domenica 26 aprile 2026

Women, again - 26 aprile 2026

Una settimana dedicata alle donne, che in gran parte ho avuto sotto forma di prestiti e regali. Dove si omaggia nel titolo il titolo che si staglia di gran lunga come miglior libro della settimana, cioè il secondo episodio dedicato da Elizabeth Strout al suo personaggio di Olive Kitteridge. Lontano, ma di buona fattura come spesso accade per la letteratura giapponese viene Miyashita Natsu e la sua ricerca di un posto nella vita. Chiudiamo con due leggibili ma non indimenticabili libri di Catena Fiorello.

Elizabeth Strout “Olive, ancora lei” Einaudi s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 02/02/2026 – T: 04/02/2026] - &&& e ½  

[tit. or.: Olive, again; ling. or.: inglese; pagine: 263; anno 2019]

Forse Elizabeth Strout scrive altro e bene, ma per me è troppo legata ad Olive, ed io, pur non amando i racconti, trovo che questi suoi due scritti siano assolutamente da tenere nello scaffale a portata di mano. Dieci anni fa lessi il primo “Olive Kitteridge” che alcuni anni prima vinse, meritatamente, il Premio Pulitzer. Ora leggo questo “again”, scritto dieci anni dopo il primo e letto dieci anni dopo la prima lettura.

Anche questo è in realtà un romanzo per racconti, dove ci sono due costanti di fondo, sempre presenti anche se non sempre in primo piano. Ovviamente c’è lei, Olive con tutti i suoi difetti, le sue contraddizione, la completa anaffettività verso i parenti (figlio, nuora e nipoti) ma con quei guizzi di comprensione delle cose del mondo che ne fanno l’emblema di tutti noi, come lei imperfetti e forse “cattivi”. E poi c’è Crosby, la fittizia cittadina a nord di Boston, nel Maine, dove si intrecciano le diverse storie Olive-centriche.

Il filo rosso di Olive si ricongiunge con la fine del precedente, con la morte del primo marito, il farmacista. Nasce un rapporto con Jack, altro spirito solitario, che comprende, nella sua solitudine, come le asserzioni di Olive possano far luce sulle sue zone d’ombra. Sul fatto che, vedovo anche lui, ripensa ai tradimenti suoi e della moglie. O meglio ancora al rifiuto dei comportamenti della figlia, cui tuttavia chiede scusa.

Un rapporto che si evolve in matrimonio, che matura, che, purtroppo, sfocia in una seconda vedovanza. Laddove nell’ultimo racconto, la nostra scrittrice riesce a darci il ritratto finale di Olive, che un po’ si perde (senescenza?), un po’ rimane l’anima dei rapporti anche nella struttura per anziani dove decide di chiudere la propria vita, magari confortando e tiranneggiando le anziane che vivono con lei.

Senza dimenticare quella visita del figlio con la famiglia, in cui si sviluppa tutto il modo dei non rapporti di Olive con il mondo. Il figlio arriva con i quattro figli della moglie, due di precedenti matrimoni e due con lui. Non ci meravigliamo di vedere Olive ignorare i primi due, e dedicarsi, senza successo ai suoi nipoti diretti. A parte tutte le parole che scrive, c’è il momento in cui Elizabeth descrive come Olive ritrovi sotto un divano la sciarpa che aveva regalato a suo nipote Henry per permetterci di vedere in modo totale chi sono tutti gli attori del libro.

Proprio perché passa da una morte all’altra, il testo ci mostra una complessa riflessione sul tempo che passa, sull’avvicinarsi alla morte, sull’instancabile bisogno di vivere, e sempre quel senso di solitudine e inadeguatezza, che ci rende così empatici con Olive.

Nelle tredici storie del romanzo, se vediamo come detto Olive alle prese con il suo nuovo amore, e poi seguire due traslochi, affrontare un’altra perdita, ne vediamo anche la partecipazione a nuovi incontri, l’improvvisarsi infermiera per aiutare una ragazza a partorire nella sua macchina cercando di arrivare in ospedale, instaurare una nuova amicizia una donna malata di cancro. E confrontarsi con situazioni altre, in cui lei magari fa solo un cameo, quando si parla di una ragazza che partecipa ad un documentario sul sadomaso, o la storia di un’adolescente che consente a un uomo con demenza senile di osservarla mentre si tocca.

Ci sono quei guizzi di domande improvvise che Olive, che non ha nulla da perdere nell’essere diretta, rivolge a chi gli sta intorno. Ad esempio, quando chiede ad un’infermiera mussulmana “raccontami come ci si sente a essere te”. Senza entrare in tutti i momenti, che dire, così a volo di uccello, quando si narra di coppie che non si parlano da 25 anni, o quando si descrivono presunti terribili scandali nelle perbenissime famiglie borghesi del Maine.

A lettura finita nella mente rimangono tante cose che continuano a produrre pensieri: la fragilità umana, la perfettibilità dei rapporti imperfetti. Ed ogni volta, Olive si avvia verso nuovi equilibri, continuando nel suo parlare sfrenata. Quando rimprovera un padre che non accetta la figlia lesbica, quando redarguisce una donna che si chiude alle culture diverse dalla propria (chissà se qualcuno ne riuscisse a leggere delle righe al campione della tolleranza americana, il presidente Trump?), quando riconosce in un'altra vedova il suo stesso bisogno di amicizia.

C’è un pensiero finale che attraversa tutti i racconti: la capacità, il bisogno di riuscire ad accettare le mancanze degli altri, soprattutto quelle delle persone cui vogliamo bene. Pensiero sotterraneo, ma che io seguo nell’evolversi della moviola del suo invecchiamento, mi sento sempre più vicino alla ex-professoressa di Matematica Olive Kitteridge.

Una dilogia da non perdere.

“Ma ho fede? Ebbene sì. Il problema è che non saprei descriverla. Ma è comunque una fede a modo suo. … è una specie di consapevolezza … che esista qualcosa di molto più grande di noi.” (103)

“Leggeva di tutto e ancora adesso sul suo comodino c’erano pile di volumi, come sul davanzale, qualcuno addirittura per terra. Non aveva quasi preferenze specifiche … leggeva da Shakespeare ai gialli di Sharon McDonald, dalle biografie di Samuel Jackson ai drammaturghi vari, dai romanzetti rosa su su fino … alla poesia.” (111)

Miyashita Natsu “Un bosco di pecore e acciaio” Corriere Giappone 18 euro 8,90

[A: 07/09/2021 – I: 26/03/2026 – T: 28/03/2026] - && e ½      

[tit. or.: 羊と鋼の森 Hitsuji to hagane no mori; ling. or.: giapponese; pagine: 208; anno 2015]

Miyashita Natsu è l’ennesima scoperta di un brano di letteratura giapponese che arriva poco e male nella platea occidentale. Senza preparazioni particolari, senza lanci per sottolinearne gli aspetti essenziali, la scrittrice giapponese si affaccia dal balcone italiano. Con un libro delicatamente giapponese.

Natsu in patria è nota e molto letta, tanto da essere nel pantheon degli autori più pubblicati. Under 60, ma per poco, scrive questo che è il suo testo più famoso una decina di anni fa, con un discreto successo in patria, corredato da numerosi premi nonché da una trasposizione cinematografica pochi anni dopo (film mai giunto in Italia, a mia ricerca).

È un tipico libro giapponese, delicato, a volte impalpabile, pieno di piccoli moti dell’animo che non diventano mai rivoluzione. È uno stare seduti in panchina e guardare i ciliegi in fiore (hanami). È un haiku di cui si apprezza l’attacco ma di cui non si comprende la fine.

Questa volta, comunque, voglio cominciare dal titolo, che (udite! udite!) non viene modificato dagli editor di tutto il mondo, molto credo non per rispetto, ma più per non avere un modello alternativo di riferimento, che potesse agganciarsi a particolarismi locali. Questo bosco, questa foresta, fatta di pecore e di acciaio fa riferimento al protagonista incontrastato del romanzo: il pianoforte.

E non per via di metafore o altre incomprensibile iamatologie (spero siate adusi al termine, altrimenti ve ne consiglio una interessante ricerca in rete). Ma grazie a due direttrici espressive che attraversano il romanzo. Da un lato, la delicata evocazione di boschi, alberi ed altri elementi bucolici che il suono basico del pianoforte risveglia nel protagonista, Naoki Tomura. Dall’altra la descrizione della meccanica del pianoforte, dove dei martelletti, rivestiti di lana di pecora, percuotono, emettendo il suono, cavi d’acciaio di diversi diametri e lunghezze.

La storia è semplice, all’apparenza, ma piena di un avvicendarsi di stati d’animo che ne rivelano il profondo carattere di “libro di formazione” per il giovane Tomura. Che, diciassettenne, sente il maestro Soichiro Itadori accordare il pianoforte della scuola. Ricavandone, durante l’operazione, espressioni sonore che incantano Tomura al di là del ragionevole. Tanto che il nostro, finita la scuola dell’obbligo, decide di trasferirsi per due anni lontano da casa al fine di conseguire il diploma di accordatore di pianoforti. Ottenuto il quale  verrà assunto come apprendista proprio nella bottega di Itadori.

Seguiamo allora gli alti e bassi della sua formazione, al seguito dei due professionisti della casa: Yanagi, che ancora crede nella bontà e nella perfettibilità dell’accordare, e Akino, bravo ma ormai disincantato. Ne ammiriamo gli sforzi di comprensione del difficile lavoro. Anche quando, pur se solo episodicamente, Tomura riesce ad accompagnare il maestro Itadori.

La svolta avverrà con la conoscenza delle bravissime e giovani pianiste gemelle Sakura, Kazune e Yuni. La seconda dotata di tocco e fantasia, la prima di una tecnica mirabolante. Di pari passo con il progredire delle sue capacità di accordatore, sarà proprio il progredire, in modo molto giapponese, del suo amore alla lontana per le Sakura che caratterizza l’ultima parte del libro.

Con Kazune che si trova davanti al blocco dell’artista, ipotizzando di non avere la spontaneità di Yuni. Blocco che si sgretolerà solo alla decisione di Yuni stessa di studiare come accordatrice. E musica che fluirà vincente e incontrastata quando Yanagi chiede a Kazune di suonare come  sottofondo al suo matrimonio e quando Kazune, di rimando, chiede a Tomura di diventare il suo accordatore ufficiale. Momento che consente a Tomura di ritrovare quel momento estatico iniziale con gli odori del bosco, dell’autunno, della limpida aria di montagna, odori che erano stati il via al libro ed alla storia di Tomura duecento pagine prima.

Alla fine una lettura agile, dai piccoli tocchi quasi inconcludenti, lievi e sfuggenti come spesso eponimi giapponesi per noi grevi occidentali. Seppur bello o toccante il rapporto accordatore-pianoforte, ed altrettanto interessanti gli accenni musicali, alla fine il tocco lieve passa, e rimane solo da ascoltare il “Valzer del cagnolino” di Chopin, brano rappresentativo di tutto il testo.

Finisco solo con una domanda molto personale, di cui non saprei dare risposte. Come si concilia la musicalità tradizionale giapponese con uno strumento importato dall’Occidente?

Catena Fiorello “Casca il mondo, casca la terra” Rizzoli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 05/04/2026 – T: 06/04/2026] &&----

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 318; anno: 2012]

Sei anni dopo la scrittura del primo suo libro, Catena decide di fare un grande salto, passando da editori non proprio piccoli, ma a volte di nicchia, verso una casa editrice con una presenza consolidata nel mercato editoriale. Non so se è stato l’imprinting “Rizzoli” o una decisione della scrittrice, ma alla fine questo nuovo libro mi ha leggermente deluso.

Certo, descrive una situazione che si può sempre incontrare, tra amici, conoscenti o cerchie allargate. E la descrive puntando il dito sulla decisionista Vittoria, protagonista assoluta del libro, in tutte le sue sfumature. Peccato che per due terzi, presentandosi con la sua faccia da mondo normale sia insopportabile, al limite della chiusura del libro “alla Pennac”. Si riscatta nell’ultimo terzo, ma più per la situazione oggettiva che per una sua scelta consapevole.

Così che alla fine, mentre stava volando verso un misero libricino, la situazione (non Vittoria) riscatta l’andamento globale, portandomi ad aggiungere un secondo librino, anche se accompagnato da un numero elevato di segni meno.

La scrittura ci immerge fin da subito in una situazione ambientale molto romano-berlusconiana (per stessa ammissione di Vittoria). Al centro della trama c’è una tipica famiglia alto borghese, di antico blasone, i Del Giusto Cortese, guidati dall’alto dalla contessa Marta, che fortunatamente non interviene che in poche pagine, pur evidenziando quello che sono i caratteri spocchiosi di certa aristocrazia.

Alberto, il figlio ed erede, è un affermato avvocato penalista. È bello, è elegante, è raffinato, è molto, molto ricco. Per amore universitario, incontra a “La Sapienza” la nostra Vittoria, fuggita da Squinzano nelle Puglie per venire a far fortuna in quel di Roma. Studiando, pensa lei. Ma essendo anche piacente e intelligente, fa colpo su Alberto, convolando in un matrimonio che si porta avanti da più di trent’anni.

Matrimonio coronato dopo qualche anno dalla nascita di Eleonora, che Vittoria adora, cresce con tutte le lotte verso la suocera ingombrante. Tanto che si sta esaurendo, tanto che decide di fare un break, fuggendo solitaria in Portogallo, suo luogo del cuore. Dove conosce Josè, dove si pone domande, dove decide di tronare nell’alveo protettivo romano.

Lì, riprendendo la vita da shopping e fannullismo, cinque anni dopo la piccola nasce Matteo, insperata gravidanza. Tanto che su Matteo, la nostra riversa tutto l’affetto e le attenzioni, lasciando andare in secondo piano Eleonora, ma anche Alberto. Vediamo così, anche se a ritroso, lo svilupparsi di un mortifero intreccio. Vittoria, tra lusso, amicizie inutili, momenti conviviali (alle cui descrizioni mi si aggricciava la pelle), procede verso il futuro. Senza accorgersi che Alberto diventa più freddo, che Eleonora si barcamena tra disturbi alimentari e alterazioni droghesche, che Matteo, pur rimanendo il cocco di mamma, preferisce studiare a Londra lontano da quel covo mefitico romano.

Tutto questo castello salta in aria quando Vittoria scopre un galeotto messaggio sul cellulare di Alberto. Che la sta tradendo con la giovane Laura. Vittoria sclera, e si avvia per una china pericolosa. Si finge altra, fa in modo di conoscere Laura, spia in ogni istante il comportamento di Alberto. Fin che, all’improvviso (almeno così sembra a Vittoria) tutto si sgonfia.

Noi cominciamo a seguire le vicende mesi dopo, quando fortuitamente Vittoria incontra Laura, continua a mentire e si ripropone come amica consolatrice. Che Laura, dopo alcuni tentennamenti, si confida. E narra del suo febbraio atroce. Per una serie di mancanze, il negozio dove era commessa la licenzia. Subito dopo, senza spiegazioni, Alberto tronca la relazione. E lei scopre di essere incinta, e decide di abortire. Iniziando un periodo tragico, visto che non ha l’amore, non ha un lavoro, non ha soldi. Insomma, una discesa verso l’abisso.

Per tutto il testo, però, seguiamo il percorso di Vittoria. Che, a fronte delle piccole incursioni nella vita di Laura, comincia a farsi domande. È stata troppo protettiva con Matteo? Ha seguito poco il percorso di crescita di Eleonora? Ha perso la sintonia con Alberto? Ma soprattutto in che rapporto è con se stessa e con le idee che ha e aveva sul mondo e sulla (sua) vita?

A lungo ci domandiamo poi quale potesse essere stato l’effetto scatenante del febbraio famoso. Matteo si scopre gay? È una possibilità, visto come ne parla la madre. Eleonora confessa la sua anoressia? Altra possibilità, che fa il paio con il suo desiderio, di Eleonora, di allontanarsi da tutti. Alberto scopre di avere un tumore e non lo dice a nessuno? O peggio, a Vittoria diagnosticano qualche brutto male ma non glielo dicono?

Spero di avervi confuso le idee, e vi confesso candidamente che avevo preso in esame tutte queste possibilità, mentre alla fine Catena me ne presenta una cui non avevo pensato.

Vittoria, dopo trecento pagine di scassamento di marroni, capisce finalmente che non ha capito nulla, che ha trattato male tutti, e Laura in particolare. Prendendo una decisione che finalmente fa fare un piccolo scatto alla sonnolenza generale del testo.

Un romanzo tutto giocato sulla cifra dell’apparire, e proprio per questo a me rimane ostico e poco empatico. Nessun personaggio mi coinvolge. Nessuna situazione mi sembra degna di approfondimento. Peccato, che il primo romanzo sembrava avere qualche spunto, che qui si perde miseramente.

Catena Fiorello Galeano “Vita e peccati di Maria Sentimento” Rizzoli s.p. (prestito della sig.ra Laura)

A: 17/02/2026 – I: 15/04/2026 – T: 17/04/2026] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 380; anno: 2025]

Dalla biblioteca di zia Serenella siamo passati a quella della signora Laura, ma il risultato cambia poco. l’illustre Catena, che dal 2020 ha aggiunto al nome del padre quello della madre, esce lo scorso anno con questo nuovo libro (anche se tra questo e il precedente ne ha scritti altri dieci), riproponendo una nuova figura siciliana, devo dire ben riuscita in molte sfaccettature. Tuttavia il libro prende poco, si dilunga molto nelle prime trecento pagine per disegnare a fondo Maria e le altre, per poi correre, correre, correre nell’ultimo quarto, giungendo alla fine forse un po’ troppo in fretta.

La vicenda inizia nel ’58, con Maria quarantenne vedova con tre figli (Santino, Anna e Lucia) del marito ed uno (Antonio) nato da una relazione con un uomo che però fugge. Mentre Maria decide di tenere il figlio e di non perdonare mai il fuggiasco, anche se confesserà che è stato l’unico vero amore di tutta la sua vita.

La narrazione ci fa entrare nella Sicilia rurale, che però sta a pochi passi da quello che è un trampolino verso il gran mondo, verso il successo, verso i soldi. Anche se ci avviamo verso il boom economico, è una Sicilia senza mafiosi, magari con qualche aiuto trasversale, qualche stretta di mano un po’ più lunga. Ma piena di buoni sentimenti, ed anche, ovvio, delle difficoltà di un epoca che ancora non si è emancipata.

La nostra protagonista è di sicuro bella, ed anche chiacchierata per i suoi comportamenti schietti. Con in testa, primariamente, il bene dei suoi figli. Ed è per loro, che decide di lasciare i lavori della campagna e di chiedere aiuto all’amico Nico. Un gagà molto coinvolto nel mondo dorato che negli anni ’50 girava intorno a Taormina. Una soluzione, che gli presenta Nico, che permetterà a Maria di sviluppare le sue potenzialità, empatiche e di gestione.

Entra in contatto con una coppia di ricchi americani, cui farà da tata per un buon periodo, tanto che alla morte del Generale, riceverà una liquidazione sostanziosa che gli permetterà di esaudire qualche desiderio.

Ma intanto, mentre gestisce casa Stanford, deve anche tener conto dei problemi familiari. I maschi non danno grandi problemi. Santino lavora anche se non trova una ragazza che lo corrisponda. Antonio dedica le sue forze al canto, riuscendovi con una bella voce. Sono le ragazze a preoccuparla. Lucia fa la “fuitina” con Erminio, pensando fosse il suo futuro scritto. Tuttavia, la nuova famiglia la accoglie da schiava, le taglia i ponti con la madre, senza farle intravedere matrimoni ed eredi. Anna, invece, appena maggiorenne, decide di andare lontano, a lavorare a Milano (mito dei terroni dell’epoca, ed uso la parola senza nessun razzismo).

Anna, tuttavia, che farà carriera nel suo lavoro al nord, fugge anche per altri problemi, che Maria non capisce e quando capisce li fugge. Solo con il tempo, partiti gli Stanford, e diventata governante di Kanz, un gay americano che, da produttore cinematografico, le farà incontrare fior di divi dell’epoca, che Maria farà la pace con il mondo LGBT.

Anche perché colpita da altri lutti interni. Maria però è molto solare, ed anche chi le vuole male perché troppo libera, dovrà arrendersi alla sua fresca sincerità. Riuscirà a ricomporre buona parte della sua vita familiare. Ed in quel finale che ritengo troppo veloce, la vediamo aprire una pensione con ristorante, e fare in modi che chi può si sistemi. Maria stessa troverà una pace, non con Nico (troppo giovane) né con Rocco (sempre amato, ma mai perdonato). Un rapporto inaspettato, ma solido per consentire di arrivare con serenità ad un fine vita dove si ricongiungerà con tutti i suoi cari.

È una storia di speranza che con il proprio lavoro e buon senso, usando a baluardo un orgoglio ben riposto, le consente di vincere molte battaglie. E ci sono anche riferimenti ben mirati sulla condizione della donna, sia nella Sicilia di allora, sia, in generale, nella società, di ieri e di oggi.

Ci sono piccoli momenti che non si possono dimenticare. Come il viaggio “della speranza”, quelle 23 ore per andare dalla Sicilia a Milano, che vediamo in diverse soggettive. Anna con la speranza di fuggire i suoi demoni. Maria nera di rabbia prima, rosa di speranza poi. O come quel dovuto omaggio a Lady Florence Trevelyan, che abbiamo da poco incontrato in uno scritto giallo di Claudia Myriam Cocuzza, e che qui vediamo ricordata per il suo “Hallington Siculo” realizzato nell’Isola Bella.

Una scrittura, quella di Catena, che mantiene fluidità e riferimenti, ma che ha perso il mordente delle prime prove. Leggibile, non indimenticabile.

“Le persone che abbiamo accanto sono quelle che conosciamo meno.” (359)

Si avvicina l’estate a grandi passi, per cui è bene citare Gabriel Garcia Marquez che nella sua

“La mala ora” ci ricorda: “Il caldo è una questione mentale … Tutto consiste nel non farci caso.” (103). Come è bene ricordare la riflessione di Marc Augé nel “Diario di un senza fissa dimora”: “La solitudine… non ha niente di insopportabile. Il silenzio è meno imbarazzante degli sforzi che facciamo per dissimularlo, ed è infinitamente meno penoso stare zitti da soli che in due.” (27)

Finendo con uno scritto che fece molto rumore alcuni anni fa. L’antropologa Françoise Héritier ne “Il sale della vita” riflette su la nostra definizione di persone nel mondo: “Ho cercato di descrivere per approssimazione quella forza impercettibile che ci muove e ci definisce. Questa forza dipende naturalmente dalla nostra storia, dal nostro vissuto, ma non è certo un inno al passato, anzi: è l’essenza stessa e la giustificazione di tutte le nostre azioni presenti e future, anche se non lo sappiamo. L’”io” non sarebbe quello che è se certi avvenimenti che hanno incanalato la nostra vita in certe direzioni non si fossero prodotti, ma non lo sarebbe neppure se questo “io” non avesse avuto occasione di provare questa o quella emozione, di vibrare in questa o quella occasione, di sperimentare questo o quello per mezzo del corpo.” (88)

Anche per oggi si vola poco, come sarebbe giusto per citare Giorgio Gaber. Ma si costruisce. Una ricerca per migliorare il fisico ed una per migliorare lo spirito. Maggio e le sue sfide ci attendono. Arriviamoci allora con tanta amicizia nel cuore.

domenica 19 aprile 2026

Einaudiana - 19 aprile 2026

Un quartetto di libri accumunato dalla casa editrice e dal fatto di averli avuti in regalo sotto varie forme. Non mi sono piaciuti, al solito, né le elucubrazioni favolistiche di Tahar Ben Jelloun, macchiate anche da colpe editoriali evidenti, né il solito Ian McEwan, che, nonostante Antonella spinga in positivo, non riesce ad entrare nelle mie corde. Mentre è stata una gradita sorpresa il romanzo di Michele Mari ed una gradita conferma l’ultimo (e definitivo) libro di Julian Barnes.

Tahar Ben Jelloun “Lo specchio delle falene” Einaudi s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 06/02/2026 – T: 08/02/2026] - & e ½ 

[tit. or.: La Nuit de l'erreur; ling. or.: francese; pagine: 275; anno 1996]

Questa lettura nasconde al solito una duplice faccia, come duplice è appunto il mio sentimento verso lo scrittore. Ammirato per le sue posizioni e le sue esternazioni, poco compreso quando scrive, quando mescola realtà tangibili con il mondo immaginario e favolistico. Certo, nelle lunghe traversate nel deserto, si raccontano favole, si esorcizzano gli spiriti maligni, mescolando sogno e realtà. In un certo senso traslato, sembra quasi un accomunarsi con i libri del realismo magico sudamericano. Di sicuro, quando sono i poveri al centro del narrato, c’è sempre una comunanza per tutta la terra.

Intanto, veniamo alla poca cura delle edizioni italiane. Per prima cosa, non vengono indicati l’anno di scrittura, l’anno di deposito del testo in originale, e solo rivolgendomi alle edizioni francesi sono risalito alla data di scrittura. Secondo, il titolo! Ora il nostro scrittore battezza il testo con quella notte dell’errore, in cui viene concepita la protagonista del testo. Un giorno in cui (ma non viene spiegato perché) ci si doveva astenere da tutto. Un giorno tanto disgraziato che nove mesi dopo, quando Zina nasce, contemporaneamente muore il nonno. Ribadendo quindi una negatività che in parte ricopre tutta la storia della nostra.

Ci si domanda allora come mai vengano fuori le falene. Certo, nell’iconografia mondiale sono considerate un tramite tra il mondo dei morti e quello dei vivi. E qui, di vivi e di morti si parla assai. Sono anche animali notturni, storditi dalla luce artificiale, e disorientati dagli specchi (come ci insegna un passo della saga di Harry Potter, anche se non credo gli editori italiani ne facciano riferimento).

Quello che è assodato, è la trasfigurazione della storia nel suo Marocco. Ogni elemento diventa un simbolo, sia Zina, ammaliatrice e vendicatrice, di infanzia pura, ma corrotta dal mondo. O forse solo trascinata in situazioni più grandi di lei dove va a sbattere come una falena alla specchio. E simboli sono i cinque uomini co-protagonisti della storia. Simboli delle diverse anime marocchine. Dei berberi del deserto, o degli studiosi di Casablanca. Saggi ritirati o ricercatori del piacere femminile in ogni dove. Oppure soltanto testimoni esterni, che non riescono a cambiare le cose che vedono, magari venendone travolti senza un vero perché.

La parte migliore, per me, è tutta la prima parte, in soggettiva di Zina, che ci parla della sua infanzia a Fés, della nascita, delle nuvole che rapiscono i suoi sguardi, della mancanza del nonna, della strana zia Fadela, e di tutti quei momenti in cui si esplica la sua giovinezza. Tutto diventa poi complicato e quasi illeggibile, quando la famiglia di Zina si trasferisce a Tangeri.

Ora, è vero che le due città sono le città del cuore dello scrittore. Ma pur avendole dentro, ne parla con quella crudezza espressiva che ha verso tutto il suo mondo, perché ne percepisce la bellezza e non ne apprezza la caduta verso l’oscurantismo.

Tant’è che Zina (ormai diventata un simbolo, anche se non ho capito se sia lei o sua madre) subisce uno stupro da diversi uomini. Che dovrebbero simboleggiare le diverse anime marocchine: Abid il pittore, Bachar che colleziona farfalle, Carlos il collezionista di donne, Bilal che ama il cinema e Selim che ama il teatro. In ogni caso, sarà Zina, coinvolgendo altre donne sue sodali, a vendicarsi delle varie anime stupratrici. Per ognuna ci sarò un supplizio, a volte una morte, spesso l’oblio. Sono queste le pagine più pesanti, dove si passa dalla prima alla terza persona, e dove spesso anche la prima non è sempre quella di Zina.

Lo scrittore, come spesso anche in altre prove, punta molto l’accento su alcuni punti forti delle disuguaglianze sociali marocchine. È sempre una sventura nascere poveri, dove tutti si possono approfittare di te. È sempre brutto essere sottoposti ad un potere che non lesina angherie a chi non sottostà alle sue regole. È sempre brutto stare dalla parte di chi soffre, perché si soffrirà di più, senza redenzione.

Le uniche note positive che mi rimangono sono le descrizioni delle città care a Tahar, dove io ho trovato piacere anche nella bistrattata Tangeri. E poi nella descrizione della sensualità libera di Zina, una sensualità che non sembra poterci essere bel mondo arabo, ma che Tahar ci assicura esista. E noi ci crediamo.

Però, alla fine, non è un libro che mi ha preso. Se si riuscisse a limitare la magia, quando rimane il realismo entro più facilmente in sintonia con la scrittura. Per ora, Tahar Ben Jelloun continua ad essere uno scrittore che nei romanzi mi rimane distante.

Michele Mari “I convitati di pietra” Einaudi s.p. (regalo per Natale di Alessandra)

A: 03/02/2026 – I: 17/02/2026 – T: 18/02/2026] &&&  e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 159; anno: 2025]

Devo ringraziare il libraio Feltrinelli di viale Eritrea per avermi fatto conoscere questo scrittore unico. Che credo approfondirò in altri scritti, dove ne leggo come un affabulatore camaleontico, un tipo raro di scrittore che da sempre mi risuona. Rimandandomi a prove estreme che so di Guido Fink o di Paolo Vita-Finzi.

Tuttavia, non avendo ancora letto altro, per ora mi limito a fare un viaggio all’interno di questo testo. Dove, partendo da un’idea di cui parleremo tra poco, sviluppa un fiume di centocinquanta pagine in cui intreccia vita e storie di un buon numero delle persone coinvolte dalla fase iniziale della storia.

Lo spunto nasce il 22 luglio 1975, alla cena di classe post-maturità della III A del Liceo Classico Berchet di Milano. Non si saprà mai chi lanciò il sasso, ma alla fine i 30 ormai ex-alunni decidono di fare un gioco semplice e pericoloso: istituire un fondo, su cui annualmente versare una quota non elevata, fare in modo che il fondo stesso sia gestito oculatamente, per poi devolverlo agli ultimi tre alunni che rimarranno in vita. Un meccanismo storico ben noto di cui riparleremo in finale.

Michele, allora, segue l’andamento degli alunni, scandendo di tempo in tempo l’avanzare delle varie persone coinvolte, prendendo appunto come elemento di riferimento il 22 luglio. Notiamo intanto le capacità elencatorie (non so se esista il termine) dello scrittore, dove ogni volta, per i vari alunni, indica con precisione, l’indirizzo (via, numero, a volte anche piano) sia di abitazione che di lavoro, creando una mappa fisica che si sovrappone alla mappa mentale che ci costruiamo con i vari personaggi.

Seguendo il corso degli anni si cerca di andare da trenta verso tre e poi, forse, verso uno solo. Con un allargamento dell’attenzione quando i superstiti saranno soltanto sette. Perché a quel punto Michele approfondisce i sette rimasti, facendoli meglio emergere dalla nebbia in cui sono avvolti nei primi anni.

Ogni accadimento, quasi fosse un omaggio musicale, ripete insistentemente lo stesso giro di note: si narra qualcosa, si arriva alla cena del 22 luglio che funge quasi da basso continuo, per poi sciogliersi in un finalino dedicato alla morte e/o al funerale di chi in quel frangente è uscito di scena.

C’è anche un accanimento tragico-comico quando, avviatisi molti alunni oltre la settantina, si decide alle cene di presentare anche una sorta di bollettino medico. Magari seguendo ancora l’appello scolastico: Bathory: mastectomia. Brancigalievore: diabete; prostatite. Brodo: Parkinson. Coppo: epilessia. De Cruce: artrite reumatoide. Gaudillo: disfunzione epatica; flebite. Mascolo: gastroenterite cronica. Mercandalli: due stent coronarici, un by-pass. Migliavacca: acufene… e via con tutti gli altri.

Capite bene che, essendo i trenta alunni coevi dello scrittore (nati cioè nei dintorni del 1955), per seguire le storie dei più longevi si sarà costretti a proiettarsi nel futuro. Qui Mari fa un’operazione intelligente, non entrando in possibili futuribilità, ma rimanendo concentrato sulle sue marionette, che, una dopo l’altra, stanno abbandonando la scena.

Ovvio che i vari attori dei lunghi anni descritti devono assumere ruoli precisi. Avremo quindi Rivadeneyra che coordina il fondo, Brancigalievore che gestisce scommesse sulla vita, Brodo  che esegue macumbe, altri che abbandonano la gara o volontariamente ritirandosi o compiendo atti estremi. E quindi vedremo, con occhio sempre stupefatto ma mai assuefatto, assassinii, suicidi, frustrazioni, invidie, malattie, malignità, magie nere. Non posso non spoilerare un momento di humor nero esilarante: due compagni di classe, innamorati, si cercano nella notte, tra le strade dell’Umbria, finendo, dopo un colpo di sonno, in uno scontro frontale che li uccide.

Questo per ribadire, che non può mancare l’amore, come spesso accade tra compagni di classe. Amore sempre frustrato, sempre senza un lieto fine. E ci sarà anche sesso, laddove la passione per il cinema dell’autore arriva alla citazione parodistica di un film culto (che vidi a suo tempo al mitico Azzurro Scipioni di Agosti), cioè “La bestia”, di Walerian Borowiwczyk. Inciso: quando uso il plurale cumulativo per le leggi grammaticali italiane lo devo usare al maschile, anche se, come ben immaginate, questi si tratta di amore e sesso tra uomini e donne.

Ed il cinema è anche straripante nei lunghi omaggi (questi un po’ ostici per me) dedicati a Gene Hackman da parte dell’appassionato Lothar Semprini, che ne ricorda a mente tutti i film. Dove si apre anche l’altra parentesi delle passioni di Mari, quella dei fumetti, visto appunto che Semprini deve il suo nome all’aiutante di Mandrake. Tutti riferimenti ed intrecci che mi fanno andare in sollucchero.

Michele, alla fine, riesce ad accompagnarci fin quasi al 2055, senza mai annoiarci, e scoprendo, nel corso degli anni e dei rapporti interpersonali, tutto il bello ed il brutto dell’essere dei vicini lontani, senza mai (per molti) diventare amici. Un viaggio a volte con qualche fermata di troppo, ma che, in conclusione, mi ha lasciato contento della sua lettura.

Veniamo allora ad alcune considerazioni. La prima sul meccanismo di gioco, che ricalca un investimento classico chiamato “tontina”, proposto in Francia nel 1653 dal banchiere Lorenzo de’ Tonti. Inciso: il Tonti ebbe due figli, Enrico che creò la prima base europea nel delta del Mississippi, e Alfonso che fondò la città di Detroit. Il meccanismo di base è semplice: si versa una quota, si godono gli utili, ed alla morte di un partecipante si ripartisce il capitale. Alla morte dell’ultimo, si agirà secondo i patti sottoscritti all’inizio.

La seconda è che, come tutte le riunioni di classe, vorrei riproporre, avendolo estratto dalle  pagine lette e da un elenco sbiasciato, l’appello della III A: Bathory, Brancigalievore, Brodo, Brusaglia, Cartarini, Coppo, Crollalanza, De Cruce, Fustigati, Gaudillo, Giovenzana, Letellier, Maldifassi, Mascolo, Mentasti, Mercandalli, Migliavacca, Mottola, Musadino, Piselli, Podesta, Rebaudengo. Riccadonna, Ricci, Ridolfi, Rivadeneyra, Ruffolo, Sancio, Semprini, Testaviva.

Un elenco che me ne riporta a mente uno diverso, quello di una classe B del liceo Righi di Roma, che non ricordo tutto, ma che per quello che vale, mi rimane con Amadio, Antonini, Boccali, Bonanni, Bruno, Buffa, …, Del Vecchio,… Gasbarrini, Gonnella, Leonori, Macioce, … , Morpurgo, …, Ponticelli, … Sanna, Sebastianelli, … Tranzocchi, … Zevi, Zafred. Per noi, niente cene di classe il 22 luglio però.

Ian McEwan “Sabato” Einaudi s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 27/02/2026 – T: 28/02/2026] - &&  

[tit. or.: Saturday; ling. or.: inglese; pagine: 292; anno 2005]

Eccomi di nuovo a leggere un libro di McEwan, sperando, come mi augura da sempre la mia amica Antonella, che mi si accenda la luce dell’empatia. Ed ecco invece che continua a respingermi. Bravo, scrive che è un piacere, a volte si dilunga in elementi apparentemente marginali, si documenta in modo manicale sulle cose che scrive, ma non mi piace. Trovo difficoltoso entrare nel suo ordine di idee, e trovo quasi sempre impossibile entrare in sintonia con i suoi personaggi.

Qui abbiamo un tentativo di entrare nella mente del protagonista e di una sua giornata, quasi facendo un riferimento alto al giorno di Leopold Bloom, il 16 giugno 1904 (penso che tutti ne sappiano, così che non mi dilungo). Qui siamo, invece, al 15 febbraio 2003, che ovviamente, dato il titolo, è un sabato. Ed in questo giorno eponimo seguiamo passo dopo passo la vita del quarantottenne Henry Perowne, neurochirurgo londinese, a partire dalle 3:40 del mattino fino alle 5 del mattino seguente, le 5 della domenica.

Nella notte fondo, Henry si sveglia forse a causa del rumore di un aereo, sembra con motore in fiamme, che si avvicina all’aeroporto, e crediamo atterri senza troppe conseguenze, visto che nessuno parlerà di disastri aerei o simili. Da questa sveglia, partono i pensieri di Henry e, con cautela, anche poi le sue azioni (e quelle delle persone coinvolte nella sua giornata).

Henry ha una moglie, Rosalind, avvocato in uno studio legale legato ad un giornale, un figlio maschio, Theo, musicista che vive ancora a casa, ed una femmina, Daisy, poetessa che vive a Parigi. Francia dove vive normalmente anche il suocero, John Grammaticus, lui già poeta di fama. Poi, nella sarabanda del giorno, entreranno Jay, il suo anestesista, nonché Baxter, di cui parleremo a tempo debito.

Allora, dopo alcune riflessioni generate dall’aereo in fiamme (ricordo che l’azione si svolge nel 2003, solo 16 mesi dopo l’11 settembre), Henry fa due chiacchiere con Theo, saluta Rosalind che va a lavorare. Poi prende l’auto per andare a giocare a squash con Jay. Ma il 15 febbraio a Londra c’è una grande manifestazione di piazza contro l’intervento americano in Iraq, ed Henry si trova imbottigliato. Cercando di svicolare per vie traverse, in una strettoia, rompe lo specchietto di un’altra automobile.

Qui c’è l’elemento scatenante: ne scendono dei tizi, che affrontano Henry. In particolare Baxter, che lo apostrofa duramente, alternando momenti euforici e comportamenti da super duro. Henry capisce che Baxter è afflitto da una malattia, la corea di Huntington, a lui ben nota come specialista in neurologia. Pur distraendo Baxter sostenendo di poterlo curare, prende un pugno, ma nella confusione riesce a fuggire, molto ma molto nervoso.

Quindi, gioca a squash con Jay, perdendo e litigando ad ogni punto (come detto, ci sono momenti che coinvolgono e momenti no, come le venti pagine dedicate alla partita di squash), poi Henry fa un salto in clinica dalla madre malata di Alzheimer, sento un pezzo delle prove di un concerto di Theo, fa la spesa, per poi mettersi a cucinare la zuppa di pesce per la famiglia, dove saranno presenti i parenti francesi, Daisy e John. Ma mentre si apprestano alla serata, irrompe in casa Baxter.

Lunghe battaglie verbali, con Baxter che prima fa spogliare Daisy, poi la costringe a recitare, nuda, una poesia. Qui si presenta il doppio lato di Baxter, che si commuove alla recita di un brano di Matthew Arnold (per la precisione, la poesia “Dover Beach”). Tanto che si distrae, viene sopraffatto fa Henry e Theo, e cade dalle scale. I poliziotti arrivati lo portano in ospedale, dove Jay chiama urgentemente Henry: c’è la possibilità di intervenire per alleviare le sofferenze della malattia degenerativa.

Ed ecco Henry che opera (altre dieci e passa pagine di sala operatoria), salva Baxter, torna a casa, spiega tutto a Rosalind, e dopo aver fatto l’amore, finalmente si riaddormenta, chiudendo il cicolo di 25 ore vissute pericolosamente.

La scrittura iperrealistica dilata a dismisura ogni piccolo gesto, per poi passare anche velocemente su altri, per poi soffermarsi su lunghe pagine di alta medicina (una palla) o farci balenare come il giovane Theo abbia avuto, a soli diciotto anni, gli insegnamenti chitarristici del grande Jack Bruce (ricordo per i non melomani, elemento eponimo dei Cream con Eric Clapton e Ginger Baker). Quasi che ogni accadimento voglia rimandare ad elementi esistenziali di immenso valore, attuale e morale.

Quello che mi rimane è la sproporzione di sensibilità tra il delinquente Baxter, malato, ma capace di commuoversi per una poesia, ed il finto colto Henry che a mala pena legge libri, neanche riconoscendo la poesia della figlia. Mi domando fondatamente se non possa aver avuto ragione John Banville, scrittore e critico, che sostiene McEwan essere solo molto arrogante, Non so se il termine sia corretto, ma, con poca enfasi, mi viene in mente qualcuno che è fondamentalmente certo che le sue idee vengano comprese anche se nascoste..

E come esempio citerei il modo di colpire trasversale del nostro scrittore. Che visto che stiamo nel mezzo della crisi Irachene, volendo colpire il modo anti-diritto internazionale che usano gli USA per intervenire nel mondo, ne fa un riferimento obliquo su come Baxter è entrato in casa di Henry tenendo tutti sotto scacco: “Sono stati sopraffatti e dominati da intrusi in quanto incapaci di comunicare e di agire insieme.” (citazione a pagina 238)

Prima o poi troverò un McEwan che mi farà piacere leggere.

“Che fortuna sfacciata: la donna che ama è anche sua moglie.” (45)

Julian Barnes “Partenze” Einaudi s.p. (regalo natalizio di Cristina)

[A: 02/02/2026 – I: 12/03/2026 – T: 14/03/2026] - &&& e ½    

[tit. or.: Departure(s); ling. or.: inglese; pagine: 172; anno 2026]

Sono da sempre un lettore fan di Julian Barnes, da quando mi colpì un innamoramento improvviso leggendo “Il senso di una fine”. Letto e da allora mai più lasciato. Certo, ci sono alti e bassi, ma sempre letture sopra la media, anche di molto. Ma non voglio parlare delle scritture passate, che ci si deve concentrare su questo testo, che dovrebbe essere l’ultimo.

Barnes ora ha ottant’anni, e ne ha impiegati circa tre per venire a capo di questo testo, dove, secondo le sue intenzioni e dichiarazioni, ci troviamo di fronte al testo ultimo della sua carriera di scrittore. Cioè, un testo in cui Julian ci dice: prima che non abbia più le mie normali capacità, con questo viaggio di parole vi accompagno verso la mia uscita.

Come spesso per Barnes, non è poi un libro etichettabile altro che come letteratura. Perché contiene narrazione, memoir, digressioni filosofiche, spunti da metafiction per ricordare al lettore che leggiamo opere di fantasia. Con la capacità dell’autore di entrare ed uscire dal testo, seguiamo momenti della vita di Barnes, intrecciati a momenti inventati della vita di Barnes ma funzionali al suo discorso, il tutto condito con momenti di riflessione, soprattutto legati alla memoria ed alle sue trappole.

Intanto, vediamo come queste partenze siano scandite da cinque tappe, il cui senso si ricostruisce rileggendo il libro (che merita anche di essere riletto). La prima parte (“Il grande I AM”) è quasi di stampo saggistico, dove, partendo dalle memoria involontaria (IAM à Involuntary Autobiographical Memory) fa un viaggio tra i ricordi, coniugando Proust e la sua condizione anti-proustiana.

La seconda e la quarta parte (“L’inizio della storia” e “La fine della storia”) sono incentrate su due persone a lui care, che fittiziamente chiama Stephen e Jean. Nella prima parte di queste due, legata ai ricordi ed al tempo che passa, ripercorre i tratti della loro amicizia, e di come avesse avuto un ruolo come paraninfo nelle loro esistenze. Seppur diversi, compassato lui, scatenata e sfrontata lei, costituirono a lungo una bella coppia. Che ad un certo punto deflagra nell’impossibilità di progredire: o ci sposiamo o ci lasciamo, si dicono.

Nella seconda parte di queste due, saltando verso il presente, Julian si domanda che fine abbiano fatto i due (anche per quanto detto nel capitolo terzo), li ritrova, li fa ricongiungere. E, quasi con noncuranza, si convincono e li convince a sposarsi. Non vi dico se ora, in vecchiaia, le cose siano andate in maniera diversa. E non vi dico altro degli amori, che meglio è leggerne aggirando i trabocchetti verbali di Julian.

Il terzo capitolo (“Gestibile”) ruota intorno ad una confessione di un male “gestibile” che riesce a dare un senso anche alla voglia di incontrare nuovamente i vecchi amici. Barnes si trova affetto da un cancro non aggressivo (per questo “gestibile”). Ma è sempre una malattia che ci pone domande fondamentali per l’esistenza. Come immaginare quale possano essere le proprie ultime memorabili parole, magari quelle con cui si verrà ricordati. Inciso, mi viene in mente “Più luce!” di Goethe, “Preparate il mio costume da cigno” della ballerina Anna Pvlova o l’immenso Oscar Wilde, riferito alla tappezzeria della stanza in cui si stava spegnendo: "O se ne va quella carta da parati o me ne vado io".

L’ultimo è il congedo (“Da nessuna parte”) che vorrebbe stabilire un filo tra lettore e scrittore, ma che, ovvio, produce solo in anticipo la sensazione della mancanza per noi di Julian Barnes, nel nostro futuro. Ma non voglio crogiolarmi in questo arrivederci (che ci troveremo a leggerci insieme lassù, prima o poi), quanto saltabeccare sulle bolle di memoria lanciate nel testo.

Un elemento rimbalza più volte nella mente. I ricordi, con tutto quello che portano dietro di erroneo (vedete l’ultima frase). Ma anche per quella rinegoziazione costante che ne facciamo dove, accumulando esperienze nel tempo che passa, spesso non li vediamo nella stessa luce. E spesso ne scordiamo passi, mentre altri, sodali a noi, ricordano punti che noi abbiamo nel tempo oscurato. Mi viene in mente una cena conviviale da poco praticata, in cui noi amici che da quasi quarant’anni ci conosciamo, ricostruendo momenti di vita comune, ne abbiamo colorato parti in modo diverso. Che cosa strana la memoria!

E passando tempo e memoria, ci si concentra su ciò che resta. Come nei momenti che Barnes dedica alla sua malattia, che lo riportano, quasi un elastico che percorre il testo, sempre all’invecchiamento. Magari interrogandosi qui su cosa saremo dopo la morte (e certo, qui, è d’uopo riprendere in mano le riflessioni di Enzo Bianchi, mirabili).

Ma Barnes, al fine, è pur sempre uno scrittore, ed alla scrittura si ritorna. Alla memoria di Proust, ancora. Alle considerazioni di Virginia Wolfe, tanto per divagare. Per poi tornare al proprio ombelico, ai propri e personali amori, alla morte delle persone care, alla vita che continua (ma come?). Insomma, l’unica cosa reale è lasciarsi trasportare dalle parole, per farle proprie, per pensare alle proprie partenze.

Finisco qui, lasciando che il mio amico Julian possa godersi serenamente tutti i suoi futuri anni personali. La sua partenza potrà lasciare una mancanza, ma rimarranno i libri (i suoi, quelli di tutte le persone che hanno scritto un rigo) ed i libri, sempre, contano più di chi li ha scritti,

“Esiste una teoria secondo la quale i matrimoni sono come cucine componibili … la prima volta che monti in casa una cucina c’è sempre qualcosa che non va. Il lavandino nel posto sbagliato, il freezer vicino al forno. Troppi ripiani, non abbastanza cassetti, eccetera. … La seconda volta però uno rettifica gli sbagli della prima, e ha finalmente la cucina che voleva.” (99)

“Gli anni non regalano maggiore maturità.” (110)

“[la mia compagna osserva] Hai il permesso di essere vecchio, ma non quello di comportarti come un vecchio.” (126)

“T.S. Eliot ha scritto che tutto ciò che sappiamo degli altri è il risultato dei ricordi che possediamo del tempo trascorso insieme; e che mentre siamo separati, gli altri cambiano.” (127)

Da una trama tutta Einaudi, alle citazioni tutte italiane.

Cominciamo con Alfredo Colitto ed “Il libro dell’angelo”:

“La verità, quando tra due persone c’è un amore profondo, è una forza, non un pericolo.” (306)

Proseguiamo poi con Sandrone Dazieri e “Il Karma del Gorilla”

“C’è sempre una scelta. Solo che non è detto che sia quella giusta.” (23)

“Se stai invecchiando, inutile nasconderlo.” (287)

Intermezzo sardo con Marcello Fois e “L’altro mondo”

“Tu credi che io sia stato un buon fratello? … Con te, dico, sono stato un buon fratello?” (82)

“Io capisco bene solo quello che vedo. Non è che mi consola il fatto che stiamo tutti male.” (93)

“Far vivere agli altri la propria vita è una possibilità che non si dovrebbe dare, anche se quegli ‘altri’ sono persone che si amano davvero.” (114)

Passiamo per Roma con Giovanni Ricciardi e “I gatti lo sapranno”

“Ripenso a quando mi accorgevo solo di me e non sapevo più guardare negli occhi le persone che amo.” (153)

Per finire con un tocco di comicità stralunata con Massimo Vitali e “L’amore non si dice”:

“Il dentista è un uomo che mangia con i denti degli altri.” (33)

“E allora io ti suggerisco di venire a casa mia o al limite vengo io nella tua. Altrimenti che ne dici del Portogallo?” (129)

Tra un mese più o meno si parte, ma prima bisogna passare tanti momenti mentali e fisici. Si sa che il corpo non mente, e che gli acciacchi accompagnano la nostra crescita. Anche se, rimodulava Battiato, “come è difficile invecchiare senza diventare adulti”. Avviamoci allora a grandi passi verso un nuovo maggio, ricco di tanti abbracci.

domenica 12 aprile 2026

Quattro nazioni, un vincitore - 12 aprile 2026

Abbiamo un’americana, uno svizzero, una coreana ed una svedese. Quattro nazioni. Mi aspettavo Patricia Cornwell al primo posto, invece è lo svizzero Joel Dicker che, anche in un libro non pienamente riuscito, si stacca dal plotone degli inseguitori. Distante, anche se non tantissimo, la saga svedese di Viveca Sten ambientata nell’isola di Sandhamn, complice anche il successo televisivo. Lontanissimo infine sia la “mamma” di Scarpetta in un filone poco riuscito e presto abbandonato. E sia soprattutto la coreana Yu-jin You-Jeong Jeong, invischiata, suo malgrado, in un mondo di traduzioni che non è proprio felicissimo.

Patricia Cornwell “L’isola dei cani” Mondolibri s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 03/03/2026 – T: 05/03/2026] &--

[tit. or.: Isle of Dogs; ling. or.: inglese; pagine: 377; anno 2001]

E forse il voto che ho dato è fin troppo buono. Abituato come sono alla scrittura di Patricia Cornwell avendo letto tutti i romanzi con protagonista Kay Scarpetta, posso dire che questo libro è un assemblaggio di situazioni improbabili, di personaggi poco credibili e di una tensione thriller molto vicina allo zero.

Certo, avevo letto, seppur nel secolo scorso, i primi due episodi dedicati agli eroi di questa saga, Judy Hammer e Andy Brazil. Non mi avevano fatto una grossa impressione, ma neanche mi erano sembrati troppo fuori luogo. Mentre qui, forse proprio perché tanta acqua è passata sotto i ponti, il romanzo mi è sembrato decisamente inutile. Sia alla storia letteraria della scrittrice sia alla storia del libro poliziesco in generale.

Il pastiche immaginato dall’autrice coinvolge una serie di linee interpretative e di svolgimento che, se fossero state ben orchestrate, avrebbero potuto portare ad un prodotto gradevole. Qui, l’idea di base è intrecciare alcuni elementi storici e di critica alla società americana, con alcune uscite “gialle” per giustificare la presenza di poliziotti come elementi cardine della trama.

Poiché non ha un vero senso come seriale, preferisco ignorare i due episodi precedenti, che menziono solo perché abbiamo i due personaggi principali che ritornano, nonché il cattivo un po’ burlesco che si ripresenta. C’è infatti Smoke, che alla fine del secondo episodio viene arrestato da Andy e Judy. Per poi, nell’intervallo tra i due libri, fuggire dal carcere (in un modo che mostra l’assurda ironia che vuole seguire Paricia: si finge morto, il secondino entra in cella, Smoke lo stordisce, lo spoglia nudo, ne veste l’uniforme ed esce indisturbato dal carcere. Follia pura).

Smoke che per vendicarsi, prima dell’inizio del libro, rapisce il cane di Judy sperando di poterlo usare per fargliela pagare. Nel frattempo si unisce ad una adolescente locale, Unique First, dotata di poteri soprannaturali secondo Patricia (tipo rendersi invisibile disgregando i propri atomi…), che è una vera psicopatica, dedita ad una serie di efferate uccisioni per tutto il romanzo.

Come detto, i due protagonisti sono Judy Hammer il Capo della Polizia, che cerca da un lato di trovare i responsabili di morti e rapine (cioè Smoke e Unique), dall’altro gestire il suo ruolo istituzionale dagli attacchi dell’entourage del governatore. Inoltre, protegge il giovane Andy e gli dà la copertura alle sue azioni. Andy Brazil, ex reporter ora poliziotto di punta, oltre al suo ruolo istituzionale, decide di pubblicare un blog (all’avanguardia, visto che siamo nel 2001) che propugna la ricerca della verità.

Qui abbiamo un’idea sia delle intenzioni di Patricia che delle difficoltà del traduttore. Ora il blog di Andy è intitolato “Trooper Truth”, che si ricollega da un lato al ruolo di Andy (Trooper nella polizia) sia ad una derivazione di “Real Trooper” (frase idiomatica per indicare una persona che prosegue verso la sua metà anche in mezzo alle difficoltà).

L’idea del blog permette a Patricia di usare diversi registri espressivi, non ultimo una serie di piccoli articoli molto critichi verso l’establishment americano, che iniziano proprio collegandosi con il titolo del libro. “Isle of Dogs” in effetti è un quartiere abbastanza malfamato di Londra (di fronte a Greenwich, per intenderci, dall’altra riva del Tamigi), da dove, nel 1606, alcune navi di una appena formata “Virginia Company” partono per il Nuovo Mondo, dove, arrivando, fondano la città di Jamestown (in onore del re Giacomo) e cominciano la colonizzazione del territorio.

In realtà, sbarcarono in prima istanza su di un isolotto non lontano dalla costa della Virginia, Tangier Island, dove si svolge gran parte dell’azione di tutto il romanzo. Tutto partendo dalla perdita di prestigio del governatore Crimm (una macchietta, su cui non entriamo), dove il suo addetto stampa Trader decide di mettere cose tipo autovelox. Chiamandolo VASCAR (vi risparmio l’acronimo), e che i locali scambiano per NASCAR (corse automobilistiche molto popolari in America). E suscitando l’ira degli isolani, che per ripicca chiedono la separazione dalla Viriginia.

La scrittrice ci mette anche un dentista che utilizza le proprie capacità per indurre gli isolani a tutta una serie di interventi odontoiatrici, il cui rimborso non fa che aumentare gli introiti del dentista stesso. Per rafforzare le proprie richieste, gli isolani sequestrano anche il dentista.

Ma il top è seguire le malefatte di Trader, che lo porteranno anche in prigione. Seguire la parabola della quarta figlia del governatore, Regina, che, avendo la “r” moscia si presenta come “vegina” (avete riso…) e che decide di seguire Andy e diventare poliziotto. Tutto convergendo verso un convulso finale, dove ci sono anche altre fughe dal carcere, inseguimenti con elicotteri, quasi morte del cane di Judy, e via discorrendo, con Trooper Truth che finalmente riesce anche a capire il ruolo di Unique, il tutto in un coacervo di soluzioni di quanto avvenuto nelle precedenti trecento e più pagine.

Ribadendo che il finale è un po’ affrettato, che il libro è tutto un pastiche che solo qualche mente particolarmente dedita a voli pindarici può scambiare il fumo per una profonda meditazione sulla solitudine umano (ho letto anche questo), riporto una frase di Wendy, la segretaria di Judy, che Patricia usa per “alleggerire l’atmosfera”. Penso proprio con scarsi risultati.

Un'altra “furberia” è stata quella di inserire un cameo della dottoressa Scarpetta, che tuttavia non ha minimamente risollevato l’inutilità del testo. Per fortuna, in questi venticinque anni che ci separano dal testo, Patricia non ha scritto altre storie di questi poco coinvolgenti personaggi.

“Non sa che cos’è un ghost de plume? Uno scrittore che scrive per conto di un altro e che pubblica con un nome che non è il suo.” (42)

Joël Dicker “La scomparsa di Stephanie Mailer” La Nave di Teseo s.p. (prestito di Alessandra)

[A: 16/10/2025 – I: 08/03/2026 – T: 10/03/2026] - &&& e ½ 

[tit. or.: La disparation de Stephanie Mailer; ling. or.: francese; pagine: 708; anno 2018]

Dicker è sempre Dicker, anche se qui siamo lontani anni luce da Harry Quebert. Ma fortunatamente anche anni luce dalla catastrofe allo zoo. È una storia abbastanza ben pensata, anche se non sempre completamente sviluppata. Non tutti i personaggi risaltano in modo netto, come dovrebbero, ed anche i dialoghi a volte cadono di tono. Nella congerie delle molte storie, ce ne sono alcune che non si amalgamano con il filone principale. Infine, ma ci arriveremo poi, il finale non ha la consistenza che dovrebbe avere, dopo che abbiamo penato settecento pagine per arrivarci.

Non mancano, ovviamente, alcuni segni caratteristici della scrittura di Dicker. L’andamento da “conto alla rovescia” dei capitoli, che qui cominciano da -7 e finiscono a +4 (quindi 12 capitoli). Il passaggio delle voci dei personaggi che raccontano brani della storia in prima persona, passaggi scanditi dall’indicazione, in ogni capitolo, sia della data sia della persona che andrà narrando. Infine, un andare su e giù nella linea temporale, che una parte del thriller e del mistero viene dal passato.

Infatti, l’inizio logico della vicenda (che noi si ricostruisce man mano) è il 30 luglio 1994, nella cittadina di Orphea. Sta per iniziare un festival teatrale che attira molta gente, inclusi critici illustri e giornalisti in cerca di notizie. La sera dell’inaugurazione vengono uccisi a colpi di pistola il sindaco Joseph Gordon, sua moglie Leslie, il figlio decenne e la commessa della libreria Meghan Padalin, che stava facendo jogging davanti la casa del sindaco.

Le indagini sono affidate alla coppia di poliziotti Jesse Rosenberg e Derek Scott, supervisionati dal loro capo Kirk Harvey. Dopo vari giri a vuoto, le indagini si concentrano su Ted Tennenbaum, proprietario di un ristorante e sotto mira della mafia locale, motivo per cui aveva contratto debiti in cui la giunta locale poteva aver voce. Per farla breve, tutto sembra incastrarsi, ed in un inseguimento dei nostri a Ted che fugge c’è un grave incidente stradale, dove muoiono Ted e Natasha, la fidanzata di Jessem casualmente nell’auto guidata da Derek.

Tutto sembra concluso, Jesse farà un carriera notevole in polizia, guadagnandosi il titolo di “squadra del 100%”, mentre Derek chiede di essere spostato in amministrazione e Kirk si dimetta e scompare, pare forse rifugiatosi in California a fare il regista teatrale. Dimenticavo, Orphea è nella contea di Hamptons, poco sopra New York.

Ora, passati vent’anni, alla festa per il prepensionamenti di Jesse, ecco che irrompe sulla scena Stephanie Mailer, che insinua a Jesse come l’indagine di vent’anni prima era stata tutta sbagliata. Un tarlo che Jesse non riesce ad ignorare, anche perché subito dopo Stephanie scompare. Ecco allora che Jesse si rimette in caccia, aiutato questa volta da Anna Kanner, vicecapo della polizia di Orphea, anche lei con qualche sassolino nella scarpa che vi lascio scoprire.

Stephanie, tra l’altro, si era dimessa da un prestigioso giornale newyorchese per lavorare all’Orphea Cronicle, oscuro giornale locale diretto da Michael Bird.

Qui c’è bisogno di una mappa gigante per ricostruire la ragnatela immaginata da Dicker.

Ora, Stephanie lavorava al “New York literary magazine” diretto da Steven Bergdorf ed era coinquilina a New York di Alice Filmore, amante sanguisuga di Steven. Alice non solo manda in rovina le finanze di Steven, ma prima gli chiede di licenziare Stephanie, poi anche Meta Ostrovski, il critico letterario più famoso. Che tra l’altro nel ’94 era ad Orphea per il Festival, e forse aveva avuto una liaison con Meghan.

L’Orphea Cronicle, come detto, è diretto da Michael Bird, già presente sulla scena nel ’94, sia come sodale del sindaco Gordon, sia in quanto sua moglie Miranda era coinvolta in un giro di malaffare guidato da Jeremiah Fold. Fold che era quello che teneva sotto scacco Ted, e che, poco dopo la morte del sindaco e compagnia muore in un misterioso incidente di moto.

Jesse e Anna stanno cominciando a rimettere insieme molti cocci della vicenda, laddove la svolta avverrà nel momento della scoperta dell’uccisione di Cody Illinois, proprietario della libreria dove nel ’94 lavorava Meghan. Ponendo i nostri di fronte al dilemma cruciale: era stato l’assassinio della famiglia Gordon con Meghan vittima collaterale o viceversa?

Purtroppo, non per la comprensione, ma per lo svolgimento del tutto, il finale è fin troppo veloce, laddove tutti i protagonisti della vicenda convergono ad Orphea per il nuovo festival. Compreso il redivivo Kirk che vuole mettere in scena un testo in cui, secondo lui, verrà detto il nome dell’assassino che tutti cercano. Mettendo anche come protagonista una ragazza, Dakota, con problemi psicologici evidenti. Dakota che, prima di poter fare il nome fatidico, viene ferita da un nuovo colpo di pistola, a valle del quale si risalirà alla catena dei delitti.

Come detto in quest’ultime scene, ad Orphea erano presenti il nuovo sindaco Brown, al tempo vice di Gordon, il critico Ostrovski, i giornalisti Bird con signora e Bergdorf con amante, Sylvia, sorella del forse innocente Ted. Tutti possibili colpevoli. Ma solo una persona alla fine sarà il responsabile di tutti i delitti (dimenticavo, nel frattempo si era ritrovato anche il corpo di Stephanie).

Perché il finale non soddisfa? Certo, tutto il filone principale ha una sua coerente spiegazione. Ma tanti rivoli laterali cadono nel vuoto. Qual è completamente la storia di Dakota? Come si giustifica la scomparsa di Alice, senza che nessuno, apparentemente, la cerchi? È vero che Jesse ed Anna potrebbero avere un futuro diverso, magari insieme? Forse potrebbe essere l’inizio di un romanzo ancora non scritto?

Insomma, Dicker non delude, anche se sa fare di meglio. E noi lo aspettiamo in altre prove.

Yu-jin You-Jeong Jeong “Le origini del male” Repubblica Essenza Noir 29 euro 8,90

[A: 06/01/2023 – I: 10/03/2026 – T: 12/03/2026] - & e ½   

[tit. or.: Jong-ui Giwon -종의 기원; ling. or.: coreano; pagine: 299; anno 2016]

[tit. inglese: The Good son; ling. or.: coreano; pagine: 320; anno 2018]

Premetto che, in generale, la Corea non è ai vertici dei miei interessi mondiali. E forse neanche nella prima metà. Inoltre, nel mio piccolo giro in Seul, ho trovato i coreani scortesi e maleducati. Ciò non toglie che Han Kung ha scritto libri interessanti, cui ho dato un alto grado di giudizio. Qui, cadiamo invece nel più profondo nero, di un abisso di scrittura con poche possibilità di risollevarsi. E non solo per la scrittura.

Intanto, non è un caso che ho messo due righe di indicazioni, che non credo conoscere, ad ora, l’esistenza di traduttori dal coreano, così che anche questo scritto, facendo delle lunghe ricerche in rete, risulta tradotto dall’inglese. Ora, se è vero che, come si dice in modo aulico, tradurre è un po’ tradire, un doppio tradimento non può certo fare del bene al testo.

Quindi, non so quale sia il pathos della scrittura originaria, ma di certo, a noi arriva un prodotto che sembra un po’ riscaldato al microonde. Non che non si percepisca l’esistenza di un testo e di una trama, ma a me è arrivata la sensazione di un potente dejà vu.

Detto ciò, c’è anche una bella riflessione da fare sul titolo. Fortunatamente, gli italiani hanno accantonato quel “figliol prodigo” che sembra tanto piacere agli anglofoni, virando su un identità di vedute con i francesi, ricercando il luogo e le azioni che possono aver fatto da nascita al male. Mentre la visione della scrittrice è ancora più pessimista, visto che riprende il darwiniano “l’origine della specie”, indicando le torbide vicende del testo come possibile punto di nascita di tutto il genere umano. E siccome si gira verso la cattiveria pura, traete voi le conclusioni.

Il nucleo centrale ed onnicomprensivo del testo è costituito da una famiglia sudcoreana, tra l’altro cattolica (come risulta essere l’8% degli abitanti locali) che nel tempo veniamo a conoscere. C’è il padre, Han Min-seok, la madre, di cui non viene mai detto il nome, due fratelli, Yu-min e Yu-jin, un fratello adottato, Hae-jin, e la zia psichiatra Hye-won (sorella della madre).

Noi seguiamo tutta la storia in soggettiva dalla parte di Yu-jin, il figlio problematico, che nel prologo vediamo svenire durante la prima comunione, prodromo di tutta una serie di accadimenti che costellano il testo. Dove la scrittrice ci fa scoprire man mano le avventure da quelle immanenti a quelle sempre più remote, così che alla fine riusciamo a ricostruire il filo.

La prima cosa che capiamo sono i mancamenti di Yu-jin. Dopo quello iniziale, a fronte del quale la zia comincia trattamenti, poi altri episodi, legati al nuoto. Sport che la madre proibisce avendo paura di una crisi in acqua. Con un andamento “up and down”. Se prende le pastiglie si sente uno zombie, se non le prende ha dei vuoti di memoria che lo portano a crisi di cui non conosce la natura.

Sappiamo anche che una decina di anni prima dell’oggi (in cui Yu-jin  ha ventisei anni), sono morti il fratello ed il padre. E qualche anno dopo, per una serie di coincidenze, la famiglia adotta Hae-jin.

Ora, l’inizio del romanzo vero e proprio ci porta nella loro casa in periferia di Seul, dove Yu-jin si risveglia da una crisi con i vestiti sporchi di sangue, e quando cerca la madre, la trova nel salone, con la gola squarciata con un colpo di rasoio.

L’autrice, forte anche della sua esperienza infermieristica, ci porta per mano ad esplorare i vari momenti di Yu-jin, le agnizioni e le cadute. E sembra prometterci ogni volta grandi rivelazioni e grandi sconvolgimenti. Purtroppo, niente realmente di positivo accade. Quello che immaginiamo nelle prime scene è quello che realmente è accaduto. Scopriamo solo come accadono altre simili cose. Sia nel passato, ma anche andando avanti nella storia. Con Yu-jin sempre ad un passo tra svelare arcani misteri che lo salvano o sprofondare in situazioni disperate.

Ci sono anche momenti non ben costruiti. Quando legge i diari della madre, il figlio capisce molte cose, andando poi, lui che fino ad un attimo primo era nella confusione più totale, a ricordarsi il colore della maglietta che indossava sedici anni prima. C’è forse un pochino di mancanza di credibilità.

Insomma, aspettiamo un colpo di scena, come nei thriller classici, che non avviene mai. Tanto che, giustamente, alcuni critici lo hanno spostato dal poliziesco allo psicologico. Rimanendo per me unico momento di nota la passione di Hae-jin per i film, e con lui andiamo a vedere sia il durissimo brasiliano “Ciudad de Deos”, sia quel compendio di bravura e disquisizioni sulla morte che è “Non è mai troppo tardi”, con Jack Nicholson e Morgan Freeman.

Potremmo anche mettere un mezzo punto alla (velata) critica della società coreana, tutta tesa all’apparenza (ma va’?), dove si preferisce nascondere piuttosto che curare.

Ma la confezione finale risulta poco avvincente ed assai scontata.

Viveca Sten “Questa notte morirai” Feltrinelli euro 12 (in realtà scontato a 11,40 euro)

[A: 24/01/2023 – I: 14/03/2026 – T: 16/03/2026] - && e ½   

[tit. or.: I Natt är du död; ling. or.: svedese; pagine: 430; anno 2011]

SANDHAMN04

Allora, l’esimia scrittrice svedese Viveca Sten, ora che si avvia verso il traguardo dei settanta nella sua vita letteraria ha scritto una grossa opera seriale, nota anche in Italia, più altre serie minori, non ancora tradotte. Questa serie è stata anche realizzata in episodi televisivi (che confesso non ho visto). Comunque questo è il secondo libro che leggo, che ho trovato Sandhamnsdeckarna (i detective di Sandhamn) piuttosto che i misteri di Sandhamn, un titolo più consono alla realtà della storia.

Ricordo solo, come indico in frontespizio, che, benché questo sia il secondo volume pubblicato in Italia, come evoluzione della storia è l’episodio numero quattro. Abbiamo così perso, per ora, parti del passato dei protagonisti, che riusciamo a recuperare per l’abilità della scrittrice di inserire notizie del passato nel corso della narrazione. Mentre, se non usciranno i primi volumi, perderemo (magari senza troppi rimpianti) le prime indagini.

I protagonisti immaginati da Viveca sono due. C’è l’ispettore di polizia Thomas Andersson e c’è la sua amica d’infanzia Nora Linde. Di Nora sappiamo che sta attraversando un difficile periodo post-divorzio, con liti continue con l’ex-marito ed una difficile gestione dei due figli. Nelle “calde” estati svedesi, si rifugia nelle isole della sua infanzia, l’arcipelago di Sandon, e nella sua cittadina più popolosa. Dove da un lato conosce un sembra simpatico pilota (vedremo in futuro) e dall’altro aiuterà, con le sue conoscenze locali, le indagini di Thomas.

Thomas, invece, viene da una situazione difficile assai. Ha da poco perso la figlia, morta nella culla a tre mesi. Una morte che ha creato un forte spaccatura nella sua famiglia, allontanando per un po’ la moglie Pernilla. Che però si riavvicina quando Thomas rischia di morire assiderato per un tuffo nelle acque gelide del Mar Baltico. Thomas sopravvive, pur con due dita del piede amputato. E dal riavvicinamento, anche se complicato, con Pernilla, sappiamo che potrebbe nascere una nuova vita.

Questo il contorno del giallo, dove per una volta tanto il titolo italiano non si discosta dall’originale, come significato. Anche se la caratteristica della serie è di iniziare nel titolo sempre con “I” che in svedese introduce una proposizione in genere di tempo o di luogo (nel giardino “i trädgården” o nella notte “I natten”). Accontentiamoci.

Questa volta tutto parte dal presunto suicidio del giovane Marcus, trovato impiccato con una lettera di scuse scritta al computer. Una situazione che non convince né la madre né la ragazza di Marcus, che instillano dubbi anche nell’ispettore Thomas. Marcus studiava psicologia, e stava svolgendo una tesina sugli effetti e sulle conseguenze psicologici di una vita di persone rinchiuse in numero ristretto in spazi angusti e costretti ad interazioni forzate.

Marcus aveva scelto le (dis-)avventure del corpo scelto dei Cacciatori Costieri che venivano a suo tempo addestrati nel loro campo base presso l’isola di Korsö, nell’arcipelago che ben conosciamo. Seguendo il fortuito ritrovamento del cellulare di Marcus, Thomas trova l’indicazione delle persone che il nostro stava cercando per intervistarle su quegli addestramenti. Li rintraccia, pur se a fatica, scoprendo che poco prima o poco dopo averli incontrati, pur senza avere nessun riscontro, questi ex-militari muoiono in maniera poco chiara.

In particolare, uno di loro, quasi immobilizzato in una sedia a rotelle, affatto da sclerosi multipla, viene ritrovato, vestito, annegato nella sua vasca da bagno. E qui le pulci all’orecchio di Thomas salgono molto di livello. Così che, pur non volendola disturbare, chiede aiuto a Nora, che ha da sempre frequentato l’isola e che forse conosce qualcuno che sa qualcosa.

Mettendo insieme pezzi di storie varie, e mettendo in pericolo alcune incolumità personali, Thomas riesce a ricostruire la storia ed a trovare i puntini da mettere su tutte le “i” comprese quella dell’assassino. Noi lettori, invece, dall’inizio sappiamo che c’è qualcosa in quella direzione, che la scrittrice alterna scritture dedicate al presente, a brani di un diario dei tempi degli addestramenti militari, che ci porta, mentalmente, nella direzione giusta sin dalle prime pagine.

La scrittura rimane gradevole per tutte le oltre quattrocento pagine (a parte i salti temporali che io gradisco sempre meno), ma non riesce a scatenare passioni forti o identificazioni nei protagonisti del dramma. Sono abbastanza ben delineati, ma non ancora empatici con il lettore italiano. Vedremo se ci sarà tempo di approfondire questi temi in altre letture svedesi.

Visto che abbiamo abbondato di gialli, vi sommergo con una lunga serie di citazioni di un filosofo a me assai caro, Zygmunt Bauman, tratte da uno dei suoi libri più agili e densi: “Le sfide dell'etica”. Di cui vi segnalo il terzo ed il quarto che mi trovano super d’accordo, e gli ultimi due, sul viaggio e sul turista.

“Si può aver fiducia che i saggi … facciano del bene autonomamente, ma non si può aver fiducia che tutti siano saggi.” (36)

“Lukačs à amare: essere sempre dalla parte del torto, e à amare così tanto che l’oggetto amato non intralci il mio amore.” (102)

“La sola medicina preventiva efficace contro la morte è la vita.” (107)

“La relazione amorosa non può essere creata se entrambi i partner non lo vogliono; ma per porvi termine è sufficiente la decisione di uno solo dei partner.” (110)

 “Io vivo in un mondo popolato di Tutti, Alcuni, Molti e dei loro compagni. Vi sono anche Differenza, Numero, Conoscenza, Adesso, Limite, Tempo, Spazio, anche Libertà, Giustizia e Ingiustizia, e, certamente, Verità e Falsità. Questi sono i protagonisti della rappresentazione intitolata Società … La Ragione ragiona, l’Immaginazione immagina, la Volontà vuole e il Linguaggio parla. Ecco come i personaggi diventano attori a pieno titolo.” (117)

“Kundera: nessuno … può garantire che un avvenimento del tutto episodico non serbi in sé una forza che un giorno, inaspettatamente, lo farà diventare causa di ulteriori avvenimenti.” (161)

“La proteo fobia consiste nell’avversione per le situazioni in cui ci si sente smarriti, confusi, impotenti.” (169)

“Il flâneur della città è il giocatore-viaggiatore. … Il suo gioco è far giocare gli altri, vedere gli altri giocare, fare del mondo un gioco.” (177)

“Vogliamo più macchine, e macchine più veloci, per raggiungere le foreste alpine, solo per scoprire alla fine del viaggio che non esistono più, che sono state distrutte dai gas di scarico [delle nostre macchine veloci].” (209)

“Ma c’è un'altra metafora adatta alla vita postmoderna, quella del turista. … il turista sa che non rimarrà a lungo dove è arrivato. … egli dispone soltanto del suo tempo biografico per seguire un percorso; nient'altro può ordinare le sue mete in una successione temporale. … È la capacità estetica del turista – la sua curiosità, il suo bisogno di divertimento, il suo voler vivere, e l’attitudine a vivere, nuove, piacevoli e piacevolmente nuove esperienze – a possedere una libertà quasi totale di costruire lo spazio del suo mondo della vita… I turisti pagano per la loro libertà; il diritto di ignorare gli interessi e i sentimenti dei nativi, di tessere la loro propria rete di significati, lo ottengono compiendo una transazione commerciale. La libertà si accompagna alla stipula di un contratto, il grado di libertà dipende soltanto da quanto la si può pagare e, una volta acquistata, essa diventa un diritto che il turista può apertamente rivendicare, cercare di farsi riconoscere per legge e sperare che venga accordato e protetto. … il turista è extraterritoriale; ma … vive la sua extraterritorialità come privilegio, come indipendenza, come diritto di essere libero, libero di scegliere; come autorizzazione a ristrutturare il mondo. Quella che può essere (che probabilmente è, quando si pensa a essa, ma poi perché si dovrebbe pensare a essa?) la routine quotidiana per i nativi, è per il turista una serie di emozioni esotiche. I ristoranti con i loro piatti dai profumi strani; gli hotel con le cameriere abbigliate in modo strano; i monumenti dall’aspetto strano, testimonianze della storia di altri; gli strani rituali delle routine quotidiane di altri, tutto attende docilmente che il turista ne sia attratto, vi presti attenzione, ne tragga piacere. Il mondo è l'ostrica del turista. Il mondo è lì per essere piacevolmente vissuto e quindi dotato di significato. Nella maggior parte dei casi il significato estetico è il solo di cui abbia bisogno e che possa avere.” (246)

“Idealmente, si dovrebbe essere turisti ovunque e sempre. Fisicamente vicini, spiritualmente lontani.” (248)

Quindi, dopo un marzo turco, ci siamo dedicati ad una Pasqua in famiglia, con annessa grigliatona. E guardiamo con interessa ad un possibile viaggio maggiolino, promettente ma alla data assai insicuro. Vedremo, che tutto ciò che viene è sempre un dono in più nel conto della nostra esistenza. Per questa volta della politica mi taccio e vi invio un grande abbraccio.