domenica 1 novembre 2026

Degli affetti vicini - 01 novembre 2026

Una settimana dedicata ad alcuni saggi, per la gran parte scritti da persone che mi sono vicine, nello spazio, nel tempo, negli affetti. Ho cercato, ove possibile, di mantenere la freddezza del “critico severo, del militante austero”, come recita una canzone di certo cara al primo della lista. Comunque, una settimana di alto gradimento, sia per Alessandro con il suo viaggio nell’arte, sia per Stefano e le sue passeggiate sulla razza, sia per Mario e le Olimpiadi, un tema che ho sempre avuto nel cuore (ed un libro che vi consiglio fortemente di leggere). Esce fuori dal coro solo Giulia Fiore Coltellacci, che però rientra dalla finestra visto che parla della città che amo.

Alessandro Borgogno “Attraverso le forme” Ilmiolibro s.p. (regalo dell’autore)

[A: 21/11/2024 – I: 04/06/2026 – T: 05/06/2026] &&&&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 111; anno: 2010]

Avevo già detto in altre trame ed in altri periodi la difficoltà di scrivere quando l’autore è noto, e molto di più quando ci sono vincoli, di amicizia, di sangue, di identità di vedute. Quindi non mi ripeto in questo secondo scritto (anche se non so se pubblicherò prima questo o il primo che ho letto) di Alessandro.

Uno scritto che lascia il segno per due motivi oggettivi ed uno personale. Prima di tutto per la scelta, assolutamente condivisibile, ma di certo non facile da praticare, di scrivere un piccolo compendio di luoghi d’arte, siano essi quadri, sculture, costruzioni o altro, senza mettere neanche una fotografia. E non è un vezzo, ma una precisa scelta economica certo, che spesso le immagini hanno diritti d’autore da rispettare, ed anche una scelta conseguente, a mio avviso, con il sentire dell’autore.

Io, autore, ve ne parlo, vi dico le mie sensazioni, la descrivo, ma poi tu, lettore, se non lo hai ancora fatto, la devi andare a vedere. E qui c’è il secondo motivo anche funzionale. In basso ad ogni pagina ci sono degli spazi bianchi in cui chi legge, chi visita, è invitato ad appuntarsi le proprie sensazioni, la propria predisposizione verso l’opera di cui si sta parlando.

Il motivo personale è che la lettura di queste forme mi ha fatto attraversare di nuovo spazi (e sensazioni) che avevo accumulato per anni, che si erano sedimentate, e che la scrittura dell’autore è riuscita a far rinascere a nuova vita. In particolare, le pagine dedicate alla stanza gialla di Van Gogh al Museo d’Orsay, per due motivi che, mi scuso con l’autore, non entra per nulla nel quadro descritto.

Il secondo è che, quando sono entrato nel meraviglioso Museo d’Orsay, sono stato calamitato dal quadro che era in fondo alla sala. Una lunga prospettiva di quadri superlativi, ma lì in fondo c’è “L'église d'Auvers-sur-Oise”, certo sempre di Van Gogh, ma con quell’azzurro incredibile, e quelle forme sbilenche, che non sono naturali, sono quelle dell’occhio di chi guarda. Ed ogni volta che torno al Museo, non vedo l’ora di tornare nella stanza e di farmi rapire dal quadro.

Il primo, invece, nasce da una possibile disillusione, che si trasforma in ricordo ed in ringraziamento. Le mie prime volte parigine (ricordo che restai a Parigi a lungo per la prima volta nell’estate del ’69) rimasi incantato dagli impressionisti, e da un quadro di Cézanne in cui c’era, risolto con due tratti di pennello, un albero in primo piano e poi uno sfondo, bello ma irrilevante. Ed il quadro era sulla parete di sinistra, salendo le scale, in quello che per me è sempre stato il “mio” tempio: il Jeu de Pomme. E negli anni Settanta, il Jeu de Pomme è sempre stato un mio punto fisso.

Quando nel 1986 le opere furono spostate nel ricostruito Museo d’Orsay avevo il timore di essere deluso. Come avrei fatto, senza quella scala? Ebbene lì avvenne il miracolo, lì nacque il ricordo. Il nuovo Museo era diverso, ma quanto funzionale alle opere. Come stava bene, con tutta quella luce il mio Cézanne!

Mi accorgo di essere andato molto fuori tema, ma forse è proprio questo il compito arduo di questo scritto. Permettere al lettore di andare oltre. Certo dopo aver fatto un ripasso di momenti imperdibili. Come la Chiesa di San Luigi dei Francesi e le tele di Caravaggio, che però mi rimandano subito in altri due luoghi, uno di giovinezza ed uno di maturità. Il primo è il gigantesco “La decollazione di San Giovanni Battista”, visitato nella Concattedrale di San Giovanni a Malta. Il secondo è il continuo riferimento agli ultimi istanti di vita del grande, tutti i mesi che torno alla nostra casa di Porto Ercole.

Oppure tutte le opere di Gaudì a Barcellona, dove lì sì che devo segnalarmi una delusione. Proprio lo scorso anno sono tornato a Barcellona ed ho visitato la Sagrada Familia completata. Non è più Gaudì. È un’opera d’arte, ma non è Gaudì.

E poi ho viaggiato con Alessandro a Giverny intorno al laghetto delle Ninfee di Monet. Sono tornato a Madrid per riammirare la Guernica di Picasso (ma poi sono andato a Malaga a vedere la sua casa natale). Ho passeggiato a lungo per le strade e le piazze del Santo, per poi rintanarmi per tutto il tempo necessario nella Cappella degli Scrovegni. Ho girellato a lungo per i canali di Livorno, visto che ho perso la mostra di Modigliani a Roma, ed ho visto i suoi quadri nei vari musei europei. E poi, certo, poteva mancare Leonardo? Sia nell’Ultima cena milanese, sia nella Gioconda parigini (e perché no, nei castelli della Loira).

Alessandro, con tocchi sapienti, di ogni momento artistico ce ne ripropone le forme attraverso cui il suo occhio le ha osservate, e lui, come spesso confessa, le ha ammirate estraniandosi dal mondo. Non so dire, dal punto di vista letterario, se abbia raggiunto momenti apicali, ma di certo ha toccato corde emozionali in me lettore, per cui non posso finire che con un ringraziamento sentito con tutto il mio cuore.

Giulia Fiore Coltellacci “Romanticamente” Newton Compton s.p. (Regalo di Alessandra)

[A: 05/04/2026 – I: 06/07/2026 – T: 08/07/2026] &&&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 284; anno: 2025]

La giovane giornalista Coltellacci (giovane avendo poco più di quarant’anni) è già entrata nella mia biblioteca con un mirabile libro di suggerimenti e incroci (“I libri che ci aiutano a vivere felici”, titolo un po’ sottostimato, che TUTTI i libri ci aiutano), ed ora ritorna con un gradito regalo che sottende, tra l’altro, il mio amore per questa città che continua a trovare unica, nonostante tutto.

La scrittrice, che è anche nei ranghi radiotelevisivi, proprio per sua formazione usa sempre una scrittura un po’ furbetta, con la tonalità di chi, any case, dice qualcosa di ironico in primis, e secondariamente ti sta dando delle informazioni che tu non conoscevi e di cui ora non puoi fare a meno. Questo è il primo motivo di un bilanciamento di giudizio non ai massimi livelli.

Secondo, leggendo il sottotitolo (“Guida curiosa alle storie e ai luoghi più romantici della Città Eterna”) ci si immagina quasi una Lonely Planet del cuore per le strade di Roma, laddove, e non è un biasimo, si parla invece di storie d’amore che si avviluppano nella città, e solo nell’ultimo terzo di luoghi (senza individuare, cosa che avrei gradito, una via di percorribilità tra le varie menzioni).

Anche perché sia il titolo che il nome della nostra città si prestano a giochi ed interpretazioni varie. La prima, banale, è che Roma allo specchio fa amoR, e già abbiamo spazio per divertirci. Inoltre il titolo ci permette sue letture, una con il titolo completo, riferito ad una città veramente romantica. E la seconda separando i due termini di Roma e Anticamente, che molta parte del libro (e molta parte della bellezza della città) deriva dalla nostra storia antica.

Proprio dall’antichità la nostra scrittrice parte, ricordandoci che Roma nasce da una sconfitta ed una fuga d’amore. È il buon Virgilio che ci narra nell’Eneide, che l’eroe troiano sconfitto fugge per il Mediterraneo, rimanendo invischiato a lungo per un amore corrisposto ma infelice con la cartaginese Didone. Ma gli dèi non vogliono che Enea lì rimanga, così che lui fugge per fondare la nostra città, mentre Didone lancia la sua maledizione di morte così che nei secoli con Cartagine non ci sarà mai pace.

Il secondo passo logico è poi quello del ripopolamento della città, attuato da Romolo con il ben noto ratto delle Sabine, modalità ladresca di Roma, che poi si ripercoterà nei secoli: rubare, sottomettere, ma poi inglobare usi e costumi, per creare un mondo nuovo un piccolo passo avanti.

Che dire poi lo sfortunato amore tra il secondo re di Roma, Numa Pompilio, e la ninfa Egeria, che si amarono, anche se nascostamente. Ma alla morte del re, la ninfa non poté che sciogliersi in pianto, dando vita alla Fonte Egeria, tutt’ora tra il Celio e il Palatino. E come non ricordare tutti gli amori sfortunati degli imperatori, come Cesare e Cleopatra, ma anche Cleopatra e Marco Antonio.

Non è nostro interesse ripercorre tutte le storie che nei secoli si riversano sul “suol di Roma”, come Raffaello e Maddalena Luti, detta la Fornarina (anche se Raffaello era un amante seriale e si dice sia morte per la troppa attività sessuale), o di converso l’amore platonicissimo tra il casto Michelangelo e Vittoria Colonna. L’amore sino alla morte di Giuseppe Garibaldi e Anita (“la sua preferita” come cantava Lauzi).

L’ultima parte, come detto, è dedicata ai luoghi, ai parchi, ai giardini. C’è la Scalinata di Trinità dei Monti, con la casa dei “poeti maledetti”, c’è la bella storia del Roseto di Roma, ora all’Aventino, vicino a quell’altro posto fantastico, il Giardino degli Aranci. C’è, purtroppo, la storia di Ponte Milvio deturpato dalle folli pagine di Federico Moccia e della sua rivisitazione in chiave moderna della vicenda shakespeariana.

Non essendo questa una guida ma una trama, vi lascio la scoperta di altri luoghi “romantici” della nostra città. Per ricordare solo il finale, che non può essere che in dolcezza, come un pranzo ben riuscito. Ed allora come non ricordare il maritozzo di Romoli a viale Eritrea o Dolce a via Tripolitania. Dispiace solo che la nostra autrice si sia scordata della migliore cioccolateria di Roma, la Pasticceria Valzani di Vicolo del Moro.

Finisco con la segnalazione di un piccolo errore, ma che non si deve commettere. Laddove si narra la storia di Trilussa, se ne fa derivare il nome dall’anagramma del cognome, cosa reale. Peccato che poi si indichi come cognome “Sallustri”, che avendo due “elle” no può dare un nome con una “elle” sola.

Ovvio che non possa finire con due citazioni del cuore. Una che di passaggio viene citata, laddove l’Aventino è uno dei luoghi della giovinezza mia vicino alla mia adorata nonna, con quelle passeggiate in Piazza dei Cavalieri di Malta, per vedere la città dal buco della chiave del portone dei Cavalieri (per non dire le passeggiate in via Piccolomini, che se la conoscete sapete perché).

Per me poi, c’è la panchina all’angolo di Piazza Benedetto Cairoli, dove passai mesi di weekend nel 2003, per ricostruire la mia vita e progettare il mio futuro. È una panchina mia ma ve la porgo in omaggio e ricordo.

Mario Tedeschini Lalli “Le Olimpiadi del 1944” Neri Pozza euro 24 (in realtà, scontato a 15,60 euro con contributo carta regalo di Alessandra)

[A: 28/07/2026 – I: 10/08/2026 – T: 12/08/2026] &&&&--     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 253; anno: 2026]

Pur conoscendo da una cinquantina d’anni (e forse qualcosa in più) l’autore esimio di questo libro, e pur avendone seguito le scritture giornalistiche, è la prima volta che mi accingo a leggere un suo libro, spinto più che dall’amicizia lontana dalla curiosità dell’argomento e dalla mia ben nota passione per lo sport olimpico. Tanto da avere in mio possesso una delle prime edizioni de "Il Wallechinsky", noto anche come “La Bibbia delle Olimpiadi”.

Quindi, come farsi sfuggire un libro sulle Olimpiadi che non ci furono?

Intanto, devo fare un plauso non solo all’idea dell’autore (quando si tratta di lodi, è bene mantenere la distanza), ma alla scrittura. Riesce a coniugare una sincera partecipazione alle vicende storiche di quegli anni, riportandone con proprietà e onestà gioie e dolori, con una straordinaria ricerca bibliografica, attestata da un corredo di note e altro veramente molto interessanti e utili.

Il contesto, poco noto ai più, è proprio quella dello svolgimento di gare internazionali durante gli anni olimpici laddove le gare che il CIO (il Comitato Olimpico Internazionale) aveva programmato furono cancellate per motivi bellici. Nelle varie sessioni, il CIO aveva assegnato le Olimpiadi del ’40 a Tokyo, pur se Roma aveva avanzato la sua candidatura (e sulle candidature di Roma torneremo poi), cui poi rinunciò per motivi politici, avendo Tokyo richiesto una visibilità a valle del successo delle Olimpiadi di Berlino del ’36. Tuttavia, Tokyo ben presto rinunciò, a seguito dello scoppio della guerra con la Cina. Ma per la sede, invece di Roma, fu scelta Helsinki (per chi non si ricorda, poi, le gare furono annullate per tempo, a seguito dell’invasione della Finlandia da parte dell’Unione Sovietica).

Come ben documenta l’autore, e non ne ripercorro questa fase, nella riunione del ’39, Roma si ripresentò agguerrita, ma fu sconfitta una nuova volta, con una votazione di 20 a 11, e le Olimpiadi vennero assegnate a Londra. Ovvio, come ben si sa che, a fronte dello scoppio della guerra alla fine del ’39, anche Londra fu cancellata. Ma non per questo, come ben si documenta nel libro, non furono disputate delle gare.

I documenti ufficiali del CIO, però, riportano solo due eventi considerandoli “Olimpiadi in miniatura”. Una prima tornata di gare clandestinamente svoltasi a Langwasser, in un campo di prigionia vicino a Norimberga. Ma soprattutto due eventi multidisciplinari che si tennero proprio nel ’44, in due lager: l’Oflag II D (a Gross Born-Westfalenhof) e lo Stalag X B (a Sandbostel Woldenberg). Entrambi organizzati da prigionieri polacchi, il primo da Zygmunt Weiss (un velocista che aveva partecipato alle Olimpiadi del ’24 e del ’28) ed il secondo da Arkadiusz Brzezicki (schermidore e calciatore), ed entrambi sopravvissuti alla guerra.

Le ricerche dell’autore, sotto uno stimolo che vi lascio scoprire, porta invece alla luce diverse iniziative “olimpiche” svoltesi nel ’44. Citiamo per dovere di cronaca “le altre”. Quella in chiave nazionalista nella Parigi di Vichy. Quella degli internati militari a Losanna, organizzata dal CIO per celebrare il cinquantenario della prima Olimpiade del 1896 e dove parteciparono anche undici atleti italiani. Ma quella che ci interesse sottolineare è quella disputatesi al Foro Mussolini di Roma. Organizzate dagli americani, e denominate “Allied Field Track Championship, coinvolgendo militari-atleti divisi per zona d’impiego (e non per nazione). C’erano americani, inglesi, francesi che vincono, con il loro North Africa District, la classifica a punti.

È in questa disamina che si inseriscono bei discorsi tra evidenziazione di cosa succede nel mondo e nei luoghi sportivi. Quest’ultimo da subito (visto che siamo nella Roma liberata) ribattezzato Foro d’Italia (e dopo poco, Foro Italico) da parte del sindaco di Roma insediato dagli americani, il principe Filippo Andrea VI Doria Pamphili (nome su cui anche qui torneremo). Ma la parte migliore è appunto l’inserimento delle storie dell’afroamericano Willie Steele, da subito uno dei più forti lunghisti di quegli anni, che vinse due gare olimpiche in questo evento (il lungo certificato e l’alto in forse), ma soprattutto la medaglia d’oro nel lungo a Londra nel 1948 (con una misura di 7,825). Del cosiddetto (e non vi dico perché) “zio Bill”, William Sloane. Degli hawaiani (ma in realtà immigrati giapponesi di seconda generazione, quelli detti “nisei” se vi ricordate le mie trame relative a quella immigrazione) Takashi “Halo” Hirose e soprattutto Charlie Oda, che viene ricordato come l’atleta più vincente. Inciso: non venivano date medaglie ma orologi. Oda tornò al suo reparto con sei orologi.

Mario riesce ad essere sempre vivace nelle sue descrizioni, nei suoi intrecci, mostrando poi quello che tuttora è l’uso improprio dello sport. L’uso per avere glorie personali non meritate, l’uso per fare propaganda non sportiva ma politica (basti pensare agli ultimi mondiali gestiti da Infantino). Certo, l’uso è diverso, dello sport, dell’Olimpiade, da parte di chi si appropria dei cerchi olimpici. Mentre noi infatti ricordiamo i giochi dell’Antica Grecia, dove le guerre si fermavano per consentire i trionfi sportivi, qui le guerre non si fermano.

Ci sono eserciti, difensori, prigionieri, anche nazioni neutrali che se ne appropriano. Si era visto con Berlino (e si doveva vedere con Tokyo) dove i regimi autoritari usano lo sport per celebrarsi (e così voleva fare Mussolini con l’accoppiata Olimpiade – Esposizione Universale, andandogli male entrambe). Si vede con gli Svizzeri arroccati in quel di Losanna che, impermeabili al mondo esterno, autocelebrano fasti passati e possibilmente futuri. Si vede con gli eserciti che stanno liberando territori occupati, evocando lo sport come futuro simbolo di pace, cercando di usare in modo diverso i simboli ad altro pensati. 

Ma soprattutto è un vessillo che anche i prigionieri, giustamente, sventolano per ribadire la loro umanità. Per ribadire che anche “questo è un uomo”.

Prima di chiudere alcune considerazioni formali, ed alcune “chicche” personali e/o private.

Dal punto di vista grammaticale ho notato a pagina 32 la frase “L’albergo Bernini Bristol … diventa lo American Red Cross”. In italiano, tuttavia, trattandosi di un nome proprio di organizzazione straniera che inizia per vocale (la "A" di American), la grammatica prevede l'uso dell'articolo determinativo eliso o troncato con l'apostrofo.

Poi, a pagina 126, è riportata una frase del grande atleta slavo Artur Takač: “Noi, che eravamo fuggiti al flagello nazista, avevano portato avanti la torcia olimpica”, dove credo siamo meglio “avevamo”.

Una chicca trasversale mi salta in mente da pagina 132. Per le gare svoltesi nel ’40 a Langwasser, per fare in modo che gli atleti potessero partecipare alla gara senza che i militari tedeschi interferissero, la parte atletica veniva confinata in infermeria dove si apponeva un cartello: “ATTENZIONE! ENTRATA SEVERAMENTE PROIBITA! TIFO.” Che mi rimanda, facendo i debiti paragoni sulla diversità, all’opera di mio zio con il dottor Borromini sul “Morbo K” (che credo tutti conoscano e su cui non torno).

Una chicca familiare invece mi riporta a quel sindaco di guerra che ho scoperto essere il nonno della moglie di un cugino di secondo grado di mia moglie.

Infine, ed in bellezza, finiamo con Roma. Che dieci volte ha cercato di ospitare le Olimpiadi, riuscendoci solo una volta. Ci provò per il 1904, ma fu sconfitta da Saint Louis. De Coubertin, a fronte della cattiva organizzazione di quella Olimpiade, spingeva la candidatura di Roma per le gare del 1908, ma la scelta fu declinata dal governo italiano che destinò i soldi per le competizioni alla ricostruzione di Napoli devastata dall’eruzione del Vesuvio nel 1906. Tenete a mente: la scelta cadde allora su Londra.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, Roma chiede un risarcimento per un ritrono economico nel 1920, ma le viene preferita Anversa. Senza molta convinzione, Roma riprovò per le due Olimpiadi seguenti, ma la sua candidatura venne esclusa nelle fasi preliminari, preferendo Parigi e Amsterdam. A seguito della vittoria nel Campionato di Calcio nel ’34, Mussolini spingeva per Roma nel ’36, ma Hitler chiese Berlino e Berlino fu. Offrendo come consolazione quelle del ’40.

Ma anche qui, venivano equilibri politici da tenere in considerazione, e quindi Roma si fa da parte per dar spazio a Tokyo, ed avendo la promessa (giuro e rigiuro) per quelle del ’44. Mario descrive molto meglio di quanto possa fare io la vittoria di Londra su Roma (e due!).

Saltiamo quelle del ’60 che a Roma si svolsero. E quindi abbiamo quelle del 2004, dove Atene prevale su Roma per 66 a 41 voti. Infine, per le Olimpiadi del 2024, dopo un grande lavoro di preparazione, la sindaca Raggi ritira la candidatura adducendo la motivazione con i troppi debiti pubblici della città. Peccato, che io avrei volentieri visto una seconda Olimpiade, dopo che non dimenticherò mai il 3 settembre 1960, dove a casa di mio zio, io di sette anni, con tutti i miei cugini, davanti ad un televisore in bianco e nero, abbiamo visto e tifato per la vittoria del grande Livio Berruti.

Certo, mi sono dilungato un po’ troppo, ho divagato, ma spero di avervi restituito il piacere di aver letto delle pagine non banali per una ricostruzione di un tempo che non dovrebbe, mai, fuggire dalla nostra mente.

Stefano Ossicini “L’invenzione del concetto di ‘razza’” Meltemi s.p. (regalo dell’autore)

[A: 07/05/2026 – I: 03/09/2026 – T: 05/09/2026] &&& e ½      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 408; anno: 2024]

Ripeto qui, brevemente, quanto dissi sia nella lettura del romanzo di Stefano e Charlotte, sia nelle introduzioni alle letture artistiche di Alessandro. È difficile staccare il ruolo di parente, dal ruolo di lettore e “tramatore”, non dico imparziale, ma quanto meno distaccato e non partecipe alle vicende testuali (per questo ho saltato che so i ricordi di Adriano).

Qui, poi, c’è la seconda difficoltà, dovuta alla lunga comunanza con lo scrittore (nonché ormai professore emerito di Fisica sperimentale), per la congiunzione anagrafica che ci ha visti condividere la nascita nel giorno, e, per ragioni storiche su cui non entro, andare di pari passo, chi mezzo avanti chi mezzo indietro, dalle elementari al liceo (mitico Righi!) all’Università (pur se separati dal piazzale, lui fisico io matematico).

Fatto questo sproloquio personale, e prima di entrare nel merito, devo dire che il saggio è in gran parte riuscito, aderendo sia al titolo sopra riportato, sia, ed anche meglio, al sottotitolo che riporto: “Nominare, misurare, classificare. Il ruolo di filosofi e scienziati del Settecento”. Dico in gran parte e non totalmente (motivo di quel mezzo libro in meno), per due ragioni. Una personale, laddove mi aspettavo una conclusione più incisiva, anche se la frase della grande Toni Morrison che riporto sotto è un’epigrafe tombale. Ed una oggettiva, che non mi aspettavo errori di stampa. Uno grave, laddove a pagina 179 si indica la data di nascita di Degérando in 1872 invece che 1772. Uno veniale, a pag. 407 dove, nell’ordine alfabetico della bibliografia, viene messo Winckelman J. J. Prima di Wilkinson L.

Veniamo allora al contenuto, ma soprattutto alla forma. È questo l’altro elemento che mi disturba, anche se sono pensieri mentali personali, laddove non riesco a seguire con costanza uno scritto riempito di rimandi in intercalare. Ora, è bello, e devo dire Stefano ne è un maestro, il corredo di Appendici. Quelle sono fondamentali, perché, come dice Nanni Moretti citato in un ex ergo “Le parole sono importanti”. Mentre interrompere il flusso di un pensiero, riportando le parole e lo scritto di cui si sta parlando, mi lascia un filo interdetto.

Diciamo che sul contenuto, affidandosi ad un discorso circolare su cui torniamo, l’autore si pone, come molti, la domanda se il termine “razza” serva a identificare e catalogare porzioni di esseri viventi. Poiché noi con lui siamo convinti del contrario, è stato con interesse che abbiamo quindi seguito la cavalcata che dalla fine del Seicento all’inizio dell’Ottocento, ha portato da un concetto inesistente ad una categoria filosofica fondante. Sappiamo poi, ma questo è forse materia dell’oggi, che forse il concetto o la caratterizzazione giusta sia quella di etnia, che presuppone una catalogazione ma non un giudizio di merito.

Comunque, il lodevole sforzo che viene fatto nel corpo del testo è partire dal primo scritto che pur solo per tre volte nomina la parola razza, per approdare a testi ed affermazioni che usando la misurazione mentre nominalmente confutavano il concetto di razza, sostanzialmente ne affermavano l’esistenza per chi si ferma alla superficie. In questo rendendo palese l’affermazione del biologo Stephen Jay Gould “Le idee hanno conseguenze, qualunque siano i motivi e le intenzioni dei loro promotori”.

Non vorrei entrare in tutta la messe di informazioni e conseguenti passi logici, per i quali rimando ad una lettura quanto mai attenta del testo. Vorrei soltanto fare un piccolo “Bignami” per chi magari vuole capire di cosa si stia narrando. Come individua l’autore, sarà il medico viaggiatore (sottolineo l’importanza di questo secondo termine) François Bernier a scrivere nel 1684 una memoria dal titolo “Nouvelle division de la terre par les différentes espèces ou races d’hommes qui l’habitent”, dove, in base alle sue osservazioni in giro per i viaggi (soprattutto in Oriente) propone una suddivisione delle popolazioni in base all’aspetto fisico. Individuandone quattro: i “Bianchi” (dove mette europei, americani e nordafricani), gli Africani (dal Sahara in giù), gli Asiatici e, solitari, i Lapponi. Inciso: Bernier era una persona molto suscettibile, tanto che pare morì di un colpo apoplettico a fronte di una discussione con il procuratore generale Achille de Harlay

Il secondo passo avviene passando alla classificazione generale del mondo “vegetale, animale e minerale”, seguendo i dettami dell’opera magistrale di Carlo Linneo. Mentre il terzo passo avviene considerando gli effetti esogeni sull’avvicendarsi temporale delle generazioni umane. Saranno il clima, l’alimentazione, i costumi sociali a classificare la “razza” secondo gli scritti di Georges-Louis Leclerc, conte di Buffon. Tre passi fondamentali che portano i “naturalisti”, come ci insegna l’autore, cioè gli scienziati del tempo, a ragionare sui comportamenti anche sociali degli abitanti del pianeta.

Il cerchio verrà alfine chiuso proprio da un filosofo, Immanuel Kant, che fa l’ultimo miglio: la trasformazione delle discussioni in una categoria scientifica, fondata proprio sul carattere che meno mi sento di sposare come discriminante: il colore della pelle. E leggete le due affermazioni kantiane sui “negri”, che non si possono commentare.

C’è altro, in questo denso libro, ma io vorrei tornare su quell’ipotesi di circolarità del pensiero che avevo accennato all’inizio. Perché Stefano parte ed arriva citando avventure umane di persone di colore che sono esemplari per capire come il maschio, bianco, caucasico, imponga la sua egemonia in un mondo che era ancora tutto “biancocentrico”. Parlo della vicenda di Angelo Soliman e di Sarah Baartman.

Angelo venne rapito dalla Nigeria, portato in Europa, dove, lungo molti anni e grazie alla sua intelligenza, scalò le vette sociali, sposò una nobildonna, frequentò Mozart e morì a 75 anni. Sarah, pigmea sudafricana, venne portata in Europa ed esibita come fenomeno da baraccone per alcune sue caratteristiche fisiche (natiche e genitali), morendo forse di vaiolo a 26 anni. Entrambi, dopo la morte, subirono l’oltraggio di divenire esemplari di studio di caratteri fisici non europei. Facendo così un cerchio intorno alla classificazione scientifica del tempo.

Entrambi neri, entrambi, secondo persone del tempo, intelligenti, entrambi, alfine, trattati come oggi riusciamo (con le dovute cautele del caso) a trattare i migranti nel mondo.

Fatto quindi tesoro del bagaglio informativo del testo, degli aneddoti, delle dotte citazioni, e del modo sempre vivace dell’esposizione, vorrei sottolineare un dato, che salta agli occhi, ma che Stefano mi pare abbia poco messo in luce. La maggior parte delle persone che parlano di razza, ed altre classificazioni fittizie, ha viaggiato poco o per nulla. Tutte queste persone parlano avendo letto un libro di altri, ed avendo fatte proprie, ma per proprio uso e distorto consumo, quanto ne viene scritto.

Per cui, con Stefano e con Spinoza, e facendo mio quanto riporto, chiuderei con una citazione del filosofo olandese: “Quello che Paolo racconta su Pietro, ci dice molto più di Paolo, che non di Pietro”.

“Che cosa si sa delle persone, davvero, quando se ne conosce la razza? Qualcosa in più? No.” (202) [ripreso da T. Morrison “L’origine degli altri”]

Prima domenica di novembre, dove, oltre a fare gli auguri a tutti quelli che non hanno un santo nel corso degli altri 360 e passa giorni dell’anno, ricordo il boom di letture del riposante mese di agosto. Ben 19. Con alcune punte di cui consiglio la lettura. Il percorso di vita di Lea Ypi, il giallo molto ben costruito di Keigo Higashino e, come avrete senz’altro letto nelle righe precedenti, le Olimpiadi di Mario Tedeschini Lalli. Di converso, c’è anche uno dei meno riusciti libri che ho letto negli ultimi anni, un giallo milanese di Alessandro Bastasi.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Marco Scarlatti

Il sottosuolo di Praga

Mondadori

7,90

3

2

Cristina Cassar Scalia

Le terme dell’Indirizzo

Einaudi

18

2,5

3

Lea Ypi

Dignità

Feltrinelli

s.p.

4

4

John Grisham

L’ultimo giurato

Mondolibri

s.p.

1

5

Maurizio De Giovanni

Il tempo dell’orologiaio

Feltrinelli

s.p.

2

6

Georges Simenon

Il castello dell’arsenico e altri racconti

Repubblica Simenon III

9,90

2,5

7

Robert Bryndza

La donna di ghiaccio

Corriere Oggi

8,90

3

8

Alessandro Bastasi

Era la Milano da bere

Corriere Gazzetta

7,99

0,5

9

Mario Tedeschini Lalli

Le Olimpiadi del 1944

Neri Pozza

24

4

10

Alice Basso

Un caso speciale per la Ghostwriter

TEA

9,90

3

11

Enrico Camanni

La discesa infinita

Repubblica Essenza Noir

8,90

1

12

Fred Saberhagen

Il mondo dei Berserker

Mondadori

6,99

2

13

Patricia Gibney

L’ospite inatteso

Corriere Oggi

8,90

2

14

Bianca Pitzorno

La sonnambula

Bompiani

s.p.

3

15

Keigo Higashino

Il sospettato X

Corriere Giappone

8,90

4

16

Francesca Giannone

Gli anni in bianco e nero

Nord

s.p.

3

17

Daniele Pisani

L’ombra delle due colonne

Mondadori

7,50

2

18

Clive Cussler & Robin Burcell

Pirati

TEA

9,90

2,5

19

Maria Teresa Valle

La morte torna a settembre

Corriere Gazzetta

7,99

3

 

Visto che abbiamo quattro più o meno saggi italiani, vi fornisco come contraltare alcuni pensieri che vengono dal freddo Nord.

Cominciando dalla Svezia de “L’uomo inquieto” di Henning Mankell:

“Quando era giovane, i tratti del viso erano quelli di sua madre, ma ora sembrava quasi che suo padre stesse per raggiungerlo.” (15)

“Non riusciva ad accettare di avere sessant’anni e di essere arrivato irrimediabilmente alla soglia della vecchiaia.” (73) [prima domanda difficile]

“-Si è ancora giovani a cinquant’anni? – Io ne ho sessanta … e a quest’età uno passa definitivamente la barriera al di là della quale c’è solo la vecchiaia.” (76) [seconda domanda difficile]

“Non possiamo scegliere i nostri genitori.” (333)

“Alcuni anni fa ho iniziato a studiare i necrologi … Se mi capitava fra le mani un … quotidiano … la prima cosa che leggevo erano gli annunci mortuari.” (500)

“-Nessuno può fare qualcosa per fermare la vecchiaia. – Lo so … Ma talvolta ho come la sensazione che lamentarmi è l’unica cosa che mi rimane.” (555)

E proseguendo sempre con la Svezia, ma di Håkan Nesser ed il suo “L’uomo con due vite”:

“Ci sono molte domande nella vita … ma solo tre importanti. Dove sei stato? Dove sei? Dove stai andando? Se sai rispondere a queste tre hai la vita nelle tue mani.” (162)

“Uno deve rendersi conto delle proprie possibilità, ma soprattutto dei propri limiti.” (216) [una frase da scolpire sulla porta del mio studio]

“Lui è fatto così, un burbero orso bruno che bisogna grattare un po’ sulla pancia perché si metta, per così dire, sulla lunghezza d’onda giusta.” (313)

Passiamo poi alla Norvegia della “Nemesi” di Jo Nesbø:

“Non chiedere scusa per aver fatto una domanda, ma per non averla fatta.” (171)

“Quello che vince la guerra non è necessariamente il vincitore.” (234)

“Una persona con una morale è una persona che affronta le conseguenze della propria morale… Non di quella di altri.” (412)

E finendo con la mia amata Islanda di Arnaldur Indriðason e del suo “Un caso archiviato”:

“Veniva diffusa una musica rilassante … Moon River. Aveva il disco a casa. Si era dimenticato il titolo, ma ricordò di aver visto un film al cinema in cui una bella attrice cantava la stessa canzone.” [àcioè Audrey Hepburn in ‘Colazione da Tiffany’, un po’ di memoria, Arnaldur!] (97)

E mi aggancio proprio ad Audrey che parlava di due vagabondi giramondo, per ribadire che sì è vero, in questi mesi freddi forse si gira di meno, ma noi stiamo preparando un viaggio intenso di fine anno, che richiede molte energie di preparazione, che non è facile convincere i gestori delle informazioni a muoversi per tempo. Ma noi si continua ad andare avanti, anche con il vostro pensiero affettuoso, per cui vi abbraccio.