domenica 8 marzo 2026

Ricomincio da ... quattro - 08 marzo 2026

Da molte trame mi ero dedicato a scegliere cinquine omogenee su cui imbastire le mie scritture settimanali. Devo ora convertire questa modalità in una riduzione. Si legge con più rilassatezza e resilienza, ed anche con una varietà a volte maggiore. Così meglio ridurre il numero settimanale. In questo modo posso finalmente dare alle stampe una quaterna di scritture del grande Leonardo Sciascia che da due anni aspettavano inutilmente il quinto libro.

Quattro scritture differenti, come sempre variegata è l’opera di Sciascia. Un Candido tra gli scritti migliori, una raccolta di racconti con alti e bassi, una raccolta di articoli, dove a lungo ho riflettuto su quei “professionisti dell’antimafia” di cui si parla. Finendo con un ulteriore e sempre valido “grido” sulla mafia e sulla Sicilia.

Leonardo Sciascia “Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia” Repubblica Sciascia 9 euro 8,90

[A: 04/03/2021 – I: 07/03/2023 – T: 08/03/2023] &&& 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 117; anno: 1977]

Una lettura di Leonardo Sciascia durante la vacanza giapponese, con un risultato molto rilassante, che se fossi meno autocritico definirei zen. Non ha la verve politica e morale dei primi libri contro e sulla mafia. Tuttavia, è una miscela interessante di ironia e di messaggi politici.

L’idea, ovvio, è collegarsi al “Candide” di Voltaire, dove tutto andava a dimostrare il contrario dell’assunto del precettore di Candide (“viviamo nel migliore dei mondi possibili”) in modo da contrastare l’ottimismo immotivato della scuola filosofica di Leibnitz. Qui Sciascia in un apologo in salsa siciliana, va posizionando i suoi bersagli su quelle che definisce le “Chiese” che imbavagliano l’uomo. Sia quella cattolica, con le costrizioni ed i divieti, sia quella comunista, specularmente oppressiva e dogmatica.

Notiamo per inciso che il libretto viene scritto l’anno prima del rapimento e della morte di Aldo Moro.

La storia segue le vicende personali e sociali di Candido Munafò. Il giovane nasce in una grotta in Sicilia, nella notte tra il 9 ed il 10 luglio 1943, la notte dello sbarco delle truppe americane di liberazione. La madre, già in rotta con il padre, si innamora di un capitano americano e scappa con lui verso l’America e la libertà. Il padre, avvocato, inizia a crescere il figlio in un ambiente di assoluta libertà, così che Candido cresce con un carattere pericolosamente sincero.

Tanto che denuncia un cliente del padre avvocato quando scopre che è realmente un assassino. Il padre, sconvolto, si suicida, e Candido viene affidato al nonno. Questi era stato un fervente fascista, ora riconvertitosi in notabile democristiano, e nelle more affida Candido ad un prete, don Antonio, con il compito di “portarlo sulla retta via”. Al contrario, l’ingenuità ed il candore del giovane rovesciano le sorti. Intanto Candido si innamora della cugina Francesca, primo elemento di scandalo nella famiglia siciliana. Poi, tra ragionamenti ed avvenimenti strani, porta lo stesso don Antonio prima verso il dubbio, poi all’abbandono della tonaca. Con spirito catto-comunista allora, i due si iscrivono al PCI. Dove però vengono delusi dal falso moralismo della classe dirigente post-togliattiana (delusione che ebbe lo stesso Sciascia in prima persona). Tanto che, invece di passare da una Chiesa all’altra, i due vedono bene di farsi espellere.

Da qui tante vicende emergono. La morte del nonno, la grande eredità che ne deriva agli eredi, i litigi dei parenti, coalizzati contro Candido, ma anche avidamente tesi ognuno al proprio tornaconto. Altro elemento di critica alla famiglia lanciato da Sciascia.

Ci sono fughe, agguati morali, riconciliazioni ed altre agnizioni in giro per l’Europa, soprattutto quando Candido e Francesca decidono di lasciare l’invivibile Sicilia per l’eldorado parigino. Dove, in una sera del 1977, si ritrovano Francesca, Candido, l’ex-prete nonché la madre di Candido, risposatasi con il capitano americano ormai pensionato. E Candido, nel suo modo fintamente ingenuo, alla fine, sarà felice di questa conclusione in minore. Non è il migliore dei mondi possibili, ma è quello in cui viviamo, per cui tanto vale prenderlo per il verso giusto.

Sciascia riesce a dipingere il suo singolare Candido in modo vivido e realistico, laddove al fine questi risulta solitario, scettico, ingenuo ma profondamente curioso, tanto che, nel suo candore non accetta barricate al suo pensiero ed agisce, sempre e comunque, senza piegarsi ai compromessi (neanche a quelli storici che verranno proposti di lì a poco da Moro e Berlinguer).

È di certo una favola amara, seppur con il suo sarcasmo l’autore riesce a farne un affresco beffardo dell’Italia degli anni ’70. Ripeto, con un occhio forte e deciso che mira ai bersagli preferiti di Sciascia (oltre alla lotta alla mafia, unico elemento non presente realmente nell’apologo). Si scagli contro la famiglia, che per quieto vivere soffoca gli aneliti dei suoi componenti. Si scaglia contro la Chiesa e la sua secolare ipocrisia (non sulla parte dogmatica, quindi, ma sulla parte comportamentale dei suoi adepti). Si scaglia contro il PCI incapace, anch’esso, di rappresentare ed impersonare gli aneliti di libertà e di apertura verso il mondo che le dottrine storiche marxista-leniniste avrebbero dovuto portare avanti.

Ne esce fuori al fine, un’Italia che pensa di esser moderna, che pensa di potersi lanciare verso il futuro trainata dal boom economico degli anni ’60, ma che invece è ancora piena di sotterfugi, di piccoli e grandi tranelli, un Paese ancora anziano e retrogrado senza spazio per una presunta apertura alla modernità. E lì Sciascia ha facile gioco nel mostrare che il migliore esempio di questo sfascio con possibili risalite, è proprio la sua amata e odiata Sicilia.  Come tutto il paese pronto a fare un salto verso il futuro. Come tutto il paese, bloccato dall’insipienza degli uomini. Una favola ironica, caro Sciascia, ma che amarezza!

Leonardo Sciascia “Il mare colore del vino” Repubblica Sciascia 8 euro 8,90

[A: 25/02/2021 – I: 13/03/2023 – T: 14/03/2023] && e ½ 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 130; anno: 1973]

Ancora ed ancora, non mi convincono i racconti, e pur tuttavia in questi brevi scritti, composti tra il ’59 ed il ’72, Sciascia riesce a fare un percorso che mette in luce tutto il suo modo di essere e di affrontare la scrittura e la vita. Indagini minute, partendo da piccoli brandelli di cronaca. Realtà forse ignorate, spesso travisate. Piccoli spruzzi (o sprazzi) di colore, tutti pieni dell’anima siciliana dell’autore.

Perché c’è l’indagine, ma c’è quell’ironia di fondo, che ho sempre ritrovato in tutti i miei amici siciliani, dove si affronta il tragico con il sorriso sulle labbra e l’ironico ed il comico con una faccia da clown triste. E pur non essendo omogenei (son come detto scritti in un arco di quattordici anni) tracciano un quadro reale e vivo del modo di Sciascia di affrontare i temi del reale e le sue sfaccettature.

Ne cerco allora di dare traccia veloce, che ritengo le poche righe scrivibili per ognuno, capaci di suscitare nel lettore la voglia di approfondimento. In ordine di apparizione abbiamo:

1.    Reversibilità. Una trama di metà Ottocento, sulla rivalità tra i comuni di Grotte e di Racalmuto, riscattata dalle azioni della bella Concettina.

2.    Il lungo viaggio. È la storia di un gruppo di emigranti siciliani che paga salato degli scafisti al fine di sbarcare negli Stati Uniti e resta sorpreso nel notare che anche in America esista un paese che si chiama Santa Croce Camerina (lo facciamo rileggere ai nostri governanti?).

3.    Il mare colore del vino. Cronaca di un lungo viaggio in treno in uno scompartimento troppo affollato che accoglie una rumorosa famiglia siciliana ed un inerme ingegnere vicentino con destinazione Agrigento, che nel confronto con la famiglia Micciché avrà modo di conoscere la Sicilia prima di arrivarvi.

4.    L’esame. Il signore Blaser, rappresentante di un’azienda svizzera, gira la Sicilia cercando manodopera femminile da assumere nell'azienda. Inflessibile, nel villaggio di V. gli viene richiesta una raccomandazione al contrario: non assumere una ragazza, che vuole andar via dal paese.

5.    Giufà, anche se il titolo viene scritto in caratteri arabi. Infatti, Giufà è un carattere che compare in tutta la cultura mediterranea, un antesignano di Bertoldo. Giufà, durante una caccia, confondendo il cappello di un prelato con un uccello, spara ed uccide il cardinale. Sciascia ci racconta le astuzie del nostro e di come riuscì a salvarsi. 

6.    La rimozione, uno dei racconti migliori, insieme al seguente, dove di narra di Michele, noto comunista, che aiuta la moglie, devota, nel salvataggio della statua di Santa Filomena; un racconto che venne scritto ai tempi della rimozione delle statue di Stalin alla fine degli anni Cinquanta, dando modo di trovare sfogo all’ironia di Sciascia.

7.    Filologia dove due personaggi, forse criminali o solo collusi discutono sull’origine della parola mafia, discettando sulle sue origini etimologiche; un documento da conservare nella memoria, e mandare ai mittenti di Arcore e compagnia.

8.    Gioco di società, dove si narra di tradimenti ed altro ed in cui una donna riesce a volgere a suo favore la visita di un sicario incaricato dal marito di ucciderla.

9.    Un caso di coscienza sembra un bisnonno degli scritti di Camilleri; un avvocato legge casualmente una confessione di una donna del suo paese che ha tradito il marito, ne parla tornato a casa e da lì si innesca una travolgente trama di dubbi e chiacchiere. Inciso: da questo racconto viene girato il film omonimo interpretato da Lando Buzzanca.

10. Apocrifi sul caso Crowley, dove Sciascia si occupa, come nello splendido Raymond Russell, di fatti avvenuti sull’isola; qui ricostruisce in modo veritieramente immaginario i messaggi tra Mussolini e la polizia di Cefalù, che portarono nel 1923 all’espulsione dall’Italia dell’occultista britannico Aleister Crowley.

11. Western di cose nostre, dove si torna a parlare di mafia, per una faida in una cittadina dell’entroterra palermitano, ma, forse era amore e non mafia.

12. Processo per violenza, l’unico non siciliano, dove Sciascia ricostruisce le vicende che hanno portato ad una serie di omicidi nella città di Bottanuco nel bergamasco, avvenuti intorno al 1870.

13. Eufrosina è infine una di quelle vicende storiche che mandano in visibilio i lettori ricercatori come me. Si narra la storia di Eufrosina o Eufrosia Siracusa, bellissima giovane che sposa Calcerano Corbera (che i più letterati ricondurranno nel cognome a quella Corbera descritta da Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”), ma viene subito presa di mira dal viceré di Sicilia (nonché eroe della battaglia di Lepanto) Marcantonio Colonna. Per farla sua, questi non esita prima ad imprigionare il suocero, don Antonio Corbara, con una falsa accusa di debiti, facendolo poi avvelenare in carcere. Poi a spedire Calcerano in missione a Malta, dove questi viene pugnalato a morte. Ha mano libera il viceré, ma viene presto chiamato a Madrid per render conto delle sue azioni, tuttavia a Medinaceli, tra Saragozza e Madrid muore avvelenato, forse per mano di un notabile della sua scorta, tal Lelio Massimo. Molto probabile, in quanto, tornato a Palermo, Lelio sposa Eufrosia. Tuttavia, poco dopo, per togliere adito a pettegolezzi, i due figli di Lelio uccidono Eufrosia. Poco dopo, entrambi moriranno decapitati.

Come potete ovviamente intuire, anche il tredicesimo si pone in alto nel mio cuore. Un bel florilegio, anche se con alti e bassi, come detto. Ma sempre con la scrittura del grande di Racalmuto, che, anche nel piccolo, dà una prova maiuscola di sé.

Leonardo Sciascia “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)” Repubblica Sciascia 13 euro 8,90

[A: 01/04/2021 – I: 16/03/2023 – T: 18/03/2023] & e ½ 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 137; anno: 1989]

Questo è certamente uno dei più interessanti e difficili libri composti da Sciascia, ed anche l’ultimo pubblicato lui in vita. Parlo di libro composto che è in realtà un florilegio, dove Sciascia scegli 31 suoi articoli, apparsi tra il 7 ottobre 1979 e l’11 novembre 1988, su riviste come “Il Globo” e “L’Espresso” e sui giornali, tutti provenienti dal “Corriere della Sera”. Articoli che sceglie lui stesso, che ripropone come revisione editoriale all’editor di Bompiani, che allora era Elisabetta Sgarbi. Ed è proprio lei che gli fa vedere le prime bozze, prima che la malattia porti via il grande intellettuale siciliano il 20 novembre 1989.

A me hanno suscitato una duplice ed opposta reazione. Sono interventi in sé interessanti, a volte condivisibili, a volte da discutere. Quello che manca è, in questa proposta di Repubblica per il centenario della nascita, un apparato critico a corredo, come quello uscito nelle edizioni Adelphi del 2017. Non perché non si sappia di cosa si parla, ma perché (soprattutto per i giovani) ci sarebbe stato bisogno di contestualizzare le parole di Sciascia.

Che quindi, lette così, perdono un po’ quel carattere di richiamo verso la memoria, restando interventi isolati e, almeno per me, di difficile coniugazione. Certo, nel giudizio complessivo si potrebbe dare un valore all’intellettuale Sciascia, ma questo sarebbe a prescindere da questo libro, e varrebbe per tutta la sua opera.

Non entro quindi, se non per pochi tratti, in alcuni interventi e prese di posizione, ma cerco, nei limiti delle poche capacità, di trarne un panorama dall’alto, quasi che noi si fosse con la cinepresa a raccontare per immagini quello che lui ci narra con le parole.

Per chi non ha ancora la memoria del futuro, accenno che in questi articoli molti sono i temi toccati. A volo citiamo la morte di Roberto Calvi a Londra (e dico morte in quanto Sciascia era convinto fosse suicidio e non omicidio), l’omicidio (questo sì) del generale Dalla Chiesa, l’incriminazione di Enzo Tortora, il maxiprocesso di Palermo, l’analisi della testimonianza di Tommaso Buscetta, la prima lancia spezzata sull’arresto di Adriano Sofri, nonché (e qui ci si dovrà tornare) l’articolo più controverso, quello sui “professionisti dell’antimafia”, che provocò la sua rottura con Scalfari ed una lunga diatriba con Giampaolo Pansa.

Quello che è bene sottolineare, ed è un errore che spesso veniva fatto, è che Sciascia non fa giurisprudenza, lui, con la letteratura, fa politica. E facendo politica, non può non accorgersi che la platea che lo circonda è piena di un mare di “cretini”, di tutte le specie e gli ordini, “cretini” che mescolano cultura ed esistenza, coloro che reputavano la loro parte la migliore, a prescindere.

Un errore che Sciascia sottolinea a valle delle decisioni del Consiglio Superiore della Magistratura, che nell’87 nomina Procuratore a Trapani Paolo Borsellino, in contrasto con la consuetudine degli avanzamenti per anzianità, e che boccia l’anno dopo Falcone come Capo del Pool antimafia, ripristinando l’anzianità a scapito dei meriti di lotta alla mafia. Un errore che Sciascia imputa al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa imputandolo di aver sottovalutato la necessità di protezione e controllo. Giudizio che gli inimicò a vita il di lui figlio Nando.

Ma Sciascia non pretende di essere infallibile. Rivendica il suo ruolo di scrittore “scomodo”, nonché quello di intellettuale che si permette di fare domande, ostiche, ma sempre pertinenti. Come per tutti gli articoli dedicati al caso Calvi, cui, seguendo il suo ragionamento ribadisce il convincimento trattarsi di suicidio. Bisogna poi sottolineare che spesso, in ogni caso, aveva anche ragione. Come per Tortora. O era da una parte in cui dovrebbe essere la ragione, come per lui e per me, nel caso Sofri.

Da leggere, infine, con gli occhi di oggi, l’articolo del 10 gennaio 1987 sui “professionisti dell’antimafia”, dove, a prescindere dal contesto, ci sono parole sempre condivisibili sullo stato di diritto. Che laddove parla di tutto (mafia, terrorismo, politica) Sciascia fa sempre un discorso intorno all’uomo. Un discorso che punta ad abbattere i castelli della retorica che in Italia offuscano ogni discorso, un discorso che tenta la riabilitazione del ruolo perduto dall’educazione scolastica, un discorso che si scaglia contro lo sperpero enorme del denaro pubblico per manifestazioni ‘culturali’.

La sua scomoda scrittura non aveva di certo il difetto della vaghezza, per cui rimase spesso isolato, adottando su sé stesso quello che non avrebbe potuto conoscere, essendo lui morto, ma che lo definisce in pieno: il titolo di un’antologia del critico americano Lionel Trilling “The Moral Obligation to Be Intelligent”.

E giunti alla fine di questo volo sul libro (confesso che avendolo letto in aereo al ritorno dalla Corea, forse il mio giudizio è più pessimista del dovuto, colpa dei poco amati coreani), penso sia giusto finire con la frase di Bernanos da lui posta ad inizio libro: “preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli”.

Leonardo Sciascia “Le parrocchie di Regalpetra” Repubblica Sciascia 10 euro 8,90

[A: 10/03/2021 – I: 23/05/2024 – T: 25/05/2024] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 168; anno: 1956]

Con quest’opera, a metà tra una cronaca storica ed una finzione del presente, comincia realmente la parabola di scrittore di Leonardo Sciascia. Quella che dopo pochi anni lo porterà alle prime uscite letterario-politiche, cioè a quel 1961 quando con “I giorni della civetta” riuscirà a coniugare pienamente la scrittura con l’impegno sociale e di denuncia.

L’idea di partenza nasce intorno ad un piccolo scritto sulle esperienze di maestro elementare, che Sciascia esercitò dal ’49 al ’57, nel suo paese natale, Racalmuto, e che pubblicò nel ’55 sulla rivista “Nuovo Argomenti” con il titolo “Cronache scolastiche”. Partendo e riflettendo su quello, ragionandoci sopra insieme ai suoi sodali, gli viene l’idea di realizzare un’opera più complessa, che narrasse le vicende di una qualsiasi cittadina dell’entroterra siciliano. Ipotizzando, con correttezza, che alcuni episodi, alcune direttrici di ragionamento potessero essere generalizzate e rese emblematiche per tutta una sequenza della vita di un qualsiasi paese siculo.

Nasce così la fittizia cittadina di Regalpetra, nome che nasce dalla crasi tra un antico nome di Racalmuto, che pareasi chiamare un dì Regalmuto, con un omaggio alle cronache della città di Enna così come descritte in un libro di un eminente scrittore siciliano del ventennio fascista, Nino Savarese. Che appunto ne narrò nel suo libro del ’37 “I fatti di Petra”.

Lungo i dieci capitoli che compongono il libro vediamo quindi scorrere la storia del paesino, ma anche della varia umanità che lo compongono, e dei problemi che durante secoli ne hanno percorso la vita. Sono capitoli autonomi, piccoli saggi di costume, ma che, presi nel complesso, ci danno la fotografia, o forse anche il film, di cosa sia successo nel tempo.

Un tempo che comincia da lontano, con una rievocazione storica, tanto cara a Sciascia, proprio legata a Racalmuto. La storia dell’assassinio del barone locale, Girolamo II del Carretto, avvenuta nelle stanze padronali del possidente, il 6 maggio 1622, da parte di un famiglio. Morte che serve allo scrittore per narrare le angherie con cui i del Carretto strangolavano l’economia locale. Ma anche per fare un percorso storico che dall’anno Mille, attraverso piccoli episodi, ci porta (quasi) ai giorni nostri. Si passa dalla formazione del Regno d’Italia, con il passaggio dei Garibaldini, attraversando gli anni del fascismo, una ferita che al giovane Sciascia rimase sempre dolorosa (ricordo che il nostro è del ’21) fino a giungere alla Repubblica ed alla campagna elettorale per la terza legislatura dell’Assemblea Regionale Siciliana. Tutta una serie di piccoli accadimenti che servono ad illustrare come, surrettiziamente, la mentalità mafiosa si sia impadronita dell’isola e la mafia (e le sue propaggini) ne abbi carpito l’economia: uso clientelistico del voto, la protezione dei delinquenti, gli studenti che inneggiano al bandito Giuliano, la morte del sindaco del paese, voluta dai liberatori americani nel ’44.

Una commistione di mafia e voti, con intrecci elettorali che videro in prima fila missini, comunisti, democristiani e liberali. Denominatore di tutta la storia: è la sopraffazione del popolo ai soprusi dei proprietari terrieri. Si narrano le condizioni in cui versano i salinari e gli zolfatari, la scarsa paga, la necessità che i giovani vengono avviati subito al lavoro per sostenere le famiglie. Acuendo la sempre sfiducia di Sciascia verso l’istruzione così concepita.

Non ci coglie certo di sorpresa che poi tutto il potere sia nei luoghi deputati di incontro dei notabili del paese. Luogo denominato come “Circolo della Concordia” dove i cosiddetti gentiluomini si spartiscono le sorti ed i soldi del paese sorseggiando una bibita o bevendo una granita. Con la sua penna graffiante ci fa vedere il conservatorismo becero che ha da sempre animato l’isola. Una rappresentazione forte del dolore e dell’impotenza dell’italiano (e del siciliano) degli anni Cinquanta. Con che dolore vediamo i vecchi privarsi di tutto pur di mettere da parte i soldi per la loro cerimonia funebre. I dolori “romantici” dei salinari cui pian piano il sale e la fatica corrodono le ossa. Ma soprattutto i ragazzi, in quel primo capitolo scritto che ha la forza delle pagine degli scritti di Barbiana, con il dolore per vederli abbandonare lo studio senza poter far nulla per modificare l’esistenza di ognuno. O vederli aspettare l’ora di ricreazione dove, a turno e ad estrazione, qualcuno avrà da mangiare, e molti no,

Un intreccio potente tra memoria individuale (i ricordi suoi, delle persone che incontra, e di quelle che immagina di incontrare) e memoria collettiva, come quando ricorda le campagne elettorali che vedono fianco a fianco gli estremismi più disparati.

Come scriverà più tardi lo stesso Sciascia, in queste parrocchie si celano e si svelano già tutti i suoi libri futuri, perché: “Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia”. 

Non nascondo che comunque è stata una lettura difficile, dove la penna di Sciascia ancora non scorre liscia come sarà poi. E, pur nella beltà intellettuale del risultato, il pessimismo di fondo che lo pervade non porta il lettore a nessun ottimismo.

Riusciremo a cambiare ancora qualcosa, laddove in sessanta anni ancora nulla è cambiato?

Intanto ci dedichiamo a qualche pensiero di altri autori italiani.

Il primo Carmine Abate che ne “La festa del ritorno” esprime un pensiero che ha percorso molta mia giovinezza: “Volevo vivere in Francia per sempre. Mi piaceva la Francia. … Mi piaceva soprattutto Parigi.” (63)

Poi mi rivolgerei ad uno scrittore che spesso mi ha sollevato l’umore: Antonio Pascale. Qui prendo alcune frasi da “La manutenzione degli affetti”:

“Quando ero giovane ho letto ‘Avere o essere?’, una di quelle stupidaggini che si fanno solo da giovani.” (7)

“Sapere come funziona un oggetto significa non chiedersi perché farlo funzionare.” (41)

“Sto sempre a pensare alla mia vita, e facendo un bilancio serio devo dire che non ho mai saputo rispondere la cosa giusta al momento giusto. Mai, nemmeno una volta. Le cose buone mi venivano fuori dopo, magari quando stavo a casa, e così la mia vita è un accumulo di risposte esatte date al momento sbagliato.” (76)

“Quando ci innamoriamo chiediamo al nostro amato di portarci indietro nel tempo, per farci riprovare i momenti in cui siamo stati felici da bambini.” (147)

 “Siamo il paese che preferisce il bello al vero.” (165)

Chiudo con un autore che ho sempre amato ed ammirato per la sua poliedricità. Prendo allora due testi di Alessandro Baricco. Da “Mr. Gwyn” ricavo:

“- Lei non è vecchia. Lei è morta. … - Morire è solo un modo particolarmente esatto di invecchiare.” (56)

“Ed era tornato alla sua scrivania, a leggere una biografia di Magellano.” [nota mia: citazione di Baricco alla sua recensione del libro su Magellano di Stefan Zweig] (139)

“Diceva che tutti siamo qualche pagina di un libro, ma di un libro che nessuno ha mai scritto e che invece cerchiamo negli scaffali della nostra mente.” (155)

Mentre da “Tre volte all’alba” riporto:

“Ho capito che non si cambia veramente mai, non c’è modo di cambiare, … non è per cambiare che si ricomincia da capo. E per che cosa, allora? … Per cambiare tavolo. … Cambiare le carte è impossibile, non resta che cambiare tavolo di gioco.” (28)

“Non è neanche detto che se ami davvero qualcuno, ma tanto, la cosa migliore che puoi farci insieme sia vivere.” (87)

Niente di nuovo da dire, forse ripetendo quanto scritto la scorsa settimana: un pensiero ed una speranza di pace, una fiammella che mai si spegne nel mio cuore. Un pensiero al compleanno di Roberto, uno a tutti pensieri che Sciascia suscita e suscitò, uno grande con abbracci a chi, per lavoro o per diporto non è nella propria terra natia. 

domenica 1 marzo 2026

Quattro trame sagge - 01 marzo 2026

E dico quattro anche se, almeno per questa settimana, sono ancora cinque. Tuttavia la quinta trama dedicata a papa Francesco è un po’ anomala, tanto che ho preferito non inserire nessuna valutazione, ma solo delle considerazioni che lo scritto, molto difficile, mi ha stimolato. Per il resto, invece, abbiamo due buoni scritti non romanzati di Marco Malvaldi, anche se dal secondo mi aspettavo qualcosa di meglio. Abbiamo un agile manuale di suggerimenti da fine settimana, ben gradito regalo di Bene. Nonché una visita guidata alla casa ed all’infanzia di Carlo Verdone, dove però il meglio sono le foto ed il non detto.

Marco Malvaldi “Se fossi stato al vostro posto” Raffaello Cortina Editore euro 21 (in realtà, scontato a 19,95 euro)

A: 01/09/2025 – I: 07/09/2025 – T: 09/09/2025] &&& e ½ 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 273; anno: 2025]

Molti dei miei lettori sanno che ho un debole per Marco Malvaldi, a volte giustificato ed a volte no. Intanto è laureato in materie scientifiche (chimica per l’esattezza) e questo me ne rende caro il pensiero (visto che molti zii, cugini e nipoti si sono laureati in materie scientifiche ed alcuni hanno scelto proprio la chimica). Inoltre, ha sempre avuto attenzione verso i numeri, anche se sui numero primi possiamo intavolare un bel dibattito. Infine, ha da sempre avuto una passione per il giallo con versanti ironici, e questo lo colloca nel mio pantheon privato.

Ho letto molto di tutta la sua produzione (ventinove testi sono presenti nella mia biblioteca), anche alcuni non gialli né ambientati nella pinetina del BarLume. Così, anche questo che si colloca molto sul versante scientifico, anche se cerca di utilizzarlo per uno scopo apprezzabile e narrativo: capire (o impostare un ragionamento) come sia possibile applicare evidenze matematiche (o di sua derivazione) alla risoluzione di casi intricati. O, come imposta il sottotitolo, affrontare in modo non banale il problema del ragionevole dubbio.

Devo dire che, rispetto ai lanci pubblicitari ed a quanto se ne leggeva prima dell’uscita, mi aspettavo qualcosa di più maneggevole. Non che sia pentito, né che il libro non meriti tutta la buona gradevolezza di lettura che gli porgo. Tuttavia, sarebbe salito ancor più su laddove ci fosse stato un maggior bilanciamento degli ingredienti.

Ingredienti che sono in effetti tre: una approfondita analisi di un testo fondamentale della letteratura gialla (come vedremo più avanti), una digressione in un campo della matematica che ho tangenzialmente incontrato (e che ha dato ragion d’essere a tutto il corso insegnante della mia amica Cristina), e cioè il calcolo delle probabilità, per finire con un incrocio tra numeri e narrazione per arrivare a comprendere (anche se non fino in fondo) il senso di “ragionevole dubbio” nella giurisprudenza e nei “legal thriller”.

Allora, entro solo brevemente nel discorso probabilistico, sia perché è ben trattato nel libro, sia perché non è nelle mie prime corde. Ma quello che Malvaldi sostiene, e noi con lui, è che, quando si affronta un problema di giudizio, se non si è presenti in una confessione palese, si va avanti con ipotesi e con la loro interpretazione. Cioè con un’analisi statistica di quanto è successo o quanto sia potuto succedere.

Saltando tutti i passaggi intermedi, quello cui l’autore vuole arrivare è il teorema di Bayes, uno dei fondamenti di una sostanziosa branca probabilistica, che in soldi ci dice come trovare la probabilità che una certa causa abbia generato l'effetto osservato. Nel poliziesco, ad esempio, come una persona abbia commesso un crimine (ipotesi) dopo che viene riscontrato un DNA compatibile con la persona stessa (nuova evidenza). Mettendo valori numerici, specifici del caso in questione, ed eventualmente raffinando i calcoli matematici con nuove evidenze, si arriva ad una ragionevole certezza o ad un ragionevole dubbio sul risultato finale.

Questo per portare evidenze matematiche al fine di risolvere una narrazione (che sia un libro poliziesco o un caso reale). Perché (e qui sono in accordo con l’autore) la matematica, in diverse branche, può essere d’aiuto, anche perché, come sosteniamo noi matematici a fronte delle persone che non ci comprendono, la base della matematica è la logica. E la logica deve (dovrebbe) governare tutta la vita di ognuno di noi.

Il discorso si fa più interessante nell’approfondita analisi del testo di Edgar Allan Poe (quello che ho citato sopra) corredata da altrettante interessanti considerazioni sulla vita del grande scrittore. Per essere leggermente più sintetici, iniziamo con il dire che il testo affrontato (“Il mistero di Marie Rogêt”) è esattamente quello che si pone sul bivio sopra indicato. È un testo di finzione che interpreta un caso reale, ben noto all’autore ed ai lettori americani. Poe trasla gli avvenimenti verso Parigi e l’Europa, al fine di far intervenire l’illustre investigatore Auguste Dupin (quello introdotto ne “I delitti della rue Morgue”, il primo testo poliziesco universalmente riconosciuto).

Sebbene non sia il miglior testo di Poe, questo mistero ha alcuni punti di notevole interesse. Per prima cosa, è praticamente tutto un dialogo tra Dupin ed il suo mistero amico, che poi ne scriverà. Dupin analizza tutta la vicenda “Mary/Marie” basandosi solo sugli scritti: verbali di polizie, memorie varie, e soprattutto articoli di giornali. La vicenda era assai nota: la giovane scompare all’improvviso, venendo ritrovata morta alcuni giorni dopo nel vicino fiume. Molti i sospetti e i sospettabili, molte le ipotesi, a volte anche contradditorie, nessun risultato certo. Poe alla fine fa dire a Dupin di aver risolto il caso, ma Malvaldi, seguendo tutte le varie analisi pubblicate negli ultimi centocinquanta anni, ci dimostra che a) Poe/Dupin avanza delle ipotesi ragionevoli senza arrivare alla soluzione; b) nessuno prende in seria considerazione la possibilità di un aborto finito male e c) nessuno ipotizza che il padrone del negozio dove lavorava la giovane potesse in qualche modo esserne coinvolto.

Poe partiva dal presupposto che le circostanze probabilistiche potessero aiutare a ricostruire i fatti. Malvaldi dimostra che le deduzioni di Poe non sono corrette, ma dimostra anche che l’idea di Poe è valida: usare un intreccio tra narrazione e calcolo può aiutare nel difficile compito di individuare la colpevolezza di qualcuno.

Come detto in principio, la scrittura di Malvaldi è sempre un balsamo per i miei neuroni, anche se qui il nostro li fa lavorare forse un po’ troppo, almeno per quanto riguarda le nostre auguste età. Ma l’analisi dello scritto di Poe non ci può che tenere svegli ed invogliare a rileggere con una nuova luce negli occhi gli scritti del grande americano.

Marco Malvaldi “Le regole del gioco” Rizzoli euro 18 (in realtà, scontato a 5,10 euro)

A: 05/12/2025 – I: 17/12/2025 – T: 19/12/2025] &&& 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 184; anno: 2015]

Ho recuperato in uno scaffale di un supermercato a Vallerano di Viterbo uno scritto completamente non giallo del tosco Malvaldi. Leggendo il sottotitolo che parla di sport non potevo che comprarlo subito. E dopo averlo letto lo dedico al mio amico Renato, che di sport e di fisiche conseguenze è stato sempre un attento osservatore.

Non è il primo libro “non giallo” di Malvaldi che leggo, e fortunatamente come negli altri casi, l’ho trovato leggibile e con degli spunti sicuramente interessanti. Intanto perché nobilita lo sportivo da divano, che, io per primo, se mi trovo davanti ad una competizione, e se questa è in diretta, difficilmente riesco ad allontanarmi. Per questo, nel corso degli anni, oltre allo sport classico, ed in genere a quello olimpico, mi fa piacere seguire le corse automobilistiche, ma solo di Formula 1, le gare di biathlon, gli incontri di snooker o di tennis, non disdegnando, se capita, una partita di curling.

In tutto il discorso che Malvaldi sviluppa intorno allo sport ed alle sue leggi fisiche, l’unico punto che mi ha lasciato freddo è il fatto che il nostro tifi per il Torino. Non so da dove venga questo accoppiamento insano per un pisano duro e puro. Ma, e qui spero di ritrovare una unione con lui, ho ritrovato, leggendo, lo spirito sportivo. Che, come mi ha insegnato mia madre, io sono uno sportivo, non un tifoso. Mi piace vedere un bel momento di sport, e data la mia propensione nazionalistica, sono contento nel momento che qualsiasi squadra o atleta italiano vinca. Non ho mai, e credo non lo farò mai, tifato “contro”.

Ma veniamo a questo breve e divertente testo. Che in un primo tempo pensavo si dedicasse soltanto a momenti di sport per i perdenti. C’era la storia di Matthew Seyd, campione tedesco di tennis tavolo o quella di Mohamed Ali Rashwan, judoka egiziano. Quando però siamo passati prima al tedesco americano George Eyser o al grande Dick Fosbury ho capito che, dietro quelle sconfitte, o quelle vittorie, c’era qualcos’altro da raccontare.

Il tedesco Seyd, super campione di tennis tavolo, e pluricampione europeo, alle Olimpiadi di Sydney, al primo turno, subisce una sconfitta clamorosa, quasi non riuscendo a prendere pallina, bloccato mentalmente dall’idea della partita, con il risultato che i movimenti automatici del corpo ne risultano irrimediabilmente compromessi.

La vicenda di Rashwan invece serve ad esemplificare anche l’utilizzo della stabilità corporea per le discipline sportive. Nella finale dei giochi olimpici di Los Angeles del 1984, opposto al giapponese Yasuhiro Yamashita, che si era lesionato il muscolo del polpaccio destro durante le eliminatorie, perse per ippon (penso che siate esperti di arti marziali e non ve lo spiego). Rashwan dichiarò di non aver mirato alla gamba di Yamashita perché non lo considerava fair play.

Ed a proposito di gambe, il tedesco naturalizzato americano George Eyser, nelle olimpiadi di Saint Louis del 1904 vinse tre medaglie d’oro (salita con la fune, volteggio a cavallo e parallele), due medaglie d’argento (cavallo con maniglie, Concorso individuale di Quattro eventi) ed una di bronzo (sbarra). Niente di particolare, molti sono stati plurimedagliati. La particolarità è che da giovane, travolto da un treno, gli fu amputata la gamba sinistra. Per inciso, Malvaldi dice di non avere molte altre notizie su di lui. Io ho solo trovato che, nel 1919, sulla soglia dei cinquant’anni, morì suicida.

Sono tutti momenti che servono a spiegare psicologie e tecniche, per arrivare, nel mio immaginario, a tre momenti fisico-sportivi determinanti: il Fosbury flop, la Maledetta e il Tiki-Taka.

Il primo è l’idea di salto dovuta all’americano Dick Fosbury. Prima di lui, il salto in alto era dominato dalla scuola russa dello scavalcamento ventrale. Fosbury rovesciò il corpo umano, introducendo questo “salto dorsale”, che serviva ad abbassare il baricentro. Cioè, al fine di superare l’asticella, il ventrale prevedeva un forte salto verso l’alto per portare il baricentro oltre l’ostacolo. Al contrario, il dorsale non porta così in alto il baricentro, ma, una volta le spalle arrivate in altezza, la capriola all’indietro consente di superare altezze sicuramente maggiori.

La Maledetta, invece, è una punizione del gioco del calcio, inventata magistralmente da quel mago delle punizioni che fu Andrea Pirlo, soprattutto nei suoi campionati juventini, e non dico altro. La peculiarità di quel tiro è il fatto che la palla, ad un certo punto ha un andamento assolutamente imprevedibile, che, lasciando di stucco il portiere, si insacca meravigliosamente. La spiegazione scientifica è leggermente più complessa della precedente, coinvolgendo aerodinamica ed altre discipline. Il succo è che colpendo la palla in un certo modo, ad un certo punto la gravità ha ragione della velocità, facendola abbassare improvvisamente, creando l’effetto, ed il goal, voluto.

Il Tiki-taka se vogliamo è ancora più complesso. Evoluzione del calcio globale olandese degli anni Settanta, l’intuizione di Guardiola fu di creare spostamenti continui della palla, in una rete di passaggi che si assimilava alle reti neuronali della natura, e come queste, ad un certo punto, creava quello spiraglio di verticalità e velocizzazione che portava i giocatori a ridosso dell’area di porta, con un’enorme facilità di convertire l’azione in pericolosità e, spesso, segnando goal.

Per la gioia dei curiosi, ci sono altre notevoli intuizioni e descrizioni fisico-sportive, dal modo di porre le mani dei tuffatori al calcolo delle probabilità dei calci di rigore. Quello che Malvaldi fa emergere, in fondo, ed è quello che emozionalmente ci interessa, è il rapporto tra istinto e razionalità. Come dice saggiamente: “Quando un atleta tenta di sovrapporre il sistema razionale a quello intuitivo 9 volte su 10 compie una cretinata allucinante”. Bisogna prima studiare con il cervello, poi, quando si passa all’azione, è il corpo che ha memorizzato le istruzioni, che deve guidare l’andamento del gesto tecnico.

Malvaldi riesce sempre a farsi leggere da me con il giusto gusto, a volte con molta ironia, altre facendo muovere i pochi neuroni che ancora ne hanno voglia. Uno scrittore che continua a starmi simpatico e continuerò a seguire, nei romanzi, nei saggi ed anche negli scritti a quattro mani con la moglie.

Ivan Carozzi “Cronache dell’Italia nascosta” Blackie Edizioni s.p. (Natale di Benedetta)

A: 25/12/2025 – I: 03/01/2026 – T: 05/01/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 262; anno: 2025]

Un sempre gradito pensiero natalizio di chi sa che non è importante l’entità di un regalo, ma il fatto di essere stato pensato. E qui c’è più di un pensiero in un libro che ha molte belle caratteristiche (ma anche alcune pecche, motivo del buon risultato di gradimento pur se non di eccellenza pura).

Ivan Carozzi è un personaggio sempre attento all’attualità ed alle piccole cose che poi diventeranno grandi. Autore di alcuni interventi de “Le invasioni barbariche” bignardiane, ora caporedattore di “Linus” (una rivista che ho molto amato fino a quando, senza motivi validi, licenziò il mio amico e giocologo Ennio Peres, cui continuo a mandare pensieri a più di tre anni dalla morte), nonché grande amico e sodale di Enrico Deaglio, qui si pone nelle vesti di scopriture di piccoli dettagli, di elementi di storia minore, quasi di spigolature.

Non a caso, il sottotitolo del libro recita: “Storie incredibili, celebrità inaspettate, luoghi curiosi e altri miracoli della provincia italiana”. Ed è girando per le venti regioni italiche, saltabeccando tra città, provincia e campagna, che Ivan ci presenta queste storie. Sempre con piglio arguto, sempre con una buona dose di ricerca (come lui stesso confessa). Che non si accontenta di narrare, ma cerca riscontri, approfondimenti, piccoli passi laterali che permettono di guardare luoghi e persone con altri occhi ed altre prospettive.

Anche l’impianto del testo è interessante. Ogni regione è prefata con alcuni dati (popolazione, reddito pro-capite, cognomi caratteristici). Poi si riporta lo spirito guida della regione (da Battiato per la Sicilia al cane San Bernardo per la Val d’Aosta), il luogo simbolo e una scena filmica rilevante. Ma quello che più intriga (e che farà la felicità di mio cugino Alessandro) è l’indicazione di uno o più alberi che in quella regione sono da tener di conto (ne menziono solo uno, Italus che si trova nel Parco del Pollino in Calabria e che avrebbe circa 1230 anni).

Capite già che è un piccolo tesoro di riferimenti, un baedeker di soluzione alternative, di gite in luoghi non scontati ma pieni di simboli e riferimenti. Perché è pur bello ed intrigante visitare il Cavern Club a Liverpool dove iniziarono a suonare i Beatles, ma altrettanto intrigante, e forse per me più bello, visitare Chia, dove sorge la Torre in cui vissi per anni Pier Paolo Pasolini (io l’ho visitata, ed ho ammirato il suo studio tutto vetri aperto verso l’esterno, quasi fosse una casa di Frank Lloyd Wright a Chicago).

Tra le tante spigolature, allora, a volo di uccello ed a memoria, vi consiglio:

1.    Villa Oleandra sul Lago di Como che George Clooney acquistò dalla famiglia che la costruì, cioè la famiglia Heinz, quella della maionese e del ketchup

2.    L’Elea 9003, il primo calcolatore costruito in Italia, che occupa 100 metri quadri al piano terra dell’ITIS Enrico Fermi di Bibbiena

3.    Piazza Federico II a Jesi, dove nel 1194 partorì in diretta Costanza d’Altavilla

4.    Sannicandro Garganico, in provincia di Foggia, dove è presente l’unica comunità convertitasi all’ebraismo

5.    Il borgo di Colla Micheri in provincia di Savona dove visse a lungo Thor Heyerdahl, il mitico costruttore del Kon-Tiki, la barca in balsa che dal Perù riuscì ad arrivare in Polinesia

6.    il castello Brazzà a Moruzzo in provincia di Udine, dove visse Pietro Savrognan di Brazzà, esploratore italiano dell’Africa Centrale, cui è stata dedicata la capitale della Repubblica del Congo, Brazzaville

7.    il Rifugio Damiano Chiesa affacciato sul Lago di Garda dove nel “Libro di Vetta” (quello dove si lasciano pensieri dei passanti montani) c’è un disegno fatto il 12 luglio 1914 da Fortunato Depero

8.    la casa natale di Sonia Maino a Lusiana di Vicenza (Sonia conosce a Cambridge uno studente indiano, lo sposa e noi la conosciamo come Sonia Gandhi).

Non torno su Pasolini, ma chiudo con Bob Dylan che in gioventù si accompagnò con tal Suze Rotolo, ragazza presentatagli dalla sorella Carla, che, al termine di una lunga vita, si ritirò nelle terre di famiglia a Santa Teresa di Gallura.

Comunque, tutte le spigolature sono da leggere, e, se del caso, da seguire sul territorio.

Alla fine però, il libro ha per me due pecche che ne impediscono una migliore collocazione. La prima riguarda la fruizione delle venti regioni italiane. Non capisco in che ordine, se un ordine c’è, siano state poste nella scaletta di lettura. Io avrei pensato invece ad un percorso che dal Nord al Sud (o viceversa) potesse unire le varie regioni. Personalmente io sarei partito dalla Sardegna, per poi scendere in Sicilia, e, attraversato lo stretto, risalire dalla Calabria alla Val d’Aosta (se guardate una cartina potete vedere che tutte le regioni peninsulari sono passabili dall’una all’altra, senza saltarne alcuna).

L’altra punto è l’intromissione di notizie o di elementi non coerenti all’interno di una notizia o di una spigolatura. Ad esempio, c’è un bell’articolo dedicato al cronobiologo Maurizio Montalbini che visse un anno in una grotta (la Grotta di Nerone, in provincia di Pesaro) facendo degli interessanti esperimenti scientifici. Ora, di quale utilità rispetto a questa storia è il fatto che proprio a Pesaro nel lontano 1925 nacque il democristiano Arnaldo Forlani? Collegamenti un po’ tirati per i capelli.

Comunque un libro che si legge veloce, che dà buoni spunti, e di cui conservo un buon ricordo, di lettura e di dono.

Francesco “Aprite la mente al vostro cuore” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 05/02/2026 – T: 12/02/2026] -   

[tit. or.: Mente abierta, corazón creyente; ling. or.: spagnolo; pagine: 257; anno 2012]

Non è un libro semplice, e neanche una lettura cui ci si possa avvicinare senza un po’ di preparazione. Nel senso che bisogna entrare nello spirito dello scritto, e non aspettarci i discorsi e le sottolineature che papa Francesco ha fatto nel corso dei suoi dodici anni papali. Qui siamo in uno scritto pubblicato in spagnolo nel 2012, dedicato a riflessioni e predicazioni molto intense che il cardinale Jorge Mario Bergoglio aveva rivolto a vescovi di lingua ispanica.

Solo dopo l’elevazione al seggio papale, il libro viene pubblicato in tutto il mondo, adattando in vario modo il titolo, cioè, al solito, piegandolo ad esigenze editoriali. Infatti, il libro non viene pubblicato dalle Edizioni Vaticane (in Italia), ma prima da Rizzoli (che evidentemente ne aveva già acquisito i diritti) e poi ripreso del Club degli Editori nelle sue pubblicazioni periodiche.

Tutto questo per sottolineare innanzi tutto che mi aspettavo un discorso più omogeno, come in altre letture che ho fatto dei suoi scritti. Invece, il testo, sicuramente dotto, è pieno di rimandi biblici, alcuni anche molto interessanti ed intensi in alcune sottolineature, ma sicuramente non di immediata fruizione.

Per questo, ho impiegato un tempo esteso per poterne seguire l’iter di pensiero, e secondo poi non ne faccio nessuna valutazione. Non è un testo etichettabile con livelli di espressività e di gradimento. È un testo interessante, difficile, che offre alcuni spunti, ma è un testo oserei dire privato. Ognuno, se interessato, se curioso, se stimolato, e tanti altri se, può affrontarlo e leggerne. Io ne parlo, ma non in termini di stile, quanto solo in ragione di possibili riflessioni.

Anche dal punto di vista realizzativo, è un libro difficile da maneggiare. Nel senso che ci sono quattro parti, filo rosso del discorso di Bergoglio, ognuna anche con alcune difficoltà interpretative, per me. Nella prima parte, che sembrava più semplice da affrontare, Bergoglio ci presenta attraversi le parole dei Vangeli, i diversi incontri con Gesù. Difficile perché ogni momento in cui si incontra una descrizione di un momento, si rimanda, con dovizia di riferimenti, ai passi evangelici che ne narrano. In questo modo, volendo seguire il percorso di chi guida la meditazione descritta, bisognerebbe compulsare i passi citati, non certo in modo agevole.

E così anche nella seconda parte, dedicata alla vita quotidiana di un credente all’interno della società attuale, quindi indirizzando le sue meditazioni sui diversi modi di manifestarsi del divino. Ma soprattutto nella terza, molto interna alla chiesa stessa, con un richiamo, dotto e ben articolato, alle sette chiese citate negli Atti degli Apostoli, ognuna descritta con le sue debolezze e le sue virtù.

Molto più coinvolgente, invece, per chi si vuole coinvolgere l’ultima parte meditativa dedicata alla preghiera, quindi al rapporto diretto con Dio, dove emerge prepotentemente l'importanza della dimensione umana e quotidiana della preghiera stessa. Attraverso poi tutta una serie di passaggi che toccano e coinvolgono diversi attori della Bibbia: Abramo, Davide, Salomone, Mosè, Giobbe, Geremia, Giuditta. Solo per citare a memoria quelli che ricordo.

In questa parte ho risentito le parole che avevo letto nel toccante libro di Endō Shūsaku  (“Silence”) di cui ho scritto non molto tempo fa. Bergoglio ci porta nei momenti difficili della quotidianità, e si interroga, come faceva Shūsaku anche se in contesti ben diversi, sul silenzio di Dio. Lì, nelle persecuzioni giapponesi, il prete si domandava il motivo del silenzio di Dio durante la sua sofferenza. Qui, facendoci già capire come sarà papa Francesco, si risponde già che non c’è bisogno di risposta, che Dio, come con Gesù nei Getsemani, era vicino e soffriva insieme ai sofferenti.

Il messaggio che Francesco ci vuole inviare è uno di quelli che poi ripeterà durante tutta la sua vita papale: non bisogna avere paura di mostrarsi tenere, non bisogna temere di essere buoni. Uno dei momenti felici della vita di ognuno è quel “fare per gli altri”, che se vi fermate un momento a riflettere, è una delle cose più belle che si riescano a fare. E con felice sintesi, il papa argentino ci lascia spronandoci ad aprire la mente, che il cuore di ognuno di noi sa qual è la propria strada.

Finisco ripetendo, lettura difficile, non classificabile, ed estremamente personale. Quindi lascio che ognuno ne pensi secondo il suo ragionamento personale.

Chi rispetta guarda due volte prima di parlare e di agire, e riflette … non si lascia trasportare dall’emotività.” (172)

“Amare la giustizia con la stessa sete di chi cammina nel deserto. Aprire il cuore alla tenerezza anziché addestrarlo alla prepotenza. Cercare la pace, più forte di ogni pacifismo.” (184)

“È una generazione autoreferenziale, che vive secondo il proprio capriccio, secondo il banale mi piace o non mi piace.” (193)

Carlo Verdone “La casa sopra i portici” Bompiani s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 23/02/2026 – T: 24/02/2026] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 282; anno: 2012]

Ecco un altro di quei libri che non avrei mai comperato, ma che, entrato in libreria, sono contento di averlo letto. Non che sia un capolavoro di scrittura o di contenuti, ma è un libro discretamente sincero e con una visione dall’interno di una vita familiare romana e dei suoi annessi e connessi.

Il tutto partendo dal momento in cui, per una serie di motivi, deve essere abbandonata la casa che per forse ottant’anni aveva seguito le vicende della famiglia Verdone: la bellissima casa di Lungotevere dei Vallati n. 2, sopra i portici antistanti ponte Sisto, confinante con l’inizio di via Giulia, via dei Pettinari e via delle Zoccolette. Capisco che forse, per chi non è di Roma, sono nomi che dicono poco. A me, mentre ne leggevo, hanno aperto il fiume dei ricordi.

I ricordi del vicino Campo dei Fiori. I ricordi dell’Istituto Gramsci. Delle serate sui gradini di Piazza Trilussa. Ma non siamo qui per parlare di me, anche se ci si ritorna, ma per seguire Carlo. E non solo, ma anche Mario, la moglie Rossana, i fratelli Luca e Silvia.

Dallo spunto di cui sopra, Verdone inizia una prima fase dove, passeggiando per le stanze ed i corridoi ormai vuoti, ripensa a quante cose gli stessi hanno visto negli anni. Tra l’altro, il tutto corredato da fotografie molto intense. Sia della casa e dei suoi scorci, sia di Carlo stesso e dei suoi familiari, giovani, bambini, ragazzi, quasi adulti. Ma anche dei genitori (una bellissima coppia) nonché degli zii materni.

Uno dei momenti che più mi è rimasto impresso è la rottura, accidentale, di un angolo del quadrato a vetri di una porta come si usava un tempo. Piccolo rettangolo rimasto per sempre non riparato, ma che soprattutto serviva al giovane Carlo per avvicinarsi e sentire i discorsi dei grandi. Si passerebbe ad altro, se poi non scoprisse che quegli adulti sono che so, Federico Fellini o Cesare Zavattini, Pier Paolo Pasolini o Alberto Sordi. D’altra parte, con un padre critico cinematografico ce lo si può aspettare.

In ogni caso, è in quella casa che nel ’50 (il 17 novembre) nasce Carlo. E lì, tre anni dopo, ma a settembre nasce Luca, come otto anni dopo, questa volta a febbraio, nasce Silvia. Pur se prodigo di affetto per i fratelli, in queste righe poco compare Luca, se non in quelle scorribande folli per fare filmini sperimentali, ai tempi eroici degli anni ’70. Più presente, e pour cause, Silvia, dove gustiamo l’avvicinamento ed il fidanzamento tra lei e Christian De Sica.

Christian che era al Liceo Nazareno con Carlo, che era più grande di Silvia, che era (ed è) un grande sbruffone, ma che, nel privato, sembra tornare ad essere quasi normale. Ma più che la corte dei due, è da gustare la visita parentale, quando si incontrano ufficialmente i genitori, e lì nella casa sul Lungotevere entrano Vittorio De Sica e Maria Mercader (nota per chi non ricorda la storia, la moglie di De Sica era cugina di Ramon, l’agente sovietico che nel ’43 uccise Lev Trockij in Messico).

Altro dato che mi ha fatto rivalutare un personaggio di sicuro spessore ma che a volte trovavo distante dalle mie corde, è stata la confessione del suo amore per la musica. Quasi coevi, come non potevamo non amare i Beatles o David Sylvian, come non avere moti di gioia nel sentire i componimenti di Ryuichi Sakamoto, senza dimenticare che so David Bowie, Pink Floyd, Led Zeppelin. Ed ovviamente il jazz.

Momenti di tenerezza escono fuori dai ricordi delle tante “donne di servizio” (beh, sarà politicamente scorretto, ma così si chiamavano le collaboratrici domestiche negli anni ’50), soprattutto di quelle giovani che potevano scatenare pulsioni erotiche adolescenziali. Ma altrettanto di interesse il volo d’uccello per gli amori da ragazzi, fino all’arrivo di quello stabile e duraturo con Gianna, la madre dei suoi due figli.

Rimane solo da ricordare l’incontro fulminante con Sergio Leone che lo spinse alla scrittura di sceneggiature e quindi all’inizio delle sue esperienze registiche. E l’incontro, spesso rinviato e poi coronato con un bellissimo film, con Alberto Sordi.

Un volo dei ricordi che parte da quelle mura antiche, ma che prende il volo per parlare di sé e dei momenti importanti della propria vita. Verdone, che sa di cinema, non si tira indietro nella scrittura, anche se l’interesse è più nell’aneddotica che nel modo di esporla. Ed il tutto sale di livello per quelle foto di cui vi dicevo.

Finisco come avevo iniziato, ritornando a me. Che quell’inizio sulle stanze ed i vuoti corridoi mi ha riportato non alla casa genitoriale (che fortunatamente è ancora là, nelle salde mani di mia nipote e dei suoi tre figli), ma alla casa dove andavo ogni mercoledì pomeriggio. La casa della mia prozia Luisa (cioè la sorella di mia nonna). Un attico a Piazza Mazzini, con quello stesso sentore di stanze e corridoi, pien di tavoli e di libri. Con la tata Milena e le sue spremute o aranciate (a seconda della stagione), ma soprattutto dei “nostri” Bucaneve Doria.

Ua casa piena di ricordi, anche lei, purtroppo, ormai dismessa dall’ambito della nostra famiglia.

“Quelle chiacchierate … sfociarono nell’amarissima confessione di non essere più in grado di capire l’attuale realtà.” (69)

Prima trama di marzo, con la quale, attraverso le ultime diciannove letture, chiudo l’elenco dei libri terminati nel 2025. Non elevatissime scritture, a parte il sempre gradito passaggio letterario di Sandrone Dazieri. Mentre in fondo alla scala scendono le (dis-)avventure di Chiara Moscardelli, per alcune buone idee non molto ben realizzate.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Nuto Revelli

La guerra dei poveri

Repubblica Resistenza

7,90

3

2

Cristina Cassar Scalia

Mandorla amara

Einaudi

18,50

3

3

Isabel Allende

Zorro. L’inizio di una leggenda

Repubblica

9,90

3

4

Chiara Moscardelli

La vita non è un film (ma a volte ci somiglia)

Giunti

13

2

5

Beppe Severgnini

La vita è un viaggio

Rizzoli

s.p.

2,5

6

Fabcaro & Didier Conrad

Asterix in Lusitania

Panini

12,90

3

7

Serena Venditto

L’ultima mano di burraco

Repubblica Noir

8,90

3

8

Lois McMaster Bujold

Il segno dell’alleanza

Mondadori

6,99

1,5

9

Chiara Moscardelli

Quando meno te lo aspetti

Giunti

s.p.

2

10

Anita Desai

Digiunare, divorare

Einaudi

s.p.

3

11

Marco Malvaldi

Le regole del gioco

Rizzoli

18

3

12

Ragnar Jónasson

La signora di Reykjavík

Feltrinelli

11

2

13

Clive Cussler & Dirk Cussler

Missione Odessa

TEA

9,90

3

14

Chiara Moscardelli

Volevo solo andare a letto presto

Giunti

s.p.

1,5

15

Caroline Vermalle

Due biglietti per la felicità

Feltrinelli

s.p.

1,5

16

Sandrone Dazieri

Uccidi il padre

Corriere Noir

8,90

3,5

17

Georges Simenon

La cattiva stella e altri racconti

Repubblica Simenon III

9,90

2

18

Chiara Moscardelli

Volevo essere una vedova

Einaudi

s.p.

1,5

19

Luciana Littizzetto

Sola come un gambo di sedano

Mondadori

s.p.

2

 

Come detto, essendo dei saggi, vi rifornisco di alcune idee prese da gialli e thriller.

La prima viene dalla grande saga dell’anatomo-patologa Kay Scarpetta, in un libro che l’autrice, Patricia Cornwell intitola proprio “Il fattore Scarpetta”:

“- Ho fatto un sacco di cose a cui non posso rimediare…. – Non si può cambiare il passato… Non possiamo tornare indietro, possiamo solo assumerci la responsabilità dei pasticci che abbiamo combinato, chiedere scusa e cercare di andare avanti.” (326)

Segue il poliedrico Michael Crichton ne “La grande rapina al treno” con una riflessione che si adatta al clima di inizio Novecento del romanzo:

“In quei tempi la linea divisoria tra un’attrice e una prostituta era estremamente sottile. E gli attori erano, a motivo della loro professione, dei nomadi vaganti che avevano in genere rapporti con i criminali o appartenevano direttamente alla malavita.” (91)

Infine, abbiamo un’altra grande giallista, P.D. James e la sua “La stanza dei delitti”:

“Non si era mai chiesta se le piacesse … le persone erano utili o inutili, gradevoli come compagnia oppure scocciatori da evitare. (51)

“Si ritrovò a tirare mentalmente le somme della propria esistenza e a riflettere, con meraviglia e distacco, sul fatto che cinquantacinque anni, che a lui erano sembrati così memorabili, avessero potuto lasciargli un’eredità tanto magra … un pensionamento anticipato in seguito alla diagnosi di un tumore maligno che inaspettatamente, e in modo sconcertante, era stato curato con successo.” (72)

“Quando ami qualcuno, desideri in modo struggente capire e andare incontro a ogni sua necessità, ma non puoi, vero? Nessuno può. Possiamo dare soltanto quello che l’altra persona è disposta a prendere.” (230)

Speravo di fare una chiusa leggera, ma i “cretini d’ogni età”, come direbbe il cantante, continuano a rovinare il poco di buono che si costruisce. Come dice il mio amico Franco, avrei optato per un processo, ma l’oste ha deciso altro. Speriamo che non ci sia troppo vino e troppe ubriacature. In tutto con un grande pensiero a Otto, Silvio e Vittorio. E per tutti un abbraccio.