domenica 10 maggio 2026

Anche la donna è noir - 10 maggio 2026

Avendo accumulato un certo numero di trame noir, vado allo smaltimento, con una settimana dedicata quasi tutta alle donne. Di spurio c’è solo un buon giallo d’annata, uscito dalla penna di Augusto De Angelis, il padre del poliziesco italiano (di cui vi ho tanto parlato, e se volete, ne riparlo ancora). Nell’altro versante abbiamo un giallo Mondadori, uscito dalla penna di Claudia Myriam Cocuzza, navigante nel filone dei cosiddetti “Great Detectives” e dedicato ad un’eminente figura femminile del catanese, Lady Florence Trevalyan. E poi due seriali. Uno di recente costruzione, da parte di Serena Venditto dedicato a Napoli ed agli amici di via Atri 36 (per non parlar del gatto). L’altro, una ripresa delle storie bolognesi di Giorgia Contini, uscite dalla penna di Grazia Verasani.

Tutte scritture di almeno buon livello, e qualche cosa in più.

Claudia Myriam Cocuzza “La forestiera” Mondadori euro 7,90

[A: 06/03/2026 – I: 02/04/2026 – T: 03/04/2026] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 218; anno: 2026]

Non conosco l’autrice di questo intrigante testo, anche se leggo che scrive e pubblica, oltre ad essere laureata e farmacista (che magari qualche amico galenico potrebbe prendere spunto). Intanto, la nostra siciliana (e si capiva per come trattava la sua terra nel romanzo) si inserisce in un filone aulico, laddove l’autore di turno prende un personaggio famoso e lo inserisce in un poliziesco come interprete principale.

Inciso: probabilmente questo filone iniziò con una serie di racconti pubblicati agli inizi degli anni Sessanta da Theodore Mathieson, e che vedevano all’opera “Great Detectives”. Dove si alternavano nelle indagini: Alessandro Magno, Omar Khayyam, Leonardo da Vinci, Hernando Cortez, Miguel Cervantes, Danile Defoe, il capitano Cook, Daniel Boone, gli esploratori Stanley & Livingstone, e l’infermiera Florence Nightingale. Un filone che partito da lì si è allargato a dismisura inglobando grandi investigatori dall’Aristotele di Margaret Dodds alla Regina Elisabetta II di S.J. Bennett.

Per venire alla nostra eroina, qui si traccia un piccolo percorso “fuori dagli schemi” di Lady Florence Trevalyan, cugina della Regina Vittoria, che, a seguito di qualche scandalo o anche solo pettegolezzi (si disse fosse l’amante del principe Edoardo), fu mandata in dorato esilio lontano da Londra. Lei, dopo due anni di vagabondaggi, decise di stabilirsi a Taormina.

Ed è qui, all’Hotel Timeo (dove realmente visse alcuni anni) che la incontriamo e che la nostra scrittrice ci dipinge con giusta dovizia di particolari. Donna curiosa, non convenzionale, volta alla conoscenza della lingua e del luogo in cui stava vivendo (e dove poi visse sino alla morte), non si peritava di frequentare donne di bassa estrazione, avendone in cambio notizie e insegnamenti sul dialetto e sulle usanze locali.

In questo, lei si accompagna alla cameriera Concettina, dalla bella voce e dalla buona cultura locale. Non disdicendo di frequentare anche il suo zito, Giuseppe “Peppe” Florio, su cui torneremo in finale. Florence si occupa anche di fiori, vuol costruire un giardino all’inglese sotto l’albergo. Ha cinque cani, ma non si perita di soccorrere randagi in difficoltà. E quando un suo cane si ammala non si tira indietro e ne chiede aiuto per cure all’unico medico presente in loco con qualche conoscenza non episodica. Si tratta del dottor Salvatore Cacciola, che curerà i suoi cani, con i farmaci galenici preparati da Carlo, il fratello, e dal di lui aiutante Peppe.

Tutto andrà precipitando con l’arrivo di un agente teatrale, sir Arthur Milton con l’odiosa moglie Lady Jane (purtroppo ben lontana dai Rolling Stones). Che Milton muore avvelenato, non prima di aver litigato con la moglie cui non vuole affidare la parte di Ofelia in un possibile Amleto da recitare a Taormina. Jane, per suoi motivi di ripicca personale, cerca di coinvolgere Florence nella morte, accusando Concettina di essere la long manu di milady che vuole la morte di tutte le persone altolocate per vendicare di essere stata esiliata.

Florence con l’aiuto dei fratelli Cacciola smonta facilmente il piano contro Concettina, scoprendo nel contempo che Milton era dedito a piaceri con giovanotti possibilmente giovani ed anche molto giovani. Partecipando ad orge organizzate da un fotografo olandese anche lui sul suolo siculo.

Vedremo presto che era tutta una questione di gelosie derivanti dalle attività “segrete” di Milton e dalla sua spregiudicatezza. Abbastanza senza indizi decisi, arriveremo al disvelamento finale, che però, come tutta la parte “noir” è la parte più debole del testo. Che invece si rinvigorisce quando si parla di Taormina, di fiori, di rapporti tra le persone, ed anche di cibo.

Fortunatamente, la stessa Cocuzza si scusa in coda di aver fatto una piccola forzatura temporale. Florence, infatti, nasce nel ’52 e si trasferisce a Taormina a venticinque anni nel ’77. L’azione del romanzo, invece, si svolge nel luglio del 1884, e Claudia dice che Florence ha venticinque anni. Sette anni di spostamenti. Altrettanto forzato è il rapporto tra Salvatore e Carlo Cacciola, entrambi esistiti, ma forse non fratelli.

Infine, è anche vero che nel 1890 Florence sposa Salvatore, costruendo giardini all’inglese come aveva sempre sognato presso l’Hotel Timeo, presso la casa di Salvatore e nell’Isola Bella, un isolotto da lei acquistato prospicente Taormina. Florence morirà in Sicilia a cinquantacinque anni nel 1907.

Altro dato para storico è l’accenno ai testi di Shakespeare dove si inventa l’esistenza di tal Guglielma Scrollalanza, madre di Michelangelo Florio e nonna di John Florio. Se traducete il nome della signora in inglese diventa Wilhelmina Shakespeare, e se seguite leggende storiche, si ipotizza che John Florio sia il vero Shakespeare.

Insomma, un pastiche decente, una scrittura abbastanza pulita, una storia poco gialla, ma stimolante per il resto.

Augusto De Angelis “Il Do tragico” Mondadori euro 7,90

[A: 06/03/2026 – I: 03/04/2026 – T: 05/04/2026] &&&--   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 233; anno: 1937]

Non credo debba ancora una volta introdurre Augusto De Angelis, il padre del giallo italiano, in particolare per la circa decina di romanzi che vedono protagonista il Commissario Carlo De Vincenzi. Né tanto meno parlare della sua posizione personale e politica, come anche ben viene messa in luce dal romanzo bio-fiction di Alessandro Robecchi.

Pur tuttavia, per chi ne avesse perso i riferimenti, ricordo al volo. Dal ’30 al ’43, più o meno, De Angelis pubblica libri gialli con il nostro protagonista. Libri che si inseriscono parallelamente al filone che stava nascendo in Francia sulle orme di Maigret. Indagini che puntano più sull’aspetto psicologico delle vicende. Che cercano di ricostruire il quadro della vicenda, di inserirla nel contesto sociale in cui avviene. Se poi si scopre e si punisce il colpevole è un punto in più ma non il più importante.

Tuttavia, se si parla di crimini, i fascisti insorgono. I crimini si fanno ma non se ne parla, che bisogna tener rassicurata la patria. Inoltre, parlare di polizieschi sembra un vezzo molto anglosassone, e quindi, per punire “la perfida Albione”, meglio censurarli sul nasce. Ma è una lettura popolare, e bisogna fare i conti con “i soldi”. Per cui, alla fine, si lascia che De Angelis scriva, ma a patto che i suoi cattivi non siano italiani.

Ma De Angelis è un fine scrittore, quindi, pur accettando l’imposizione, riesce sempre a mettere delle zeppe all’interno della trama. Qui, ad esempio, è vero che la maggior parte dei personaggi non è italiana, ma… Un paio di elementi che hanno comportamenti lussuriosi e che potrebbero (sarà poi la trama a sciogliere i misteri) essere colpevoli sono decisamente italiani. Nonché, pur essendo americano, un cattivone che percorre tutto il romanzo è un noto mafioso sodale di Al Capone. Quindi, se qualcuno vuole capire…

D’altra parte, alla fine qualcuno capisce e nel ’43 viene arrestato con l’accusa di “antifascismo morale”. Scontati alcuni mesi di carcere, quando ne esce, nel luglio del ’44, viene riconosciuto da un repubblichino di Salò, preso a pugni e calci, con lesioni tanto gravi che i pochi giorni lo portarono alla tomba.

Venendo al testo, pur ben scritto e svolto con gran diligenza, non è che sia all’apice dei suoi scritti. Ci sono passi e momenti della trama che sono presi e poi quasi lasciati cadere, senza particolari spiegazioni. Ed anche il noir complessivo è sì spiegato ma le conseguenze delle varie decisioni prese, delle azioni intraprese e delle decisioni che le sostengono, a volte sembrano più volatili di quanto siano in realtà.

La storia ruota intorno al soprano Sofia Milena Scimanova. Profuga russa, fuggita dopo la Rivoluzione, prima gira per l’Europa, poi ha un discreto successo in America. Dove si lega ad un avvocato, Alessandro Alessandrovich, ed ha diverse relazioni con personaggi al limite o ben dentro la malavita: lo psicologo tuttofare ed anche un po’ truffaldino Letchley Appelby ed il gangster soprannominato Kid Tiger. Per una serie di ragioni, Kid viene arrestato e sconta qualche anno di carcere, nel frattempo Sofia e gli altri fuggono verso l’Italia, accompagnati, quasi francobollati, da una fantomatica assistente, Jane Clark, e raggiunti da una profuga russa che si millanta madre di Sofia, Mira Lubiskaja, con la sua cuoca, Maria, anche lei del clan iniziale di Sofia.

Per sopravvivere, Sofia, oltre che cantare, si dedica a sfruttare in maniera consistente la sua bellezza, includendo nei suoi giri di sesso e ricatto una serie di persone: un direttore di banca, Pablo Coblenz, un pittore, Claudio Dumesnil, un industriale, Marcello Cantini, un maestro di musica, Virgilio Della Porta, un tenore, José Coromillas, ed una sesta persona di cui non si sa il nome.

La scena del crimine è ben congeniata. Il 22 dicembre le sei persone su indicate ricevo la periodica richiesta di denaro da parte di Sofia, che la sera canta in radio. Alle 22 e 23, mentre modula un do maggiore, cade improvvisamente in catalessi. Tutti i ricattatati accorrono, così come Appelby, che, mentre arriva, da conto di una mancanza totale di luce per cinque minuti. Al ritorno della luce, Appelby confessa che lui ha ipnotizzato Sofia per farla addormentare due ore ogni sera, essendo molto stressata. Si avvicina al corpo ed annuncia che Sofia non dorme ma è morta.

Qui comincia il lavoro di De Vincenzi. Che interroga tutti i presenti, che si presta a scaramucce logiche con Appelby, che ipotizza un ruolo di Kid Tiger, anche lui a Milano, anche se non in radio. Problematiche che si acquisiscono quando anche la presunta (o vera) madre di Sofia viene uccisa, anche lei in circostanze poco chiare, in una casa dove erano presenti in diverse stanze De Vincenzi, Kid Tiger ed una terza persona al momento ignota.

Sarà l’acume psicologico del commissario, attraverso lo studio degli atteggiamenti dei vari attori del dramma, a portarci prima alla soluzione come ragionamento logico, poi a trovare le prove per verificarla. Laddove, come dice lo stesso De Vincenzi, sarebbe stato tutto perfetto se l’assassino non avesse peccato di perfezionismo, dando una pennellata di troppo alle sue azioni.

Allora veniamo a qualche elemento analitico. Come detto, ci sono due italiani presi nella rete di Sofia, ma sono categorie cui il fascismo dava pesi particolari. Un industriale, e verso l’industria non aveva apparentemente un atteggiamento tenero, ed un musicista, e si sa che molti musicisti sono anche gay, quindi se ne può parlare male.

Dal punto di vista stilistico, molti capitoli sono titolati come elementi musicali, come a sottolineare l’importanza del “do” del titolo, ma forse anche a cercare di sviare l’attenzione del lettore. Che De Angelis, e lo confessa anche ad un certo punto, è un fine conoscitore di sottigliezze dove, parafrasando “La lettera rubata” di Poe, ci dice che il posto migliore per nascondere una foglia è un albero.

Infine, ci sono quei ruscelletti che partono ma si perdono. Ha senso che Sofia cada addormentata quando intona un “do”? E perché, nel suo sforzo polmonare, il ciondolo con brillante che porta al collo si apre facendo rotolare la pietra per la sala? E perché, della sesta persona ricattata, non si dice il nome, ma solo che, alla ricezione del ricatto, “si fece saltar le cervella”?

Mi rendo conto che negli anni Trenta a volte si metta molta legna nel camino, anche senza accenderla, ma De Angelis non mi sembrava il tipo di scordare qualcosa. Quindi, sicuramente ci sarà un motivo. Ma io lo ignoro.

Ultima notizia di contorno, per motivi editoriali, il testo è stato pubblicato anche con il titolo ”Natale di sangue”, visto che l’azione si svolge tra il 22 ed il 31 dicembre 1928.

Serena Venditto “Al Sassofono Blu” Repubblica Mistero Noir 26 euro 8,90

[A: 12/12/2024 – I: 21/04/2026 – T: 22/04/2026] &&&    

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 156; anno: 2016]

Un giorno o l’altro forse capirò cosa c’è dietro tutta l’incuria con cui vengono presentati i libri, rendendo difficile, a noi maniaci dell’esattezza bibliografica, muoversi con cognizione di causa tra i diversi libri scritti da uno stesso autore. Probabilmente il motore primo è una sorta di invidia di un editore verso gli altri, soprattutto se sono di nicchia.

Ora questo gradevole testo non è il terzo della serie incentrata sugli amici di via Atri 36 e sul loro gatto, ma il secondo. Pubblicato da una piccola casa editrice napoletana, “Homo sapiens”, nel 2016, quando l’autrice comincia ad avere un piccolo successo, i diritti dei suoi libri vengono acquistati da Mondadori, che lo ripubblica, mettendo come data il 2020, così che noi sprovveduti lo leggiamo dopo “L’ultima mano di burraco”. Invece, appunto, è precedente, ed è qui che tra l’altro entra in gioco il commissario de Iuliis, che in effetti a me sembrava strano come interagisse con i nostri.

Qui, infatti, cominciano le schermaglie tra i nostri quattro più uno e le autorità costituite. C’è tutto un filone di racconto, in queste pur brevi pagine, che porta a comprendere prima la diffidenza, poi invece la collaborazione e la stima. Ricordo per inciso che i nostri sono Ariel Hamilton, anglo-napoletana, traduttrice, io narrante e spesso foriera di illuminazioni folgoranti. Poi c’è Marialuisa Ferrari detta Malù, archeologa a tempo pieno ed investigatrice a tempo perso, tanto che al suo gatto dà il nome del fratello di Sherclock Holmes, Mycroft. C’è Samuel, immigrato di colore ma potentemente napoletano, distributore di gelati (è l’unico ad avere la macchina) nonché grande attuale amore di Ariel. Ed infine c’è Kobe, il musicista giapponese folle di gelosia per la sua fidanzata giapponese, bella ma in un conservatorio del nord Italia.

La storia, pur nella sua brevità, è anche ben congeniata. C’è una compagnia teatrale dilettantesca, “Trappola per topi” evidente omaggio alla regina del giallo, che mette in scena “cene con delitto”. Una mania sociale non molto diffusa in Italia, ma di sicuro interesse. I nostri vanno ad assistere ad una di queste performane. Mentre Malù capisce subito chi è l’assassino della finzione scenica, un’attrice, Clara, muore sul serio.

Cominciano allora le indagini in parallelo tra i nostri e la squadra di Timoteo de Iuliis detto Teo. Ci sono gli ovvi sospettati presenti sul luogo del delitto: Mattia, il regista e principale protagonista del dramma teatrale, Leonardo, la spalla nonché amante di Clara (o presunto tale, vista anche l’esistenza di un marito della nostra), Daniela, la seconda prima donna, amica di Clara fin dal liceo, e Berenice la giovane nuova entrata e promettente attrice.

Tutti potrebbero aver avuto i motivi di compiere il delitto, sia direttamente, essendo presenti sulla scena, sia come mandanti, ad esempio il marito essendo lontano per seminari ed altri potrebbe aver assoldato un killer. Il problema centrale, è che Clara è morta davanti a tutti, nessuno avendo vicino. E poi scopriremo che è stata pugnalata a morte. Ma senza nessuno vicino?

Il libro, che per l’appunto essendo ancora nella parte iniziale della produzione di Serena, procede facendoci partecipi della vita quotidiana degli inquilini di via Atri 36, e soprattutto del loro gatto, ora impegnato anche nel corteggiamento con la gatta del commissario.

Tornando al parte teatrale, a lungo gli attori cercano di sviare l’attenzione dei partecipanti al gioco, insistendo su di una brano della Bibbia (Genesi 47, 18 per chi volesse cercarlo). Solo la nostra Malù capisce che, mancando alcuni elementi che non vi dico, forse non è il testo, ma la pagina a mostrarci qualcosa.

Ed è sempre Malù che, stimolata da una frase di Ariel, e dopo aver chiesto conferma al marito, scopre che il motivo per cui Clara ha impiegato tanto a morire, senza accorgersene, è che, in realtà, non sente dolore. Anzi non ha sensazioni, essendo afflitta da una malattia denominata CIPA (che sta per “Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis”, in italiano “Insensibilità congenita al dolore con anidrosi”). Una malattia per cui non si sente dolore, né caldo né freddo, e non si suda (anidrosi). Una malattia rara, di cui sono noti, attualmente in Italia, solo quattro casi viventi. È in effetti una malattia che porta difficilmente a superare i tre anni di vita. Non sudando, i bambini vanno spesso in ipertermia mortale. Non così Clara, né, se voi ben ricordate, il cattivo Ronald Niedermann, antagonista di Lizabeth Salander nel romanzo di Stieg Larsson “La regina dei castelli di carta”.

Come tutto ciò sfoci in un omicidio, e le sue motivazioni vi lascio leggerne, anche perché è una lettura agile, che accompagnerebbe felicemente qualche serata estiva, magari con una fresca bibita accanto.

Avendo altre letture della nostra scrittrice, spero che si mantenga questa lievità del tocco, che fa di questo seriale un gradevole compagno di riposo.

“Il dolore è il segnale che ci dà il corpo per proteggerci, per metterci in guardia dai pericoli.” (155)

Grazia Verasani “Iris di marzo” Repubblica Cuore Noir 37 euro 9,90  

[A: 09/03/2026 – I: 30/04/2026 – T: 01/05/2026] && e ½      

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 155; anno: 2025]

GC7

Ho sempre seguito con interesse sin dalla prima scrittura di venti anni fa, le pagine che ci porta in regalo l’ingegno di Grazia Verasani, e l’umanità della sua eroina, l’investigatrice Giorgia Contini. Sia perché, nel panorama italiano, all’inizio degli anni duemila, era il primo esempio maturo di un’investigatrice donna uscita dalla penna di una scrittrice. Sia anche perché molto di Grazia era, ed è, in Giorgia. L’amore per la musica (laddove Grazia poi anche suona nelle notti bolognesi), la passione per la notte, la sfortuna (forse) in molti rapporti sociali.

Come sottolineavo tuttavia nel sesto episodio, la rottura della storia tra Giorgia Contini e l’ispettore Bruni lasciava un vuoto di comportamento, e, soprattutto, un pieno di rimpianti che tornavano ogni due pagine. Qui, questo amore troncato non torna con la stessa violenza (anche perché viene accennato, e solo chi conosce la storia ne sa anche i motivi), ma solo con un rimpianto insistente, che alla fine stona un po’.

Per chi non conosce poi la nostra Giorgia, rimane sempre in sospensione quel rimpianto per il suicidio della sorella Ada, da cui partì il primo ed intenso “Quo vadis Baby?”. E la fatica di trovare nuovi stimoli, pur spronata dalla sua assistente Genzianella detta Gen, anche questa volta molto defilata, ma sempre con alcune uscite molto “giuste”, che servono a Giorgia, anche se non lo dà a vedere, per pensare.

Pensare alla sua vita alla deriva, così come la professione. Certo, si seguono storie di corna, ma è un lavoro triste. Così Giorgia accetta ben volentieri di fare un po’ da balia al giovane Libero, tipico esempio della uova gioventù bruciata bolognese. La madre è preoccupata della deriva che prende il figlio, sempre più isolantesi dal mondo degli adulti e sempre più coinvolto in un mondo giovanile sempre sul filo della legalità.

Giovani insicuri, fondamentalmente soli, pieni di musica dura, di rap e trap di rivolta, che vanno verso il mito della galera come momento formativo, del meglio che stai male te che io non ti aiuto di certo. Frequentando, anche un po’ forzatamente il mondo di Libero, Giorgia viene a contatto con gli eponimi di questa gioventù. L’extra comunitario (in questo caso marocchino) uscito dal carcere minorile che ne esalta le frequentazioni dure ed al limite del sistema. L’amico di Libero che, visto il difficile orizzonte, decide di lasciare la scuola e mettersi a lavorare consegnando pizze a domicilio. Il figlio di papà, con papà avvocato e insopportabile, che fa lo sbruffone con i più deboli. L’amica che si tagliuzza le braccia e si presenta magra quasi al limite dell’anoressia.

E poi c’è lei, Iris. Bella, ribelle, pronta a tutte le esperienze, tanto che ha fatto la escort sessuale pur essendo minorenne, per gruppi di cinquantenni desiderosi di esperienze sessuali con giovani fanciulle. Iris che ha cambiato quartiere per questo, che tra poco sarà coinvolta nel processo con queste persone. Iris cui Libero era affezionato al limite dell’amore. Ma che tutti, uomini e donne, nel loro giro erano un po’ innamorati. Iris che finisce accoltellata a morte e caricata come per sfregio su di un carrello del supermercato.

Giorgia, per la vicinanza con Libero, decide di indagare, collidendo con le indagini ufficiali del suo ex (che fortunatamente affida il tutto al suo secondo). Giorgia che cerca di superare le barriere culturali e anagrafiche con il mondo di Libero, cercando anche di capire se la morte potesse essere nata anche dal filone delle indagini per i reati sessuali.

Alla fine, la storia si evolverà nel modo più semplice, e forse anche scontato. Ma anche con una scarica di tristezza che avvolge tutti i protagonisti. Per come si sviluppa il racconto, ben presto già capiamo che non potrà essere Libero l’assassino di turno. Ma ciò non toglie che lo scioglimento dell’intreccio non ci porta verso vette di liberazione. Rimarremo così, un po’ suonati come a sentire brani dell’artista preferito di Libero, il rapper Medy Cartier. Non ce ne voglia Libero, ma ora, Medy è andato in carcere con una condanna definitiva per spaccio, stupro ed altri reati minori.

Tra l’altro il testo è breve, si legge d’un soffio, quasi che bastasse a Grazia mandare un solo messaggio: i giovani stanno male e noi non sappiamo aiutarli. Messaggio ricevuto, ma anche noi non abbiamo soluzioni da proporre. Speriamo soltanto, per Giorgia e per Bologna, in un futuro con qualche speranza in più.

Per finire, un piccolo gioco musicale. Cercando di entrare in contatto con Libero, Giorgia gli propone un elenco di musicisti. Che riporto: Miles Davis, Frank Zappa, Peter Tosh, The Cure, The Cult, Residents, Ultravox, Echo and the Bunnymen, Devo, Ramones, Dead Can Dance, Radiohead, Jeff Buckley, Tuxedomoon, Julian Cope, Depeche Mode, Patti Smith, Tricky, Portishead, Billy Idol, Massive Attack, Soundgarden, Nirvana, Laurie Anderson, Kraftwerk, David Bowie.

Libero conosce solo l’ultimo. Io ne conosco venti su ventisei. Voi?

“Credo che la pandemia sia stata una maledizione più per loro [i giovani, nota mia], obbligati a stare rinchiusi per mesi e mesi. I giovani hanno bisogno di spazio, …, di aria aperta.” (83)

Per le citazioni di riporto, non posso che cominciare con questa del grande Alan Bennett tratta dal suo “La pazzia di Re Giorgio”:

“Conoscere bene un libro è meglio che avere un’infarinatura di parecchi.” (13)

Direi calzante. Come questa che mi capitò di leggere circa venti anni fa, da una biografia a fumetti di “Philip K. Dick” disegnata e scritta da Francesco Matteuzzi & Pierluigi Ongarato.

Poi ci buttiamo in due scritture molto legate alle loro province. Ovvia la Sardegna di  Flavio Soriga in “Sardinia blues”:

“Io spero sempre … Ho questa illusione.” (139)

“Forse così te lo posso spiegare, con degli episodi, forse è questo l’unico modo che abbiamo per raccontare una persona, per chi come me è allergico alle astrazioni.” (149)

“Non mi piacciono le videocamere e le fotografie … le storie tornano lo stesso nella mia testa anche senza riprese e documento.” (191)

“Ho pensato che solo dei medici ci possono salvare, delle persone che si mettono davanti a un uomo e non solo a un paziente, a un’altra persona e non a una cartella.” (254)

Meno scontata la Toscana di Edoardo Nesi in “Storia della mia gente”

“Chi fa un mestiere normale per mantenersi mentre scrive è convinto di prendere il meglio dai due mondi, ma invece prende solo il peggio.” (36)

“Sulla spiaggia pettinata d’una Forte dei Marmi abbacinata dalle nuove, luride ricchezze dei russi, ero nella condizione ideale per … ricadere nelle abitudini goduriose di quando ancora non scrivevo e la lettura era solo una grande passione: fare gli orecchi di ciuco alle pagine.” (41)

“Nella vita perlopiù ci sentiamo smarriti.” (144)

Dove non posso che scrivere e condividere gli orecchi di ciuco…

A parte ciò, una settimana anch’essa densa di compleanni, che tralascio, per ricordare solo una bellissima gita a Modena con tante belle cose da vedere (e ve le consiglio) culminata con un buon pomeriggio insieme al cugino Stefano (con Anna e Ale). Allora tortellini con grana e aceto balsamico, per culminare con un brindisi di Lambrusco Grasparosa, e un grande abbraccio.

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