Abbiamo un’americana, uno svizzero, una coreana ed una svedese. Quattro nazioni. Mi aspettavo Patricia Cornwell al primo posto, invece è lo svizzero Joel Dicker che, anche in un libro non pienamente riuscito, si stacca dal plotone degli inseguitori. Distante, anche se non tantissimo, la saga svedese di Viveca Sten ambientata nell’isola di Sandhamn, complice anche il successo televisivo. Lontanissimo infine sia la “mamma” di Scarpetta in un filone poco riuscito e presto abbandonato. E sia soprattutto la coreana Yu-jin You-Jeong Jeong, invischiata, suo malgrado, in un mondo di traduzioni che non è proprio felicissimo.
Patricia Cornwell “L’isola dei cani” Mondolibri s.p. (lasciato in
eredità da zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 03/03/2026 – T: 05/03/2026] &--
[tit. or.: Isle of Dogs; ling. or.: inglese; pagine: 377; anno 2001]
Certo,
avevo letto, seppur nel secolo scorso, i primi due episodi dedicati agli eroi
di questa saga, Judy Hammer e Andy Brazil. Non mi avevano fatto una grossa
impressione, ma neanche mi erano sembrati troppo fuori luogo. Mentre qui, forse
proprio perché tanta acqua è passata sotto i ponti, il romanzo mi è sembrato
decisamente inutile. Sia alla storia letteraria della scrittrice sia alla
storia del libro poliziesco in generale.
Il
pastiche immaginato dall’autrice coinvolge una serie di linee interpretative e
di svolgimento che, se fossero state ben orchestrate, avrebbero potuto portare
ad un prodotto gradevole. Qui, l’idea di base è intrecciare alcuni elementi
storici e di critica alla società americana, con alcune uscite “gialle” per
giustificare la presenza di poliziotti come elementi cardine della trama.
Poiché
non ha un vero senso come seriale, preferisco ignorare i due episodi
precedenti, che menziono solo perché abbiamo i due personaggi principali che
ritornano, nonché il cattivo un po’ burlesco che si ripresenta. C’è infatti
Smoke, che alla fine del secondo episodio viene arrestato da Andy e Judy. Per
poi, nell’intervallo tra i due libri, fuggire dal carcere (in un modo che
mostra l’assurda ironia che vuole seguire Paricia: si finge morto, il secondino
entra in cella, Smoke lo stordisce, lo spoglia nudo, ne veste l’uniforme ed
esce indisturbato dal carcere. Follia pura).
Smoke
che per vendicarsi, prima dell’inizio del libro, rapisce il cane di Judy
sperando di poterlo usare per fargliela pagare. Nel frattempo si unisce ad una
adolescente locale, Unique First, dotata di poteri soprannaturali secondo
Patricia (tipo rendersi invisibile disgregando i propri atomi…), che è una vera
psicopatica, dedita ad una serie di efferate uccisioni per tutto il romanzo.
Come
detto, i due protagonisti sono Judy Hammer il Capo della Polizia, che cerca da
un lato di trovare i responsabili di morti e rapine (cioè Smoke e Unique),
dall’altro gestire il suo ruolo istituzionale dagli attacchi dell’entourage del
governatore. Inoltre, protegge il giovane Andy e gli dà la copertura alle sue
azioni. Andy Brazil, ex reporter ora poliziotto di punta, oltre al suo ruolo
istituzionale, decide di pubblicare un blog (all’avanguardia, visto che siamo
nel 2001) che propugna la ricerca della verità.
Qui
abbiamo un’idea sia delle intenzioni di Patricia che delle difficoltà del
traduttore. Ora il blog di Andy è intitolato “Trooper Truth”, che si ricollega
da un lato al ruolo di Andy (Trooper nella polizia) sia ad una derivazione di
“Real Trooper” (frase idiomatica per indicare una persona che prosegue verso la
sua metà anche in mezzo alle difficoltà).
L’idea
del blog permette a Patricia di usare diversi registri espressivi, non ultimo
una serie di piccoli articoli molto critichi verso l’establishment americano,
che iniziano proprio collegandosi con il titolo del libro. “Isle of Dogs” in
effetti è un quartiere abbastanza malfamato di Londra (di fronte a Greenwich,
per intenderci, dall’altra riva del Tamigi), da dove, nel 1606, alcune navi di
una appena formata “Virginia Company” partono per il Nuovo Mondo, dove,
arrivando, fondano la città di Jamestown (in onore del re Giacomo) e cominciano
la colonizzazione del territorio.
In
realtà, sbarcarono in prima istanza su di un isolotto non lontano dalla costa
della Virginia, Tangier Island, dove si svolge gran parte dell’azione di tutto
il romanzo. Tutto partendo dalla perdita di prestigio del governatore Crimm
(una macchietta, su cui non entriamo), dove il suo addetto stampa Trader decide
di mettere cose tipo autovelox. Chiamandolo VASCAR (vi risparmio l’acronimo), e
che i locali scambiano per NASCAR (corse automobilistiche molto popolari in
America). E suscitando l’ira degli isolani, che per ripicca chiedono la
separazione dalla Viriginia.
La
scrittrice ci mette anche un dentista che utilizza le proprie capacità per
indurre gli isolani a tutta una serie di interventi odontoiatrici, il cui
rimborso non fa che aumentare gli introiti del dentista stesso. Per rafforzare
le proprie richieste, gli isolani sequestrano anche il dentista.
Ma
il top è seguire le malefatte di Trader, che lo porteranno anche in prigione.
Seguire la parabola della quarta figlia del governatore, Regina, che, avendo la
“r” moscia si presenta come “vegina” (avete riso…) e che decide di seguire Andy
e diventare poliziotto. Tutto convergendo verso un convulso finale, dove ci
sono anche altre fughe dal carcere, inseguimenti con elicotteri, quasi morte
del cane di Judy, e via discorrendo, con Trooper Truth che finalmente riesce
anche a capire il ruolo di Unique, il tutto in un coacervo di soluzioni di
quanto avvenuto nelle precedenti trecento e più pagine.
Ribadendo
che il finale è un po’ affrettato, che il libro è tutto un pastiche che solo
qualche mente particolarmente dedita a voli pindarici può scambiare il fumo per
una profonda meditazione sulla solitudine umano (ho letto anche questo),
riporto una frase di Wendy, la segretaria di Judy, che Patricia usa per
“alleggerire l’atmosfera”. Penso proprio con scarsi risultati.
Un'altra
“furberia” è stata quella di inserire un cameo della dottoressa Scarpetta, che
tuttavia non ha minimamente risollevato l’inutilità del testo. Per fortuna, in
questi venticinque anni che ci separano dal testo, Patricia non ha scritto
altre storie di questi poco coinvolgenti personaggi.
“Non
sa che cos’è un ghost de plume? Uno scrittore che scrive per conto di un
altro e che pubblica con un nome che non è il suo.” (42)
Joël Dicker “La scomparsa di Stephanie
Mailer” La Nave di Teseo s.p. (prestito di Alessandra)
[A: 16/10/2025 – I: 08/03/2026 – T:
10/03/2026] - &&&
e ½
[tit. or.: La disparation de Stephanie Mailer; ling. or.: francese; pagine: 708; anno 2018]
Dicker
è sempre Dicker, anche se qui siamo lontani anni luce da Harry Quebert. Ma
fortunatamente anche anni luce dalla catastrofe allo zoo. È una storia
abbastanza ben pensata, anche se non sempre completamente sviluppata. Non tutti
i personaggi risaltano in modo netto, come dovrebbero, ed anche i dialoghi a
volte cadono di tono. Nella congerie delle molte storie, ce ne sono alcune che
non si amalgamano con il filone principale. Infine, ma ci arriveremo poi, il
finale non ha la consistenza che dovrebbe avere, dopo che abbiamo penato
settecento pagine per arrivarci.
Non
mancano, ovviamente, alcuni segni caratteristici della scrittura di Dicker.
L’andamento da “conto alla rovescia” dei capitoli, che qui cominciano da -7 e
finiscono a +4 (quindi 12 capitoli). Il passaggio delle voci dei personaggi che
raccontano brani della storia in prima persona, passaggi scanditi
dall’indicazione, in ogni capitolo, sia della data sia della persona che andrà
narrando. Infine, un andare su e giù nella linea temporale, che una parte del
thriller e del mistero viene dal passato.
Infatti,
l’inizio logico della vicenda (che noi si ricostruisce man mano) è il 30 luglio
1994, nella cittadina di Orphea. Sta per iniziare un festival teatrale che
attira molta gente, inclusi critici illustri e giornalisti in cerca di notizie.
La sera dell’inaugurazione vengono uccisi a colpi di pistola il sindaco Joseph
Gordon, sua moglie Leslie, il figlio decenne e la commessa della libreria
Meghan Padalin, che stava facendo jogging davanti la casa del sindaco.
Le
indagini sono affidate alla coppia di poliziotti Jesse Rosenberg e Derek Scott,
supervisionati dal loro capo Kirk Harvey. Dopo vari giri a vuoto, le indagini
si concentrano su Ted Tennenbaum, proprietario di un ristorante e sotto mira
della mafia locale, motivo per cui aveva contratto debiti in cui la giunta
locale poteva aver voce. Per farla breve, tutto sembra incastrarsi, ed in un
inseguimento dei nostri a Ted che fugge c’è un grave incidente stradale, dove
muoiono Ted e Natasha, la fidanzata di Jessem casualmente nell’auto guidata da
Derek.
Tutto
sembra concluso, Jesse farà un carriera notevole in polizia, guadagnandosi il
titolo di “squadra del 100%”, mentre Derek chiede di essere spostato in
amministrazione e Kirk si dimetta e scompare, pare forse rifugiatosi in
California a fare il regista teatrale. Dimenticavo, Orphea è nella contea di
Hamptons, poco sopra New York.
Ora,
passati vent’anni, alla festa per il prepensionamenti di Jesse, ecco che
irrompe sulla scena Stephanie Mailer, che insinua a Jesse come l’indagine di
vent’anni prima era stata tutta sbagliata. Un tarlo che Jesse non riesce ad
ignorare, anche perché subito dopo Stephanie scompare. Ecco allora che Jesse si
rimette in caccia, aiutato questa volta da Anna Kanner, vicecapo della polizia
di Orphea, anche lei con qualche sassolino nella scarpa che vi lascio scoprire.
Stephanie,
tra l’altro, si era dimessa da un prestigioso giornale newyorchese per lavorare
all’Orphea Cronicle, oscuro giornale locale diretto da Michael Bird.
Qui
c’è bisogno di una mappa gigante per ricostruire la ragnatela immaginata da
Dicker.
Ora,
Stephanie lavorava al “New York literary magazine” diretto da Steven Bergdorf
ed era coinquilina a New York di Alice Filmore, amante sanguisuga di Steven.
Alice non solo manda in rovina le finanze di Steven, ma prima gli chiede di
licenziare Stephanie, poi anche Meta Ostrovski, il critico letterario più
famoso. Che tra l’altro nel ’94 era ad Orphea per il Festival, e forse aveva
avuto una liaison con Meghan.
L’Orphea
Cronicle, come detto, è diretto da Michael Bird, già presente sulla scena nel
’94, sia come sodale del sindaco Gordon, sia in quanto sua moglie Miranda era
coinvolta in un giro di malaffare guidato da Jeremiah Fold. Fold che era quello
che teneva sotto scacco Ted, e che, poco dopo la morte del sindaco e compagnia
muore in un misterioso incidente di moto.
Jesse
e Anna stanno cominciando a rimettere insieme molti cocci della vicenda,
laddove la svolta avverrà nel momento della scoperta dell’uccisione di Cody
Illinois, proprietario della libreria dove nel ’94 lavorava Meghan. Ponendo i
nostri di fronte al dilemma cruciale: era stato l’assassinio della famiglia
Gordon con Meghan vittima collaterale o viceversa?
Purtroppo,
non per la comprensione, ma per lo svolgimento del tutto, il finale è fin
troppo veloce, laddove tutti i protagonisti della vicenda convergono ad Orphea
per il nuovo festival. Compreso il redivivo Kirk che vuole mettere in scena un
testo in cui, secondo lui, verrà detto il nome dell’assassino che tutti
cercano. Mettendo anche come protagonista una ragazza, Dakota, con problemi
psicologici evidenti. Dakota che, prima di poter fare il nome fatidico, viene
ferita da un nuovo colpo di pistola, a valle del quale si risalirà alla catena
dei delitti.
Come
detto in quest’ultime scene, ad Orphea erano presenti il nuovo sindaco Brown,
al tempo vice di Gordon, il critico Ostrovski, i giornalisti Bird con signora e
Bergdorf con amante, Sylvia, sorella del forse innocente Ted. Tutti possibili
colpevoli. Ma solo una persona alla fine sarà il responsabile di tutti i
delitti (dimenticavo, nel frattempo si era ritrovato anche il corpo di
Stephanie).
Perché
il finale non soddisfa? Certo, tutto il filone principale ha una sua coerente
spiegazione. Ma tanti rivoli laterali cadono nel vuoto. Qual è completamente la
storia di Dakota? Come si giustifica la scomparsa di Alice, senza che nessuno,
apparentemente, la cerchi? È vero che Jesse ed Anna potrebbero avere un futuro
diverso, magari insieme? Forse potrebbe essere l’inizio di un romanzo ancora
non scritto?
Insomma,
Dicker non delude, anche se sa fare di meglio. E noi lo aspettiamo in altre
prove.
Yu-jin
You-Jeong Jeong “Le origini del male” Repubblica Essenza Noir 29 euro 8,90
[A:
06/01/2023 – I: 10/03/2026 – T: 12/03/2026] - & e ½
[tit.
or.: Jong-ui Giwon -종의
기원; ling. or.: coreano;
pagine: 299; anno 2016]
[tit.
inglese: The Good son; ling.
or.: coreano; pagine: 320; anno 2018]
Premetto
che, in generale, la Corea non è ai vertici dei miei interessi mondiali. E
forse neanche nella prima metà. Inoltre, nel mio piccolo giro in Seul, ho
trovato i coreani scortesi e maleducati. Ciò non toglie che Han Kung ha scritto
libri interessanti, cui ho dato un alto grado di giudizio. Qui, cadiamo invece
nel più profondo nero, di un abisso di scrittura con poche possibilità di
risollevarsi. E non solo per la scrittura.
Intanto,
non è un caso che ho messo due righe di indicazioni, che non credo conoscere,
ad ora, l’esistenza di traduttori dal coreano, così che anche questo scritto,
facendo delle lunghe ricerche in rete, risulta tradotto dall’inglese. Ora, se è
vero che, come si dice in modo aulico, tradurre è un po’ tradire, un doppio
tradimento non può certo fare del bene al testo.
Quindi,
non so quale sia il pathos della scrittura originaria, ma di certo, a noi
arriva un prodotto che sembra un po’ riscaldato al microonde. Non che non si
percepisca l’esistenza di un testo e di una trama, ma a me è arrivata la
sensazione di un potente dejà vu.
Detto
ciò, c’è anche una bella riflessione da fare sul titolo. Fortunatamente, gli
italiani hanno accantonato quel “figliol prodigo” che sembra tanto piacere agli
anglofoni, virando su un identità di vedute con i francesi, ricercando il luogo
e le azioni che possono aver fatto da nascita al male. Mentre la visione della
scrittrice è ancora più pessimista, visto che riprende il darwiniano “l’origine
della specie”, indicando le torbide vicende del testo come possibile punto di
nascita di tutto il genere umano. E siccome si gira verso la cattiveria pura,
traete voi le conclusioni.
Il
nucleo centrale ed onnicomprensivo del testo è costituito da una famiglia
sudcoreana, tra l’altro cattolica (come risulta essere l’8% degli abitanti
locali) che nel tempo veniamo a conoscere. C’è il padre, Han Min-seok, la
madre, di cui non viene mai detto il nome, due fratelli, Yu-min e Yu-jin, un
fratello adottato, Hae-jin, e la zia psichiatra Hye-won (sorella della madre).
Noi
seguiamo tutta la storia in soggettiva dalla parte di Yu-jin, il figlio
problematico, che nel prologo vediamo svenire durante la prima comunione,
prodromo di tutta una serie di accadimenti che costellano il testo. Dove la
scrittrice ci fa scoprire man mano le avventure da quelle immanenti a quelle
sempre più remote, così che alla fine riusciamo a ricostruire il filo.
La
prima cosa che capiamo sono i mancamenti di Yu-jin. Dopo quello iniziale, a
fronte del quale la zia comincia trattamenti, poi altri episodi, legati al
nuoto. Sport che la madre proibisce avendo paura di una crisi in acqua. Con un
andamento “up and down”. Se prende le pastiglie si sente uno zombie, se non le
prende ha dei vuoti di memoria che lo portano a crisi di cui non conosce la
natura.
Sappiamo
anche che una decina di anni prima dell’oggi (in cui Yu-jin ha ventisei anni), sono morti il fratello ed
il padre. E qualche anno dopo, per una serie di coincidenze, la famiglia adotta
Hae-jin.
Ora,
l’inizio del romanzo vero e proprio ci porta nella loro casa in periferia di
Seul, dove Yu-jin si risveglia da una crisi con i vestiti sporchi di sangue, e
quando cerca la madre, la trova nel salone, con la gola squarciata con un colpo
di rasoio.
L’autrice,
forte anche della sua esperienza infermieristica, ci porta per mano ad
esplorare i vari momenti di Yu-jin, le agnizioni e le cadute. E sembra
prometterci ogni volta grandi rivelazioni e grandi sconvolgimenti. Purtroppo,
niente realmente di positivo accade. Quello che immaginiamo nelle prime scene è
quello che realmente è accaduto. Scopriamo solo come accadono altre simili
cose. Sia nel passato, ma anche andando avanti nella storia. Con Yu-jin sempre
ad un passo tra svelare arcani misteri che lo salvano o sprofondare in
situazioni disperate.
Ci
sono anche momenti non ben costruiti. Quando legge i diari della madre, il
figlio capisce molte cose, andando poi, lui che fino ad un attimo primo era
nella confusione più totale, a ricordarsi il colore della maglietta che
indossava sedici anni prima. C’è forse un pochino di mancanza di credibilità.
Insomma,
aspettiamo un colpo di scena, come nei thriller classici, che non avviene mai.
Tanto che, giustamente, alcuni critici lo hanno spostato dal poliziesco allo
psicologico. Rimanendo per me unico momento di nota la passione di Hae-jin per
i film, e con lui andiamo a vedere sia il durissimo brasiliano “Ciudad de
Deos”, sia quel compendio di bravura e disquisizioni sulla morte che è “Non è
mai troppo tardi”, con Jack Nicholson e Morgan Freeman.
Potremmo
anche mettere un mezzo punto alla (velata) critica della società coreana, tutta
tesa all’apparenza (ma va’?), dove si preferisce nascondere piuttosto che
curare.
Ma
la confezione finale risulta poco avvincente ed assai scontata.
Viveca Sten “Questa
notte morirai” Feltrinelli euro 12 (in realtà scontato a 11,40 euro)
[A: 24/01/2023
– I: 14/03/2026 – T: 16/03/2026] - &&
e ½
[tit.
or.: I Natt är du död; ling. or.: svedese; pagine: 430;
anno 2011]
SANDHAMN04
Allora,
l’esimia scrittrice svedese Viveca Sten, ora che si avvia verso il traguardo
dei settanta nella sua vita letteraria ha scritto una grossa opera seriale,
nota anche in Italia, più altre serie minori, non ancora tradotte. Questa serie
è stata anche realizzata in episodi televisivi (che confesso non ho visto).
Comunque questo è il secondo libro che leggo, che ho trovato Sandhamnsdeckarna
(i detective di Sandhamn) piuttosto che i misteri di Sandhamn, un titolo più
consono alla realtà della storia.
Ricordo
solo, come indico in frontespizio, che, benché questo sia il secondo volume
pubblicato in Italia, come evoluzione della storia è l’episodio numero quattro.
Abbiamo così perso, per ora, parti del passato dei protagonisti, che riusciamo
a recuperare per l’abilità della scrittrice di inserire notizie del passato nel
corso della narrazione. Mentre, se non usciranno i primi volumi, perderemo
(magari senza troppi rimpianti) le prime indagini.
I
protagonisti immaginati da Viveca sono due. C’è l’ispettore di polizia Thomas
Andersson e c’è la sua amica d’infanzia Nora Linde. Di Nora sappiamo che sta
attraversando un difficile periodo post-divorzio, con liti continue con
l’ex-marito ed una difficile gestione dei due figli. Nelle “calde” estati
svedesi, si rifugia nelle isole della sua infanzia, l’arcipelago di Sandon, e
nella sua cittadina più popolosa. Dove da un lato conosce un sembra simpatico
pilota (vedremo in futuro) e dall’altro aiuterà, con le sue conoscenze locali,
le indagini di Thomas.
Thomas,
invece, viene da una situazione difficile assai. Ha da poco perso la figlia,
morta nella culla a tre mesi. Una morte che ha creato un forte spaccatura nella
sua famiglia, allontanando per un po’ la moglie Pernilla. Che però si
riavvicina quando Thomas rischia di morire assiderato per un tuffo nelle acque
gelide del Mar Baltico. Thomas sopravvive, pur con due dita del piede amputato.
E dal riavvicinamento, anche se complicato, con Pernilla, sappiamo che potrebbe
nascere una nuova vita.
Questo
il contorno del giallo, dove per una volta tanto il titolo italiano non si
discosta dall’originale, come significato. Anche se la caratteristica della
serie è di iniziare nel titolo sempre con “I” che in svedese introduce una
proposizione in genere di tempo o di luogo (nel giardino “i trädgården” o nella
notte “I natten”). Accontentiamoci.
Questa
volta tutto parte dal presunto suicidio del giovane Marcus, trovato impiccato
con una lettera di scuse scritta al computer. Una situazione che non convince
né la madre né la ragazza di Marcus, che instillano dubbi anche nell’ispettore
Thomas. Marcus studiava psicologia, e stava svolgendo una tesina sugli effetti
e sulle conseguenze psicologici di una vita di persone rinchiuse in numero
ristretto in spazi angusti e costretti ad interazioni forzate.
Marcus
aveva scelto le (dis-)avventure del corpo scelto dei Cacciatori Costieri che
venivano a suo tempo addestrati nel loro campo base presso l’isola di Korsö,
nell’arcipelago che ben conosciamo. Seguendo il fortuito ritrovamento del
cellulare di Marcus, Thomas trova l’indicazione delle persone che il nostro
stava cercando per intervistarle su quegli addestramenti. Li rintraccia, pur se
a fatica, scoprendo che poco prima o poco dopo averli incontrati, pur senza
avere nessun riscontro, questi ex-militari muoiono in maniera poco chiara.
In
particolare, uno di loro, quasi immobilizzato in una sedia a rotelle, affatto
da sclerosi multipla, viene ritrovato, vestito, annegato nella sua vasca da
bagno. E qui le pulci all’orecchio di Thomas salgono molto di livello. Così
che, pur non volendola disturbare, chiede aiuto a Nora, che ha da sempre
frequentato l’isola e che forse conosce qualcuno che sa qualcosa.
Mettendo
insieme pezzi di storie varie, e mettendo in pericolo alcune incolumità
personali, Thomas riesce a ricostruire la storia ed a trovare i puntini da
mettere su tutte le “i” comprese quella dell’assassino. Noi lettori, invece,
dall’inizio sappiamo che c’è qualcosa in quella direzione, che la scrittrice
alterna scritture dedicate al presente, a brani di un diario dei tempi degli
addestramenti militari, che ci porta, mentalmente, nella direzione giusta sin
dalle prime pagine.
La
scrittura rimane gradevole per tutte le oltre quattrocento pagine (a parte i
salti temporali che io gradisco sempre meno), ma non riesce a scatenare
passioni forti o identificazioni nei protagonisti del dramma. Sono abbastanza
ben delineati, ma non ancora empatici con il lettore italiano. Vedremo se ci
sarà tempo di approfondire questi temi in altre letture svedesi.
Visto
che abbiamo abbondato di gialli, vi sommergo con una lunga serie di citazioni
di un filosofo a me assai caro, Zygmunt
Bauman, tratte da uno dei suoi
libri più agili e densi: “Le
sfide dell'etica”. Di cui vi
segnalo il terzo ed il quarto che mi trovano super d’accordo, e gli ultimi due,
sul viaggio e sul turista.
“Si
può aver fiducia che i saggi … facciano del bene autonomamente, ma non si può
aver fiducia che tutti siano saggi.” (36)
“Lukačs
à
amare: essere sempre dalla parte del torto, e à amare così tanto che l’oggetto amato non intralci il
mio amore.” (102)
“La
sola medicina preventiva efficace contro la morte è la vita.” (107)
“La
relazione amorosa non può essere creata se entrambi i partner non lo vogliono;
ma per porvi termine è sufficiente la decisione di uno solo dei partner.” (110)
“Io vivo in un mondo popolato di Tutti,
Alcuni, Molti e dei loro compagni. Vi sono anche Differenza, Numero,
Conoscenza, Adesso, Limite, Tempo, Spazio, anche Libertà, Giustizia e
Ingiustizia, e, certamente, Verità e Falsità. Questi sono i protagonisti della
rappresentazione intitolata Società … La Ragione ragiona, l’Immaginazione
immagina, la Volontà vuole e il Linguaggio parla. Ecco come i personaggi
diventano attori a pieno titolo.” (117)
“Kundera:
nessuno … può garantire che un avvenimento del tutto episodico non serbi in sé
una forza che un giorno, inaspettatamente, lo farà diventare causa di ulteriori
avvenimenti.” (161)
“La
proteo fobia consiste nell’avversione per le situazioni in cui ci si sente
smarriti, confusi, impotenti.” (169)
“Il
flâneur della città è il giocatore-viaggiatore. … Il suo gioco è far giocare
gli altri, vedere gli altri giocare, fare del mondo un gioco.” (177)
“Vogliamo
più macchine, e macchine più veloci, per raggiungere le foreste alpine, solo
per scoprire alla fine del viaggio che non esistono più, che sono state
distrutte dai gas di scarico [delle nostre macchine veloci].” (209)
“Ma
c’è un'altra metafora adatta alla vita postmoderna, quella del turista. … il
turista sa che non rimarrà a lungo dove è arrivato. … egli dispone soltanto del
suo tempo biografico per seguire un percorso; nient'altro può ordinare le sue
mete in una successione temporale. … È la capacità estetica del turista – la
sua curiosità, il suo bisogno di divertimento, il suo voler vivere, e
l’attitudine a vivere, nuove, piacevoli e piacevolmente nuove esperienze – a
possedere una libertà quasi totale di costruire lo spazio del suo mondo della
vita… I turisti pagano per la loro libertà; il diritto di ignorare gli
interessi e i sentimenti dei nativi, di tessere la loro propria rete di
significati, lo ottengono compiendo una transazione commerciale. La libertà si
accompagna alla stipula di un contratto, il grado di libertà dipende soltanto
da quanto la si può pagare e, una volta acquistata, essa diventa un diritto che
il turista può apertamente rivendicare, cercare di farsi riconoscere per legge
e sperare che venga accordato e protetto. … il turista è extraterritoriale; ma
… vive la sua extraterritorialità come privilegio, come indipendenza, come
diritto di essere libero, libero di scegliere; come autorizzazione a
ristrutturare il mondo. Quella che può essere (che probabilmente è, quando si
pensa a essa, ma poi perché si dovrebbe pensare a essa?) la routine quotidiana
per i nativi, è per il turista una serie di emozioni esotiche. I ristoranti con
i loro piatti dai profumi strani; gli hotel con le cameriere abbigliate in modo
strano; i monumenti dall’aspetto strano, testimonianze della storia di altri;
gli strani rituali delle routine quotidiane di altri, tutto attende docilmente
che il turista ne sia attratto, vi presti attenzione, ne tragga piacere. Il
mondo è l'ostrica del turista. Il mondo è lì per essere piacevolmente vissuto e
quindi dotato di significato. Nella maggior parte dei casi il significato
estetico è il solo di cui abbia bisogno e che possa avere.” (246)
“Idealmente,
si dovrebbe essere turisti ovunque e sempre. Fisicamente vicini, spiritualmente
lontani.” (248)
Quindi, dopo un marzo turco, ci siamo dedicati ad una Pasqua in famiglia, con annessa grigliatona. E guardiamo con interessa ad un possibile viaggio maggiolino, promettente ma alla data assai insicuro. Vedremo, che tutto ciò che viene è sempre un dono in più nel conto della nostra esistenza. Per questa volta della politica mi taccio e vi invio un grande abbraccio.