Dopo una trama dedicata al (mio) ritorno, ecco che vien capitando un ricordo di uno dei miei scrittori preferiti. Dopo alcuni anni di limbo, riesco a completare un quartetto su Camilleri, con tre libri provenienti dalle pubblicazioni di Repubblica ed un Sellerio tributo di racconti sparsi.
Due
uscite più che sufficienti e due poco meno, tutte d’interesse, vuoi per i temi
trattati, vuoi, sempre, per la lingua utilizzata. Avrò ancora qualcosa nel
futuro per completare una bibliografia dell’autore (confesso che nella mia
biblioteca sono 71 i libri da lui scritti), per cui ci si ritornerà.
Andrea Camilleri “Le pecore e il pastore” Repubblica Camilleri 14 euro
8,90
[A: 04/02/2023 – I: 14/03/2023 – T: 15/03/2023]
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[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 126; anno:
2007]
Ho
così avuto modo di dar mano alla lettura di questo scarno volumetto che,
partendo appunto da un fatto di cronaca, da una nota a piè pagina, ne prende
avvio, la allarga al contesto, e crea intorno al problema che sorge una
dinamica di domande senza risposta che ne rendono interessante il leggere e
l’approfondire.
Il
punto centrale cui ruota tutto il testo è il sacrificio di dieci pecorelle
(intese come suore di clausura) che si lasciano morire di fame per chiedere a
Dio che venga salvato monsignor Peruzzo, poco prima vittima di un attentato
quasi mortale. Questa notizia Camilleri la desume dalla lettura di una nota a
piè di pagina di un libro che riporta le vicende del tempo, e che ne riferisce
come di una lettera della badessa Suor Enrichetta Fanara al vescovo Peruzzo,
scritta il 16 agosto 1956, undici anni dopo i fatti.
L’abilità
di Camilleri è che, partendo da quelle scarne righe, riesce ad imbastire una
storia avvincente, coinvolgendo suore, preti e principi, risalendo nel lontano
passato, sino a tornare nel presente e chiedersi, con fare di sicura angoscia,
“Nessuna delle suore ebbe un ripensamento? Nessuna suora implorò, in extremis,
di essere salvata? E in questo caso, come si comportarono le consorelle? Si
tapparono le orecchie per non sentire quel flebile implorare? Uscirono dalle
celle chiudendosi la porta alle spalle o tentarono un salvataggio oramai
impossibile? Non lo sapremo mai”.
Così,
allora, insieme a Camilleri, risaliamo il corso del tempo. Da un lato abbiamo
l’eremo di Santo Stefano di Quisquina, dall’altro l’abbazia di Palma di
Montechiaro.
L’eremo,
a circa mille metri d’altura, è uno dei luoghi fondanti della cristianità
siciliana. Lì, in una grotta, si ritirò, poco più che ventenne, Rosalia
Sinibaldi, giovane rampolla della nobiltà siciliana, vicina all’entourage di
Ruggero II. Quando viene chiesta in sposa dal conte Baldovino, a seguito di
un’apparizione divina, chiese e ottenne di rifugiarsi, sedicenne, in convento.
Ma Palermo è troppo frequentata per poter meditare, così nel 1152 di ritira
nella grotta del monte Quisquina, dove resta otto anni. Per poi, placatisi i
furori, passare gli ultimi dieci in una grotta sopra Palermo, nel monte
Pellegrino. Quando nel 1624 la peste sta devastando Palermo, i devoti, a
seguito di un sogno, prendono i resti di Suor Rosalia, la portano in
processione, ed il fatto fa regredire la pandemia. La degna sepoltura di
Rosalia venne fatta con tutti gli onori e da quel momento divenne la Santa
Patrona di Palermo. Ma nello stesso anno viene ritrovata la grotta sul
Quisquina, così che si decide di fondare anche qui un eremo. Che avrebbe avuto
fortuna incerta se nel 1690, il ricco commerciante genovese Francesco Scassi
venne colpito “sulla via di Damasco” e si ritirò a Quisquina, fondando, nei
fatti l’Eremo di Santo Stefano di Quisquina. Un eremo di regola benedettina,
che diventò ben presto autosufficiente, ma anche rifugio di banditi che non
volevano essere perseguiti dalla legge.
Qui,
nel 1922 il giovane benedettino Antonio Mortellaro, in preda ad un raptus,
uccise con sessanta coltellate, il padre superiore Fra’ Bernardo. Le vicende
economica dei rapporti tra Stato e Chiesa portavano le abbazie a dover essere
sganciate dall’altra economia. In questo, in Sicilia, non si poteva esimere da
aver rapporti con la Mafia. Così, Mortellaro, dopo breve periodo, venne
reintegrato, e si adoperò negli anni ’30 e ’40 a rinsaldare i legami con la
Mafia ed il potere. Già dalla sua nomina a vescovo di Agrigento nel ’32, ed
ancor più alla fine della guerra, Monsignor Giovan Battista Peruzzo si era
battuto per i poveri. Non, come si diceva, contro il banditismo, ma contro chi
il banditismo tollerava e pagava, cioè il latifondo locale.
Peruzzo
dà fastidio, così che viene incaricato lo stesso Mortellaro di trovare una
soluzione, che il mafioso trova usando ben mirati colpi di fucile. Per sua
sfortuna, monsignore non muore, anzi, approfittando della vicinanza di un
medico illustre, questi, il professo Raimondo Borsellino, lo opera e lo salva.
Anche se per molti giorni, e settimane, monsignor Peruzzo si dibatte tra la
vita e la morte. Su questa vicenda si innesta la promessa delle giovani di
Palma di Montechiaro, rivelate da suor Francesca nel ’56 al Monsignore. Non
sappiamo cosa fece Peruzzo a tal proposito, anche se sappiamo che proseguì la
sua vicenda pastorale, sino alla morte, ad 85 anni, avvenuta nel 1961.
L’altro
corno degli avvenimenti è il monastero benedettino di clausura di Palma di
Montechiaro. Questi è anch’esso legato strettamente all’epica siciliana.
Infatti, venne fondato da Giulio Tomasi principe di Lampedusa nel 1659, al fine
di accogliere la maggior parte della sua famiglia, nella fattispecie quattro
femmine ed un maschio degli otto figli che ebbe; considerato che due morirono
in fasce, rimane solo Ferdinando che, pur morendo anche lui in giovane età,
ebbe modo di perpetuare la genia dei principi, che arriverà sino ai giorni
nostri con l’autore de “Il Gattopardo” Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il
monastero, pur avendo altre storie, è qui ricordato solo come “ospite” delle
dieci giovani suore che si lasciano morire per salvare la vita a Monsignor Peruzzo.
Ma anche perché la sua nascita, oltre alla famiglia Tomasi in generale, è
legata alla pia Isabella Tomasi, entrata in convento come suor Maria Crocifissa
della Concezione, ed autrice di una mistica lettera sulla croce, che si diceva
esserle stata dettata dal Diavolo.
Ora,
nel 2007 quando scrive questo testo, Camilleri non lo sa ancora, perché solo
nel 2017, un’equipe di studiosi, utilizzando computer e alfabeti vari, decifra
la lettera, scritta con caratteri derivanti dal latino, dal greco, dal runico
(antico alfabeto germanico) e dallo yazida (altro antico alfabeto
curdo-aramaico, che la suora poteva conoscere a causa degli studi su Gesù nelle
lingue del tempo). Camilleri fa ipotesi varie, che gli studiosi non possono
confutare, avendo sì trovata una decifrazione del testo, ma il contesto
rimanendo oscuro.
Riassumendo:
spari al monsignore dei contadini dall’eremo di Santa Rosalia, salvataggio ad
opera di un chirurgo, espiazione promessa dalle suore dell’abbazia fondata
dalla famiglia Tomasi. In mezzo a tutto ciò, l’ottima scrittura di Camilleri. Certamente
una lettura molto cerebrale, con qualche slancio di approfondimento che
Camilleri provoca ma non affonda. Un risultato al fine degno anche se non
superlativo.
Incisi
e chiarimenti finali: il chirurgo Raimondo Borsellino è solo omonimo di Paolo,
ma ha la sua importanza, in quanto promotore della “Legge Borsellino” del 1948
che istituiva l’ordine dei medici anestetisti. Ad indagare nel ’45
sull’attentato è indicata una squadra di poliziotti e di politici, nei quali fa
spicco la presenza di Bernardo Mattarella, padre di Sergio, Presidente della
Repubblica.
“Non
leggo mai le note a piè di pagina, non so perché mi danno fastidio.” (87)
[esattamente il mio opposto, io che leggo solo le note in fondo alla pagina]
Andrea Camilleri “La guerra privata di
Samuele e altre storie di Vigata” Sellerio s.p. (Natale degli Arabini)
[A: 25/12/2022 – I: 27/03/2023 – T: 29/03/2023]
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e ½
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 265; anno:
2022]
L’ultimo regalo natalizio che ci fa la casa
editrice Sellerio radunando in volume alcuni racconti di Andrea Camilleri, di
cui ben due inediti. Non devo certo tornare qui sull’affetto che da sempre ho
per il grande scrittore, in particolare in tutti gli scritti in cui, con grande
capacità ed immaginazione, mescola la lingua natia all’italiano e mescola fatti
minuti ad altre storie. Tornando, come fa qui, ad illuminarci di altri aspetti
della sua inventata Vigata.
Sono racconti, è vero, e come spesso accade,
non sempre riesco a seguirne il filo con la dovuta passione. Anche se qui ci
sono momenti che diventano quasi piccoli romanzi, e che quindi, nel mio
immaginario, meglio seguiti nelle sue trame.
Come detto ci sono due inediti. Il primo, che
è anche il racconto introduttivo del libro (“La prova”) pur di ambito
vigatese, è centrato sulla crescita adolescenziale del giovane Lollo. Giovane
pio e riservato, sembra restio ad avere rapporti ravvicinati con la fidanzata.
Raccontato da un suo amico, vediamo i genitori cercare una prova della sua
virilità anche attraverso rapporti con una giovane prostituta. Si parla di
inganni e contro inganni, si parla di trucchi che porteranno comunque al
matrimonio, si parla di come ognuno, alla fine, avrà il suo tornaconto.
Prima del secondo inedito, che merita qualche
parola in più, citerei i già editi.
Il secondo, “L’uomo è forte”
(pubblicato nell’antologia di Sellerio “Articolo 1. Racconti sul lavoro”), il
cui testo rovescia l’assunto. Seguiamo un povero cristo che, licenziato, non
trova più lavoro. Sarà la moglie a risolvere la situazione, rivelandosi la vera
forza della coppia
Il terzo era uno di quelli che avevo già
letto, essendo “La targa” uscito come allegato al “Corriere della Sera”.
Tanto che ne riporto il passo centrale: “una piccola storia ambientata nel
giugno del ’40, tra fascisti della prima ora che forse nascondono cadaveri
sotto il letto, mogli giovani in attesa (e/o in cerca) di svaghi migliori,
antifascisti d’onore che poi sono un po’ inconcludenti, e ridda di alleati
vari, ora con questo ora con quello, che tanto mi fanno pensare alle nostre
arene montecitoriane attuali. Non manca il garante dell’ordine, che, in quanto
tale, non può che ricalcare lo stereotipo del fessacchiotto presupponente. E
dopo mille inutili peripezie, qualche disvelamento, ma senza troppi patemi, i
vespri siciliani continueranno a rifulgere come baluardo verso l’imbarbarimento
montante.”
Anche il quinto lo avevo letto. Era uno dei
“Corti di Carta” del Corriere intitolato “La tripla vita di Michele Sparacino”,
di cui suo tempo scrissi: “gradevole la storia di tutti gli “errori” che
perseguitano la vita dello Sparacino che viene scambiato sin dalla culla per un
pericoloso bandito, viene perseguitato senza sapere che è tutta una montatura
(una falsa reputazione messa in giro da un giornalista senza scrupoli, con un
accenno polemico ben evidente). Fino a partecipare, suo malgrado alla Prima guerra
mondiale, anche lì additato dalle gerarchie per i suoi (falsi) passati
briganteschi. Bella (o almeno a me è piaciuta) è la rivincita della sua terza
vita (e non ve la rivelo)”.
Anche l’ultimo appare in un’antologia di
Sellerio, “Racconti di Natale”, intitolandosi, appunto, “I quattro Natali di
Tridicino”. Un racconto di mare, come di rado capita a Camilleri, dove
seguiamo la nascita e la vita di Tridicino, ultimo di molti fratelli, che
dedica la vita alla pesca, allo studio dei venti e delle correnti. Ha un breve
sprazzo di felicità sposando Angelina ed alla nascita del figlio Tano.
Disgrazie verranno, ma alla fine il nostro troverà la forza di continuare a
vivere e di dare a chi lo seguirà strumenti per affrontare perigliose
burrasche, tra cui la “dragunara”, una terribile e spaventosa tromba marina,
che colpisce forte come la coda di un dragone.
Finisco con il quarto titolo, il secondo
inedito, che dà anche titolo alla raccolta “La guerra privata di Samuele,
detto Leli”. Per me il migliore ed anche il più intimo, essendo un piccolo
brano che riprende una personalissima vicenda dello scrittore durante i suoi
anni scolastici. Siamo nel primo anno di ginnasio, il 1937, ed il nostro Andrea
detto Nenè ha da poco compiuto i dodici anni. In un anno che segna di forza un
passaggio epocale nella mente di noi ragazzi, Nenè diviene amico di Samuele Di
Porto detto Leli. Che lì, in quel primo ginnasio, molti sono i professori più
fascisti di Mussolini, in particolare il professore di religione, don Angelo, e
l’insegnante di Scienze, professoressa Ersilia. I quali, in modi diversi, che
Camilleri riesce a rendere alla perfezione, se la prendono con l’ebreo Leli.
Nenè non può assistere impotente, e si
schiera da subito dalla parte di Leli, ed ora, da grande, ci narra le piccole
vendette che l’ingegnoso ebreo inscena per vendicarsi delle angherie subite.
Piccole soddisfazioni che non porteranno a molto, visto che l’anno successivo,
emanate le Leggi Raziali, Leli viene espulso, e Nenè lo vede partire
salutandolo. Fortunatamente, la vicenda non si chiude qui, ma la fine ve la
lascio godere.
Pur non essendo tutti nelle mie corde,
ritrovo anche qui lo stile scanzonato di Camilleri, che, con le sue belle frasi
e le sue atmosfere, riesce a portare sulla pagina molta della profonda anima
sicula, quella migliore, quella che, da lettori, ci porta da Verga a
Pirandello, da Bufalino a Sciascia, fino a lui, a Camilleri stesso. Un lavoro
incessante, di uno scrittore che di sé parlava come di un “artigiano della
parola”, che passa ore ed ore sulle frasi per far sì che chi ne legge lo possa
fare in pochi attimi. Questo il lascito, impagabile, di Camilleri.
Andrea Camilleri “Privo di titolo”
Repubblica Camilleri 10 euro 8,90
[A: 08/01/2023 – I: 07/07/2023 – T: 09/07/2023]
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[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 296; anno:
2005]
Un nuovo episodio dell’opera omnia di
Camilleri, non bellissimo, ma che mi ricordo, alla sua uscita, fece arrabbiare
abbastanza la destra dura e pura. E già questo è un punto di merito che non
possiamo togliergli.
Ho cercato a lungo, nelle pieghe di internet,
di comprendere i motivi di questo titolo senza titolo, senza venirne a capo.
Forse, lo avrei chiamato “Fatti nisseni”, visto che si parla di accadimenti di
quel di Caltanissetta, ma probabilmente sarebbe riduttivo, dato che i fatti
stessi vengono assunti da Camilleri come emblema e marchio dei comportamenti di
un’epoca che mascherò sé stessa, e si diede nomea di fulgido esempio di
correttezza e raddrizzamento dei costumi.
Capisco anche che la mancanza di un titolo
vero e proprio, sia indice della fatica che lo stesso Camilleri impiegò per
venire a capo della narrazione. Come disse in varie interviste, ne aveva in
testa degli sprazzi, ne scrisse nel tempo vari pezzi, ma impiegò più di dieci
anni per capire come e qualmente scrivere di quello che si sarebbe narrato.
Facendo poi un dovuto omaggio sia ad uno scrittore locale, Walter Guttadauria
con il suo libro “Fattacci di gente di provincia”, sia all’amico-nemico
Sciascia con il brano del 1969 intitolato “Fondazione di una città”.
Ambientato quindi nel luogo dei fatti abbiamo
due avvenimenti coevi e co-spaziali, che, nella mente dell’autore,
esemplificano quanto vorrebbe mostrare dell’insipienza e della protervia di
alcuni strati sociali, siciliani e non solo.
Una storia, bella seppur relegata in meno del
20% del libro, è quella della città fantasma di Mussolinia. Una città che si
voleva far nascere nella periferia nissena, dove il Duce posò la prima pietra
nel terzo anniversario della storia principe del libro. Una fondazione già di
per sé grottesca (durante le cerimonie sparisce la bombetta del duce, che viene
fotografato con una coppola in testa) e che rimase lì, ad imperitura memoria
delle ruberie dell’epoca. I notabili presero i soldi, e nulla costruirono. E
quando il duce ne chiese conto una decina d’anni dopo, gli fu mandato un libro
fotografico costruito con i fondali “del ginematò” come direbbe Camilleri. Una
beffa colossale.
L’altro fatto, ben più interessante e lungo,
è la ricostruzione della morte dell’unico martire fascista siciliano. Un trio
di camice nere decide di assalire un ferroviere comunista. Assalto che avviene
nella via Arco Arena, nel buio della notte. Assalto bislacco e mal portato, che
il ferroviere spara in alto per disperderli, ma in quello avviene un secondo
sparo che dovrebbe ferirlo, ma che invece porta alla morte una delle camicie
nere.
La bravura di Camilleri, che di certo non
scopro io, è quella di ricostruire i fatti, di dar voce a tutti i protagonisti
dell’epoca, anche attraverso una comica ricostruzione di articoli di giornali,
lettere, finti documenti ufficiali, veri manifesti, fonogrammi, note
burocratiche, ed altri inserti, condito dalla sua prosa, sempre coinvolgente.
Una prosa che, ad un certo punto riprende un movimento filmico, con capitoli
“alla moviola”, con altri a “fermo immagine”, così che, pur nella scrittura,
assistiamo ai fatti, come in una puntata ben costruita di un NCIS televisivo.
Assistiamo così ad un balletto che sarebbe
ridicolo se non fosse tragico, in cui si parte dalla verità ufficiale, non
suffragata dalle prove, della barbara uccisione di un giovane attivista
fascista. Passando poi alla verità ‘processuale’ della difesa, questa sì suffragata
da perizie balistiche, dove si dimostra che il colpo mortale fu in realtà
sparato da un ‘camerata’ del morto. Arrivando infine alla verità di comodo
della sentenza definitiva dove il comunista viene accusato di aver sparato ed
ucciso per legittima difesa.
Durante la lettura mi ero interrogato sul
fatto che nel primo capitolo comparivano dei nomi dei protagonisti, che per
tutto il libro si mutarono in altri. Soprattutto, il nome del “martire”. Nome
che alla fine, nell’ultimo capitolo, ricompare con la dizione primitiva. Non ne
capì il motivo, sino alla spiegazione che ne fece Camilleri, dove appunto alla
realtà dell’esordio e dell’epilogo, mescola la finzione di tutto il suo gioco
di specchi.
Ma noi ora sappiamo che il morto si chiamava
Gigino Gattuso, l’ingiusto accusato Michele Ferrara ed il fascista maldestro
Santi Cammarata. Una chiosa che poi fa l’autore sta nel ricordarci che, subito
dopo la morte del Gattuso, la via Arco Arena venne ribattezzata “via Gigino
Gattuso, Martire Fascista”. E che dopo le sentenze varie, venne rinominata “via
Gigino Gattuso, Martire”, nome che ancora rimane a memento di come vanno le
cose nel nostro paese.
Insomma, Camilleri dedica questo libro senza
titolo a due fatti di per sé molto diversi, ma capaci di rivelare in modo
esemplare come si costruisce una montatura ideologica e retorica, creando delle
“fake news” che perdurano nei decenni. E dove i veri martiri rimangono sempre
senza vendetta.
Andrea Camilleri “La mossa del cavallo”
Repubblica Camilleri 05 euro 8,90
[A: 02/12/2022 – I: 22/05/2026 – T: 24/05/2026]
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[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 255; anno:
1999]
Non c’è certo bisogno di parlare del
compianto Camilleri. Basta solo ricordare e ricordarmi che avevo ed ho alcuni
arretrati di lettura, di cui questa mossa degli scacchi è una delle più
esemplari, visto che ne prendo mano ben tre anni dopo l’ultimo Camilleri letto.
Ci troviamo al solito in quel di Vigata (dove
chi sa scrivere di fino potrebbe fare un’esegesi storica con tutte le storie
del nostro). E come al solito, viene immersi nella parlata siciliana da lui
inventata. Devo dire che qui, Camilleri, ha fatto anche un nuovo passo in
avanti (per me verso il baratro). Infatti, il protagonista del testo, benché
vigatese, ha da sempre vissuto a Genova. Onde per cui, Camilleri decide di
inserire pensieri del principale attore anche in un genovese fittizio. Devo
dire al fine, che questa scelta è forse la meno riuscita del testo, che le
parti non siciliane le ho trovate di quasi impossibile decifrazione.
I temi generali, tuttavia, sono quelli
classici di Camilleri: le pastoie di una società che, tesa verso il futuro, si
trova legata e imbavagliata da una fitta rete di “devianze”, non sempre
pacifiche. In modo che gli eroi positivi, che ci stanno, si trovano a lottare,
a volte a vincere una battaglia, ma sempre a perdere la guerra. Anche se qui
veniamo da lontano, visto che l’azione si svolge nel 1877.
Credo non sia un caso la scelta della data.
Che più che come riferimento interno, si possa leggere come un aggancio allo
studio fondamentale, che riconosceva e descriveva i fenomeni mafiosi locali.
Studio pubblicato proprio nel 1877 da due futuri parlamentari Leopoldo
Franchetti e Sidney Sonnino, intitolato "La Sicilia nel 1876. Condizioni
politiche e amministrative dell'isola”. Uno scritto che si scagliava contro i
latifondi isolani, pur se i nostri due erano e rimasero sempre legati alla
“Destra storica”.
Accennavo ai latifondi, che la storia è
legata a questa tipologia di utilizzo della terra, ed agli sforzi che il buon
ragioniere Giovanni Bovara prova ad effettuare per “bonificare” il territorio
da pratiche poco ortodosse. Bovara, nato a Vigata ma vissuto sempre a Genova,
viene inviato a Vigata dal Direttore Generale delle Finanze di Roma, a seguito
della morte sospetta di due ispettori deputati alla gestione territoriale.
Soprattutto a fronte dell’esosissima tassa
sul macinato del 1868 (detta la “tassa del pane”), origine di proteste popolari
da un lato, e di atteggiamenti omertosi da parte dei maggiorenti locali. Ovvio
che Bovara trova subito del marcio nella gestione locale del territorio. Anche
se non trova né possiede mezzi efficaci per contrastarla. Laddove l’onestà del
singolo sicuramente non è abbastanza.
Il teatro della vicenda si intreccia con le
gesta del prete locale. Non solo dedito con piacere ad atteggiamenti abbastanza
lascivi ei confronti delle bellezze locali (siano esse vedove o maritate). Ma
anche molto legato al denaro, visto che non si perita di prestarne ad usura, né
di fare una lotta senza quartiere per depredare il suo povero ed inerme cugino
di tutte le terre di famiglia.
Quando il prete viene ucciso e Bovara si
trova casualmente vicino alla scena del delitto, scatta il trappolone. Non
potendo fermarlo in altro modo, i mafiosi locali imbastiscono una messa in
scena (forse un po’ frettolosa) per fr sì che il Bovara stesso sia accusato
dell’omicidio. Non vi svelo di certo cosa si va ad inventare, ma le apparenze
(le prove indiziarie diremmo ora) si volgono tutte contro Bovara.
Ed è qui che scatta “la mossa del cavallo”.
Che, per chi sa di scacchi, è quel tipo di movimento che sembra andare diritto
verso il nemico, per poi scartare di una casella laterale. Così che, sovente,
si crea scompiglio tra le fila nemiche. Ed è così che agisce Bovara. Cessa di
parlare genovese, tornando al siciliano nativo. Non solo, riuscendo a
stravolgere (ed a volgere a proprio vantaggio) le parole del prete morente.
Coinvolgendo, in questo sommovimento
nascosto, due personaggi non siciliani, quindi con una natura affine alla sua.
Cioè, il Procuratore del Re, il torinese Ottavio Rebaudengo, ed il giudice
istruttore Giosuè Pintacuda. Questa mossa consente la messa in libertà di
Bovara, e consente a Rebaudengo di redigere una circostanziata relazione contro
… ignoti.
Ma si sa, la mafia è un’idra dalle molte
teste, e, viste come si svolgono le cose, i potenti locali rimarranno in piedi,
mentre Giovanni Bovara se ne torna al mare di Genova ed il Procuratore è
trasferito nuovamente nella natia Torino. Localmente, novello Falcone, rimane
solo il buon Pintacuda, cui sinceramente non invidiamo il fosco futuro.
Qui finisce la lucida ironia di Camilleri,
con una farsa forse troppo morbida per le durezze locali. Un testo che non
raggiunge di certo di pugni nello stomaco degli epigoni di Sciascia, ma che,
pur con un blando sorriso, non può che lasciarci in bocca l’amaro della
sconfitta.
Visto che abbiamo dedicata un’intera trama al
“grande vecchio”, ci rivolgiamo ad alcuni pensieri di un “vecchio un po’ più
piccolo”. Ecco quindi che estrapoliamo alcuni pensieri da due testi del sempre
interessante Erri De Luca.
Uno è
una considerazione che, anche in altre forme, abbiamo sentito e fatto nostra.
Qui la prendiamo da “Il torto del
soldato”:
“Non
è morta una lingua se anche uno solo al mondo la muove tra il palato e i denti,
la legge, la borbotta.” (24)
Le altre sono invece alcune considerazioni
sull’amore tratte da “Il contrario di
uno”:
“Sono
stato ragazzo per qualche settimana, un paio di volte, d’estate. Per tutto il
frattempo si era adulti involontari.” (52)
“Non
scherzavano con le cose della natura.” (81)
“Le
chiedevo conto, e mai si deve tra chi sta in amore. Non esiste il tradito, il
traditore, il giusto e l’empio, esiste l’amore finché dura.” (91) [questa farà
un po’ riflettere, e giustamente]
“La
tua mano minuta serrata nella mia … chiudeva noi due dentro e tutti gli altri
fuori.” (108)
Visto che siamo in vena di ritorni, ecco che in questi giorni anche le mie mail sono un po’ zoppe, che vengono dal mare. E poi si ritornerà in montagna e si ritornerà in campagna. Per ora ci riposiamo, e con affetto vi mando un grande abbraccio.
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