Tornati da una settimana in gran parte rilassante tra i monti dolomitici, eccoci ad affrontare una trama impegnativa. Con due libri che si staccano su tutti: il monumentale Vasilij Grossman ed il non sempre da me amato Louis-Ferdinand Céline (ma qui di certo interessante). Con che si conferma l’interesse verso i libri di questa casa editrice. Poco sotto due libri diversi, diversamente riusciti, ma con alcuni punti di interesse verso culture non sempre nelle nostre corde: il giapponese Seikō Itō ed il catalano Pedro Zarraluki.
Ricordo
infine per i nuovi entrati e per chi si è stufato che queste trame vanno nel
vento, e se ne siete stufi, basta un cenno e verrete soddisfatti. Per ora, una
buona lettura.
Louis-Ferdinand Céline “Londra” Adelphi s.p. (Natale del cugino
Giovanni)
[A: 25/12/2025 – I: 16/01/2026 – T: 19/01/2026]
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e ½
[tit. or.: Londres; ling. or.: francese; pagine: 504; anno 1944]
Personalmente, ho sempre avuto difficoltà
nel leggere Céline, tant’è che ancora, dopo molti tentativi, non sono riuscito
a “digerire” il “Viaggio al termine della notte”. Qui, tuttavia, mi sono messo
di punta e, con tutte le difficoltà del libro, sono riuscito ad arrivare in
fondo. Perché alla fine, con tutte le sue pazzie, è un libro follemente
anarchico e decisamente contrario alla guerra.
Intanto, perché non avesse seguito le
vicende editoriali, è un libro inedito e postumo. Durante gli anni Trenta,
Céline pensa di scrivere una trilogia che dovrebbe avere i seguenti titoli:
“Infanzia”, “Guerra” e “Londra”. Scrive migliaia di pagine, ma nessuna arriva a
soddisfarlo in pieno, così che tiene i manoscritti nella sua casa parigina. Non
sono un profondo conoscitore dell’opera di Céline, ma leggo che da un certo
punto in poi, si accentua una deriva critica verso gli ebrei, che lo porterà,
lui anarchico sino in fondo, ad avere posizioni estreme.
Riporto solo un passo della sua esistenza
che lo convinse (è di certo una persona di notevole fragilità) che tutti gli
ebrei complottassero contro di lui. È il 1934, Céline si reca in America alla
ricerca di Elizabeth Craig, una ballerina da lui molto amata. La trova in
California sposata con un ricco ebreo. Contemporaneamente, un dirigente ebreo
sovietico aveva respinto un suo testo da adattare ad una rappresentazione a
Leningrado. E tornando in Francia, viene (pare senza motivo) licenziato dal suo
posto al dispensario di Clichy, facendo in modo di assumere un medico ebreo al
suo posto. Non sono certo giustificazioni, solo constatazioni.
Comunque, si avvicina e rimane organico alla
destra dalla metà degli anni Trenta in poi, tant’è che, avvicinandosi gli
alleati a Parigi, scappa in Danimarca lasciando tutti i suoi manoscritti nella
casa parigina. Così scompaiono queste opere che, negli anni Venti di questo
secolo, misteriosamente vengono ritrovate. Con un’opera filologica, viene
pubblicato il primo manoscritto, “Guerra”, di cui non parlo (non l’ho letto),
ma che so terminare con il protagonista, Ferdinand, che, ferito, si imbarca per
l’Inghilterra alla ricerca del suo amore, la prostituta Angèle, colà fuggita
insieme ad un suo nuovo ricco cliente, il maggiore Purcell. Finale che
costituisce poi il raccordo con l’inizio di questa “Londra”.
Sul testo, bisogna pur dire che è diviso in
tre parti, di cui solo la prima, pur non sino in fondo, è stata rivista e
corretta dall’autore. Le altre due parti sono ancora in bozze, così che non ci
meravigliamo della presenza di scene estreme, di momenti forti ed altre
scritture che, probabilmente, in una edizione definitiva sarebbero state
riviste creativamente dall’autore (circonlocuzione per dire che non sarebbero
state tagliate, ma forse rese “artistiche”).
Venendo al testo, credo sia quasi
impossibile darne una sensazione volante, che è rocambolesco, pieno di svolte e
giravolte, pieno di personaggi, insomma pieno di tutto. E pieno di Céline che,
come Ferdinand, va a Londra poiché, ferito, deve passare la convalescenza.
Céline si trova così a lavorare presso il consolato di Francia, si trova ad
abitare in Leicester Square, si trova a sposare la barista Suzanne (alcuni, più
propriamente la definivano “entraineuse da bar”), che lascia dopo pochi mesi,
per partire a dirigere una piantagione di cacao i Camerun. In quei pochi mesi
vive tra le bande di emarginati che ritroviamo in Londra.
Dove, molto ma molto brevemente, troviamo
Ferdinand che si aggira per Londra, tra risse e prostitute, con una banda di
loschi figuri, la maggior parte magnaccia, come Cantaloup (uno dei personaggi
cardine del testo) o anarco terroristi come il bulgaro Bokorom. Uno solo sarà
un personaggio positivo, Athanase Yugenbitz, un medico ebreo polacco che si
industria a curare tutti, in particolare i più poveri, senza farsi pagare.
Cantaloup è anche un disertore, ma si trova
a lottare per la gestione del territorio con un altro magnaccia l’italiano
Tresore, aiutato dal poliziotto Bijou. Quando questi muore il suo posto verrà
preso da un personaggio chiamato “Moncul” (e non vi dico la traduzione che è
troppo facile). Seguono altre risse, morti, fughe, paura di essere venduti alla
polizia e di dover tornare a fare la guerra. Perché come ricorda spesso
Ferdinand ai suoi amici Ferdinand “l'orrore supremo, la peggiore forma di
violenza, è la guerra”.
Lasciamo quindi Ferdinand ed i suoi
personaggi al destino di queste cinquecento pagine di peripezie e colpi di
scena, ricordando solo tre punti. Angèle che poteva uscire dal turbine della
prostituzione, per momenti sfortunati, perderà la ragione e finirà i suoi
giorni in un ospedale psichiatrico. Yugenbitz coinvolgerà Ferdinand nel cure
dei suoi malati, instillando in Céline quei germi di compassione umano che
porteranno l’autore a laurearsi in medicina negli anni Venti. E Ferdinand
stesso che chiude il manoscritto rifiutandosi di tornare in Francia per non
essere di nuovo coinvolto nella guerra.
Pur non amando Céline, è un romanzo che
trovo esplosivo, tanto divertente da essere respingente, come assistendo ad una
sbornia infinita con queste bande ubriache che cantano canzoni stonate. Sono
altrettanto sicuro, per quel poco che conosco Céline e per quell’altrettanto
poco che ne ho letto al contorno, che il testo ha di certo un suo alto profilo
di forma, di lingua, insomma di uno stile che prefigura scritture di là da
venire.
Se leggi il libro senza chiudere la testa,
quasi non ti accorgi che può essere stato scritto quasi cent’anni fa. Infine,
per chi volesse fare uno sforzo linguistico, cercando anche di capirne di più,
consiglio una breve visita al sito francese di Wikipedia che tratta il testo, e
soprattutto in poche righe riesce a delineare i trenta personaggi principali
del testo.
“Voglio mangiare la vita, io. Il resto me
ne sbatto.” (374)
Vasilij Grossman “Vita e destino” Adelphi
euro 16 (in realtà, scontato a 12,80 euro)
[A: 24/01/2023 – I: 05/03/2026 – T: 08/03/2026]
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[tit. or.: Жизнь и судьба - Zhizn' i sud'ba; ling. or.: russo; pagine: 982; anno 1960]
È un
momento fondamentale della vita di ognuno di noi poter parlare di un libro
monumentale in un periodo storico (quasi a dire, in un attimo storico) che, pur
cambiando i soggetti, sembra poter dipingere lo stesso scenario. Questo
ponderoso libro, parto miracoloso della penna di Grossman, seppur di fatto
incentrato nella battaglia di Stalingrado, che segnò la svolta epocale della
Seconda Guerra mondiale sul fronte europeo, contiene rivoli e rivoli di storie.
Un fiume in piena tutto teso a mostrare l’anelito alla libertà degli uomini,
che per essa combattono e combatteranno contro tutti i totalitarismi.
Non
dico certo facili collegamenti se penso che leggere questo libro nell’era Trump-putiniana
si un momento importante per tutti. Se si leggono senza paraocchi le parole del
comandante di battaglione delle SS, Liss, dove questi fa un parallelo, da
condividere, tra Hitler e Stalin, non possiamo che pensare alla nostra povera
epoca presente, e ad un parallelo, neanche questo ardito, tra Trump e Putin.
Per
chi si avvicina a questo mondo, introduco anche due parole sull’autore. Vasilij
Semënovič Grossman nasce nel 1905 in Ucraina, si laurea come ingegnere chimico,
ma si dedica da subito alla scrittura ed al giornalismo. Saltando passi poco
significativo, l’importante è il suo persistere come corrispondente di guerra
per mille giorni al seguito delle Armate Sovietiche, partecipando come
osservatore alla battaglia di Stalingrado, ed entrando per primo con i soldati
russi nel lager di Treblinka, cosa che gli permetterà di scriverne nei suoi
scritti con immagini sue dirette senza mediazioni alcune.
Dal
’50 al ’60 si dedica alla stesura di questo capolavoro che voleva essere, per
l’invasione tedesca, quello che “Guerra e pace” fu per le invasioni
napoleoniche. Aggiusta, aggiunge, approfondisce. Dopo la morte di Stalin
aumenta il tasso di critica interna al regime. Ma quando finalmente lo ritiene
finito, il potere sovietico decide che il libro è “pericoloso”. Ne sequestra
tutte le copie, financo, capite la maniacalità, i nastri della macchina da
scrivere con cui veniva messo in bella copia. Se ne salvano solo due versioni
fotocopiate, che rimangono a lungo nascoste al regime.
Intanto,
nel ’64, non ancora sessantenne, Grossman muore di cancro.
Dopo
lunghe peregrinazioni per l’Europa, un primo manoscritto, più corto, arriva
nelle mani di una persona che ho spesso incontrato in letteratura, Vladimir
Dimitrijević. Il profugo serbo lo pubblica in Svizzera nel 1980. Ma sarà solo
nel 1990, dopo la caduta del muro di Berlino, che la moglie di un amico di
Grossman confesserà di avere la versione completa del libro, che finalmente
potrà vedere la luce nel formato di cui stiamo parlando.
Il
testo è sicuramente complesso, seguendo alcune storie principali e diverse
ramificazioni che sicuramente, alla fine, danno un panorama veritiero di quei
terribili anni. Ma la difficoltà di lettura non è solo dovuta alle tante
storie, ma anche a tutte le persone che ne sono coinvolte. Laddove l’uso dei
modi di presentarsi dei russi, tra patronimici e nomignoli, ne rende la lettura
non certo agevole. Esempio preliminare, uno dei personaggi centrali del testo è
Lyudmila Nikolaevna Shaposhnikova detta "Lyuda". Io, confesso, ho
avuto molte difficoltà a muovermi nel testo.
Comunque,
se vogliamo seguire i passaggi principali della narrazione, direi che potremmo
ridurre il tutto ad un filone principale, le vicende della grande famiglia Štrum/
Šapošnikov, a due grandi sotto filoni, la
battaglia di Stalingrado e la vita nei campi di prigionia, sia lager della
Germania nazista che gulag della Russia comunista. E da qui, quei mille rivoli
sopracitati.
Viktor
Štrum è un fisico, un ricercatore scientifico ebreo, e stante l’avanzata
tedesca, con altri scienziati viene evacuato da Mosca a Kazan, a casa del
collega Sokolov. Štrum è sposato con Lyudmila ("Lyuda") Nikolaevna
Shaposhnikova, ma si stanno lasciando. A Kazan si avvicina a Maria Ivanovna,
moglie di Sokolov, contraccambiato. Quando Štrum concorda con un discorso antistalinista,
viene messo sotto accusa, perseguito, tartassato, ed anche sospeso. Durante la
sospensione, ritrova l’anelito alla libertà, ritrova il modo di studiare e
riesce a risolvere un complesso problema matematico, tanto che riceve una
telefonata di congratulazioni da Stalin.
Torna
così tra i “benvoluti”, ma per rimanerci viene anche incastrato nella denuncia
verso altri scienziati poco “ortodossi”. Atteggiamento che lo reinserisce
nell’élite ma lo allontana definitivamente da Maria. Mentre Lyuda sappiamo aver
avuto un figlio, Kolya, dal suo primo marito, Abarcuk (che ritroveremo in un
altro filone). Figlio che però muore in guerra e Lyuda non si riprenderà
neanche con l’aiuto della figlia Nadja, avuta con Štrum.
C’è
poi la sorella di Lyuda, Yevgenia ("Zhenya") Nikolaevna Shaposhnikova,
una delle più belle donne di Mosca, da tutti corteggiata. Un tempo sposata con
il commissario Krymov, ora libera (forse) ed innamorata del capitano Novikov,
uno dei pochi che deve gestire la controffensiva russa. Il primo marito,
Krymov, è un comunista duro e puro, che incontriamo anche come ispettore
politico nella casa 6 barra 1”, dove soldati asserragliati resistono da mesi
all’avanzata nazista. Krymov entra in contrasto con il responsabile della casa,
Grekov, sia per i modi poco comunisti di lui sia per il tentativo di Gerkov di
circuire l’unica ragazza dell’avamposto, la radiotelegrafista Katja.
Ma
Gerkov è un uomo d’onore, vedendo che Katja si innamora di Seryozha, li fa
fuggire dalla casa prima che questa venga assalita da soverchianti forze
tedesche dove Gerkov stesso muore da eroe.
Intanto
Novikov, tradendo una confidenza di Zhenya mette in cattiva luce Krymov che,
tornato a Mosca, viene imprigionato nel carcere della Lubjanka. Torturato non
si dichiara colpevole, ed Zhenya, ammirata, torna da lui scrivendo una lettera
d’addio a Novikov che ne rimane sconvolto.
Passando
ai due sotto filoni principali, molte vicende si intrecciano a Stalingrado
durante la battaglia. C’è Marusia, terza sorella di Lyuda che muore durante un
bombardamento. Marusia è sposata con Stepan Spiridonov, direttore della
centrale elettrica, e madre di Vera, che aspetta un figlio dal pilota Victorov
che però muore in battaglia. Mentre infuria la battaglia, Vera partorisce, ma
rimarrà sempre dolente e rassegnata. Stepan invece, benché ultimo a lasciare la
città, lo fa un giorno in anticipo, e verrà inviato per punizione negli Urali,
dove lo seguirà Natalja una delle figure più positive del romanzo. Vediamo
anche traccia di Mitia, un altro fratello di Ljuda, imprigionato in un gulag e
padre di Seryozha, quello innamorato di Katja la telegrafista.
Nei
campi di internamento, con narrazioni parallele, vediamo storie simili seppur
non uguali. In un gulag incontriamo Abarcuk, come detto primo marito di Ljuda.
Lui si è sempre mostrato fedele al leninismo della prima ora, e non approva la
violenza. Dove c’è tal Barchatov che, per futili motivi, uccide un sodale di
Abarcuk. Che non interviene, andando a trovare il suo amico e maestro Magar,
che sta morendo. Magar non crede più nel comunismo, e Abarcuk lo condanna
violentemente. Quando viene informato che Magar si è impiccato, Abarcuk denuncia
Barchatov, anche se sa che questa sarà la sua fine.
Mentre
nella parte tedesca, nei lager che Grossman ben conosce, vediamo le crude
descrizioni degli ebrei imprigionati, messi sui treni, portati nei campi e
selezionati per le camere a gas. Una descrizione potente, una dozzina di pagine
strazianti (da 610 a 622) dove seguiamo l’odissea finale della dottoressa Sofia
Osipovna Levinton, una vecchia amica di Yevgenia, che accompagna alla morte il piccolo
David, diventandone in morte una sorta di madre sostituta.
In un
altro lager assistiamo anche ad una parte politica, seguendo l’odissea del
bolscevico Mostovskoj, che cerca di organizzare una rivolta (fallimentare) ed
avrà un lungo colloquio con il comandante Liss (come accennato all’inizio, che
gli dimostrerà l’equivalenza tra Hitler e Stalin) prima di venir giustiziato.
Capite
bene quanta carne al fuoco mette Grossman, partendo da una semplice domanda:
che cos’è il bene? Non darà mai risposte dirette ma quando vedremo
l’irragionevole bontà di persone che si stanno avviando a morire, forse non
sapremo mai del bene, ma sapremo sempre della libertà. Un bisogno che, prima o
poi ci dice Grossman, farà soccombere i peggiori totalitarismi.
Lasciamogli
la parola, allora: “il desiderio congenito di libertà non può essere amputato;
lo si può soffocare ma non distruggere. Il totalitarismo non può fare a meno
della violenza. Se vi rinunciasse, cesserebbe di esistere. Il fondamento del
totalitarismo è la violenza: esasperata, eterna, infinita, diretta o
mascherata. L’uomo non rinuncia mai volontariamente alla libertà. E questa
conclusione è il faro della nostra epoca, un faro acceso sul nostro futuro.”
La
dicotomia del titolo si esplica allora tra una vita fatta di scelte difficili,
fatta di sofferenze, fatta di compromessi, ed un destino che è sempre e solo il
frutto delle nostre scelte, frutto di tutta la libertà individuale che, sempre,
resiste. Aprendo una finestra di speranza per l’umanità.
Un
discorso che è bello vedere sulla carta, ma che, qui ed ora, non ha tanti
riscontri.
Per
me ci sono poi due momenti alti e irripetibili nel testo: la lettera di Anna
Semerova, la madre di Štrum, che scrive al figlio prima di morire e quella
sopra citata della morte di David e Sofia nella camera a gas.
Per
finire un tocco leggero: a pagina 91 si parla di un uomo orrendo, un polacco
che tradisce i suoi facendo comunella con i tedeschi. Un polacco che si chiama
… Epstein.
"Nella
sua irripetibilità, nella sua unicità risiede l'anima di ogni singola
vita" (623)
Pedro Zarraluki “Il piacere e la noia” Neri
Pozza s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 17/03/2026 – T: 19/03/2026] - &&
[tit. or.: Todo
eso que tanto nos gusta; ling. or.: spagnolo; pagine: 297; anno 2008]
Pedro Zarraluki non è certo un nome molto
noto, non solo al di fuori della Spagna, ma forse anche al di fuori della sua
amata Catalogna. Barcellonese fin nell’animo, ha sempre scritto, vissuto ed
intrecciato il corso della sua vita con la città e con i suoi artisti. Non a
caso nel ’92 aprì un caffè nel quartiere di Gràcia. Si concede solo e spesso
piccole fughe nella cittadina di Camallera, poco sopra Girona, a 130 km da
Barça e con circa 600 abitanti.
Ne ho parlato dato che Pedro ci ha lasciato
lo scorso anno a soli 70 anni, e solo ora, a quasi vent’anni dalla scrittura,
ho in mano un suo libro, che tra l’altro non so se sia neanche tra i suoi
migliori. Di certo, pur con qualche lentezza, ha una mano felice nelle descrizioni,
ed anche nella tipologia dei personaggi che pullulano questa piccola saga in
minore. Ed altrettanto sicura sarebbe la sua alterazione verso un editor che
stravolge il suo titolo originale. Non capisco, continuo a non capire, come si
possa passare da “Tutte quelle cose che amiamo tanto” ad un anodino “Il piacere
e la noia”. Certo, si potrebbe obiettare che molti personaggi, ossessionati
dalla noia della loro vita attuale, cerchino e trovino altrove il piacere, la
gioia di vivere.
Molto ma molto tirato per i capelli.
Intanto, i tre personaggi bene o male al
centro della trama sono Tomás, Cristina e Ricardo. Tomás è un architetto direi
anzianotto, seppur non ancora vecchio. Una volta sposato con Cristina, che
lascia per una giovane donna, che presto a sua volta lo lascia. Così che si
ritrova solo e triste, in una casa in affitto, con unico compagno un
televisore.
Cristina, invece, approfitta della sua
condizione di single per prendersi cura di sé, facendo quasi una lotta senza
quartiere a tutte quelle giovani pulzelle “rovina-famiglie”. Ma in fin dei
conti, sempre con un occhio di riguarda alla famiglia. Ricardo, infine, è loro
figlio. Anche lui abbastanza stonato, essendo stato appena lasciato da Clara e
non avendo ancora ritrovato il suo centro.
La scintilla che avvia il romanzo è la fuga
di Tomás, lontano dal televisore e da Barcellona, alla ricerca del suo “Palazzo
di Potala” (che ricordo è il mitico palazzo centro storico e spirituale del
Tibet). Cristina si allarma ed intima a Ricardo di mettersi alla ricerca del
padre, e lui, obtorto collo, ne ritrova traccia in un paesino a nord di Girona
(quello delle fughe di Pedro, ovvio).
Ma quello che trova non è il padre triste ed
affranto che aveva lasciato, ma un personaggio nuovo che, abbandonata la scorsa
esteriore di una vita triste, si reinventa allegra e fancazzista in una
cittadina in cui nessuno conosce la sua storia. Così che si può permettere di
darsi una nuova veste, coinvolgendo, lentamente ma inesorabilmente prima
Ricardo e poi la stessa Cristina.
Così, folleggiando per il paese e dintorni,
conosciamo i vari personaggi che escono dalla penna di Pedro. C’è Lola,
l’anarchica che gestisce l’albergo locale, ma che rifiuta lo stato, non accetta
carte di credito, con i suoi capelli bianchi raccolti in una coda alternativa.
C’è Maria, factotum e tassista a tempo perso, angelica e quasi ingenua (ma fino
ad un certo punto) che si appresta a convolare a giuste nozze. C’è Pasquita,
ex-insegnante e coltivatrice di rose da premio, ora diventata cieca, accudita
dal marito Marcelo, che le legge ad alta voce i più romanzi della letteratura.
Ci sono Robert e Irene, incontrati per caso ed innamorati senza idea del loro
futuro. C’è Daryna la tenera prostituta che Tomás vuole salvare. Ma soprattutto
c’è Barbara Baldova che, nonostante il nome molto slavo, è una milionaria
italiana che fa mecenatismo verso giovani artisti, siano essi promettenti o
meno, vivendo in una inquietante villa contornata da un maggiordomo ed una
cuoca napoletani.
I destini di tutti si intrecciano, si
incrociano, Ricardo si ferma alla pensione di Lola, anche Cristina li
raggiunge. Andando, senza che vi dica altro, verso un futuro possibile, piacevole
e pieno di palazzi di Potala.
Pedro ci mostra tante persone che forse hanno
sbagliato nella vita. Ma ci mostra anche, un po’ utopisticamente, che volendo
si può riprendere in mano la propria vita. E cambiarla. E portarla verso il
piacere. O comunque mettersi in una condizione di stare con altri in una bolla
di non cattiveria. Forse una visione utopistica. Ma ben venga l’utopia se serve
a scacciare la tristezza. Ed anche a farci leggere un libro non sempre
riuscito, ma di certo gradevole passatempo primaverile.
Seikō Itō “Radio Imagination” Corriere
Giappone 23 euro 8,90
[A: 12/10/2021 – I: 23/03/2026 – T: 25/03/2026]
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e ½
[tit. or.: 想像ラジオ, Sōzō rajio; ling. or.: giapponese; pagine: 202;
anno 2013]
Non
è certo un libro facile per chi non è giapponese o che almeno abbia una
iniziale conoscenza del mondo e delle usanze nipponiche. E non è, forse,
pienamente riuscito, almeno per noi occidentali, che, travolti dalle vicende,
forse non riusciamo ad avere un punto fermo sui cui appoggiarci.
Intanto,
diciamo che Seikō Itō è senza dubbio una figura interessante nel panorama
culturale del Sol Levante. Nasce cantante, ed in particolare, esponente di
spicco del rap giapponese. Per poi passare in molte altre diverse facce
espressive: personaggio televisivo, romanziere, paroliere, manager musicale e
attore giapponese.
Il
secondo elemento di interesse è l’ambito in cui si muove il testo. Siamo nel
2011, poco dopo che l’11 marzo di quell’anno il Giappone orientale venne
devastato da un grande sisma. A 72 km. ad est delle coste avviene un terremoto
di magnitudine 9 (il quarto al mondo, subito a
ridosso dello tsunami di Sumatra del 2004). Terremoto che innesca uno
tsunami che devasta la costa e provoca l’incidente nucleare di Fukushima
Dai-ichi, con un rischio nucleare radioattivo paragonabile a Černobyl’. Alla
fine degli eventi, vengono contati più di ventimila morti.
Dato
tutto questo contorno, dove entreremo a breve, lo scrittore impianta la storia
su una sorta di suoi doppi alter-ego. Uno, principale, dj e musicista. L’altro,
forse secondario, scrittore. Appunto le due anime di Seito. E se nello
scrittore è facile l’identificazione (viene indicato solo con l’iniziale, S),
per il musicista bisogna fare un piccolo giro intellettuale. Certo dj Ark, come
ci viene presentato, ha una carriera musicale che ha un forte ricalco su quella
dello scrittore. Ma è quando ci viene esplicitato il nome, che il cerchio si
chiude. Che il dj si chiama Akutagawa Fuyusuke, dove noi facciamo subito il
salto al notissimo Ryūnosuke Akutagawa. Noto in quanto autore della novella Rashōmon,
che permise al grande Akira Kurosawa, mescolandola con l’altra novella dal
titolo “Nel bosco”, di darci uno dei capolavori del cinema.
Ma
cosa fanno i nostri due eteronimi nella novella? S è facilmente liquidabile. Fa
parte delle squadre di soccorso che vanno in aiuto delle persone colpite dal
maremoto. Ed in questi aiuti, infila alcune parti di riflessione e meditazione
che sono poi il filo d’acciaio che tiene in piedi tutta la narrazione.
Terminando il suo ruolo chiedendo a dj Ark di mettere in onda un brano, su cui
torneremo.
Perché
dj Ark mette in onda brani, parla e lancia (e riceve) messaggi. Ma non
attraverso una radio “normale”, ma attraverso una radio che si può sentire solo
con l’immaginazione. Lui non sa come sia finito incastrato in una cryptomeria,
una sorta di cipresso giapponese. Sa tuttavia che deve assolvere un compito:
cercare di entrare in contatto con la moglie Misato, ed avere notizie del
figlio Sōsuke, da tempo a studiare in
America. E per fare ciò inventa questa emittente immaginaria, che però molta
gente riesce a sentire.
Qui
si svela il nodo narrativo: sicuramente gli ascoltatori sono persone che hanno
perso la vita nel disastro. Ma ad esse, tuttavia, si aggiungono anche persone,
come S, che hanno particolare sensibilità. Comunque, per dar corpo alla sua
radio, dj Ark racconta la sua storia di musicista rock fallimentare, sia come
musicista che come manager di gruppi musicali. Ne parla a pezzi, intervallando
i frammenti della sua vita con stacchi musicali degli anni Settanta, mescolati
ad un po’ di bossanova, una punta di jazz e qualche timida escursione
sinfonica.
E la
sua immaginazione e le sue richieste smuovono molti ascoltatori ad intervenire,
a raccontare le loro piccole o grandi storie, riuscendo così l’autore a
costruirci un patchwork della vita locale, facendoci immergere poi nei commenti
di dj, che toccano i punti nodali che interessano l’autore. Si va dalla
ricostruzione dopo disastri (e qui i giapponesi non dimenticano mai di mandare
segnali da Hiroshima), al significato dell’esistenza (dove alcune persone che
sono morte e non lo sanno si chiedono appunto in che modo hanno affrontato la
vita), fino alle domande comportamentali su come si modificano i rapporti umani
nel momenti in cui si viene travolti da circostanze straordinarie.
Non
entro nella descrizione delle microstorie, anche se ognuna ci porta granelli di
pensiero. Rimango sul tono generale del rapporto che i giapponesi, attraverso
le loro due religioni cardine, buddismo e shintoismo, hanno verso la morte. È
il grido di dj Ark, che ci ricorda come la nostra disumanizzazione non ci
consente più di sentire la voce dei nostri morti. Non parlo neanche della
famiglia di dj Ark, dei contrasti con il padre ed il fratello, né se riesce ad
entrare in contatto con Misito.
No,
torno su quell’accenno fatto prima, che S chiede una canzone finale a dj, e su
quelle note, la radio va terminando le sue trasmissioni immaginarie. Si tratta
di “Redemption Song” di Bob Marley, dedicata agli schiavi neri deportati
dall’Africa. Un canto, nonostante tutto, di pace e di libertà. Perché redenzione
non è solo la liberazione dal peccato attraverso una vita giusta, ma anche la
liberazione dalla condizione di schiavo. Marley, e Seiko, ci dicono che bisogna
liberarsi dalle schiavitù fisiche e mentali che i condizionamenti altrui, che
gli schemi che ci vengono imposti hanno stratificato nella vita di ognuno.
È di
certo una scrittura molto giapponese, che ci apre spiragli sulla psicologia di
vita nipponica. Ma pur se di interesse, non riesce a scatenare una sincera
empatia verso il testo.
Come i miei più affezionati lettori sanno,
tento sempre un contrappasso di citazioni, che quindi, da autori stranieri
torno a citare alcune note italiche.
Cominciando da un autore che inframezza
pensieri che fanno riflettere (la seconda citazione) a frasi che faccio fatica
a decifrare. Parlo di Alberto
Arbasino e la sua “La vita bassa”:
“E
se la ‘vita bassa’ per i prossimi Lévi-Strauss e Mauss e Bataille … diventasse
un Segno antropolo- ed etnometodologico strutturale e culturale di tutto un
Inconscio o Conscio tribale ed elettorale … come i totem e tabù … dei più
rinomati aborigeni?” (27) [ed ho tagliato molto, che nei vari puntini si
saltava da glutei ridondanti, sgargianti, a facce dipinte]
“-
Una risata vi seppellirà! ... Ma all’epoca certamente non si poteva prevedere
che di lì a poco ben altro che risate avrebbero sepolto Pasolini, Moro,
Feltrinelli, Pinelli, Casalegno, Calabresi, Tobagi, Dalla Chiesa, Bachelet,
Croce, Coco, Calvi, Sindona, Ambrosoli, Alessandrini….” (62)
Però poi passo ad autori a me più congeniali.
Come Tommaso Pincio ed il suo “Hotel a zero stelle”, di
vari pensieri, dove il quarto è un grido cui mi associo:
“Quello
che siamo è spesso nascosto alla maniera della lettera rubata nel racconto di
Poe.” (22)
“Ci
rifugiamo nel teatro della letteratura perché là fuori, nel mondo reale,
abbiamo fallito in qualche cosa.” (86)
“Spesso
le parole che attribuiamo agli altri non sono che rielaborazioni inconsapevoli
di quel che abbiamo creduto di udire o leggere.” (94)
“Perché
mi succede di fare cose che so essere sbagliate e che in teoria non vorrei
fare?” (104)
“Mi
ha insegnato una cosa fondamentale: … ribellarsi è sempre giusto, ma lo è ancor
di più quando non hai scampo.” (172)
“Acquisire
un nome nuovo significa cambiare il corso del proprio destino.” (210)
E finisco con una scrittrice che ho sempre
amato. Qui abbiamo allora Paola
Mastrocola in “Palline di pane” con alcune frasi che vi invito caldamente a
centellinare:
“Il
problema è che non solo perdo le cose, ma molto spesso credo di averle perse e
invece non è vero … Ma non è che il lieto fine ci salvi dalla tragedia: la
tragedia c’è comunque stata, cioè noi, fino a che non ritroviamo l’oggetto
perso, viviamo la tragedia di averlo perso.” (48)
“Non
so perché, ma quando una psicologa parla, tutto quel che dice, foss’anche la
più banale e quotidiana cosa, assume all’istante un’aria profonda,
introspettiva, e tanto tanto simbolica.” (50)
“Perché
facciamo i bambini se poi non ce li guardiamo?” (75)
“La
cosa che non sopporto è che ormai tutte le minoranze vengono, giustamente!,
difese, tranne una: la minoranza di chi la pensa a modo suo.” (138)
“La
tragicità del telefono, nessuna ci pensa mai. Intanto lui suona, così, quando
gli pare, in mezzo ai tuoi pensieri, a volte anche complessi. Tu allora ci
caschi e dici i tuoi pensieri a chi ti ha chiamato, ma dal punto in cui eri,
non dall’inizio, e così nessuno capisce mai niente. E ci si illude di essersi
parlati.” (195)
Ecco, riprendete la penultima frase, che sottoscrivo pienamente. Ed a cui ripenso dopo una settimana dolomitica piena anche di ricordi del passato che scaldano il cuore. Ora, qualche giorno di preparazione, poi ci immergiamo nel solito agosto campagnolo e, speriamo, rinfrescante. Magari con qualche ulteriore ricordi, per cui fin d’ora vi abbraccio.