Questa settimana, pur parlando di letteratura che guarda (che dovrebbe guardare) al futuro, non posso che pensare al mio giovanile passato, quando mi dedicai per alcuni anni solo e soltanto alla fantascienza. Or non è più quel tempo e quell’età, direbbe Carducci. Ma ogni tanto, grazie alla celebrazione Mondadori dell’anniversario della rivista Urania (più qualche altra cosa) si ritorna a guardare a quella messe di libri e a quelle grandi storie, che ogni tanto hanno prodotto cose interessanti.
Qui,
abbiamo tre Urania, di poca o nulla rilevanza più un Michael Crichton la cui
scrittura ha visto senza dubbio testi migliori.
Iain M. Banks “Pensa a Fleba” Mondadori Urania 17 euro 6,99
[A: 18/05/2022 – I: 16/08/2025 – T: 20/08/2025]
- &
[tit. or.: Considering Fleba; ling.
or.: inglese; pagine: 583; anno 1987]
Banks
in realtà scrive dieci episodi del ciclo, da questo del 1987, sino all’ultimo
“”Sonata all’idrogeno”, del 2012 ma inedito in Italia, e uscito in patria
l’anno prima della morte del quasi sessantenne scrittore a causa di un cancro
alla cistifellea. La creazione del mondo della Cultura è complessa ed
interessante, e ci torneremo, mentre diamo conto come il primo ed il settimo
episodio prendano il nome dalla quarta sezione del grande e complesso poema di
T.S. Eliot, “La terra desolata”, che appunto termina con “Tu che giri la ruota
e volgi lo sguardo al vento, / Pensa a Fleba, che un tempo era bello e alto
come te”.
Poiché
siamo al primo episodio, ci concentriamo su Fleba, e forse sul significato del
verso stesso, visto che Fleba, fenicio che trascorre la vita nel suo elemento,
le acque, nelle acque muore, purificando la sua vita trascorsa secondo la
logica del “guadagno e del profitto”. Poiché tutto il libro ruota intorno alla
figura di tal Bora Horza Gobuchul, ci aspettiamo che prima o poi Horza, come
per semplicità viene chiamato, in qualche modo muoia. E così sarà.
Questo
per dire che, benché pieno di idee, di invenzioni, di proposizioni nuove, è un
prodotto molto datato, ed anche di una profonda amarezza e mancanza di empatia.
Ci sono tanti personaggi, anche se poi ci si può concentrare su alcuni limitati
esemplari. Nessuna in fondo riesce a far breccia nelle nostre sensazioni, tanto
da farci palpitare e lottare per lui. Con un finale, seppur scontato, che non
dà spazio a prospettive future benevole.
Il
teatro della space opera è vasto come e più di tutte le galassie conosciute e
conoscibili, e si svolge nel bel mezzo di una guerra senza esclusione di colpi,
conosciuta con il nome di “Guerra Idir-Cultura” (ma su queste culture e sul
perché della guerra torneremo in seguito).
L’azione
prende il via quando una sofisticata intelligenza artificiale (denominata
“Mente”) facente parte del mondo della Cultura, fugge ad un agguato riuscendo a
nascondersi sul mondo di Schar, un pianeta ormai deserto, una volta teatro di
una guerra nucleare, e che una razza aliena e potente (che non incontreremo
mai) i Dra’Azon mantiene come memento alla distruzione, lasciandoci al
controllo un gruppo di umanoidi biomodificati, chiamati “Mutex” (“Changer”
nell’originale). Sono persone semi biologiche che possono modificare il proprio
aspetto impersonando qualsiasi altro essere.
Il
nostro eroe, Horza, è un Mutex, una volta guardiano su Schar, poi reclutato
dagli Idirani diventando un loro “James Bond”. Lo incontriamo mentre, catturato
dal controspionaggio della Cultura, condotto da Perosteck Balveda, sta per
essere ucciso, ma viene salvato da un’incursione idirana. Si salva, ma
l’astronave viene a suo volta colpita, così che lui viene catapultato nello
spazio, sperando che qualcuno lo vada a salvare.
Così
è da parte di una nave di mercenari, “Fulmine a Ciel Sereno” (che molto più
carinamente nell’originale si chiama Clear Air Turbulence con acronimo CAT,
cioè gatto) guidata da un filibustiere di nome Kraiklyn, e con un composito
equipaggio di cui notiamo soltanto la presenza di un esemplare femminile di
nome Yalson.
Ci
sono una serie di avventure al contorno, che tralasciamo, sino a che i
mercenari sbarcano su Vavatch, un mondo orbitale abitato da miliardi di
persone, che nel giro di dodici ore i guerrieri della Cultura faranno
esplodere. Kraiklyn, che oltre ad essere mercenario, è anche ludopatico, si
precipita perché, in vista del grande cataclisma, si gioca a carte in una
specie di iperpocker mortale. Mortale perché, invece delle fiche, i giocatori
hanno dei poveri derelitti che, nel caso il loro padrone perda la mano, vengono
semplicemente uccisi. Non a caso il gioco si chiama “Distruzione” (“Damage” in originale).
Kraiklyn perde, e mentre torna mesto, Horza lo uccide, ne prende le sembianze e
torna su CAT, perché il suo compito (non l’avevo detto, ma poteva essere ovvio)
è quello di recuperare la Mente su Schar, prima della Cultura.
Nella
nave ora c’è anche un nuovo membro, che si rivela proprio Balveda, che Horza
arresta ma non uccide. Horza ha anche una storia d’amore con Yalson, mettendola
addirittura incinta (anche se non capiamo bene come succeda per nascite di
esseri intra-razze, visto anche che Horza è umanoide, boh!).
Arrivati
su Schar, trovano i Mutex di guardia morti, e due Idirani che stanno anche loro
cercando la Mente. Nonostante Horza sia al soldo degli stessi esseri, questi
due sono talmente spregevoli e ottusi, che scatenano una guerra globale, senza
esclusione di colpi. La bravura di Horza farà in modo di ucciderli entrambi,
anche se, nello scontro finale, muoiono sia lui che Yalson (così non ci faremo
più domande sui bimbi-mix). Si salva solo, a stento, Balveda, che riesce a
porre in salvo anche la Mente.
In
un finale sunteggiato (visto che siamo già verso pagina seicento), vediamo,
oltre ai morti già morti, che Balveda, disgustata da quanto ha vissuto, chiede
di essere ibernata e svegliata quando tutto sarà andato nel suo verso giusto.
Svegliata dopo 400 anni si accorge che nulla è cambiato, e sceglie l’eutanasia.
L’altro essere rimasto in vita è la Mente, che subirà molte trasformazioni (d’altronde
è un’intelligenza artificiale), e finirà nelle vesti di un’astronave, a cui,
per reverenza darà il nome di Bora Horza Gobuchul.
Quindi,
lascio ai volenterosi la facoltà di leggere il pesante libro, che ripeto, ho
trovato lungo e scarsamente empatico; forse scritto in maniera decente da uno
scrittore che di getto mi risulta simpatico, essendo del ’54 e scozzese, e di
sicuro interessante per l’ideazione di una cosmogonia complessa. Ma che alla
fine si rivela cupa e senza sbocchi.
Togliamo
subito il campo degli Idir, bestioni alti tre metri con tre gambe e due
braccia, popolo altamente religioso e guerriero, che intraprende la guerra per
estendere la propria influenza religiosa e commerciale. Benché umanoide, Horza
entra nelle forze di Idir, e quello che più è interessante, dal punto di vista
della scrittura, è come il mondo della Cultura (la cui completa descrizione può
avvenire solo dopo la lettura di diversi libri dell’autore), qui è in massima parte
descritto dalle sue parole, cioè dalle parole di un “nemico”, solo a tratti
mitigate dell’intervento di Balveda.
Vediamo
allora come la Cultura sia una civiltà in cui il progresso tecnologico ha di
fatto eliminato qualunque vincolo materiale sulla produzione di beni. Risulta
quindi una società altamente tecnologica, ma anche altamente anarchica. Non c’è
denaro, non ci sono limiti, ognuno può fare quello che vuole, e se serve
qualcosa, qualcuno (una macchina, un umanoide, un alieno) lo farà. Perché il
mondo è pieno di esseri sensienti, di cyborg, di umanoidi con modifiche
neurali. Sarebbe un mondo non-violento, tollerante e polimorfo. Ma quando li
vediamo agire, ne capiamo la profonda “amoralità”. In un mondo privo di regole,
se c’è bisogno di dare un segnale agli Idir, non si peritano di distruggere il
mondo di Vavatch, con i suoi miliardi di abitanti.
Inoltre,
e qui è Horza che viene in aiuto, proprio la preponderanza delle macchine,
porta gli abitanti della Cultura ad affidarsi a loro, quasi che siano le
macchine stesse gli esseri dominanti (con un rappresentante robot che è tutto
un programma nella sua altezzosità). D’altra parte, e questo non si può che
apprezzare, è un dibattito ora attualissimo e ne troviamo tracce in uno scritto
di quaranta anni fa.
Insomma,
un libro che si inserisce nel filone dei grandi costruttori di mondi, qui tra
l’altro partendo da mondi alieni e non da un’evoluzione del mondo terrestre.
Alla fine, però, l’unico elemento positivo è nell’epilogo, dove si ricostruisce
il momento in cui, si raggiunge una specie di pace, dove, come al tempo dei
romani, gli Idir non vengono sconfitti sul campo, ma le loro intelligenze
entrano nelle sfere di influenza della Menti della Cultura.
Pensando
sarebbe bello che anche i nostri attuali conflitti finiscano così. Per ora, è
stato letto per onor di firma, ma poco di più.
Dan Simmons “Hyperion” Mondadori Urania 4
euro 6,99
[A: 23/02/2022 – I: 07/11/2025 – T: 10/11/2025]
- &&
[tit. or.: Hyperion; ling. or.: inglese; pagine: 571; anno 1987]
È un
tipico esempio della sua versatilità: una space opera che si legge quasi come
fossero diversi e distinti libri, che l’autore concatena quasi ci trovassimo in
una sorta di “Racconti di Canterbury” del futuro. Inoltre, come dice anche il
titolo (su cui torneremo) è fortemente legato a John Keats ed alla sua poetica.
E come per il poema di Keats, anche questo primo episodio (e comunque chiamare
episodio un volume di quasi seicento pagine …) sembra quasi finire senza un
vero motivo. È probabile, o io lo spero, che magari il secondo episodio porti a
compimento quanto qui viene lasciato in sospeso.
Il
tocco di Simmons nella scrittura è abbastanza riconoscibile: portarsi nel
futuro, così da poter imbastire discorsi senza troppi vincoli e parlare della
società e della vita coeva all’azione senza scendere troppo nei particolari.
Altrimenti, si rischia, come nella fantascienza delle origini, di essere
superati dagli eventi. Così, ad esempio, parla di passaggio di teletrasporto
(che fa sempre bene per viaggiare nello spazio), ma dice anche che i portali
devono essere posti nei luoghi di partenza (facile) e di arrivo (meno facile,
allora viaggi in crio-sospensione e debiti di anni tra le persone, così che o
si viaggia insieme o si finisce nel famoso, e che non ripeto, paradosso dei
gemelli). E poi altre invenzioni minori che tralascio.
Il
punto centrale cui tende la scrittura di Simmons è, in un certo senso, il
rapporto con il divino. In un mondo periferico, e di difficile accesso
(Hyperion, appunto) sembra esserci qualcosa di trascendente. Esseri immortali,
sacrifici con crocefissioni ad alberi aculeati, un luogo (le Tombe del Tempo) definito
“anti-entropico” dove il tempo sembra scorrere all’inverso, controllato da un
essere crudele chiamato Shrike che trucida chi si avvicina alle tombe nonché
una chiesa (cioè un luogo di preghiera), monoteista, datato prima della venuta
di Cristo sulla Terra.
Piccolo
inciso che fa dei collegamenti. Shrike è il nome inglese di un uccello,
l’Averla, che è solito infilzare le prede su oggetti appuntiti (spine di
cespugli, filo spinato) per poterle consumare in seguito (rileggete sopra per
collegare).
Al
contorno, visto che siamo settecento anni in avanti da ora, abbiamo, la vecchia
Terra ormai scomparsa, il mondo cosiddetto civile egemonizzato da una
interconnessione di Intelligenza Artificiale, il mondo esterno che, come
fossero barbari, premono sul confine (mentre le IA sviluppano viaggi
quantistici, gli esterni avanzano nell’ingegneria genetica, anche se qui questo
tipo di scontro non sembra avvenire).
Il
via alle operazioni viene dato da due avvenimenti: gli esterni premono sul
confine, quasi a voler scatenare una guerra, e le Tombe pare siano arrivati ad
un punto di convergenza tra presente e futuro, così che possano aprirsi e
rivelare le segrete cose. Allora, il governo dell’Egemonia, spinto dall’IA,
decide di inviare sette pellegrini (dato che come sappiamo, sette è un numero
di importanza nella spiritualità mondiale) su Hyperion. Noi sappiamo solo che
un pellegrino soltanto si salverà ed avrà esauditi i suoi desideri, mentre gli
altri periranno. Così, per farceli conoscere, Simmons imbastisce i racconti dei
pellegrini con testi belli lunghetti (non meno di settanta pagine ad ognuno),
per farci entrare in loro sintonia, capirne le motivazioni ed anche, se
possibile, i perché dell’esistenza di Hyperion.
Per
la missione vengono allora selezionati: un diplomatico dell'Egemonia chiamato il
Console, il sacerdote cattolico Lenar Hoyt, il colonnello dell'esercito
dell'Egemonia) Fedmahn Kassad, il poeta Martin Sileno, lo studioso e filosofo
Sol Weintraub, l'investigatrice privata Brawne Lamia e il templare Het Masteen.
Così, durante il viaggio verso Hyperion e quello dalla capitale del pianeta
(che guarda caso si chiama Keats) e le Tombe, abbiamo modo di sentire i sei
racconti.
Il
racconto del prete, padre Lenar Hoyt al suo terzo viaggio verso Hyperion. Nel
primo accompagna padre Durè che va lì in esilio, e dove questi incontra i
Bikura, una civiltà che sembra immortale. La seconda volta per ritrovare lo
scomparso Durè, e capire che i Bikura sono assoggettati ad un parassita, detto
il crucimorfo, che fa risuscitare chi lo porta, togliendogli ogni volta un po’
dell’intelligenza. Ora, come pellegrino, portando anche lui un crucimorfo.
Il
racconto del soldato, il colonnello palestinese Fedmahn Kassad che durante una
esercitazione in realtà virtuale, incontra una donna. Incontri che si
ripeteranno in altri momenti, sempre però in realtà virtuale, ma che, scoperta
dopo scoperta, ci consentono di conoscere gli esterni e di capire che la donna
ha un qualche legame con lo Shrike.
Il
racconto del poeta, Martin Sileno che addirittura proviene dalla vecchia Terra,
ci racconta del suo successo iniziale (con una raccolta di poesie
cross-riferite intitolate “Canti di Hyperion), delle successive fatiche e tribolazioni
per proseguire la sua opera (anche qui in meta-riferimento che sembrano gli
stessi ostacoli che dovette affrontare Simmons per i suoi scritti). Poi, da un
lato trova un nuovo filone di scrittura (con un omaggio ad un altro padre della
Space Opera di fantascienza, Jack Vance), dall’altro sembrando avere una
connessione ispiratrice con lo Shrike e le Tombe.
Il
racconto dello studioso, Sol Weintraub, filosofo ebreo di un mondo periferico,
la cui figlia Rachel, archeologa, in missione su Hyperion, contra il “Morbo di
Merlino” che la sta facendo regredire fino ad essere, ora, una neonata di pochi
giorni. Sol aveva chiesto aiuto anche alla Chiesa della Sofferenza (che sembra
essere in contatto con lo Shrike), in mancanza del quale ora ha intrapreso il
pellegrinaggio.
Il
racconto dell’investigatrice, Brawne Lamia che indaga per conto di un essere
identificato come “cibrido”, cioè Cyborg Ibrido, un entità IA che usa un corpo
umanoide. Il corpo, ovvio, è quello del poeta John Keats. Avvengono diverse
strane attività, ma alla fine, John muore ma prima trasferisce una serie di
conoscenze, di cui non veniamo informati, a Brawne, tra le altre informazioni
sensibili proprio sulla Chiesa Shrike. Inciso: il “vero” John Keats fu “molto
intimo” di una donna, Fanny Brawne, e scrisse un poema intitolato “Lamia” sul
conflitto tra ragione e sentimento.
Il
racconto del Console, di cui non sappiamo il nome, parte dalla nonna, dalle sue
lotte in un pianeta “hawaiiano” (Patto-Maui) insieme al nonno, alla sua ascesa
in diplomazia, fino ad essere scelto come intermediario verso gli Esterni, che
impara a conoscere ed a rispettare, tanto che comincia a fare doppio e poi
anche triplo gioco.
L’unico
di cui non sappiamo il racconto è il templare (una setta votata alla custodia
ed al rispetto della natura), perché scompare, o forse muore, prima che i
pellegrini giungano a destinazione.
Partendo
da poche nozioni, ad ogni racconto aumentano le informazioni su Hyperion e
sulle varie anomalie presenti (il pianeta, i crucimorfi, lo Shrike, gli Esterni,
l’Egemonia, le Tombe del Tempo, la Chiesa Shrike, e via discorrendo. Poi, al
mattino delle ultime pagine, i pellegrini percorrono a piedi l'ultimo tratto verso
le Tombe del Tempo vedendo in lontananza la forma minacciosa dello Shrike che
li attende. E qui il libro finisce, senza una vera conclusione.
L’ambizioso
progetto di Simmons tocca, in vario modo, alcuni nodi dell’evoluzione
tecnologica: gli effetti della relatività sui rapporti umani (non è un problema
attuale, ma ci sarà), l’utilizzo di una rete globale (mega-internet) gestita
dall’Intelligenza Artificiale (e ci stiamo arrivando), l’uso della realtà
virtuale per l’addestramento militare (vedi guerra russo-ucraina). Il tutto,
nelle sue intenzioni, per costruire una sorta di ponte tra l’uomo ed il divino.
Per
questo è intenso l’utilizzo di Keats e del suo poema incompiuto. Laddove si
parla, appunto, del dramma umano degli dèi che perdono il loro potere sugli
uomini, e della presenza dell’unico che questa potenza mantiene intatta, cioè
Hyperion. Non v’è chi non veda le abbastanza palesi analogie. Tuttavia, il
risultato finale è un po’ pesante, e la mancanza di conclusioni lascia il
lettore abbastanza pensieroso. Per non dire altro.
“Non
avendo un eroe ci adattammo al ruolo di vittime.” (216) [Ci sedemmo dalla parte
del torto perché gli altri posti erano occupati – B. Brecht]
“Russell:
Il linguaggio serve non solo a esprimere il pensiero, ma a rendere possibili
pensieri che non esisterebbero senza di esso.” (231)
Lois McMaster Bujold “Il segno
dell’alleanza” Mondadori Urania 8 euro 6,99
[A: 14/03/2022 – I: 11/12/2025 – T: 13/12/2025]
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[tit. or.: Captain Vorpatril’s Alliance;
ling. or.: inglese; pagine: 548; anno 2012]
Peccato,
però, che la scelta risulti poco consona ad un omaggio alla scrittrice ed
altrettanto poco attenta alla saga nel suo complesso. Il ciclo dei Vor,
infatti, inizia nel lontano 1986 con il libro “L’onore dei Vor”, che tuttavia
cronologicamente è il secondo libro della saga. Questo che stiamo tramando, in
realtà, è stato pubblicato come ventesimo libro, pur essendo, nella cronologia,
il diciassettesimo. Ha un solo pregio, rispetto, alla saga, che in effetti è un
libro che viene contrassegnato come “midquel”, cioè un'opera collocata temporalmente
tra episodi della serie originale, già pubblicati, raccontando eventi che sono
avvenuti nel mezzo della storia originale. Quindi con una collocazione ben
diversa sia dai “prequel” che dai “sequel” (e qui ci sarebbe da aprire una
parentesi gigante su tutte le derivazioni -quel).
Tanto
per collocarlo nell’universo della scrittrice, il ciclo dei Vor segue le
vicende del gruppo di comando del pianeta Barrayar, che hanno il nome iniziante
in Vor (un po’ come il Van tedesco). Nella notte dei tempi l’Universo viene
colonizzato utilizzando un mezzo di trasporto chiamato “tunnel” che permette di
passare da un punto all’altro dello spazio annullando l’andamento temporale.
Barrayar ha un solo tunnel di contatto, che un bel giorno collassa isolando il
pianeta, che sviluppa un sistema di vita feudale ed autoctono. Quando viene
trovato un nuovo tunnel, per sopravvivere i barrayariani si trovano obbligati a
colonizzare altri pianeti, entrando spesso in conflitto con altre civiltà.
Gli
scritti del ciclo seguono uno dei capostipiti dell’apertura, il colonnello Aral
Vorkosigan, figlio del fondatore della dinastia Piotr, e della sua futura sposa
Cordelia Naismith. Dopo i primi libri, però l’attenzione di sposta sul figlio
della coppia Miles. Questo romanzo, tuttavia, segue, in maniera autoconclusiva,
le vicende di un cugino di Miles, Ivan Kav Vorpatril (nominato di passaggio in
un precedente libro, e poi obliato).
Ivan
è un capitano dell’esercito, attendente di un ammiraglio e di stanza sul
pianeta Komarr, pianeta vitale per Barrayar perché possiede l’unico tunnel
attraverso cui accedere al pianeta madre. Ivan viene coinvolto dal suo amico
Byerly Vorrutyer, detto By, per scoprire cosa si cela dietro la misteriosa
presenza di una donna Nanja Brindis. Sembra un compito banale, se non che da lì
si diparte una trama assai complessa.
By
non è uno sfaccendato, come crede Ivan, ma un agente sotto copertura della
sicurezza Imperiale (ImpSec). Il suo tentativo è quello di stroncare un
traffico illegale della famiglia aristocratica, ora in disgrazia, dei
Vormercier. Mentre lavora con il capostipite, Theo, scopre che questo si sta
orientando verso il rapimento e conseguente richiesta di riscatto di tutti i
membri della Casa Cordonah, un tempo reggente il mondo commerciali di Jackson’s
Whole ma da lì cacciata dalla Casa Prestene. Casa che pare abbia sterminato i
Cordonah, ma non tutti.
Ivan,
con la sua aria distratta, si lascia coinvolgere, scopre che Nanja di cui sopra
è in realtà Akuti Tejaswini Jyoti ghem Estif Arqua (detta Tej), è la figlia
minore di Shiv Arqua e Udine ghem Estif, i leader di Casa Cordonah. Ed è
riuscita a fuggire insieme ad una sua sorellastra geneticamente modificata di
nome Rish.
Cercando
di saltare passaggi inutili, per salvare Tej, Ivan si inventa, con successo, un
matrimonio barrayariano, dopo il quale lui, Tej, By e Rish riescono a tornare
salvi a Barrayar. Mentre Ivan e Tej cercano, senza successo, di convincere le
autorità religiose locali a concedere loro il divorzio (qui si entra nell’unica
parentesi “civile” del testo, con un lungo discorso sulle azioni dei giovani
che devono assumersi le proprie responsabilità quando fanno decisioni che
possono risultare importanti, per sé e per gli altri) arrivano sul pianeta
tutti i membri della Casa Cordonah, tutti scappati alla morte ed in cerca di
riscatto.
Qui
altre peripezie, che la nonna di Casa Cordonah conosce un luogo segreto con dei
tesori per riportare in auge la casata. Tesori presenti in un bunker davanti la
sede dell’ImpSec. Cordonah che convincono Ivan e Tej a partecipare alla
ricerca. Bunker dove scoppia una bomba che allaga tutto, e saranno le truppe
guidate da By ed aiutate da Rish (che intanto fanno coppia) a salvare tutti.
Certo, la fine sarà diversificata per i vari componenti della saga, ma dove
unica cosa che realmente sappiamo è che Ivan e Tej, dopo tante tribolazioni, si
scoprono finalmente innamorati. Anche se poi non saranno presenti in nessuno
dei libri successivi.
Prima
di concludere, e tornare alla scrittrice, vorrei al solito capire perché se chi
scrive decide di intitolare il suo libro “L’alleanza del Capitano Vorpatril”,
chi traduce e chi gestisce l’edizione decide di trasformarlo ne “Il segno
dell’alleanza”. Dove, appunto, scompare Vorpatril (e ci può stare, che si
poteva titolare “L’alleanza del Capitano”), ma in particolare compare un
“segno” di cui non capisco la provenienza.
Per
la scrittura, non posso che confermare la buona capacità di Lois di presentarci
il suo universo. Tuttavia, una forte incidenza di nomi di personaggi nella
seconda parte appesantisce la lettura, trasformando un agile romanzo in una
pesante saga. Ed anche la trama stessa di questo episodio isolato, alla fine,
se appunto scorporato dall’insieme del ciclo, risulta deboluccia e molto poco
imbevuta in canoni classici (o moderni) di fantascienza.
Michael Crichton “Preda” Mondolibri s.p. (lasciato
in eredità da zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 09/05/2026 – T: 11/05/2026]
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[tit. or.: Prey; ling. or.: inglese; pagine: 389; anno 2002]
Non posso certo negare di essere stato, in
gioventù, un fan di Crichton, per tutti i suoi lavori che, sconfinando a volte
nella fantascienza, comunque presentavano situazioni plausibili e, con il senno
di poi, anche verificatesi. Mi riferisco essenzialmente ai suoi due best-seller
del genere, “Andromeda” e “Jurassic Park”. Ma il mio gradimento era anche
rivolto alle sue drammatizzazioni del reale, sia con la ricostruzione di una
rapina a Londra nel 1855 (“La grande rapina al treno”) sia con la sceneggiatura
di una delle serie televisive da me più amate (“E.R. - Medici in prima linea”).
È stato quindi con molta attenzione e
partecipazione che ho iniziato a leggere questo romanzo, che inizialmente
pensavo si collocasse nell’ambito giallo-thriller (un po’ fuorviato dal
titolo). Alla fine, invece, è un puro prodotto del filone fantascientifico,
quello amato da Crichton che si discosta poco dal reale, anche se poi parte per
strade tutte sue.
Ma non è tanto la parte inventiva che mi ha
deluso, quanto la mancanza di una vera tensione narrativa. Si, ci sono anche
colpi di scena, ma ci si aspetta che finisca come deve finire. Magari
impegnandosi mentalmente a capire quale potrebbe essere la mossa vincente che
porterà il nostro eroe si spera alla vittoria (anche se in un ambiguo finale,
si potrebbe leggere uno spiraglio per una continuazione che tuttavia non c’è
stata; forse per cambi di idee, forse, purtroppo, perché cominciava un lungo
calvario che sei anni dopo lo porta via).
L’idea di base, prima che comincino i fuochi
d’artificio fantascientifici, è assai intrigante, soprattutto in un’America di
venti anni fa. Un programmatore assai dotato, Jack, avendo svelato uno scandalo
nella sua società, viene licenziato e gli viene fatta terra bruciata. Si trova
quindi a gestire la famiglia (con tre figli), dato invece che la moglie, Julia,
fa una bruciante carriera in una società che, comperando il software sviluppato
da Jack ed integrandolo con altre invenzioni, sta creando degli oggetti
interessanti (che forse anni dopo ed in diversa scala verranno forse
realizzati).
Tutta la prima parte gioca su due binari: il
crescente dissidio tra Julia, carrierista, e Jack, mammo. E il disvelarsi, pian
pianino, delle tecnologia cui Julia lavora. Prima si parla di microtelecamere
da inserire nel corpo umano per trovare focolai di malattie ed ipotizzare modi
di guarigione. Poi gli oggetti diventano nanorobot, dove una tecnologia
d’avanguardia, ne riduce le dimensioni e ne aumenta le capacità computazionali.
Trovandosi però ad affrontare momenti di
malattie imprevisti in casa, soprattutto quando Julia torna dalla fabbrica nel
deserto del Nevada, Jack accetta di buon grado di tornare ad occuparsi del software
da lui sviluppato, un programma chiamato Predprey (Predatore-preda), che è
stato inserito nei circuiti dei robot e che, ovviamente, ha trovato modo di auto
svilupparsi e rendersi pericoloso per gli altre.
Anche perché Jack scopre che uno degli
sponsor del progetto è il Dipartimento della Difesa che vorrebbe utilizzare i
nanorobot come arma offensiva. Infatti, gli oggetti, che isolatamente sono solo
telecamere, nel momento in cui si uniscono in sciame, producono un elemento
geneticamente altro, capace di diventare appunto un predatore.
Ovvio che nel Nevada solo una persona aiuterà
Jack, e non sarà Julia, ma Mae, la capo biologa. Ovvio che lo sciame predatore
si ribellerà al creatore (tipo novello Frankenstein), uccidendo molte persone
sul suo cammino, oppure entrando in simbiosi con altre persone che sembrano
accettare la “convivenza”.
Jack e Mae troveranno il filo rosso
distruttore, in due momenti forse tra i più interessanti. Il primo quando il
gruppo umano è assalito dallo sciame e Jack li convince a disporsi in una
formazione simile a quella degli stormi degli uccelli così da confondere i predatori.
Il secondo quando Mae trova l’agente del possibile e riuscito contrattacco.
I punti a favore di Crichton sono le idee,
anche se un po’ azzardate, della tecnologia dell’intelligenza cooperativa, che
prelude a tecnologie poi sviluppatesi, anche se non proprio nella stessa
direzione. Meno bene, come detto, la tensione narrativa, praticamente
inesistente.
Una cosa che mi ha colpito molto è che lo
sciame viene prodotto con colture cellulari di Escherichia coli. Tutti sanno, i
medici in primis, che è un batterio che ben sopravvive nel corpo umano, anche
se il suo luogo d’elezione è l’intestino. Pochi sanno, che uno di questi
batteri, forando l’intestino, andò a collocarsi in una vertebra di mio padre,
cominciando ad eroderne la struttura ossea. Un’odissea che durò sei mesi, con
mio padre costretto a letto, e curato solo quando un geniale medico del Gemelli
trovò, attraverso tomografie e prelievi in loco, l’agente patogeno, ed il modo
di distruggerlo. Un po’ come Mae nel libro.
“Le cose non vanno mai come ci si
aspetta.” (13)
Da mondi lontani, ad alcuni sguardi vicini. Cominciando
con un misto, una citazione di Tolstoj messa da Roberto Saviano nel suo “Vieni via con me”:
“Tolstoj:
Non si può asciugare l’acqua con l’acqua, non si può spegnere il fuoco con il fuoco;
quindi, non si può combattere il male con il male.” (77) [piccolo messaggio ai
Trump e ai Putin de noantri]
Continuando
sulla falsariga dei bellimbusti dalla faccia d’angelo, ci aiuta Diego De Silva che in “Voglio guardare” ci ammonisce:
“La
realtà … trova sempre il modo di umiliare le sue convinzioni più sincere, come
quella per cui la gentilezza di un viso non può nascondere un’intenzione
maligna.” (58)
Mi ritrovo poi nella definizione di Pino Cacucci in “Outland Rock” dedicata ai tuttologi del braccio e della
mente:
“Quelli
che sanno fare un po’ di tutto significa che non sanno fare niente di preciso.”
(9)
E come non finire con un ricordo di Rosella Postorino scolpito nella mia mente e nel suo libro “Il mare in salita”
“Mia
madre … recita a menadito le poesie che ha imparato alle elementari.” (27) [e
anch’io…]
Altra settimana interlocutoria per gestione di spazi e luoghi, ma che preludo ad un lungo arrivederci. Sarò assente per due o tre domeniche (almeno) visto che si torna ancora una volta a calcare le scene peruviane. Vi farò sapere al ritorno se ne vale ancora la pena (visto che abbiamo avuto difficoltà enormi per gestire le bellezze locali). Ma noi siamo positivi, per i viaggi, per la benzina, e soprattutto per i virus, dato che ancora e sempre vi abbraccio.