domenica 19 aprile 2026

Einaudiana - 19 aprile 2026

Un quartetto di libri accumunato dalla casa editrice e dal fatto di averli avuti in regalo sotto varie forme. Non mi sono piaciuti, al solito, né le elucubrazioni favolistiche di Tahar Ben Jelloun, macchiate anche da colpe editoriali evidenti, né il solito Ian McEwan, che, nonostante Antonella spinga in positivo, non riesce ad entrare nelle mie corde. Mentre è stata una gradita sorpresa il romanzo di Michele Mari ed una gradita conferma l’ultimo (e definitivo) libro di Julian Barnes.

Tahar Ben Jelloun “Lo specchio delle falene” Einaudi s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 06/02/2026 – T: 08/02/2026] - & e ½ 

[tit. or.: La Nuit de l'erreur; ling. or.: francese; pagine: 275; anno 1996]

Questa lettura nasconde al solito una duplice faccia, come duplice è appunto il mio sentimento verso lo scrittore. Ammirato per le sue posizioni e le sue esternazioni, poco compreso quando scrive, quando mescola realtà tangibili con il mondo immaginario e favolistico. Certo, nelle lunghe traversate nel deserto, si raccontano favole, si esorcizzano gli spiriti maligni, mescolando sogno e realtà. In un certo senso traslato, sembra quasi un accomunarsi con i libri del realismo magico sudamericano. Di sicuro, quando sono i poveri al centro del narrato, c’è sempre una comunanza per tutta la terra.

Intanto, veniamo alla poca cura delle edizioni italiane. Per prima cosa, non vengono indicati l’anno di scrittura, l’anno di deposito del testo in originale, e solo rivolgendomi alle edizioni francesi sono risalito alla data di scrittura. Secondo, il titolo! Ora il nostro scrittore battezza il testo con quella notte dell’errore, in cui viene concepita la protagonista del testo. Un giorno in cui (ma non viene spiegato perché) ci si doveva astenere da tutto. Un giorno tanto disgraziato che nove mesi dopo, quando Zina nasce, contemporaneamente muore il nonno. Ribadendo quindi una negatività che in parte ricopre tutta la storia della nostra.

Ci si domanda allora come mai vengano fuori le falene. Certo, nell’iconografia mondiale sono considerate un tramite tra il mondo dei morti e quello dei vivi. E qui, di vivi e di morti si parla assai. Sono anche animali notturni, storditi dalla luce artificiale, e disorientati dagli specchi (come ci insegna un passo della saga di Harry Potter, anche se non credo gli editori italiani ne facciano riferimento).

Quello che è assodato, è la trasfigurazione della storia nel suo Marocco. Ogni elemento diventa un simbolo, sia Zina, ammaliatrice e vendicatrice, di infanzia pura, ma corrotta dal mondo. O forse solo trascinata in situazioni più grandi di lei dove va a sbattere come una falena alla specchio. E simboli sono i cinque uomini co-protagonisti della storia. Simboli delle diverse anime marocchine. Dei berberi del deserto, o degli studiosi di Casablanca. Saggi ritirati o ricercatori del piacere femminile in ogni dove. Oppure soltanto testimoni esterni, che non riescono a cambiare le cose che vedono, magari venendone travolti senza un vero perché.

La parte migliore, per me, è tutta la prima parte, in soggettiva di Zina, che ci parla della sua infanzia a Fés, della nascita, delle nuvole che rapiscono i suoi sguardi, della mancanza del nonna, della strana zia Fadela, e di tutti quei momenti in cui si esplica la sua giovinezza. Tutto diventa poi complicato e quasi illeggibile, quando la famiglia di Zina si trasferisce a Tangeri.

Ora, è vero che le due città sono le città del cuore dello scrittore. Ma pur avendole dentro, ne parla con quella crudezza espressiva che ha verso tutto il suo mondo, perché ne percepisce la bellezza e non ne apprezza la caduta verso l’oscurantismo.

Tant’è che Zina (ormai diventata un simbolo, anche se non ho capito se sia lei o sua madre) subisce uno stupro da diversi uomini. Che dovrebbero simboleggiare le diverse anime marocchine: Abid il pittore, Bachar che colleziona farfalle, Carlos il collezionista di donne, Bilal che ama il cinema e Selim che ama il teatro. In ogni caso, sarà Zina, coinvolgendo altre donne sue sodali, a vendicarsi delle varie anime stupratrici. Per ognuna ci sarò un supplizio, a volte una morte, spesso l’oblio. Sono queste le pagine più pesanti, dove si passa dalla prima alla terza persona, e dove spesso anche la prima non è sempre quella di Zina.

Lo scrittore, come spesso anche in altre prove, punta molto l’accento su alcuni punti forti delle disuguaglianze sociali marocchine. È sempre una sventura nascere poveri, dove tutti si possono approfittare di te. È sempre brutto essere sottoposti ad un potere che non lesina angherie a chi non sottostà alle sue regole. È sempre brutto stare dalla parte di chi soffre, perché si soffrirà di più, senza redenzione.

Le uniche note positive che mi rimangono sono le descrizioni delle città care a Tahar, dove io ho trovato piacere anche nella bistrattata Tangeri. E poi nella descrizione della sensualità libera di Zina, una sensualità che non sembra poterci essere bel mondo arabo, ma che Tahar ci assicura esista. E noi ci crediamo.

Però, alla fine, non è un libro che mi ha preso. Se si riuscisse a limitare la magia, quando rimane il realismo entro più facilmente in sintonia con la scrittura. Per ora, Tahar Ben Jelloun continua ad essere uno scrittore che nei romanzi mi rimane distante.

Michele Mari “I convitati di pietra” Einaudi s.p. (regalo per Natale di Alessandra)

A: 03/02/2026 – I: 17/02/2026 – T: 18/02/2026] &&&  e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 159; anno: 2025]

Devo ringraziare il libraio Feltrinelli di viale Eritrea per avermi fatto conoscere questo scrittore unico. Che credo approfondirò in altri scritti, dove ne leggo come un affabulatore camaleontico, un tipo raro di scrittore che da sempre mi risuona. Rimandandomi a prove estreme che so di Guido Fink o di Paolo Vita-Finzi.

Tuttavia, non avendo ancora letto altro, per ora mi limito a fare un viaggio all’interno di questo testo. Dove, partendo da un’idea di cui parleremo tra poco, sviluppa un fiume di centocinquanta pagine in cui intreccia vita e storie di un buon numero delle persone coinvolte dalla fase iniziale della storia.

Lo spunto nasce il 22 luglio 1975, alla cena di classe post-maturità della III A del Liceo Classico Berchet di Milano. Non si saprà mai chi lanciò il sasso, ma alla fine i 30 ormai ex-alunni decidono di fare un gioco semplice e pericoloso: istituire un fondo, su cui annualmente versare una quota non elevata, fare in modo che il fondo stesso sia gestito oculatamente, per poi devolverlo agli ultimi tre alunni che rimarranno in vita. Un meccanismo storico ben noto di cui riparleremo in finale.

Michele, allora, segue l’andamento degli alunni, scandendo di tempo in tempo l’avanzare delle varie persone coinvolte, prendendo appunto come elemento di riferimento il 22 luglio. Notiamo intanto le capacità elencatorie (non so se esista il termine) dello scrittore, dove ogni volta, per i vari alunni, indica con precisione, l’indirizzo (via, numero, a volte anche piano) sia di abitazione che di lavoro, creando una mappa fisica che si sovrappone alla mappa mentale che ci costruiamo con i vari personaggi.

Seguendo il corso degli anni si cerca di andare da trenta verso tre e poi, forse, verso uno solo. Con un allargamento dell’attenzione quando i superstiti saranno soltanto sette. Perché a quel punto Michele approfondisce i sette rimasti, facendoli meglio emergere dalla nebbia in cui sono avvolti nei primi anni.

Ogni accadimento, quasi fosse un omaggio musicale, ripete insistentemente lo stesso giro di note: si narra qualcosa, si arriva alla cena del 22 luglio che funge quasi da basso continuo, per poi sciogliersi in un finalino dedicato alla morte e/o al funerale di chi in quel frangente è uscito di scena.

C’è anche un accanimento tragico-comico quando, avviatisi molti alunni oltre la settantina, si decide alle cene di presentare anche una sorta di bollettino medico. Magari seguendo ancora l’appello scolastico: Bathory: mastectomia. Brancigalievore: diabete; prostatite. Brodo: Parkinson. Coppo: epilessia. De Cruce: artrite reumatoide. Gaudillo: disfunzione epatica; flebite. Mascolo: gastroenterite cronica. Mercandalli: due stent coronarici, un by-pass. Migliavacca: acufene… e via con tutti gli altri.

Capite bene che, essendo i trenta alunni coevi dello scrittore (nati cioè nei dintorni del 1955), per seguire le storie dei più longevi si sarà costretti a proiettarsi nel futuro. Qui Mari fa un’operazione intelligente, non entrando in possibili futuribilità, ma rimanendo concentrato sulle sue marionette, che, una dopo l’altra, stanno abbandonando la scena.

Ovvio che i vari attori dei lunghi anni descritti devono assumere ruoli precisi. Avremo quindi Rivadeneyra che coordina il fondo, Brancigalievore che gestisce scommesse sulla vita, Brodo  che esegue macumbe, altri che abbandonano la gara o volontariamente ritirandosi o compiendo atti estremi. E quindi vedremo, con occhio sempre stupefatto ma mai assuefatto, assassinii, suicidi, frustrazioni, invidie, malattie, malignità, magie nere. Non posso non spoilerare un momento di humor nero esilarante: due compagni di classe, innamorati, si cercano nella notte, tra le strade dell’Umbria, finendo, dopo un colpo di sonno, in uno scontro frontale che li uccide.

Questo per ribadire, che non può mancare l’amore, come spesso accade tra compagni di classe. Amore sempre frustrato, sempre senza un lieto fine. E ci sarà anche sesso, laddove la passione per il cinema dell’autore arriva alla citazione parodistica di un film culto (che vidi a suo tempo al mitico Azzurro Scipioni di Agosti), cioè “La bestia”, di Walerian Borowiwczyk. Inciso: quando uso il plurale cumulativo per le leggi grammaticali italiane lo devo usare al maschile, anche se, come ben immaginate, questi si tratta di amore e sesso tra uomini e donne.

Ed il cinema è anche straripante nei lunghi omaggi (questi un po’ ostici per me) dedicati a Gene Hackman da parte dell’appassionato Lothar Semprini, che ne ricorda a mente tutti i film. Dove si apre anche l’altra parentesi delle passioni di Mari, quella dei fumetti, visto appunto che Semprini deve il suo nome all’aiutante di Mandrake. Tutti riferimenti ed intrecci che mi fanno andare in sollucchero.

Michele, alla fine, riesce ad accompagnarci fin quasi al 2055, senza mai annoiarci, e scoprendo, nel corso degli anni e dei rapporti interpersonali, tutto il bello ed il brutto dell’essere dei vicini lontani, senza mai (per molti) diventare amici. Un viaggio a volte con qualche fermata di troppo, ma che, in conclusione, mi ha lasciato contento della sua lettura.

Veniamo allora ad alcune considerazioni. La prima sul meccanismo di gioco, che ricalca un investimento classico chiamato “tontina”, proposto in Francia nel 1653 dal banchiere Lorenzo de’ Tonti. Inciso: il Tonti ebbe due figli, Enrico che creò la prima base europea nel delta del Mississippi, e Alfonso che fondò la città di Detroit. Il meccanismo di base è semplice: si versa una quota, si godono gli utili, ed alla morte di un partecipante si ripartisce il capitale. Alla morte dell’ultimo, si agirà secondo i patti sottoscritti all’inizio.

La seconda è che, come tutte le riunioni di classe, vorrei riproporre, avendolo estratto dalle  pagine lette e da un elenco sbiasciato, l’appello della III A: Bathory, Brancigalievore, Brodo, Brusaglia, Cartarini, Coppo, Crollalanza, De Cruce, Fustigati, Gaudillo, Giovenzana, Letellier, Maldifassi, Mascolo, Mentasti, Mercandalli, Migliavacca, Mottola, Musadino, Piselli, Podesta, Rebaudengo. Riccadonna, Ricci, Ridolfi, Rivadeneyra, Ruffolo, Sancio, Semprini, Testaviva.

Un elenco che me ne riporta a mente uno diverso, quello di una classe B del liceo Righi di Roma, che non ricordo tutto, ma che per quello che vale, mi rimane con Amadio, Antonini, Boccali, Bonanni, Bruno, Buffa, …, Del Vecchio,… Gasbarrini, Gonnella, Leonori, Macioce, … , Morpurgo, …, Ponticelli, … Sanna, Sebastianelli, … Tranzocchi, … Zevi, Zafred. Per noi, niente cene di classe il 22 luglio però.

Ian McEwan “Sabato” Einaudi s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 27/02/2026 – T: 28/02/2026] - &&  

[tit. or.: Saturday; ling. or.: inglese; pagine: 292; anno 2005]

Eccomi di nuovo a leggere un libro di McEwan, sperando, come mi augura da sempre la mia amica Antonella, che mi si accenda la luce dell’empatia. Ed ecco invece che continua a respingermi. Bravo, scrive che è un piacere, a volte si dilunga in elementi apparentemente marginali, si documenta in modo manicale sulle cose che scrive, ma non mi piace. Trovo difficoltoso entrare nel suo ordine di idee, e trovo quasi sempre impossibile entrare in sintonia con i suoi personaggi.

Qui abbiamo un tentativo di entrare nella mente del protagonista e di una sua giornata, quasi facendo un riferimento alto al giorno di Leopold Bloom, il 16 giugno 1904 (penso che tutti ne sappiano, così che non mi dilungo). Qui siamo, invece, al 15 febbraio 2003, che ovviamente, dato il titolo, è un sabato. Ed in questo giorno eponimo seguiamo passo dopo passo la vita del quarantottenne Henry Perowne, neurochirurgo londinese, a partire dalle 3:40 del mattino fino alle 5 del mattino seguente, le 5 della domenica.

Nella notte fondo, Henry si sveglia forse a causa del rumore di un aereo, sembra con motore in fiamme, che si avvicina all’aeroporto, e crediamo atterri senza troppe conseguenze, visto che nessuno parlerà di disastri aerei o simili. Da questa sveglia, partono i pensieri di Henry e, con cautela, anche poi le sue azioni (e quelle delle persone coinvolte nella sua giornata).

Henry ha una moglie, Rosalind, avvocato in uno studio legale legato ad un giornale, un figlio maschio, Theo, musicista che vive ancora a casa, ed una femmina, Daisy, poetessa che vive a Parigi. Francia dove vive normalmente anche il suocero, John Grammaticus, lui già poeta di fama. Poi, nella sarabanda del giorno, entreranno Jay, il suo anestesista, nonché Baxter, di cui parleremo a tempo debito.

Allora, dopo alcune riflessioni generate dall’aereo in fiamme (ricordo che l’azione si svolge nel 2003, solo 16 mesi dopo l’11 settembre), Henry fa due chiacchiere con Theo, saluta Rosalind che va a lavorare. Poi prende l’auto per andare a giocare a squash con Jay. Ma il 15 febbraio a Londra c’è una grande manifestazione di piazza contro l’intervento americano in Iraq, ed Henry si trova imbottigliato. Cercando di svicolare per vie traverse, in una strettoia, rompe lo specchietto di un’altra automobile.

Qui c’è l’elemento scatenante: ne scendono dei tizi, che affrontano Henry. In particolare Baxter, che lo apostrofa duramente, alternando momenti euforici e comportamenti da super duro. Henry capisce che Baxter è afflitto da una malattia, la corea di Huntington, a lui ben nota come specialista in neurologia. Pur distraendo Baxter sostenendo di poterlo curare, prende un pugno, ma nella confusione riesce a fuggire, molto ma molto nervoso.

Quindi, gioca a squash con Jay, perdendo e litigando ad ogni punto (come detto, ci sono momenti che coinvolgono e momenti no, come le venti pagine dedicate alla partita di squash), poi Henry fa un salto in clinica dalla madre malata di Alzheimer, sento un pezzo delle prove di un concerto di Theo, fa la spesa, per poi mettersi a cucinare la zuppa di pesce per la famiglia, dove saranno presenti i parenti francesi, Daisy e John. Ma mentre si apprestano alla serata, irrompe in casa Baxter.

Lunghe battaglie verbali, con Baxter che prima fa spogliare Daisy, poi la costringe a recitare, nuda, una poesia. Qui si presenta il doppio lato di Baxter, che si commuove alla recita di un brano di Matthew Arnold (per la precisione, la poesia “Dover Beach”). Tanto che si distrae, viene sopraffatto fa Henry e Theo, e cade dalle scale. I poliziotti arrivati lo portano in ospedale, dove Jay chiama urgentemente Henry: c’è la possibilità di intervenire per alleviare le sofferenze della malattia degenerativa.

Ed ecco Henry che opera (altre dieci e passa pagine di sala operatoria), salva Baxter, torna a casa, spiega tutto a Rosalind, e dopo aver fatto l’amore, finalmente si riaddormenta, chiudendo il cicolo di 25 ore vissute pericolosamente.

La scrittura iperrealistica dilata a dismisura ogni piccolo gesto, per poi passare anche velocemente su altri, per poi soffermarsi su lunghe pagine di alta medicina (una palla) o farci balenare come il giovane Theo abbia avuto, a soli diciotto anni, gli insegnamenti chitarristici del grande Jack Bruce (ricordo per i non melomani, elemento eponimo dei Cream con Eric Clapton e Ginger Baker). Quasi che ogni accadimento voglia rimandare ad elementi esistenziali di immenso valore, attuale e morale.

Quello che mi rimane è la sproporzione di sensibilità tra il delinquente Baxter, malato, ma capace di commuoversi per una poesia, ed il finto colto Henry che a mala pena legge libri, neanche riconoscendo la poesia della figlia. Mi domando fondatamente se non possa aver avuto ragione John Banville, scrittore e critico, che sostiene McEwan essere solo molto arrogante, Non so se il termine sia corretto, ma, con poca enfasi, mi viene in mente qualcuno che è fondamentalmente certo che le sue idee vengano comprese anche se nascoste..

E come esempio citerei il modo di colpire trasversale del nostro scrittore. Che visto che stiamo nel mezzo della crisi Irachene, volendo colpire il modo anti-diritto internazionale che usano gli USA per intervenire nel mondo, ne fa un riferimento obliquo su come Baxter è entrato in casa di Henry tenendo tutti sotto scacco: “Sono stati sopraffatti e dominati da intrusi in quanto incapaci di comunicare e di agire insieme.” (citazione a pagina 238)

Prima o poi troverò un McEwan che mi farà piacere leggere.

“Che fortuna sfacciata: la donna che ama è anche sua moglie.” (45)

Julian Barnes “Partenze” Einaudi s.p. (regalo natalizio di Cristina)

[A: 02/02/2026 – I: 12/03/2026 – T: 14/03/2026] - &&& e ½    

[tit. or.: Departure(s); ling. or.: inglese; pagine: 172; anno 2026]

Sono da sempre un lettore fan di Julian Barnes, da quando mi colpì un innamoramento improvviso leggendo “Il senso di una fine”. Letto e da allora mai più lasciato. Certo, ci sono alti e bassi, ma sempre letture sopra la media, anche di molto. Ma non voglio parlare delle scritture passate, che ci si deve concentrare su questo testo, che dovrebbe essere l’ultimo.

Barnes ora ha ottant’anni, e ne ha impiegati circa tre per venire a capo di questo testo, dove, secondo le sue intenzioni e dichiarazioni, ci troviamo di fronte al testo ultimo della sua carriera di scrittore. Cioè, un testo in cui Julian ci dice: prima che non abbia più le mie normali capacità, con questo viaggio di parole vi accompagno verso la mia uscita.

Come spesso per Barnes, non è poi un libro etichettabile altro che come letteratura. Perché contiene narrazione, memoir, digressioni filosofiche, spunti da metafiction per ricordare al lettore che leggiamo opere di fantasia. Con la capacità dell’autore di entrare ed uscire dal testo, seguiamo momenti della vita di Barnes, intrecciati a momenti inventati della vita di Barnes ma funzionali al suo discorso, il tutto condito con momenti di riflessione, soprattutto legati alla memoria ed alle sue trappole.

Intanto, vediamo come queste partenze siano scandite da cinque tappe, il cui senso si ricostruisce rileggendo il libro (che merita anche di essere riletto). La prima parte (“Il grande I AM”) è quasi di stampo saggistico, dove, partendo dalle memoria involontaria (IAM à Involuntary Autobiographical Memory) fa un viaggio tra i ricordi, coniugando Proust e la sua condizione anti-proustiana.

La seconda e la quarta parte (“L’inizio della storia” e “La fine della storia”) sono incentrate su due persone a lui care, che fittiziamente chiama Stephen e Jean. Nella prima parte di queste due, legata ai ricordi ed al tempo che passa, ripercorre i tratti della loro amicizia, e di come avesse avuto un ruolo come paraninfo nelle loro esistenze. Seppur diversi, compassato lui, scatenata e sfrontata lei, costituirono a lungo una bella coppia. Che ad un certo punto deflagra nell’impossibilità di progredire: o ci sposiamo o ci lasciamo, si dicono.

Nella seconda parte di queste due, saltando verso il presente, Julian si domanda che fine abbiano fatto i due (anche per quanto detto nel capitolo terzo), li ritrova, li fa ricongiungere. E, quasi con noncuranza, si convincono e li convince a sposarsi. Non vi dico se ora, in vecchiaia, le cose siano andate in maniera diversa. E non vi dico altro degli amori, che meglio è leggerne aggirando i trabocchetti verbali di Julian.

Il terzo capitolo (“Gestibile”) ruota intorno ad una confessione di un male “gestibile” che riesce a dare un senso anche alla voglia di incontrare nuovamente i vecchi amici. Barnes si trova affetto da un cancro non aggressivo (per questo “gestibile”). Ma è sempre una malattia che ci pone domande fondamentali per l’esistenza. Come immaginare quale possano essere le proprie ultime memorabili parole, magari quelle con cui si verrà ricordati. Inciso, mi viene in mente “Più luce!” di Goethe, “Preparate il mio costume da cigno” della ballerina Anna Pvlova o l’immenso Oscar Wilde, riferito alla tappezzeria della stanza in cui si stava spegnendo: "O se ne va quella carta da parati o me ne vado io".

L’ultimo è il congedo (“Da nessuna parte”) che vorrebbe stabilire un filo tra lettore e scrittore, ma che, ovvio, produce solo in anticipo la sensazione della mancanza per noi di Julian Barnes, nel nostro futuro. Ma non voglio crogiolarmi in questo arrivederci (che ci troveremo a leggerci insieme lassù, prima o poi), quanto saltabeccare sulle bolle di memoria lanciate nel testo.

Un elemento rimbalza più volte nella mente. I ricordi, con tutto quello che portano dietro di erroneo (vedete l’ultima frase). Ma anche per quella rinegoziazione costante che ne facciamo dove, accumulando esperienze nel tempo che passa, spesso non li vediamo nella stessa luce. E spesso ne scordiamo passi, mentre altri, sodali a noi, ricordano punti che noi abbiamo nel tempo oscurato. Mi viene in mente una cena conviviale da poco praticata, in cui noi amici che da quasi quarant’anni ci conosciamo, ricostruendo momenti di vita comune, ne abbiamo colorato parti in modo diverso. Che cosa strana la memoria!

E passando tempo e memoria, ci si concentra su ciò che resta. Come nei momenti che Barnes dedica alla sua malattia, che lo riportano, quasi un elastico che percorre il testo, sempre all’invecchiamento. Magari interrogandosi qui su cosa saremo dopo la morte (e certo, qui, è d’uopo riprendere in mano le riflessioni di Enzo Bianchi, mirabili).

Ma Barnes, al fine, è pur sempre uno scrittore, ed alla scrittura si ritorna. Alla memoria di Proust, ancora. Alle considerazioni di Virginia Wolfe, tanto per divagare. Per poi tornare al proprio ombelico, ai propri e personali amori, alla morte delle persone care, alla vita che continua (ma come?). Insomma, l’unica cosa reale è lasciarsi trasportare dalle parole, per farle proprie, per pensare alle proprie partenze.

Finisco qui, lasciando che il mio amico Julian possa godersi serenamente tutti i suoi futuri anni personali. La sua partenza potrà lasciare una mancanza, ma rimarranno i libri (i suoi, quelli di tutte le persone che hanno scritto un rigo) ed i libri, sempre, contano più di chi li ha scritti,

“Esiste una teoria secondo la quale i matrimoni sono come cucine componibili … la prima volta che monti in casa una cucina c’è sempre qualcosa che non va. Il lavandino nel posto sbagliato, il freezer vicino al forno. Troppi ripiani, non abbastanza cassetti, eccetera. … La seconda volta però uno rettifica gli sbagli della prima, e ha finalmente la cucina che voleva.” (99)

“Gli anni non regalano maggiore maturità.” (110)

“[la mia compagna osserva] Hai il permesso di essere vecchio, ma non quello di comportarti come un vecchio.” (126)

“T.S. Eliot ha scritto che tutto ciò che sappiamo degli altri è il risultato dei ricordi che possediamo del tempo trascorso insieme; e che mentre siamo separati, gli altri cambiano.” (127)

Da una trama tutta Einaudi, alle citazioni tutte italiane.

Cominciamo con Alfredo Colitto ed “Il libro dell’angelo”:

“La verità, quando tra due persone c’è un amore profondo, è una forza, non un pericolo.” (306)

Proseguiamo poi con Sandrone Dazieri e “Il Karma del Gorilla”

“C’è sempre una scelta. Solo che non è detto che sia quella giusta.” (23)

“Se stai invecchiando, inutile nasconderlo.” (287)

Intermezzo sardo con Marcello Fois e “L’altro mondo”

“Tu credi che io sia stato un buon fratello? … Con te, dico, sono stato un buon fratello?” (82)

“Io capisco bene solo quello che vedo. Non è che mi consola il fatto che stiamo tutti male.” (93)

“Far vivere agli altri la propria vita è una possibilità che non si dovrebbe dare, anche se quegli ‘altri’ sono persone che si amano davvero.” (114)

Passiamo per Roma con Giovanni Ricciardi e “I gatti lo sapranno”

“Ripenso a quando mi accorgevo solo di me e non sapevo più guardare negli occhi le persone che amo.” (153)

Per finire con un tocco di comicità stralunata con Massimo Vitali e “L’amore non si dice”:

“Il dentista è un uomo che mangia con i denti degli altri.” (33)

“E allora io ti suggerisco di venire a casa mia o al limite vengo io nella tua. Altrimenti che ne dici del Portogallo?” (129)

Tra un mese più o meno si parte, ma prima bisogna passare tanti momenti mentali e fisici. Si sa che il corpo non mente, e che gli acciacchi accompagnano la nostra crescita. Anche se, rimodulava Battiato, “come è difficile invecchiare senza diventare adulti”. Avviamoci allora a grandi passi verso un nuovo maggio, ricco di tanti abbracci.

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