Dopo avervi lasciato ben due settimane senza notizie, ecco che si ritorna con tanti auguri pasquali, ma senza uova con sorpresa, solo uova e corallina. Con un quartetto italiano cui mi aspettavo di più. Specialmente da de Giovanni (anche se senza Ricciardi c’è poco spazio per una bella scrittura) e da Tuti (che Teresa sembra anch’essa stanca di guerra). Normale mediocrità per il pur bravo Genovese ed un pensiero di speranza per il futuro da scrittore di Mencarelli.
Maurizio de Giovanni “L’orologiaio di Brest” Feltrinelli s.p. (Prestito
della sig.ra Laura)
A: 25/01/2026 – I: 29/01/2026 – T:
30/01/2026] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 271; anno:
2025]
Devo dire che mi aspettavo qualcosa di
meglio. La storia ha dei momenti ben fatti, ma a volte è prevedibile. Inoltre,
il finale sembra far intravedere una sorta di continuazione, come fosse un
episodio “Pilot” per una scrittura seriale potenziale. In questo sembra
ricalcare altre uscite di de Giovanni. Fatte salve le serie storiche del
commissario Ricciardi e dei Bastardi di Pizzofalcone (e non considerando, in
quanto atipiche, le vicende di Mina Settembre), sembra ricalcare le prime
uscite dei Guardiani e di Sara.
“I Guardiani” uscì nel 2017, ed io ne scrisse
molto male. Riporto il passo saliente: “Ho trovato: la trama sconclusionata, i personaggi
improbabili, i passaggi “esoterici” senza capo né coda, il finale non solo
inutile, ma che lascia uno spiraglio ad una possibile seconda puntata.
Terrificante prospettiva!”. Fortunatamente non ebbe un buon riscontro e tutto
finì lì.
“Sara al tramonto” uscì l’anno dopo, e benché
con qualche momento zoppicante, alla fine chiosai “non
c’è quella bellezza delle prime avventure del commissario Ricciardi, né dei
bastardi di Pizzofalcone. Ma qualcosa gira meglio nella penna di De Giovanni
rispetto a precedenti prove.”
Venendo a questo (primo?) episodio, allora,
abbiamo molta carne messa al fuoco dall’autore. Non solo, ma anche un tentativo
di mescolare le carte, andando su e giù nell’arco temporale senza una chiara
indicazione. Che verrà verso la metà del libro, momento in cui si comincerà ad
avere un’idea più chiara di cosa avvenga nel testo.
Cominciamo quindi con le storie intrecciare.
C’è una bella signorina che studia e, dalla periferia romana, va
all’Università. Dove, in un seminario o analogo intervento, conosce e si
invaghisce di un prete. Ma non uno qualsiasi, un alto prelato (come incarichi)
benché si occupi di cose segrete. Qui, c’è il primo svarione degiovannesco,
l’inserimento di una fantomatica “Entità” che sovraintende ai destini delle
persone, ramificata in mille rivoli e conoscenze.
Il rapporto tra i due, che diventa anche
carnale, non è ben visto (presta il fianco a debolezze nella corazza
dell’Entità), così che il segretario emergente decide una soluzione drastica.
Tramite uno scagnozzo si decide di far sparire la signorina. Tutto bene, se non
che la madre non si rassegna, coinvolgendo un giovane magistrato nelle
indagini. Magistrato capace di collegare puntini nascosti e quasi di
collegarli. Bisogna intervenire…
Qui c’è il secondo filone narrativo, che lega
un professore di storia medioevale in rotta con l’Università per motivi che
sarebbero ridicoli in altre epoche storiche ad una giornalista che da anni
cerca di venire a capo di un suo problema familiare. Andrea non ha mai
conosciuto il padre, ed ha la madre in Alzheimer duro. Vera cerca di capire chi
quarant’anni prima ha fatto saltare in aria la macchina di un giovane
magistrato, uccidendo anche suo padre che ne era l’autista.
Ci sono due momenti descrittivamente belli ma
inutilmente inseriti nella trama. Cioè hanno anche un senso, ma non ce ne
rendiamo conto subito, e per lungo tempo rimane il sospetto che siano un po’
fuori contesto. Una lunga digressione su di un barbone che, senza farsi
riconoscere, ripara qualsiasi meccanismo ad orologeria, in un caffè davanti al
mare prospicente la città di Brest (ah, ecco il titolo!). Un carillon con una
signorina che danzando si avvicina senza toccarlo ad un signore seduto davanti
ad un caffè che si affaccia su di una spiaggia. Le due figurine non si toccano.
Si legge l’insegna del bar, è il Caffè Pierrot.
Ora, il tocco di improbabilità è che Vera,
vedendo il sopraindicato locale, capisce subito dove sia. Come se, nel mondo, o
meglio (perché un po’ vien detto), davanti all’Oceano Atlantico esista solo un
caffè con tale nome. Insomma, a parte l’improbabilità, capiamo subito altri
meccanismi della storia.
La famiglia di Andrea era legata al terrore
pseudo-brigatista degli anni ’80, il padre non essendo morto, ma fuggito in
Francia (dottrina Mitterand docet) con un discreto bagaglio economico dovuto
all’attentato commissionato dalla sopracitata Entità. Così Vera, anche con
l’aiuto di Andrea, scopre alcuni retroscena, recandosi anche con lui in quel di
Brest. Dove succede di tutto e di più, in un finale troppo veloce e convulso, e
di sicuro con quegli agganci che fanno presagire un successivo sciagurato episodio.
Del testo ha già detto troppo, ma, anche se
non con parole corrette, tutto era già prevedibile fin dal capitolo cinque. Non
solo, tutto il pippone sulla chiesa e sull’Entità ha una sua inutilità storica
che ne sconsiglia una puntata successiva. Critici ben agguerriti, parlano di
tic tac degli orologi del tempo, del pentimento e della memoria. Tutti elementi
che ci possono stare in un romanzo, ma che qui, il più delle volte, stonano e
basta.
L’improbabile storia ha tuttavia un suo
fascino, anche per sollevare quei piccoli tappeti della memoria che nascondono
ancora tante storie non risolte. Ma de Giovanni sa scrive meglio, e ci
aspettiamo altre e più degni prove. Non penso, infatti, che l’avvicinarsi a
grandi passi dei settanta abbia bagnato le polveri delle su penne.
Daniele Mencarelli “Quattro presunti
familiari” Sellerio s.p. (regalo di Alessandra)
A: 28/01/2026 – I: 04/02/2026 – T:
06/02/2026] &&
e ½
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 290; anno:
2026]
Dietro le indicazioni dei librai di viale
Eritrea, insieme alla mia personale fabbricatrice di possibilità, c’è stato
suggerito questo romanzo. Non conoscevo l’autore e l’ho letto come al solito
faccio io, senza riferimenti. Andiamo dritti al testo, che il contesto viene
dopo. Dopo viene che il cinquantenne Daniele nasce e cresce poeta, con un
discreto credito nel pubblico, e solo da pochi anni si dedica anche ai romanzi.
Questo, secondo i lanci pubblicitari, dovrebbe essere un noir, dove Daniele
esplora un nuovo modo di affrontare la realtà.
Ora, a valle della lettura, devo dire che di
noir non c’è molto, anche se è un buon libro sulla psicologia umana, sui guasti
del potere quando è usato male. Certo, c’è anche un filo noir che lega il
tutto, ma per Daniele è più un pretesto per raccontare alcune vicende umane,
che una vicenda di potenziale cronaca nera, costringe a condividere una
settimana circa di vita.
Il via alla vicenda viene dato dal
ritrovamento di uno scheletro femminile nei pressi della cittadina di Norma, in
provincia di Latina. E sarà la sezione locale dei Carabinieri ad occuparsi del
caso. Un nucleo dove risaltano tre ben distinte figure. C’è il personaggio che
configura il Bene, il maresciallo Damasi. Certo, sembra avere avuto nel passato
problemi, tanto che frequenta uno psicologo. Ma nel presente sembra sempre
prendere la strada giusta, dare il consiglio sensato, non uscire mai dalle
righe. Ed anche se fa forzatamente convivere delle persone per una settimana,
lo fa a fin di bene. Si scatenano meccanismi sociali, ma forse anche questo è
un bene.
Poi c’è il personaggio che incarna il Male,
il Brigadiere Liberati. Inciso: dispiace che qui venga usato il cognome di tre
miei cugini che sono distanti anni luce da una possibile prefigurazione con il
brigadiere. Che è cattivo dentro, che usa la divisa come potere, sia nelle
piccole angherie (tipo non pagare mai il caffè al bar), sia nell’uso “sessuale”
della sua posizione. Quando incontra prostitute, usufruisce di prestazioni
gratuite non certo gradite.
Il terzo personaggio, in fondo, è anche il
più importante, l’appuntato Circosta, voce narrante del romanzo. È giovane, ma
con esperienza. Ma è anche insicuro sino al midollo. Per quasi tutto il romanzo
si fa travolgere dalle situazioni, in special modo da Liberati. È il suo modo
di cercare di non sentirsi escluso, senza capire (e noi d’esperienza ne
sappiamo bene) che è il modo peggiore di agire. Si viene travolti, come a lui
succede in una notte di sesso “forzato” con due prostitute dell’Est, dove lui,
per fortuna, si ubriaca subito, mentre Liberati fa il bello ed il cattivo
tempo. Un tempo che gli si rivolge contro quando i sodali delle due, in un
agguato, lo corcano di botte, mandandolo all’ospedale, probabilmente con
l’apparato urinario non più funzionante.
Se questo è il potere, Circosta ci narra, e
bene, dell’attesa. Che cercando nei vecchi casi si scopre la possibilità che lo
scheletro appartenga ad una delle tre persone scomparse vent’anni prima. Così
che vengono convocati i congiunti, quelli del titolo, i presunti familiari. In
una settimana di vita forzata e quasi reclusa (qui c’è un po’ di forzatura
anche dell’autore, che per aspettare i risultati del DNA i quattro potevano
tornare a casa) gli interessati scatenano dinamiche da studiare. Così come fa
il nostro Circosta, che, a valle delle stesse, sembra capire meglio la sua
strada: è bene stare con Damasi, pur non essendo felice, piuttosto che
incoscientemente con Liberati.
E veniamo ai quattro.
C’è la coppia dei coniugi Martelli che
aspettano da vent’anni un riscontro della scomparsa della figlia Assunta. Certo
che all’inizio sembrava la descrizione di una santarellina, poi di una di
possibile manica larga. Ma quello che colpisce, alla fine, è la descrizione del
signor Martelli della vita di Assunta in casa, dove la moglie non gliene
passava una, trattandola, a venticinque anni, come “candidata zitella”. E
soprattutto Daniele ci colpisce al cuore con la descrizione dei pranzi che
preparava Assunta e che la madre assaggiava appena, li battezzava immangiabile
e li buttava nella spazzatura. Non so se sia la morta, ma avrebbe fatto bene a
scappare.
C’è la signora Parrino, cinquantenne, cui
scomparve nello stesso periodo la sorella. La signora vuole in tutte le sue
espressioni farci capire che non comprende il motivo per cui sia lì. E poi
veniamo a sapere che lei al tempo aveva una relazione con un muratore della
ditta paterna. Per una serie di casualità, scoperte possibili relazioni dalla
famiglia, lei accusa la sorella per salvarsi, sia dal padre che dal muratore
stesso, assai insistente. Dopo di che, la sorella scompare.
C’è il signor Marini, giovane under trenta,
da subito etichettabile come nullità, alla ricerca della madre, sparita nel
periodo. Madre con evidenti problemi: non si conosce il padre di Marini, la
madre ha frequentazioni tossicodipendenze notorie, anche alle forze
dell’ordine. Dipendenze cui instrada il figlio non ancora decenne. Fatto sta
che sparisce, il giovane fa giri di case famiglia fino a sistemarsi al nord, in
una che sembra solo la meno peggio. Ma Marini continua, seppur controllato, il
suo percorso “fuori”, assumendo oppiacei per stordirsi e non pensare alla fuga
della madre.
Alla fine il DNA risolverà il mistero, e
Circosta sceglierà la sua strada. Non vi dico, ovviamente, il finale di tutto
ciò. Anche perché, ripeto, quello che interessa l’autore e che ci fa vivere è
quell’angoscia di chi perde qualcuno ma non sa se lo ha perso davvero,
rimanendo in una perenne attesa.
Direi che non si può che chiudere meglio che
con la chiusa dei ringraziamenti dell’autore, che dedica il suo libro: “Agli
scomparsi nel nulla e alle loro famiglie, in supplizio perenne. A tutti coloro
che rappresentano le istituzioni senza farsi stravolgere dall’esercizio del
potere.”
Un buon romanzo, rivedibile. Una scrittura
che terrò d’occhio per altre occasioni.
Antonino Genovese “Il Silenzio Dell'Acqua”
Corriere Gazzetta II 5 euro 7,99
[A: 24/01/2026 – I: 26/02/2026 – T:
27/02/2026] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 233; anno:
2025]
La scorsa estate avevo letto un primo libro
del siciliano Antonino Genovese, trovandone alcuni buoni spunti, pur se
annacquati da una trama non sempre tesa e coesa. Lì si seguivano le imprese del
commissario Mariangelo in forza alla polizia di Barcellona Pozzo di Gotto. So,
dalla bio dell’autore, che anche altre avventure ha scritto su Mariangelo. Qui,
pur rimanendo nella stessa località, spostiamo l’attenzione su una improbabile
coppia di investigatrici.
Ma se una ha un suo ruolo istituzionale nella
Polizia, essendo il commissario Isabella Alessi, la sua amica e sodale è “solo”
una psicologa, Agata Maltese. Devo dire che risaltano abbastanza bene nel
privato, venendo da storie complicate ed in libera uscita. E terminando (tanto
non fa parte del centro del romanzo) con il trovare nuovi stimoli di rapporti,
forse liberi, ma forieri di futuri interessanti. Le due donne, ognuna per il
suo tipo di carattere, risultano ben delineate, facendo da contraltare all’altro
polo della vicenda.
Che ovviamente, come mi pare emerga da tutte
le opere dell’autore, è il territorio, è la sua Sicilia. Con Mariangelo ci si
muoveva anche verso le isole Eolie, qui si rimane sulla terra ferma. Laddove, rimanendo ben disegnato il centro
della vicenda, ci si muove verso Messina toccando Milazzo e verso Palermo
toccando Patti. Non mancando poi un finale trasbordo in terraferma per arrivare
alla fine della vicenda nei dintorni di Cosenza. Dove, come ogni buon siciliano
sa, non ci potrà essere un happy end per tutti (mai dire ad un siculo che
esistono calabresi buoni).
Comunque siamo sempre sul bordo del mare, e
l’acqua ci accompagna metaforicamente in tutti i passaggi del racconto.
Silenziosa quando accoglie tombalmente morti spesso uccisi. Voce continua e
rituale con la sua risacca ed i suoi pensieri nascosti, quando dall’acqua si
rinasce per portarci a nuova vita. Morte e rinascita che si insinuano
silenziosamente nella mente del lettore, permeando il testo del senso profondo
che lo attraversa: la maternità ed il rapporto tra madre e figli e tra genitori
e figli.
In quel di Barcellona e dintorni, infatti,
muoiono in modo poco chiaro un ginecologo che pare cascare dal suo attico, poi
un giovane da sempre legato alla criminalità, poi scompaiono una o due russe
venute in Italia per fare le escort (anche se non volontariamente) e ritrovarsi
poi in giri che non volevano frequentare.
Ben presto la nostra Isabella evince che il
giovane è stato freddato come in una esecuzione, e che il ginecologo non ha
deciso da solo di saltare il balcone. Poi, insieme ad Agata, si rivolge al
mistero della scomparsa di Kira Smirnok, una delle russe emigrate dalla lontana
Russia, anche per sfuggire alla violenta mafia russa.
Questa è la parte più debole del testo,
perché abbastanza scontata. Kira, cerca di sfuggire al violento Maskim Sokolov
riparando in Italia. Ma il cattivo, quando scopre di essere il padre della
bimba che Kira ha in corpo, la insegue e comincia a seminare morti a destra e
sinistra. Kira pensa di poter fuggire alla mattanza dando in affido la bimba ad
una coppia italiana, pensando di poterla riprendere più avanti.
Quando però il russo uccide anche il
ginecologo (nonché qualche russa amica di Kira), la nostra capisce che c’è poco
margine. Si fa assumere come tata dalla coppia che le ha “preso” la bimba, ma
nonostante una fuga ben programmata (forse la parte più pensata del testo),
viene raggiunta sia dal russo che da Isabella e Agata.
Non vi dico cosa succede in quel di Cosenza,
durante una sparatoria senza esclusione di colpi, perché è materia del testo.
Quello che ci interessa è che, ognuna seguendo il proprio percorso, avranno
sbocchi positivi Isabella, Agata ed anche Maria (che non vi dico chi sia).
Come detto è un noir classico, che si innesta
sulla vicenda della mafia russa in Italia, sui viaggi per la maternità
surrogata, sulla prostituzione, e chi più ne ha più ne mette. Ma, e mi ripeto,
se le nostre eroine femminili hanno una bella descrizione e presenza, questa
parte direi “noir” è un po’ troppo scontata e senza particolare novità. Con una
sola domanda: perché il cattivo si chiama Maskim (e non è un errore di stampa,
visto che lo si indica così in tutto il testo) invece del più consueto e noto
Maksim? Misteri russi insondabili.
Ma non possiamo non continuare a dare un
plauso ai Fratelli Frilli nella loro continua opera di divulgazione del piccolo
noir italiano.
Ilaria Tuti “Figlia delle cenere”
Repubblica Essenza Noir 7 euro 8,90 (in realtà scontato a 8,45 euro)
[A: 04/10/2022 – I: 16/03/2026 – T:
17/03/2026] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 376; anno:
2021]
Devo subito premettere che nonostante la
simpatia che la scrittura di Ilaria Tuti esprimeva ed esprime, e nonostante la
serializzazione televisiva con la magistrale interpretazione di Elena Sofia
Ricci, la saga di Teresa Battaglia sembra andare lentamente verso un
inaridimento completo delle tematiche affrontate e dei personaggi messi in
campo.
Intanto, con questa storia si mette un po’ di
ordine al filo delle avventure e della memoria. Anche se con un difficile
intreccio tra necessità della storia (con tanto di thriller e suspense) e
progredire della condizione fisica di Teresa, che non ci fa certo presagire un
roseo futuro, pur sapendo che è nel frattempo uscito il quinto episodio.
Sapendo come noi si sa di Teresa, non ci
meravigliamo allora che anche qui il tema dominante, o anche il basso continuo
dell’intreccio, è molto legato alla memoria. Inoltre, sempre legandoci alla
salute di Teresa, non ci meravigliamo certo che anche qui si vada su e giù
lungo la scala temporale, forse anche per consentire a Teresa di avere momenti
più sciolti.
Insomma, Ilaria tira fuori un caso seguito
ventisette anni prima d Teresa, in cui c’era da dare la caccia ad un killer
seriale, che con meticolosità spargeva indizi di una assoluta cripticità. Un
caso che seguiva Teresa ancora ispettrice, sempre in lite con il PM, che torna
spesso anche nel tempo presente. E Teresa era anche sposata con un marito che
si sarebbe presto rivelato paranoico e manesco. Inoltre, la nostra è anche
incinta.
Il killer che uccide persone anziane quasi a
vendicarsi dei suoi mancati rapporti genitoriali, è anche affascinato dalle
capacità deduttive di Teresa, tanto che spesso frequenta la scena del crimine
solo per avvicinarsi alla nostra, e magari lasciare qualche indizio. Perché
Giacomo (così si chiama il killer) vuole essere preso, vuole essere fermato,
come sanno gli psicopatici con forti momenti di lucidità.
Teresa, unendo molti punti sospesi, riesce a
fermare Giacomo, quasi convergendo verso la sua cattura con il killer stesso.
Peccato che, dovendo lavorare, si allontani spesso da casa, suscitando le ire
del marito. Che non esita a picchiarla. Che non esita a massacrarla di botte,
facendole perdere il bambino, e rovinandole l’utero di modo che non potrà mai
avere figli.
Ovvio che Teresa sopravvive (lo sappiamo da
tutte queste storie che seguiamo), che fa arrestare il marito di cui perde le
tracce, che si impegnerà e diventerà commissario, così come la conosciamo ora.
Così che la narrazione torna nel presente, dove Giacomo (cui lei ha
puntualmente fatto visita in tutti questi anni) fugge dal carcere. E commetterà
un ultimo omicidio, lasciando indizi nascosti ma da svelare nel grande mosaico
presente nella Basilica di Aquileia.
Teresa cerca di seguire il filo del
ragionamento di Giacomo, anche se vediamo che si perde sempre più spesso nei
suoi momenti “Alzheimer”. Ma in questa discesa negli inferi della malattia, non
è sola, rimanendo sempre più in aiuto e sintonia con l’ispettore Marini. Dove
riesce a ritagliarsi un ruolo anche la donna di Marini, in quanto storica
dell’arte, e quindi con decriptazione di alcuni indizi storici. Ed altri aiuti
vengono dall’ipovedente Blanca e dal suo cane Sweezy, che abbiamo incontrato
nelle puntate precedenti.
Anche qui c’è un piccolo mistero, che Blanca
non è Blanca, ma Alice, figlia di una madre che scompare, lei piccola, forse
fuggita, forse annega. Anche qui uno dei primi casi seguiti da Teresa. Alice
che si vuole avvicinare a Teresa sperando, inutilmente, di avere indizi sulla
madre. Ma alla fine, unendo i momenti lucidi di Teresa, le intuizioni di Elena,
la donna di Marini, le tracce di sangue fiutate dal cane di Blanca-Alice, e la
tenacia di Marini, riusciamo a capire i messaggi nascosti nel mosaico, chi è
stato ucciso e perché, dove è sepolto, fermando ancora una volta Giacomo.
Tuttavia, il romanzo non riesce a decollare.
Teresa è malata, ma non ne sentiamo empatia nella malattia (empatia che riesce
meglio in Elena Sofia Ricci televisiva). Ci si stanca presto di questo andare
su e giù nel tempo, andamento scandito da piccoli mementi ad inizio capitolo.
Non si riesce a capire sino in fondo Giacomo, i suoi ruoli, ed anche un
sospetto che le dimenticanze di Teresa nascondano anche qualche altra cosa (e
vi lascio scoprire cosa). Ma soprattutto, visto che si parla di Aquileia, Ilaria
ha inserito lunghe trattazioni storiche sui cristiani e sulle loro
persecuzioni, ai tempi della costruzione della basilica. Inserti che non
convincono, e che neanche si capisce come si colleghino esattamente al resto
del racconto.
La cosa migliore è l’evidenza
dell’approfondimento del rapporto umano tra Massimo e Teresa, laddove
quest’ultima appare sempre più devastata dalla malattia e dove Massimo sembra
poter prenderne il posto. Domanda: potrebbe essere un cambio di protagonista
nel futuro. Sembra quasi che Ilaria, in alcuni punti, provi questa nuova
direttrice, per sentire come reagisce il pubblico.
Purtroppo, alla fine, la narrazione è troppo
lenta, e la bravura di Ilaria e la simpatia di Teresa non riesce a risollevare
il testo. Si tocca a fondo il tema della memoria, della sua importanza in ogni
momento della vita (ricordo a volo i quadernini che Teresa usa per scrive le
cose, e ricordarsele quando la memoria svanisce), ma il tema non riesce ad
uscir da un limbo di voler far meglio e non riuscirci.
Con questa prima trama del secondo trimestre,
ci dedichiamo alle prime letture di quest’anno. Dove spiccano due graditi
regali: il “Silence” di Ines e la “Londra” del cugino Giovanni, ma senza nessun
libro proprio da cestinare. Con un gradimento complessivo che si attesta su di
una sufficienza media di assoluta eccellenza.
|
# |
Autore |
Titolo |
Editore |
Euro |
J |
|
1 |
Shusaku
Endo |
Silence |
Picador |
s.p. |
4 |
|
2 |
Ragnar
Jónasson |
L’isola |
Repubblica Cuore Noir |
9,90 |
2,5 |
|
3 |
Ivan
Carozzi |
Cronache
dell’Italia nascosta |
Blackie
Edizioni |
s.p. |
3 |
|
4 |
Tsuhara Yasumi |
Le storie del negozio di bambole |
Corriere
Giappone |
8,90 |
3 |
|
5 |
Almudena Grandes |
Il ragazzo che apriva la fila |
Guanda |
s.p.
|
2 |
|
6 |
Annamaria
Fassio |
Senza
sapere come |
Mondadori |
7,90 |
3 |
|
7 |
Stefania Bertola |
Biscotti e sospetti |
Mondolibri |
s.p.
|
2 |
|
8 |
Milan Kundera |
Amori ridicoli |
Adelphi |
s.p.
|
2 |
|
9 |
Jeffery Deaver |
Hard News |
Mondolibri |
s.p.
|
2 |
|
10 |
Louis-Ferdinand
Céline |
Londra |
Adelphi |
s.p. |
3,5 |
|
11 |
Ragnar
Jónasson |
Il
sogno di Unnur |
Feltrinelli |
11 |
2 |
|
12 |
Costanza Rizzacasa d’Orsogna |
Non superare le dosi consigliate |
Guanda |
s.p. |
2 |
|
13 |
Qiu
Xiaolong |
Il
dossier Wuhan |
Feltrinelli |
11 |
2,5 |
|
14 |
Catena Fiorello |
Picciridda |
Giunti |
s.p. |
2,5 |
|
15 |
Antonio
Paolacci & Paola Ronco |
Tutto
come ieri |
Repubblica |
8,90 |
3 |
|
16 |
Laura
Restrepo |
Delirio |
Repubblica
Latinoamericana |
9,90 |
2 |
|
17 |
Maurizio
de
Giovanni |
L’orologiaio
di Brest |
Feltrinelli |
s.p. |
2 |
Questa settimana, per compensare, andiamo con
lunghe citazioni dal femminile.
Cominciamo con Milena Agus. In “Sottosopra” c’è un po’ di amarezza, ed una lucida analisi dell’amore senile.
“Il
sesso senza amore non esiste. Basta che uno dei due sia innamorato e già
l’amore esiste.” (132)
“Un
po’ di realtà e un po’ di invenzione. Del resto, non è questa la vita?” (134)
“Mia
moglie … ha amato un violinista, mentre io ero uno che suonava il violino.”
(140)
“L’età
migliore per innamorarsi è proprio la vecchiaia … perché non avranno il tempo
di stufarsi l’uno dell’altro. Finiranno loro, prima [dell’amore].” (160)
Nel secondo, “Ali di babbo”, oltre a
normali pensieri vaganti ci sono le due citazioni sul Giovanni del testo che
faccio senz’altro mie.
“Domande
così sceme fanno sparire tutta la magia. E senza la magia la vita è soltanto un
grande spavento.” (21)
“Signore,
tienimi quaggiù finché tu ritieni che serva a qualcosa” (41)
“Con
quel ragazzo non poteva continuare, perché per lui un albero era soltanto un
albero, mentre io stavo sempre lì a pensare a tutte le parole che si dovevano
usare per dargli un senso.” (53)
“[Lui]
le legge tutte le notti ad alta voce il capitolo di un romanzo e questo a lei
piace tantissimo.” (57)
“Giovanni,
con tutte le donne che ha avuto, ha deciso che sposerà proprio madame. Non se
lo sa spiegare, è un mistero la ragione per cui qualcuno ci prende il cuore e a
questo qualcuno ci affezioniamo, ci leghiamo.” (106)
“Essere
felici non è facile … Dice che l’unico modo perché questa sua felicità non
finisca è finire prima della felicità.” (114)
“Giovanni
ha viaggiato in tutto il mondo, Cina, Giappone, Terra del Fuoco, Galapagos,
Filippine, Islanda, Tibet, Siberia, Mongolia, Perù, Bolivia, ed altri posti
ancora.” (114) [purtroppo Galapagos, Siberia e Mongolia ancora mancano]
Poi
abbiamo “Una vita sottile” di
Chiara Gamberale dove la prima
citazione è una bandiera del mio lavoro quotidiano.
“Non
tutti amano leggere e inoltre non sempre ciò che a noi è gradito lo è anche
agli altri.” (45)
“Mi
piace … perché … nei pochi casi in cui non ha risposte, si pone però le domande
giuste … crede nel Bene, nello sbagliare la strada per trovare quella giusta,
nel dare sempre del proprio meglio anche a chi non se lo merita.” (53)
“Era
quel non senso il senso del mio viaggio.” (69)
“Guarda
che tu piaci malgrado, non per il tuo cervello, mi disse una persona e io ci
sto ancora pensando.” (70)
“È
bello poter chiamare una persona per nome!” (73)
“Mi
piace stare con … perché davanti a un quadro rimane zitto.” (97)
Finiamo, al fine, con Giuseppina Torregrossa e
“Manna e miele, ferro e fuoco”, dove
passiamo dallo studiare l’amore a studiare i figli. E ditemi se non siamo
d’accordo.
“Spesso i figli smentiscono le affermazioni
dei genitori, tradiscono le loro aspettative, deludono le loro speranze, e si
rivelano per quello che sono: persone normali come tutte le altre.” (74)
“Era fatta così … più amava e più trattava
male.” (158)
“Le inquietudini sono dentro di noi, e sono
le circostanze a dare loro corpo.” (238)
“Spesso i figli sono il più grande mistero
nella vita dei genitori.” (354)
Come detto, appena fatto un giro stranamente molto economico rispetto alle previsioni in una Turchia che ci ha regalato bei giorni di sole cappadocico e qualche pioggia smirnina. Ora, auguro a tutti, insieme ai miei affetti, una Pasqua filologicamente attenta. Cioè di resurrezione verso una pace stabile e giusta. Aspettando il nostro futuro insieme, concedendoci una grande abbraccio.
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