Sono
tornato da un altro grande viaggio (ancora una volta nel mio Peru querido), e
sono tornato a voi, miei instancabili lettori, che forse non attendete con
ansia le mie trame, ma che vengono lette anche saltuariamente. A volte
commentate. Sempre da me fatte girare con amore.
Per
questo ritorno, comunque, non si poteva che smaltire qualche giallo arretrato.
Non proprio tutti ben riusciti, anche se di sicuro interessante la saga lappone
del francese Olivier Truc, nonché l’immersione in un’Inghilterra d’annata con
la sapiente penna di John Banville. Poco sotto, per riuscita, l’ultima ed ormai
antica storia del detective turco Kemal Kayankaya scritta dal compianto Jakob
Arjouni. In fondo, di sicuro poco riuscita, una prova poco seriale di Petricia
Cornwell, che nella sua serie maggiore è invece di mio sicuro gradimento.
Jakob Arjouni
“Fratello Kemal” Corriere Noir 17 euro 8,90
[A:
25/11/2022 – I: 19/03/2026 – T: 20/03/2026] - &&
[tit.
or.: Bruder Kemal; ling. or.: tedesco; pagine: 246; anno 2012]
Avevo
letto esattamente trenta anni fa il primo episodio della breve ma interessante
serie scritta da Jakob Arjouni intorno al personaggio del detective privato
Kemal Kayankaya. Ed ora chiudo il cerchio leggendone l’ultimo nonché quinto
episodio. Non una saga imperdibile, ma di sicuro interessante per l’autore e
per i temi toccati.
Jakob
Michelsen è il nome originario dello scrittore tedesco, che poi, da un certo
punto in poi della sua vita si firma Jakob Bothe, utilizzando il nome della
madre, non volendo avere presunti vantaggi dal fatto che il padre è un noto
drammaturgo. Quando comincia a pubblicare seriamente i suoi scritti, adotta
invece il cognome della prima moglie, Kadisha Arjouni. E questo sarà il nome
con cui viene conosciuto nel mondo letterario.
Dopo
le prime tre uscite di Kemal, dall’85 al 91, fa passare dieci anni per il
quarto episodio. E poi altri dieci per quest’ultimo, scritto quando già sapeva
di avere un male incurabile. Sarà poco dopo l’uscita del libro che, a soli 48
anni, muore di cancro al pancreas. Ma in questo momento di scrittura c’è molto
dell’urgenza di un messaggio e della dolenza di una fine vicina.
Come
disse un critico più di dieci anni fa, ci sono persone che non dovrebbero
morire, in genere, e soprattutto non morire giovani. Giovani come Jakob, che
neanche ventenne, con il suo primo libro, in pratica inventò un filone, che
venne battezzato “etnothriller”, dove si mescolava il giallo con tematiche
molto legate al territorio. Non solo, ma questi scritti erano anche ironici.
Le
storie di Kemal Kayankaya cominciano nei quartieri a luci rosse di Francoforte,
dove Kemal si muove per necessità più che per scelta. Con una contraddizione
immediata: ha un nome turco, ma è stato adottato, e parla solo tedesco. Nel
corso dei decenni, la sua posizione si evolve e matura, tanto che qui, nella
sua ultima storia, ha praticamente messo la testa a posto. Vive con Deborah,
ex-prostituta uscita dal giro ma non pentita, che ora gestisce un ristorante
biologico. Inoltre, lei e Kemal pensano sia il caso di fare un figlio. Quale
miglior espressione di fiducia nel futuro che pensare ai figli mentre Jakob sa
che la fine è vicina!
Per
chi non avesse a menadito in mente le storie di Kemal, diciamo subito che oltre
a Deborah, gli sono accanto, aiuti e sodali, un ex-spacciatore, Slibulsky, che
ora gestisce con successo un furgone itinerante di gelati e il detective di
polizia in pensione Theobald Löff.
In
quest’ultima storia due filoni sembrano partire indipendenti per poi legarsi, e
sciogliersi magari tutti insieme. Da un lato c’è una signora molto “su” Valerie
de Chevannes (anche se Kemal sospetta abbia fatto la vita in gioventù) che
ingaggia Kemal per riportare a casa la figlia Marieke. Costei si era
allontanata da casa subornata da quello che considerava il suo fidanzato, il
fotografo turco Erden Abakay. Ma Marieke non sapeva che Erden aveva prima
tentato con la madre (senza successo). Inoltre Erden è un noto spacciatore, e
convince Marieke a prostituirsi per lui.
Prima
che avvenga l’irreparabile, Kemal irrompe sulla scena, salva Marieke da un
cliente sgradevole, prende a pugni Erden legandolo al termosifone, per poi
consegnarlo alla polizia. Mentre porta Marieke in famiglia, consegnandola al
padre, un pittore olandese assi determinato.
Nel
mentre succede tutto questo, Kemal viene anche ingaggiato da una casa editrice
per fare la guardia del corpo ad uno scrittore marocchino, Malik Rashid, autore
del libro “Il viaggio al termine dei giorni” (libro su cui torneremo), dove
narra di un commissario marocchino che si scopre omosessuale. Una tematica non
certo gradita agli integralisti. In particolare allo sceicco Hakim, gestore
anche lui di un bel traffico di droga, e nello specifico anche zio di Erden.
Così
le storie si intrecciano. Mentre Erden va in prigione, Hakim cerca di
convincere Kemal a togliere le accuse al nipote, rapendo lo scrittore. Cosa
che, una volta sciolti tutti i misteri, si rivelerà una forte trovata
pubblicitaria proprio per le vendite del libro osteggiato. Non solo, ma
liberando Malik, Kemal trova in modo di mettere in condizione Erden di avere
una sua punizione, giusta o sbagliata che sia, ma io non entro nel merito.
Con
il suo stile scanzonato, Jakob colpisce tanti bersagli, sin dal primo libro, e
con questo i bersagli diventano ancora più evidenti. Si capisce che fin dalla
fine dello scorso secolo, c’è sempre più un razzismo strisciante, in Germania
ma non solo. Ma non solo di razzismo si parla, che Jakob colpisce il finto
nazionalismo, l’immigrazione sregolata ed affidata alle mafie, la criminalità
organizzata che si infiltra ovunque, fin nei piani di potere della società.
Ripetendo, in forma di romanzo, quel che diceva Sciascia: “Io lo so, ma non ho
le prove”.
Un
ultimo elemento, proprio per sottolineare lo stile ironico di Arjouni. Il
titolo del libro scandaloso non è che per caso vi ricorda un vecchio e ben noto
libro francese? (Non vi faccio impazzire: io penso a Louis-Ferdinand Céline ed
al suo “Viaggio al termine della notte”)
Olivier Truc “La Montagna rossa” Marsilio
euro 13 (in realtà, scontato a 11,70 euro)
[A: 30/08/2022 – I: 20/03/2026 – T: 23/03/2026]
- &&
e ½
[tit. or.: La montagne rouge; ling.
or.: francese; pagine: 495; anno 2016]
Siamo
al terzo episodio della saga lappone del francese Olivier Truc. Dove facciamo
subito due precisazioni per chi non avesse seguito le puntate precedenti. La
indico come “saga lappone”, anche se questo è il termine dispregiativo usato
verso questo popolo dai “civili” svedesi. Sarebbe corretto indicarlo con il
termine da loro usato, cioè “sami”. La seconda è che Truc è sì francese, ma
vive ed ha vissuto a lungo in Scandinavia, diventando un profondo conoscitore
delle tradizioni locali.
E
proprio delle tradizioni e della storia e delle implicazioni culturali e
territoriali, che questa stori dà il meglio di sé. Perché sul lato noir o
simili è da un lato carente e dall’altro assente.
Come
primo elemento introduttivo, poi, ricordiamo che quella che seguiamo è la
“polizia delle renne”, un corpo sovranazionale che si occupa di tutti i crimini
connessi con le renne e dintorni. In questa polizia, i nostri protagonisti sono
Klemet Nango, un mezzosangue sami, e Nina Nansen, svedese ma molto empatica sia
con i sami che con Klemet.
Essendo
un corpo di polizia molto attento ai problemi del cuore della nazione sami, i
nostri fino ad ora erano di stanza a Kautokeino, in Norvegia. Ma, per una serie
di motivazioni legate anche alla transumanza delle renne, in questo settembre
piovoso vengono inviati in missione semi-permanente a Funäsdalen, in Svezia, a
ben 16 ore di macchina dalla loro base.
Qui
si trovano ad affrontare un problema spinoso e molteplice. I millecinquecento
sami locali stanno effettuando la conta e l’eventuale macellazione delle renne
in sovrannumero (il numero delle renne è calmierato per non incidere
sull’ambiente). In questo lavoro, si scontrano con i trecentomila boscaiolo
svedesi locali, che volendo disboscare la zona, rischiano di affamare le renne
rimaste. Tutto ciò aggravato dal contenzioso di base, che si sta sviluppando
anche in una battaglia legale.
Entrambi
i gruppi etnici ritengono di essere gli originari del luogo, e quindi di avere
conseguentemente il diritto di decidere per primi. In tutto ciò, nella zona
“rennifera” viene trovato uno scheletro umano senza testa. È questo il motivo
principe dell’intervento di Klemet e Nina, che devono per prima cosa capire chi
e come è morto il cadavere.
Ben
presto si scopre che è uno scheletro del diciassettesimo secolo. Quindi, se
fosse sami, i nostri avrebbero vinto la causa. Ma per trovare la corrispondenza
con quanto supposto bisogna trovare il cranio. Ed è qui che si innesta un
ulteriore e pesante filone. Pare che ci sia, in Scandinavia ma anche in altre
zone europee, una ricerca assai remunerativa di tali crani.
Tant’è
che ci imbattiamo in uno strano antiquario, Bertil, che comanda a bacchetta
un’arzilla vecchietta, Justina, che, seguendo le sue direttive, insieme ad
altrettante signore anzianotte, non si perita di rubare in musei ben
individuati, crani che Bertil poi piazza sul mercato nero. I nostri, quindi,
passano dall’analisi del cadavere, alla ricerca dei crani mancanti ed alla
caccia alla banda di Bertil.
Laddove,
tra antiquari poco raccomandabili e presunti esperti di cultura sami, si scopre
un sotto filone che porta ad una parte di romanzo interessante e durissima. Che
a partire dalla Seconda guerra mondiale, sotto la spinta dell’eugenetica
nazista, anche i “puri” svedesi adottarono una politica di eliminazione delle
minoranze considerate deviate. Così, tramite pareri psicologici condiscendenti,
vengono emarginate grosse fette di popolazione. Motivi? Generalmente futili.
Una persona viene sterilizzata a forza perché “non ricordava a memoria il
catechismo” in quanto soggetta a casuali crisi epilettiche.
Comunque,
mettendo ovviamente anche in discussione le proprie identità, sia quella
svedese di Nina a confronto della politica di sterilizzazione forzata portata
avanti dalla Svezia dal 1934 al 1975 (leggete bene questa seconda data) e che
ha portato all’intervento chirurgico pare su più di sessantamila individui. Sia
quella sami di Klemet, laddove si rende conto che la sua idea di “purezza” è
inquinata da comportamenti individuali fortemente deviati.
Tutto
avrà una fine, e noi raccoglieremo le piccole gesta di Klemet e Nina, sapendo
che hanno fatto tutto il loro lavoro al meglio. Sapremo anche quasi tutto
quello che è successo. Certo non chi ha ucciso e come il povero cadavere del Settecento,
con un libro che alla fine, è più un viaggio etnico che un’indagine poliziesca.
Visto
infine che sono sempre molto critico verso le edizioni nostrane devo dire che
un punto per aver mantenuto il titolo originario ed un altro per una traduzione
che scivola nella lettura con grande agilità.
Patricia Cornwell “Al buio” Mondadori 7,90
euro
[A: 09/02/2026 – I: 25/03/2026 – T: 26/03/2026] &
[tit. or.: The Front; ling. or.: inglese; pagine: 158; anno 2008]
Per completezza di letture e di critica agli
autori, avendo Mondadori deciso di pubblicare uno dei pochi libri di Patricia
Cornwell non presenti nella mia biblioteca, ho pensato, anche se non ero
convinto, di leggerlo abbastanza presto. Anche perché, a suo tempo, avevo letto
il primo episodio della serie imperniata sul detective mulatto Winston Garano
detto Win. Pur con un giudizio negativo, anche se con riserva.
Giudizio che devo dire si ribadisce e si
aggrava, in questo secondo e finale episodio. Non era una trama felice, questa
idea di una ventina di anni fa. Patricia aveva già pubblicato 14 romanzi con
Kay Scarpetta, inframezzati con episodi della coppia Hammer & Brazil (anche
questa di poco respiro abbandonata dopo tre romanzi). Fortunatamente, dopo
questi due poco riusciti di Garano, la nostra Kay compare in altri 15 libri,
portando la serie maggiore quindi quasi alla soglia delle trenta uscite.
Qui, la storia si ingarbuglia sin dalle prime
battute. Viene subito in primo piano Monique Lamont, sostituto procuratore, che
coinvolge Win in un vecchio caso non risolto. Dove c’è una giovane inglese
cieca, Janie Brolin, uccisa e stuprata nel 1962. Dopo tanto tempo, alcuni
indizi all’epoca ignorati, sembrano portare questo omicidio sulla scia di
un’ondata di violenza dei primi anni Sessanta, ad opera di un misterioso serial
killer indicato con l’appellativo di “lo strangolatore di Boston”.
Monique ha un rapporto molto ambiguo con i
protagonisti della vicenda. Con Win, che nel primo episodio le ha salvato la
vita, ma che proprio per questo lei cerca di mettere in difficoltà per non
sentirsi in debito. Con Stump, l’agente che gestisce la task force interpolizia
di Watertown, un coordinamento chiamato “The FRONT”, un tempo molto amica di
Monique, ma poi allontanatasi dopo un incidente che le costò l’amputazione di
mezza gamba.
Inciso: al solito l’autrice aveva indirizzato
il lettore proprio su questa task force, utilizzandola come titolo, mentre in
Italia, al solito senza motivazioni apparenti, viene rinominata “Al buio”, sia
per sottolineare come, per quasi tutto il romanzo, Win non sappia che pesci
pigliare, sia perché la morta, essendo cieca, era “al buio”. Cercando di farci
passare sottogamba l’uccisone del di lei fidanzato, avvenuta poco dopo e a poca
distanza, con un investimento ed un passaggio reiterato della macchina sul
corpo del ragazzo.
Insomma, Monique cerca solo un po’ di
risonanza mediatica, visto che a breve ci saranno delle elezioni cui lei
intende partecipare. Fatto sta che, con il passare delle pagine, l’unica
notorietà che si merita per me, è un posto in pole position nella graduatoria
dei personaggi antipatici.
Comunque c’è tutta una involuzione della
trama intorno a sé stessa. Compaiono personaggi eccentrici, come una ragazza
vestita in modo che definirei fantasioso, un giovane che, per motivi
all’apparenza ignoti, camuffa potenziali articoli giornalistici, in pezzi da
pochi soldi per un giornale scalcinato, fino ad un’organizzazione che sembra
abbia la sua maggiore occupazione nel gestire aiuti per bambini rumeni in
difficoltà.
Detto poi che compaiono Scotland Yard, visto
che la vittima è inglese, la nonna di Win, la simpaticissima Nana, che non la
smette di operare incantesimi, e di mettere in guardia il nipote, in base a sue
stravaganti premonizioni, nonché un’organizzazione mafiosa che compie omicidi a
destra e a manca, pur se essi stessi vengono presentati in maniera soft noir,
il romanzo scivola verso la fine senza che aumenti di un briciolo il
coinvolgimento del lettore.
Certo, alla fine il mistero della morte di
Janie viene svelato e risolto, per trascinarci poi in una serie di inutili
pagine che mettono in campo un’agente FBI sotto copertura, le performance
sessuali di Monique con un (forse) minorenne, nonché l’idea che tra Win e Stump
possa nascere qualcosa più di una simpatia.
Una nota finale che poteva servire a Patricia
per imbastire in nuovo episodio della serie. Scritto che fortunatamente non ha
visto la luce, lasciandoci ormai “al buio” da diciotto anni su cosa possa aver
fatto dopo Win Garano.
Quindi, in questa sarabanda di personaggi
dalla poca credibilità, di storie lasciate un po’ per aria, nonostante la
normalmente buona penna della scrittrice, un sol grido si leva dai nostri
cuori: potete evitare di perdere tempo leggendo questo libro. Mi sono
sacrificato io per voi. Voi potete esimervi.
John Banville “Delitto d’inverno”
Repubblica Essenza Noir 18 euro 8,90
[A: 23/10/2022 – I: 09/05/2026 – T:
11/09/2026] - &&
e ½
[tit. or.: Snow; ling. or.: inglese; pagine: 332; anno 2020]
Banville è un fine scrittore irlandese, che
ha da poco doppiato il capo degli ottanta, e che ha sempre scritto, non in
maniera forsennata, ma in modo sempre ragionato, fin dalle sue prime uscite
agli inizi degli anni ’70. Ed è sempre stato molto attento alla scrittura, dato
che per lunga parte della sua vita si è guadagnato lo stipendio come
giornalista (prima in testate irlandesi, poi anche su “The New York Review of
Books”.
Ho letto qualcosa dei suoi romanzi, ma
soprattutto ho praticato il suo lato giallo. Infatti, per avere più libertà
espressiva, dal 2008 al 2015 pubblica una serie di romanzi gialli con al centro
un anatomopatologo, Quirke, ma pubblicandoli con lo pseudonimo di Benjamin
Black. Solo dopo il quinto romanzo ha continuato a scriverne, questa volta con
il suo nome.
Ha scritto anche altro nel periodo, con la
capacità da scrittore consumato, di ambientare tutto in un posto a lui ben
noto, la contea di Wexford in Irlanda (dove lui è nato), e quindi facendo in
modo che direttamente o trasversalmente, i personaggi eminenti del luogo, ed in
particolare quelli legati al crimine, entrino ed esano dalle trame.
Così è per Quirke che nella prima uscita (“Dove
è sempre notte”) è da poco vedovo e segue un caso, a lui molto vicino, in
un’epoca che si aggira nei primi anni Cinquanta. Qui siamo nel 1957, Quirke, in
romanzi che non abbiamo letto, si è di certo evoluto, tanto che quando
l’ispettore protagonista chiede di lui, gli viene detto che non c’è in quanto è
in viaggio di nozze.
Lo stesso ispettore, inoltre, in un di poco
precedente libro (“Le ospiti segrete”) ambientato nel 1939, da giovane
poliziotto, deve far da “balia” alla principessa Elisabetta ed alla sorella.
Ora, passati diciotto anni, si dice che l’ispettore Strafford ha trentacinque
anni, che è appunto diventato ispettore, e viene coinvolto, da Dublino dove è
di stanza, in un giallo che proprio a Wexford ha i suoi momenti salienti. Non
solo, ma nel romanzo successivo (“Il dubbio del killer”) Quirke e Strafford
lavoreranno congiuntamente (anche se non ve ne dico nulla di più).
Anche questo testo, in ogni caso, è una
tipica espressione della scrittura di Banville, in qualsiasi forma si esprima.
È generalmente lento, di certo aggiunge rami collaterali alla storia
principale, rami che spesso sono più interessanti, problematicamente, della
storia narrata. E sempre torna a parlare della sua terra e dei suoi problemi,
magari inserendo qualche bella descrizione dei paesaggi rurali e delle
cittadine irlandesi.
Qui, tanto per andare al punto, è sempre
focalizzato sul rapporto/scontro tra cattolici e protestanti, uno dei motivi
sempre presenti nella prosa degli irlandesi di spicco, specialmente nei
moderni. In particolare qui, che ci muoviamo nel ’57. Intanto, il morto, ucciso
ed evirato, è un prete cattolico, padre Tom. Ucciso nella casa di uno dei
maggiorenti locali, il colonnello Osborne, protestante. Poi, l’ispettore
Strafford è anch’esso protestante, cosa abbastanza anomala che la polizia
irlandese è quasi tutta di religione cattolica. Potete capire presto che la
religione occupa un suo spazio non banale nel testo.
Come anche l’attrito perenne delle classi
sociali, che i benestanti prendono il tè nero, e le classi medie con zucchero e
“di latte, un velo” (citazione da “Asterix e i Britanni”).
Comunque, essendo la religione legata alla
politica, scopriamo che padre Tom è figlio di un rivoluzionario sodale di
Michael Collins, l’eroe dell’indipendenza irlandese. Cosa che aggiunge rami
incandescenti al testo. Legati, come spesso accade nel mondo anglosassone, agli
abusi sui minori. Abusi subiti, da padre Tom. Abusi, ma lui parlava di momenti
sublimati, inferti da padre Tom ad altre persone.
Dove poi c’è tutto il mondo che ruota intorno
agli Osborne: il colonnello inflessibile, Syliva, la seconda moglie, che la
prima è cascata dalle scale ubriaca (cascata?), scale dove anche padre Tom
ruzzola, forse già morto, ed i figli del colonnello, Dominic, il maschio, un
po’ defilato e forse anche lui abusato o quasi, ma probabilmente in altri
contesti, e Lettice, la femmina, giovane e ribelle, tanto da farsi espellere da
scuola, e da trovare il modo di sfogare la sua sessualità con lo stalliere di
casa, il forse poco acuto Fonsey, ma di sicuro anche lui problematico in molte
forme. Senza esentare dalla cerchia dei possibili coinvolti nella vicenda come
il fratello di Sylvia, poco raccomandabile, sempre alla ricerca di un
finanziamento per entrare nel mondo dei cavalli (altra passione delle classi
bene locali). O come il medico che cura Sylvia bombardandola di psicofarmaci, o
la governante, Mrs. Duffy, sempre scontrosa e parca nei commenti, ma dura
nell’atteggiamento verso tutti i poliziotti.
Strafford, muovendosi alla Maigret, arriva a
spiegare tutti i dettagli della vicenda, anche facendo alterare di brutto
l’arcivescovo cattolico che voleva insabbiare tutto. Perché i dettagli scabrosi
non devono apparire. Come noi ci aspettavamo, tuttavia, c’è una coda, che si
svolge nel 1967, e che da un colpo di coda inaspettato ma logico a tutta la
vicenda.
Non sono mai stato tenero con Banville, ma
questa prima (per me) storia con l’ispettore Strafford mi è sembrata migliore
di altri suoi scritti. E poi, Strafford di nome fa St. John (anche se in
irlandese si pronuncia “sijun”).
Prima
trama del mese, quindi ecco i quindici libri di marzo, illuminati da uno
splendido Vasilij Grossman, seguito a ruota da due autori del mio cuore, Joël Dicker
e Julian
Barnes. In fondo, con grande dispiacere, due mal riuscite prove di Patricia
Cornwell.
|
# |
Autore |
Titolo |
Editore |
Euro |
J |
|
1 |
Elizabeth
George |
Una
cosa da nascondere |
TEA |
15 |
3 |
|
2 |
Patricia Cornwell |
L’isola dei cani |
Mondadori |
s.p. |
1 |
|
3 |
Vasilij
Grossman |
Vita
e destino |
Adelphi |
16 |
4 |
|
4 |
Joël
Dicker |
La
scomparsa di Stephanie Mailer |
La
Nave di Teseo |
s.p. |
3,5 |
|
5 |
You-Jeong
Jeong |
Le origini del male |
Repubblica
Essenza Noir |
8,90 |
1,5 |
|
6 |
Julian
Barnes |
Partenze |
Einaudi |
s.p. |
3,5 |
|
7 |
Viveca
Sten |
Questa
notte morirai |
Feltrinelli |
12 |
2,5 |
|
8 |
Ilaria
Tuti |
Figlia
delle cenere |
Repubblica |
8,90 |
2 |
|
9 |
Pedro Zarraluki |
Il piacere e la noia |
Neri Pozza |
s.p.
|
2 |
|
10 |
Jakob
Arjouni |
Fratello
Kemal |
Corriere |
8,90 |
2 |
|
11 |
Olivier
Truc |
La
Montagna rossa |
Marsilio |
13 |
2,5 |
|
12 |
Seiko Hito |
Radio Imagination |
Corriere
Giappone |
8,90 |
2,5 |
|
13 |
Patricia
Cornwell |
Al
buio |
Mondadori |
7,90 |
1 |
|
14 |
Miyashita Natsu |
Un bosco di pecore e acciaio |
Corriere
Giappone |
8,90 |
2,5 |
|
15 |
Alessandro
Reali |
Il
fantasma di San Michele |
Corriere
Gazzetta II |
7,99 |
2 |
Per
i miei florilegi settimanali, questa volta ci rivolgiamo a romanzi assai
solidi, e con molti pensieri che suscitano alla mente.
Il
primo, sempre per me legato alle liste del suo “Alta fedeltà”, è Nick Hornby ed il suo “Tutto per una
ragazza”.
Pensieri sui figli: “Si ha
l’impressione che i figli facciano sempre meglio dei genitori … nella nostra
famiglia tutti inciampano sempre sul primo gradino.” (17) e “Padre: Mica tutto
quello che diciamo o facciamo mira a distruggerti la vita, sai? Qualche volta,
molto raramente, cerchiamo di pensare al tuo bene. Figlia: Molto raramente!
Padre: Ero sarcastico. Figlia: Io no.” (172).
Pensieri
sull’amore: “Se qualcuno ti dice che ti ama, sei obbligato a dirglielo anche
tu, no?” (47).
Ma soprattutto
una micro-riflessione che illumina molto i personaggi pubblici ed i razzisti
senza pensieri: “Se dici qualcosa di razzista senza riflettere evidentemente
sei un razzista. Perché significa che per non dire cose razziste devi pensarci
in continuazione.” (218)
Passando
in Scozia, c’è un altro mio nume tutelare, Alexander
McCall Smith ed il suo “Semiotica, pub e altri piaceri”.
Anche qui, alcune riflessioni sull’amicizia: “Il
senso di libertà in un’amicizia spesso aggiunge una certa leggerezza a cose che
altrimenti potrebbero pesare.” (41) e “Non è facile accettare la bassa stima
che gli altri hanno di noi.” (158)
Qualcosa sull’amore: “Aveva dato per scontato
che una persona di sessant’anni non si potesse innamorare: ridicolo … una vera
e propria discriminazione contro gli anziani.” (103) [una frase da
incorniciare] “Forse lui le piace davvero… Dieci anni non sono un divario
eccessivo.” (243) [anche questa].
Finendo con una riflessione personale: “Nei
libri non sempre ci sono le risposte, sai. A volte si limitano a porre le
domande.” (117)
Per
terminare con il “Ritratto di gruppo con
assenza” di Luis Sepulveda, la cui lapidari frase mi è tornata in mente al funerale del mio amico
Gianni Mattioli: “Cos’è successo nell’animo di quel pugno di persone che
hanno dato tutto e quel tutto gli è sembrato ancora poco.” (56)
Allora come sono tornato, ed abbiamo ripreso a macinare. Macinare l’organizzazione campagnola, le ultime ma non meno faticose propaggini marine, le speranzose idee di ulteriori e prossimi riposi. Ma tutto ciò avrà il suo tempo ed il suo luogo. Quindi, per ora, ancora una volta vi abbraccio.