domenica 28 giugno 2026

Settimana Allende - 28 giugno 2026

Continuiamo con le settimane monotematiche. Dopo Camilleri, dedichiamo alcune letture ad una delle mie scrittrici sudamericane preferite: Isabel Allende. Di cui non faccio la storia, troppo nota, ricordando solo che me ne innamorai con “La casa degli spiriti” e non l’ho più lasciata, pur con gli alti e bassi dei suoi scritti. Come questa settimana, dove solo la rivisitazione di Zorro si eleva a scrittura degna del suo nome. La scrittura per ragazzi che apre le trame e quella per persone mature che la chiude sono degni compitini. Mentre ho poco apprezzato l’insalata mista sull’amore.

Isabel Allende “Il regno del Drago d’oro” Repubblica 16 euro 9,90 (in realtà, scontato a 9 euro)

[A: 22/10/2022 – I: 30/10/2025 – T: 01/11/2025] - &&    

[tit. or.: El Reino del Dragón de Oro; ling. or.: spagnolo; pagine: 253; anno 2003]

Dopo tanto tempo che (almeno qualcuno) leggete le mie trame, sapete che sono un lettore sicuramente onnivoro, non tirandomi indietro, per principio, a nessuna forma di scrittura. Certo, alcune sono più in concordanza con il mio sentire, altre fanno fatica a decollare. Tutta, però, sono degne di essere prese in considerazione, magari anche per dire: non mi è piaciuto.

Quindi, ecco che nella complessa bibliografia di Isabel Allende mi imbatto e non mi tiro indietro nella lettura di un cosiddetto “juvenilia”. Cioè scritture dedicate ad un pubblico in genere sino a 15 anni. Una letteratura cui anni fa dedicai una dozzina di libri, nella sezione “gialli giovani”. Isabel, per quanto mi risulta, ha invece scritto una trilogia dedicata ai giovani. E, per quanto ne leggo, è una scrittura che mescola avventura, narrazione di luoghi non usuali e qualche uscita filosofica o di morale, ma senza essere pesanti.

La trilogia viene chiamata in dedica ai protagonisti con l’accenno all’Aquila e al Giaguaro, in omaggio agli animali totem di Nadia la prima e di Alexander il secondo. Purtroppo, venendo da una collana che propone solo una selezione degli scritti della scrittrice cilena, i responsabili hanno deciso di includervi solo questo, che è il secondo episodio. Così ho di sicuro saltato il primo (“La città delle bestie”) e probabilmente mancherò anche il terzo (“La foresta dei pigmei”). Solo per dovere di cronaca, come detto, sono avventure di luoghi non usuali, visto che la città si svolge in Amazzonia, questo in un fittizio regno himalayano, mentre la foresta si trova in Africa.

Per capire questo secondo episodio, bisogna ricordare qualcosa del primo (che ricavo dalla rete). Alexander si reca con la nonna Kate, giornalista per “International Geographic” in Amazzonia, dove succedono cose che non sappiamo, né ci interessano. Alla fine, i due trovano un tesoro in diamanti, Alexander scopre il suo animale-totem e la troupe trova e adotta la giovane Nadia.

Qui, sempre per la rivista, Kate viene mandata in uno sperduto regno himalayano, che decide di visitare con il nipote e con Nadia (a patto di non chiamarla nonna). L’interesse per il Regno è molteplice: il re è molto ecologico, sono comunque buddisti rispettosi, infine i governanti custodiscono un Drago d’Oro che, come la Pizia dell’Antica Greca, pronuncia vaticini usando una lingua scomparsa che solo il re ed il suo successore conoscono.

Gli ingredienti ci sono tutti, allora, per far intervenire nell’azione un multimiliardario chiamato “il Collezionista” decide di usufruire dei servigi di un super-ladro chiamato “lo Specialista” al fine di rubare il Drago.

Condiamo il tutto con alcuni capitoli dedicati ad un lama che sta istituendo il figlio del re per fargli acquisire le competenze necessarie al fine di succedere al padre, con la presenza di un losco figuro di nome Tex e di un’esperta di piante di nome Judith, ed abbiamo lo scenario perché si compia l’azione.

La vicenda, tolte le parti accessorie che servono a colorire e colorare il tutto, è presto riassunta: i cattivi, per rubare il Drago, creano un diversivo rapendo delle giovani locali. In questo modo le forze si mettono alla ricerca delle sequestrate e la lunga mano dello Specialista può seguire il re nel labirinto che porta al Drago. Peccato che serva anche, per capire le profezie, una decifrazione che solo il re ed il figlio conoscono. Peccato anche che tra le donne rapite ci siano Nadia ed una giovane locale di grande ingegno, Pana.

Fughe, inseguimenti, uso di animali locali, ed altre piccole accortezze, costelleranno tutto il romanzo. Dove, ed è facile predirlo, nella lotta finale, muore il re, muoiono la maggior parte dei cattivi, il figlio del re si accorge di Pana e se ne innamora (ed il padre in punto di morte gli dirà sposala). Certo, il Drago, in un rogo creato ad arte durante la lotta, si fonde. Ma alla fine avremo un colpo di scena che permetterà un happy end generalizzato. Solo Nadia e Alexander non si dichiarano, anche s si capisce che le lor strade convergeranno sempre.

Peccato allora (cominciamo con la lista delle dolenze) che ci siano una serie di punti negativi o poco positivi. Ad esempio, è molto pesante il primo capitolo dedicato all’educazione del giovane principe, tanto che ero tentato di abbandonare il libro. Dove invece, nel momento in cui entra in scena Kate il testo si vivacizza, fino ad assumere un’andatura di carriera con l’arrivo in azione di Alexander e Nadia. Ed altrettanto pesante, ma solo per il carattere didascalico usato da Isabel, l’impatto dei due giovani con la povertà indiana. Si usano alcuni luoghi comuni e stereotipi che avrei francamente evitato.

Peccato che il labirinto cosparso di trappole per raggiungere il Drago d’Oro sembra essere stato ripreso con poche variazioni da una storia di Indiana Jones. Peccato che sia “illuministica” la richiesta del re morente di non punire l’unica persona dei cattivi rimasta in vita, affinché ritrovi il suo karma e modifichi i suoi comportamenti volgendoli al bene.

Allende scrive al solito con proprietà, ed a parte i passaggi a vuoto citati, si segue bene e si legge in fretta. In fondo, a parte una serie di consigli accessori indirizzati ai più giovani, il messaggio centrale è quello di accorgerci della differenza, sociale, politica, economica, culturale, tra il mondo che conosciamo e quello che viene visitato, per fare in modo di trovarne una convergenza, magari su terreni ecologici e moralmente sostenibili. Peccato che tuttavia le parti didascaliche non favoriscono uno scorrimento veloce delle azioni, ed a volte siano un po’ troppo, per l’appunto, didascaliche.

“Non mi piacerebbe … avere più di quello di cui ho bisogno” (65)

Isabel Allende “Zorro. L’inizio di una leggenda” Repubblica 15 euro 9,90

[A: 10/11/2022 – I: 03/12/2025 – T: 05/11/2025] - &&&   

[tit. or.: El Zorro. Comienza la leyenda; ling. or.: spagnolo; pagine: 346; anno 2005]

Ritorniamo al flusso quasi finito delle letture della produzione storica di Isabel Allende, facendo un salto indietro di venti anni ed immergendoci in un tentativo di meta fiction, abbastanza riuscito.

Isabel prende in mano il personaggio letterario e cinematografico di Zorro e ne costruisce una biografia, collegando elementi inventati ad alcuni tratti dei libri e dei film dedicati all’eroe californiano. La scrittrice parte dalle basi: “La maledizione di Capistrano” il libro del 1919 di Johnston McCulley che inventa il personaggio ed il film muto “Il segno di Zorro” del 1920 dove l’eroe trova la sua prima magnifica interpretazione in Douglas Fairbanks. Anche se, personalmente, io mi ritrovo nella serie televisiva “Zorro” realizzata da Walt Disney e trasmessa in Italia verso la metà degli anni ’60.

Allende, da brava scrittrice di stampo sudamericano, riprende il “mito” di Zorro e lo sviluppa in chiave antagonista, senza mancare anche ad un’operazione interessante e/o divertente: inserire, nella trama dei personaggi della finzione libraria, sia altri personaggi finzione sia personaggi reali. E forse sono questi ultimi sono i più interessanti (almeno nel modo in cui ne tratta la scrittrice): un cammeo di George Sand da giovane, che fa incontrare Don Diego a Barcellona verso il 1810, una presenza forte di Jean Lafitte, pirata gentiluomo, che gli “ruberà” la sua amata (ma che lei non ama), nonché un inserimento della magia voodoo di New Orleans con qualche intervento di Marie Laveau (anche se non coincidono i tempi, che la Marie storica, all’epoca dei fatti narrati doveva avere sui quindici anni).

Dal punto di vista della finzione pura, i principali inserimenti sono di Toypurnia, l’india madre di Diego, e di Civetta Bianca, la nonna di Diego. Nonché di Juliana e Isabel le due sorelle che faranno da sfondo alle prime avventure spagnole, e che poi saranno ben presenti nella saga americana. Mentre continua ed evolve la scrittura dall’originale approfondendo sia il padre don Alejandro, che il rivale Rafael Moncada. Viene, infine, meglio strutturata la figura dell’amico-aiutante Bernardo.

La scrittrice narrante, che si rivelerà solo nel finale, ci narra allora quello che avviene dal 1790 al 1815, che da quella data in poi la vita e le avventure di Zorro sono ben presenti nei libri e nei film. Quindi vediamo la missione di Los Angeles tenuta da Padre Mendoza, i pericoli relativi ad assalti degli indios, la difesa che viene organizzata da Alejandro de la Vega, la cattura infine di Toypurnia che guidava le rivolte, nonché l’amore che sboccia tra lei e don Alejandro.

Qui, nelle “invenzioni” di Isabel ci sono i suoi must: svincolare Zorro dal mito americano ed accentuarne le caratteristiche libertarie, o meglio legate, come riporto in finale, a quell’insieme di virtù che i nativi chiamano “Okahué” (virtù che mi sembrano possano essere prese ad emblema da tutti coloro che vogliono, per sé e per gli altri, una vita corretta).

Quindi abbiamo che poco dopo la metà di maggio del 1792 nasce Bernardo che sarà per sempre a fianco di Diego. Ed una settimana dopo nasce Diego. Perché sappiamo che Bernardo è toro e Diego gemelli (ovvio, visto il suo futuro da doppio). Isabel ci narra dell’infanzia (senza tanto mordente), con l’unico acuto dell’iniziazione ai riti magici degli indios. Dove Bernardo troverà il suo animale totem nel cavallo (e sappiamo il suo futuro rapporto con Tornado), mentre Diego, come par ovvio, lo troverà nella volpe (che, appunto, in spagnolo fa … Zorro).

Vediamo anche come la nostra scrittrice risolve il problema del mutismo di Bernardo (come sarà nei libri e nei film). Lo fa da par suo, riconducendolo ad un rifiuto di parlare dopo che Bernardo assiste impotente allo stupro ed all’uccisione della madre per mano di corsari del Pacifico. Questo mutismo, però, farà in modo di sviluppare una sorta di telepatia (ecco sempre il realismo magico sudamericano) tra Bernardo e Don Diego. Saranno sempre questi primi anni quelli in cui Diego comincia a lottare per l’Okahué. Mettendosi la mascherina perché … si vergogna di avere le orecchie a sventola.

Seguiamo poi i due in Europa (ma Allende li colloca nella più allegra Barcellona rispetto alla trista Madrid). Qui il punto saliente è l’incontro con il maestro di spada, il fantaccino Manuel Escalante che capisce le potenzialità fisiche e morali di Diego, riuscendo non solo ad insegnargli tutto sulla scherma, ma anche a farlo entrare nel cerchio libertario “La Justicia”, una specie di massoneria con gli sessi principi dell’Okahué. E qui in terra di Spagna avrà il suo battesimo su tutti i fronti.

Sessuale, con la gitana Amelia, amicale, con Isabel la sorella di Juliana il suo non corrisposto amore e inimicale, con Moncada, il cattivo spagnolo che sarà sempre sulla sua strada.

Sarà proprio per sfuggire a Moncada che i nostri torneranno in California. Ma nella via saranno abbordati dai pirati, guidati dal bandito gentiluomo Jean Lafitte. Di cui si innamora Juliana, che lascia la compagnia per sposare Lafitte e vivere con lui le traversie della pirateria caraibica. E da cui Diego perfeziona l’insieme del suo travestimento, tutto di nero vestito con mantello e lazo in vita. Diego e Isabel si ricongiungono con Bernardo (partito l’anno prima), e dovranno affrontare un ultima avventura giovanile, prima che la nostra scrittrice lasci il passo alle altre parole scritte.

In un breve epilogo, veniamo a sapere come stanno i nostri vent’anni dopo. Bernardo, felice della sposa india e dei figli, Isabel pronta ad aiutare i suoi amici nei travestimenti “alla Zorro”, ed il nostro Diego sposato un paio di volte, sempre vedovo e pare senza prole, ma sempre pronto sia a lottare per la giustizia, sia a porsi all’inseguimento di qualche piacevole avventura femminile.

Di certo punto di vista, un romanzo molto legato a chi conosce ed ama Zorro, con quei piccoli spunti in più, sull’onore e sul rispetto, che andrebbero sottolineati sempre e comunque. Non prende molto, invece, la vicenda in sé. Sia perché (quasi) tutti conoscono Zorro, sia perché, nonostante l’inventiva della scrittrice cilena, non ci sono storie che prendono di più il cuore od il cervello.

Va solo sottolineato, sia quando si batte in Spagna sia quando lotta in California, che Diego/Zorro rifiuta di far scorrere il sangue, preferendo sconfiggere i suoi avversari ed eventualmente metterli alla berlina, solo con l’astuzia e con quella “Z” che tappezzerà muri ed a volte il corpo dei suoi avversari. Così come farà Batman, futuro rispetto alle vicende di Diego ma passato rispetto la scrittura di Isabel. Dove Batman, orfano dei genitori, decide di vendicare i torti, indossando un costume che molto deve a Zorro.

Cito soltanto in finale che la mia cara Eufelia di cognome fa Escalante come il maestro di scherma. Le congiunzioni della vita.

“[L’Okahué] sono cinque virtù fondamentali: onore, giustizia, rispetto, dignità e coraggio.” (38)

Isabel Allende “Amore” Repubblica 9 euro 9,90

[A: 04/10/2022 – I: 10/02/2026 – T: 11/02/2026] - &&----

[tit. or.: Amor; ling. or.: spagnolo; pagine: 190; anno 2012]

Devo dire che benché sia profondamente in sintonia con Isabel Allende ed i suoi scritti (se non ho contato male, posseggo ventitré dei suoi ventisette libri tra romanzi e racconti biografici), ecco questa cosiddetta antologia mi ha profondamente deluso. Tanto che ho dato una quasi sufficienza solo per la considerazione generale che ho della scrittrice.

Andiamo a spiegare. Pur considerando quanto lei stessa scrive nell’introduzione al libro ed ai diversi capitoli, l’operazione è quanto mai debole, frutto di una spinta editoriale proveniente da un paese, la Germania, dove la scrittura spagnola non sempre trova uno spazio consono. Sotto la spinta degli editori tedeschi, viene fatto un estratto di momenti “significativi” dedicati all’amore e riuniti in capitoli che ne seguono un andamento per così dire temporale.

Ora, di tutte le citazioni presenti, solo le ultime tre pagine, dedicate nel 2007 ad una specie di resoconto dei suoi personali avvenimenti e del rapporto che al tempo aveva con Willie Gordon, sono quelle che non avevo già letto, e sulle quali torneremo. Il resto non aggiunge nulla alla scrittura ed al posto di Isabel nella letteratura mondiale. Anzi forse ne toglie. Cioè, mentre quando leggiamo un suo romanzo, anche questi momenti amorosi, erotici, sessuali, sono congeniali ad una trama complessa, qui, avulsi dal contesto, sono piccoli momenti di voyeurismo un po’ fini a sé stessi. Come un abile recensore di cui non ricordo il nome ha detto, si ha una forte “sensazione di déjà lu”, che un po’ disturba.

La cosa  migliore è senza dubbio l’introduzione dove la scrittrice parla di sé senza veli, facendoci fare un excursus personale dalle prime pulsioni amorose e sessuali (che secondo lei le comparvero fin dal cinque anni d’età), passando per tutte le tappe della sua crescita personale, attraverso anche gli allora suoi due mariti. Inciso, tre anni dopo il libro divorzia anche da Willie e poco prima del covid19 trova il suo terzo marito in Roger, con il quale tuttora vive in California.

Bello ed incisivo è ad esempio l’epitaffio con cui descrive la sua famiglia (che non le aveva impedito di leggere le opere del marchese de Sade prima dei dieci anni. Era per lei “una famiglia emancipata e intellettuale per alcuni aspetti, molto pochi, e paleolitica per quanto riguarda tutto il resto”.

Come detto, se leggiamo i titoli dei nove capitoli, capiamo il senso del percorso “d’amore” che si intende far fare al lettore. Si inizia da “Il Risveglio (El despertar)” come momento iniziale delle pulsioni amorose. Proseguendo poi con “Primo amore (Primer amor)”, quando l’esplorazione del rispettivo intimo isola gli amanti dal resto del mondo. Isolamento che, se ben indirizzato porta a “La Passione (La pasión)” mentre spesso, purtroppo devia verso “La Gelosia (Los celos)”.

Non saremmo certo suoi lettori se non sapessimo che nei suoi scritti una parte importante è occupata da “Amori contrastati (Amores contrariados)” ed un’altra parte, come spesso nei paesi latino-americani, è ben conscia dell’unione tra “Eros e umorismo (Humor y Eros)”. Due capitoli immancabili sono allora dedicati ad un grande classico, la “Magia dell’amore (Magía del Amor)” e ad una grande speranza che mai si avvera (almeno si avvera poco) anche se tutti iniziano le loro storie con un “Amore duraturo (Amor durable)”.

Come detto, la parte migliore per me è quella che non conoscevo, quando, ancora innamorata del suo Willie, ci parla dell’amore “Nella Maturità (En la madurez)”, una tematica che mi tocca molto, molto da vicino. E dove anche qui ci dà una prova di sintesi di questo sentimento, perché è nella maturità che si può incontrare una persona che “mi conosce più di me stessa e nonostante tutto mi ama”.

Ripeto, non c’è molto altro che mi attira in questo scritto, forse soltanto un modo di ritrovare vecchi amici che erano rimasti nel fondo della memoria e che così tornano a galla, scaldandoci ancora il cuore. Come Clara de “La casa degli spiriti”, come Francisco e Irene di “D’amore e d’ombra”, come Inès e Pedro de Valdivia di “Inés dell’anima mia”.

Ci rimane soltanto lo stile colloquiale di Isabel Allende, che spero di trovare ancora qualche volta nelle mie mani attraverso un suo nuovo libro.

“Poteva offrirle solo una vita dura … ma non si sarebbe mai pentita, perché quando si assaggia la libertà non si può tornare indietro.” (114)

“Ero nell’età in cui si ha bisogno di aiuto e di tenerezza per fare l’amore. Ero diventato vecchio.” (177)

Isabel Allende “Oltre l’inverno” Repubblica 4 euro 9,90

[A: 04/09/2022 – I: 21/05/2026 – T: 22/05/2026] - &&

[tit. or.: Más allá del invierno; ling. or.: spagnolo; pagine: 293; anno 2017]

Sinceramente non è tra i migliori libri che ho letto della scrittrice cilena a me sempre cara. Ha alcuni punti interessanti, qualche connessione da seguire, ma nel complesso non è un libro ben riuscito. E non solo perché la scrittrice passa dai toni storici delle sue opere migliori, ad un presente che si vive quotidianamente. Un passaggio difficile, che forse non è nelle sue corde.

Nell’accingersi alla scrittura, alcune confluenze hanno di sicuro giocato per innescare alcuni momenti della trama. Non era molto che aveva scritto il suo primo giallo (“Il gioco di Ripper”) ottenendo un moderato successo. Ma non è neanche molto tempo che si è lasciata con il suo secondo marito, Willie Gordon, con cui ha vissuto ventisette anni e per il quale ha lasciato il sud per il nord America. E sembra che, nei tempi dello scrivere, sia forse comparso Roger Cusaks, con il quale convolerà a nozze due anni dopo.

La struttura del testo ricalca le migliori tradizioni di Isabel, alternando diversi momenti di vita, diversi in tempi e luoghi, ma ognuno indicato ad inizio capitolo, con il nome del soggetto parlante. In questo modo, pur con altre piccole deviazioni, alla fine ricostruiamo e seguiamo la storia dei tre personaggi centrali del testo.

I due più importanti sono ovviamente Lucía Maraz, in realtà la protagonista centrale nonché ghost actor della stessa Allende, e Richard Bowmaster, il professore universitario, molto intellettuale e molto timido, che non tarderemo a identificare con il nuovo amore di Isabe, cioè Roger Cusaks.

Richard è professore di studi latinoamericani, ha vissuto a lungo in Brasile, dove si è innescata una lunga e tormentata storia d’amore, la cui fine ha lasciato Richard annientato. Quando gli viene proposto di tornare al Nord, accetta e, benché senza tanti clamori, si accinge ad orientare i suoi studi ed il suo potere accademico verso l’analisi dello stato in cui versano i paesi latino-americani.

È in questo modo che entra in contatto con Lucía, scrittrice cilena che nei suoi scritti ha spesso affrontato le drammatiche vicende dei desaparecidos. Richard la invita ad un corso semestrale a New York, e per invogliarla, le offre un piano seminterrato nella sua grande e solitaria casa. È così che fin da subito, nelle parole di Lucía ci accorgiamo esserci del trasporto verso Richard, anche se non si riescono a trovare modi espressivi, anche per la chiusura al mondo di lui.

Elemento detonante della scena è l’incrocio con una domestica guatemalteca, Evelyn Ortega che, durante la tempesta di neve che caratterizza gran parte del libro, viene tamponata da Richard. Evelyn stranamente guida la Lexus del suo datore di lavoro, ma non solo non ha documenti, ma non ha neanche il permesso di soggiorno (e non a caso durante la scrittura si avvia a grandi passi la prima elezione del peggior presidente degli Stati Uniti degli ultimi duecentocinquanta anni.

Già questo crea situazioni ansiogene, che aumentano con quella spruzzata di giallo voluta da Isabel, anche se è un po’ forzata. Nel bagagliaio della Lexus c’è un cadavere. Iniziano così tutta una serie di tragicomiche avventure che vedono i nostri alle prese con il tentativo di sbarazzarsi del cadavere, cercando contemporaneamente, di non essere coinvolti direttamente nella vicenda. Sia per paura di espulsioni e ritorsioni, sia per paura di essere coinvolti in qualcosa grande ed ingestibile.

Ed è durante queste peripezie che i tre, a poco a poco, disvelano i loro retroterra, narrano le storie che li hanno condotti a questo punto. Cercando anche di trovare il modo di: sbarazzarsi del cadavere, restituire la Lexus al proprietario, fare in modo che costui non posso trovare nulla conto Evelyn, capire come sono andati realmente i fatti. E tanti altri piccoli rivoli narrativi che, in realtà, costituiscono forse la parte migliore del testo.

Sono questi rivoli, al fine, i momenti salienti ed importanti del testo. Momenti che, nel ricordo dei traumi che continua a subir Evelyn, disvelano i cocenti problemi dell’immigrazione e del conseguente razzismo americano. Nell’impossibilità, anche solo mentale, di tornare in Cile, emergono i problemi della storia cilena, dal golpe in poi, attraverso tutti quegli eponimi che hanno segnato la nostra giovinezza: la contestazione, le canzoni degli Inti Illimani, i ritratti e le canzoni del Che.

E sono questi rivoli che poi rimandano agli altri testi della scrittrice. L’elaborazione del lutto di Lucìa collegato alla morte della figlia Paula. Il tema dell’esilio, con Lucìa che fugge in Canada e Isabel in Venezuela. Ma soprattutto la rinascita ed il ritrovamento dell’amore: attraverso il dolore, verso l’amore, rinasce e si ravviva la speranza. Il tutto incastonato tra la frase in ex ergo e la stessa ripetuta da Richard a Lucìa: “Au milieu de l’hiver, j’apprenais enfin qu’il y avait en moi un été invincible.” [trad. In pieno inverno, ho finalmente scoperto che dentro di me c’era un’estate invincibile.]

Questa è realmente una frase di Camus, tratta dal suo libro del 1952 “Retour à Tipasa”. Tutto il resto della costruzione di una poesia del francese, intitolata “L’estate invincibile” è invece solo frutto di elaborazioni apocrife del web.

Comunque una scrittura leggibile di Isabel Allende, anche se non ha fatto breccia nel mio cuore, come altre volte.

“Come pensi che sarà la tua vecchiaia? … Ci sono già in pieno… No, no, ti mancano almeno dieci anni… Spero di non vivere troppo a lungo, sarebbe una disgrazia. L’ideale per me sarebbe morire in perfetta salute, diciamo intorno ai settantacinque anni, quando il corpo e la mente funzionano ancora a dovere.” (66)

Ad una trama monoautorale, chiosiamo con una revisione di citazioni anch’essa monadica. Ci occupiamo di Valerio Varesi.

Ne “Il fiume delle nebbie” si parla di accettazione della vecchiaia:

“Invecchiando tendeva ad assomigliare sempre più a suo padre e il ricordo lo intenerì.” (95)

“Si era sentito sollevato di poter dormire in solitudine assecondando le sue cadenze rituali.” (145)

Ne “L’affittacamere” si pensa a come si è vissuta la vita:

“Quel che facciamo da un certo punto in poi della vita è cercare di riempire il vuoto che ci si para davanti. Per questo progettiamo, ci poniamo dei traguardi, corriamo per raggiungerli. Ma nelle pause, ci tormenta, implacabile, la convinzione che tutto ciò non serva a nulla.” (54)

“Non puoi cambiare ciò che è già accaduto, quindi è inutile che ci pensi. Se facessi lo scrittore potresti cancellare una pagina e riscriverla, ma nella vita non si può mai tornare indietro.” (89)

Infine, ne “Le ombre di Montelupo”, Valerio mi parla dei miei viaggi:

“Nella mezza età … piace tornare da dove si è partiti se da giovani si è andati per il mondo.” (36)

Poco si riesce a ragionare in questa calda estate, tanto che viene voglia di chiudere tutto e partire per il nord, sperando che rinfreschi. Fresco che non si è trovato neanche andando nell’altro emisfero. Ci resta solo di sperare che tra montagne e campagne i prossimi mesi ci riservino qualche sollievo. Comunque, benché si caldo, vi coinvolgo in un veloce grande abbraccio.

domenica 21 giugno 2026

Torniamo anche su Camilleri - 21 giugno 2026

Dopo una trama dedicata al (mio) ritorno, ecco che vien capitando un ricordo di uno dei miei scrittori preferiti. Dopo alcuni anni di limbo, riesco a completare un quartetto su Camilleri, con tre libri provenienti dalle pubblicazioni di Repubblica ed un Sellerio tributo di racconti sparsi.

Due uscite più che sufficienti e due poco meno, tutte d’interesse, vuoi per i temi trattati, vuoi, sempre, per la lingua utilizzata. Avrò ancora qualcosa nel futuro per completare una bibliografia dell’autore (confesso che nella mia biblioteca sono 71 i libri da lui scritti), per cui ci si ritornerà.

Andrea Camilleri “Le pecore e il pastore” Repubblica Camilleri 14 euro 8,90

[A: 04/02/2023 – I: 14/03/2023 – T: 15/03/2023] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 126; anno: 2007]

Andrea Camilleri era un affabulatore borgesiano, che leggeva in ogni dove, trovando spunti, da grandi fatti o da minute avventure. È per questo che, oltre i capolavori della Vigata di Montalbano, è sempre con piacere che leggo altre su prove letterarie. In questo approfittando di una lodevole iniziativa di inizio anno dell’editore di Repubblica che ha fatto uscire volumi dello scrittore siciliano per ricorrenze varie.

Ho così avuto modo di dar mano alla lettura di questo scarno volumetto che, partendo appunto da un fatto di cronaca, da una nota a piè pagina, ne prende avvio, la allarga al contesto, e crea intorno al problema che sorge una dinamica di domande senza risposta che ne rendono interessante il leggere e l’approfondire.

Il punto centrale cui ruota tutto il testo è il sacrificio di dieci pecorelle (intese come suore di clausura) che si lasciano morire di fame per chiedere a Dio che venga salvato monsignor Peruzzo, poco prima vittima di un attentato quasi mortale. Questa notizia Camilleri la desume dalla lettura di una nota a piè di pagina di un libro che riporta le vicende del tempo, e che ne riferisce come di una lettera della badessa Suor Enrichetta Fanara al vescovo Peruzzo, scritta il 16 agosto 1956, undici anni dopo i fatti.

L’abilità di Camilleri è che, partendo da quelle scarne righe, riesce ad imbastire una storia avvincente, coinvolgendo suore, preti e principi, risalendo nel lontano passato, sino a tornare nel presente e chiedersi, con fare di sicura angoscia, “Nessuna delle suore ebbe un ripensamento? Nessuna suora implorò, in extremis, di essere salvata? E in questo caso, come si comportarono le consorelle? Si tapparono le orecchie per non sentire quel flebile implorare? Uscirono dalle celle chiudendosi la porta alle spalle o tentarono un salvataggio oramai impossibile? Non lo sapremo mai”.

Così, allora, insieme a Camilleri, risaliamo il corso del tempo. Da un lato abbiamo l’eremo di Santo Stefano di Quisquina, dall’altro l’abbazia di Palma di Montechiaro.

L’eremo, a circa mille metri d’altura, è uno dei luoghi fondanti della cristianità siciliana. Lì, in una grotta, si ritirò, poco più che ventenne, Rosalia Sinibaldi, giovane rampolla della nobiltà siciliana, vicina all’entourage di Ruggero II. Quando viene chiesta in sposa dal conte Baldovino, a seguito di un’apparizione divina, chiese e ottenne di rifugiarsi, sedicenne, in convento. Ma Palermo è troppo frequentata per poter meditare, così nel 1152 di ritira nella grotta del monte Quisquina, dove resta otto anni. Per poi, placatisi i furori, passare gli ultimi dieci in una grotta sopra Palermo, nel monte Pellegrino. Quando nel 1624 la peste sta devastando Palermo, i devoti, a seguito di un sogno, prendono i resti di Suor Rosalia, la portano in processione, ed il fatto fa regredire la pandemia. La degna sepoltura di Rosalia venne fatta con tutti gli onori e da quel momento divenne la Santa Patrona di Palermo. Ma nello stesso anno viene ritrovata la grotta sul Quisquina, così che si decide di fondare anche qui un eremo. Che avrebbe avuto fortuna incerta se nel 1690, il ricco commerciante genovese Francesco Scassi venne colpito “sulla via di Damasco” e si ritirò a Quisquina, fondando, nei fatti l’Eremo di Santo Stefano di Quisquina. Un eremo di regola benedettina, che diventò ben presto autosufficiente, ma anche rifugio di banditi che non volevano essere perseguiti dalla legge.

Qui, nel 1922 il giovane benedettino Antonio Mortellaro, in preda ad un raptus, uccise con sessanta coltellate, il padre superiore Fra’ Bernardo. Le vicende economica dei rapporti tra Stato e Chiesa portavano le abbazie a dover essere sganciate dall’altra economia. In questo, in Sicilia, non si poteva esimere da aver rapporti con la Mafia. Così, Mortellaro, dopo breve periodo, venne reintegrato, e si adoperò negli anni ’30 e ’40 a rinsaldare i legami con la Mafia ed il potere. Già dalla sua nomina a vescovo di Agrigento nel ’32, ed ancor più alla fine della guerra, Monsignor Giovan Battista Peruzzo si era battuto per i poveri. Non, come si diceva, contro il banditismo, ma contro chi il banditismo tollerava e pagava, cioè il latifondo locale.

Peruzzo dà fastidio, così che viene incaricato lo stesso Mortellaro di trovare una soluzione, che il mafioso trova usando ben mirati colpi di fucile. Per sua sfortuna, monsignore non muore, anzi, approfittando della vicinanza di un medico illustre, questi, il professo Raimondo Borsellino, lo opera e lo salva. Anche se per molti giorni, e settimane, monsignor Peruzzo si dibatte tra la vita e la morte. Su questa vicenda si innesta la promessa delle giovani di Palma di Montechiaro, rivelate da suor Francesca nel ’56 al Monsignore. Non sappiamo cosa fece Peruzzo a tal proposito, anche se sappiamo che proseguì la sua vicenda pastorale, sino alla morte, ad 85 anni, avvenuta nel 1961.

L’altro corno degli avvenimenti è il monastero benedettino di clausura di Palma di Montechiaro. Questi è anch’esso legato strettamente all’epica siciliana. Infatti, venne fondato da Giulio Tomasi principe di Lampedusa nel 1659, al fine di accogliere la maggior parte della sua famiglia, nella fattispecie quattro femmine ed un maschio degli otto figli che ebbe; considerato che due morirono in fasce, rimane solo Ferdinando che, pur morendo anche lui in giovane età, ebbe modo di perpetuare la genia dei principi, che arriverà sino ai giorni nostri con l’autore de “Il Gattopardo” Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il monastero, pur avendo altre storie, è qui ricordato solo come “ospite” delle dieci giovani suore che si lasciano morire per salvare la vita a Monsignor Peruzzo. Ma anche perché la sua nascita, oltre alla famiglia Tomasi in generale, è legata alla pia Isabella Tomasi, entrata in convento come suor Maria Crocifissa della Concezione, ed autrice di una mistica lettera sulla croce, che si diceva esserle stata dettata dal Diavolo.

Ora, nel 2007 quando scrive questo testo, Camilleri non lo sa ancora, perché solo nel 2017, un’equipe di studiosi, utilizzando computer e alfabeti vari, decifra la lettera, scritta con caratteri derivanti dal latino, dal greco, dal runico (antico alfabeto germanico) e dallo yazida (altro antico alfabeto curdo-aramaico, che la suora poteva conoscere a causa degli studi su Gesù nelle lingue del tempo). Camilleri fa ipotesi varie, che gli studiosi non possono confutare, avendo sì trovata una decifrazione del testo, ma il contesto rimanendo oscuro.

Riassumendo: spari al monsignore dei contadini dall’eremo di Santa Rosalia, salvataggio ad opera di un chirurgo, espiazione promessa dalle suore dell’abbazia fondata dalla famiglia Tomasi. In mezzo a tutto ciò, l’ottima scrittura di Camilleri. Certamente una lettura molto cerebrale, con qualche slancio di approfondimento che Camilleri provoca ma non affonda. Un risultato al fine degno anche se non superlativo.

Incisi e chiarimenti finali: il chirurgo Raimondo Borsellino è solo omonimo di Paolo, ma ha la sua importanza, in quanto promotore della “Legge Borsellino” del 1948 che istituiva l’ordine dei medici anestetisti. Ad indagare nel ’45 sull’attentato è indicata una squadra di poliziotti e di politici, nei quali fa spicco la presenza di Bernardo Mattarella, padre di Sergio, Presidente della Repubblica.

“Non leggo mai le note a piè di pagina, non so perché mi danno fastidio.” (87) [esattamente il mio opposto, io che leggo solo le note in fondo alla pagina]

Andrea Camilleri “La guerra privata di Samuele e altre storie di Vigata” Sellerio s.p. (Natale degli Arabini)

[A: 25/12/2022 – I: 27/03/2023 – T: 29/03/2023] && e ½  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 265; anno: 2022]

L’ultimo regalo natalizio che ci fa la casa editrice Sellerio radunando in volume alcuni racconti di Andrea Camilleri, di cui ben due inediti. Non devo certo tornare qui sull’affetto che da sempre ho per il grande scrittore, in particolare in tutti gli scritti in cui, con grande capacità ed immaginazione, mescola la lingua natia all’italiano e mescola fatti minuti ad altre storie. Tornando, come fa qui, ad illuminarci di altri aspetti della sua inventata Vigata.

Sono racconti, è vero, e come spesso accade, non sempre riesco a seguirne il filo con la dovuta passione. Anche se qui ci sono momenti che diventano quasi piccoli romanzi, e che quindi, nel mio immaginario, meglio seguiti nelle sue trame.

Come detto ci sono due inediti. Il primo, che è anche il racconto introduttivo del libro (“La prova”) pur di ambito vigatese, è centrato sulla crescita adolescenziale del giovane Lollo. Giovane pio e riservato, sembra restio ad avere rapporti ravvicinati con la fidanzata. Raccontato da un suo amico, vediamo i genitori cercare una prova della sua virilità anche attraverso rapporti con una giovane prostituta. Si parla di inganni e contro inganni, si parla di trucchi che porteranno comunque al matrimonio, si parla di come ognuno, alla fine, avrà il suo tornaconto.

Prima del secondo inedito, che merita qualche parola in più, citerei i già editi.

Il secondo, “L’uomo è forte” (pubblicato nell’antologia di Sellerio “Articolo 1. Racconti sul lavoro”), il cui testo rovescia l’assunto. Seguiamo un povero cristo che, licenziato, non trova più lavoro. Sarà la moglie a risolvere la situazione, rivelandosi la vera forza della coppia

Il terzo era uno di quelli che avevo già letto, essendo “La targa” uscito come allegato al “Corriere della Sera”. Tanto che ne riporto il passo centrale: “una piccola storia ambientata nel giugno del ’40, tra fascisti della prima ora che forse nascondono cadaveri sotto il letto, mogli giovani in attesa (e/o in cerca) di svaghi migliori, antifascisti d’onore che poi sono un po’ inconcludenti, e ridda di alleati vari, ora con questo ora con quello, che tanto mi fanno pensare alle nostre arene montecitoriane attuali. Non manca il garante dell’ordine, che, in quanto tale, non può che ricalcare lo stereotipo del fessacchiotto presupponente. E dopo mille inutili peripezie, qualche disvelamento, ma senza troppi patemi, i vespri siciliani continueranno a rifulgere come baluardo verso l’imbarbarimento montante.”

Anche il quinto lo avevo letto. Era uno dei “Corti di Carta” del Corriere intitolato “La tripla vita di Michele Sparacino”, di cui suo tempo scrissi: “gradevole la storia di tutti gli “errori” che perseguitano la vita dello Sparacino che viene scambiato sin dalla culla per un pericoloso bandito, viene perseguitato senza sapere che è tutta una montatura (una falsa reputazione messa in giro da un giornalista senza scrupoli, con un accenno polemico ben evidente). Fino a partecipare, suo malgrado alla Prima guerra mondiale, anche lì additato dalle gerarchie per i suoi (falsi) passati briganteschi. Bella (o almeno a me è piaciuta) è la rivincita della sua terza vita (e non ve la rivelo)”.

Anche l’ultimo appare in un’antologia di Sellerio, “Racconti di Natale”, intitolandosi, appunto, “I quattro Natali di Tridicino”. Un racconto di mare, come di rado capita a Camilleri, dove seguiamo la nascita e la vita di Tridicino, ultimo di molti fratelli, che dedica la vita alla pesca, allo studio dei venti e delle correnti. Ha un breve sprazzo di felicità sposando Angelina ed alla nascita del figlio Tano. Disgrazie verranno, ma alla fine il nostro troverà la forza di continuare a vivere e di dare a chi lo seguirà strumenti per affrontare perigliose burrasche, tra cui la “dragunara”, una terribile e spaventosa tromba marina, che colpisce forte come la coda di un dragone.

Finisco con il quarto titolo, il secondo inedito, che dà anche titolo alla raccolta “La guerra privata di Samuele, detto Leli”. Per me il migliore ed anche il più intimo, essendo un piccolo brano che riprende una personalissima vicenda dello scrittore durante i suoi anni scolastici. Siamo nel primo anno di ginnasio, il 1937, ed il nostro Andrea detto Nenè ha da poco compiuto i dodici anni. In un anno che segna di forza un passaggio epocale nella mente di noi ragazzi, Nenè diviene amico di Samuele Di Porto detto Leli. Che lì, in quel primo ginnasio, molti sono i professori più fascisti di Mussolini, in particolare il professore di religione, don Angelo, e l’insegnante di Scienze, professoressa Ersilia. I quali, in modi diversi, che Camilleri riesce a rendere alla perfezione, se la prendono con l’ebreo Leli.

Nenè non può assistere impotente, e si schiera da subito dalla parte di Leli, ed ora, da grande, ci narra le piccole vendette che l’ingegnoso ebreo inscena per vendicarsi delle angherie subite. Piccole soddisfazioni che non porteranno a molto, visto che l’anno successivo, emanate le Leggi Raziali, Leli viene espulso, e Nenè lo vede partire salutandolo. Fortunatamente, la vicenda non si chiude qui, ma la fine ve la lascio godere.

Pur non essendo tutti nelle mie corde, ritrovo anche qui lo stile scanzonato di Camilleri, che, con le sue belle frasi e le sue atmosfere, riesce a portare sulla pagina molta della profonda anima sicula, quella migliore, quella che, da lettori, ci porta da Verga a Pirandello, da Bufalino a Sciascia, fino a lui, a Camilleri stesso. Un lavoro incessante, di uno scrittore che di sé parlava come di un “artigiano della parola”, che passa ore ed ore sulle frasi per far sì che chi ne legge lo possa fare in pochi attimi. Questo il lascito, impagabile, di Camilleri.

Andrea Camilleri “Privo di titolo” Repubblica Camilleri 10 euro 8,90

[A: 08/01/2023 – I: 07/07/2023 – T: 09/07/2023] &&& ----  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 296; anno: 2005]

Un nuovo episodio dell’opera omnia di Camilleri, non bellissimo, ma che mi ricordo, alla sua uscita, fece arrabbiare abbastanza la destra dura e pura. E già questo è un punto di merito che non possiamo togliergli.

Ho cercato a lungo, nelle pieghe di internet, di comprendere i motivi di questo titolo senza titolo, senza venirne a capo. Forse, lo avrei chiamato “Fatti nisseni”, visto che si parla di accadimenti di quel di Caltanissetta, ma probabilmente sarebbe riduttivo, dato che i fatti stessi vengono assunti da Camilleri come emblema e marchio dei comportamenti di un’epoca che mascherò sé stessa, e si diede nomea di fulgido esempio di correttezza e raddrizzamento dei costumi.

Capisco anche che la mancanza di un titolo vero e proprio, sia indice della fatica che lo stesso Camilleri impiegò per venire a capo della narrazione. Come disse in varie interviste, ne aveva in testa degli sprazzi, ne scrisse nel tempo vari pezzi, ma impiegò più di dieci anni per capire come e qualmente scrivere di quello che si sarebbe narrato. Facendo poi un dovuto omaggio sia ad uno scrittore locale, Walter Guttadauria con il suo libro “Fattacci di gente di provincia”, sia all’amico-nemico Sciascia con il brano del 1969 intitolato “Fondazione di una città”.

Ambientato quindi nel luogo dei fatti abbiamo due avvenimenti coevi e co-spaziali, che, nella mente dell’autore, esemplificano quanto vorrebbe mostrare dell’insipienza e della protervia di alcuni strati sociali, siciliani e non solo.

Una storia, bella seppur relegata in meno del 20% del libro, è quella della città fantasma di Mussolinia. Una città che si voleva far nascere nella periferia nissena, dove il Duce posò la prima pietra nel terzo anniversario della storia principe del libro. Una fondazione già di per sé grottesca (durante le cerimonie sparisce la bombetta del duce, che viene fotografato con una coppola in testa) e che rimase lì, ad imperitura memoria delle ruberie dell’epoca. I notabili presero i soldi, e nulla costruirono. E quando il duce ne chiese conto una decina d’anni dopo, gli fu mandato un libro fotografico costruito con i fondali “del ginematò” come direbbe Camilleri. Una beffa colossale.

L’altro fatto, ben più interessante e lungo, è la ricostruzione della morte dell’unico martire fascista siciliano. Un trio di camice nere decide di assalire un ferroviere comunista. Assalto che avviene nella via Arco Arena, nel buio della notte. Assalto bislacco e mal portato, che il ferroviere spara in alto per disperderli, ma in quello avviene un secondo sparo che dovrebbe ferirlo, ma che invece porta alla morte una delle camicie nere.

La bravura di Camilleri, che di certo non scopro io, è quella di ricostruire i fatti, di dar voce a tutti i protagonisti dell’epoca, anche attraverso una comica ricostruzione di articoli di giornali, lettere, finti documenti ufficiali, veri manifesti, fonogrammi, note burocratiche, ed altri inserti, condito dalla sua prosa, sempre coinvolgente. Una prosa che, ad un certo punto riprende un movimento filmico, con capitoli “alla moviola”, con altri a “fermo immagine”, così che, pur nella scrittura, assistiamo ai fatti, come in una puntata ben costruita di un NCIS televisivo.

Assistiamo così ad un balletto che sarebbe ridicolo se non fosse tragico, in cui si parte dalla verità ufficiale, non suffragata dalle prove, della barbara uccisione di un giovane attivista fascista. Passando poi alla verità ‘processuale’ della difesa, questa sì suffragata da perizie balistiche, dove si dimostra che il colpo mortale fu in realtà sparato da un ‘camerata’ del morto. Arrivando infine alla verità di comodo della sentenza definitiva dove il comunista viene accusato di aver sparato ed ucciso per legittima difesa.

Durante la lettura mi ero interrogato sul fatto che nel primo capitolo comparivano dei nomi dei protagonisti, che per tutto il libro si mutarono in altri. Soprattutto, il nome del “martire”. Nome che alla fine, nell’ultimo capitolo, ricompare con la dizione primitiva. Non ne capì il motivo, sino alla spiegazione che ne fece Camilleri, dove appunto alla realtà dell’esordio e dell’epilogo, mescola la finzione di tutto il suo gioco di specchi.

Ma noi ora sappiamo che il morto si chiamava Gigino Gattuso, l’ingiusto accusato Michele Ferrara ed il fascista maldestro Santi Cammarata. Una chiosa che poi fa l’autore sta nel ricordarci che, subito dopo la morte del Gattuso, la via Arco Arena venne ribattezzata “via Gigino Gattuso, Martire Fascista”. E che dopo le sentenze varie, venne rinominata “via Gigino Gattuso, Martire”, nome che ancora rimane a memento di come vanno le cose nel nostro paese.

Insomma, Camilleri dedica questo libro senza titolo a due fatti di per sé molto diversi, ma capaci di rivelare in modo esemplare come si costruisce una montatura ideologica e retorica, creando delle “fake news” che perdurano nei decenni. E dove i veri martiri rimangono sempre senza vendetta.

Andrea Camilleri “La mossa del cavallo” Repubblica Camilleri 05 euro 8,90

[A: 02/12/2022 – I: 22/05/2026 – T: 24/05/2026] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 255; anno: 1999]

Non c’è certo bisogno di parlare del compianto Camilleri. Basta solo ricordare e ricordarmi che avevo ed ho alcuni arretrati di lettura, di cui questa mossa degli scacchi è una delle più esemplari, visto che ne prendo mano ben tre anni dopo l’ultimo Camilleri letto.

Ci troviamo al solito in quel di Vigata (dove chi sa scrivere di fino potrebbe fare un’esegesi storica con tutte le storie del nostro). E come al solito, viene immersi nella parlata siciliana da lui inventata. Devo dire che qui, Camilleri, ha fatto anche un nuovo passo in avanti (per me verso il baratro). Infatti, il protagonista del testo, benché vigatese, ha da sempre vissuto a Genova. Onde per cui, Camilleri decide di inserire pensieri del principale attore anche in un genovese fittizio. Devo dire al fine, che questa scelta è forse la meno riuscita del testo, che le parti non siciliane le ho trovate di quasi impossibile decifrazione.

I temi generali, tuttavia, sono quelli classici di Camilleri: le pastoie di una società che, tesa verso il futuro, si trova legata e imbavagliata da una fitta rete di “devianze”, non sempre pacifiche. In modo che gli eroi positivi, che ci stanno, si trovano a lottare, a volte a vincere una battaglia, ma sempre a perdere la guerra. Anche se qui veniamo da lontano, visto che l’azione si svolge nel 1877.

Credo non sia un caso la scelta della data. Che più che come riferimento interno, si possa leggere come un aggancio allo studio fondamentale, che riconosceva e descriveva i fenomeni mafiosi locali. Studio pubblicato proprio nel 1877 da due futuri parlamentari Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, intitolato "La Sicilia nel 1876. Condizioni politiche e amministrative dell'isola”. Uno scritto che si scagliava contro i latifondi isolani, pur se i nostri due erano e rimasero sempre legati alla “Destra storica”.

Accennavo ai latifondi, che la storia è legata a questa tipologia di utilizzo della terra, ed agli sforzi che il buon ragioniere Giovanni Bovara prova ad effettuare per “bonificare” il territorio da pratiche poco ortodosse. Bovara, nato a Vigata ma vissuto sempre a Genova, viene inviato a Vigata dal Direttore Generale delle Finanze di Roma, a seguito della morte sospetta di due ispettori deputati alla gestione territoriale.

Soprattutto a fronte dell’esosissima tassa sul macinato del 1868 (detta la “tassa del pane”), origine di proteste popolari da un lato, e di atteggiamenti omertosi da parte dei maggiorenti locali. Ovvio che Bovara trova subito del marcio nella gestione locale del territorio. Anche se non trova né possiede mezzi efficaci per contrastarla. Laddove l’onestà del singolo sicuramente non è abbastanza.

Il teatro della vicenda si intreccia con le gesta del prete locale. Non solo dedito con piacere ad atteggiamenti abbastanza lascivi ei confronti delle bellezze locali (siano esse vedove o maritate). Ma anche molto legato al denaro, visto che non si perita di prestarne ad usura, né di fare una lotta senza quartiere per depredare il suo povero ed inerme cugino di tutte le terre di famiglia.

Quando il prete viene ucciso e Bovara si trova casualmente vicino alla scena del delitto, scatta il trappolone. Non potendo fermarlo in altro modo, i mafiosi locali imbastiscono una messa in scena (forse un po’ frettolosa) per fr sì che il Bovara stesso sia accusato dell’omicidio. Non vi svelo di certo cosa si va ad inventare, ma le apparenze (le prove indiziarie diremmo ora) si volgono tutte contro Bovara.

Ed è qui che scatta “la mossa del cavallo”. Che, per chi sa di scacchi, è quel tipo di movimento che sembra andare diritto verso il nemico, per poi scartare di una casella laterale. Così che, sovente, si crea scompiglio tra le fila nemiche. Ed è così che agisce Bovara. Cessa di parlare genovese, tornando al siciliano nativo. Non solo, riuscendo a stravolgere (ed a volgere a proprio vantaggio) le parole del prete morente.

Coinvolgendo, in questo sommovimento nascosto, due personaggi non siciliani, quindi con una natura affine alla sua. Cioè, il Procuratore del Re, il torinese Ottavio Rebaudengo, ed il giudice istruttore Giosuè Pintacuda. Questa mossa consente la messa in libertà di Bovara, e consente a Rebaudengo di redigere una circostanziata relazione contro … ignoti.

Ma si sa, la mafia è un’idra dalle molte teste, e, viste come si svolgono le cose, i potenti locali rimarranno in piedi, mentre Giovanni Bovara se ne torna al mare di Genova ed il Procuratore è trasferito nuovamente nella natia Torino. Localmente, novello Falcone, rimane solo il buon Pintacuda, cui sinceramente non invidiamo il fosco futuro.

Qui finisce la lucida ironia di Camilleri, con una farsa forse troppo morbida per le durezze locali. Un testo che non raggiunge di certo di pugni nello stomaco degli epigoni di Sciascia, ma che, pur con un blando sorriso, non può che lasciarci in bocca l’amaro della sconfitta.

Visto che abbiamo dedicata un’intera trama al “grande vecchio”, ci rivolgiamo ad alcuni pensieri di un “vecchio un po’ più piccolo”. Ecco quindi che estrapoliamo alcuni pensieri da due testi del sempre interessante Erri De Luca.

Uno è una considerazione che, anche in altre forme, abbiamo sentito e fatto nostra. Qui la prendiamo da “Il torto del soldato”:

“Non è morta una lingua se anche uno solo al mondo la muove tra il palato e i denti, la legge, la borbotta.” (24)

Le altre sono invece alcune considerazioni sull’amore tratte da “Il contrario di uno”:

“Sono stato ragazzo per qualche settimana, un paio di volte, d’estate. Per tutto il frattempo si era adulti involontari.” (52)

“Non scherzavano con le cose della natura.” (81)

“Le chiedevo conto, e mai si deve tra chi sta in amore. Non esiste il tradito, il traditore, il giusto e l’empio, esiste l’amore finché dura.” (91) [questa farà un po’ riflettere, e giustamente]

“La tua mano minuta serrata nella mia … chiudeva noi due dentro e tutti gli altri fuori.” (108)

Visto che siamo in vena di ritorni, ecco che in questi giorni anche le mie mail sono un po’ zoppe, che vengono dal mare. E poi si ritornerà in montagna e si ritornerà in campagna. Per ora ci riposiamo, e con affetto vi mando un grande abbraccio.

domenica 14 giugno 2026

E sono tornato - 14 giugno 2026

Sono tornato da un altro grande viaggio (ancora una volta nel mio Peru querido), e sono tornato a voi, miei instancabili lettori, che forse non attendete con ansia le mie trame, ma che vengono lette anche saltuariamente. A volte commentate. Sempre da me fatte girare con amore.

Per questo ritorno, comunque, non si poteva che smaltire qualche giallo arretrato. Non proprio tutti ben riusciti, anche se di sicuro interessante la saga lappone del francese Olivier Truc, nonché l’immersione in un’Inghilterra d’annata con la sapiente penna di John Banville. Poco sotto, per riuscita, l’ultima ed ormai antica storia del detective turco Kemal Kayankaya scritta dal compianto Jakob Arjouni. In fondo, di sicuro poco riuscita, una prova poco seriale di Petricia Cornwell, che nella sua serie maggiore è invece di mio sicuro gradimento.

Jakob Arjouni “Fratello Kemal” Corriere Noir 17 euro 8,90

[A: 25/11/2022 – I: 19/03/2026 – T: 20/03/2026] - &&   

[tit. or.: Bruder Kemal; ling. or.: tedesco; pagine: 246; anno 2012]

Avevo letto esattamente trenta anni fa il primo episodio della breve ma interessante serie scritta da Jakob Arjouni intorno al personaggio del detective privato Kemal Kayankaya. Ed ora chiudo il cerchio leggendone l’ultimo nonché quinto episodio. Non una saga imperdibile, ma di sicuro interessante per l’autore e per i temi toccati.

Jakob Michelsen è il nome originario dello scrittore tedesco, che poi, da un certo punto in poi della sua vita si firma Jakob Bothe, utilizzando il nome della madre, non volendo avere presunti vantaggi dal fatto che il padre è un noto drammaturgo. Quando comincia a pubblicare seriamente i suoi scritti, adotta invece il cognome della prima moglie, Kadisha Arjouni. E questo sarà il nome con cui viene conosciuto nel mondo letterario.

Dopo le prime tre uscite di Kemal, dall’85 al 91, fa passare dieci anni per il quarto episodio. E poi altri dieci per quest’ultimo, scritto quando già sapeva di avere un male incurabile. Sarà poco dopo l’uscita del libro che, a soli 48 anni, muore di cancro al pancreas. Ma in questo momento di scrittura c’è molto dell’urgenza di un messaggio e della dolenza di una fine vicina.

Come disse un critico più di dieci anni fa, ci sono persone che non dovrebbero morire, in genere, e soprattutto non morire giovani. Giovani come Jakob, che neanche ventenne, con il suo primo libro, in pratica inventò un filone, che venne battezzato “etnothriller”, dove si mescolava il giallo con tematiche molto legate al territorio. Non solo, ma questi scritti erano anche ironici.

Le storie di Kemal Kayankaya cominciano nei quartieri a luci rosse di Francoforte, dove Kemal si muove per necessità più che per scelta. Con una contraddizione immediata: ha un nome turco, ma è stato adottato, e parla solo tedesco. Nel corso dei decenni, la sua posizione si evolve e matura, tanto che qui, nella sua ultima storia, ha praticamente messo la testa a posto. Vive con Deborah, ex-prostituta uscita dal giro ma non pentita, che ora gestisce un ristorante biologico. Inoltre, lei e Kemal pensano sia il caso di fare un figlio. Quale miglior espressione di fiducia nel futuro che pensare ai figli mentre Jakob sa che la fine è vicina!

Per chi non avesse a menadito in mente le storie di Kemal, diciamo subito che oltre a Deborah, gli sono accanto, aiuti e sodali, un ex-spacciatore, Slibulsky, che ora gestisce con successo un furgone itinerante di gelati e il detective di polizia in pensione Theobald Löff.

In quest’ultima storia due filoni sembrano partire indipendenti per poi legarsi, e sciogliersi magari tutti insieme. Da un lato c’è una signora molto “su” Valerie de Chevannes (anche se Kemal sospetta abbia fatto la vita in gioventù) che ingaggia Kemal per riportare a casa la figlia Marieke. Costei si era allontanata da casa subornata da quello che considerava il suo fidanzato, il fotografo turco Erden Abakay. Ma Marieke non sapeva che Erden aveva prima tentato con la madre (senza successo). Inoltre Erden è un noto spacciatore, e convince Marieke a prostituirsi per lui.

Prima che avvenga l’irreparabile, Kemal irrompe sulla scena, salva Marieke da un cliente sgradevole, prende a pugni Erden legandolo al termosifone, per poi consegnarlo alla polizia. Mentre porta Marieke in famiglia, consegnandola al padre, un pittore olandese assi determinato.

Nel mentre succede tutto questo, Kemal viene anche ingaggiato da una casa editrice per fare la guardia del corpo ad uno scrittore marocchino, Malik Rashid, autore del libro “Il viaggio al termine dei giorni” (libro su cui torneremo), dove narra di un commissario marocchino che si scopre omosessuale. Una tematica non certo gradita agli integralisti. In particolare allo sceicco Hakim, gestore anche lui di un bel traffico di droga, e nello specifico anche zio di Erden.

Così le storie si intrecciano. Mentre Erden va in prigione, Hakim cerca di convincere Kemal a togliere le accuse al nipote, rapendo lo scrittore. Cosa che, una volta sciolti tutti i misteri, si rivelerà una forte trovata pubblicitaria proprio per le vendite del libro osteggiato. Non solo, ma liberando Malik, Kemal trova in modo di mettere in condizione Erden di avere una sua punizione, giusta o sbagliata che sia, ma io non entro nel merito.

Con il suo stile scanzonato, Jakob colpisce tanti bersagli, sin dal primo libro, e con questo i bersagli diventano ancora più evidenti. Si capisce che fin dalla fine dello scorso secolo, c’è sempre più un razzismo strisciante, in Germania ma non solo. Ma non solo di razzismo si parla, che Jakob colpisce il finto nazionalismo, l’immigrazione sregolata ed affidata alle mafie, la criminalità organizzata che si infiltra ovunque, fin nei piani di potere della società. Ripetendo, in forma di romanzo, quel che diceva Sciascia: “Io lo so, ma non ho le prove”.

Un ultimo elemento, proprio per sottolineare lo stile ironico di Arjouni. Il titolo del libro scandaloso non è che per caso vi ricorda un vecchio e ben noto libro francese? (Non vi faccio impazzire: io penso a Louis-Ferdinand Céline ed al suo “Viaggio al termine della notte”)

Olivier Truc “La Montagna rossa” Marsilio euro 13 (in realtà, scontato a 11,70 euro)

[A: 30/08/2022 – I: 20/03/2026 – T: 23/03/2026] - && e ½

[tit. or.: La montagne rouge; ling. or.: francese; pagine: 495; anno 2016]

Siamo al terzo episodio della saga lappone del francese Olivier Truc. Dove facciamo subito due precisazioni per chi non avesse seguito le puntate precedenti. La indico come “saga lappone”, anche se questo è il termine dispregiativo usato verso questo popolo dai “civili” svedesi. Sarebbe corretto indicarlo con il termine da loro usato, cioè “sami”. La seconda è che Truc è sì francese, ma vive ed ha vissuto a lungo in Scandinavia, diventando un profondo conoscitore delle tradizioni locali.

E proprio delle tradizioni e della storia e delle implicazioni culturali e territoriali, che questa stori dà il meglio di sé. Perché sul lato noir o simili è da un lato carente e dall’altro assente.

Come primo elemento introduttivo, poi, ricordiamo che quella che seguiamo è la “polizia delle renne”, un corpo sovranazionale che si occupa di tutti i crimini connessi con le renne e dintorni. In questa polizia, i nostri protagonisti sono Klemet Nango, un mezzosangue sami, e Nina Nansen, svedese ma molto empatica sia con i sami che con Klemet.

Essendo un corpo di polizia molto attento ai problemi del cuore della nazione sami, i nostri fino ad ora erano di stanza a Kautokeino, in Norvegia. Ma, per una serie di motivazioni legate anche alla transumanza delle renne, in questo settembre piovoso vengono inviati in missione semi-permanente a Funäsdalen, in Svezia, a ben 16 ore di macchina dalla loro base.

Qui si trovano ad affrontare un problema spinoso e molteplice. I millecinquecento sami locali stanno effettuando la conta e l’eventuale macellazione delle renne in sovrannumero (il numero delle renne è calmierato per non incidere sull’ambiente). In questo lavoro, si scontrano con i trecentomila boscaiolo svedesi locali, che volendo disboscare la zona, rischiano di affamare le renne rimaste. Tutto ciò aggravato dal contenzioso di base, che si sta sviluppando anche in una battaglia legale.

Entrambi i gruppi etnici ritengono di essere gli originari del luogo, e quindi di avere conseguentemente il diritto di decidere per primi. In tutto ciò, nella zona “rennifera” viene trovato uno scheletro umano senza testa. È questo il motivo principe dell’intervento di Klemet e Nina, che devono per prima cosa capire chi e come è morto il cadavere.

Ben presto si scopre che è uno scheletro del diciassettesimo secolo. Quindi, se fosse sami, i nostri avrebbero vinto la causa. Ma per trovare la corrispondenza con quanto supposto bisogna trovare il cranio. Ed è qui che si innesta un ulteriore e pesante filone. Pare che ci sia, in Scandinavia ma anche in altre zone europee, una ricerca assai remunerativa di tali crani.

Tant’è che ci imbattiamo in uno strano antiquario, Bertil, che comanda a bacchetta un’arzilla vecchietta, Justina, che, seguendo le sue direttive, insieme ad altrettante signore anzianotte, non si perita di rubare in musei ben individuati, crani che Bertil poi piazza sul mercato nero. I nostri, quindi, passano dall’analisi del cadavere, alla ricerca dei crani mancanti ed alla caccia alla banda di Bertil.

Laddove, tra antiquari poco raccomandabili e presunti esperti di cultura sami, si scopre un sotto filone che porta ad una parte di romanzo interessante e durissima. Che a partire dalla Seconda guerra mondiale, sotto la spinta dell’eugenetica nazista, anche i “puri” svedesi adottarono una politica di eliminazione delle minoranze considerate deviate. Così, tramite pareri psicologici condiscendenti, vengono emarginate grosse fette di popolazione. Motivi? Generalmente futili. Una persona viene sterilizzata a forza perché “non ricordava a memoria il catechismo” in quanto soggetta a casuali crisi epilettiche.

Comunque, mettendo ovviamente anche in discussione le proprie identità, sia quella svedese di Nina a confronto della politica di sterilizzazione forzata portata avanti dalla Svezia dal 1934 al 1975 (leggete bene questa seconda data) e che ha portato all’intervento chirurgico pare su più di sessantamila individui. Sia quella sami di Klemet, laddove si rende conto che la sua idea di “purezza” è inquinata da comportamenti individuali fortemente deviati.

Tutto avrà una fine, e noi raccoglieremo le piccole gesta di Klemet e Nina, sapendo che hanno fatto tutto il loro lavoro al meglio. Sapremo anche quasi tutto quello che è successo. Certo non chi ha ucciso e come il povero cadavere del Settecento, con un libro che alla fine, è più un viaggio etnico che un’indagine poliziesca.

Visto infine che sono sempre molto critico verso le edizioni nostrane devo dire che un punto per aver mantenuto il titolo originario ed un altro per una traduzione che scivola nella lettura con grande agilità.

Patricia Cornwell “Al buio” Mondadori 7,90 euro

[A: 09/02/2026 – I: 25/03/2026 – T: 26/03/2026] &

[tit. or.: The Front; ling. or.: inglese; pagine: 158; anno 2008]

Per completezza di letture e di critica agli autori, avendo Mondadori deciso di pubblicare uno dei pochi libri di Patricia Cornwell non presenti nella mia biblioteca, ho pensato, anche se non ero convinto, di leggerlo abbastanza presto. Anche perché, a suo tempo, avevo letto il primo episodio della serie imperniata sul detective mulatto Winston Garano detto Win. Pur con un giudizio negativo, anche se con riserva.

Giudizio che devo dire si ribadisce e si aggrava, in questo secondo e finale episodio. Non era una trama felice, questa idea di una ventina di anni fa. Patricia aveva già pubblicato 14 romanzi con Kay Scarpetta, inframezzati con episodi della coppia Hammer & Brazil (anche questa di poco respiro abbandonata dopo tre romanzi). Fortunatamente, dopo questi due poco riusciti di Garano, la nostra Kay compare in altri 15 libri, portando la serie maggiore quindi quasi alla soglia delle trenta uscite.

Qui, la storia si ingarbuglia sin dalle prime battute. Viene subito in primo piano Monique Lamont, sostituto procuratore, che coinvolge Win in un vecchio caso non risolto. Dove c’è una giovane inglese cieca, Janie Brolin, uccisa e stuprata nel 1962. Dopo tanto tempo, alcuni indizi all’epoca ignorati, sembrano portare questo omicidio sulla scia di un’ondata di violenza dei primi anni Sessanta, ad opera di un misterioso serial killer indicato con l’appellativo di “lo strangolatore di Boston”.

Monique ha un rapporto molto ambiguo con i protagonisti della vicenda. Con Win, che nel primo episodio le ha salvato la vita, ma che proprio per questo lei cerca di mettere in difficoltà per non sentirsi in debito. Con Stump, l’agente che gestisce la task force interpolizia di Watertown, un coordinamento chiamato “The FRONT”, un tempo molto amica di Monique, ma poi allontanatasi dopo un incidente che le costò l’amputazione di mezza gamba.

Inciso: al solito l’autrice aveva indirizzato il lettore proprio su questa task force, utilizzandola come titolo, mentre in Italia, al solito senza motivazioni apparenti, viene rinominata “Al buio”, sia per sottolineare come, per quasi tutto il romanzo, Win non sappia che pesci pigliare, sia perché la morta, essendo cieca, era “al buio”. Cercando di farci passare sottogamba l’uccisone del di lei fidanzato, avvenuta poco dopo e a poca distanza, con un investimento ed un passaggio reiterato della macchina sul corpo del ragazzo.

Insomma, Monique cerca solo un po’ di risonanza mediatica, visto che a breve ci saranno delle elezioni cui lei intende partecipare. Fatto sta che, con il passare delle pagine, l’unica notorietà che si merita per me, è un posto in pole position nella graduatoria dei personaggi antipatici.

Comunque c’è tutta una involuzione della trama intorno a sé stessa. Compaiono personaggi eccentrici, come una ragazza vestita in modo che definirei fantasioso, un giovane che, per motivi all’apparenza ignoti, camuffa potenziali articoli giornalistici, in pezzi da pochi soldi per un giornale scalcinato, fino ad un’organizzazione che sembra abbia la sua maggiore occupazione nel gestire aiuti per bambini rumeni in difficoltà.

Detto poi che compaiono Scotland Yard, visto che la vittima è inglese, la nonna di Win, la simpaticissima Nana, che non la smette di operare incantesimi, e di mettere in guardia il nipote, in base a sue stravaganti premonizioni, nonché un’organizzazione mafiosa che compie omicidi a destra e a manca, pur se essi stessi vengono presentati in maniera soft noir, il romanzo scivola verso la fine senza che aumenti di un briciolo il coinvolgimento del lettore.

Certo, alla fine il mistero della morte di Janie viene svelato e risolto, per trascinarci poi in una serie di inutili pagine che mettono in campo un’agente FBI sotto copertura, le performance sessuali di Monique con un (forse) minorenne, nonché l’idea che tra Win e Stump possa nascere qualcosa più di una simpatia.

Una nota finale che poteva servire a Patricia per imbastire in nuovo episodio della serie. Scritto che fortunatamente non ha visto la luce, lasciandoci ormai “al buio” da diciotto anni su cosa possa aver fatto dopo Win Garano.

Quindi, in questa sarabanda di personaggi dalla poca credibilità, di storie lasciate un po’ per aria, nonostante la normalmente buona penna della scrittrice, un sol grido si leva dai nostri cuori: potete evitare di perdere tempo leggendo questo libro. Mi sono sacrificato io per voi. Voi potete esimervi.

John Banville “Delitto d’inverno” Repubblica Essenza Noir 18 euro 8,90

[A: 23/10/2022 – I: 09/05/2026 – T: 11/09/2026] - && e ½

[tit. or.: Snow; ling. or.: inglese; pagine: 332; anno 2020]

Banville è un fine scrittore irlandese, che ha da poco doppiato il capo degli ottanta, e che ha sempre scritto, non in maniera forsennata, ma in modo sempre ragionato, fin dalle sue prime uscite agli inizi degli anni ’70. Ed è sempre stato molto attento alla scrittura, dato che per lunga parte della sua vita si è guadagnato lo stipendio come giornalista (prima in testate irlandesi, poi anche su “The New York Review of Books”.

Ho letto qualcosa dei suoi romanzi, ma soprattutto ho praticato il suo lato giallo. Infatti, per avere più libertà espressiva, dal 2008 al 2015 pubblica una serie di romanzi gialli con al centro un anatomopatologo, Quirke, ma pubblicandoli con lo pseudonimo di Benjamin Black. Solo dopo il quinto romanzo ha continuato a scriverne, questa volta con il suo nome.

Ha scritto anche altro nel periodo, con la capacità da scrittore consumato, di ambientare tutto in un posto a lui ben noto, la contea di Wexford in Irlanda (dove lui è nato), e quindi facendo in modo che direttamente o trasversalmente, i personaggi eminenti del luogo, ed in particolare quelli legati al crimine, entrino ed esano dalle trame.

Così è per Quirke che nella prima uscita (“Dove è sempre notte”) è da poco vedovo e segue un caso, a lui molto vicino, in un’epoca che si aggira nei primi anni Cinquanta. Qui siamo nel 1957, Quirke, in romanzi che non abbiamo letto, si è di certo evoluto, tanto che quando l’ispettore protagonista chiede di lui, gli viene detto che non c’è in quanto è in viaggio di nozze.

Lo stesso ispettore, inoltre, in un di poco precedente libro (“Le ospiti segrete”) ambientato nel 1939, da giovane poliziotto, deve far da “balia” alla principessa Elisabetta ed alla sorella. Ora, passati diciotto anni, si dice che l’ispettore Strafford ha trentacinque anni, che è appunto diventato ispettore, e viene coinvolto, da Dublino dove è di stanza, in un giallo che proprio a Wexford ha i suoi momenti salienti. Non solo, ma nel romanzo successivo (“Il dubbio del killer”) Quirke e Strafford lavoreranno congiuntamente (anche se non ve ne dico nulla di più).

Anche questo testo, in ogni caso, è una tipica espressione della scrittura di Banville, in qualsiasi forma si esprima. È generalmente lento, di certo aggiunge rami collaterali alla storia principale, rami che spesso sono più interessanti, problematicamente, della storia narrata. E sempre torna a parlare della sua terra e dei suoi problemi, magari inserendo qualche bella descrizione dei paesaggi rurali e delle cittadine irlandesi.

Qui, tanto per andare al punto, è sempre focalizzato sul rapporto/scontro tra cattolici e protestanti, uno dei motivi sempre presenti nella prosa degli irlandesi di spicco, specialmente nei moderni. In particolare qui, che ci muoviamo nel ’57. Intanto, il morto, ucciso ed evirato, è un prete cattolico, padre Tom. Ucciso nella casa di uno dei maggiorenti locali, il colonnello Osborne, protestante. Poi, l’ispettore Strafford è anch’esso protestante, cosa abbastanza anomala che la polizia irlandese è quasi tutta di religione cattolica. Potete capire presto che la religione occupa un suo spazio non banale nel testo.

Come anche l’attrito perenne delle classi sociali, che i benestanti prendono il tè nero, e le classi medie con zucchero e “di latte, un velo” (citazione da “Asterix e i Britanni”).

Comunque, essendo la religione legata alla politica, scopriamo che padre Tom è figlio di un rivoluzionario sodale di Michael Collins, l’eroe dell’indipendenza irlandese. Cosa che aggiunge rami incandescenti al testo. Legati, come spesso accade nel mondo anglosassone, agli abusi sui minori. Abusi subiti, da padre Tom. Abusi, ma lui parlava di momenti sublimati, inferti da padre Tom ad altre persone.

Dove poi c’è tutto il mondo che ruota intorno agli Osborne: il colonnello inflessibile, Syliva, la seconda moglie, che la prima è cascata dalle scale ubriaca (cascata?), scale dove anche padre Tom ruzzola, forse già morto, ed i figli del colonnello, Dominic, il maschio, un po’ defilato e forse anche lui abusato o quasi, ma probabilmente in altri contesti, e Lettice, la femmina, giovane e ribelle, tanto da farsi espellere da scuola, e da trovare il modo di sfogare la sua sessualità con lo stalliere di casa, il forse poco acuto Fonsey, ma di sicuro anche lui problematico in molte forme. Senza esentare dalla cerchia dei possibili coinvolti nella vicenda come il fratello di Sylvia, poco raccomandabile, sempre alla ricerca di un finanziamento per entrare nel mondo dei cavalli (altra passione delle classi bene locali). O come il medico che cura Sylvia bombardandola di psicofarmaci, o la governante, Mrs. Duffy, sempre scontrosa e parca nei commenti, ma dura nell’atteggiamento verso tutti i poliziotti.

Strafford, muovendosi alla Maigret, arriva a spiegare tutti i dettagli della vicenda, anche facendo alterare di brutto l’arcivescovo cattolico che voleva insabbiare tutto. Perché i dettagli scabrosi non devono apparire. Come noi ci aspettavamo, tuttavia, c’è una coda, che si svolge nel 1967, e che da un colpo di coda inaspettato ma logico a tutta la vicenda.

Non sono mai stato tenero con Banville, ma questa prima (per me) storia con l’ispettore Strafford mi è sembrata migliore di altri suoi scritti. E poi, Strafford di nome fa St. John (anche se in irlandese si pronuncia “sijun”).

Prima trama del mese, quindi ecco i quindici libri di marzo, illuminati da uno splendido Vasilij Grossman, seguito a ruota da due autori del mio cuore, Joël Dicker e Julian Barnes. In fondo, con grande dispiacere, due mal riuscite prove di Patricia Cornwell.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Elizabeth George

Una cosa da nascondere

TEA

15

3

2

Patricia Cornwell

L’isola dei cani

Mondadori

s.p.

1

3

Vasilij Grossman

Vita e destino

Adelphi

16

4

4

Joël Dicker

La scomparsa di Stephanie Mailer

La Nave di Teseo

s.p.

3,5

5

You-Jeong Jeong

Le origini del male

Repubblica Essenza Noir

8,90

1,5

6

Julian Barnes

Partenze

Einaudi

s.p.

3,5

7

Viveca Sten

Questa notte morirai

Feltrinelli

12

2,5

8

Ilaria Tuti

Figlia delle cenere

Repubblica

8,90

2

9

Pedro Zarraluki

Il piacere e la noia

Neri Pozza

s.p.

2

10

Jakob Arjouni

Fratello Kemal

Corriere

8,90

2

11

Olivier Truc

La Montagna rossa

Marsilio

13

2,5

12

Seiko Hito

Radio Imagination

Corriere Giappone

8,90

2,5

13

Patricia Cornwell

Al buio

Mondadori

7,90

1

14

Miyashita Natsu

Un bosco di pecore e acciaio

Corriere Giappone

8,90

2,5

15

Alessandro Reali

Il fantasma di San Michele

Corriere Gazzetta II

7,99

2

Per i miei florilegi settimanali, questa volta ci rivolgiamo a romanzi assai solidi, e con molti pensieri che suscitano alla mente.

Il primo, sempre per me legato alle liste del suo “Alta fedeltà”, è Nick Hornby ed il suo “Tutto per una ragazza”.

Pensieri sui figli: “Si ha l’impressione che i figli facciano sempre meglio dei genitori … nella nostra famiglia tutti inciampano sempre sul primo gradino.” (17) e “Padre: Mica tutto quello che diciamo o facciamo mira a distruggerti la vita, sai? Qualche volta, molto raramente, cerchiamo di pensare al tuo bene. Figlia: Molto raramente! Padre: Ero sarcastico. Figlia: Io no.” (172).

Pensieri sull’amore: “Se qualcuno ti dice che ti ama, sei obbligato a dirglielo anche tu, no?” (47).

Ma soprattutto una micro-riflessione che illumina molto i personaggi pubblici ed i razzisti senza pensieri: “Se dici qualcosa di razzista senza riflettere evidentemente sei un razzista. Perché significa che per non dire cose razziste devi pensarci in continuazione.” (218)

Passando in Scozia, c’è un altro mio nume tutelare, Alexander McCall Smith ed il suo “Semiotica, pub e altri piaceri”.

Anche qui, alcune riflessioni sull’amicizia: “Il senso di libertà in un’amicizia spesso aggiunge una certa leggerezza a cose che altrimenti potrebbero pesare.” (41) e “Non è facile accettare la bassa stima che gli altri hanno di noi.” (158)

Qualcosa sull’amore: “Aveva dato per scontato che una persona di sessant’anni non si potesse innamorare: ridicolo … una vera e propria discriminazione contro gli anziani.” (103) [una frase da incorniciare] “Forse lui le piace davvero… Dieci anni non sono un divario eccessivo.” (243) [anche questa].

Finendo con una riflessione personale: “Nei libri non sempre ci sono le risposte, sai. A volte si limitano a porre le domande.” (117)

Per terminare con il “Ritratto di gruppo con assenza” di Luis Sepulveda, la cui lapidari frase mi è tornata in mente al funerale del mio amico Gianni Mattioli: “Cos’è successo nell’animo di quel pugno di persone che hanno dato tutto e quel tutto gli è sembrato ancora poco.” (56)

Allora come sono tornato, ed abbiamo ripreso a macinare. Macinare l’organizzazione campagnola, le ultime ma non meno faticose propaggini marine, le speranzose idee di ulteriori e prossimi riposi. Ma tutto ciò avrà il suo tempo ed il suo luogo. Quindi, per ora, ancora una volta vi abbraccio.