domenica 11 ottobre 2026

Musi gialli - 11 ottobre 2026

Uso una “invettiva” datata con un doppio scopo: segnalare a voi tutti il mio tranquillo ritorno dall’ultimo viaggio giapponese ed indicare il ritorno a trame di contenuto più o meno poliziottesco. Dove, a livello di scrittori, abbiamo due penne ben note: Walter Veltroni, con il primo episodio dedicato al suo commissario di Villa Borghese (ben riuscito) e Maurizio de Giovanni, dove si conclude la saga dell’orologiaio, devo dire decisamente poco riuscita. E poi due penne coccolate all’ombra delle “scritture” mondadoriane: il ben riuscito Marco Scarlatti, con una fiction dedicata all’investigatore Franz Kafka, ed una onesta prova di Daniele Pisani, dove invece l’investigatore è Giacomo Casanova.

Walter Veltroni “Assassinio a Villa Borghese” Marsilio s.p. (Regalo di Alessandra)

A: 14/06/2026 – I: 20/06/2026 – T: 21/06/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 203; anno: 2019]

Ho sempre avuto un rapporto strano con Walter Veltroni. Non mi era dispiaciuto come sindaco di Roma, ma non mi aveva mai convinto come segretario di partito. Anche sulla spinta di mio padre che lo bollava come “americano”, per la sua mania o meglio passione per il cinema.

Quindi non avevo preso in grande considerazione, appena prima del Covid, l’uscita del primo di una serie di libri gialli a suo nome. Solo dopo averne visto la riduzione televisiva ho pensato che forse meritasse una chance, anche perché ero rimasto abbastanza colpito dalla buona interpretazione dei personaggi principali di Giorgio Marchesi e Serena Iansiti.

Approfittando quindi anche del regalo di compleanno, ho pensato di leggere questo primo episodio. Con risultati alterni. Innanzi tutto, notando una notevole discrepanza tra libri e serie tv. In particolare, almeno in questo primo episodio, il personaggio di Serena non compare, e dispiace, perché è uno dei meglio riusciti (fors’anche perché mi sta simpatica l’attrice). Inoltre, e questo porta alcuni punti in meno, il commissario è troppo ancora legato alla storia con la moglie (che l’ha lasciato per una donna), e questo, nel libro, è un continuo e poco interessante piagnisteo di ricordi e rimpianti.

L’altro punto purtroppo negativo è la composizione stessa degli addetti al commissariato di Villa Borghese. Ci sono la bella Ginevra Robotti, c’è il problematico ma simpatico Daniele Cecconi. C’è quello dei problemi familiari (Pierluigi Portanova) e c’è il narcolettico (Gozzi). Nella serie tv invece mancano sia i gemelli Morrone sia il vice Anselmi, che in effetti alla fine del primo episodio andrà in pensione.

La storia in sé, pur foriera dei possibili futuri sviluppi, è un poco “involuta” ed a tratti di difficile lettura. Cioè una lettura stanca che non fluisce come dovrebbe verso punti salienti del romanzo stesso. Così che il giallo sotteso non si sviluppa in maniera coerente e conseguente. Tant’è che, alla fine, il bandolo della matassa viene risolto dal commissario con un colpo di genio che però non è giustificato da nulla prima e giustifica poco il poi.

A parte che, nel titolo, si sarebbe dovuto inserire un gigantesco plurale. Prima viene trovato un cadavere di bambino (circa tre anni) smembrato e con una lettera che fa riferimento all’uccisione del grande ribelle peruviano Tupac Amaru II, smembrato dagli spagnoli nella Plaza des Armas di Cuzco il 18 maggio 1781. Poi si trova una testa, all’interno del Globe Theatre di Proietti. Quindi in una delle ville del parco, una volta hotel rinomato, si trovano altri due cadaveri, orrendamente sfigurati.

Tutti questi morti servono a dare il benvenuto al commissario Buonvino, reduce da una feroce riduzione nel limbo degli sfigati per una retata toppa contro un mafioso calabrese, dove confuse un ricevimento da tenersi in via Fratelli Bandiera con uno che si teneva in via Fratelli Cairoli. Dopo anni di purgatorio (che oltre alla depressione lo hanno portato a farsi lasciare dalla moglie come abbiamo detto sopra), viene rimesso in campo che il sindaco vuole dar lustro alla città rimettendo sotto le luci della ribalta un commissariato che potrebbe essere fonte di ritorni di immagine per Roma: quello di Villa Borghese, con il parco, i musei, nonché (e questo è un punto d’onore per Veltroni) con la Casina delle Rose, diventato centro di attrazione cinematografica. Inciso: è lì che facemmo la commemorazione laica del mio grande cugino Zap.

Quindi, fatta salva la giusta dose di citazioni cinematografiche, cosa che non ci sorprende in Veltroni, il resto è altalenante. La descrizione delle persone e dei comportamenti degli agenti del commissariato è di bon livello per Ginevra e Daniele. Meno per gli altri, in particolare Portanova, di cui preferiamo i comportamenti televisivi (e non vi dico certo la differenza). Come anche i gemelli Morrone, che non entrano mai nel vivo delle simpatie, tra l’altro con una serie di citazione da vecchio e nuovo testamento che ne fanno personaggi assai pesanti.

La cosa migliore che inventa Veltroni è il possibile uso dell’optografia per risolvere il caso. Per chi non ne fosse aduso, l’optografia è il processo di formazione dell’immagine sulla retina dell’occhio. Presunti studi scientifici vorrebbero che potrebbe rimanere impressa sulla retina l’ultima immagine percepita all’occhio umano prima della morte. È ovviamente una fanfaluca, ma Buonvino ne approfitta per tendere un tranello a chi si è macchiato dei crimini.

Alla fine si risolve abbastanza, ma, contrariamente alle regole auree di S. S. Van Dine, non si spiegano tutti i misteri sollevati, né si fa luce su tutti i come ed i perché. Inoltre, il lettore non possiede tutti gli elementi per decifrare il mistero e questo è un altro punto negativo.

In positivo, pensando anche che forse se ne leggerà ancora, ci sono i film, c’è Villa Borghese e tutte le sue strutture, che, tra le altre cose, mi riportano agli anni del liceo, vissuti non distante da lì, in quel di via Sicilia.

Ma questa è un’altra storia, e se ne parlerà altrove.

“Il futuro è passato. E non ce ne siamo nemmeno accorti.” (154) [dove Buonvino riprende una citazione dal grande film di Ettore Scola “C’eravamo tanto amati”, mentre mangia un picchiapò nel locale che nel film era ribattezzato “Il re della mezza porzione”]

Marco Scarlatti “Il sottosuolo di Praga” Mondadori euro 7,90

[A: 09/07/2026 – I: 01/08/2026 – T: 02/08/2026] &&&---     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 234; anno: 2026]

Marco Marino, cinquantenne o poco più romano, dopo aver cominciato con il suo nome, tre o quattro anni fa (credo, o forse più) ha cominciato a scrivere con lo pseudonimo di Marco Scarlatti. Pseudonimo fortunato perché nel 2023 vince il 50° Premio Gran Giallo Città di Cattolica e quest’anno si aggiudica il primo premio nel mondadoriano Premio Tedeschi 2026. Motivo quindi per leggerne abbastanza in fretta, anche perché, pur nella sua semplicità, ha qualcosa di contorto che non deve essere lasciato al tempo (che poi me ne scordo).

Prima di tutto, e non è difficile capirlo, visto che siamo a Praga, si parla e si agisce in nome di Franz Kafka. Che è un autore che mi attira e mi respinge. Ha delle idee nello scrivere che ritengo dei fari che illuminano il cielo del mondo: la burocrazia, la solitudine dell’uomo e tutto quanto legato a “il processo” o “Il castello”. Non ho mai amato, invece, i racconti. E, dirò un’eresia, non sono mi entrato in sintonia con “La metamorfosi”.

L’azione qui si svolge nel 1913, e ci sono molti letterati e giornalisti che si aggirano per Praga con Kafka. Il suo fraterno amico, Max Brod, parla a lungo del racconto dello scarafaggio, ritenendolo, probabilmente a ragione, un must. Anche se poi, a quanto pare, il racconto stesso uscirà solo nel 1915. Ed è anche l’anno prima della scrittura di “Nella colonia penale”, dove compare un marchingegno che il nostro Marco sembra riprendere in questo testo.

Quindi, per iniziare, un testo che rivela una buona conoscenza di Kafka e del mondo letterario germanico dei primi venti anni del secolo, mentre ha poca presa la parte gialla che da un lato è forse troppo scontata, dall’altro, per evitare la banalità, cerca di complicarsi con passaggi forse un po’ forzati.

Non so se sia vero o meno, secondo Scarlatti, il buon Franz aveva una passione personale per gli scritti di Conan Doyle, e quindi, quando nella sua Praga cominciano presentarsi momenti omicidiari, seppur non direttamente (almeno all’inizio) Kafka comincia a ragionarci sopra.

La strana sequenza delle morti e dei “fatti strani” comincia con la consegna di un maiale con dentro il corpicino di un bimbo morto, consegna effettuato ad uno dei più ricchi ebrei della capitale. Poco dopo, in ordine, vengono trovati morti e smembrati prima un praghese della fascia molto povera, poi due imprenditori tedeschi. Fatto sta che dopo il 25% del testo ci sono già quattro morti. Il tutto poi collegato con una presenza ingombrante: un essere dalle grosse fattezze si aggira per Praga.

Facciamo un passo di lato, che tutti questi avvenimenti vengono seguiti e commentati dalla combriccola dei gaudenti serali che si incontrano nei vari locali notturni. Ci sono dei giornalisti, a volte molto o troppo informati sugli avvenimenti. Ci sono Max Brod e Franz Kafka, ma anche Jaroslav Hašek (quello del “Buon soldato Sc'vèik”) e Gustav Meyrink (autore de “Il Golem”, romanzo che esce proprio nei tempi di queste avventure). Proprio sul Golem, figura che protegge o attacca gli ebrei (secondo le varie interpretazioni), si appuntano i sospetti degli omicidi.

Per mettere ancora più confusione sotto il cielo, dato che Max Brod è un convinto sionista, Scarlatti introduce una diversa corrente, presente nell’ebraismo seppur molto nascosta: i diasporisti, che rifiutavano la creazione di uno Stato, ma puntavano a tutelare ed aumentare le comunità ebraiche ovunque nel mondo.

Nei vari passaggi, tra un pub e l’altro, Kafka scopre che il ricco ebreo aveva litigato con i due tedeschi per l’introduzione di un macchinario nelle fabbriche ebree. Lui era contrario, ed i tedeschi sapevano che senza di lui, la porta era chiusa. Qualcuno decide di fare quel macro-scherzo al ricco ebreo, usando un bambino malformato morto dopo poco. Bambino interno ad una comunità di storpi, protetta dalla moglie dell’ebreo, e figlio di una gigantessa alta due metri.

Ci sono tutti gli elementi per una discussione sull’ebraismo, sul sionismo, sul Golem, sulla diaspora, sulla vita a Praga, sul ruolo degli intellettuali, su come si pone Kafka verso le donne (non sapevo, ma pare fosse molto attratto dalle donne, anche se poi il suo amore era verso l’amata Felicia prima della guerra e l’amata Milena dopo la guerra e fino alla morte).

Scarlatti ben scrive sulla parte non gialla, mentre il mistero, dopo la gran massa di morti nelle prime pagine, galleggia senza prendere mai quota, per essere risolto in modo che il lettore non ne viene minimamente coinvolto (grande errore).

Due ultimi appunti: la famiglia piena di mostri derivati da incesti ed altro di cognome fa Epstein! Poi, in un momento di relax, uno scrittore fa l’affermazione sotto riportata. Ora, per quanto forse le abitudini siano cambiate, a me, le noccioline con il caffè, a Roma, mi suonano un po’ strane. E dire che frequento moltissimi bar, ma anche quelli che l’IA cita come nocciolinari, mi risultano privi di tale delizia. L’IA cita Sciascia Caffè 1919 (Zona Prati), noto per la goccia di cioccolato, Sant'Eustachio Caffè (Pantheon), con il suo “Gran Caffè”, e Antica Caffetteria (Piazza di Pietra), con il suo caffè “napoletano”. Io, di noccioline, ne vedo poche.

“Caffè e noccioline. Un’usanza che ho appreso anni fa a Roma.” (126)

Maurizio De Giovanni “Il tempo dell’orologiaio” Feltrinelli s.p. (prestito della sig.ra Laura)

A: 29/07/2026 – I: 06/08/2026 – T: 07/08/2026] & +

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 239; anno: 2026]

Approfittando ancora una volta della biblioteca ausiliaria della sig.ra Laura, leggo abbastanza velocemente anche il secondo episodio, forse finale, della saga degli orologi. Una dilogia che speriamo rimanga tale, laddove il primo episodio mi aveva convinto poco e questo finale anche un po’ di meno.

Tra l’altro, il primo episodio (che ricordo era “L’orologiaio di Brest”) scorreva abbastanza, rimanendo però sospeso in un finale che non era finito. Mi ricordava un po’ come il secondo e terzo libro della trilogia di Larsson, che alla fine sembravano un libro unico troppo oneroso da unire e venne diviso in due. Qui, il finale del primo era talmente sospeso che solo dopo aver letto questa seconda parte tutto alla fine ha un suo senso. Poco entusiasmante, ma ce l’ha.

Per quanto riguarda la trama in sé, riprendiamo la ricerca di Carlo, ex-terrorista in rifugio francese, e di suo figlio Andrea per ritrovare e salvare la bella Vera, quella che aveva messo in moto tutto il motore per rispondere ad una sua domanda: chi ha ucciso il giovane magistrato tanti anni prima insieme al suo autista, nonché padre di Vera?

Tutto quel meccanismo si chiarisce presto, almeno nelle sue componenti esecutive. La bomba l’ha preparata Carlo, sotto ricatto di qualcuno che l’ha posto di fronte al dilemma: o bomba e salvezza per moglie e figlio o tutti in galera. Carlo sceglie la prima soluzione, e fugge, seguendo il suo pentimento interiore per tutta la vita. Qui dobbiamo arrivare a capire perché si voleva colpire il magistrato e in che modo si riesce ad incastrare Carlo.

La ricerca di Carlo lo porta a ritrovarsi con tutti i componenti del nucleo “rivoluzionario” (metto a ragion veduta le virgolette, perché la Rivoluzione degli Anni Settanta fu tutt’altro), cercando di capire chi lo aveva venduto alle forze reazionarie. Perché Carlo venne ricattato avendo in mano tutta la documentazione degli interventi terroristici da lui effettuati. Non entro nel merito di queste discussioni con gli ex-compagni, che vorrebbero essere catartiche e portare alla luce i vari aspetti di un periodo che fu intenso ma non fu, mai, rivoluzionario.

Una volta capito chi tradì Carlo, si deve capire perché. E soprattutto dove e come riuscire a liberare Vera, rapita affinché qualche testa al comando possa subire un ricatto. Ovvio che le teste che hanno organizzato venti e più anni di depistaggio saranno sempre più forti e più organizzati di qualche killer, di certo bravo, ma in fondo isolato.

Tutto alla fine si collegherà con la scomparsa di una ragazza, fatta sparire perché metteva in pericolo degli equilibri, che ora vediamo espressi, che fin dall’inizio ne supponevamo l’esistenza, e che sembrano un motore troppo fragile per tutto quanto avvenuto. La scomparsa della ragazza mette in allerta la madre, che coinvolge e convince il magistrato. E quando questo si avvicina troppo alla verità, arriva il momento di tirarlo fuori.

Così si trova il modo di unire capra e cavoli, peccato che appunto ci vada di mezzo il povero autista, la cui memoria sprona la figlia a smuovere tutto il castello di carte che ci porta qui. Ovvio che alla fine Vera verrà salvata, i cattivi saranno puniti, se non dalla giustizia ordinaria, ma da qualche altro ordine di giustizia. E la famiglia Malavasi si riunirà non dico contenta ma internamente quasi pacificata.

Il tutto, inserendo nella trama l’unico elemento divertente e motivante, Martina, la figlia di Andrea, che porta verve e idee nuove per arrivare a decifrare alcuni elementi oscuri della trama.

Per passare al contenuto sotteso, dispiace che l’autore cerchi di affrontare, in termini noir, un momento non banale della storia italiana. I discorsi di Carlo con gli ex terroristi sembrano dover adombrare un’analisi di quel periodo, ma ne esce fuori una sfilza di stereotipi poco convincenti. La terrorista dura, pura e non pentita. Il terrorista di buona famiglia, riciclatosi in presentatore televisivo di grido. Il terrorista povero, che povero rimane, e continua ad inveire con la sorte “ria e mi comprensiva”.

E poi i cattivi, anch’essi troppo identificati con macchiette che qualcuno muove nell’ombra. I servizi segreti, il Vaticano, i poteri politici. Quante inutili banalità. Non c’era bisogno di un libro giallo per mescolarli, né c’era bisogna di un libro tout court per ripetere ovvietà senza prove.

Si dice che il compito dello scrittore è poter dire: io lo so m non ho le prove, e ve ne parlo. Ma, permettetemi di dire, leggete il libro di Sorj Chalandon e poi ne riparliamo.

Peccato, Maurizio, potevi fare di meglio.

Daniele Pisani “L’ombra delle due colonne” Mondadori euro 7,50

[A: 14/07/2025 – I: 27/08/2026 – T: 28/08/2026] &&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 252; anno: 2025]

Daniele Pisani, pur essendo relativamente giovane (poco sopra i quaranta) ha già alle spalle una discreta carriera di scrittore, sia nell’ambito “crime” sia in alcune riuscite narrazioni storiche, che guarda caso girano intorno alla figura di Casanova. Per cui non sorprende se lo scorso anno, pur classificato ad ex-aequo, si sia aggiudicato il Premio Tedeschi di Narrativa Gialla, con un romanzo che unisce i suoi due interessi maggiori.

Non solo, ma il caso vuole che abbia vinto il premio proprio nel trecentesimo anniversario della nascita del grande veneziano. Devo anche dire che il testo, pur con delle connotazioni noir, si fa apprezzare di più nella parte storiografica, in cui si ricostruisce, e viene resa con vivezza, la Venezia di metà del Settecento. E si entra a piè pari in una possibile modalità di vita del grande Giacomo, che, negli anni centrali del testo, vive a Venezia, dopo alcune parentesi parigine, e prima che nel 1755 venga arrestato, condotto ai Piombi, da dove riesce a fuggire nella notte tra il 31 ottobre ed il primo di novembre del 1756..

Ma questa è in effetti un’altra storia. Quella che Pisani ci presenta inizia due anni prima della fuga dalla prigione. Nella biografia da lui scritta (“Storia della mia vita” che io posseggo in una vecchissima edizione avuta in dona dalla mia amata prozia Lisa), Casanova non si dilunga molto su gli anni ’50 del secolo, pur non potendo negare di vivere a Venezia, protetto dal patrizio veneto Matteo Bragadin. Proprio per questo, Pisani non è lontano dal vero immaginando il nostro al servizio delle forze dell’ordine locali, data la sua vasta rete di conoscenze.

Come, ne accenno ma non per darne importanza, si menzionano le imprese amorose del nostro che (fatto reale) era molto legato ad una suora per forza, indicata con M. M., ma che sembrerebbe essere tal Maria Morosini. Detto anche che nei suoi giochi erotici coinvolge una simpatica francese, e forse, più avanti, poco dopo la fine del romanzo, non ci meraviglierebbe che coinvolgesse anche la domestica Mimì.

Comunque, in quei giorni cominciano ad esserci strane morti, cominciando con una ragazza, per poi proseguire con altre, tutte strangolate, immerse in una qualche situazioni legata agli elementi delle sostanze viventi. Ed a tutte, asportato l’utero. In realtà, la seconda no, che non aveva utero essendo un trans.

Legato come è, attraverso messer Bragadin, alle fila del  governo cittadino, Casanova viene anche coinvolto che una delle morte è una signora aristocratica. Che serve anche ad indirizzare la mente dello sprovveduto lettore in un labirinto di sospetti. Anche perché, per una serie di motivi che tralascio, Casanova entra in urto con quello che ora si chiamerebbe PM, e che all’epoca era indicato come l’Avogadore di Venezia (da “avvocatura di stato”). Tanto che questi, trovata una falla nelle azioni note, pensa subito di incriminare il valletto di Casanova.

Qui, Pisani ci mostra la sua bravura nei rimandi, che narrando di Le Duc, il valletto, adombra quello che sarà il filo delle azioni contro Casanova l’anno seguente. Imprigionato, senza che gli venisse comunicato il motivo. Perché questa, all’epoca, era la legge. Non entro nel merito, ma una considerazione in proposito ci fa riflettere su molte malefatte, di allora, di ora, di sempre.

Per non farci mancare nulla, Pisani introduce anche l’ambiente dell’esoterismo e della massoneria, altri elementi ben presenti all’epoca. Con una figura di spicco nella marchesa di Manteuffel, esimia seguace di tali dottrine, ed in particolare di quanto (sembra) possa averle detto uno dei grandi impostori dell’epoca, il conte di Saint Germain (personaggio reale). Inciso: in questa fase entra in gioco, come presenza anche un altro personaggio reale citato, il poeta erotico (o forse meglio indicabile come licenzioso) Giorgio Boffo.

Casanova, con facilità, riesce a sventare gli attacchi al suo valletto. Mentre impiegherà più tempo, e solo capendo come le morti si possano collegare tra loro dopo che dopo morte, una viene annegata, una bruciata, una sotterrata. Capisce come unire i puntini, e si cercherà in un delitto che contempli una vicinanza con l’aria, il modo per fermare la catena delle morti.

Ripeto, molto gustosa la ricostruzione dell’ambiente veneziano dell’epoca. Meno, o quasi nulla, l’attrazione verso la trama “noir”, facilmente interpretabile. Con quell’accenno dato nel titolo,  delle due colonne, intese come le colonne di San Marco che venivano usate per giustiziare i condannati. Che per tutto il romanzo incombono, ma che non diventano mai un motivo reale della narrazione.

Ringraziamo quindi Pisani per averci fatto ripensare a Casanova (ed anche per averci costretto a riprendere in mano vecchi libri), mentre penso che sia meglio approfondire in altro modo una possibile scrittura poliziesca del nostro.

“Scriverò finché ne avrò la forza, anche quando a sostenermi sarà soltanto un ultimissimo palpito di vita. Scrivere, l’importante è scrivere alla mia età, non parlare.” (189)

Essendo la prima trama d’ottobre narriamo dei libri letti in luglio. Un numero decisamente alto di letture, con due punte assolute: i due memori-pastiche di Sorj Chalandon e di Emmanuel Carrère. Mentre devo anche segnalare un brutto libro di Isabel Allende, ed un giallo poco leggibile di Armando D’amaro.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Franca Oliva

Morte di Odisseo

Mondadori

7,90

1,5

2

Isabel Allende

Donne dell’anima mia

Repubblica

9,90

1

3

John Grisham

Il re dei torti

Mondolibri

s.p.

1,5

4

Cristina Rava

Come i tulipani gialli

Corriere Gazzetta II

7,99

3,5

5

Giulia Fiore Coltellacci

Romanticamente

Newton Compton

s.p.

3

6

Laura Veroni

I delitti di Varese

Corriere Gazzetta

7,99

2,5

7

Valerio Varesi

Reo confesso

Repubblica

8,90

2.5

8

Dan Simmons

La caduta di Hyperion

Mondadori

6,99

1.5

9

Alessandra Carnevali

Uno strano caso per il commissario Calligaris

Corriere Oggi

8,90

2,5

10

Daniele Bresciani

Testimone la notte

Repubblica Essenza Noir

8,90

3,5

11

Sorj Chalandon

Il libro di Kells

Guanda

s.p.

4

12

Armando D’Amaro

La farfalla dalle ali rosse

Corriere Gazzetta II

7,99

1

13

Han Kang

Atti umani

Repubblica Voci d’Oriente

9,90

3,5

14

Antonio Caron

L’anziano ficcanaso

Corriere Gazzetta II

7,99

2

15

Tew Bunnag

Cortina Di Pioggia

Repubblica Voci d’Oriente

9,90

3,5

16

Antonio Manzini

Gli ultimi giorni di quiete

Repubblica Intenso Noir

9,90

2

17

Lenz Koppelstätter

Omicidio sul ghiacciaio

TEA

s.p.

3

18

Emmanuel Carrère

Kolchoz

Adelphi

s.p.

4

 

Mi piace, questa settimana, rimane nel solco giallo ed italiano con alcune perle di autori di cui ho letto molto ed in un caso, tutto.

Cominciamo con il “Chiodo fisso” di Emilio Martini

“Non aveva l’età per le pene d’amore. … Si ritrovava … senza sapere che fare di se stesso. Ora anche con la sensazione di aver trovato la persona giusta, peccato che non fosse la situazione giusta.” (12)

“Aveva ragione sua madre: quando uno nasce lamentoso … continua così anche se vince al totocalcio.” (89)

Proseguiamo con il poco noto, seppur interessante Paolo Foschi ed il suo “Delitto alle Olimpiadi” che sottolinea la fine del mio avvenire di interprete delle carte topografiche:

“Il [suo]dono naturale era il senso dell’orientamento. Poi qualche stronzo aveva inventato i navigatori satellitari. E il suo dono si era svalutato in un giorno del cento percento.” (101)

C’è poi l’ottima Grazia Verasani che in “Cosa sai della notte” fa una prima affermazione che sottolineo in pieno ed una fotografia del dramma degli attori:

“Sono stanca di gente che finge.” (91)

“Un’attrice straordinaria… Ma poi è caduta come altri nell’equivoco di scambiare l’ammirazione per una forma d’amore … Pensi che dare l’anima basti a farti sentire felice, ma dopo gli applausi la gente torna alla sua vita e tu cominci a chiederti dov’è la tua.” (129)

Infine, la mia omnilettura di Marco Malvaldi non poteva mancare “Milioni di milioni” con una riflessione sull’identità dell’altro:

“La gente sono persone … Smetta di dire ‘la gente’. Dica ‘le persone’. Può sembrare una questione dialettica, ma non lo è. … La gente è stupida, le persone ragionano. La gente è indifferente, le persone ti aiutano. Oppure ti affogano, ma comunque interagiscono. Finché uno riesce a pensare agli altri come persone, a vederle come persone, riesce a non rimanere indifferente.” (139)

Come detto si è tornati, stanchi ma sempre contenti di rivedere posti cari. Ora ci sarà bisogno di un buon periodo di riposo, perché il corpo ha anche i suoi ritmi, e non possiamo abusarne. Ci sarà il tempo di fare anche altro, per ora vi abbraccio.