Una settimana dedicata alle donne, che in gran parte ho avuto sotto forma di prestiti e regali. Dove si omaggia nel titolo il titolo che si staglia di gran lunga come miglior libro della settimana, cioè il secondo episodio dedicato da Elizabeth Strout al suo personaggio di Olive Kitteridge. Lontano, ma di buona fattura come spesso accade per la letteratura giapponese viene Miyashita Natsu e la sua ricerca di un posto nella vita. Chiudiamo con due leggibili ma non indimenticabili libri di Catena Fiorello.
Elizabeth Strout “Olive, ancora lei” Einaudi s.p. (lasciato in eredità
da zia Serenella)
[A: 01/10/2025 – I: 02/02/2026 – T:
04/02/2026] - &&&
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[tit. or.: Olive, again; ling. or.: inglese; pagine: 263; anno 2019]
Forse Elizabeth Strout scrive altro e bene,
ma per me è troppo legata ad Olive, ed io, pur non amando i racconti, trovo che
questi suoi due scritti siano assolutamente da tenere nello scaffale a portata
di mano. Dieci anni fa lessi il primo “Olive Kitteridge” che alcuni anni prima
vinse, meritatamente, il Premio Pulitzer. Ora leggo questo “again”, scritto
dieci anni dopo il primo e letto dieci anni dopo la prima lettura.
Anche questo è in realtà un romanzo per
racconti, dove ci sono due costanti di fondo, sempre presenti anche se non
sempre in primo piano. Ovviamente c’è lei, Olive con tutti i suoi difetti, le
sue contraddizione, la completa anaffettività verso i parenti (figlio, nuora e
nipoti) ma con quei guizzi di comprensione delle cose del mondo che ne fanno
l’emblema di tutti noi, come lei imperfetti e forse “cattivi”. E poi c’è
Crosby, la fittizia cittadina a nord di Boston, nel Maine, dove si intrecciano
le diverse storie Olive-centriche.
Il filo rosso di Olive si ricongiunge con la
fine del precedente, con la morte del primo marito, il farmacista. Nasce un
rapporto con Jack, altro spirito solitario, che comprende, nella sua
solitudine, come le asserzioni di Olive possano far luce sulle sue zone
d’ombra. Sul fatto che, vedovo anche lui, ripensa ai tradimenti suoi e della
moglie. O meglio ancora al rifiuto dei comportamenti della figlia, cui tuttavia
chiede scusa.
Un rapporto che si evolve in matrimonio, che
matura, che, purtroppo, sfocia in una seconda vedovanza. Laddove nell’ultimo
racconto, la nostra scrittrice riesce a darci il ritratto finale di Olive, che
un po’ si perde (senescenza?), un po’ rimane l’anima dei rapporti anche nella
struttura per anziani dove decide di chiudere la propria vita, magari
confortando e tiranneggiando le anziane che vivono con lei.
Senza dimenticare quella visita del figlio
con la famiglia, in cui si sviluppa tutto il modo dei non rapporti di Olive con
il mondo. Il figlio arriva con i quattro figli della moglie, due di precedenti
matrimoni e due con lui. Non ci meravigliamo di vedere Olive ignorare i primi
due, e dedicarsi, senza successo ai suoi nipoti diretti. A parte tutte le
parole che scrive, c’è il momento in cui Elizabeth descrive come Olive ritrovi
sotto un divano la sciarpa che aveva regalato a suo nipote Henry per permetterci
di vedere in modo totale chi sono tutti gli attori del libro.
Proprio perché passa da una morte all’altra,
il testo ci mostra una complessa riflessione sul tempo che passa,
sull’avvicinarsi alla morte, sull’instancabile bisogno di vivere, e sempre quel
senso di solitudine e inadeguatezza, che ci rende così empatici con Olive.
Nelle tredici storie del romanzo, se vediamo
come detto Olive alle prese con il suo nuovo amore, e poi seguire due
traslochi, affrontare un’altra perdita, ne vediamo anche la partecipazione a
nuovi incontri, l’improvvisarsi infermiera per aiutare una ragazza a partorire
nella sua macchina cercando di arrivare in ospedale, instaurare una nuova
amicizia una donna malata di cancro. E confrontarsi con situazioni altre, in
cui lei magari fa solo un cameo, quando si parla di una ragazza che partecipa
ad un documentario sul sadomaso, o la storia di un’adolescente che consente a
un uomo con demenza senile di osservarla mentre si tocca.
Ci sono quei guizzi di domande improvvise che
Olive, che non ha nulla da perdere nell’essere diretta, rivolge a chi gli sta
intorno. Ad esempio, quando chiede ad un’infermiera mussulmana “raccontami come
ci si sente a essere te”. Senza entrare in tutti i momenti, che dire, così a
volo di uccello, quando si narra di coppie che non si parlano da 25 anni, o
quando si descrivono presunti terribili scandali nelle perbenissime famiglie
borghesi del Maine.
A lettura finita nella mente rimangono tante
cose che continuano a produrre pensieri: la fragilità umana, la perfettibilità
dei rapporti imperfetti. Ed ogni volta, Olive si avvia verso nuovi equilibri,
continuando nel suo parlare sfrenata. Quando rimprovera un padre che non
accetta la figlia lesbica, quando redarguisce una donna che si chiude alle
culture diverse dalla propria (chissà se qualcuno ne riuscisse a leggere delle
righe al campione della tolleranza americana, il presidente Trump?), quando riconosce
in un'altra vedova il suo stesso bisogno di amicizia.
C’è un pensiero finale che attraversa tutti i
racconti: la capacità, il bisogno di riuscire ad accettare le mancanze degli
altri, soprattutto quelle delle persone cui vogliamo bene. Pensiero
sotterraneo, ma che io seguo nell’evolversi della moviola del suo
invecchiamento, mi sento sempre più vicino alla ex-professoressa di Matematica
Olive Kitteridge.
Una dilogia da non perdere.
“Ma ho fede? Ebbene sì. Il problema è che
non saprei descriverla. Ma è comunque una fede a modo suo. … è una specie di
consapevolezza … che esista qualcosa di molto più grande di noi.” (103)
“Leggeva di tutto e ancora adesso sul suo
comodino c’erano pile di volumi, come sul davanzale, qualcuno addirittura per
terra. Non aveva quasi preferenze specifiche … leggeva da Shakespeare ai gialli
di Sharon McDonald, dalle biografie di Samuel Jackson ai drammaturghi vari, dai
romanzetti rosa su su fino … alla poesia.” (111)
Miyashita Natsu “Un bosco di pecore e
acciaio” Corriere Giappone 18 euro 8,90
[A: 07/09/2021 – I: 26/03/2026 – T: 28/03/2026]
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[tit. or.: 羊と鋼の森 Hitsuji to hagane no mori; ling. or.: giapponese; pagine: 208;
anno 2015]
Miyashita
Natsu è l’ennesima scoperta di un brano di letteratura giapponese che arriva
poco e male nella platea occidentale. Senza preparazioni particolari, senza
lanci per sottolinearne gli aspetti essenziali, la scrittrice giapponese si
affaccia dal balcone italiano. Con un libro delicatamente giapponese.
Natsu
in patria è nota e molto letta, tanto da essere nel pantheon degli autori più
pubblicati. Under 60, ma per poco, scrive questo che è il suo testo più famoso
una decina di anni fa, con un discreto successo in patria, corredato da
numerosi premi nonché da una trasposizione cinematografica pochi anni dopo
(film mai giunto in Italia, a mia ricerca).
È un
tipico libro giapponese, delicato, a volte impalpabile, pieno di piccoli moti
dell’animo che non diventano mai rivoluzione. È uno stare seduti in panchina e
guardare i ciliegi in fiore (hanami). È un haiku di cui si apprezza l’attacco
ma di cui non si comprende la fine.
Questa
volta, comunque, voglio cominciare dal titolo, che (udite! udite!) non viene
modificato dagli editor di tutto il mondo, molto credo non per rispetto, ma più
per non avere un modello alternativo di riferimento, che potesse agganciarsi a
particolarismi locali. Questo bosco, questa foresta, fatta di pecore e di
acciaio fa riferimento al protagonista incontrastato del romanzo: il
pianoforte.
E
non per via di metafore o altre incomprensibile iamatologie (spero siate adusi
al termine, altrimenti ve ne consiglio una interessante ricerca in rete). Ma
grazie a due direttrici espressive che attraversano il romanzo. Da un lato, la
delicata evocazione di boschi, alberi ed altri elementi bucolici che il suono
basico del pianoforte risveglia nel protagonista, Naoki Tomura. Dall’altra la
descrizione della meccanica del pianoforte, dove dei martelletti, rivestiti di
lana di pecora, percuotono, emettendo il suono, cavi d’acciaio di diversi
diametri e lunghezze.
La
storia è semplice, all’apparenza, ma piena di un avvicendarsi di stati d’animo
che ne rivelano il profondo carattere di “libro di formazione” per il giovane
Tomura. Che, diciassettenne, sente il maestro Soichiro Itadori accordare il
pianoforte della scuola. Ricavandone, durante l’operazione, espressioni sonore
che incantano Tomura al di là del ragionevole. Tanto che il nostro, finita la
scuola dell’obbligo, decide di trasferirsi per due anni lontano da casa al fine
di conseguire il diploma di accordatore di pianoforti. Ottenuto il quale verrà assunto come apprendista proprio nella
bottega di Itadori.
Seguiamo
allora gli alti e bassi della sua formazione, al seguito dei due professionisti
della casa: Yanagi, che ancora crede nella bontà e nella perfettibilità
dell’accordare, e Akino, bravo ma ormai disincantato. Ne ammiriamo gli sforzi
di comprensione del difficile lavoro. Anche quando, pur se solo episodicamente,
Tomura riesce ad accompagnare il maestro Itadori.
La
svolta avverrà con la conoscenza delle bravissime e giovani pianiste gemelle
Sakura, Kazune e Yuni. La seconda dotata di tocco e fantasia, la prima di una
tecnica mirabolante. Di pari passo con il progredire delle sue capacità di
accordatore, sarà proprio il progredire, in modo molto giapponese, del suo
amore alla lontana per le Sakura che caratterizza l’ultima parte del libro.
Con
Kazune che si trova davanti al blocco dell’artista, ipotizzando di non avere la
spontaneità di Yuni. Blocco che si sgretolerà solo alla decisione di Yuni
stessa di studiare come accordatrice. E musica che fluirà vincente e
incontrastata quando Yanagi chiede a Kazune di suonare come sottofondo al suo matrimonio e quando Kazune,
di rimando, chiede a Tomura di diventare il suo accordatore ufficiale. Momento
che consente a Tomura di ritrovare quel momento estatico iniziale con gli odori
del bosco, dell’autunno, della limpida aria di montagna, odori che erano stati
il via al libro ed alla storia di Tomura duecento pagine prima.
Alla
fine una lettura agile, dai piccoli tocchi quasi inconcludenti, lievi e
sfuggenti come spesso eponimi giapponesi per noi grevi occidentali. Seppur
bello o toccante il rapporto accordatore-pianoforte, ed altrettanto
interessanti gli accenni musicali, alla fine il tocco lieve passa, e rimane
solo da ascoltare il “Valzer del cagnolino” di Chopin, brano rappresentativo di
tutto il testo.
Finisco
solo con una domanda molto personale, di cui non saprei dare risposte. Come si
concilia la musicalità tradizionale giapponese con uno strumento importato
dall’Occidente?
Catena Fiorello “Casca il mondo, casca la
terra” Rizzoli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)
A: 01/10/2025 – I: 05/04/2026 – T:
06/04/2026] &&----
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 318; anno:
2012]
Sei anni dopo la scrittura del primo suo
libro, Catena decide di fare un grande salto, passando da editori non proprio
piccoli, ma a volte di nicchia, verso una casa editrice con una presenza
consolidata nel mercato editoriale. Non so se è stato l’imprinting “Rizzoli” o
una decisione della scrittrice, ma alla fine questo nuovo libro mi ha
leggermente deluso.
Certo, descrive una situazione che si può
sempre incontrare, tra amici, conoscenti o cerchie allargate. E la descrive
puntando il dito sulla decisionista Vittoria, protagonista assoluta del libro,
in tutte le sue sfumature. Peccato che per due terzi, presentandosi con la sua
faccia da mondo normale sia insopportabile, al limite della chiusura del libro
“alla Pennac”. Si riscatta nell’ultimo terzo, ma più per la situazione
oggettiva che per una sua scelta consapevole.
Così che alla fine, mentre stava volando
verso un misero libricino, la situazione (non Vittoria) riscatta l’andamento
globale, portandomi ad aggiungere un secondo librino, anche se accompagnato da
un numero elevato di segni meno.
La scrittura ci immerge fin da subito in una
situazione ambientale molto romano-berlusconiana (per stessa ammissione di
Vittoria). Al centro della trama c’è una tipica famiglia alto borghese, di
antico blasone, i Del Giusto Cortese, guidati dall’alto dalla contessa Marta,
che fortunatamente non interviene che in poche pagine, pur evidenziando quello
che sono i caratteri spocchiosi di certa aristocrazia.
Alberto, il figlio ed erede, è un affermato
avvocato penalista. È bello, è elegante, è raffinato, è molto, molto ricco. Per
amore universitario, incontra a “La Sapienza” la nostra Vittoria, fuggita da
Squinzano nelle Puglie per venire a far fortuna in quel di Roma. Studiando,
pensa lei. Ma essendo anche piacente e intelligente, fa colpo su Alberto,
convolando in un matrimonio che si porta avanti da più di trent’anni.
Matrimonio coronato dopo qualche anno dalla
nascita di Eleonora, che Vittoria adora, cresce con tutte le lotte verso la
suocera ingombrante. Tanto che si sta esaurendo, tanto che decide di fare un
break, fuggendo solitaria in Portogallo, suo luogo del cuore. Dove conosce
Josè, dove si pone domande, dove decide di tronare nell’alveo protettivo
romano.
Lì, riprendendo la vita da shopping e
fannullismo, cinque anni dopo la piccola nasce Matteo, insperata gravidanza.
Tanto che su Matteo, la nostra riversa tutto l’affetto e le attenzioni,
lasciando andare in secondo piano Eleonora, ma anche Alberto. Vediamo così,
anche se a ritroso, lo svilupparsi di un mortifero intreccio. Vittoria, tra
lusso, amicizie inutili, momenti conviviali (alle cui descrizioni mi si
aggricciava la pelle), procede verso il futuro. Senza accorgersi che Alberto
diventa più freddo, che Eleonora si barcamena tra disturbi alimentari e
alterazioni droghesche, che Matteo, pur rimanendo il cocco di mamma, preferisce
studiare a Londra lontano da quel covo mefitico romano.
Tutto questo castello salta in aria quando
Vittoria scopre un galeotto messaggio sul cellulare di Alberto. Che la sta
tradendo con la giovane Laura. Vittoria sclera, e si avvia per una china
pericolosa. Si finge altra, fa in modo di conoscere Laura, spia in ogni istante
il comportamento di Alberto. Fin che, all’improvviso (almeno così sembra a
Vittoria) tutto si sgonfia.
Noi cominciamo a seguire le vicende mesi
dopo, quando fortuitamente Vittoria incontra Laura, continua a mentire e si
ripropone come amica consolatrice. Che Laura, dopo alcuni tentennamenti, si
confida. E narra del suo febbraio atroce. Per una serie di mancanze, il negozio
dove era commessa la licenzia. Subito dopo, senza spiegazioni, Alberto tronca
la relazione. E lei scopre di essere incinta, e decide di abortire. Iniziando
un periodo tragico, visto che non ha l’amore, non ha un lavoro, non ha soldi. Insomma,
una discesa verso l’abisso.
Per tutto il testo, però, seguiamo il
percorso di Vittoria. Che, a fronte delle piccole incursioni nella vita di
Laura, comincia a farsi domande. È stata troppo protettiva con Matteo? Ha
seguito poco il percorso di crescita di Eleonora? Ha perso la sintonia con
Alberto? Ma soprattutto in che rapporto è con se stessa e con le idee che ha e
aveva sul mondo e sulla (sua) vita?
A lungo ci domandiamo poi quale potesse
essere stato l’effetto scatenante del febbraio famoso. Matteo si scopre gay? È
una possibilità, visto come ne parla la madre. Eleonora confessa la sua
anoressia? Altra possibilità, che fa il paio con il suo desiderio, di Eleonora,
di allontanarsi da tutti. Alberto scopre di avere un tumore e non lo dice a
nessuno? O peggio, a Vittoria diagnosticano qualche brutto male ma non glielo
dicono?
Spero di avervi confuso le idee, e vi
confesso candidamente che avevo preso in esame tutte queste possibilità, mentre
alla fine Catena me ne presenta una cui non avevo pensato.
Vittoria, dopo trecento pagine di scassamento
di marroni, capisce finalmente che non ha capito nulla, che ha trattato male
tutti, e Laura in particolare. Prendendo una decisione che finalmente fa fare
un piccolo scatto alla sonnolenza generale del testo.
Un romanzo tutto giocato sulla cifra
dell’apparire, e proprio per questo a me rimane ostico e poco empatico. Nessun
personaggio mi coinvolge. Nessuna situazione mi sembra degna di
approfondimento. Peccato, che il primo romanzo sembrava avere qualche spunto,
che qui si perde miseramente.
Catena Fiorello Galeano “Vita e peccati di
Maria Sentimento” Rizzoli s.p. (prestito della sig.ra Laura)
A: 17/02/2026 – I: 15/04/2026 – T:
17/04/2026] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 380; anno:
2025]
Dalla biblioteca di zia Serenella siamo
passati a quella della signora Laura, ma il risultato cambia poco. l’illustre
Catena, che dal 2020 ha aggiunto al nome del padre quello della madre, esce lo
scorso anno con questo nuovo libro (anche se tra questo e il precedente ne ha
scritti altri dieci), riproponendo una nuova figura siciliana, devo dire ben
riuscita in molte sfaccettature. Tuttavia il libro prende poco, si dilunga
molto nelle prime trecento pagine per disegnare a fondo Maria e le altre, per
poi correre, correre, correre nell’ultimo quarto, giungendo alla fine forse un
po’ troppo in fretta.
La vicenda inizia nel ’58, con Maria
quarantenne vedova con tre figli (Santino, Anna e Lucia) del marito ed uno
(Antonio) nato da una relazione con un uomo che però fugge. Mentre Maria decide
di tenere il figlio e di non perdonare mai il fuggiasco, anche se confesserà
che è stato l’unico vero amore di tutta la sua vita.
La narrazione ci fa entrare nella Sicilia
rurale, che però sta a pochi passi da quello che è un trampolino verso il gran
mondo, verso il successo, verso i soldi. Anche se ci avviamo verso il boom
economico, è una Sicilia senza mafiosi, magari con qualche aiuto trasversale,
qualche stretta di mano un po’ più lunga. Ma piena di buoni sentimenti, ed
anche, ovvio, delle difficoltà di un epoca che ancora non si è emancipata.
La nostra protagonista è di sicuro bella, ed
anche chiacchierata per i suoi comportamenti schietti. Con in testa,
primariamente, il bene dei suoi figli. Ed è per loro, che decide di lasciare i
lavori della campagna e di chiedere aiuto all’amico Nico. Un gagà molto
coinvolto nel mondo dorato che negli anni ’50 girava intorno a Taormina. Una
soluzione, che gli presenta Nico, che permetterà a Maria di sviluppare le sue
potenzialità, empatiche e di gestione.
Entra in contatto con una coppia di ricchi
americani, cui farà da tata per un buon periodo, tanto che alla morte del
Generale, riceverà una liquidazione sostanziosa che gli permetterà di esaudire
qualche desiderio.
Ma intanto, mentre gestisce casa Stanford,
deve anche tener conto dei problemi familiari. I maschi non danno grandi
problemi. Santino lavora anche se non trova una ragazza che lo corrisponda.
Antonio dedica le sue forze al canto, riuscendovi con una bella voce. Sono le
ragazze a preoccuparla. Lucia fa la “fuitina” con Erminio, pensando fosse il
suo futuro scritto. Tuttavia, la nuova famiglia la accoglie da schiava, le
taglia i ponti con la madre, senza farle intravedere matrimoni ed eredi. Anna,
invece, appena maggiorenne, decide di andare lontano, a lavorare a Milano (mito
dei terroni dell’epoca, ed uso la parola senza nessun razzismo).
Anna, tuttavia, che farà carriera nel suo
lavoro al nord, fugge anche per altri problemi, che Maria non capisce e quando
capisce li fugge. Solo con il tempo, partiti gli Stanford, e diventata
governante di Kanz, un gay americano che, da produttore cinematografico, le
farà incontrare fior di divi dell’epoca, che Maria farà la pace con il mondo
LGBT.
Anche perché colpita da altri lutti interni.
Maria però è molto solare, ed anche chi le vuole male perché troppo libera,
dovrà arrendersi alla sua fresca sincerità. Riuscirà a ricomporre buona parte
della sua vita familiare. Ed in quel finale che ritengo troppo veloce, la
vediamo aprire una pensione con ristorante, e fare in modi che chi può si
sistemi. Maria stessa troverà una pace, non con Nico (troppo giovane) né con
Rocco (sempre amato, ma mai perdonato). Un rapporto inaspettato, ma solido per
consentire di arrivare con serenità ad un fine vita dove si ricongiungerà con
tutti i suoi cari.
È una storia di speranza che con il proprio
lavoro e buon senso, usando a baluardo un orgoglio ben riposto, le consente di
vincere molte battaglie. E ci sono anche riferimenti ben mirati sulla
condizione della donna, sia nella Sicilia di allora, sia, in generale, nella
società, di ieri e di oggi.
Ci sono piccoli momenti che non si possono
dimenticare. Come il viaggio “della speranza”, quelle 23 ore per andare dalla
Sicilia a Milano, che vediamo in diverse soggettive. Anna con la speranza di
fuggire i suoi demoni. Maria nera di rabbia prima, rosa di speranza poi. O come
quel dovuto omaggio a Lady Florence Trevelyan, che abbiamo da poco incontrato
in uno scritto giallo di Claudia Myriam Cocuzza, e che qui vediamo ricordata
per il suo “Hallington Siculo” realizzato nell’Isola Bella.
Una scrittura, quella di Catena, che mantiene
fluidità e riferimenti, ma che ha perso il mordente delle prime prove.
Leggibile, non indimenticabile.
“Le persone che abbiamo accanto sono
quelle che conosciamo meno.” (359)
Si avvicina l’estate a grandi passi, per cui
è bene citare Gabriel Garcia Marquez che nella sua
“La mala ora” ci ricorda: “Il caldo è una questione mentale … Tutto consiste nel
non farci caso.” (103). Come è bene ricordare la riflessione di Marc Augé nel “Diario di un senza
fissa dimora”: “La
solitudine… non ha niente di insopportabile. Il silenzio è meno imbarazzante
degli sforzi che facciamo per dissimularlo, ed è infinitamente meno penoso
stare zitti da soli che in due.” (27)
Finendo con uno scritto che fece molto rumore
alcuni anni fa. L’antropologa Françoise
Héritier ne “Il sale della vita” riflette su la nostra definizione di persone
nel mondo: “Ho cercato di descrivere per approssimazione quella forza
impercettibile che ci muove e ci definisce. Questa forza dipende naturalmente
dalla nostra storia, dal nostro vissuto, ma non è certo un inno al passato,
anzi: è l’essenza stessa e la giustificazione di tutte le nostre azioni
presenti e future, anche se non lo sappiamo. L’”io” non sarebbe quello che è se
certi avvenimenti che hanno incanalato la nostra vita in certe direzioni non si
fossero prodotti, ma non lo sarebbe neppure se questo “io” non avesse avuto
occasione di provare questa o quella emozione, di vibrare in questa o quella
occasione, di sperimentare questo o quello per mezzo del corpo.” (88)
Anche per oggi si vola poco, come sarebbe giusto per citare Giorgio Gaber. Ma si costruisce. Una ricerca per migliorare il fisico ed una per migliorare lo spirito. Maggio e le sue sfide ci attendono. Arriviamoci allora con tanta amicizia nel cuore.
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