domenica 14 giugno 2026

E sono tornato - 14 giugno 2026

Sono tornato da un altro grande viaggio (ancora una volta nel mio Peru querido), e sono tornato a voi, miei instancabili lettori, che forse non attendete con ansia le mie trame, ma che vengono lette anche saltuariamente. A volte commentate. Sempre da me fatte girare con amore.

Per questo ritorno, comunque, non si poteva che smaltire qualche giallo arretrato. Non proprio tutti ben riusciti, anche se di sicuro interessante la saga lappone del francese Olivier Truc, nonché l’immersione in un’Inghilterra d’annata con la sapiente penna di John Banville. Poco sotto, per riuscita, l’ultima ed ormai antica storia del detective turco Kemal Kayankaya scritta dal compianto Jakob Arjouni. In fondo, di sicuro poco riuscita, una prova poco seriale di Petricia Cornwell, che nella sua serie maggiore è invece di mio sicuro gradimento.

Jakob Arjouni “Fratello Kemal” Corriere Noir 17 euro 8,90

[A: 25/11/2022 – I: 19/03/2026 – T: 20/03/2026] - &&   

[tit. or.: Bruder Kemal; ling. or.: tedesco; pagine: 246; anno 2012]

Avevo letto esattamente trenta anni fa il primo episodio della breve ma interessante serie scritta da Jakob Arjouni intorno al personaggio del detective privato Kemal Kayankaya. Ed ora chiudo il cerchio leggendone l’ultimo nonché quinto episodio. Non una saga imperdibile, ma di sicuro interessante per l’autore e per i temi toccati.

Jakob Michelsen è il nome originario dello scrittore tedesco, che poi, da un certo punto in poi della sua vita si firma Jakob Bothe, utilizzando il nome della madre, non volendo avere presunti vantaggi dal fatto che il padre è un noto drammaturgo. Quando comincia a pubblicare seriamente i suoi scritti, adotta invece il cognome della prima moglie, Kadisha Arjouni. E questo sarà il nome con cui viene conosciuto nel mondo letterario.

Dopo le prime tre uscite di Kemal, dall’85 al 91, fa passare dieci anni per il quarto episodio. E poi altri dieci per quest’ultimo, scritto quando già sapeva di avere un male incurabile. Sarà poco dopo l’uscita del libro che, a soli 48 anni, muore di cancro al pancreas. Ma in questo momento di scrittura c’è molto dell’urgenza di un messaggio e della dolenza di una fine vicina.

Come disse un critico più di dieci anni fa, ci sono persone che non dovrebbero morire, in genere, e soprattutto non morire giovani. Giovani come Jakob, che neanche ventenne, con il suo primo libro, in pratica inventò un filone, che venne battezzato “etnothriller”, dove si mescolava il giallo con tematiche molto legate al territorio. Non solo, ma questi scritti erano anche ironici.

Le storie di Kemal Kayankaya cominciano nei quartieri a luci rosse di Francoforte, dove Kemal si muove per necessità più che per scelta. Con una contraddizione immediata: ha un nome turco, ma è stato adottato, e parla solo tedesco. Nel corso dei decenni, la sua posizione si evolve e matura, tanto che qui, nella sua ultima storia, ha praticamente messo la testa a posto. Vive con Deborah, ex-prostituta uscita dal giro ma non pentita, che ora gestisce un ristorante biologico. Inoltre, lei e Kemal pensano sia il caso di fare un figlio. Quale miglior espressione di fiducia nel futuro che pensare ai figli mentre Jakob sa che la fine è vicina!

Per chi non avesse a menadito in mente le storie di Kemal, diciamo subito che oltre a Deborah, gli sono accanto, aiuti e sodali, un ex-spacciatore, Slibulsky, che ora gestisce con successo un furgone itinerante di gelati e il detective di polizia in pensione Theobald Löff.

In quest’ultima storia due filoni sembrano partire indipendenti per poi legarsi, e sciogliersi magari tutti insieme. Da un lato c’è una signora molto “su” Valerie de Chevannes (anche se Kemal sospetta abbia fatto la vita in gioventù) che ingaggia Kemal per riportare a casa la figlia Marieke. Costei si era allontanata da casa subornata da quello che considerava il suo fidanzato, il fotografo turco Erden Abakay. Ma Marieke non sapeva che Erden aveva prima tentato con la madre (senza successo). Inoltre Erden è un noto spacciatore, e convince Marieke a prostituirsi per lui.

Prima che avvenga l’irreparabile, Kemal irrompe sulla scena, salva Marieke da un cliente sgradevole, prende a pugni Erden legandolo al termosifone, per poi consegnarlo alla polizia. Mentre porta Marieke in famiglia, consegnandola al padre, un pittore olandese assi determinato.

Nel mentre succede tutto questo, Kemal viene anche ingaggiato da una casa editrice per fare la guardia del corpo ad uno scrittore marocchino, Malik Rashid, autore del libro “Il viaggio al termine dei giorni” (libro su cui torneremo), dove narra di un commissario marocchino che si scopre omosessuale. Una tematica non certo gradita agli integralisti. In particolare allo sceicco Hakim, gestore anche lui di un bel traffico di droga, e nello specifico anche zio di Erden.

Così le storie si intrecciano. Mentre Erden va in prigione, Hakim cerca di convincere Kemal a togliere le accuse al nipote, rapendo lo scrittore. Cosa che, una volta sciolti tutti i misteri, si rivelerà una forte trovata pubblicitaria proprio per le vendite del libro osteggiato. Non solo, ma liberando Malik, Kemal trova in modo di mettere in condizione Erden di avere una sua punizione, giusta o sbagliata che sia, ma io non entro nel merito.

Con il suo stile scanzonato, Jakob colpisce tanti bersagli, sin dal primo libro, e con questo i bersagli diventano ancora più evidenti. Si capisce che fin dalla fine dello scorso secolo, c’è sempre più un razzismo strisciante, in Germania ma non solo. Ma non solo di razzismo si parla, che Jakob colpisce il finto nazionalismo, l’immigrazione sregolata ed affidata alle mafie, la criminalità organizzata che si infiltra ovunque, fin nei piani di potere della società. Ripetendo, in forma di romanzo, quel che diceva Sciascia: “Io lo so, ma non ho le prove”.

Un ultimo elemento, proprio per sottolineare lo stile ironico di Arjouni. Il titolo del libro scandaloso non è che per caso vi ricorda un vecchio e ben noto libro francese? (Non vi faccio impazzire: io penso a Louis-Ferdinand Céline ed al suo “Viaggio al termine della notte”)

Olivier Truc “La Montagna rossa” Marsilio euro 13 (in realtà, scontato a 11,70 euro)

[A: 30/08/2022 – I: 20/03/2026 – T: 23/03/2026] - && e ½

[tit. or.: La montagne rouge; ling. or.: francese; pagine: 495; anno 2016]

Siamo al terzo episodio della saga lappone del francese Olivier Truc. Dove facciamo subito due precisazioni per chi non avesse seguito le puntate precedenti. La indico come “saga lappone”, anche se questo è il termine dispregiativo usato verso questo popolo dai “civili” svedesi. Sarebbe corretto indicarlo con il termine da loro usato, cioè “sami”. La seconda è che Truc è sì francese, ma vive ed ha vissuto a lungo in Scandinavia, diventando un profondo conoscitore delle tradizioni locali.

E proprio delle tradizioni e della storia e delle implicazioni culturali e territoriali, che questa stori dà il meglio di sé. Perché sul lato noir o simili è da un lato carente e dall’altro assente.

Come primo elemento introduttivo, poi, ricordiamo che quella che seguiamo è la “polizia delle renne”, un corpo sovranazionale che si occupa di tutti i crimini connessi con le renne e dintorni. In questa polizia, i nostri protagonisti sono Klemet Nango, un mezzosangue sami, e Nina Nansen, svedese ma molto empatica sia con i sami che con Klemet.

Essendo un corpo di polizia molto attento ai problemi del cuore della nazione sami, i nostri fino ad ora erano di stanza a Kautokeino, in Norvegia. Ma, per una serie di motivazioni legate anche alla transumanza delle renne, in questo settembre piovoso vengono inviati in missione semi-permanente a Funäsdalen, in Svezia, a ben 16 ore di macchina dalla loro base.

Qui si trovano ad affrontare un problema spinoso e molteplice. I millecinquecento sami locali stanno effettuando la conta e l’eventuale macellazione delle renne in sovrannumero (il numero delle renne è calmierato per non incidere sull’ambiente). In questo lavoro, si scontrano con i trecentomila boscaiolo svedesi locali, che volendo disboscare la zona, rischiano di affamare le renne rimaste. Tutto ciò aggravato dal contenzioso di base, che si sta sviluppando anche in una battaglia legale.

Entrambi i gruppi etnici ritengono di essere gli originari del luogo, e quindi di avere conseguentemente il diritto di decidere per primi. In tutto ciò, nella zona “rennifera” viene trovato uno scheletro umano senza testa. È questo il motivo principe dell’intervento di Klemet e Nina, che devono per prima cosa capire chi e come è morto il cadavere.

Ben presto si scopre che è uno scheletro del diciassettesimo secolo. Quindi, se fosse sami, i nostri avrebbero vinto la causa. Ma per trovare la corrispondenza con quanto supposto bisogna trovare il cranio. Ed è qui che si innesta un ulteriore e pesante filone. Pare che ci sia, in Scandinavia ma anche in altre zone europee, una ricerca assai remunerativa di tali crani.

Tant’è che ci imbattiamo in uno strano antiquario, Bertil, che comanda a bacchetta un’arzilla vecchietta, Justina, che, seguendo le sue direttive, insieme ad altrettante signore anzianotte, non si perita di rubare in musei ben individuati, crani che Bertil poi piazza sul mercato nero. I nostri, quindi, passano dall’analisi del cadavere, alla ricerca dei crani mancanti ed alla caccia alla banda di Bertil.

Laddove, tra antiquari poco raccomandabili e presunti esperti di cultura sami, si scopre un sotto filone che porta ad una parte di romanzo interessante e durissima. Che a partire dalla Seconda guerra mondiale, sotto la spinta dell’eugenetica nazista, anche i “puri” svedesi adottarono una politica di eliminazione delle minoranze considerate deviate. Così, tramite pareri psicologici condiscendenti, vengono emarginate grosse fette di popolazione. Motivi? Generalmente futili. Una persona viene sterilizzata a forza perché “non ricordava a memoria il catechismo” in quanto soggetta a casuali crisi epilettiche.

Comunque, mettendo ovviamente anche in discussione le proprie identità, sia quella svedese di Nina a confronto della politica di sterilizzazione forzata portata avanti dalla Svezia dal 1934 al 1975 (leggete bene questa seconda data) e che ha portato all’intervento chirurgico pare su più di sessantamila individui. Sia quella sami di Klemet, laddove si rende conto che la sua idea di “purezza” è inquinata da comportamenti individuali fortemente deviati.

Tutto avrà una fine, e noi raccoglieremo le piccole gesta di Klemet e Nina, sapendo che hanno fatto tutto il loro lavoro al meglio. Sapremo anche quasi tutto quello che è successo. Certo non chi ha ucciso e come il povero cadavere del Settecento, con un libro che alla fine, è più un viaggio etnico che un’indagine poliziesca.

Visto infine che sono sempre molto critico verso le edizioni nostrane devo dire che un punto per aver mantenuto il titolo originario ed un altro per una traduzione che scivola nella lettura con grande agilità.

Patricia Cornwell “Al buio” Mondadori 7,90 euro

[A: 09/02/2026 – I: 25/03/2026 – T: 26/03/2026] &

[tit. or.: The Front; ling. or.: inglese; pagine: 158; anno 2008]

Per completezza di letture e di critica agli autori, avendo Mondadori deciso di pubblicare uno dei pochi libri di Patricia Cornwell non presenti nella mia biblioteca, ho pensato, anche se non ero convinto, di leggerlo abbastanza presto. Anche perché, a suo tempo, avevo letto il primo episodio della serie imperniata sul detective mulatto Winston Garano detto Win. Pur con un giudizio negativo, anche se con riserva.

Giudizio che devo dire si ribadisce e si aggrava, in questo secondo e finale episodio. Non era una trama felice, questa idea di una ventina di anni fa. Patricia aveva già pubblicato 14 romanzi con Kay Scarpetta, inframezzati con episodi della coppia Hammer & Brazil (anche questa di poco respiro abbandonata dopo tre romanzi). Fortunatamente, dopo questi due poco riusciti di Garano, la nostra Kay compare in altri 15 libri, portando la serie maggiore quindi quasi alla soglia delle trenta uscite.

Qui, la storia si ingarbuglia sin dalle prime battute. Viene subito in primo piano Monique Lamont, sostituto procuratore, che coinvolge Win in un vecchio caso non risolto. Dove c’è una giovane inglese cieca, Janie Brolin, uccisa e stuprata nel 1962. Dopo tanto tempo, alcuni indizi all’epoca ignorati, sembrano portare questo omicidio sulla scia di un’ondata di violenza dei primi anni Sessanta, ad opera di un misterioso serial killer indicato con l’appellativo di “lo strangolatore di Boston”.

Monique ha un rapporto molto ambiguo con i protagonisti della vicenda. Con Win, che nel primo episodio le ha salvato la vita, ma che proprio per questo lei cerca di mettere in difficoltà per non sentirsi in debito. Con Stump, l’agente che gestisce la task force interpolizia di Watertown, un coordinamento chiamato “The FRONT”, un tempo molto amica di Monique, ma poi allontanatasi dopo un incidente che le costò l’amputazione di mezza gamba.

Inciso: al solito l’autrice aveva indirizzato il lettore proprio su questa task force, utilizzandola come titolo, mentre in Italia, al solito senza motivazioni apparenti, viene rinominata “Al buio”, sia per sottolineare come, per quasi tutto il romanzo, Win non sappia che pesci pigliare, sia perché la morta, essendo cieca, era “al buio”. Cercando di farci passare sottogamba l’uccisone del di lei fidanzato, avvenuta poco dopo e a poca distanza, con un investimento ed un passaggio reiterato della macchina sul corpo del ragazzo.

Insomma, Monique cerca solo un po’ di risonanza mediatica, visto che a breve ci saranno delle elezioni cui lei intende partecipare. Fatto sta che, con il passare delle pagine, l’unica notorietà che si merita per me, è un posto in pole position nella graduatoria dei personaggi antipatici.

Comunque c’è tutta una involuzione della trama intorno a sé stessa. Compaiono personaggi eccentrici, come una ragazza vestita in modo che definirei fantasioso, un giovane che, per motivi all’apparenza ignoti, camuffa potenziali articoli giornalistici, in pezzi da pochi soldi per un giornale scalcinato, fino ad un’organizzazione che sembra abbia la sua maggiore occupazione nel gestire aiuti per bambini rumeni in difficoltà.

Detto poi che compaiono Scotland Yard, visto che la vittima è inglese, la nonna di Win, la simpaticissima Nana, che non la smette di operare incantesimi, e di mettere in guardia il nipote, in base a sue stravaganti premonizioni, nonché un’organizzazione mafiosa che compie omicidi a destra e a manca, pur se essi stessi vengono presentati in maniera soft noir, il romanzo scivola verso la fine senza che aumenti di un briciolo il coinvolgimento del lettore.

Certo, alla fine il mistero della morte di Janie viene svelato e risolto, per trascinarci poi in una serie di inutili pagine che mettono in campo un’agente FBI sotto copertura, le performance sessuali di Monique con un (forse) minorenne, nonché l’idea che tra Win e Stump possa nascere qualcosa più di una simpatia.

Una nota finale che poteva servire a Patricia per imbastire in nuovo episodio della serie. Scritto che fortunatamente non ha visto la luce, lasciandoci ormai “al buio” da diciotto anni su cosa possa aver fatto dopo Win Garano.

Quindi, in questa sarabanda di personaggi dalla poca credibilità, di storie lasciate un po’ per aria, nonostante la normalmente buona penna della scrittrice, un sol grido si leva dai nostri cuori: potete evitare di perdere tempo leggendo questo libro. Mi sono sacrificato io per voi. Voi potete esimervi.

John Banville “Delitto d’inverno” Repubblica Essenza Noir 18 euro 8,90

[A: 23/10/2022 – I: 09/05/2026 – T: 11/09/2026] - && e ½

[tit. or.: Snow; ling. or.: inglese; pagine: 332; anno 2020]

Banville è un fine scrittore irlandese, che ha da poco doppiato il capo degli ottanta, e che ha sempre scritto, non in maniera forsennata, ma in modo sempre ragionato, fin dalle sue prime uscite agli inizi degli anni ’70. Ed è sempre stato molto attento alla scrittura, dato che per lunga parte della sua vita si è guadagnato lo stipendio come giornalista (prima in testate irlandesi, poi anche su “The New York Review of Books”.

Ho letto qualcosa dei suoi romanzi, ma soprattutto ho praticato il suo lato giallo. Infatti, per avere più libertà espressiva, dal 2008 al 2015 pubblica una serie di romanzi gialli con al centro un anatomopatologo, Quirke, ma pubblicandoli con lo pseudonimo di Benjamin Black. Solo dopo il quinto romanzo ha continuato a scriverne, questa volta con il suo nome.

Ha scritto anche altro nel periodo, con la capacità da scrittore consumato, di ambientare tutto in un posto a lui ben noto, la contea di Wexford in Irlanda (dove lui è nato), e quindi facendo in modo che direttamente o trasversalmente, i personaggi eminenti del luogo, ed in particolare quelli legati al crimine, entrino ed esano dalle trame.

Così è per Quirke che nella prima uscita (“Dove è sempre notte”) è da poco vedovo e segue un caso, a lui molto vicino, in un’epoca che si aggira nei primi anni Cinquanta. Qui siamo nel 1957, Quirke, in romanzi che non abbiamo letto, si è di certo evoluto, tanto che quando l’ispettore protagonista chiede di lui, gli viene detto che non c’è in quanto è in viaggio di nozze.

Lo stesso ispettore, inoltre, in un di poco precedente libro (“Le ospiti segrete”) ambientato nel 1939, da giovane poliziotto, deve far da “balia” alla principessa Elisabetta ed alla sorella. Ora, passati diciotto anni, si dice che l’ispettore Strafford ha trentacinque anni, che è appunto diventato ispettore, e viene coinvolto, da Dublino dove è di stanza, in un giallo che proprio a Wexford ha i suoi momenti salienti. Non solo, ma nel romanzo successivo (“Il dubbio del killer”) Quirke e Strafford lavoreranno congiuntamente (anche se non ve ne dico nulla di più).

Anche questo testo, in ogni caso, è una tipica espressione della scrittura di Banville, in qualsiasi forma si esprima. È generalmente lento, di certo aggiunge rami collaterali alla storia principale, rami che spesso sono più interessanti, problematicamente, della storia narrata. E sempre torna a parlare della sua terra e dei suoi problemi, magari inserendo qualche bella descrizione dei paesaggi rurali e delle cittadine irlandesi.

Qui, tanto per andare al punto, è sempre focalizzato sul rapporto/scontro tra cattolici e protestanti, uno dei motivi sempre presenti nella prosa degli irlandesi di spicco, specialmente nei moderni. In particolare qui, che ci muoviamo nel ’57. Intanto, il morto, ucciso ed evirato, è un prete cattolico, padre Tom. Ucciso nella casa di uno dei maggiorenti locali, il colonnello Osborne, protestante. Poi, l’ispettore Strafford è anch’esso protestante, cosa abbastanza anomala che la polizia irlandese è quasi tutta di religione cattolica. Potete capire presto che la religione occupa un suo spazio non banale nel testo.

Come anche l’attrito perenne delle classi sociali, che i benestanti prendono il tè nero, e le classi medie con zucchero e “di latte, un velo” (citazione da “Asterix e i Britanni”).

Comunque, essendo la religione legata alla politica, scopriamo che padre Tom è figlio di un rivoluzionario sodale di Michael Collins, l’eroe dell’indipendenza irlandese. Cosa che aggiunge rami incandescenti al testo. Legati, come spesso accade nel mondo anglosassone, agli abusi sui minori. Abusi subiti, da padre Tom. Abusi, ma lui parlava di momenti sublimati, inferti da padre Tom ad altre persone.

Dove poi c’è tutto il mondo che ruota intorno agli Osborne: il colonnello inflessibile, Syliva, la seconda moglie, che la prima è cascata dalle scale ubriaca (cascata?), scale dove anche padre Tom ruzzola, forse già morto, ed i figli del colonnello, Dominic, il maschio, un po’ defilato e forse anche lui abusato o quasi, ma probabilmente in altri contesti, e Lettice, la femmina, giovane e ribelle, tanto da farsi espellere da scuola, e da trovare il modo di sfogare la sua sessualità con lo stalliere di casa, il forse poco acuto Fonsey, ma di sicuro anche lui problematico in molte forme. Senza esentare dalla cerchia dei possibili coinvolti nella vicenda come il fratello di Sylvia, poco raccomandabile, sempre alla ricerca di un finanziamento per entrare nel mondo dei cavalli (altra passione delle classi bene locali). O come il medico che cura Sylvia bombardandola di psicofarmaci, o la governante, Mrs. Duffy, sempre scontrosa e parca nei commenti, ma dura nell’atteggiamento verso tutti i poliziotti.

Strafford, muovendosi alla Maigret, arriva a spiegare tutti i dettagli della vicenda, anche facendo alterare di brutto l’arcivescovo cattolico che voleva insabbiare tutto. Perché i dettagli scabrosi non devono apparire. Come noi ci aspettavamo, tuttavia, c’è una coda, che si svolge nel 1967, e che da un colpo di coda inaspettato ma logico a tutta la vicenda.

Non sono mai stato tenero con Banville, ma questa prima (per me) storia con l’ispettore Strafford mi è sembrata migliore di altri suoi scritti. E poi, Strafford di nome fa St. John (anche se in irlandese si pronuncia “sijun”).

Prima trama del mese, quindi ecco i quindici libri di marzo, illuminati da uno splendido Vasilij Grossman, seguito a ruota da due autori del mio cuore, Joël Dicker e Julian Barnes. In fondo, con grande dispiacere, due mal riuscite prove di Patricia Cornwell.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Elizabeth George

Una cosa da nascondere

TEA

15

3

2

Patricia Cornwell

L’isola dei cani

Mondadori

s.p.

1

3

Vasilij Grossman

Vita e destino

Adelphi

16

4

4

Joël Dicker

La scomparsa di Stephanie Mailer

La Nave di Teseo

s.p.

3,5

5

You-Jeong Jeong

Le origini del male

Repubblica Essenza Noir

8,90

1,5

6

Julian Barnes

Partenze

Einaudi

s.p.

3,5

7

Viveca Sten

Questa notte morirai

Feltrinelli

12

2,5

8

Ilaria Tuti

Figlia delle cenere

Repubblica

8,90

2

9

Pedro Zarraluki

Il piacere e la noia

Neri Pozza

s.p.

2

10

Jakob Arjouni

Fratello Kemal

Corriere

8,90

2

11

Olivier Truc

La Montagna rossa

Marsilio

13

2,5

12

Seiko Hito

Radio Imagination

Corriere Giappone

8,90

2,5

13

Patricia Cornwell

Al buio

Mondadori

7,90

1

14

Miyashita Natsu

Un bosco di pecore e acciaio

Corriere Giappone

8,90

2,5

15

Alessandro Reali

Il fantasma di San Michele

Corriere Gazzetta II

7,99

2

Per i miei florilegi settimanali, questa volta ci rivolgiamo a romanzi assai solidi, e con molti pensieri che suscitano alla mente.

Il primo, sempre per me legato alle liste del suo “Alta fedeltà”, è Nick Hornby ed il suo “Tutto per una ragazza”.

Pensieri sui figli: “Si ha l’impressione che i figli facciano sempre meglio dei genitori … nella nostra famiglia tutti inciampano sempre sul primo gradino.” (17) e “Padre: Mica tutto quello che diciamo o facciamo mira a distruggerti la vita, sai? Qualche volta, molto raramente, cerchiamo di pensare al tuo bene. Figlia: Molto raramente! Padre: Ero sarcastico. Figlia: Io no.” (172).

Pensieri sull’amore: “Se qualcuno ti dice che ti ama, sei obbligato a dirglielo anche tu, no?” (47).

Ma soprattutto una micro-riflessione che illumina molto i personaggi pubblici ed i razzisti senza pensieri: “Se dici qualcosa di razzista senza riflettere evidentemente sei un razzista. Perché significa che per non dire cose razziste devi pensarci in continuazione.” (218)

Passando in Scozia, c’è un altro mio nume tutelare, Alexander McCall Smith ed il suo “Semiotica, pub e altri piaceri”.

Anche qui, alcune riflessioni sull’amicizia: “Il senso di libertà in un’amicizia spesso aggiunge una certa leggerezza a cose che altrimenti potrebbero pesare.” (41) e “Non è facile accettare la bassa stima che gli altri hanno di noi.” (158)

Qualcosa sull’amore: “Aveva dato per scontato che una persona di sessant’anni non si potesse innamorare: ridicolo … una vera e propria discriminazione contro gli anziani.” (103) [una frase da incorniciare] “Forse lui le piace davvero… Dieci anni non sono un divario eccessivo.” (243) [anche questa].

Finendo con una riflessione personale: “Nei libri non sempre ci sono le risposte, sai. A volte si limitano a porre le domande.” (117)

Per terminare con il “Ritratto di gruppo con assenza” di Luis Sepulveda, la cui lapidari frase mi è tornata in mente al funerale del mio amico Gianni Mattioli: “Cos’è successo nell’animo di quel pugno di persone che hanno dato tutto e quel tutto gli è sembrato ancora poco.” (56)

Allora come sono tornato, ed abbiamo ripreso a macinare. Macinare l’organizzazione campagnola, le ultime ma non meno faticose propaggini marine, le speranzose idee di ulteriori e prossimi riposi. Ma tutto ciò avrà il suo tempo ed il suo luogo. Quindi, per ora, ancora una volta vi abbraccio.