domenica 9 agosto 2026

... e continua con GI - 09 agosto 2026

Titolo comprensibile se associamo questa trama alla precedente dove si parlava di scrittura al femminile (Agosto comincia per D), mentre questa settimana passiamo in rassegna alcuni Gialli Italiani.

Purtroppo una serie di gialli di molte pretese e scarso peso. Alcuni con punte di interesse ma nel complesso una settimana dedicata a letture fatte perché si legge di tutto. E si critica.

Questa settimana si salva solo un giallista di lungo corso come Piergiorgio Pulixi, con un decente giallo ambientato in Sardegna. Sono invece poco raccomandabili gli altri tre. Il primo giallo di Andrea Pennacchi, un bravo e per me simpatico attore che qui si cimenta con un giallo che ha per detective Shakespeare, ma che non convince né prende.  Un altro giallo “storico” incentrato su una fantafiction legata al mondo omerico e scritta da Franca Oliva. Nonché un nuovo giallo di Nicola Verde, con un poliziesco ambientato a Roma, che non prende né per trama né per i personaggi.

Andrea Pennacchi “Se la rosa non avesse il suo nome” Feltrinelli euro 5,95 (in realtà, scontato a 5,35 euro)

A: 07/04/2026 – I: 19/04/2026 – T: 21/04/2026] &+

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 299; anno: 2024]

Ho sempre seguito con interesse le performance da attore di Pennacchi, sia nelle vesti del Pojana a “Propaganda Live”, sia in quelle del Firmino Garzon di Genova nella fiction originata dalla serie sull’investigatrice Petra di Alicia Gimenez-Bartlet. Non sapevo della sua vena letteraria che qui scopro, con un prodotto interessante ma non centrato completamente.

Scopro così con piacere la laurea in letteratura e soprattutto una conoscenza approfondita si Shakespeare e del suo mondo. Autore cui ha dedicato pagine da saggio ed uscite da attento didatta. Quindi non mi sono meravigliato, a valle di queste scoperte, che proprio al bardo il nostro bravo Andrea ha dedicato questa “fanfiction” (ed anche una seconda uscita). Inciso: con il termine “fanfiction” si indica un'opera di finzione scritta prendendo come spunto le storie o i personaggi di un'opera originale.

Dico subito che, in sé, l’operazione è interessante, in particolare se si ha ben in mente l’opera originale che si va pastrocchiando. Anche la scrittura di Pennacchi è mediamente gradevole, con alcune sbavature che vi dirò, ma soprattutto con troppe parti in dialetto veneto, che appesantiscono un testo che altrimenti potrebbe essere divertente. Che quando Pennacchi recita in dialetto, la sua inflessione e la sua mimica rendono agile la comprensione. Nello scritto tutto ciò si perde ed è un peccato.

Dicevo delle uscite dai binari. Per me, se come stiamo leggendo, c’è un’azione che si svolge nella fine del Cinquecento, trovare gente di estrazione non elevata, anche se con un interesse verso la cultura, parlare di ossimori (pagina 61) o di “deiezioni canine” (pagina 110) mi sembra leggermente forzato.

Allora, l’operazione di Pennacchi nasce dal voler restituire una verità “storica” (fittizia) alla vicenda di Romeo e Giulietta, facendo alcune assunzioni credibili seppur in un certo senso frutto di fantasia.

Intanto, sposta tutta la vicenda a Padova, sostenendo che Will (così viene chiamato Shakespeare, in maniera più colloquiale) aveva collocato Giulietta a Venezia per nascondere la vera origine della vicenda.

Ed in quel di Padova, sabato 11 luglio 1587 arriva l’inglese con una missione di fiducia da parte della corte anglosassone: deve ritrovare tal Edgar Kelly, scomparso per dedicarsi ad opere di magia, e riportarlo in patria. In questo, verrà aiutato in prima battuta da un guerriero rotto a tutte le battaglie, Vincenzo Saviolo. Uscito da mille guerre, non ultima la battaglia di Lepanto, Vincenzo appende le armi al chiodo. Ma la frequentazione di tutti gli ambienti lo rendono prezioso per la ricerca del nostro Will.

Will, tra l’altro, ha la capacità di infilarsi in qualsiasi guaio gli venga a portata di mano. Ma all’inizio vediamo solo che cerca di infiltrarsi negli ambienti letterari patavini, dove galleggia la “mejo gioventù”. Studenti, letterati, perdigiorno, uomini d’arme, frati, malfattori. Insomma, se bisogna trovare qualcuno si cerca lì. Così che intorno a loro, Will e Vincenzo aggregano tutta una serie di personaggi: Pistola, uomo dalla mano lesta, nel furto e nel coltello, Elena Lucrezia, donna di rara intelligenza, che non potendo frequentare l’Università (in quanto donna) si traveste da uomo e si fa chiamare Luc, un frate che pratica la magia nera ma che forse un frate non è. Con l’arrivo, bel bello, ad un certo punto di un rissoso Romeo Montecchi insieme alla sua bella Giulietta Capuleti, ed alla di lei balia, Angelica.

Inciso, come molti sanno, in realtà, il vero cognome di Giulietta era Cappelletti.

La fiction permette poi a Pennacchi di fare molti voli e molte connessioni. Intanto perché Will ha solo 23 anni (ma in patria è sposato con tre figli) e quindi assai scapestrato. Poi ci inserisce personaggi storici, come il giovane Galileo (di ben due mesi più anziano di Will), descritto come un simpatico bevitore, pur con delle belle uscite scientifiche, ma che per il momento preferisce stare in osteria e suonare il liuto. Inciso: in realtà, la famiglia Galilei erano in effetti liutai, soprattutto il padre ed il fratello Michelangelo.

Volando con maestria sulle opere del bardo, Pennacchi fa riecheggiare temi vari, che ci suonano come accenni dotti a varie commedie di Will. Si sente odore de “La Tempesta”, di “Sogno d’una notte di mezza estate”, financo di “Amleto”. Senza poi dimenticare che stiamo nel bel mezzo di Romeo e Giulietta. Che viene ripercorsa in modo che poi sarà facile per Will, al ritorno in patria, riscriverne la trama.

Dicevo delle piccole varianti, come il fatto che è lo stesso Will che viene accusato dell’uccisione di Tebaldo, cugino di Giulietta (quando nel testo, è Romeo ad impugnar la spada per vendicare Mercuzio).

Data la notorietà dei testi citati, ve ne risparmio il percorso accidentato, se non che alla fine, pur trovando il poco simpatico Kelly, non avrà modo di riportarlo in patria. Magari, se vi interesse ne scoprirete i motivi.

Infine, devo ribadire che mi aspettavo di più da un’operazione giallo-comica così come si prospettava nelle premesse, ed anche nei lanci editoriali. E non sono così sicuro di cercare altre “fanfiction” shakespeariane.

Piergiorgio Pulixi “Il nido del corvo” Feltrinelli s.p. (prestito della sig.ra Laura)

A: 13/04/2026 – I: 01/05/2026 – T: 03/05/2026] &&+

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 351; anno: 2026]

Premetto che seguo con interesse i diversi scritti di Pulixi che periodicamente vengono ad ingrandire la mia biblioteca. Soprattutto perché mi colpì tutto il percorso “scritturiale” che percorse nel tempo, a partire dagli inizi in sodalizio con Massimo Carlotto, poi con il collettivo Mama Sabot, ed infine con i suoi romanzi in solitario, sia spot sia inseriti in eventuali percorsi seriali. Dico eventuali che ci sono, nella sua bibliografia, anche serie di un solo volume.

Come questo, che non è una serie, ma che potrebbe diventarlo. Visti i due personaggi che riempiono la maggior parte delle pagine. Una coppia di investigatori, poliziotti, ma, in fondo e forse non sempre volontariamente, anche amici. E con due tipologie di atteggiamento verso la vita molto diverse (almeno formalmente, anche se…).

Facciamo così conoscenza con Daniel Crobu e Viola Zardi.

Lui pur venendo da altrove (ma tutto il suo retroterra non lo abbiamo ancora tutto decifrato) viene adottato dalla famiglia Crobu (che in sardo sta per corvo, e poi ci torniamo). Diventando legatissimo alla famiglia ed alla loro terra. Ha un rapporto intenso con il padre, che sta morendo, e che, unico, gli chiede cose che non riesce a dire alla moglie o agli altri figli. Bellissima e tenera la descrizione dell’ultima cavalcata a due. È anche una persona precisa, sempre vestita correttamente, con una moglie (Amanda) e due figlie. Anche se, e questo è uno dei nodi irrisolti del testo, si capisce che c’è qualcosa in questi rapporti familiari, ma che, almeno per ora, viene accennato e poi sorvolato.

Viola invece è incasinatissima, e soprattutto ludopatica all’ultimo stadio. Anche se la ludopatia si istanzia solo verso il poker, dove perde regolarmente andando spesso e volentieri in rosso nel conto in banca. Ha una vita personale incasinata con un partner molto più giovane con cui non riesce a lasciarsi andare. D’altra parte ha un talento investigativo di prim’ordine.

Una coppia che vedrei bene in qualche nuova puntata, avendo sempre come sfondo quello che per Pulixi è poi il personaggio principale: la Sardegna, la sua terra. Qui, in particolare nella piana del Sinis nel golfo di Oristano. E sono da ritenere nella mente le descrizioni paesaggistiche di questa zona sarda non tra le più note, volte a guardar la Spagna più che l’Italia.

Qui si sviluppa il dramma: ritrovamento di una mano femminile ben curata. E che appartiene ad una ragazza rapita qualche mese prima e non ritrovata. Purtroppo l’autore ci ha già detto che ci troviamo di fronte ad un maniaco che, per qualche motivo suo particolare, va cercando donne dalle mani curate, quasi ad usare l’arto femminile a feticcio ed emblema.

Purtroppo, anche, e qui scade un po’ il tono noir del romanzo, si avanza nel racconto accumulando sensazioni, ma senza avere uno sviluppo realmente avvincente. Arrivano momenti di agnizione, ma non si trova nessun ragno nei buchi che si presentano. Lo psicopatico, poi, fa comparire altri elementi “spuri”, come una nuova mano di donna, appartenente ad una persona che risulterebbe morto o quanto meno scomparsa anni ed anni prima.

Non si capisce il gioco del cattivo di turno, che indizio dopo indizio, i nostri sagaci investigatori trovano che la seconda mano appartiene alla madre di un ragazzo che frequentava un liceo ad Oristano, e che si era suicidato. Poi trovano che la prima mano appartiene ad una ragazza che frequentava lo stesso liceo. Poi cominciano a cercare le amiche della ragazza, e scoprono che pochi giorni prima anche una di loro è scomparsa.

E qui lo scrittore fa un buco nell’acqua. Fino ad ora lo psicopatico era artefice di mille azioni sempre precise, sempre diritte verso una meta. Ma nel rapire la seconda ragazza, il suo suv è visto troppo spesso nei dintorni del piccolo paese di lei, tanto che non può passare inosservato. Da questo piccolo tassello, Daniel e Viola risalgono tutta la china degli avvenimenti che ruotano intorno alle mani. Anche se non si capisce, prima della volata finale, perché un esteta che cerca mani ben curate, le debba cercare tutte in Sardegna e tra persone che forse si conoscono. C’è qualche mistero sotto, ma la trama, qui, è un po’ debolina.

Quindi arriviamo alla fine, capiamo anche il senso di questo strano binario multiplo di scie di sangue. Ma rimangono tanti dubbi. Perché Daniel e Amanda si amano ma parlano poco. da dove nasce l’insicurezza amatoria di Viola. Quali sono i reali tormenti dello psicopatico. Chi è veramente la vittima ultima di tutto ciò.

Infine, in genere il titolo di un giallo serve a dare un senso ad una qualche parte di mistero. Qui, il nido del corvo è in realtà il nome della tenuta della famiglia Crobu, il luogo in cui Daniel si rifugia per staccare. Ma che c’entra con lo psicopatico, o con le morti o con altre parti del romanzo che non siano appunto i momenti di riposo dell’ispettore Crobu. Insomma, un titolo che inganna il lettore in cerca di significati nel testo. Non c’è mai nessun legame tra il nido e gli avvenimenti del testo.

Per questo, e per la debolezza intrinseca della trama, il giudizio vola presto verso il basso, nonostante la personale simpatia e stima verso l’autore.

Nicola Verde “Colpe senza redenzione” Mondadori 5,90

[A: 06/12/2022 – I: 21/06/2026 – T: 22/06/2026] & e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 277; anno: 2022]

È il secondo libro di Nicola Verde che leggo, e ribadisco la mia scarsa sintonia con l’autore. Certo, scrive in maniera abbastanza chiara, si fa seguire nella sarabanda delle sue storie complicate, ma non mi prende. Cerca di volare alto, di fare collegamenti e citazioni, ma alla fine la confezione risulta solo un bell’incartamento ma di lieve contenuto.

Anche qui, come nel primo libro che lessi, si cerca di mescolare le carte, si segue il povero commissario in una sua piccola indagine, quando il mondo viene travolto da altri disastrosi avvenimenti. Il tutto inventando citazioni e collegamenti con libri e film che, spesso, non sono ancora usciti al momento della trama. L’azione, infatti, inizia nel mese di marzo del 1953.

Verde, in epilogo, spiega che per ragioni di trama ha anticipato le date di libri e film che gli servivano per dare delle spinte alla trama stessa. Così, ad esempio, riporta in quell’epoca sia la versione italiana di “Lettera al mio giudice” di Simenon (tradotto solo nel 1967), sia anticipa di un anno le riprese del film “Ho ritrovato mio figlio”, film che si svolge appunto intorno a Villa Gordiani, luogo centrale anche del romanzo. Probabilmente, il bisogno di supporti robusti poteva anche essere omesso, a vantaggio di una trama che, in sé, ha anche elementi interessanti.

Come detto siamo nel ’53 (e questo è già un punto a favore), sebbene in marzo. Ricordo due momenti eponimi di quell’anno: il Natale delle trame in maggio e le elezioni politiche in giugno (quelle della “Legge Truffa” per chi sa di cosa parlo). Siamo a Roma, e seguiamo le vicende di un commissario di periferia, Ermes de Luzio, che gravita come raggio d’azione nelle zone tra Prenestina e il Quarticciolo. Ermes è vicino alla pensione, ma è anche depresso: ha fatto un errore a metà carriera (fermando anzi tempo un’indagine) e questo lo ha bollato per tutta la vita.

Ha anche una moglie, Elena, da un lato stanca della deriva depressiva di Ermes, dall’altra pronta, con le sue letture ed i suoi stimoli intellettuali, a sostenerlo anche al di là delle aspettative del nostro. Abbiamo quindi un bel quadro di riferimento e di pensiero: depressione lavorativa, insoddisfazione casalinga. In tutto ciò, avviene un feroce omicidio in zona Villa Gordiani, la sua zona: viene uccisa una donna ed i suoi due figli.

Data la risonanza del fatto, Ermes viene subito scalzato dal suo superiore, il commissario Luigi Malerba, che indirizza le indagini in una direzione che pare subito senza via d’uscita. Il marito della morta, commerciante di stoffe, ha sempre avuto giovani commesse, con cui intratteneva piccoli periodi di corna familiari, per poi licenziarle. L’ultima commessa, Caterina Toresin, sembra un facile capro espiatorio. Ma Malerba, pur inventando false accuse, non riesce ad incastrarla. Ermes scoprirà poi più avanti che Malerba aveva risentimenti personali verso Caterina.

Tutto sembra galleggiare nell’anonimato quando ecco il caso mette le sue mani nella vicenda. Ai primi di aprile si scopre sulla spiaggia di Torvajanica il corpo senza vita di una donna, Wilma Montesi. Questo sarà un caso che non solo appassionerà le cronache per tutto l’anno (e per molti anni a venire), ma sarà un caso che ancor’oggi non ha avuto soluzione. Tuttavia, Malerba viene subito spostato sul nuovo omicidio, così che Ermes ha modo di indagare più a fondo sulla vicenda.

Sarà una ricetta medica trovata per caso che consentirà al nostro di fare passi avanti, di inserire nel quadro probatorio un probabile amante della morta, nonché una probabile amante dell’amante, un meccanico in tuta, forse un barista o uno studente di ingegneria. E questa volta Ermes non si tira indietro, usa i metodi antichi di ricerca delle prove, uso il suo sottoposto per andare in giro a far domande ed avere riscontri. Alla fine Ermes trova il modo di unire tutti i puntini. Ma non è la soluzione in sé che ci interessa.

È il quadro generale, la descrizione di una periferia degradata, dove però si cerca, a fatica, di uscire dai quadri di povertà consolidati. Studiando, e magari facendo mille mestieri per pagare gli studi. Cercando sollievo alla tristezza quotidiana in piccoli momenti di intimità. Oppure, usando i libri e le letture per andare altrove, lì forse per evadere dalla tristezza quotidiana. Alla fine, comunque, il depresso Ermes ha questa sua piccola personale rivincita. Sa che può portare un’indagine sino in fondo. Non uscirà probabilmente dalla sua depressione, ma avrà una chiave, personale e da condividere con la moglie, per affrontarla.

In conclusione, come detto, Verde sa scrivere, ma a volte mira troppo alto, e le sue cartucce non sempre colpiscono. Tuttavia, leggere della Roma del ’53, per me, è sempre un motivo di positività.

“Se non contribuiranno a salvare il mondo, i libri molte volte ci aiutano a comprenderlo.” (260)

Franca Oliva “Morte di Odisseo” Mondadori 7,90

[A: 14/09/2025 – I: 30/06/2026 – T: 02/07/2026] & e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 250; anno: 2025]

Premettendo un sincero plauso alla scrittrice che conosce e pratica molto meglio di me i miti greci ed i personaggi omerici, alla fine ho trovato questa “fiction sulla fiction” poco coinvolgente e con una fine che avevo pensato dalle prime battute, avevo sperato in altro, ma che il finale del libro conferma in tutta la sua deviazione fantastica.

E di certo non possiamo aspettarci una riproposizione di tutta una parte della guerra di Troia, se questa meta fiction inizia con la scoperta di un cadavere riverso con la testa in pezzi presso le rive del fiume Scamandro: è Odisseo. Se muore qui, prima della fine della guerra e del suo ritorno in patria, è ovvio che ci stiamo muovendo su di un terreno che devia pesantemente dal solco omerico. Facciamo finta di credere nella finzione e seguiamola facendo anche finta di ignorare Omero e le sue scritture.

Quindi, bagno di irrealtà per tutti, ed immergiamoci in questo poliziesco dal sapore epico. Tra l’altro con molte figure anche minori all’interno del poema originario, che giustamente vengono portate alla ribalta, dando loro un piccolo ma meritato spazio.

Intanto, la scrittrice fa una precisa scelta linguistica, utilizzando, laddove c’è ambiguità o difformità, il nome greco di cose e persone. Così, ad esempio, il morto è sempre indicato come Odisseo, il suo nome greco, e mai con l’uso latino che lo trasformò in Ulisse. Ed anche il fiume sulle rive del quale si svolse gran parte dell’Iliade, si accenna solo che gli dèi lo chiamavano Xanto, laddove il dio del fiume solo al suo nome greco risponde.

Comunque, Zeus, saputo della morte, incarica un uomo ed un dio, indipendentemente, di svolgere le indagini e trovare l’assassino. Per gli dèi, sarà Efesto a guidare le danze. Efesto dio del fuoco ma anche pieno di trucchi ed inganni: ha un mantello per l’invisibilità e la capacità di assumere altre sembianze (cosa che gli darà agio ad un certo punto, di fingersi Paride e concedersi un momento erotico con Elena).

Ad Agamennone è affidato il compito tra gli umani, con il pesante fardello: se non scopre l’assassino, non vincerà la guerra. Il capo dei greci coinvolge subito il fratello Menelao, che mostra immediatamente la sua natura collerica ed inutile. Tra l’altro, Odisseo era poco amato dagli stessi greci, laddove non solo scherzi ma pesanti momenti fa subire a molti. Come a Tersite, che ricopre di colpi e che forse si è vendicato. Oppure Palamede che nell’Iliade subisce pesanti accuse da lui, ma che qui si salva, essendo morto l’accusatore.

Anche Agamennone non è che avesse un gran feeling con il morto, visto che è proprio Odisseo che con l’inganno lo induce al sacrificio della figlia Ifigenia. O lo stesso Achille, convinto con l’inganno da Odisseo ad entrare in guerra, e da sempre in competizione tra loro. Forse il solo Diomede aveva un buon rapporto con il morto. Ed infatti morirà presto anche lui. E non entro nelle sarabande degli altri, come le dispute feroci tra il fine Aiace Telamonio ed il rozzo Aiace Oileo.

L’invisibilità di Efesto, poi, ci consente di entrare indisturbati nel campo troiano. Soprattutto per seguire Cassandra che forse sa qualcosa della morte, anche perché, pare, abbia convinto la schiava Briseide ad offrire un appuntamento notturno a Odisseo la fatidica notte. Elementi che scopriamo durante una confessione dell’indovina ad una rediviva Ifigenia. Perché Cassandra aveva sognato che, ucciso Odisseo, la guerra finiva. Ma lì, sulle rive dello Scamandro, lei arriva, e Odisseo è già morto per mani altrui.

Insomma, Oliva ripercorre molte parti del testo omerico, ne fa summa e ne fa stravolgimenti. Alla fine (ma come detto era un’ipotesi che già nasceva dall’inizio) sapremo lo svolgimento dei fatti, il ruolo delle persone, ma soprattutto il ruolo degli dèi. Dove sappiamo che Atena, la stratega era con Odisseo, così come Era, che ce l’aveva a morte con Paride che le aveva preferito Afrodite. Mentre Afrodite non poteva che stare con Paride e Apollo che da sempre proteggeva Ettore.

Quindi, grande merito di aver introdotto tanti elementi letterari, ma il risultato finale è uno zibaldone che non mi ha attratto gran che. Un ultimo elemento, vorrei citare, che invece mi ha incuriosito. Laddove, ad un certo punto, Tersite e Palamede giocano su di una scacchiera a qualcosa di molto simile agli scacchi. Ed in realtà, risulta proprio che Palamede, inventore sopraffino, abbia importato una sorta di scacchi dall’oriente. Elemento di curiosità e di approfondimento in altre sedi.

Questa settimana dedichiamo tutte le frasi delle bolle della mia memoria ad Amos Oz, un degli autori da me più amati nel corso degli ultimi venti anni. Nella prima parte, alcune micro considerazioni tratte da un libro dedicato ai giovani, “Il monte del cattivo consiglio”

“Nessuna parola è brutta di per sé. È brutta la volgarità che sta dietro o in mezzo alle parole.” (26)

“Parliamo così solo per disperazione. Ma tutti siamo armati delle migliori intenzioni.” (118)

“Qualcosa bisogna pur fare, e farlo con il cuore e l’anima.” (207)

“È finito l’inventario del tempo e dello spazio.” (231)

Nella seconda, invece, si era entrati più a fondo nelle descrizioni degli spaccati del mondo israeliano con “Una pace perfetta”, dove ritrovo alcuni miei pensieri privati, ed una definizione del sonno cui aderisco:

“Non potevi mica restare per tutta la vita ad aspettare, senza sapere cosa e perché stavi aspettando.” (21)

“Non è forse una frana tutta la nostra vita, il tempo stesso è una frana che non torna mai più, e allora?” (126)

“Non giudicare il tuo prossimo prima di metterti nei suoi panni.” (148)

“La cosa bella del sonno è che ci si ritrova finalmente soli, senza gli altri. … [Nel sonno] … ognuno è solo con sé stesso.” (204)

“Tutti hanno un compito nella vita e nessuno ha altra scelta a parte quella di capire qual è il suo, di compito.” (255)

“Figli piccoli, guai piccoli. Figli grandi, guai grandi.” (263)

“Una città rossa come una rosa, vecchia come metà del tempo” (303)

Come vedete dalla piccola difficoltà degli invii, sono nel mio solito ritiro agostano e campagnolo, dove il funzionamento di internet non è sempre all’altezza delle mie aspettative. Ne approfitto, intanto, per mettere in ordine nelle mie letture, recuperare alcune scritture che non sempre mi hanno convinto. Purtroppo c’è poco altro di cui essere sereni, se non il fatto di continuare ad inviare messaggi nel vuoto cosmico, sapendo che qualcuno li legge. A tutti, però, anche a chi li passa oltre, mando un mio grande abbraccio.

domenica 2 agosto 2026

Agosto comincia per D - 02 agosto 2026

Una trama di donne, la prima del mese di agosto, e per di più la ventiseiesima del ventisei! Donne di varie lingue e di vari continenti. Purtroppo tutte non di grande presa. Forse, ma solo perché se ne parla poco, il libro singalese di V. V. Ganeshananthan, e poco sotto il solito libro giapponese di Banana Yoshimoto. Mentre sono ben lontani dalla leggibilità sia l’americana Isabel Fonseca che la francese Elsa Chabrol.

Comunque, spero che queste trame riescano a navigare in rete, che come sapete, agosto è anche il mese dedicato al buen retiro, dove internet non sempre assolve alle sue funzioni.

Elsa Chabrol “Una sposa conveniente” Frassinelli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 31/03/2026 – T: 02/04/2026] - &+ 

[tit. or.: L’heure de Juliette; ling. or.: francese; pagine: 301; anno 2008]

Elsa è una scrittrice e sceneggiatrice che ha passato del bello e del buono per allontanarsi dallo stereotipato ruolo di figlia di Jean-Claude Chabrol, tra i più noti scrittori di sinistra francesi degli anni Sessanta. Non so se Elsa è riuscita nel suo intento (che di Jean-Claude confesso non aver letto nulla), ma in questo romanzo non ne esce particolarmente bene.

Buona l’idea di fondo, ambientando il romanzo in un paesino della Cevenne, 600 chilometri a sud di Parigi, abitato da nove persone, di cui otto vanno dai settanta ai centouno anni, cui se ne aggiungono due che decidono di vivere in campagna da pensionati. Solo Pierrot, quarantasettenne, sembra essere giovane e promettente, mentre il villaggio in sé tende alla morte per esaurimento.

Dicevo del rapporto con il padre, rapporto che si rivela moltissimo in tutta la fase iniziale di presentazione dei personaggi, di cui conosciamo il nome, ma che presto verranno indicati solo con un soprannome, il più delle volte, come dice l’autrice nelle prime note, derivando da giochi di parole del padre. Ottimo tributo, forse, ma che non ci porta un briciolo di piacere in più.

Veniamo allora ai personaggi. Il nume centrale della narrazione è Juliette arzilla vecchietta che da poco ha compiuto i 101 anni, caratterizzata dalla lapide mortuaria che si era fatta da centenaria, e che, non potendo utilizzare visto che è ancora viva, tiene in salotto a mo’ di quadro d’autore. Juliette è il perno intorno a cui ruota il villaggio, con la sua costante cantilena relativa alla sua morte imminente, che però non arriva mai.

Gli altri più che ottuagenari abitanti sono Ernest con il suo cane Lenin, Robert detto il “Petoso” e di certo capite perché dal nome, i vecchi commercianti Ginette che stava alla cassa con il marito Ripolin (soprannome derivato da una marca di vernici), con l’anziano che ormai perde pezzi di memoria, pensando di avere ancora il negozio, le vecchie acidone figlia e madre, lei Aurélie (toh, un nome normale) con la madre Vispetta, entrambe accomunate dall’odio verso i maschi, visto che entrambe sono state lasciate dai rispettivi mariti.

Poi c’è Léonie detta la Talpa che fino ad ottant’anni ha brandito come uno stendardo la sua verginità e che ora ha paura di morire senza aver conosciuto i piaceri della carne. Ci sono Franz e Martine Branslegger, due professori in pensione, facilmente soprannominati i Crucchi. Infine c’è il giovane Pierrot, che non è mai andato via decidendo di accudire la madre, e che non avendo arte né parte, è il factotum del villaggio, dedito a tutte le incombenze, dalla manutenzione alla spesa nel vicino villaggio (essendo l’unico ad avere un’automobile).

Il punto di rottura arriva alla morte di Paulette, la madre di Pierrot, che annuncia, non avendo legami particolari, di voler lasciare Poligeac per cercarsi una donna in giro per la Francia. Ovvio che il paesello sprofondi nel terrore: chi potrà mai sostituire Pierrot? Poiché nessuno è in grado, il Crucco lancia un’idea: troviamo a Pierrot una donna, così che possa rimanere. Idea corroborata dall’uso di Internet, che però funziona solo da Juliette. Che quindi a maggior ragione diventa il pilota delle operazioni.

Con tanta scrittura un po’ inutile seguiamo il modo dei nostri di abbordare una fantomatica russa, Tatiana, di fare una colletta per farla venire in Francia, millantando Pierrot una carriera da notaio in quel di Parigi. Poi di rapire Tatiana all’aeroporto, portarla nella Cevenne a 600 e più km dalla capitale. Per farci poi seguire le peripezie dei rapporti tra Tatiana e la cittadina.

Scopriamo che (ovvio) è una truffatrice che usa il trucco della rete per farsi invitare in giro per il mondo, anche se ha mamma e figlio in Russia. Scopriamo come i vari personaggi si rapportano con lei. Dalla repulsione totale di Pierrot che manco si sogna di guardarla, all’affetto enorme che le tributa la Talpa quando scopre che, pur con i dovuti distinguo, beh, Tatiana è un po’ puttana.

Il testo va avanti stancamente ed inutilmente, senza nessuna invenzione letteraria degna di nota. Certo, vediamo il paradigma rovesciato del mondo guidato dai novantenni che cercano (senza riuscirci) di usare i mezzi messi a disposizione dai giovani per i giovani. Una descrizione della dura vita della gente della quarta età, che ci coinvolge per la vicinanza, e ci allontana che non troviamo punte di interessi comuni.

Brandendo sotto le righe il facile motto che il modo di invecchiare dipende solo da noi, e non dal mondo cattivo e alieno, il libro passa senza lasciare tracce, e senza farci desiderare altre letture. Anzi facendomi rivalutare un vecchio scritto di Régis Debray “Fare a meno dei vecchi” (che si interrogava bellamente sulla contraddizione che esiste tra l'invecchiamento della popolazione e il giovanilismo dilagante nello spettacolo, nella moda, nella cultura; citazione da anobii).

V. V. Ganeshananthan “Amori e foglie di tè” Garzanti s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 09/05/2026 – T: 11/05/2026] - && e ½ 

[tit. or.: Love Marriage; ling. or.: inglese; pagine: 317; anno 2008]

Un libro che non avrei comprato, che in generale non è ben riuscito, ma che, aprendo alcune finestre che molti non conoscono, può essere un libro da prendere in considerazione. Magari per approfondire alcuni temi trattati usando libri più specifici.

Intanto, la titolazione italiana è palesamente un tentativo di indurre il possibile lettore in un’idea di libro legato all’India ed a qualche smielata avventura tipo Bollywood. Anche perché dell’autrice si dice solo che è nata in America. Certo ha uno strano cognome, ma non si sa mai. Poi si scopre che il titolo originale è “Matrimonio d’amore” che nella cultura asiatica in generale è da sempre contrapposto al “Matrimonio combinato”.

Infine scopriamo che l’autrice indicata con quel misterioso V. V. Ganeshananthan è sì nata in America, ma è di origine singalesi (cioè di una famiglia dello Sri Lanka) dove il suo nome sarebbe வாசுகி கணேசானந்தன் traducibile con Vasuki Ganesanandan. Quindi, al fine, scopriamo che stiamo leggendo una storia che nulla ha di indiano, e che ci porta a conoscere il mondo singalese, di cui, a parte una visita che feci nel 2014, poco so realmente.

Vasuki, mentre studia all’Università di Harvard, ha come insegnante di scrittura creativa Jamaica Kincaid, che la incoraggia nella redazione di piccoli bozzetti della propria vita familiare, e dei contrasti tra la vita in America e quanto sa della vita nel paese di origine dei suoi genitori. Alla fine del percorso creativo, Vasuki decide di riprendere in mano molti di questi bozzetti e di farne un libro organico, questo.

L’idea di fondo è di far emergere i contrasti tra la cultura tradizionale e quella che viene definita “cultura occidentale”. Come esempi eponimi per portare avanti questi contrasti, Vasuki utilizza due elementi: il matrimonio e la storia dei tamil. Per ragioni di raccordo, poi, decide di far parlare in prima persona uno dei quattro personaggi principali, Yalini, ragazza tamil nata in America. E decide di farla nascere in un giorno speciale per i tamil, il 23 luglio 1983, quello che nella tradizione singalese viene identificato come “Luglio Nero”.

Il via alla narrazione è comunque un altro avvenimento: lo zio di Yalini, Kumaran, sta morendo in quel di Toronto. Kumaran era stato un leader delle Tigri Tamil, il gruppo indipendentista che per venticinque anni, dal 1983 al 2008 ha ingaggiato una lotta senza quartiere con il potere centrale singalese, uscendone sconfitto. Kumaran con la famiglia fugge all’estero, ma gli USA non fanno entrare i Tamil, così è costretto a riparare in Canada.

Essendo affetto da un male incurabile, chiede al fratello, che vive in America, di raggiungerlo per stargli vicino nell’ultimo periodo di vita. In questo modo, Yalini si trova in grado di ricostruire brandelli della vita familiare che non conosceva. In particolare, l’innamoramento ed il matrimonio dei suoi genitori. Un “matrimonio d’amore” che il pur libertario zio Kumaran aveva cercato di ostacolare in tutti i modi. Che le famiglie tamil nascono combinando sposalizi, e costruendovi attorno nuclei familiari economicamente, anche se non amorevolmente, stabili.

Il contrasto evidente nasce poi tra Yalini e sua cugina Yanani, figlia di Kumaran, che si sta avviando, invece, come da tradizione, verso un matrimonio combinato. Nelle discussioni tra pro e contro, e tra ricordi del passato e presente, si inserisce poi anche Murali, il padre di Yalini, che porta avanti la sua testimonianza. Benché pieno di contrasti tutto finirà in maniera sospesa, tra il funerale di Kumaran e il matrimonio di Yanani. Dove risulta etnicamente interessante l descrizione del rito matrimoniale, anche se per tutto il resto rimaniamo sospesi.

Non si entra a fondo sui contrasti tra tamil e singalesi, di cui si parla, ma ci sarebbe molto da approfondire. Brevemente, al solito, tutto nasce dalla perversa politica coloniale inglese. Quando era colonia britannica, le scuole inglesi favorivano lo studio dei tamil, che all’indipendenza occupavano un posto triplo nell’ordinamento sociale rispetto alla presenza sul territorio. La maggioranza singalese, una volta al governo, dà vita ad una politica di emarginazione dei tamil, spesso in modo cruento. A fronte di un attentato quel 23 luglio sopra citato, che causa la morte di 15 soldati singalesi, i razzisti al governo organizzano una repressione che provoca più di seimila morti tra i tamil. Ovvio che nasce una guerra civile, che vi invito a ritrovare nei pochi testi che ne parlano.

Rimane anche sospeso il giudizio tra i diversi tipi di matrimonio, che appunto il testo vuole essere più una foto che un’analisi approfondita. Tra l’altro, l’uso di capitoli brevi e frammentari, nonché di continui flashback temporali non favorisce una facilità di lettura e di comprensione del testo e delle idee della scrittrice. Rimane il contrasto tra tradizione ed innovazione, contrasto sempre presente in qualsiasi società.

Non è appassionante, non prende, è sbagliato nel titolo ed altri mali minori. Ma ha il merito di consentire di chiedere all’attento lettore di informarsi e di capire cosa successe allora in quella bellissima isola.

“Scoprire ovunque la verità, da chiunque pronunciata: questa è saggezza (Tirukkural).” (241) [Il Tirukkural è un antico trattato indiano sull'etica e la moralità del popolo, ed è una delle opere non religiose più tradotte al mondo]

Isabel Fonseca “Legàmi” Mondadori s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 03/05/2026 – T: 05/05/2026] - &  

[tit. or.: Attachement; ling. or.: inglese; pagine: 327; anno 2008]

Isabel Fonseca è di sicuro un personaggio centrale in un certo tipo di vita sociale e letteraria del mondo anglosassone (e non solo). Uruguayana per parte di padre, nella parte materna è una plurimiliardaria erede di un fondo considerevole, lascito del nonno Jacob Kaplan (gran capitalista ed a lungo proprietario della catena di succhi “Welch’s”). Come tutte le persone a modo, studia, si laurea, comincia a fare la giornalista, un po’ oscurata dalla fama di scultori e pittori dei suoi due fratelli.

Come giornalista del “Times Litterary Supplement”, agli inizi degli anni ’90 intervista Martin Amis, e … scoppia il grande amore. Martin lascia la famiglia, i due si sposano, fanno due figli, vivono a lungo in Uruguay, per poi tornare in America dove nel 2023 Martin muore di cancro.

Nel frattempo di tutte le sue attività, Isabel scrive due libri. Un saggio che le dà notorietà e visibilità: “Seppellitemi in piedi”, una storia odissea sui gitani, ed un libro di narrativa, questo, che ebbe della risonanza a suo tempo, ma che, letto ora, non merita molto di più che un piccolo cenno per lo sforzo letterario che ha coinvolto la scrittrice in un periodo di scrittura e di pensieri.

Intanto, come mio solito, lancio un grido di dolore sul titolo. Qual è il significato dei legàmi del titolo? Quello dei rapporti, stretti e strani, tra tutti i personaggi del testo? Oppure di loro con entità esterne, cui c’è una connessione, un legame, forse solo attraverso il sesso?

Certo, molto più pertinente il titolo inglese, “Allegato”, visto che proprio da un allegato prende il via la sarabanda di avvenimenti che, tra passato e presente, l’io narrante ci fa vivere nelle oltre trecento pagine.

La storia si concentra sulla famiglia Hubbard. Lei, Jean, giornalista di articoli salutisti, poco più che quarantenne, è sposata con Mark, pubblicitario in carriera, con cui ha una figlia, Victoria, che sta iniziando il suo percorso universitario. I due, per prendersi una pausa mentale, scelgono di avere un anno sabbatico nell’isola di St. Jacques, nell’Oceano Indiano, dove hanno collegamenti con le attività in patria solo attraverso la posta elettronica.

Ed è proprio in un allegato di posta che Jean scopre delle mail “erotiche” di una certa Giovana che promette a Mark L.O.V.E., non in quanto amore ma un acronimo che sta per “lunghe ore di voluttà estrema” (con mail sgrammaticate, senza accenti sulla “a” e con quel nome che rimanda a suoni sudamericani delle radici di Isabel). Invece di contestare il possibile tradimento a Mark, Jean decide di intraprendere lei una corrispondenza “blinded” (cioè senza palesarsi) con l’erotico mittente. Con analisi dell’erotismo femminile che fecero mormorare, come commenti al testo, “ecco finalmente un punto di vista femminile sulla sessualità”.

Giudizi che mi sembrano un po’ affrettati, se seguite bene il testo nel suo sviluppo. Fatto sta che Isabel ci riempie pagine su pagine sia di approcci tra Jean e Giovana, sia sulle involuzioni mentali di Jean, che, stimolata dalle mail, ripensa a tutti i passi della sua vita. Ripensa al fatto di invecchiare (ma ai 42 anni bella mia, che diamine! Cosa dovrebbero dire le persone veramente anziane?), ripensa alle pulsioni proprie ma anche di chi la circonda (come vive il sesso il marito? E la figlia? Cosa succede al padre di lei colpito da una grande malattia e, forse, non più autonomo?).

Tra uno sganciarsi dall’India, un ritorno a Londra che forse Jean ha un cancro al seno, un ritorno di fiamma con uno spasimante dei tempi universitari, una sfrenata notte di sesso con il socio del marito, un viaggio a New York dal padre malato, seguiamo lo svolgersi della vicenda, senza mai riuscirne ad essere coinvolti. Non ci emoziona la crescita dei figli, ci coinvolge poco l’invecchiamento dei genitori. Così come ci passa sopra la testa tutto quanto ci possa essere di detto e di fatto tra Jean e Giovana, tra Mark e Giovana, tra Mark e Jean.

Quando Jean ci fa capire, cosa che noi sappiamo già da decenni, che le avventure clandestine sono i peggiori momenti che si possono vivere, e quando noi le diremmo, insieme a Kundera, che nessuno ha colpa della propria età, non possiamo far altro che fermarci.

Consideriamo in finale che i personaggi sono abbozzati nel marmo, con una risultanza espressiva da fare invidia a Raoul Bova, e che il finale risulta sospeso quasi volesse dare un seguito. Fortunatamente tutto ciò non è successo, restando questo un episodio isolato e facilmente cancellabile dalla lista dei migliori mille libri che ho letto.

Banana Yoshimoto “Su un letto di fiori” Corriere Giappone Contemporaneo 02 euro 9,99

[A: 22/01/2025 – I: 02/06/2026 – T: 04/06/2026] - &&       

[tit. or.: 花のベッドでひるねして, Hanano beddo de hirune shite; ling. or.: giapponese; pagine: 118; anno 2013]

Se non conoscessimo né Banana né il Giappone, leggere questo libro potrebbe sembrare un esercizio, sterile, di un elenco di situazioni e sensazioni di auto-aiuto. Come tutti i libri della scrittrice, è scritto in maniera molto piana. Brevi frasi. Concetti chiari e ben costruiti. Dico piana e non piatta che al lettore sensibile, frasi e momenti suscitano pensieri. E quando si pensa è sempre un atteggiamento positivo.

Intanto, pur tradotto solo pochi anni fa, il testo ha più di dieci anni, e fu redatto da Banana in un momento particolare, cioè poco dopo la morte dell’amato padre. Forse per questo, in una serie di personaggi (in particolare nella parte positiva del nonno) ci sono elementi velati che sicuramente rimandano al mondo familiare della scrittrice. Mondo che conosciamo solo per traslazione, per cui prendiamo atto, e passiamo invece al testo in senso stretto, ed alle sensazioni che ci piò aver dato.

Come al solito, cominciamo con una domanda. Perché troncare il titolo, facendo in modo che si capisca solo in parte il motore iniziale del testo. L’originale giapponese, anche con un po’ di ingenuità, si può tradurre con “Fare un pisolino su di un letto di fiori” (pisolino o riposino, scegliete voi). Ma perché la prima parte sparisce? Che significa, per me lettore, il letto di fiori, tolto dal contesto?

Inoltre, il titolo è ben radicato alla costruzione del testo stesso. Una lunga chiacchierata in prima persona con la trentenne Miki, che racconta delle sue origini e del suo momento attuale. Miki viene trovata in riva alla spiaggia, adagiata su di un letto di alghe “wakame”, da una coppia, gli Ōhira, che pensavano di non poter avere figli. Senza mai indagare a fondo su quest’avvenimento, Miki entra nella famiglia. E soprattutto entra in contatto forte con il nonno, elemento trainante di tutta la famiglia.

Nonno che ha girato il mondo. Nonno che ha vissuto a lungo in Inghilterra, e che ora, “canuto ed invecchiato”, decide di riproporre un bed & breakfast stile inglese nella sperduta cittadina di Ōoka-mura. Un luogo che sarà di conforto e sostegno al nonno, ai suoi due figli (lo zio Aiko ed il padre di Miki), nonché a Miki stessa. Anche per la madre adottiva, che però muore presto. E qui, forse, c’è anche un piccolo traslato, tra morte maschile reale e more femminili fittizia.

Nel corso della chiacchierata, proprio su questi piccoli valori si fonda la cosmogonia di Miki. L’affetto, l’elaborazione della perdita, la rinascita a nuova vita ed energia solo attraverso la riscoperta dei valori familiari e di amicizia. Miki ce ne narra, senza insistere troppo su ogni dettaglio, dando sempre per scontato che la realtà ed il mondo onirico abbiano delle interconnessioni che noi non capiamo ma che esistono, e che vanno trattate come reali.

Vediamo quindi la comparsa di piccoli sassi misteriosi su cui Miki inciampa, che la rimandano a piccole cadute. Sassi che scopre essere messi da una vicina, cui chiede conto, ma che non sa dare spiegazioni. Sassi che si collegano con il ritorno di un suo amico d’infanzia, Nomura. Tornato per comprare la casa dietro il loro B&B, e dove forse qualcuno si suicidò. Ma che di sicuro venne a lungo abitata da una donna che aveva un solo scopo nella vita: stalkerare il nonno di Miki.

Perché parlavo di self-help all’inizio? Come non andare con la mente a quelle pratiche quando Banana ci invita ad alcune pratiche assolutamente fondamentali nei rapporti interpersonali. Ad esempio, non dimenticarsi mai di darsi il buongiorno al mattino e la buonanotte la sera. Perché noi “egotisti” pensiamo di essere soli ed al centro del mondo. Invece viviamo una vita di relazione e, pare strano, non solo noi guardiamo gli altri, ma anche gli altri ci guardano.

Se entriamo nel nostro io profondo con questa consapevolezza, forse, riusciremo a vivere la vita con più leggerezza, assaporandone ogni momento. Anche quelli tristi, anche quando le persone ci lasciano, ma che, se li abbiamo amati, resteranno sempre nei nostri cuori.

E noi lo sappiamo.

“È sciocco reprimere tutti i nostri desideri solo perché ci sembrano irrazionali.” (58)

“Ciascuno di noi è solo con sé stesso. Quando moriremo, il nostro mondo finirà con noi. Ma saremo sempre presenti in mezzo a quelli che ci hanno conosciuti.” (68)

Eccoci alla prima trama d’agosto, che come molti sanno riporta elenco e giudizi dei libri di maggio. Un mese in costante lettura con quasi tutto l’anno. Ancora diciassette. Dove svettano, ovviamente il solito Simenon ma anche il quasi omofono Simon Mason, mentre nel fondo si muove, come avrete anche letto sopra, il “Legami” di Isabel Fonseca.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Grazia Verasani

Iris di marzo

Repubblica Cuore Nero

9,90

2,5

2

Piergiorgio Pulixi

Il nido del corvo

Feltrinelli

s.p.

2

3

Isabel Fonseca

Legàmi

Mondadori

s.p.

1

4

Michael Crichton

Preda

Mondolibri

s.p.

1,5

5

Marco Malvaldi

L’uomo vestito di arancione

Sellerio

15

3

6

John Banville

Delitto d’inverno

Repubblica

8,90

2,5

7

Alessandro Robecchi

Omicidi Srl

Sellerio

17

3

8

Georges Simenon

Il dottor Bergelon

Repubblica

9,90

4

9

Katrine Engberg

Ali di vetro

Feltrinelli

12

3

10

Simon Mason

Persa e mai ritrovata

Sellerio

s.p.

4

11

Femi Kayode

Il cercatore di tenebre

Corriere

8,90

2,5

12

Isabel Allende

Oltre l’inverno

Repubblica

9,90

2,5

13

Andrea Camilleri

La mossa del cavallo

Repubblica

8,90

2

14

Ugo Moriano

Il ricordo ti può uccidere

Corriere Gazzetta

7,99

1,5

15

Leonardo Sciascia

Gli zii di Sicilia

Repubblica

8,90

2,5

16

Marina Bertamoni

Chi muore giace

Corriere Gazzetta

7,99

3

17

Alberto Minnella

Portanova e il cadavere del prete

Corriere Gazzetta II

7,99

2

 

Dopo quattro trame di donne, le solite frasi quindi di personaggi maschili, anche questi dai diversi continenti.

Il cinese Qiu Xialong dove riporta un haiku in “Visto per Shanghai”:

“Con la tua gonna verde sempre nella mia mente, in ogni dove, / in ogni dove io cammino sull’erba sempre con leggerezza.” (da un poeta cinese del X secolo) (13)

L’americano Paul Auster con alcune frasi sui giovani e adulti che riprendo da “Uomo nel buio

“È già difficile da adulti sopravvivere a un divorzio, ma da ragazzi è ancora peggio. Sono del tutto impotenti, e portano il peso del più grande dolore.” (40)

“Non prendi niente sul serio, eh? Io prendo tutto sul serio, tesoro. Solo fingo di no.” (111)

“La verità è che i figli non imparano nulla dagli sbagli dei genitori.” (134)

Infine, lo svedese Håkan Nesser nel suo poco noto “Il ragazzo che sognava Kim Novak

“Starei senz’altro meglio al mondo se la gente fosse un po’ più seria.” (75)

“[Chissà] se sia meglio essere amati e poi non esserlo più, oppure evitare del tutto il coinvolgimento” (189)

“Mi resi conto di quanto potesse essere facile colmare il tempo, con certe persone.” (227)

Sono solo a riprendere la prima frase di Nesser, dove al mondo, ora, ci vuole sicuramente quella serietà che mi ricordo c’era, in tutti noi, quaranta, cinquanta anni fa. Ora, come dice bene Mafalda, fermate il mondo, che voglio scendere. Ma prima di scendere, vi abbraccio.