sabato 9 febbraio 2008

1923 – 2008

Scusate se approfitto di questa settimana di trame per non parlare di libri, ma per condividere con voi questo momento.

Domenica scorsa mio padre si è spento serenamente all’età di 85 anni.

Non voglio qui tornare su di lui e sulla sua esistenza terrena, ma mi fa piacere poter riportare il ricordo che ho letto durante la messa funebre in suo onore.

Eccolo:

“Non so se mi reggerà la voce perché tanta è l’emozione. Voglio solo riuscire a condividere con voi questo momento, ricordando Franco. Una persona giusta che ora riposa dopo aver fatto tanto, in nome di una idea che è sempre stata più forte di tutto. Io lo ammiro come persona che per tutta la vita ha sempre lottato per la pace, vedendo in ciò un mezzo di affermazione dei più alti valori morali e religiosi.”[1]

Questo diceva mio padre cinquant’anni fa commemorando la scomparsa della sua guida, Guido Miglioli. E questo ora, con le sue parole, ho ripetuto per lui.

Ora ci guardi, e aspetti il giorno del nostro ricongiungimento. A noi, a me, rimane anche un altro sguardo, preso da una vecchia foto, dove stavi alle mie spalle, guardandomi, come a sostenermi. Ma discretamente, come discreta è stata tutta la tua vita.

Grazie papaà per quello sguardo, grazie per averci sostenuto. A tutti noi servirà per andare avanti. Grazie Frankie.

E vi aggiungo la foto cui accennavo

Un abbraccio a tutti

Giovanni







[1] Liberamente estratto dal libro di Franco Leonori “No guerra, ma terra!”


giovedì 7 febbraio 2008

Festival e bonus track

Altro piccolo aggiustamento, il resoconto dei libri letti dei mesi precedenti ve lo prendete insieme alla prima domenica del mese. Ma in più vi aggiungo un commento in più, come un bonus track nei CD in offerta.

Questa settimana, direi un tripudio di belle recensioni (cioè di recensione di cose che mi sono, per una ragione o per l’altra, piaciute). Un festival straniero, visto che ci avviciniamo agli Oscar e facciamo finta di dimenticarci che esiste anche Sanremo. (p.s. vi prego di notare anche le citazioni in corsivo, che a volte sembrano sfuggirvi).

Cominciamo dalla Spagna con

Carlos Ruiz Zafon “L’ombra nel vento” Mondadori euro 12 (pagato con sconto 10,20)

Si legge finalmente anche Zafon, il caso spagnolo nato dal tam-tam dei lettori. E si legge d'un fiato. Una favola adolescente. Un libro di formazione, sul passaggio all'età adulta avendo uno scopo, un'idea che determinerà tutta la vita.  A Barcellona una mattina d'estate del 1945 il proprietario di un negozio di libri usati conduce il figlio undicenne, Daniel, al Cimitero dei Libri Dimenticati, un luogo segreto dove vengono sottratti all'oblio migliaia di volumi di cui il tempo ha cancellato il ricordo e chiede a Daniel di scegliere un libro che dovrà però impegnarsi a proteggere per il resto della sua vita, un libro di Juliàn Carax . Si mescolano diversi generi: thriller, romanzo (amore e passione), saga familiare e una riflessione sulla letteratura e sul ruolo dei libri nella vita delle persone. Volendo si scopre ben presto chi è Juliàn, ma forse è meno importante dei rapporti tra le persone. Tra genitori e figli, tra giovani amanti, tra amori della vita e sesso. C'è un lato a volte buonista che forse avrei ridotto. C'è la felicità di leggere una bella storia, con castagne e vino caldo.

“Sembri un altro uomo. - Lo sono. ... mi ha fatto desiderare di essere migliore di quello che sono ... per meritarla... Lei è nata per essere madre... e a me quella donna piace più delle pesche sciroppate”.

Parlando un po’ dell’autore (anche se non dei suoi libri infantili), diciamo che Carlos Ruiz Zafón è nato a Barcellona il 25 di settembre del 1964 (un Bilancia!). Autore di libri per ragazzi esordisce nella narrativa per adulti con questo suo quinto romanzo, uscito in sordina in Spagna, ha conquistato con il passaparola il vertice delle classifiche letterarie europee, diventando un vero e proprio fenomeno letterario. Vive a Los Angeles dal 1994, dove è impegnato nell'attività di sceneggiatore. Collabora regolarmente con le pagine culturali di "El País" e "La Vanguardia".

Facciamo ora un salto in Medio Oriente, anche se l’autrice più lì non vive.

Azar Nafisi “Leggere Lolita a Teheran” Adelphi euro 10

Duale il sentimento verso questo spaccato di 18 anni iraniani. Bello, dolente e intellettuale. Si passa dal ritorno di Khomeini al ritorno in America, incespicando in decine di romanzi americani che fanno la punteggiatura della crescita di una generazione dall'illusione alla disincanto. Nei due decenni successivi alla rivoluzione di Khomeini, Azar Nafisi spiega ai suoi studenti la letteratura occidentale. Il risultato è uno dei più toccanti atti d'amore per la letteratura mai professati. La professoressa Nafisi decide di interrompere il suo insegnamento all'università Allameh Tabatabei, a causa delle continue pressioni della Repubblica islamica dell'Iran sui contenuti delle lezioni ed in generale sulla sua vita di donna. Tuttavia non lascia totalmente l'insegnamento, e decide di indire un seminario da tenersi ogni giovedì mattina presso la sua abitazione. Partecipano al seminario le sue sette studentesse migliori: Manna, Nassrin, Mahshid, Yassi, Azin, Mitra e Sanaz. Al seminario si discute di letteratura, in particolare di romanzi americani come Lolita, Il grande Gatsby, Cime tempestose e altri. Tutti vengono analizzati alla luce delle esperienze che le ragazze e la professoressa vivono nella repubblica islamica dell'Iran. Con il passare del tempo le ragazze fraternizzano e scopriamo i dettagli delle loro vite. Manna è una poetessa sposata per amore con un ragazzo anch'esso appassionato di letteratura. Azin, una ragazza molto bella, è sposata con un uomo molto ricco che la picchia. Sanaz è fidanzata con un ragazzo che vive in Inghilterra e che ha visto pochissimo. Yassi è l'allegra del gruppo. Nassrin ha passato cinque anni in prigione. Ognuna espone le difficoltà di essere donna nella repubblica islamica dell'Iran. La parte di testa è questo citare, recitare e voler a tutti i costi ricondurre il presente romanzante al passato romanzato. Certo che in alcuni momenti c'è rabbia. Ed in altri, per chi ne è lontano, un raccontare di cose che poco si sanno. Dolente è il tentativo di rimanere all'interno della logica islamica. Ma complessivamente 400 pagine che si bevono di carriera. Per gli intellettuali, poi, un ripasso veloce e dotto del romanzo di lingua inglese, da Jane Austen a Nabokov. 

“un romanzo non è un'allegoria... è l'esperienza sensoriale di un altro mondo. È così che so legge un romanzo: come se fosse qualcosa da inalare”

“viva più pienamente che può; non vivere è un errore. Non importa quello che fa in particolare, purché lei abbia la sua vita.”

“c'è un modo di dire persiano: la pietra paziente, che si usa nei momenti di difficoltà e smarrimento. Se un uomo riversa tutti i suoi problemi e i suoi guai sulla pietra, questa lo ascolterà, ne assorbirà i dolori e i segreti, e allevierà la sua pena.”

Anche qui ci vuole una bella digressione bio: Azar Nafisi, (dicembre 1955, Teheran) è figlia di Ahmad Nafisi, ex sindaco di Teheran, e Nezhat Nafisi, prima donna ad essere eletta al parlamento iraniano. Nasce in Iran nel dicembre del 1955. All'età di 13 anni viene mandata dai suoi genitori in Inghilterra per continuare gli studi. Porta a compimento i suoi studi superiori e universitari negli Stati Uniti, dove si laurea in letteratura inglese ed americana presso la University of Oklahoma. Nafisi ritorna in Iran nel 1979 divenendo Professoressa di Letteratura Inglese presso l'Università Allameh Tabatabei di Teheran; incarico che terrà per 18 anni, eccetto che per il periodo 1981-1987, nel quale sarà espulsa per non aver rispettato le norme vigenti sull'abbigliamento. Testimone della rivoluzione islamica e della presa di potere dell' Ayatollah Khomeini, Nafisi, proveniente da un educazione fortemente occidentale, diverrà presto un oppositrice del regime. Nafisi lascia l'Iran nel 1997 trasferendosi con il marito ed i figli negli Stati Uniti, dove ha ricominciato a insegnare letteratura Inglese.

E finalmente un sempre alcolico

Paul Auster “La notte dell’oracolo” Einaudi euro 9,80 (pagato con sconto 6,86)

Ogni volta che leggo un Auster non posso che ringraziare mentalmente Luana che me lo ha fatto conoscere. Anche questo prende totalmente. Il lavoro ricorda quello di Vladimir Nabokov, ed il romanzo tratta di un autore chiamato Sidney Orr (una versione americanizzata del nome di famiglia polacco Orlowski), che, dopo il suo ristabilimento miracoloso a partire dai danni quasi mortali compera un nuovo taccuino ed inizia a scrivere una storia su un uomo che ha completamente cambiato la sua vita quando ha realizzato quanto la sua esistenza è stata guidata dalle coincidenze. Poi le storie tra finzione, realtà e finta realtà si intrecciano. Il protagonista ha molte similitudini con Paul Auster, tutti e due risiedono a Brooklyn, sono di mezza età, sono sposati, e naturalmente, sono scrittori. Alcune similarità ci sono anche tra Auster e l’alter-ego del racconto, John Trause. Trause un anagramma di Auster, ed entrambi hanno abitato a Parigi. Trovo meglio riuscita la prima parte, con il gioco delle matrioske di racconti, che si intrecciano con la realtà, e con il mitico taccuino blu, su cui la scrittura scorre anche troppo. Poi bisogna trovare un uscita, e non tutte le parti si incastrano benissimo. Forse la più convincente è proprio la storia personale di Sid e Grace. Comunque bello ed energetico come un martini cocktail.

E visto che oggi è il suo compleanno, celebriamo quindi Paul Auster (Newark, 3 febbraio 1947). Nato da famiglia benestante di origini tedesche, cresce nei sobborghi di Orange e Maplewood a Newark e durante l'adolescenza inizia a scrivere le prime poesie. Il suo ultimo anno di liceo è anche quello in cui la famiglia si smembra. Non partecipa alla consegna dei diplomi e per due mesi e mezzo vive a Parigi, in Italia, in Spagna ed in Irlanda, in cui si reca solo per “ragioni che c’entravano unicamente con James Joyce”. Nel 1966 inizia a frequentare Lydia Davis che sposerà alcuni anni dopo e da cui avrà un figlio. Si laurea nel 1969 alla Columbia University e parte a bordo di una petroliera, arricchendosi di storie per un anno. Tra il 1971 e il 1974 vive in Francia. Al ritorno in patria pubblica il volume di versi Unearth (1974) e Wall Writing (1976). La sua carriera di scrittore di romanzi inizia nel 1979 con L'invenzione della solitudine (romanzo autobiografico generato dalla morte del padre e incentrato sul rapporto problematico che ha sempre vissuto con questi), ma è solo nel 1985 che arriva la consacrazione a livello internazionale con la Trilogia di New York. Da questo momento Paul Auster diviene uno scrittore di culto e dalle poliedriche attività: scrive per il cinema (Smoke e Blue in the face) e diviene regista (Lulu on the Bridge). Dopo aver divorziato dalla Davis, sposa nel 1982 la scrittrice di origini norvegesi Siri Hustvedt, oggi nota scrittrice, da cui ha una figlia, Sophie.

Il bonus track di questo mese invece è …

Laszlo E. Almasy “Sahara sconosciuto” Nutrimenti s.p.

Un libro frutto di un inaspettato regalo, con una citazione-ringraziamento per le grafie arabe alla mia amica-maestra Paola.

“il deserto è terribile e spietato, ma chi lo ha conosciuto è costretto a ritornarvi”

E noi siamo costretti a ritornarci... Certo il conte Almasy è più interessante dello scritto in questione, ma questo Sahara, tra l'Egitto e la Libia, mi riporta ad anni passati (anzi a capodanni passati), quando si arrancava per le piste verso Cufra. E tanto di Cufra si parla, e dei Senussi, e dei graffiti. Belle le immagini sia dei voli sia delle auto sfreccianti tra le dune (con i problemi anche tecnici da affrontare per girare nel deserto). Una bella storia di sabbia fuori dal corso del tempo (con qualche nota storica sugli italiani in Libia).

Ma ben più interessante è la vita del conte László Ede Almásy de Zsadány et Törökszentmiklós (22 agosto 1895 – 22 marzo 1951). Almásy nacque a Borostyánkő, nell'Impero austro-ungarico (oggi Bernstein, Austria), in una famiglia dell'aristocrazia ungherese. Dal 1911 al 1914 studiò a Eastbourne (Regno Unito) con un insegnante privato. Durante la prima guerra mondiale servì nell'esercito austro-ungarico; alla fine del conflitto tornò a Eastbourne e intraprese studi tecnici, appassionandosi all'aeronautica e diventando membro del club di aviatori di Eastbourne. La sua amicizia con il re Carlo I d'Austria-Ungheria gli valse il titolo non ufficiale di conte. Dopo il 1921 si dedicò all'automobilismo, vincendo diverse gare come rappresentante dell'industria austriaca Steyr. Nello stesso decennio si recò spesso in Nordafrica (Egitto e Sudan), dapprima come organizzatore di visite turistiche. Nel 1929 si dedicò a una spedizione nel Sahara su automobili Steyr, e a partire dal 1932 intraprese una serie di viaggi nel deserto alla ricerca della leggendaria città di Zerzura. Queste spedizioni (in cui fu affiancato anche da alcuni esploratori inglesi, fra cui Robert e Patrick Clayton) non raggiunsero mai lo scopo di trovare Zerzura (la cui esistenza è tuttora considerata solo una leggenda) ma portarono comunque altri risultati importanti, tra cui la realizzazione della prima mappa dettagliata dei siti di arte rupestre preistorica di Uweinat e Gilf Kebir e la scoperta della più alta montagna del Sahara orientale (Jebel Uweinat) e di una precedentemente sconosciuta tribù nubiana (i Magyarab). In quegli anni Almásy si costruì una grande reputazione di esploratore, e si guadagnò l'appellativo di "padre delle sabbie", datogli dai Beduini che lo accompagnavano nei suoi viaggi. Durante gli ultimi anni '30 Almásy rimase in Nordafrica, partecipando a nuove spedizioni archeologiche e lavorando come istruttore di volo. All'inizio della seconda guerra mondiale tornò in patria. Pur non simpatizzando per il nazismo, mise i propri servizi a disposizione dell'Asse per lealtà verso la monarchia ungherese. Fu reclutato dalla Abwehr (l'agenzia di intelligence tedesca). In seguito, date le sue conoscenze di aeronautica, fu assegnato alla Luftwaffe, e mandato in Africa con gli Afrika Korps. Fra il 1941 e il 1942 lavorò sotto Erwin Rommel, distinguendosi per la conoscenza del territorio e portando a termine missioni di spionaggio come l'Operazione Salaam, in cui riuscì a penetrare nelle linee nemiche e infiltrare due spie tedesche. Per queste imprese Rommel lo promosse al grado di maggiore e gli conferì l'onorificenza della Croce di ferro. Quando la guerra in Africa volse al termine, Almásy rientrò in Europa. A Budapest, mise a frutto i suoi contatti con le gerarchie della Chiesa cattolica per salvare numerose famiglie di ebrei dalla deportazione nei lager nazisti. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, Almásy fu arrestato e finì in una prigione sovietica, da cui riuscì a fuggire probabilmente con l'aiuto dell'intelligence britannica. Tornò in Egitto e per qualche tempo lavorò al servizio del re Faruk. Nel 1951, mentre si trovava in Austria, si ammalò gravemente, morendo di dissenteria in un ospedale di Salisburgo

 

Ed ora finalmente si può passare alla parte di schedature, con la citazione degli ultimi libri letti nel mese di dicembre del 2007, che portano ad un totale di 144 libri letti durante tutto l’anno, con una spesa di acquisto di circa 800 euro.

 








































































Autore


Titolo


Edizione


Marcello Fois


Sheol


Noir – la biblioteca di Repubblica


Fabio Volo


Esco a fare due passi


Mondadori


Roberto Ampuero


Chi ha ucciso Cristian Kustermann?


Garzanti


Massimo Lugli


La legge di Lupo Solitario


Newton Compton


Grazia Verasani


Quo vadis, baby ?


Noir – la biblioteca di Repubblica


Clive & Dirk Cussler


Vento Nero


Tea


Laszlo E. Almasy


Sahara sconosciuto


Nutrimenti


J.M. Coetzee


Aspettando i barbari


Einaudi


Andrea Camilleri


La pista di sabbia


Sellerio


Roberto Vecchioni


Le parole non le portano le cicogne


Einaudi


Mario Quattrucci


E’ Novembre, commissario Marè


Robin


Maj Sjowall e Per Wahloo


Un assassino di troppo


Sellerio


 

Buon Carnevale a tutti

G.

sabato 2 febbraio 2008

Italiani da Milano a Napoli

Questa terza settimana si torna in Italia, facendo un viaggio tra due autori di Milano (ma uno fa svolgere la storia a Roma) ed uno di Napoli (che invece va un po’ più lontano). Diseguali per natura, stile ed emozioni che mi hanno suscitato.

Cominciamo allora dal Nord.

Gianni Biondillo “Con la morte nel cuore” Tea euro 8,60

Ho da poco terminato alcuni Scerbanenco che si aggiravano in una Milano anni ’60, qui invece si salta all'oggi, con la seconda avventura del commissario Ferraro (la prima l’avevo letta un paio di anni fa), che, e sono d'accordo con la quarta questa volta, è una vera “Quarto Oggiaro Story”.  Con tutti gli ingredienti della Milano di oggi, e dei suoi abitatori, sia milanesi che immigrati, interni ed esterni. Con quel condimento di digressioni su tutto o quasi che ci fanno apprezzare lo stile di Biondillo. L'ispettore Michele Ferraro è alle prese con uno dei più difficili casi che gli siano mai capitati. Perché, in quella periferia milanese dove tutti si conoscono e dove è quasi impossibile distinguere gli innocenti dai colpevoli, sta succedendo qualcosa di grosso. Cosa c'è dietro? Che parte ha il Baffo, un sognatore finito a fare il barbone? E che strani intrecci si sono formati tra le mafie pugliesi, calabresi e slave? Ferraro indaga, facendo quotidianamente i conti con i suoi malumori e con l'ennesimo tentativo di prendere una laurea. Lo stile è scorrevole ed accattivante. Aspettiamo ora la terza storia.

Gianni Biondillo (Milano, 1966) mi aveva fin dall’inizio colpito con la sua laurea di architetto e con la voglia di scrivere. Autore di romanzi, testi per il cinema e la televisione, articoli di tema artistico, letterario e politico, saggi su Pasolini e Proust. È membro del blog collettivo Nazione Indiana.

Il secondo resta sempre un nordico, ma eclettico, anzi di più, visto che di mestiere fa il cantante.

Roberto Vecchioni “Le parole non le portano le cicogne” Einaudi euro 9,80

Anche se è difficile a volte entrare nella scrittura dei cantanti, lo stile di Vecchioni è gradevole, un po' come le sue canzoni. Ed il romanzo di crescita di Vera dai primi amori alle passioni di una vita scorre bene. Vera è una diciassettenne vitale, istintiva e un po' atipica: una "veteromane" come lei stessa si definisce, con gusti letterari e musicali diversi da quelli dei coetanei, con aspirazioni vaghe e indisciplinate. I suoi compagni la chiamano nonna e la trattano come una consulente archeologica: eppure è lei l'anima del gruppo, "quella delle proposte bizzarre, inverosimili". Ha un padre lontano, a cui scrive lettere destinate a restare senza risposta, e una madre vicina ma assente, iperattiva, sempre impegnata in nuovi e improbabili progetti. Ma l'incontro fondamentale deve ancora arrivare e sarà quello con un vecchio eccentrico linguista (Otto). Alcune tirate sulla semantica sono un po' lunghe, così come prevedibile la storia di Otto. Nelle varie digressioni ho notato un solo errore (quando si cimenta con la matematica) perché afferma che xn è sempre diverso da nx , senza altre condizioni, mentre diventa una uguaglianza per x=2 e n=4. Discontinuo ma gradevole.

Di Roberto Vecchioni (Carate Brianza, MI, 25 giugno 1943) si può parlare un po’ di più (in fondo rientra nel filone musica). La famiglia di Vecchioni è di origine napoletana, il padre è commerciante, la madre casalinga, ed ha un fratello più piccolo, Sergio. Si laurea nel 1968 in lettere antiche presso l'Università Cattolica di Milano, nella quale resterà come assistente a Storia delle religioni; successivamente insegna in licei classici, come docente di greco e latino. Comincia la carriera nel mondo musicale come autore di testi di canzoni, in collaborazione con l'amico musicista Andrea Lo Vecchio: il primo brano pubblicato è una traduzione in italiano di "Barbara Ann" dei Beach Boys, incisa nel 1966 dai Pop Seven, e la particolarità di questo 45 giri è che lo stesso Vecchioni partecipa all'incisione (sua è la voce che comincia la canzone cantando "Bar bar bar, bar Barbar Ann"). La sua attività di cantautore si intreccia con quella di scrittore. Nel 1983 esce il suo primo libro “Il grande sogno”, come allegato ad un'edizione limitata dell'album omonimo, (Milano Libri) che contiene poesie, racconti e testi per canzoni. Il suo secondo volume è del 1996, una raccolta di racconti intitolata “Viaggi del tempo immobile” (Einaudi). Nel 1998 cura la voce "Canzone d'autore" nell'enciclopedia Treccani. Ancora per Einaudi esce, nel 2000, il suo primo romanzo “Le parole non le portano le cicogne” ed è sempre l'editore torinese a pubblicare nel 2004 il volume “Il libraio di Selinunte”. Infine nel 2006 pubblica il libro "Diario di un gatto con gli stivali". Ha ricevuto il premio per la pace "Giorgio la Pira" nel 1998. È sposato e ha quattro figli.

Ed infine si arriva a Napoli per ritrovare (visto che ormai ne leggo spesso) uno strano pezzo dell’ex-continuotto poi edottosi in lingua ebraica ed ora anche traduttore di passi della Bibbia.

Erri De Luca “In nome della madre” Feltrinelli euro 7,50 (scontato a 5,25)

Solo una personalità come De Luca poteva affrontare una descrizione così delicata, senza cadere (troppo) in eccessi (né laici né religiosi). In poche pagine, da uomo ovviamente, fa partecipe del dramma della nascita di Gesù, della accettazione del grande avvenimento da parte di Giuseppe e Maria. E dell'amore materno di quest'ultima verso la creatura nascente. Qui c'è la storia di una ragazza narrata da lei stessa. L'amore smisurato di Giuseppe per la sposa promessa. Miriam/Maria, ebrea di Galilea, travolge ogni costume e legge. Esaurirà il suo compito partorendo da sola in una stalla. Ha taciuto. Qui narra la gravidanza avventurosa, la fede del suo uomo, il viaggio e la nascita. Si legge d'un fiato. Ed a me ha scaldato il cuore.

Di De Luca ho oramai detto anche troppo e qui mi fermo.

Buona settimana a tutti

G.

domenica 27 gennaio 2008

Slavistica

Questo secondo appuntamento del nuovo anno è dedicato al freddo Nord, con una contrapposizione da paura. Da un lato gli esimi gialli dello svedese mozambicano e dall’altra un capolavoro russo degli anni venti.

Come ricorderà chi ha già letto di Mankell, creatore della saga del commissario Wallander, lo scrittore passa sei mesi all’anno al caldo mozambicano. Qui lo troviamo con due libri, uno recente, di racconti sulla “nascita” del commissario, ed uno, il primo apparire del personaggio.

Hanning Mankell “Piramide” SuperPocket euro 5,50

Storie che si collocano come detto prima del primo Wallander. Tra le altre la prima in assoluto: in un tiepido pomeriggio di giugno del 1969, Wallander viene svegliato di soprassalto da un forte rumore che si insinua nei suoi sogni. Uno sparo. Non gli ci vorrà molto per scoprire il corpo senza vita del suo vicino: una macchia di sangue intorno al cuore, un revolver accanto alla mano. Agente poco più che ventenne, ambizioso e ancora innamorato di Mona, Wallander si trova così a collaborare con la squadra investigativa, di cui da sempre sogna di far parte, una scelta che porta ad amari scontri con il padre. Ma se alla fine di questa indagine avrà commesso molti errori e rischiato la vita, avrà anche dimostrato di avere del talento. Rispetto ad altri serial, questo regge bene anche il ritmo corto. E così Mankell riesce a dare una sistemata alla complessa biografia del commissario: casi di omicidio raccontano un Wallander inedito, che s'impadronisce del mestiere fino a diventare commissario del distretto di Ystad, facendo luce su alcuni aspetti della sua vita finora lasciati all'immaginazione del lettore. Tra l'altro le storie sono anche gradevoli, e permeate di quel “Block da 20 anni dopo” che fa anche il piacere di scorrere i suoi libri, oltre alla sensazione che è il filo di unione di tutto Mankell: l'inquietudine del presente.

Hanning Mankell “Assassino senza volto” Marsilio euro 8

Invece qui siamo alla prima storia di Kurt Wallander (finalmente in economica). In una Svezia di venti anni fa che sembra l'Italia di oggi. Sei mesi di vita nel commissariato di Ystad che passano in un baleno. Una giornata di gennaio, in un paese della Svezia, un contadino scopre che i suoi vicini, una coppia di vecchi contadini, sono stati assaliti e picchiati barbaramente. Incredulo di fronte a tanto sangue, avverte la polizia. Kurt Wallander accorre subito alla chiamata della centrale e quello che vede è peggio di quanto avesse immaginato. L'uomo è stato torturato e colpito fino alla morte, la donna è ancora viva e anche lei vittima di una violenza senza ragione. Prima di morire sussurra le sue ultime parole: "Straniero, straniero". Basta una fuga di notizie e i cittadini organizzano una caccia all'uomo. Wallander deve arginare la loro determinazione a farsi giustizia da soli. Lettura agile, con qualche spunto (il famoso giallo sociale alla svedese). Relax.

E sulla biografia di Mankell non ritorno.

Ed ora passiamo al grande russo, che (facendo pace con quelli che tratto male) mi è decisamente piaciuto.

Michail A. Bulgakov “Cuore di cane” BUR euro 5

Una delle tante “riprese”. Ed anche qui, senza delusioni. Certo l'autore non è proprio un pivello, ma avevo paura di una scrittura datata. Invece, scorre fresca per tutto l'apologo. Piena di verve, inventiva, citazioni (le cantate del dottore sull'aria dell'Aida sono da sballo), rimandi. Scritto negli anni Venti, la storia del cane Pallino, trasformato in uomo con un singolare esperimento scientifico da fabbricanti di mostri, assurdamente strappato al proprio mondo e costretto ad adattarsi a nuove, distorte e difficili condizioni di vita, è la personificazione del proletario vittorioso, ma ancora gravato dalle catene di una condizione subumana. E più universalmente, vittima completamente sradicata dalla storia, è l'emblema di un essere che non è più soggetto della propria esistenza. Da leggere, rileggere e meditare: guasti dell'estremismo e tronfietà del perbenismo. In tutto ciò, al meglio ne escono i cani.

E per finire parliamo invece di Michail Afanas'evič Bulgakov nato a Kiev il 15 maggio 1891 (un altro toro!). Era primogenito di un professore di storia e critica delle religioni occidentali, Afanasij Ivanovič Bulgakov. I figli di Afanasij, arruolati nell'esercito, si sarebbero poi stabiliti a Parigi. Michail Bulgakov fu arruolato come medico e fu inviato nel Caucaso, dove iniziò a fare il giornalista. Nonostante fosse relativamente benvoluto da Josif Stalin, a Bulgakov fu sempre impedito di uscire dall'Unione Sovietica o di andare a far visita all'estero ai suoi fratelli. Nel 1913 Bulgakov sposò Tat’jana Lappa. Nel 1916, si laureò in medicina, con menzione d'onore, presso l’Università San Volodimir di Kiev. Nel 1921, si trasferì con Tat’jana a Mosca. Tre anni dopo divorziò dalla prima moglie e sposò Ljubov' Belozerskaja. Nel 1932 Bulgakov si sposò la terza volta con Elena Šilovskaja. Nell'ultimo decennio della sua vita, Bulgakov continuò a lavorare all'opera Il maestro e Margherita, scrisse commedie, lavori di critica, storie ed eseguì alcune traduzioni e drammatizzazioni di romanzi. Tuttavia, la maggior parte delle sue opere rimase per molti decenni nel cassetto. Nel 1938 scrisse una lettera a Stalin chiedendo il permesso di fare un viaggio all'estero o altrimenti di ottenere qualsiasi lavoro in un teatro. Qualche tempo dopo ricevette una telefonata dal dittatore in persona che gli negava la possibilità di espatriare, ma gli prospettava un impiego al Teatro Accademico dell'Arte di Mosca, non però come drammaturgo. Bulgakov morì per una malattia congenita ai reni il 10 marzo 1940 e fu sepolto nel Cimitero Novodevichy di Mosca.

venerdì 18 gennaio 2008

Tre primizie napoletane

E TRAME ... E MARTE

E tre cambiamenti: il titolo, l’impaginazione e la cronologia.

Cominciamo dal fondo: invece di mettere il giorno, mese, anno, ho deciso di passare alla numerazione settimanale (prima, seconda , … , cinquantaduesima).

Per l’impaginazione, mi sembra meglio isolare il narrato di ogni libro, mettendo la mia trama e (ove ritengo) un più o meno sunto biografico.

Il titolo invece è preso da due versi del prof. Angelino Orini, chiosatore di una Opera Prima di cui prima o poi vi parlerò, che, finendo i suoi giorni come docente di Filologia Italiana presso l’A.U.C. (American University of Cairo), si diletta anche di poesia, e mi regalò questi due versi che ben descrivono quello che sento adesso:

“E TRAME ORDIVA L’INGENIOSO ACHEO

E MARTE UDIVA PIANGERE ODISSEO”

Come tutte le prose dell’Orini, anche questa nasconde qualche cosa. Che cosa?

Ma veniamo al menu di questa prima settimana del 2008.

Si parlerà oggi di opere prime, tutte e tre ambientate a Napoli.

Andiamone a parlare. in ordine crescente di piacevolezza.

Salvio Formisano “L’accordatore di destini” Meridiano Zero euro 9

Opera prima molto discontinua. In parte sembra voler cominciare qualcosa di importante, per cambiare il brutto intorno a noi. E poi ricade nel proprio ombelico, commiserazione di essere qualcosa ma non volerlo e non saperne uscire. Vagando senza sosta dalle colline di Posillipo al lungomare di Mergellina, mescolato alla gente che affolla le strade di Napoli, un uomo spia le vite degli altri. I casi di cui deve occuparsi per conto di un'agenzia investigativa privata gli mettono quotidianamente davanti le miserie umane. Ore passate a camuffarsi, ad appostarsi, a pedinare, solo per scoprire esistenze grette, rovinate dal caso, dalla noia, uomini che maltrattano donne, donne che umiliano uomini, fino all'insopportabile, e il tradimento che si configura spesso come l'unica via di fuga dal presente. E così che il protagonista comincia a pensare di intervenire direttamente in quelle vite che dovrebbe solo indagare, di redimere quanto in realtà sarebbe pagato per mandare a fondo. Uscendo pian piano dal suo ruolo di investigatore, entra nei panni di un insolito accordatore di destini, chiamato a porre rimedio all'insipienza e alla casualità dell'esistenza altrui. Ma questa volontà di modificare il fato degli altri, per salvarli, lo porterà fino a un punto da cui non è più possibile tornare indietro. Ma pi alla fine un po' si perde. Da rivedere.

“siamo quello che facciamo, la vita che viviamo. Quello che ci capita. O quello che ci facciamo capitare”.

Salvio Formisano è stato rappresentante di commercio, tecnico aeronautico, produttore cinematografico, finché ha deciso di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Ha firmato già diversi soggetti e sceneggiature per il cinema.

Passiamo ad una primizia più articolata.

Renata Di Martino “Quattro piume per l’assassino” Avigliano euro 9

Un giallo ambientato a Napoli. Ottima prima uscita per la restituzione di un'atmosfera napoletana “verace”. Ed ottimo il commissario. A Napoli, nei vicoli dei Quartieri Spagnoli, si aggira uno strano serial killer. Le sue vittime sono giovani donne bionde, strangolate e abbandonate con una piuma di pulcino tra le dita. Per questo la gente lo chiama il Pulcino. A indagare sui delitti è il commissario Crescenzo Criscuolo, dall'aria dolente e dimessa, ma in realtà dotato di grande intuito investigativo e di un'innata ironia. Dal momento che il Pulcino può essere chiunque, tutti sono sospettabili. La vera anima del romanzo è, però, Napoli, di cui rimangono impresse le vivide descrizioni di luoghi (da Vico d'Afflitto a vico Santa Maria delle Grazie, da Via S.Brigida a Porta Nolana) e le affettuose istantanee delle giovani vittime, ignare nei loro abiti dozzinali ma alla moda del triste destino che le attende. Il giallo in sé è forse un po' troppo scontato, prevedibile. Ma si spera nell’uscita di un secondo libro.

“Cose 'e pazze! Un serial killer ai Quartieri Spagnoli!” “noi, a Napoli, non ci facciamo mancare proprio niente”.

Renata Di Martino vive a Napoli ma è nata a San Pietro Avellana (Isernia), in una famiglia di origine contadina, con papà maresciallo, mamma casalinga, un fratello e una sorella. Infanzia abbastanza serena, adolescenza trascorsa in collegio mentre la famiglia si trasferisce a Napoli, dove il padre trova un lavoro di custode demaniale. Dopo la scuola magistrale, già a diciassette anni insegna e sceglie i paesetti montani del Molise. Si iscrive alla Scuola di assistenza sociale, per ottenere un altro diploma e poter insegnare alle superiori.. Cosa che fa per vent’anni. Mentre insegna, si iscrive anche alla facoltà di giurisprudenza, e frequenta il mondo teatrale. Fonda la cooperativa “Gli specchi”, con la quale recita per diverso tempo e poi lavora con Tato Russo per “Hotel Excelsior” e “L’Opera da tre soldi”. E’ anche cantante. Quindi approda alla letteratura.

E finiamo in bellezza con

Maurizio de Giovanni “Il senso del dolore” Fandango euro 10

Bella questa opera prima. Mi è piaciuto praticamente tutto: l'idea del commissario che vede/sente il dolore, l'ambientazione napoletana, la storia in sé come giallo e la sua soluzione. Napoli, 1931. Marzo sta per finire, ma della primavera ancora nessuna traccia. La città è scossa dal vento freddo e da una notizia: il grande tenore Arnaldo Vezzi – voce sublime, artista di fama mondiale, amico del Duce – viene trovato cadavere nel suo camerino al Real Teatro di San Carlo prima della rappresentazione di Pagliacci. La gola squarciata da un frammento acuminato dello specchio andato in pezzi. a risolvere il caso è chiamato il commissario Luigi Alfredo Ricciardi, in forza alla Squadra Mobile della Regia Questura di Napoli. Investigatore anomalo, mal sopportato dai superiori per la sua insofferenza agli ordini ed evitato dai sottoposti per il carattere introverso. Forse mi aspettavo qualcosa in più sul lato amore, anche se qualcosa si intuisce. Speriamo che abbia un seguito (in fondo il sotto titolo era “L'inverno del commissario Ricciardi”, quindi aspettiamo le altre stagioni).

Maurizio de Giovanni è nato nel 1958 a Napoli, dove vive e lavora. Nel 2005, con il racconto "I vivi e i morti", protagonista il commissario Ricciardi, vince il premio nazionale Tiro Rapido per giallisti esordienti. Questo è il suo primo romanzo, pubblicato nel 2006 con il titolo “Le lacrime del pagliaccio”, ora rivisto e aggiornato per Fandango Libri.

domenica 6 gennaio 2008

Capodanno

Questa chiusura di mese coincide con la chiusura dell’anno, la chiusura del lavoro e chissà quante altre chiusure. Ma poiché ogni chiusura prelude (ipotizza) un’apertura, immaginiamo che questa fine sia anche un inizio.

Inoltre, il prossimo anno, il 2008 è ancora vuoto, ha tutte le pagine bianche e bisognerà riempirlo. Intanto, prendo a prestito un anagramma di Ennio Peres per trarmene una epigrafe “amore e lavoro, non a tutti li dà” (e spero che abbiate già fatto in fretta il contro-anagramma).

Ed allora chiudiamo quest’anno parlando di un libro di un egiziano (citando la mia arabofilia) che mi è abbastanza piaciuto anche se sono arrabbiato per le solite quarte di copertina e lanci editoriali vari (citando la mia astiosità anti-editoriale).

Parliamo infatti di

‘Ala Al-aswani “Palazzo Yacoubian” Feltrinelli euro 7,50

Chissà perché, infatti, quando si propaganda un libro che viene dai paesi arabi sembra che bisogna sempre solleticare una vena comica (o quanto sono buontemponi questi arabi che anche nel casino riescono a sorridere). La saga degli abitanti di un palazzo costruito al Cairo negli anni trenta. Storie parallele, vite che scorrono una accanto all'altra senza mai incrociarsi. Un palazzo che contiene in sé tutto ciò che l'Egitto era ed è diventato. Oltre ai numerosi protagonisti, in questo romanzo campeggia la denuncia della società, della politica egiziana e dei movimenti islamisti. Beh, questo palazzo non fa sorridere, né è un libro “facile”. Pieno di citazioni (implicite ed esplicite) ai guasti dell'arabismo. Contro le sue (e nostre) ipocrisie. Pamphlet più che romanzo. Triste e senza speranza. Per chi ha in mente Il Cairo, poi, un bel viaggio nella memoria (con piazza Tala' Harb su tutte: ma perché non cita la mitica libreria?).

Riguardo all’autore, Ala Al Aswani è nato nel 1957. È un dentista che vive ed esercita il suo mestiere in Egitto. L’indirizzo del suo primo studio era proprio quello: Palazzo Yacoubian, Il Cairo. Già collaboratore di giornali e riviste egiziane, nel 2002 ha avuto questa brillante idea di prendere a raccontare le storie e le umane vicissitudini che le pareti di quel glorioso e particolare palazzo – costruito da un miliardario armeno negli anni ’30 – hanno visto intrecciarsi al proprio interno. Fatto sta che Ala Al Aswani – co-fondatore del movimento di intellettuali Kifaya che lotta per i diritti civili ed il progresso democratico – descrivendo un variegato intreccio di storie e personaggi ha ottenuto un fantastico successo nel mondo arabo, ponendosi, come numero di copie vendute, addirittura subito dopo il Corano.

 

Ma essendo anche fine mese, ecco l’elenco dei libri letti il mese scorso:

























































































































Autore


Titolo


Editore




Jerome K. Jerome


Tre uomini in barca


Rizzoli


6,80


‘Ala Al-aswani


Palazzo Yacoubian


Feltrinelli


7,50


Jack Kerouac


Poesie Beat


Newton Compton


5


Henning Mankell


Assassino senza volto


Marsilio


8


Rossana Campo


In principio erano le mutande


Feltrinelli


6,50 (4,55)


Maurizio de Giovanni


Il senso del dolore


Fandango


10


Enrico Franceschini


Avevo vent’anni


Feltrinelli


8,50 (5,95)


Erri De Luca


In nome della madre


Feltrinelli


7,50 (5,25)


Alicia Gimenez-Bartlett


Nido vuoto


Sellerio


13 (11,05)


Salvio Formisano


L’accordatore di destini


Meridiano Zero


9


Sandrone Dazieri


E stato un attimo


Noir – la biblioteca di Repubblica


7,90


Renata Di Martino


Quattro piume per l’assassino


Avigliano


9


Giorgio Scerbanenco


I milanesi uccidono al sabato


Noir – la biblioteca di Repubblica


7,90


Gianni Biondillo


Con la morte nel cuore


TEA


8,60


Michail A. Bulgakov


Cuore di cane


BUR


5


Azar Nafisi


Leggere Lolita a Teheran


Adelphi


10


Paul Auster


La notte dell’oracolo


Einaudi


9,80 (6,86)


Carlos Ruiz Zafon


L’ombra nel vento


Mondadori


12 (10,20)


 

 

BUON 2008 a tutti

Giovanni

Beckeide

Per chi non lo conoscesse, dal nome del commissario Martin Beck, svedese, creato a cavallo degli anni ’70 dei coniugi Maj Sjowall e Per Wahloo. Di loro parlai all’uscita del primo titolo della serie (Roseanna). Ora ne è uscito durante il 2007 un blocco, al cui termine di lettura ecco qui a narrare.

Come al solito, piccola lancia contro gli editori italiani che, del progetto Beck (pubblicare 10 libri che seguissero per 10 anni il commissario, facendone un serial che, di pari passo, seguisse l’evolversi della società svedese) se ne “fregano”, e, dopo il primo di discreto successo, hanno qui pubblicato le inchieste 3,4 e 9.

Tra l’altro i coniugi adottano lo stile di scrivere un capitolo a testa, alternandosi (ovviamente dopo aver deciso il plot generale), per poi rivedere ed amalgamare il tutto alla fine della stesura.

Il senso di queste scelte editoriali, che privano di parte del piacere della lettura?

Non vedendone gran che, mi limito alle mie trame. Ed allora nell’ordine

“L’uomo al balcone” Sellerio euro 11

Terza inchiesta del commissario Beck, ambientata fine anni ’60 nella Svezia dei cambiamenti. Nell’intenzione degli autori, le prime tre inchieste (e quindi questa è l’ultima della prima serie), si sarebbero occupate prevalentemente di “crimini”. Qui infatti, Stoccolma è sconvolta da una serie di omicidi a sfondo sessuale. Le vittime sono delle bambine innocenti, adescate mentre giocano nei parchi della città. I pochi testimoni le hanno viste intrattenersi amichevolmente con un uomo. Evidentemente l'assassino riesce a guadagnare la loro fiducia. Il commissario capo della polizia di Stoccolma Martin Beck coordina gli investigatori, e, come diceva Maigret di se stesso, "non pensa mai"; segue le tracce che il lavoro gli porge: il lavoro di strada, sui testimoni fortuiti e distratti, sugli ambienti che si riesce a circoscrivere. E aspetta che qualcosa succeda nell'inchiesta: ed è questo, aspettare, la sua abilità principale; insieme alla memoria. Seppure con qualche lungaggine dovuta all’età, mi sembra di piacevole lettura.

“Il poliziotto che ride” Sellerio euro 12 (pagato €10,20)

Quarta inchiesta, e prima del filone più politico. In una Stoccolma "calda", dove la polizia è impegnata ad arginare le proteste antiamericane per la guerra in Vietnam, avviene una strage: i nove passeggeri di un autobus vengono uccisi a colpi di mitra. Tra le vittime c'è anche un sovrintendente che è il più giovane collaboratore di Martin Beck. Il poliziotto è rimasto coinvolto casualmente o era proprio lui nel mirino del folle omicida? Di quale caso si stava occupando? Cosa ci faceva su quell'autobus visto che non risultava in servizio? Sembra che nessuno dei colleghi o dei familiari sappia rispondere a questi interrogativi. In effetti ci sono un po’ di tirate, che sicuramente erano molto forti all’epoca, ma che adesso lasciano un po’ la corda (forse una bella nota introduttiva?). Però il giallo è ancora attraente ed avvince fino in fondo.

“Un assassino di troppo” Sellerio euro 12

Penultima inchiesta del commissario Beck. Nel pieno del ritmo contestativo della socialdemocrazia svedese, piena di sparate sulla tolleranza repressiva e sull’uso normalizzatore della polizia. Qui gli autori escono sempre più allo scoperto. Le digressioni politiche sono fatte in prima persona. La storia si regge e non si regge. Storia della morte di un poliziotto che si sovrappone alla morte di una donna, e dove implicato (veramente o ingannevolmente) è anche l’assassino del primo romanzo di Beck. Dal punto di vista noir le prime storie continuano ad essere le migliori. Ma visto che sono un lettore seriale (lettoriale?), mi sono sciroppato anche questa.

Avendo già parlato degli autori, vi saluto in vista della fine dell’anno in Turchia.