domenica 23 agosto 2026

Montagne in discesa - 23 agosto 2026

È vero, non sono un amante dei testi “montuosi”, non sempre (o forse quasi mai) riesco ad entrare in sintonia. Qui, tuttavia, abbiamo forse qualche esempio che ci trascina verso dirupi e non verso le alte vette. Quattro testi che, messi insieme, riescono a stento ad ottenere un punteggio da classico Simenon. Eppure c’è Mario Rigoni Stern, che in genere, pur avendo scritto poco, ha sempre messo bei punti nel suo bagaglio. Purtroppo, ci sono anche Claudio Morandini, che non mi ha convinto, e soprattutto Enrico Camanni, che scrive romanzi che altri considerano gialli, ma che, per come conosco io il genere, ne sono lontani anni luce.

Claudio Morandini “Le pietre” Repubblica Montagna euro 9,90

[A: 01/08/2021 – I: 07/02/2025 – T: 10/02/2025] &     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 174; anno: 2017]

Claudio Morandini è un autore che non conoscevo e che alla fine mi porta due buoni risultati positivi extratestuali ed uno negativo. Per i primi, non posso che essere contento che ci sia uno scrittore nato l’8 maggio di non importa quale anno, ma sempre un giorno dopo di me. Inoltre, ho sempre avuto un buon rapporto (a volte forse conflittuale, ma positivo) con gli insegnanti di lettere (sia in attività che a riposo). In questo penso che il mio amico PV possa concordare. Mentre, sul testo, sono dispiaciuto di aver trovato un tipo di scrittura che non è nelle mie corde.

Ovvio che non è che tutti quelli che scrivono debbano scrivere in modo piacevole per me, ma ci sono diversi gradi di approccio al testo, e ci sono scrittori la cui scrittura mi è confidente in toto, altri che a mano a mano se ne allontanano, fino ad arrivare a tipi di scrittura in cui la mancanza di sintonia, me li fa sentire altri da me.

Morandini, sulla cui bravura non entro in merito, essendoci recensioni che meglio di me ne parlano, è in questo filone. Ed in un filone che corrobora il fatto che la collana dedicata alla montagna, spesso, porta risultati che non mi convincono. È stato un tentativo di conoscenza, e come tale non lo rinnego, come non rinnegherei se venisse ipotizzata una collana marina invece che montuosa. Ma alla fine, non mi sta dando nuovi motivi di scoperta.

La trama in cui ci porta l’autore è in realtà decisamente scarna, entrando, inoltre, in un fantastico – onirico di cui ho apprezzato alcuni rivoli laterali, non il nucleo centrale. La storia nasce nel villaggio alpino di Sostigno, dove nella villa dei coniugi Saponara, in particolare in una stanza, cominciano a materializzarsi delle pietre. Fin da subito, tutto il paese, si pone domande perché proprio lì. È forse il territorio alpino che si rivolta verso chi, pur trasferitosi nella valle, capisce poco dei monti e delle montagne. Oppure, sono gli abitanti della valle che, non accettando l’ingresso di non valligiani, usano mezzi strani per disorientarli. O ancora più subdolamente, magari sono gli stessi Saponara gli artefici della “pietrificazione”.

Fatto sta che questa iperattività minerale, visto che le pietre cominciano ad aumentare di numero, costringe sempre più frequentemente gli abitanti a spostarsi nel vicino e meno montuoso villaggio di Testagno. Anche se questi spostamenti non favoriscono l’attività dei valligiani. Certo non quella dei Saponara, che sempre più con difficoltà possono esercitare la loro attività di sostegno scolastico, essendo entrambi professori in pensione.

Mentre poi, in vario modo, i sostignesi cercano di spiegare o risolvere lo scompiglio delle pietre, che con l’andar del tempo, diventano anche più cattive, c’è chi ne approfitta per trovare soluzioni creative ed a volte lucrative.

Come il trio Giacometti, Tarella e Cappon che si inventano una ditta che lavori dragando il fiume, con l’idea che le pietre siano detriti fluviali. Impresa che naufraga ben presto tra fiumi riottosi e pietre dispettose. O come don Danilo che vede nelle pietre l’incarnazione del Male assoluto che colpisce gli uomini indistintamente, senza nessun concetto di giustizia.

In un certo senso, più che la descrizione di come i locali affrontino le pietre, lottando o convivendoci, il punto centrale del romanzo è quando l’autore si butta a capofitto nelle discordanti congetture che escono fuori per spiegare il mistero. Così che Morandini ci va elencando un nutrito campionario umano, tra superstiziosi, scettici, ottimisti, fino ai più “acuti” scienziati che tentano di arrivare a conclusioni oggettivi e probanti. Inutilmente.

Non si riuscirà a venire a capo del mistero. Ed all’autore, in realtà, non interessa. Le pietre sono messe lì, come elemento di disturbo. Lui non sa, non ha interesse, a spiegarne la nascita ed i perché. È solo un mezzo per creare scompiglio e poi analizzare i comportamenti umani.

Anche se, e ce lo dice in nota, ed io ne ho trovato traccia in rete, l’idea potrebbe esser sorta dalla lettura di un documento dei primi del secolo scorso. Un articolo riportato da Luisa Sasso narra di una storia a sua volta descritta da un prete, don Grat Vesan, offiziante nell’aostano, che parla di uno strano fenomeno di “pietre che colpiscono” avvenuto nella cittadina di Issime, paesino che si trova sulla strada di montagna che collega Pont-Saint-Martin a Gressoney-Saint Jean. Un fenomeno che cominciò il 5 settembre 1909 per terminare il 28 settembre. In uno chalet, delle pietre cominciarono a colpire le vacche e i valligiani. In particolare, lo chalet era quello di proprietà di tal Édouard Stévenin. Il curato, preoccupato, chiese all’arciprete della valle, Cyprien Gorret, di fare un esorcismo. Cosa che avvenne il 26 del mese. Caddero alcune pietre, circa cinque, nei due giorni seguenti. Poi mai più, ne allora ne dopo.

Da quest’idea bislacca, Morandini prende il via per il suo racconto fantastico, senza spiegazioni, come detto prima e come fece cent’anni fa il curato. Ma l’idea non mi ha preso, neanche come curiosità da racconto davanti al camino. Ed il modo in cui la porta avanti e la conclude l’autore non mi ha dato molti spunti in più.

Mario Rigoni Stern “Le stagioni di Giacomo” Repubblica Montagna 7 euro 9,90

[A: 01/05/2021 – I: 28/02/2025 – T: 02/03/2025] &&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 189; anno: 1995]

Mario Rigoni Stern non è un fine scrittore in punta di penna. È un rude cantore della realtà delle sue terre, che è riuscito, in alcuni momenti, e per alcune circostanze, a produrre un libro epico e molte storie di interesse. Ovviamente, “IL” libro è quel sergente che mi aveva sempre fatto pensare all’autore come ad un letterato prestato alle armi. Ora che lo conosco meglio, so che fu un uomo a tutto tondo, segnato profondamente dal suo territorio, prima di tutto, e da tutte le vicende legate al fascismo, in particolare la guerra, ed ancora più precisamente, quella sciagurata campagna di Russia.

Ma, come detto, Rigoni è anche cantore della sua terra, di quell’Altopiano dei Sette Comuni, che fan riferimento alla sua città natia, Asiago, e per la quale ha scritto quella che viene chiamata “Trilogia dell’Altipiano”. Una trilogia che comincia con "Le storie di Tonle" (1978), ambientato negli anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, prosegue con "L'anno della vittoria" (1983), ambientato al termine della Prima Guerra Mondiale, e termina con questo "Le stagioni di Giacomo", ambientato nel primo dopoguerra, ma che si estende fino alla Seconda, quasi a fare un prologo al “Sergente nella neve”.

Le storie sono sempre della gente dell’altopiano e dei diversi modi che deve escogitare nel corso degli anni, non per vivere, ma solo per sopravvivere. Qui l’autore ci racconta, attraverso la storia di Giacomo, i cambiamenti subiti dalla montagna dopo la guerra. E i conseguenti cambiamenti che anche i montanari hanno dovuto escogitare per continuare a vivere.

La storia è in realtà un lungo flashback, che inizia nel 1928 nel primo capitolo e termina quando, nel 1941, Giacomo, il protagonista, e Mario, il narratore, si vedono per l’ultima volta. Dopo c’è solo l’annuncio che Giacomo, disperso, è probabilmente morto in guerra. Lì, le sue stagioni sono ormai finite. Tredici anni che sono scanditi dalle attività che i montanari intraprendono per vivere, dal loro modificarsi per adattarsi agli eventi, contrappuntati dalle vicende della Storia, dalle intemperanze del Fascismo che viene ogni volta a sconvolgere la possibile vita locale. Non facile, ma possibile.

Eponimo, l’esempio dello sciopero contro l’introduzione forzata delle vacche svizzere a scapito delle razze autoctone. Vacche volute dal prefetto fascista, in base, di sicuro, a tornaconti personali. Uno sciopero compatto ma risibile, tant’è che le vacche verranno e, come dicevano i valligiani, serviranno ad impoverire la tempra delle locali razze montane.

Diciamo di Mario come narratore, ma è un’imprecisione. In realtà, il narratore è esterno e onnisciente, ma l’autore mette in piazza il sé stesso Mario come partecipante alla trama, facendoci capire che le vicende sono quelle vissute anche da lui, e di cui lui è stato testimone.

Il dopoguerra è pesante, per chi ha poca dimestichezza con la modernità che stava avanzando, e nessuna voglia di piegarsi alle regole fasciste. Per questo il padre di Giacomo emigra per lavorare in Francia, cosa che non sempre gli riuscirà. Mentre Giacomo fa mille mestieri, tra cui l’aiuto in una fabbrica. Dove quasi involontariamente, partecipa ad una giornata di sciopero con rivendicazioni che saranno ritenute giuste e parzialmente applicate dalla classe dirigente.

Purtuttavia, non si sciopera nel fascismo, così Giacomo è comunque licenziato, non trova altri lavori, e si trova costretto a fare il “recuperante”. Un mestiere tipicamente post-bellico e nato nelle zone di guerra. Zone dove Giacomo si reca per cercare cartucce, pallottole, residui metallici e materiale esplosivo che può essere rivenduto per pochi spiccioli. Un mestiere molto rischioso, ma per molti l’unica possibile fonte di reddito.

E sarà sempre per quello sciopero che gli verrà negato l’ingresso nei Forestali, un’attività che sarebbe stata consona a tutto il suo modo di vivere. E sempre per lo sciopero, lui che doveva entrare negli alpini, viene invece mandato in Fanteria sul Fronte Russo da dove, come detto, non tornerà. Eppure Giacomo si era fatto Barilla, avendo in cambio un completo da sci, e con gli sci si era anche distinto, fino però a dover abbandonare sci e studi per sostentare la famiglia. Il narratore/Mario attraverso le stagioni di Giacomo ci fa seguire i dolorosi anni della ricostruzione post-bellica. E parlando di Giacomo, e dei suoi paesani, ce li fa conoscere come membri di una comunità locale, che sarebbe potuta rinascere, senza quegli ottusi interventi esterni.

Rigoni ci fa vedere Giacomo con la sua Irene, sulle mulattiere, fermarsi alle malghe, guardare i suoi monti. Ci fa seguire le stagioni spensierate, per chiuderle con quel grido di dolore che chiuse la vita di Giacomo e di tanti altri.

Seppur scritto con bella capacità e con una giusta dose di sotterranea indignazione per tutto quanto si è riuscito a distruggere in quei tempi, rimane tuttavia un libro abbastanza datato. Nei temi e nella scrittura. Pur ponendo domande giuste (ed irrisolte) scorre poco.

Enrico Camanni “Una coperta di neve” Repubblica Anima Noir 28 euro 8,90

[A: 31/12/2021 – I: 23/11/2025 – T: 25/11/2025] &     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 270; anno: 2020]

Sono rimasto molto deluso (ed è questo uno dei motivi del basso gradimento) che questo romanzo si può classificare ovunque, in qualsiasi genere, sottogenere o altro, meno che nella categoria dei gialli. C’è un dubbio, c’è un mistero, ci sono (forse) anche dei morti, ma un giallo, un noir, un thriller è fatto di altro.

Per questo, benché inopinatamente gli editor di Repubblica inseriscano questo scritto di Camanni tra i gialli, io non posso che tramarlo nella sua giusta collocazione, insieme agli altri libri della collana dedicata alla montagna. Dove, tra l’altro, Camanni merita di stare e con ragione, vista la sua pluriennale esperienza dedicata al mondo delle montagne, ed alle Alpi in particolare. Non ripercorrerò la sua sterminata produzione libraria, ma il suo è un nome affidabile per la gestione della vita in salita (verticale).

Dirò soltanto, e sono pensieroso per questo, che questo libro, nelle manchette editoriali, risulterebbe essere il quarto volume dedicato alle indagini di Nanni Settembrini. Ora, non ho nessuna notizia dei primi tre libri, ma se ricalcano questo, credo che le affermazioni fatte sia un po’ fuori posto. Tra l’altro ho casualmente un altro libro di Camanni in biblioteca, e vedremo che sorprese ci porterà.

Intanto veniamo a Nanni. È una Guida Alpina, in particolare è anche responsabile del Soccorso alpino. È un uomo che ama la montagna, ma, come lui stesso sottolinea, non è un montanaro. Nato a Torino da genitori napoletani emigrati, si appassiona ben presto alle atmosfere montane, lontano dalla città, andando a vivere ad Aosta. E non diventerà montanaro neanche sposando una valdostana ed avendo con lei due figlie tipicamente valdostane. Dalla moglie Clara sappiamo che si è separato. Ha un buon rapporto con la figlia minore, Giovanna, meno con la maggiore Tiziana, anche se entrambe sono ormai over 20. Da tempo pare che abbia anche una fidanzata in valle, Camilla, con la quale ha un buon rapporto, anche se non completamente disancorato da Clara, che spesso, erroneamente, torna nei suoi pensieri.

Il teatro della vicenda, come avete capito, è la Valle, ed in particolare la zona sotto e intorno al Monte Bianco, dove, in seguito ad un probabile innalzamento anomalo di temperatura (siamo in giugno) un seracco si spezza, ne nasce una slavina che travolge tutto ciò che incontra. Due alpinisti la vedono, come vedono qualcuno che potrebbe essere stato travolto. Allarme immediato e soccorso che partono guidati dal buon Nanni.

Il cane da neve (una delle scene migliori del libro) ritrova una donna sepolta nella neve. Che viene salvata, che rimane in coma, che è legata in cordata, ma non c’è nessuno all’altro capo del filo. Inoltre, quando la signora esce dal coma, non ricorda nulla, ripartendo solo dal momento in cui è stata salvata. Qui, in un certo senso, parte quella che potrebbe configurarsi come indagine che Nanni ed altri cercano di dare un’identità alla donna e di ricostruire tutto quello che è avvenuto sul monte.

In questa ricerca Nanni viene aiutato da Martina, una dei due alpinisti che avevano dato l’allarme (l’altro è inutile e sparisce presto). Nasce quindi un po’ di tensione “sessuale”, con Camilla che è partita per il mare con le amiche, e Nanni che viene affascinato dalla personalità della psicologa Martina. Che inoltre usa le sue conoscenze per aiutare la donna a riaprire le porte del cervello oscurato.

Per farla breve, le indagini di Nanni e Martina portano alla luce oggetti, foto, forse situazioni, tali che, ad un certo punto, nella donna si fa luce, e, non tutto e subito, ma gradualmente, con salti avanti e indietro nel tempo, la memoria ritorna. Tornano i nomi, i luoghi, i parenti, gli amori, le gite e tutto quanto fa sì che si possa aver costruito una vita. E con la memoria, risolveremo anche il rebus della corda solitaria.

Ma, ripeto, non è un giallo. È al più una ricerca della memoria, dove, non a caso, l’autore cita in dedica Marcel Proust. Quasi che le piccole pietre montane, la neve, le cordate, siano dele altrettanto piccole madeleine che ci aiutano a percorrere il passato.

Comunque, con buona pace dei percorsi e degli afflati di Nanni verso le donne, alla fine, pur ammirandone l’intelligenza, nulla intreccia con Martina, rimanendo fedele a Camilla che ritorna e con la quale si torna a vivere la routine della valle.

Devo dire che, come la ricerca del cane sulla valanga, le parti strettamente montanare sono interessanti e ben scritte. Le salite in cordata, la neve, la descrizione dei monti valdostani (che mi hanno riportato alla nostra estate con una punta di nostalgia), ma anche i tocchi cittadini delle cene di Nanni ad Aosta, in quella via pedonale che parte dall’Arco di Augusto. Invece, come ci si allontana dalle montagne, il testo latita di tensione e partecipazione. Questi due fattori uniti a quanto detto all’inizio collocano il buon Camanni in una posizione che forse non merita. Ma io sono uscito dal libro discretamente deluso.

Enrico Camanni “La discesa infinita” Repubblica Essenza Noir 36 euro 8,90

[A: 01/03/2023 – I: 14/08/2026 – T: 15/08/2026] &     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 266; anno: 2021]

Seconda ed analoga delusione nel secondo libro di Camanni che leggo.

Ripeto, come nel precedente, non sarebbe di per sé né una brutta scrittura né una storia da buttar via. Quello che è sbagliato è il collocamento del libro in una collana di noir. E secondariamente, quello di sottotitolarlo “Le indagini (o Un mistero) per Nanni Settembrini”.

Misteri, indagini ed altro, presuppongono elementi nascosti che portino ad individuare una trama, un disegno criminoso. O, almeno, una descrizione ambientale piena di interrogativi, e di un personaggio centrale che guidi le danze, portandoci alla giusta conclusione, ed all’individuazione, se non alla punizione, del o dei colpevoli.

Camanni, al solito, visto che in ogni caso è persona di montagna, ci confeziona un discreto libro che ai monti dedica amore e comprensione. Ed anche dolore, se pensiamo allo scioglimento dei ghiacciai e ad altre cattiverie verso la natura. E ci restituisce anche alcuni personaggi che con l’ombrosità montana ben si adattano.

C’è sempre Nanni, guardia forestale, conoscitore profondo delle salite, delle discese, dei dirupi e di tutto quanto può offrire nel bene e nel male il mondo verticale. Aveva avuto “quasi” una sbandata nell’episodio precedente, che qui invece recupera, come recupera un bel rapporto con la simpatica Camilla. Tanto da cominciare una vita in comune. Un elemento che non va mai preso sottogamba. E continua ad avere anche un buon rapporto con la figlia, tanto più che la ragazza è incinta. Meno buono, forse pieno di rancori ignoti, quello con la ex-moglie.

Invece, da sottolineare per l’efficacia della descrizione della discrezione della gente dei monti, il rapporto con l’ex-suocero e quello con l’ex compagno di classe, che tra l’altro permetterà la svolta finale al mistero che sembra (perché un mistero che non coinvolge che mistero è?) permeare tutto il testo.

Allora, nel suo girovagare tra ghiacci e valloni, Nanni recupera uno scarpone, un pezzo di calzettone, nonché alcune ossa di una gamba. Ovvio che appartengano a qualcuno che non ha fatto una bella fine, e che Nanni si ostina sin da subito a cercare di capirne l’origine. Una serie di datazioni con gli elementi in possesso, fanno subito puntare gli occhi a qualcosa che dovrebbe essere accaduto verso la fine degli anni Quaranta.

Sarà l’ex-suocero che indirizza Nanni ad una guida che, nei suoi ricordi, aveva perso qualcuno in quegli anni. La guida è morta, ma la novantenne moglie ricorda ancora qualcosa, e fornisce un secondo indizio: c’è una foto che il marito teneva come segnalibro. Ovvio che, nella casualità più folle cui ci sottopone l’autore, quel libro era finito tra le mani di Nanni, che vi trova una foto di tal “Nando”. Ma più avanti non riesce ad andare.

La svolta, anche qui di una probabilità tendente allo zero, si ha con l’ex-compagno di scuola di Nanni che lo indirizza ad un loro ex-insegnante, cui erano molto legati, ma di cui avevano perse le tracce. Insegnante che ora vive in Liguria, che Nanni va a trovare e dove riesce a scoprire tutta una serie di fatti che ci permettono, a ritroso, di risalire tutta la china della memoria.

Ovvio che noi, essendo lettori e non essendo Nanni, dallo scritto di Camanni già sappiamo molto, che l’autore ci ha deliziato, inserendo flash-back, opportuni, con tutta la storia della giovinezza e della maturità di Nando, del suo amore perduto-ritrovato Teresa, dell’alpinismo post-bellico, delle millanterie di quella guida sopra indicata (il Tunin, per chi voglia approfondire). Insomma anche a noi manca qualche tassello, ma il quadro generale è ben chiaro.

Nelle more c’è anche una signora rumena che scompare e che non si ritrova per mesi. Potrebbe essere quello il mistero? Forse, ma l’autore ne tratta a margine, con qualche pagina per poi mollarla lì. Come potrebbe portare ad una tragedia la scomparsa di due ragazzi nell’imminenza del Natale. E qui, sollecitato per tempo Nanni ed il resto delle guide alpine, si riesce a risolvere tutto senza rovinare il Natale a nessuno.

Capite bene, con tutto quello che ho narrato, anche se non è tutto lì il testo, che non me la sono sentita di collocare questo tra i neri italiani, preferendo colmare alcune lacune nelle narrazioni di un’altra esimia collana di Repubblica, dedicata ai racconti di montagna.

Un plauso marginale, tuttavia, va esteso alla parte sportiva del testo. C’è la bellissima descrizione della tappa del 10 giugno ’49, la Cuneo – Pinerolo, dove Fausto Coppi, con 192 km di fuga, sbaraglia gli avversari, arrivando a Pinerolo con 12 minuti sul secondo (Bartali). Teresa e Nando sono lì, a Pinerolo, a vedere l’arrivo.

C’è poco prima il ricordo della tragedia di Superga, avvenuto il 4 maggio dello stesso anno, dove un aereo si schiantò, per la nebbia, sul muraglione della Basilica, portando alla morte i passeggeri, 31 persone, in gran parte calciatori del Grande Torino. Un avvenimento che permette all’autore di discettare su una diversa variante sportiva delle valli aostane (non l’avevo detto, ma l’azione si svolge sempre vicino al Monte Bianco). Nanni è figlio di genitori venuti dal Sud alla ricerca di lavoro negli anni della grande immigrazione. Il padre, e tutti i suoi sodali, per devozione rispetto al lavoro trovato, divennero tutti tifosi della Juventus di Agnelli. Nanni, come molti dei figli degli immigrati, per contrasto, riversarono la loro fede sul Torino.

Ribadisco, i personaggi sono abbastanza credibili e ben delineati (in particolare Nanni e Oliver, l’ex-suocero), la scrittura porta in sé tanti rimandi letterari di chi la carta la conosce bene. Ma alla fine, continuo ad essere in accordo con il redattore di Tuttolibri che con me ribadisce un buon libro, ma non un giallo.

E mi viene da sorridere se qualcuno sostiene che sia un “giallo dell’anima”.

Stranamente, parlando di anima, mi sono tornate in punta di penna due scritture. La prima di Paolo Flores D’Arcais con il suo “Gesù” dove, se si è stati a Gerusalemme, si può capire la storia ed anche altro:

“La ricerca della verità storica può essere più forte dell’obbedienza dogmatica.” (8)

La seconda è invece una lunga striscia di pensieri di Arturo Paoli, racchiuse in un bel libro, “La pazienza del nulla”, dedicato anche al mio amato deserto:

“Solo lì [nel deserto], lontanissimi dalla mandria, si può rinascere come esseri coraggiosamente e personalmente pensanti.” (VIII)

“Tutte le persone che hanno voluto incontrare Dio veramente avevano sentito la necessità del deserto.” (5)

“Il deserto è il luogo dove non si è forzati a scegliere, non c’è nulla da scegliere, perché lì solo il tempo avviene.” (21)

“L’uguaglianza è già tradita quando è dono che viene dall’alto. … Gesù non ha predicato l’uguaglianza, si è fatto uguale.” (43)

“Nelly … era capace di vivere la relazione affettivamente senza possedere, cioè senza cercare di trattenere oltre il suo limite, la gioia che ogni forma d’amore genera, e senza rifiutare la tristezza che nasce quando l’amore ha superato il limite della gioia.” (47)

“Quando cade a pezzi il personaggio, non c’è bisogno di cercare l’umiltà, basta essere veri.” (72)

“Posso fare a meno dell’amico, ma non posso fare a meno dell’amicizia.” (74)

“Marx annotava nei suoi scritti giovanili che non è affatto facile lasciarsi amare.” (75)

“In ogni amore – quando è vero e non è una burla – deve potersi dire: ‘Se non ti avessi incontrato sarei vissuto lo stesso, ma ora non posso più vivere senza di te.’” (93) [una frase che io so a chi la dirò sino alla fine dei miei giorni]

Continuiamo a riposarci in campagna, a coltivare i piaceri dell’orto, a pensare cosa fare del resto del nostro anno di quiete. Ma soprattutto, si programma, ora, sempre e per sempre, viaggi. Personali, di cui si terrà traccia a tempo debito. Pubblici, di cui già sapete e di cui vi ribadisco il concetto, pensando solo di cantare, stonato, con Roberto Vecchioni. Spendo di avervi messo un tarlo, non posso che risollevarvi abbracciandovi.

domenica 16 agosto 2026

Ferragosto in giallo - 16 agosto 2026

Sembra il titolo di un’antologia di Sellerio, invece è il cappello che questa settimana metto ad altri quattro gialli italiani, devo dire non particolarmente riusciti. Fortunatamente, c’è Cristina Rava con il suo commissario Rebaudengo che solleva il tono, perché altrimenti il commissario Portanova di Alberto Minnella (grazie per Ortigia), il barista Marco di Morena Fellegara (grazie per Imperia) ed il magistrato Elena Macchi di Laura Veroni (grazie per Varese) non è che ci portiano molto nelle loro letture.

Certo, i luoghi, che spesso le collane dei Fratelli Frilli hanno come sottotesto il ringraziamento per la scenografia cittadina. Ma a volte ci vuole un po’ di più.

Alberto Minnella “Portanova e il cadavere del prete” Corriere Gazzetta II 09 euro 7,99

[A: 21/02/2026 – I: 30/05/2026 – T: 31/05/2026] &&      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 175; anno: 2016]

Avevo letto la prima uscita del commissario Portanova, e non mi aveva fatto una grande impressione. Ora, non avendo il secondo episodio, leggo il terzo romanzo e quell’impressione si fa dolente. Minnella ha una bella penna ed una bella testa. Ha però il vizio di mescolare tante cose riuscendo alla fine a fare solo un gran minestrone senza tanto sapore. Unico elemento positivo, che merita un minimo di ricordo è proprio la figura di Paolo Portanova, su cui torneremo più avanti.

Prima di accennare alla complessa ed anche abbastanza irrisolta trama, farei un piccolo accenno ad alcune delle spezie che Minnella mette in campo. Ed anche a qualche “spezia sbagliata”. Un basso continuo del rumore del testo è relativo alla morte di un tal maresciallo Agrò, mistero che non verrà risolto, ma che mi ha fatto subito venire in mente una serie di libri di Domenico Cacopardo, impernati sulla figura di un certo … Agrò.

Poiché comunque la morte di Agrò rimane nel mistero, è gioco mentale facile (siamo alla fine del 1964), far intervenire un commissario romano sulla soglia della pensione che cerca di lavorare a questi casi oscuri con Portanova. Ecco, quindi, che in alcuni capitoli entra, per poi uscirne presto, il dottor Ingravallo, eroe delle vicende narrate da Carlo Emilio Gadda ed ambientate trentasette anni prima.

In questo modo si fa una bella insalata mista con Gadda, Agrò, i servizi segreti americani (siamo pur sempre nel ’64, e gli americani imperversano, ora come allora). Finirà poi con tante altre morti non chiare e non chiarite, con un ferimento di Portanova (non dovrebbe morire, visto che esce un quarto episodio ambientato nel 1965) e l’avvento di un inutile vicecommissario che chiude il caso cui sta lavorando Portanova in modo sicuramente non corretto.

Per tornare poi alla spezia sbagliata, il romanzo comincia a muoversi nelle vicinanze del Natale del 1964, quello che vide l’elezione di Saragat a presidente della Repubblica. Peccato che si comincia a pagina 9, indicando la lettura del giornale del 23 dicembre, e si finisce con una serie di avvenimenti a pagina 168, indicati da una prima riga che riporta “21 dicembre 1964”. La domanda ingenua è: errore di poca cura o vicenda onirica a ritroso?

Il giallo in sé che segue Portanova è il ritrovamento del cadavere, nudo, di un prete, gettatosi o gettato dal terzo piano di un palazzo al centro di Ortigia. La casa da cui si getta il prete è in affitto a Nicola Scimecca, momentaneamente in carcere accusato dell’assassinio del maresciallo Agrò. E nell’intricata vicenda verranno coinvolti: il padrone di casa, che mente sui suoi spostamenti all’ora del delitto, alcune donne che hanno rapporti strani ed intricati con il prete. Forse Anna, sorella (credo ma non si comprende, che parla solo dialetto), e di sicuro Maria, vedova del fratello di Scimecca (mafioso ucciso in una faida), sposata controvoglia, da sempre innamorata del prete, ed a sua volta suicidatasi qualche tempo prima.

La chiave di volta che fa capire molte cose a Portanova è la frase che trova nella stanza del terzo piano, che viene dal capitolo 13 della “Prima Lettera ai Corinzi” di San Paolo: “Quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l'ho abbandonato. Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma, allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch'io sono conosciuto.”

Comunque, come dicevo, la cosa migliore in sé è il protagonista, io narrante, Paolo Portanova. Di cui esce un ritratto a tutto tondo, con tanti elementi e caratterizzazioni che ne rendono un personaggio vivo. Sposato da anni, è in crisi con la moglie, sia perché con l’avanzare dell’età qualche momento di intimità viene meno, sia perché nel palazzo si aggira una bella e più giovane ed attraente signora. Non succederà nulla se non nella mente, ma tant’è.

Paolo, tra l’altro, ha un serie problema di prostata, abbastanza usuale alla sua età, che non si decide ad affrontare con il medico, e che lo debilita sia nella minzione sia nelle ipotetiche avventure erotiche. Ha un grosso punto negativo, legato all’uso indiscriminato di sigari toscani extra vecchi. Ma molti punti positivi: è un accanito bevitore di caffè, un amante della muscia, sia quando si dedica ad autori contemporanei alla vicenda, sia, ed a maggior ragione, quando indugia nella sua passione segreta verso il jazz. Così con lui gustiamo un bellissimo “In the mood” dell’orchestra di Glenn Miller, un rilassante “Blue in Green” di Miles Davis, ma soprattutto la voce roca ed il basso stupendo di “A Foggy Day” eseguita da Charles Mingus. Infine, e di certo non guasta, è dichiaratamente di sinistra, visto che legge ogni mattina “L’Unità”. E forse anche per questo non ha vita facile al Commissariato.

Per finire, in ogni caso, la buona penna di Minnella ci accompagna anche per le strade ed i lungo mare di Ortigia, una piccola città nella città, che, se la vedi, non la dimentichi. In particolare, e cercatene che io non ve ne parlo, la Fonte Aretusa.

Morena Fellegara “Un pastis al Bar Marco” Corriere Gazzetta II 21 euro 7,99

[A: 09/05/2026 – I: 31/05/2026 – T: 02/06/2026] &&      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 158; anno: 2016]

Come penso sapete bene, sono sempre interessato e compiaciuto dalla presenza di autori italiani che si cimentano in questa branca letteraria, una volta considerata di nicchia, ma che, se si vuole guardare bene e riflettere un po’, riassume un certo modo di essere. E soprattutto di essere italiani.

Qui abbiamo la prima uscita (che poi è stata corroborata da altri quattro romanzi, credo), di una simpatica infermiera ligure, che, per ricordare ed onorare il proprio padre barista, ha impiantato una serie interessante proprio in un bar. Ed in particolare in un bar molto dedito allo sport, come erano molti bar negli anni Ottanta. Che poi, a poco a poco, sono spariti.

I genitori di Morena gestivano per l’appunto un Bar, il Bar Marco, in quel di Imperia, per la precisione in via Martiri. Negli anni Ottanta, punti di aggregazione della città. Via piena non solo di bar, ma di negozi di generi vari. Alimentari, vestiti ed altro, di modo che, facendo perno al bar, nei cinquecento metri della via tutto un mondo si poteva svolgere.

Un mondo che, al tempo della scrittura (quindi una trentina d’anni dopo i fatti) ormai era scomparso o stava scomparendo. Negozi chiusi, ed anche il bar stava tirando gli ultimi caffè prima di abbassare per sempre le saracinesche. Inciso: pur essendo Mario il padrone del bar, non ho capito, lungo tutto il romanzo, perché invece il bar si chiama Marco. Secondo inciso: pur essendo una bevanda consumata abitualmente, poco si sa dei consumatori di pastis, che di sicuro è una bevanda tra le top del bar, essendo importata dalla vicina Francia, dove è l’aperitivo nazionale.

La ricostruzione storico-sportiva di Morena è quindi uno dei punti di forza del romanzo, dove sulla parte sportiva torno in chiusura. Meno avvincente è la parte gialla, che si dipana lungo tutto il testo senza mai prenderci decisamente. Stiamo a vedere come Mario indottrina il maresciallo Farfuglia (un nome, un programma), in modo da portarlo alla soluzione del caso.

Nel mezzo di questi due elementi che caratterizzano il testo, c’è tutto il mondo di via Martiri, dove Morena ha un’idea di scrittura interessante. Non solo introducendo i capitoli con testi vari di canzoni dell’epoca (elencando testi che ho amato Lucio Dalla con 4 testi, Franco Battiato. Fabrizio de André con 2 testi, Loretta Goggi, Renato Carosone, Rino Gaetano con 6 testi, Riccardo Cocciante, Giorgio Gaber, Adriano Celentano, Gianni Togni, Lucio Battisti), ma dedicando spazio, in diversi capitoli, all’approfondimento di qualcuno dei frequentatori del bar.

Ovviamente, un capitolo che non può mancare è dedicato a Flavio Zumbo, il personaggio centrale della storia, quello che vivacchia vincendo (poco) e perdendo (tanto) ai vari giochi dell’epoca, ma che, grazie ad un pareggio del Napoli ad Avellino il 22 marzo ’81 fa un insperato tredici al totocalcio, da ben 32 milioni di lire. Ed un capitolo lo dedichiamo anche alla di lui moglie, quella cui Flavio non fa mai regali, ma che, dopo la vincita sfoggia vestiti e gioielli.

Una vincita che Zumbo non riscuote, perché a valle dell’euforia del risultato, qualcuno gli versa del valium nel pastis, e gli ruba (lui o un complice) la schedina. Che passa alla Bionda, una “lucciola” genovese, che incassa i soldi, paga una tangente, e li consegna al ladro principale.

Molti, allora, sembrano coinvolti. Tutti quelli che avranno un capitolo dedicato. Nando il Barbé (cioè il Barbiere), i giocatori di biliardo, in particolare Mimmo detto Stecca ed il dr. Martini detto U Megu (cioè il mago), il lestofante di mezzatacca Nicolino Tripode, e l’altro ex-carcerato, François il napoletano. C’è anche un cammeo, dedicato alla signora Lina, quella che passano gli anni ma cerca sempre un amore, e sempre ne esce ferita.

Il nostro barista-investigatore, unendo i vari puntini, anche a valle di morti strane ed altri accadimenti, riesce alla fine a costruirsi un quadro realistico di chi era presente quella domenica, e di chi aveva avuto tempo e modo per effettuare il misfatto. Ma, da buon barista, non può far altro che parlare dei suoi sospetti al maresciallo, che verificherà come i puntini siano al posto giusto, e chiudere il cerchio sull’assassino ed i suoi complici.

Venendo alla parte sportiva, poiché tutto comincia il 22 marzo, non può mancare un accenno alla Milano-Sanremo che si era disputata il giorno prima, riportando correttamente il nome del vincitore, De Wolf, anche se comunemente detto Fons e non Alfons. Vincitore con uno scatto nel finale, dove sorprendeva il plotone, guidato dal suo connazionale e favorito Roger De Vlaeminck. Ma è soprattutto il calcio che la fa da padrone. E non solo per il Totocalcio centrale alla trama.

Intanto, Mario è juventino, e questo è un punto in favore al testo. Inoltre, la vicenda si chiude in quel di Pasqua dell’81, con la sonora vittoria della Juve in casa della Pistoiese. Una Juve con la formazione quasi standard all’epoca: Dino ZOFF, Antonello CUCCUREDDU, Antonio CABRINI, Giuseppe FURINO, Claudio GENTILE, Gaetano SCIREA, Domenico MAROCCHINO, Marco TARDELLI, Roberto BETTEGA, Liam BRADY, Pierino FANNA. Dove nel secondo tempo Marocchino e Fanna vengono sostituiti da Causio e Prandelli. Altra chicca da appassionati (oltre ad aver notato una formazione juventina dal spore mitico), nella Pistoiese, in quella partita giocò per l’ultimo anno da calciatore, un tal Marcello Lippi.

Grazie Morena per questi ricordi, che hanno sollevato un po’ il tono non certo elevatissimo del tutto (anche se di sicuro gradevole).

“Perché qui al Bar Marco siamo veri sportivi.” (49)

Cristina Rava “Come i tulipani gialli” Corriere Gazzetta II 10 euro 7,99

[A: 28/02/2026 – I: 04/07/2026 – T: 06/07/2026] &&& e ½       

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 327; anno: 2009]

Non l’ho inserito nel titolo, ma sia i Fratelli Frilli sia il Corriere a questa prova della scrittura seriale di Cristina Rava aggiungono come sottotitolo “Il commissario Rebaudengo indaga con Ardelia”. Ritengo che sia una delle più grandi cattiverie editoriali perpetrate dai nostri editor.

Infatti, sia gli editori che Wikipedia continuano a suddividere le opere di Cristina Rava tra i due protagonisti: Bartolomeo Rebaudengo, poliziotto, e Ardelia Spinola, anatomopatologo. In realtà, siamo di fronte ad una serie di avventure in quel di Liguria, in particolar modo incentrate nella città di Albenga. Che ricordo per i meno geografi essere in provincia di Savona, a meno di cento chilometri dalla Francia, oltre ad essere la città natale della scrittrice.

Ad oggi, a me risultano diciassette titoli della serie, che dal primo titolo del 2007 sino al 2010 sono usciti per i Fratelli Frilli editori, dal 2012 al 2017 per Garzanti e dal 2019 ad oggi per Rizzoli. Ogni editore ponendo un suo cappellino sulla serie. Ma dicevo della cattiveria sopraindicata. Come si fa a sottotitolare “il commissario Rebaudengo indaga”, in un libro scritto tutto in soggettiva dalla prospettiva di Ardelia? Ed è proprio Ardelia che con i suoi dubbi mette in modo delle indagini che, non essendo lei nell’arma, vengono seguite e portate a compimento da chi poliziotto è. Io, sinceramente, avrei evitato.

Fatte queste rimostranze, il corposo volume si regge proprio su questo continuo esame su sé stessa e sul mondo intorno che esce dai pensieri di Ardelia. Siamo alle prime avventure della serie, e, ad ora, sappiamo che Ardelia ed il commissario hanno avuto una storia importante, interrottasi quando Ardelia scopre il tradimento di lui. Ma il fuoco cova sotto le ceneri, e benché sempre con cautela, qui c’è tutta una manovra di avvicinamento, favorita dalla complicanza di una vicenda che si dipana con lentezza ma con una certa coerenza.

Certo, il giallo è un po’ leggero, ed in fondo, pur arrivando ad un suo scioglimento, non lascia tracce profonde di indagini ed inchieste. Ci sono morti, c’è una vicenda intricata, c’è una spiegazione complicata, e, soprattutto, ci sono i personaggi che popolano le pagine. Quelli, insieme al territorio descritto, e alla scrittura, sono i veri punti di forza del testo.

Ho detto subito scrittura perché una specie di confessione ad alta voce dei propri pensieri è quello che Cristina mette in bocca ad Ardelia e che riesce a sostenersi per più di trecento pagine, senza cadute di tono, senza momenti di reale stanchezza. Ci sono alti e bassi, ci sono pensieri diretti, e ci sono momenti in cui la mente va di qua e di là senza un vero perché. Succede a tutti, e qui viene riportato in maniera magistrale.

La storia, comunque, si dipana intorno a morti e storie connesse. Si comincia con un suicidio, che Ardelia analizza in tutte le sue componenti e risvolti, ma che rimarrà suicidio (e qui, un primo plauso, che facile sarebbe stato far comparire un assassino). Poi compre una ragazzina tredicenne con tanti segni di violenza sul corpo (ma non di stupro). Infine c’è un vero morto, evirato, e che si scoprirà in seguito, sospettato di pedofilia ma mai incastrato.

Per contorno, compare un teutonico, Gabriel, ottantenne ebreo ancora in gamba, che sa cose ma non le dice. Non ha prove di quello che pensa, ma, qui forse c’è un po’ di forzature, ha una strana connessione con Ardelia. La nostra aveva una prozia, Rina, di origini ebree, sparita nei campi di concentramento, ma alla quale la nostra era assai devota. Ad un certo punto, si scopre che Gabriel era sposato con una sorella di Rina, quindi parente acquisito di Ardelia.

La storia poi che esce allo scoperto, come ci si aspetta dall’ultimo morto, coinvolge ragazze giovani. Una giovane di dieci anni sorella di Gabriel viene stuprata ed uccisa da un nazista. Il suicida, dieci anni prima, aveva una figlia anche lei di dieci anni, rapita e mai più ritrovata. La tredicenne malmenata è chiaramente infelice in famiglia, con la madre, il suo compagno e il figlio di questi, ma si scopre anche che frequentava, nascostamente, il suicida. Cosa di cui si accorge Gabriel, e che collega ad alcune ipotesi vendicative verso pedofili ma di cui non ha prove.

Ardelia, con pazienza, e coinvolgendo il suo commissario nelle indagini, riesce a trovare un collegamento tra il suicidio e l’omicidio. Nonché a capire il coinvolgimento di Gabriel e della giovane in tutto ciò. La nostra scrittrice, alla fine, ci fa capire tutti i nessi e connessi, ma non ha interesse a rivelarci cosa verrà dopo. Chi verrà accusato, chi verrà arrestato, chi verrà giudicato. A lei, e forse anche a noi, è sufficiente aver capito molto.

Ed anche aver visto Gabriel e le sue radici ebree alle prese con una cena molto interessante. Aver capito la psicologia della giovane sbandata, e della poco attenta famiglia che ha alle spalle (non entro in tutti i rivoli del testo, che sarebbe bene poteste decidere di leggere). Essere introdotti nel rapporto – non rapporto tra Ardelia e Bartolomeo. Insomma, a me è piaciuto, come mi piace l’irruente e scomoda presenza di Ardelia.

Alla fine scopriamo anche che i tulipani gialli sono dei fiori finti fatti di seta, ma questa scoperta non mi ha aiutato a collocarli correttamente nel flusso del romanzo.

Laura Veroni “I delitti di Varese” Corriere Gazzetta 08 euro 7,99

[A: 26/07/2023 – I: 08/07/2026 – T: 09/07/2026] && e ½      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 262; anno: 2016]

Laura Veroni, laureata in Pedagogia ed insegnante di lettere, esordisce nelle mie letture con questo primo episodio che ha per sottotitolo “La prima indagine del magistrato Elena Macchi”. Ovvio che questo sottotitolo è stato inserito nelle ristampe del testo che, alla prima uscita, per stessa confessione della scrittrice, non era ancora decisa la possibilità di una produzione seriale.

Sebbene abbia una decina d’anni è ancora un romanzo leggibile, che scorre bene sotto la lente del lettore, con un’unica pecca editoriale. Ci sono due date inserite nel testo che servono a darne caratteristiche, che non approfondiamo. Ma la prima è ben evidenziata in grassetto, mentre la seconda, in caratteri normali, rischia di essere ignorata, falsando nel caso una parte importante del romanzo.

Altro elemento da notare è la cura, quasi da guida turistica, nel nominare e farci visitare pezzi della città di Varese, dalla parte artistica alla parte culinaria e gastronomica. Purtroppo non conosco la città, quindi ne ho letto, ma non so dirne altro.

Quindi, bene la scrittura e il contorno. Un po’ meno i personaggi, non quelli seriali ma quelli di questo primo episodio. Ed altrettanto poco elevato il giudizio sulla trama gialla in sé. Che inizia ben costruita, ma si sfalda subito, se ne capisce il punto di caduta finale, con la scommessa su chi sia l’artefice di tutto che si riduce a pochi e ben individuati sospetti.

Tutto, bene o male, ruota poi intorno alla famiglia Della Torre, una delle più in vista in città. C’è il patriarca, Giorgio, che comanda la famiglia con un piglio militaresco. In particolare verso i figli avuti dalla prima moglie: Alice che sta iniziando l’Università e Alessio, sedicenne liceale. Un piglio che non può che provocare astio e ribellione nei giovani. Un po’ difesi, ma sempre fino ad un certo punto, da Brunilde, la seconda moglie.

Che proprio Brunilde è poi l’epicentro del dramma. Borghese annoiata, si barcamena tra vari momenti esterni, e rintanamenti in luoghi dove non dovrebbe essere importunata, tipo caffè, che frequenta spesso in compagnia della sua amica Mara, o librerie. Proprio in una libreria, invece, conosce Claudio, un pittore (nominalmente) ma che, per il tenore di vita che fa, dovrebbe avere altre entrate. Brunilde ne è un po’ attratta ed un po’ respinta, si affaccia nell’atelier, dove incontra una modella di Claudio, tale Eva.

Ci meravigliamo a questo punto che Claudio è uno spacciatore per l’alta borghesia varesotta? No, di certo. Né ci meravigliamo che Alice, per sopportare i continui rimbrotti paterni, si rifuggi nei paradisi artificiali? Ed è ovvio che lì incontra Eva, con cui ha anche degli approcci erotici. Visto anche che, fin da subito, Alice si professa gay, e che la vediamo in atteggiamenti espliciti con la sua amica Renata. Il tutto con Alessio che rimane in disparte, preso da turbe erotiche adolescenziali, un po’ verso tutto l’universo femminile.

A questo punto, in sequenza, cominciano i delitti, dove vediamo perire nell’ordine Eva, Giorgio, Claudio e Renata. Quando Alice si toglie la vita, il cerchio si chiude e tutti tirano un sospiro. Ma sarà proprio tutto finito?

Ho volutamente tralasciato tre personaggi che percorrono tutta la parte investigativa. Uno perché non l’ho inquadrato bene, il commissario Torrisi. La seconda è Silvia Mameli che entra in gioco come criminologa quando serve dare un profilo al killer. Anche se, per una serie di ragioni, viene coinvolta in giochi erotici femminili da Alice. Tanto che a valle del suicidio di Alice, deciderà di abbandonare il crimine e dedicarsi alla psicologia. Pur non rinnegando i momenti con Alice e forse avendo qualche motivo per avvicinarsi ad Elena.

Ed è lei che affrontiamo al fine. Testarda e determinata, occhi verdi e capelli biondo platino, fisico da frequentatrice di palestre, percorre il romanzo trasversalmente dall’inizio alla fine. È lei che fa domande, è lei che si pone quesiti. E dove non trova risposte, non esita a coinvolgere Torrisi, che in quanto poliziotto è deputato alle indagini. Non risulta immediatamente simpatica, come dovrebbe essere un personaggio destinato a diventare seriale (ma sappiamo appunto che all’inizio non doveva essere così). Diventa più umana e tollerabile quando entra in scena Silvia, e la sua caparbietà ha un contraltare con cui dibattere. Tuttavia, non è (ancora) ben caratterizzata. Vedremo se lo sarà in altre prove. Che mi aspetto altre entrate della scrittrice nella mia biblioteca.

Questa volta abbiamo una lunga catena di citazioni del filosofo James Hillman, che ci fa fare un bel viaggio nella vecchiaia, nei suoi pro e nei suoi contro. Ed un piccolo tributo al cardinale Martini con una perla che mi porto nel cuore.

Di James Hillman riporto molte frasi che mi sono rimaste in testa tratte da “La forza del carattere”. Ognuna ha un suo perché, ma io metterei in rilievo il pensiero di Cicerone, una frase che mi rimanda ai tempi della “mia” bioenergetica e la chiusa di Yeats.

“Gli ultimi anni della vita confermano e portano a compimento il carattere.” (12)

“Mai, in nessuna cosa che scriviamo, ci possiamo liberare del nostro carattere.” (25)

“La capacità di intrattenere idee provandone piacere è sempre stata una delle giustificazioni del fatto di scrivere e di leggere libri e di tenerceli cari.” (29)

“Perché viviamo a lungo? … Anche ammettendo che biochimica e scienze affini eliminino il deterioramento e prolunghino la durata della vita, spiegare il ‘come’ non esaurisce il ‘perché?’” (44)

“[Scrive] Cicerone nel ‘De senectute’: i vecchi sono bisbetici, pieni di preoccupazioni, irascibili, difficili. Se andiamo a cercare, anche avari; questi però sono difetti del carattere, non della vecchiezza” (55)

“Di fronte all’ignoranza dei giovani che passa per innocenza … divento un vecchio bisbetico, crudele, meschino.” (91)

“La ripetizione fa andare d’accordo l’individuo molto vecchio e l’individuo molto giovane.” (109)

“Quando il corpo incomincia a diventare cascante, vuol dire che abbandona la mistificazione e l’ipocrisia. … Il corpo non mente.” (118)

“Il mio libro della vita ha perduto i numeri di pagina.” (127)

“La rassegna della [propria] vita è … la scrittura della nostra vita sotto forma di storie. E senza storie non c’è trama, non c’è comprensione, non c’è arte, non c’è carattere.” (143)

“Accettare la propria faccia = diventare più individualizzati = accettare la propria ascendenza.” (209)

“Quel che resta di noi dopo che ce ne siamo andati è il carattere.” (222)

“Le buone abitudini non possono impedire le brutte cadute.” (248)

“Il carattere sta agli anni della vecchiaia come la vocazione individuale sta agli anni giovanili; dà senso e scopo ai cambiamenti introdotti dall’invecchiamento. Il carattere è un’idea terapeutica.” (271)

“[Scrive] Yeats nella Preghiera per la vecchiaia: prego … di poter sembrare, anche se morirò vecchio, / Uno sciocco appassionato.” (274)

Mentre Carlo Maria Martini nella sua appassionata analisi de “Il Discorso della Montagna” prima ci fa riflettere sulla pace e sulla giustizia, e poi c’è la frase fondamentale di tutte le storie d’amore. È bella, è mia, è la voglio condividere sempre.

“Non c’è pace senza giustizia, ma non c’è giustizia senza perdono. E aggiungo: non c’è perdono senza un po’ di amore del nemico.” (100)

“L’amore si dimostra … quando occorre superare un ostacolo.” (134)

Infine veniamo ai saluti, che mentre si sviluppa un agosto di riposo e di recupero delle energie, ci sono anche sprazzi che ci fanno intravedere un finale di anno pieno di iniziative e di possibilità. Ovviamente di viaggi, che quello è il secondo dei tre rami della mia vita. E se vi dicessi Uzbekistan, qualcuno suona campanelli? Sperando di continuare a trovarvi seduti alle letture, e pronti con me ai viaggi, vi abbraccio.

domenica 9 agosto 2026

... e continua con GI - 09 agosto 2026

Titolo comprensibile se associamo questa trama alla precedente dove si parlava di scrittura al femminile (Agosto comincia per D), mentre questa settimana passiamo in rassegna alcuni Gialli Italiani.

Purtroppo una serie di gialli di molte pretese e scarso peso. Alcuni con punte di interesse ma nel complesso una settimana dedicata a letture fatte perché si legge di tutto. E si critica.

Questa settimana si salva solo un giallista di lungo corso come Piergiorgio Pulixi, con un decente giallo ambientato in Sardegna. Sono invece poco raccomandabili gli altri tre. Il primo giallo di Andrea Pennacchi, un bravo e per me simpatico attore che qui si cimenta con un giallo che ha per detective Shakespeare, ma che non convince né prende.  Un altro giallo “storico” incentrato su una fantafiction legata al mondo omerico e scritta da Franca Oliva. Nonché un nuovo giallo di Nicola Verde, con un poliziesco ambientato a Roma, che non prende né per trama né per i personaggi.

Andrea Pennacchi “Se la rosa non avesse il suo nome” Feltrinelli euro 5,95 (in realtà, scontato a 5,35 euro)

A: 07/04/2026 – I: 19/04/2026 – T: 21/04/2026] &+

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 299; anno: 2024]

Ho sempre seguito con interesse le performance da attore di Pennacchi, sia nelle vesti del Pojana a “Propaganda Live”, sia in quelle del Firmino Garzon di Genova nella fiction originata dalla serie sull’investigatrice Petra di Alicia Gimenez-Bartlet. Non sapevo della sua vena letteraria che qui scopro, con un prodotto interessante ma non centrato completamente.

Scopro così con piacere la laurea in letteratura e soprattutto una conoscenza approfondita si Shakespeare e del suo mondo. Autore cui ha dedicato pagine da saggio ed uscite da attento didatta. Quindi non mi sono meravigliato, a valle di queste scoperte, che proprio al bardo il nostro bravo Andrea ha dedicato questa “fanfiction” (ed anche una seconda uscita). Inciso: con il termine “fanfiction” si indica un'opera di finzione scritta prendendo come spunto le storie o i personaggi di un'opera originale.

Dico subito che, in sé, l’operazione è interessante, in particolare se si ha ben in mente l’opera originale che si va pastrocchiando. Anche la scrittura di Pennacchi è mediamente gradevole, con alcune sbavature che vi dirò, ma soprattutto con troppe parti in dialetto veneto, che appesantiscono un testo che altrimenti potrebbe essere divertente. Che quando Pennacchi recita in dialetto, la sua inflessione e la sua mimica rendono agile la comprensione. Nello scritto tutto ciò si perde ed è un peccato.

Dicevo delle uscite dai binari. Per me, se come stiamo leggendo, c’è un’azione che si svolge nella fine del Cinquecento, trovare gente di estrazione non elevata, anche se con un interesse verso la cultura, parlare di ossimori (pagina 61) o di “deiezioni canine” (pagina 110) mi sembra leggermente forzato.

Allora, l’operazione di Pennacchi nasce dal voler restituire una verità “storica” (fittizia) alla vicenda di Romeo e Giulietta, facendo alcune assunzioni credibili seppur in un certo senso frutto di fantasia.

Intanto, sposta tutta la vicenda a Padova, sostenendo che Will (così viene chiamato Shakespeare, in maniera più colloquiale) aveva collocato Giulietta a Venezia per nascondere la vera origine della vicenda.

Ed in quel di Padova, sabato 11 luglio 1587 arriva l’inglese con una missione di fiducia da parte della corte anglosassone: deve ritrovare tal Edgar Kelly, scomparso per dedicarsi ad opere di magia, e riportarlo in patria. In questo, verrà aiutato in prima battuta da un guerriero rotto a tutte le battaglie, Vincenzo Saviolo. Uscito da mille guerre, non ultima la battaglia di Lepanto, Vincenzo appende le armi al chiodo. Ma la frequentazione di tutti gli ambienti lo rendono prezioso per la ricerca del nostro Will.

Will, tra l’altro, ha la capacità di infilarsi in qualsiasi guaio gli venga a portata di mano. Ma all’inizio vediamo solo che cerca di infiltrarsi negli ambienti letterari patavini, dove galleggia la “mejo gioventù”. Studenti, letterati, perdigiorno, uomini d’arme, frati, malfattori. Insomma, se bisogna trovare qualcuno si cerca lì. Così che intorno a loro, Will e Vincenzo aggregano tutta una serie di personaggi: Pistola, uomo dalla mano lesta, nel furto e nel coltello, Elena Lucrezia, donna di rara intelligenza, che non potendo frequentare l’Università (in quanto donna) si traveste da uomo e si fa chiamare Luc, un frate che pratica la magia nera ma che forse un frate non è. Con l’arrivo, bel bello, ad un certo punto di un rissoso Romeo Montecchi insieme alla sua bella Giulietta Capuleti, ed alla di lei balia, Angelica.

Inciso, come molti sanno, in realtà, il vero cognome di Giulietta era Cappelletti.

La fiction permette poi a Pennacchi di fare molti voli e molte connessioni. Intanto perché Will ha solo 23 anni (ma in patria è sposato con tre figli) e quindi assai scapestrato. Poi ci inserisce personaggi storici, come il giovane Galileo (di ben due mesi più anziano di Will), descritto come un simpatico bevitore, pur con delle belle uscite scientifiche, ma che per il momento preferisce stare in osteria e suonare il liuto. Inciso: in realtà, la famiglia Galilei erano in effetti liutai, soprattutto il padre ed il fratello Michelangelo.

Volando con maestria sulle opere del bardo, Pennacchi fa riecheggiare temi vari, che ci suonano come accenni dotti a varie commedie di Will. Si sente odore de “La Tempesta”, di “Sogno d’una notte di mezza estate”, financo di “Amleto”. Senza poi dimenticare che stiamo nel bel mezzo di Romeo e Giulietta. Che viene ripercorsa in modo che poi sarà facile per Will, al ritorno in patria, riscriverne la trama.

Dicevo delle piccole varianti, come il fatto che è lo stesso Will che viene accusato dell’uccisione di Tebaldo, cugino di Giulietta (quando nel testo, è Romeo ad impugnar la spada per vendicare Mercuzio).

Data la notorietà dei testi citati, ve ne risparmio il percorso accidentato, se non che alla fine, pur trovando il poco simpatico Kelly, non avrà modo di riportarlo in patria. Magari, se vi interesse ne scoprirete i motivi.

Infine, devo ribadire che mi aspettavo di più da un’operazione giallo-comica così come si prospettava nelle premesse, ed anche nei lanci editoriali. E non sono così sicuro di cercare altre “fanfiction” shakespeariane.

Piergiorgio Pulixi “Il nido del corvo” Feltrinelli s.p. (prestito della sig.ra Laura)

A: 13/04/2026 – I: 01/05/2026 – T: 03/05/2026] &&+

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 351; anno: 2026]

Premetto che seguo con interesse i diversi scritti di Pulixi che periodicamente vengono ad ingrandire la mia biblioteca. Soprattutto perché mi colpì tutto il percorso “scritturiale” che percorse nel tempo, a partire dagli inizi in sodalizio con Massimo Carlotto, poi con il collettivo Mama Sabot, ed infine con i suoi romanzi in solitario, sia spot sia inseriti in eventuali percorsi seriali. Dico eventuali che ci sono, nella sua bibliografia, anche serie di un solo volume.

Come questo, che non è una serie, ma che potrebbe diventarlo. Visti i due personaggi che riempiono la maggior parte delle pagine. Una coppia di investigatori, poliziotti, ma, in fondo e forse non sempre volontariamente, anche amici. E con due tipologie di atteggiamento verso la vita molto diverse (almeno formalmente, anche se…).

Facciamo così conoscenza con Daniel Crobu e Viola Zardi.

Lui pur venendo da altrove (ma tutto il suo retroterra non lo abbiamo ancora tutto decifrato) viene adottato dalla famiglia Crobu (che in sardo sta per corvo, e poi ci torniamo). Diventando legatissimo alla famiglia ed alla loro terra. Ha un rapporto intenso con il padre, che sta morendo, e che, unico, gli chiede cose che non riesce a dire alla moglie o agli altri figli. Bellissima e tenera la descrizione dell’ultima cavalcata a due. È anche una persona precisa, sempre vestita correttamente, con una moglie (Amanda) e due figlie. Anche se, e questo è uno dei nodi irrisolti del testo, si capisce che c’è qualcosa in questi rapporti familiari, ma che, almeno per ora, viene accennato e poi sorvolato.

Viola invece è incasinatissima, e soprattutto ludopatica all’ultimo stadio. Anche se la ludopatia si istanzia solo verso il poker, dove perde regolarmente andando spesso e volentieri in rosso nel conto in banca. Ha una vita personale incasinata con un partner molto più giovane con cui non riesce a lasciarsi andare. D’altra parte ha un talento investigativo di prim’ordine.

Una coppia che vedrei bene in qualche nuova puntata, avendo sempre come sfondo quello che per Pulixi è poi il personaggio principale: la Sardegna, la sua terra. Qui, in particolare nella piana del Sinis nel golfo di Oristano. E sono da ritenere nella mente le descrizioni paesaggistiche di questa zona sarda non tra le più note, volte a guardar la Spagna più che l’Italia.

Qui si sviluppa il dramma: ritrovamento di una mano femminile ben curata. E che appartiene ad una ragazza rapita qualche mese prima e non ritrovata. Purtroppo l’autore ci ha già detto che ci troviamo di fronte ad un maniaco che, per qualche motivo suo particolare, va cercando donne dalle mani curate, quasi ad usare l’arto femminile a feticcio ed emblema.

Purtroppo, anche, e qui scade un po’ il tono noir del romanzo, si avanza nel racconto accumulando sensazioni, ma senza avere uno sviluppo realmente avvincente. Arrivano momenti di agnizione, ma non si trova nessun ragno nei buchi che si presentano. Lo psicopatico, poi, fa comparire altri elementi “spuri”, come una nuova mano di donna, appartenente ad una persona che risulterebbe morto o quanto meno scomparsa anni ed anni prima.

Non si capisce il gioco del cattivo di turno, che indizio dopo indizio, i nostri sagaci investigatori trovano che la seconda mano appartiene alla madre di un ragazzo che frequentava un liceo ad Oristano, e che si era suicidato. Poi trovano che la prima mano appartiene ad una ragazza che frequentava lo stesso liceo. Poi cominciano a cercare le amiche della ragazza, e scoprono che pochi giorni prima anche una di loro è scomparsa.

E qui lo scrittore fa un buco nell’acqua. Fino ad ora lo psicopatico era artefice di mille azioni sempre precise, sempre diritte verso una meta. Ma nel rapire la seconda ragazza, il suo suv è visto troppo spesso nei dintorni del piccolo paese di lei, tanto che non può passare inosservato. Da questo piccolo tassello, Daniel e Viola risalgono tutta la china degli avvenimenti che ruotano intorno alle mani. Anche se non si capisce, prima della volata finale, perché un esteta che cerca mani ben curate, le debba cercare tutte in Sardegna e tra persone che forse si conoscono. C’è qualche mistero sotto, ma la trama, qui, è un po’ debolina.

Quindi arriviamo alla fine, capiamo anche il senso di questo strano binario multiplo di scie di sangue. Ma rimangono tanti dubbi. Perché Daniel e Amanda si amano ma parlano poco. da dove nasce l’insicurezza amatoria di Viola. Quali sono i reali tormenti dello psicopatico. Chi è veramente la vittima ultima di tutto ciò.

Infine, in genere il titolo di un giallo serve a dare un senso ad una qualche parte di mistero. Qui, il nido del corvo è in realtà il nome della tenuta della famiglia Crobu, il luogo in cui Daniel si rifugia per staccare. Ma che c’entra con lo psicopatico, o con le morti o con altre parti del romanzo che non siano appunto i momenti di riposo dell’ispettore Crobu. Insomma, un titolo che inganna il lettore in cerca di significati nel testo. Non c’è mai nessun legame tra il nido e gli avvenimenti del testo.

Per questo, e per la debolezza intrinseca della trama, il giudizio vola presto verso il basso, nonostante la personale simpatia e stima verso l’autore.

Nicola Verde “Colpe senza redenzione” Mondadori 5,90

[A: 06/12/2022 – I: 21/06/2026 – T: 22/06/2026] & e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 277; anno: 2022]

È il secondo libro di Nicola Verde che leggo, e ribadisco la mia scarsa sintonia con l’autore. Certo, scrive in maniera abbastanza chiara, si fa seguire nella sarabanda delle sue storie complicate, ma non mi prende. Cerca di volare alto, di fare collegamenti e citazioni, ma alla fine la confezione risulta solo un bell’incartamento ma di lieve contenuto.

Anche qui, come nel primo libro che lessi, si cerca di mescolare le carte, si segue il povero commissario in una sua piccola indagine, quando il mondo viene travolto da altri disastrosi avvenimenti. Il tutto inventando citazioni e collegamenti con libri e film che, spesso, non sono ancora usciti al momento della trama. L’azione, infatti, inizia nel mese di marzo del 1953.

Verde, in epilogo, spiega che per ragioni di trama ha anticipato le date di libri e film che gli servivano per dare delle spinte alla trama stessa. Così, ad esempio, riporta in quell’epoca sia la versione italiana di “Lettera al mio giudice” di Simenon (tradotto solo nel 1967), sia anticipa di un anno le riprese del film “Ho ritrovato mio figlio”, film che si svolge appunto intorno a Villa Gordiani, luogo centrale anche del romanzo. Probabilmente, il bisogno di supporti robusti poteva anche essere omesso, a vantaggio di una trama che, in sé, ha anche elementi interessanti.

Come detto siamo nel ’53 (e questo è già un punto a favore), sebbene in marzo. Ricordo due momenti eponimi di quell’anno: il Natale delle trame in maggio e le elezioni politiche in giugno (quelle della “Legge Truffa” per chi sa di cosa parlo). Siamo a Roma, e seguiamo le vicende di un commissario di periferia, Ermes de Luzio, che gravita come raggio d’azione nelle zone tra Prenestina e il Quarticciolo. Ermes è vicino alla pensione, ma è anche depresso: ha fatto un errore a metà carriera (fermando anzi tempo un’indagine) e questo lo ha bollato per tutta la vita.

Ha anche una moglie, Elena, da un lato stanca della deriva depressiva di Ermes, dall’altra pronta, con le sue letture ed i suoi stimoli intellettuali, a sostenerlo anche al di là delle aspettative del nostro. Abbiamo quindi un bel quadro di riferimento e di pensiero: depressione lavorativa, insoddisfazione casalinga. In tutto ciò, avviene un feroce omicidio in zona Villa Gordiani, la sua zona: viene uccisa una donna ed i suoi due figli.

Data la risonanza del fatto, Ermes viene subito scalzato dal suo superiore, il commissario Luigi Malerba, che indirizza le indagini in una direzione che pare subito senza via d’uscita. Il marito della morta, commerciante di stoffe, ha sempre avuto giovani commesse, con cui intratteneva piccoli periodi di corna familiari, per poi licenziarle. L’ultima commessa, Caterina Toresin, sembra un facile capro espiatorio. Ma Malerba, pur inventando false accuse, non riesce ad incastrarla. Ermes scoprirà poi più avanti che Malerba aveva risentimenti personali verso Caterina.

Tutto sembra galleggiare nell’anonimato quando ecco il caso mette le sue mani nella vicenda. Ai primi di aprile si scopre sulla spiaggia di Torvajanica il corpo senza vita di una donna, Wilma Montesi. Questo sarà un caso che non solo appassionerà le cronache per tutto l’anno (e per molti anni a venire), ma sarà un caso che ancor’oggi non ha avuto soluzione. Tuttavia, Malerba viene subito spostato sul nuovo omicidio, così che Ermes ha modo di indagare più a fondo sulla vicenda.

Sarà una ricetta medica trovata per caso che consentirà al nostro di fare passi avanti, di inserire nel quadro probatorio un probabile amante della morta, nonché una probabile amante dell’amante, un meccanico in tuta, forse un barista o uno studente di ingegneria. E questa volta Ermes non si tira indietro, usa i metodi antichi di ricerca delle prove, uso il suo sottoposto per andare in giro a far domande ed avere riscontri. Alla fine Ermes trova il modo di unire tutti i puntini. Ma non è la soluzione in sé che ci interessa.

È il quadro generale, la descrizione di una periferia degradata, dove però si cerca, a fatica, di uscire dai quadri di povertà consolidati. Studiando, e magari facendo mille mestieri per pagare gli studi. Cercando sollievo alla tristezza quotidiana in piccoli momenti di intimità. Oppure, usando i libri e le letture per andare altrove, lì forse per evadere dalla tristezza quotidiana. Alla fine, comunque, il depresso Ermes ha questa sua piccola personale rivincita. Sa che può portare un’indagine sino in fondo. Non uscirà probabilmente dalla sua depressione, ma avrà una chiave, personale e da condividere con la moglie, per affrontarla.

In conclusione, come detto, Verde sa scrivere, ma a volte mira troppo alto, e le sue cartucce non sempre colpiscono. Tuttavia, leggere della Roma del ’53, per me, è sempre un motivo di positività.

“Se non contribuiranno a salvare il mondo, i libri molte volte ci aiutano a comprenderlo.” (260)

Franca Oliva “Morte di Odisseo” Mondadori 7,90

[A: 14/09/2025 – I: 30/06/2026 – T: 02/07/2026] & e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 250; anno: 2025]

Premettendo un sincero plauso alla scrittrice che conosce e pratica molto meglio di me i miti greci ed i personaggi omerici, alla fine ho trovato questa “fiction sulla fiction” poco coinvolgente e con una fine che avevo pensato dalle prime battute, avevo sperato in altro, ma che il finale del libro conferma in tutta la sua deviazione fantastica.

E di certo non possiamo aspettarci una riproposizione di tutta una parte della guerra di Troia, se questa meta fiction inizia con la scoperta di un cadavere riverso con la testa in pezzi presso le rive del fiume Scamandro: è Odisseo. Se muore qui, prima della fine della guerra e del suo ritorno in patria, è ovvio che ci stiamo muovendo su di un terreno che devia pesantemente dal solco omerico. Facciamo finta di credere nella finzione e seguiamola facendo anche finta di ignorare Omero e le sue scritture.

Quindi, bagno di irrealtà per tutti, ed immergiamoci in questo poliziesco dal sapore epico. Tra l’altro con molte figure anche minori all’interno del poema originario, che giustamente vengono portate alla ribalta, dando loro un piccolo ma meritato spazio.

Intanto, la scrittrice fa una precisa scelta linguistica, utilizzando, laddove c’è ambiguità o difformità, il nome greco di cose e persone. Così, ad esempio, il morto è sempre indicato come Odisseo, il suo nome greco, e mai con l’uso latino che lo trasformò in Ulisse. Ed anche il fiume sulle rive del quale si svolse gran parte dell’Iliade, si accenna solo che gli dèi lo chiamavano Xanto, laddove il dio del fiume solo al suo nome greco risponde.

Comunque, Zeus, saputo della morte, incarica un uomo ed un dio, indipendentemente, di svolgere le indagini e trovare l’assassino. Per gli dèi, sarà Efesto a guidare le danze. Efesto dio del fuoco ma anche pieno di trucchi ed inganni: ha un mantello per l’invisibilità e la capacità di assumere altre sembianze (cosa che gli darà agio ad un certo punto, di fingersi Paride e concedersi un momento erotico con Elena).

Ad Agamennone è affidato il compito tra gli umani, con il pesante fardello: se non scopre l’assassino, non vincerà la guerra. Il capo dei greci coinvolge subito il fratello Menelao, che mostra immediatamente la sua natura collerica ed inutile. Tra l’altro, Odisseo era poco amato dagli stessi greci, laddove non solo scherzi ma pesanti momenti fa subire a molti. Come a Tersite, che ricopre di colpi e che forse si è vendicato. Oppure Palamede che nell’Iliade subisce pesanti accuse da lui, ma che qui si salva, essendo morto l’accusatore.

Anche Agamennone non è che avesse un gran feeling con il morto, visto che è proprio Odisseo che con l’inganno lo induce al sacrificio della figlia Ifigenia. O lo stesso Achille, convinto con l’inganno da Odisseo ad entrare in guerra, e da sempre in competizione tra loro. Forse il solo Diomede aveva un buon rapporto con il morto. Ed infatti morirà presto anche lui. E non entro nelle sarabande degli altri, come le dispute feroci tra il fine Aiace Telamonio ed il rozzo Aiace Oileo.

L’invisibilità di Efesto, poi, ci consente di entrare indisturbati nel campo troiano. Soprattutto per seguire Cassandra che forse sa qualcosa della morte, anche perché, pare, abbia convinto la schiava Briseide ad offrire un appuntamento notturno a Odisseo la fatidica notte. Elementi che scopriamo durante una confessione dell’indovina ad una rediviva Ifigenia. Perché Cassandra aveva sognato che, ucciso Odisseo, la guerra finiva. Ma lì, sulle rive dello Scamandro, lei arriva, e Odisseo è già morto per mani altrui.

Insomma, Oliva ripercorre molte parti del testo omerico, ne fa summa e ne fa stravolgimenti. Alla fine (ma come detto era un’ipotesi che già nasceva dall’inizio) sapremo lo svolgimento dei fatti, il ruolo delle persone, ma soprattutto il ruolo degli dèi. Dove sappiamo che Atena, la stratega era con Odisseo, così come Era, che ce l’aveva a morte con Paride che le aveva preferito Afrodite. Mentre Afrodite non poteva che stare con Paride e Apollo che da sempre proteggeva Ettore.

Quindi, grande merito di aver introdotto tanti elementi letterari, ma il risultato finale è uno zibaldone che non mi ha attratto gran che. Un ultimo elemento, vorrei citare, che invece mi ha incuriosito. Laddove, ad un certo punto, Tersite e Palamede giocano su di una scacchiera a qualcosa di molto simile agli scacchi. Ed in realtà, risulta proprio che Palamede, inventore sopraffino, abbia importato una sorta di scacchi dall’oriente. Elemento di curiosità e di approfondimento in altre sedi.

Questa settimana dedichiamo tutte le frasi delle bolle della mia memoria ad Amos Oz, un degli autori da me più amati nel corso degli ultimi venti anni. Nella prima parte, alcune micro considerazioni tratte da un libro dedicato ai giovani, “Il monte del cattivo consiglio”

“Nessuna parola è brutta di per sé. È brutta la volgarità che sta dietro o in mezzo alle parole.” (26)

“Parliamo così solo per disperazione. Ma tutti siamo armati delle migliori intenzioni.” (118)

“Qualcosa bisogna pur fare, e farlo con il cuore e l’anima.” (207)

“È finito l’inventario del tempo e dello spazio.” (231)

Nella seconda, invece, si era entrati più a fondo nelle descrizioni degli spaccati del mondo israeliano con “Una pace perfetta”, dove ritrovo alcuni miei pensieri privati, ed una definizione del sonno cui aderisco:

“Non potevi mica restare per tutta la vita ad aspettare, senza sapere cosa e perché stavi aspettando.” (21)

“Non è forse una frana tutta la nostra vita, il tempo stesso è una frana che non torna mai più, e allora?” (126)

“Non giudicare il tuo prossimo prima di metterti nei suoi panni.” (148)

“La cosa bella del sonno è che ci si ritrova finalmente soli, senza gli altri. … [Nel sonno] … ognuno è solo con sé stesso.” (204)

“Tutti hanno un compito nella vita e nessuno ha altra scelta a parte quella di capire qual è il suo, di compito.” (255)

“Figli piccoli, guai piccoli. Figli grandi, guai grandi.” (263)

“Una città rossa come una rosa, vecchia come metà del tempo” (303)

Come vedete dalla piccola difficoltà degli invii, sono nel mio solito ritiro agostano e campagnolo, dove il funzionamento di internet non è sempre all’altezza delle mie aspettative. Ne approfitto, intanto, per mettere in ordine nelle mie letture, recuperare alcune scritture che non sempre mi hanno convinto. Purtroppo c’è poco altro di cui essere sereni, se non il fatto di continuare ad inviare messaggi nel vuoto cosmico, sapendo che qualcuno li legge. A tutti, però, anche a chi li passa oltre, mando un mio grande abbraccio.