domenica 2 agosto 2026

Agosto comincia per D - 02 agosto 2026

Una trama di donne, la prima del mese di agosto, e per di più la ventiseiesima del ventisei! Donne di varie lingue e di vari continenti. Purtroppo tutte non di grande presa. Forse, ma solo perché se ne parla poco, il libro singalese di V. V. Ganeshananthan, e poco sotto il solito libro giapponese di Banana Yoshimoto. Mentre sono ben lontani dalla leggibilità sia l’americana Isabel Fonseca che la francese Elsa Chabrol.

Comunque, spero che queste trame riescano a navigare in rete, che come sapete, agosto è anche il mese dedicato al buen retiro, dove internet non sempre assolve alle sue funzioni.

Elsa Chabrol “Una sposa conveniente” Frassinelli s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 31/03/2026 – T: 02/04/2026] - &+ 

[tit. or.: L’heure de Juliette; ling. or.: francese; pagine: 301; anno 2008]

Elsa è una scrittrice e sceneggiatrice che ha passato del bello e del buono per allontanarsi dallo stereotipato ruolo di figlia di Jean-Claude Chabrol, tra i più noti scrittori di sinistra francesi degli anni Sessanta. Non so se Elsa è riuscita nel suo intento (che di Jean-Claude confesso non aver letto nulla), ma in questo romanzo non ne esce particolarmente bene.

Buona l’idea di fondo, ambientando il romanzo in un paesino della Cevenne, 600 chilometri a sud di Parigi, abitato da nove persone, di cui otto vanno dai settanta ai centouno anni, cui se ne aggiungono due che decidono di vivere in campagna da pensionati. Solo Pierrot, quarantasettenne, sembra essere giovane e promettente, mentre il villaggio in sé tende alla morte per esaurimento.

Dicevo del rapporto con il padre, rapporto che si rivela moltissimo in tutta la fase iniziale di presentazione dei personaggi, di cui conosciamo il nome, ma che presto verranno indicati solo con un soprannome, il più delle volte, come dice l’autrice nelle prime note, derivando da giochi di parole del padre. Ottimo tributo, forse, ma che non ci porta un briciolo di piacere in più.

Veniamo allora ai personaggi. Il nume centrale della narrazione è Juliette arzilla vecchietta che da poco ha compiuto i 101 anni, caratterizzata dalla lapide mortuaria che si era fatta da centenaria, e che, non potendo utilizzare visto che è ancora viva, tiene in salotto a mo’ di quadro d’autore. Juliette è il perno intorno a cui ruota il villaggio, con la sua costante cantilena relativa alla sua morte imminente, che però non arriva mai.

Gli altri più che ottuagenari abitanti sono Ernest con il suo cane Lenin, Robert detto il “Petoso” e di certo capite perché dal nome, i vecchi commercianti Ginette che stava alla cassa con il marito Ripolin (soprannome derivato da una marca di vernici), con l’anziano che ormai perde pezzi di memoria, pensando di avere ancora il negozio, le vecchie acidone figlia e madre, lei Aurélie (toh, un nome normale) con la madre Vispetta, entrambe accomunate dall’odio verso i maschi, visto che entrambe sono state lasciate dai rispettivi mariti.

Poi c’è Léonie detta la Talpa che fino ad ottant’anni ha brandito come uno stendardo la sua verginità e che ora ha paura di morire senza aver conosciuto i piaceri della carne. Ci sono Franz e Martine Branslegger, due professori in pensione, facilmente soprannominati i Crucchi. Infine c’è il giovane Pierrot, che non è mai andato via decidendo di accudire la madre, e che non avendo arte né parte, è il factotum del villaggio, dedito a tutte le incombenze, dalla manutenzione alla spesa nel vicino villaggio (essendo l’unico ad avere un’automobile).

Il punto di rottura arriva alla morte di Paulette, la madre di Pierrot, che annuncia, non avendo legami particolari, di voler lasciare Poligeac per cercarsi una donna in giro per la Francia. Ovvio che il paesello sprofondi nel terrore: chi potrà mai sostituire Pierrot? Poiché nessuno è in grado, il Crucco lancia un’idea: troviamo a Pierrot una donna, così che possa rimanere. Idea corroborata dall’uso di Internet, che però funziona solo da Juliette. Che quindi a maggior ragione diventa il pilota delle operazioni.

Con tanta scrittura un po’ inutile seguiamo il modo dei nostri di abbordare una fantomatica russa, Tatiana, di fare una colletta per farla venire in Francia, millantando Pierrot una carriera da notaio in quel di Parigi. Poi di rapire Tatiana all’aeroporto, portarla nella Cevenne a 600 e più km dalla capitale. Per farci poi seguire le peripezie dei rapporti tra Tatiana e la cittadina.

Scopriamo che (ovvio) è una truffatrice che usa il trucco della rete per farsi invitare in giro per il mondo, anche se ha mamma e figlio in Russia. Scopriamo come i vari personaggi si rapportano con lei. Dalla repulsione totale di Pierrot che manco si sogna di guardarla, all’affetto enorme che le tributa la Talpa quando scopre che, pur con i dovuti distinguo, beh, Tatiana è un po’ puttana.

Il testo va avanti stancamente ed inutilmente, senza nessuna invenzione letteraria degna di nota. Certo, vediamo il paradigma rovesciato del mondo guidato dai novantenni che cercano (senza riuscirci) di usare i mezzi messi a disposizione dai giovani per i giovani. Una descrizione della dura vita della gente della quarta età, che ci coinvolge per la vicinanza, e ci allontana che non troviamo punte di interessi comuni.

Brandendo sotto le righe il facile motto che il modo di invecchiare dipende solo da noi, e non dal mondo cattivo e alieno, il libro passa senza lasciare tracce, e senza farci desiderare altre letture. Anzi facendomi rivalutare un vecchio scritto di Régis Debray “Fare a meno dei vecchi” (che si interrogava bellamente sulla contraddizione che esiste tra l'invecchiamento della popolazione e il giovanilismo dilagante nello spettacolo, nella moda, nella cultura; citazione da anobii).

V. V. Ganeshananthan “Amori e foglie di tè” Garzanti s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 09/05/2026 – T: 11/05/2026] - && e ½ 

[tit. or.: Love Marriage; ling. or.: inglese; pagine: 317; anno 2008]

Un libro che non avrei comprato, che in generale non è ben riuscito, ma che, aprendo alcune finestre che molti non conoscono, può essere un libro da prendere in considerazione. Magari per approfondire alcuni temi trattati usando libri più specifici.

Intanto, la titolazione italiana è palesamente un tentativo di indurre il possibile lettore in un’idea di libro legato all’India ed a qualche smielata avventura tipo Bollywood. Anche perché dell’autrice si dice solo che è nata in America. Certo ha uno strano cognome, ma non si sa mai. Poi si scopre che il titolo originale è “Matrimonio d’amore” che nella cultura asiatica in generale è da sempre contrapposto al “Matrimonio combinato”.

Infine scopriamo che l’autrice indicata con quel misterioso V. V. Ganeshananthan è sì nata in America, ma è di origine singalesi (cioè di una famiglia dello Sri Lanka) dove il suo nome sarebbe வாசுகி கணேசானந்தன் traducibile con Vasuki Ganesanandan. Quindi, al fine, scopriamo che stiamo leggendo una storia che nulla ha di indiano, e che ci porta a conoscere il mondo singalese, di cui, a parte una visita che feci nel 2014, poco so realmente.

Vasuki, mentre studia all’Università di Harvard, ha come insegnante di scrittura creativa Jamaica Kincaid, che la incoraggia nella redazione di piccoli bozzetti della propria vita familiare, e dei contrasti tra la vita in America e quanto sa della vita nel paese di origine dei suoi genitori. Alla fine del percorso creativo, Vasuki decide di riprendere in mano molti di questi bozzetti e di farne un libro organico, questo.

L’idea di fondo è di far emergere i contrasti tra la cultura tradizionale e quella che viene definita “cultura occidentale”. Come esempi eponimi per portare avanti questi contrasti, Vasuki utilizza due elementi: il matrimonio e la storia dei tamil. Per ragioni di raccordo, poi, decide di far parlare in prima persona uno dei quattro personaggi principali, Yalini, ragazza tamil nata in America. E decide di farla nascere in un giorno speciale per i tamil, il 23 luglio 1983, quello che nella tradizione singalese viene identificato come “Luglio Nero”.

Il via alla narrazione è comunque un altro avvenimento: lo zio di Yalini, Kumaran, sta morendo in quel di Toronto. Kumaran era stato un leader delle Tigri Tamil, il gruppo indipendentista che per venticinque anni, dal 1983 al 2008 ha ingaggiato una lotta senza quartiere con il potere centrale singalese, uscendone sconfitto. Kumaran con la famiglia fugge all’estero, ma gli USA non fanno entrare i Tamil, così è costretto a riparare in Canada.

Essendo affetto da un male incurabile, chiede al fratello, che vive in America, di raggiungerlo per stargli vicino nell’ultimo periodo di vita. In questo modo, Yalini si trova in grado di ricostruire brandelli della vita familiare che non conosceva. In particolare, l’innamoramento ed il matrimonio dei suoi genitori. Un “matrimonio d’amore” che il pur libertario zio Kumaran aveva cercato di ostacolare in tutti i modi. Che le famiglie tamil nascono combinando sposalizi, e costruendovi attorno nuclei familiari economicamente, anche se non amorevolmente, stabili.

Il contrasto evidente nasce poi tra Yalini e sua cugina Yanani, figlia di Kumaran, che si sta avviando, invece, come da tradizione, verso un matrimonio combinato. Nelle discussioni tra pro e contro, e tra ricordi del passato e presente, si inserisce poi anche Murali, il padre di Yalini, che porta avanti la sua testimonianza. Benché pieno di contrasti tutto finirà in maniera sospesa, tra il funerale di Kumaran e il matrimonio di Yanani. Dove risulta etnicamente interessante l descrizione del rito matrimoniale, anche se per tutto il resto rimaniamo sospesi.

Non si entra a fondo sui contrasti tra tamil e singalesi, di cui si parla, ma ci sarebbe molto da approfondire. Brevemente, al solito, tutto nasce dalla perversa politica coloniale inglese. Quando era colonia britannica, le scuole inglesi favorivano lo studio dei tamil, che all’indipendenza occupavano un posto triplo nell’ordinamento sociale rispetto alla presenza sul territorio. La maggioranza singalese, una volta al governo, dà vita ad una politica di emarginazione dei tamil, spesso in modo cruento. A fronte di un attentato quel 23 luglio sopra citato, che causa la morte di 15 soldati singalesi, i razzisti al governo organizzano una repressione che provoca più di seimila morti tra i tamil. Ovvio che nasce una guerra civile, che vi invito a ritrovare nei pochi testi che ne parlano.

Rimane anche sospeso il giudizio tra i diversi tipi di matrimonio, che appunto il testo vuole essere più una foto che un’analisi approfondita. Tra l’altro, l’uso di capitoli brevi e frammentari, nonché di continui flashback temporali non favorisce una facilità di lettura e di comprensione del testo e delle idee della scrittrice. Rimane il contrasto tra tradizione ed innovazione, contrasto sempre presente in qualsiasi società.

Non è appassionante, non prende, è sbagliato nel titolo ed altri mali minori. Ma ha il merito di consentire di chiedere all’attento lettore di informarsi e di capire cosa successe allora in quella bellissima isola.

“Scoprire ovunque la verità, da chiunque pronunciata: questa è saggezza (Tirukkural).” (241) [Il Tirukkural è un antico trattato indiano sull'etica e la moralità del popolo, ed è una delle opere non religiose più tradotte al mondo]

Isabel Fonseca “Legàmi” Mondadori s.p. (lasciato in eredità da zia Serenella)

[A: 01/10/2025 – I: 03/05/2026 – T: 05/05/2026] - &  

[tit. or.: Attachement; ling. or.: inglese; pagine: 327; anno 2008]

Isabel Fonseca è di sicuro un personaggio centrale in un certo tipo di vita sociale e letteraria del mondo anglosassone (e non solo). Uruguayana per parte di padre, nella parte materna è una plurimiliardaria erede di un fondo considerevole, lascito del nonno Jacob Kaplan (gran capitalista ed a lungo proprietario della catena di succhi “Welch’s”). Come tutte le persone a modo, studia, si laurea, comincia a fare la giornalista, un po’ oscurata dalla fama di scultori e pittori dei suoi due fratelli.

Come giornalista del “Times Litterary Supplement”, agli inizi degli anni ’90 intervista Martin Amis, e … scoppia il grande amore. Martin lascia la famiglia, i due si sposano, fanno due figli, vivono a lungo in Uruguay, per poi tornare in America dove nel 2023 Martin muore di cancro.

Nel frattempo di tutte le sue attività, Isabel scrive due libri. Un saggio che le dà notorietà e visibilità: “Seppellitemi in piedi”, una storia odissea sui gitani, ed un libro di narrativa, questo, che ebbe della risonanza a suo tempo, ma che, letto ora, non merita molto di più che un piccolo cenno per lo sforzo letterario che ha coinvolto la scrittrice in un periodo di scrittura e di pensieri.

Intanto, come mio solito, lancio un grido di dolore sul titolo. Qual è il significato dei legàmi del titolo? Quello dei rapporti, stretti e strani, tra tutti i personaggi del testo? Oppure di loro con entità esterne, cui c’è una connessione, un legame, forse solo attraverso il sesso?

Certo, molto più pertinente il titolo inglese, “Allegato”, visto che proprio da un allegato prende il via la sarabanda di avvenimenti che, tra passato e presente, l’io narrante ci fa vivere nelle oltre trecento pagine.

La storia si concentra sulla famiglia Hubbard. Lei, Jean, giornalista di articoli salutisti, poco più che quarantenne, è sposata con Mark, pubblicitario in carriera, con cui ha una figlia, Victoria, che sta iniziando il suo percorso universitario. I due, per prendersi una pausa mentale, scelgono di avere un anno sabbatico nell’isola di St. Jacques, nell’Oceano Indiano, dove hanno collegamenti con le attività in patria solo attraverso la posta elettronica.

Ed è proprio in un allegato di posta che Jean scopre delle mail “erotiche” di una certa Giovana che promette a Mark L.O.V.E., non in quanto amore ma un acronimo che sta per “lunghe ore di voluttà estrema” (con mail sgrammaticate, senza accenti sulla “a” e con quel nome che rimanda a suoni sudamericani delle radici di Isabel). Invece di contestare il possibile tradimento a Mark, Jean decide di intraprendere lei una corrispondenza “blinded” (cioè senza palesarsi) con l’erotico mittente. Con analisi dell’erotismo femminile che fecero mormorare, come commenti al testo, “ecco finalmente un punto di vista femminile sulla sessualità”.

Giudizi che mi sembrano un po’ affrettati, se seguite bene il testo nel suo sviluppo. Fatto sta che Isabel ci riempie pagine su pagine sia di approcci tra Jean e Giovana, sia sulle involuzioni mentali di Jean, che, stimolata dalle mail, ripensa a tutti i passi della sua vita. Ripensa al fatto di invecchiare (ma ai 42 anni bella mia, che diamine! Cosa dovrebbero dire le persone veramente anziane?), ripensa alle pulsioni proprie ma anche di chi la circonda (come vive il sesso il marito? E la figlia? Cosa succede al padre di lei colpito da una grande malattia e, forse, non più autonomo?).

Tra uno sganciarsi dall’India, un ritorno a Londra che forse Jean ha un cancro al seno, un ritorno di fiamma con uno spasimante dei tempi universitari, una sfrenata notte di sesso con il socio del marito, un viaggio a New York dal padre malato, seguiamo lo svolgersi della vicenda, senza mai riuscirne ad essere coinvolti. Non ci emoziona la crescita dei figli, ci coinvolge poco l’invecchiamento dei genitori. Così come ci passa sopra la testa tutto quanto ci possa essere di detto e di fatto tra Jean e Giovana, tra Mark e Giovana, tra Mark e Jean.

Quando Jean ci fa capire, cosa che noi sappiamo già da decenni, che le avventure clandestine sono i peggiori momenti che si possono vivere, e quando noi le diremmo, insieme a Kundera, che nessuno ha colpa della propria età, non possiamo far altro che fermarci.

Consideriamo in finale che i personaggi sono abbozzati nel marmo, con una risultanza espressiva da fare invidia a Raoul Bova, e che il finale risulta sospeso quasi volesse dare un seguito. Fortunatamente tutto ciò non è successo, restando questo un episodio isolato e facilmente cancellabile dalla lista dei migliori mille libri che ho letto.

Banana Yoshimoto “Su un letto di fiori” Corriere Giappone Contemporaneo 02 euro 9,99

[A: 22/01/2025 – I: 02/06/2026 – T: 04/06/2026] - &&       

[tit. or.: 花のベッドでひるねして, Hanano beddo de hirune shite; ling. or.: giapponese; pagine: 118; anno 2013]

Se non conoscessimo né Banana né il Giappone, leggere questo libro potrebbe sembrare un esercizio, sterile, di un elenco di situazioni e sensazioni di auto-aiuto. Come tutti i libri della scrittrice, è scritto in maniera molto piana. Brevi frasi. Concetti chiari e ben costruiti. Dico piana e non piatta che al lettore sensibile, frasi e momenti suscitano pensieri. E quando si pensa è sempre un atteggiamento positivo.

Intanto, pur tradotto solo pochi anni fa, il testo ha più di dieci anni, e fu redatto da Banana in un momento particolare, cioè poco dopo la morte dell’amato padre. Forse per questo, in una serie di personaggi (in particolare nella parte positiva del nonno) ci sono elementi velati che sicuramente rimandano al mondo familiare della scrittrice. Mondo che conosciamo solo per traslazione, per cui prendiamo atto, e passiamo invece al testo in senso stretto, ed alle sensazioni che ci piò aver dato.

Come al solito, cominciamo con una domanda. Perché troncare il titolo, facendo in modo che si capisca solo in parte il motore iniziale del testo. L’originale giapponese, anche con un po’ di ingenuità, si può tradurre con “Fare un pisolino su di un letto di fiori” (pisolino o riposino, scegliete voi). Ma perché la prima parte sparisce? Che significa, per me lettore, il letto di fiori, tolto dal contesto?

Inoltre, il titolo è ben radicato alla costruzione del testo stesso. Una lunga chiacchierata in prima persona con la trentenne Miki, che racconta delle sue origini e del suo momento attuale. Miki viene trovata in riva alla spiaggia, adagiata su di un letto di alghe “wakame”, da una coppia, gli Ōhira, che pensavano di non poter avere figli. Senza mai indagare a fondo su quest’avvenimento, Miki entra nella famiglia. E soprattutto entra in contatto forte con il nonno, elemento trainante di tutta la famiglia.

Nonno che ha girato il mondo. Nonno che ha vissuto a lungo in Inghilterra, e che ora, “canuto ed invecchiato”, decide di riproporre un bed & breakfast stile inglese nella sperduta cittadina di Ōoka-mura. Un luogo che sarà di conforto e sostegno al nonno, ai suoi due figli (lo zio Aiko ed il padre di Miki), nonché a Miki stessa. Anche per la madre adottiva, che però muore presto. E qui, forse, c’è anche un piccolo traslato, tra morte maschile reale e more femminili fittizia.

Nel corso della chiacchierata, proprio su questi piccoli valori si fonda la cosmogonia di Miki. L’affetto, l’elaborazione della perdita, la rinascita a nuova vita ed energia solo attraverso la riscoperta dei valori familiari e di amicizia. Miki ce ne narra, senza insistere troppo su ogni dettaglio, dando sempre per scontato che la realtà ed il mondo onirico abbiano delle interconnessioni che noi non capiamo ma che esistono, e che vanno trattate come reali.

Vediamo quindi la comparsa di piccoli sassi misteriosi su cui Miki inciampa, che la rimandano a piccole cadute. Sassi che scopre essere messi da una vicina, cui chiede conto, ma che non sa dare spiegazioni. Sassi che si collegano con il ritorno di un suo amico d’infanzia, Nomura. Tornato per comprare la casa dietro il loro B&B, e dove forse qualcuno si suicidò. Ma che di sicuro venne a lungo abitata da una donna che aveva un solo scopo nella vita: stalkerare il nonno di Miki.

Perché parlavo di self-help all’inizio? Come non andare con la mente a quelle pratiche quando Banana ci invita ad alcune pratiche assolutamente fondamentali nei rapporti interpersonali. Ad esempio, non dimenticarsi mai di darsi il buongiorno al mattino e la buonanotte la sera. Perché noi “egotisti” pensiamo di essere soli ed al centro del mondo. Invece viviamo una vita di relazione e, pare strano, non solo noi guardiamo gli altri, ma anche gli altri ci guardano.

Se entriamo nel nostro io profondo con questa consapevolezza, forse, riusciremo a vivere la vita con più leggerezza, assaporandone ogni momento. Anche quelli tristi, anche quando le persone ci lasciano, ma che, se li abbiamo amati, resteranno sempre nei nostri cuori.

E noi lo sappiamo.

“È sciocco reprimere tutti i nostri desideri solo perché ci sembrano irrazionali.” (58)

“Ciascuno di noi è solo con sé stesso. Quando moriremo, il nostro mondo finirà con noi. Ma saremo sempre presenti in mezzo a quelli che ci hanno conosciuti.” (68)

Eccoci alla prima trama d’agosto, che come molti sanno riporta elenco e giudizi dei libri di maggio. Un mese in costante lettura con quasi tutto l’anno. Ancora diciassette. Dove svettano, ovviamente il solito Simenon ma anche il quasi omofono Simon Mason, mentre nel fondo si muove, come avrete anche letto sopra, il “Legami” di Isabel Fonseca.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Grazia Verasani

Iris di marzo

Repubblica Cuore Nero

9,90

2,5

2

Piergiorgio Pulixi

Il nido del corvo

Feltrinelli

s.p.

2

3

Isabel Fonseca

Legàmi

Mondadori

s.p.

1

4

Michael Crichton

Preda

Mondolibri

s.p.

1,5

5

Marco Malvaldi

L’uomo vestito di arancione

Sellerio

15

3

6

John Banville

Delitto d’inverno

Repubblica

8,90

2,5

7

Alessandro Robecchi

Omicidi Srl

Sellerio

17

3

8

Georges Simenon

Il dottor Bergelon

Repubblica

9,90

4

9

Katrine Engberg

Ali di vetro

Feltrinelli

12

3

10

Simon Mason

Persa e mai ritrovata

Sellerio

s.p.

4

11

Femi Kayode

Il cercatore di tenebre

Corriere

8,90

2,5

12

Isabel Allende

Oltre l’inverno

Repubblica

9,90

2,5

13

Andrea Camilleri

La mossa del cavallo

Repubblica

8,90

2

14

Ugo Moriano

Il ricordo ti può uccidere

Corriere Gazzetta

7,99

1,5

15

Leonardo Sciascia

Gli zii di Sicilia

Repubblica

8,90

2,5

16

Marina Bertamoni

Chi muore giace

Corriere Gazzetta

7,99

3

17

Alberto Minnella

Portanova e il cadavere del prete

Corriere Gazzetta II

7,99

2

 

Dopo quattro trame di donne, le solite frasi quindi di personaggi maschili, anche questi dai diversi continenti.

Il cinese Qiu Xialong dove riporta un haiku in “Visto per Shanghai”:

“Con la tua gonna verde sempre nella mia mente, in ogni dove, / in ogni dove io cammino sull’erba sempre con leggerezza.” (da un poeta cinese del X secolo) (13)

L’americano Paul Auster con alcune frasi sui giovani e adulti che riprendo da “Uomo nel buio

“È già difficile da adulti sopravvivere a un divorzio, ma da ragazzi è ancora peggio. Sono del tutto impotenti, e portano il peso del più grande dolore.” (40)

“Non prendi niente sul serio, eh? Io prendo tutto sul serio, tesoro. Solo fingo di no.” (111)

“La verità è che i figli non imparano nulla dagli sbagli dei genitori.” (134)

Infine, lo svedese Håkan Nesser nel suo poco noto “Il ragazzo che sognava Kim Novak

“Starei senz’altro meglio al mondo se la gente fosse un po’ più seria.” (75)

“[Chissà] se sia meglio essere amati e poi non esserlo più, oppure evitare del tutto il coinvolgimento” (189)

“Mi resi conto di quanto potesse essere facile colmare il tempo, con certe persone.” (227)

Sono solo a riprendere la prima frase di Nesser, dove al mondo, ora, ci vuole sicuramente quella serietà che mi ricordo c’era, in tutti noi, quaranta, cinquanta anni fa. Ora, come dice bene Mafalda, fermate il mondo, che voglio scendere. Ma prima di scendere, vi abbraccio.

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