domenica 5 aprile 2026

Pasqua di gialli (ma non sempre belli) - 05 aprile 2026

Dopo avervi lasciato ben due settimane senza notizie, ecco che si ritorna con tanti auguri pasquali, ma senza uova con sorpresa, solo uova e corallina. Con un quartetto italiano cui mi aspettavo di più. Specialmente da de Giovanni (anche se senza Ricciardi c’è poco spazio per una bella scrittura) e da Tuti (che Teresa sembra anch’essa stanca di guerra). Normale mediocrità per il pur bravo Genovese ed un pensiero di speranza per il futuro da scrittore di Mencarelli.

Maurizio de Giovanni “L’orologiaio di Brest” Feltrinelli s.p. (Prestito della sig.ra Laura)

A: 25/01/2026 – I: 29/01/2026 – T: 30/01/2026] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 271; anno: 2025]

Devo dire che mi aspettavo qualcosa di meglio. La storia ha dei momenti ben fatti, ma a volte è prevedibile. Inoltre, il finale sembra far intravedere una sorta di continuazione, come fosse un episodio “Pilot” per una scrittura seriale potenziale. In questo sembra ricalcare altre uscite di de Giovanni. Fatte salve le serie storiche del commissario Ricciardi e dei Bastardi di Pizzofalcone (e non considerando, in quanto atipiche, le vicende di Mina Settembre), sembra ricalcare le prime uscite dei Guardiani e di Sara.

“I Guardiani” uscì nel 2017, ed io ne scrisse molto male. Riporto il passo saliente: “Ho trovato: la trama sconclusionata, i personaggi improbabili, i passaggi “esoterici” senza capo né coda, il finale non solo inutile, ma che lascia uno spiraglio ad una possibile seconda puntata. Terrificante prospettiva!”. Fortunatamente non ebbe un buon riscontro e tutto finì lì.

“Sara al tramonto” uscì l’anno dopo, e benché con qualche momento zoppicante, alla fine chiosai “non c’è quella bellezza delle prime avventure del commissario Ricciardi, né dei bastardi di Pizzofalcone. Ma qualcosa gira meglio nella penna di De Giovanni rispetto a precedenti prove.”

Venendo a questo (primo?) episodio, allora, abbiamo molta carne messa al fuoco dall’autore. Non solo, ma anche un tentativo di mescolare le carte, andando su e giù nell’arco temporale senza una chiara indicazione. Che verrà verso la metà del libro, momento in cui si comincerà ad avere un’idea più chiara di cosa avvenga nel testo.

Cominciamo quindi con le storie intrecciare. C’è una bella signorina che studia e, dalla periferia romana, va all’Università. Dove, in un seminario o analogo intervento, conosce e si invaghisce di un prete. Ma non uno qualsiasi, un alto prelato (come incarichi) benché si occupi di cose segrete. Qui, c’è il primo svarione degiovannesco, l’inserimento di una fantomatica “Entità” che sovraintende ai destini delle persone, ramificata in mille rivoli e conoscenze.

Il rapporto tra i due, che diventa anche carnale, non è ben visto (presta il fianco a debolezze nella corazza dell’Entità), così che il segretario emergente decide una soluzione drastica. Tramite uno scagnozzo si decide di far sparire la signorina. Tutto bene, se non che la madre non si rassegna, coinvolgendo un giovane magistrato nelle indagini. Magistrato capace di collegare puntini nascosti e quasi di collegarli. Bisogna intervenire…

Qui c’è il secondo filone narrativo, che lega un professore di storia medioevale in rotta con l’Università per motivi che sarebbero ridicoli in altre epoche storiche ad una giornalista che da anni cerca di venire a capo di un suo problema familiare. Andrea non ha mai conosciuto il padre, ed ha la madre in Alzheimer duro. Vera cerca di capire chi quarant’anni prima ha fatto saltare in aria la macchina di un giovane magistrato, uccidendo anche suo padre che ne era l’autista.

Ci sono due momenti descrittivamente belli ma inutilmente inseriti nella trama. Cioè hanno anche un senso, ma non ce ne rendiamo conto subito, e per lungo tempo rimane il sospetto che siano un po’ fuori contesto. Una lunga digressione su di un barbone che, senza farsi riconoscere, ripara qualsiasi meccanismo ad orologeria, in un caffè davanti al mare prospicente la città di Brest (ah, ecco il titolo!). Un carillon con una signorina che danzando si avvicina senza toccarlo ad un signore seduto davanti ad un caffè che si affaccia su di una spiaggia. Le due figurine non si toccano. Si legge l’insegna del bar, è il Caffè Pierrot.

Ora, il tocco di improbabilità è che Vera, vedendo il sopraindicato locale, capisce subito dove sia. Come se, nel mondo, o meglio (perché un po’ vien detto), davanti all’Oceano Atlantico esista solo un caffè con tale nome. Insomma, a parte l’improbabilità, capiamo subito altri meccanismi della storia.

La famiglia di Andrea era legata al terrore pseudo-brigatista degli anni ’80, il padre non essendo morto, ma fuggito in Francia (dottrina Mitterand docet) con un discreto bagaglio economico dovuto all’attentato commissionato dalla sopracitata Entità. Così Vera, anche con l’aiuto di Andrea, scopre alcuni retroscena, recandosi anche con lui in quel di Brest. Dove succede di tutto e di più, in un finale troppo veloce e convulso, e di sicuro con quegli agganci che fanno presagire un successivo sciagurato episodio.

Del testo ha già detto troppo, ma, anche se non con parole corrette, tutto era già prevedibile fin dal capitolo cinque. Non solo, tutto il pippone sulla chiesa e sull’Entità ha una sua inutilità storica che ne sconsiglia una puntata successiva. Critici ben agguerriti, parlano di tic tac degli orologi del tempo, del pentimento e della memoria. Tutti elementi che ci possono stare in un romanzo, ma che qui, il più delle volte, stonano e basta.

L’improbabile storia ha tuttavia un suo fascino, anche per sollevare quei piccoli tappeti della memoria che nascondono ancora tante storie non risolte. Ma de Giovanni sa scrive meglio, e ci aspettiamo altre e più degni prove. Non penso, infatti, che l’avvicinarsi a grandi passi dei settanta abbia bagnato le polveri delle su penne.

Daniele Mencarelli “Quattro presunti familiari” Sellerio s.p. (regalo di Alessandra)

A: 28/01/2026 – I: 04/02/2026 – T: 06/02/2026] && e ½ 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 290; anno: 2026]

Dietro le indicazioni dei librai di viale Eritrea, insieme alla mia personale fabbricatrice di possibilità, c’è stato suggerito questo romanzo. Non conoscevo l’autore e l’ho letto come al solito faccio io, senza riferimenti. Andiamo dritti al testo, che il contesto viene dopo. Dopo viene che il cinquantenne Daniele nasce e cresce poeta, con un discreto credito nel pubblico, e solo da pochi anni si dedica anche ai romanzi. Questo, secondo i lanci pubblicitari, dovrebbe essere un noir, dove Daniele esplora un nuovo modo di affrontare la realtà.

Ora, a valle della lettura, devo dire che di noir non c’è molto, anche se è un buon libro sulla psicologia umana, sui guasti del potere quando è usato male. Certo, c’è anche un filo noir che lega il tutto, ma per Daniele è più un pretesto per raccontare alcune vicende umane, che una vicenda di potenziale cronaca nera, costringe a condividere una settimana circa di vita.

Il via alla vicenda viene dato dal ritrovamento di uno scheletro femminile nei pressi della cittadina di Norma, in provincia di Latina. E sarà la sezione locale dei Carabinieri ad occuparsi del caso. Un nucleo dove risaltano tre ben distinte figure. C’è il personaggio che configura il Bene, il maresciallo Damasi. Certo, sembra avere avuto nel passato problemi, tanto che frequenta uno psicologo. Ma nel presente sembra sempre prendere la strada giusta, dare il consiglio sensato, non uscire mai dalle righe. Ed anche se fa forzatamente convivere delle persone per una settimana, lo fa a fin di bene. Si scatenano meccanismi sociali, ma forse anche questo è un bene.

Poi c’è il personaggio che incarna il Male, il Brigadiere Liberati. Inciso: dispiace che qui venga usato il cognome di tre miei cugini che sono distanti anni luce da una possibile prefigurazione con il brigadiere. Che è cattivo dentro, che usa la divisa come potere, sia nelle piccole angherie (tipo non pagare mai il caffè al bar), sia nell’uso “sessuale” della sua posizione. Quando incontra prostitute, usufruisce di prestazioni gratuite non certo gradite.

Il terzo personaggio, in fondo, è anche il più importante, l’appuntato Circosta, voce narrante del romanzo. È giovane, ma con esperienza. Ma è anche insicuro sino al midollo. Per quasi tutto il romanzo si fa travolgere dalle situazioni, in special modo da Liberati. È il suo modo di cercare di non sentirsi escluso, senza capire (e noi d’esperienza ne sappiamo bene) che è il modo peggiore di agire. Si viene travolti, come a lui succede in una notte di sesso “forzato” con due prostitute dell’Est, dove lui, per fortuna, si ubriaca subito, mentre Liberati fa il bello ed il cattivo tempo. Un tempo che gli si rivolge contro quando i sodali delle due, in un agguato, lo corcano di botte, mandandolo all’ospedale, probabilmente con l’apparato urinario non più funzionante.

Se questo è il potere, Circosta ci narra, e bene, dell’attesa. Che cercando nei vecchi casi si scopre la possibilità che lo scheletro appartenga ad una delle tre persone scomparse vent’anni prima. Così che vengono convocati i congiunti, quelli del titolo, i presunti familiari. In una settimana di vita forzata e quasi reclusa (qui c’è un po’ di forzatura anche dell’autore, che per aspettare i risultati del DNA i quattro potevano tornare a casa) gli interessati scatenano dinamiche da studiare. Così come fa il nostro Circosta, che, a valle delle stesse, sembra capire meglio la sua strada: è bene stare con Damasi, pur non essendo felice, piuttosto che incoscientemente con Liberati.

E veniamo ai quattro.

C’è la coppia dei coniugi Martelli che aspettano da vent’anni un riscontro della scomparsa della figlia Assunta. Certo che all’inizio sembrava la descrizione di una santarellina, poi di una di possibile manica larga. Ma quello che colpisce, alla fine, è la descrizione del signor Martelli della vita di Assunta in casa, dove la moglie non gliene passava una, trattandola, a venticinque anni, come “candidata zitella”. E soprattutto Daniele ci colpisce al cuore con la descrizione dei pranzi che preparava Assunta e che la madre assaggiava appena, li battezzava immangiabile e li buttava nella spazzatura. Non so se sia la morta, ma avrebbe fatto bene a scappare.

C’è la signora Parrino, cinquantenne, cui scomparve nello stesso periodo la sorella. La signora vuole in tutte le sue espressioni farci capire che non comprende il motivo per cui sia lì. E poi veniamo a sapere che lei al tempo aveva una relazione con un muratore della ditta paterna. Per una serie di casualità, scoperte possibili relazioni dalla famiglia, lei accusa la sorella per salvarsi, sia dal padre che dal muratore stesso, assai insistente. Dopo di che, la sorella scompare.

C’è il signor Marini, giovane under trenta, da subito etichettabile come nullità, alla ricerca della madre, sparita nel periodo. Madre con evidenti problemi: non si conosce il padre di Marini, la madre ha frequentazioni tossicodipendenze notorie, anche alle forze dell’ordine. Dipendenze cui instrada il figlio non ancora decenne. Fatto sta che sparisce, il giovane fa giri di case famiglia fino a sistemarsi al nord, in una che sembra solo la meno peggio. Ma Marini continua, seppur controllato, il suo percorso “fuori”, assumendo oppiacei per stordirsi e non pensare alla fuga della madre.

Alla fine il DNA risolverà il mistero, e Circosta sceglierà la sua strada. Non vi dico, ovviamente, il finale di tutto ciò. Anche perché, ripeto, quello che interessa l’autore e che ci fa vivere è quell’angoscia di chi perde qualcuno ma non sa se lo ha perso davvero, rimanendo in una perenne attesa.

Direi che non si può che chiudere meglio che con la chiusa dei ringraziamenti dell’autore, che dedica il suo libro: “Agli scomparsi nel nulla e alle loro famiglie, in supplizio perenne. A tutti coloro che rappresentano le istituzioni senza farsi stravolgere dall’esercizio del potere.”

Un buon romanzo, rivedibile. Una scrittura che terrò d’occhio per altre occasioni.

Antonino Genovese “Il Silenzio Dell'Acqua” Corriere Gazzetta II 5 euro 7,99

[A: 24/01/2026 – I: 26/02/2026 – T: 27/02/2026] &&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 233; anno: 2025]

La scorsa estate avevo letto un primo libro del siciliano Antonino Genovese, trovandone alcuni buoni spunti, pur se annacquati da una trama non sempre tesa e coesa. Lì si seguivano le imprese del commissario Mariangelo in forza alla polizia di Barcellona Pozzo di Gotto. So, dalla bio dell’autore, che anche altre avventure ha scritto su Mariangelo. Qui, pur rimanendo nella stessa località, spostiamo l’attenzione su una improbabile coppia di investigatrici.

Ma se una ha un suo ruolo istituzionale nella Polizia, essendo il commissario Isabella Alessi, la sua amica e sodale è “solo” una psicologa, Agata Maltese. Devo dire che risaltano abbastanza bene nel privato, venendo da storie complicate ed in libera uscita. E terminando (tanto non fa parte del centro del romanzo) con il trovare nuovi stimoli di rapporti, forse liberi, ma forieri di futuri interessanti. Le due donne, ognuna per il suo tipo di carattere, risultano ben delineate, facendo da contraltare all’altro polo della vicenda.

Che ovviamente, come mi pare emerga da tutte le opere dell’autore, è il territorio, è la sua Sicilia. Con Mariangelo ci si muoveva anche verso le isole Eolie, qui si rimane sulla terra ferma.  Laddove, rimanendo ben disegnato il centro della vicenda, ci si muove verso Messina toccando Milazzo e verso Palermo toccando Patti. Non mancando poi un finale trasbordo in terraferma per arrivare alla fine della vicenda nei dintorni di Cosenza. Dove, come ogni buon siciliano sa, non ci potrà essere un happy end per tutti (mai dire ad un siculo che esistono calabresi buoni).

Comunque siamo sempre sul bordo del mare, e l’acqua ci accompagna metaforicamente in tutti i passaggi del racconto. Silenziosa quando accoglie tombalmente morti spesso uccisi. Voce continua e rituale con la sua risacca ed i suoi pensieri nascosti, quando dall’acqua si rinasce per portarci a nuova vita. Morte e rinascita che si insinuano silenziosamente nella mente del lettore, permeando il testo del senso profondo che lo attraversa: la maternità ed il rapporto tra madre e figli e tra genitori e figli.

In quel di Barcellona e dintorni, infatti, muoiono in modo poco chiaro un ginecologo che pare cascare dal suo attico, poi un giovane da sempre legato alla criminalità, poi scompaiono una o due russe venute in Italia per fare le escort (anche se non volontariamente) e ritrovarsi poi in giri che non volevano frequentare.

Ben presto la nostra Isabella evince che il giovane è stato freddato come in una esecuzione, e che il ginecologo non ha deciso da solo di saltare il balcone. Poi, insieme ad Agata, si rivolge al mistero della scomparsa di Kira Smirnok, una delle russe emigrate dalla lontana Russia, anche per sfuggire alla violenta mafia russa.

Questa è la parte più debole del testo, perché abbastanza scontata. Kira, cerca di sfuggire al violento Maskim Sokolov riparando in Italia. Ma il cattivo, quando scopre di essere il padre della bimba che Kira ha in corpo, la insegue e comincia a seminare morti a destra e sinistra. Kira pensa di poter fuggire alla mattanza dando in affido la bimba ad una coppia italiana, pensando di poterla riprendere più avanti.

Quando però il russo uccide anche il ginecologo (nonché qualche russa amica di Kira), la nostra capisce che c’è poco margine. Si fa assumere come tata dalla coppia che le ha “preso” la bimba, ma nonostante una fuga ben programmata (forse la parte più pensata del testo), viene raggiunta sia dal russo che da Isabella e Agata.

Non vi dico cosa succede in quel di Cosenza, durante una sparatoria senza esclusione di colpi, perché è materia del testo. Quello che ci interessa è che, ognuna seguendo il proprio percorso, avranno sbocchi positivi Isabella, Agata ed anche Maria (che non vi dico chi sia).

Come detto è un noir classico, che si innesta sulla vicenda della mafia russa in Italia, sui viaggi per la maternità surrogata, sulla prostituzione, e chi più ne ha più ne mette. Ma, e mi ripeto, se le nostre eroine femminili hanno una bella descrizione e presenza, questa parte direi “noir” è un po’ troppo scontata e senza particolare novità. Con una sola domanda: perché il cattivo si chiama Maskim (e non è un errore di stampa, visto che lo si indica così in tutto il testo) invece del più consueto e noto Maksim? Misteri russi insondabili.

Ma non possiamo non continuare a dare un plauso ai Fratelli Frilli nella loro continua opera di divulgazione del piccolo noir italiano.

Ilaria Tuti “Figlia delle cenere” Repubblica Essenza Noir 7 euro 8,90 (in realtà scontato a 8,45 euro)

[A: 04/10/2022 – I: 16/03/2026 – T: 17/03/2026] &&     

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 376; anno: 2021]

Devo subito premettere che nonostante la simpatia che la scrittura di Ilaria Tuti esprimeva ed esprime, e nonostante la serializzazione televisiva con la magistrale interpretazione di Elena Sofia Ricci, la saga di Teresa Battaglia sembra andare lentamente verso un inaridimento completo delle tematiche affrontate e dei personaggi messi in campo.

Intanto, con questa storia si mette un po’ di ordine al filo delle avventure e della memoria. Anche se con un difficile intreccio tra necessità della storia (con tanto di thriller e suspense) e progredire della condizione fisica di Teresa, che non ci fa certo presagire un roseo futuro, pur sapendo che è nel frattempo uscito il quinto episodio.

Sapendo come noi si sa di Teresa, non ci meravigliamo allora che anche qui il tema dominante, o anche il basso continuo dell’intreccio, è molto legato alla memoria. Inoltre, sempre legandoci alla salute di Teresa, non ci meravigliamo certo che anche qui si vada su e giù lungo la scala temporale, forse anche per consentire a Teresa di avere momenti più sciolti.

Insomma, Ilaria tira fuori un caso seguito ventisette anni prima d Teresa, in cui c’era da dare la caccia ad un killer seriale, che con meticolosità spargeva indizi di una assoluta cripticità. Un caso che seguiva Teresa ancora ispettrice, sempre in lite con il PM, che torna spesso anche nel tempo presente. E Teresa era anche sposata con un marito che si sarebbe presto rivelato paranoico e manesco. Inoltre, la nostra è anche incinta.

Il killer che uccide persone anziane quasi a vendicarsi dei suoi mancati rapporti genitoriali, è anche affascinato dalle capacità deduttive di Teresa, tanto che spesso frequenta la scena del crimine solo per avvicinarsi alla nostra, e magari lasciare qualche indizio. Perché Giacomo (così si chiama il killer) vuole essere preso, vuole essere fermato, come sanno gli psicopatici con forti momenti di lucidità.

Teresa, unendo molti punti sospesi, riesce a fermare Giacomo, quasi convergendo verso la sua cattura con il killer stesso. Peccato che, dovendo lavorare, si allontani spesso da casa, suscitando le ire del marito. Che non esita a picchiarla. Che non esita a massacrarla di botte, facendole perdere il bambino, e rovinandole l’utero di modo che non potrà mai avere figli.

Ovvio che Teresa sopravvive (lo sappiamo da tutte queste storie che seguiamo), che fa arrestare il marito di cui perde le tracce, che si impegnerà e diventerà commissario, così come la conosciamo ora. Così che la narrazione torna nel presente, dove Giacomo (cui lei ha puntualmente fatto visita in tutti questi anni) fugge dal carcere. E commetterà un ultimo omicidio, lasciando indizi nascosti ma da svelare nel grande mosaico presente nella Basilica di Aquileia.

Teresa cerca di seguire il filo del ragionamento di Giacomo, anche se vediamo che si perde sempre più spesso nei suoi momenti “Alzheimer”. Ma in questa discesa negli inferi della malattia, non è sola, rimanendo sempre più in aiuto e sintonia con l’ispettore Marini. Dove riesce a ritagliarsi un ruolo anche la donna di Marini, in quanto storica dell’arte, e quindi con decriptazione di alcuni indizi storici. Ed altri aiuti vengono dall’ipovedente Blanca e dal suo cane Sweezy, che abbiamo incontrato nelle puntate precedenti.

Anche qui c’è un piccolo mistero, che Blanca non è Blanca, ma Alice, figlia di una madre che scompare, lei piccola, forse fuggita, forse annega. Anche qui uno dei primi casi seguiti da Teresa. Alice che si vuole avvicinare a Teresa sperando, inutilmente, di avere indizi sulla madre. Ma alla fine, unendo i momenti lucidi di Teresa, le intuizioni di Elena, la donna di Marini, le tracce di sangue fiutate dal cane di Blanca-Alice, e la tenacia di Marini, riusciamo a capire i messaggi nascosti nel mosaico, chi è stato ucciso e perché, dove è sepolto, fermando ancora una volta Giacomo.

Tuttavia, il romanzo non riesce a decollare. Teresa è malata, ma non ne sentiamo empatia nella malattia (empatia che riesce meglio in Elena Sofia Ricci televisiva). Ci si stanca presto di questo andare su e giù nel tempo, andamento scandito da piccoli mementi ad inizio capitolo. Non si riesce a capire sino in fondo Giacomo, i suoi ruoli, ed anche un sospetto che le dimenticanze di Teresa nascondano anche qualche altra cosa (e vi lascio scoprire cosa). Ma soprattutto, visto che si parla di Aquileia, Ilaria ha inserito lunghe trattazioni storiche sui cristiani e sulle loro persecuzioni, ai tempi della costruzione della basilica. Inserti che non convincono, e che neanche si capisce come si colleghino esattamente al resto del racconto.

La cosa migliore è l’evidenza dell’approfondimento del rapporto umano tra Massimo e Teresa, laddove quest’ultima appare sempre più devastata dalla malattia e dove Massimo sembra poter prenderne il posto. Domanda: potrebbe essere un cambio di protagonista nel futuro. Sembra quasi che Ilaria, in alcuni punti, provi questa nuova direttrice, per sentire come reagisce il pubblico.

Purtroppo, alla fine, la narrazione è troppo lenta, e la bravura di Ilaria e la simpatia di Teresa non riesce a risollevare il testo. Si tocca a fondo il tema della memoria, della sua importanza in ogni momento della vita (ricordo a volo i quadernini che Teresa usa per scrive le cose, e ricordarsele quando la memoria svanisce), ma il tema non riesce ad uscir da un limbo di voler far meglio e non riuscirci.

Con questa prima trama del secondo trimestre, ci dedichiamo alle prime letture di quest’anno. Dove spiccano due graditi regali: il “Silence” di Ines e la “Londra” del cugino Giovanni, ma senza nessun libro proprio da cestinare. Con un gradimento complessivo che si attesta su di una sufficienza media di assoluta eccellenza.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Shusaku Endo

Silence

Picador

s.p.

4

2

Ragnar Jónasson

L’isola

Repubblica Cuore Noir

9,90

2,5

3

Ivan Carozzi

Cronache dell’Italia nascosta

Blackie Edizioni

s.p.

3

4

Tsuhara Yasumi

Le storie del negozio di bambole

Corriere Giappone

8,90

3

5

Almudena Grandes

Il ragazzo che apriva la fila

Guanda

s.p.

2

6

Annamaria Fassio

Senza sapere come

Mondadori

7,90

3

7

Stefania Bertola

Biscotti e sospetti

Mondolibri

s.p.

2

8

Milan Kundera

Amori ridicoli

Adelphi

s.p.

2

9

Jeffery Deaver

Hard News

Mondolibri

s.p.

2

10

Louis-Ferdinand Céline

Londra

Adelphi

s.p.

3,5

11

Ragnar Jónasson

Il sogno di Unnur

Feltrinelli

11

2

12

Costanza Rizzacasa d’Orsogna

Non superare le dosi consigliate

Guanda

s.p.

2

13

Qiu Xiaolong

Il dossier Wuhan

Feltrinelli

11

2,5

14

Catena Fiorello

Picciridda

Giunti

s.p.

2,5

15

Antonio Paolacci & Paola Ronco

Tutto come ieri

Repubblica

8,90

3

16

Laura Restrepo

Delirio

Repubblica Latinoamericana

9,90

2

17

Maurizio de Giovanni

L’orologiaio di Brest

Feltrinelli

s.p.

2

 

Questa settimana, per compensare, andiamo con lunghe citazioni dal femminile.

Cominciamo con Milena Agus. In “Sottosopra” c’è un po’ di amarezza, ed una lucida analisi dell’amore senile.

“Il sesso senza amore non esiste. Basta che uno dei due sia innamorato e già l’amore esiste.” (132)

“Un po’ di realtà e un po’ di invenzione. Del resto, non è questa la vita?” (134)

“Mia moglie … ha amato un violinista, mentre io ero uno che suonava il violino.” (140)

“L’età migliore per innamorarsi è proprio la vecchiaia … perché non avranno il tempo di stufarsi l’uno dell’altro. Finiranno loro, prima [dell’amore].” (160)

Nel secondo, “Ali di babbo”, oltre a normali pensieri vaganti ci sono le due citazioni sul Giovanni del testo che faccio senz’altro mie.

“Domande così sceme fanno sparire tutta la magia. E senza la magia la vita è soltanto un grande spavento.” (21)

“Signore, tienimi quaggiù finché tu ritieni che serva a qualcosa” (41)

“Con quel ragazzo non poteva continuare, perché per lui un albero era soltanto un albero, mentre io stavo sempre lì a pensare a tutte le parole che si dovevano usare per dargli un senso.” (53)

“[Lui] le legge tutte le notti ad alta voce il capitolo di un romanzo e questo a lei piace tantissimo.” (57)

“Giovanni, con tutte le donne che ha avuto, ha deciso che sposerà proprio madame. Non se lo sa spiegare, è un mistero la ragione per cui qualcuno ci prende il cuore e a questo qualcuno ci affezioniamo, ci leghiamo.” (106)

“Essere felici non è facile … Dice che l’unico modo perché questa sua felicità non finisca è finire prima della felicità.” (114)

“Giovanni ha viaggiato in tutto il mondo, Cina, Giappone, Terra del Fuoco, Galapagos, Filippine, Islanda, Tibet, Siberia, Mongolia, Perù, Bolivia, ed altri posti ancora.” (114) [purtroppo Galapagos, Siberia e Mongolia ancora mancano]

Poi abbiamo “Una vita sottile” di Chiara Gamberale dove la prima citazione è una bandiera del mio lavoro quotidiano.

“Non tutti amano leggere e inoltre non sempre ciò che a noi è gradito lo è anche agli altri.” (45)

“Mi piace … perché … nei pochi casi in cui non ha risposte, si pone però le domande giuste … crede nel Bene, nello sbagliare la strada per trovare quella giusta, nel dare sempre del proprio meglio anche a chi non se lo merita.” (53)

“Era quel non senso il senso del mio viaggio.” (69)

“Guarda che tu piaci malgrado, non per il tuo cervello, mi disse una persona e io ci sto ancora pensando.” (70)

“È bello poter chiamare una persona per nome!” (73)

“Mi piace stare con … perché davanti a un quadro rimane zitto.” (97)

Finiamo, al fine, con Giuseppina Torregrossa e “Manna e miele, ferro e fuoco”, dove passiamo dallo studiare l’amore a studiare i figli. E ditemi se non siamo d’accordo.

“Spesso i figli smentiscono le affermazioni dei genitori, tradiscono le loro aspettative, deludono le loro speranze, e si rivelano per quello che sono: persone normali come tutte le altre.” (74)

“Era fatta così … più amava e più trattava male.” (158)

“Le inquietudini sono dentro di noi, e sono le circostanze a dare loro corpo.” (238)

“Spesso i figli sono il più grande mistero nella vita dei genitori.” (354)

Come detto, appena fatto un giro stranamente molto economico rispetto alle previsioni in una Turchia che ci ha regalato bei giorni di sole cappadocico e qualche pioggia smirnina. Ora, auguro a tutti, insieme ai miei affetti, una Pasqua filologicamente attenta. Cioè di resurrezione verso una pace stabile e giusta. Aspettando il nostro futuro insieme, concedendoci una grande abbraccio.

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