domenica 26 aprile 2026

Women, again - 26 aprile 2026

Una settimana dedicata alle donne, che in gran parte ho avuto sotto forma di prestiti e regali. Dove si omaggia nel titolo il titolo che si staglia di gran lunga come miglior libro della settimana, cioè il secondo episodio dedicato da Elizabeth Strout al suo personaggio di Olive Kitteridge. Lontano, ma di buona fattura come spesso accade per la letteratura giapponese viene Miyashita Natsu e la sua ricerca di un posto nella vita. Chiudiamo con due leggibili ma non indimenticabili libri di Catena Fiorello.

Elizabeth Strout “Olive, ancora lei” Einaudi s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 02/02/2026 – T: 04/02/2026] - &&& e ½  

[tit. or.: Olive, again; ling. or.: inglese; pagine: 263; anno 2019]

Forse Elizabeth Strout scrive altro e bene, ma per me è troppo legata ad Olive, ed io, pur non amando i racconti, trovo che questi suoi due scritti siano assolutamente da tenere nello scaffale a portata di mano. Dieci anni fa lessi il primo “Olive Kitteridge” che alcuni anni prima vinse, meritatamente, il Premio Pulitzer. Ora leggo questo “again”, scritto dieci anni dopo il primo e letto dieci anni dopo la prima lettura.

Anche questo è in realtà un romanzo per racconti, dove ci sono due costanti di fondo, sempre presenti anche se non sempre in primo piano. Ovviamente c’è lei, Olive con tutti i suoi difetti, le sue contraddizione, la completa anaffettività verso i parenti (figlio, nuora e nipoti) ma con quei guizzi di comprensione delle cose del mondo che ne fanno l’emblema di tutti noi, come lei imperfetti e forse “cattivi”. E poi c’è Crosby, la fittizia cittadina a nord di Boston, nel Maine, dove si intrecciano le diverse storie Olive-centriche.

Il filo rosso di Olive si ricongiunge con la fine del precedente, con la morte del primo marito, il farmacista. Nasce un rapporto con Jack, altro spirito solitario, che comprende, nella sua solitudine, come le asserzioni di Olive possano far luce sulle sue zone d’ombra. Sul fatto che, vedovo anche lui, ripensa ai tradimenti suoi e della moglie. O meglio ancora al rifiuto dei comportamenti della figlia, cui tuttavia chiede scusa.

Un rapporto che si evolve in matrimonio, che matura, che, purtroppo, sfocia in una seconda vedovanza. Laddove nell’ultimo racconto, la nostra scrittrice riesce a darci il ritratto finale di Olive, che un po’ si perde (senescenza?), un po’ rimane l’anima dei rapporti anche nella struttura per anziani dove decide di chiudere la propria vita, magari confortando e tiranneggiando le anziane che vivono con lei.

Senza dimenticare quella visita del figlio con la famiglia, in cui si sviluppa tutto il modo dei non rapporti di Olive con il mondo. Il figlio arriva con i quattro figli della moglie, due di precedenti matrimoni e due con lui. Non ci meravigliamo di vedere Olive ignorare i primi due, e dedicarsi, senza successo ai suoi nipoti diretti. A parte tutte le parole che scrive, c’è il momento in cui Elizabeth descrive come Olive ritrovi sotto un divano la sciarpa che aveva regalato a suo nipote Henry per permetterci di vedere in modo totale chi sono tutti gli attori del libro.

Proprio perché passa da una morte all’altra, il testo ci mostra una complessa riflessione sul tempo che passa, sull’avvicinarsi alla morte, sull’instancabile bisogno di vivere, e sempre quel senso di solitudine e inadeguatezza, che ci rende così empatici con Olive.

Nelle tredici storie del romanzo, se vediamo come detto Olive alle prese con il suo nuovo amore, e poi seguire due traslochi, affrontare un’altra perdita, ne vediamo anche la partecipazione a nuovi incontri, l’improvvisarsi infermiera per aiutare una ragazza a partorire nella sua macchina cercando di arrivare in ospedale, instaurare una nuova amicizia una donna malata di cancro. E confrontarsi con situazioni altre, in cui lei magari fa solo un cameo, quando si parla di una ragazza che partecipa ad un documentario sul sadomaso, o la storia di un’adolescente che consente a un uomo con demenza senile di osservarla mentre si tocca.

Ci sono quei guizzi di domande improvvise che Olive, che non ha nulla da perdere nell’essere diretta, rivolge a chi gli sta intorno. Ad esempio, quando chiede ad un’infermiera mussulmana “raccontami come ci si sente a essere te”. Senza entrare in tutti i momenti, che dire, così a volo di uccello, quando si narra di coppie che non si parlano da 25 anni, o quando si descrivono presunti terribili scandali nelle perbenissime famiglie borghesi del Maine.

A lettura finita nella mente rimangono tante cose che continuano a produrre pensieri: la fragilità umana, la perfettibilità dei rapporti imperfetti. Ed ogni volta, Olive si avvia verso nuovi equilibri, continuando nel suo parlare sfrenata. Quando rimprovera un padre che non accetta la figlia lesbica, quando redarguisce una donna che si chiude alle culture diverse dalla propria (chissà se qualcuno ne riuscisse a leggere delle righe al campione della tolleranza americana, il presidente Trump?), quando riconosce in un'altra vedova il suo stesso bisogno di amicizia.

C’è un pensiero finale che attraversa tutti i racconti: la capacità, il bisogno di riuscire ad accettare le mancanze degli altri, soprattutto quelle delle persone cui vogliamo bene. Pensiero sotterraneo, ma che io seguo nell’evolversi della moviola del suo invecchiamento, mi sento sempre più vicino alla ex-professoressa di Matematica Olive Kitteridge.

Una dilogia da non perdere.

“Ma ho fede? Ebbene sì. Il problema è che non saprei descriverla. Ma è comunque una fede a modo suo. … è una specie di consapevolezza … che esista qualcosa di molto più grande di noi.” (103)

“Leggeva di tutto e ancora adesso sul suo comodino c’erano pile di volumi, come sul davanzale, qualcuno addirittura per terra. Non aveva quasi preferenze specifiche … leggeva da Shakespeare ai gialli di Sharon McDonald, dalle biografie di Samuel Jackson ai drammaturghi vari, dai romanzetti rosa su su fino … alla poesia.” (111)

Miyashita Natsu “Un bosco di pecore e acciaio” Corriere Giappone 18 euro 8,90

[A: 07/09/2021 – I: 26/03/2026 – T: 28/03/2026] - && e ½      

[tit. or.: 羊と鋼の森 Hitsuji to hagane no mori; ling. or.: giapponese; pagine: 208; anno 2015]

Miyashita Natsu è l’ennesima scoperta di un brano di letteratura giapponese che arriva poco e male nella platea occidentale. Senza preparazioni particolari, senza lanci per sottolinearne gli aspetti essenziali, la scrittrice giapponese si affaccia dal balcone italiano. Con un libro delicatamente giapponese.

Natsu in patria è nota e molto letta, tanto da essere nel pantheon degli autori più pubblicati. Under 60, ma per poco, scrive questo che è il suo testo più famoso una decina di anni fa, con un discreto successo in patria, corredato da numerosi premi nonché da una trasposizione cinematografica pochi anni dopo (film mai giunto in Italia, a mia ricerca).

È un tipico libro giapponese, delicato, a volte impalpabile, pieno di piccoli moti dell’animo che non diventano mai rivoluzione. È uno stare seduti in panchina e guardare i ciliegi in fiore (hanami). È un haiku di cui si apprezza l’attacco ma di cui non si comprende la fine.

Questa volta, comunque, voglio cominciare dal titolo, che (udite! udite!) non viene modificato dagli editor di tutto il mondo, molto credo non per rispetto, ma più per non avere un modello alternativo di riferimento, che potesse agganciarsi a particolarismi locali. Questo bosco, questa foresta, fatta di pecore e di acciaio fa riferimento al protagonista incontrastato del romanzo: il pianoforte.

E non per via di metafore o altre incomprensibile iamatologie (spero siate adusi al termine, altrimenti ve ne consiglio una interessante ricerca in rete). Ma grazie a due direttrici espressive che attraversano il romanzo. Da un lato, la delicata evocazione di boschi, alberi ed altri elementi bucolici che il suono basico del pianoforte risveglia nel protagonista, Naoki Tomura. Dall’altra la descrizione della meccanica del pianoforte, dove dei martelletti, rivestiti di lana di pecora, percuotono, emettendo il suono, cavi d’acciaio di diversi diametri e lunghezze.

La storia è semplice, all’apparenza, ma piena di un avvicendarsi di stati d’animo che ne rivelano il profondo carattere di “libro di formazione” per il giovane Tomura. Che, diciassettenne, sente il maestro Soichiro Itadori accordare il pianoforte della scuola. Ricavandone, durante l’operazione, espressioni sonore che incantano Tomura al di là del ragionevole. Tanto che il nostro, finita la scuola dell’obbligo, decide di trasferirsi per due anni lontano da casa al fine di conseguire il diploma di accordatore di pianoforti. Ottenuto il quale  verrà assunto come apprendista proprio nella bottega di Itadori.

Seguiamo allora gli alti e bassi della sua formazione, al seguito dei due professionisti della casa: Yanagi, che ancora crede nella bontà e nella perfettibilità dell’accordare, e Akino, bravo ma ormai disincantato. Ne ammiriamo gli sforzi di comprensione del difficile lavoro. Anche quando, pur se solo episodicamente, Tomura riesce ad accompagnare il maestro Itadori.

La svolta avverrà con la conoscenza delle bravissime e giovani pianiste gemelle Sakura, Kazune e Yuni. La seconda dotata di tocco e fantasia, la prima di una tecnica mirabolante. Di pari passo con il progredire delle sue capacità di accordatore, sarà proprio il progredire, in modo molto giapponese, del suo amore alla lontana per le Sakura che caratterizza l’ultima parte del libro.

Con Kazune che si trova davanti al blocco dell’artista, ipotizzando di non avere la spontaneità di Yuni. Blocco che si sgretolerà solo alla decisione di Yuni stessa di studiare come accordatrice. E musica che fluirà vincente e incontrastata quando Yanagi chiede a Kazune di suonare come  sottofondo al suo matrimonio e quando Kazune, di rimando, chiede a Tomura di diventare il suo accordatore ufficiale. Momento che consente a Tomura di ritrovare quel momento estatico iniziale con gli odori del bosco, dell’autunno, della limpida aria di montagna, odori che erano stati il via al libro ed alla storia di Tomura duecento pagine prima.

Alla fine una lettura agile, dai piccoli tocchi quasi inconcludenti, lievi e sfuggenti come spesso eponimi giapponesi per noi grevi occidentali. Seppur bello o toccante il rapporto accordatore-pianoforte, ed altrettanto interessanti gli accenni musicali, alla fine il tocco lieve passa, e rimane solo da ascoltare il “Valzer del cagnolino” di Chopin, brano rappresentativo di tutto il testo.

Finisco solo con una domanda molto personale, di cui non saprei dare risposte. Come si concilia la musicalità tradizionale giapponese con uno strumento importato dall’Occidente?

Catena Fiorello “Casca il mondo, casca la terra” Rizzoli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

A: 01/10/2025 – I: 05/04/2026 – T: 06/04/2026] &&----

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 318; anno: 2012]

Sei anni dopo la scrittura del primo suo libro, Catena decide di fare un grande salto, passando da editori non proprio piccoli, ma a volte di nicchia, verso una casa editrice con una presenza consolidata nel mercato editoriale. Non so se è stato l’imprinting “Rizzoli” o una decisione della scrittrice, ma alla fine questo nuovo libro mi ha leggermente deluso.

Certo, descrive una situazione che si può sempre incontrare, tra amici, conoscenti o cerchie allargate. E la descrive puntando il dito sulla decisionista Vittoria, protagonista assoluta del libro, in tutte le sue sfumature. Peccato che per due terzi, presentandosi con la sua faccia da mondo normale sia insopportabile, al limite della chiusura del libro “alla Pennac”. Si riscatta nell’ultimo terzo, ma più per la situazione oggettiva che per una sua scelta consapevole.

Così che alla fine, mentre stava volando verso un misero libricino, la situazione (non Vittoria) riscatta l’andamento globale, portandomi ad aggiungere un secondo librino, anche se accompagnato da un numero elevato di segni meno.

La scrittura ci immerge fin da subito in una situazione ambientale molto romano-berlusconiana (per stessa ammissione di Vittoria). Al centro della trama c’è una tipica famiglia alto borghese, di antico blasone, i Del Giusto Cortese, guidati dall’alto dalla contessa Marta, che fortunatamente non interviene che in poche pagine, pur evidenziando quello che sono i caratteri spocchiosi di certa aristocrazia.

Alberto, il figlio ed erede, è un affermato avvocato penalista. È bello, è elegante, è raffinato, è molto, molto ricco. Per amore universitario, incontra a “La Sapienza” la nostra Vittoria, fuggita da Squinzano nelle Puglie per venire a far fortuna in quel di Roma. Studiando, pensa lei. Ma essendo anche piacente e intelligente, fa colpo su Alberto, convolando in un matrimonio che si porta avanti da più di trent’anni.

Matrimonio coronato dopo qualche anno dalla nascita di Eleonora, che Vittoria adora, cresce con tutte le lotte verso la suocera ingombrante. Tanto che si sta esaurendo, tanto che decide di fare un break, fuggendo solitaria in Portogallo, suo luogo del cuore. Dove conosce Josè, dove si pone domande, dove decide di tronare nell’alveo protettivo romano.

Lì, riprendendo la vita da shopping e fannullismo, cinque anni dopo la piccola nasce Matteo, insperata gravidanza. Tanto che su Matteo, la nostra riversa tutto l’affetto e le attenzioni, lasciando andare in secondo piano Eleonora, ma anche Alberto. Vediamo così, anche se a ritroso, lo svilupparsi di un mortifero intreccio. Vittoria, tra lusso, amicizie inutili, momenti conviviali (alle cui descrizioni mi si aggricciava la pelle), procede verso il futuro. Senza accorgersi che Alberto diventa più freddo, che Eleonora si barcamena tra disturbi alimentari e alterazioni droghesche, che Matteo, pur rimanendo il cocco di mamma, preferisce studiare a Londra lontano da quel covo mefitico romano.

Tutto questo castello salta in aria quando Vittoria scopre un galeotto messaggio sul cellulare di Alberto. Che la sta tradendo con la giovane Laura. Vittoria sclera, e si avvia per una china pericolosa. Si finge altra, fa in modo di conoscere Laura, spia in ogni istante il comportamento di Alberto. Fin che, all’improvviso (almeno così sembra a Vittoria) tutto si sgonfia.

Noi cominciamo a seguire le vicende mesi dopo, quando fortuitamente Vittoria incontra Laura, continua a mentire e si ripropone come amica consolatrice. Che Laura, dopo alcuni tentennamenti, si confida. E narra del suo febbraio atroce. Per una serie di mancanze, il negozio dove era commessa la licenzia. Subito dopo, senza spiegazioni, Alberto tronca la relazione. E lei scopre di essere incinta, e decide di abortire. Iniziando un periodo tragico, visto che non ha l’amore, non ha un lavoro, non ha soldi. Insomma, una discesa verso l’abisso.

Per tutto il testo, però, seguiamo il percorso di Vittoria. Che, a fronte delle piccole incursioni nella vita di Laura, comincia a farsi domande. È stata troppo protettiva con Matteo? Ha seguito poco il percorso di crescita di Eleonora? Ha perso la sintonia con Alberto? Ma soprattutto in che rapporto è con se stessa e con le idee che ha e aveva sul mondo e sulla (sua) vita?

A lungo ci domandiamo poi quale potesse essere stato l’effetto scatenante del febbraio famoso. Matteo si scopre gay? È una possibilità, visto come ne parla la madre. Eleonora confessa la sua anoressia? Altra possibilità, che fa il paio con il suo desiderio, di Eleonora, di allontanarsi da tutti. Alberto scopre di avere un tumore e non lo dice a nessuno? O peggio, a Vittoria diagnosticano qualche brutto male ma non glielo dicono?

Spero di avervi confuso le idee, e vi confesso candidamente che avevo preso in esame tutte queste possibilità, mentre alla fine Catena me ne presenta una cui non avevo pensato.

Vittoria, dopo trecento pagine di scassamento di marroni, capisce finalmente che non ha capito nulla, che ha trattato male tutti, e Laura in particolare. Prendendo una decisione che finalmente fa fare un piccolo scatto alla sonnolenza generale del testo.

Un romanzo tutto giocato sulla cifra dell’apparire, e proprio per questo a me rimane ostico e poco empatico. Nessun personaggio mi coinvolge. Nessuna situazione mi sembra degna di approfondimento. Peccato, che il primo romanzo sembrava avere qualche spunto, che qui si perde miseramente.

Catena Fiorello Galeano “Vita e peccati di Maria Sentimento” Rizzoli s.p. (prestito della sig.ra Laura)

A: 17/02/2026 – I: 15/04/2026 – T: 17/04/2026] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 380; anno: 2025]

Dalla biblioteca di zia Serenella siamo passati a quella della signora Laura, ma il risultato cambia poco. l’illustre Catena, che dal 2020 ha aggiunto al nome del padre quello della madre, esce lo scorso anno con questo nuovo libro (anche se tra questo e il precedente ne ha scritti altri dieci), riproponendo una nuova figura siciliana, devo dire ben riuscita in molte sfaccettature. Tuttavia il libro prende poco, si dilunga molto nelle prime trecento pagine per disegnare a fondo Maria e le altre, per poi correre, correre, correre nell’ultimo quarto, giungendo alla fine forse un po’ troppo in fretta.

La vicenda inizia nel ’58, con Maria quarantenne vedova con tre figli (Santino, Anna e Lucia) del marito ed uno (Antonio) nato da una relazione con un uomo che però fugge. Mentre Maria decide di tenere il figlio e di non perdonare mai il fuggiasco, anche se confesserà che è stato l’unico vero amore di tutta la sua vita.

La narrazione ci fa entrare nella Sicilia rurale, che però sta a pochi passi da quello che è un trampolino verso il gran mondo, verso il successo, verso i soldi. Anche se ci avviamo verso il boom economico, è una Sicilia senza mafiosi, magari con qualche aiuto trasversale, qualche stretta di mano un po’ più lunga. Ma piena di buoni sentimenti, ed anche, ovvio, delle difficoltà di un epoca che ancora non si è emancipata.

La nostra protagonista è di sicuro bella, ed anche chiacchierata per i suoi comportamenti schietti. Con in testa, primariamente, il bene dei suoi figli. Ed è per loro, che decide di lasciare i lavori della campagna e di chiedere aiuto all’amico Nico. Un gagà molto coinvolto nel mondo dorato che negli anni ’50 girava intorno a Taormina. Una soluzione, che gli presenta Nico, che permetterà a Maria di sviluppare le sue potenzialità, empatiche e di gestione.

Entra in contatto con una coppia di ricchi americani, cui farà da tata per un buon periodo, tanto che alla morte del Generale, riceverà una liquidazione sostanziosa che gli permetterà di esaudire qualche desiderio.

Ma intanto, mentre gestisce casa Stanford, deve anche tener conto dei problemi familiari. I maschi non danno grandi problemi. Santino lavora anche se non trova una ragazza che lo corrisponda. Antonio dedica le sue forze al canto, riuscendovi con una bella voce. Sono le ragazze a preoccuparla. Lucia fa la “fuitina” con Erminio, pensando fosse il suo futuro scritto. Tuttavia, la nuova famiglia la accoglie da schiava, le taglia i ponti con la madre, senza farle intravedere matrimoni ed eredi. Anna, invece, appena maggiorenne, decide di andare lontano, a lavorare a Milano (mito dei terroni dell’epoca, ed uso la parola senza nessun razzismo).

Anna, tuttavia, che farà carriera nel suo lavoro al nord, fugge anche per altri problemi, che Maria non capisce e quando capisce li fugge. Solo con il tempo, partiti gli Stanford, e diventata governante di Kanz, un gay americano che, da produttore cinematografico, le farà incontrare fior di divi dell’epoca, che Maria farà la pace con il mondo LGBT.

Anche perché colpita da altri lutti interni. Maria però è molto solare, ed anche chi le vuole male perché troppo libera, dovrà arrendersi alla sua fresca sincerità. Riuscirà a ricomporre buona parte della sua vita familiare. Ed in quel finale che ritengo troppo veloce, la vediamo aprire una pensione con ristorante, e fare in modi che chi può si sistemi. Maria stessa troverà una pace, non con Nico (troppo giovane) né con Rocco (sempre amato, ma mai perdonato). Un rapporto inaspettato, ma solido per consentire di arrivare con serenità ad un fine vita dove si ricongiungerà con tutti i suoi cari.

È una storia di speranza che con il proprio lavoro e buon senso, usando a baluardo un orgoglio ben riposto, le consente di vincere molte battaglie. E ci sono anche riferimenti ben mirati sulla condizione della donna, sia nella Sicilia di allora, sia, in generale, nella società, di ieri e di oggi.

Ci sono piccoli momenti che non si possono dimenticare. Come il viaggio “della speranza”, quelle 23 ore per andare dalla Sicilia a Milano, che vediamo in diverse soggettive. Anna con la speranza di fuggire i suoi demoni. Maria nera di rabbia prima, rosa di speranza poi. O come quel dovuto omaggio a Lady Florence Trevelyan, che abbiamo da poco incontrato in uno scritto giallo di Claudia Myriam Cocuzza, e che qui vediamo ricordata per il suo “Hallington Siculo” realizzato nell’Isola Bella.

Una scrittura, quella di Catena, che mantiene fluidità e riferimenti, ma che ha perso il mordente delle prime prove. Leggibile, non indimenticabile.

“Le persone che abbiamo accanto sono quelle che conosciamo meno.” (359)

Si avvicina l’estate a grandi passi, per cui è bene citare Gabriel Garcia Marquez che nella sua

“La mala ora” ci ricorda: “Il caldo è una questione mentale … Tutto consiste nel non farci caso.” (103). Come è bene ricordare la riflessione di Marc Augé nel “Diario di un senza fissa dimora”: “La solitudine… non ha niente di insopportabile. Il silenzio è meno imbarazzante degli sforzi che facciamo per dissimularlo, ed è infinitamente meno penoso stare zitti da soli che in due.” (27)

Finendo con uno scritto che fece molto rumore alcuni anni fa. L’antropologa Françoise Héritier ne “Il sale della vita” riflette su la nostra definizione di persone nel mondo: “Ho cercato di descrivere per approssimazione quella forza impercettibile che ci muove e ci definisce. Questa forza dipende naturalmente dalla nostra storia, dal nostro vissuto, ma non è certo un inno al passato, anzi: è l’essenza stessa e la giustificazione di tutte le nostre azioni presenti e future, anche se non lo sappiamo. L’”io” non sarebbe quello che è se certi avvenimenti che hanno incanalato la nostra vita in certe direzioni non si fossero prodotti, ma non lo sarebbe neppure se questo “io” non avesse avuto occasione di provare questa o quella emozione, di vibrare in questa o quella occasione, di sperimentare questo o quello per mezzo del corpo.” (88)

Anche per oggi si vola poco, come sarebbe giusto per citare Giorgio Gaber. Ma si costruisce. Una ricerca per migliorare il fisico ed una per migliorare lo spirito. Maggio e le sue sfide ci attendono. Arriviamoci allora con tanta amicizia nel cuore.

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