Titolo comprensibile se associamo questa trama alla precedente dove si parlava di scrittura al femminile (Agosto comincia per D), mentre questa settimana passiamo in rassegna alcuni Gialli Italiani.
Purtroppo
una serie di gialli di molte pretese e scarso peso. Alcuni con punte di
interesse ma nel complesso una settimana dedicata a letture fatte perché si
legge di tutto. E si critica.
Questa
settimana si salva solo un giallista di lungo corso come Piergiorgio Pulixi,
con un decente giallo ambientato in Sardegna. Sono invece poco raccomandabili gli
altri tre. Il primo giallo di Andrea Pennacchi, un bravo e per me simpatico
attore che qui si cimenta con un giallo che ha per detective Shakespeare, ma
che non convince né prende. Un altro
giallo “storico” incentrato su una fantafiction legata al mondo omerico e
scritta da Franca Oliva. Nonché un nuovo giallo di Nicola Verde, con un
poliziesco ambientato a Roma, che non prende né per trama né per i personaggi.
Andrea Pennacchi “Se la rosa non avesse il suo nome” Feltrinelli euro
5,95 (in realtà, scontato a 5,35 euro)
A: 07/04/2026 – I: 19/04/2026 – T:
21/04/2026] &+
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 299; anno:
2024]
Ho sempre seguito con interesse le
performance da attore di Pennacchi, sia nelle vesti del Pojana a “Propaganda
Live”, sia in quelle del Firmino Garzon di Genova nella fiction originata dalla
serie sull’investigatrice Petra di Alicia Gimenez-Bartlet. Non sapevo della sua
vena letteraria che qui scopro, con un prodotto interessante ma non centrato
completamente.
Scopro così con piacere la laurea in
letteratura e soprattutto una conoscenza approfondita si Shakespeare e del suo
mondo. Autore cui ha dedicato pagine da saggio ed uscite da attento didatta.
Quindi non mi sono meravigliato, a valle di queste scoperte, che proprio al
bardo il nostro bravo Andrea ha dedicato questa “fanfiction” (ed anche una
seconda uscita). Inciso: con il termine “fanfiction” si indica un'opera di
finzione scritta prendendo come spunto le storie o i personaggi di un'opera
originale.
Dico subito che, in sé, l’operazione è
interessante, in particolare se si ha ben in mente l’opera originale che si va
pastrocchiando. Anche la scrittura di Pennacchi è mediamente gradevole, con
alcune sbavature che vi dirò, ma soprattutto con troppe parti in dialetto
veneto, che appesantiscono un testo che altrimenti potrebbe essere divertente.
Che quando Pennacchi recita in dialetto, la sua inflessione e la sua mimica
rendono agile la comprensione. Nello scritto tutto ciò si perde ed è un
peccato.
Dicevo delle uscite dai binari. Per me, se
come stiamo leggendo, c’è un’azione che si svolge nella fine del Cinquecento,
trovare gente di estrazione non elevata, anche se con un interesse verso la
cultura, parlare di ossimori (pagina 61) o di “deiezioni canine” (pagina 110)
mi sembra leggermente forzato.
Allora, l’operazione di Pennacchi nasce dal
voler restituire una verità “storica” (fittizia) alla vicenda di Romeo e
Giulietta, facendo alcune assunzioni credibili seppur in un certo senso frutto
di fantasia.
Intanto, sposta tutta la vicenda a Padova,
sostenendo che Will (così viene chiamato Shakespeare, in maniera più
colloquiale) aveva collocato Giulietta a Venezia per nascondere la vera origine
della vicenda.
Ed in quel di Padova, sabato 11 luglio 1587
arriva l’inglese con una missione di fiducia da parte della corte anglosassone:
deve ritrovare tal Edgar Kelly, scomparso per dedicarsi ad opere di magia, e
riportarlo in patria. In questo, verrà aiutato in prima battuta da un guerriero
rotto a tutte le battaglie, Vincenzo Saviolo. Uscito da mille guerre, non
ultima la battaglia di Lepanto, Vincenzo appende le armi al chiodo. Ma la
frequentazione di tutti gli ambienti lo rendono prezioso per la ricerca del nostro
Will.
Will, tra l’altro, ha la capacità di
infilarsi in qualsiasi guaio gli venga a portata di mano. Ma all’inizio vediamo
solo che cerca di infiltrarsi negli ambienti letterari patavini, dove galleggia
la “mejo gioventù”. Studenti, letterati, perdigiorno, uomini d’arme, frati,
malfattori. Insomma, se bisogna trovare qualcuno si cerca lì. Così che intorno
a loro, Will e Vincenzo aggregano tutta una serie di personaggi: Pistola, uomo
dalla mano lesta, nel furto e nel coltello, Elena Lucrezia, donna di rara
intelligenza, che non potendo frequentare l’Università (in quanto donna) si
traveste da uomo e si fa chiamare Luc, un frate che pratica la magia nera ma
che forse un frate non è. Con l’arrivo, bel bello, ad un certo punto di un
rissoso Romeo Montecchi insieme alla sua bella Giulietta Capuleti, ed alla di
lei balia, Angelica.
Inciso, come molti sanno, in realtà, il vero
cognome di Giulietta era Cappelletti.
La fiction permette poi a Pennacchi di fare
molti voli e molte connessioni. Intanto perché Will ha solo 23 anni (ma in
patria è sposato con tre figli) e quindi assai scapestrato. Poi ci inserisce
personaggi storici, come il giovane Galileo (di ben due mesi più anziano di
Will), descritto come un simpatico bevitore, pur con delle belle uscite
scientifiche, ma che per il momento preferisce stare in osteria e suonare il
liuto. Inciso: in realtà, la famiglia Galilei erano in effetti liutai,
soprattutto il padre ed il fratello Michelangelo.
Volando con maestria sulle opere del bardo,
Pennacchi fa riecheggiare temi vari, che ci suonano come accenni dotti a varie
commedie di Will. Si sente odore de “La Tempesta”, di “Sogno d’una notte di
mezza estate”, financo di “Amleto”. Senza poi dimenticare che stiamo nel bel
mezzo di Romeo e Giulietta. Che viene ripercorsa in modo che poi sarà facile
per Will, al ritorno in patria, riscriverne la trama.
Dicevo delle piccole varianti, come il fatto
che è lo stesso Will che viene accusato dell’uccisione di Tebaldo, cugino di
Giulietta (quando nel testo, è Romeo ad impugnar la spada per vendicare
Mercuzio).
Data la notorietà dei testi citati, ve ne
risparmio il percorso accidentato, se non che alla fine, pur trovando il poco
simpatico Kelly, non avrà modo di riportarlo in patria. Magari, se vi interesse
ne scoprirete i motivi.
Infine, devo ribadire che mi aspettavo di più
da un’operazione giallo-comica così come si prospettava nelle premesse, ed
anche nei lanci editoriali. E non sono così sicuro di cercare altre
“fanfiction” shakespeariane.
Piergiorgio Pulixi “Il nido del corvo” Feltrinelli
s.p. (prestito della sig.ra Laura)
A: 13/04/2026 – I: 01/05/2026 – T:
03/05/2026] &&+
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 351; anno:
2026]
Premetto che seguo con interesse i diversi
scritti di Pulixi che periodicamente vengono ad ingrandire la mia biblioteca.
Soprattutto perché mi colpì tutto il percorso “scritturiale” che percorse nel
tempo, a partire dagli inizi in sodalizio con Massimo Carlotto, poi con il
collettivo Mama Sabot, ed infine con i suoi romanzi in solitario, sia spot sia
inseriti in eventuali percorsi seriali. Dico eventuali che ci sono, nella sua
bibliografia, anche serie di un solo volume.
Come questo, che non è una serie, ma che
potrebbe diventarlo. Visti i due personaggi che riempiono la maggior parte
delle pagine. Una coppia di investigatori, poliziotti, ma, in fondo e forse non
sempre volontariamente, anche amici. E con due tipologie di atteggiamento verso
la vita molto diverse (almeno formalmente, anche se…).
Facciamo così conoscenza con Daniel Crobu e
Viola Zardi.
Lui pur venendo da altrove (ma tutto il suo
retroterra non lo abbiamo ancora tutto decifrato) viene adottato dalla famiglia
Crobu (che in sardo sta per corvo, e poi ci torniamo). Diventando legatissimo
alla famiglia ed alla loro terra. Ha un rapporto intenso con il padre, che sta
morendo, e che, unico, gli chiede cose che non riesce a dire alla moglie o agli
altri figli. Bellissima e tenera la descrizione dell’ultima cavalcata a due. È
anche una persona precisa, sempre vestita correttamente, con una moglie (Amanda)
e due figlie. Anche se, e questo è uno dei nodi irrisolti del testo, si capisce
che c’è qualcosa in questi rapporti familiari, ma che, almeno per ora, viene
accennato e poi sorvolato.
Viola invece è incasinatissima, e soprattutto
ludopatica all’ultimo stadio. Anche se la ludopatia si istanzia solo verso il
poker, dove perde regolarmente andando spesso e volentieri in rosso nel conto
in banca. Ha una vita personale incasinata con un partner molto più giovane con
cui non riesce a lasciarsi andare. D’altra parte ha un talento investigativo di
prim’ordine.
Una coppia che vedrei bene in qualche nuova
puntata, avendo sempre come sfondo quello che per Pulixi è poi il personaggio
principale: la Sardegna, la sua terra. Qui, in particolare nella piana del
Sinis nel golfo di Oristano. E sono da ritenere nella mente le descrizioni
paesaggistiche di questa zona sarda non tra le più note, volte a guardar la
Spagna più che l’Italia.
Qui si sviluppa il dramma: ritrovamento di
una mano femminile ben curata. E che appartiene ad una ragazza rapita qualche
mese prima e non ritrovata. Purtroppo l’autore ci ha già detto che ci troviamo
di fronte ad un maniaco che, per qualche motivo suo particolare, va cercando
donne dalle mani curate, quasi ad usare l’arto femminile a feticcio ed emblema.
Purtroppo, anche, e qui scade un po’ il tono
noir del romanzo, si avanza nel racconto accumulando sensazioni, ma senza avere
uno sviluppo realmente avvincente. Arrivano momenti di agnizione, ma non si
trova nessun ragno nei buchi che si presentano. Lo psicopatico, poi, fa
comparire altri elementi “spuri”, come una nuova mano di donna, appartenente ad
una persona che risulterebbe morto o quanto meno scomparsa anni ed anni prima.
Non si capisce il gioco del cattivo di turno,
che indizio dopo indizio, i nostri sagaci investigatori trovano che la seconda
mano appartiene alla madre di un ragazzo che frequentava un liceo ad Oristano,
e che si era suicidato. Poi trovano che la prima mano appartiene ad una ragazza
che frequentava lo stesso liceo. Poi cominciano a cercare le amiche della
ragazza, e scoprono che pochi giorni prima anche una di loro è scomparsa.
E qui lo scrittore fa un buco nell’acqua.
Fino ad ora lo psicopatico era artefice di mille azioni sempre precise, sempre
diritte verso una meta. Ma nel rapire la seconda ragazza, il suo suv è visto
troppo spesso nei dintorni del piccolo paese di lei, tanto che non può passare
inosservato. Da questo piccolo tassello, Daniel e Viola risalgono tutta la
china degli avvenimenti che ruotano intorno alle mani. Anche se non si capisce,
prima della volata finale, perché un esteta che cerca mani ben curate, le debba
cercare tutte in Sardegna e tra persone che forse si conoscono. C’è qualche
mistero sotto, ma la trama, qui, è un po’ debolina.
Quindi arriviamo alla fine, capiamo anche il
senso di questo strano binario multiplo di scie di sangue. Ma rimangono tanti
dubbi. Perché Daniel e Amanda si amano ma parlano poco. da dove nasce
l’insicurezza amatoria di Viola. Quali sono i reali tormenti dello psicopatico.
Chi è veramente la vittima ultima di tutto ciò.
Infine, in genere il titolo di un giallo
serve a dare un senso ad una qualche parte di mistero. Qui, il nido del corvo è
in realtà il nome della tenuta della famiglia Crobu, il luogo in cui Daniel si
rifugia per staccare. Ma che c’entra con lo psicopatico, o con le morti o con
altre parti del romanzo che non siano appunto i momenti di riposo
dell’ispettore Crobu. Insomma, un titolo che inganna il lettore in cerca di
significati nel testo. Non c’è mai nessun legame tra il nido e gli avvenimenti
del testo.
Per questo, e per la debolezza intrinseca
della trama, il giudizio vola presto verso il basso, nonostante la personale
simpatia e stima verso l’autore.
Nicola Verde “Colpe senza redenzione”
Mondadori 5,90
[A: 06/12/2022 – I: 21/06/2026 – T:
22/06/2026] & e ½
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 277; anno:
2022]
È il secondo libro di Nicola Verde che leggo,
e ribadisco la mia scarsa sintonia con l’autore. Certo, scrive in maniera
abbastanza chiara, si fa seguire nella sarabanda delle sue storie complicate,
ma non mi prende. Cerca di volare alto, di fare collegamenti e citazioni, ma
alla fine la confezione risulta solo un bell’incartamento ma di lieve
contenuto.
Anche qui, come nel primo libro che lessi, si
cerca di mescolare le carte, si segue il povero commissario in una sua piccola
indagine, quando il mondo viene travolto da altri disastrosi avvenimenti. Il
tutto inventando citazioni e collegamenti con libri e film che, spesso, non
sono ancora usciti al momento della trama. L’azione, infatti, inizia nel mese
di marzo del 1953.
Verde, in epilogo, spiega che per ragioni di
trama ha anticipato le date di libri e film che gli servivano per dare delle
spinte alla trama stessa. Così, ad esempio, riporta in quell’epoca sia la
versione italiana di “Lettera al mio giudice” di Simenon (tradotto solo nel
1967), sia anticipa di un anno le riprese del film “Ho ritrovato mio figlio”,
film che si svolge appunto intorno a Villa Gordiani, luogo centrale anche del
romanzo. Probabilmente, il bisogno di supporti robusti poteva anche essere
omesso, a vantaggio di una trama che, in sé, ha anche elementi interessanti.
Come detto siamo nel ’53 (e questo è già un
punto a favore), sebbene in marzo. Ricordo due momenti eponimi di quell’anno:
il Natale delle trame in maggio e le elezioni politiche in giugno (quelle della
“Legge Truffa” per chi sa di cosa parlo). Siamo a Roma, e seguiamo le vicende
di un commissario di periferia, Ermes de Luzio, che gravita come raggio
d’azione nelle zone tra Prenestina e il Quarticciolo. Ermes è vicino alla
pensione, ma è anche depresso: ha fatto un errore a metà carriera (fermando
anzi tempo un’indagine) e questo lo ha bollato per tutta la vita.
Ha anche una moglie, Elena, da un lato stanca
della deriva depressiva di Ermes, dall’altra pronta, con le sue letture ed i
suoi stimoli intellettuali, a sostenerlo anche al di là delle aspettative del
nostro. Abbiamo quindi un bel quadro di riferimento e di pensiero: depressione
lavorativa, insoddisfazione casalinga. In tutto ciò, avviene un feroce omicidio
in zona Villa Gordiani, la sua zona: viene uccisa una donna ed i suoi due
figli.
Data la risonanza del fatto, Ermes viene
subito scalzato dal suo superiore, il commissario Luigi Malerba, che indirizza
le indagini in una direzione che pare subito senza via d’uscita. Il marito
della morta, commerciante di stoffe, ha sempre avuto giovani commesse, con cui
intratteneva piccoli periodi di corna familiari, per poi licenziarle. L’ultima
commessa, Caterina Toresin, sembra un facile capro espiatorio. Ma Malerba, pur
inventando false accuse, non riesce ad incastrarla. Ermes scoprirà poi più
avanti che Malerba aveva risentimenti personali verso Caterina.
Tutto sembra galleggiare nell’anonimato
quando ecco il caso mette le sue mani nella vicenda. Ai primi di aprile si
scopre sulla spiaggia di Torvajanica il corpo senza vita di una donna, Wilma
Montesi. Questo sarà un caso che non solo appassionerà le cronache per tutto
l’anno (e per molti anni a venire), ma sarà un caso che ancor’oggi non ha avuto
soluzione. Tuttavia, Malerba viene subito spostato sul nuovo omicidio, così che
Ermes ha modo di indagare più a fondo sulla vicenda.
Sarà una ricetta medica trovata per caso che
consentirà al nostro di fare passi avanti, di inserire nel quadro probatorio un
probabile amante della morta, nonché una probabile amante dell’amante, un
meccanico in tuta, forse un barista o uno studente di ingegneria. E questa
volta Ermes non si tira indietro, usa i metodi antichi di ricerca delle prove,
uso il suo sottoposto per andare in giro a far domande ed avere riscontri. Alla
fine Ermes trova il modo di unire tutti i puntini. Ma non è la soluzione in sé che
ci interessa.
È il quadro generale, la descrizione di una
periferia degradata, dove però si cerca, a fatica, di uscire dai quadri di
povertà consolidati. Studiando, e magari facendo mille mestieri per pagare gli
studi. Cercando sollievo alla tristezza quotidiana in piccoli momenti di
intimità. Oppure, usando i libri e le letture per andare altrove, lì forse per
evadere dalla tristezza quotidiana. Alla fine, comunque, il depresso Ermes ha
questa sua piccola personale rivincita. Sa che può portare un’indagine sino in
fondo. Non uscirà probabilmente dalla sua depressione, ma avrà una chiave,
personale e da condividere con la moglie, per affrontarla.
In conclusione, come detto, Verde sa
scrivere, ma a volte mira troppo alto, e le sue cartucce non sempre colpiscono.
Tuttavia, leggere della Roma del ’53, per me, è sempre un motivo di positività.
“Se non contribuiranno a salvare il mondo,
i libri molte volte ci aiutano a comprenderlo.” (260)
Franca Oliva “Morte di Odisseo” Mondadori 7,90
[A: 14/09/2025 – I: 30/06/2026 – T:
02/07/2026] & e ½
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 250; anno:
2025]
Premettendo un sincero plauso alla scrittrice
che conosce e pratica molto meglio di me i miti greci ed i personaggi omerici,
alla fine ho trovato questa “fiction sulla fiction” poco coinvolgente e con una
fine che avevo pensato dalle prime battute, avevo sperato in altro, ma che il
finale del libro conferma in tutta la sua deviazione fantastica.
E di certo non possiamo aspettarci una
riproposizione di tutta una parte della guerra di Troia, se questa meta fiction
inizia con la scoperta di un cadavere riverso con la testa in pezzi presso le
rive del fiume Scamandro: è Odisseo. Se muore qui, prima della fine della
guerra e del suo ritorno in patria, è ovvio che ci stiamo muovendo su di un
terreno che devia pesantemente dal solco omerico. Facciamo finta di credere
nella finzione e seguiamola facendo anche finta di ignorare Omero e le sue
scritture.
Quindi, bagno di irrealtà per tutti, ed
immergiamoci in questo poliziesco dal sapore epico. Tra l’altro con molte
figure anche minori all’interno del poema originario, che giustamente vengono
portate alla ribalta, dando loro un piccolo ma meritato spazio.
Intanto, la scrittrice fa una precisa scelta
linguistica, utilizzando, laddove c’è ambiguità o difformità, il nome greco di
cose e persone. Così, ad esempio, il morto è sempre indicato come Odisseo, il
suo nome greco, e mai con l’uso latino che lo trasformò in Ulisse. Ed anche il
fiume sulle rive del quale si svolse gran parte dell’Iliade, si accenna solo
che gli dèi lo chiamavano Xanto, laddove il dio del fiume solo al suo nome
greco risponde.
Comunque, Zeus, saputo della morte, incarica
un uomo ed un dio, indipendentemente, di svolgere le indagini e trovare
l’assassino. Per gli dèi, sarà Efesto a guidare le danze. Efesto dio del fuoco
ma anche pieno di trucchi ed inganni: ha un mantello per l’invisibilità e la
capacità di assumere altre sembianze (cosa che gli darà agio ad un certo punto,
di fingersi Paride e concedersi un momento erotico con Elena).
Ad Agamennone è affidato il compito tra gli
umani, con il pesante fardello: se non scopre l’assassino, non vincerà la
guerra. Il capo dei greci coinvolge subito il fratello Menelao, che mostra
immediatamente la sua natura collerica ed inutile. Tra l’altro, Odisseo era
poco amato dagli stessi greci, laddove non solo scherzi ma pesanti momenti fa
subire a molti. Come a Tersite, che ricopre di colpi e che forse si è
vendicato. Oppure Palamede che nell’Iliade subisce pesanti accuse da lui, ma
che qui si salva, essendo morto l’accusatore.
Anche Agamennone non è che avesse un gran
feeling con il morto, visto che è proprio Odisseo che con l’inganno lo induce
al sacrificio della figlia Ifigenia. O lo stesso Achille, convinto con
l’inganno da Odisseo ad entrare in guerra, e da sempre in competizione tra
loro. Forse il solo Diomede aveva un buon rapporto con il morto. Ed infatti
morirà presto anche lui. E non entro nelle sarabande degli altri, come le
dispute feroci tra il fine Aiace Telamonio ed il rozzo Aiace Oileo.
L’invisibilità di Efesto, poi, ci consente di
entrare indisturbati nel campo troiano. Soprattutto per seguire Cassandra che
forse sa qualcosa della morte, anche perché, pare, abbia convinto la schiava
Briseide ad offrire un appuntamento notturno a Odisseo la fatidica notte.
Elementi che scopriamo durante una confessione dell’indovina ad una rediviva
Ifigenia. Perché Cassandra aveva sognato che, ucciso Odisseo, la guerra finiva.
Ma lì, sulle rive dello Scamandro, lei arriva, e Odisseo è già morto per mani
altrui.
Insomma, Oliva ripercorre molte parti del
testo omerico, ne fa summa e ne fa stravolgimenti. Alla fine (ma come detto era
un’ipotesi che già nasceva dall’inizio) sapremo lo svolgimento dei fatti, il
ruolo delle persone, ma soprattutto il ruolo degli dèi. Dove sappiamo che
Atena, la stratega era con Odisseo, così come Era, che ce l’aveva a morte con
Paride che le aveva preferito Afrodite. Mentre Afrodite non poteva che stare
con Paride e Apollo che da sempre proteggeva Ettore.
Quindi, grande merito di aver introdotto
tanti elementi letterari, ma il risultato finale è uno zibaldone che non mi ha
attratto gran che. Un ultimo elemento, vorrei citare, che invece mi ha
incuriosito. Laddove, ad un certo punto, Tersite e Palamede giocano su di una
scacchiera a qualcosa di molto simile agli scacchi. Ed in realtà, risulta
proprio che Palamede, inventore sopraffino, abbia importato una sorta di
scacchi dall’oriente. Elemento di curiosità e di approfondimento in altre sedi.
Questa settimana dedichiamo tutte le frasi
delle bolle della mia memoria ad Amos Oz, un degli autori da me più amati nel
corso degli ultimi venti anni. Nella prima parte, alcune micro considerazioni
tratte da un libro dedicato ai giovani, “Il
monte del cattivo consiglio”
“Nessuna
parola è brutta di per sé. È brutta la volgarità che sta dietro o in mezzo alle
parole.” (26)
“Parliamo
così solo per disperazione. Ma tutti siamo armati delle migliori intenzioni.”
(118)
“Qualcosa
bisogna pur fare, e farlo con il cuore e l’anima.” (207)
“È
finito l’inventario del tempo e dello spazio.” (231)
Nella seconda, invece, si era entrati più a
fondo nelle descrizioni degli spaccati del mondo israeliano con “Una pace perfetta”, dove ritrovo alcuni miei pensieri privati,
ed una definizione del sonno cui aderisco:
“Non
potevi mica restare per tutta la vita ad aspettare, senza sapere cosa e perché
stavi aspettando.” (21)
“Non
è forse una frana tutta la nostra vita, il tempo stesso è una frana che non
torna mai più, e allora?” (126)
“Non
giudicare il tuo prossimo prima di metterti nei suoi panni.” (148)
“La
cosa bella del sonno è che ci si ritrova finalmente soli, senza gli altri. …
[Nel sonno] … ognuno è solo con sé stesso.” (204)
“Tutti
hanno un compito nella vita e nessuno ha altra scelta a parte quella di capire
qual è il suo, di compito.” (255)
“Figli
piccoli, guai piccoli. Figli grandi, guai grandi.” (263)
“Una
città rossa come una rosa, vecchia come metà del tempo” (303)
Come vedete dalla piccola difficoltà degli invii, sono nel mio solito ritiro agostano e campagnolo, dove il funzionamento di internet non è sempre all’altezza delle mie aspettative. Ne approfitto, intanto, per mettere in ordine nelle mie letture, recuperare alcune scritture che non sempre mi hanno convinto. Purtroppo c’è poco altro di cui essere sereni, se non il fatto di continuare ad inviare messaggi nel vuoto cosmico, sapendo che qualcuno li legge. A tutti, però, anche a chi li passa oltre, mando un mio grande abbraccio.