domenica 22 febbraio 2026

Quattro seriali e un grande algerino - 22 febbraio 2026

Torniamo alle trame dedicate alla letteratura che riflette gli stati d’animo del vissuto a loro contemporanei. Abbiamo quattro scritture seriali, due moderne e due storiche, ma tutte su di una sufficienza piena, anche se non molto di più. Abbiamo l’anglo-cinese Qiu Xiaolong che ci porta Chen Cao al tredicesimo episodio, la prima uscita del franco-tedesco Jean-Luc Bannalec con il suo commissario Dupin, il recupero del settimo episodio dell’italo-americana Ben Pastor ed il colonnello Martin von Bora, e la terza uscita dell’anglo-indiano Abir Mukherjee ed il suo poliziotto in Calcutta Sam Wyndham.

Una piccola spanna sopra le amare scritture non seriali dell’algerino Yasmina Khadra, la cui lettura e resa non è mai scontata.

Qiu Xiaolong “Il dossier Wuhan” Feltrinelli euro 11 (in realtà, scontato a 10,45 euro)

[A: 10/10/2025 – I: 22/01/2026 – T: 24/01/2026] - && e ½ 

[tit. or.: Love and Murder in the time of Covid; ling. or.: inglese; pagine: 254; anno 2023]

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Siamo alla tredicesima uscita delle azioni di Chen Cao, il personaggio creato dal letterato Qiu, ormai professore da anni in America, per parlare della Cina che ha lasciato, e spesso della sua Shangai. Come spesso accade, al fine di parlare a nuora perché suocera intenda, Qiu usa inserire le sue storie in ambienti noir, di modo che, spesso, la trama investigativa copre descrizioni e critiche che, da sole, potrebbero non avere la stessa forza.

Abbiamo così negli anni seguito le vicende di Cao, prima poliziotto, poi, in base a tutte le indagini risolte, assurto sino al ruolo di ispettore capo. Aveva una storia con la figlia di un politico di Pechino, ma era una storia senza sbocchi, così che, alla rottura, Cao si trova senza ombrelli che lo riparano. Va avanti ancora un po’, sbilanciandosi sempre più sulla sua attività preferita: la poesia e la traduzione in inglese di testi classici cinesi (che poi è anche il lavoro principale di Qiu). Ma pur risolvendo altri misteri, l’establishment non può che emarginarlo.

Diventa così ex-ispettore, promoveatur a ruolo di riformatore delle Regole Giudiziarie, e fornito di una piccola ma agile struttura, impersonata benissimo dalla giovane segretaria Jin. Un tandem che già aveva ben funzionato nel precedente episodio, e che qui non può che ribadire la consonanza che, pur nella diversità di anni, non può che accomunare i due in un destino solidale. Che qui vediamo evolversi senza concludersi. Che pensavo fosse l’ultima storia, ma ho letto che è uscito l’episodio 14 (“I sostenitori segreti” in un inglese non ancora tradotto).

Allora torniamo a questo tredicesimo episodio, con Cao messa anche in convalescenza onde non divulgare altre critiche alla struttura del potere cinese. Siamo nei primi anni del Covid, la città di Wuhan è in pieno lockdown, e a poco a poco anche le altre città cinesi lo saranno. In tutto ciò, tre omicidi commessi nelle vicinanze dell’ospedale principale di Shangai e coinvolgenti personale medico o paramedico, metto in allarme i dirigenti del partito. Che non trovano di meglio che coinvolgere nuovamente Cao in un’indagine. Se risolve i casi sarà gloria per tutti, altrimenti un motivo in più per emarginarlo.

Quindi, abbiamo una trama che si muove su due binari fondamentali, con qualche traversina che non va dimenticata. Da un lato la pandemia ed il modo con cui il governo cinese la affronta, cercando di minimizzarla, negando spesso anche l’evidenza. Abbiamo perciò le cronache di Pang, le considerazioni di Cao, il suo tradurle in inglese per affidarle al suo amico hacker perché le faccia arrivare fuori della Cina.

Dall’altro ci sono i morti e le indagini relative. Cao si pone subito una domanda: due morti sono vicini all’ambiente medico, con compiti differenti. Un amministrativo che deve tradurre in comportamenti le direttive del governo ed un’infermiera di reparto, spostata senza preparazione né competenze all’accoglienza del Pronto Soccorso. Il terzo soltanto è un vero chirurgo, con tanto di clientela ben remunerante, ed una modalità di morte simile ma non uguale alle altre.

Con l’aiuto di Jin, segretaria e qualcosa di più, che opera come sua “longa manus” sul campo, riesce ad ottenere informazioni e riscontri, che gli permettono, appunto, prima di risolvere il caso del chirurgo. Poi, con quelle traversine cui accennavo, ricostruire la logica dei primi due assassini. Traversine che toccano non morti pandemiche, ma effetti collaterali del Covid, laddove non si interveniva, in Cina, anche in casi gravi, se non venivano rispettati parametri di sicurezza. Laddove tutti sappiamo che tali parametri, in presenza di una crisi improvvisa di genere altro, non sono mai da prendere in considerazione pedissequa.

Se, in un momento di assenza di altri sintomi, mi viene un infarto, è difficile che io abbia avuto modo di fare tamponi di risultanza negativa. Allora, ogni nazione, di fronte a questo dilemma, ha agito in modo personale. L’atteggiamento cinese, così come ne parla Qiu, è senz’altro tra i più negativi.

Qiu, pur non confezionando uno dei suoi testi migliori, riesce a claustroforbicizzarci in un’atmosfera molto orwelliana. Sia sul versante “1984” sia su quello “Animal Farm”. E ci riporta un immagine dei controlli cinesi con telecamere, riconoscimenti facciali, nonché tracciamento attraverso chat, che non può non farci sentire abbastanza in ansia.

Come saremo sempre in ansi, che Cao e Jin sanno alla fine, insieme a noi, come si sono svolti tutti i fatti. Ma la gente comune lo saprà mai?

Alcune considerazioni finali. La prima vi invita a riflettere alla poesia che cita Qiu e che riporto in brano, scritta da Yates nel 1919.

La seconda coinvolge l’uso di servire il tè in tutte le circostanze particolari della vita, specialmente pubblica. Ma non solo i classici (nero, verde, oolong) ma spesso anche un particolare tè molto ricercato dalle alte sfere cinesi. Viene chiamato  il “tè degli Otto Tesori”, in quanto è una specie di tisana che contiene otto ingredienti: tè in foglie, sesamo nero (speciale variante del sesamo presente solo in alcune varietà), goji, giuggiola, fiori di crisantemo, rose, noci e longan (detto anche “occhi di drago” dal sapore simile alla noce).

L’ultima riguarda, come mio pallino storico, l’invadenza degli editor nella letteratura. Siamo tutti d’accordo, leggendo il testo, che Wuhan ed il dossier sulla pandemia scritto da Pang, l’amico di Cao, è un momento centrale della narrazione. Sia per le denunce sul comportamento dell’establishment cinese, sia per le conseguenze che porta nel comportamento individuale. Ma con occhio diverso, Qiu si era orientato per un titolo che, pur contenendo un giusto accenno agli omicidi, faceva l’occhiolino ad un fondamentale testo di Garcia Marquez. E non senza ragione, andando a bollare il Covid come un colera dei nostri giorni.

Mi sa che Don Quijote mi pensa assai.

“Come dice Confucio, alle persone puoi dire cosa vuoi che facciano, ma non perché vuoi che lo facciano.” (45)

“La vita, voglio avere, e anche la giustizia. Se non posso ottenere entrambe, rinuncerò alla vita in favore della giustizia (Mencio).” (59)

Things fall apart; the centre cannot hold;

Le cose cadono a pezzi, il centro non può tenere.

Mere anarchy is loosed upon the world,

Pura anarchia dilaga nel mondo

The blood-dimmed tide is loosed, and everywhere

La marea insanguinata s’innalza è dovunque

The ceremony of innocence is drowned;

La cerimonia dell’innocenza è annegata.

The best lack all conviction, while the worst

I migliori mancano di ogni convinzione mentre i peggiori

Are full of passionate intensity.

Sono pieni di intensità appassionata.

William Butler Yeats (115)

Yasmina Khadra “L’affronto” Repubblica Essenza Noir 26 euro 8,90

[A: 16/12/2022 – I: 01/02/2026 – T: 02/02/2026] - &&& 

[tit. or.: L’outrage fait à Sarah Ikker; ling. or.: francese; pagine: 220; anno 2019]

Dopo quasi quattro anni si torna a leggere dell’autore algerino, che tanto interesse e scalpore aveva suscitato all’inizio della sua carriera letteraria. Ricordo, per i meno informati, che l’autore Mohamed Moulessehoul inizia a scrivere quando è ancora in forze alla Polizia marocchino, scrivendo sin da subito delle storture di tutti i livelli della vita locale. Ne scriveva talmente in modo feroce che, con intelligenza, si nasconde sotto uno pseudonimo femminile. Purtroppo i libri hanno successo, si scopre l’identità, e Mohamed non può che lasciare la polizia e rifugiarsi in Francia. Dove, fortunatamente per noi, continua a scrivere.

Non torno allora sui caposaldi della sua scrittura, ma vorrei subito entrare nel merito di questo romanzo isolato. Cioè che non appartiene a nessun filone seriale, e che non poteva essere che così, data la struttura della trama, e la sua evoluzione sino ad un finale che può essere difficile immaginare continui in altre opere.

Non è un bel libro, sia perché molto duro sia perché, anche se alla fine la trama ed il messaggio sono di grande interesse, si avvolge spesso in sé stesso. Ed altrettanto spesso attraversa fasi abbastanza chiare per il lettore, di denuncia della società locale. Denunce che però, ripetute a volte avrebbero bisogno di un’uscita forte, e non di continuare ad avvolgersi come spire di un serpente.

La storia ha una struttura epidermicamente lineare (e poi capirete l’uso del termine). Abbiamo la famiglia Ikker, con Driss commissario di polizia e moglie Sarah, figlia del suo grande capo, anche se il suo responsabile diretto, Rachid, è anch’esso nella linea gerarchica poliziesca. Linea dove troviamo Farid, l’aiutante di Driss, e Slimane, l’aiutante di Rachid. Dopo aver girato per diverse prefetture, dove sempre Driss veniva trattato con freddezza, dovendo subire l’onta (pur non verificata) di essere raccomandato, i due sembra trovino il loro posto nel mondo marocchino quando si trasferiscono a Tangeri.

Inciso: non entro nel merito della città, che trovo una delle più interessanti del panorama locale, per costruzione, per posizione, e per tanti modi di vita che vi sono passati (basta per me pensare al racconto “L’immortale” di Borges o all’inizio ed alla fine del film “Il tè nel deserto”).

Driss viene inviato da Rachid ad una cena ufficiale a Casablanca, ma per una serie di disguidi, torna subito a Tangeri, dove trova la moglie legata al letto in atteggiamento erotico, e dove il violentatore colpisce alla testa Driss quasi uccidendolo. La polizia indaga sulla tentata violenza anche se con atteggiamenti poco convinti. Driss passa una settimana ubriacandosi, prima di riuscire a riprendersi e dedicarsi alla ricerca del colpevole in prima persona.

La chiave di volta della ricerca è il ritrovamento, da parte di Driss, in un gemello particolare (costoso e riconoscibile) che funzionerà nelle sue mani come un filo di Arianna da seguire per arrivare al colpevole. Tutte le tappe servono a Khadra anche per mostrare molti esempi di corruzione, malaffare, prossenetismo ed altro che dipingono una società locale altamente malata, in particolare nelle sfere del potere. Tappe che, inoltre, sembrano essere ostacolate da qualcuno che si muove nell’ombre. Alla fine, la scoperta del possessore ultimo del gemello, porterà anche noi a capire quello che Driss aveva capito sin dalla prima pagina. Che era anche il motivo dei suoi stordimenti ed indecisioni ed anche il motore che lo spinge ad andare sino in fondo.

Capite allora quell’accenno all’epidermide. Il vero finale ribalta tutto il percorso del testo, fornendocene una lettura diversa e forse ancora più dura e cruda della lettura primaria. Mantenendo comunque il giudizio sulla corruzione e sulla corruttibilità del potere marocchino (e si capisce sempre meglio perché ha fatto bene l’autore a riparare all’estero).

Vorrei terminare con un accenno al poco rispetto verso l’autore di chi ne traduce i titoli. Khadra parla e con giustezza di “Oltraggio commesso contro Sarah”, un’azione tesa a colpire prestigio e funzione pubblica di chi la subisce (e Sarah essendo figlia di un alto funzionario di polizia e sposa di un commissario, ne avrebbe ben donde di dolore dall’essere oltraggiata). Si decide, invece, prima di tutto di eliminare l’indicazione di chi subisce il torto, e si passa più verso il personale laddove un affronto tende a colpire la dignità, tende a manifestare un’offesa privata, che suscita risentimento. Ora, a prescindere dall’evoluzione del testo, la violenza sulla donna è sempre un oltraggio alla sua dignità piuttosto che un’offesa.

“Se vogliamo essere immortali, dobbiamo trovare il modo di sopravvivere a ciò che tenta di distruggerci.” (83)

Jean-Luc Bannalec “Intrigo bretone. Omicidio a Pont-Aven” Repubblica Anima Noir 36 euro 8,90

[A: 25/02/2022 – I: 08/02/2026 – T: 10/02/2026] - && e ½  

[tit. or.: Bretonische Verhältnisse. Ein Fall für Kommissar Dupin; ling. or.: tedesco; pagine: 295; anno 2012]

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Jean-Luc Bannalec è solo lo pseudonimo di un altro tedesco che si fa passare per francese ed il cui vero nome è Jörg Bong. In effetti, la situazione è un po’ più seria della battuta su espressa. Bong ha una solida carriera editoriale presso una delle più importanti case editrici tedesche. Ma è anche un amante della Bretagna, dove ha una casa. Quando decide di scrivere dei romanzi, al fine di non mescolare l’attività di scrittore da quella di editore, utilizza il nome francese, ed ambienta proprio in Bretagna le avventure del suo commissario Dupin.

Secondo gancio letterario, non sembra essere un caso il nome del commissario, che richiama il celebre papà di tutti i gialli, il Dupin di Edgar Allan Poe. Terzo suggerimento interpretativo, il nostro ha finalmente un approccio reale alle situazioni investigative, rimandandoci così ad un Maigret ringiovanito e single. Infatti, sappiamo che il protagonista è un quarantenne, senza particolari legami (al momento), una sorella, ed un trasferimento punitivo da Parigi alla Bretagna, in quanto, durante un indagine, aveva risposto male al Sindaco (mi sembra quasi un Rocco Schiavone d’Oltralpe).

Sui legami, ogni tanto ci sono cenni di relazioni passate, ma al momento poco da segnalare. Sembra essere comunque metodico, e soprattutto “coffee addicted”, che prende la mattina nel suo bar di riferimento, l’Amiral. È comunque anche una buona forchetta, gustando con piacere le specialità locali, anche se gli autoctoni gli dicono e continueranno a dirgli che è “un parigino”, anche se sono ormai tre anni che esercita il suo ruolo a Concarneau.

Qui apriamo una piccola parentesi, che già in questo libro come spero negli altri episodi, la Bretagna è un comprimario di gran peso. In questo primo episodio, inoltre, forse per sfondare sui lettori che ancora non lo conoscono, come dice il sottotitolo, le indagini si svolgono per un crimine commesso a Pont-Aven. Che è un luogo magico, ve lo dico con cognizione, con la sua duplice attrattività naturale del fiume che lo taglia in due, e dell’Oceano a pochi passi. Non è quindi un caso che nell’Ottocento divenne rifugio di nugoli di pittori, per lo più impressionisti, con in testa Paul Gauguin. E con gli albergatori locali che intuiscono il potenziale futuro, offrendo ai pittori alloggi a basso costo, e spesso ricevendo quadri come pagamento.

Intorno a Dupin si intuiscono già alcuni personaggi di riferimento: la segretaria super-efficiente Nolwenn, l’aiutante fattivo Riwal e quello arrivista Kadeg, il medico legale, il responsabile della scientifica, il capo di Dupin. Tutti personaggi che penso vedremo in altri episodi, e sui quali, quindi, ci riserviamo di capirne la funzionalità ed una descrizione più particolareggiata.

Tutto comincia con l’omicidio di Pierre-Louis Pennec, uno degli albergatori storici di Pont-Aven, figlio e nipote di schiere di ristoratori. È sicuramente un omicidio, anche se Pennec ha 91 anni, e ben presto Dupin scopre che aveva pochi mesi di vita. Una notizia che nessuno sapeva. Non il figlio Loic con la moglie Catherine, da sempre in rotta benevola con il padre, anche perché preferiva coltivare miele che occuparsi dell’hotel. Non il più giovane fratello Andrè, politico di destra, in rotta con Pennec non solo per motivi politici (a quanto si capisce). Non la signorina Lajoux, anzianotta e prima aiutante nella gestione alberghiera, nonché (forse) amante di Pennec. Né, infine, Fragan Delon, unico vecchio amico del morto.

Dupin si aggira, parla, interroga, scrive illeggibili appunti su di un quadernetto rosso marca Clairfontaine (48 paginette bianche, stile Moleskine, ma rigorosamente francesi). Con questo suo andamento “alla Maigret” il nostro scopre ovviamente i dissapori tra tutti i sopraindicati personaggi. Ma in più, tanto per legare la storia al luogo, non ci facciamo mancare la comparsa, o la scomparsa, di un quadro forse dipinto da Gauguin. È così che Dupin coinvolge nelle sue corse sul territorio l’esperta d’arte, Marie Morgane Cassel, professoressa all’Università di Brest (un centinaio di chilometri a nord), che servirà a certificare quali quadri sono copie e quali originali. Dopo che anche Loic muore, Dupin riesce a mettere tutti i puntini sulle varie “i” del rompicapo, consegnandoci una soluzione coerente ma anche un grido di dolore verso le impunità che possono fare da corollario al caso.

Giallo abbastanza ben congeniato, chiaro nelle sue dinamiche abbastanza presto, mentre le spiegazioni finali di Dupin sono lacunose e frettolose (qualche passaggio andava forse ripreso meglio e chiarito a dovere). Ripeto in chiusura che la Bretagna è un grande punto a favore, e su questo l’autore lavora bene, finendo con un’ultima citazione traversa: la fondatrice di casa Pennec si chiamava Marie-Jeanne come la reale mecenate di Gauguin, che però di cognome era Gloanec.

Ben Pastor “Il cielo di stagno” Sellerio euro 15  (in realtà, scontato a 9 euro con “Feltrinelli Gift”)

[A: 20/10/2025 – I: 12/02/2026 – T: 15/02/2026] - && e ½ 

[tit. or.: Tin Sky; ling. or.: inglese; pagine: 473; anno 2019]

BORA08

Con questo dodicesimo romanzo, ho finalmente completato la rassegna completa dei romanzi che l’italo-americana Maria Verbena Volpi in Pastor, comunemente nota come Ben Pastor, ha dedicato al suo eroe principale, Martin-Heinz Douglas Wilhelm Friederick von Bora, spesso indicato solo come Martin Bora. All’appello mancano solo dei racconti, che si vedrà se cercare, e forse un nuovo volume che uscirà quest’anno (pare).

Ben nasce a Roma, studia a “La Sapienza”, poi si specializza in America, si sposa, e si trasferisce oltre oceano, acquisendo la doppia personalità. Sui cinquant’anni comincia la saga di Martin, scrivendola in inglese, anche se le vicende editoriali sono complesse. Non sempre il mercato americano ne capisce la portata, per cui, a volte, viene prima tradotta e pubblicata in Italia e poi edita in originale negli States.

Per quanto ne so dai libri che ho letto, le vicende, temporalmente, cominciano nel 1937, durante la Guerra Civile Spagnola (“La canzone del Cavaliere”) e termina nel 1944 in Italia (“La Venere di Salò”). Martin (che sappiamo nascere l’11 novembre del 1913) dopo aver iniziato, brillantemente, lo studio del pianoforte, ed essersi dedicato alla cura dei cavalli da esibizione e concorso, invece di partecipare alle Olimpiadi di Berlino del ’36, infatuato dalla propaganda ed in contrasto con il patrigno, decide di partire volontario per la Spagna.

Da lì comincia tutto il suo percorso di persona eticamente coerente, ligia alle tradizioni militari, e conseguentemente in aspro contrasto con la politica hitleriana e tutto quanto ne consegue dalla parte delle SS, della Gestapo e via discorrendo. Data la sua abilità investigativa (già dal primo romanzo si palesano le sue doti) Martin farà più carriera nelle sezioni Investigative che nel vero e proprio esercito, anche se, nell’ultimo romanzo cronologico, lo ritroviamo colonnello.

Ha anche una lunga vicenda di incontri femminili. Prima su tutti, Benedikta, affascinante cavallerizza che sposa, ma che forse non ha mai corrisposto a pieno i suoi sentimenti, tanto che verso il ’43-’44 divorzieranno. Ma poi, in quasi ogni romanzo, c’è una presenza dell’altro sesso, dalla prima e sempre nel cuore, la spagnola Remedios, all’ultima (nota) l’italiana Anna Maria (Annie) Tedesco, incontrata in quel di Salò. Ha anche un fratellastro, Peter, aviatore, che sappiamo morirà poco dopo la fine di questo libro, in un incidente aereo, l’8 giugno ’43 (questo romanzo si svolge tutto nel maggio dello stesso anno).

Per venire al concreto, questo, come tutta la serie, è un romanzo storico intinto nel giallo. Tutta la vicenda, l’ambientazione ed il contesto, sono intrinsecamente (ed anche ben ricostruiti) momenti della storia durante la guerra. Siamo poco dopo la sconfitta di Stalingrado, ed i tedeschi hanno riparato in una linea difensiva in Ucraina, guarda caso con fulcro nella città di Kharkov (in Ucraino Kharkiv) ancora oggi uno dei punti centrali della guerra russo-ucraina.

Martin, convalescente dalla febbre tifoidea, ma in via di guarigione, viene coinvolto (o si cerca di coinvolgerlo) in una serie di indagini. Il pope locale vorrebbe che si occupasse delle strane morti contadine che avvengono a chi si avventura nel vicino bosco di Krasny Jar. La caduta di un aereo russo porta alla cattura del generale Gleb Platonov, che Bora interroga a lungo sapendo che dovrebbe avere notizie utili per la controffensiva tedesca. Ed un altro generale Genrich Tibyetskji detto Khan si consegna dicendo di avere utili informazioni ma che potrà dirle solo al capo di Martin.

Per una serie di coincidenze (negative) i due generali vengono uccisi, e Martin inizia ad investigare, supponendo, non a caso, che ci sia qualche altro motivo nascosto. Motivi che, casualmente, gli vengono rivelati dall’anziana cantante Larissa Vassilievna Malinovskaya, che era stata in gioventù (si parla del periodo fino al 1910) l’amante del padre di Martin, valente concertista. Padre che nel 1911 torna in Germania per sposare la giovane e lontana cugina Georgiana Alexandra "Nina" Douglas, di origini scozzesi.

Larissa scoperchia il vaso di Pandora, facendo capire intrecci di vita assai complicati. Nei primi anni ’20, nella regione c’era l’indiscusso dominio dell’anarchico Nestor Ivanovič Machno, che accumulò (anche se non per uso personale, ma per i collettivi ucraini locali) ingenti fortune che nascose nel bosco di Krasny Jar. Durante lo sviluppo della Pianificazione Sovietica, quando Nestor ormai era stato esiliato a Parigi, i depositi nascosti furono ritrovati da due giovani promesse dell’esercito russo, Platonov e Khan, aiutati da un misterioso terzo elemento, che pare fosse un tedesco.

Seguiamo così le alterne vicende dei generali e dell’incognita, tra tranelli e recupero di oro, magari utilizzando contadini locali (che poi vengono tranquillamente uccisi). È l’oro il motivo della convergenza di tutte queste forze nella zona di Kharkiv. Dove interviene anche la Gestapo informata, forse, dal terzo elemento. Nonostante le difficoltà belliche, con Martin arriviamo alla soluzione del caso, anche se non tutti i colpevoli avranno non dico la giusta punizione, che più o meno tutti muoiono, ma uno svelamento delle loro losche attività.

La bravura di Ben Pastor è di non farci mai mancare il contesto storico della vicenda, tra l’altro con quel cielo color stagno che ricopre l’Ucraina, allora come ora. Che il colore riprende quello degli aerei che bombardano il territorio, e che mettono giusta apprensione al cavallerizzo Martin. Color stagno che ricorre anche nei suoi incubi notturni (ed ovvio nella morte del fratello).

In vicende scritte dopo, meglio si accentua il carattere antinazista di Martin, che qui rimane latente, non solo, ma che in alcuni case, quando esce il lato militare del personaggio, gli fa fare azioni che non possono che essere riprovevoli, da qualunque parte vengano fatte. Fortunatamente sappiamo che si era già adoperato per scoprire come fosse avvenuto l’eccidio di Babi Yar (grande fossato in periferia di Kyïv) , dove vennero uccisi 35.000 ebrei, e che aveva barattato un lussuoso pianoforte Petroff per salvare la vita a Wiess, il suo maestro di piano ebreo.

Pur scritto con buona costanza e dedizione, risente dell’intento molto didattico dell’opera complessiva. Per cui è a tratti lento, anche e soprattutto nelle parte dove Martin si espone in prima persona scrivendo il suo diario. Belle pagine, in generale, ma poco funzionali alla trama ed al ritmo della vicenda. Gradevoli, al contrario, i momenti letterari e artistici, sia classici (con dotte citazioni di Flaubert e François Villon, nonché ricordi familiari su Schumann e Brahms) che legati ai personaggi attuali (quando Martin suona per Larissa al pianoforte un pezzo composto da suo padre, “Le campane di Novgorod”).

Insomma una sufficiente scritture per una giusta chiusura delle letture di Bora, spero preludio, prima o poi, per una loro riesumazione e ripensamento integrato. Dal punto di vista cronologico, invece, nel dipanarsi delle storie, ad ora c’è un buco temporale dalla primavera del ’41 all’estate del ’42. Staremo a vedere.

Abir Mukherjee “Fumo e cenere” Feltrinelli euro 9,90  (in realtà, scontato a 9,05 euro con “Feltrinelli Card”)

[A: 18/05/2022 – I: 15/02/2026 – T: 17/02/2026] - && e ½ 

[tit. or.: Smoke and Ashes; ling. or.: inglese; pagine: 297; anno 2018]

SAM03

Dopo quasi due anni eccoci al terzo episodio della saga anglo-indiana di Abir Mukherjee che ha per protagonista Sam Wyndham, il poliziotto inglese che decide di attraversare mezzo mondo per ricostruirsi la vita. Come dissi allora, Abir fa un’operazione interessante, soprattutto per chi non conosce la storia indiana, andando a recuperare, diremo “dal di dentro”, i motivi e le vicissitudini di un periodo realmente turbolento. Lo fa, anche, come un tributo alle sue origini. Lui, di evidenti parentele indiane, nato e cresciuto in Inghilterra.

Inoltre, anche qui, la vicenda segue una problematica direi di valenza universale (un’indagine di polizia a valle di alcune morti), inserendola in momenti storici comunque di interesse. Ed in particolare perché inseriti nella realtà di una città, Calcutta (ora Kolkata) che è stata il fulcro di molti avvenimenti storici locali. Secondo elemento, quello temporale, visto che l’azione si svolge nel 1921. Anzi, per la precisione, visto anche che è un bel ripetere numerico, una vicenda che prende il via il 21/12/21 (numericamente eccelso).

Un periodo temporale che ha anche altri interessi e valenze, ma su cui torneremo più avanti, dato che l’autore stesso confessa di aver fatto delle forzature storiche (non nel senso di aver cambiato i fatti, ma, magari, mescolando un po’ le carte). Intanto perché è nel pieno della marea provocata dall’iniziativa di Gandhi chiamata “non cooperazione”, spingendo molti indiani a restituire al governo britannico onori e ricompense, a licenziarsi dai servizi civili e a boicottare i beni provenienti dalla Gran Bretagna. Gandhi in questo era coadiuvato da un avvocato convertitosi alla non-violenza, Chittaranjan Das, e dal suo aiuto Subhash Bose (anche se poi quest’ultimo prese altre strade; sarebbe interessante seguirne il filo, ma forse non qui).

Inoltre, proprio la zona di Calcutta e del Bengala aveva visto un accanimento degli inglesi che, stufi delle ribellioni locali, avevano spinto da alcuni anni ad una modifica del controllo territoriale, spostandolo sulla sezione indiana più verso l’Europa, attraverso lo spostamento della capitale a Delhi e mantenendo un forte controllo sulla direttiva di maggior interesse che univa Delhi al maggior porto di arrivo dalla madre patria, cioè Bombay.

In tutto questo, vediamo agire il nostro Sam, ed il suo attento aiutante Surendranath Banerjee (che sappiamo essere chiamato con il più facile nome di “Surrander Not”, cioè “Non arrendersi”). Sam fugge dall’Europa volendo dimenticare la Guerra 14-18, ma soprattutto l’epidemia di spagnola che gli aveva ucciso la moglie. Ha buone capacità deduttive, nei primi due episodi si avvicina alquanto alla giovane Alice, che però “perde” in quanto, come molti inglesi, viene preso dalla spirale dell’oppio. Qui, cerca di uscirne utilizzando la medicina ayurvedica (un modo di interpretare le cure che ho sperimentato con successo durante il mio giro nella difficile regione dell’Orissa), ma che ha bisogno di interventi più drastici, cui sembra aderire nell’epilogo, dove parrebbe esserci un riavvicinamento con Alice (si vedrà quando se ne rileggerà).

Il suo aiutante, oltre a fornirgli supporto in quanto molto attento e conoscitore della realtà locale, nonché presente con un notevole numero di agganci, tra pubblico e privato, è anche una presenza non banale nell’economia politica, in quanto ha legami di parentele con Das, cosa che i superiori di Sam vogliono sfruttare per pacificare situazioni turbolente, anche in vista a momenti politici su cui torneremo.

Su tutta la vicenda storica, si innesta la narrazione gialla (anche se poi anche questa avrà una valenza politica). Durante una retata in una fumeria, Sam, che se la stava godendo, fugge e scopre casualmente un morto, con due segni distintivi: occhi cavati e pugnalate al petto. Sembra un episodio marginale, se non che, poco dopo, una donna di origini indo-portoghesi subisce lo stesso trattamento.

Secondo avvicinamento al problema: il primo morto ha un aspetto cinese, la donna è indiana, ma nata a Goa (enclave portoghese) e di religione cattolica. Indagando, i nostri scoprono che la donna è un’infermiera, che il primo morto in realtà è nepalese, non cinese, ed era un portantino nello stesso ospedale. Problemi razziali?

Forse anche perché il terzo morto è inglese, anzi è un ricercatore inglese di alto profilo. Facile sospettare che i tre abbiano un “filo rosso” in comune, che viene trovato in un progetto chiamato “Rawalpindi”. Si scopre anche chi possa tenere le fila della ormai acclarata vendetta. Ed anche, magari, alzarne la mira verso obiettivi più rilevanti a livello di risonanza esterna, forse mondiale. Visto che nel periodo è prevista la visita a Calcutta del principe di Galles, il futuro Edoardo VII, quello che poi rinuncerà al trono in favore del padre di Elisabetta II.

Ci saranno bombe (la cenere del titolo) e gas tossici (e questo è il fumo) che intossicheranno l’ultima parte del romanzo. Ma i nostri condurranno tutto ad una fine positiva, anche con qualche momento non proprio aspettato (altrimenti sarebbe stato tutto troppo facile).

Allora, veniamo alle due forzature storiche. Una forse comprensibile, l’altra meno. Il principe di Galles Edward realmente venne inviato dal padre, Giorgio V, in India per cercare di mettere fine agli atteggiamenti di non-cooperazione inspirati da Gandhi. Peccato che arrivò a Calcutta l’11 dicembre essendo il giorno prima stati arrestati Das e molti dei seguaci non violenti. Mi domando perché l’azione del romanzi viene posticipata di dieci giorni, facendocela trovare a ridosso del Natale (che tra l’altro ha valenze poche o nulle nella tradizione indù).

L’altro elemento sono gli esperimenti con il gas, cui veramente il governo inglese mise mano. Peccato che si svolsero nella città di Rawalpindi (ora in Pakistan) e negli anni Trenta. Erano studi ed esperimenti nati dopo la scoperta dell’uso dell’iprite nella Prima guerra mondiale. Un gas prima chiamato iprite in quanto utilizzato per la prima volta nella battaglia di Ypres, ma poi ribattezzato “gas mostarda” (per il suo colore giallo senape e dalla sensazione di bruciore agli occhi). Capisco le necessità di trovare un filo rosso alla narrazione, ma spostare qualcosa di dieci giorni si comprende, spostarle di dieci anni, si comprende meno.

Ciò detto, Abir ha almeno altre due abilità. La prima, quella di far parlare gli inglesi sugli avvenimenti storici proprio come ci immaginiamo abbiano fatto loro, presupponenti, di fronte a quelli che ritenevano “esseri di poco spessore e cultura”. Esempio tipico, il modo in cui Sem ed il suo capo parlano di Gandhi (uno di cui si parla tanto, che tanto promette, ma che non otterrà mai nulla. Parliamone!).

La seconda è far salire Calcutta ad ulteriore personaggio della storia. Laddove, anche solo per momenti e senza farne una dissertazione, vediamo la città sbandata divisa in zone. La Città “Nera” verso nord, abitata dagli indiani. La Città “Bianca” a sud, dove sono gli inglesi. Ed in mezzo tutto un muoversi di personaggi della difficile collocazione, dove si muovono cinesi, armeni, ebrei, parsi, angloindiani ed emarginati vari. Ed usando come tratto che attraversa come un rasoio tutte queste realtà l’aiutante di Sam, l’ottimo “Surrander not”, poliziotto nativo, agli ordini degli inglesi, e mezzo parente di Das, uno dei capi del movimento per la liberazione.

Alla fine però, pur con tutta la buona volontà, il risultato è un po’ inferiore alle attese. Non c’è mai una salita dei toni, il giallo è abbastanza scoperto, le forzature storiche non sono poi così giustificate. E Sam, con tutta la buona volontà, non riesce ad essere un personaggio trainante.

In questo periodo quaresimale, andiamo a spulciare citazioni da quattro autori, due viventi e due purtroppo no.

Comincerei con le “Donne dagli occhi grandi” di Angeles Mastretta

“Non rovinare il presente lamentandoti per il passato o preoccupandoti per il futuro.” (43)

“Nessuno può uccidere la parte di sé che ha fatto vivere negli altri.” (88)

“La zia Daniela s’innamorò come s’innamorano sempre le donne intelligenti: come un’idiota.” (175)

“Gli assenti si sbagliano sempre.” (181)

E con il “Circolo chiuso” di Jonathan Coe

“Ho imparato molto dai miei errori, e sono certo che potrei ripeterli alla perfezione.” (15)

“È assolutamente affidabile … ha reso il divorzio così poco traumatico … se mai vuoi divorziare da qualcuno … Philip è l’uomo giusto.” (19)

“Se sei a tuo agio con te stesso – nella tua testa – allora ti senti a casa dappertutto.” (88)

“C’erano dei sentimenti che non si indebolivano mai, nonostante il passare degli anni, nonostante tutte le amicizie, i matrimoni e le relazioni che andavano e venivano nel frattempo.” (109)

“È un appassionato lettore … Ha sempre il naso in un libro. Sta perdendo la vista, ma continua a leggere … qualsiasi cosa gli capiti a tiro.” (191)

“È un disastro col fai da te. Riesce a distinguere César Franck da Gabriel Fauré dopo due accordi, ma non riuscirebbe a inchiodare un attaccapanni nemmeno se ne andasse della sua vita.” (215)

“Un uomo deve lavorare nella consapevolezza dei propri limiti.” (254)

Ma approfondirei due autori sempre presenti nel mio pantheon: Amos Oz da cui, nel suo “Conoscere una donna”, traggo:

“In un racconto breve di Cechov o in un romanzo di Balzac c’erano … più misteri che nelle storie poliziesche o di spionaggio.” (39)

“Tu sei una persona molto intelligente … e anche perbene. … Però ti mancano tre cose serie: uno, non hai passione. Due, non hai gioia. Tre, non hai pietà.” (161)

E Cormac McCarthy, della cui scrittura sempre sono stato attento, e da un antico libro, “Suttree”, estraggo

“Avessi mai conosciuto un uomo che ha tutto e che non si dimentica da dove veniva prima. … Che pensa che quando sarà arrivato andrà tutto alla grande. Ma non si arriva mai. Non importa chi siamo. Una mattina ti guardi e sei vecchio.” (243) [una frase da scolpire]

“I giorni di un vecchio sono ore.” (307)

“Lo shopping per uomo. Lo trovo sexy.” (474)

“Lei gli si era inginocchiata accanto e gli mordicchiava l’orecchio. Il seno morbido contro il suo petto. Allora perché questo senso di solitudine?” (483)

Entrati nella quaresima chiudiamo i festeggiamenti con un pensiero al mio amico e sodale professore. E continuiamo ad organizzarci per i prossimi mesi, per vedere se riusciamo a partire e per dove. Continuiamo a raccontare il mondo che ci circonda pensando a chi ci precede e chi ci segue, a tutti con un abbraccio.

domenica 15 febbraio 2026

Ci salvano i leoni - 15 febbraio 2026

Una settimana, questa volta, dedicata a scrittrici, quasi tutte italiane e provenienti dalla biblioteca di zia. Come dice il titolo, da un’aurea mediocritas delle varie autrici (Stefania Bertola, Costanza Rizzacasa d’Orsogna, Catena Fiorello) ci salva il prequel della saga della famiglia Florio con il buono e leggibile terzo scritto di Stefania Auci.

Discorso a parte, la scrittura latino-americana di Laura Restrepo, con punte di interesse, ma che non mi riesce a coinvolgere.

Stefania Bertola “Biscotti e sospetti” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 10/01/2026 – T: 12/01/2026] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 235; anno: 2004]

Un'altra lettura del patrimonio leggero di zia, uscita dalla penna di una brava traduttrice che conoscevo per alcune traduzioni da Einaudi. So che ha fatto e fa anche altro, ma qui ci concentriamo su questo testo, anch’esso direi prepotentemente chick-lit all’italiana. Senza frizzi e senza fronzoli. Una storia borghese con personaggi mediamente simpatici (qualcuno decisamente antipatico). Con qualche deviazione on the road, ed un finale coerente al 90% con la storia.

Siamo a Torino, mi dicono ambiente d’eccellenza per la scrittrice. Dove vediamo l’intrecciarsi delle storie di diversi personaggi che si trovano per casualità temporale, a condividere diversi appartamenti ricavati da una villa vecchio stile gestita da due attempate contesse, che fortunatamente non hanno peso nella storia.

Motore principale dell’azione sono le sorelle Chiarelli. Caterina è quella vulcanica, impegnata in lavori sempre improbabili, con sospetti riciclaggi di piccole ruberie, ma soprattutto dedita al lavoro di sartoria per rivestire bambole gonfiabili di erotici destini. Avrebbe un improbabile fidanzato, che però se ne è andato a Manchester volendo fare il groupie degli Oasis. La sorella Violetta è quella pacata, amante dei libri, della musica classica, dei fiori, lavora come commessa in una libreria, sognando un futuro in cui ne diventerebbe proprietaria. È storicamente fidanzata con Eugenio, poeta a tempo perso e impiegato comunale, di una antipatia unica, che tradisce Violetta ad ogni piè sospinto, senza che lei se ne accorga.

Negli altri appartamenti ci sono Rebecca e le sue tre figlie Emi, Eli ed Evi, Mattia ed Emanuele. Rebecca è stata lasciata dal marito Davide, studioso di formiche, che si è fatto cortocircuitare eroticamente da una sua studentessa, l’inutile ed improbabile Belinda. Rebecca, per sbarcare il lunario, fa la cartomante misteriosa, ed in questo ruolo riuscirà a mettere una serie di situazioni sulla corretta via. Accorgendosi nel frattempo che Davide è un inutile maschio, che non avrà nessun interesse a riprendersi quando, come sembra ovvio, il rapporto erotico con Belinda arriverà ad un punto morto.

Mattia è un arredatore kitsch, sempre dietro a tutte le donne e le ragazze che incontra sulla sua strada. Ne sente tuttavia il fiato corto (tipo che si è stufato? E perché? Domanda da maschio impenitente, laddove io mi chiederei perché ha iniziato). Nel momento in cui incrocia le sorelle Chiarelli ha come una illuminazione, e confrontando Violetta con le sue conquiste, capisce quale dovrà essere la strada del suo futuro. Unico ostacolo è che Violetta è fidanzatissima con Eugenio.

Emanuele ha una fabbrica di vetri d’artista, ed è appena tornato dall’India con una moglie probabilmente indiana e sicuramente misteriosa, che dopo poco decide bellamente di sparire. Nel frattempo, appena si è palesato negli appartamenti, Caterina ha sentito quel colpo al cuore descritto nella frase che riporto e si professa da quel momento in poi, innamorata di lui. Tanto innamorata che si impegna anche nella ricerca della scomparsa moglie. Ricerca che porterà alla scoperta di una storia sghemba rispetto al filone principale, interessante nello svolgimento e di sicuro nelle conseguenze che comporta.

Il motore finale delle azioni, a parte il vaudeville tra i vari scenari amorosi ed erotici, è la partecipazione di Violetta ad un quiz televisivo per vincere una somma che le potrebbe consentire di comperare la libreria e coronare i suoi sogni. Come in un ”Rischiatutto” d’epoca, le domande finali sono su di una materia sola, nella fattispecie il mondo della lirica, con un domandone finale su di un aria delle “Nozze di Figaro”, dove capirete anche l’oscuro titolo.

Non vi dirò se vince, né se comprerà la libreria, né come si evolverà questa parte della storia. Sono quelle parti del finale che possono contenere, chissà, i famosi imprevisti della storia. Quello che non possiamo tacere è che di sicuro, seppur non in convivenza (alla data) le sorelle troveranno anime migliori di quelle iniziali. Ed altrettanto sicuramente, pur riappacificati per le figlie, Rebecca non potrà riprendersi Davide.

Come capite, è un bel balletto che scivola leggero sulle onde di musica altrettanto leggere, più Orietta Berti che Lucio Battisti. Sarebbe bene leggerlo di fronte ad una distesa azzurra sotto un ombrellone, magari addormentandosi un po’ qua e là. Insomma, niente di entusiasmante, ma fortunatamente anche niente di particolarmente orrendo.

“Noi abbiamo l’ape dell’amore chiusa nel nostro cuore e addormentata. Solo quando l’ape si sveglia e ci punge, è il vero amore. Se no, sono stupidaggini, sciocchezze. L’ape punge una volta soltanto e poi muore.” (64)

Costanza Rizzacasa d’Orsogna “Non superare le dosi consigliate” Guanda s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 20/01/2026 – T: 22/01/2026] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 249; anno: 2020]

Non conosco l’autrice di questo libro, anche se, scrivendo sul “Corriere della sera” e su “7” dovrei aver incontrato una sua firma. E non conosco, se non in modo indiretto e forse poco utile, i temi che lei affronta in questo libro. Che non è un romanzo, ma neanche un “memoir”, come si dice adesso, laddove il termine maschera una descrizione camuffata della propria vita.

È di certo un libro non facile, che tocca un argomento molto delicato, e lo fa con tutta l’irruenza di chi, anche se in maniera diversa, il problema lo conosce da vicino. Si parla e si va a fondo sui problemi del cibo e del corpo. Sarebbe riduttivo parlare solo di bulimia ed anoressia, che la scrittura cruda di Costanza ci fa entrare duramente in questo mondo malato, che non è alieno, che è ben presente nella cultura attuale, spesso più vicino di quanto si pensi.

Narrando di Matilde, e leggendo interviste a Costanza, si scopre che Matilde è una specie di idea platonica di Costanza. Che quindi non stiamo leggendo una storia della scrittrice, anche se Costanza ha sicuramente avuto sia problemi di pesi che problemi di bullizzazione per le sue fattezze, ora troppo magre, ora troppo grasse, mai giuste.

Il tentativo, riuscito in quanto tale, del libro è mostrarci in quanti modi questa disfunzionalità può nascere, alimentarsi, riprodursi. Ed in quanti modi riesce a condizionare la vita di chi ne è soggetto.

Certo, la famiglia di Matilde è un tipico esempio di come non possa non nascere un disturbo forte. Abbiamo un madre ossessionata dal corpo, che mangia e vomita, che è di una magrezza estrema, anche se la sua anoressia (almeno così lei ritiene) viene tenuta in controllo. Ma è comunque nella testa, e quindi, visto che la figlia Matilde ha una naturale tendenza a prendere peso, ecco che la madre fin da piccola la imbottisce di Dulcolax, un medicinale lassativo, usato per il trattamento di breve durata della stitichezza occasionale. Queto nelle intenzioni. Ma quando poi ne diventi schiavo, tanto da prendere un blister a sera, diventa qualcosa di più e di peggio.

La psicologia di Matilde lavora in quel senso inverso anche perché vorrebbe essere notata dal padre, che non c’è mai, che lavora sempre. Diciamo che un bravo psicologo saprebbe già intuire tutte le disgrazie che possono venire da questo comportamento.

C’è necessità di riscatto, ed ecco che Matilde va in America, è lontano dall’ambiente tossico sembra riuscire ad avere una vita normale, pur se costellata da svenimenti ed altri disturbi. Che sono, in parte, controllati. Fino alla morte per tumore della madre, ed alla sua decisione di tornare in Italia. E qui, di nuovo, problemi psicologici a rotta di collo, sempre con il padre, che, dopo pochi anni, decide di rifarsi una vita con una nuova compagna che riesce ad intossicare la vita del padre e della figlia.

Ovvio che, in parallelo, c’è anche tutta una questione sessuale che contorna la vita di Matilde. Lei ci racconta di abusi, veri o tentati, che di certo non aiutano ad avere un atteggiamento corretto verso il mondo. E soprattutto, ci racconta del suo grande amore tossico, che gli avvelena la vita per otto anni. Impedendole una vita sessuale serena, tradendola come e quando voleva. Solo con uno strappo doloroso, ed a valle di altrettante dolorose scelte, Matilde riesce a staccarsi. Anche se quest’ultimo strappo la porta sulla china di una ingestibilità completa del proprio corpo e della propria vita.

Matilde, crudamente, ma con vivezza, ci dice di aver attraversato tutta la gamma pesistica mondiale. Ottanta chili a sedici anni, quarantotto a diciotto anni, ed ora, intorno ai quarantacinque, siamo saliti fino a centrotrenta, quasi 131. Non ho commenti, sono numeri che parlano da soli.

Costanza ci dice tante altre cose, che se volete sarebbe bene leggiate che io non so elencarle al meglio, della vita di Matilde. Il fratello, ad esempio. Un’altra serie di comportamenti sociali. Il rapporto con gli altri. Una corda tesa sopra un precipizio, sempre sul punto di cadere giù.

Alla fine, però, seppur comprendo tutto quanto ci dice Costanza, non riesco ad entrare nel turbinio delle parole. Le capisco, ma sono così estreme che on riescono a coinvolgermi, a farmene sentire la necessità. Ad un certo punto, quasi diventano un anestetico che ti addormenta senza suscitare interesse. Anche se, dal punto di vista piccolo e personale, capisco il pensiero fisso al controllo del proprio peso. Mi fa sempre stare a disagio nel mio corpo quando la bilancia mi annuncia numeri che non gradisco. E non sarò certo grasso, ma spesso il disagio essendo soggettivo, non si riesce  comunicare.

Per questo, pur avendone letto, il libro non posso dire che mi sia piaciuto. So che ci sono, e tanti, i disturbi alimentari patologici. E so che ci si può morire. Ma per ora basta così.

“Se il pane è buono non hai bisogno d’altro … Il pane a Roma non lo compro mai, perché non sa di nulla.” (88) [perché non conosci il mio fornaio]

“Purtroppo a Roma quasi nessuno fa più il tiramisù col mascarpone, lo fanno con la panna, che è un gusto accessibile ai turisti, ma a me fa schifo.” (108)

Catena Fiorello “Picciridda” Giunti s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 24/01/2026 – T: 26/01/2026] && e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 252; anno: 2006]

Ovviamente la brava Catena ha per prima cosa dovuto superare l’ostacolo dei due fratelli ingombranti. Per dimostrare, e lo ha fatto in vari modi, di avere una sua esistenza autonoma. Anche se, ad un certo punto, ha giustamente aggiunto il nome materno per distinguersi ed allontanarsi da Rosario e Giuseppe. Ma qui non è ancora Catena Fiorello Galeano, ed è ad uno dei suoi primi scritti.

Devo anche dire, tuttavia, che (almeno mi dicono critici in rete) questa è una revisione del ’17 del testo originario. Revisione anche influenzata dal film che ne è stato tratto (“Picciridda. Con i piedi nella sabbia”), dove si riprende quel vezzo di scarico delle emozioni della protagonista Lucia che, appunto nei momenti topici, non vede di meglio che andare in riva al mare e mettere i piedi dentro la sabbia.

Detto quindi di un po’ di contorno, il romanzo non raggiunge tutti gli obiettivi che si pone. È ben scritto, i giusti intercalari dialettali non disturbano, anzi arricchiscono. Ma la vicenda è un po’ scontata, rimodulata su tante e tante che, per alcuni versi, già dalla prima comparsa capiamo chi sia e cosa ci stia a fare lì quel personaggio ingombrante, Pippo detto Tamburo Lercio. Nome che è tutto un programma.

Ma non è di lui che ci interessa parlare ma delle due protagoniste del testo: Lucia , la “picciridda”, e Maria la nonna. Il testo è tutto in prima persona dalla voce di Lucia, che prende tutta la scena, benché per nove undicesimi del testo è la Lucia undicenne che parla e narra. Ma la presenza, costante ed a volte ingombrante di nonna Maria, detta la Generala, che complementa le vicende di Lucia. Racchiudendole in una veste più ampia, di cui alla fine si avrà modo di sapere e di comprendere.

La famiglia vive a Leto (che sarebbe Letojanni, poco a nord di Catania), ed è una famiglia non ricca, che deve stare attenta alle spese, anche perché, nonostante il boom degli anni ’60, il padre di Lucia non ha un lavoro fisso e la madre, per quel che può nel saltuario, aiuta ma no colma. Perché il boom economico dei primi anni ’60 non arriva pienamente in tutta la penisola, e di certo la Sicilia ne è toccata solo nelle grandi città.

Così, i nostri devono decidersi ad emigrare. Ma non avendo neanche all’estero prospettive stabili, decidono di partire mamma, papà e figlioletto Pietro. Mentre Lucia, più grande, rimane con la nonna. Seguiamo così questo calvario di un anno, dal settembre ’61 a quello dell’anno dopo, che coincide anche con il primo anno di scuola media di Lucia.

Catena ci fa toccare tutte le corde di una preadolescenza lontana dalle metropoli. Lo studio sì, con l’affezionarsi ad alcuni insegnanti e con alcuni entrare in conflitto. Con la prima compagna di banco, ed il dolore per il male incurabile che la porterà via. Con la quasi cugina ormai zitella, depressa negli affetti, ed anche nel corpo, che deciderà di portasi via da solo, buttandosi sotto il treno. E soprattutto, con la lontananza della mamma, che per una ragazzina di quell’età è un punto di riferimento che viene a mancare. Con tutte le conseguenze di un sentito abbandono anche se forzato e giustificato.

La nonna aiuta, raddrizza, punisce quando è il caso. Si sente, tuttavia, che dietro questa inflessibilità c’è tanto amore per Lucia e tanto dolore per tutto quello che ha dovuto affrontare in questi suoi sessant’anni (Maria è nata all’incominciar del secolo): un marito morto subito, un secondo marito amato ma anche lui morto anzitempo, anche se dopo aver generato Santo, il primogenito un po’ scapestrato, e Giovanna, morta troppo presto anche lei. Rimane il padre di Lucia, che forse nasconde qualche mistero.

Ovvio che Lucia incapperà in un problema grosso, di cui conosciamo la natura, che ci aspettiamo fin dalle prime pagine, e che verrà risolto in modo un po’ brutale solo nelle ultime. Giusto in tempo che, allo scader del primo anno, Lucia si ricongiunge con la famiglia in Germania.

Sapremo, in un veloce finale, come andrà a buon fine tutta la vita di Lucia e dei suoi, anche senza aver costruito subito la casa in paese. Ma ci saranno studi, lauree, matrimoni, ed altre positività.

Ecco, questo è forse il limite del libro. Uno sbilanciamento delle parti, che gli sviluppi che tutti vorremmo sapere sono relegati in cinque  pagine finali, mentre forse avrebbero avuto bisogno di più spazio. Merito tuttavia di Catena è aver toccato alcuni temi sempre vivi: l’emigrazione (che allora era dall’Italia mentre ora è verso l’Italia), il ruolo della donna, il patriarcato (ed i femminicidi continuano tutt’ora a grandi ritmi), la solidarietà delle anziane, la maldicenza delle persone da poco, la sfortuna che colpisce sempre i più sfortunati.

Come dico, non sono d’accordo con la sentenza di nonna Maria, dove tutto passa con il tempo. E credo che, alla fine, anche Maria sia d’accordo.

“Se per caso ti succede una cosa brutta, tu fai un sospiro e prega a Cristu, e aspetta che la tempesta passa.” (119) [esattamente il tipo di filosofia che mi fa innervosire; nulla passa realmente se tu non ci lavori]

Laura Restrepo “Delirio” Repubblica Latinoamericana 24 euro 9,90

[A: 13/07/2020 – I: 26/01/2026 – T: 28/01/2026] - &&   

[tit. or.: Delirio; ling. or.: spagnolo; pagine: 285; anno 2004]

Con questo romanzo, dopo circa sei anni, chiudiamo il cerchio di una delle più interessanti e variegate collane proposte periodicamente da Repubblica. Qui, ci viene fatto fare un viaggio nella letteratura latinoamericana, così che si riescono a leggere autori anche al di fuori del cerchio magico noto in occidente. Molto si sa di letterature argentine, cilene, peruviane e brasiliane, e qui esploriamo anche le scritture messicane, cubane, nicaraguensi, venezuelane, uruguaiane o colombiane. E proprio di questa andiamo a scoprire cosa ci dice la scrittrice.

Premetto che, seppur nato ad Aracataca in Colombia, considero Garcia Marquez uno scrittore di lingua spagnola, ma universale. Poi ci sono qua e là autori colombiani che ho letto nel corso degli anni (Sebastiano Gamboa piuttosto che Efraim Medina Reyes), ma credo che Laura rappresenti un unicum molto interessante, seppur certamente non facile.

Giornalista, scrittrice, attivista politica di sinistra, anche di estrema sinistra, con molte vicinanze anche con i gruppi armati colombiani, da sempre comunque in lotta con il degrado politico e civile della Colombia, ed in particolare attraverso la lotta senza quartieri contro i cartelli della droga, in generale, e contro Pablo Escobar in particolare, preso quasi ad esempio di tutti i mali presenti nella vita quotidiana colombiana (e non solo).

A valle di non pochi scritti politici e narrativi, molto dopo la fine della lotta alla droga con Pablo, la scrittrice decide di scrivere questo complesso romanzo, di stratificata lettura, ma che, sicuramente è una parafrasi della non linearità della vita pubblica colombiana, calandoci nel mondo dei primi anni Ottanta. Entriamo nel delirio (e forse anche nella pazzia) della protagonista, portandoci appresso il delirio della Colombia. E nella parabola della storia di Augustina, vediamo quasi un riproporsi di tutte le pieghe della vita locale. Da passati di alti e bassi, ad un presente di confusione, guardando ad un futuro di speranza.

Questa forse l’unica concessione verso un immotivato ottimismo. Dopo tanto penare, forse una cravatta rossa (non a caso) potrà segnare la rinascita dell’amore tra Augustina e Aguilar e sperabilmente anche l’uscita da uno stato di alterazione della protagonista.

Dicevo innanzi tutto della difficoltà e complessità del libro, che la scrittrice ripropone nella scrittura stessa del testo. È una specie di scrittura circolare, con un suo ben preciso schema di avanzamento. Sentiamo così nell’ordine le parole in prima persona di Aguilar, di Midas (l’ex-amante di Agustina), poi in terza persona di Agustina, di nuovo Aguilar, e chiudere il cerchio con la terza persona di Nicholas e Blanca Portulinus. Per poi riprendere il grande ballo. Ma non aspettatevi una cesura tra i vari pezzi. Che si passa dall’uno all’altro anche all’interno di una lunga frase, o attraverso discorsi, sempre riproposti senza virgolette o altri segni grafici.

Capite bene che la lettura non ne viene certo agevolata.

La struttura narrativa sopra indicata serve poi a presentarci quattro storie (che si riesce a ricostruire solo verso la fine e a posteriori): quella del nonno Portulinus, di Agustina bambina, di Agustina attuale, sposa in delirio di Aguilar e di Midas.

Cercando di fare ordine, vediamo il nonno emigrante dalla Germania, compositore e pianista, sposo con Blanca, molto più giovane di lui, che spesso entra in una specie di trance creativa, a valle della quale riesce a produrre composizioni bellissime. Ma ad un certo punto, in un momento di alienazione incontrollata, uscendo di casa cade o si getta nel fiume. Fatalità o suicidio? Noi non lo sapremo mai realmente, ma sapremo solo che Blanca lo negherà per tutta la vita, attraverso un meccanismo di travisamento della realtà che sarà la potente eredità che lascerà a sua figlia Eugenia.

Eugenia farà un matrimonio in ascesa, sposando il facoltoso Carlos Vicente Londoño Sr., macho colombiano puro, sempre distante, con una lunga storia con la sorella di Eugenia, la zia Sofi. E con un distorto comportamento verso i figli. Osanna verso il maggiore, macho anche lui, Joaco Londoño, e grosso osteggiamento verso il minore Carlos Vicente Londoño Jr. detto "Bichi", in quanto gay. E "Bichi" sarà oggetto di maltrattamenti fisici e verbali per tutta la vita, fino a che non abbandona la famiglia per trasferirsi in Messico, accompagnato da zia Sofi. Nel mezzo, la povera Augustina, che praticamente viene ignorata in quanto donna.

Augustina da sempre ha visioni profetiche che in gioventù servivano a difendere "Bichi", mentre ora si estendono a dei contesti che sembrano congiungere il profano ed il divino quotidiano.

Durante un’agitata giovinezza, diviene l’amante di Midas McAllister, un corriere di valuta per conto di Pablo Escobar. Midas farà tanti soldi, ma è tipo da mani bucate, che spende spesso più di quanto guadagni. Non entriamo nel merito della sua storia con Augustina, che quello che Midas ci narra è il presente. Una scommessa con i suoi sodali per fare avere una notte di sesso al suo amico, il Ragno Salazar, paralizzato dopo una caduta. Notte che si fa molto movimentate tanto che nel mezzo della parte erotica, ci scappa la morta, una prostituta ingaggiata a tale scopo.

Seguiamo allora i tentativi di Midas di tirarsi fuori dal casino suscitato, coinvolgendo ad un certo punto anche Augustina. Confidando nelle sue visioni profetiche, e portandola, in un momento di assenza di Aguilar, in un hotel al fine di ricostruire (con poco successo) la notte fatale.

Augustina che, dopo la fine della storia con Midas, si innamora, ricambiata, del professor Aguilar. Un professore comunista, tanto poco ben visto nella Colombia di quegli anni, così che deve abbandonare l’insegnamento, ed anche la famiglia ed i suoi due figli, trovandosi a fare il venditore itinerante di cibo per cani. Ed al ritorno di uno dei suoi viaggi di lavoro, trova Augustina in uno stato di alterazione molto oltre il normale, quasi senza ritorno.

Aguilar cerca di comprendere i motivi, cerca di trovare modi di aiuto. Per questi verrà aiutato dal ritorno della zia Sofi, unica che riesce ad interagire con Augustina, portandola, a poco a poco verso un possibile ritorno al prima. Per i motivi verrà aiutato da Anita, una conturbante dipendente dell’hotel dove Aguilar aveva ritrovato Augustina. E sarà Anita a fornirgli la chiave di quei giorni, e forse anche l’accesso verso la comprensione delle attività di Midas.

Ora, se mi avete seguito sin qui, io non ho modo di dirvi di più. Perché confesso che, pur cercando di seguire e ricostruire le vicende attraverso le contorte frasi, più di questo non sono riuscito a ricostruire. Basterà? Non so, anche se quello che mi rimane è forse soltanto e potentemente un grande disagio. Una difficoltà dell’essere calati in un mondo che non è il nostro e che non porta che violenza. Mi sembra quasi che si parli di oggi invece che di quasi cinquant’anni fa. Ricordo infatti che il contorno è quella Colombia dominata dal cartello di Medellin, quella Colombia che in quegli anni raggiunse il primo posto al mondo come numeri di omicidi per anno. Tutto presente nelle pagine di Laura (sentiamo una caserma saltare in aria, vediamo come Aguilar convinca Augustina a non uscire nel pomeriggio dove le strade diventano ostaggio dei guerriglieri).

In fondo, la cifra finale del romanzo è: salviamo le apparenze, costi quel che costi, maltrattamenti, silenzi perfino follia. Lo capisco, e pur tuttavia il modo contorto (pur se funzionale al testo) di esporre la materia mi ha reso difficile entrare in sintonia con il testo.

Alla fine devo dire che preferisco gli autori latinoamericani alla Allende piuttosto che alla Amado.

Stefania Auci “L’alba dei leoni” Nord s.p. (prestito di Alessandra)

A: 27/01/2026 – I: 30/01/2026 – T: 01/02/01/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 452; anno: 2026]

Un libro di sicuro interesse per chi ha letto i due volumi della scrittrice sulla storia dell’ascesa e caduta della famiglia Florio, ma anche, forse con qualche stimolo in più a leggerne, per chi non lo avesse fatto. Che qui vediamo il cuore pulsante di come diventeranno i Florio, vediamo da dove nascono i DNA che li porteranno a creare il loro impero. Mi rendo conto che, forse, chi non conosce la storia, troverà alcune parti più deboli, mentre chi ne conosce gli esiti di sicuro apprezzerà il modo in cui la scrittrice riesce a raccordare tutte le storie.

Perché, se è vero che molti documenti si hanno dei Florio in tutto il periodo forte della loro esistenza, nel bene e nel male (cioè dal 1799 al 1950), qui si tratta di fare un salto indietro, di partire dai primi anni e dalla Calabria. Qui il romanzo viene fatto iniziare nel 1772, terminando, come si conviene, con quel ’99 che porta i Florio a Palermo. In un certo senso, questo prequel è un romanzo di Calabria, mentre la saga della famiglia è un romanzo siciliano.

Visto poi che parliamo di 27 anni, abbiamo tutto il tempo di conoscere l’intera famiglia e non solo i pezzi forti che, partendo, riscatteranno anni di duro lavoro e di miseria.

La storia inizia con la famiglia composta da mastro Vincenzo, il capostipite, lavoratore del ferro, duro e caparbio (questo sarà un elemento che passerà ai suoi discendenti), legato al territorio, ma senza volontà di crescere. E da mamma Rosa, l’anima tenera della famiglia, ma anche quella che farà capire come i sogni devono essere seguiti per raggiungere la felicità o almeno, la serenità di aver fatto di tutto per raggiungerla (qualcuno, mal comprendendo questi segni vivrà tutta la vita al contrario). Ed i figli: Domenico, il primo, ligio e sempre in linea con il padre, Francesco, il ribelle, e le due femmine, Mattia (usato al femminile, ed è l’unico caso che conosco) e Menica.

In effetti, il ’72 è l’anno di nascita di Pietro, che sappiamo sarà il fondatore della dinastia commerciale. Ed è anche l’anno che incrina la famiglia. Francesco si ribella al padre non volendo fare il fabbro e fugge. Ma viene preso dai briganti, con cui vivrà a lungo. Qui c’è una grossa parte che, come dirà la scrittrice, è tutta “romanzo”. In un certo senso, è anche una parte ben fatta. Ci porta nello spirito della fine del Settecento, con gli abusi ed i soprusi molto evidenti. Così che certo ci sono briganti “puri”, ma ci sono anche persone costrette, da potenti ed autorità distorte, a fuggire per non subire pene ingiuste.

L’avventura da fuorilegge termina positivamente per Francesco che non solo torna a casa, ma trova anche una sposa, con cui farà quattro figlie, tutte femmine (con grande scorno di Vincenzo che aspettava il maschio). Non solo, continuerà Francesco la sua lotta, decidendo di fare il calzolaio. Cosa che ben gli riesce fino al 1783 (poi vediamo perché quell’anno), dove comincerà la sua deriva, per debiti e tracolli vari. Morirà giovane, con la moglie che le segue a ruota dal dolore. E con le figlie disperse tra i fratelli (sappiamo che la più piccola, Vittoria, sarà “adottata” da Pietro).

Nelle more di quegli anni, Rosa, nonostante il precoce invecchiamento per il dolore, nel ’76 partorisce Ignazio, il custode oscuro delle fortune familiari. Resisterà, molto lottando, fino, appunto, al fatale ’83. L’anno del grande terremoto che devastò gran parte dei comuni della costa calabra verso lo Stretto. Si calcola che ci furono circa 50.000 morti (già tanti in numero, ma enormi se si pensa che fu quasi il 10% della popolazione locale; oggi la stessa percentuale territoriale provocherebbe almeno 100.000 decessi).

Bagnara fu quasi distrutta, e Rosa muore. Vincenzo, di antica stirpe calabrese e maschilista, pensa solo a risposarsi con la bella Giovanna. Peccato che lei non abbia idea della gestione della casa, riuscendo solo a suscitare malumori e fughe. Chi per sposarsi, anche malamente come Mattia. Chi solo per allontanarsi da casa come Domenico e Menica. Mentre Pietro decide di unire le sue forze con Paolo, il marito di Mattia, cominciando a sviluppare un commercio marittimo di beni per la zone del sud del Mediterraneo.

Questa è forse la parte più scontata. Certo vediamo meglio come è successo tutto ciò che ci porterà al ’99, ma c’è poca partecipazione. Per accenni, capiamo che Pietro, di buona mente, misura tutto in base ai soldi ed al guadagno. Anche il matrimonio, dopo aver visto bellezze varie in giro per i porti, decide di “comperare” Giuseppina, contratto che i maschi delle due famiglie concludono senza pensare ai desideri né di Giuseppina (tanto è donna) né di Ignazio (che invece è solo pauroso di contrariare il fratello).

Poiché la storia successiva si può leggere negli altri volumi, diciamo che lasciamo i Florio all’apertura della loro “aromaterìa”, quando Pietro, Giuseppina, Ignazio, il piccolo Vincenzo e la piccola cugina Vittoria, si trasferiscono da Bagnara a Palermo.

Inciso geografico, io, come Stefania, continueremo a scrivere di Bagnara, perché la città assunse il nome di Bagnara Calabra solo nel 1861, all’unità d’Italia, per potersi distinguere dall’omonima città romagnola, che contestualmente prese il nome di Bagnara di Romagna.

Di sicuro, dobbiamo chiosare che lo stile di Stefania Auci è gradevole, anche se gli incipit delle quattro parti io li avrei evitati. La scrittura riesce a comunicarci le angosce dei momenti topici (Francesco quasi ucciso dai briganti, la morte di Rosa dovuta al terremoto) sia le gioie dei (pochi) momenti felici (gli sguardi di Francesco e Petronilla che li portano al matrimonio, e quelli di Giuseppina e Ignazio che li seguiranno tristemente nelle loro forzate scelte).

La scrittrice decide inoltre di ancora la narrazione ad alcuni temi, a volte espressi a volte sottesi, che ne caratterizzano l’andatura. Le radici familiari, ad esempio, con il loro forte legame con il territorio. E di conseguenza, le dinamiche stesse dei rapporti affettivi, familiari o meno. È una riflessione sui sogni che si hanno per la propria vita e sui sacrifici per poterli seguire. Non mancando il basso continuo verghiano di sottofondo, ben esplicitato con una riflessione di Pietro (a pagina 341): “Se hai del denaro, la gente ti considera, ti ascolta, ti rispetta. Ricorda il tuo nome. Se non hai niente, non sei niente”. È sempre “la roba” che governa il mondo.

Alla fine, pur con un ritmo meno incalzante dei futuri leoni, quest’alba non dispiace.

Ed eccoci a completamento con qualche citazione e riflessioni di alcuni autori italiani.

Cominciamo con Francesco Guccini ed il suo “Vacca d’un cane”

“E capisci che la vita, se vorrai davvero viverla come va vissuta, nella sua complessa completezza, consisterà solo in una gran serie di difficoltà una via l’altra, senza riposo.” (37)

“Ci sono giorni nella vita di fondamentale importanza, momenti che ti segnano da lì in avanti, ma quando ci sei raramente te ne accorgi o non ci pensi e dopo non te li ricordi.” (52)

Proseguendo con due racconti lunghi. Il primo con “Elegia” di Aldo Nove (da sottoscrivere sempre il lamento sul maluso del cellulare):

“È curioso … vedere la gente per strada che parla [con chi sta] lontano e nessuno che invece parli con chi gli sta vicino.” (57)

“Quello che si fa è quello che è.” (60)

“Sogniamo che gli altri ci vogliano per ciò che siamo.” (94)

Il secondo con “Il viaggio a Paros” di Mario Fortunato

“Con i genitori, la strategia migliore per ottenere ciò che si vuole è non dare nell’occhio. … Fagli credere che sei uno tranquillo e si fideranno ciecamente.” (12)

“Le verità del cuore non coincidono quasi mai con quanto si dice e forse anche per questo le parole che ci rivolgiamo sono tanto necessarie e così straordinariamente inutili.” (120)

Quest’anno Carnevale molto basso, ma anche ed ancora pieno di tristezze e preoccupazioni. Quattro anni di guerra sul fronte russo, un paio in Medioriente, molte pensieri per l’America Latina. Riusciremo ad uscirne? Non vedo molto azzurro nel cielo, come direbbero i Rokes, ma non possiamo farci mancare la speranza e tanti abbracci.