domenica 30 agosto 2026

Alcuni gialli di livello - 30 agosto 2026

Con il titolo che continua, mentre altri no. Infatti, queste ultime trame di agosto ci portano un giallo di interesse, cioè il terzo episodio di Ray e Ryan, parto dell’ottima penna di Simon Mason. Subito sotto, un giallo scoperto nel luglio trentino, il commissario Johann Grauner del giornalista Lenz Koppelstätter. Segue, arrancando un po’, un nuovo episodio di Martin Bora sempre legato all’italo-americano Ben Pastor. Mentre, lontano, quasi non vedibile per quanto poco abbia portato, un vecchio legal thriller di John Grisham, che abbiamo visto di certo in prove migliori.

Simon Mason “Persa e mai ritrovata” Sellerio s.p.  (Regalo sig.ra Laura)

[A: 07/05/2026 – I: 16/05/2026 – T: 18/05/2026] - &&&&  --

[tit. or.: Lost and never found; ling. or.: inglese; pagine: 395; anno 2024]

R&R03

Siamo così arrivati al terzo episodio della saga dei due Wilkins. In effetti, l’editori inglese indica la serie come “DI Wilkins Mysteries”, cioè i misteri dei Detective Investigativi Wilkins, forse più pertinente. Ricordo, per chi avesse perso l’avvio, che siamo nella scrittura di Simon Mason, che dopo esperienze nei libri per ragazzi e nell’editoria in generale, nel 2022 inizia a scrivere una serie di romanzi sui Wilkins. Questo è il terzo, ma ne sono usciti altri due non tradotti in Italia.

L’idea di Mason è geniale, a vari livelli. Innanzi tutto, anche senza suonare le trombe, si ricolloca ad Oxford, entrando in un’atmosfera cittadina che ci riporta subito alla grande scrittura di Colin Dexter. La seconda idea è di prendere due detective, completamente opposti, e metterli, attraverso l’aiuto del caso, a lavorare insieme (seppur sempre sbraitando l’un verso l’altro). La terza è definitiva idea è di farli chiamare in modo molto simile, così che, all’inizio, si creano momenti molto gustosi.

Abbiamo quindi Raymond “Ray” Wilkins, nero di origine nigeriana, di famiglia nero-aristocratica. Istruzione a livello universitario di buona fattura, vestito sempre in maniera appropriata, con moglie anche lei di buona famiglia, ed all’inizio di questo terzo round, anche padre di due gemelli. Di fronte c’è Ryan Wilkins, figlio di Ryan, padre di Ryan, bianco, vissuto a lungo in roulotte, senza tanta istruzione universitaria, vedovo della madre di Ryan morta per overdose ed ora accompagnato dalla fioraia Carol (cosa che suscita la gelosia del figlio).

Come detto i due sono sempre in conflitto, ma sono sempre anche sul pezzo per la risoluzione dei dilemmi cittadini. Che in questo caso, cominciano con la sparizione e la morte di Zora, una ricca e viziata ragazza dell’élite oxfordiana. Con un passato di droghe, disintossicazioni, matrimoni, divorzi, ma che sembra nell’ultimo periodo aver avuto una conversione religiosa. Tant’è che, sentendosi in pericolo, lancia un messaggio alla stazione di polizia: “Sono Zara Fanshawe… Sempre persa e mai ritrovata”. Sembra, ma non è, un versetto biblico. Ne è solo un riecheggio, relativo alla parabola della pecorella smarrita del vangelo di Luca. Farei un torto alla vostra intelligenza presumendo che non lo conosciate, per cui salto e vado al nocciolo.

Zara è ricca, mediaticamente esposta, così che Ray cerca di proteggerne il nome, mentre Ryan trova subito di metterla in confronto con elementi poco raccomandabili. In tutto ciò, c’è il Vice Capo della Polizia, la carrierista Chester, che cerca di mettere su una squadra esponibile ai media, e coinvolgendo Ray nell’operazione.

Comunque, Zara viene trovata morta, così come il suo ex-fidanzato Tony. I due sono collegati da Ryan quando trova che quindici anni prima l’allora agente di strada Chester aveva fatto loro una multa per eccesso di velocità. Indagando si trova anche traccia di un per ora poco identificato vagabondo, poi di una prostituta che viene massacrata di botte, e poi uccisa in ospedale.

Tutti poi fanno riferimento ad una ragazza, Jasmine, morta per l’appunto quindici anni prima. Dove Lena, prima di morire, dice a Ryan che, al tempo, erano sempre in tre ad andare in giro. Non ci meravigliamo se scopriamo che le tre erano Kasmine, Lena e Carol. Inoltre, in maniera fortuita, Ray, parlando con il padre, viene a sapere che, ai tempi universitari, in una barca su di un laghetto si era verificata una discussione, un ribaltamento, ed un annegamento dell’uomo presente sul mezzo (pur abile nuotatore), mentre si erano salvate le due donne, che erano … Chester e Zara.

Partendo da questa informazione, Ryan scopre che la multa di cui sopra è falsa, che Zara guidava la macchina ubriaca (insieme a Tony), che probabilmente aveva sbandato in prossimità di una pompa di benzina, dove c’era Jasmine (e dove sul retro, Lena fumava una sigaretta). Ora abbiamo quasi tutti gli elementi per la soluzione del caso, cui Simon ne aggiunge uno che permetterà di capire di più, anche se lo aggiunge nell’ultima parte del libro, indicando ad un certo punto che Jasmine aveva anche un fratello.

L’uccisione di Chester mette fine al carosello dei nostri detective, che ricostruiscono tutta la storia ventennale. Di cui, per certo, ho lasciato molto al libro. Che molto, più che la storia in sé, è l’atmosfera, le piccole discussioni, le cene altolocate, i sentimenti di Ryan jr. Ed anche, inaspettatamente, riferimenti a gastronomia italiana, dove si parla di pasta e fagioli toscani accompagnati da un bicchiere di Dolcetto.

Forse pecca un po’ nell’utilizzo di molti personaggi secondari, che entrano e subito escono dalla trama, ma è una lettura gradevole, ed in fondo, se non ci lasciamo distrarre di battibecchi di R&R, una trama gialla abbastanza comprensibile.

Ben Pastor “Lo specchio del pellegrino” Sellerio s.p. (Regalo sig.ra Laura)

[A: 07/05/2026 – I: 12/06/2026 – T: 14/02/2026] - && e ½ 

[tit. or.: The Pilgrim’s Mirror; ling. or.: inglese; pagine: 551; anno 2026]

BORA15

Ultima scrittura ad ora dell’italo americana Ben (Verbena) Pastor relativa alla saga, interessante e ben costruita, che si avvolge intorno alla vita di Martin-Heinz Douglas Wilhelm Friederick von Bora, meglio indicato per brevità come Martin Bora. In questi (più o meno) quindici scritti, seguiamo le sue avventure dalla partecipazione alla Guerra Civile Spagnola (nel 1937) ai rapporti non certo idilliaci con la Repubblica di Salò (nel 1944). La scrittrice, dopo aver tessuto a grandi linee questo percorso, da qualche anno inserisce avventure intermedie per meglio realizzare il suo progetto.

Quello che ci si aspetta, prima o poi, ed anche seguendo le parole di una sua intervista, che riesca a risolvere la sua drammatica posizione post-44, anche perché, in un racconto già pubblicato (ma che non ho letto) sembra parli o si parli di lui ben dopo la fine della guerra. Ricordo per chi non se ne ricordi bene, che Bora è un ufficiale tedesco, ligio alle gerarchie, ma fortemente in lotta contro nazisti e derive simili tedesche ed italiane. Non a caso, Pastor rivelò che, seppur solo in parte, l’idea le era venuta studiando la vita e le opere del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, quello dell’attentato ad Hitler del ’44.

Per dare un filo rosso di lettura, riporto in finale l’elenco dei quindici titoli relativi a Bora, con l’indicazione della loro cronologia temporale e di scrittura. Così che possiamo collocare questa avventura dopo la fine de “La strada per Itaca” (pubblicato nel 2014) e prima de “La sinagoga degli zingari” (pubblicato nel 2021). Quindi, dopo aver risolto il mistero del vino di Creta, Bora torna sul fronte russo, e qui, all’inizio del romanzo, dopo che appunto in “Itaca”, viene espulso dalla Russia, a fronte della rottura del Patto Molotov-Ribbentrop il 22 giugno 1941, data dell’inizio della cosiddetta “Operazione Barbarossa”. E mentre ripara tra le linee amiche, sfugge miracolosamente ad un attentato russo, e si ritrova a Brjansk (diciamo più o meno in un confine crocevia tra Russia, Bielorussia ed Ucraina) in ospedale con un braccio rotto.

Ed è qui che comincia il lungo e ben incasinato romanzo che stiamo tramando. Come al solito di impostazione complessa: soggettiva di Bora, con lunghi intarsi del suo diario, vicenda contemporanea all’azione, e ricostruzione di avvenimenti locali risalenti sino a quaranta anni prima. Inizio che avviene con un comando imperativo per Bora: dall’ospedale di Brjansk viene inviato a Odessa per indagare sulla morte di un militare tedesco, il maggiore Josef Alt.

Alt si stava occupando di una delle tante stragi che venivano commesse nell’area, ed in particolare ne stava studiando una attribuita alla polizia segreta di Stalin, l’NKVD (che, come tutti sanno, è il padre del KGB, al cui vertice, per anni, c’è stato un certo Vladimir Putin). Strage, comunque, che avviene nella penisola della Crimea, e che dà modo a Pastor (e a Bora, ovvio) di pellegrinare per una città bellissima, da sempre contesa da tutti.

Odessa era stata occupata a suo tempo dai turchi, e poi dai russi zaristi, dai russi bianchi, dagli ucraini, dai russi sovietici, ed ora, durante la guerra, dalle SS che la lasciano in gestione ad un popolo che di certo non è proprio uno tenero, i rumeni. Che qui intendiamo in senso esteso, visto che dal ’41 al ’44, sindaco di Odessa (citato da Pastor) fu Gherman Pântea, un moldavo. Che tra l’altro si adoperò per contenere il massacro degli ebrei di Odessa, portato avanti dalle SS dal 22 al 24 ottobre 1941. Bora giunge a Odessa a fine ottobre.

Come detto in altre trame su Bora, la parte più debole, anche se Pastor ci tiene molto, è quella diaristico intimista di Bora. Certo, in questi inserti vediamo alcuni aspetti che servono a completare a tutto tondo la figura di Bora. L’attaccamento verso le figure femminili della famiglia, in particolare la nonna scozzese e la madre Nina. Ma anche verso la moglie, dove noi sappiamo già i modi evolutivi dei loro rapporti, ma che qui vengono riportati all’istante presente: mancanza e lontananza, nonché supporto mentale per Bora nei momenti difficili.

La storia presente, invece, presenta vari passi importanti e significativi per quei rimandi sempre presenti in Pastor. Indagando, scopre un misterioso rapporto di Alt con tal Anna Tolesh, di cui è difficile trovare traccia. Ma al fine se ne ritrova attraverso il marito, il professor Klimenty Ponomarenko, arrestato dalla polizia rumena. Parlando con lui, Bora riesce a capire che la storia risale alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando Alt, non ancora nell’esercito, per motivi di lavoro girava per Odessa e la Crimea. Dove incontra Anna, ne nasce un rapporto, che ad un certo punto si interrompe: Alt non ha la forza di tagliare le sue radici, così che Anna rimane con il marito, obtorto collo.

Ma Anna è anche ebrea, anche se di un ramo considerato eretico: i caraiti. Per dover di chiarezza, questa è una corrente che riconosce solo la Bibbia ebraica (la Tanakh) e rifiuta sia il Talmud che la Legge Orale. Ma questa discussione ci porterebbe lontano e altrove. Quello che sappiamo è che gli ebrei di Odessa cercano salvezza in vari modi, ma solo quelli che si rifugiano nell’ospedale psichiatrico gestito da Yevgeny Shevalev si salvano (il dottore verrà poi riconosciuto tra i Giusti di Israele, e la vicenda dell’ospedale di Odessa ricalca molto il morbo K romano, su cui non torno).

Inciso: la vicenda di Shevalev si intreccia con un suo paziente, Sergej Pankeev, anche se presto dimesso e forse scomparso dall’orizzonte del romanzo. Noi lo ricordiamo solo perché, in realtà, è il famoso “Uomo dei lupi” come scritto nelle carte del suo precedente psichiatra, tal Sigmund Freud.

Secondo inciso: ad un certo punto, compare un lustrascarpe senza gambe che Bora incrocia per le strade di Odessa. Si tratta di Ivan Vorobev, il cui nome non ci dice molto, ma indagando si scopre che, pur con meno mutilazioni, era stato nel ’25 un interprete di una breve sequenza del film che per sempre rimarrà a celebrare la città di Odessa, quella “boiata pazzesca” de “La corazzata Potemkin”.

A fronte delle sue indagini al fine, Bora ricostruirà tutta la vicenda del triangolo amoroso, dove Alt viene ucciso, forse come strascico di quella vicenda, Klimenty è in carcere e lì lo lasciamo, mentre Bora rintraccia Anna in un pre-campo di concentramento, in attesa, forse, di essere spedita in qualche campo in Germania. Lì, c’è una delle parti migliori, il confronto tra Martin e Anna, lui per convincerla a tornare a Odessa, lei intenzionata a seguire il suo destino ebraico. Chi vincerà, lo potete leggere in un appassionante prefinale, prima di vedere Bora rimandato con dispaccio urgente a Lipsia (siamo a fine novembre del ’42). Anche se dal libro seguente sappiamo che sarà a lungo di nuovo a seguire i massacri perpetrati in Ucraina dall’agosto del ’42 al marzo del ’43.

In finale, sottolineerei che ambientare, e con una bella riuscita della descrizione della città, tutta una storia di guerra in Odessa, oggi che da più di quattro anni assistiamo all’infinito conflitto russo-ucraino è una decisione che rende merito alla scrittrice. Che, anche nel titolo poi, ci vuole ricordare come questo suo romanzo sia un pellegrinaggio su luoghi di massacri. Dove vediamo Odessa soffrire in più di cento anni di morti e stragi (a partire dal quel 1905 della corazzata). Titolo che, come racconta l’autrice in un’intervista si rifà ad un’invenzione di Gutenberg (si, quello della stampa): erano piccoli specchi quadrati, usati dai pellegrini per osservare meglio e da vicino le reliquie dei santi, laddove folle non previste impedivano un avvicinamento più tranquillo. L’idea di Gutenberg è che in questo modo si poteva catturare l’energia emanata dalla reliquia. Peccato che nell’anno in cui rese pubblica l’invenzione, il 1439, i pellegrinaggi furono aboliti a causa del diffondersi di malattie infettive. Non so se Pastor sapesse questo finale, ma è ben in linea con lo spirito del testo.

“- Perché mia moglie dovrebbe lasciarmi? – Perché no? Si lasciano anche i buoni mariti, i mariti belli, di successo; perfino i mariti fedeli. Succede.” (505)

Lenz Koppelstätter “Omicidio sul ghiacciaio” TEA s.p. (regalo di Alessandra)

[A: 26/07/2026 – I: 26/07/2026 – T: 27/07/2026] - &&& 

[tit. or.: Der Tote am Gletscher. Ein Fall für Commissario Grauner; ling. or.: tedesco; pagine: 319; anno 2015]

Il giornalista dal nome impronunciabile che vede in alto, è un altoatesino di Bolzano, le cui storie ci sono state suggerite da una bella libreria meranese durante il nostro ultimo viaggio italiano. Pur bolzanino, vive lunghi anni a Berlino, scrive per diverse testate, tra cui la mitica FAZ (cioè la “Frankfurter Allgemeine Zeitung”). Tornato in Italia, all’età di trentatré anni decide di dedicarsi anche alla scrittura romanzesca.

Nasce così, nel 2015, la serie di romanzi che vedono protagonista e indagatore il commissario Johann Grauner, aiutato come spalla e contraltare dall’ispettore napoletano trapiantato al Nord, Claudio Saltapepe. Oltre ad essere poliziotto (ed a parlare anche tedesco ed alcuni dialetti valligiani), vive in un maso di montagna con la moglie Alba e la figlia Sara, e passa i momenti liberi occupandosi delle sue mucche al suono del suo amato Mahler. La squadra investigativa, infine, è completata dall’aiutante del commissario, la giovane Silvia Tappeiner (che si chiama come la bellissima passeggiata meranese).

Come in tutte le scritture seriali, la squadra sopra descritta, si rivela non subito e non tutta. In queste prime battute sappiamo che Alba è la pietra angolare della vita dei Grauner, che Sara è un’adolescente ribelle in crescita e che la Tappeiner, oltre al lavoro di poliziotto, è un’eccellente “free climber”. Sappiamo di più dei due personaggi principali, anche se, spesso, si accenna ad ombre nel lor passato che qui vengono, appunto, solo accennate. C’è solo un punto che a me rimanda altre descrizioni: Saltapepe è inviato al Nord, ma non vi si adatta (ancora) continuando ad indossare e bagnare solo scarpe da ginnastica, così come un certo Rocco nelle Valli francofone indossa, e bagna, solo le sue amate Clarks.

La bellezza, nella trama del nostro, è l’aver intrecciato un giallo di media complessità con la vita e la storia locale. In particolare, visto che l’azione si svolge in Val Senales, con quanto di più noto è uscito nella valle: la storia della mummia di Similaun, chiamata familiarmente Ötzi. Ricordo per i non trentini, che la valle collega Merano alla Lombardia, e vi dico che il centro dell’azione è Maso Corto, ad un’ora di macchina da Merano, in mezzo ai dirupi di Ötzi.

È lì che viene trovato il corpo di Peppi Sattler, un valligiano scontroso dalla vita complicata, morto con una freccia infilata nel collo, proprio come il più illustre personaggio. Lenz ci delizia anche, nelle more, di una serie di descrizioni sia della mummia che del Museo Archeologico di Bolzano, la cui lettura lascio ai miei affezionati lettori, per dedicarmi alla storia moderna. Anche se, come vedremo, passato e presente si intrecciano assai.

Peppi era stato da sempre un outsider, contro tutto e tutti nella valle. Con l’unico sostegno della bella Eva e dell’amico Ander. Peppi dai mille mestieri, aveva solo un sogno: comprare un maso e viverci con la moglie (che infatti aveva sposato Eva). Per questo faceva mille mestieri, per questo accettò di fare il commerciale della ditta locale che produceva impianti di risalita, andando in giro per il mondo. Ad un certo punto la svolta. Dopo un lungo viaggio, torna, litiga con il sindaco, e si ritira come eremita sui monti. Eva non lo segue e va a vivere a Bolzano. Nello stesso periodo, il sindaco litiga con uno dei più influenti valligiani intorno alla proprietà di un maso isolato.

Ed è qui che si riuniscono passato e presente. Il valligiano influente, attraverso un suo dipendente molto esperto dei monti, era riuscito a trovare e nascondere molti reperti legati alla mummia. Reperti che, con l’aiuto del direttore del Museo di Bolzano, piazza sul mercato nero dell’archeologia, a prezzi astronomici. Mercato nascosto che Peppi scopre e magari inscena un possibile ricatto. Movimenti che insospettiscono Ander che, pur amico di Peppi, è da sempre innamorato di Eva.

Abbiamo quindi un grosso intreccio di possibilità per arrivare alla soluzione del mistero: il ricco valligiano, il suo aiutante autore dei furti, il direttore del museo ed orchestratore del mercato nascosto, l’amico Ander e la sua gelosia, il sindaco (che da sempre, per motivi suoi era ostile a Peppi). Come in tutti i gialli che si rispettano, l’autore costruisce una serie di sottofinali a sorpresa per portarci alla soluzione finale.

Lenz, da bravo giornalista, scrive in modo coinvolgente e soprattutto riesce a mettere molte frecce nell’arco della sua scrittura. La descrizione dei masi e delle malghe di montagna, nonché le atmosfere dei mercatini di Natale (ricordo di un mio viaggio a Merano nel dicembre del 2012). Gli accenni alle bellezze alpine, valli, laghi e ghiacciai. E poi la vita dei villaggi isolati, perfetti in superficie, ma, come si gratta la vernice, ecco che escono fuori, come ovunque, invidie, gelosie e soprattutto segreti, tanti segreti.

Dicevo la parte gialla è abbastanza ben costruita, pur se con uno svolgimento un po’ leggero. Forse Lenz riuscirà a fare di meglio negli altri episodi? Chissà.

“Nulla poteva competere con il telefono fisso … In primo luogo perché con il telefono fisso non aveva mai avuto problemi di collegamento. E in secondo luogo perché il cellulare aveva tante funzioni e applicazioni inutili che lui non voleva e di cui non aveva bisogno.” (29)

John Grisham “L’ultimo giurato” Mondolibri s.p. (dalla Biblioteca di zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 04/08/2026 – T: 06/08/2026] - & + 

[tit. or.: The Last Juror; ling. or.: inglese; pagine: 357; anno 2004]

Ritengo, ribadisco ed affermo senza tema di essere smentito: non è un caso che non avevo comprato anche questo Grishm, che leggo solo come eredità della suddetta biblioteca. Che Grisham sappia scrivere non sono io che lo dico, ma lo dimostrano tutti i suoi scritti, con alcuni autentiche punte di diamante. Ma quando abbandona il legal si perde abbastanza. E quando mescola, come in questo caso, legal e social, ne esce fuori un ibrido che prende poco.

C’è un punto sicuramente a favore del testo, il fatto che ci fa vedere, per chi avesse i paraocchi, com’era l’America di cinquant’anni fa e come, noi che ne vediamo gli effetti odierni, quel tipo di mentalità, quel tipo di atteggiamento sociale abbia proliferato, producendo gli attuali abissi tra me ed il continente Nuovo.

Quello che non si capisce, è veramente cosa pensava Grisham di usare come punto focale del legal thriller, visto che abbiamo delle parti legal, abbiamo un finale quasi thriller, ed un legame tra i due che però non avvince minimamente il povero lettore.

Tutta la storia è vista nell’ottica del protagonista, William Traynor che nel ’70, finito il college, volendo fare il giornalista, decide di comprare il Ford County Times, il giornale della cittadina di Clanton, Mississippi. Alla fine, il romanzo è la storia del giornale quella che seguiamo per più di trecento pagine. Il modo di comporre le notizie, il modo di cercare la pubblicità, il modo di arrivare ad una soglia minima di abbonamenti, per sopravvivere.

Attraverso il giornale, William ci parla dell’America rurale, dei conflitti razziali tra bianchi e neri, e soprattutto dell’omicidio che segnerà la vita della cittadina, del giornale e di William stesso. Un omicidio che non dà problemi: si sa chi è l’assassino, e si sa anche che viene da una famiglia mafiosa locale, assai potente. Nella prima parte, attraverso anche le cronache del giornale, noi e William seguiamo la composizione della giuria, nonché gli approcci di accusa e difesa al processo. Una tipologia che non porta nulla di nuovo, ormai ben scandagliata in tutte le sue pieghe da romanzi e serie televisive.

Quello che vediamo è William entrare in sintonia con la cittadina, m soprattutto con la parte di aristocrazia nera presente. Vediamo lo svolgersi del processo, dove è abbastanza facile rintuzzare le schermaglie della difesa per cercare di fornire alibi all’accusato, anche attraverso la costruzione di falsi palesi. Alla fine, questa parte si riduce ad un dilemma: l’accusato è colpevole? La giuria è unanime nel decidere la pena di morte? Facile la prima risposta, mentre la seconda non trova unanimità, così che viene solo comminato un ergastolo.

L’accusato minaccia i giudici di ucciderli tutti quando uscirà, perché sa che ci sarà modo, attraverso mille rivoli giudiziarie e mille corruzioni (qui c’è l’America che ci vuol fare vedere Grisham, ed è l’America di cinquant’anni fa e di adesso, l’America di Trump, in una parola). E mentre scorrono gli anni, William consolida il giornale e la presenza nel territorio.

Come si immagina dopo una decina d’anni l’accusato esce per “buona condotta”, e viene relegato ai domiciliari. Peccato che, contemporaneamente, alcuni giurati (due forse tre) vengono uccisi. Tutti, e noi e William con loro, pensiamo alla sunnominata vendetta, e Grisham invece riesce a portarci ad un finale un po’ particolare, che ovviamente non vi anticipo. L’unica notizia pubblicabile è che William, raggiunta la notorietà, riceve un’offerta che non può rifiutare, vende il giornale per poi continuare la sua vita con una discreta rendita al suo attivo.

Sono d’accordo con tante critiche, che affermano che già il titolo inglese è poco pertinente. Non c’è un “ultimo giurato”, e soprattutto, come detto, il romanzo gira intorno ad uno spaccato americano ben vivo nella mente di chi vi ha passato giorni nell’America vera. Quella, per intenderci, dell’Idaho al Nord, o del Dakota verso Est. L’America non è New York o San Francisco, non è Boston o Los Angeles. L’America è quella razzista che non vede di buon occhio i negri salire sugli autobus insieme ai bianchi. Ma anche quella che non gradisce che tu, bianco ma non persona nota, gli stia accanto o troppo vicino.

Ricordo una lite con un motociclista che sosteneva che io con la mia Toyota 4x4 gli stavo troppo vicino. Peccato stavamo su di una strada di campagna a quattro corsie e c’eravamo noi e pochi animali del parco!

La storia, quindi, non appassiona. Grisham ci fa vedere alcuni meccanismi giudiziari, ma sono triti e ritriti. E la parte finale, il thriller che dovrebbe legare il tutto ed avvincerci alla pagina, è molto leggero e particolarmente poco avvincente. Tra l’altro, anche il personaggio di William non risulta intrigante, non prende né pancia né cervello. Vi lascio solo una frase che da sola vale tutto il romanzo.

“Una stampa libera da influenze e inibizioni è di fondamentale importanza per un governo veramente democratico.” (76)

Questa volta, le mie frasi da pensatoio vengono molto da Isabel Allende (che spesso ho avuto in mente quest’estate per altre letture). Da “D’amore e ombre” un pensiero al mio presente ed uno dedicato a mio padre:

“L’amore li avrebbe salvati dalla solitudine, la peggior condanna della vecchiaia.” (122)

“Il padre era un viandante della vita, sempre in viaggio.” (126)

Mentre “L’isola sotto il mare” contiene frasi sparse ed una considerazione mia da sempre:

“L’amore ha parole mute più trasparenti del fiume.” (109)

“Si diedero come se fosse la prima e l’ultima volta … Probabilmente non fecero nulla che non avessero fatto con altri, ma è molto diverso fare l’amore amando.” (168)

“Non dava consigli, perché secondo la sua esperienza era una perdita di tempo, ognuno commette i suoi errori e impara da sé.” (312)

E girando fra vecchi ricordi, mi è tronato in punta di penna un autore di nicchia, Cristiano Cavina, con un libro “contromano” di Laterza: “Romagna mia!”

“Niente se ne va mai davvero; tutto gira, e prima o poi torna indietro da te.” (3)

“Non riordino più la mia camera perché quando raduno tutte le cose inutili che la ingolfano, poi scopro di non riuscire a separarmene, che siano vecchi biglietti d’aereo o lacci spaiati di chissà quali scarpe.” (73)

Sperando come speriamo che Samarcanda sia un bel regalo natalizio, chissà, chissà, questo mese di settembre vede altri momenti di riposo e di viaggio. Finché ce la facciamo e non diamo fastidio, meglio continuare ad andare, giusto? Per questo continuo a pensarvi e ad abbracciarvi.

domenica 23 agosto 2026

Montagne in discesa - 23 agosto 2026

È vero, non sono un amante dei testi “montuosi”, non sempre (o forse quasi mai) riesco ad entrare in sintonia. Qui, tuttavia, abbiamo forse qualche esempio che ci trascina verso dirupi e non verso le alte vette. Quattro testi che, messi insieme, riescono a stento ad ottenere un punteggio da classico Simenon. Eppure c’è Mario Rigoni Stern, che in genere, pur avendo scritto poco, ha sempre messo bei punti nel suo bagaglio. Purtroppo, ci sono anche Claudio Morandini, che non mi ha convinto, e soprattutto Enrico Camanni, che scrive romanzi che altri considerano gialli, ma che, per come conosco io il genere, ne sono lontani anni luce.

Claudio Morandini “Le pietre” Repubblica Montagna euro 9,90

[A: 01/08/2021 – I: 07/02/2025 – T: 10/02/2025] &     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 174; anno: 2017]

Claudio Morandini è un autore che non conoscevo e che alla fine mi porta due buoni risultati positivi extratestuali ed uno negativo. Per i primi, non posso che essere contento che ci sia uno scrittore nato l’8 maggio di non importa quale anno, ma sempre un giorno dopo di me. Inoltre, ho sempre avuto un buon rapporto (a volte forse conflittuale, ma positivo) con gli insegnanti di lettere (sia in attività che a riposo). In questo penso che il mio amico PV possa concordare. Mentre, sul testo, sono dispiaciuto di aver trovato un tipo di scrittura che non è nelle mie corde.

Ovvio che non è che tutti quelli che scrivono debbano scrivere in modo piacevole per me, ma ci sono diversi gradi di approccio al testo, e ci sono scrittori la cui scrittura mi è confidente in toto, altri che a mano a mano se ne allontanano, fino ad arrivare a tipi di scrittura in cui la mancanza di sintonia, me li fa sentire altri da me.

Morandini, sulla cui bravura non entro in merito, essendoci recensioni che meglio di me ne parlano, è in questo filone. Ed in un filone che corrobora il fatto che la collana dedicata alla montagna, spesso, porta risultati che non mi convincono. È stato un tentativo di conoscenza, e come tale non lo rinnego, come non rinnegherei se venisse ipotizzata una collana marina invece che montuosa. Ma alla fine, non mi sta dando nuovi motivi di scoperta.

La trama in cui ci porta l’autore è in realtà decisamente scarna, entrando, inoltre, in un fantastico – onirico di cui ho apprezzato alcuni rivoli laterali, non il nucleo centrale. La storia nasce nel villaggio alpino di Sostigno, dove nella villa dei coniugi Saponara, in particolare in una stanza, cominciano a materializzarsi delle pietre. Fin da subito, tutto il paese, si pone domande perché proprio lì. È forse il territorio alpino che si rivolta verso chi, pur trasferitosi nella valle, capisce poco dei monti e delle montagne. Oppure, sono gli abitanti della valle che, non accettando l’ingresso di non valligiani, usano mezzi strani per disorientarli. O ancora più subdolamente, magari sono gli stessi Saponara gli artefici della “pietrificazione”.

Fatto sta che questa iperattività minerale, visto che le pietre cominciano ad aumentare di numero, costringe sempre più frequentemente gli abitanti a spostarsi nel vicino e meno montuoso villaggio di Testagno. Anche se questi spostamenti non favoriscono l’attività dei valligiani. Certo non quella dei Saponara, che sempre più con difficoltà possono esercitare la loro attività di sostegno scolastico, essendo entrambi professori in pensione.

Mentre poi, in vario modo, i sostignesi cercano di spiegare o risolvere lo scompiglio delle pietre, che con l’andar del tempo, diventano anche più cattive, c’è chi ne approfitta per trovare soluzioni creative ed a volte lucrative.

Come il trio Giacometti, Tarella e Cappon che si inventano una ditta che lavori dragando il fiume, con l’idea che le pietre siano detriti fluviali. Impresa che naufraga ben presto tra fiumi riottosi e pietre dispettose. O come don Danilo che vede nelle pietre l’incarnazione del Male assoluto che colpisce gli uomini indistintamente, senza nessun concetto di giustizia.

In un certo senso, più che la descrizione di come i locali affrontino le pietre, lottando o convivendoci, il punto centrale del romanzo è quando l’autore si butta a capofitto nelle discordanti congetture che escono fuori per spiegare il mistero. Così che Morandini ci va elencando un nutrito campionario umano, tra superstiziosi, scettici, ottimisti, fino ai più “acuti” scienziati che tentano di arrivare a conclusioni oggettivi e probanti. Inutilmente.

Non si riuscirà a venire a capo del mistero. Ed all’autore, in realtà, non interessa. Le pietre sono messe lì, come elemento di disturbo. Lui non sa, non ha interesse, a spiegarne la nascita ed i perché. È solo un mezzo per creare scompiglio e poi analizzare i comportamenti umani.

Anche se, e ce lo dice in nota, ed io ne ho trovato traccia in rete, l’idea potrebbe esser sorta dalla lettura di un documento dei primi del secolo scorso. Un articolo riportato da Luisa Sasso narra di una storia a sua volta descritta da un prete, don Grat Vesan, offiziante nell’aostano, che parla di uno strano fenomeno di “pietre che colpiscono” avvenuto nella cittadina di Issime, paesino che si trova sulla strada di montagna che collega Pont-Saint-Martin a Gressoney-Saint Jean. Un fenomeno che cominciò il 5 settembre 1909 per terminare il 28 settembre. In uno chalet, delle pietre cominciarono a colpire le vacche e i valligiani. In particolare, lo chalet era quello di proprietà di tal Édouard Stévenin. Il curato, preoccupato, chiese all’arciprete della valle, Cyprien Gorret, di fare un esorcismo. Cosa che avvenne il 26 del mese. Caddero alcune pietre, circa cinque, nei due giorni seguenti. Poi mai più, ne allora ne dopo.

Da quest’idea bislacca, Morandini prende il via per il suo racconto fantastico, senza spiegazioni, come detto prima e come fece cent’anni fa il curato. Ma l’idea non mi ha preso, neanche come curiosità da racconto davanti al camino. Ed il modo in cui la porta avanti e la conclude l’autore non mi ha dato molti spunti in più.

Mario Rigoni Stern “Le stagioni di Giacomo” Repubblica Montagna 7 euro 9,90

[A: 01/05/2021 – I: 28/02/2025 – T: 02/03/2025] &&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 189; anno: 1995]

Mario Rigoni Stern non è un fine scrittore in punta di penna. È un rude cantore della realtà delle sue terre, che è riuscito, in alcuni momenti, e per alcune circostanze, a produrre un libro epico e molte storie di interesse. Ovviamente, “IL” libro è quel sergente che mi aveva sempre fatto pensare all’autore come ad un letterato prestato alle armi. Ora che lo conosco meglio, so che fu un uomo a tutto tondo, segnato profondamente dal suo territorio, prima di tutto, e da tutte le vicende legate al fascismo, in particolare la guerra, ed ancora più precisamente, quella sciagurata campagna di Russia.

Ma, come detto, Rigoni è anche cantore della sua terra, di quell’Altopiano dei Sette Comuni, che fan riferimento alla sua città natia, Asiago, e per la quale ha scritto quella che viene chiamata “Trilogia dell’Altipiano”. Una trilogia che comincia con "Le storie di Tonle" (1978), ambientato negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, prosegue con "L'anno della vittoria" (1983), ambientato al termine della Prima Guerra Mondiale, e termina con questo "Le stagioni di Giacomo", ambientato nel primo dopoguerra, ma che si estende fino alla Seconda, quasi a fare un prologo al “Sergente nella neve”.

Le storie sono sempre della gente dell’altopiano e dei diversi modi che deve escogitare nel corso degli anni, non per vivere, ma solo per sopravvivere. Qui l’autore ci racconta, attraverso la storia di Giacomo, i cambiamenti subiti dalla montagna dopo la guerra. E i conseguenti cambiamenti che anche i montanari hanno dovuto escogitare per continuare a vivere.

La storia è in realtà un lungo flashback, che inizia nel 1928 nel primo capitolo e termina quando, nel 1941, Giacomo, il protagonista, e Mario, il narratore, si vedono per l’ultima volta. Dopo c’è solo l’annuncio che Giacomo, disperso, è probabilmente morto in guerra. Lì, le sue stagioni sono ormai finite. Tredici anni che sono scanditi dalle attività che i montanari intraprendono per vivere, dal loro modificarsi per adattarsi agli eventi, contrappuntati dalle vicende della Storia, dalle intemperanze del Fascismo che viene ogni volta a sconvolgere la possibile vita locale. Non facile, ma possibile.

Eponimo, l’esempio dello sciopero contro l’introduzione forzata delle vacche svizzere a scapito delle razze autoctone. Vacche volute dal prefetto fascista, in base, di sicuro, a tornaconti personali. Uno sciopero compatto ma risibile, tant’è che le vacche verranno e, come dicevano i valligiani, serviranno ad impoverire la tempra delle locali razze montane.

Diciamo di Mario come narratore, ma è un’imprecisione. In realtà, il narratore è esterno e onnisciente, ma l’autore mette in piazza il sé stesso Mario come partecipante alla trama, facendoci capire che le vicende sono quelle vissute anche da lui, e di cui lui è stato testimone.

Il dopoguerra è pesante, per chi ha poca dimestichezza con la modernità che stava avanzando, e nessuna voglia di piegarsi alle regole fasciste. Per questo il padre di Giacomo emigra per lavorare in Francia, cosa che non sempre gli riuscirà. Mentre Giacomo fa mille mestieri, tra cui l’aiuto in una fabbrica. Dove quasi involontariamente, partecipa ad una giornata di sciopero con rivendicazioni che saranno ritenute giuste e parzialmente applicate dalla classe dirigente.

Purtuttavia, non si sciopera nel fascismo, così Giacomo è comunque licenziato, non trova altri lavori, e si trova costretto a fare il “recuperante”. Un mestiere tipicamente post-bellico e nato nelle zone di guerra. Zone dove Giacomo si reca per cercare cartucce, pallottole, residui metallici e materiale esplosivo che può essere rivenduto per pochi spiccioli. Un mestiere molto rischioso, ma per molti l’unica possibile fonte di reddito.

E sarà sempre per quello sciopero che gli verrà negato l’ingresso nei Forestali, un’attività che sarebbe stata consona a tutto il suo modo di vivere. E sempre per lo sciopero, lui che doveva entrare negli alpini, viene invece mandato in Fanteria sul Fronte Russo da dove, come detto, non tornerà. Eppure Giacomo si era fatto Barilla, avendo in cambio un completo da sci, e con gli sci si era anche distinto, fino però a dover abbandonare sci e studi per sostentare la famiglia. Il narratore/Mario attraverso le stagioni di Giacomo ci fa seguire i dolorosi anni della ricostruzione post-bellica. E parlando di Giacomo, e dei suoi paesani, ce li fa conoscere come membri di una comunità locale, che sarebbe potuta rinascere, senza quegli ottusi interventi esterni.

Rigoni ci fa vedere Giacomo con la sua Irene, sulle mulattiere, fermarsi alle malghe, guardare i suoi monti. Ci fa seguire le stagioni spensierate, per chiuderle con quel grido di dolore che chiuse la vita di Giacomo e di tanti altri.

Seppur scritto con bella capacità e con una giusta dose di sotterranea indignazione per tutto quanto si è riuscito a distruggere in quei tempi, rimane tuttavia un libro abbastanza datato. Nei temi e nella scrittura. Pur ponendo domande giuste (ed irrisolte) scorre poco.

Enrico Camanni “Una coperta di neve” Repubblica Anima Noir 28 euro 8,90

[A: 31/12/2021 – I: 23/11/2025 – T: 25/11/2025] &     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 270; anno: 2020]

Sono rimasto molto deluso (ed è questo uno dei motivi del basso gradimento) che questo romanzo si può classificare ovunque, in qualsiasi genere, sottogenere o altro, meno che nella categoria dei gialli. C’è un dubbio, c’è un mistero, ci sono (forse) anche dei morti, ma un giallo, un noir, un thriller è fatto di altro.

Per questo, benché inopinatamente gli editor di Repubblica inseriscano questo scritto di Camanni tra i gialli, io non posso che tramarlo nella sua giusta collocazione, insieme agli altri libri della collana dedicata alla montagna. Dove, tra l’altro, Camanni merita di stare e con ragione, vista la sua pluriennale esperienza dedicata al mondo delle montagne, ed alle Alpi in particolare. Non ripercorrerò la sua sterminata produzione libraria, ma il suo è un nome affidabile per la gestione della vita in salita (verticale).

Dirò soltanto, e sono pensieroso per questo, che questo libro, nelle manchette editoriali, risulterebbe essere il quarto volume dedicato alle indagini di Nanni Settembrini. Ora, non ho nessuna notizia dei primi tre libri, ma se ricalcano questo, credo che le affermazioni fatte sia un po’ fuori posto. Tra l’altro ho casualmente un altro libro di Camanni in biblioteca, e vedremo che sorprese ci porterà.

Intanto veniamo a Nanni. È una Guida Alpina, in particolare è anche responsabile del Soccorso alpino. È un uomo che ama la montagna, ma, come lui stesso sottolinea, non è un montanaro. Nato a Torino da genitori napoletani emigrati, si appassiona ben presto alle atmosfere montane, lontano dalla città, andando a vivere ad Aosta. E non diventerà montanaro neanche sposando una valdostana ed avendo con lei due figlie tipicamente valdostane. Dalla moglie Clara sappiamo che si è separato. Ha un buon rapporto con la figlia minore, Giovanna, meno con la maggiore Tiziana, anche se entrambe sono ormai over 20. Da tempo pare che abbia anche una fidanzata in valle, Camilla, con la quale ha un buon rapporto, anche se non completamente disancorato da Clara, che spesso, erroneamente, torna nei suoi pensieri.

Il teatro della vicenda, come avete capito, è la Valle, ed in particolare la zona sotto e intorno al Monte Bianco, dove, in seguito ad un probabile innalzamento anomalo di temperatura (siamo in giugno) un seracco si spezza, ne nasce una slavina che travolge tutto ciò che incontra. Due alpinisti la vedono, come vedono qualcuno che potrebbe essere stato travolto. Allarme immediato e soccorso che partono guidati dal buon Nanni.

Il cane da neve (una delle scene migliori del libro) ritrova una donna sepolta nella neve. Che viene salvata, che rimane in coma, che è legata in cordata, ma non c’è nessuno all’altro capo del filo. Inoltre, quando la signora esce dal coma, non ricorda nulla, ripartendo solo dal momento in cui è stata salvata. Qui, in un certo senso, parte quella che potrebbe configurarsi come indagine che Nanni ed altri cercano di dare un’identità alla donna e di ricostruire tutto quello che è avvenuto sul monte.

In questa ricerca Nanni viene aiutato da Martina, una dei due alpinisti che avevano dato l’allarme (l’altro è inutile e sparisce presto). Nasce quindi un po’ di tensione “sessuale”, con Camilla che è partita per il mare con le amiche, e Nanni che viene affascinato dalla personalità della psicologa Martina. Che inoltre usa le sue conoscenze per aiutare la donna a riaprire le porte del cervello oscurato.

Per farla breve, le indagini di Nanni e Martina portano alla luce oggetti, foto, forse situazioni, tali che, ad un certo punto, nella donna si fa luce, e, non tutto e subito, ma gradualmente, con salti avanti e indietro nel tempo, la memoria ritorna. Tornano i nomi, i luoghi, i parenti, gli amori, le gite e tutto quanto fa sì che si possa aver costruito una vita. E con la memoria, risolveremo anche il rebus della corda solitaria.

Ma, ripeto, non è un giallo. È al più una ricerca della memoria, dove, non a caso, l’autore cita in dedica Marcel Proust. Quasi che le piccole pietre montane, la neve, le cordate, siano dele altrettanto piccole madeleine che ci aiutano a percorrere il passato.

Comunque, con buona pace dei percorsi e degli afflati di Nanni verso le donne, alla fine, pur ammirandone l’intelligenza, nulla intreccia con Martina, rimanendo fedele a Camilla che ritorna e con la quale si torna a vivere la routine della valle.

Devo dire che, come la ricerca del cane sulla valanga, le parti strettamente montanare sono interessanti e ben scritte. Le salite in cordata, la neve, la descrizione dei monti valdostani (che mi hanno riportato alla nostra estate con una punta di nostalgia), ma anche i tocchi cittadini delle cene di Nanni ad Aosta, in quella via pedonale che parte dall’Arco di Augusto. Invece, come ci si allontana dalle montagne, il testo latita di tensione e partecipazione. Questi due fattori uniti a quanto detto all’inizio collocano il buon Camanni in una posizione che forse non merita. Ma io sono uscito dal libro discretamente deluso.

Enrico Camanni “La discesa infinita” Repubblica Essenza Noir 36 euro 8,90

[A: 01/03/2023 – I: 14/08/2026 – T: 15/08/2026] &     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 266; anno: 2021]

Seconda ed analoga delusione nel secondo libro di Camanni che leggo.

Ripeto, come nel precedente, non sarebbe di per sé né una brutta scrittura né una storia da buttar via. Quello che è sbagliato è il collocamento del libro in una collana di noir. E secondariamente, quello di sottotitolarlo “Le indagini (o Un mistero) per Nanni Settembrini”.

Misteri, indagini ed altro, presuppongono elementi nascosti che portino ad individuare una trama, un disegno criminoso. O, almeno, una descrizione ambientale piena di interrogativi, e di un personaggio centrale che guidi le danze, portandoci alla giusta conclusione, ed all’individuazione, se non alla punizione, del o dei colpevoli.

Camanni, al solito, visto che in ogni caso è persona di montagna, ci confeziona un discreto libro che ai monti dedica amore e comprensione. Ed anche dolore, se pensiamo allo scioglimento dei ghiacciai e ad altre cattiverie verso la natura. E ci restituisce anche alcuni personaggi che con l’ombrosità montana ben si adattano.

C’è sempre Nanni, guardia forestale, conoscitore profondo delle salite, delle discese, dei dirupi e di tutto quanto può offrire nel bene e nel male il mondo verticale. Aveva avuto “quasi” una sbandata nell’episodio precedente, che qui invece recupera, come recupera un bel rapporto con la simpatica Camilla. Tanto da cominciare una vita in comune. Un elemento che non va mai preso sottogamba. E continua ad avere anche un buon rapporto con la figlia, tanto più che la ragazza è incinta. Meno buono, forse pieno di rancori ignoti, quello con la ex-moglie.

Invece, da sottolineare per l’efficacia della descrizione della discrezione della gente dei monti, il rapporto con l’ex-suocero e quello con l’ex compagno di classe, che tra l’altro permetterà la svolta finale al mistero che sembra (perché un mistero che non coinvolge che mistero è?) permeare tutto il testo.

Allora, nel suo girovagare tra ghiacci e valloni, Nanni recupera uno scarpone, un pezzo di calzettone, nonché alcune ossa di una gamba. Ovvio che appartengano a qualcuno che non ha fatto una bella fine, e che Nanni si ostina sin da subito a cercare di capirne l’origine. Una serie di datazioni con gli elementi in possesso, fanno subito puntare gli occhi a qualcosa che dovrebbe essere accaduto verso la fine degli anni Quaranta.

Sarà l’ex-suocero che indirizza Nanni ad una guida che, nei suoi ricordi, aveva perso qualcuno in quegli anni. La guida è morta, ma la novantenne moglie ricorda ancora qualcosa, e fornisce un secondo indizio: c’è una foto che il marito teneva come segnalibro. Ovvio che, nella casualità più folle cui ci sottopone l’autore, quel libro era finito tra le mani di Nanni, che vi trova una foto di tal “Nando”. Ma più avanti non riesce ad andare.

La svolta, anche qui di una probabilità tendente allo zero, si ha con l’ex-compagno di scuola di Nanni che lo indirizza ad un loro ex-insegnante, cui erano molto legati, ma di cui avevano perse le tracce. Insegnante che ora vive in Liguria, che Nanni va a trovare e dove riesce a scoprire tutta una serie di fatti che ci permettono, a ritroso, di risalire tutta la china della memoria.

Ovvio che noi, essendo lettori e non essendo Nanni, dallo scritto di Camanni già sappiamo molto, che l’autore ci ha deliziato, inserendo flash-back, opportuni, con tutta la storia della giovinezza e della maturità di Nando, del suo amore perduto-ritrovato Teresa, dell’alpinismo post-bellico, delle millanterie di quella guida sopra indicata (il Tunin, per chi voglia approfondire). Insomma anche a noi manca qualche tassello, ma il quadro generale è ben chiaro.

Nelle more c’è anche una signora rumena che scompare e che non si ritrova per mesi. Potrebbe essere quello il mistero? Forse, ma l’autore ne tratta a margine, con qualche pagina per poi mollarla lì. Come potrebbe portare ad una tragedia la scomparsa di due ragazzi nell’imminenza del Natale. E qui, sollecitato per tempo Nanni ed il resto delle guide alpine, si riesce a risolvere tutto senza rovinare il Natale a nessuno.

Capite bene, con tutto quello che ho narrato, anche se non è tutto lì il testo, che non me la sono sentita di collocare questo tra i neri italiani, preferendo colmare alcune lacune nelle narrazioni di un’altra esimia collana di Repubblica, dedicata ai racconti di montagna.

Un plauso marginale, tuttavia, va esteso alla parte sportiva del testo. C’è la bellissima descrizione della tappa del 10 giugno ’49, la Cuneo – Pinerolo, dove Fausto Coppi, con 192 km di fuga, sbaraglia gli avversari, arrivando a Pinerolo con 12 minuti sul secondo (Bartali). Teresa e Nando sono lì, a Pinerolo, a vedere l’arrivo.

C’è poco prima il ricordo della tragedia di Superga, avvenuto il 4 maggio dello stesso anno, dove un aereo si schiantò, per la nebbia, sul muraglione della Basilica, portando alla morte i passeggeri, 31 persone, in gran parte calciatori del Grande Torino. Un avvenimento che permette all’autore di discettare su una diversa variante sportiva delle valli aostane (non l’avevo detto, ma l’azione si svolge sempre vicino al Monte Bianco). Nanni è figlio di genitori venuti dal Sud alla ricerca di lavoro negli anni della grande immigrazione. Il padre, e tutti i suoi sodali, per devozione rispetto al lavoro trovato, divennero tutti tifosi della Juventus di Agnelli. Nanni, come molti dei figli degli immigrati, per contrasto, riversarono la loro fede sul Torino.

Ribadisco, i personaggi sono abbastanza credibili e ben delineati (in particolare Nanni e Oliver, l’ex-suocero), la scrittura porta in sé tanti rimandi letterari di chi la carta la conosce bene. Ma alla fine, continuo ad essere in accordo con il redattore di Tuttolibri che con me ribadisce un buon libro, ma non un giallo.

E mi viene da sorridere se qualcuno sostiene che sia un “giallo dell’anima”.

Stranamente, parlando di anima, mi sono tornate in punta di penna due scritture. La prima di Paolo Flores D’Arcais con il suo “Gesù” dove, se si è stati a Gerusalemme, si può capire la storia ed anche altro:

“La ricerca della verità storica può essere più forte dell’obbedienza dogmatica.” (8)

La seconda è invece una lunga striscia di pensieri di Arturo Paoli, racchiuse in un bel libro, “La pazienza del nulla”, dedicato anche al mio amato deserto:

“Solo lì [nel deserto], lontanissimi dalla mandria, si può rinascere come esseri coraggiosamente e personalmente pensanti.” (VIII)

“Tutte le persone che hanno voluto incontrare Dio veramente avevano sentito la necessità del deserto.” (5)

“Il deserto è il luogo dove non si è forzati a scegliere, non c’è nulla da scegliere, perché lì solo il tempo avviene.” (21)

“L’uguaglianza è già tradita quando è dono che viene dall’alto. … Gesù non ha predicato l’uguaglianza, si è fatto uguale.” (43)

“Nelly … era capace di vivere la relazione affettivamente senza possedere, cioè senza cercare di trattenere oltre il suo limite, la gioia che ogni forma d’amore genera, e senza rifiutare la tristezza che nasce quando l’amore ha superato il limite della gioia.” (47)

“Quando cade a pezzi il personaggio, non c’è bisogno di cercare l’umiltà, basta essere veri.” (72)

“Posso fare a meno dell’amico, ma non posso fare a meno dell’amicizia.” (74)

“Marx annotava nei suoi scritti giovanili che non è affatto facile lasciarsi amare.” (75)

“In ogni amore – quando è vero e non è una burla – deve potersi dire: ‘Se non ti avessi incontrato sarei vissuto lo stesso, ma ora non posso più vivere senza di te.’” (93) [una frase che io so a chi la dirò sino alla fine dei miei giorni]

Continuiamo a riposarci in campagna, a coltivare i piaceri dell’orto, a pensare cosa fare del resto del nostro anno di quiete. Ma soprattutto, si programma, ora, sempre e per sempre, viaggi. Personali, di cui si terrà traccia a tempo debito. Pubblici, di cui già sapete e di cui vi ribadisco il concetto, pensando solo di cantare, stonato, con Roberto Vecchioni. Spendo di avervi messo un tarlo, non posso che risollevarvi abbracciandovi.

domenica 16 agosto 2026

Ferragosto in giallo - 16 agosto 2026

Sembra il titolo di un’antologia di Sellerio, invece è il cappello che questa settimana metto ad altri quattro gialli italiani, devo dire non particolarmente riusciti. Fortunatamente, c’è Cristina Rava con il suo commissario Rebaudengo che solleva il tono, perché altrimenti il commissario Portanova di Alberto Minnella (grazie per Ortigia), il barista Marco di Morena Fellegara (grazie per Imperia) ed il magistrato Elena Macchi di Laura Veroni (grazie per Varese) non è che ci portiano molto nelle loro letture.

Certo, i luoghi, che spesso le collane dei Fratelli Frilli hanno come sottotesto il ringraziamento per la scenografia cittadina. Ma a volte ci vuole un po’ di più.

Alberto Minnella “Portanova e il cadavere del prete” Corriere Gazzetta II 09 euro 7,99

[A: 21/02/2026 – I: 30/05/2026 – T: 31/05/2026] &&      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 175; anno: 2016]

Avevo letto la prima uscita del commissario Portanova, e non mi aveva fatto una grande impressione. Ora, non avendo il secondo episodio, leggo il terzo romanzo e quell’impressione si fa dolente. Minnella ha una bella penna ed una bella testa. Ha però il vizio di mescolare tante cose riuscendo alla fine a fare solo un gran minestrone senza tanto sapore. Unico elemento positivo, che merita un minimo di ricordo è proprio la figura di Paolo Portanova, su cui torneremo più avanti.

Prima di accennare alla complessa ed anche abbastanza irrisolta trama, farei un piccolo accenno ad alcune delle spezie che Minnella mette in campo. Ed anche a qualche “spezia sbagliata”. Un basso continuo del rumore del testo è relativo alla morte di un tal maresciallo Agrò, mistero che non verrà risolto, ma che mi ha fatto subito venire in mente una serie di libri di Domenico Cacopardo, impernati sulla figura di un certo … Agrò.

Poiché comunque la morte di Agrò rimane nel mistero, è gioco mentale facile (siamo alla fine del 1964), far intervenire un commissario romano sulla soglia della pensione che cerca di lavorare a questi casi oscuri con Portanova. Ecco, quindi, che in alcuni capitoli entra, per poi uscirne presto, il dottor Ingravallo, eroe delle vicende narrate da Carlo Emilio Gadda ed ambientate trentasette anni prima.

In questo modo si fa una bella insalata mista con Gadda, Agrò, i servizi segreti americani (siamo pur sempre nel ’64, e gli americani imperversano, ora come allora). Finirà poi con tante altre morti non chiare e non chiarite, con un ferimento di Portanova (non dovrebbe morire, visto che esce un quarto episodio ambientato nel 1965) e l’avvento di un inutile vicecommissario che chiude il caso cui sta lavorando Portanova in modo sicuramente non corretto.

Per tornare poi alla spezia sbagliata, il romanzo comincia a muoversi nelle vicinanze del Natale del 1964, quello che vide l’elezione di Saragat a presidente della Repubblica. Peccato che si comincia a pagina 9, indicando la lettura del giornale del 23 dicembre, e si finisce con una serie di avvenimenti a pagina 168, indicati da una prima riga che riporta “21 dicembre 1964”. La domanda ingenua è: errore di poca cura o vicenda onirica a ritroso?

Il giallo in sé che segue Portanova è il ritrovamento del cadavere, nudo, di un prete, gettatosi o gettato dal terzo piano di un palazzo al centro di Ortigia. La casa da cui si getta il prete è in affitto a Nicola Scimecca, momentaneamente in carcere accusato dell’assassinio del maresciallo Agrò. E nell’intricata vicenda verranno coinvolti: il padrone di casa, che mente sui suoi spostamenti all’ora del delitto, alcune donne che hanno rapporti strani ed intricati con il prete. Forse Anna, sorella (credo ma non si comprende, che parla solo dialetto), e di sicuro Maria, vedova del fratello di Scimecca (mafioso ucciso in una faida), sposata controvoglia, da sempre innamorata del prete, ed a sua volta suicidatasi qualche tempo prima.

La chiave di volta che fa capire molte cose a Portanova è la frase che trova nella stanza del terzo piano, che viene dal capitolo 13 della “Prima Lettera ai Corinzi” di San Paolo: “Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma, allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.”

Comunque, come dicevo, la cosa migliore in sé è il protagonista, io narrante, Paolo Portanova. Di cui esce un ritratto a tutto tondo, con tanti elementi e caratterizzazioni che ne rendono un personaggio vivo. Sposato da anni, è in crisi con la moglie, sia perché con l’avanzare dell’età qualche momento di intimità viene meno, sia perché nel palazzo si aggira una bella e più giovane ed attraente signora. Non succederà nulla se non nella mente, ma tant’è.

Paolo, tra l’altro, ha un serie problema di prostata, abbastanza usuale alla sua età, che non si decide ad affrontare con il medico, e che lo debilita sia nella minzione sia nelle ipotetiche avventure erotiche. Ha un grosso punto negativo, legato all’uso indiscriminato di sigari toscani extra vecchi. Ma molti punti positivi: è un accanito bevitore di caffè, un amante della muscia, sia quando si dedica ad autori contemporanei alla vicenda, sia, ed a maggior ragione, quando indugia nella sua passione segreta verso il jazz. Così con lui gustiamo un bellissimo “In the mood” dell’orchestra di Glenn Miller, un rilassante “Blue in Green” di Miles Davis, ma soprattutto la voce roca ed il basso stupendo di “A Foggy Day” eseguita da Charles Mingus. Infine, e di certo non guasta, è dichiaratamente di sinistra, visto che legge ogni mattina “L’Unità”. E forse anche per questo non ha vita facile al Commissariato.

Per finire, in ogni caso, la buona penna di Minnella ci accompagna anche per le strade ed i lungo mare di Ortigia, una piccola città nella città, che, se la vedi, non la dimentichi. In particolare, e cercatene che io non ve ne parlo, la Fonte Aretusa.

Morena Fellegara “Un pastis al Bar Marco” Corriere Gazzetta II 21 euro 7,99

[A: 09/05/2026 – I: 31/05/2026 – T: 02/06/2026] &&      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 158; anno: 2016]

Come penso sapete bene, sono sempre interessato e compiaciuto dalla presenza di autori italiani che si cimentano in questa branca letteraria, una volta considerata di nicchia, ma che, se si vuole guardare bene e riflettere un po’, riassume un certo modo di essere. E soprattutto di essere italiani.

Qui abbiamo la prima uscita (che poi è stata corroborata da altri quattro romanzi, credo), di una simpatica infermiera ligure, che, per ricordare ed onorare il proprio padre barista, ha impiantato una serie interessante proprio in un bar. Ed in particolare in un bar molto dedito allo sport, come erano molti bar negli anni Ottanta. Che poi, a poco a poco, sono spariti.

I genitori di Morena gestivano per l’appunto un Bar, il Bar Marco, in quel di Imperia, per la precisione in via Martiri. Negli anni Ottanta, punti di aggregazione della città. Via piena non solo di bar, ma di negozi di generi vari. Alimentari, vestiti ed altro, di modo che, facendo perno al bar, nei cinquecento metri della via tutto un mondo si poteva svolgere.

Un mondo che, al tempo della scrittura (quindi una trentina d’anni dopo i fatti) ormai era scomparso o stava scomparendo. Negozi chiusi, ed anche il bar stava tirando gli ultimi caffè prima di abbassare per sempre le saracinesche. Inciso: pur essendo Mario il padrone del bar, non ho capito, lungo tutto il romanzo, perché invece il bar si chiama Marco. Secondo inciso: pur essendo una bevanda consumata abitualmente, poco si sa dei consumatori di pastis, che di sicuro è una bevanda tra le top del bar, essendo importata dalla vicina Francia, dove è l’aperitivo nazionale.

La ricostruzione storico-sportiva di Morena è quindi uno dei punti di forza del romanzo, dove sulla parte sportiva torno in chiusura. Meno avvincente è la parte gialla, che si dipana lungo tutto il testo senza mai prenderci decisamente. Stiamo a vedere come Mario indottrina il maresciallo Farfuglia (un nome, un programma), in modo da portarlo alla soluzione del caso.

Nel mezzo di questi due elementi che caratterizzano il testo, c’è tutto il mondo di via Martiri, dove Morena ha un’idea di scrittura interessante. Non solo introducendo i capitoli con testi vari di canzoni dell’epoca (elencando testi che ho amato Lucio Dalla con 4 testi, Franco Battiato. Fabrizio de André con 2 testi, Loretta Goggi, Renato Carosone, Rino Gaetano con 6 testi, Riccardo Cocciante, Giorgio Gaber, Adriano Celentano, Gianni Togni, Lucio Battisti), ma dedicando spazio, in diversi capitoli, all’approfondimento di qualcuno dei frequentatori del bar.

Ovviamente, un capitolo che non può mancare è dedicato a Flavio Zumbo, il personaggio centrale della storia, quello che vivacchia vincendo (poco) e perdendo (tanto) ai vari giochi dell’epoca, ma che, grazie ad un pareggio del Napoli ad Avellino il 22 marzo ’81 fa un insperato tredici al totocalcio, da ben 32 milioni di lire. Ed un capitolo lo dedichiamo anche alla di lui moglie, quella cui Flavio non fa mai regali, ma che, dopo la vincita sfoggia vestiti e gioielli.

Una vincita che Zumbo non riscuote, perché a valle dell’euforia del risultato, qualcuno gli versa del valium nel pastis, e gli ruba (lui o un complice) la schedina. Che passa alla Bionda, una “lucciola” genovese, che incassa i soldi, paga una tangente, e li consegna al ladro principale.

Molti, allora, sembrano coinvolti. Tutti quelli che avranno un capitolo dedicato. Nando il Barbé (cioè il Barbiere), i giocatori di biliardo, in particolare Mimmo detto Stecca ed il dr. Martini detto U Megu (cioè il mago), il lestofante di mezzatacca Nicolino Tripode, e l’altro ex-carcerato, François il napoletano. C’è anche un cammeo, dedicato alla signora Lina, quella che passano gli anni ma cerca sempre un amore, e sempre ne esce ferita.

Il nostro barista-investigatore, unendo i vari puntini, anche a valle di morti strane ed altri accadimenti, riesce alla fine a costruirsi un quadro realistico di chi era presente quella domenica, e di chi aveva avuto tempo e modo per effettuare il misfatto. Ma, da buon barista, non può far altro che parlare dei suoi sospetti al maresciallo, che verificherà come i puntini siano al posto giusto, e chiudere il cerchio sull’assassino ed i suoi complici.

Venendo alla parte sportiva, poiché tutto comincia il 22 marzo, non può mancare un accenno alla Milano-Sanremo che si era disputata il giorno prima, riportando correttamente il nome del vincitore, De Wolf, anche se comunemente detto Fons e non Alfons. Vincitore con uno scatto nel finale, dove sorprendeva il plotone, guidato dal suo connazionale e favorito Roger De Vlaeminck. Ma è soprattutto il calcio che la fa da padrone. E non solo per il Totocalcio centrale alla trama.

Intanto, Mario è juventino, e questo è un punto in favore al testo. Inoltre, la vicenda si chiude in quel di Pasqua dell’81, con la sonora vittoria della Juve in casa della Pistoiese. Una Juve con la formazione quasi standard all’epoca: Dino ZOFF, Antonello CUCCUREDDU, Antonio CABRINI, Giuseppe FURINO, Claudio GENTILE, Gaetano SCIREA, Domenico MAROCCHINO, Marco TARDELLI, Roberto BETTEGA, Liam BRADY, Pierino FANNA. Dove nel secondo tempo Marocchino e Fanna vengono sostituiti da Causio e Prandelli. Altra chicca da appassionati (oltre ad aver notato una formazione juventina dal spore mitico), nella Pistoiese, in quella partita giocò per l’ultimo anno da calciatore, un tal Marcello Lippi.

Grazie Morena per questi ricordi, che hanno sollevato un po’ il tono non certo elevatissimo del tutto (anche se di sicuro gradevole).

“Perché qui al Bar Marco siamo veri sportivi.” (49)

Cristina Rava “Come i tulipani gialli” Corriere Gazzetta II 10 euro 7,99

[A: 28/02/2026 – I: 04/07/2026 – T: 06/07/2026] &&& e ½       

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 327; anno: 2009]

Non l’ho inserito nel titolo, ma sia i Fratelli Frilli sia il Corriere a questa prova della scrittura seriale di Cristina Rava aggiungono come sottotitolo “Il commissario Rebaudengo indaga con Ardelia”. Ritengo che sia una delle più grandi cattiverie editoriali perpetrate dai nostri editor.

Infatti, sia gli editori che Wikipedia continuano a suddividere le opere di Cristina Rava tra i due protagonisti: Bartolomeo Rebaudengo, poliziotto, e Ardelia Spinola, anatomopatologo. In realtà, siamo di fronte ad una serie di avventure in quel di Liguria, in particolar modo incentrate nella città di Albenga. Che ricordo per i meno geografi essere in provincia di Savona, a meno di cento chilometri dalla Francia, oltre ad essere la città natale della scrittrice.

Ad oggi, a me risultano diciassette titoli della serie, che dal primo titolo del 2007 sino al 2010 sono usciti per i Fratelli Frilli editori, dal 2012 al 2017 per Garzanti e dal 2019 ad oggi per Rizzoli. Ogni editore ponendo un suo cappellino sulla serie. Ma dicevo della cattiveria sopraindicata. Come si fa a sottotitolare “il commissario Rebaudengo indaga”, in un libro scritto tutto in soggettiva dalla prospettiva di Ardelia? Ed è proprio Ardelia che con i suoi dubbi mette in modo delle indagini che, non essendo lei nell’arma, vengono seguite e portate a compimento da chi poliziotto è. Io, sinceramente, avrei evitato.

Fatte queste rimostranze, il corposo volume si regge proprio su questo continuo esame su sé stessa e sul mondo intorno che esce dai pensieri di Ardelia. Siamo alle prime avventure della serie, e, ad ora, sappiamo che Ardelia ed il commissario hanno avuto una storia importante, interrottasi quando Ardelia scopre il tradimento di lui. Ma il fuoco cova sotto le ceneri, e benché sempre con cautela, qui c’è tutta una manovra di avvicinamento, favorita dalla complicanza di una vicenda che si dipana con lentezza ma con una certa coerenza.

Certo, il giallo è un po’ leggero, ed in fondo, pur arrivando ad un suo scioglimento, non lascia tracce profonde di indagini ed inchieste. Ci sono morti, c’è una vicenda intricata, c’è una spiegazione complicata, e, soprattutto, ci sono i personaggi che popolano le pagine. Quelli, insieme al territorio descritto, e alla scrittura, sono i veri punti di forza del testo.

Ho detto subito scrittura perché una specie di confessione ad alta voce dei propri pensieri è quello che Cristina mette in bocca ad Ardelia e che riesce a sostenersi per più di trecento pagine, senza cadute di tono, senza momenti di reale stanchezza. Ci sono alti e bassi, ci sono pensieri diretti, e ci sono momenti in cui la mente va di qua e di là senza un vero perché. Succede a tutti, e qui viene riportato in maniera magistrale.

La storia, comunque, si dipana intorno a morti e storie connesse. Si comincia con un suicidio, che Ardelia analizza in tutte le sue componenti e risvolti, ma che rimarrà suicidio (e qui, un primo plauso, che facile sarebbe stato far comparire un assassino). Poi compre una ragazzina tredicenne con tanti segni di violenza sul corpo (ma non di stupro). Infine c’è un vero morto, evirato, e che si scoprirà in seguito, sospettato di pedofilia ma mai incastrato.

Per contorno, compare un teutonico, Gabriel, ottantenne ebreo ancora in gamba, che sa cose ma non le dice. Non ha prove di quello che pensa, ma, qui forse c’è un po’ di forzature, ha una strana connessione con Ardelia. La nostra aveva una prozia, Rina, di origini ebree, sparita nei campi di concentramento, ma alla quale la nostra era assai devota. Ad un certo punto, si scopre che Gabriel era sposato con una sorella di Rina, quindi parente acquisito di Ardelia.

La storia poi che esce allo scoperto, come ci si aspetta dall’ultimo morto, coinvolge ragazze giovani. Una giovane di dieci anni sorella di Gabriel viene stuprata ed uccisa da un nazista. Il suicida, dieci anni prima, aveva una figlia anche lei di dieci anni, rapita e mai più ritrovata. La tredicenne malmenata è chiaramente infelice in famiglia, con la madre, il suo compagno e il figlio di questi, ma si scopre anche che frequentava, nascostamente, il suicida. Cosa di cui si accorge Gabriel, e che collega ad alcune ipotesi vendicative verso pedofili ma di cui non ha prove.

Ardelia, con pazienza, e coinvolgendo il suo commissario nelle indagini, riesce a trovare un collegamento tra il suicidio e l’omicidio. Nonché a capire il coinvolgimento di Gabriel e della giovane in tutto ciò. La nostra scrittrice, alla fine, ci fa capire tutti i nessi e connessi, ma non ha interesse a rivelarci cosa verrà dopo. Chi verrà accusato, chi verrà arrestato, chi verrà giudicato. A lei, e forse anche a noi, è sufficiente aver capito molto.

Ed anche aver visto Gabriel e le sue radici ebree alle prese con una cena molto interessante. Aver capito la psicologia della giovane sbandata, e della poco attenta famiglia che ha alle spalle (non entro in tutti i rivoli del testo, che sarebbe bene poteste decidere di leggere). Essere introdotti nel rapporto – non rapporto tra Ardelia e Bartolomeo. Insomma, a me è piaciuto, come mi piace l’irruente e scomoda presenza di Ardelia.

Alla fine scopriamo anche che i tulipani gialli sono dei fiori finti fatti di seta, ma questa scoperta non mi ha aiutato a collocarli correttamente nel flusso del romanzo.

Laura Veroni “I delitti di Varese” Corriere Gazzetta 08 euro 7,99

[A: 26/07/2023 – I: 08/07/2026 – T: 09/07/2026] && e ½      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 262; anno: 2016]

Laura Veroni, laureata in Pedagogia ed insegnante di lettere, esordisce nelle mie letture con questo primo episodio che ha per sottotitolo “La prima indagine del magistrato Elena Macchi”. Ovvio che questo sottotitolo è stato inserito nelle ristampe del testo che, alla prima uscita, per stessa confessione della scrittrice, non era ancora decisa la possibilità di una produzione seriale.

Sebbene abbia una decina d’anni è ancora un romanzo leggibile, che scorre bene sotto la lente del lettore, con un’unica pecca editoriale. Ci sono due date inserite nel testo che servono a darne caratteristiche, che non approfondiamo. Ma la prima è ben evidenziata in grassetto, mentre la seconda, in caratteri normali, rischia di essere ignorata, falsando nel caso una parte importante del romanzo.

Altro elemento da notare è la cura, quasi da guida turistica, nel nominare e farci visitare pezzi della città di Varese, dalla parte artistica alla parte culinaria e gastronomica. Purtroppo non conosco la città, quindi ne ho letto, ma non so dirne altro.

Quindi, bene la scrittura e il contorno. Un po’ meno i personaggi, non quelli seriali ma quelli di questo primo episodio. Ed altrettanto poco elevato il giudizio sulla trama gialla in sé. Che inizia ben costruita, ma si sfalda subito, se ne capisce il punto di caduta finale, con la scommessa su chi sia l’artefice di tutto che si riduce a pochi e ben individuati sospetti.

Tutto, bene o male, ruota poi intorno alla famiglia Della Torre, una delle più in vista in città. C’è il patriarca, Giorgio, che comanda la famiglia con un piglio militaresco. In particolare verso i figli avuti dalla prima moglie: Alice che sta iniziando l’Università e Alessio, sedicenne liceale. Un piglio che non può che provocare astio e ribellione nei giovani. Un po’ difesi, ma sempre fino ad un certo punto, da Brunilde, la seconda moglie.

Che proprio Brunilde è poi l’epicentro del dramma. Borghese annoiata, si barcamena tra vari momenti esterni, e rintanamenti in luoghi dove non dovrebbe essere importunata, tipo caffè, che frequenta spesso in compagnia della sua amica Mara, o librerie. Proprio in una libreria, invece, conosce Claudio, un pittore (nominalmente) ma che, per il tenore di vita che fa, dovrebbe avere altre entrate. Brunilde ne è un po’ attratta ed un po’ respinta, si affaccia nell’atelier, dove incontra una modella di Claudio, tale Eva.

Ci meravigliamo a questo punto che Claudio è uno spacciatore per l’alta borghesia varesotta? No, di certo. Né ci meravigliamo che Alice, per sopportare i continui rimbrotti paterni, si rifuggi nei paradisi artificiali? Ed è ovvio che lì incontra Eva, con cui ha anche degli approcci erotici. Visto anche che, fin da subito, Alice si professa gay, e che la vediamo in atteggiamenti espliciti con la sua amica Renata. Il tutto con Alessio che rimane in disparte, preso da turbe erotiche adolescenziali, un po’ verso tutto l’universo femminile.

A questo punto, in sequenza, cominciano i delitti, dove vediamo perire nell’ordine Eva, Giorgio, Claudio e Renata. Quando Alice si toglie la vita, il cerchio si chiude e tutti tirano un sospiro. Ma sarà proprio tutto finito?

Ho volutamente tralasciato tre personaggi che percorrono tutta la parte investigativa. Uno perché non l’ho inquadrato bene, il commissario Torrisi. La seconda è Silvia Mameli che entra in gioco come criminologa quando serve dare un profilo al killer. Anche se, per una serie di ragioni, viene coinvolta in giochi erotici femminili da Alice. Tanto che a valle del suicidio di Alice, deciderà di abbandonare il crimine e dedicarsi alla psicologia. Pur non rinnegando i momenti con Alice e forse avendo qualche motivo per avvicinarsi ad Elena.

Ed è lei che affrontiamo al fine. Testarda e determinata, occhi verdi e capelli biondo platino, fisico da frequentatrice di palestre, percorre il romanzo trasversalmente dall’inizio alla fine. È lei che fa domande, è lei che si pone quesiti. E dove non trova risposte, non esita a coinvolgere Torrisi, che in quanto poliziotto è deputato alle indagini. Non risulta immediatamente simpatica, come dovrebbe essere un personaggio destinato a diventare seriale (ma sappiamo appunto che all’inizio non doveva essere così). Diventa più umana e tollerabile quando entra in scena Silvia, e la sua caparbietà ha un contraltare con cui dibattere. Tuttavia, non è (ancora) ben caratterizzata. Vedremo se lo sarà in altre prove. Che mi aspetto altre entrate della scrittrice nella mia biblioteca.

Questa volta abbiamo una lunga catena di citazioni del filosofo James Hillman, che ci fa fare un bel viaggio nella vecchiaia, nei suoi pro e nei suoi contro. Ed un piccolo tributo al cardinale Martini con una perla che mi porto nel cuore.

Di James Hillman riporto molte frasi che mi sono rimaste in testa tratte da “La forza del carattere”. Ognuna ha un suo perché, ma io metterei in rilievo il pensiero di Cicerone, una frase che mi rimanda ai tempi della “mia” bioenergetica e la chiusa di Yeats.

“Gli ultimi anni della vita confermano e portano a compimento il carattere.” (12)

“Mai, in nessuna cosa che scriviamo, ci possiamo liberare del nostro carattere.” (25)

“La capacità di intrattenere idee provandone piacere è sempre stata una delle giustificazioni del fatto di scrivere e di leggere libri e di tenerceli cari.” (29)

“Perché viviamo a lungo? … Anche ammettendo che biochimica e scienze affini eliminino il deterioramento e prolunghino la durata della vita, spiegare il ‘come’ non esaurisce il ‘perché?’” (44)

“[Scrive] Cicerone nel ‘De senectute’: i vecchi sono bisbetici, pieni di preoccupazioni, irascibili, difficili. Se andiamo a cercare, anche avari; questi però sono difetti del carattere, non della vecchiezza” (55)

“Di fronte all’ignoranza dei giovani che passa per innocenza … divento un vecchio bisbetico, crudele, meschino.” (91)

“La ripetizione fa andare d’accordo l’individuo molto vecchio e l’individuo molto giovane.” (109)

“Quando il corpo incomincia a diventare cascante, vuol dire che abbandona la mistificazione e l’ipocrisia. … Il corpo non mente.” (118)

“Il mio libro della vita ha perduto i numeri di pagina.” (127)

“La rassegna della [propria] vita è … la scrittura della nostra vita sotto forma di storie. E senza storie non c’è trama, non c’è comprensione, non c’è arte, non c’è carattere.” (143)

“Accettare la propria faccia = diventare più individualizzati = accettare la propria ascendenza.” (209)

“Quel che resta di noi dopo che ce ne siamo andati è il carattere.” (222)

“Le buone abitudini non possono impedire le brutte cadute.” (248)

“Il carattere sta agli anni della vecchiaia come la vocazione individuale sta agli anni giovanili; dà senso e scopo ai cambiamenti introdotti dall’invecchiamento. Il carattere è un’idea terapeutica.” (271)

“[Scrive] Yeats nella Preghiera per la vecchiaia: prego … di poter sembrare, anche se morirò vecchio, / Uno sciocco appassionato.” (274)

Mentre Carlo Maria Martini nella sua appassionata analisi de “Il Discorso della Montagna” prima ci fa riflettere sulla pace e sulla giustizia, e poi c’è la frase fondamentale di tutte le storie d’amore. È bella, è mia, è la voglio condividere sempre.

“Non c’è pace senza giustizia, ma non c’è giustizia senza perdono. E aggiungo: non c’è perdono senza un po’ di amore del nemico.” (100)

“L’amore si dimostra … quando occorre superare un ostacolo.” (134)

Infine veniamo ai saluti, che mentre si sviluppa un agosto di riposo e di recupero delle energie, ci sono anche sprazzi che ci fanno intravedere un finale di anno pieno di iniziative e di possibilità. Ovviamente di viaggi, che quello è il secondo dei tre rami della mia vita. E se vi dicessi Uzbekistan, qualcuno suona campanelli? Sperando di continuare a trovarvi seduti alle letture, e pronti con me ai viaggi, vi abbraccio.