Torniamo ad occuparci di gialli, non americani e di livello interessante, anche lì dove la serialità a volte non sempre favorisce la qualità. Abbiamo la canadese Louise Penny che ci riporta alle prime avventure dell’ispettore Armand Gamache, in un enclave inglese nel Canada francofono. Ed abbiamo l’americana naturalizzata inglese Elizabeth George, con il penultimo episodio dell’ispettore Thomas Lynley. Finendo con il giapponese Isaka Kotaro ed il suo “train move” di cui non anticipo altro qui.
Louise Penny “Il più crudele dei mesi” Einaudi 14 (in realtà, scontato
a 13,15 euro)
[A: 23/11/2024 – I: 18/02/2026 – T: 21/02/2026] - &&& e ½
[tit. or.: The Cruellest Month; ling. or.: inglese; pagine: 404; anno 2007]
AG03
Con il solito andamento sconclusionato del
mercato italiano, dopo aver pubblicato le storie del commissario Gamache a
partire dalla decima e poi, con qualche salto, fino all’ultima uscita (la
ventesima), Einaudi ha capito che c’era mercato anche per la nascita del
personaggio, così ha cominciato a pubblicare il primo episodio, e poi, a ruota,
i seguenti. Così che, sebbene io già conosca molto del futuro del nostro
investigatore, faccio finta di ignorarlo, immergendomi nel terzo episodio.
Episodio che, come usuale nella scrittrice
canadese almeno in questa fase della serie, si sviluppa su tre fronti: il
pubblico di Gamache, alle prese con le lotte intestine alla polizia canadese,
la vita nella comunità di Three Pines, il luogo eponimo della saga dove
approfondiamo i caratteri degli abitanti, e le indagini poliziesche, che un
mistero ci deve pur essere.
Facendo un piccolo riassunto alla data,
Armand Gamache è un poliziotto del Quebec, sposata con Reine-Marie, al momento
bibliotecaria, e con due figli: Daniel, sposato con prole che vive a Parigi, e
Annie, sposata ma di cui per ora si sa poco. Gamache è in urto con i vertici
polizieschi avendo fatto arrestare un collega, seppur a ragione, ma si sa che
il corporativismo è tanto. La sua squadra comprende in prima linea il suo
aiutante, Jean-Guy Beauvoir. Il fronte di sostegno è costituito da Isabel
Lacoste, fedele e costante, e Jeanne Nichol, oriunda russa di seconda
generazione, carattere difficile ma forse più fedele di quello che sembra.
Per la prima parte, seguiamo gli sforzi della
Sûreté di mettere in difficoltà Armand, e vedremo come, usando sottilmente
alleati nascosti, il nostro riuscirà a far fronte alla crisi. Anche se, come
sostiene fino alla fine, forse la lotta intestina non è ancora finita.
Poi abbiamo la comunità rurale, dove nel
borgo dei tre pini vivono Clara e Peter Morrow, due artisti del pennello, al
momento con Peter che ha più notorietà, ma con Clara che sembra produrre quadri
inaspettati. Dovrebbe venire un critico a valutarli, ma ancora in questo
episodio non si palesa. Poi c’è Ruth, anziana poetessa laureata (un titolo
presente nelle Americhe ma di cui ignoro la portata europea), un po’ fuori giri
di testa, ma con momenti di lucidità estrema. C’è poi Myrna, ex-psicologa stufa
dei pazienti e ritiratasi colà a gestire una biblioteca. E poi la coppia gay di
Oliver e Gabri, che gestisce un B&B ed un bistrot, punto di riferimento dei
locali e dei forestieri. Ci sono altri elementi al contorno, ma per ora non
influenti.
Nel corso dell’episodio impariamo a
conoscerli ogni volta un po’ meglio. Ed in particolare con riferimento
all’episodio delittuoso che ogni volta si inserisce. Qui abbiamo Hazel,
allontanatasi dalla città per trovare uno spazio suo senza patemi, dove viveva
con la figlia Sophie. Cinque anni prima la raggiunge una sua compagnia del
college Madeleine, reduce da una lunga terapia per un tumore. Madeleine, nel
corso degli anni, diventa un punto solare della comunità. Sophie l’ammira, il
vedovo dell’alimentari le fa la corte discreta, l’artigiano la venera da
lontano, suscitando gelosie nella tremebonda moglie.
La crisi si innesta con la visita di una
“sensitiva” (metto le virgolette che sempre dubbi ho verso queste
categorizzazioni), che imbandisce una seduta nella casa teatro, nell’episodio
precedente, di un efferato delitto. Ovvio che durante la seduta Madeleine
muoia, uccisa da alcune concause: debolezza di cuore dovuta alle terapie, una
dose massiccia di efedrina (droga usata per favorire i dimagrimenti) ed un
forte spavento.
Ovvio che tutte le persone sopra citate siano
indiziate di aver ucciso Madeleine, con l’aggiunta della medium, Jeanne, che si
scopre essere stata anche lei nello stesso college di Hazel e Madeleine.
L’abilità di Louise è mescolare i tre piani delle trame senza lasciarne cadere
nessuno e portandoli ad un giusto punto di cottura.
Armand alla fine dell’episodio avrà segnato
un punto a suo favore verso la Sûreté e sarà riuscito a risolvere il giallo.
Nelle more, vediamo intrecciarsi meglio i destini degli abitanti di Three
Pines, destini che proseguiranno la loro corsa nei successivi episodi (ricordo
in finale che questo è il terzo, ma siamo arrivati all’episodio numero venti).
Prima di lasciarvi, piccoli commenti
personali. La prima citazione, come sottolineo in finale, è un riferimento
traverso ad una battuta attribuita a Mae West ma che ha una lunga storia di
travisamenti. Per onor di cronaca, la battuta considerata originale diceva: “Hai
una pistola in tasca o sei semplicemente felice di vedermi?”.
L’ultima citazione, a parte l’attribuzione
sottoindicata, venne riproposta per prima nella monumentale opera di Edward
Gibbon "Storia del declino e della caduta dell'Impero romano". La
citazione riportata dalla scrittrice, purtroppo, manca della chiusa,
altrettanto significativa: “Uomo! Non riporre la tua fiducia in questo mondo
presente."
“Clara … tirò fuori un’enorme, vecchissima
chiave … Ma come, credevo che fossi contenta di vedermi! Scherzò Myrna” (57)
[rif. Mae West]
“A un certo punto della vita ognuno di noi
deve domandarsi: in che cosa credo? Io almeno una risposta ce l’ho.” (156)
“Ormai sono circa cinquanta i miei anni di
regno nella vittoria o nella pace, amato dai sudditi, temuto dai nemici e
rispettato dagli alleati … In tale situazione ho diligentemente contato i
giorni di pura, genuina felicità che mi sono toccati in sorte: ammontano a
quattordici.” (378) [parole di Abd al-Rahman III, primo califfo omayyade sul
suolo di Spagna, dove regnò dal 912 al 961 d.C.]
Louise Penny “Vietato uccidere” Einaudi s.p.
(regalo di Alessandra)
[A: 09/01/2026 – I: 24/02/2026 – T: 26/02/2026] - &&&
[tit. or.: A Rule Against Murder; ling. or.: inglese; pagine: 491; anno 2008]
AG04
Ho già detto e lamentato l’apodittica uscita
delle avventure del commissario Armand Gamache nelle edizioni italiane.
L’editore provò con il settimo volume, per poi saltabeccare facendone uscire
altri sino al quattordicesimo, e solo allora riprese il primo e, per ora,
continuando con il recupero delle prime uscite. Questa è il quarto episodio, e
so che in libreria sta uscendo anche il quinto. Vedremo prima o poi di
ricostruire il complesso delle vicende.
Per ora ci dedichiamo a questo che, nel suo
impianto, è simile ma diverso rispetto ai primi tre usciti (ovvio che non parlo
degli altri, anche se li ho già letti, e questo mi da una visione su quanto
avviene leggermente diversa da chi nulla ha per ora avuto in mano). La
diversità, marcata, è che la vicenda si svolge lontano dal luogo eponimo della
scrittrice. Non siamo nel classico Three Pines, anche se l’hotel di lusso
Manoir Bellechasse, adagiato sulle rive del lago Massawippi, non è molto
distante dalla cittadina normale teatro delle avventure.
I coniugi Gamache sono lì nel lussuoso hotel
per festeggiare l’anniversario di matrimonio, il trentacinquesimo, ma trovano
che praticamente l’albergo è occupato dalla Grande Famiglia Morrow, lì riunita
per celebrare, con una statua da inaugurare sulle rive del lago, il capostipite
della famiglia, Charles Morrow, ormai morto da diversi anni.
Ovvio che prima o poi ci sarà un omicidio, ma
quello che riesce a creare la scrittrice è un’atmosfera da camera chiusa, che
tutti e sole le persone presenti in loco possono essere state coinvolte nel
delitto. Questo restringe il campo, ma dà modo di scrivere di meccaniche
familiari e sociali che rendono il giallo qualcosa di più di un semplice
esercizio di logica.
Comunque, nel lato del personale dell’albergo
abbiamo la matura Madame Dubois che da anni lo gestisce come promessa fatta al
marito morto, e con il loro marchio di fabbrica: nell’hotel e nei suoi dintorni
è vietato uccidere uomini, animali o piante (da cui il titolo italiano che
questa volta non travisa molto l’originale, che poneva l’accento su “una regola
contraria all’omicidio”). I suoi più stretti collaboratori sono il maître
dell’hotel, Pierre Patenaude, e l’impareggiabile maestra di cucina, Chef Véronique.
La famiglia invadente è invece composta da
Irene Morrow ora risposata con Bert Finney. E dai figli del capostipite: Thomas
il maggiore con la moglie Sandra, Julia, divorzianda dal truffatore ora in
prigione David, Marianna, la più piccola, con il figlioletto Bean (di cui,
sebbene abbia dieci anni, non si vuole svelare il sesso). In mezzo, c’è anche
una nostra ben radicata conoscenza: Peter con la moglie Clara. Loro sono il
fulcro di tutte le vicende di Three Pines, e qui costituiscono il trait-d’union
della serie.
Ogni personaggio ha le sue particolarità,
anche se qui dobbiamo subito togliere dalla cerchia di indagine Madame Dubois e
Clara. Che partecipa alle azioni, ma che, per sua indole e posizione fino ad
ora avuta nella serie, non potrà mai essere un’assassina. Almeno per ora. Come
non sono imputabili i componenti della squadra di Gamache che verranno ad
aiutarlo nell’indagine: sia il vice Beauvoir che l’aiuto Isabelle Lacoste.
Altra piccola variazione, mentre le
precedenti trame si sviluppavano su diversi binari, qui la parte preponderante
è lo studio delle personalità presenti in questa camera chiusa all’aperto. C’è
Veronique rifugiatasi nel Manoir a seguito di vicende che potete seguire e lì
rimasta essendosi invaghita del maître, anche se non ricambiata. Lo stesso
Pierre è di sicuro reduce da vicende personali dolorose, la cui natura si
svelerà molto lentamente. Sul lato dei Morrow, poi, c’è tutto un campionario di
presupponenza e comportamenti odiosi. Una madre anaffettiva che pensa di voler
bene ai figli. Il figlio maggiore che obtorto collo deve prendere in mano le
industrie paterne, che starebbero molto meglio nelle mani della figlia minore
che però, essendo donna, non viene considerata dalla famiglia.
Poi c’è Julia la moglie del finanziere che ha
mandato in rovina decine di famiglie, che non ha un grammo di empatia con i
poveri in bancarotta, e che sarà colpita da morte molto “particolare”. Verrà
schiacciata dalla statua del padre, in base ad una serie di meccanismi di
movimento di cui ho letto nel pur veloce finale, ma che non posso dire di aver
compreso fino in fondo.
In posizione defilata, infine, c’è Peter che
non è mai riuscito a ribellarsi alle cattiverie materne, rimanendone ancor oggi
succube, come gli ricorda continuamente Clara. Peter che è anche roso dalla
gelosia del possibile prossimo successo artistico della moglie. Ancora
sentimenti sopiti ma si sente nell’aria che prima o poi possano scoppiare.
Tutto il romanzo è percorso da queste sottili
schermaglie psicologiche, non ultima quella riguardante il padre di Armand, di
modo che veniamo a sapere di più e meglio della storia personale di ognuno. Un
interessante capitolo, che continuo a non svelarvi, per ora.
Avete capito quindi che si parla molto di
psicologia, di rapporti familiari e simili amenità, lasciando abbastanza
defilato il meccanismo giallo. Questo abbassa leggermente il gradimento
generale del testo, che pur rimane su livelli di assoluto interesse. Perché la
scrittrice si scaglia contro il perbenismo, contro l’ipocrisia della borghesia
arricchita, a favore di un ruolo convincente per le donne, come dovrebbe essere
sempre e purtroppo ancora non è. Ed ancora sul ruolo delle famiglie
disfunzionali, e sull’importanza di esternare i propri sentimenti. Il silenzio
e la fuga non fanno che alimentare quel paradiso dentro di noi, come ci ricorda
Louise citando l’opera di Milton “Paradiso Perduto”.
Per finire un piccolo accenno ad un vezzo che
i traduttori potevano evitare. Il Canada Day, in ricordo dell’indipendenza del
territorio si celebra il 1° luglio, mescolandosi spesso in una settimana di
festeggiamenti che iniziano il 24 giugno, giorno eponimo del mio onomastico
dedicato a San Giovanni Battista. Non capisco perché a pagina 426 il nome del
santo venga riportato in francese. Misteri insormontabili.
“Hai cinquant’anni e vuoi che sia io a
dirti come sistemare le cose? Tu sbagli, tu trovi il rimedio.” (106)
“Cosa ci poteva essere peggio di morire
senza essere rimpianti da nessuno.” (301)
Elizabeth George “Una cosa da nascondere”
TEA euro 15 (in realtà, scontato a 14,25 euro con “Feltrinelli Card”)
[A: 10/10/2025 – I: 01/03/2026 – T: 03/03/2026] - &&& --
[tit. or.: Something to hide; ling. or.: inglese; pagine: 628; anno 2022]
LYNLEY21
Pochi
giorni dopo il suo settantasettesimo compleanno, ho letto con buon interesse il
ventunesimo episodio (e penultimo) dedicato al suo personaggio eponimo,
l’ispettore Sir Thomas Lynley, ottavo conte di Asherton, in questo episodio
anche facente funzioni di capo ufficio, essendo la responsabile, come abbiamo
visto alla fine del precedente romanzo, partita per un ricovero di
disintossicazione alcolica.
La
scrittura della grande signora del “crime” è sempre gradevole, non si perde
troppo in lungaggini inutili, anche se, vista la mole delle pagine, non è che
sia ferrata nel dono della sintesi. D’altra parte, la materia che tocca, tra
pubblico e privato, necessita di un buon respiro per essere affrontata,
descritta, ma, purtroppo, non ancora superata.
Come
sappiamo ormai, il cliché delle opere seriali di lungo corso (per chi fosse
distratto, il primo romanzo dedicato a Thomas Lynley venne pubblicato quasi
quaranta anni fa), le trame si sviluppano su diversi binari, barcamenandosi tra
pubblico e privato. Anche per questo, ci vogliono abbastanza pagine per far sì
che i vari personaggi comincino a carburare autonomamente da quanto di loro
sappiamo nei precedenti episodi.
Dal
punto di vista degli investigatori, quindi, tolta per ora di mezzo il capo
Isabelle Ardley, rimangono su piazza l’ispettore ed i suoi due aiutanti. Prende
un po’ più di spazio Winston Nkata, di cui conosciamo alcune tracce del
passato, ma soprattutto l’ambiente familiare in cui vive, fornito di una mamma
pasticcera super simpatica.
Si
aggira per le pagine anche l’ottima Barbara Havers, sempre fuori posto con i
suoi vestiti non convenzionali, ma anche con le sue idee balzane ma efficaci,
con l’empatia che a volte riesce a suscitare negli indagati. E quando non ci
riesce, è capace di fare il mastino che non molla l’osso. Abbiamo fortunatamente
per ora messo da parte la sua vita privata, anche se c’è la segretaria Dorothy
che non perde occasione per coinvolgerla in assurdi tentativi di trovarle una
persona da metterle a fianco.
Un
bel ruolo assume l’amica di Thomas, Deborah St. James, con la sua passione per
la fotografia, la sua capacità di tirare fuori l’anima della persona che ha di
fronte. Anche per questa viene coinvolta in un progetto umanitario che farà da
leitmotiv del romanzo, e che consentirà, attraverso una fotografia, di arrivare
a capire una parte della soluzione del problema. Inciso: compare in qualche
riga anche il marito Simon, il grande e fraterno amico di Thomas, ma ha un peso
nullo nella vicenda.
L’ispettore
Lynley è sempre il motore pensante delle indagini, ovvio, ma si porta appresso
tutto il suo retroterra di rapporti con l’altro sesso. Non ha mai superato (un
po’ alla Schiavone) la morte della moglie Helena, anche se lo pensa. Ha avuto
qualche fugace rapporto, ed ora, da qualche episodio, ha un legame con Deidre.
Legame che qui arriva al nocciolo. La signora non ha intenzione, per sue storie
personali, di fare quei passi in più verso una relazione stabile, come vorrebbe
Thomas. Però non li esterna, e Thomas non riesce, da parte sua, a fare
chiarezza sulla reale entità del peso di questo rapporto. È solo un bene
rifugio o un reale momento di possibile comunione? Per ora, mi sembra che tutto
si areni.
La
storia, in pratica sembra intrecciare due o tre storie, che per le prime
duecento pagine viaggiano un po’ parallele, per trovare solo ad un certo punto
il modo di intrecciarsi.
C’è
la storia della famiglia Bankole, nigeriani immigrati da non molto. Con il
padre-padrone Abeo, assolutamente non integrato, e visto che per i nigeriani i
figli sono la ricchezza della famiglia, e visto che la moglie Monifa si è
fermata a due, si costruisce a Londra una seconda famiglia. Non disdegnando sia
di cercare di combinare un matrimonio al figlio maggiore Tanimola, cosa che
andrà buca, sia cercando di sottoporre la secondogenita Simisola alla pratica
tribale che poi sarà la base morale del romanzo.
C’è
la storia di Teodora “Teo” Bontempi, una nigeriana adottata da una coppia
italo-francese insieme alla sorella più piccola Rosie. Teo è un poliziotto, ha
alle spalle un divorzio dopo che riscopre le sue radici africani, e si impegna,
in una lotta solitaria a combattere le MGF (vi dico tra poco di che si tratta).
Intanto trova una possibile consolazione con un poliziotto anche lui nigeriano,
Mark, con una complicata storia familiare (che saltiamo).
Infine
ci sono cliniche più o meno autorizzate che lavorano pro o contro le MGF.
Acronimo che sta per Mutilazioni Genitali Femminili, cioè la pratica barbara
dell’infibulazione. Pratica molto in voga, purtroppo, in Africa, ma che (grazie
alla scrittrice che ce lo ricorda) è presente anche in Europa, importata dagli
immigrati. Abbiamo cliniche clandestine che praticano la MGF e cliniche
autorizzate che si occupano della ricostruzione, ove possibile ed a costi
elevati, del clitoride femminile. In questi frangenti facciamo la conoscenza
della manager Mercy Hart e della dottoressa Philippa Weatherall.
Il
tutto collassa quando Teo viene colpita alla testa, ha una commozione
cerebrale, e, non essendo curata in tempo, muore. Elizabeth impiega pagine e
pagine per intorbidire le acque e farci balenare possibili scenari e possibili
colpevoli. Potrebbe essere Ross, il primo marito di Teo, geloso della nuova
vita della futura ex-moglie. Potrebbe essere Rosie, che si fa mettere in cinta
da Ross, che ha sempre amato, e che è gelosa in modo patologico della sorella.
Potrebbe essere Mercy e/o Philippa, le cui azioni tra legali e illegali non
capiamo mai a chi facciano capo. Potrebbe essere Mark, laddove Teo avendo visto
uno spiraglio medico ai suoi problemi, potrebbe aver deciso di lasciare.
Potrebbe essere Pietra la moglie di Mark, non accettando il possibile abbandono
da parte del marito. Potrebbe essere Abeo Bankole, laddove Teo riesce a mettere
sempre i bastoni tra le ruote nei suoi tentativi di far operare la figlia.
La
storia ha anche altri rivoli interessanti, spesso basati sul rapporto
contrastante tra le due culture (o forse tre) dei nativi e degli immigrati (e
degli immigrati integrati). Quello che a Elizabeth ben riesce e di cui le siamo
grati, è di aver portato alla luce una problematica molto presente,
specialmente nelle periferie londinesi. Tirando fuori con maestria i motivi
(assurdi) di chi si barrica dietro le tradizioni ancestrali, e di chi, con
timidezza e lungimiranza, pensa che si possa e si debba andare verso nuovi modi
di esistere e di convivere.
Pur
con qualche peccato di lunghezza, la storia è solida, ben scritta, e con spunti
di riflessioni sulla presenza dell’altro nella nostra vita, che non mi
stancherò di sottolineare.
“Non
è perfetta e non è nemmeno il tipo di persona che credevo avrei sposato. Ma la
vita non sta a guardare i nostri progetti o le nostre intenzioni. La vita
capita.” (218)
Isaka Kotaro “I sette killer dello
Shinkansen” Corriere 2 euro 8,90
[A: 24/10/2022 – I: 21/02/2026 – T: 23/02/2026]
- &&&
[tit. or.: マリアビートル, Maria Bītoru; ling. or.: giapponese; pagine: 542;
anno 2010]
Avevo
scritto un anno fa circa leggendo “La vendetta del professor Suzuki” che la
scrittura di Isaka era interessante anche per quel tocco di “comic thriller”
non facilmente trovabile nel mondo giallo (in Italia si può pensare ai libri di
Alessandro Robecchi). E seppur avevo parlato del libro, poco avevo approfondito
dell’autore e delle sue opere.
Tralascio
il complesso di quanto ha prodotto, per concentrarmi su quella che poi viene
riconosciuta come scrittura seriale (almeno in giro per il mondo), mentre da
noi i romanzi escono senza commenti e/o collegamenti. In realtà, questa fetta
della sua produzione è nota come “La serie dei sicari” (in giapponese 殺し屋 Koroshi-ya), il cui primo libro
era appunto quello di Suzuki (anche se ricordo il titolo originale era
“Cavallette”), e questo è il secondo (sul titolo torneremo). Seguito poi da “Il
sicario che non voleva uccidere” che posseggo e che leggerò, e da “777 Triple
Seven”, ancora non tradotto fuori dal Giappone.
Veniamo
quindi a questo libro, dove solo in Italia viene tradotto introducendo sette
killer (poi vedremo quanti sono), mentre nel resto del mondo viene usato il
titolo “Bullet Train” (che è appunto il nome generico dei treni veloci chiamati
in giapponese Shinkansen), anche per collegarsi al film (che non ho visto, ma
che da quanto leggo mi sembra diverso dal libro) realizzato nel 2022 con
protagonista Brad Pitt.
Tutto
ciò per dire che, al contrario, il titolo originale era di tutt’altra natura.
Parla di Maria e della traslitterazione fonetica di “beetle” (scarafaggio) che
appunto in giapponese fa “bitoru” (il giapponese non ha doppie, e usa la “r”
come “l”). Ora, c’è un piccolo problema di tassonomia, che “bitoru” viene anche
collegato alla coccinella comune detta “Coccinella septempunctata” o anche
“coccinella rossa a sette punti”. Un animale dai forti connotati religiosi,
legato alla tradizione mariana. Infatti il dorso dell’animaletto è rosso
(riferimento alla passione) con sopra sette punti neri, simbolo delle sette
gioie e dei sette dolori di Maria.
Prima
di immergerci nella trama, diciamo solo che uno dei personaggi principali,
Nanao, è soprannominato “coccinella” ed è guidato da una specie di supervisore
delle sue azioni, una donna di nome Maria. Capite bene che uno dei motivi di
fondo della scrittura di Isaka è proprio il pastiche e la mescolanza di idee ed
azioni.
Tanto
che, pur se con alcune parti solo marginali, qui sono presenti alcuni “sicari”
del primo episodio. In particolare abbiamo Suzuki, tornato a fare il
professore, che dopo tanto tempo ha preso il treno per andare dai parenti della
moglie (quella uccisa dal clan Terahara nel primo episodio). E Suzuki sarà in
primo piano nel finale per alcune disquisizioni sulla vita e sulla morte, e
sull’etica dell’omicidio. Nonché partecipe ad un siparietto con Nanao, che non
vi rivelo. Ci sarà anche il Calabrone, che non sappiamo sia maschio o femmina o
addirittura siano due persone sodali. Calabrone che aveva sterminato i
Terahara, e qui con alterne vicende forse muore o forse uccide anche il capo
del clan dei Minegishi (o forse entrambi?). Infine abbiamo anche Asagao, che
avevamo conosciuto come Oshiya nel primo libro, che qui diventa “un killer
buono” che uccide “un killer cattivo”. Tuttavia, pur sodale alla trama, il
siparietto con Asagao è un po’ avulso dal ritmo centrale del racconto.
Comunque,
anche qui abbiamo killer più o meno spietati, situazioni adrenaliniche ma anche
pervase da buona comicità. Tutto complicato da una costrizione: l’azione si
svolge sullo Shinkansen che collega Tōkyō a Morioka (se volete saperlo, al
tempo della scrittura e sino al 2019, il treno che copriva questo percorso si
chiamava Hayate, e, per percorrere i 496 km impiegava 2h e 16’), e come si
capisce dal tempo indicato, l’azione è molto più veloce del tempo di lettura.
Su
questo treno, allora, nella stazione di Ueno (una che mi è rimasta nel cuore)
salgono gli interpreti della trama. C’è Kimura Yuichi un ex-alcolista
ex-teppista ora guardia giurata, che segue, volendo ucciderlo, sul treno il
giovane (dovrebbe avere quattordici anni) Oji Satoshi detto “il Principe”, un
ragazzo psicopatico che ha spinto giù da un terrazzino Wataru, il figlio di
Kimura e che ora è in coma.
Ci
sono Mikan e Lemon, due sicari molto simili, che lavorano in coppia, tanto da
essere soprannominati i gemelli del crimine, che hanno appena salvato il figlio
del terribile boss Minegishi, ed ora lo devono accompagnare dal padre a
Morioka. Portandocelo insieme ad una valigia che contiene i soldi del riscatto
chiesti dai rapitori del ragazzo. I nostri gemelli diversi hanno sbaragliato i
cattivi, e recuperato soldi e figlio. Vengono anche soprannominati gli agrumi,
in quanto per Lemon è ovvio, mentre Mikan, per chi non lo sapesse, è una sorta
di mandarino incrociato con un pomelo. Non solo, hanno anche due caratteri
diversissimi: Mikan è appassionato di letteratura, facendo spesso citazioni da Virginia
Woolf, Mishima e soprattutto Dostoevskij, mentre Lemon è completamente immerso
nel mondo di un serie animata britannica “Thomas & friends” (uscita in
Italia con il titolo “Il trenino Thomas”), e non fa altro che paragonare ogni
situazione ad altre che provengono dal cartone animato (fondamentale alla fine per
il modo in cui fa riconoscere in un personaggio la cattiva locomotiva chiamata
Diesel).
E
c’è Nanao, il sicario sfortunato, chiamato appunto “coccinella” per le
considerazioni sopra esposte, guidato, via telefono, dalla procacciatrici di
affari “fuori legge” Maria (vedi sopra). Il compito di Nanao (che però non
sappiamo realmente se il mandante sia Minegishi o il Calabrone) è di recuperare
la valigia piena di soldi che hanno in custodia “i gemelli” e scendere alla
prima fermata (che è Ōmiya, e che arriva dopo 25 minuti).
In
questo tempo vediamo Nanao rubare la valigia, gli agrumi accorgersi che manca e
cercarla per tutto il treno senza trovarla, ma, tornando nella loro carrozza,
scoprire che qualcuno ha nel frattempo ucciso il figlio del boss. E mentre
Nanao cerca di scendere con la valigia, dalla stessa porta sale il Lupo, un
altro killer che ha un vecchio conto con Nanao. I due ingaggiano una lotta
silenziosa, ma quando il treno riparte con uno scossone, avendo Nanao preso il
Lupo per il collo, fa sì che: il Lupo muore, Nanao non scende, Nanao scopre che
il Lupo era salito per uccidere una donna (e chi sarà?), gli agrumi sono alle
prese con il problema figlio e soldi del boss. Nelle more, Oji riesce ad avere
la meglio di Kimura, e lo lega al suo sedile.
Nelle
circa due ore seguenti abbiamo modo di vedere le peripezie di Nanao, che ogni
volta ottiene l’opposto di quanto si prefigge. Ma la sua fortuna sfortunata,
quasi fosse un “idiot-savant”, lo protegge, così che recupera ogni volta la
valigia e, nelle more, si adopera per almeno tre morti. Abbiamo anche il modo
di seguire le elucubrazione di Oji, che parla di etica, di bullismo nonché
dell’importanza della vita umana, quando ad ogni persona chiede se è lecito
uccidere.
Per
una serie di circostanze, Lemon riduce in fin di vita Kimura, che riesce ad
allarmare i suoi genitori, che salgono nella penultima fermata. Sono dei
pensionati, ma non di piccole attività, essendo infatti dei killer in pensione.
E con il loro istino di fondo, riescono ad instaurare un lungo colloquio con
Suzuki sul tema del potere e su quello, attuale ora più che allora, di come
manipolare le masse a proprio vantaggio. Proprio questa loro bonomia spiazza
Oji, che finalmente viene anche lui sopraffatto.
Allora,
chi sono questi sette benedetti killer sopra il treno veloce? Se li volete
contare, abbiamo Nanao, Mikan, Lemon, Lupo, il Calabrone, Oji e Kimura. Ed a
Morioka scenderanno vivi solo in due, e di certo non vi dirò chi. Come non vi
dirò cosa succede a Morioka, né tutte le vicissitudini durante i 150’ di
viaggio, né le storie che partono da ogni personaggio.
La
scrittura di Isaka è fresca, molto dotta, piena di rimandi non sempre di facile
comprensione. Ed è anche straniante, che, dopo poco, ci fa già entrare
nell’ordine di idee che fare il sicario o l’intermediario per azioni fuorilegge
sia un modo come un altro per guadagnarsi di che vivere. Tanto che un corredo
al testo poteva essere utile. Come poteva essere utile non dare per scontato
tutta la serie dei sicari, ignorandola completamente.
Peccato
quindi per l’insipienza dell’editoria italiana, ed un plauso, in ogni caso, per
l’autore.
Per
le citazioni, mi rivolgo quest’oggi a due classici scrittori italiani,
contenuti in una delle più interessanti collane di Repubblica, dedicata al
Novecento.
La
prima di Carlo Emilio Gadda tratta da “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” la riporto integralmente, ed è una
delle parti in italiano, pur con quelle scivolate sulla vagotonia e le ruberie;
se uscite indenni da queste righe, potete passare al romanzo; ricordo solo che
queste sette righe servivano solo a spiegare che alla domanda del commissario
la contessa non rispose:
“Pareva che la contessa si ricusasse alla
diligenza e alla pertinacia dell’inchiesta, non volendo far fatica a
riflettere: tutta trepida, tutta rorida di speranze in ritardo, nel sogno e nel
carisma delle ahimè rasentate ma non patite sevizzie. Una policromatica
sventatezza vaporava dai suoi foulards color lillà, dal suo baffo bleu, dal
chimono tutto gorgheggiato di uccellini (non erano petali, erano strani
volatili, tra gli uccelli e le farfalle), dai capelli giallastri con tendenza a
un Tiziano scarruffato, dal nastro viola che li raccoglieva quasi in un cespo
di gloria: sopra i vagotonici abbandoni dell’epigastro e del volto vizzo, e i
sospiri della scampata ahimè brutalizzazione ma non rubalizio degli ori.” (27)
La seconda, invece, viene da “La storia” di Elsa Morante, ed è dedicata ai miei amici capricorni (a
volte pazzarielli, ma mai stolti): “Era nata … sotto il segno del
Capricorno, che inclina all’industria, alle arti e alla profezia, ma anche, in
certi casi, alla follia e alla stoltezza.”
Per terminare allora una nuova settimana di tenzione su tutti i fronti, così che questi libri cercano di spostare il nostro nervosismo su altri obiettivi. Poiché come dice il poeta “chi vive sperando, disperato muore”, la nostra non è speranza ma certezza. Certezza che noi riusciremo a fare tutto quanto perché il nostro futuro sia di nuovo radioso. Abbiamo superato il covid, supereremo tutto il resto. L’importante è il sodalizio nostro, di noi lettori, parenti e amici, tutti uniti in un grande abbraccio.