domenica 10 maggio 2026

Anche la donna è noir - 10 maggio 2026

Avendo accumulato un certo numero di trame noir, vado allo smaltimento, con una settimana dedicata quasi tutta alle donne. Di spurio c’è solo un buon giallo d’annata, uscito dalla penna di Augusto De Angelis, il padre del poliziesco italiano (di cui vi ho tanto parlato, e se volete, ne riparlo ancora). Nell’altro versante abbiamo un giallo Mondadori, uscito dalla penna di Claudia Myriam Cocuzza, navigante nel filone dei cosiddetti “Great Detectives” e dedicato ad un’eminente figura femminile del catanese, Lady Florence Trevalyan. E poi due seriali. Uno di recente costruzione, da parte di Serena Venditto dedicato a Napoli ed agli amici di via Atri 36 (per non parlar del gatto). L’altro, una ripresa delle storie bolognesi di Giorgia Contini, uscite dalla penna di Grazia Verasani.

Tutte scritture di almeno buon livello, e qualche cosa in più.

Claudia Myriam Cocuzza “La forestiera” Mondadori euro 7,90

[A: 06/03/2026 – I: 02/04/2026 – T: 03/04/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 218; anno: 2026]

Non conosco l’autrice di questo intrigante testo, anche se leggo che scrive e pubblica, oltre ad essere laureata e farmacista (che magari qualche amico galenico potrebbe prendere spunto). Intanto, la nostra siciliana (e si capiva per come trattava la sua terra nel romanzo) si inserisce in un filone aulico, laddove l’autore di turno prende un personaggio famoso e lo inserisce in un poliziesco come interprete principale.

Inciso: probabilmente questo filone iniziò con una serie di racconti pubblicati agli inizi degli anni Sessanta da Theodore Mathieson, e che vedevano all’opera “Great Detectives”. Dove si alternavano nelle indagini: Alessandro Magno, Omar Khayyam, Leonardo da Vinci, Hernando Cortez, Miguel Cervantes, Danile Defoe, il capitano Cook, Daniel Boone, gli esploratori Stanley & Livingstone, e l’infermiera Florence Nightingale. Un filone che partito da lì si è allargato a dismisura inglobando grandi investigatori dall’Aristotele di Margaret Dodds alla Regina Elisabetta II di S.J. Bennett.

Per venire alla nostra eroina, qui si traccia un piccolo percorso “fuori dagli schemi” di Lady Florence Trevalyan, cugina della Regina Vittoria, che, a seguito di qualche scandalo o anche solo pettegolezzi (si disse fosse l’amante del principe Edoardo), fu mandata in dorato esilio lontano da Londra. Lei, dopo due anni di vagabondaggi, decise di stabilirsi a Taormina.

Ed è qui, all’Hotel Timeo (dove realmente visse alcuni anni) che la incontriamo e che la nostra scrittrice ci dipinge con giusta dovizia di particolari. Donna curiosa, non convenzionale, volta alla conoscenza della lingua e del luogo in cui stava vivendo (e dove poi visse sino alla morte), non si peritava di frequentare donne di bassa estrazione, avendone in cambio notizie e insegnamenti sul dialetto e sulle usanze locali.

In questo, lei si accompagna alla cameriera Concettina, dalla bella voce e dalla buona cultura locale. Non disdicendo di frequentare anche il suo zito, Giuseppe “Peppe” Florio, su cui torneremo in finale. Florence si occupa anche di fiori, vuol costruire un giardino all’inglese sotto l’albergo. Ha cinque cani, ma non si perita di soccorrere randagi in difficoltà. E quando un suo cane si ammala non si tira indietro e ne chiede aiuto per cure all’unico medico presente in loco con qualche conoscenza non episodica. Si tratta del dottor Salvatore Cacciola, che curerà i suoi cani, con i farmaci galenici preparati da Carlo, il fratello, e dal di lui aiutante Peppe.

Tutto andrà precipitando con l’arrivo di un agente teatrale, sir Arthur Milton con l’odiosa moglie Lady Jane (purtroppo ben lontana dai Rolling Stones). Che Milton muore avvelenato, non prima di aver litigato con la moglie cui non vuole affidare la parte di Ofelia in un possibile Amleto da recitare a Taormina. Jane, per suoi motivi di ripicca personale, cerca di coinvolgere Florence nella morte, accusando Concettina di essere la long manu di milady che vuole la morte di tutte le persone altolocate per vendicare di essere stata esiliata.

Florence con l’aiuto dei fratelli Cacciola smonta facilmente il piano contro Concettina, scoprendo nel contempo che Milton era dedito a piaceri con giovanotti possibilmente giovani ed anche molto giovani. Partecipando ad orge organizzate da un fotografo olandese anche lui sul suolo siculo.

Vedremo presto che era tutta una questione di gelosie derivanti dalle attività “segrete” di Milton e dalla sua spregiudicatezza. Abbastanza senza indizi decisi, arriveremo al disvelamento finale, che però, come tutta la parte “noir” è la parte più debole del testo. Che invece si rinvigorisce quando si parla di Taormina, di fiori, di rapporti tra le persone, ed anche di cibo.

Fortunatamente, la stessa Cocuzza si scusa in coda di aver fatto una piccola forzatura temporale. Florence, infatti, nasce nel ’52 e si trasferisce a Taormina a venticinque anni nel ’77. L’azione del romanzo, invece, si svolge nel luglio del 1884, e Claudia dice che Florence ha venticinque anni. Sette anni di spostamenti. Altrettanto forzato è il rapporto tra Salvatore e Carlo Cacciola, entrambi esistiti, ma forse non fratelli.

Infine, è anche vero che nel 1890 Florence sposa Salvatore, costruendo giardini all’inglese come aveva sempre sognato presso l’Hotel Timeo, presso la casa di Salvatore e nell’Isola Bella, un isolotto da lei acquistato prospicente Taormina. Florence morirà in Sicilia a cinquantacinque anni nel 1907.

Altro dato para storico è l’accenno ai testi di Shakespeare dove si inventa l’esistenza di tal Guglielma Scrollalanza, madre di Michelangelo Florio e nonna di John Florio. Se traducete il nome della signora in inglese diventa Wilhelmina Shakespeare, e se seguite leggende storiche, si ipotizza che John Florio sia il vero Shakespeare.

Insomma, un pastiche decente, una scrittura abbastanza pulita, una storia poco gialla, ma stimolante per il resto.

Augusto De Angelis “Il Do tragico” Mondadori euro 7,90

[A: 06/03/2026 – I: 03/04/2026 – T: 05/04/2026] &&&--   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 233; anno: 1937]

Non credo debba ancora una volta introdurre Augusto De Angelis, il padre del giallo italiano, in particolare per la circa decina di romanzi che vedono protagonista il Commissario Carlo De Vincenzi. Né tanto meno parlare della sua posizione personale e politica, come anche ben viene messa in luce dal romanzo bio-fiction di Alessandro Robecchi.

Pur tuttavia, per chi ne avesse perso i riferimenti, ricordo al volo. Dal ’30 al ’43, più o meno, De Angelis pubblica libri gialli con il nostro protagonista. Libri che si inseriscono parallelamente al filone che stava nascendo in Francia sulle orme di Maigret. Indagini che puntano più sull’aspetto psicologico delle vicende. Che cercano di ricostruire il quadro della vicenda, di inserirla nel contesto sociale in cui avviene. Se poi si scopre e si punisce il colpevole è un punto in più ma non il più importante.

Tuttavia, se si parla di crimini, i fascisti insorgono. I crimini si fanno ma non se ne parla, che bisogna tener rassicurata la patria. Inoltre, parlare di polizieschi sembra un vezzo molto anglosassone, e quindi, per punire “la perfida Albione”, meglio censurarli sul nasce. Ma è una lettura popolare, e bisogna fare i conti con “i soldi”. Per cui, alla fine, si lascia che De Angelis scriva, ma a patto che i suoi cattivi non siano italiani.

Ma De Angelis è un fine scrittore, quindi, pur accettando l’imposizione, riesce sempre a mettere delle zeppe all’interno della trama. Qui, ad esempio, è vero che la maggior parte dei personaggi non è italiana, ma… Un paio di elementi che hanno comportamenti lussuriosi e che potrebbero (sarà poi la trama a sciogliere i misteri) essere colpevoli sono decisamente italiani. Nonché, pur essendo americano, un cattivone che percorre tutto il romanzo è un noto mafioso sodale di Al Capone. Quindi, se qualcuno vuole capire…

D’altra parte, alla fine qualcuno capisce e nel ’43 viene arrestato con l’accusa di “antifascismo morale”. Scontati alcuni mesi di carcere, quando ne esce, nel luglio del ’44, viene riconosciuto da un repubblichino di Salò, preso a pugni e calci, con lesioni tanto gravi che i pochi giorni lo portarono alla tomba.

Venendo al testo, pur ben scritto e svolto con gran diligenza, non è che sia all’apice dei suoi scritti. Ci sono passi e momenti della trama che sono presi e poi quasi lasciati cadere, senza particolari spiegazioni. Ed anche il noir complessivo è sì spiegato ma le conseguenze delle varie decisioni prese, delle azioni intraprese e delle decisioni che le sostengono, a volte sembrano più volatili di quanto siano in realtà.

La storia ruota intorno al soprano Sofia Milena Scimanova. Profuga russa, fuggita dopo la Rivoluzione, prima gira per l’Europa, poi ha un discreto successo in America. Dove si lega ad un avvocato, Alessandro Alessandrovich, ed ha diverse relazioni con personaggi al limite o ben dentro la malavita: lo psicologo tuttofare ed anche un po’ truffaldino Letchley Appelby ed il gangster soprannominato Kid Tiger. Per una serie di ragioni, Kid viene arrestato e sconta qualche anno di carcere, nel frattempo Sofia e gli altri fuggono verso l’Italia, accompagnati, quasi francobollati, da una fantomatica assistente, Jane Clark, e raggiunti da una profuga russa che si millanta madre di Sofia, Mira Lubiskaja, con la sua cuoca, Maria, anche lei del clan iniziale di Sofia.

Per sopravvivere, Sofia, oltre che cantare, si dedica a sfruttare in maniera consistente la sua bellezza, includendo nei suoi giri di sesso e ricatto una serie di persone: un direttore di banca, Pablo Coblenz, un pittore, Claudio Dumesnil, un industriale, Marcello Cantini, un maestro di musica, Virgilio Della Porta, un tenore, José Coromillas, ed una sesta persona di cui non si sa il nome.

La scena del crimine è ben congeniata. Il 22 dicembre le sei persone su indicate ricevo la periodica richiesta di denaro da parte di Sofia, che la sera canta in radio. Alle 22 e 23, mentre modula un do maggiore, cade improvvisamente in catalessi. Tutti i ricattatati accorrono, così come Appelby, che, mentre arriva, da conto di una mancanza totale di luce per cinque minuti. Al ritorno della luce, Appelby confessa che lui ha ipnotizzato Sofia per farla addormentare due ore ogni sera, essendo molto stressata. Si avvicina al corpo ed annuncia che Sofia non dorme ma è morta.

Qui comincia il lavoro di De Vincenzi. Che interroga tutti i presenti, che si presta a scaramucce logiche con Appelby, che ipotizza un ruolo di Kid Tiger, anche lui a Milano, anche se non in radio. Problematiche che si acquisiscono quando anche la presunta (o vera) madre di Sofia viene uccisa, anche lei in circostanze poco chiare, in una casa dove erano presenti in diverse stanze De Vincenzi, Kid Tiger ed una terza persona al momento ignota.

Sarà l’acume psicologico del commissario, attraverso lo studio degli atteggiamenti dei vari attori del dramma, a portarci prima alla soluzione come ragionamento logico, poi a trovare le prove per verificarla. Laddove, come dice lo stesso De Vincenzi, sarebbe stato tutto perfetto se l’assassino non avesse peccato di perfezionismo, dando una pennellata di troppo alle sue azioni.

Allora veniamo a qualche elemento analitico. Come detto, ci sono due italiani presi nella rete di Sofia, ma sono categorie cui il fascismo dava pesi particolari. Un industriale, e verso l’industria non aveva apparentemente un atteggiamento tenero, ed un musicista, e si sa che molti musicisti sono anche gay, quindi se ne può parlare male.

Dal punto di vista stilistico, molti capitoli sono titolati come elementi musicali, come a sottolineare l’importanza del “do” del titolo, ma forse anche a cercare di sviare l’attenzione del lettore. Che De Angelis, e lo confessa anche ad un certo punto, è un fine conoscitore di sottigliezze dove, parafrasando “La lettera rubata” di Poe, ci dice che il posto migliore per nascondere una foglia è un albero.

Infine, ci sono quei ruscelletti che partono ma si perdono. Ha senso che Sofia cada addormentata quando intona un “do”? E perché, nel suo sforzo polmonare, il ciondolo con brillante che porta al collo si apre facendo rotolare la pietra per la sala? E perché, della sesta persona ricattata, non si dice il nome, ma solo che, alla ricezione del ricatto, “si fece saltar le cervella”?

Mi rendo conto che negli anni Trenta a volte si metta molta legna nel camino, anche senza accenderla, ma De Angelis non mi sembrava il tipo di scordare qualcosa. Quindi, sicuramente ci sarà un motivo. Ma io lo ignoro.

Ultima notizia di contorno, per motivi editoriali, il testo è stato pubblicato anche con il titolo ”Natale di sangue”, visto che l’azione si svolge tra il 22 ed il 31 dicembre 1928.

Serena Venditto “Al Sassofono Blu” Repubblica Mistero Noir 26 euro 8,90

[A: 12/12/2024 – I: 21/04/2026 – T: 22/04/2026] &&&    

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 156; anno: 2016]

Un giorno o l’altro forse capirò cosa c’è dietro tutta l’incuria con cui vengono presentati i libri, rendendo difficile, a noi maniaci dell’esattezza bibliografica, muoversi con cognizione di causa tra i diversi libri scritti da uno stesso autore. Probabilmente il motore primo è una sorta di invidia di un editore verso gli altri, soprattutto se sono di nicchia.

Ora questo gradevole testo non è il terzo della serie incentrata sugli amici di via Atri 36 e sul loro gatto, ma il secondo. Pubblicato da una piccola casa editrice napoletana, “Homo sapiens”, nel 2016, quando l’autrice comincia ad avere un piccolo successo, i diritti dei suoi libri vengono acquistati da Mondadori, che lo ripubblica, mettendo come data il 2020, così che noi sprovveduti lo leggiamo dopo “L’ultima mano di burraco”. Invece, appunto, è precedente, ed è qui che tra l’altro entra in gioco il commissario de Iuliis, che in effetti a me sembrava strano come interagisse con i nostri.

Qui, infatti, cominciano le schermaglie tra i nostri quattro più uno e le autorità costituite. C’è tutto un filone di racconto, in queste pur brevi pagine, che porta a comprendere prima la diffidenza, poi invece la collaborazione e la stima. Ricordo per inciso che i nostri sono Ariel Hamilton, anglo-napoletana, traduttrice, io narrante e spesso foriera di illuminazioni folgoranti. Poi c’è Marialuisa Ferrari detta Malù, archeologa a tempo pieno ed investigatrice a tempo perso, tanto che al suo gatto dà il nome del fratello di Sherclock Holmes, Mycroft. C’è Samuel, immigrato di colore ma potentemente napoletano, distributore di gelati (è l’unico ad avere la macchina) nonché grande attuale amore di Ariel. Ed infine c’è Kobe, il musicista giapponese folle di gelosia per la sua fidanzata giapponese, bella ma in un conservatorio del nord Italia.

La storia, pur nella sua brevità, è anche ben congeniata. C’è una compagnia teatrale dilettantesca, “Trappola per topi” evidente omaggio alla regina del giallo, che mette in scena “cene con delitto”. Una mania sociale non molto diffusa in Italia, ma di sicuro interesse. I nostri vanno ad assistere ad una di queste performane. Mentre Malù capisce subito chi è l’assassino della finzione scenica, un’attrice, Clara, muore sul serio.

Cominciano allora le indagini in parallelo tra i nostri e la squadra di Timoteo de Iuliis detto Teo. Ci sono gli ovvi sospettati presenti sul luogo del delitto: Mattia, il regista e principale protagonista del dramma teatrale, Leonardo, la spalla nonché amante di Clara (o presunto tale, vista anche l’esistenza di un marito della nostra), Daniela, la seconda prima donna, amica di Clara fin dal liceo, e Berenice la giovane nuova entrata e promettente attrice.

Tutti potrebbero aver avuto i motivi di compiere il delitto, sia direttamente, essendo presenti sulla scena, sia come mandanti, ad esempio il marito essendo lontano per seminari ed altri potrebbe aver assoldato un killer. Il problema centrale, è che Clara è morta davanti a tutti, nessuno avendo vicino. E poi scopriremo che è stata pugnalata a morte. Ma senza nessuno vicino?

Il libro, che per l’appunto essendo ancora nella parte iniziale della produzione di Serena, procede facendoci partecipi della vita quotidiana degli inquilini di via Atri 36, e soprattutto del loro gatto, ora impegnato anche nel corteggiamento con la gatta del commissario.

Tornando al parte teatrale, a lungo gli attori cercano di sviare l’attenzione dei partecipanti al gioco, insistendo su di una brano della Bibbia (Genesi 47, 18 per chi volesse cercarlo). Solo la nostra Malù capisce che, mancando alcuni elementi che non vi dico, forse non è il testo, ma la pagina a mostrarci qualcosa.

Ed è sempre Malù che, stimolata da una frase di Ariel, e dopo aver chiesto conferma al marito, scopre che il motivo per cui Clara ha impiegato tanto a morire, senza accorgersene, è che, in realtà, non sente dolore. Anzi non ha sensazioni, essendo afflitta da una malattia denominata CIPA (che sta per “Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis”, in italiano “Insensibilità congenita al dolore con anidrosi”). Una malattia per cui non si sente dolore, né caldo né freddo, e non si suda (anidrosi). Una malattia rara, di cui sono noti, attualmente in Italia, solo quattro casi viventi. È in effetti una malattia che porta difficilmente a superare i tre anni di vita. Non sudando, i bambini vanno spesso in ipertermia mortale. Non così Clara, né, se voi ben ricordate, il cattivo Ronald Niedermann, antagonista di Lizabeth Salander nel romanzo di Stieg Larsson “La regina dei castelli di carta”.

Come tutto ciò sfoci in un omicidio, e le sue motivazioni vi lascio leggerne, anche perché è una lettura agile, che accompagnerebbe felicemente qualche serata estiva, magari con una fresca bibita accanto.

Avendo altre letture della nostra scrittrice, spero che si mantenga questa lievità del tocco, che fa di questo seriale un gradevole compagno di riposo.

“Il dolore è il segnale che ci dà il corpo per proteggerci, per metterci in guardia dai pericoli.” (155)

Grazia Verasani “Iris di marzo” Repubblica Cuore Noir 37 euro 9,90  

[A: 09/03/2026 – I: 30/04/2026 – T: 01/05/2026] && e ½      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 155; anno: 2025]

GC7

Ho sempre seguito con interesse sin dalla prima scrittura di venti anni fa, le pagine che ci porta in regalo l’ingegno di Grazia Verasani, e l’umanità della sua eroina, l’investigatrice Giorgia Contini. Sia perché, nel panorama italiano, all’inizio degli anni duemila, era il primo esempio maturo di un’investigatrice donna uscita dalla penna di una scrittrice. Sia anche perché molto di Grazia era, ed è, in Giorgia. L’amore per la musica (laddove Grazia poi anche suona nelle notti bolognesi), la passione per la notte, la sfortuna (forse) in molti rapporti sociali.

Come sottolineavo tuttavia nel sesto episodio, la rottura della storia tra Giorgia Contini e l’ispettore Bruni lasciava un vuoto di comportamento, e, soprattutto, un pieno di rimpianti che tornavano ogni due pagine. Qui, questo amore troncato non torna con la stessa violenza (anche perché viene accennato, e solo chi conosce la storia ne sa anche i motivi), ma solo con un rimpianto insistente, che alla fine stona un po’.

Per chi non conosce poi la nostra Giorgia, rimane sempre in sospensione quel rimpianto per il suicidio della sorella Ada, da cui partì il primo ed intenso “Quo vadis Baby?”. E la fatica di trovare nuovi stimoli, pur spronata dalla sua assistente Genzianella detta Gen, anche questa volta molto defilata, ma sempre con alcune uscite molto “giuste”, che servono a Giorgia, anche se non lo dà a vedere, per pensare.

Pensare alla sua vita alla deriva, così come la professione. Certo, si seguono storie di corna, ma è un lavoro triste. Così Giorgia accetta ben volentieri di fare un po’ da balia al giovane Libero, tipico esempio della uova gioventù bruciata bolognese. La madre è preoccupata della deriva che prende il figlio, sempre più isolantesi dal mondo degli adulti e sempre più coinvolto in un mondo giovanile sempre sul filo della legalità.

Giovani insicuri, fondamentalmente soli, pieni di musica dura, di rap e trap di rivolta, che vanno verso il mito della galera come momento formativo, del meglio che stai male te che io non ti aiuto di certo. Frequentando, anche un po’ forzatamente il mondo di Libero, Giorgia viene a contatto con gli eponimi di questa gioventù. L’extra comunitario (in questo caso marocchino) uscito dal carcere minorile che ne esalta le frequentazioni dure ed al limite del sistema. L’amico di Libero che, visto il difficile orizzonte, decide di lasciare la scuola e mettersi a lavorare consegnando pizze a domicilio. Il figlio di papà, con papà avvocato e insopportabile, che fa lo sbruffone con i più deboli. L’amica che si tagliuzza le braccia e si presenta magra quasi al limite dell’anoressia.

E poi c’è lei, Iris. Bella, ribelle, pronta a tutte le esperienze, tanto che ha fatto la escort sessuale pur essendo minorenne, per gruppi di cinquantenni desiderosi di esperienze sessuali con giovani fanciulle. Iris che ha cambiato quartiere per questo, che tra poco sarà coinvolta nel processo con queste persone. Iris cui Libero era affezionato al limite dell’amore. Ma che tutti, uomini e donne, nel loro giro erano un po’ innamorati. Iris che finisce accoltellata a morte e caricata come per sfregio su di un carrello del supermercato.

Giorgia, per la vicinanza con Libero, decide di indagare, collidendo con le indagini ufficiali del suo ex (che fortunatamente affida il tutto al suo secondo). Giorgia che cerca di superare le barriere culturali e anagrafiche con il mondo di Libero, cercando anche di capire se la morte potesse essere nata anche dal filone delle indagini per i reati sessuali.

Alla fine, la storia si evolverà nel modo più semplice, e forse anche scontato. Ma anche con una scarica di tristezza che avvolge tutti i protagonisti. Per come si sviluppa il racconto, ben presto già capiamo che non potrà essere Libero l’assassino di turno. Ma ciò non toglie che lo scioglimento dell’intreccio non ci porta verso vette di liberazione. Rimarremo così, un po’ suonati come a sentire brani dell’artista preferito di Libero, il rapper Medy Cartier. Non ce ne voglia Libero, ma ora, Medy è andato in carcere con una condanna definitiva per spaccio, stupro ed altri reati minori.

Tra l’altro il testo è breve, si legge d’un soffio, quasi che bastasse a Grazia mandare un solo messaggio: i giovani stanno male e noi non sappiamo aiutarli. Messaggio ricevuto, ma anche noi non abbiamo soluzioni da proporre. Speriamo soltanto, per Giorgia e per Bologna, in un futuro con qualche speranza in più.

Per finire, un piccolo gioco musicale. Cercando di entrare in contatto con Libero, Giorgia gli propone un elenco di musicisti. Che riporto: Miles Davis, Frank Zappa, Peter Tosh, The Cure, The Cult, Residents, Ultravox, Echo and the Bunnymen, Devo, Ramones, Dead Can Dance, Radiohead, Jeff Buckley, Tuxedomoon, Julian Cope, Depeche Mode, Patti Smith, Tricky, Portishead, Billy Idol, Massive Attack, Soundgarden, Nirvana, Laurie Anderson, Kraftwerk, David Bowie.

Libero conosce solo l’ultimo. Io ne conosco venti su ventisei. Voi?

“Credo che la pandemia sia stata una maledizione più per loro [i giovani, nota mia], obbligati a stare rinchiusi per mesi e mesi. I giovani hanno bisogno di spazio, …, di aria aperta.” (83)

Per le citazioni di riporto, non posso che cominciare con questa del grande Alan Bennett tratta dal suo “La pazzia di Re Giorgio”:

“Conoscere bene un libro è meglio che avere un’infarinatura di parecchi.” (13)

Direi calzante. Come questa che mi capitò di leggere circa venti anni fa, da una biografia a fumetti di “Philip K. Dick” disegnata e scritta da Francesco Matteuzzi & Pierluigi Ongarato.

Poi ci buttiamo in due scritture molto legate alle loro province. Ovvia la Sardegna di  Flavio Soriga in “Sardinia blues”:

“Io spero sempre … Ho questa illusione.” (139)

“Forse così te lo posso spiegare, con degli episodi, forse è questo l’unico modo che abbiamo per raccontare una persona, per chi come me è allergico alle astrazioni.” (149)

“Non mi piacciono le videocamere e le fotografie … le storie tornano lo stesso nella mia testa anche senza riprese e documento.” (191)

“Ho pensato che solo dei medici ci possono salvare, delle persone che si mettono davanti a un uomo e non solo a un paziente, a un’altra persona e non a una cartella.” (254)

Meno scontata la Toscana di Edoardo Nesi in “Storia della mia gente”

“Chi fa un mestiere normale per mantenersi mentre scrive è convinto di prendere il meglio dai due mondi, ma invece prende solo il peggio.” (36)

“Sulla spiaggia pettinata d’una Forte dei Marmi abbacinata dalle nuove, luride ricchezze dei russi, ero nella condizione ideale per … ricadere nelle abitudini goduriose di quando ancora non scrivevo e la lettura era solo una grande passione: fare gli orecchi di ciuco alle pagine.” (41)

“Nella vita perlopiù ci sentiamo smarriti.” (144)

Dove non posso che scrivere e condividere gli orecchi di ciuco…

A parte ciò, una settimana anch’essa densa di compleanni, che tralascio, per ricordare solo una bellissima gita a Modena con tante belle cose da vedere (e ve le consiglio) culminata con un buon pomeriggio insieme al cugino Stefano (con Anna e Ale). Allora tortellini con grana e aceto balsamico, per culminare con un brindisi di Lambrusco Grasparosa, e un grande abbraccio.

domenica 3 maggio 2026

Neri ma non per caso - 03 maggio 2026

Torniamo al nero italiano, con un bel confronto uomini – donne, tra giallisti di chiara fame e lungo corso e neofiti di belle speranze. Per una corta incollatura vincono le donne, tra un non ben bilanciato episodio che viene dal passato di Risa Teruzzi ed un inizio di saga di Nora Venturini. Laddove la parte maschile è ben rappresentata da un emergente in scrittura Tommaso Scotti mentre non regge il confronto con gli altri un nuovo, ma non esaltante, episodio dei Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni.

Maurizio de Giovanni “Figli (per i bastardi di Pizzofalcone)” Einaudi s.p. (Regalo della sig.ra Laura)

A: 05/04/2026 – I: 11/04/2026 – T: 12/04/2026] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 249; anno: 2026]

BP14

Quasi due anni fa, alla fine del precedente “Pioggia”, mi auguravo di leggere presto e magari con più gusto una storia dei Bastardi di Pizzofalcone. Augurio caduto nel vuoto, sia per il tempo trascorso, sia, soprattutto, che anche questo testo non risolleva il nostro pur simpatico autore da un limbo di oneste ma non eccelse lettere in cui è caduto.

Intanto, come molti rilevano, l’accento della serie si è sempre più spostato sul versante personale, lasciando che il lato giallo – poliziesco – investigativo occupi un suo spazio, sempre più ridotto ed a volte, non molto significativo. Anche se qui, a posteriori, un legame tra il giallo ed il titolo si può trovare.

La nostra squadra, sempre in bilico ma sempre più efficiente, si trova ad indagare sulla morte del dottor Francesco Cascetta, noto medico patologo. Investito, presto si scoprirà volontariamente, in una stradina poco frequentata del rione di Pizzofalcone. Luogo apparentemente improbabile per il medico, che ha una suntuosa villa a Posillipo, una moglie piena di soldi verso cui i rapporti sono ormai freddi, un figlio che lo adora ma che non ha la testa per spiccare il volo da solo, ed un laboratorio di analisi, dove lui referta i risultati.

Indagando tra elementi di difficile congiunzione, tra il sempre più marcato assenteismo di Cascetta e frequenti e reiterate telefonate provenienti da un Ufficio Postale, alla fine Alex Di Nardo ha un lampo di genio, collegando diverse situazioni di referti tumorali, trovando una donna che vive a via Egiziaca con un cancro conclamato ed un’altra che frequenta le Poste, anche lei, direttamente o indirettamente collegabile ad episodi tumorali.

Tuttavia, non è questo che interessa al nostro autore, ma è lo sviluppo delle relazioni interpersonali tra i vari componenti della squadra dei Bastardi, tutti, chi più chi meno, relazionabili ad episodi che coinvolgono figli, propri o altrui.

Ed allora vediamoli i nostri protagonisti, usando le parole che lo stesso editore suggerisce (o forse anche Maurizio?). C’è il vicequestore Luigi Palma (figli degli altri) che ha sempre più difficoltà a portare avanti il rapporto con la vice sovraintendente Ottavia Calabrese (peso dei figli). Lei con questo figlio autistico che ama senza se, e con un marito che non ama più. Stretta tra la voglia di fuggire con Luigi e l’impossibilità di lasciare il figlio. Tanto che Palma, pur pieno d’amore, non può sottrarsi alla domanda di come non può evolversi questo rapporto, e quindi prendendo in considerazione l’alternativa di lasciare i Bastardi.

Alternativa che sta meditando anche il vicecommissario Elsa Martini (figli impegnativi) perché l’intelligente e matura figlia Vittoria ha ben presto scoperto sia i motivi del trasferimento a Napoli sia l’identità del padre nascosto. Spiazzando la madre e costringendola appunto a prendere parte ad una battaglia che non pensava di combattere. Anche se forse la maturità di Vicky potrà portare a soluzioni più facili da gestire.

C’è l’assistente capo Francesco Romano (figli improvvisi) detto Hulk, sempre più lontano dalla moglie, sempre più vicino alla dottoressa che salvò la piccola Giorgia, e sempre più convinto che andare verso una separazione ed una adozione possa risolvere le sue angosce. Dove il caso però ci mette lo zampino. Anche se qualcuno poteva ben pensarci prima, a questo caso.

Una grossa parte di libro è poi dedicata ai dolori, agli amori ed alla crescita dell’agente assistente Alex Di Nardo (figli ipotetici). Crescita professionale, che è la sua intuizione che risolve il caso, ed approfondimento dei rapporti. Sia verso il padre con cui finalmente parla, sia con la sua compagna, laddove le due intravedono un possibile futuro di fecondazione assistita.

Ovvio che non possono mancare le turbe genitoriali dell’ispettore Giuseppe Lojacono (figli inquieti) che intuisce i possibili dolori della figlia, sempre più rinchiusa in sé stessa. Per trovare i modi e le parole per rompere la corazza di silenzio, si farà aiutare anche dall’insegnante preferita di Marinella. Chissà che nel futuro non ci siano novità. Però lei gli consiglia la soluzione di Steve Jobs (che poi è quella che abbiamo sempre adottato noi informatici). Se qualcosa non funziona, spegni e riaccendi. Forse migliora, o quanto meno si possono aprire nuove vie.

In finale di commento, lascio il duo comico del sostituto commissario in quiescenza Giorgio Pisanelli (figli abusivi) e dell’agente scelto Marco Aragona (figli degeneri). Il primo comincia a mal sopportare il giovanilismo di Marco, sperando di tornare alla sua esistenza più lineare. Il secondo, maturando nel rapporto con i propri genitori, decide di crescere senza aiuti, ma accollandosi il rapporto con il coinquilino, quasi a farne un padre putativo.

Purtroppo, nella congerie del passaggio degli anni e della scrittura, alcune cose sono svanite senza lasciar traccia, come ad esempio il rapporto tra Marco e Nadia, tanto per fare una menzione. Ma qui de Giovanni è teso a perseguire la sua tesi dei rapporti filiali. Che, ci dice, se non li hai non ne senti la mancanza, ma se li hai non capisci come hai fatto a vivere senza.

A me il risultato finale non lascia molto spazio a futuri nuovi episodi che possano far ritornare la serie ad i fasti iniziali. Se comparirà un altro episodio, mi aspetto l’assenza di Luigi, il prendere in mano il commissariato da parte di Elsa, ed altre conseguenze di quanto scritto sopra che potete anche voi ipotizzare.

Mi auguro solo un ritorno ad una modalità più bilanciata nello sviluppo di nuovi episodi.

Nora Venturini “L’ora di punta” Repubblica Profondo Noir 25 euro 8,90

[A: 13/12/2023 – I: 12/04/2026 – T: 14/04/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 344; anno: 2017]

Mi ronzava da tempo in testa il nome di Nora Venturini, ma non riuscivo a focalizzarlo, a fermarlo. Ora che ho letto questo, credo, primo libro, mi è di colpo sovvenuto che è di base una regista televisiva, sposata con un attore a me simpatico, e che questo è il primo di una serie di romanzi basati su di una nuova protagonista: la detective-tassista Debora Camilli.

Certo, questo è uno dei tanti motivi della ricerca di innovazione: un protagonista che fa un mestiere altro, ma che, per circostanze fortuite viene a contatto con il crimine. Qui abbiamo alcune soluzioni alla vicenda: il protagonista non è interessato, ed il romanzo segue altre vie; il protagonista non è interessato ma, obtorto collo, viene coinvolto; il protagonista è interessato e diviene parte attiva della trama noir.

Come in questo caso la nostra Debora, che addirittura aveva vinto il concorso in polizia, ma che l’improvvisa morte del padre ha costretto ad altre strade lavorative. Anche perché la madre fa l’infermiera in ospedale (e per inciso è una maga dei fornelli) ed il fratello studia con gran profitto medicina. La famiglia Camilli vive a Ostia (così che segue con gusto l’andirivieni tra lido e centro), Debora ha un amico con risto-stabilimento, ed una carissima amica, Jessica, che voleva fare la stilista, invece fa la commessa da “Intimissimi”.

Sono due anni che è morto il padre, e quindi, essendo Debora venticinquenne, capite una parte dei motivi di chiamare il suo taxi “Siena 23”. Ed il caso che si affaccia sulla sua strada ha il corpo di Monica Costa, una abbiente borghese che la chiama da via degli Ausoni (zona popolare San Lorenzo) per essere portata a via Bartoloni (Parioli). Durante il tragitto, a fronte di una telefonata, deve tornare indietro, chiedendo di essere aspettata. Ma dopo due ore di inutile attesa, Debora se ne torna a casa.

Ovvio che il giorno dopo legga sul giornale che Monica Costa è stata assassinata. Ed avendo trovato il suo cellulare nel taxi, decide di portarlo al commissariato di zona, dove incontro il poco più che quarantino commissario Edoardo Raggio. Nonostante le ovvie diffidenze dei rispettivi ruoli, tra i due nasce un certo feeling, che viene alimentato da Raggio coinvolgendo Debora nelle indagini, sfruttando le dote che l’avevano portata a pensare di intraprendere quella carriera. Dotati di ragionamento e di capacità di interagire con tutti, facendoli spesso parlare oltre il dovuto.

Tra una corsa in taxi ed una cena in spiaggia, tra una discussione con Jessica ed un reiterato battibecco con il commissario, le indagini vanno avanti. Dove scopriamo: Monica era abbastanza farfallona, conducendo vita libera e separata dal marito primario cardiologo di una nota clinica romana. Ha una figlia con cui c’è un rapporto conflittuale, sia perché Monica non accetta di fare la madre, sia perché nei vari flirt cui è coinvolta inserisce anche il fidanzato della figlia. Ha anche una sorella, di una gelosia straripante in quanto non dotata fisicamente come Monica, e con l’aggravante che Monica spesso le sottrae possibili flirt.

Poi c’è un fotografo compiacente che presta la sua casa forse senza chiedere nulla in cambio, c’è un falegname che capita a San Lorenzo nelle ore del delitto e nella stessa casa di via degli Ausoni, c’è un parrucchiere gay molto amico di Monica, e c’è la segretaria forse amante del marito.

Forse un po’ forzando la mano, Debora si intrufola nelle indagini fornendo al commissario le basi per risolvere l’omicidio. Noi, a parte la piccola debolezza di una trama nera già spesso orecchiata, rileviamo alcune cadute di tono nei rapporti verbali delle persone (e non vi spoilero quali) che forse nel ’17 erano più tollerati di quanto siano ora (tra politically correct e me too, laddove sarebbe bello cercare di andare al di là delle apparenze).

In ogni caso, le pagine scorrono veloci, ed a parte quei piccoli intoppi di cui sopra, la lettura è gradevole ed anche invoglia a non tirarsi indietro in altre avventure. Vedremo. Intanto riporto una frase della scrittrice in risposta alla domanda perché scrivere un giallo. “Il giallo europeo è un giallo che, al di là dei meccanismi logico-matematici, che senz’altro ci sono, è in realtà quasi un pretesto per indagare ambienti, psicologie, dinamiche umane.” Sottoscrivo.

“Lo Zodiaco era un locale frequentato dalla borghesia di Roma Nord, quella fauna che popola … Balduina, Camilluccia, Vigna Clara, Collina Fleming. Nonostante la poca simpatia degli avventori, lo Zodiaco aveva due grandi pregi: il primo era una vista su Roma spettacolare … e sembrava di essere in campagna, e questo era il secondo pregio.” (92)

Rosa Teruzzi “Nulla per caso” Feltrinelli euro 5,95 (in realtà, scontato a 5,35 euro)

A: 07/04/2026 – I: 14/04/2026 – T: 15/04/2026] &&+

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 175; anno: 2025]

Smilza01

Bisogna di certo iniziare facendo un po’ di chiarezza in mezzo a molta confusione. Anche perché, con il mio solito vezzo di entrare subito nel testo, evitando di farmi condizionare da terze e quarte di copertina, ho compreso solo a posteriori cosa sia questo libro, per la protagonista, ma soprattutto per la scrittrice.

Quindi, diciamolo subito, nel 2008 Rosa scrive un romanzo imperniato su di una giornalista precaria e lo pubblica con Sperling&Kupfer. Senza molto successo. Nel corso degli anni, pubblica ogni tanto qualcosa, sino a che non riesce a trovare un’idea vincente, e dal 2016 inizia a scrivere le storie “cozy” di Libera, Jole e Vittoria, dette “Miss Marple del Giambellino”. Sono storie ben orchestrate sia negli intrecci familiari (come saprete Libera è figlia di Jole e madre di Vittoria) sia nelle trame gialle.

Come tutti i giallisti di buona penna, non dimentica i suoi personaggi, così che ben presto le tre vengono affiancate nelle indagini da una giornalista molto empatica con gli avvenimenti, di buona sensibilità, anche se alle dipendenze di un capo cronista, Tommaso Cagnacci detto Dog, burbero ma non sciocco.

Avete certo capito che la giornalista è proprio Irene Milani detta la Smilza, quella del primo libro di anni prima. Per dieci anni Rosa pubblica una storia ogni anno delle nostre eroine, facendo sempre più vicino il loro rapporto con la Smilza, che diventa elemento inscindibile delle loro avventure. È quindi ora il caso di dare una nuova possibilità ad Irene, per cui Rosa riprende in mano quel primo testo, e vi mette mano abbastanza, in modo che, dopo qualche libro, si possa confluire magari in una storia corale a tutti gli effetti.

Intanto, questo primo /ultimo romanzo ci dà modo di conoscere Irene e il suo mondo. Nonché quello che sarà il suo dono/condanna. Quell’elemento da lei battezzato “la Cosa”, per cui ha scosse di dolore, più o meno intenze, venendo a contatto con persone che stanno vivendo momenti difficili. Possono essere momenti personali, magari preoccupazioni per la salute di sé o dei propri cari. O più spesso, momenti di smarrimento per aver fatto o partecipato a momenti destabilizzanti. Ma su questo torneremo.

Conosciamo l’ambiente generale di Irene. Lei non cura minimamente le apparenze, andando in giro sempre in “total black”. Ha una madre di successo, che la vorrebbe fuori dal faticoso mondo della carta stampata, per portarla nel suo mondo glamour “di lustrini e paillette”. Ha una grande amica, nonché vicina di casa, Viola, che si occupa di eventi in giro per il mondo, ma soprattutto si occupa di fornirle aiuto, ascolto ed in particolare cibo, visto l’endemica incapacità di Rosa di cucinare qualsiasi cosa.

Visto che si occupa di nera, e che qui ci sono alcuni casi che risolve, aiutata dalla Cosa, bisogna introdurre anche il commissario Beppe De Feo. Anche lui stranuccio, decisamente più grande di Irene (nei miei giri mentali direi che Irene sta sui venticinque e Beppe sui quaranta). Molto serio e preparata sul lavoro, è anche conviviale nei momenti opportuni, coltiva un rapporto speciale con una bambina (la figlia?) di nome Perla, anche se non sono noti momenti di rapporti con l’altro sesso. C’è una bella sintonia tra lui e Irene, ma per ora niente di più.

Anche perché Irene si innamora sempre (e ce lo dirà sfogliando i suoi diari) di persone che non la vedono proprio. Come il suo capo Luca, che la sfrutta ad ogni piè sospinto, e lei non sa mai dirgli di no. Anche se scopre che Luca ha una storia segreta con una donna, e che forse ha anche altri misteri, che per ora non conosciamo.

Il pantheon della Smilza si chiude con il suo fotografo di riferimento, Angelo Piè Veloce Riva, e con il responsabile della cronaca cittadina, Dog, che però qui viene solo indicato sullo sfondo. Come si accenna (ma credo sia una delle aggiunte a posteriori) dell’esistenza di una libraia che forse deve cambiare mestiere, che si chiama Libera, e che irrompe nell’ultima pagina facendoci capire l’esistenza di altre puntate di raccordo.

Per il resto, si ci sono alcuni piccoli casi di nera, in particolare la morte di un’antiquaria in odore di usuraia. Tuttavia, pur servendo a dare sostanza al testo, non sono rilevanti, se non per il modo che ci fanno conoscere la Smilza ed i suoi atteggiamenti di vita. Anche perché, la cosa che realmente salta agli occhi è più che altro la descrizione dei fasti e nefasti di una redazione giornalistica. Avremo tempo e romanzi per aggiustare il tiro. Che si capisce la mano di Rosa, pur nell’ancor modo acerbo di trattare la materia.

Finisco con due chicche personali. La prima riguarda il mondo del mistery, dove Irene confessa di esserne stata sedotta quando la sua libraia (e qui credo ci sia un dovuto omaggio a Tecla Dozio, la signora del giallo milanese) le ha fatto conoscere Anne Perry facendole leggere “I bassifondi di Resurrection Row”. Una scrittrice che ho amato e di cui posseggo 27 dei suoi 62 libri gialli.

La seconda è legata a tutto il periodo in cui mi sono occupato (e non me ne sono dimenticato) di bioenergetica. Che tra i vari libri di Camilleri, trova “Paura di vivere, di un certo Lowen, e Malattia e destino di un altro tizio dal nome impronunciabile”. Ora, l’impronunciabile è in realtà frutto del lavoro di una coppia, Thorwald Dethlefsen e Rüdiger Dahlke (in effetti…), ma soprattutto il primo è invece uno dei testi fondamentali dei miei studi, scritto da Alexander Lowen. E con un pensiero a chi me lo ha fatto conoscere chiudo questa trama.

Tommaso Scotti “L’ombrello dell’imperatore” Repubblica Essenza Noir 16 euro 8,90 (in realtà, scontato a 8,45 euro)

[A: 12/10/2022 – I: 17/04/2026 – T: 19/04/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 366; anno: 2021]

Non solo ci sono persone, italiani in particolare, che, innamorati di uno o più aspetti della cultura e del modo di vivere giapponesi, decidono in primis di passarci del tempo (di studio e/o di lavoro), per poi, spesso, prendere il toto per le corna e trasferirsi laggiù in modo definitivo. E tra queste persone, alcune decidono, anche, di scrivere. In particolare, scrivere romanzi noir. Io ne avevo già incontrato uno, Matteo Guerrini, ed ora eccoci al secondo.

Tuttavia, mentre Guerrini un po’ mi aveva deluso, questo esordio di Scotti è da tenere in considerazione, così come i due successivi episodi (“Le due morti del signor Mihara” e “I diavoli di Tokio ovest”) di cui, nel finale di questo primo romanzo, si intuisce la possibile genesi. Soprattutto perché riesce a bilanciare bene i binari su cui si muove il testo. Un’intrigante trama noir ed una parte “generale” che ha come motivo di fondo la cultura giapponese vista con gli occhi di chi non è giapponese da generazioni.

In effetti, il protagonista dei romanzi di Scotti è l’ispettore della Squadri Omicidi di Tokyo, Takeshi James Nishida. Come indica il secondo nome ha origini esterne, nato da padre giapponese e madre americana. Anzi, per essere ancora più precisi, da madre italo-americana. Madre che dalla California era venuta a Tokyo, innamoratasi e sposato il padre di Takeshi, ma dopo qualche anno, per la non sempre sopportabile pressione della cultura nipponica, tornata negli States, ed ivi morta dopo qualche anno.

Ci rimane allora da seguire Takeshi, che, come si dice in nippanglese, è un “hafu” cioè “half blood”, mezzosangue. Che tuttavia si sposa, fa una figlia, divorzia entrando in conflitto con la moglie (e di questo credo si occuperà meglio il secondo episodio), ma soprattutto diventa poliziotto, con ottime capacità deduttive. E, contrariamente agli standard locali, diventa dipendente del caffè in lattina di marca Boss, motivo per cui facilmente capite il suo soprannome.

Inoltre, proprio per questo suo essere a metà, è molto critico per tutte le anglicizzazioni della lingua, nonché per tutti i comportamenti non ortodossi. Anche se lui è il primo a sfatare la mite compostezza nipponica, usando molto spesso ironia destabilizzante i suoi colleghi e domande dirette per mettere in difficoltà gli oggetti dell’indagine.

Detto quindi tutto il bene del contorno dell’indagine, e del buon tentativo di Scotti di farci vivere “alla giapponese”, veniamo alla parte noir, anch’essa con una forte componente culturale. Nel quartiere di Kabukichō viene rinvenuto il corpo di Yuki Funagawa, ucciso con un colpo di ombrello nell’occhio. Un ombrello particolare, non solo per la presenza di un pallino rosso che sembra riportare alla bandiera giapponese, quanto per una delle impronte rilevate sul manico. L’impronta dell’imperatore Akihito.

Da qui si intrecciano una serie di avvenimenti a catena legati all’ombrello che porteranno il nostro ispettore a risolvere il complicato problema. Dove ricordo per i non adusi a questa giapponeseria, spesso gli ombrelli vengono lasciati nei contenitori davanti ai negozi ed usati dal primo che passa, nel caso piova. Così che fanno molti giri e non sempre è facile ricostruire la catena di possesso.

 Controllando l’altra impronta nota sull’ombrello, si risale ad un manager in carriera, che aveva comprato l’ombrello per poi dimenticarlo sul vagone della metro. Il secondo possessore è un addetto alla metro, che poi lo regala ad una escort di cui è innamorato. La escort lo porta in discoteca, dove un italiano che studia a Tokyo, Matteo Notte, lo prende per poi restituirglielo in circostanze particolari che non vi dico.

Poi la madre della escort lo lascia a casa di un latin lover con cui aveva un appuntamento su tinder. Latin lover che è anche un cacciatore di teste, e, durante un colloquio di lavoro, lo passa inavvertitamente ad uno studente. Il quale lo porta al nonno che, seppur anziano, cura ancora i giardini dell’imperatore. E sarà proprio Akihito a prenderlo per poi lasciarlo in un negozio di souvenir del giardino del palazzo imperiale.

Mentre segue la pista dell’ombrello, il nostro immagina uno scenario in cui ci sia un assassino che decide di usare armi non convenzionali per i suoi omicidi. Così come capita in un gioco di ruolo molto in auge in Giappone. Si imbatte così su un hikikomori e su almeno altre cinque morti “strane”, dove vengono usate una padella di ghisa, un filo di un jack di una chitarra, una mazza da baseball, ed altre stranezze.

Il Boss Nishida riesce così a risolvere tutte le morti cui si imbatte nelle più di trecento pagine del romanzo, riuscendo a trovare il o i colpevoli. Di cui non vi dico né vi tracci alcunché. Però la risalita delle catene delittuose di Takeshi è un meccanismo che Scotti ha messo in piedi con astuzia. E che funziona.

Comunque, personalmente, le parti che più mi hanno legato alla pagina, sono quelle delle visioni culturali da parte di una persona che pur è ben addentro a quel mondo. Ed in particolare, mi è piaciuto il modo con cui Scotti cerca di scardinare la flemmaticità orientale con piccole e semplici domande, con gesti che in occidente sarebbero ignorati, ma che lì assumono significati impensati. Faccio un solo esempio: Boss dice ad un suo sottoposto che mentre interroga un sospettato il sergente può andare a prendersi un caffè. Un’affermazione talmente fuori linea, che il sergente rimarrà tutto il tempo senza caffè domandandosi se Boss volesse metterlo in difficoltà, o riprenderlo per qualche errore di cui non si è reso conto.

Una lettura che non mi è dispiaciuta, e dove, al fine, credo anche che Matteo Notte sia un omaggio a qualche expat sodale di Scotti.

Questo mese diamo conto delle diciassette letture del mese di febbraio. Dove non ho messo nessun gradimento ai pensieri di papa Francesco, in quanto esulano dalla lettura per ritrovarsi nel personale, dove io non mi sento di intromettermi (mi è sufficiente il mio). Per il resto tre ottime letture, di Elizabeth Strout, di Michele Mari e di Louise Penny. Niente di abissalmente illeggibile, solo un poco riuscito romanzo di Tahar Ben Jelloun.

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Stefania Auci

L’alba dei leoni

Nord

s.p.

3

2

Yasmina Khadra

L’affronto

Repubblica

8,90

3

3

Elizabeth Strout

Olive, ancora lei

Einaudi

s.p.

3,5

4

Daniele Mencarelli

Quattro presunti familiari

Sellerio

s.p.

2,5

5

Tahar Ben Jelloun

Lo specchio delle falene

Einaudi

s.p.

1,5

6

Jean-Luc Bannalec

Intrigo bretone

Repubblica Noir

8,90

2,5

7

Isabel Allende

Amore

Repubblica

9,90

2

8

Francesco

Aprite la mente al vostro cuore

Mondolibri

s.p.

sv

9

Ben Pastor

Il cielo di stagno

Sellerio

15

2,5

10

Abir Mukherjee

Fumo e cenere

Feltrinelli

9,90

2,5

11

Michele Mari

I convitati di pietra

Einaudi

s.p.

3,5

12

Louise Penny

Il più crudele dei mesi

Einaudi

14

3,5

13

Isaka Kotaro

I sette killer dello Shinkansen

Corriere

8,90

3

14

Carlo Verdone

La casa sopra i portici

Bompiani

s.p.

2

15

Louise Penny

Vietato uccidere

Einaudi

s.p.

3

16

Antonino Genovese

Il Silenzio Dell'Acqua

Corriere Gazzetta II

7,99

2,5

17

Ian McEwan

Sabato

Einaudi

s.p.

2

Visto che abbiamo divagato con scritture italiane, questa volta facciamo una verticale di pensieri di una grande signora in giallo, Elizabeth George.

Cominciamo con “Dicembre è un mese crudele”, di cui sottolineo i due pensieri sul tempo e quello sulla morte:

“Io credo che tutti noi scegliamo i (nostri) tormenti.” (68)

“C’era soltanto … l’attesa di quei pochi momenti di felicità effimera che rendevano la vita degna di essere vissuta.” (112)

“La morte non è la liberazione per nessuno, salvo per chi muore.” (174)

“Non possiamo predire il futuro. Possiamo soltanto usare il presente e sperare che ci guidi in quella direzione.” (249)

“Il passato non si cambia… lo si può soltanto perdonare. È il presente che mi preoccupa.” (576)

Continuiamo con “Un pugno di cenere”, soprattutto nella seconda citazione:

“Aveva scoperto da tempo che la verità di rado era semplice come appariva da una spiegazione verbale.” (186)

“Chiunque abbia bisogno di sessantatré pagine per far valere il suo punto di vista non merita di essere ascoltato.” (604)

Andiamo ancora avanti con “Agguato sull’isola”, dove vorrei sfatare i biblici settanta:

“Credo di non averti mai ringraziato come si deve. Ecco cosa succede quando un matrimonio è troppo felice: si finisce col dare per scontata la persona amata.” (68)

“Sapeva meglio di molte altre che gli uomini anziani erano attratti da donne giovani e belle.” (144)

“Lui appariva … sempre chiuso in sé stesso, a pensare, considerare, soppesare e osservare, mentre gli altri si limitavano semplicemente ad essere quelli che erano.” (153)

“Una volta superati i biblici settanta, ci si ritrova sulla china discendente che portava alla completa inettitudine.” (287)

“Comunque, a volte le amicizie vanno così. Per un po’ le persone sono molto unite, e poi non più. Le cose cambiano. E anche le esigenze. … Però mi sei mancata.” (340)

“È terribile perdere qualcuno cui si vuole bene. Specialmente un amico.” (523)

Finiamo quindi con “La donna che vestiva di rosso” ricordando uno scone inglese

“Di fronte a una crisi le persone si dibattono alla cieca, in cerca di risposte, di una soluzione. E la soluzione è sempre quella che vogliono loro, non necessariamente quella che sarebbe la migliore per tutti.” (263)

“Doveva esserci un albergo … [sulla scogliera] … dove potevano prendere un vero Cornish Cream Tea, con tanto di scones, panna e marmellata di fragole.” (562)

Infine abbiamo cominciato un mese impegnativo, con tanti fine settimana impegnati e impegnativi. Ma anche con tanti tori da festeggiare, dove, ad ora, mi limito a citare i passati: Chiara, Loredana, Roberto, Ermete, Andrea, Laura e Paola. Sette solo negli ultimi giorni! Allora vi meritate tutti un grande abbraccio.