È vero, non sono un amante dei testi “montuosi”, non sempre (o forse quasi mai) riesco ad entrare in sintonia. Qui, tuttavia, abbiamo forse qualche esempio che ci trascina verso dirupi e non verso le alte vette. Quattro testi che, messi insieme, riescono a stento ad ottenere un punteggio da classico Simenon. Eppure c’è Mario Rigoni Stern, che in genere, pur avendo scritto poco, ha sempre messo bei punti nel suo bagaglio. Purtroppo, ci sono anche Claudio Morandini, che non mi ha convinto, e soprattutto Enrico Camanni, che scrive romanzi che altri considerano gialli, ma che, per come conosco io il genere, ne sono lontani anni luce.
Claudio Morandini “Le pietre” Repubblica Montagna euro 9,90
[A: 01/08/2021 – I: 07/02/2025 – T:
10/02/2025] &
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 174; anno:
2017]
Claudio Morandini è un autore che non
conoscevo e che alla fine mi porta due buoni risultati positivi extratestuali
ed uno negativo. Per i primi, non posso che essere contento che ci sia uno
scrittore nato l’8 maggio di non importa quale anno, ma sempre un giorno dopo
di me. Inoltre, ho sempre avuto un buon rapporto (a volte forse conflittuale,
ma positivo) con gli insegnanti di lettere (sia in attività che a riposo). In
questo penso che il mio amico PV possa concordare. Mentre, sul testo, sono
dispiaciuto di aver trovato un tipo di scrittura che non è nelle mie corde.
Ovvio che non è che tutti quelli che scrivono
debbano scrivere in modo piacevole per me, ma ci sono diversi gradi di
approccio al testo, e ci sono scrittori la cui scrittura mi è confidente in
toto, altri che a mano a mano se ne allontanano, fino ad arrivare a tipi di
scrittura in cui la mancanza di sintonia, me li fa sentire altri da me.
Morandini, sulla cui bravura non entro in
merito, essendoci recensioni che meglio di me ne parlano, è in questo filone.
Ed in un filone che corrobora il fatto che la collana dedicata alla montagna,
spesso, porta risultati che non mi convincono. È stato un tentativo di
conoscenza, e come tale non lo rinnego, come non rinnegherei se venisse
ipotizzata una collana marina invece che montuosa. Ma alla fine, non mi sta
dando nuovi motivi di scoperta.
La trama in cui ci porta l’autore è in realtà
decisamente scarna, entrando, inoltre, in un fantastico – onirico di cui ho
apprezzato alcuni rivoli laterali, non il nucleo centrale. La storia nasce nel
villaggio alpino di Sostigno, dove nella villa dei coniugi Saponara, in
particolare in una stanza, cominciano a materializzarsi delle pietre. Fin da
subito, tutto il paese, si pone domande perché proprio lì. È forse il
territorio alpino che si rivolta verso chi, pur trasferitosi nella valle,
capisce poco dei monti e delle montagne. Oppure, sono gli abitanti della valle
che, non accettando l’ingresso di non valligiani, usano mezzi strani per
disorientarli. O ancora più subdolamente, magari sono gli stessi Saponara gli
artefici della “pietrificazione”.
Fatto sta che questa iperattività minerale,
visto che le pietre cominciano ad aumentare di numero, costringe sempre più
frequentemente gli abitanti a spostarsi nel vicino e meno montuoso villaggio di
Testagno. Anche se questi spostamenti non favoriscono l’attività dei
valligiani. Certo non quella dei Saponara, che sempre più con difficoltà
possono esercitare la loro attività di sostegno scolastico, essendo entrambi
professori in pensione.
Mentre poi, in vario modo, i sostignesi
cercano di spiegare o risolvere lo scompiglio delle pietre, che con l’andar del
tempo, diventano anche più cattive, c’è chi ne approfitta per trovare soluzioni
creative ed a volte lucrative.
Come il trio Giacometti, Tarella e Cappon che
si inventano una ditta che lavori dragando il fiume, con l’idea che le pietre
siano detriti fluviali. Impresa che naufraga ben presto tra fiumi riottosi e
pietre dispettose. O come don Danilo che vede nelle pietre l’incarnazione del
Male assoluto che colpisce gli uomini indistintamente, senza nessun concetto di
giustizia.
In un certo senso, più che la descrizione di
come i locali affrontino le pietre, lottando o convivendoci, il punto centrale
del romanzo è quando l’autore si butta a capofitto nelle discordanti congetture
che escono fuori per spiegare il mistero. Così che Morandini ci va elencando un
nutrito campionario umano, tra superstiziosi, scettici, ottimisti, fino ai più
“acuti” scienziati che tentano di arrivare a conclusioni oggettivi e probanti.
Inutilmente.
Non si riuscirà a venire a capo del mistero.
Ed all’autore, in realtà, non interessa. Le pietre sono messe lì, come elemento
di disturbo. Lui non sa, non ha interesse, a spiegarne la nascita ed i perché.
È solo un mezzo per creare scompiglio e poi analizzare i comportamenti umani.
Anche se, e ce lo dice in nota, ed io ne ho
trovato traccia in rete, l’idea potrebbe esser sorta dalla lettura di un
documento dei primi del secolo scorso. Un articolo riportato da Luisa Sasso
narra di una storia a sua volta descritta da un prete, don Grat Vesan,
offiziante nell’aostano, che parla di uno strano fenomeno di “pietre che
colpiscono” avvenuto nella cittadina di Issime, paesino che si trova sulla
strada di montagna che collega Pont-Saint-Martin a Gressoney-Saint Jean. Un
fenomeno che cominciò il 5 settembre 1909 per terminare il 28 settembre. In uno
chalet, delle pietre cominciarono a colpire le vacche e i valligiani. In
particolare, lo chalet era quello di proprietà di tal Édouard Stévenin.
Il curato, preoccupato, chiese all’arciprete della valle, Cyprien Gorret, di
fare un esorcismo. Cosa che avvenne il 26 del mese. Caddero alcune pietre,
circa cinque, nei due giorni seguenti. Poi mai più, ne allora ne dopo.
Da quest’idea bislacca, Morandini prende il
via per il suo racconto fantastico, senza spiegazioni, come detto prima e come
fece cent’anni fa il curato. Ma l’idea non mi ha preso, neanche come curiosità
da racconto davanti al camino. Ed il modo in cui la porta avanti e la conclude
l’autore non mi ha dato molti spunti in più.
Mario Rigoni Stern “Le stagioni di Giacomo”
Repubblica Montagna 7 euro 9,90
[A: 01/05/2021 – I: 28/02/2025 – T:
02/03/2025] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 189; anno:
1995]
Ma,
come detto, Rigoni è anche cantore della sua terra, di quell’Altopiano dei
Sette Comuni, che fan riferimento alla sua città natia, Asiago, e per la quale
ha scritto quella che viene chiamata “Trilogia dell’Altipiano”. Una trilogia
che comincia con "Le storie di Tonle" (1978), ambientato negli
anni precedenti la Prima Guerra Mondiale, prosegue con "L'anno della
vittoria" (1983), ambientato al termine della Prima Guerra Mondiale, e
termina con questo "Le stagioni di Giacomo", ambientato nel primo
dopoguerra, ma che si estende fino alla Seconda, quasi a fare un prologo al
“Sergente nella neve”.
Le storie sono sempre della gente
dell’altopiano e dei diversi modi che deve escogitare nel corso degli anni, non
per vivere, ma solo per sopravvivere. Qui l’autore ci racconta, attraverso la
storia di Giacomo, i cambiamenti subiti dalla montagna dopo la guerra. E i
conseguenti cambiamenti che anche i montanari hanno dovuto escogitare per
continuare a vivere.
La storia è in realtà un lungo flashback, che
inizia nel 1928 nel primo capitolo e termina quando, nel 1941, Giacomo, il
protagonista, e Mario, il narratore, si vedono per l’ultima volta. Dopo c’è
solo l’annuncio che Giacomo, disperso, è probabilmente morto in guerra. Lì, le
sue stagioni sono ormai finite. Tredici anni che sono scanditi dalle attività
che i montanari intraprendono per vivere, dal loro modificarsi per adattarsi
agli eventi, contrappuntati dalle vicende della Storia, dalle intemperanze del
Fascismo che viene ogni volta a sconvolgere la possibile vita locale. Non
facile, ma possibile.
Eponimo, l’esempio dello sciopero contro
l’introduzione forzata delle vacche svizzere a scapito delle razze autoctone.
Vacche volute dal prefetto fascista, in base, di sicuro, a tornaconti
personali. Uno sciopero compatto ma risibile, tant’è che le vacche verranno e,
come dicevano i valligiani, serviranno ad impoverire la tempra delle locali
razze montane.
Diciamo di Mario come narratore, ma è
un’imprecisione. In realtà, il narratore è esterno e onnisciente, ma l’autore
mette in piazza il sé stesso Mario come partecipante alla trama, facendoci
capire che le vicende sono quelle vissute anche da lui, e di cui lui è stato
testimone.
Il dopoguerra è pesante, per chi ha poca
dimestichezza con la modernità che stava avanzando, e nessuna voglia di
piegarsi alle regole fasciste. Per questo il padre di Giacomo emigra per
lavorare in Francia, cosa che non sempre gli riuscirà. Mentre Giacomo fa mille
mestieri, tra cui l’aiuto in una fabbrica. Dove quasi involontariamente,
partecipa ad una giornata di sciopero con rivendicazioni che saranno ritenute
giuste e parzialmente applicate dalla classe dirigente.
Purtuttavia, non si sciopera nel fascismo,
così Giacomo è comunque licenziato, non trova altri lavori, e si trova
costretto a fare il “recuperante”. Un mestiere tipicamente post-bellico e nato
nelle zone di guerra. Zone dove Giacomo si reca per cercare cartucce,
pallottole, residui metallici e materiale esplosivo che può essere rivenduto
per pochi spiccioli. Un mestiere molto rischioso, ma per molti l’unica
possibile fonte di reddito.
E sarà sempre per quello sciopero che gli
verrà negato l’ingresso nei Forestali, un’attività che sarebbe stata consona a
tutto il suo modo di vivere. E sempre per lo sciopero, lui che doveva entrare
negli alpini, viene invece mandato in Fanteria sul Fronte Russo da dove, come
detto, non tornerà. Eppure Giacomo si era fatto Barilla, avendo in cambio un
completo da sci, e con gli sci si era anche distinto, fino però a dover
abbandonare sci e studi per sostentare la famiglia. Il narratore/Mario
attraverso le stagioni di Giacomo ci fa seguire i dolorosi anni della
ricostruzione post-bellica. E parlando di Giacomo, e dei suoi paesani, ce li fa
conoscere come membri di una comunità locale, che sarebbe potuta rinascere,
senza quegli ottusi interventi esterni.
Rigoni ci fa vedere Giacomo con la sua Irene,
sulle mulattiere, fermarsi alle malghe, guardare i suoi monti. Ci fa seguire le
stagioni spensierate, per chiuderle con quel grido di dolore che chiuse la vita
di Giacomo e di tanti altri.
Seppur scritto con bella capacità e con una
giusta dose di sotterranea indignazione per tutto quanto si è riuscito a
distruggere in quei tempi, rimane tuttavia un libro abbastanza datato. Nei temi
e nella scrittura. Pur ponendo domande giuste (ed irrisolte) scorre poco.
Enrico Camanni “Una coperta di neve”
Repubblica Anima Noir 28 euro 8,90
[A: 31/12/2021 – I: 23/11/2025 – T:
25/11/2025] &
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 270; anno:
2020]
Sono rimasto molto deluso (ed è questo uno
dei motivi del basso gradimento) che questo romanzo si può classificare
ovunque, in qualsiasi genere, sottogenere o altro, meno che nella categoria dei
gialli. C’è un dubbio, c’è un mistero, ci sono (forse) anche dei morti, ma un
giallo, un noir, un thriller è fatto di altro.
Per questo, benché inopinatamente gli editor
di Repubblica inseriscano questo scritto di Camanni tra i gialli, io non posso
che tramarlo nella sua giusta collocazione, insieme agli altri libri della
collana dedicata alla montagna. Dove, tra l’altro, Camanni merita di stare e
con ragione, vista la sua pluriennale esperienza dedicata al mondo delle
montagne, ed alle Alpi in particolare. Non ripercorrerò la sua sterminata
produzione libraria, ma il suo è un nome affidabile per la gestione della vita
in salita (verticale).
Dirò soltanto, e sono pensieroso per questo,
che questo libro, nelle manchette editoriali, risulterebbe essere il quarto
volume dedicato alle indagini di Nanni Settembrini. Ora, non ho nessuna notizia
dei primi tre libri, ma se ricalcano questo, credo che le affermazioni fatte
sia un po’ fuori posto. Tra l’altro ho casualmente un altro libro di Camanni in
biblioteca, e vedremo che sorprese ci porterà.
Intanto veniamo a Nanni. È una Guida Alpina,
in particolare è anche responsabile del Soccorso alpino. È un uomo che ama la
montagna, ma, come lui stesso sottolinea, non è un montanaro. Nato a Torino da
genitori napoletani emigrati, si appassiona ben presto alle atmosfere montane,
lontano dalla città, andando a vivere ad Aosta. E non diventerà montanaro
neanche sposando una valdostana ed avendo con lei due figlie tipicamente
valdostane. Dalla moglie Clara sappiamo che si è separato. Ha un buon rapporto
con la figlia minore, Giovanna, meno con la maggiore Tiziana, anche se entrambe
sono ormai over 20. Da tempo pare che abbia anche una fidanzata in valle,
Camilla, con la quale ha un buon rapporto, anche se non completamente
disancorato da Clara, che spesso, erroneamente, torna nei suoi pensieri.
Il teatro della vicenda, come avete capito, è
la Valle, ed in particolare la zona sotto e intorno al Monte Bianco, dove, in
seguito ad un probabile innalzamento anomalo di temperatura (siamo in giugno)
un seracco si spezza, ne nasce una slavina che travolge tutto ciò che incontra.
Due alpinisti la vedono, come vedono qualcuno che potrebbe essere stato
travolto. Allarme immediato e soccorso che partono guidati dal buon Nanni.
Il cane da neve (una delle scene migliori del
libro) ritrova una donna sepolta nella neve. Che viene salvata, che rimane in
coma, che è legata in cordata, ma non c’è nessuno all’altro capo del filo.
Inoltre, quando la signora esce dal coma, non ricorda nulla, ripartendo solo
dal momento in cui è stata salvata. Qui, in un certo senso, parte quella che
potrebbe configurarsi come indagine che Nanni ed altri cercano di dare
un’identità alla donna e di ricostruire tutto quello che è avvenuto sul monte.
In questa ricerca Nanni viene aiutato da
Martina, una dei due alpinisti che avevano dato l’allarme (l’altro è inutile e
sparisce presto). Nasce quindi un po’ di tensione “sessuale”, con Camilla che è
partita per il mare con le amiche, e Nanni che viene affascinato dalla
personalità della psicologa Martina. Che inoltre usa le sue conoscenze per
aiutare la donna a riaprire le porte del cervello oscurato.
Per farla breve, le indagini di Nanni e
Martina portano alla luce oggetti, foto, forse situazioni, tali che, ad un
certo punto, nella donna si fa luce, e, non tutto e subito, ma gradualmente,
con salti avanti e indietro nel tempo, la memoria ritorna. Tornano i nomi, i
luoghi, i parenti, gli amori, le gite e tutto quanto fa sì che si possa aver
costruito una vita. E con la memoria, risolveremo anche il rebus della corda
solitaria.
Ma, ripeto, non è un giallo. È al più una
ricerca della memoria, dove, non a caso, l’autore cita in dedica Marcel Proust.
Quasi che le piccole pietre montane, la neve, le cordate, siano dele
altrettanto piccole madeleine che ci aiutano a percorrere il passato.
Comunque, con buona pace dei percorsi e degli
afflati di Nanni verso le donne, alla fine, pur ammirandone l’intelligenza,
nulla intreccia con Martina, rimanendo fedele a Camilla che ritorna e con la
quale si torna a vivere la routine della valle.
Devo dire che, come la ricerca del cane sulla
valanga, le parti strettamente montanare sono interessanti e ben scritte. Le
salite in cordata, la neve, la descrizione dei monti valdostani (che mi hanno
riportato alla nostra estate con una punta di nostalgia), ma anche i tocchi
cittadini delle cene di Nanni ad Aosta, in quella via pedonale che parte
dall’Arco di Augusto. Invece, come ci si allontana dalle montagne, il testo
latita di tensione e partecipazione. Questi due fattori uniti a quanto detto
all’inizio collocano il buon Camanni in una posizione che forse non merita. Ma
io sono uscito dal libro discretamente deluso.
Enrico Camanni “La discesa infinita”
Repubblica Essenza Noir 36 euro 8,90
[A: 01/03/2023 – I: 14/08/2026 – T:
15/08/2026] &
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 266; anno:
2021]
Seconda ed analoga delusione nel secondo
libro di Camanni che leggo.
Ripeto, come nel precedente, non sarebbe di
per sé né una brutta scrittura né una storia da buttar via. Quello che è
sbagliato è il collocamento del libro in una collana di noir. E
secondariamente, quello di sottotitolarlo “Le indagini (o Un mistero) per Nanni
Settembrini”.
Misteri, indagini ed altro, presuppongono
elementi nascosti che portino ad individuare una trama, un disegno criminoso.
O, almeno, una descrizione ambientale piena di interrogativi, e di un
personaggio centrale che guidi le danze, portandoci alla giusta conclusione, ed
all’individuazione, se non alla punizione, del o dei colpevoli.
Camanni, al solito, visto che in ogni caso è
persona di montagna, ci confeziona un discreto libro che ai monti dedica amore
e comprensione. Ed anche dolore, se pensiamo allo scioglimento dei ghiacciai e
ad altre cattiverie verso la natura. E ci restituisce anche alcuni personaggi
che con l’ombrosità montana ben si adattano.
C’è sempre Nanni, guardia forestale,
conoscitore profondo delle salite, delle discese, dei dirupi e di tutto quanto
può offrire nel bene e nel male il mondo verticale. Aveva avuto “quasi” una
sbandata nell’episodio precedente, che qui invece recupera, come recupera un
bel rapporto con la simpatica Camilla. Tanto da cominciare una vita in comune.
Un elemento che non va mai preso sottogamba. E continua ad avere anche un buon
rapporto con la figlia, tanto più che la ragazza è incinta. Meno buono, forse
pieno di rancori ignoti, quello con la ex-moglie.
Invece, da sottolineare per l’efficacia della
descrizione della discrezione della gente dei monti, il rapporto con
l’ex-suocero e quello con l’ex compagno di classe, che tra l’altro permetterà
la svolta finale al mistero che sembra (perché un mistero che non coinvolge che
mistero è?) permeare tutto il testo.
Allora, nel suo girovagare tra ghiacci e
valloni, Nanni recupera uno scarpone, un pezzo di calzettone, nonché alcune
ossa di una gamba. Ovvio che appartengano a qualcuno che non ha fatto una bella
fine, e che Nanni si ostina sin da subito a cercare di capirne l’origine. Una
serie di datazioni con gli elementi in possesso, fanno subito puntare gli occhi
a qualcosa che dovrebbe essere accaduto verso la fine degli anni Quaranta.
Sarà l’ex-suocero che indirizza Nanni ad una
guida che, nei suoi ricordi, aveva perso qualcuno in quegli anni. La guida è
morta, ma la novantenne moglie ricorda ancora qualcosa, e fornisce un secondo
indizio: c’è una foto che il marito teneva come segnalibro. Ovvio che, nella
casualità più folle cui ci sottopone l’autore, quel libro era finito tra le
mani di Nanni, che vi trova una foto di tal “Nando”. Ma più avanti non riesce
ad andare.
La svolta, anche qui di una probabilità
tendente allo zero, si ha con l’ex-compagno di scuola di Nanni che lo indirizza
ad un loro ex-insegnante, cui erano molto legati, ma di cui avevano perse le
tracce. Insegnante che ora vive in Liguria, che Nanni va a trovare e dove
riesce a scoprire tutta una serie di fatti che ci permettono, a ritroso, di
risalire tutta la china della memoria.
Ovvio che noi, essendo lettori e non essendo
Nanni, dallo scritto di Camanni già sappiamo molto, che l’autore ci ha
deliziato, inserendo flash-back, opportuni, con tutta la storia della
giovinezza e della maturità di Nando, del suo amore perduto-ritrovato Teresa,
dell’alpinismo post-bellico, delle millanterie di quella guida sopra indicata
(il Tunin, per chi voglia approfondire). Insomma anche a noi manca qualche
tassello, ma il quadro generale è ben chiaro.
Nelle more c’è anche una signora rumena che
scompare e che non si ritrova per mesi. Potrebbe essere quello il mistero?
Forse, ma l’autore ne tratta a margine, con qualche pagina per poi mollarla lì.
Come potrebbe portare ad una tragedia la scomparsa di due ragazzi
nell’imminenza del Natale. E qui, sollecitato per tempo Nanni ed il resto delle
guide alpine, si riesce a risolvere tutto senza rovinare il Natale a nessuno.
Capite bene, con tutto quello che ho narrato,
anche se non è tutto lì il testo, che non me la sono sentita di collocare
questo tra i neri italiani, preferendo colmare alcune lacune nelle narrazioni
di un’altra esimia collana di Repubblica, dedicata ai racconti di montagna.
Un plauso marginale, tuttavia, va esteso alla
parte sportiva del testo. C’è la bellissima descrizione della tappa del 10
giugno ’49, la Cuneo – Pinerolo, dove Fausto Coppi, con 192 km di fuga,
sbaraglia gli avversari, arrivando a Pinerolo con 12 minuti sul secondo
(Bartali). Teresa e Nando sono lì, a Pinerolo, a vedere l’arrivo.
C’è poco prima il ricordo della tragedia di
Superga, avvenuto il 4 maggio dello stesso anno, dove un aereo si schiantò, per
la nebbia, sul muraglione della Basilica, portando alla morte i passeggeri, 31
persone, in gran parte calciatori del Grande Torino. Un avvenimento che
permette all’autore di discettare su una diversa variante sportiva delle valli
aostane (non l’avevo detto, ma l’azione si svolge sempre vicino al Monte
Bianco). Nanni è figlio di genitori venuti dal Sud alla ricerca di lavoro negli
anni della grande immigrazione. Il padre, e tutti i suoi sodali, per devozione
rispetto al lavoro trovato, divennero tutti tifosi della Juventus di Agnelli.
Nanni, come molti dei figli degli immigrati, per contrasto, riversarono la loro
fede sul Torino.
Ribadisco, i personaggi sono abbastanza
credibili e ben delineati (in particolare Nanni e Oliver, l’ex-suocero), la
scrittura porta in sé tanti rimandi letterari di chi la carta la conosce bene.
Ma alla fine, continuo ad essere in accordo con il redattore di Tuttolibri che
con me ribadisce un buon libro, ma non un giallo.
E mi viene da sorridere se qualcuno sostiene
che sia un “giallo dell’anima”.
Stranamente, parlando di anima, mi sono
tornate in punta di penna due scritture. La prima di Paolo Flores D’Arcais con il suo “Gesù” dove, se si è stati
a Gerusalemme, si può capire la storia ed anche altro:
“La
ricerca della verità storica può essere più forte dell’obbedienza dogmatica.”
(8)
La seconda è invece una lunga striscia di
pensieri di Arturo Paoli, racchiuse in un bel libro, “La pazienza del nulla”, dedicato anche al mio amato deserto:
“Solo lì [nel deserto], lontanissimi dalla
mandria, si può rinascere come esseri coraggiosamente e personalmente
pensanti.” (VIII)
“Tutte le persone che hanno voluto incontrare
Dio veramente avevano sentito la necessità del deserto.” (5)
“Il deserto è il luogo dove non si è forzati
a scegliere, non c’è nulla da scegliere, perché lì solo il tempo avviene.” (21)
“L’uguaglianza è già tradita quando è dono
che viene dall’alto. … Gesù non ha predicato l’uguaglianza, si è fatto uguale.”
(43)
“Nelly … era capace di vivere la relazione
affettivamente senza possedere, cioè senza cercare di trattenere oltre il suo
limite, la gioia che ogni forma d’amore genera, e senza rifiutare la tristezza
che nasce quando l’amore ha superato il limite della gioia.” (47)
“Quando cade a pezzi il personaggio, non c’è
bisogno di cercare l’umiltà, basta essere veri.” (72)
“Posso fare a meno dell’amico, ma non posso fare
a meno dell’amicizia.” (74)
“Marx annotava nei suoi scritti giovanili che
non è affatto facile lasciarsi amare.” (75)
“In ogni amore – quando è vero e non è una
burla – deve potersi dire: ‘Se non ti avessi incontrato sarei vissuto lo
stesso, ma ora non posso più vivere senza di te.’” (93) [una frase che io so a
chi la dirò sino alla fine dei miei giorni]
Continuiamo a riposarci in campagna, a coltivare i piaceri dell’orto, a pensare cosa fare del resto del nostro anno di quiete. Ma soprattutto, si programma, ora, sempre e per sempre, viaggi. Personali, di cui si terrà traccia a tempo debito. Pubblici, di cui già sapete e di cui vi ribadisco il concetto, pensando solo di cantare, stonato, con Roberto Vecchioni. Spendo di avervi messo un tarlo, non posso che risollevarvi abbracciandovi.