domenica 21 giugno 2026

Torniamo anche su Camilleri - 21 giugno 2026

Dopo una trama dedicata al (mio) ritorno, ecco che vien capitando un ricordo di uno dei miei scrittori preferiti. Dopo alcuni anni di limbo, riesco a completare un quartetto su Camilleri, con tre libri provenienti dalle pubblicazioni di Repubblica ed un Sellerio tributo di racconti sparsi.

Due uscite più che sufficienti e due poco meno, tutte d’interesse, vuoi per i temi trattati, vuoi, sempre, per la lingua utilizzata. Avrò ancora qualcosa nel futuro per completare una bibliografia dell’autore (confesso che nella mia biblioteca sono 71 i libri da lui scritti), per cui ci si ritornerà.

Andrea Camilleri “Le pecore e il pastore” Repubblica Camilleri 14 euro 8,90

[A: 04/02/2023 – I: 14/03/2023 – T: 15/03/2023] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 126; anno: 2007]

Andrea Camilleri era un affabulatore borgesiano, che leggeva in ogni dove, trovando spunti, da grandi fatti o da minute avventure. È per questo che, oltre i capolavori della Vigata di Montalbano, è sempre con piacere che leggo altre su prove letterarie. In questo approfittando di una lodevole iniziativa di inizio anno dell’editore di Repubblica che ha fatto uscire volumi dello scrittore siciliano per ricorrenze varie.

Ho così avuto modo di dar mano alla lettura di questo scarno volumetto che, partendo appunto da un fatto di cronaca, da una nota a piè pagina, ne prende avvio, la allarga al contesto, e crea intorno al problema che sorge una dinamica di domande senza risposta che ne rendono interessante il leggere e l’approfondire.

Il punto centrale cui ruota tutto il testo è il sacrificio di dieci pecorelle (intese come suore di clausura) che si lasciano morire di fame per chiedere a Dio che venga salvato monsignor Peruzzo, poco prima vittima di un attentato quasi mortale. Questa notizia Camilleri la desume dalla lettura di una nota a piè di pagina di un libro che riporta le vicende del tempo, e che ne riferisce come di una lettera della badessa Suor Enrichetta Fanara al vescovo Peruzzo, scritta il 16 agosto 1956, undici anni dopo i fatti.

L’abilità di Camilleri è che, partendo da quelle scarne righe, riesce ad imbastire una storia avvincente, coinvolgendo suore, preti e principi, risalendo nel lontano passato, sino a tornare nel presente e chiedersi, con fare di sicura angoscia, “Nessuna delle suore ebbe un ripensamento? Nessuna suora implorò, in extremis, di essere salvata? E in questo caso, come si comportarono le consorelle? Si tapparono le orecchie per non sentire quel flebile implorare? Uscirono dalle celle chiudendosi la porta alle spalle o tentarono un salvataggio oramai impossibile? Non lo sapremo mai”.

Così, allora, insieme a Camilleri, risaliamo il corso del tempo. Da un lato abbiamo l’eremo di Santo Stefano di Quisquina, dall’altro l’abbazia di Palma di Montechiaro.

L’eremo, a circa mille metri d’altura, è uno dei luoghi fondanti della cristianità siciliana. Lì, in una grotta, si ritirò, poco più che ventenne, Rosalia Sinibaldi, giovane rampolla della nobiltà siciliana, vicina all’entourage di Ruggero II. Quando viene chiesta in sposa dal conte Baldovino, a seguito di un’apparizione divina, chiese e ottenne di rifugiarsi, sedicenne, in convento. Ma Palermo è troppo frequentata per poter meditare, così nel 1152 di ritira nella grotta del monte Quisquina, dove resta otto anni. Per poi, placatisi i furori, passare gli ultimi dieci in una grotta sopra Palermo, nel monte Pellegrino. Quando nel 1624 la peste sta devastando Palermo, i devoti, a seguito di un sogno, prendono i resti di Suor Rosalia, la portano in processione, ed il fatto fa regredire la pandemia. La degna sepoltura di Rosalia venne fatta con tutti gli onori e da quel momento divenne la Santa Patrona di Palermo. Ma nello stesso anno viene ritrovata la grotta sul Quisquina, così che si decide di fondare anche qui un eremo. Che avrebbe avuto fortuna incerta se nel 1690, il ricco commerciante genovese Francesco Scassi venne colpito “sulla via di Damasco” e si ritirò a Quisquina, fondando, nei fatti l’Eremo di Santo Stefano di Quisquina. Un eremo di regola benedettina, che diventò ben presto autosufficiente, ma anche rifugio di banditi che non volevano essere perseguiti dalla legge.

Qui, nel 1922 il giovane benedettino Antonio Mortellaro, in preda ad un raptus, uccise con sessanta coltellate, il padre superiore Fra’ Bernardo. Le vicende economica dei rapporti tra Stato e Chiesa portavano le abbazie a dover essere sganciate dall’altra economia. In questo, in Sicilia, non si poteva esimere da aver rapporti con la Mafia. Così, Mortellaro, dopo breve periodo, venne reintegrato, e si adoperò negli anni ’30 e ’40 a rinsaldare i legami con la Mafia ed il potere. Già dalla sua nomina a vescovo di Agrigento nel ’32, ed ancor più alla fine della guerra, Monsignor Giovan Battista Peruzzo si era battuto per i poveri. Non, come si diceva, contro il banditismo, ma contro chi il banditismo tollerava e pagava, cioè il latifondo locale.

Peruzzo dà fastidio, così che viene incaricato lo stesso Mortellaro di trovare una soluzione, che il mafioso trova usando ben mirati colpi di fucile. Per sua sfortuna, monsignore non muore, anzi, approfittando della vicinanza di un medico illustre, questi, il professo Raimondo Borsellino, lo opera e lo salva. Anche se per molti giorni, e settimane, monsignor Peruzzo si dibatte tra la vita e la morte. Su questa vicenda si innesta la promessa delle giovani di Palma di Montechiaro, rivelate da suor Francesca nel ’56 al Monsignore. Non sappiamo cosa fece Peruzzo a tal proposito, anche se sappiamo che proseguì la sua vicenda pastorale, sino alla morte, ad 85 anni, avvenuta nel 1961.

L’altro corno degli avvenimenti è il monastero benedettino di clausura di Palma di Montechiaro. Questi è anch’esso legato strettamente all’epica siciliana. Infatti, venne fondato da Giulio Tomasi principe di Lampedusa nel 1659, al fine di accogliere la maggior parte della sua famiglia, nella fattispecie quattro femmine ed un maschio degli otto figli che ebbe; considerato che due morirono in fasce, rimane solo Ferdinando che, pur morendo anche lui in giovane età, ebbe modo di perpetuare la genia dei principi, che arriverà sino ai giorni nostri con l’autore de “Il Gattopardo” Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il monastero, pur avendo altre storie, è qui ricordato solo come “ospite” delle dieci giovani suore che si lasciano morire per salvare la vita a Monsignor Peruzzo. Ma anche perché la sua nascita, oltre alla famiglia Tomasi in generale, è legata alla pia Isabella Tomasi, entrata in convento come suor Maria Crocifissa della Concezione, ed autrice di una mistica lettera sulla croce, che si diceva esserle stata dettata dal Diavolo.

Ora, nel 2007 quando scrive questo testo, Camilleri non lo sa ancora, perché solo nel 2017, un’equipe di studiosi, utilizzando computer e alfabeti vari, decifra la lettera, scritta con caratteri derivanti dal latino, dal greco, dal runico (antico alfabeto germanico) e dallo yazida (altro antico alfabeto curdo-aramaico, che la suora poteva conoscere a causa degli studi su Gesù nelle lingue del tempo). Camilleri fa ipotesi varie, che gli studiosi non possono confutare, avendo sì trovata una decifrazione del testo, ma il contesto rimanendo oscuro.

Riassumendo: spari al monsignore dei contadini dall’eremo di Santa Rosalia, salvataggio ad opera di un chirurgo, espiazione promessa dalle suore dell’abbazia fondata dalla famiglia Tomasi. In mezzo a tutto ciò, l’ottima scrittura di Camilleri. Certamente una lettura molto cerebrale, con qualche slancio di approfondimento che Camilleri provoca ma non affonda. Un risultato al fine degno anche se non superlativo.

Incisi e chiarimenti finali: il chirurgo Raimondo Borsellino è solo omonimo di Paolo, ma ha la sua importanza, in quanto promotore della “Legge Borsellino” del 1948 che istituiva l’ordine dei medici anestetisti. Ad indagare nel ’45 sull’attentato è indicata una squadra di poliziotti e di politici, nei quali fa spicco la presenza di Bernardo Mattarella, padre di Sergio, Presidente della Repubblica.

“Non leggo mai le note a piè di pagina, non so perché mi danno fastidio.” (87) [esattamente il mio opposto, io che leggo solo le note in fondo alla pagina]

Andrea Camilleri “La guerra privata di Samuele e altre storie di Vigata” Sellerio s.p. (Natale degli Arabini)

[A: 25/12/2022 – I: 27/03/2023 – T: 29/03/2023] && e ½  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 265; anno: 2022]

L’ultimo regalo natalizio che ci fa la casa editrice Sellerio radunando in volume alcuni racconti di Andrea Camilleri, di cui ben due inediti. Non devo certo tornare qui sull’affetto che da sempre ho per il grande scrittore, in particolare in tutti gli scritti in cui, con grande capacità ed immaginazione, mescola la lingua natia all’italiano e mescola fatti minuti ad altre storie. Tornando, come fa qui, ad illuminarci di altri aspetti della sua inventata Vigata.

Sono racconti, è vero, e come spesso accade, non sempre riesco a seguirne il filo con la dovuta passione. Anche se qui ci sono momenti che diventano quasi piccoli romanzi, e che quindi, nel mio immaginario, meglio seguiti nelle sue trame.

Come detto ci sono due inediti. Il primo, che è anche il racconto introduttivo del libro (“La prova”) pur di ambito vigatese, è centrato sulla crescita adolescenziale del giovane Lollo. Giovane pio e riservato, sembra restio ad avere rapporti ravvicinati con la fidanzata. Raccontato da un suo amico, vediamo i genitori cercare una prova della sua virilità anche attraverso rapporti con una giovane prostituta. Si parla di inganni e contro inganni, si parla di trucchi che porteranno comunque al matrimonio, si parla di come ognuno, alla fine, avrà il suo tornaconto.

Prima del secondo inedito, che merita qualche parola in più, citerei i già editi.

Il secondo, “L’uomo è forte” (pubblicato nell’antologia di Sellerio “Articolo 1. Racconti sul lavoro”), il cui testo rovescia l’assunto. Seguiamo un povero cristo che, licenziato, non trova più lavoro. Sarà la moglie a risolvere la situazione, rivelandosi la vera forza della coppia

Il terzo era uno di quelli che avevo già letto, essendo “La targa” uscito come allegato al “Corriere della Sera”. Tanto che ne riporto il passo centrale: “una piccola storia ambientata nel giugno del ’40, tra fascisti della prima ora che forse nascondono cadaveri sotto il letto, mogli giovani in attesa (e/o in cerca) di svaghi migliori, antifascisti d’onore che poi sono un po’ inconcludenti, e ridda di alleati vari, ora con questo ora con quello, che tanto mi fanno pensare alle nostre arene montecitoriane attuali. Non manca il garante dell’ordine, che, in quanto tale, non può che ricalcare lo stereotipo del fessacchiotto presupponente. E dopo mille inutili peripezie, qualche disvelamento, ma senza troppi patemi, i vespri siciliani continueranno a rifulgere come baluardo verso l’imbarbarimento montante.”

Anche il quinto lo avevo letto. Era uno dei “Corti di Carta” del Corriere intitolato “La tripla vita di Michele Sparacino”, di cui suo tempo scrissi: “gradevole la storia di tutti gli “errori” che perseguitano la vita dello Sparacino che viene scambiato sin dalla culla per un pericoloso bandito, viene perseguitato senza sapere che è tutta una montatura (una falsa reputazione messa in giro da un giornalista senza scrupoli, con un accenno polemico ben evidente). Fino a partecipare, suo malgrado alla Prima guerra mondiale, anche lì additato dalle gerarchie per i suoi (falsi) passati briganteschi. Bella (o almeno a me è piaciuta) è la rivincita della sua terza vita (e non ve la rivelo)”.

Anche l’ultimo appare in un’antologia di Sellerio, “Racconti di Natale”, intitolandosi, appunto, “I quattro Natali di Tridicino”. Un racconto di mare, come di rado capita a Camilleri, dove seguiamo la nascita e la vita di Tridicino, ultimo di molti fratelli, che dedica la vita alla pesca, allo studio dei venti e delle correnti. Ha un breve sprazzo di felicità sposando Angelina ed alla nascita del figlio Tano. Disgrazie verranno, ma alla fine il nostro troverà la forza di continuare a vivere e di dare a chi lo seguirà strumenti per affrontare perigliose burrasche, tra cui la “dragunara”, una terribile e spaventosa tromba marina, che colpisce forte come la coda di un dragone.

Finisco con il quarto titolo, il secondo inedito, che dà anche titolo alla raccolta “La guerra privata di Samuele, detto Leli”. Per me il migliore ed anche il più intimo, essendo un piccolo brano che riprende una personalissima vicenda dello scrittore durante i suoi anni scolastici. Siamo nel primo anno di ginnasio, il 1937, ed il nostro Andrea detto Nenè ha da poco compiuto i dodici anni. In un anno che segna di forza un passaggio epocale nella mente di noi ragazzi, Nenè diviene amico di Samuele Di Porto detto Leli. Che lì, in quel primo ginnasio, molti sono i professori più fascisti di Mussolini, in particolare il professore di religione, don Angelo, e l’insegnante di Scienze, professoressa Ersilia. I quali, in modi diversi, che Camilleri riesce a rendere alla perfezione, se la prendono con l’ebreo Leli.

Nenè non può assistere impotente, e si schiera da subito dalla parte di Leli, ed ora, da grande, ci narra le piccole vendette che l’ingegnoso ebreo inscena per vendicarsi delle angherie subite. Piccole soddisfazioni che non porteranno a molto, visto che l’anno successivo, emanate le Leggi Raziali, Leli viene espulso, e Nenè lo vede partire salutandolo. Fortunatamente, la vicenda non si chiude qui, ma la fine ve la lascio godere.

Pur non essendo tutti nelle mie corde, ritrovo anche qui lo stile scanzonato di Camilleri, che, con le sue belle frasi e le sue atmosfere, riesce a portare sulla pagina molta della profonda anima sicula, quella migliore, quella che, da lettori, ci porta da Verga a Pirandello, da Bufalino a Sciascia, fino a lui, a Camilleri stesso. Un lavoro incessante, di uno scrittore che di sé parlava come di un “artigiano della parola”, che passa ore ed ore sulle frasi per far sì che chi ne legge lo possa fare in pochi attimi. Questo il lascito, impagabile, di Camilleri.

Andrea Camilleri “Privo di titolo” Repubblica Camilleri 10 euro 8,90

[A: 08/01/2023 – I: 07/07/2023 – T: 09/07/2023] &&& ----  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 296; anno: 2005]

Un nuovo episodio dell’opera omnia di Camilleri, non bellissimo, ma che mi ricordo, alla sua uscita, fece arrabbiare abbastanza la destra dura e pura. E già questo è un punto di merito che non possiamo togliergli.

Ho cercato a lungo, nelle pieghe di internet, di comprendere i motivi di questo titolo senza titolo, senza venirne a capo. Forse, lo avrei chiamato “Fatti nisseni”, visto che si parla di accadimenti di quel di Caltanissetta, ma probabilmente sarebbe riduttivo, dato che i fatti stessi vengono assunti da Camilleri come emblema e marchio dei comportamenti di un’epoca che mascherò sé stessa, e si diede nomea di fulgido esempio di correttezza e raddrizzamento dei costumi.

Capisco anche che la mancanza di un titolo vero e proprio, sia indice della fatica che lo stesso Camilleri impiegò per venire a capo della narrazione. Come disse in varie interviste, ne aveva in testa degli sprazzi, ne scrisse nel tempo vari pezzi, ma impiegò più di dieci anni per capire come e qualmente scrivere di quello che si sarebbe narrato. Facendo poi un dovuto omaggio sia ad uno scrittore locale, Walter Guttadauria con il suo libro “Fattacci di gente di provincia”, sia all’amico-nemico Sciascia con il brano del 1969 intitolato “Fondazione di una città”.

Ambientato quindi nel luogo dei fatti abbiamo due avvenimenti coevi e co-spaziali, che, nella mente dell’autore, esemplificano quanto vorrebbe mostrare dell’insipienza e della protervia di alcuni strati sociali, siciliani e non solo.

Una storia, bella seppur relegata in meno del 20% del libro, è quella della città fantasma di Mussolinia. Una città che si voleva far nascere nella periferia nissena, dove il Duce posò la prima pietra nel terzo anniversario della storia principe del libro. Una fondazione già di per sé grottesca (durante le cerimonie sparisce la bombetta del duce, che viene fotografato con una coppola in testa) e che rimase lì, ad imperitura memoria delle ruberie dell’epoca. I notabili presero i soldi, e nulla costruirono. E quando il duce ne chiese conto una decina d’anni dopo, gli fu mandato un libro fotografico costruito con i fondali “del ginematò” come direbbe Camilleri. Una beffa colossale.

L’altro fatto, ben più interessante e lungo, è la ricostruzione della morte dell’unico martire fascista siciliano. Un trio di camice nere decide di assalire un ferroviere comunista. Assalto che avviene nella via Arco Arena, nel buio della notte. Assalto bislacco e mal portato, che il ferroviere spara in alto per disperderli, ma in quello avviene un secondo sparo che dovrebbe ferirlo, ma che invece porta alla morte una delle camicie nere.

La bravura di Camilleri, che di certo non scopro io, è quella di ricostruire i fatti, di dar voce a tutti i protagonisti dell’epoca, anche attraverso una comica ricostruzione di articoli di giornali, lettere, finti documenti ufficiali, veri manifesti, fonogrammi, note burocratiche, ed altri inserti, condito dalla sua prosa, sempre coinvolgente. Una prosa che, ad un certo punto riprende un movimento filmico, con capitoli “alla moviola”, con altri a “fermo immagine”, così che, pur nella scrittura, assistiamo ai fatti, come in una puntata ben costruita di un NCIS televisivo.

Assistiamo così ad un balletto che sarebbe ridicolo se non fosse tragico, in cui si parte dalla verità ufficiale, non suffragata dalle prove, della barbara uccisione di un giovane attivista fascista. Passando poi alla verità ‘processuale’ della difesa, questa sì suffragata da perizie balistiche, dove si dimostra che il colpo mortale fu in realtà sparato da un ‘camerata’ del morto. Arrivando infine alla verità di comodo della sentenza definitiva dove il comunista viene accusato di aver sparato ed ucciso per legittima difesa.

Durante la lettura mi ero interrogato sul fatto che nel primo capitolo comparivano dei nomi dei protagonisti, che per tutto il libro si mutarono in altri. Soprattutto, il nome del “martire”. Nome che alla fine, nell’ultimo capitolo, ricompare con la dizione primitiva. Non ne capì il motivo, sino alla spiegazione che ne fece Camilleri, dove appunto alla realtà dell’esordio e dell’epilogo, mescola la finzione di tutto il suo gioco di specchi.

Ma noi ora sappiamo che il morto si chiamava Gigino Gattuso, l’ingiusto accusato Michele Ferrara ed il fascista maldestro Santi Cammarata. Una chiosa che poi fa l’autore sta nel ricordarci che, subito dopo la morte del Gattuso, la via Arco Arena venne ribattezzata “via Gigino Gattuso, Martire Fascista”. E che dopo le sentenze varie, venne rinominata “via Gigino Gattuso, Martire”, nome che ancora rimane a memento di come vanno le cose nel nostro paese.

Insomma, Camilleri dedica questo libro senza titolo a due fatti di per sé molto diversi, ma capaci di rivelare in modo esemplare come si costruisce una montatura ideologica e retorica, creando delle “fake news” che perdurano nei decenni. E dove i veri martiri rimangono sempre senza vendetta.

Andrea Camilleri “La mossa del cavallo” Repubblica Camilleri 05 euro 8,90

[A: 02/12/2022 – I: 22/05/2026 – T: 24/05/2026] &&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 255; anno: 1999]

Non c’è certo bisogno di parlare del compianto Camilleri. Basta solo ricordare e ricordarmi che avevo ed ho alcuni arretrati di lettura, di cui questa mossa degli scacchi è una delle più esemplari, visto che ne prendo mano ben tre anni dopo l’ultimo Camilleri letto.

Ci troviamo al solito in quel di Vigata (dove chi sa scrivere di fino potrebbe fare un’esegesi storica con tutte le storie del nostro). E come al solito, viene immersi nella parlata siciliana da lui inventata. Devo dire che qui, Camilleri, ha fatto anche un nuovo passo in avanti (per me verso il baratro). Infatti, il protagonista del testo, benché vigatese, ha da sempre vissuto a Genova. Onde per cui, Camilleri decide di inserire pensieri del principale attore anche in un genovese fittizio. Devo dire al fine, che questa scelta è forse la meno riuscita del testo, che le parti non siciliane le ho trovate di quasi impossibile decifrazione.

I temi generali, tuttavia, sono quelli classici di Camilleri: le pastoie di una società che, tesa verso il futuro, si trova legata e imbavagliata da una fitta rete di “devianze”, non sempre pacifiche. In modo che gli eroi positivi, che ci stanno, si trovano a lottare, a volte a vincere una battaglia, ma sempre a perdere la guerra. Anche se qui veniamo da lontano, visto che l’azione si svolge nel 1877.

Credo non sia un caso la scelta della data. Che più che come riferimento interno, si possa leggere come un aggancio allo studio fondamentale, che riconosceva e descriveva i fenomeni mafiosi locali. Studio pubblicato proprio nel 1877 da due futuri parlamentari Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino, intitolato "La Sicilia nel 1876. Condizioni politiche e amministrative dell'isola”. Uno scritto che si scagliava contro i latifondi isolani, pur se i nostri due erano e rimasero sempre legati alla “Destra storica”.

Accennavo ai latifondi, che la storia è legata a questa tipologia di utilizzo della terra, ed agli sforzi che il buon ragioniere Giovanni Bovara prova ad effettuare per “bonificare” il territorio da pratiche poco ortodosse. Bovara, nato a Vigata ma vissuto sempre a Genova, viene inviato a Vigata dal Direttore Generale delle Finanze di Roma, a seguito della morte sospetta di due ispettori deputati alla gestione territoriale.

Soprattutto a fronte dell’esosissima tassa sul macinato del 1868 (detta la “tassa del pane”), origine di proteste popolari da un lato, e di atteggiamenti omertosi da parte dei maggiorenti locali. Ovvio che Bovara trova subito del marcio nella gestione locale del territorio. Anche se non trova né possiede mezzi efficaci per contrastarla. Laddove l’onestà del singolo sicuramente non è abbastanza.

Il teatro della vicenda si intreccia con le gesta del prete locale. Non solo dedito con piacere ad atteggiamenti abbastanza lascivi ei confronti delle bellezze locali (siano esse vedove o maritate). Ma anche molto legato al denaro, visto che non si perita di prestarne ad usura, né di fare una lotta senza quartiere per depredare il suo povero ed inerme cugino di tutte le terre di famiglia.

Quando il prete viene ucciso e Bovara si trova casualmente vicino alla scena del delitto, scatta il trappolone. Non potendo fermarlo in altro modo, i mafiosi locali imbastiscono una messa in scena (forse un po’ frettolosa) per fr sì che il Bovara stesso sia accusato dell’omicidio. Non vi svelo di certo cosa si va ad inventare, ma le apparenze (le prove indiziarie diremmo ora) si volgono tutte contro Bovara.

Ed è qui che scatta “la mossa del cavallo”. Che, per chi sa di scacchi, è quel tipo di movimento che sembra andare diritto verso il nemico, per poi scartare di una casella laterale. Così che, sovente, si crea scompiglio tra le fila nemiche. Ed è così che agisce Bovara. Cessa di parlare genovese, tornando al siciliano nativo. Non solo, riuscendo a stravolgere (ed a volgere a proprio vantaggio) le parole del prete morente.

Coinvolgendo, in questo sommovimento nascosto, due personaggi non siciliani, quindi con una natura affine alla sua. Cioè, il Procuratore del Re, il torinese Ottavio Rebaudengo, ed il giudice istruttore Giosuè Pintacuda. Questa mossa consente la messa in libertà di Bovara, e consente a Rebaudengo di redigere una circostanziata relazione contro … ignoti.

Ma si sa, la mafia è un’idra dalle molte teste, e, viste come si svolgono le cose, i potenti locali rimarranno in piedi, mentre Giovanni Bovara se ne torna al mare di Genova ed il Procuratore è trasferito nuovamente nella natia Torino. Localmente, novello Falcone, rimane solo il buon Pintacuda, cui sinceramente non invidiamo il fosco futuro.

Qui finisce la lucida ironia di Camilleri, con una farsa forse troppo morbida per le durezze locali. Un testo che non raggiunge di certo di pugni nello stomaco degli epigoni di Sciascia, ma che, pur con un blando sorriso, non può che lasciarci in bocca l’amaro della sconfitta.

Visto che abbiamo dedicata un’intera trama al “grande vecchio”, ci rivolgiamo ad alcuni pensieri di un “vecchio un po’ più piccolo”. Ecco quindi che estrapoliamo alcuni pensieri da due testi del sempre interessante Erri De Luca.

Uno è una considerazione che, anche in altre forme, abbiamo sentito e fatto nostra. Qui la prendiamo da “Il torto del soldato”:

“Non è morta una lingua se anche uno solo al mondo la muove tra il palato e i denti, la legge, la borbotta.” (24)

Le altre sono invece alcune considerazioni sull’amore tratte da “Il contrario di uno”:

“Sono stato ragazzo per qualche settimana, un paio di volte, d’estate. Per tutto il frattempo si era adulti involontari.” (52)

“Non scherzavano con le cose della natura.” (81)

“Le chiedevo conto, e mai si deve tra chi sta in amore. Non esiste il tradito, il traditore, il giusto e l’empio, esiste l’amore finché dura.” (91) [questa farà un po’ riflettere, e giustamente]

“La tua mano minuta serrata nella mia … chiudeva noi due dentro e tutti gli altri fuori.” (108)

Visto che siamo in vena di ritorni, ecco che in questi giorni anche le mie mail sono un po’ zoppe, che vengono dal mare. E poi si ritornerà in montagna e si ritornerà in campagna. Per ora ci riposiamo, e con affetto vi mando un grande abbraccio.

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