domenica 8 marzo 2026

Ricomincio da ... quattro - 08 marzo 2026

Da molte trame mi ero dedicato a scegliere cinquine omogenee su cui imbastire le mie scritture settimanali. Devo ora convertire questa modalità in una riduzione. Si legge con più rilassatezza e resilienza, ed anche con una varietà a volte maggiore. Così meglio ridurre il numero settimanale. In questo modo posso finalmente dare alle stampe una quaterna di scritture del grande Leonardo Sciascia che da due anni aspettavano inutilmente il quinto libro.

Quattro scritture differenti, come sempre variegata è l’opera di Sciascia. Un Candido tra gli scritti migliori, una raccolta di racconti con alti e bassi, una raccolta di articoli, dove a lungo ho riflettuto su quei “professionisti dell’antimafia” di cui si parla. Finendo con un ulteriore e sempre valido “grido” sulla mafia e sulla Sicilia.

Leonardo Sciascia “Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia” Repubblica Sciascia 9 euro 8,90

[A: 04/03/2021 – I: 07/03/2023 – T: 08/03/2023] &&& 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 117; anno: 1977]

Una lettura di Leonardo Sciascia durante la vacanza giapponese, con un risultato molto rilassante, che se fossi meno autocritico definirei zen. Non ha la verve politica e morale dei primi libri contro e sulla mafia. Tuttavia, è una miscela interessante di ironia e di messaggi politici.

L’idea, ovvio, è collegarsi al “Candide” di Voltaire, dove tutto andava a dimostrare il contrario dell’assunto del precettore di Candide (“viviamo nel migliore dei mondi possibili”) in modo da contrastare l’ottimismo immotivato della scuola filosofica di Leibnitz. Qui Sciascia in un apologo in salsa siciliana, va posizionando i suoi bersagli su quelle che definisce le “Chiese” che imbavagliano l’uomo. Sia quella cattolica, con le costrizioni ed i divieti, sia quella comunista, specularmente oppressiva e dogmatica.

Notiamo per inciso che il libretto viene scritto l’anno prima del rapimento e della morte di Aldo Moro.

La storia segue le vicende personali e sociali di Candido Munafò. Il giovane nasce in una grotta in Sicilia, nella notte tra il 9 ed il 10 luglio 1943, la notte dello sbarco delle truppe americane di liberazione. La madre, già in rotta con il padre, si innamora di un capitano americano e scappa con lui verso l’America e la libertà. Il padre, avvocato, inizia a crescere il figlio in un ambiente di assoluta libertà, così che Candido cresce con un carattere pericolosamente sincero.

Tanto che denuncia un cliente del padre avvocato quando scopre che è realmente un assassino. Il padre, sconvolto, si suicida, e Candido viene affidato al nonno. Questi era stato un fervente fascista, ora riconvertitosi in notabile democristiano, e nelle more affida Candido ad un prete, don Antonio, con il compito di “portarlo sulla retta via”. Al contrario, l’ingenuità ed il candore del giovane rovesciano le sorti. Intanto Candido si innamora della cugina Francesca, primo elemento di scandalo nella famiglia siciliana. Poi, tra ragionamenti ed avvenimenti strani, porta lo stesso don Antonio prima verso il dubbio, poi all’abbandono della tonaca. Con spirito catto-comunista allora, i due si iscrivono al PCI. Dove però vengono delusi dal falso moralismo della classe dirigente post-togliattiana (delusione che ebbe lo stesso Sciascia in prima persona). Tanto che, invece di passare da una Chiesa all’altra, i due vedono bene di farsi espellere.

Da qui tante vicende emergono. La morte del nonno, la grande eredità che ne deriva agli eredi, i litigi dei parenti, coalizzati contro Candido, ma anche avidamente tesi ognuno al proprio tornaconto. Altro elemento di critica alla famiglia lanciato da Sciascia.

Ci sono fughe, agguati morali, riconciliazioni ed altre agnizioni in giro per l’Europa, soprattutto quando Candido e Francesca decidono di lasciare l’invivibile Sicilia per l’eldorado parigino. Dove, in una sera del 1977, si ritrovano Francesca, Candido, l’ex-prete nonché la madre di Candido, risposatasi con il capitano americano ormai pensionato. E Candido, nel suo modo fintamente ingenuo, alla fine, sarà felice di questa conclusione in minore. Non è il migliore dei mondi possibili, ma è quello in cui viviamo, per cui tanto vale prenderlo per il verso giusto.

Sciascia riesce a dipingere il suo singolare Candido in modo vivido e realistico, laddove al fine questi risulta solitario, scettico, ingenuo ma profondamente curioso, tanto che, nel suo candore non accetta barricate al suo pensiero ed agisce, sempre e comunque, senza piegarsi ai compromessi (neanche a quelli storici che verranno proposti di lì a poco da Moro e Berlinguer).

È di certo una favola amara, seppur con il suo sarcasmo l’autore riesce a farne un affresco beffardo dell’Italia degli anni ’70. Ripeto, con un occhio forte e deciso che mira ai bersagli preferiti di Sciascia (oltre alla lotta alla mafia, unico elemento non presente realmente nell’apologo). Si scagli contro la famiglia, che per quieto vivere soffoca gli aneliti dei suoi componenti. Si scaglia contro la Chiesa e la sua secolare ipocrisia (non sulla parte dogmatica, quindi, ma sulla parte comportamentale dei suoi adepti). Si scaglia contro il PCI incapace, anch’esso, di rappresentare ed impersonare gli aneliti di libertà e di apertura verso il mondo che le dottrine storiche marxista-leniniste avrebbero dovuto portare avanti.

Ne esce fuori al fine, un’Italia che pensa di esser moderna, che pensa di potersi lanciare verso il futuro trainata dal boom economico degli anni ’60, ma che invece è ancora piena di sotterfugi, di piccoli e grandi tranelli, un Paese ancora anziano e retrogrado senza spazio per una presunta apertura alla modernità. E lì Sciascia ha facile gioco nel mostrare che il migliore esempio di questo sfascio con possibili risalite, è proprio la sua amata e odiata Sicilia.  Come tutto il paese pronto a fare un salto verso il futuro. Come tutto il paese, bloccato dall’insipienza degli uomini. Una favola ironica, caro Sciascia, ma che amarezza!

Leonardo Sciascia “Il mare colore del vino” Repubblica Sciascia 8 euro 8,90

[A: 25/02/2021 – I: 13/03/2023 – T: 14/03/2023] && e ½ 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 130; anno: 1973]

Ancora ed ancora, non mi convincono i racconti, e pur tuttavia in questi brevi scritti, composti tra il ’59 ed il ’72, Sciascia riesce a fare un percorso che mette in luce tutto il suo modo di essere e di affrontare la scrittura e la vita. Indagini minute, partendo da piccoli brandelli di cronaca. Realtà forse ignorate, spesso travisate. Piccoli spruzzi (o sprazzi) di colore, tutti pieni dell’anima siciliana dell’autore.

Perché c’è l’indagine, ma c’è quell’ironia di fondo, che ho sempre ritrovato in tutti i miei amici siciliani, dove si affronta il tragico con il sorriso sulle labbra e l’ironico ed il comico con una faccia da clown triste. E pur non essendo omogenei (son come detto scritti in un arco di quattordici anni) tracciano un quadro reale e vivo del modo di Sciascia di affrontare i temi del reale e le sue sfaccettature.

Ne cerco allora di dare traccia veloce, che ritengo le poche righe scrivibili per ognuno, capaci di suscitare nel lettore la voglia di approfondimento. In ordine di apparizione abbiamo:

1.    Reversibilità. Una trama di metà Ottocento, sulla rivalità tra i comuni di Grotte e di Racalmuto, riscattata dalle azioni della bella Concettina.

2.    Il lungo viaggio. È la storia di un gruppo di emigranti siciliani che paga salato degli scafisti al fine di sbarcare negli Stati Uniti e resta sorpreso nel notare che anche in America esista un paese che si chiama Santa Croce Camerina (lo facciamo rileggere ai nostri governanti?).

3.    Il mare colore del vino. Cronaca di un lungo viaggio in treno in uno scompartimento troppo affollato che accoglie una rumorosa famiglia siciliana ed un inerme ingegnere vicentino con destinazione Agrigento, che nel confronto con la famiglia Micciché avrà modo di conoscere la Sicilia prima di arrivarvi.

4.    L’esame. Il signore Blaser, rappresentante di un’azienda svizzera, gira la Sicilia cercando manodopera femminile da assumere nell'azienda. Inflessibile, nel villaggio di V. gli viene richiesta una raccomandazione al contrario: non assumere una ragazza, che vuole andar via dal paese.

5.    Giufà, anche se il titolo viene scritto in caratteri arabi. Infatti, Giufà è un carattere che compare in tutta la cultura mediterranea, un antesignano di Bertoldo. Giufà, durante una caccia, confondendo il cappello di un prelato con un uccello, spara ed uccide il cardinale. Sciascia ci racconta le astuzie del nostro e di come riuscì a salvarsi. 

6.    La rimozione, uno dei racconti migliori, insieme al seguente, dove di narra di Michele, noto comunista, che aiuta la moglie, devota, nel salvataggio della statua di Santa Filomena; un racconto che venne scritto ai tempi della rimozione delle statue di Stalin alla fine degli anni Cinquanta, dando modo di trovare sfogo all’ironia di Sciascia.

7.    Filologia dove due personaggi, forse criminali o solo collusi discutono sull’origine della parola mafia, discettando sulle sue origini etimologiche; un documento da conservare nella memoria, e mandare ai mittenti di Arcore e compagnia.

8.    Gioco di società, dove si narra di tradimenti ed altro ed in cui una donna riesce a volgere a suo favore la visita di un sicario incaricato dal marito di ucciderla.

9.    Un caso di coscienza sembra un bisnonno degli scritti di Camilleri; un avvocato legge casualmente una confessione di una donna del suo paese che ha tradito il marito, ne parla tornato a casa e da lì si innesca una travolgente trama di dubbi e chiacchiere. Inciso: da questo racconto viene girato il film omonimo interpretato da Lando Buzzanca.

10. Apocrifi sul caso Crowley, dove Sciascia si occupa, come nello splendido Raymond Russell, di fatti avvenuti sull’isola; qui ricostruisce in modo veritieramente immaginario i messaggi tra Mussolini e la polizia di Cefalù, che portarono nel 1923 all’espulsione dall’Italia dell’occultista britannico Aleister Crowley.

11. Western di cose nostre, dove si torna a parlare di mafia, per una faida in una cittadina dell’entroterra palermitano, ma, forse era amore e non mafia.

12. Processo per violenza, l’unico non siciliano, dove Sciascia ricostruisce le vicende che hanno portato ad una serie di omicidi nella città di Bottanuco nel bergamasco, avvenuti intorno al 1870.

13. Eufrosina è infine una di quelle vicende storiche che mandano in visibilio i lettori ricercatori come me. Si narra la storia di Eufrosina o Eufrosia Siracusa, bellissima giovane che sposa Calcerano Corbera (che i più letterati ricondurranno nel cognome a quella Corbera descritta da Tomasi di Lampedusa ne “Il Gattopardo”), ma viene subito presa di mira dal viceré di Sicilia (nonché eroe della battaglia di Lepanto) Marcantonio Colonna. Per farla sua, questi non esita prima ad imprigionare il suocero, don Antonio Corbara, con una falsa accusa di debiti, facendolo poi avvelenare in carcere. Poi a spedire Calcerano in missione a Malta, dove questi viene pugnalato a morte. Ha mano libera il viceré, ma viene presto chiamato a Madrid per render conto delle sue azioni, tuttavia a Medinaceli, tra Saragozza e Madrid muore avvelenato, forse per mano di un notabile della sua scorta, tal Lelio Massimo. Molto probabile, in quanto, tornato a Palermo, Lelio sposa Eufrosia. Tuttavia, poco dopo, per togliere adito a pettegolezzi, i due figli di Lelio uccidono Eufrosia. Poco dopo, entrambi moriranno decapitati.

Come potete ovviamente intuire, anche il tredicesimo si pone in alto nel mio cuore. Un bel florilegio, anche se con alti e bassi, come detto. Ma sempre con la scrittura del grande di Racalmuto, che, anche nel piccolo, dà una prova maiuscola di sé.

Leonardo Sciascia “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)” Repubblica Sciascia 13 euro 8,90

[A: 01/04/2021 – I: 16/03/2023 – T: 18/03/2023] & e ½ 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 137; anno: 1989]

Questo è certamente uno dei più interessanti e difficili libri composti da Sciascia, ed anche l’ultimo pubblicato lui in vita. Parlo di libro composto che è in realtà un florilegio, dove Sciascia scegli 31 suoi articoli, apparsi tra il 7 ottobre 1979 e l’11 novembre 1988, su riviste come “Il Globo” e “L’Espresso” e sui giornali, tutti provenienti dal “Corriere della Sera”. Articoli che sceglie lui stesso, che ripropone come revisione editoriale all’editor di Bompiani, che allora era Elisabetta Sgarbi. Ed è proprio lei che gli fa vedere le prime bozze, prima che la malattia porti via il grande intellettuale siciliano il 20 novembre 1989.

A me hanno suscitato una duplice ed opposta reazione. Sono interventi in sé interessanti, a volte condivisibili, a volte da discutere. Quello che manca è, in questa proposta di Repubblica per il centenario della nascita, un apparato critico a corredo, come quello uscito nelle edizioni Adelphi del 2017. Non perché non si sappia di cosa si parla, ma perché (soprattutto per i giovani) ci sarebbe stato bisogno di contestualizzare le parole di Sciascia.

Che quindi, lette così, perdono un po’ quel carattere di richiamo verso la memoria, restando interventi isolati e, almeno per me, di difficile coniugazione. Certo, nel giudizio complessivo si potrebbe dare un valore all’intellettuale Sciascia, ma questo sarebbe a prescindere da questo libro, e varrebbe per tutta la sua opera.

Non entro quindi, se non per pochi tratti, in alcuni interventi e prese di posizione, ma cerco, nei limiti delle poche capacità, di trarne un panorama dall’alto, quasi che noi si fosse con la cinepresa a raccontare per immagini quello che lui ci narra con le parole.

Per chi non ha ancora la memoria del futuro, accenno che in questi articoli molti sono i temi toccati. A volo citiamo la morte di Roberto Calvi a Londra (e dico morte in quanto Sciascia era convinto fosse suicidio e non omicidio), l’omicidio (questo sì) del generale Dalla Chiesa, l’incriminazione di Enzo Tortora, il maxiprocesso di Palermo, l’analisi della testimonianza di Tommaso Buscetta, la prima lancia spezzata sull’arresto di Adriano Sofri, nonché (e qui ci si dovrà tornare) l’articolo più controverso, quello sui “professionisti dell’antimafia”, che provocò la sua rottura con Scalfari ed una lunga diatriba con Giampaolo Pansa.

Quello che è bene sottolineare, ed è un errore che spesso veniva fatto, è che Sciascia non fa giurisprudenza, lui, con la letteratura, fa politica. E facendo politica, non può non accorgersi che la platea che lo circonda è piena di un mare di “cretini”, di tutte le specie e gli ordini, “cretini” che mescolano cultura ed esistenza, coloro che reputavano la loro parte la migliore, a prescindere.

Un errore che Sciascia sottolinea a valle delle decisioni del Consiglio Superiore della Magistratura, che nell’87 nomina Procuratore a Trapani Paolo Borsellino, in contrasto con la consuetudine degli avanzamenti per anzianità, e che boccia l’anno dopo Falcone come Capo del Pool antimafia, ripristinando l’anzianità a scapito dei meriti di lotta alla mafia. Un errore che Sciascia imputa al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa imputandolo di aver sottovalutato la necessità di protezione e controllo. Giudizio che gli inimicò a vita il di lui figlio Nando.

Ma Sciascia non pretende di essere infallibile. Rivendica il suo ruolo di scrittore “scomodo”, nonché quello di intellettuale che si permette di fare domande, ostiche, ma sempre pertinenti. Come per tutti gli articoli dedicati al caso Calvi, cui, seguendo il suo ragionamento ribadisce il convincimento trattarsi di suicidio. Bisogna poi sottolineare che spesso, in ogni caso, aveva anche ragione. Come per Tortora. O era da una parte in cui dovrebbe essere la ragione, come per lui e per me, nel caso Sofri.

Da leggere, infine, con gli occhi di oggi, l’articolo del 10 gennaio 1987 sui “professionisti dell’antimafia”, dove, a prescindere dal contesto, ci sono parole sempre condivisibili sullo stato di diritto. Che laddove parla di tutto (mafia, terrorismo, politica) Sciascia fa sempre un discorso intorno all’uomo. Un discorso che punta ad abbattere i castelli della retorica che in Italia offuscano ogni discorso, un discorso che tenta la riabilitazione del ruolo perduto dall’educazione scolastica, un discorso che si scaglia contro lo sperpero enorme del denaro pubblico per manifestazioni ‘culturali’.

La sua scomoda scrittura non aveva di certo il difetto della vaghezza, per cui rimase spesso isolato, adottando su sé stesso quello che non avrebbe potuto conoscere, essendo lui morto, ma che lo definisce in pieno: il titolo di un’antologia del critico americano Lionel Trilling “The Moral Obligation to Be Intelligent”.

E giunti alla fine di questo volo sul libro (confesso che avendolo letto in aereo al ritorno dalla Corea, forse il mio giudizio è più pessimista del dovuto, colpa dei poco amati coreani), penso sia giusto finire con la frase di Bernanos da lui posta ad inizio libro: “preferisco perdere dei lettori, piuttosto che ingannarli”.

Leonardo Sciascia “Le parrocchie di Regalpetra” Repubblica Sciascia 10 euro 8,90

[A: 10/03/2021 – I: 23/05/2024 – T: 25/05/2024] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 168; anno: 1956]

Con quest’opera, a metà tra una cronaca storica ed una finzione del presente, comincia realmente la parabola di scrittore di Leonardo Sciascia. Quella che dopo pochi anni lo porterà alle prime uscite letterario-politiche, cioè a quel 1961 quando con “I giorni della civetta” riuscirà a coniugare pienamente la scrittura con l’impegno sociale e di denuncia.

L’idea di partenza nasce intorno ad un piccolo scritto sulle esperienze di maestro elementare, che Sciascia esercitò dal ’49 al ’57, nel suo paese natale, Racalmuto, e che pubblicò nel ’55 sulla rivista “Nuovo Argomenti” con il titolo “Cronache scolastiche”. Partendo e riflettendo su quello, ragionandoci sopra insieme ai suoi sodali, gli viene l’idea di realizzare un’opera più complessa, che narrasse le vicende di una qualsiasi cittadina dell’entroterra siciliano. Ipotizzando, con correttezza, che alcuni episodi, alcune direttrici di ragionamento potessero essere generalizzate e rese emblematiche per tutta una sequenza della vita di un qualsiasi paese siculo.

Nasce così la fittizia cittadina di Regalpetra, nome che nasce dalla crasi tra un antico nome di Racalmuto, che pareasi chiamare un dì Regalmuto, con un omaggio alle cronache della città di Enna così come descritte in un libro di un eminente scrittore siciliano del ventennio fascista, Nino Savarese. Che appunto ne narrò nel suo libro del ’37 “I fatti di Petra”.

Lungo i dieci capitoli che compongono il libro vediamo quindi scorrere la storia del paesino, ma anche della varia umanità che lo compongono, e dei problemi che durante secoli ne hanno percorso la vita. Sono capitoli autonomi, piccoli saggi di costume, ma che, presi nel complesso, ci danno la fotografia, o forse anche il film, di cosa sia successo nel tempo.

Un tempo che comincia da lontano, con una rievocazione storica, tanto cara a Sciascia, proprio legata a Racalmuto. La storia dell’assassinio del barone locale, Girolamo II del Carretto, avvenuta nelle stanze padronali del possidente, il 6 maggio 1622, da parte di un famiglio. Morte che serve allo scrittore per narrare le angherie con cui i del Carretto strangolavano l’economia locale. Ma anche per fare un percorso storico che dall’anno Mille, attraverso piccoli episodi, ci porta (quasi) ai giorni nostri. Si passa dalla formazione del Regno d’Italia, con il passaggio dei Garibaldini, attraversando gli anni del fascismo, una ferita che al giovane Sciascia rimase sempre dolorosa (ricordo che il nostro è del ’21) fino a giungere alla Repubblica ed alla campagna elettorale per la terza legislatura dell’Assemblea Regionale Siciliana. Tutta una serie di piccoli accadimenti che servono ad illustrare come, surrettiziamente, la mentalità mafiosa si sia impadronita dell’isola e la mafia (e le sue propaggini) ne abbi carpito l’economia: uso clientelistico del voto, la protezione dei delinquenti, gli studenti che inneggiano al bandito Giuliano, la morte del sindaco del paese, voluta dai liberatori americani nel ’44.

Una commistione di mafia e voti, con intrecci elettorali che videro in prima fila missini, comunisti, democristiani e liberali. Denominatore di tutta la storia: è la sopraffazione del popolo ai soprusi dei proprietari terrieri. Si narrano le condizioni in cui versano i salinari e gli zolfatari, la scarsa paga, la necessità che i giovani vengono avviati subito al lavoro per sostenere le famiglie. Acuendo la sempre sfiducia di Sciascia verso l’istruzione così concepita.

Non ci coglie certo di sorpresa che poi tutto il potere sia nei luoghi deputati di incontro dei notabili del paese. Luogo denominato come “Circolo della Concordia” dove i cosiddetti gentiluomini si spartiscono le sorti ed i soldi del paese sorseggiando una bibita o bevendo una granita. Con la sua penna graffiante ci fa vedere il conservatorismo becero che ha da sempre animato l’isola. Una rappresentazione forte del dolore e dell’impotenza dell’italiano (e del siciliano) degli anni Cinquanta. Con che dolore vediamo i vecchi privarsi di tutto pur di mettere da parte i soldi per la loro cerimonia funebre. I dolori “romantici” dei salinari cui pian piano il sale e la fatica corrodono le ossa. Ma soprattutto i ragazzi, in quel primo capitolo scritto che ha la forza delle pagine degli scritti di Barbiana, con il dolore per vederli abbandonare lo studio senza poter far nulla per modificare l’esistenza di ognuno. O vederli aspettare l’ora di ricreazione dove, a turno e ad estrazione, qualcuno avrà da mangiare, e molti no,

Un intreccio potente tra memoria individuale (i ricordi suoi, delle persone che incontra, e di quelle che immagina di incontrare) e memoria collettiva, come quando ricorda le campagne elettorali che vedono fianco a fianco gli estremismi più disparati.

Come scriverà più tardi lo stesso Sciascia, in queste parrocchie si celano e si svelano già tutti i suoi libri futuri, perché: “Tutti i miei libri in effetti ne fanno uno. Un libro sulla Sicilia”. 

Non nascondo che comunque è stata una lettura difficile, dove la penna di Sciascia ancora non scorre liscia come sarà poi. E, pur nella beltà intellettuale del risultato, il pessimismo di fondo che lo pervade non porta il lettore a nessun ottimismo.

Riusciremo a cambiare ancora qualcosa, laddove in sessanta anni ancora nulla è cambiato?

Intanto ci dedichiamo a qualche pensiero di altri autori italiani.

Il primo Carmine Abate che ne “La festa del ritorno” esprime un pensiero che ha percorso molta mia giovinezza: “Volevo vivere in Francia per sempre. Mi piaceva la Francia. … Mi piaceva soprattutto Parigi.” (63)

Poi mi rivolgerei ad uno scrittore che spesso mi ha sollevato l’umore: Antonio Pascale. Qui prendo alcune frasi da “La manutenzione degli affetti”:

“Quando ero giovane ho letto ‘Avere o essere?’, una di quelle stupidaggini che si fanno solo da giovani.” (7)

“Sapere come funziona un oggetto significa non chiedersi perché farlo funzionare.” (41)

“Sto sempre a pensare alla mia vita, e facendo un bilancio serio devo dire che non ho mai saputo rispondere la cosa giusta al momento giusto. Mai, nemmeno una volta. Le cose buone mi venivano fuori dopo, magari quando stavo a casa, e così la mia vita è un accumulo di risposte esatte date al momento sbagliato.” (76)

“Quando ci innamoriamo chiediamo al nostro amato di portarci indietro nel tempo, per farci riprovare i momenti in cui siamo stati felici da bambini.” (147)

 “Siamo il paese che preferisce il bello al vero.” (165)

Chiudo con un autore che ho sempre amato ed ammirato per la sua poliedricità. Prendo allora due testi di Alessandro Baricco. Da “Mr. Gwyn” ricavo:

“- Lei non è vecchia. Lei è morta. … - Morire è solo un modo particolarmente esatto di invecchiare.” (56)

“Ed era tornato alla sua scrivania, a leggere una biografia di Magellano.” [nota mia: citazione di Baricco alla sua recensione del libro su Magellano di Stefan Zweig] (139)

“Diceva che tutti siamo qualche pagina di un libro, ma di un libro che nessuno ha mai scritto e che invece cerchiamo negli scaffali della nostra mente.” (155)

Mentre da “Tre volte all’alba” riporto:

“Ho capito che non si cambia veramente mai, non c’è modo di cambiare, … non è per cambiare che si ricomincia da capo. E per che cosa, allora? … Per cambiare tavolo. … Cambiare le carte è impossibile, non resta che cambiare tavolo di gioco.” (28)

“Non è neanche detto che se ami davvero qualcuno, ma tanto, la cosa migliore che puoi farci insieme sia vivere.” (87)

Niente di nuovo da dire, forse ripetendo quanto scritto la scorsa settimana: un pensiero ed una speranza di pace, una fiammella che mai si spegne nel mio cuore. Un pensiero al compleanno di Roberto, uno a tutti pensieri che Sciascia suscita e suscitò, uno grande con abbracci a chi, per lavoro o per diporto non è nella propria terra natia. 

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