domenica 17 maggio 2026

Ritorno al passato - 17 maggio 2026

Questa settimana, pur parlando di letteratura che guarda (che dovrebbe guardare) al futuro, non posso che pensare al mio giovanile passato, quando mi dedicai per alcuni anni solo e soltanto alla fantascienza. Or non è più quel tempo e quell’età, direbbe Carducci. Ma ogni tanto, grazie alla celebrazione Mondadori dell’anniversario della rivista Urania (più qualche altra cosa) si ritorna a guardare a quella messe di libri e a quelle grandi storie, che ogni tanto hanno prodotto cose interessanti.

Qui, abbiamo tre Urania, di poca o nulla rilevanza più un Michael Crichton la cui scrittura ha visto senza dubbio testi migliori.

Iain M. Banks “Pensa a Fleba” Mondadori Urania 17 euro 6,99

[A: 18/05/2022 – I: 16/08/2025 – T: 20/08/2025] - &  

[tit. or.: Considering Fleba; ling. or.: inglese; pagine: 583; anno 1987]

Iain M. Banks è stato un interessante scrittore scozzese, con all’attivo diverse tipologie di pubblicazioni, ma che viene ricordato per la costruzione di una vasta epopea galattica e fantascientifica, dedicata ad un mondo molto particolare, e che viene racchiusa nel titolo “Cronache della Cultura”, di cui questo è il primo episodio.

Banks in realtà scrive dieci episodi del ciclo, da questo del 1987, sino all’ultimo “”Sonata all’idrogeno”, del 2012 ma inedito in Italia, e uscito in patria l’anno prima della morte del quasi sessantenne scrittore a causa di un cancro alla cistifellea. La creazione del mondo della Cultura è complessa ed interessante, e ci torneremo, mentre diamo conto come il primo ed il settimo episodio prendano il nome dalla quarta sezione del grande e complesso poema di T.S. Eliot, “La terra desolata”, che appunto termina con “Tu che giri la ruota e volgi lo sguardo al vento, / Pensa a Fleba, che un tempo era bello e alto come te”.

Poiché siamo al primo episodio, ci concentriamo su Fleba, e forse sul significato del verso stesso, visto che Fleba, fenicio che trascorre la vita nel suo elemento, le acque, nelle acque muore, purificando la sua vita trascorsa secondo la logica del “guadagno e del profitto”. Poiché tutto il libro ruota intorno alla figura di tal Bora Horza Gobuchul, ci aspettiamo che prima o poi Horza, come per semplicità viene chiamato, in qualche modo muoia. E così sarà.

Questo per dire che, benché pieno di idee, di invenzioni, di proposizioni nuove, è un prodotto molto datato, ed anche di una profonda amarezza e mancanza di empatia. Ci sono tanti personaggi, anche se poi ci si può concentrare su alcuni limitati esemplari. Nessuna in fondo riesce a far breccia nelle nostre sensazioni, tanto da farci palpitare e lottare per lui. Con un finale, seppur scontato, che non dà spazio a prospettive future benevole.

Il teatro della space opera è vasto come e più di tutte le galassie conosciute e conoscibili, e si svolge nel bel mezzo di una guerra senza esclusione di colpi, conosciuta con il nome di “Guerra Idir-Cultura” (ma su queste culture e sul perché della guerra torneremo in seguito).

L’azione prende il via quando una sofisticata intelligenza artificiale (denominata “Mente”) facente parte del mondo della Cultura, fugge ad un agguato riuscendo a nascondersi sul mondo di Schar, un pianeta ormai deserto, una volta teatro di una guerra nucleare, e che una razza aliena e potente (che non incontreremo mai) i Dra’Azon mantiene come memento alla distruzione, lasciandoci al controllo un gruppo di umanoidi biomodificati, chiamati “Mutex” (“Changer” nell’originale). Sono persone semi biologiche che possono modificare il proprio aspetto impersonando qualsiasi altro essere.

Il nostro eroe, Horza, è un Mutex, una volta guardiano su Schar, poi reclutato dagli Idirani diventando un loro “James Bond”. Lo incontriamo mentre, catturato dal controspionaggio della Cultura, condotto da Perosteck Balveda, sta per essere ucciso, ma viene salvato da un’incursione idirana. Si salva, ma l’astronave viene a suo volta colpita, così che lui viene catapultato nello spazio, sperando che qualcuno lo vada a salvare.

Così è da parte di una nave di mercenari, “Fulmine a Ciel Sereno” (che molto più carinamente nell’originale si chiama Clear Air Turbulence con acronimo CAT, cioè gatto) guidata da un filibustiere di nome Kraiklyn, e con un composito equipaggio di cui notiamo soltanto la presenza di un esemplare femminile di nome Yalson.

Ci sono una serie di avventure al contorno, che tralasciamo, sino a che i mercenari sbarcano su Vavatch, un mondo orbitale abitato da miliardi di persone, che nel giro di dodici ore i guerrieri della Cultura faranno esplodere. Kraiklyn, che oltre ad essere mercenario, è anche ludopatico, si precipita perché, in vista del grande cataclisma, si gioca a carte in una specie di iperpocker mortale. Mortale perché, invece delle fiche, i giocatori hanno dei poveri derelitti che, nel caso il loro padrone perda la mano, vengono semplicemente uccisi. Non a caso il gioco si chiama “Distruzione” (“Damage” in originale). Kraiklyn perde, e mentre torna mesto, Horza lo uccide, ne prende le sembianze e torna su CAT, perché il suo compito (non l’avevo detto, ma poteva essere ovvio) è quello di recuperare la Mente su Schar, prima della Cultura.

Nella nave ora c’è anche un nuovo membro, che si rivela proprio Balveda, che Horza arresta ma non uccide. Horza ha anche una storia d’amore con Yalson, mettendola addirittura incinta (anche se non capiamo bene come succeda per nascite di esseri intra-razze, visto anche che Horza è umanoide, boh!).

Arrivati su Schar, trovano i Mutex di guardia morti, e due Idirani che stanno anche loro cercando la Mente. Nonostante Horza sia al soldo degli stessi esseri, questi due sono talmente spregevoli e ottusi, che scatenano una guerra globale, senza esclusione di colpi. La bravura di Horza farà in modo di ucciderli entrambi, anche se, nello scontro finale, muoiono sia lui che Yalson (così non ci faremo più domande sui bimbi-mix). Si salva solo, a stento, Balveda, che riesce a porre in salvo anche la Mente.

In un finale sunteggiato (visto che siamo già verso pagina seicento), vediamo, oltre ai morti già morti, che Balveda, disgustata da quanto ha vissuto, chiede di essere ibernata e svegliata quando tutto sarà andato nel suo verso giusto. Svegliata dopo 400 anni si accorge che nulla è cambiato, e sceglie l’eutanasia. L’altro essere rimasto in vita è la Mente, che subirà molte trasformazioni (d’altronde è un’intelligenza artificiale), e finirà nelle vesti di un’astronave, a cui, per reverenza darà il nome di Bora Horza Gobuchul.

Quindi, lascio ai volenterosi la facoltà di leggere il pesante libro, che ripeto, ho trovato lungo e scarsamente empatico; forse scritto in maniera decente da uno scrittore che di getto mi risulta simpatico, essendo del ’54 e scozzese, e di sicuro interessante per l’ideazione di una cosmogonia complessa. Ma che alla fine si rivela cupa e senza sbocchi.

Togliamo subito il campo degli Idir, bestioni alti tre metri con tre gambe e due braccia, popolo altamente religioso e guerriero, che intraprende la guerra per estendere la propria influenza religiosa e commerciale. Benché umanoide, Horza entra nelle forze di Idir, e quello che più è interessante, dal punto di vista della scrittura, è come il mondo della Cultura (la cui completa descrizione può avvenire solo dopo la lettura di diversi libri dell’autore), qui è in massima parte descritto dalle sue parole, cioè dalle parole di un “nemico”, solo a tratti mitigate dell’intervento di Balveda.  

Vediamo allora come la Cultura sia una civiltà in cui il progresso tecnologico ha di fatto eliminato qualunque vincolo materiale sulla produzione di beni. Risulta quindi una società altamente tecnologica, ma anche altamente anarchica. Non c’è denaro, non ci sono limiti, ognuno può fare quello che vuole, e se serve qualcosa, qualcuno (una macchina, un umanoide, un alieno) lo farà. Perché il mondo è pieno di esseri sensienti, di cyborg, di umanoidi con modifiche neurali. Sarebbe un mondo non-violento, tollerante e polimorfo. Ma quando li vediamo agire, ne capiamo la profonda “amoralità”. In un mondo privo di regole, se c’è bisogno di dare un segnale agli Idir, non si peritano di distruggere il mondo di Vavatch, con i suoi miliardi di abitanti.

Inoltre, e qui è Horza che viene in aiuto, proprio la preponderanza delle macchine, porta gli abitanti della Cultura ad affidarsi a loro, quasi che siano le macchine stesse gli esseri dominanti (con un rappresentante robot che è tutto un programma nella sua altezzosità). D’altra parte, e questo non si può che apprezzare, è un dibattito ora attualissimo e ne troviamo tracce in uno scritto di quaranta anni fa.

Insomma, un libro che si inserisce nel filone dei grandi costruttori di mondi, qui tra l’altro partendo da mondi alieni e non da un’evoluzione del mondo terrestre. Alla fine, però, l’unico elemento positivo è nell’epilogo, dove si ricostruisce il momento in cui, si raggiunge una specie di pace, dove, come al tempo dei romani, gli Idir non vengono sconfitti sul campo, ma le loro intelligenze entrano nelle sfere di influenza della Menti della Cultura.

Pensando sarebbe bello che anche i nostri attuali conflitti finiscano così. Per ora, è stato letto per onor di firma, ma poco di più.

Dan Simmons “Hyperion” Mondadori Urania 4 euro 6,99

[A: 23/02/2022 – I: 07/11/2025 – T: 10/11/2025] - &&

[tit. or.: Hyperion; ling. or.: inglese; pagine: 571; anno 1987]

Dan Simmons è un poliedrico scrittore, che ha spaziato in molti campi espressivi letterari, ma che ha trovato sempre un suo spazio ed un riconoscimento generale nell’ambito fantascientifico. Qui si è particolarmente votato a opere di grande respiro, con una breve serialità. Infatti ha redatto molti cicli, che tuttavia si esauriscono in tre massimo quattro romanzi. Quello che lo ha fatto conoscere al grande pubblico di lettori è il ciclo di Hyperion, di cui questo volume è il primo di una tetralogia.

È un tipico esempio della sua versatilità: una space opera che si legge quasi come fossero diversi e distinti libri, che l’autore concatena quasi ci trovassimo in una sorta di “Racconti di Canterbury” del futuro. Inoltre, come dice anche il titolo (su cui torneremo) è fortemente legato a John Keats ed alla sua poetica. E come per il poema di Keats, anche questo primo episodio (e comunque chiamare episodio un volume di quasi seicento pagine …) sembra quasi finire senza un vero motivo. È probabile, o io lo spero, che magari il secondo episodio porti a compimento quanto qui viene lasciato in sospeso.

Il tocco di Simmons nella scrittura è abbastanza riconoscibile: portarsi nel futuro, così da poter imbastire discorsi senza troppi vincoli e parlare della società e della vita coeva all’azione senza scendere troppo nei particolari. Altrimenti, si rischia, come nella fantascienza delle origini, di essere superati dagli eventi. Così, ad esempio, parla di passaggio di teletrasporto (che fa sempre bene per viaggiare nello spazio), ma dice anche che i portali devono essere posti nei luoghi di partenza (facile) e di arrivo (meno facile, allora viaggi in crio-sospensione e debiti di anni tra le persone, così che o si viaggia insieme o si finisce nel famoso, e che non ripeto, paradosso dei gemelli). E poi altre invenzioni minori che tralascio.

Il punto centrale cui tende la scrittura di Simmons è, in un certo senso, il rapporto con il divino. In un mondo periferico, e di difficile accesso (Hyperion, appunto) sembra esserci qualcosa di trascendente. Esseri immortali, sacrifici con crocefissioni ad alberi aculeati, un luogo (le Tombe del Tempo) definito “anti-entropico” dove il tempo sembra scorrere all’inverso, controllato da un essere crudele chiamato Shrike che trucida chi si avvicina alle tombe nonché una chiesa (cioè un luogo di preghiera), monoteista, datato prima della venuta di Cristo sulla Terra.

Piccolo inciso che fa dei collegamenti. Shrike è il nome inglese di un uccello, l’Averla, che è solito infilzare le prede su oggetti appuntiti (spine di cespugli, filo spinato) per poterle consumare in seguito (rileggete sopra per collegare).

Al contorno, visto che siamo settecento anni in avanti da ora, abbiamo, la vecchia Terra ormai scomparsa, il mondo cosiddetto civile egemonizzato da una interconnessione di Intelligenza Artificiale, il mondo esterno che, come fossero barbari, premono sul confine (mentre le IA sviluppano viaggi quantistici, gli esterni avanzano nell’ingegneria genetica, anche se qui questo tipo di scontro non sembra avvenire).

Il via alle operazioni viene dato da due avvenimenti: gli esterni premono sul confine, quasi a voler scatenare una guerra, e le Tombe pare siano arrivati ad un punto di convergenza tra presente e futuro, così che possano aprirsi e rivelare le segrete cose. Allora, il governo dell’Egemonia, spinto dall’IA, decide di inviare sette pellegrini (dato che come sappiamo, sette è un numero di importanza nella spiritualità mondiale) su Hyperion. Noi sappiamo solo che un pellegrino soltanto si salverà ed avrà esauditi i suoi desideri, mentre gli altri periranno. Così, per farceli conoscere, Simmons imbastisce i racconti dei pellegrini con testi belli lunghetti (non meno di settanta pagine ad ognuno), per farci entrare in loro sintonia, capirne le motivazioni ed anche, se possibile, i perché dell’esistenza di Hyperion.

Per la missione vengono allora selezionati: un diplomatico dell'Egemonia chiamato il Console, il sacerdote cattolico Lenar Hoyt, il colonnello dell'esercito dell'Egemonia) Fedmahn Kassad, il poeta Martin Sileno, lo studioso e filosofo Sol Weintraub, l'investigatrice privata Brawne Lamia e il templare Het Masteen. Così, durante il viaggio verso Hyperion e quello dalla capitale del pianeta (che guarda caso si chiama Keats) e le Tombe, abbiamo modo di sentire i sei racconti.

Il racconto del prete, padre Lenar Hoyt al suo terzo viaggio verso Hyperion. Nel primo accompagna padre Durè che va lì in esilio, e dove questi incontra i Bikura, una civiltà che sembra immortale. La seconda volta per ritrovare lo scomparso Durè, e capire che i Bikura sono assoggettati ad un parassita, detto il crucimorfo, che fa risuscitare chi lo porta, togliendogli ogni volta un po’ dell’intelligenza. Ora, come pellegrino, portando anche lui un crucimorfo.

Il racconto del soldato, il colonnello palestinese Fedmahn Kassad che durante una esercitazione in realtà virtuale, incontra una donna. Incontri che si ripeteranno in altri momenti, sempre però in realtà virtuale, ma che, scoperta dopo scoperta, ci consentono di conoscere gli esterni e di capire che la donna ha un qualche legame con lo Shrike.

Il racconto del poeta, Martin Sileno che addirittura proviene dalla vecchia Terra, ci racconta del suo successo iniziale (con una raccolta di poesie cross-riferite intitolate “Canti di Hyperion), delle successive fatiche e tribolazioni per proseguire la sua opera (anche qui in meta-riferimento che sembrano gli stessi ostacoli che dovette affrontare Simmons per i suoi scritti). Poi, da un lato trova un nuovo filone di scrittura (con un omaggio ad un altro padre della Space Opera di fantascienza, Jack Vance), dall’altro sembrando avere una connessione ispiratrice con lo Shrike e le Tombe.

Il racconto dello studioso, Sol Weintraub, filosofo ebreo di un mondo periferico, la cui figlia Rachel, archeologa, in missione su Hyperion, contra il “Morbo di Merlino” che la sta facendo regredire fino ad essere, ora, una neonata di pochi giorni. Sol aveva chiesto aiuto anche alla Chiesa della Sofferenza (che sembra essere in contatto con lo Shrike), in mancanza del quale ora ha intrapreso il pellegrinaggio.

Il racconto dell’investigatrice, Brawne Lamia che indaga per conto di un essere identificato come “cibrido”, cioè Cyborg Ibrido, un entità IA che usa un corpo umanoide. Il corpo, ovvio, è quello del poeta John Keats. Avvengono diverse strane attività, ma alla fine, John muore ma prima trasferisce una serie di conoscenze, di cui non veniamo informati, a Brawne, tra le altre informazioni sensibili proprio sulla Chiesa Shrike. Inciso: il “vero” John Keats fu “molto intimo” di una donna, Fanny Brawne, e scrisse un poema intitolato “Lamia” sul conflitto tra ragione e sentimento.

Il racconto del Console, di cui non sappiamo il nome, parte dalla nonna, dalle sue lotte in un pianeta “hawaiiano” (Patto-Maui) insieme al nonno, alla sua ascesa in diplomazia, fino ad essere scelto come intermediario verso gli Esterni, che impara a conoscere ed a rispettare, tanto che comincia a fare doppio e poi anche triplo gioco.

L’unico di cui non sappiamo il racconto è il templare (una setta votata alla custodia ed al rispetto della natura), perché scompare, o forse muore, prima che i pellegrini giungano a destinazione.

Partendo da poche nozioni, ad ogni racconto aumentano le informazioni su Hyperion e sulle varie anomalie presenti (il pianeta, i crucimorfi, lo Shrike, gli Esterni, l’Egemonia, le Tombe del Tempo, la Chiesa Shrike, e via discorrendo. Poi, al mattino delle ultime pagine, i pellegrini percorrono a piedi l'ultimo tratto verso le Tombe del Tempo vedendo in lontananza la forma minacciosa dello Shrike che li attende. E qui il libro finisce, senza una vera conclusione.

L’ambizioso progetto di Simmons tocca, in vario modo, alcuni nodi dell’evoluzione tecnologica: gli effetti della relatività sui rapporti umani (non è un problema attuale, ma ci sarà), l’utilizzo di una rete globale (mega-internet) gestita dall’Intelligenza Artificiale (e ci stiamo arrivando), l’uso della realtà virtuale per l’addestramento militare (vedi guerra russo-ucraina). Il tutto, nelle sue intenzioni, per costruire una sorta di ponte tra l’uomo ed il divino.

Per questo è intenso l’utilizzo di Keats e del suo poema incompiuto. Laddove si parla, appunto, del dramma umano degli dèi che perdono il loro potere sugli uomini, e della presenza dell’unico che questa potenza mantiene intatta, cioè Hyperion. Non v’è chi non veda le abbastanza palesi analogie. Tuttavia, il risultato finale è un po’ pesante, e la mancanza di conclusioni lascia il lettore abbastanza pensieroso. Per non dire altro.

“Non avendo un eroe ci adattammo al ruolo di vittime.” (216) [Ci sedemmo dalla parte del torto perché gli altri posti erano occupati – B. Brecht]

“Russell: Il linguaggio serve non solo a esprimere il pensiero, ma a rendere possibili pensieri che non esisterebbero senza di esso.” (231)

Lois McMaster Bujold “Il segno dell’alleanza” Mondadori Urania 8 euro 6,99

[A: 14/03/2022 – I: 11/12/2025 – T: 13/12/2025] - & e ½  

[tit. or.: Captain Vorpatril’s Alliance; ling. or.: inglese; pagine: 548; anno 2012]

Continuiamo, in maniera randomica, la lettura dei libri che secondo Mondadori intendono celebrare il settantesimo anniversario delle pubblicazioni “Urania”. Con questo volume, probabilmente, l’editore voleva celebrare una delle più lunghe e celebrate saghe della fantascienza: la serie denominata “Ciclo dei Vor” e scritta dall’americana Lois McMaster Bujold.

Peccato, però, che la scelta risulti poco consona ad un omaggio alla scrittrice ed altrettanto poco attenta alla saga nel suo complesso. Il ciclo dei Vor, infatti, inizia nel lontano 1986 con il libro “L’onore dei Vor”, che tuttavia cronologicamente è il secondo libro della saga. Questo che stiamo tramando, in realtà, è stato pubblicato come ventesimo libro, pur essendo, nella cronologia, il diciassettesimo. Ha un solo pregio, rispetto, alla saga, che in effetti è un libro che viene contrassegnato come “midquel”, cioè un'opera collocata temporalmente tra episodi della serie originale, già pubblicati, raccontando eventi che sono avvenuti nel mezzo della storia originale. Quindi con una collocazione ben diversa sia dai “prequel” che dai “sequel” (e qui ci sarebbe da aprire una parentesi gigante su tutte le derivazioni -quel).

Tanto per collocarlo nell’universo della scrittrice, il ciclo dei Vor segue le vicende del gruppo di comando del pianeta Barrayar, che hanno il nome iniziante in Vor (un po’ come il Van tedesco). Nella notte dei tempi l’Universo viene colonizzato utilizzando un mezzo di trasporto chiamato “tunnel” che permette di passare da un punto all’altro dello spazio annullando l’andamento temporale. Barrayar ha un solo tunnel di contatto, che un bel giorno collassa isolando il pianeta, che sviluppa un sistema di vita feudale ed autoctono. Quando viene trovato un nuovo tunnel, per sopravvivere i barrayariani si trovano obbligati a colonizzare altri pianeti, entrando spesso in conflitto con altre civiltà.

Gli scritti del ciclo seguono uno dei capostipiti dell’apertura, il colonnello Aral Vorkosigan, figlio del fondatore della dinastia Piotr, e della sua futura sposa Cordelia Naismith. Dopo i primi libri, però l’attenzione di sposta sul figlio della coppia Miles. Questo romanzo, tuttavia, segue, in maniera autoconclusiva, le vicende di un cugino di Miles, Ivan Kav Vorpatril (nominato di passaggio in un precedente libro, e poi obliato).

Ivan è un capitano dell’esercito, attendente di un ammiraglio e di stanza sul pianeta Komarr, pianeta vitale per Barrayar perché possiede l’unico tunnel attraverso cui accedere al pianeta madre. Ivan viene coinvolto dal suo amico Byerly Vorrutyer, detto By, per scoprire cosa si cela dietro la misteriosa presenza di una donna Nanja Brindis. Sembra un compito banale, se non che da lì si diparte una trama assai complessa.

By non è uno sfaccendato, come crede Ivan, ma un agente sotto copertura della sicurezza Imperiale (ImpSec). Il suo tentativo è quello di stroncare un traffico illegale della famiglia aristocratica, ora in disgrazia, dei Vormercier. Mentre lavora con il capostipite, Theo, scopre che questo si sta orientando verso il rapimento e conseguente richiesta di riscatto di tutti i membri della Casa Cordonah, un tempo reggente il mondo commerciali di Jackson’s Whole ma da lì cacciata dalla Casa Prestene. Casa che pare abbia sterminato i Cordonah, ma non tutti.

Ivan, con la sua aria distratta, si lascia coinvolgere, scopre che Nanja di cui sopra è in realtà Akuti Tejaswini Jyoti ghem Estif Arqua (detta Tej), è la figlia minore di Shiv Arqua e Udine ghem Estif, i leader di Casa Cordonah. Ed è riuscita a fuggire insieme ad una sua sorellastra geneticamente modificata di nome Rish.

Cercando di saltare passaggi inutili, per salvare Tej, Ivan si inventa, con successo, un matrimonio barrayariano, dopo il quale lui, Tej, By e Rish riescono a tornare salvi a Barrayar. Mentre Ivan e Tej cercano, senza successo, di convincere le autorità religiose locali a concedere loro il divorzio (qui si entra nell’unica parentesi “civile” del testo, con un lungo discorso sulle azioni dei giovani che devono assumersi le proprie responsabilità quando fanno decisioni che possono risultare importanti, per sé e per gli altri) arrivano sul pianeta tutti i membri della Casa Cordonah, tutti scappati alla morte ed in cerca di riscatto.

Qui altre peripezie, che la nonna di Casa Cordonah conosce un luogo segreto con dei tesori per riportare in auge la casata. Tesori presenti in un bunker davanti la sede dell’ImpSec. Cordonah che convincono Ivan e Tej a partecipare alla ricerca. Bunker dove scoppia una bomba che allaga tutto, e saranno le truppe guidate da By ed aiutate da Rish (che intanto fanno coppia) a salvare tutti. Certo, la fine sarà diversificata per i vari componenti della saga, ma dove unica cosa che realmente sappiamo è che Ivan e Tej, dopo tante tribolazioni, si scoprono finalmente innamorati. Anche se poi non saranno presenti in nessuno dei libri successivi.

Prima di concludere, e tornare alla scrittrice, vorrei al solito capire perché se chi scrive decide di intitolare il suo libro “L’alleanza del Capitano Vorpatril”, chi traduce e chi gestisce l’edizione decide di trasformarlo ne “Il segno dell’alleanza”. Dove, appunto, scompare Vorpatril (e ci può stare, che si poteva titolare “L’alleanza del Capitano”), ma in particolare compare un “segno” di cui non capisco la provenienza.

Per la scrittura, non posso che confermare la buona capacità di Lois di presentarci il suo universo. Tuttavia, una forte incidenza di nomi di personaggi nella seconda parte appesantisce la lettura, trasformando un agile romanzo in una pesante saga. Ed anche la trama stessa di questo episodio isolato, alla fine, se appunto scorporato dall’insieme del ciclo, risulta deboluccia e molto poco imbevuta in canoni classici (o moderni) di fantascienza.

Michael Crichton “Preda” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 09/05/2026 – T: 11/05/2026] - & e ½  

[tit. or.: Prey; ling. or.: inglese; pagine: 389; anno 2002]

Non posso certo negare di essere stato, in gioventù, un fan di Crichton, per tutti i suoi lavori che, sconfinando a volte nella fantascienza, comunque presentavano situazioni plausibili e, con il senno di poi, anche verificatesi. Mi riferisco essenzialmente ai suoi due best-seller del genere, “Andromeda” e “Jurassic Park”. Ma il mio gradimento era anche rivolto alle sue drammatizzazioni del reale, sia con la ricostruzione di una rapina a Londra nel 1855 (“La grande rapina al treno”) sia con la sceneggiatura di una delle serie televisive da me più amate (“E.R. - Medici in prima linea”).

È stato quindi con molta attenzione e partecipazione che ho iniziato a leggere questo romanzo, che inizialmente pensavo si collocasse nell’ambito giallo-thriller (un po’ fuorviato dal titolo). Alla fine, invece, è un puro prodotto del filone fantascientifico, quello amato da Crichton che si discosta poco dal reale, anche se poi parte per strade tutte sue.

Ma non è tanto la parte inventiva che mi ha deluso, quanto la mancanza di una vera tensione narrativa. Si, ci sono anche colpi di scena, ma ci si aspetta che finisca come deve finire. Magari impegnandosi mentalmente a capire quale potrebbe essere la mossa vincente che porterà il nostro eroe si spera alla vittoria (anche se in un ambiguo finale, si potrebbe leggere uno spiraglio per una continuazione che tuttavia non c’è stata; forse per cambi di idee, forse, purtroppo, perché cominciava un lungo calvario che sei anni dopo lo porta via).

L’idea di base, prima che comincino i fuochi d’artificio fantascientifici, è assai intrigante, soprattutto in un’America di venti anni fa. Un programmatore assai dotato, Jack, avendo svelato uno scandalo nella sua società, viene licenziato e gli viene fatta terra bruciata. Si trova quindi a gestire la famiglia (con tre figli), dato invece che la moglie, Julia, fa una bruciante carriera in una società che, comperando il software sviluppato da Jack ed integrandolo con altre invenzioni, sta creando degli oggetti interessanti (che forse anni dopo ed in diversa scala verranno forse realizzati).

Tutta la prima parte gioca su due binari: il crescente dissidio tra Julia, carrierista, e Jack, mammo. E il disvelarsi, pian pianino, delle tecnologia cui Julia lavora. Prima si parla di microtelecamere da inserire nel corpo umano per trovare focolai di malattie ed ipotizzare modi di guarigione. Poi gli oggetti diventano nanorobot, dove una tecnologia d’avanguardia, ne riduce le dimensioni e ne aumenta le capacità computazionali.

Trovandosi però ad affrontare momenti di malattie imprevisti in casa, soprattutto quando Julia torna dalla fabbrica nel deserto del Nevada, Jack accetta di buon grado di tornare ad occuparsi del software da lui sviluppato, un programma chiamato Predprey (Predatore-preda), che è stato inserito nei circuiti dei robot e che, ovviamente, ha trovato modo di auto svilupparsi e rendersi pericoloso per gli altre.

Anche perché Jack scopre che uno degli sponsor del progetto è il Dipartimento della Difesa che vorrebbe utilizzare i nanorobot come arma offensiva. Infatti, gli oggetti, che isolatamente sono solo telecamere, nel momento in cui si uniscono in sciame, producono un elemento geneticamente altro, capace di diventare appunto un predatore.

Ovvio che nel Nevada solo una persona aiuterà Jack, e non sarà Julia, ma Mae, la capo biologa. Ovvio che lo sciame predatore si ribellerà al creatore (tipo novello Frankenstein), uccidendo molte persone sul suo cammino, oppure entrando in simbiosi con altre persone che sembrano accettare la “convivenza”.

Jack e Mae troveranno il filo rosso distruttore, in due momenti forse tra i più interessanti. Il primo quando il gruppo umano è assalito dallo sciame e Jack li convince a disporsi in una formazione simile a quella degli stormi degli uccelli così da confondere i predatori. Il secondo quando Mae trova l’agente del possibile e riuscito contrattacco.

I punti a favore di Crichton sono le idee, anche se un po’ azzardate, della tecnologia dell’intelligenza cooperativa, che prelude a tecnologie poi sviluppatesi, anche se non proprio nella stessa direzione. Meno bene, come detto, la tensione narrativa, praticamente inesistente.

Una cosa che mi ha colpito molto è che lo sciame viene prodotto con colture cellulari di Escherichia coli. Tutti sanno, i medici in primis, che è un batterio che ben sopravvive nel corpo umano, anche se il suo luogo d’elezione è l’intestino. Pochi sanno, che uno di questi batteri, forando l’intestino, andò a collocarsi in una vertebra di mio padre, cominciando ad eroderne la struttura ossea. Un’odissea che durò sei mesi, con mio padre costretto a letto, e curato solo quando un geniale medico del Gemelli trovò, attraverso tomografie e prelievi in loco, l’agente patogeno, ed il modo di distruggerlo. Un po’ come Mae nel libro.

“Le cose non vanno mai come ci si aspetta.” (13)

Da mondi lontani, ad alcuni sguardi vicini. Cominciando con un misto, una citazione di Tolstoj messa da Roberto Saviano nel suo “Vieni via con me”:

“Tolstoj: Non si può asciugare l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco; quindi, non si può combattere il male con il male.” (77) [piccolo messaggio ai Trump e ai Putin de noantri]

Continuando sulla falsariga dei bellimbusti dalla faccia d’angelo, ci aiuta Diego De Silva che in “Voglio guardare” ci ammonisce:

“La realtà … trova sempre il modo di umiliare le sue convinzioni più sincere, come quella per cui la gentilezza di un viso non può nascondere un’intenzione maligna.” (58)

Mi ritrovo poi nella definizione di Pino Cacucci in “Outland Rock” dedicata ai tuttologi del braccio e della mente:

“Quelli che sanno fare un po’ di tutto significa che non sanno fare niente di preciso.” (9)

E come non finire con un ricordo di Rosella Postorino scolpito nella mia mente e nel suo libro “Il mare in salita”

“Mia madre … recita a menadito le poesie che ha imparato alle elementari.” (27) [e anch’io…]

Altra settimana interlocutoria per gestione di spazi e luoghi, ma che preludo ad un lungo arrivederci. Sarò assente per due o tre domeniche (almeno) visto che si torna ancora una volta a calcare le scene peruviane. Vi farò sapere al ritorno se ne vale ancora la pena (visto che abbiamo avuto difficoltà enormi per gestire le bellezze locali). Ma noi siamo positivi, per i viaggi, per la benzina, e soprattutto per i virus, dato che ancora e sempre vi abbraccio.

domenica 10 maggio 2026

Anche la donna è noir - 10 maggio 2026

Avendo accumulato un certo numero di trame noir, vado allo smaltimento, con una settimana dedicata quasi tutta alle donne. Di spurio c’è solo un buon giallo d’annata, uscito dalla penna di Augusto De Angelis, il padre del poliziesco italiano (di cui vi ho tanto parlato, e se volete, ne riparlo ancora). Nell’altro versante abbiamo un giallo Mondadori, uscito dalla penna di Claudia Myriam Cocuzza, navigante nel filone dei cosiddetti “Great Detectives” e dedicato ad un’eminente figura femminile del catanese, Lady Florence Trevalyan. E poi due seriali. Uno di recente costruzione, da parte di Serena Venditto dedicato a Napoli ed agli amici di via Atri 36 (per non parlar del gatto). L’altro, una ripresa delle storie bolognesi di Giorgia Contini, uscite dalla penna di Grazia Verasani.

Tutte scritture di almeno buon livello, e qualche cosa in più.

Claudia Myriam Cocuzza “La forestiera” Mondadori euro 7,90

[A: 06/03/2026 – I: 02/04/2026 – T: 03/04/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 218; anno: 2026]

Non conosco l’autrice di questo intrigante testo, anche se leggo che scrive e pubblica, oltre ad essere laureata e farmacista (che magari qualche amico galenico potrebbe prendere spunto). Intanto, la nostra siciliana (e si capiva per come trattava la sua terra nel romanzo) si inserisce in un filone aulico, laddove l’autore di turno prende un personaggio famoso e lo inserisce in un poliziesco come interprete principale.

Inciso: probabilmente questo filone iniziò con una serie di racconti pubblicati agli inizi degli anni Sessanta da Theodore Mathieson, e che vedevano all’opera “Great Detectives”. Dove si alternavano nelle indagini: Alessandro Magno, Omar Khayyam, Leonardo da Vinci, Hernando Cortez, Miguel Cervantes, Danile Defoe, il capitano Cook, Daniel Boone, gli esploratori Stanley & Livingstone, e l’infermiera Florence Nightingale. Un filone che partito da lì si è allargato a dismisura inglobando grandi investigatori dall’Aristotele di Margaret Dodds alla Regina Elisabetta II di S.J. Bennett.

Per venire alla nostra eroina, qui si traccia un piccolo percorso “fuori dagli schemi” di Lady Florence Trevalyan, cugina della Regina Vittoria, che, a seguito di qualche scandalo o anche solo pettegolezzi (si disse fosse l’amante del principe Edoardo), fu mandata in dorato esilio lontano da Londra. Lei, dopo due anni di vagabondaggi, decise di stabilirsi a Taormina.

Ed è qui, all’Hotel Timeo (dove realmente visse alcuni anni) che la incontriamo e che la nostra scrittrice ci dipinge con giusta dovizia di particolari. Donna curiosa, non convenzionale, volta alla conoscenza della lingua e del luogo in cui stava vivendo (e dove poi visse sino alla morte), non si peritava di frequentare donne di bassa estrazione, avendone in cambio notizie e insegnamenti sul dialetto e sulle usanze locali.

In questo, lei si accompagna alla cameriera Concettina, dalla bella voce e dalla buona cultura locale. Non disdicendo di frequentare anche il suo zito, Giuseppe “Peppe” Florio, su cui torneremo in finale. Florence si occupa anche di fiori, vuol costruire un giardino all’inglese sotto l’albergo. Ha cinque cani, ma non si perita di soccorrere randagi in difficoltà. E quando un suo cane si ammala non si tira indietro e ne chiede aiuto per cure all’unico medico presente in loco con qualche conoscenza non episodica. Si tratta del dottor Salvatore Cacciola, che curerà i suoi cani, con i farmaci galenici preparati da Carlo, il fratello, e dal di lui aiutante Peppe.

Tutto andrà precipitando con l’arrivo di un agente teatrale, sir Arthur Milton con l’odiosa moglie Lady Jane (purtroppo ben lontana dai Rolling Stones). Che Milton muore avvelenato, non prima di aver litigato con la moglie cui non vuole affidare la parte di Ofelia in un possibile Amleto da recitare a Taormina. Jane, per suoi motivi di ripicca personale, cerca di coinvolgere Florence nella morte, accusando Concettina di essere la long manu di milady che vuole la morte di tutte le persone altolocate per vendicare di essere stata esiliata.

Florence con l’aiuto dei fratelli Cacciola smonta facilmente il piano contro Concettina, scoprendo nel contempo che Milton era dedito a piaceri con giovanotti possibilmente giovani ed anche molto giovani. Partecipando ad orge organizzate da un fotografo olandese anche lui sul suolo siculo.

Vedremo presto che era tutta una questione di gelosie derivanti dalle attività “segrete” di Milton e dalla sua spregiudicatezza. Abbastanza senza indizi decisi, arriveremo al disvelamento finale, che però, come tutta la parte “noir” è la parte più debole del testo. Che invece si rinvigorisce quando si parla di Taormina, di fiori, di rapporti tra le persone, ed anche di cibo.

Fortunatamente, la stessa Cocuzza si scusa in coda di aver fatto una piccola forzatura temporale. Florence, infatti, nasce nel ’52 e si trasferisce a Taormina a venticinque anni nel ’77. L’azione del romanzo, invece, si svolge nel luglio del 1884, e Claudia dice che Florence ha venticinque anni. Sette anni di spostamenti. Altrettanto forzato è il rapporto tra Salvatore e Carlo Cacciola, entrambi esistiti, ma forse non fratelli.

Infine, è anche vero che nel 1890 Florence sposa Salvatore, costruendo giardini all’inglese come aveva sempre sognato presso l’Hotel Timeo, presso la casa di Salvatore e nell’Isola Bella, un isolotto da lei acquistato prospicente Taormina. Florence morirà in Sicilia a cinquantacinque anni nel 1907.

Altro dato para storico è l’accenno ai testi di Shakespeare dove si inventa l’esistenza di tal Guglielma Scrollalanza, madre di Michelangelo Florio e nonna di John Florio. Se traducete il nome della signora in inglese diventa Wilhelmina Shakespeare, e se seguite leggende storiche, si ipotizza che John Florio sia il vero Shakespeare.

Insomma, un pastiche decente, una scrittura abbastanza pulita, una storia poco gialla, ma stimolante per il resto.

Augusto De Angelis “Il Do tragico” Mondadori euro 7,90

[A: 06/03/2026 – I: 03/04/2026 – T: 05/04/2026] &&&--   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 233; anno: 1937]

Non credo debba ancora una volta introdurre Augusto De Angelis, il padre del giallo italiano, in particolare per la circa decina di romanzi che vedono protagonista il Commissario Carlo De Vincenzi. Né tanto meno parlare della sua posizione personale e politica, come anche ben viene messa in luce dal romanzo bio-fiction di Alessandro Robecchi.

Pur tuttavia, per chi ne avesse perso i riferimenti, ricordo al volo. Dal ’30 al ’43, più o meno, De Angelis pubblica libri gialli con il nostro protagonista. Libri che si inseriscono parallelamente al filone che stava nascendo in Francia sulle orme di Maigret. Indagini che puntano più sull’aspetto psicologico delle vicende. Che cercano di ricostruire il quadro della vicenda, di inserirla nel contesto sociale in cui avviene. Se poi si scopre e si punisce il colpevole è un punto in più ma non il più importante.

Tuttavia, se si parla di crimini, i fascisti insorgono. I crimini si fanno ma non se ne parla, che bisogna tener rassicurata la patria. Inoltre, parlare di polizieschi sembra un vezzo molto anglosassone, e quindi, per punire “la perfida Albione”, meglio censurarli sul nasce. Ma è una lettura popolare, e bisogna fare i conti con “i soldi”. Per cui, alla fine, si lascia che De Angelis scriva, ma a patto che i suoi cattivi non siano italiani.

Ma De Angelis è un fine scrittore, quindi, pur accettando l’imposizione, riesce sempre a mettere delle zeppe all’interno della trama. Qui, ad esempio, è vero che la maggior parte dei personaggi non è italiana, ma… Un paio di elementi che hanno comportamenti lussuriosi e che potrebbero (sarà poi la trama a sciogliere i misteri) essere colpevoli sono decisamente italiani. Nonché, pur essendo americano, un cattivone che percorre tutto il romanzo è un noto mafioso sodale di Al Capone. Quindi, se qualcuno vuole capire…

D’altra parte, alla fine qualcuno capisce e nel ’43 viene arrestato con l’accusa di “antifascismo morale”. Scontati alcuni mesi di carcere, quando ne esce, nel luglio del ’44, viene riconosciuto da un repubblichino di Salò, preso a pugni e calci, con lesioni tanto gravi che i pochi giorni lo portarono alla tomba.

Venendo al testo, pur ben scritto e svolto con gran diligenza, non è che sia all’apice dei suoi scritti. Ci sono passi e momenti della trama che sono presi e poi quasi lasciati cadere, senza particolari spiegazioni. Ed anche il noir complessivo è sì spiegato ma le conseguenze delle varie decisioni prese, delle azioni intraprese e delle decisioni che le sostengono, a volte sembrano più volatili di quanto siano in realtà.

La storia ruota intorno al soprano Sofia Milena Scimanova. Profuga russa, fuggita dopo la Rivoluzione, prima gira per l’Europa, poi ha un discreto successo in America. Dove si lega ad un avvocato, Alessandro Alessandrovich, ed ha diverse relazioni con personaggi al limite o ben dentro la malavita: lo psicologo tuttofare ed anche un po’ truffaldino Letchley Appelby ed il gangster soprannominato Kid Tiger. Per una serie di ragioni, Kid viene arrestato e sconta qualche anno di carcere, nel frattempo Sofia e gli altri fuggono verso l’Italia, accompagnati, quasi francobollati, da una fantomatica assistente, Jane Clark, e raggiunti da una profuga russa che si millanta madre di Sofia, Mira Lubiskaja, con la sua cuoca, Maria, anche lei del clan iniziale di Sofia.

Per sopravvivere, Sofia, oltre che cantare, si dedica a sfruttare in maniera consistente la sua bellezza, includendo nei suoi giri di sesso e ricatto una serie di persone: un direttore di banca, Pablo Coblenz, un pittore, Claudio Dumesnil, un industriale, Marcello Cantini, un maestro di musica, Virgilio Della Porta, un tenore, José Coromillas, ed una sesta persona di cui non si sa il nome.

La scena del crimine è ben congeniata. Il 22 dicembre le sei persone su indicate ricevo la periodica richiesta di denaro da parte di Sofia, che la sera canta in radio. Alle 22 e 23, mentre modula un do maggiore, cade improvvisamente in catalessi. Tutti i ricattatati accorrono, così come Appelby, che, mentre arriva, da conto di una mancanza totale di luce per cinque minuti. Al ritorno della luce, Appelby confessa che lui ha ipnotizzato Sofia per farla addormentare due ore ogni sera, essendo molto stressata. Si avvicina al corpo ed annuncia che Sofia non dorme ma è morta.

Qui comincia il lavoro di De Vincenzi. Che interroga tutti i presenti, che si presta a scaramucce logiche con Appelby, che ipotizza un ruolo di Kid Tiger, anche lui a Milano, anche se non in radio. Problematiche che si acquisiscono quando anche la presunta (o vera) madre di Sofia viene uccisa, anche lei in circostanze poco chiare, in una casa dove erano presenti in diverse stanze De Vincenzi, Kid Tiger ed una terza persona al momento ignota.

Sarà l’acume psicologico del commissario, attraverso lo studio degli atteggiamenti dei vari attori del dramma, a portarci prima alla soluzione come ragionamento logico, poi a trovare le prove per verificarla. Laddove, come dice lo stesso De Vincenzi, sarebbe stato tutto perfetto se l’assassino non avesse peccato di perfezionismo, dando una pennellata di troppo alle sue azioni.

Allora veniamo a qualche elemento analitico. Come detto, ci sono due italiani presi nella rete di Sofia, ma sono categorie cui il fascismo dava pesi particolari. Un industriale, e verso l’industria non aveva apparentemente un atteggiamento tenero, ed un musicista, e si sa che molti musicisti sono anche gay, quindi se ne può parlare male.

Dal punto di vista stilistico, molti capitoli sono titolati come elementi musicali, come a sottolineare l’importanza del “do” del titolo, ma forse anche a cercare di sviare l’attenzione del lettore. Che De Angelis, e lo confessa anche ad un certo punto, è un fine conoscitore di sottigliezze dove, parafrasando “La lettera rubata” di Poe, ci dice che il posto migliore per nascondere una foglia è un albero.

Infine, ci sono quei ruscelletti che partono ma si perdono. Ha senso che Sofia cada addormentata quando intona un “do”? E perché, nel suo sforzo polmonare, il ciondolo con brillante che porta al collo si apre facendo rotolare la pietra per la sala? E perché, della sesta persona ricattata, non si dice il nome, ma solo che, alla ricezione del ricatto, “si fece saltar le cervella”?

Mi rendo conto che negli anni Trenta a volte si metta molta legna nel camino, anche senza accenderla, ma De Angelis non mi sembrava il tipo di scordare qualcosa. Quindi, sicuramente ci sarà un motivo. Ma io lo ignoro.

Ultima notizia di contorno, per motivi editoriali, il testo è stato pubblicato anche con il titolo ”Natale di sangue”, visto che l’azione si svolge tra il 22 ed il 31 dicembre 1928.

Serena Venditto “Al Sassofono Blu” Repubblica Mistero Noir 26 euro 8,90

[A: 12/12/2024 – I: 21/04/2026 – T: 22/04/2026] &&&    

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 156; anno: 2016]

Un giorno o l’altro forse capirò cosa c’è dietro tutta l’incuria con cui vengono presentati i libri, rendendo difficile, a noi maniaci dell’esattezza bibliografica, muoversi con cognizione di causa tra i diversi libri scritti da uno stesso autore. Probabilmente il motore primo è una sorta di invidia di un editore verso gli altri, soprattutto se sono di nicchia.

Ora questo gradevole testo non è il terzo della serie incentrata sugli amici di via Atri 36 e sul loro gatto, ma il secondo. Pubblicato da una piccola casa editrice napoletana, “Homo sapiens”, nel 2016, quando l’autrice comincia ad avere un piccolo successo, i diritti dei suoi libri vengono acquistati da Mondadori, che lo ripubblica, mettendo come data il 2020, così che noi sprovveduti lo leggiamo dopo “L’ultima mano di burraco”. Invece, appunto, è precedente, ed è qui che tra l’altro entra in gioco il commissario de Iuliis, che in effetti a me sembrava strano come interagisse con i nostri.

Qui, infatti, cominciano le schermaglie tra i nostri quattro più uno e le autorità costituite. C’è tutto un filone di racconto, in queste pur brevi pagine, che porta a comprendere prima la diffidenza, poi invece la collaborazione e la stima. Ricordo per inciso che i nostri sono Ariel Hamilton, anglo-napoletana, traduttrice, io narrante e spesso foriera di illuminazioni folgoranti. Poi c’è Marialuisa Ferrari detta Malù, archeologa a tempo pieno ed investigatrice a tempo perso, tanto che al suo gatto dà il nome del fratello di Sherclock Holmes, Mycroft. C’è Samuel, immigrato di colore ma potentemente napoletano, distributore di gelati (è l’unico ad avere la macchina) nonché grande attuale amore di Ariel. Ed infine c’è Kobe, il musicista giapponese folle di gelosia per la sua fidanzata giapponese, bella ma in un conservatorio del nord Italia.

La storia, pur nella sua brevità, è anche ben congeniata. C’è una compagnia teatrale dilettantesca, “Trappola per topi” evidente omaggio alla regina del giallo, che mette in scena “cene con delitto”. Una mania sociale non molto diffusa in Italia, ma di sicuro interesse. I nostri vanno ad assistere ad una di queste performane. Mentre Malù capisce subito chi è l’assassino della finzione scenica, un’attrice, Clara, muore sul serio.

Cominciano allora le indagini in parallelo tra i nostri e la squadra di Timoteo de Iuliis detto Teo. Ci sono gli ovvi sospettati presenti sul luogo del delitto: Mattia, il regista e principale protagonista del dramma teatrale, Leonardo, la spalla nonché amante di Clara (o presunto tale, vista anche l’esistenza di un marito della nostra), Daniela, la seconda prima donna, amica di Clara fin dal liceo, e Berenice la giovane nuova entrata e promettente attrice.

Tutti potrebbero aver avuto i motivi di compiere il delitto, sia direttamente, essendo presenti sulla scena, sia come mandanti, ad esempio il marito essendo lontano per seminari ed altri potrebbe aver assoldato un killer. Il problema centrale, è che Clara è morta davanti a tutti, nessuno avendo vicino. E poi scopriremo che è stata pugnalata a morte. Ma senza nessuno vicino?

Il libro, che per l’appunto essendo ancora nella parte iniziale della produzione di Serena, procede facendoci partecipi della vita quotidiana degli inquilini di via Atri 36, e soprattutto del loro gatto, ora impegnato anche nel corteggiamento con la gatta del commissario.

Tornando al parte teatrale, a lungo gli attori cercano di sviare l’attenzione dei partecipanti al gioco, insistendo su di una brano della Bibbia (Genesi 47, 18 per chi volesse cercarlo). Solo la nostra Malù capisce che, mancando alcuni elementi che non vi dico, forse non è il testo, ma la pagina a mostrarci qualcosa.

Ed è sempre Malù che, stimolata da una frase di Ariel, e dopo aver chiesto conferma al marito, scopre che il motivo per cui Clara ha impiegato tanto a morire, senza accorgersene, è che, in realtà, non sente dolore. Anzi non ha sensazioni, essendo afflitta da una malattia denominata CIPA (che sta per “Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis”, in italiano “Insensibilità congenita al dolore con anidrosi”). Una malattia per cui non si sente dolore, né caldo né freddo, e non si suda (anidrosi). Una malattia rara, di cui sono noti, attualmente in Italia, solo quattro casi viventi. È in effetti una malattia che porta difficilmente a superare i tre anni di vita. Non sudando, i bambini vanno spesso in ipertermia mortale. Non così Clara, né, se voi ben ricordate, il cattivo Ronald Niedermann, antagonista di Lizabeth Salander nel romanzo di Stieg Larsson “La regina dei castelli di carta”.

Come tutto ciò sfoci in un omicidio, e le sue motivazioni vi lascio leggerne, anche perché è una lettura agile, che accompagnerebbe felicemente qualche serata estiva, magari con una fresca bibita accanto.

Avendo altre letture della nostra scrittrice, spero che si mantenga questa lievità del tocco, che fa di questo seriale un gradevole compagno di riposo.

“Il dolore è il segnale che ci dà il corpo per proteggerci, per metterci in guardia dai pericoli.” (155)

Grazia Verasani “Iris di marzo” Repubblica Cuore Noir 37 euro 9,90  

[A: 09/03/2026 – I: 30/04/2026 – T: 01/05/2026] && e ½      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 155; anno: 2025]

GC7

Ho sempre seguito con interesse sin dalla prima scrittura di venti anni fa, le pagine che ci porta in regalo l’ingegno di Grazia Verasani, e l’umanità della sua eroina, l’investigatrice Giorgia Contini. Sia perché, nel panorama italiano, all’inizio degli anni duemila, era il primo esempio maturo di un’investigatrice donna uscita dalla penna di una scrittrice. Sia anche perché molto di Grazia era, ed è, in Giorgia. L’amore per la musica (laddove Grazia poi anche suona nelle notti bolognesi), la passione per la notte, la sfortuna (forse) in molti rapporti sociali.

Come sottolineavo tuttavia nel sesto episodio, la rottura della storia tra Giorgia Contini e l’ispettore Bruni lasciava un vuoto di comportamento, e, soprattutto, un pieno di rimpianti che tornavano ogni due pagine. Qui, questo amore troncato non torna con la stessa violenza (anche perché viene accennato, e solo chi conosce la storia ne sa anche i motivi), ma solo con un rimpianto insistente, che alla fine stona un po’.

Per chi non conosce poi la nostra Giorgia, rimane sempre in sospensione quel rimpianto per il suicidio della sorella Ada, da cui partì il primo ed intenso “Quo vadis Baby?”. E la fatica di trovare nuovi stimoli, pur spronata dalla sua assistente Genzianella detta Gen, anche questa volta molto defilata, ma sempre con alcune uscite molto “giuste”, che servono a Giorgia, anche se non lo dà a vedere, per pensare.

Pensare alla sua vita alla deriva, così come la professione. Certo, si seguono storie di corna, ma è un lavoro triste. Così Giorgia accetta ben volentieri di fare un po’ da balia al giovane Libero, tipico esempio della uova gioventù bruciata bolognese. La madre è preoccupata della deriva che prende il figlio, sempre più isolantesi dal mondo degli adulti e sempre più coinvolto in un mondo giovanile sempre sul filo della legalità.

Giovani insicuri, fondamentalmente soli, pieni di musica dura, di rap e trap di rivolta, che vanno verso il mito della galera come momento formativo, del meglio che stai male te che io non ti aiuto di certo. Frequentando, anche un po’ forzatamente il mondo di Libero, Giorgia viene a contatto con gli eponimi di questa gioventù. L’extra comunitario (in questo caso marocchino) uscito dal carcere minorile che ne esalta le frequentazioni dure ed al limite del sistema. L’amico di Libero che, visto il difficile orizzonte, decide di lasciare la scuola e mettersi a lavorare consegnando pizze a domicilio. Il figlio di papà, con papà avvocato e insopportabile, che fa lo sbruffone con i più deboli. L’amica che si tagliuzza le braccia e si presenta magra quasi al limite dell’anoressia.

E poi c’è lei, Iris. Bella, ribelle, pronta a tutte le esperienze, tanto che ha fatto la escort sessuale pur essendo minorenne, per gruppi di cinquantenni desiderosi di esperienze sessuali con giovani fanciulle. Iris che ha cambiato quartiere per questo, che tra poco sarà coinvolta nel processo con queste persone. Iris cui Libero era affezionato al limite dell’amore. Ma che tutti, uomini e donne, nel loro giro erano un po’ innamorati. Iris che finisce accoltellata a morte e caricata come per sfregio su di un carrello del supermercato.

Giorgia, per la vicinanza con Libero, decide di indagare, collidendo con le indagini ufficiali del suo ex (che fortunatamente affida il tutto al suo secondo). Giorgia che cerca di superare le barriere culturali e anagrafiche con il mondo di Libero, cercando anche di capire se la morte potesse essere nata anche dal filone delle indagini per i reati sessuali.

Alla fine, la storia si evolverà nel modo più semplice, e forse anche scontato. Ma anche con una scarica di tristezza che avvolge tutti i protagonisti. Per come si sviluppa il racconto, ben presto già capiamo che non potrà essere Libero l’assassino di turno. Ma ciò non toglie che lo scioglimento dell’intreccio non ci porta verso vette di liberazione. Rimarremo così, un po’ suonati come a sentire brani dell’artista preferito di Libero, il rapper Medy Cartier. Non ce ne voglia Libero, ma ora, Medy è andato in carcere con una condanna definitiva per spaccio, stupro ed altri reati minori.

Tra l’altro il testo è breve, si legge d’un soffio, quasi che bastasse a Grazia mandare un solo messaggio: i giovani stanno male e noi non sappiamo aiutarli. Messaggio ricevuto, ma anche noi non abbiamo soluzioni da proporre. Speriamo soltanto, per Giorgia e per Bologna, in un futuro con qualche speranza in più.

Per finire, un piccolo gioco musicale. Cercando di entrare in contatto con Libero, Giorgia gli propone un elenco di musicisti. Che riporto: Miles Davis, Frank Zappa, Peter Tosh, The Cure, The Cult, Residents, Ultravox, Echo and the Bunnymen, Devo, Ramones, Dead Can Dance, Radiohead, Jeff Buckley, Tuxedomoon, Julian Cope, Depeche Mode, Patti Smith, Tricky, Portishead, Billy Idol, Massive Attack, Soundgarden, Nirvana, Laurie Anderson, Kraftwerk, David Bowie.

Libero conosce solo l’ultimo. Io ne conosco venti su ventisei. Voi?

“Credo che la pandemia sia stata una maledizione più per loro [i giovani, nota mia], obbligati a stare rinchiusi per mesi e mesi. I giovani hanno bisogno di spazio, …, di aria aperta.” (83)

Per le citazioni di riporto, non posso che cominciare con questa del grande Alan Bennett tratta dal suo “La pazzia di Re Giorgio”:

“Conoscere bene un libro è meglio che avere un’infarinatura di parecchi.” (13)

Direi calzante. Come questa che mi capitò di leggere circa venti anni fa, da una biografia a fumetti di “Philip K. Dick” disegnata e scritta da Francesco Matteuzzi & Pierluigi Ongarato.

Poi ci buttiamo in due scritture molto legate alle loro province. Ovvia la Sardegna di  Flavio Soriga in “Sardinia blues”:

“Io spero sempre … Ho questa illusione.” (139)

“Forse così te lo posso spiegare, con degli episodi, forse è questo l’unico modo che abbiamo per raccontare una persona, per chi come me è allergico alle astrazioni.” (149)

“Non mi piacciono le videocamere e le fotografie … le storie tornano lo stesso nella mia testa anche senza riprese e documento.” (191)

“Ho pensato che solo dei medici ci possono salvare, delle persone che si mettono davanti a un uomo e non solo a un paziente, a un’altra persona e non a una cartella.” (254)

Meno scontata la Toscana di Edoardo Nesi in “Storia della mia gente”

“Chi fa un mestiere normale per mantenersi mentre scrive è convinto di prendere il meglio dai due mondi, ma invece prende solo il peggio.” (36)

“Sulla spiaggia pettinata d’una Forte dei Marmi abbacinata dalle nuove, luride ricchezze dei russi, ero nella condizione ideale per … ricadere nelle abitudini goduriose di quando ancora non scrivevo e la lettura era solo una grande passione: fare gli orecchi di ciuco alle pagine.” (41)

“Nella vita perlopiù ci sentiamo smarriti.” (144)

Dove non posso che scrivere e condividere gli orecchi di ciuco…

A parte ciò, una settimana anch’essa densa di compleanni, che tralascio, per ricordare solo una bellissima gita a Modena con tante belle cose da vedere (e ve le consiglio) culminata con un buon pomeriggio insieme al cugino Stefano (con Anna e Ale). Allora tortellini con grana e aceto balsamico, per culminare con un brindisi di Lambrusco Grasparosa, e un grande abbraccio.