Torniamo alle trame dedicate alla letteratura che riflette gli stati d’animo del vissuto a loro contemporanei. Abbiamo quattro scritture seriali, due moderne e due storiche, ma tutte su di una sufficienza piena, anche se non molto di più. Abbiamo l’anglo-cinese Qiu Xiaolong che ci porta Chen Cao al tredicesimo episodio, la prima uscita del franco-tedesco Jean-Luc Bannalec con il suo commissario Dupin, il recupero del settimo episodio dell’italo-americana Ben Pastor ed il colonnello Martin von Bora, e la terza uscita dell’anglo-indiano Abir Mukherjee ed il suo poliziotto in Calcutta Sam Wyndham.
Una
piccola spanna sopra le amare scritture non seriali dell’algerino Yasmina
Khadra, la cui lettura e resa non è mai scontata.
Qiu Xiaolong “Il dossier Wuhan” Feltrinelli euro 11 (in realtà,
scontato a 10,45 euro)
[A: 10/10/2025 – I: 22/01/2026 – T: 24/01/2026] - && e ½
[tit. or.: Love and Murder in the time of Covid; ling. or.: inglese; pagine: 254; anno 2023]
CC13
Abbiamo
così negli anni seguito le vicende di Cao, prima poliziotto, poi, in base a
tutte le indagini risolte, assurto sino al ruolo di ispettore capo. Aveva una
storia con la figlia di un politico di Pechino, ma era una storia senza
sbocchi, così che, alla rottura, Cao si trova senza ombrelli che lo riparano.
Va avanti ancora un po’, sbilanciandosi sempre più sulla sua attività
preferita: la poesia e la traduzione in inglese di testi classici cinesi (che
poi è anche il lavoro principale di Qiu). Ma pur risolvendo altri misteri,
l’establishment non può che emarginarlo.
Diventa
così ex-ispettore, promoveatur a ruolo di riformatore delle Regole Giudiziarie,
e fornito di una piccola ma agile struttura, impersonata benissimo dalla
giovane segretaria Jin. Un tandem che già aveva ben funzionato nel precedente
episodio, e che qui non può che ribadire la consonanza che, pur nella diversità
di anni, non può che accomunare i due in un destino solidale. Che qui vediamo
evolversi senza concludersi. Che pensavo fosse l’ultima storia, ma ho letto che
è uscito l’episodio 14 (“I sostenitori segreti” in un inglese non ancora
tradotto).
Allora
torniamo a questo tredicesimo episodio, con Cao messa anche in convalescenza
onde non divulgare altre critiche alla struttura del potere cinese. Siamo nei
primi anni del Covid, la città di Wuhan è in pieno lockdown, e a poco a poco
anche le altre città cinesi lo saranno. In tutto ciò, tre omicidi commessi
nelle vicinanze dell’ospedale principale di Shangai e coinvolgenti personale
medico o paramedico, metto in allarme i dirigenti del partito. Che non trovano
di meglio che coinvolgere nuovamente Cao in un’indagine. Se risolve i casi sarà
gloria per tutti, altrimenti un motivo in più per emarginarlo.
Quindi,
abbiamo una trama che si muove su due binari fondamentali, con qualche
traversina che non va dimenticata. Da un lato la pandemia ed il modo con cui il
governo cinese la affronta, cercando di minimizzarla, negando spesso anche
l’evidenza. Abbiamo perciò le cronache di Pang, le considerazioni di Cao, il
suo tradurle in inglese per affidarle al suo amico hacker perché le faccia
arrivare fuori della Cina.
Dall’altro
ci sono i morti e le indagini relative. Cao si pone subito una domanda: due
morti sono vicini all’ambiente medico, con compiti differenti. Un
amministrativo che deve tradurre in comportamenti le direttive del governo ed
un’infermiera di reparto, spostata senza preparazione né competenze
all’accoglienza del Pronto Soccorso. Il terzo soltanto è un vero chirurgo, con
tanto di clientela ben remunerante, ed una modalità di morte simile ma non
uguale alle altre.
Con
l’aiuto di Jin, segretaria e qualcosa di più, che opera come sua “longa manus”
sul campo, riesce ad ottenere informazioni e riscontri, che gli permettono,
appunto, prima di risolvere il caso del chirurgo. Poi, con quelle traversine
cui accennavo, ricostruire la logica dei primi due assassini. Traversine che
toccano non morti pandemiche, ma effetti collaterali del Covid, laddove non si
interveniva, in Cina, anche in casi gravi, se non venivano rispettati parametri
di sicurezza. Laddove tutti sappiamo che tali parametri, in presenza di una
crisi improvvisa di genere altro, non sono mai da prendere in considerazione
pedissequa.
Se,
in un momento di assenza di altri sintomi, mi viene un infarto, è difficile che
io abbia avuto modo di fare tamponi di risultanza negativa. Allora, ogni
nazione, di fronte a questo dilemma, ha agito in modo personale.
L’atteggiamento cinese, così come ne parla Qiu, è senz’altro tra i più
negativi.
Qiu,
pur non confezionando uno dei suoi testi migliori, riesce a
claustroforbicizzarci in un’atmosfera molto orwelliana. Sia sul versante “1984”
sia su quello “Animal Farm”. E ci riporta un immagine dei controlli cinesi con
telecamere, riconoscimenti facciali, nonché tracciamento attraverso chat, che
non può non farci sentire abbastanza in ansia.
Come
saremo sempre in ansi, che Cao e Jin sanno alla fine, insieme a noi, come si
sono svolti tutti i fatti. Ma la gente comune lo saprà mai?
Alcune
considerazioni finali. La prima vi invita a riflettere alla poesia che cita Qiu
e che riporto in brano, scritta da Yates nel 1919.
La
seconda coinvolge l’uso di servire il tè in tutte le circostanze particolari
della vita, specialmente pubblica. Ma non solo i classici (nero, verde, oolong)
ma spesso anche un particolare tè molto ricercato dalle alte sfere cinesi.
Viene chiamato il “tè degli Otto
Tesori”, in quanto è una specie di tisana che contiene otto ingredienti: tè in
foglie, sesamo nero (speciale variante del sesamo presente solo in alcune
varietà), goji, giuggiola, fiori di crisantemo, rose, noci e longan (detto
anche “occhi di drago” dal sapore simile alla noce).
L’ultima
riguarda, come mio pallino storico, l’invadenza degli editor nella letteratura.
Siamo tutti d’accordo, leggendo il testo, che Wuhan ed il dossier sulla
pandemia scritto da Pang, l’amico di Cao, è un momento centrale della
narrazione. Sia per le denunce sul comportamento dell’establishment cinese, sia
per le conseguenze che porta nel comportamento individuale. Ma con occhio
diverso, Qiu si era orientato per un titolo che, pur contenendo un giusto
accenno agli omicidi, faceva l’occhiolino ad un fondamentale testo di Garcia
Marquez. E non senza ragione, andando a bollare il Covid come un colera dei
nostri giorni.
Mi
sa che Don Quijote mi pensa assai.
“Come
dice Confucio, alle persone puoi dire cosa vuoi che facciano, ma non perché
vuoi che lo facciano.” (45)
“La
vita, voglio avere, e anche la giustizia. Se non posso ottenere entrambe,
rinuncerò alla vita in favore della giustizia (Mencio).” (59)
|
Things fall apart; the centre cannot hold; |
Le cose cadono a pezzi, il centro non
può tenere. |
|
Mere anarchy is loosed upon the world, |
Pura anarchia dilaga nel mondo |
|
The blood-dimmed tide is loosed, and everywhere |
La marea insanguinata s’innalza è
dovunque |
|
The ceremony of innocence is drowned; |
La cerimonia dell’innocenza è annegata.
|
|
The best lack all conviction, while the worst |
I migliori mancano di ogni convinzione
mentre i peggiori |
|
Are full of passionate intensity. |
Sono pieni di intensità appassionata. |
William
Butler Yeats (115)
Yasmina Khadra “L’affronto” Repubblica
Essenza Noir 26 euro 8,90
[A: 16/12/2022 – I: 01/02/2026 – T: 02/02/2026] - &&&
[tit. or.: L’outrage
fait à Sarah Ikker; ling. or.: francese; pagine: 220; anno 2019]
Non torno allora sui caposaldi della sua
scrittura, ma vorrei subito entrare nel merito di questo romanzo isolato. Cioè
che non appartiene a nessun filone seriale, e che non poteva essere che così,
data la struttura della trama, e la sua evoluzione sino ad un finale che può
essere difficile immaginare continui in altre opere.
Non è un bel libro, sia perché molto duro sia
perché, anche se alla fine la trama ed il messaggio sono di grande interesse,
si avvolge spesso in sé stesso. Ed altrettanto spesso attraversa fasi
abbastanza chiare per il lettore, di denuncia della società locale. Denunce che
però, ripetute a volte avrebbero bisogno di un’uscita forte, e non di
continuare ad avvolgersi come spire di un serpente.
La storia ha una struttura epidermicamente
lineare (e poi capirete l’uso del termine). Abbiamo la famiglia Ikker, con
Driss commissario di polizia e moglie Sarah, figlia del suo grande capo, anche
se il suo responsabile diretto, Rachid, è anch’esso nella linea gerarchica
poliziesca. Linea dove troviamo Farid, l’aiutante di Driss, e Slimane,
l’aiutante di Rachid. Dopo aver girato per diverse prefetture, dove sempre
Driss veniva trattato con freddezza, dovendo subire l’onta (pur non verificata)
di essere raccomandato, i due sembra trovino il loro posto nel mondo marocchino
quando si trasferiscono a Tangeri.
Inciso: non entro nel merito della città, che
trovo una delle più interessanti del panorama locale, per costruzione, per
posizione, e per tanti modi di vita che vi sono passati (basta per me pensare al
racconto “L’immortale” di Borges o all’inizio ed alla fine del film “Il tè nel
deserto”).
Driss viene inviato da Rachid ad una cena
ufficiale a Casablanca, ma per una serie di disguidi, torna subito a Tangeri,
dove trova la moglie legata al letto in atteggiamento erotico, e dove il
violentatore colpisce alla testa Driss quasi uccidendolo. La polizia indaga
sulla tentata violenza anche se con atteggiamenti poco convinti. Driss passa
una settimana ubriacandosi, prima di riuscire a riprendersi e dedicarsi alla
ricerca del colpevole in prima persona.
La chiave di volta della ricerca è il
ritrovamento, da parte di Driss, in un gemello particolare (costoso e
riconoscibile) che funzionerà nelle sue mani come un filo di Arianna da seguire
per arrivare al colpevole. Tutte le tappe servono a Khadra anche per mostrare
molti esempi di corruzione, malaffare, prossenetismo ed altro che dipingono una
società locale altamente malata, in particolare nelle sfere del potere. Tappe
che, inoltre, sembrano essere ostacolate da qualcuno che si muove nell’ombre.
Alla fine, la scoperta del possessore ultimo del gemello, porterà anche noi a
capire quello che Driss aveva capito sin dalla prima pagina. Che era anche il
motivo dei suoi stordimenti ed indecisioni ed anche il motore che lo spinge ad
andare sino in fondo.
Capite allora quell’accenno all’epidermide.
Il vero finale ribalta tutto il percorso del testo, fornendocene una lettura
diversa e forse ancora più dura e cruda della lettura primaria. Mantenendo
comunque il giudizio sulla corruzione e sulla corruttibilità del potere
marocchino (e si capisce sempre meglio perché ha fatto bene l’autore a riparare
all’estero).
Vorrei terminare con un accenno al poco
rispetto verso l’autore di chi ne traduce i titoli. Khadra parla e con
giustezza di “Oltraggio commesso contro Sarah”, un’azione tesa a colpire
prestigio e funzione pubblica di chi la subisce (e Sarah essendo figlia di un
alto funzionario di polizia e sposa di un commissario, ne avrebbe ben donde di
dolore dall’essere oltraggiata). Si decide, invece, prima di tutto di eliminare
l’indicazione di chi subisce il torto, e si passa più verso il personale
laddove un affronto tende a colpire la dignità, tende a manifestare un’offesa
privata, che suscita risentimento. Ora, a prescindere dall’evoluzione del
testo, la violenza sulla donna è sempre un oltraggio alla sua dignità piuttosto
che un’offesa.
“Se vogliamo essere immortali, dobbiamo
trovare il modo di sopravvivere a ciò che tenta di distruggerci.” (83)
Jean-Luc
Bannalec “Intrigo bretone. Omicidio a Pont-Aven” Repubblica Anima Noir 36 euro
8,90
[A:
25/02/2022 – I: 08/02/2026 – T: 10/02/2026] - &&
e ½
[tit.
or.: Bretonische Verhältnisse. Ein
Fall für Kommissar Dupin; ling. or.: tedesco; pagine: 295;
anno 2012]
DUPIN01
Jean-Luc
Bannalec è solo lo pseudonimo di un altro tedesco che si fa passare per
francese ed il cui vero nome è Jörg Bong. In effetti, la situazione è un po’
più seria della battuta su espressa. Bong ha una solida carriera editoriale
presso una delle più importanti case editrici tedesche. Ma è anche un amante
della Bretagna, dove ha una casa. Quando decide di scrivere dei romanzi, al
fine di non mescolare l’attività di scrittore da quella di editore, utilizza il
nome francese, ed ambienta proprio in Bretagna le avventure del suo commissario
Dupin.
Secondo
gancio letterario, non sembra essere un caso il nome del commissario, che
richiama il celebre papà di tutti i gialli, il Dupin di Edgar Allan Poe. Terzo
suggerimento interpretativo, il nostro ha finalmente un approccio reale alle
situazioni investigative, rimandandoci così ad un Maigret ringiovanito e
single. Infatti, sappiamo che il protagonista è un quarantenne, senza
particolari legami (al momento), una sorella, ed un trasferimento punitivo da
Parigi alla Bretagna, in quanto, durante un indagine, aveva risposto male al
Sindaco (mi sembra quasi un Rocco Schiavone d’Oltralpe).
Sui
legami, ogni tanto ci sono cenni di relazioni passate, ma al momento poco da
segnalare. Sembra essere comunque metodico, e soprattutto “coffee addicted”,
che prende la mattina nel suo bar di riferimento, l’Amiral. È comunque anche
una buona forchetta, gustando con piacere le specialità locali, anche se gli
autoctoni gli dicono e continueranno a dirgli che è “un parigino”, anche se
sono ormai tre anni che esercita il suo ruolo a Concarneau.
Qui
apriamo una piccola parentesi, che già in questo libro come spero negli altri
episodi, la Bretagna è un comprimario di gran peso. In questo primo episodio,
inoltre, forse per sfondare sui lettori che ancora non lo conoscono, come dice
il sottotitolo, le indagini si svolgono per un crimine commesso a Pont-Aven.
Che è un luogo magico, ve lo dico con cognizione, con la sua duplice
attrattività naturale del fiume che lo taglia in due, e dell’Oceano a pochi
passi. Non è quindi un caso che nell’Ottocento divenne rifugio di nugoli di
pittori, per lo più impressionisti, con in testa Paul Gauguin. E con gli
albergatori locali che intuiscono il potenziale futuro, offrendo ai pittori
alloggi a basso costo, e spesso ricevendo quadri come pagamento.
Intorno
a Dupin si intuiscono già alcuni personaggi di riferimento: la segretaria
super-efficiente Nolwenn, l’aiutante fattivo Riwal e quello arrivista Kadeg, il
medico legale, il responsabile della scientifica, il capo di Dupin. Tutti
personaggi che penso vedremo in altri episodi, e sui quali, quindi, ci
riserviamo di capirne la funzionalità ed una descrizione più particolareggiata.
Tutto
comincia con l’omicidio di Pierre-Louis Pennec, uno degli albergatori storici
di Pont-Aven, figlio e nipote di schiere di ristoratori. È sicuramente un
omicidio, anche se Pennec ha 91 anni, e ben presto Dupin scopre che aveva pochi
mesi di vita. Una notizia che nessuno sapeva. Non il figlio Loic con la moglie
Catherine, da sempre in rotta benevola con il padre, anche perché preferiva
coltivare miele che occuparsi dell’hotel. Non il più giovane fratello Andrè,
politico di destra, in rotta con Pennec non solo per motivi politici (a quanto
si capisce). Non la signorina Lajoux, anzianotta e prima aiutante nella
gestione alberghiera, nonché (forse) amante di Pennec. Né, infine, Fragan
Delon, unico vecchio amico del morto.
Dupin
si aggira, parla, interroga, scrive illeggibili appunti su di un quadernetto
rosso marca Clairfontaine (48 paginette bianche, stile Moleskine, ma
rigorosamente francesi). Con questo suo andamento “alla Maigret” il nostro
scopre ovviamente i dissapori tra tutti i sopraindicati personaggi. Ma in più,
tanto per legare la storia al luogo, non ci facciamo mancare la comparsa, o la
scomparsa, di un quadro forse dipinto da Gauguin. È così che Dupin coinvolge
nelle sue corse sul territorio l’esperta d’arte, Marie Morgane Cassel,
professoressa all’Università di Brest (un centinaio di chilometri a nord), che
servirà a certificare quali quadri sono copie e quali originali. Dopo che anche
Loic muore, Dupin riesce a mettere tutti i puntini sulle varie “i” del rompicapo,
consegnandoci una soluzione coerente ma anche un grido di dolore verso le
impunità che possono fare da corollario al caso.
Giallo
abbastanza ben congeniato, chiaro nelle sue dinamiche abbastanza presto, mentre
le spiegazioni finali di Dupin sono lacunose e frettolose (qualche passaggio
andava forse ripreso meglio e chiarito a dovere). Ripeto in chiusura che la
Bretagna è un grande punto a favore, e su questo l’autore lavora bene, finendo
con un’ultima citazione traversa: la fondatrice di casa Pennec si chiamava
Marie-Jeanne come la reale mecenate di Gauguin, che però di cognome era
Gloanec.
Ben Pastor “Il cielo di stagno” Sellerio
euro 15 (in realtà, scontato a 9 euro
con “Feltrinelli Gift”)
[A: 20/10/2025 – I: 12/02/2026 – T:
15/02/2026] - &&
e ½
[tit. or.: Tin Sky; ling. or.: inglese; pagine: 473; anno 2019]
BORA08
Con questo dodicesimo romanzo, ho finalmente
completato la rassegna completa dei romanzi che l’italo-americana Maria Verbena
Volpi in Pastor, comunemente nota come Ben Pastor, ha dedicato al suo eroe
principale, Martin-Heinz Douglas Wilhelm Friederick von Bora, spesso indicato
solo come Martin Bora. All’appello mancano solo dei racconti, che si vedrà se
cercare, e forse un nuovo volume che uscirà quest’anno (pare).
Ben nasce a Roma, studia a “La Sapienza”, poi
si specializza in America, si sposa, e si trasferisce oltre oceano, acquisendo
la doppia personalità. Sui cinquant’anni comincia la saga di Martin,
scrivendola in inglese, anche se le vicende editoriali sono complesse. Non
sempre il mercato americano ne capisce la portata, per cui, a volte, viene
prima tradotta e pubblicata in Italia e poi edita in originale negli States.
Per quanto ne so dai libri che ho letto, le
vicende, temporalmente, cominciano nel 1937, durante la Guerra Civile Spagnola
(“La canzone del Cavaliere”) e termina nel 1944 in Italia (“La Venere di
Salò”). Martin (che sappiamo nascere l’11 novembre del 1913) dopo aver
iniziato, brillantemente, lo studio del pianoforte, ed essersi dedicato alla
cura dei cavalli da esibizione e concorso, invece di partecipare alle Olimpiadi
di Berlino del ’36, infatuato dalla propaganda ed in contrasto con il patrigno,
decide di partire volontario per la Spagna.
Da lì comincia tutto il suo percorso di
persona eticamente coerente, ligia alle tradizioni militari, e conseguentemente
in aspro contrasto con la politica hitleriana e tutto quanto ne consegue dalla
parte delle SS, della Gestapo e via discorrendo. Data la sua abilità
investigativa (già dal primo romanzo si palesano le sue doti) Martin farà più
carriera nelle sezioni Investigative che nel vero e proprio esercito, anche se,
nell’ultimo romanzo cronologico, lo ritroviamo colonnello.
Ha anche una lunga vicenda di incontri
femminili. Prima su tutti, Benedikta, affascinante cavallerizza che sposa, ma
che forse non ha mai corrisposto a pieno i suoi sentimenti, tanto che verso il
’43-’44 divorzieranno. Ma poi, in quasi ogni romanzo, c’è una presenza
dell’altro sesso, dalla prima e sempre nel cuore, la spagnola Remedios,
all’ultima (nota) l’italiana Anna Maria (Annie) Tedesco, incontrata in quel di
Salò. Ha anche un fratellastro, Peter, aviatore, che sappiamo morirà poco dopo
la fine di questo libro, in un incidente aereo, l’8 giugno ’43 (questo romanzo
si svolge tutto nel maggio dello stesso anno).
Per venire al concreto, questo, come tutta la
serie, è un romanzo storico intinto nel giallo. Tutta la vicenda,
l’ambientazione ed il contesto, sono intrinsecamente (ed anche ben ricostruiti)
momenti della storia durante la guerra. Siamo poco dopo la sconfitta di
Stalingrado, ed i tedeschi hanno riparato in una linea difensiva in Ucraina,
guarda caso con fulcro nella città di Kharkov (in Ucraino Kharkiv) ancora oggi
uno dei punti centrali della guerra russo-ucraina.
Martin, convalescente dalla febbre tifoidea,
ma in via di guarigione, viene coinvolto (o si cerca di coinvolgerlo) in una
serie di indagini. Il pope locale vorrebbe che si occupasse delle strane morti
contadine che avvengono a chi si avventura nel vicino bosco di Krasny Jar. La
caduta di un aereo russo porta alla cattura del generale Gleb Platonov, che
Bora interroga a lungo sapendo che dovrebbe avere notizie utili per la
controffensiva tedesca. Ed un altro generale Genrich Tibyetskji detto Khan si
consegna dicendo di avere utili informazioni ma che potrà dirle solo al capo di
Martin.
Per una serie di coincidenze (negative) i due
generali vengono uccisi, e Martin inizia ad investigare, supponendo, non a
caso, che ci sia qualche altro motivo nascosto. Motivi che, casualmente, gli
vengono rivelati dall’anziana cantante Larissa Vassilievna Malinovskaya, che
era stata in gioventù (si parla del periodo fino al 1910) l’amante del padre di
Martin, valente concertista. Padre che nel 1911 torna in Germania per sposare
la giovane e lontana cugina Georgiana Alexandra "Nina" Douglas, di
origini scozzesi.
Larissa scoperchia il vaso di Pandora,
facendo capire intrecci di vita assai complicati. Nei primi anni ’20, nella
regione c’era l’indiscusso dominio dell’anarchico Nestor Ivanovič Machno, che
accumulò (anche se non per uso personale, ma per i collettivi ucraini locali)
ingenti fortune che nascose nel bosco di Krasny Jar. Durante lo sviluppo della
Pianificazione Sovietica, quando Nestor ormai era stato esiliato a Parigi, i
depositi nascosti furono ritrovati da due giovani promesse dell’esercito russo,
Platonov e Khan, aiutati da un misterioso terzo elemento, che pare fosse un
tedesco.
Seguiamo così le alterne vicende dei generali
e dell’incognita, tra tranelli e recupero di oro, magari utilizzando contadini
locali (che poi vengono tranquillamente uccisi). È l’oro il motivo della
convergenza di tutte queste forze nella zona di Kharkiv. Dove interviene anche
la Gestapo informata, forse, dal terzo elemento. Nonostante le difficoltà
belliche, con Martin arriviamo alla soluzione del caso, anche se non tutti i
colpevoli avranno non dico la giusta punizione, che più o meno tutti muoiono,
ma uno svelamento delle loro losche attività.
La bravura di Ben Pastor è di non farci mai
mancare il contesto storico della vicenda, tra l’altro con quel cielo color
stagno che ricopre l’Ucraina, allora come ora. Che il colore riprende quello
degli aerei che bombardano il territorio, e che mettono giusta apprensione al
cavallerizzo Martin. Color stagno che ricorre anche nei suoi incubi notturni
(ed ovvio nella morte del fratello).
In vicende scritte dopo, meglio si accentua
il carattere antinazista di Martin, che qui rimane latente, non solo, ma che in
alcuni case, quando esce il lato militare del personaggio, gli fa fare azioni
che non possono che essere riprovevoli, da qualunque parte vengano fatte.
Fortunatamente sappiamo che si era già adoperato per scoprire come fosse
avvenuto l’eccidio di Babi Yar (grande fossato in periferia di Kyïv) , dove
vennero uccisi 35.000 ebrei, e che aveva barattato un lussuoso pianoforte
Petroff per salvare la vita a Wiess, il suo maestro di piano ebreo.
Pur scritto con buona costanza e dedizione,
risente dell’intento molto didattico dell’opera complessiva. Per cui è a tratti
lento, anche e soprattutto nelle parte dove Martin si espone in prima persona
scrivendo il suo diario. Belle pagine, in generale, ma poco funzionali alla
trama ed al ritmo della vicenda. Gradevoli, al contrario, i momenti letterari e
artistici, sia classici (con dotte citazioni di Flaubert e François Villon,
nonché ricordi familiari su Schumann e Brahms) che legati ai personaggi attuali
(quando Martin suona per Larissa al pianoforte un pezzo composto da suo padre,
“Le campane di Novgorod”).
Insomma una sufficiente scritture per una
giusta chiusura delle letture di Bora, spero preludio, prima o poi, per una
loro riesumazione e ripensamento integrato. Dal punto di vista cronologico,
invece, nel dipanarsi delle storie, ad ora c’è un buco temporale dalla
primavera del ’41 all’estate del ’42. Staremo a vedere.
Abir Mukherjee “Fumo e cenere” Feltrinelli
euro 9,90 (in realtà, scontato a 9,05
euro con “Feltrinelli Card”)
[A: 18/05/2022 – I: 15/02/2026 – T: 17/02/2026] - && e ½
[tit. or.: Smoke and Ashes; ling. or.: inglese; pagine: 297; anno 2018]
SAM03
Dopo quasi due anni eccoci al terzo episodio
della saga anglo-indiana di Abir Mukherjee che ha per protagonista Sam Wyndham, il poliziotto inglese che
decide di attraversare mezzo mondo per ricostruirsi la vita. Come dissi allora,
Abir fa un’operazione interessante, soprattutto per chi non conosce la storia
indiana, andando a recuperare, diremo “dal di dentro”, i motivi e le
vicissitudini di un periodo realmente turbolento. Lo fa, anche, come un tributo
alle sue origini. Lui, di evidenti parentele indiane, nato e cresciuto in
Inghilterra.
Inoltre, anche qui, la vicenda segue una
problematica direi di valenza universale (un’indagine di polizia a valle di
alcune morti), inserendola in momenti storici comunque di interesse. Ed in
particolare perché inseriti nella realtà di una città, Calcutta (ora Kolkata)
che è stata il fulcro di molti avvenimenti storici locali. Secondo elemento,
quello temporale, visto che l’azione si svolge nel 1921. Anzi, per la
precisione, visto anche che è un bel ripetere numerico, una vicenda che prende
il via il 21/12/21 (numericamente eccelso).
Un periodo temporale che ha anche altri
interessi e valenze, ma su cui torneremo più avanti, dato che l’autore stesso
confessa di aver fatto delle forzature storiche (non nel senso di aver cambiato
i fatti, ma, magari, mescolando un po’ le carte). Intanto perché è nel pieno
della marea provocata dall’iniziativa di Gandhi chiamata “non cooperazione”,
spingendo molti indiani a restituire al governo britannico onori e ricompense,
a licenziarsi dai servizi civili e a boicottare i beni provenienti dalla Gran
Bretagna. Gandhi in questo era coadiuvato da un avvocato convertitosi alla
non-violenza, Chittaranjan Das, e dal suo aiuto Subhash Bose (anche se poi
quest’ultimo prese altre strade; sarebbe interessante seguirne il filo, ma
forse non qui).
Inoltre, proprio la zona di Calcutta e del
Bengala aveva visto un accanimento degli inglesi che, stufi delle ribellioni
locali, avevano spinto da alcuni anni ad una modifica del controllo
territoriale, spostandolo sulla sezione indiana più verso l’Europa, attraverso
lo spostamento della capitale a Delhi e mantenendo un forte controllo sulla
direttiva di maggior interesse che univa Delhi al maggior porto di arrivo dalla
madre patria, cioè Bombay.
In tutto questo, vediamo agire il nostro Sam,
ed il suo attento aiutante Surendranath Banerjee (che sappiamo essere chiamato
con il più facile nome di “Surrander Not”, cioè “Non arrendersi”). Sam fugge
dall’Europa volendo dimenticare la Guerra 14-18, ma soprattutto l’epidemia di
spagnola che gli aveva ucciso la moglie. Ha buone capacità deduttive, nei primi
due episodi si avvicina alquanto alla giovane Alice, che però “perde” in
quanto, come molti inglesi, viene preso dalla spirale dell’oppio. Qui, cerca di
uscirne utilizzando la medicina ayurvedica (un modo di interpretare le cure che
ho sperimentato con successo durante il mio giro nella difficile regione
dell’Orissa), ma che ha bisogno di interventi più drastici, cui sembra aderire
nell’epilogo, dove parrebbe esserci un riavvicinamento con Alice (si vedrà
quando se ne rileggerà).
Il suo aiutante, oltre a fornirgli supporto
in quanto molto attento e conoscitore della realtà locale, nonché presente con
un notevole numero di agganci, tra pubblico e privato, è anche una presenza non
banale nell’economia politica, in quanto ha legami di parentele con Das, cosa
che i superiori di Sam vogliono sfruttare per pacificare situazioni turbolente,
anche in vista a momenti politici su cui torneremo.
Su tutta la vicenda storica, si innesta la
narrazione gialla (anche se poi anche questa avrà una valenza politica).
Durante una retata in una fumeria, Sam, che se la stava godendo, fugge e scopre
casualmente un morto, con due segni distintivi: occhi cavati e pugnalate al
petto. Sembra un episodio marginale, se non che, poco dopo, una donna di
origini indo-portoghesi subisce lo stesso trattamento.
Secondo avvicinamento al problema: il primo
morto ha un aspetto cinese, la donna è indiana, ma nata a Goa (enclave
portoghese) e di religione cattolica. Indagando, i nostri scoprono che la donna
è un’infermiera, che il primo morto in realtà è nepalese, non cinese, ed era un
portantino nello stesso ospedale. Problemi razziali?
Forse anche perché il terzo morto è inglese,
anzi è un ricercatore inglese di alto profilo. Facile sospettare che i tre
abbiano un “filo rosso” in comune, che viene trovato in un progetto chiamato
“Rawalpindi”. Si scopre anche chi possa tenere le fila della ormai acclarata
vendetta. Ed anche, magari, alzarne la mira verso obiettivi più rilevanti a
livello di risonanza esterna, forse mondiale. Visto che nel periodo è prevista
la visita a Calcutta del principe di Galles, il futuro Edoardo VII, quello che poi
rinuncerà al trono in favore del padre di Elisabetta II.
Ci saranno bombe (la cenere del titolo) e gas
tossici (e questo è il fumo) che intossicheranno l’ultima parte del romanzo. Ma
i nostri condurranno tutto ad una fine positiva, anche con qualche momento non
proprio aspettato (altrimenti sarebbe stato tutto troppo facile).
Allora, veniamo alle due forzature storiche.
Una forse comprensibile, l’altra meno. Il principe di Galles Edward realmente
venne inviato dal padre, Giorgio V, in India per cercare di mettere fine agli
atteggiamenti di non-cooperazione inspirati da Gandhi. Peccato che arrivò a
Calcutta l’11 dicembre essendo il giorno prima stati arrestati Das e molti dei
seguaci non violenti. Mi domando perché l’azione del romanzi viene posticipata
di dieci giorni, facendocela trovare a ridosso del Natale (che tra l’altro ha
valenze poche o nulle nella tradizione indù).
L’altro elemento sono gli esperimenti con il
gas, cui veramente il governo inglese mise mano. Peccato che si svolsero nella
città di Rawalpindi (ora in Pakistan) e negli anni Trenta. Erano studi ed
esperimenti nati dopo la scoperta dell’uso dell’iprite nella Prima guerra
mondiale. Un gas prima chiamato iprite in quanto utilizzato per la prima volta
nella battaglia di Ypres, ma poi ribattezzato “gas mostarda” (per il suo colore
giallo senape e dalla sensazione di bruciore agli occhi). Capisco le necessità
di trovare un filo rosso alla narrazione, ma spostare qualcosa di dieci giorni
si comprende, spostarle di dieci anni, si comprende meno.
Ciò detto, Abir ha almeno altre due abilità.
La prima, quella di far parlare gli inglesi sugli avvenimenti storici proprio
come ci immaginiamo abbiano fatto loro, presupponenti, di fronte a quelli che
ritenevano “esseri di poco spessore e cultura”. Esempio tipico, il modo in cui
Sem ed il suo capo parlano di Gandhi (uno di cui si parla tanto, che tanto
promette, ma che non otterrà mai nulla. Parliamone!).
La seconda è far salire Calcutta ad ulteriore
personaggio della storia. Laddove, anche solo per momenti e senza farne una
dissertazione, vediamo la città sbandata divisa in zone. La Città “Nera” verso
nord, abitata dagli indiani. La Città “Bianca” a sud, dove sono gli inglesi. Ed
in mezzo tutto un muoversi di personaggi della difficile collocazione, dove si
muovono cinesi, armeni, ebrei, parsi, angloindiani ed emarginati vari. Ed
usando come tratto che attraversa come un rasoio tutte queste realtà l’aiutante
di Sam, l’ottimo “Surrander not”, poliziotto nativo, agli ordini degli inglesi,
e mezzo parente di Das, uno dei capi del movimento per la liberazione.
Alla fine però, pur con tutta la buona
volontà, il risultato è un po’ inferiore alle attese. Non c’è mai una salita
dei toni, il giallo è abbastanza scoperto, le forzature storiche non sono poi
così giustificate. E Sam, con tutta la buona volontà, non riesce ad essere un
personaggio trainante.
In
questo periodo quaresimale, andiamo a spulciare citazioni da quattro autori,
due viventi e due purtroppo no.
Comincerei
con le “Donne dagli occhi grandi”
di Angeles Mastretta
“Non
rovinare il presente lamentandoti per il passato o preoccupandoti per il
futuro.” (43)
“Nessuno
può uccidere la parte di sé che ha fatto vivere negli altri.” (88)
“La
zia Daniela s’innamorò come s’innamorano sempre le donne intelligenti: come
un’idiota.” (175)
“Gli
assenti si sbagliano sempre.” (181)
E con
il “Circolo chiuso” di
Jonathan Coe
“Ho
imparato molto dai miei errori, e sono certo che potrei ripeterli alla
perfezione.” (15)
“È
assolutamente affidabile … ha reso il divorzio così poco traumatico … se mai
vuoi divorziare da qualcuno … Philip è l’uomo giusto.” (19)
“Se
sei a tuo agio con te stesso – nella tua testa – allora ti senti a casa
dappertutto.” (88)
“C’erano
dei sentimenti che non si indebolivano mai, nonostante il passare degli anni,
nonostante tutte le amicizie, i matrimoni e le relazioni che andavano e
venivano nel frattempo.” (109)
“È
un appassionato lettore … Ha sempre il naso in un libro. Sta perdendo la vista,
ma continua a leggere … qualsiasi cosa gli capiti a tiro.” (191)
“È
un disastro col fai da te. Riesce a distinguere César Franck da Gabriel Fauré
dopo due accordi, ma non riuscirebbe a inchiodare un attaccapanni nemmeno se ne
andasse della sua vita.” (215)
“Un
uomo deve lavorare nella consapevolezza dei propri limiti.” (254)
Ma
approfondirei due autori sempre presenti nel mio pantheon: Amos Oz da cui, nel suo “Conoscere
una donna”, traggo:
“In
un racconto breve di Cechov o in un romanzo di Balzac c’erano … più misteri che
nelle storie poliziesche o di spionaggio.” (39)
“Tu
sei una persona molto intelligente … e anche perbene. … Però ti mancano tre
cose serie: uno, non hai passione. Due, non hai gioia. Tre, non hai pietà.”
(161)
E Cormac McCarthy, della cui scrittura sempre sono stato
attento, e da un antico libro, “Suttree”,
estraggo
“Avessi
mai conosciuto un uomo che ha tutto e che non si dimentica da dove veniva
prima. … Che pensa che quando sarà arrivato andrà tutto alla grande. Ma non si
arriva mai. Non importa chi siamo. Una mattina ti guardi e sei vecchio.”
(243) [una frase da scolpire]
“I
giorni di un vecchio sono ore.” (307)
“Lo
shopping per uomo. Lo trovo sexy.” (474)
“Lei
gli si era inginocchiata accanto e gli mordicchiava l’orecchio. Il seno morbido
contro il suo petto. Allora perché questo senso di solitudine?” (483)
Entrati nella quaresima chiudiamo i festeggiamenti con un pensiero al mio amico e sodale professore. E continuiamo ad organizzarci per i prossimi mesi, per vedere se riusciamo a partire e per dove. Continuiamo a raccontare il mondo che ci circonda pensando a chi ci precede e chi ci segue, a tutti con un abbraccio.
Nessun commento:
Posta un commento