Avendo accumulato un certo numero di trame noir, vado allo smaltimento, con una settimana dedicata quasi tutta alle donne. Di spurio c’è solo un buon giallo d’annata, uscito dalla penna di Augusto De Angelis, il padre del poliziesco italiano (di cui vi ho tanto parlato, e se volete, ne riparlo ancora). Nell’altro versante abbiamo un giallo Mondadori, uscito dalla penna di Claudia Myriam Cocuzza, navigante nel filone dei cosiddetti “Great Detectives” e dedicato ad un’eminente figura femminile del catanese, Lady Florence Trevalyan. E poi due seriali. Uno di recente costruzione, da parte di Serena Venditto dedicato a Napoli ed agli amici di via Atri 36 (per non parlar del gatto). L’altro, una ripresa delle storie bolognesi di Giorgia Contini, uscite dalla penna di Grazia Verasani.
Tutte
scritture di almeno buon livello, e qualche cosa in più.
Claudia Myriam Cocuzza “La forestiera” Mondadori euro 7,90
[A: 06/03/2026 – I: 02/04/2026 – T: 03/04/2026]
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[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 218; anno:
2026]
Non conosco l’autrice di questo intrigante
testo, anche se leggo che scrive e pubblica, oltre ad essere laureata e
farmacista (che magari qualche amico galenico potrebbe prendere spunto).
Intanto, la nostra siciliana (e si capiva per come trattava la sua terra nel
romanzo) si inserisce in un filone aulico, laddove l’autore di turno prende un
personaggio famoso e lo inserisce in un poliziesco come interprete principale.
Inciso: probabilmente questo filone iniziò
con una serie di racconti pubblicati agli inizi degli anni Sessanta da Theodore
Mathieson, e che vedevano all’opera “Great Detectives”. Dove si alternavano
nelle indagini: Alessandro Magno, Omar Khayyam, Leonardo da Vinci, Hernando
Cortez, Miguel Cervantes, Danile Defoe, il capitano Cook, Daniel Boone, gli
esploratori Stanley & Livingstone, e l’infermiera Florence Nightingale. Un
filone che partito da lì si è allargato a dismisura inglobando grandi
investigatori dall’Aristotele di Margaret Dodds alla Regina Elisabetta II di S.J.
Bennett.
Per venire alla nostra eroina, qui si traccia
un piccolo percorso “fuori dagli schemi” di Lady Florence Trevalyan, cugina
della Regina Vittoria, che, a seguito di qualche scandalo o anche solo
pettegolezzi (si disse fosse l’amante del principe Edoardo), fu mandata in
dorato esilio lontano da Londra. Lei, dopo due anni di vagabondaggi, decise di
stabilirsi a Taormina.
Ed è qui, all’Hotel Timeo (dove realmente
visse alcuni anni) che la incontriamo e che la nostra scrittrice ci dipinge con
giusta dovizia di particolari. Donna curiosa, non convenzionale, volta alla conoscenza
della lingua e del luogo in cui stava vivendo (e dove poi visse sino alla
morte), non si peritava di frequentare donne di bassa estrazione, avendone in
cambio notizie e insegnamenti sul dialetto e sulle usanze locali.
In questo, lei si accompagna alla cameriera
Concettina, dalla bella voce e dalla buona cultura locale. Non disdicendo di
frequentare anche il suo zito, Giuseppe “Peppe” Florio, su cui torneremo in
finale. Florence si occupa anche di fiori, vuol costruire un giardino
all’inglese sotto l’albergo. Ha cinque cani, ma non si perita di soccorrere
randagi in difficoltà. E quando un suo cane si ammala non si tira indietro e ne
chiede aiuto per cure all’unico medico presente in loco con qualche conoscenza
non episodica. Si tratta del dottor Salvatore Cacciola, che curerà i suoi cani,
con i farmaci galenici preparati da Carlo, il fratello, e dal di lui aiutante
Peppe.
Tutto andrà precipitando con l’arrivo di un
agente teatrale, sir Arthur Milton con l’odiosa moglie Lady Jane (purtroppo ben
lontana dai Rolling Stones). Che Milton muore avvelenato, non prima di aver
litigato con la moglie cui non vuole affidare la parte di Ofelia in un
possibile Amleto da recitare a Taormina. Jane, per suoi motivi di ripicca
personale, cerca di coinvolgere Florence nella morte, accusando Concettina di
essere la long manu di milady che vuole la morte di tutte le persone altolocate
per vendicare di essere stata esiliata.
Florence con l’aiuto dei fratelli Cacciola
smonta facilmente il piano contro Concettina, scoprendo nel contempo che Milton
era dedito a piaceri con giovanotti possibilmente giovani ed anche molto
giovani. Partecipando ad orge organizzate da un fotografo olandese anche lui
sul suolo siculo.
Vedremo presto che era tutta una questione di
gelosie derivanti dalle attività “segrete” di Milton e dalla sua
spregiudicatezza. Abbastanza senza indizi decisi, arriveremo al disvelamento
finale, che però, come tutta la parte “noir” è la parte più debole del testo.
Che invece si rinvigorisce quando si parla di Taormina, di fiori, di rapporti
tra le persone, ed anche di cibo.
Fortunatamente, la stessa Cocuzza si scusa in
coda di aver fatto una piccola forzatura temporale. Florence, infatti, nasce
nel ’52 e si trasferisce a Taormina a venticinque anni nel ’77. L’azione del
romanzo, invece, si svolge nel luglio del 1884, e Claudia dice che Florence ha venticinque
anni. Sette anni di spostamenti. Altrettanto forzato è il rapporto tra
Salvatore e Carlo Cacciola, entrambi esistiti, ma forse non fratelli.
Infine, è anche vero che nel 1890 Florence
sposa Salvatore, costruendo giardini all’inglese come aveva sempre sognato
presso l’Hotel Timeo, presso la casa di Salvatore e nell’Isola Bella, un
isolotto da lei acquistato prospicente Taormina. Florence morirà in Sicilia a cinquantacinque
anni nel 1907.
Altro dato para storico è l’accenno ai testi
di Shakespeare dove si inventa l’esistenza di tal Guglielma Scrollalanza, madre
di Michelangelo Florio e nonna di John Florio. Se traducete il nome della
signora in inglese diventa Wilhelmina Shakespeare, e se seguite leggende
storiche, si ipotizza che John Florio sia il vero Shakespeare.
Insomma, un pastiche decente, una scrittura
abbastanza pulita, una storia poco gialla, ma stimolante per il resto.
Augusto De Angelis “Il Do tragico”
Mondadori euro 7,90
[A: 06/03/2026 – I: 03/04/2026 – T: 05/04/2026]
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[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 233; anno:
1937]
Non credo debba ancora una volta introdurre Augusto
De Angelis, il padre del giallo italiano, in particolare per la circa decina di
romanzi che vedono protagonista il Commissario Carlo De Vincenzi. Né tanto meno
parlare della sua posizione personale e politica, come anche ben viene messa in
luce dal romanzo bio-fiction di Alessandro Robecchi.
Pur tuttavia, per chi ne avesse perso i
riferimenti, ricordo al volo. Dal ’30 al ’43, più o meno, De Angelis pubblica
libri gialli con il nostro protagonista. Libri che si inseriscono
parallelamente al filone che stava nascendo in Francia sulle orme di Maigret.
Indagini che puntano più sull’aspetto psicologico delle vicende. Che cercano di
ricostruire il quadro della vicenda, di inserirla nel contesto sociale in cui
avviene. Se poi si scopre e si punisce il colpevole è un punto in più ma non il
più importante.
Tuttavia, se si parla di crimini, i fascisti
insorgono. I crimini si fanno ma non se ne parla, che bisogna tener rassicurata
la patria. Inoltre, parlare di polizieschi sembra un vezzo molto anglosassone,
e quindi, per punire “la perfida Albione”, meglio censurarli sul nasce. Ma è
una lettura popolare, e bisogna fare i conti con “i soldi”. Per cui, alla fine,
si lascia che De Angelis scriva, ma a patto che i suoi cattivi non siano
italiani.
Ma De Angelis è un fine scrittore, quindi,
pur accettando l’imposizione, riesce sempre a mettere delle zeppe all’interno
della trama. Qui, ad esempio, è vero che la maggior parte dei personaggi non è
italiana, ma… Un paio di elementi che hanno comportamenti lussuriosi e che
potrebbero (sarà poi la trama a sciogliere i misteri) essere colpevoli sono
decisamente italiani. Nonché, pur essendo americano, un cattivone che percorre
tutto il romanzo è un noto mafioso sodale di Al Capone. Quindi, se qualcuno
vuole capire…
D’altra parte, alla fine qualcuno capisce e
nel ’43 viene arrestato con l’accusa di “antifascismo morale”. Scontati alcuni
mesi di carcere, quando ne esce, nel luglio del ’44, viene riconosciuto da un
repubblichino di Salò, preso a pugni e calci, con lesioni tanto gravi che i
pochi giorni lo portarono alla tomba.
Venendo al testo, pur ben scritto e svolto
con gran diligenza, non è che sia all’apice dei suoi scritti. Ci sono passi e
momenti della trama che sono presi e poi quasi lasciati cadere, senza
particolari spiegazioni. Ed anche il noir complessivo è sì spiegato ma le
conseguenze delle varie decisioni prese, delle azioni intraprese e delle
decisioni che le sostengono, a volte sembrano più volatili di quanto siano in
realtà.
La storia ruota intorno al soprano Sofia
Milena Scimanova. Profuga russa, fuggita dopo la Rivoluzione, prima gira per
l’Europa, poi ha un discreto successo in America. Dove si lega ad un avvocato,
Alessandro Alessandrovich, ed ha diverse relazioni con personaggi al limite o
ben dentro la malavita: lo psicologo tuttofare ed anche un po’ truffaldino
Letchley Appelby ed il gangster soprannominato Kid Tiger. Per una serie di
ragioni, Kid viene arrestato e sconta qualche anno di carcere, nel frattempo
Sofia e gli altri fuggono verso l’Italia, accompagnati, quasi francobollati, da
una fantomatica assistente, Jane Clark, e raggiunti da una profuga russa che si
millanta madre di Sofia, Mira Lubiskaja, con la sua cuoca, Maria, anche lei del
clan iniziale di Sofia.
Per sopravvivere, Sofia, oltre che cantare,
si dedica a sfruttare in maniera consistente la sua bellezza, includendo nei
suoi giri di sesso e ricatto una serie di persone: un direttore di banca, Pablo
Coblenz, un pittore, Claudio Dumesnil, un industriale, Marcello Cantini, un
maestro di musica, Virgilio Della Porta, un tenore, José Coromillas, ed una
sesta persona di cui non si sa il nome.
La scena del crimine è ben congeniata. Il 22
dicembre le sei persone su indicate ricevo la periodica richiesta di denaro da
parte di Sofia, che la sera canta in radio. Alle 22 e 23, mentre modula un do
maggiore, cade improvvisamente in catalessi. Tutti i ricattatati accorrono,
così come Appelby, che, mentre arriva, da conto di una mancanza totale di luce
per cinque minuti. Al ritorno della luce, Appelby confessa che lui ha
ipnotizzato Sofia per farla addormentare due ore ogni sera, essendo molto
stressata. Si avvicina al corpo ed annuncia che Sofia non dorme ma è morta.
Qui comincia il lavoro di De Vincenzi. Che
interroga tutti i presenti, che si presta a scaramucce logiche con Appelby, che
ipotizza un ruolo di Kid Tiger, anche lui a Milano, anche se non in radio.
Problematiche che si acquisiscono quando anche la presunta (o vera) madre di
Sofia viene uccisa, anche lei in circostanze poco chiare, in una casa dove
erano presenti in diverse stanze De Vincenzi, Kid Tiger ed una terza persona al
momento ignota.
Sarà l’acume psicologico del commissario,
attraverso lo studio degli atteggiamenti dei vari attori del dramma, a portarci
prima alla soluzione come ragionamento logico, poi a trovare le prove per
verificarla. Laddove, come dice lo stesso De Vincenzi, sarebbe stato tutto
perfetto se l’assassino non avesse peccato di perfezionismo, dando una
pennellata di troppo alle sue azioni.
Allora veniamo a qualche elemento analitico.
Come detto, ci sono due italiani presi nella rete di Sofia, ma sono categorie
cui il fascismo dava pesi particolari. Un industriale, e verso l’industria non
aveva apparentemente un atteggiamento tenero, ed un musicista, e si sa che
molti musicisti sono anche gay, quindi se ne può parlare male.
Dal punto di vista stilistico, molti capitoli
sono titolati come elementi musicali, come a sottolineare l’importanza del “do”
del titolo, ma forse anche a cercare di sviare l’attenzione del lettore. Che De
Angelis, e lo confessa anche ad un certo punto, è un fine conoscitore di
sottigliezze dove, parafrasando “La lettera rubata” di Poe, ci dice che il
posto migliore per nascondere una foglia è un albero.
Infine, ci sono quei ruscelletti che partono
ma si perdono. Ha senso che Sofia cada addormentata quando intona un “do”? E
perché, nel suo sforzo polmonare, il ciondolo con brillante che porta al collo
si apre facendo rotolare la pietra per la sala? E perché, della sesta persona
ricattata, non si dice il nome, ma solo che, alla ricezione del ricatto, “si
fece saltar le cervella”?
Mi rendo conto che negli anni Trenta a volte
si metta molta legna nel camino, anche senza accenderla, ma De Angelis non mi
sembrava il tipo di scordare qualcosa. Quindi, sicuramente ci sarà un motivo.
Ma io lo ignoro.
Ultima notizia di contorno, per motivi
editoriali, il testo è stato pubblicato anche con il titolo ”Natale di sangue”,
visto che l’azione si svolge tra il 22 ed il 31 dicembre 1928.
Serena Venditto “Al Sassofono Blu”
Repubblica Mistero Noir 26 euro 8,90
[A: 12/12/2024 – I: 21/04/2026 – T:
22/04/2026] &&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 156; anno:
2016]
Un giorno o l’altro forse capirò cosa c’è
dietro tutta l’incuria con cui vengono presentati i libri, rendendo difficile,
a noi maniaci dell’esattezza bibliografica, muoversi con cognizione di causa
tra i diversi libri scritti da uno stesso autore. Probabilmente il motore primo
è una sorta di invidia di un editore verso gli altri, soprattutto se sono di
nicchia.
Ora questo gradevole testo non è il terzo
della serie incentrata sugli amici di via Atri 36 e sul loro gatto, ma il
secondo. Pubblicato da una piccola casa editrice napoletana, “Homo sapiens”,
nel 2016, quando l’autrice comincia ad avere un piccolo successo, i diritti dei
suoi libri vengono acquistati da Mondadori, che lo ripubblica, mettendo come
data il 2020, così che noi sprovveduti lo leggiamo dopo “L’ultima mano di
burraco”. Invece, appunto, è precedente, ed è qui che tra l’altro entra in
gioco il commissario de Iuliis, che in effetti a me sembrava strano come interagisse
con i nostri.
Qui, infatti, cominciano le schermaglie tra i
nostri quattro più uno e le autorità costituite. C’è tutto un filone di
racconto, in queste pur brevi pagine, che porta a comprendere prima la
diffidenza, poi invece la collaborazione e la stima. Ricordo per inciso che i
nostri sono Ariel Hamilton, anglo-napoletana, traduttrice, io narrante e spesso
foriera di illuminazioni folgoranti. Poi c’è Marialuisa Ferrari detta Malù,
archeologa a tempo pieno ed investigatrice a tempo perso, tanto che al suo
gatto dà il nome del fratello di Sherclock Holmes, Mycroft. C’è Samuel,
immigrato di colore ma potentemente napoletano, distributore di gelati (è
l’unico ad avere la macchina) nonché grande attuale amore di Ariel. Ed infine
c’è Kobe, il musicista giapponese folle di gelosia per la sua fidanzata
giapponese, bella ma in un conservatorio del nord Italia.
La storia, pur nella sua brevità, è anche ben
congeniata. C’è una compagnia teatrale dilettantesca, “Trappola per topi”
evidente omaggio alla regina del giallo, che mette in scena “cene con delitto”.
Una mania sociale non molto diffusa in Italia, ma di sicuro interesse. I nostri
vanno ad assistere ad una di queste performane. Mentre Malù capisce subito chi
è l’assassino della finzione scenica, un’attrice, Clara, muore sul serio.
Cominciano allora le indagini in parallelo
tra i nostri e la squadra di Timoteo de Iuliis detto Teo. Ci sono gli ovvi
sospettati presenti sul luogo del delitto: Mattia, il regista e principale protagonista
del dramma teatrale, Leonardo, la spalla nonché amante di Clara (o presunto
tale, vista anche l’esistenza di un marito della nostra), Daniela, la seconda
prima donna, amica di Clara fin dal liceo, e Berenice la giovane nuova entrata
e promettente attrice.
Tutti potrebbero aver avuto i motivi di
compiere il delitto, sia direttamente, essendo presenti sulla scena, sia come
mandanti, ad esempio il marito essendo lontano per seminari ed altri potrebbe
aver assoldato un killer. Il problema centrale, è che Clara è morta davanti a
tutti, nessuno avendo vicino. E poi scopriremo che è stata pugnalata a morte.
Ma senza nessuno vicino?
Il libro, che per l’appunto essendo ancora
nella parte iniziale della produzione di Serena, procede facendoci partecipi
della vita quotidiana degli inquilini di via Atri 36, e soprattutto del loro
gatto, ora impegnato anche nel corteggiamento con la gatta del commissario.
Tornando al parte teatrale, a lungo gli
attori cercano di sviare l’attenzione dei partecipanti al gioco, insistendo su
di una brano della Bibbia (Genesi 47, 18 per chi volesse cercarlo). Solo la
nostra Malù capisce che, mancando alcuni elementi che non vi dico, forse non è
il testo, ma la pagina a mostrarci qualcosa.
Ed è sempre Malù che, stimolata da una frase
di Ariel, e dopo aver chiesto conferma al marito, scopre che il motivo per cui
Clara ha impiegato tanto a morire, senza accorgersene, è che, in realtà, non
sente dolore. Anzi non ha sensazioni, essendo afflitta da una malattia
denominata CIPA (che sta per “Congenital Insensitivity to Pain with Anhidrosis”,
in italiano “Insensibilità congenita al dolore con anidrosi”). Una malattia per
cui non si sente dolore, né caldo né freddo, e non si suda (anidrosi). Una
malattia rara, di cui sono noti, attualmente in Italia, solo quattro casi
viventi. È in effetti una malattia che porta difficilmente a superare i tre
anni di vita. Non sudando, i bambini vanno spesso in ipertermia mortale. Non
così Clara, né, se voi ben ricordate, il cattivo Ronald Niedermann, antagonista
di Lizabeth Salander nel romanzo di Stieg Larsson “La regina dei castelli di
carta”.
Come tutto ciò sfoci in un omicidio, e le sue
motivazioni vi lascio leggerne, anche perché è una lettura agile, che
accompagnerebbe felicemente qualche serata estiva, magari con una fresca bibita
accanto.
Avendo altre letture della nostra scrittrice,
spero che si mantenga questa lievità del tocco, che fa di questo seriale un
gradevole compagno di riposo.
“Il dolore è il segnale che ci dà il corpo
per proteggerci, per metterci in guardia dai pericoli.” (155)
Grazia Verasani “Iris di marzo” Repubblica
Cuore Noir 37 euro 9,90
[A: 09/03/2026 – I: 30/04/2026 – T: 01/05/2026]
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e ½
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 155; anno:
2025]
GC7
Ho sempre seguito con interesse sin dalla
prima scrittura di venti anni fa, le pagine che ci porta in regalo l’ingegno di
Grazia Verasani, e l’umanità della sua eroina, l’investigatrice Giorgia
Contini. Sia perché, nel panorama italiano, all’inizio degli anni duemila, era
il primo esempio maturo di un’investigatrice donna uscita dalla penna di una
scrittrice. Sia anche perché molto di Grazia era, ed è, in Giorgia. L’amore per
la musica (laddove Grazia poi anche suona nelle notti bolognesi), la passione
per la notte, la sfortuna (forse) in molti rapporti sociali.
Come sottolineavo tuttavia nel sesto
episodio, la rottura della storia tra Giorgia Contini e l’ispettore Bruni
lasciava un vuoto di comportamento, e, soprattutto, un pieno di rimpianti che
tornavano ogni due pagine. Qui, questo amore troncato non torna con la stessa
violenza (anche perché viene accennato, e solo chi conosce la storia ne sa
anche i motivi), ma solo con un rimpianto insistente, che alla fine stona un
po’.
Per chi non conosce poi la nostra Giorgia,
rimane sempre in sospensione quel rimpianto per il suicidio della sorella Ada,
da cui partì il primo ed intenso “Quo vadis Baby?”. E la fatica di trovare
nuovi stimoli, pur spronata dalla sua assistente Genzianella detta Gen, anche
questa volta molto defilata, ma sempre con alcune uscite molto “giuste”, che
servono a Giorgia, anche se non lo dà a vedere, per pensare.
Pensare alla sua vita alla deriva, così come
la professione. Certo, si seguono storie di corna, ma è un lavoro triste. Così
Giorgia accetta ben volentieri di fare un po’ da balia al giovane Libero,
tipico esempio della uova gioventù bruciata bolognese. La madre è preoccupata
della deriva che prende il figlio, sempre più isolantesi dal mondo degli adulti
e sempre più coinvolto in un mondo giovanile sempre sul filo della legalità.
Giovani insicuri, fondamentalmente soli,
pieni di musica dura, di rap e trap di rivolta, che vanno verso il mito della
galera come momento formativo, del meglio che stai male te che io non ti aiuto
di certo. Frequentando, anche un po’ forzatamente il mondo di Libero, Giorgia
viene a contatto con gli eponimi di questa gioventù. L’extra comunitario (in
questo caso marocchino) uscito dal carcere minorile che ne esalta le
frequentazioni dure ed al limite del sistema. L’amico di Libero che, visto il
difficile orizzonte, decide di lasciare la scuola e mettersi a lavorare
consegnando pizze a domicilio. Il figlio di papà, con papà avvocato e
insopportabile, che fa lo sbruffone con i più deboli. L’amica che si tagliuzza
le braccia e si presenta magra quasi al limite dell’anoressia.
E poi c’è lei, Iris. Bella, ribelle, pronta a
tutte le esperienze, tanto che ha fatto la escort sessuale pur essendo
minorenne, per gruppi di cinquantenni desiderosi di esperienze sessuali con
giovani fanciulle. Iris che ha cambiato quartiere per questo, che tra poco sarà
coinvolta nel processo con queste persone. Iris cui Libero era affezionato al
limite dell’amore. Ma che tutti, uomini e donne, nel loro giro erano un po’
innamorati. Iris che finisce accoltellata a morte e caricata come per sfregio
su di un carrello del supermercato.
Giorgia, per la vicinanza con Libero, decide
di indagare, collidendo con le indagini ufficiali del suo ex (che
fortunatamente affida il tutto al suo secondo). Giorgia che cerca di superare
le barriere culturali e anagrafiche con il mondo di Libero, cercando anche di
capire se la morte potesse essere nata anche dal filone delle indagini per i
reati sessuali.
Alla fine, la storia si evolverà nel modo più
semplice, e forse anche scontato. Ma anche con una scarica di tristezza che
avvolge tutti i protagonisti. Per come si sviluppa il racconto, ben presto già
capiamo che non potrà essere Libero l’assassino di turno. Ma ciò non toglie che
lo scioglimento dell’intreccio non ci porta verso vette di liberazione.
Rimarremo così, un po’ suonati come a sentire brani dell’artista preferito di
Libero, il rapper Medy Cartier. Non ce ne voglia Libero, ma ora, Medy è andato
in carcere con una condanna definitiva per spaccio, stupro ed altri reati
minori.
Tra l’altro il testo è breve, si legge d’un
soffio, quasi che bastasse a Grazia mandare un solo messaggio: i giovani stanno
male e noi non sappiamo aiutarli. Messaggio ricevuto, ma anche noi non abbiamo
soluzioni da proporre. Speriamo soltanto, per Giorgia e per Bologna, in un
futuro con qualche speranza in più.
Per finire, un piccolo gioco musicale.
Cercando di entrare in contatto con Libero, Giorgia gli propone un elenco di
musicisti. Che riporto: Miles Davis, Frank Zappa, Peter Tosh, The Cure, The
Cult, Residents, Ultravox, Echo and the Bunnymen, Devo, Ramones, Dead Can
Dance, Radiohead, Jeff Buckley, Tuxedomoon, Julian Cope, Depeche Mode, Patti Smith,
Tricky, Portishead, Billy Idol, Massive Attack, Soundgarden, Nirvana, Laurie
Anderson, Kraftwerk, David Bowie.
Libero conosce solo l’ultimo. Io ne conosco
venti su ventisei. Voi?
“Credo che la pandemia sia stata una
maledizione più per loro [i giovani, nota mia], obbligati a stare rinchiusi per
mesi e mesi. I giovani hanno bisogno di spazio, …, di aria aperta.” (83)
Per le citazioni di riporto, non posso che
cominciare con questa del grande Alan
Bennett tratta dal suo “La pazzia di Re Giorgio”:
“Conoscere
bene un libro è meglio che avere un’infarinatura di parecchi.” (13)
Direi
calzante. Come questa che mi capitò di leggere circa venti anni fa, da una
biografia a fumetti di “Philip K.
Dick” disegnata e scritta da Francesco Matteuzzi & Pierluigi
Ongarato.
Poi
ci buttiamo in due scritture molto legate alle loro province. Ovvia la Sardegna
di Flavio Soriga in “Sardinia blues”:
“Io
spero sempre … Ho questa illusione.” (139)
“Forse
così te lo posso spiegare, con degli episodi, forse è questo l’unico modo che
abbiamo per raccontare una persona, per chi come me è allergico alle
astrazioni.” (149)
“Non
mi piacciono le videocamere e le fotografie … le storie tornano lo stesso nella
mia testa anche senza riprese e documento.” (191)
“Ho
pensato che solo dei medici ci possono salvare, delle persone che si mettono
davanti a un uomo e non solo a un paziente, a un’altra persona e non a una
cartella.” (254)
Meno scontata
la Toscana di Edoardo Nesi in
“Storia della mia gente”
“Chi
fa un mestiere normale per mantenersi mentre scrive è convinto di prendere il
meglio dai due mondi, ma invece prende solo il peggio.” (36)
“Sulla
spiaggia pettinata d’una Forte dei Marmi abbacinata dalle nuove, luride
ricchezze dei russi, ero nella condizione ideale per … ricadere nelle abitudini
goduriose di quando ancora non scrivevo e la lettura era solo una grande
passione: fare gli orecchi di ciuco alle pagine.” (41)
“Nella
vita perlopiù ci sentiamo smarriti.” (144)
Dove non posso che scrivere e condividere gli
orecchi di ciuco…
A parte ciò, una settimana anch’essa densa di compleanni, che tralascio, per ricordare solo una bellissima gita a Modena con tante belle cose da vedere (e ve le consiglio) culminata con un buon pomeriggio insieme al cugino Stefano (con Anna e Ale). Allora tortellini con grana e aceto balsamico, per culminare con un brindisi di Lambrusco Grasparosa, e un grande abbraccio.
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