrittrice, Bianca imbastisce
una fantasia simil-vera, che, nell’impianto generale, ha elementi di interesse,
dati anche i giusti agganci alla realtà del tempo. Forse alcuni personaggi non
riescono ad essere ben delineati. Vuoi per la troppa sintesi, come Corrado,
vuoi per una tipicizzazione del “maschio cattivo” come in Folco.
Di certo, la ricostruzione di un certo tipo
di Sardegna, abbastanza arroccata e distante dalle rotte più battute all’epoca,
è fatta con mano sicuro. Nell’Ottocento, Sassari aveva in un certo senso il
monopolio di un certo tipo di cultura (sede della prestigiosa Università)
mentre Cagliari, nodo politico, era ben in vista essendo la sede delle
succursali amministrative dei Savoia.
Anche il tema centrale e ricorrente
dell’emancipazione femminile, del dolersi che le ragazze non venivano mandate
alle Scuole superiori (e tanto meno alle Università), e l’analisi del machismo
imperante sono elementi forti. Come, al fine, la figura della protagonista, che
nelle sue diverse trasformazioni, ci fa vedere il volto di chi non si arrende
ad un ruolo subalterno.
Di converso, la sceneggiatura complessiva del
testo mantiene alcune criticità (alcuni passaggi sono veloci e poco spiegati).
Così come lo stile volutamente elementare, che, per chi conosce la scrittrice,
è un po’ un marchio di fabbrica. Chi non la conosce può al contrario pensare
che sia una scrittura povera.
Intanto, per chi non conoscesse il linguaggio
del tempo, con sonnambula non si indicava una persona che “compie azioni
motorie, anche complesse, mentre si trova ancora in una fase di sonno profondo”,
bensì una persona, donna in generale, che, attraverso vero o simulate cadute in
trance forniva risposte alle persone “credulone” irretite da ben congeniati
messaggi pubblicitari. Come quelli pubblicati sui giornali locali, che invitava
la popolazione, tramite il pagamento di un piccolo obolo, a porre domande alla
“sonnambula” che avrebbe avuto modo di risponderne in opportune sedute
“para-mediatiche”.
Assistiamo così alla parabola della nostra
eroina, che per la maggior parte del tempo verrà indicata con uno dei suoi
eteronimi, Ofelia Rossi. Da giovanetta, nell’Italia del Nord, aveva manifestato
doti divinatorie, a valle di cadute in trance. Non che ne avesse tratto
giovamento, che nessuno le era grato per queste “anticipazioni”. Solo il conte
in rotta di povertà sembra accorgersi di lei. E la sposa pure, ma solo perché
pensa di poter avere da lei consigli paranormali sui cavalli da prendere in
considerazione alle corse.
Ovvio che i due andranno in rotta di
collisione, con la nostra che, a valle di una serie di oltraggi maneschi del
conte, decide di fuggire, riuscendo a ritrovarsi nel nord della Sardegna. Senza
arte né parte, sfrutta la sua capacità di ascolto e di unione di informazioni
diverse, per intraprendere il mestiere di “sonnambula”. Qui c’è una delle parti
migliori, dove Bianca descrive la crasi esistente tra l’aristocrazia locale e
chi pur dotato di ingegno e proprietà d’animo, non ha “titoli”.
Comunque Ofelia a lungo riesce a
barcamenarsi, fino a che, dopo aver guarito Corrado da alcune ossessioni,
proprio di Corrado si innamora, ricambiata. Ma non aveva divorziato dal conte,
quindi tutto rimane sospeso. Fino a che, e qui vi lascio molte ombre che il
meccanismo di casualità è divertente, non ricompare il conte. Per evitare di
mettere sé stessa in pericolo, Ofelia fugge con un circo rifugiandosi in
Toscana. Non prima di aver fatto un vaticinio, che sarà la chiave di volta del
romanzo, ma che, forse per voglia di mistero, la scrittrice non chiarisce sino
in fondo (o forse lo chiarisce, ma io non l’ho capito).
A questo punto, di fronte a vari possibili
scenari, Bianca sceglie quello più vicino alle sue attività letterarie di
“gioventù”. Un finale oscuro ma tendente al “finale felice” dei film alla Frank
Capra. Dopo tante peripezie, Corrado e Ofelia si ritrovano, ed il conte avrà
una forse giusta punizione per le sue malefatte.
Il messaggio finale, e potente che riguarda
tutte le donne che devono mirare all’emancipazione ed all’autosufficienza, è
che non importo se hai i soldi ma non il nome o se hai il nome ma ti comporti
in modo indecenti. L’importante non è stare al proprio posto (come vorrebbero
gli immobilisti non solo dell’Ottocento), ma costruirsi il proprio spazio nel
mondo. Come fa Ofelia, con quella capacità che ho accennato: la capacità di
ascoltare. Perché tutti sentono, ma pochi ascoltano.
Un solo piccolo errore macchia la fluidità
dei sogni della sonnambula. A pagina 141, a fronte di un sogno ed un discorso,
Ofelia dice una frase che, all’epoca, era forse familiare, mentre ora anche
noi, pur al di fuori dei confini napoletani, ne conosciamo l’etimo ed il
significato. Ofelia, riferendosi alla Smorfia, dice “47, morto che parla”.
Mentre tutti sappiamo che 47 è “o muorto”, mentre quello che parla è il 48.
Francesca Giannone “Gli anni in bianco e
nero” Nord s.p. (regalo di Alessandra)
A: 14/06/2026 – I: 24/08/2026 – T:
27/08/2026] &&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 412; anno:
2025]
Dopo il successo chiaro del suo primo libro,
e dopo una seconda uscita che, pur in minore, conferma la sua buona penna, ecco
che siamo al terzo lavoro di Francesca Giannone. Un libro ancora ambientato nel
suo Salento ed ancora, e sempre, direi, dalla parte delle donne. Anche se
alcune posizioni ed alcuni sviluppi delle storie sono un po’ troppo scontati.
Infatti, seppur riesce a darci un quadro
dell’ambientazione locale nella seconda metà degli anni Sessanta, molti dei
personaggi risultano troppo “tipici”. Gli uomini in genere autoritari e
sciupafemmine, le donne sottomesse con rabbia, gli studenti velleitariamente
coinvolti in occupazioni e manifestazioni. Insomma, tutta una serie di figure
un po’ troppo statiche, tanto che gli sviluppi della storia risultano, in gran
parte, prevedibili.
Anche qui, come negli altri suoi libri,
benché ci sia una coralità nei personaggi, è l’io narrante che ci porta a
spasso per quattro cinque anni, in una cittadina non distante da Lecce, dove
vive la famiglia Elia. Composta dai genitori e da quattro figlie femmine. Il
padre, messo comunale, è il tipo maschio autoritario del sud di quegli anni (e
non solo). Non fa nulla in casa, ma tutti devono stare ai suoi ordini. Decide
chi deve vedere ogni membro della famiglia, chi deve stare in casa e chi deve
uscire. E soprattutto, chi, maschio, si può incontrare con le sue figlie. Come
dice un personaggio, è un fascista democristiano.
La madre, sarta, lo subisce in ricordo della
loro felice gioventù prima della guerra. Ora, sta ai suoi comandi, magari
masticando amaro, ma senza riuscire o osare una ribellione, pur minima. In
questo, ha un aiuto di lontano dalla zia Emilia, sorella del marito, che,
zitella (come si dice in paese) si prende cura delle figlie di lei quando si
mettono in urti con il padre padrone.
Le quattro figlie, poi, sono anch’esse un
eponimo delle ragazze del tempo. La più grande, Maria, per uscire di casa sposa
il bravo Michele, con tanto affetto ma senza amore. Non solo, pur con tutta la
buona volontà, non riesce a rimanere incinta e non riesce a rendersi piacevoli
i momenti di sesso. Sarta anche lei, per stare al passo del mercato, decide con
la sorella, di aprire un atelier a Lecce, che avrà successo. Ed a Lecce
conoscerà la passione, per un bell’uomo di poco nerbo, che, quando lei rimane
incinta, si defila. E lei decide di tenere Angela e di non dire nulla al
marito. Come vedete, già in queste poche righe c’è tutta l’essenza del tempo.
Essenza che viene rafforzata da Giuseppina,
la seconda, da sempre al passo coi tempi grazie alla musica (e volendo, c’è una
colonna sonora delle canzoni italiane degli anni Sessanta da tenere da conto,
che si comincia da Mina e si finisce a Luigi Tenco). Si innamora di un
comunista, e per sfuggire alle ire del padre, fugge di casa e va a vivere nel
peccato a Lecce. Sarà recuperata da Maria attraverso la moda, ed avrà storie di
prendi e lascia con Luigi, anche se, alla fine, sarà forse più prendi che altro.
La terza, Ada, da subito vuole andare via,
così che si impiega in un tabacchificio e va a vivere con la zia Emilia.
Perché, e lo capiamo da subito, è innamorata ricambiata da Sara. Ada è anche la
più politica e la più fragile. È lei che vorrebbe una solidarietà femminile che
forse si trova, ma la sua storia con Sara, che non riesce ad esternare, la
rende vulnerabile. Tanto che, quando il padre lo scopre, il fascista non trova
di meglio che rinchiuderla in un ospedale psichiatrico per farle somministrare
massicce dosi di elettroshock.
E poi c’è l’io narrante, Domenica detta Mimì.
Quella innamorata del cinema (il bianco e nero del titolo), quella che andava
di nascosto al cinema per vedere i film nel gabbiotto del proiezionista. Quella
che cresce, si innamora, soffre, per sé e per la famiglia, capisce la
differenza tra amore ed annullamento del sé nell’uomo. Ma soprattutto quella
che, con un Super8 in mano, film di tutto, con la sua idea che “i dettagli
fanno la differenza” (parafrasi di una frase attribuita a Leonardo da Vinci: “I
dettagli fanno la perfezione e la perfezione non è un dettaglio”).
Mimì è l’occhio critico della famiglia, ne
vede i guasti e le potenzialità, capisce il dramma di Maria per l’amore, la
rivolta di Giuseppina, la crisi che fa chiudere in sé Ada. Ma lei, da subito,
insegue il suo sogno: fare la regista. E non ci meravigliamo che vinca una
borsa di studio per entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia (CSC).
Quello che importa, alla scrittrice, è per bocca di Mimì, affrontare le
tematiche del tempo, tutte quelle che tarpavano le ali alle donne. La mancata
accettazione del lavoro femminile autonomo, l’adulterio punito solo alle donne,
il matrimonio riparatore, e poi il divorzio, l’aborto. Per finire, ai giorni
nostri, con quella lunga scia di femminicidi che non si riesce a fermare.
Non tutto finirà bene nella storia della
famiglia Elia, anche se, forse, ci sarà una maggiore propensione verso un
futuro più felice dello scuro presente della scrittura. Ed è un indubbio merito
del libro, tirar fuori, pur se a volte in maniera semplice, questi temi, e
quelle referenze che sono importanti per tutti (primo fra tutti, “Il secondo
sesso” di Simone de Beauvoir).
Un ultimo accenno dedicato al mio cugino
regista ed al compianto cugino cinefilo. Dal CSC, fondato nel ’35, sono usciti
una sfilza di registi italiani imperdibili: Michelangelo Antonioni, Giuseppe De
Santis, Luigi Zampa, Pietro Germi, Stefano Vanzina Nanni Loy, Francesco
Maselli, Antonello Falqui, Liliana Cavani, Paolo Virzì, per citarne alcuni. Poi
ci furono allievi che iniziarono da registi e seguirono altre strade: Dino De
Laurentiis, che si spostò sul lato produzione, Pietro Ingrao, che si dedicò
alla politica e Gabriel Garcia Marquez (sì, anche lui) che passò alla
letteratura. E poi c’è il caso che mi rimane più caro alla mente. Il docente
Andrea Camilleri prese ad un certo punto un suo studente del corso di
recitazione e lo convinse di passare alla regia. Lo studente era Marco
Bellocchio.
Con questi pensieri da film (e ci sono passi
dedicati al cinema che sono interessanti nel romanzo) vi lascio, con la
certezza che, pur con un profilo discreto ma non scoppiettante, Francesca
Giannone ha prodotto opere di sicura leggibilità e gradevolezza.
Da quattro scritture femminili a quattro
pensieri maschili. Cominciando con “L’ultima
riga delle favole” di Massimo Gramellini:
“I
se sono la patente dei falliti. Nella vita si diventa grandi nonostante.” (53)
“L’amore
è una meta che si raggiunge in due, a condizione di aver trovato la strada da
soli.” (106)
“Ho
passato la vita a desiderare che fosse la persona giusta. Il guaio è che una
persona non diventa giusta solo perché tu lo desideri.” (194) [quindi meglio
cambiare presto].
Poi
passiamo a “La vita che volevo” dello psicologo ligure Lorenzo Licalzi
“Di
fatto ogni piccola decisione che prendiamo cambia la storia del mondo, e
comunque il punto è sempre quello: quando ti va di sfiga lo sai, invece quando
ti va di culo, no!” (80)
“La
vita che vuoi non la determina quello che fai ma quello che sei.” (184)
Passiamo
quindi al professor Alessandro
Banda ed al suo viaggio sudtirolese
in “Due mondi e io vengo
dall’altro”
“Strano come s’imprimano nella memoria certi
dettagli apparentemente irrilevanti. E come poi vi permangano per anni.” (34)
“[ad un certo punto discetta di un suo amico
chiamandolo amico del giaguaro, per poi, dopo quindici pagine, ricordarci
l’origine del termine, ripreso da un vecchio sketch di un film di Walter Chiari
del ’59:] un tizio racconta da un suo amico che ha intenzione di andare a
caccia del giaguaro in Brasile; e con cosa lo vai a cacciare? Gli chiede
l’amico. Ma con il fucile! E se il fucile non funziona? Ce ne ho un altro di
riserva. E se non funziona nemmeno quello? Ho una pistola. E se s’inceppa? Ho
qua un pugnale. E se non lo trovi? Se tu un po’, ma tu, dico, tu, sei amico mio
o amico del giaguaro?” (95)
Finendo
con il romanissimo Tommaso
Giartosio che ne “L’O di Roma” ci fa fare un viaggio nella capitale ed intorno a noi stessi:
“Identificandoci con le nostre difficoltà
potevamo renderle nostre alleate. Non bisogna opporre resistenza né fuggire dal
problema, ma entrare in esso, far parte di esso, usarlo come elemento di
liberazione.” (90)
“Mi viene da pensare, come Pinocchio: questo
paese non è fatto per me! Io non sono nato per lavorare!” (172)
“Mi fa pensare a qualcosa di Wenders … ‘Nel
corso del tempo’, storia di un viaggio e basta.” (197)
“Il
desiderio di scrivere, penso, nasce dal gusto infantile di contare fino a
mille, trattenere il respiro, bilanciarsi sulla ringhiera, scendere in cantina
al buio, e fare altre cose difficoltose o faticose o pericolose o paurose ma
soprattutto inutili.” (222)
“È vivo [solo] ciò che lentamente muore.”
(240)
“Sono sconvolto. Come quando vedi di essere
invecchiato. Lo sapevi, no? Come il nonno di Paul Auster che in ospedale si
guarda le mani rugose: - Che strano che questo sia capitato a un bambino.”
(266)
E come detto già, passiamo il resto di questo inverno a ripensare, programmare, riposare, visitare, e tutto quanto fa sì che si possa andare, ancora, avanti. Sapendo che possiamo sempre trovare momenti felici in ciascun momento della nostra vita. Per questo ed altro, abbraccio i miei amici lettori e viaggiatori.