domenica 3 maggio 2026

Neri ma non per caso - 03 maggio 2026

Torniamo al nero italiano, con un bel confronto uomini – donne, tra giallisti di chiara fame e lungo corso e neofiti di belle speranze. Per una corta incollatura vincono le donne, tra un non ben bilanciato episodio che viene dal passato di Risa Teruzzi ed un inizio di saga di Nora Venturini. Laddove la parte maschile è ben rappresentata da un emergente in scrittura Tommaso Scotti mentre non regge il confronto con gli altri un nuovo, ma non esaltante, episodio dei Bastardi di Pizzofalcone di Maurizio de Giovanni.

Maurizio de Giovanni “Figli (per i bastardi di Pizzofalcone)” Einaudi s.p. (Regalo della sig.ra Laura)

A: 05/04/2026 – I: 11/04/2026 – T: 12/04/2026] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 249; anno: 2026]

BP14

Quasi due anni fa, alla fine del precedente “Pioggia”, mi auguravo di leggere presto e magari con più gusto una storia dei Bastardi di Pizzofalcone. Augurio caduto nel vuoto, sia per il tempo trascorso, sia, soprattutto, che anche questo testo non risolleva il nostro pur simpatico autore da un limbo di oneste ma non eccelse lettere in cui è caduto.

Intanto, come molti rilevano, l’accento della serie si è sempre più spostato sul versante personale, lasciando che il lato giallo – poliziesco – investigativo occupi un suo spazio, sempre più ridotto ed a volte, non molto significativo. Anche se qui, a posteriori, un legame tra il giallo ed il titolo si può trovare.

La nostra squadra, sempre in bilico ma sempre più efficiente, si trova ad indagare sulla morte del dottor Francesco Cascetta, noto medico patologo. Investito, presto si scoprirà volontariamente, in una stradina poco frequentata del rione di Pizzofalcone. Luogo apparentemente improbabile per il medico, che ha una suntuosa villa a Posillipo, una moglie piena di soldi verso cui i rapporti sono ormai freddi, un figlio che lo adora ma che non ha la testa per spiccare il volo da solo, ed un laboratorio di analisi, dove lui referta i risultati.

Indagando tra elementi di difficile congiunzione, tra il sempre più marcato assenteismo di Cascetta e frequenti e reiterate telefonate provenienti da un Ufficio Postale, alla fine Alex Di Nardo ha un lampo di genio, collegando diverse situazioni di referti tumorali, trovando una donna che vive a via Egiziaca con un cancro conclamato ed un’altra che frequenta le Poste, anche lei, direttamente o indirettamente collegabile ad episodi tumorali.

Tuttavia, non è questo che interessa al nostro autore, ma è lo sviluppo delle relazioni interpersonali tra i vari componenti della squadra dei Bastardi, tutti, chi più chi meno, relazionabili ad episodi che coinvolgono figli, propri o altrui.

Ed allora vediamoli i nostri protagonisti, usando le parole che lo stesso editore suggerisce (o forse anche Maurizio?). C’è il vicequestore Luigi Palma (figli degli altri) che ha sempre più difficoltà a portare avanti il rapporto con la vice sovraintendente Ottavia Calabrese (peso dei figli). Lei con questo figlio autistico che ama senza se, e con un marito che non ama più. Stretta tra la voglia di fuggire con Luigi e l’impossibilità di lasciare il figlio. Tanto che Palma, pur pieno d’amore, non può sottrarsi alla domanda di come non può evolversi questo rapporto, e quindi prendendo in considerazione l’alternativa di lasciare i Bastardi.

Alternativa che sta meditando anche il vicecommissario Elsa Martini (figli impegnativi) perché l’intelligente e matura figlia Vittoria ha ben presto scoperto sia i motivi del trasferimento a Napoli sia l’identità del padre nascosto. Spiazzando la madre e costringendola appunto a prendere parte ad una battaglia che non pensava di combattere. Anche se forse la maturità di Vicky potrà portare a soluzioni più facili da gestire.

C’è l’assistente capo Francesco Romano (figli improvvisi) detto Hulk, sempre più lontano dalla moglie, sempre più vicino alla dottoressa che salvò la piccola Giorgia, e sempre più convinto che andare verso una separazione ed una adozione possa risolvere le sue angosce. Dove il caso però ci mette lo zampino. Anche se qualcuno poteva ben pensarci prima, a questo caso.

Una grossa parte di libro è poi dedicata ai dolori, agli amori ed alla crescita dell’agente assistente Alex Di Nardo (figli ipotetici). Crescita professionale, che è la sua intuizione che risolve il caso, ed approfondimento dei rapporti. Sia verso il padre con cui finalmente parla, sia con la sua compagna, laddove le due intravedono un possibile futuro di fecondazione assistita.

Ovvio che non possono mancare le turbe genitoriali dell’ispettore Giuseppe Lojacono (figli inquieti) che intuisce i possibili dolori della figlia, sempre più rinchiusa in sé stessa. Per trovare i modi e le parole per rompere la corazza di silenzio, si farà aiutare anche dall’insegnante preferita di Marinella. Chissà che nel futuro non ci siano novità. Però lei gli consiglia la soluzione di Steve Jobs (che poi è quella che abbiamo sempre adottato noi informatici). Se qualcosa non funziona, spegni e riaccendi. Forse migliora, o quanto meno si possono aprire nuove vie.

In finale di commento, lascio il duo comico del sostituto commissario in quiescenza Giorgio Pisanelli (figli abusivi) e dell’agente scelto Marco Aragona (figli degeneri). Il primo comincia a mal sopportare il giovanilismo di Marco, sperando di tornare alla sua esistenza più lineare. Il secondo, maturando nel rapporto con i propri genitori, decide di crescere senza aiuti, ma accollandosi il rapporto con il coinquilino, quasi a farne un padre putativo.

Purtroppo, nella congerie del passaggio degli anni e della scrittura, alcune cose sono svanite senza lasciar traccia, come ad esempio il rapporto tra Marco e Nadia, tanto per fare una menzione. Ma qui de Giovanni è teso a perseguire la sua tesi dei rapporti filiali. Che, ci dice, se non li hai non ne senti la mancanza, ma se li hai non capisci come hai fatto a vivere senza.

A me il risultato finale non lascia molto spazio a futuri nuovi episodi che possano far ritornare la serie ad i fasti iniziali. Se comparirà un altro episodio, mi aspetto l’assenza di Luigi, il prendere in mano il commissariato da parte di Elsa, ed altre conseguenze di quanto scritto sopra che potete anche voi ipotizzare.

Mi auguro solo un ritorno ad una modalità più bilanciata nello sviluppo di nuovi episodi.

Nora Venturini “L’ora di punta” Repubblica Profondo Noir 25 euro 8,90

[A: 13/12/2023 – I: 12/04/2026 – T: 14/04/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 344; anno: 2017]

Mi ronzava da tempo in testa il nome di Nora Venturini, ma non riuscivo a focalizzarlo, a fermarlo. Ora che ho letto questo, credo, primo libro, mi è di colpo sovvenuto che è di base una regista televisiva, sposata con un attore a me simpatico, e che questo è il primo di una serie di romanzi basati su di una nuova protagonista: la detective-tassista Debora Camilli.

Certo, questo è uno dei tanti motivi della ricerca di innovazione: un protagonista che fa un mestiere altro, ma che, per circostanze fortuite viene a contatto con il crimine. Qui abbiamo alcune soluzioni alla vicenda: il protagonista non è interessato, ed il romanzo segue altre vie; il protagonista non è interessato ma, obtorto collo, viene coinvolto; il protagonista è interessato e diviene parte attiva della trama noir.

Come in questo caso la nostra Debora, che addirittura aveva vinto il concorso in polizia, ma che l’improvvisa morte del padre ha costretto ad altre strade lavorative. Anche perché la madre fa l’infermiera in ospedale (e per inciso è una maga dei fornelli) ed il fratello studia con gran profitto medicina. La famiglia Camilli vive a Ostia (così che segue con gusto l’andirivieni tra lido e centro), Debora ha un amico con risto-stabilimento, ed una carissima amica, Jessica, che voleva fare la stilista, invece fa la commessa da “Intimissimi”.

Sono due anni che è morto il padre, e quindi, essendo Debora venticinquenne, capite una parte dei motivi di chiamare il suo taxi “Siena 23”. Ed il caso che si affaccia sulla sua strada ha il corpo di Monica Costa, una abbiente borghese che la chiama da via degli Ausoni (zona popolare San Lorenzo) per essere portata a via Bartoloni (Parioli). Durante il tragitto, a fronte di una telefonata, deve tornare indietro, chiedendo di essere aspettata. Ma dopo due ore di inutile attesa, Debora se ne torna a casa.

Ovvio che il giorno dopo legga sul giornale che Monica Costa è stata assassinata. Ed avendo trovato il suo cellulare nel taxi, decide di portarlo al commissariato di zona, dove incontro il poco più che quarantino commissario Edoardo Raggio. Nonostante le ovvie diffidenze dei rispettivi ruoli, tra i due nasce un certo feeling, che viene alimentato da Raggio coinvolgendo Debora nelle indagini, sfruttando le dote che l’avevano portata a pensare di intraprendere quella carriera. Dotati di ragionamento e di capacità di interagire con tutti, facendoli spesso parlare oltre il dovuto.

Tra una corsa in taxi ed una cena in spiaggia, tra una discussione con Jessica ed un reiterato battibecco con il commissario, le indagini vanno avanti. Dove scopriamo: Monica era abbastanza farfallona, conducendo vita libera e separata dal marito primario cardiologo di una nota clinica romana. Ha una figlia con cui c’è un rapporto conflittuale, sia perché Monica non accetta di fare la madre, sia perché nei vari flirt cui è coinvolta inserisce anche il fidanzato della figlia. Ha anche una sorella, di una gelosia straripante in quanto non dotata fisicamente come Monica, e con l’aggravante che Monica spesso le sottrae possibili flirt.

Poi c’è un fotografo compiacente che presta la sua casa forse senza chiedere nulla in cambio, c’è un falegname che capita a San Lorenzo nelle ore del delitto e nella stessa casa di via degli Ausoni, c’è un parrucchiere gay molto amico di Monica, e c’è la segretaria forse amante del marito.

Forse un po’ forzando la mano, Debora si intrufola nelle indagini fornendo al commissario le basi per risolvere l’omicidio. Noi, a parte la piccola debolezza di una trama nera già spesso orecchiata, rileviamo alcune cadute di tono nei rapporti verbali delle persone (e non vi spoilero quali) che forse nel ’17 erano più tollerati di quanto siano ora (tra politically correct e me too, laddove sarebbe bello cercare di andare al di là delle apparenze).

In ogni caso, le pagine scorrono veloci, ed a parte quei piccoli intoppi di cui sopra, la lettura è gradevole ed anche invoglia a non tirarsi indietro in altre avventure. Vedremo. Intanto riporto una frase della scrittrice in risposta alla domanda perché scrivere un giallo. “Il giallo europeo è un giallo che, al di là dei meccanismi logico-matematici, che senz’altro ci sono, è in realtà quasi un pretesto per indagare ambienti, psicologie, dinamiche umane.” Sottoscrivo.

“Lo Zodiaco era un locale frequentato dalla borghesia di Roma Nord, quella fauna che popola … Balduina, Camilluccia, Vigna Clara, Collina Fleming. Nonostante la poca simpatia degli avventori, lo Zodiaco aveva due grandi pregi: il primo era una vista su Roma spettacolare … e sembrava di essere in campagna, e questo era il secondo pregio.” (92)

Rosa Teruzzi “Nulla per caso” Feltrinelli euro 5,95 (in realtà, scontato a 5,35 euro)

A: 07/04/2026 – I: 14/04/2026 – T: 15/04/2026] &&+

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 175; anno: 2025]

Smilza01

Bisogna di certo iniziare facendo un po’ di chiarezza in mezzo a molta confusione. Anche perché, con il mio solito vezzo di entrare subito nel testo, evitando di farmi condizionare da terze e quarte di copertina, ho compreso solo a posteriori cosa sia questo libro, per la protagonista, ma soprattutto per la scrittrice.

Quindi, diciamolo subito, nel 2008 Rosa scrive un romanzo imperniato su di una giornalista precaria e lo pubblica con Sperling&Kupfer. Senza molto successo. Nel corso degli anni, pubblica ogni tanto qualcosa, sino a che non riesce a trovare un’idea vincente, e dal 2016 inizia a scrivere le storie “cozy” di Libera, Jole e Vittoria, dette “Miss Marple del Giambellino”. Sono storie ben orchestrate sia negli intrecci familiari (come saprete Libera è figlia di Jole e madre di Vittoria) sia nelle trame gialle.

Come tutti i giallisti di buona penna, non dimentica i suoi personaggi, così che ben presto le tre vengono affiancate nelle indagini da una giornalista molto empatica con gli avvenimenti, di buona sensibilità, anche se alle dipendenze di un capo cronista, Tommaso Cagnacci detto Dog, burbero ma non sciocco.

Avete certo capito che la giornalista è proprio Irene Milani detta la Smilza, quella del primo libro di anni prima. Per dieci anni Rosa pubblica una storia ogni anno delle nostre eroine, facendo sempre più vicino il loro rapporto con la Smilza, che diventa elemento inscindibile delle loro avventure. È quindi ora il caso di dare una nuova possibilità ad Irene, per cui Rosa riprende in mano quel primo testo, e vi mette mano abbastanza, in modo che, dopo qualche libro, si possa confluire magari in una storia corale a tutti gli effetti.

Intanto, questo primo /ultimo romanzo ci dà modo di conoscere Irene e il suo mondo. Nonché quello che sarà il suo dono/condanna. Quell’elemento da lei battezzato “la Cosa”, per cui ha scosse di dolore, più o meno intenze, venendo a contatto con persone che stanno vivendo momenti difficili. Possono essere momenti personali, magari preoccupazioni per la salute di sé o dei propri cari. O più spesso, momenti di smarrimento per aver fatto o partecipato a momenti destabilizzanti. Ma su questo torneremo.

Conosciamo l’ambiente generale di Irene. Lei non cura minimamente le apparenze, andando in giro sempre in “total black”. Ha una madre di successo, che la vorrebbe fuori dal faticoso mondo della carta stampata, per portarla nel suo mondo glamour “di lustrini e paillette”. Ha una grande amica, nonché vicina di casa, Viola, che si occupa di eventi in giro per il mondo, ma soprattutto si occupa di fornirle aiuto, ascolto ed in particolare cibo, visto l’endemica incapacità di Rosa di cucinare qualsiasi cosa.

Visto che si occupa di nera, e che qui ci sono alcuni casi che risolve, aiutata dalla Cosa, bisogna introdurre anche il commissario Beppe De Feo. Anche lui stranuccio, decisamente più grande di Irene (nei miei giri mentali direi che Irene sta sui venticinque e Beppe sui quaranta). Molto serio e preparata sul lavoro, è anche conviviale nei momenti opportuni, coltiva un rapporto speciale con una bambina (la figlia?) di nome Perla, anche se non sono noti momenti di rapporti con l’altro sesso. C’è una bella sintonia tra lui e Irene, ma per ora niente di più.

Anche perché Irene si innamora sempre (e ce lo dirà sfogliando i suoi diari) di persone che non la vedono proprio. Come il suo capo Luca, che la sfrutta ad ogni piè sospinto, e lei non sa mai dirgli di no. Anche se scopre che Luca ha una storia segreta con una donna, e che forse ha anche altri misteri, che per ora non conosciamo.

Il pantheon della Smilza si chiude con il suo fotografo di riferimento, Angelo Piè Veloce Riva, e con il responsabile della cronaca cittadina, Dog, che però qui viene solo indicato sullo sfondo. Come si accenna (ma credo sia una delle aggiunte a posteriori) dell’esistenza di una libraia che forse deve cambiare mestiere, che si chiama Libera, e che irrompe nell’ultima pagina facendoci capire l’esistenza di altre puntate di raccordo.

Per il resto, si ci sono alcuni piccoli casi di nera, in particolare la morte di un’antiquaria in odore di usuraia. Tuttavia, pur servendo a dare sostanza al testo, non sono rilevanti, se non per il modo che ci fanno conoscere la Smilza ed i suoi atteggiamenti di vita. Anche perché, la cosa che realmente salta agli occhi è più che altro la descrizione dei fasti e nefasti di una redazione giornalistica. Avremo tempo e romanzi per aggiustare il tiro. Che si capisce la mano di Rosa, pur nell’ancor modo acerbo di trattare la materia.

Finisco con due chicche personali. La prima riguarda il mondo del mistery, dove Irene confessa di esserne stata sedotta quando la sua libraia (e qui credo ci sia un dovuto omaggio a Tecla Dozio, la signora del giallo milanese) le ha fatto conoscere Anne Perry facendole leggere “I bassifondi di Resurrection Row”. Una scrittrice che ho amato e di cui posseggo 27 dei suoi 62 libri gialli.

La seconda è legata a tutto il periodo in cui mi sono occupato (e non me ne sono dimenticato) di bioenergetica. Che tra i vari libri di Camilleri, trova “Paura di vivere, di un certo Lowen, e Malattia e destino di un altro tizio dal nome impronunciabile”. Ora, l’impronunciabile è in realtà frutto del lavoro di una coppia, Thorwald Dethlefsen e Rüdiger Dahlke (in effetti…), ma soprattutto il primo è invece uno dei testi fondamentali dei miei studi, scritto da Alexander Lowen. E con un pensiero a chi me lo ha fatto conoscere chiudo questa trama.

Tommaso Scotti “L’ombrello dell’imperatore” Repubblica Essenza Noir 16 euro 8,90 (in realtà, scontato a 8,45 euro)

[A: 12/10/2022 – I: 17/04/2026 – T: 19/04/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 366; anno: 2021]

Non solo ci sono persone, italiani in particolare, che, innamorati di uno o più aspetti della cultura e del modo di vivere giapponesi, decidono in primis di passarci del tempo (di studio e/o di lavoro), per poi, spesso, prendere il toto per le corna e trasferirsi laggiù in modo definitivo. E tra queste persone, alcune decidono, anche, di scrivere. In particolare, scrivere romanzi noir. Io ne avevo già incontrato uno, Matteo Guerrini, ed ora eccoci al secondo.

Tuttavia, mentre Guerrini un po’ mi aveva deluso, questo esordio di Scotti è da tenere in considerazione, così come i due successivi episodi (“Le due morti del signor Mihara” e “I diavoli di Tokio ovest”) di cui, nel finale di questo primo romanzo, si intuisce la possibile genesi. Soprattutto perché riesce a bilanciare bene i binari su cui si muove il testo. Un’intrigante trama noir ed una parte “generale” che ha come motivo di fondo la cultura giapponese vista con gli occhi di chi non è giapponese da generazioni.

In effetti, il protagonista dei romanzi di Scotti è l’ispettore della Squadri Omicidi di Tokyo, Takeshi James Nishida. Come indica il secondo nome ha origini esterne, nato da padre giapponese e madre americana. Anzi, per essere ancora più precisi, da madre italo-americana. Madre che dalla California era venuta a Tokyo, innamoratasi e sposato il padre di Takeshi, ma dopo qualche anno, per la non sempre sopportabile pressione della cultura nipponica, tornata negli States, ed ivi morta dopo qualche anno.

Ci rimane allora da seguire Takeshi, che, come si dice in nippanglese, è un “hafu” cioè “half blood”, mezzosangue. Che tuttavia si sposa, fa una figlia, divorzia entrando in conflitto con la moglie (e di questo credo si occuperà meglio il secondo episodio), ma soprattutto diventa poliziotto, con ottime capacità deduttive. E, contrariamente agli standard locali, diventa dipendente del caffè in lattina di marca Boss, motivo per cui facilmente capite il suo soprannome.

Inoltre, proprio per questo suo essere a metà, è molto critico per tutte le anglicizzazioni della lingua, nonché per tutti i comportamenti non ortodossi. Anche se lui è il primo a sfatare la mite compostezza nipponica, usando molto spesso ironia destabilizzante i suoi colleghi e domande dirette per mettere in difficoltà gli oggetti dell’indagine.

Detto quindi tutto il bene del contorno dell’indagine, e del buon tentativo di Scotti di farci vivere “alla giapponese”, veniamo alla parte noir, anch’essa con una forte componente culturale. Nel quartiere di Kabukichō viene rinvenuto il corpo di Yuki Funagawa, ucciso con un colpo di ombrello nell’occhio. Un ombrello particolare, non solo per la presenza di un pallino rosso che sembra riportare alla bandiera giapponese, quanto per una delle impronte rilevate sul manico. L’impronta dell’imperatore Akihito.

Da qui si intrecciano una serie di avvenimenti a catena legati all’ombrello che porteranno il nostro ispettore a risolvere il complicato problema. Dove ricordo per i non adusi a questa giapponeseria, spesso gli ombrelli vengono lasciati nei contenitori davanti ai negozi ed usati dal primo che passa, nel caso piova. Così che fanno molti giri e non sempre è facile ricostruire la catena di possesso.

 Controllando l’altra impronta nota sull’ombrello, si risale ad un manager in carriera, che aveva comprato l’ombrello per poi dimenticarlo sul vagone della metro. Il secondo possessore è un addetto alla metro, che poi lo regala ad una escort di cui è innamorato. La escort lo porta in discoteca, dove un italiano che studia a Tokyo, Matteo Notte, lo prende per poi restituirglielo in circostanze particolari che non vi dico.

Poi la madre della escort lo lascia a casa di un latin lover con cui aveva un appuntamento su tinder. Latin lover che è anche un cacciatore di teste, e, durante un colloquio di lavoro, lo passa inavvertitamente ad uno studente. Il quale lo porta al nonno che, seppur anziano, cura ancora i giardini dell’imperatore. E sarà proprio Akihito a prenderlo per poi lasciarlo in un negozio di souvenir del giardino del palazzo imperiale.

Mentre segue la pista dell’ombrello, il nostro immagina uno scenario in cui ci sia un assassino che decide di usare armi non convenzionali per i suoi omicidi. Così come capita in un gioco di ruolo molto in auge in Giappone. Si imbatte così su un hikikomori e su almeno altre cinque morti “strane”, dove vengono usate una padella di ghisa, un filo di un jack di una chitarra, una mazza da baseball, ed altre stranezze.

Il Boss Nishida riesce così a risolvere tutte le morti cui si imbatte nelle più di trecento pagine del romanzo, riuscendo a trovare il o i colpevoli. Di cui non vi dico né vi tracci alcunché. Però la risalita delle catene delittuose di Takeshi è un meccanismo che Scotti ha messo in piedi con astuzia. E che funziona.

Comunque, personalmente, le parti che più mi hanno legato alla pagina, sono quelle delle visioni culturali da parte di una persona che pur è ben addentro a quel mondo. Ed in particolare, mi è piaciuto il modo con cui Scotti cerca di scardinare la flemmaticità orientale con piccole e semplici domande, con gesti che in occidente sarebbero ignorati, ma che lì assumono significati impensati. Faccio un solo esempio: Boss dice ad un suo sottoposto che mentre interroga un sospettato il sergente può andare a prendersi un caffè. Un’affermazione talmente fuori linea, che il sergente rimarrà tutto il tempo senza caffè domandandosi se Boss volesse metterlo in difficoltà, o riprenderlo per qualche errore di cui non si è reso conto.

Una lettura che non mi è dispiaciuta, e dove, al fine, credo anche che Matteo Notte sia un omaggio a qualche expat sodale di Scotti.

Questo mese diamo conto delle diciassette letture del mese di febbraio. Dove non ho messo nessun gradimento ai pensieri di papa Francesco, in quanto esulano dalla lettura per ritrovarsi nel personale, dove io non mi sento di intromettermi (mi è sufficiente il mio). Per il resto tre ottime letture, di Elizabeth Strout, di Michele Mari e di Louise Penny. Niente di abissalmente illeggibile, solo un poco riuscito romanzo di Tahar Ben Jelloun.

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Stefania Auci

L’alba dei leoni

Nord

s.p.

3

2

Yasmina Khadra

L’affronto

Repubblica

8,90

3

3

Elizabeth Strout

Olive, ancora lei

Einaudi

s.p.

3,5

4

Daniele Mencarelli

Quattro presunti familiari

Sellerio

s.p.

2,5

5

Tahar Ben Jelloun

Lo specchio delle falene

Einaudi

s.p.

1,5

6

Jean-Luc Bannalec

Intrigo bretone

Repubblica Noir

8,90

2,5

7

Isabel Allende

Amore

Repubblica

9,90

2

8

Francesco

Aprite la mente al vostro cuore

Mondolibri

s.p.

sv

9

Ben Pastor

Il cielo di stagno

Sellerio

15

2,5

10

Abir Mukherjee

Fumo e cenere

Feltrinelli

9,90

2,5

11

Michele Mari

I convitati di pietra

Einaudi

s.p.

3,5

12

Louise Penny

Il più crudele dei mesi

Einaudi

14

3,5

13

Isaka Kotaro

I sette killer dello Shinkansen

Corriere

8,90

3

14

Carlo Verdone

La casa sopra i portici

Bompiani

s.p.

2

15

Louise Penny

Vietato uccidere

Einaudi

s.p.

3

16

Antonino Genovese

Il Silenzio Dell'Acqua

Corriere Gazzetta II

7,99

2,5

17

Ian McEwan

Sabato

Einaudi

s.p.

2

Visto che abbiamo divagato con scritture italiane, questa volta facciamo una verticale di pensieri di una grande signora in giallo, Elizabeth George.

Cominciamo con “Dicembre è un mese crudele”, di cui sottolineo i due pensieri sul tempo e quello sulla morte:

“Io credo che tutti noi scegliamo i (nostri) tormenti.” (68)

“C’era soltanto … l’attesa di quei pochi momenti di felicità effimera che rendevano la vita degna di essere vissuta.” (112)

“La morte non è la liberazione per nessuno, salvo per chi muore.” (174)

“Non possiamo predire il futuro. Possiamo soltanto usare il presente e sperare che ci guidi in quella direzione.” (249)

“Il passato non si cambia… lo si può soltanto perdonare. È il presente che mi preoccupa.” (576)

Continuiamo con “Un pugno di cenere”, soprattutto nella seconda citazione:

“Aveva scoperto da tempo che la verità di rado era semplice come appariva da una spiegazione verbale.” (186)

“Chiunque abbia bisogno di sessantatré pagine per far valere il suo punto di vista non merita di essere ascoltato.” (604)

Andiamo ancora avanti con “Agguato sull’isola”, dove vorrei sfatare i biblici settanta:

“Credo di non averti mai ringraziato come si deve. Ecco cosa succede quando un matrimonio è troppo felice: si finisce col dare per scontata la persona amata.” (68)

“Sapeva meglio di molte altre che gli uomini anziani erano attratti da donne giovani e belle.” (144)

“Lui appariva … sempre chiuso in sé stesso, a pensare, considerare, soppesare e osservare, mentre gli altri si limitavano semplicemente ad essere quelli che erano.” (153)

“Una volta superati i biblici settanta, ci si ritrova sulla china discendente che portava alla completa inettitudine.” (287)

“Comunque, a volte le amicizie vanno così. Per un po’ le persone sono molto unite, e poi non più. Le cose cambiano. E anche le esigenze. … Però mi sei mancata.” (340)

“È terribile perdere qualcuno cui si vuole bene. Specialmente un amico.” (523)

Finiamo quindi con “La donna che vestiva di rosso” ricordando uno scone inglese

“Di fronte a una crisi le persone si dibattono alla cieca, in cerca di risposte, di una soluzione. E la soluzione è sempre quella che vogliono loro, non necessariamente quella che sarebbe la migliore per tutti.” (263)

“Doveva esserci un albergo … [sulla scogliera] … dove potevano prendere un vero Cornish Cream Tea, con tanto di scones, panna e marmellata di fragole.” (562)

Infine abbiamo cominciato un mese impegnativo, con tanti fine settimana impegnati e impegnativi. Ma anche con tanti tori da festeggiare, dove, ad ora, mi limito a citare i passati: Chiara, Loredana, Roberto, Ermete, Andrea, Laura e Paola. Sette solo negli ultimi giorni! Allora vi meritate tutti un grande abbraccio.