Un confronto tra due modi di scrivere e di affrontare ogni tipo di letteratura, anche quella poliziesca. Con due interessanti scrittrici scandinave: la danese Katrine Engberg con la sua serie sul commissario Jeppe Kørner e la sua squadra e la svedese Viveca Sten e la sua serie “I delitti di Sandhamn” (che riporto con il titolo degli episodi comparsi in tv). Due oneste letture, ben lontane tuttavia dalla maestria di due romanzi di Keigo Higashino, grande giallista giapponese molto legato al giallo tradizionale, ma che, purtroppo, ci ha lasciato pochi mesi fa.
Katrine Engberg “Ali di vetro” Feltrinelli euro 12
[A: 15/05/2024 – I: 15/05/2026 – T: 16/05/2026] - &&&--
[tit. or.: Glasvinge; ling. or.: danese; pagine: 366; anno 2018]
JK3
Devo
senz’altro confessare che non sono molti gli scrittori in lingua danese
presenti tra i miei volumi (anche se Tove Ditlevsen è uno delle mie massime
votazioni e gradimenti). E per il resto, la maggior parte delle presenze è
segnata dal bollino del romanzo poliziesco (giallo, noir, thriller e simili).
Come appunto Katrine, con un passato di ballerina e coreografa, convertitasi ad
un certo punto alla scrittura, ed in particolare al filone investigativo.
Come
ho scritto nella trama del suo primo libro (“Il guardiano dei coccodrilli”), è
una serie incentrata su di una (abbastanza) affiatata squadra di detective.
Tanto che solo in Italia è stata etichettata come “La serie di Copenaghen”,
laddove in patria prende il nome del protagonista Jeppe Kørner. Primo elemento
disturbante. Secondo elemento è il fatto che questo è il terzo episodio della
serie, dato che il secondo non è ancora stato tradotto (e ci torneremo). Terzo
punto interlocutorio è un piccolo mistero del titolo, che andiamo ad esaminare.
Ora,
il titolo originale è “Glasvinge” che tutti i traduttori online mi traducono
come “Ala di vetro”. Laddove il plurale messo in italiano andrebbe tradotto
come “Glasvinger”. La difficoltà mia è stata poi di comprendere il senso del
titolo, visto che non si fa nessun accenno nelle quasi quattrocento pagine a
cose o esseri che potrebbero aver attinenza al titolo.
Unica
possibilità, un accenno alle teorie ambientali di Edwrd Lorenz espresse negli
anni ’60 con la metafora dell’effetto farfalla (“Se una farfalla sbatte le ali
a Pechino può causare una tempesta a New York”). Ed in effetti Glasvinge è il
nome di una farfalla (nome scientifico “Greta Oro” o farfalla di vetro), in
copertina c’è il disegno di una farfalla che assomiglia alla “Greta Oro”, e, se
seguiamo la concatenazione delle azioni, ci può stare l’accenno alla teoria del
caos.
Intanto,
essendo questo il terzo episodio, sulla parte delle vicende personali, al
solito, ci siamo persi qualcosa. Nel primo episodio, avevamo Jeppe con dei
problemi di alcolismo, forse anche dovuti alla separazione della moglie,
avevamo Annette il suo secondo e battitore libero, capace di forti intuizioni,
anche perché senza grosse ansie familiari (sposata da tanto, amata da Svend e
senza figli). Poi c’era la loro squadra, in particolare la danese di seconda
generazione Sara, bella, con due figlie, e sola, oltre che brava.
Ora,
all’inizio del terzo episodio le cose si sono ingarbugliate. Annette e Svend
hanno avuto una bimba (ancora non se ne sa il nome), con lei che è andata in
congedo maternità, ma che non si adatta né al ruolo di madre né a quello di
panchinara della squadra. Jeppe e Sara invece stanno iniziando una loro storia,
complicata dal fatto che lavorano insieme, e dalla necessità di gestire due
ragazzine che ancora non sanno. Su questi ultimi due, qualcosa si saprà forse
meglio nelle tappe successive. Annette, che non si fermerà e darà un contributo
all’indagine, dovrà invece, prima della fine, fare i conti con Svend su come
gestire casa e lavoro.
La
storia prevede la scoperta di una serie di cadaveri (almeno tre nei primi tre
giorni), tutti rinvenuti nudi ed immersi in acqua, vuoi di fontane vuoi di
mare. E tutti uccisi per dissanguamento, usando uno strumento di medicina dei
tempi passati: uno scarificatore. Oggetto a lame multiple, usato per praticare
salassi. Ovvio che se le ferite non si chiudono e vengono interessate vene dal
flusso copioso, la morte è questione, dolorosa, di ore.
La
nostra coreografa inscena un bel balletto di circostanze per farci arrivare ad
un punto fondante: i tre morti erano tutti coinvolti nella gestione di un
centro di riabilitazione per pazienti problematici, chiamato “La farfalla”.
Centro chiuso da due anni inseguito al suicidio di una delle pazienti
ricoverate. Così, ben presto, danzando da sospetto a sospetto, vediamo
balzarci, come possibili indiziati, Isak e Marie, due dei pazienti lì
rinchiusi. Isak, minorenne e violento, è ancora in strutture assistite. Marie,
maggiorenne, è diventata “homeless”. Poi c’è Peter, lo psicologo che
sicuramente ha qualcosa da nascondere nel suo comportamento. Così come si
comportano in modo strano Simon, l’infermiere che ha in controllo Isak, e
Trine, infermiera anch’essa proveniente da “La farfalla”, e con comportamenti
molto rischiosi verso i pazienti.
Mettendo
a rischio la sua incolumità, Annette si introduce nelle movenze del crimine,
riuscendo a smuovere le acque ed a portare Jeppe ed i suoi verso la soluzione
del rebus.
Come
ben si evince dall’andamento del testo, molta attenzione viene posta dalla
scrittrice alla condizione dei pazienti problematici. Fino a dove sono
realmente un problema, e fino a dove lo sono per noi che non sappiamo gestirli.
Come sottoprodotto, poi, c’è il problema della maternità in età attempata, da
non sottovalutare. Nonché il rapporto uomo capo – donna seconda nell’ambiente
di lavoro. La scrittura è sicuramente migliorata, rispetto alla prima uscita,
rendendosi più fluida, anche se il finale lascia dei punti in sospeso che una
mano più esperta avrebbe alla fine affrontato.
Un
esempio per tutti. Il marito della persona che gestiva “La farfalla” viene
spesso chiamato in causa, verbalmente, dai poliziotti quando scoprono la
gestione allegra della struttura. Ma non viene mai preso in considerazione come
obiettivo (anche se era uno dei cardini della struttura) né viene mai di
persona nelle pagine del romanzo. Un peccato veniale, ma portatore dei “meno”
di gradimento.
“Con
l’amore è come con il pesce. Ti toccano pure le spine.” (347)
Viveca Sten “L’estate
senza ritorno” Feltrinelli euro 12 (in realtà scontato a 10,20 euro)
[A: 08/01/2023
– I: 26/06/2026 – T: 27/06/2026] - &&
e ½
[tit.
or.: I Stundens Hetta; ling. or.: svedese; pagine: 447;
anno 2012]
SANDHAMN03
Facendo
un piccolo riassunto preliminare, l’ex-avvocato Viveca Sten ha scritto (ad ora,
per quanto mi risulta) undici romanzi ambientati a Sandhamn, una delle tante
isolette che si spargono nel Golfo di Botnia davanti a Stoccolma. Nell’ordine
di uscita e di svolgimento questo è il quinto romanzo, anche se in Italia viene
etichettato come “terzo”, che i primi due sono stati tradotti quindici anni fa
ma non riprodotti nell’edizione economica. Misteri editoriali.
Come
misteriose sono le vie dei titoli italiani. Qualcuno ha sostenuto, in
recensioni in rete, che il titolo italiano sia più aderente al testo. Siamo in
estate, c’è chi muore e quindi, di conseguenza, non tornerà a casa. Ma il
titolo originale che collega il caldo al momento che si sta passando (tutto si
svolge intorno alla tradizionale festa nordica di mezza estate) ha un suo
senso, soprattutto, come ho indicato altrove, nella costante della serie che
titola sempre iniziando con “I”, un particella che introduce un movimento verso
qualcosa.
Per
quanto riguarda il testo ed i suoi contenuti, la serie è di sicuro nel lato del
“giallo poco impegnativo” (qualcuno direbbe “giallo da ombrellone”). Che il
giallo c’è, ma non cruento, e non particolarmente al centro di tutte le
vicende. È un catalizzatore di avvenimenti, ma ci sono le persone che agiscono
durante il periodo, e Viveca è più interessata a svilupparne la psicologia.
Intanto
ci sono i due personaggi centrali, ex-compagni di liceo che, per alterne
vicende, si ritrovano sempre al centro dell’azione. Lui, Thomas Andreasson, in
modo ovvio, essendo un poliziotto, e quindi titolare delle indagini. Anche se
ha una sua storia, nota solo in parte, che forse era meglio spiegata nei libri
non riediti. Sposato con Priscilla, hanno una figlia che muore di “morte
bianca” a tre mesi. Grande crisi, che si ricompone nel tempo. Ora i due sono di
nuovo insieme, con una nuova figlia (ed è ovvia l’ansia che li attanaglia ore
che Eilin ha tre mesi).
Lei,
Nora Linde, avvocato con due figli maschi ed un divorzio per tradimento nei
primi volumi, sta ricostruendo una storia con Jonas, lui con una figlia di 14
anni. Un rapporto in fieri che ancora non si consolida, e che forse, alla fine,
potrà dissolversi nel vento. Nora in genere entra nelle storie perché qualcuno
a lei vicino (o lei stessa) si trova coinvolto nella trama.
Anche
la scrittura cerca di essere accattivante, sia nella facilità con cui descrive
paesaggi estivi insospettati per noi del sud, sia per l’uso diversificato
dell’espressione. Un po’ cronaca, qualche elemento in soggettiva, ma
soprattutto la prima persona usata dai ragazzi quando, durante gli
interrogatori, vanno spiegando cosa hanno fatto e cosa hanno visto.
L’azione
si svolge a fine giugno del 2008, dove vediamo un gruppo di ragazzi partire per
Sandhamn, anche senza avvertire i genitori. C’è Victor con la sua fidanzata
Felicia, c’è Tobbe con la sua ragazza Ebba, c’è Christopher, il fratello
maggiore di Tobbe. Nell’altra comitiva che si aggira per l’isola c’è Wilma, la
quattordicenne figlia di Jonas e Mattias, il ragazzo un po’ più grande di cui
lei si crede innamorata. Come ci si aspetta, conoscendo gli scandinavi, c’è una
prolusione di alcool che stordisce più o meno tutti. E come ci si immagina, c’è
anche la presenza di droghe e affini. Nonché, trasversalmente, altre ragazze ed
altri ragazzi, più o meno sedicenni, che vagano tra i diversi gruppi. Il tutto
coronato da poliziotti appena entrati nei ranghi, con poca esperienza, e forse
qualche altro problema.
Alla
fine, Victor muore dopo aver prima litigato con Felicia, poi fatto la pace, poi
andato fuori di testa perché in crisi di astinenza, quindi coinvolto in una
rissa con un poliziotto e poi definitivamente out in una seconda rissa (con lo
stesso poliziotto? Con altri? Vedete voi). C’è Tobbe che litiga con Ebba, con
cui non fa pace, si aggira per l’isola, di sicuro scazza con Victor, e poi
entra in una specie di coma etilico dove non ricorda nulla. C’è Wilma che
dovrebbe tornare a mezzanotte, ma che sparisce, cercando di sedurre Mattias, ma
quando dalle parole si passa ai fatti, lei, giustamente, si spaventa e scappa.
Lui, molto su giri, testosteronicamente ed alcoolicamente, si aggira sempre nei
luoghi della tragedia.
Ci
sono altri rivoli intorno agli adolescenti, di cui capiamo la solitudine, ed ai
loro genitori, di cui capiamo l’inettitudine a gestire le famiglie, ed i
rapporti vari. Una volta risolto il caso, si rimane con l’immagine rovesciata
di tutto il castello precedente. Avevamo visto e seguito per quattrocento
pagine un mondo che sembrava idilliaco, nella forma e nella sostanza. Poi
Viveca ce lo sgretola, mattoncino dopo mattoncino, arrivando a mostrarcene il
lato oscuro e negativo.
Molto
si sa anche noi dei mondi nordici, avendone frequentati, e ci aspettiamo questi
momenti cupi. Viveca ne tratteggia bene. Anche se, come giudizio complessivo,
la debole parte “gialla” non fa certo sollevare la confezione molto oltre una
giusta sufficienza. Ma niente di più.
Keigo Higashino “Il sospettato X” Corriere
Giappone 11 euro 8,90
[A: 02/01/2023 – I: 22/08/2026 – T: 24/08/2026]
- &&&&
[tit. or.: 容疑者Xの献身, Yōgisha X no
Kenshin; ling. or.: giapponese; pagine: 309; anno 2005]
Come
scrissi nella recensione dell’altro suo libro che ho letto, indico l’autore con
il nome Keigo, che non riesco ancor a decifrare la complessa onomastica
giapponese. Purtroppo, leggo questo notevole libro ad un mese dalla morte, a
soli 68 anni, dell’autore. Notizia che mi ha colpito profondamente, che, per la
scrittura, è senz’altro una perdita notevole.
Le
costruzioni di Keigo sono dei thriller atipici, dove la morte non è l’elemento
centrale del testo. Serve, ma servono anche tante altre piccole pietruzze per
costruire la casa complessiva del libro. Ci viene così, di certo, restituita
l’immagine del Giappone (e questa volta contemporaneo alla scrittura) e di
tante piccole usanze locali che noi, nel tempo abbiamo imparato ad apprezzare.
Come
apprezzo la casualità della lettura. Il primo libro che ho letto di Keigo si
svolge tra Tokyo e Osaka, letto poco prima della mia partenza per un tour
giapponese proprio nelle due città. Questo, invece, si svolge solo a Tokyo,
anche qui alla vigilia di una mia partenza per un tour tutto incentrato nella
capitale.
Venendo
al testo, abbiamo due punti da evidenziare. Innanzi tutto, incrociando
informazioni, scopro con disappunto che il testo è stato tradotto dalla
versione inglese, non un punto a favore dell’editoria italiana. Secondo, ancora
più stranamente, sia in originale che nella versione inglese il titolo,
tradotto, sarebbe “La devozione del sospettato X”. Togliere la prima parte del
titolo risulta in una totale mancanza di focalizzazione rispetto allo
svolgimento del testo.
Venendo
all’autore ed al testo, Keigo ha scritto negli ultimi venti anni sei romanzi
che vengono etichettati come “La serie del detective Galileo” (di cui questo è
il primo). Non perché ci si riferisca al sommo italiano, quanto al fatto che l’investigazione
coinvolge in maniera non marginale, un laureato in fisica nell’Università di
Teito, Manabu Yukawa, di grandi capacità ragionative ed amico di Shunpei
Kusanagi, laureato nella stessa Università, ma in sociologia, e nella
fattispecie, sergente nella Divisione Investigativa della Polizia di Tokyo.
Come
quasi sempre nelle opere di Keigo, non si va alla ricerca di un assassino
misterioso, ma alla scoperta di meccanismi che nascono e si incrociano intorno
ad un evento criminoso. Così anche qui, sappiamo fin da subito chi è il morto e
chi lo ha ucciso. Quello che Keigo ci porta a seguire per le sue trecento
pagine è il tentativo di nascondere l’omicidio e depistare la polizia, da un
lato, ed invece di arrivare ad una verità, seppur non alla giustizia,
dall’altra.
I
personaggi centrali della vicenda sono Yasuko Hanaoka e Tetsuya Ishigami. Lei
era una hostess di un club di Asakusa, da cui si era allontanata per sfuggire
alle molestie del suo secondo marito, andando a fare la cameriera in un “bento
bar”. Lui era un brillante studente di matematica, che per una serie di
congiunture, non riesce a sfondare nel mondo scientifico, riducendosi a fare l’insegnante
in un liceo, ed è anche il vicino di casa di Yasuko, di cui, anche qui per
eventi congiunturali, si innamora.
Quando
l’ex-marito di Yasoko riesce a trovarla in casa ed a farle subire violenze, non
solo psicologiche, lei e la figlia lo uccidono. Ishigami, dall’appartamento
accanto, sente tutto e si offre di inventare una trama che porti alla
difficoltà di incriminare Yasuko come colpevole dell’assassinio. Inciso: ora, è
chiaro che la morte avviene a seguito di continue molestie e di sicuro, credo,
nella legislazione giapponese ci siano spazi per affrontare il problema con
pene ridotte. Keigo salta a piè pari questa possibilità per concentrarsi sulla
costruzione degli alibi di Ishigami e sui tentativi della Polizia di smontarli.
La
polizia, così, si trova di fronte al seguente quadro: un morto, in riva al
fiume Edogawa, con la faccia sfigurata, i polpastrelli abrasi, nudo con i
vestiti parzialmente bruciati in un vicino cestino, con accanto una biciletta,
rubata, piena di impronte digitale del marito di Yasuko.
Non
ci viene mai detto, se non nell’ultima pagina, quando è avvenuto il delitto.
Fatto sta che il morto viene trovato l’11 marzo di mattina, con la morte
risalente alla sera prima. Ovvio che Yasuko sia la principale sospettata, ma il
10 era andata prima al cinema e poi ad un karaoke. Situazioni, entrambe, in cui
si ha una ragionevole ma non completa certezza che dica la verità.
Kusanagi
non riesce a smontare neanche un mattoncino di questi alibi, fino a che non
entra in campo Yukawa. Il quale comincia a sospettare qualcosa di losco date
proprie alcune imperfezioni ed incongruenze nella vicenda. La maggiore, che
anche a me lasciava molto perplesso, è la concomitanza tra polpastrelli
bruciati e bicicletta piena di impronte. A maggior ragione, Yukawa si
intestardisce nella vicenda quando scopre che Ishigami potrebbe essere
coinvolto.
Assistiamo
così a lunghi e veramente ben condotti scambi verbali tra i due “geni”, il
matematico che non ha trovato la sua strada ed il fisico, affermato scientificamente,
ma curioso di quanto non vada bene nella costruzione della realtà.
Poteva
essere una parte pedante, ma Keigo riesce a tradurre in parole semplici il
dilemma principale, decrittando il quale Yukawa capisce dove può trovare il
filo rosso che porta alla comprensione della vicenda. In termini matematici, si
affronta un dei problemi non risolti, identificato con il termine P = NP. In
finale ne riporto una definizione attualizzata, che nel 2005, al tempo della
scrittura non era ancora palesata. Qui Keigo ce la spiega nel seguente modo: determinare
l’esattezza di una soluzione a un problema è altrettanto facile quanto trovare
tutte le soluzioni al problema stesso?
Mentre
i due dibattono su questo tema, e Ishigami ne affronta un lato mostrando che è
molto rischioso per un controllore seguire il problema impostato da un
solutore. Yukawa capisce allora che deve affrontare il problema dell’omicidio
da un punto di vista diverso, non dando nulla per scontato.
La
bellezza del testo di Keigo è che, con tutto il tatto giapponese
nell’affrontare le questioni del mondo, l’autore ci porta a credere in mille
versioni differenti (o meglio a credere che la soluzione possa essere in mille
modi differenti affrontata), per poi fornirci la soluzione con Yukawa quasi con
“una magia”. Questa è stata spesso la critica a questo magnifico testo. Ma io
non sono d’accordo. Se si seguono tutti i ragionamenti, si arriva concordemente
con Yukawa a delineare la possibile conclusione.
Ci
sono, ovvio, anche altri fatti e problemi di contorno, ma sono da leggere, e
non da descrivere. Quello che rimane è una scrittura legata fortemente al
Giappone, dove non è facile mostrare i sentimenti, e spesso ci si incanala in
situazioni poco piacevoli proprio per un modo difficile di poter dire di NO a
qualcosa o a qualcuno.
E
come dicevo, è pieno di nipponicità che vanno sottolineate per chi poco conosce
quel popolo. C’è sempre stata l’abitudine diffusa di non legare le biciclette,
come quella di non avere ombrelli propri ma, nel caso di pioggia, prenderne uno
dal portaombrelli più vicino. Si parla con insistenza di quei locali notturni
dove uomini, spesso agiati e poco comunicativi, solidarizzano con le ragazze
hostess, solo per parlare una sera, senza nessun secondo fine sessuale. O
ancora l’uso di alcuni elettrodomestici per noi incomprensibili, come le
tovaglie termiche, utilizzate per scaldare le gambe di chi siede al tavolo. Per
non parlare dei copri-water riscaldati o altro.
Per
venire al problema sotteso alla sfida intellettuale tra il matematico ed il
fisico, è considerato una delle sfide del terzo millennio, essendoci una grossa
somma in palio (1 milione di dollari) per chi lo riesce a risolvere. Il
problema in termini secchi si riferisce ora, nei nostri anni Venti, ai
computer, e si chiede se ogni problema la cui soluzione può essere verificata
velocemente da un computer possa anche essere risolto velocemente.
Non
entro in questa problematica scientifica, ritornando al testo letterario che
consiglio di leggere. Anche per quel finale, che è tipicamente giapponese, che
forse piò non piacere, ma è in linea con tutte le trecento pagine precedenti.
Keigo Higashino “The Dark Magician: Murder in a town with no name” Tuttle
euro 15
[A: 07/10/2026 – I: 17/10/2026 – T: 19/10/2026] - &&&
[tit. or.: ブラック・ショーマンと名もなき町の殺人, Black Showman to Namonaki Machi no Satsujin; ling. or.: giapponese; pagine: 288; anno 2020]
A
valle della precedente lettura, durante il soggiorno in Tokyo, decido di
comprare il solito libro-ricordo. E cosa meglio di trovare se non un libro del
compianto Keigo (della cui morte ho parlato nella trama precedente)? Mi
incuriosisce il titolo sul “mago oscuro”. E mi attira la scrittura, di un libro
a caratteri più leggibili di un normale tascabile.
Inoltre,
proprio in questa ripresa post estiva, questa è la prima traduzione in inglese
del testo pre-Covid di Keigo. Scopro anche in seguito che lo scorso anno Keigo
fece uscire anche il secondo episodio del “Dark Magician”, questa volta non con
un romanzo ma con una serie di racconti interconnessi, con sempre in prima
linea i due personaggi principali che impariamo a conoscere in questo romanzo.
Rispetto
alla difficile genesi del libro precedente, qui Keigo passa ad un giallo quasi
in formato classico. Quello in gergo chiamato “Whodunit”, una contrazione che
sta per “Who has done it?”, cioè “Chi lo ha fatto?”. Un genere molto fiorente
negli anni Venti e Trenta, che ci rimanda sempre alle migliori prove di Agatha
Christie (e non faccio altri nomi per non appesantire il testo).
Una
tipologia dalle caratteristiche precise: ci deve essere una persona che muore
(o subisce un grave crimine) in circostanze poco chiare, ci deve essere un
numero ristretto di possibili colpevoli (magari isolati in un luogo appartato,
o quanto meno enumerabili) tutti con qualche possibile movente, devono essere
forniti al lettore tutti i possibili indizi (magari criptici, ma niente
inganni) e ci deve essere qualcuno che indaga, che sia un professionista
dell’indagine o un dilettante.
Tutto
caratteristiche che Keigo inserisce nel romanzo.
Veniamo
subito a conoscenza della presenza di un morto, ovviamente assassinato. Si
tratta di Eiichi Kemio, insegnante in pensione, dedito alla lettura e,
occasionalmente, a riallacciare rapporti con i suoi ex-alunni, specie se questi
glielo chiedono. E vediamo subito in prima linea nelle indagini Mayo Kemio, sua
figlia, arredatrice d’interni che da anni vive a Tokyo lontano dal padre e
dalla casa avita, in particolare dopo la morte per cancro della madre Kazumi.
Ma
Mayo sarà solo l’utile dottor Watson dell’investigatore principe, che si palesa
presto misterioso ma molto attento. Si tratta del fratello minore del morto,
quindi zio di Mayo, Takeshi Kemio. Il quale per anni era vissuto a Las Vegas
lavorando, nei vari stabilimenti di spettacolo della cittadina che non dorme
mai, in qualità di Mago. È lui il “Dark Magician” del titolo, e ben presto ne
vedremo le qualità analitiche e ne apprezzeremo le doti deduttive.
Un
solo esempio per farvi capire il tipo. Mentre Mayo è interrogata dal detective
incaricato delle indagini, Takeshi chiede al poliziotto una informazione, che
questi deve leggere sul suo smartphone, dopo averlo sbloccato. Quando poi il
detective lo ripone in tasca, Takeshi lo sottrae abilmente e legge tutte le
mail del povero investigatore. Alla domanda della nipote su come avesse fatto a
sbloccare il cellulare, Takeshi risponde che gli è bastato vedere come si
muovevano le dita sullo schermo per ricostruire la sequenza numerica. È il
primo esempio delle capacità di Takeshi, che si sviluppano per tutta
l’indagine, visto che lui vuole e sostiene che scoprirà il colpevole prima
della polizia.
A
questo punto però vi domanderete: chi sono gli indiziati e come fanno ad essere
isolati. Tutto si concentra proprio nella cittadina senza nome del titolo, dove
ha vissuto ed insegnato Eiichi. Tra i suoi ex-alunni c’è un celebrato autore di
manga, Katsuki Kugimiya, famoso per una serie di volumi intitolati “Labirinto”.
L’idea del sindaco e dei maggiorenti della città era di celebrare il manga con
tante iniziative. Idea frustrata dal Covid, che ha di fatto segregato per mesi
la città (come ben sappiamo tutti noi).
Per
far ricrescere l’economia cittadina, Eiichi ed i suoi ex-alunni ipotizzano
allora una “reunion” che coinvolga tutta la classe di Kugimiya. Ecco allora i
“ristretti” protagonisti, tutti poi nella stessa classe di Mayo. Che li conosce
tutti, e sarà lei a condurre le danze interrogative, anche se Takeshi sarà il
burattinaio ombra che tirerà le fila.
Viene
quindi a conoscere i principali alunni di Eiichi. C’è appunto Katsuki Kugimiya,
da sempre appassionato ossessivamente dei manga, fino ad avere successo
generale con il suo “Labirinto”. C’è la leader delle ragazze della scuola, Kokonoe
Ririka, che per la sua petulanza veniva chiamata Kokorika (quasi a ricordare i
pappagalli), che dopo la scuola briga e riesce di diventare la manager di Kugimiya.
C’è Kohei Haraguchi, al tempo brillante studente, ma per vicissitudini
familiari poi costretto a subentrare al padre nel negozio di rivendita di
alcolici, birra in particolare. C’è Momoko, amica d’infanzia di Mayo, ora anche
lei tornata a vivere nella città. C’è Suzuki, incaricata da Eiichi di tenere le
fila della riunione, di invitare gli alunni, e di condividere l’organizzazione
proprio con Eiichi.
Manca
solo, ma perché è morto di leucemia a 14 anni, Naoya Tsukumi, bello, da molte
ricercato, ma anche intelligente, molto legato a Eiichi. Era un grande
inventore di storie, ed il suo insegnante ne divenne il custode della memoria,
una volta morto.
La
storia si dipana tutta nelle stratificate interviste di Takeshi, e nei suoi
tentativi, riusciti, di avere informazioni da tutti usando le sue arti da mago.
Vediamo così che Eiichi era al centro di molte possibili combinazioni
pericolose.
Sapeva
che Kokonoe tradiva Kugimiya con una persona sposata. Sapeva che Kugimiya aveva
preso le idee fondanti dei suoi manga dagli scritti di Tsukumi. Sapeva che
Haraguchi stava andando verso la bancarotta, ma aveva la possibilità di
risollevarsi se Kugimiya accettava di fargli usare come immagine per la sua
birra i personaggi dei suoi manga. Sapeva che c’erano delle ombre nel passato
di Momoko. Sapeva che Suzuki, al suo seguito, aveva troppe informazioni che non
sarebbero dovute essere pubbliche.
Tutte
informazioni che Takeshi riesce a ricostruire prima della polizia. Come riesce
a comprendere perché, per essere strangolato, Eiichi ha avuto la gola serrata
da un asciugamano imbevuto d’olio. E perché la casa di Eiichi è tutta
sottosopra.
Seguiamo
i vari passi delle idee di Takeshi (molto interessanti, per capire la cultura
giapponese, i passi relativi all’organizzazione della cerimonia funebre di
Eiichi), che ci portano tutti, lettori ed investigatori, alla soluzione del
mistero.
Al
solito, Keigo riesce ad imbastire una interessante storia poliziesca, con
personaggi ben delineati. Sia la giovane Mayo, che ci sta tutto sommato
simpatica. Sia l’antipatico Takeshi, che però dobbiamo riconoscere ha tutte le
carte in regola per diventare un buon investigatore. E per non farci mancare
nulla, abbiamo anche degli ottimi spaccati di vita giapponese.
Visto
che non ci sono francesi in lizza, proprio di alcuni autori d’Oltralpe a me
cari riporto alcuni pensieri.
Cominciando
da quello che ricordo sempre per il suo bellissimo “L’apicoltore”, Maxence
Fermine, che qui cito da “Amazone”: “Quando ho un sogno nella testa,
faccio di tutto per realizzarlo.” (112)
Poi
c’è il grande conoscitore dell’Oriente Jean-Christophe
Rufin, ed il suo “Asmara et les causes perdues”, da cui cito
“Noi,
trafficanti di armi, non cerchiamo di influenzare il corso degli eventi. Non
abbiamo mai avuto né protetti, né ideali, né ambizione. Siamo nel cuore della
Storia, senza farla. Come le organizzazioni umanitarie.” (114)
“Gregorio
mi ha citato un proverbio etiope ... Se sei bravo con le mani, sarai schiavo,
se sei bravo con la lingua, sarai re.” (126)
Ed infine
non poteva mancare un altro gigante del mio pantheon, Eric-Emanuel Schmitt, estraendo
da “Concerto à la mémoire d’un ange”:
“Quando diventiamo colui che dobbiamo essere?”
(124)
“Il destino è come per i libri sacri: la
lettura dà loro un senso. Il libro chiuso rimane in silenzio, parlerà solo
quando sarà aperto, e il linguaggio che utilizzerà sarà quello di chi vi si
dedica ... I fatti sono come le frasi nel libro, non hanno senso da sé stesse,
ma solo il significato che viene loro attribuito.” (190)
“Sono sensibile a qualcosa di cui sento poco
parlare: la giusta dimensione di un libro ... Ogni storia ha un peso specifico
che richiede un formato adatto di scrittura.” (210)
“A venti anni, siamo il prodotto della nostra
educazione, ma a quaranta ... il risultato delle nostre scelte.” (212) [e non
vi dico dopo i sessanta…]
Non ci sono molte novità al momento, giorni di passaggio verso nuove iniziative e nuovi impegni. Con l’unica constatazione che molti miei amici di lunga data soffrono mali stagionali ed acciacchetti vari. Sarà l’età o sarà il tempo? Io mi porto avanti e cerco di vedere chi posso e di sentire chi riesco. Ma anche a tutti gli altri offro sempre un grande abbraccio.