domenica 8 febbraio 2026

Italiani molto bene - 08 febbraio 26

Una settimana di buoni gialli italiani, tutti con un ottima gradimento con i nostri protagonisti seriali: Vanina Guarrasi (di Cristina Cassar Scalia), il quartetto di via Atri 36 (di Serena Venditto), la coppia Franzoni e Maffina (di Annamaria Fassio) e Paolo Nigra (di Paolacci & Ronco). Su tutti la scrittura non seriale di Sandrone Dazieri (anche se voci mi dicono esserci possibili seguiti).

Cristina Cassar Scalia “Mandorla amara” Einaudi euro 18,50 (in realtà, scontato a 15,70 euro)

A: 18/11/2025 – I: 01/12/2025 – T: 02/12/2025] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 261; anno: 2025]

VG10

Dopo l’intermezzo dedicato ad un nuovo personaggio (ricordo l’uscita nel primo semestre delle avventure di Scipione Macchiavelli), l’ottima penna di Cristina torna alla più celebrata (e televisiva) Vanina Guarrasi, con un episodio leggermente di tono superiore alle ultime uscite, anche se sempre immerso, nel finale, delle lezione dei feuilleton francesi. Ricordo infatti che nel non episodio si finiva temendo per la salute di Angelina, la moglie dell’ex-commissario Patanè. Qui, anticipo ma non entro nel merito che è un elemento molto di contorno, c’è un grido di allarme relativo a Luca, il compagno di Adriano ma non solo.

Tornando invece al binario della narrazione, vi dico subito che Angelina si salva grazie ad un intervento chirurgico del patrigno di Vanina. Ma è anche un profluvio di nuove opportunità e riprese l’andamento dei vari comprimari. Innanzi tutto, Lo Faro e Ristuccia sembrano poter tornare sui binari di qualche episodio indietro, mentre qui Nunnari e Fragapane fanno solo da sfondo operativo senza nessuna incidenza.

Spanò, fatta la pace solla separazione, sembra aver trovato nuovo vigore nel rapporto con la giovane ed esuberante Valentina. Mentre nubi si addensano sul futuro di Tito e Marta, visto che il primo sta brigando per un trasferimento verso i suoi luoghi, mentre Marta non credo che riesca ad ottenere subito un secondo avvicinamento. Fa un cammeo il buon dottor Manfredi, che spera sempre, ma si accontenta di un futuro invito a cena. Dal canto loro, fanno il loro mestiere Adriano, ovviamente impegnato nelle autopsie, la vicina Bettina, impegnata in cucina, e l’amica Giuli che dà il via al romanzo scoprendo i cadaveri, e sta sempre sulle scene quando serve (ed anche quando non serve).

Il rapporto tra la nostra ed il PM Malfitano procede ignorando cosa possa succedere il futuro. C’è chi ha paura di soffrire ancora (Vanina) e chi spinge ad accettare la vita così come viene (Paolo). A proposito poi di “anticipazioni”, c’è anche un accenno al possibile accerchiamento dell’ultimo mafioso rimasto in circolo per l’assassinio del padre di Vanina, ma è molto veloce.

La storia è, al solito, abbastanza ben congegnata. Su di una bellissima barca a vela vengono ritrovati i corpi di sette persone uccide per avvelenamento. Stavano andando verso le Eolie che il capitano della barca, Gabriele, lì doveva sposarsi, ed il proprietario ed amico, Edoardo, aveva proposto la traversata a vela. Edoardo, nelle more, aveva fatto fortuna con il latte di mandorla, ed i sette sono stati avvelenati con il cianuro, che tutti i giallisti sanno ha il sapore di mandorle amare (da cui il titolo, almeno in una accezione) inserito nei tetrapak del latte.

Oltre i due citati, sulla barca c’era Pietro, il figlio minore di Edoardo, più quattro amici inessenziali alla storia. Che la nostra attenzione si concentra su questi tre. Pietro è un gay non dichiarato, da sempre innamorato di Gabriele, e studente di Chimica a Palermo. Edoardo è un padre padrone, che ha un amante, Vanessa, nell’azienda ed un possibile divorzio nel futuro. Gabriele è sempre stato uno sciupafemmine, è stato l’amante di Betti, la moglie di Edoardo ed ora è stalkerato dalla sua penultima fiamma, Bianca, che non accetta di essere stata lasciata, e soprattutto di vedere il “suo” Gabriele andare a nozze, e presumibilmente anche lasciare l’azienda di Edoardo ed andare a vivere nelle Eolie.

Vedete bene che ci sono tutte le premesse per una serie amplia di possibili scenari. Pietro, distrutto dalle scelte del suo amore, decide di farla finita e di punire il padre padrone. Betti, forse lasciata in bolletta dal marito e tradita dall’amante, decide di punirli entrambi. Vanessa, illusa da Edoardo, decide di vendicarsi. Come di vendetta potrebbe agire Bianca. In entrambi i casi colpendo a destra e manca senza mirare al cuore del problema.

Vanina si dedica a lungo nel cercare il bandolo della matassa. Tabulati telefonici, esami autoptici, ricerca di impronte e di DNA in tutti i luoghi possibili (auto, barca, case). Nonché, visto che Patanè torna in quel di Catania, ragionando con lui sui due binari che sono il segno distintivo della serie: chi usa le tecnologie per cercare le prove, e chi ragiona sulle dichiarazioni e sugli spostamenti dei possibili indiziati. Per dovere di cronaca, i due binari, come è ovvio per i binari, arriveranno simultaneamente alla giusta soluzione del caso.

La scrittura di Cassar Scalia rimane sempre molto gradevole. Si legge con facilita, ed avanza proprio come se guardassimo il telefilm che ne verrà ricavato. Non ci sono molti colpi di scena clamorosi, ma la recitazione dei protagonisti è di buon livello. Come detto, aspettiamo di vederlo prossimamente in televisione.

Serena Venditto “L’ultima mano di burraco. Quattro coinquilini e un’indagine (per non parlar del gatto)” Repubblica Anima Noir 38 euro 8,90

[A: 14/03/2022 – I: 10/12/2025 – T: 11/12/2025] &&&    

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 266; anno: 2019]

Seconda uscita dei detective di Atri 36, e devo dire una discreta conferma della gradevolezza della scrittura di Serena Venditto. Un seriale che procede impostato su di una solida base classica: un gruppo che porta aventi dinamiche sociali interne ed un giallo esterno cui, per una serie di motivi che vedremo, i nostri sono invitati ad intervenire. Ed ovviamente risolvere.

Il tutto condito dalla presenza del gatto Mycroft (ho già detto che si chiama come il fratello di Sherlock Holmes?), che non è che intervenga parlando (non siamo nella divertente saga di Sarah Savioli), ma interviene da gatto, nella fattispecie, spostando una carta sul tavolo, movimento che consente alla nostra decifratrice principe di imboccare la strada di una soluzione.

Comunque, come dice il titolo ci sono i nostri quattro coinquilini: Malù, l’archeologa patita di gialli, Kobe, il musicista giapponese che parla a strafalcioni ed è geloso della fidanzata Ayumi che invece di stare a Napoli con lui è al nord a fare la modella, Samuel, il sardo-nigeriano rivenditore di gelati ed autista del gruppo (unico ad avere la patente) e Ariel, la narratrice nonché traduttrice bilingue nonché ex-fidanzata di un poliziotto ed ora coppia fissa con Samuel. Nelle more, in questo episodio, conosciamo anche Ayumi, scesa a Napoli per qualche motivo che fa ingelosire Ariel, ma che si scoprirà foriero invece di momenti piacevoli per tutto il gruppo. E poi c’è Mycroft su cui non ritorno.

L’indagine cui vengono coinvolti riguarda la morte di un matematico, Temistocle Serra, ucciso da una dose letale di cianuro. Morte avvenuta a valle di una riunione familiare in cui erano presenti la moglie Celeste ed i suoi due figli, Rebecca con il marito e Giulio. Doveva partecipare anche la segretaria Dorothy, che all’ultimo momento decide invece di passare la serata con il fidanzato. Una serata ovviamente all’insegna del burraco, come dal titolo. Ultimo, altrettanto ovvio, per il buon Temistocle.

Si avviano tutta una serie di indagini incrociate, che lasciamo al commissario, mentre la nostra squadra, proprio dal commissario è coinvolta per decifrare un mistero. Sul tavolo da burraco, prima di morire, Temistocle mette una serie di carte in modo che possa sembrare un cifrario. Sono quattordici carte (A3363736A82439) che più le guardi e più sembrano dire qualcosa.

Intanto, tutta una serie di primi indizi portano ad ipotizzare che Dorothy (o il suo poco limpido fidanzato) possano aver organizzato tutto. Fino a che, un assalto quasi mortale alla bella ci fa supporre che forse non è così. Anche se si era scoperto che: Temistocle, prima di sposare Celeste, che aveva una buona posizione economica, era dedito al gioco, dove aveva una buona costante di vincite (non a caso, poi, da matematico si occuperà di teoria dei giochi). Tra le altre cose, aveva ridotto sul lastrico un tal Pietro, che si scopre presto essere il padre di Dorothy.

Qui, si aprono quindi i grossi ventagli di sospetti: c’è Giulio, da sempre infatuato di Dorothy ma da sempre ostacolato dal padre, c’è tutto il passato di Dorothy, magari con il fidanzato che si erge a vendicatore, ci sono tutte le ombre di una giovinezza non proprio limpida, c’è sempre poi la possibilità che qualcuno intravede eredità appetibili.

Saranno le nostre gatto-detective, tuttavia, a decifrare il codice, a capire i meccanismi del primo delitto e del secondo tentato, chiudendo bellamente il cerchio. Vi do solo un piccolo, inutile indizio. Temistocle era molto legato al passato, avendo in uggia tutte le tecnologie avanzate che ci riempiono la vita di inutili complicazioni. Tutta la trama era anche innervata dai dubbi di Ariel sui sentimenti del buon Samuel. Dubbi che verranno sciolti in un ben articolato finale, anche se non vi dico se lo scioglimento è positivo o negativo.

La nostra scrittrice è di buone idee e di ottime conoscenze dei luoghi. Un momento di riflessione interessante, ad esempio, lo abbiamo dalla casa dei Serra. Casa posta in via Piscicelli, una casa che di fronte si affaccia sulla riviera di Chiaia (bellissima e chic) e sul retro ha le finestre in una zona molto popolare. Quasi a stigmatizzare la duplicità di tutti i componenti il mondo della famiglia Serra. E comunque, a parte qualche rallentamento qu e là, è una discreta lettura poliziesca, ma anche da commedia romantica, che non dispiace (quando non si prende troppo sul serio).

Non posso infine tacere che il commissario si chiama Timoteo De Iuliis, che se si chiamasse Ulisse sarebbe proprio il clone del mio amico viaggiatore pescarese. Una chicca mentale per concludere. Pensando alla morte di Temistocle come alla morte di un matematico napoletano, non poteva che venirmi alla mente la figura (e le opere) del grande Renato Caccioppoli (e chi sa di matematica mi capisce).

Sandrone Dazieri “Uccidi il padre” Corriere Noir 8 euro 8,90

[A: 03/10/2022 – I: 25/12/2025 – T: 27/12/2025] &&& e ½      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 562; anno: 2014]

Sono più di dieci anni che non prendo in mano un libro di Sandrone Dazieri, essendo sempre rimasto legato al Gorilla e quindi avendo timore di rimanere deluso da nuove e diverse prove. Tuttavia, la serie noir curata da Carlo Lucarelli mi propone questo pur vecchio episodio della bibliografia del nostro, e quindi, con un filo di sospensione delle attese, e con molta calma temporale, mi sono deciso ad affrontarlo. Devo dire con un discreto successo (come potete vedere dal giudizio espresso).

Il buon Sandrone non si lascia intimorire dalle idee, e qui, oltre ad una solida trama noir, ci sono spunti per approfondimenti su vicende che all’apparenza possono sembrare sghembe rispetto alla trama. Ma la diversità mostra solo l’ampiezza poliedrica degli interessi dell’autore. Nonché la sua capacità di tenere la barra ben puntata sulla rotta da seguire.

Intanto, capiamo ben presto che ci sono due storie da seguire: quella di Dante Torre e quella di Colomba Caselli.

Dante è stato rapito giovanissimo e tenuto in ostaggio per almeno otto anni (o forse di più) da una persona che voleva essere chiamata solo “Padre”. E che utilizza negli anni della prigionia tutti i metodi per piegare la volontà di Dante verso la sua volontà di Padre-Dio. Solo appunto dopo otto anni, vedendo uno spiraglio nel silos in cui era rinchiuso, Dante riesce a scappare. Un suo (o il suo?) carceriere si suicida dopo aver bruciato tutto.

Dante è libero ma rimarrà sempre marchiato dall’avventura. Intanto cercherà di recuperare tutte le informazioni relative a cosa success nel mondo durante la prigionia. In secondo luogo, avrà un terrore comprensibile di tutti i luoghi chiusi (aerei compresi) costruendosi una casa tutta vetrate. Ma in più, nella prigionia ha sviluppato un’attenzione maniacale ai dettagli, così da riuscire a diventare consulente delle polizia in caso di sparizioni e rapimenti.

Colomba, invece, è una poliziotta anch’essa molto dotata, di ingegno e di iniziativa. Peccato che durante una lunga ricerca di un latitante, cui aveva trovato traccia a Parigi, questi, entrando nel ristorante dove lei lo stava aspettando, si faccia saltare in aria con una potente bomba, che uccide buona parte delle persone presenti. E da cui Colomba si salva a stento, pur rimanendo anche lei segnata da questo avvenimento.

I due vengono fatti incrociare dal commissario Rovere in occasione di una nuova e misteriosa sparizione. Durante un picnic, il padre si addormenta, la madre ed il figlio si allontanano e spariscono senza lasciar traccia. All’aiuto del padre che coinvolge le forze dell’ordine, queste trovano la donna barbaramente uccisa ed il ragazzo scomparso. Ecco, quindi, che Dante e Colomba, pur con una inziale reciproca diffidenza, sono costretti a collaborare e trovare il modo di risolvere la sparizione.

C’è molta carne al fuoco di Sandrone, e non lo seguiremo certo in tutte le sue giravolte. Compresa una possibile divagazione sull’utilizzo della psicologia coercitiva da parte dei Servizi segreti americani ed italiani. L’abilità deduttiva di Dante porterà al ritrovamento del ragazzo scomparso, ma con una serie di finali a cascata che, uno dopo l’altro, rimettono molto in discussione. Compresi due fatti fondamentali: è possibile, e come, che l’attentato a Colomba sia collegato ai rapimenti? È possibile altresì che Dante non sia Dante?

Ripeto, niente informazioni sulle ultime duecento pagine, ma il filone principale delle idee del testo è di interesse. È possibile condizionare le persone, inserendole in contesti di forte disagio, fino a farle entrare in una spirale di ragionamenti e di comportamenti che forse non sarebbero mai entrate nelle corde della persona stessa?

Credo, per il poco che so di psicologia, che ci possa essere senz’altro una via di condizionamento. Basti solo pensare, anche in modo positivo, al transfer che un paziente opera verso il suo psicoterapeuta. Di certo, Dante fin dall’inizio è edipicamente condizionato dalla presenza di questo Padre onnisciente, che, come insegnano i classici greci, l’unico modo di uscirne è ucciderlo.

Meno convincente, anche se possibile, è tutta la parte in cui intervengono apparati militari, dritti o storti che siano.

Come detto, infine, non sono convinto del finalissimo. Pensavo sinceramente che potesse essere un romanzo auto-conclusivo ed invece leggo che sono già stati pubblicati altri tre libri che vedono protagonisti Dante e Colomba. Resta tuttavia la bella scrittura di Sandrone ed il suo riuscire a riempire quasi seicento pagine senza stancare il lettore.

Annamaria Fassio “Senza sapere come” Mondadori euro 7,90

[A: 12/11/2025 – I: 09/01/2026 – T: 10/01/2026] &&&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 169; anno: 2025]

Annamaria Fassio, che ad aprile doppierà la boa degli 85 anni, continua a scrivere le storie di Franzoni e Maffina, anche se a scartamento ridotto, ma con una buona e precisa idea in mente. Fare un raccordo completo di queste storie seriali che con questa uscita siamo arrivati al diciottesimo episodio, anche se dal punto di vista temporale siamo ancora al 2019.

Ma per cercare di unire tutti i puntini, bisogna ripescare qualcosa dal passato. Ecco allora che la storia fa balzi da gigante tra l’inizio di alcuni momenti caratteristici che si svolgono nel 2012 debordando un po’ nel 2013, ed il presente narrativo del ’19. In questo modo, le storie che la scrittrice sta seguendo si delineano e si caratterizzano. Finiranno ovviamente per intrecciarsi, quasi “senza sapere come”. Anche se una logica, alla fine, appare all’orizzonte.

Tra l’altro, l’espediente narrativo, che non è un vero e proprio flashback, ma un dipanarsi delle storie su diversi piani temporali, permette quello scatto narrativo che abbiamo visto nella produzione ultima dell’islandese Ragnar Jonasson. Vediamo gli avvenimenti da buoni lettori onniscienti, capaci di porgerci le domande su come affronterà quel tale ostacolo una delle figure coinvolte, visto che noi già sappiamo se l’ostacolo verrà superato.

Allora cerchiamo subito di sgomberare, se possibile, il campo da elementi privati dei personaggi, e di capirne la loro incidenza sulla trama. Uno spazio defilato, in questa puntata, viene occupato da Ida. La nostra simpatica palestrata ha preso in custodia la piccola Liv (come già sappiamo), ma ha anche rintracciato il padre biologico della piccola, e mentre cerca di far avvicinare Larsen a Liv, lei si avvicina in modi che non vi dico, con il nostro bel nordico.

Anche Maffina è abbastanza defilato. Ha un piccolo cammeo nel ’12, ha qualche presenza nel ’19, ma non interviene in modo incisivo. Il cammeo riguarda il fatto che nel ’12, lui ed Erica decidono la convivenza, approfittano dell’offerta dell’ispettrice Serafina Fiore, che per un po’ deve mettersi in copertura dovendo affrontare la ricerca di un pericoloso latitante calabro. Nel ’19, a parte qualche spulcio di fascicoli, e la sempre più insistente idee di andare in pensione, non abbiamo sue tracce significative.

Per fare un veloce sunto, nel ’12 avviene una strage di mafia che stermina la famiglia Romeo, meno Angela, in quel mentre fuori città. Il poliziotto Luca Ragusa lavora all’indagine e si innamora perdutamente di Angela. Che dopo una notte d’amore scompare senza lasciare tracce. Così come scompare, sempre lì in Calabria, e negli stessi luoghi della strage, Serafina Fiore, subito dopo aver incontrato Ragusa in un bar.

Tornando al presente, l’ispettrice Fiore risulta sempre scomparsa, anche se nessuno la cerca più. Ragusa invece, dimessosi dalla polizia, continua da sette anni a cercare la sua Angela. Queste due storie si intrecciano con la morte per problemi cardiaci di una giovane irlandese. Che, morta, viene derubata da uno spagnolo di pelle molto scura, da poco quasi linciato da una banda di liceali e lasciato senza un soldo. Liceali che seguiamo presto in un altro filone.

Che il capobanda, Agostino, è anche un organizzatore di corse in moto clandestine. Nonché, attraverso la banda, gestisce una piccola rete di spaccio. Ed Agostino si innamora di Tina, sedicenne allieva dello stesso istituto privato, sovvenzionato lautamente proprio dal padre di Tina. Istituto inoltre dove insegna una professoressa molto amata dai ragazzi, e che cerca di entrare in sintonia con loro.

Erica non sa che pesci prendere in tutto ciò. Andando ad elencare gli scogli che si trova di fronte abbiamo: l’agente Rosina, che la aiuta nella lotta alle corse clandestine, e che non vorrei sbagliarmi, si è preso una bella cotta per Erica, che forse in parte è anche ricambiata; i problemi con la scomparsa di Angela, volendo aiutare Luca a trovare un senso a questi sette anni di ricerche; la morte della sconosciuta; il mai sopito dolore di non sapere cosa è successo a Serafina.

In un finale un po’ convulso, molti nodi vengono al pettine. Alcuni solo per chiudere un cerchio (lo spagnolo che torna e racconta tutto ad Erica). Altri con un indirizzo preciso (il padre di Tina era proprio il latitante che cercava a suo tempo Serafina), e con una serie di avvenimenti a catena di cui non ci parlo. Ma che anche loro hanno un senso, pur se delle porte rimangono aperte senza che noi se ne sappia il perché. Per onestà di scrittura, Annamaria chiude il romanzo avvertendo che da lì a poco scoppierà la pandemia.

È un onesto libro più thriller che noir, anche se thriller in maniera sghemba (per gli argomenti, anche se non ci inculca nessuna paura). I personaggi reggono bene il passare degli anni. La storia, invece, è un po’ lieve. E come detto, di misteri da scoprire e di assassini da smascherare non ce ne sono molti.

Mi preoccupa solo l’età della scrittrice, perché vorrei leggere ancora tante sue storie.

Antonio Paolacci & Paola Ronco “Tutto come ieri” Repubblica Essenza Noir 17 euro 8,90

[A: 16/10/2022 – I: 26/01/2026 – T: 27/01/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 350; anno: 2022]

Eccoci al terzo episodio delle avventure del vicequestore aggiunto Paolo Nigra, episodio dalle molte conferme e da qualche sorpresa positiva. Intanto, continuano i rifrementi a De Andrè, visto che siamo a Genova. Qui, il titolo ci riporta ad un verso della “Canzone di Maggio”, tratta da quel “concept disc” che fu “Storia di un impiegato”. Inciso: per chi non ricordasse il testo riporto il nucleo portante alla fine.

Altre conferme interessanti riguardano il privato ed il pubblico di Paolo. Pare sempre più forte il legame con Rocco, tanto che i due si palesano finalmente a casa dei genitori di Rocco, senza suscitare le catastrofi che Rocco ipotizzava. Anche la squadra si irrobustisce, pur se Santamaria (a parte continuare a guidare come un pilota di F1) è un po’ defilata, mentre viene meglio la figura di Caccialepori (e del suo rapporto erotico con la dottoressa anatomo-patologa, insidiato dalla presenza di “Lombroso”, il cane cieco da un occhio, con quel nome che si presta ad equivoci apostrofati).

Inoltre si profila l’inserimento di Pasquale Mastantuono, che, pur se della Digos, che dovrebbe dare filo da torcere ai nostri, visto il suo debole per la fumatrice di pipa, in realtà aiuta, e molto, il nostro, facendoci presagire possibili sinergie future. Anche se il fatto che Santamaria è sposata mette bei paletti a possibili sviluppi (almeno per ora).

Ulteriore conferma dell’interesse del prodotto è l’attenzione che il duo P&R mette verso l’attualità, ed in particolare mettendo in luce (garbatamente, velatamente) possibili interpretazioni del mondo che stiamo vivendo. Abbiamo forse dei dubbi sul fatto che ci siano, ora, tensioni legate al problema immigrazione ed a questo legate speculazioni politiche. Ma anche un proliferare del bosco e del sottobosco criminale, soprattutto legato allo spaccio. Non ultime tensioni omofobe, qui ben descritte ed abbastanza ben gestite.

Il tutto incanalato su due binari descrittivi. Dal punto di vista in superficie, una sparatoria di balordi verso spacciatori di colore. Di certo, e ben descritto nelle pieghe del testo, alimentato da qualche consorteria mafiosa che non vuole cedere territori. Ma questo filone è ben presto ricoperto da altro. Infatti uno dei responsabili, il più balordo ovvio, viene presto trovato morto, con una pistola usata sei anni prima in un delitto irrisolto. Anzi l’unico caso irrisolto del nostro ispettore. Inciso: certo che in sei anni, risolvere tutti gli omicidi non è da poco.

Questo risvolto da modo ai nostri di giocare su più piani. Le capacità deduttive di Nigra e della sua squadra, ma anche i conflitti tra loro e la Digos che vedeva nelle azioni solo risvolti “sovversivi”. Il tutto con un piccolo sassolino di thriller in più: gli assassini in macchina sono stati visti da Nayana, ragazzina bengalese, che non può che essere messa in pericolo da tutto ciò.

Per vie laterali, poi, noi lettori onniscienti veniamo edotti che il cattivone di turno era uno che aveva inscenato tutto il casino fin dal primo omicidio. C’era stato l’incontro fortuito del gangster della lanterna con la signorina Elvira. C’è stata Elvira che accidentalmente scopre il tizio essere coinvolto nella droga pesante, forse anche con connivenze politiche di livello. Scoperte che indussero il nostro a eliminarla, ovvio con la cura di non lasciare tracce.

Stessa cura che mette nell’incastrare il balordo, e dopo di lui un secondo gangsterino di mezza tacca. Ma Nigra ragiona e non si fa ingannare da queste piccole messe in scena. E sarà proprio una frase fuori contesto che indirizzerà il nostro verso la cavalcata finale che porterà alla soluzione di tutti i casi sospesi. Anche quello di sei anni prima. Per dovere di cronaca, alcune azioni di una cinquantina di pagine prima del momento topico, mi avevano portato già ad individuare l’ambito del problema, pur se non ancora colui che agisce per tutto il tempo al fine di risolvere i (suoi) problemi.

Insomma, una buona scrittura, una buona idea ben congeniata, personaggi decentemente inseriti nella trama (certo mi farebbe piacere trovare ancora anche Nayana). E con queste piccole stoccate verso la non fiction ed una sua interpretazione, che mi fanno piacere.

Con qualche altra chicca in più. Una citazione di rispetto verso Rocco Schiavone (adoro la fiction on fiction). Ma anche una strizzata d’occhi ad un libro di alcuni anni fa di Sandrone Dazieri (“Uccidi il padre”), dove per primo faceva la comparsa la descrizione del progetto (reale) MK-Ultra, creato dalla CIA dove, attraverso esperimenti su esseri umani, si cercava un mix di droghe e procedure interrogative che sarebbero servite a creare uno scenario imbattibile che potesse portare alla confessione del malcapitato. Progetto poi degenerato in tentativi di condizionamenti umani, che Sandrone descrive in maniera eccelsa.

“E se nei vostri quartieri / Tutto è rimasto come ieri / Se avete preso per buone / Le “verità” della televisione / Anche se allora vi siete assolti / Siete lo stesso coinvolti.” Fabrizio De Andrè, come possibile esergo.

Quindi dobbiamo passare a scrittori non di genere per avere qualche riferimento di riflessione. Cominciando con Saul Bellow che non mi ha mai convinto troppo, ma qualcosa va recuperato dal suo “Herzog” (in particolare la penultima)

“Dunque, lei è un uomo sano – non ha più vent’anni, ma è forte.” (21)

“Poteva anche pensarsi un moralista, ma la forma dei seni in una donna aveva grande importanza per lui.” (24)

“Aveva un debole per gli intellettuali pasticcioni con forti impulsi morali.” (39)

“La luce non viaggia a 300 mila km al secondo solo per permetterci di vedere mentre ci pettiniamo.” (64)

“Spinoza: è dell’uomo desiderare che anche gli altri gioiscano del bene di cui noi godiamo, non di costringere gli altri a vivere secondo il nostro modo di pensare” (153)

“Una volta era un giovane stupidello, e … adesso stava diventando un vecchio stupidello.” (232)

“Lui pensò … a come, invecchiando, era diventato vano, terribilmente narcisistico, a come soffriva senza dignità.” (243)

Oppure andando indietro nel tempo e nello spazio ci fermiamo ne “La Cripta dei Cappuccini” di Joseph Roth, che la prima riflessione la sottoscriverei soprattutto nei viaggi che andremo a fare “Le persone sanno quando partono. Non sanno mai quando ritornano.” (83) e la seconda stuzzica tutte le mie conoscenze numeriche “Non ero capace di fare i conti, tutt’al più una somma, se proprio occorreva. Ma una moltiplicazione era già un supplizio.” (156)

Infine, un pensiero etnico dal Marocco di Tahar Ben Jelloun nel suo “Incontro crudele”:

“La tradizione marocchina vuole che nelle parole non emergano sentimenti. Questione di pudore.” (9)

Siamo ancora nel marasma di compleanni (auguri doc) ed altri verranno la prossima settimana. Gli avventurieri continuano a rifiutare le mie candidature, ma non ci preoccupiamo, quando tutto manca, le nostre letture ci fanno sempre viaggiare. Per cui un saluto di quasi carnevale, con tanti abbracci.

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