Una settimana di scrittura al femminile, dove il libro meno riuscito è quello della scrittrice più nota. Un compendio delle sue figure femminili composto da Isabel Allende, ma che non riesce a coinvolgere. Mentre vi riescono e molto, in crescenza di coinvolgimento, la Trieste di confine di Federica Manzon, la tormentata Corea di Han Kung ma soprattutto la saga albanese di Lea Ypi. Tre bei romanzi, tre belle scritture, dove rimarrà scolpito nella mente la frase di Han che compendia milioni di attività umane: “sembrava semplicemente la cosa giusta da fare”.
Federica Manzon “Alma” Feltrinelli s.p. (Regalo di Feltrinelli per
compleanno)
A: 08/05/2026 – I: 27/06/2026 – T:
29/06/2026] &&&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 267; anno:
2024]
Avevo pensato a questo libro per uno dei
tanti compleanni della mia suocera triestina, anche se, per una serie di
motivi, al fine non mi era sembrato nelle sue corde. Approfittando allora del
regalo di compleanno di Feltrinelli, ho pensato fosse il caso di portarlo in
lettura e di capirne di più. Cosa che mi ha portato ad un giudizio positivo sul
romanzo, ed alla convinzione che forse non sarebbe stato capito fino in fondo,
troppo pieno di singolarità che vengono più dagli anni Sessanta che da un
passato lontano (seppur ci sono molti echi di tempi storici differenti).
La più che quarantenne Manzon, due anni fa,
con questo potente romanzo (il suo quinto) vince poi il Premio Campiello, il
Premio Stresa, nonché, tra gli altri, il francese “Premio Mediterraneo per
stranieri”.
Utilizzando la storia di Alma e dei suoi
legami familiari, il libro esplora le connessioni, i rimandi tra la propria
memori personale degli eventi (pubblici e privati) con la storia collettiva,
quella sì pubblica e nota (ma ne siamo sicuri?). Il punto centrale della sua
scrittura è quindi quello di utilizzare Trieste come centro delle riflessioni,
come punto di partenza per capire la propria identità. Anche se, seppur Trieste
occupa la maggior parte del testo, hanno un senso, per dare un’immagine a tutto
tondo di quanto si vuole esprimere la presenza di altri due luoghi fisici: la
Capitale (cioè, ovvio, Roma) e l’isola (che si fa presto ad identificare con
Brioni, su cui torneremo).
È un romanzo intriso nella Storia, laddove la
geografia ha anche la sua parte. Come ho sempre pensato e praticato sin dai
tempi del liceo, la geografia ha una parte fondamentale nello sviluppo delle
relazioni tra i popoli, tant’è che, ormai, si parla quasi sempre di
geopolitica. Ma così andiamo un po’ fuori dal solco del libro, cui torniamo
subito.
L’idea della scrittrice è di concentrarsi su
di una famiglia triestina, la cui Storia e le cui storie ci vengono narrate
attraverso i pensieri e le azioni di Alma, l’io narrante. Una famiglia di
grande assortimento: i nonni intrinsecamente austro-ungarici, la mamma
triestina e fondamentalmente innamorata persa del padre slavo. Un mix
potenzialmente deflagrante, il cui potenziale devastante viene aumentato quando
il padre, per salvarlo da destini di abbandono, porta in famiglia Vili, di
radici serbe e figlio di dissidenti del regime di Tito.
Alma ci racconta il suo ritorno a Trieste,
dopo anni di fuga in quel di Roma, dovendo ricevere un’eredità dal padre da
poco morto. Un’eredità che le consegnerà Vili, che invece vive ancora nella
città giuliana. Alma decide quindi di passare i tre giorni della Pasqua
Ortodossa nella sua città. E questa sarà l’occasione per ripercorrere tutta la
sua vita.
Che Trieste era una città dalle origini
mitteleuropee e di alta letteratura, tanto che qualcuno la considera l meno
italiana delle città culturali. E non a caso, lì sono passati letterati di alta
caratura: Joyce, Svevo, Saba, Montale, l’icona della poesia slovena Srečko
Kosovel (morto di meningite a 22 anni) ed il cantore delle stragi Boris Pahor
(morto invece a 108 anni…).
Alma passeggia per la città, ne cita i luoghi
cari alla sua storia identitaria, come i caffè: il San Marco, l’Antico Caffè
Torinese o il Caffè degli Specchi in Piazza Unità d’Italia. Ma anche il
cimitero austro-ungarico, la “Bora” e il “Borino”, il parco dell’ospedale
psichiatrico, teatro delle grandi opere di Franco Basaglia ma anche del lavoro
quotidiano della madre con gli alienati.
Tutto ruota comunque sulla figura del padre.
Inviso ai nonni, amato, sempre, dalla madre, padre che spesso sparisce di là
dei confini. Scopriremo ad un certo punto che è un “ghostwriter” di Tito, ed è
per questo che Alma, e Vili, erano ospiti in gioventù sull’isola di Brioni. Ma
tutti sappiamo che Tito muore nell’80, ed il padre, per evitare purghe, si
converte a quella vita sedentaria che non aveva mai amato.
Morta la madre, Vili tornato nei luoghi
natii, Alma si fa giornalista e fugge per non più tornare a Trieste. Sentiamo i
suoi racconti sull’ex-Jugoslavia degli anni Novanta, sul ritrovare Vili a fare
il fotografo di guerra a Sarajevo, e poi tanti altri piccoli tocchi, che come
in una pittura puntillista, ci trasportano, anno dopo anno, sino al presente.
Sino al ritorno per la Pasqua epifanica, dopo Vili le consegna una grande
scatole di ricordi del padre, che saranno il nerbo del suo ritronare, riverificare,
riconsiderare tutta la sua storia, e quella della sua famiglia.
Non è di grande importanza come finisca il
libro, cosa succederà dopo a chi rimane in vita. Importa quella capacità
descrittiva della scrittrice che ci ha portato lungo l’asse del Novecento,
senza farci cadere, e spingendomi, ancora una volta, a tornare a tutta la
Storia che dietro è nascosta.
Ho ripensato a mio padre giornalista di là
della cortina di ferro, dove però nulla ha lasciato per ricostruire i suoi
anni. Ho ripensato a tutto quello che è scorso sotto i ponti della mia storia,
dalla Parigi del ’67 alla fine del ’76. Ma questa è la mia anima non l’Alma di
Federica a cui vi lascio con due citazioni, una pubblica ed una privata, su cui
riflettere.
“Nella vita puoi avere tutte le libertà
che vuoi, ma se non hai la libertà di dire e di scrivere quello che pensi,
significa che qualcosa di molto brutto si sta preparando.” (26)
“I nonni … non hanno ancora mai abitato
nella stessa casa … probabilmente c’è stato un tempo in cui hanno diviso il
sonno ma a unirli sono soprattutto i viaggi, la letteratura e il gusto del
pettegolezzo.” (47) [due su tre, non male]
Isabel Allende “Donne dell’anima mia”
Repubblica 8 euro 9,90
[A: 03/10/2022 – I: 02/07/2026 – T: 03/07/2026]
- &
[tit. or.: Mujeres del alma mia; ling.
or.: spagnolo; pagine: 173; anno 2020]
In
realtà non è che si sentisse proprio tanto la mancanza di questo libro, nato da
una serie di congiunzioni. L’autrice si avviava agli ottanta anni, si stava
affrontando il dramma mondiale del Coronavirus, per cui molta gente, e gli
scrittori in prima linea, rimanendo chiusi nei propri bozzoli, andavano
elaborando o rielaborando momenti della loro vita personale.
Ecco
quindi che, parafrasando uno dei suoi migliori ultimi libri (anche se di
quindici anni prima) e cioè “Ines dell’anima mia”, la scrittrice cilena decide
di ripercorrere la sua vita avendo come faro illuminante il suo “femminismo
light”.
Sempre
dalla parte delle donne, stabilisce un patto interiore con sé stessa,
rivendicando una giustizia, per le donne, che non è ancora (e forse mai sarà).
La sua storia quindi è una serie di immagini e situazioni in cui vediamo tutte
le donne che hanno avuto un ruolo importante nella sua vita, a partire da mamma
Panchita che lei fotografa come “madre nubile con tre figli”. Ovvia la
forzatura, che un padre c’è, ma quando Isabel ha tre anni se ne va insalutato
ospite.
Per
molto tempo vediamo Isabel riportare il mondo di Panchita, la sua necessità di
avere un uomo accanto, per poi dedicarsi alle esteriorità (vestirsi, mostrarsi,
ed in parte, pensare ai figli). Isabel ci mostra quindi che esistono uomini
nella sua vita, surrogati della figura paterna. Il nonno Augustin, severo ma
sempre attento, ed il compagno della madre, che chiama “zio Ramon”, sempre
pronto a rispondere ad Isabel e ad ascoltarla.
Tuttavia,
e con perizia, la presenza e l’assenza degli uomini nella sua vita privata, dà
modo all’autrice di descrivere il maschilismo sudamericano, facendocelo toccare
con mano, con quegli atteggiamenti che ben conosciamo anche nel nostro mondo,
ma che le sue capacità narrative ci rendono vividi e “odiosissimi”.
Ripeto,
non c’è assenza di uomini nella sua vita (pur mancando quella figura paterna
biologica), anche perché nel corso del tempo attraversa ben tre matrimoni. Il
primo, giovane di vent’anni con Miguel Frias, che attraversa la giovinezza, il
golpe cileno, la fuga errante per i paesi sudamericani, per arenarsi prima dei
cinquant’anni in un tacito allontanamento. Il secondo con l’avvocato William
Gordon, una fiamma fortissima, che la spinge a trasferirsi in America, dove
vive tuttora, e che si spegne dopo ventotto anni. E l’ultimo con Roger Cukras,
compagno e sodale in questi ultimi sette anni, che per lei lascia professione e
New York.
Proprio
a Roger sono poi dedicate alcune pagine “magiche”, che le servono per tirare
un’altra freccia a favore del femminismo “senza odio”. Perché gli dà modo di
parlare dell’amore nella terza età, un argomento che non spesso viene
affrontato in un’ottica femminile, anche se a volte sembra ossessionata dal
decadimento fisico in età avanzata, Una scrittura senza censure quindi, che a
volte può ferire senza volere, ma che (e qui ritorna il leitmotiv del testo)
poi si ricongiunge con le donne della sua vita.
Saranno
tante, attiviste, politiche, poetesse, scrittrici, ma noi due ne ricordiamo
qui. La sua editor spagnola, Carmen Balcells, che per prima ha creduto in lei.
Ma soprattutto la sua amata figlia Paula, morta a ventotto anni in seguito a
complicazioni dovuto ad un attacco di porfiria (non mi chiedete cosa è, non
sono un medico) e ad errori nelle cure. Isabel decide di proseguirne l’opera
con una fondazione a nome della figlia, in modo da investire sulle donne di
qualsiasi età, soprattutto bambine ad alto rischio, perché questa era stata la
missione di Paula nel corso della sua breve vita.
Solo
ora, nel finale di trama, ripropongo una nuova riflessione su di un altro
aspetto che poco mi ha convinto nell’impostazione generale. Cioè il
sottotitolo, che non so sia opera di Isabel o di qualche editor spagnolo.
Sottotitolo che riporta “Dell’amore impaziente, della lunga vita e delle
streghe buone” (in originale “Sobre el amor impaciente, la vida larga y las
brujas buenas”). Frasi che non aggiungono granché all’impianto complessivo, ma
che servono in un certo senso da guida a quanto si va leggendo.
E
che ci servono da riassunto. Si parla del femminismo personale di Isabel, dalla
parte delle donne, senza mai odiare l’altro sesso. Si parla delle donne che
sono diventate le chiavi di volta della sua vita. Si parla di invecchiare senza
averne paura. E fuori dal titolo, forse il messaggio più grande: la lotta
globale contro la violenza di genere. Dove appunto Isabel e noi con lei
chiudiamo con una sua asserzione: “Vogliamo un mondo gentile in cui regnino la
pace, l’empatia, l’onestà, la verità e la compassione. E più di ogni altra cosa
vogliamo un mondo allegro. A questo aspiriamo noi streghe buone.”
Non
può non piacermi ancora ed ancora la scrittura di Isabel, per lei e per la sua
storia di vita. Ma appunto la sua vita è ormai super esposta in tutti i suoi
libri, e qui, in fondo, non se ne aggiunge molto. Motivo per cui, poi, ho
inserito questo libro nei saggi e non nei romanzi.
“I
bambini non venivano lodati … chi otteneva i voti migliori in classe aveva solo
fatto il suo dovere.” (51)
“Mi
piacciono i riti del mattino … anche se poi passo la maggior parte del tempo a
scrivere nel mio studio nell’attico. (54)
Han Kang “Atti umani” Repubblica Voci
d’Oriente 1 euro 9,90
[A: 22/03/2025 – I: 20/07/2026 – T: 22/07/2026] - &&& e ½
[tit. or.: Human Acts; ling. or.: inglese; pagine: 189; anno 2014]
Ringraziando
sempre il mio amico Raul, che in tempi non sospetti, ben prima del Nobel, mi
invitò a tener d’occhio questa scrittrice, ho letto, all’inizio con occhio
distratto, ma poi con una intensa partecipazione questa cronaca di una
sconfitta. Una sconfitta non di una persona o di un gruppo, ma di tutta
l’umanità che potrebbe decidere di voltare le spalle a quanto narrato.
Una
narrazione che si fa letteratura anche se parte da dati concreti e da fatti
reali. Infatti, tutto ruota intorno a quanto avvenne nella cittadina di Gwangju
il 18 maggio 1980. Nell’ottobre precedente un colpo di stato aveva prima ucciso
il presidente generale Park, poi, dopo diversi e rapidi rivolgimenti, aveva
portato al potere il generale Chun. Il quale, nel maggio ’80, proclama la legge
marziale in tutto il paese. Studenti e lavoratori di Gwangju si oppongono,
occupando la cittadina, fino a che l’esercito non entra brutalmente massacrando
chi si oppone e continuando per lungo tempo a torturare ed uccidere gli
oppositori, tutti bollati come “comunisti”.
Il
“massacro di Gwangju” si ritiene abbia provocato più di duemila vittime civili.
Il generale Chun rimase in carica sino al 1988, poi venne giudicato e
condannato a morte nel 1996, per essere poi immediatamente graziato dal
presidente Kim (giudicato uno dei peggiori presidenti della democrazia
sudcoreana). La scrittrice, allora, decide di mettere in piedi un romanzo –
atto d’accusa “per non dimenticare”. Certo, non siamo né dalle parti di
Auschwitz né da quelle di Hiroshima, ma la repressione ed uccisione di un così
alto numero di civili in un così breve lasso di tempo non può né deve essere
dimenticata.
La
scrittura di Han Kang, allora, si snoda attraverso sette quadri che portano ad
una lettura corale e a tutto tondo degli avvenimenti. Quadri che iniziano
temporalmente durante il massacro e si snodano sino al 2013, quando,
nell’ultimo capitolo in soggettiva, l’autrice spiega la genesi personale del
romanzo, i motivi che l’hanno portata a scrivere ed a scrivere in questa
precisa maniera.
Tra
l’altro, Han Kang fino al ’79 (lei di nove anni) aveva vissuto a Gwangju, dove
era nata. Conosce quindi bene i luoghi degli avvenimenti, ed a partire da una
foto ritrovata di un gruppo di ragazzi poco più grandi di lei, decide di
ricostruire in modo letterario gli avvenimenti. Seguendo appunto la storia di
uno di loro, reale, il giovane Dong-ho, di quindici anni.
Dong-ho
è un liceale, che con il suo grande amico Jeong-dae, disubbidendo alle
preghiere della madre, decide di partecipare alla manifestazione del 18 maggio.
Durante i primi parapiglia, i due si perdono di vista, e quando Dong-ho
rinviene a seguito di un colpo che lo lascia stordito, comincia a cercare
Jeong-dae. Che sappiamo subito essere morto, mentre Dong, insieme ad altri, tra
cui la giovane Eun-Sook, cerca di dare un ordine alle salme che si accumulano
nella palestra cittadina. Sapremo presto che anche Dong-ho verrà ucciso da un
colpo di fucile, e la sua anima, lasciando il corpo bruciato dai soldati, si
ricongiungerà con l’amico.
I
primi sei capitoli sono quindi questo serpente temporale che parte dall’80, con
la soggettiva di Dong, prosegue lo stesso anno con la soggettiva dell’anima di
Jeong che aspetta Dong. Si passa poi all’85 dove Eun, divenuta redattrice in
una casa editrice, subisce pesanti attacchi di censura ad un testo da lei
proposto, con una violenza che la rimanda agli avvenimenti precedenti. C’è poi
la storia del prigioniero (1990) che uscito vivo dai massacri, viene arrestato
e torturato. Ci sono le sue pagine sulla tortura che brillano per lucidità
descrittiva e per orrore. Lo stesso orrore che ci prende nel racconto
dell’operaia (2002) anche lei sopravvissuta, anche lei torturata (e potete
immaginare senza che ne parli come venga torturata). Queste due storie servono
alla scrittrice per farci capire che il massacro provocò non solo morti
fisiche, ma morti morali per anni ed anni a seguire.
Si
arriva al 2010, dove, nel trentennale del massacro, è la madre di Dong che
parla e si interroga su come abbia potuto lasciar andare il figlio. Con un
dolore che il tempo non fermerà mai. E con la scrittura che, come detto, nel
2013 si ricongiunge nella mente e nelle ricerche di Han Kang che la portano
alla scrittura di questo mirabile testo.
Il
testo scorre con una capacità descrittiva che prende alla gola il lettore. Che
lo trascina in questo vortice di brutalità e di ferocia, accompagnandoci in un
viaggio del dolore, dove la scrittrice ci chiede solo, in ogni passo magari
velatamente, poi anche esplicitamente nel finale: “Che cosa significa essere
umani?” Quali sono quegli atti che riescono a mettere una frontiera tra
l’umanità e la sua negazione?
In
questo senso, quindi, il titolo del testo fuori dalla Corea, ha un suo perché.
“Atti umani” quindi, che viene dalla prima pubblicazione occidentale del testo,
avvenuta nel mondo anglofono. Laddove, come per “La vegetariana”, non posso che
lamentare la scelta di usare la versione inglese del testo. Solo nel 2024,
Adelphi deciderà di avvalersi della mirabile opera di Lia Iovenitti per
tradurre le ultime opere di Han Kang direttamente dalla lingua originaria.
Tra
l’altro, il titolo che la scrittrice aveva messo all’opera in coreano suona:
“Il ragazzo sta arrivando”. Dove, appunto, si sottolineavano le vicende
iniziali di Dong e Jeong. Che arrivano, ma arriveranno morti. Dove la madre
aspetta che Dong torni, e tutti i vicini le dicono che sì, il ragazzo sta
arrivando. Ma arriverà solo la morte. E, purtroppo, senza i corpi, che lo stato
militare decide di bruciare nascostamente.
È
stata una lettura veramente forte, che prende alla gola. E che mi ha ricordato
discorsi con i miei genitori. Perché loro avevano preso le armi contro i
fascisti ed i nazisti? Perché i giovani coreani erano scesi in piazza? Perché
la redattrice, l’operaia, il prigioniero erano lì? La risposta è in una frase,
forse banale, ma che riassume tutto il senso della narrazione: “sembrava
semplicemente la cosa giusta da fare” (p. 185).
Lea
Ypi “Dignità” Feltrinelli s.p. (Regalo di Alessandra)
[A:
09/05/2026 – I: 03/08/2026 – T: 04/08/2026] - &&&&
[tit.
or.: Indignity: A Life Reimagined; ling. or.: inglese; pagine: 362; anno 2025]
Lea
Ypi, non ancora cinquantenne, è una docente di filosofia albanese residente a
Londra. Tra l’altro, si è laureata in Lettere alla Sapienza di Roma. E, come si
può evincere dall’età e dalle origini, ha vissuto l’Albania nel comunismo e nel
post-comunismo. Dopo vari libri di riflessioni filosofiche e politiche, con
questo libro affronta un duplice interessante conflitto: la vicenda della sua
famiglia intrecciata con le vicende del mondo in cui ha vissuto per gran parte
della vita, sua e della sua famiglia.
Leggendolo,
pur con le dovute differenze, mi ha rimandato all’ultimo Carrère, e credo che
una lettura parallela dei due libri possa essere interessante, per le
differenti visioni di mondi in evoluzione, in special modo, il Novecento
europeo.
Cominciamo
però con un passo indietro ponendoci una domanda. Perché si è voluto passare
all’affermativo (dignità) mentre l’originale era la sua negazione (Indegnità)?
E perché si è deciso di cancellare il sottotitolo (una vita reinventata)? Io
credo che andrò avanti nella vita continuando a chiedermi quale sia la
filosofia degli addetti al marketing editoriale.
Il
libro, seguendo quanto detto in principio, segue fortemente la ricostruzione
della vita della famiglia Ypi. E non una vita “inventata”, ma una vita vera,
almeno fino ad un certo punto. Tutto parte dalla pubblicazione sui social di
una foto che ritrae una coppia, nel 1941, avendo sullo sfondo le montagne di
Cortina d’Ampezzo. E con la scoperta, da parte di Lea, che quelli sono i suoi
nonni, Leman e Asllan Ypi.
Poiché
le era stato sempre detto che tutti i documenti della sua famiglia erano stati
distrutti, questo reperto accende in Lea la passione di trovare traccia delle
sue origini. Inizia quindi una lunga ricerca, tra ricordi familiari, documenti
esterni (giornali, pubblicazioni), fino a documenti dei Servizi Segreti
albanesi, quando questi vengono finalmente desecretati.
La
famiglia di Lea era originaria di un melting pot interessante. Gli Ypi sono una
famiglia strettamente legata all’evoluzione del mondo ottomano. Di religione bektashi,
un ramo dell’islamismo sufi, che non è il caso di approfondire, sempre molto in
auge nel mondo di Costantinopoli, hanno una forte caduta, essendo legati ai
giannizzeri e quindi coinvolti nelle stragi del 1826, ordinate da Mahmud II. Da
lì, dalla capitale, si spostano quindi a Salonicco, dove rimarranno radicati
per sempre.
Radicati,
ma coinvolti nell’evoluzione dei Balcani. Sono in Grecia, ma non greci, e
quando negli anni Venti, greci e turchi entrano in collisione, gli Ypi si
legano alle loro radici albanesi, tanto che il bisnonno di Lea, nel ’22,
diventa Primo Ministro della neonata Albania. Lea ci fa seguire, con interesse
seppur velocemente, quegli anni terribili, con l’invasione italiana a fare da
spartiacque.
Ci
avviciniamo ai turbinosi anni ’40. I nonni si sposano, fanno una specie di
viaggio di nozze in Italia, poi tornano in Albania nel casino della guerra.
Dove una parte della famiglia decide poi di restare a Salonicco, mentre Leman e
Asllan, pieni di ideali e di volontà di riscatto verso il futuro, entrano nella
cerchia fattiva legata ad Enver Hoxha (che ricordo, guidò l’Albania dal ’41
all’86).
Ovvio
che Asllan sarà travolto dagli intrighi del regime, arrestato come
controrivoluzionario e condannato a quindici anni di carcere. Dagli archivi
della Securitate, Lea scopre anche che proprio in quella gita a Cortina gli Ypi
avevano stretto amicizia con un inglese, rivelatosi poi una spia al servizio di
controrivoluzionari. E tutto si confonderà, che da un certo punto in poi la
narrazione si lega molto a questi documenti d’archivio, alla testimonianza di
un delatore che si inserisce nella cerchia degli Ypi, fornendo delle prove ma
non contro tutta la famiglia.
Una
parte che va letta, e meditata, proprio per la discrepanza che porta tra
ricordi e documenti, laddove si capisce che i documenti, scritti da persone,
possono sempre contenere altro rispetto alla verità. Tanto che alla fine Lea si
troverà di fronte ad un dilemma personale che potrebbe mettere in crisi tutto
il castello dei ricordi familiari. Ma sarà veramente così? Ma dove è, alla
fine, la verità? E vi rimando all’ultima frase per meditarci sopra.
Le
capacità filosofiche (e di filosofi politica) di Lea le consentono, rispetto a
questa storia familiare, di parlarci e di farci attraversare momenti fondanti
del Novecento (che poi sono quelli su cui ancora ragioniamo con le guerre che
ci bloccano la vita negli ultimi cinque anni).
Uno
dei primi impatti di lettura, di cui ho già accennato, è il rapporto tra
memoria e verità, tra i ricordi privati e la documentazione ufficiale (ma non
per questo sempre esatta). C’è poi tutta un’attenzione alla geopolitica delle
nostre terre.
Come
quelli bravi hanno detto, nel Novecento c’è stata una Europa dai confini
mobili, che ha cambiato forma con una velocità spaventosa, facendo modificare
vite che si pensavano erano consolidate. E queta capacità geopolitica permette
a Lea di farci attraversare tanti momenti basilari della nostra vita (o di
quella che si è dovuto passare per arrivare alla nostra vita). Il tramonto
definitivo dell’Impero Ottomano, con quell’ultimo colpo di coda nella Prima
Guerra Mondiale, la conseguente, a valle della fine della guerra, nascita di
diverse identità nazionali, m anche la nascita di due visioni opposte della
vita stessa: il fascismo ed il comunismo.
lea ci insegna che non c’è modo di etichettare le persone, le categorie non si
adattano agli esseri umani, che, per non essere indegni, quindi per mantenere,
come h sempre fatto Leman, la propria dignità bisogna che non ci si identifichi
mai completamente con etichette impostaci dall’esterno.
Un
bel libro, forse con un finale problematico, ma di sicuro necessario per
riflettere.
“Non
c’è niente di male a leggere e amare i libri … ma se mi permetti, ti rammento
che qualcuno deve pagarli.” (100)
“Non
conta cosa ricordiamo, ma come.” (356)
La maggior
parte dei pensieri è questa settimana volta, appunto, alla meditazione “sulle
sorti umane e progressive”. Per cui mi sento in dover di citare due scrittori,
un filosofo polacco ed un pensatore franco-libanese, che mi hanno sempre
accolto nelle mie lotte neuronali.
Di Zygmunt Bauman e della sua “L’arte della
vita” estraggo alcuni pensieri che
ci aiutano:
“Nessuna
società può privare gli uomini della facoltà di scegliere.” (35)
“Blaise
Pascal: tutta l’infelicità degli uomini… deriva … dal non sapere starsene in
pace, in una camera.” (47)
“Il
fato e le sue unità di guerriglia – gli incidenti – determinano il quadro delle
scelte che si pongono agli artisti della vita. Ma è il carattere a decidere le
scelte di questi ultimi.” (132)
“L’incertezza
è il terreno proprio della persona morale, l’unico suolo in cui la moralità può
germogliare e fiorire.” (136)
“[L’amore]
richiede tolleranza, la consapevolezza che non si possono imporre i propri
punti di vista e ideali al compagno o alla compagna, né ostacolarne la
felicità.” (168)
C’è
poi un pensiero sulle ancore che sarebbe bello meditare assieme:
“Non
dobbiamo radicarci o sradicarci, … ma gettare e issare le ancore. … Le radici,
quando vengono divelte dalla terra in cui sono cresciute, generalmente si
seccano, uccidendo la pianta che nutrivano, il cui rifiorire avrebbe quindi un
che di miracoloso; al contrario le ancore vengono issate solo per essere
gettate di nuovo, e altrettanto facilmente, in molti porti diversi. Inoltre, le
radici progettano e predeterminano la forma che dovrà assumere la pianta che si
svilupperà da esse, ed escludono la possibilità di ogni altra forma. Le ancore
sono invece soltanto attrezzature che servono a fissarsi a un luogo in modo
dichiaratamente temporaneo o a staccarsene, e non definiscono in alcun modo le
caratteristiche e le qualità della nave. Il lasso di tempo che separa l’atto di
gettare un’ancora da quello di issarla nuovamente non è che una fase
nell’itinerario della nave. La scelta del prossimo porto in cui gettare
l’ancora dipenderà molto probabilmente dal tipo di carico che in quel momento è
sulla nave; un porto adatto a un tipo di carico potrebbe essere totalmente
inadatto ad un altro.” (106)
Finendo
con un pensiero tratto da John Stuart Mill: “chiediti se sei felice e
cesserai di esserlo.” (169)
Poi c’è
il libro sulle identità di Amin
Maalouf (“Les Identités meurtrières”),
dove trovo, tra tanti pensieri sparsi, una meditazione sulla tolleranza che ho
da sempre fatta mia (perché io non tollero, ma rispetto):
“Più assorbirete la cultura del paese
ospitante, più potrete mescolarla con la vostra … [ed anche] … Più un immigrato
sentirà la sua cultura rispettata, più si aprirà alla cultura del paese
ospitante.” (51)
“Il diritto di criticare l'altro va
guadagnato, va meritato.” (53)
“La tolleranza non mi soddisfa. Non voglio
essere tollerato, esigo di essere considerato un cittadino a tutto tondo,
indipendentemente dalle mie convinzioni.” (68)
“Io non sono della loro religione ... ma sono
tuttavia un essere umano e devo essere trattato come tale.” (90)
“Vorrei che ogni tradizione culinaria, che
sia originaria del Sichuan, di Aleppo, della Champagne, della Puglia, di
Hannover o di Milwaukee, possa essere apprezzata in tutto il mondo.” (126)
“E non vi è alcuna ragione per cui un giorno,
un uomo di colore non possa essere eletto Presidente degli Stati Uniti.” (179)
[scritto nel 1998]
Si avvicina la seconda metà di settembre che sarà piena di assenze dalla scrittura e di presenze nei viaggi. Ne riparleremo a valle, per ora vi abbraccio.
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