venerdì 6 gennaio 2012

Ireneide - 02 agosto 2009

Nel senso della Némirovsky di cui tratto di ben tre libri letti in questo anno. In questi ultimi anni c’è stato un po’ il boom, la riscoperta di questa scrittrice degli anni trenta, inopinatamente uccisa ad Auschwitz dalla furia nazista. Non che non lo meriti (di essere letta, ovviamente), la sua scrittura avvolge, lascia un bel segno sulla carta e sul cuore. Quindi leggiamola, non perché di moda ma perché è piacevole, in gran parte, leggere le sue pagine. Si tornerà sulla sua scrittura quando parlerò (ma non ora, non qui) del suo primo libro. Ora soffermiamoci su questi Adelphi gratuiti, scontati o con amore regalati. Andando in ordine di lettura.
Irène Némirovsky “Il calore del sangue” Adelphi euro 11 (gratis con Feltrinelli +)
Una storia d’amore? Indubbiamente risente il fatto di non essere stata finita, o quanto meno rivista, limita e conchiusa. Lascia un po’ di sospeso alla fine. Ma è interessante anche così, con questa sua costruzione a mano a mano più serrata verso il nocciolo della questione (quel verso di Ezechiele sotto citato). Si parte da lontano, si entra nella campagna francese, tra i contadini. Lo scorrere del tempo. La gioventù furiosa ora passata, il camino acceso, il bicchiere di vino all’osteria. Poi, si cominciano a mettere delle trappole. La bella con il marito anziano. L’amante della bella. L’altra belloccia con il marito giovane ed un po’ “cretino”. Lo stesso amante dell’altra. La tragedia di una morte. Fino a scoperchiare tutte le pentole (e non vi dirò quali). Perché l’amore, quello vero, quello che tira fuori il bello di te, lo puoi far sopire, ma non lo dimenticherai. Mai!
“un gruppo di persone in età matura emana un senso di imperturbabilità… sono soddisfatti di sé… tra i quaranta e i sessanta queste persone godono di un’effimera pace”
“non possiamo vivere al posto dei nostri figli (anche se a volte ci accade di desiderarlo)”
“noi siamo morti… perché abbiamo cessato di amare”
“da Ezechiele: ‘I padri hanno mangiato uva acerba, e i denti dei figli si sono allegati”
Irène Némirovsky “Come mosche d’autunno” Adelphi euro 9 (in realtà, scontato 6,75 euro)
La Némirovsky alle prese con uno dei suoi raccontini che sfornava a ritmi industriali per poter sopravvivere nella Parigi di dopo la rivoluzione russa. Qui poi con un tema che affronta con facilità. Infatti, si parla di una famiglia russa colta nel momento della rivoluzione e del suo ripararsi a Parigi, cercando di re-inventarsi una ragione di vivere. Forse trovandola, ma prima girando per quasi tutto il tempo un po’ intontita come le mosche in autunno. Il tutto visto dalla vecchia balia, la Tatiana Ivanovna che aveva cresciuto il padre Nikolaj, e poi i di lui figli, Jurij, Kirill, Loulou, Andrej. Con i suoi occhi vediamo l’incomprensibile, questi contadini che si ribellano ai padroni, questi padroni che non sanno più che fare. Solo lei riesce a dare un po’ di sostanza a questa famiglia che si sta disgregando. Aspettando, là vicino alla Senna, che venga la sua neve, la neve dura, fredda e ristoratrice della sua steppa. Si sente la partecipazione nella scrittura di qualcosa che la Némirovsky ha visto ben da vicino. Ed immagino il piacere degli allora emigrati russi, lì, intorno a Saint André des Arts a leggere delle immense distese, delle case dai soffitti alti e via discorrendo. Un piccolo quadretto, un 10x15 che fa vedere poche cose, ma se queste sono dipinte dalla mano di un Rembrandt, molto hanno da comunicarci. Non segue certo la Némirovsky nel voler sospendere i giudizi sulle cose del mondo, ma riconosco la capacità di rappresentare mondi in poche pagine.
“come l’aveva amata… Ma almeno stavano invecchiando insieme… Già questa era una bella cosa” (76)
Irène Némirovsky “Suite francese” Adelphi s.p. (regalo)
Beh, s’è fatta proprio una scorpacciata della cara immigrata russa dalla bella scrittura. Questo lascia un sentimento ambiguo. Il duo-manzo (doppio romanzo) ha degli alti e dei bassi. Quello che in ogni caso lo riscatta è la costruzione generale ed il contesto. Fino alle dolorose lettere finali. Urla di rabbia ed impotenza. La Suite veniva scritta nell’impeto dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, anche sotto l’urgenza di narrare un po’ del se e di quello che come persona di discendenza ebrea stava tuttavia soffrendo nella Francia occupata dai tedeschi. Si parla quasi in presa diretta, narrando gli stessi avvenimenti che si stanno vivendo, e trasfondendoli in forma di romanzo, per darne corpo, quasi per esorcizzare le proprie paure. Paure che poi saranno vere e reali, quando, dopo la fine del secondo dei tre - quattro romanzi di cui voleva comporre la suite, viene arrestata, deportata ed uccisa ad Auschwitz. I due romanzi in sé, a parte questa vicinanza con il reale, non sono compiuti completamente. Forse è una prima stesura da raffinare, ma lasciano qua e là sentimenti di irrisolutezza, di necessità di ulteriori approfondimenti della scrittura, o anche (alla Flaubert) di tagli. Nel primo, corale, si assiste all’inopinata caduta della Francia di fronte al tedesco avanzante, con tutte le piccole glorie e le grandi miserie di chi vive tempi difficili. Il secondo è più centrato sull’impossibile storia d’amore tra la signora francese con il marito deportato e l’ufficiale tedesco invasore, di bei modi e di belle lettere. Poi si passa alla parte finale, alle lettere ed alle vicende reali. Lì sì che la realtà supera il narrato. Da un lato Irène ci fa parte delle sue idee narrative, di come avrebbe voluto proseguire le storie, di come andranno a finire i vari personaggi (e questo è piacevole, come un backstage di un sequel cinematografico). Dall’altro si seguono le sue vicende private, l’ottusità del potere conquistatore e l’asservimento del potere conquistato. Si assiste al tutto con un senso di angoscia e di impotenza. E se ne beve l’amore fiele, sino all’ultima goccia. Alla fine, sono contento di avere avuto la fortuna di leggerlo, anche se ne esco con un senso di amarezza difficilmente eliminabile.
Infine, essendo la prima trama del mese di agosto, vi riporto i libri di maggio e della scorpacciata letteraria che ho fatto.
#
Autore
Titolo
Editore
Euro
1
Cornell Woolrich
La sposa era in nero
Repubblica/CSGM
3,90
2
Andrea Camilleri
La paura di Montalbano
Mondadori
s.p.
3
AA.VV.
Dovevo andarci
Mondadori
8,40
4
Marc Augé
Casablanca
Bollati Boringhieri
9
5
Asne Seierstad
Il libraio di Kabul
BUR
8,60
6
Silvano Agosti
Lettere dalla Kirghisia
L’immagine
10
7
Giuseppe Ferrandino
Pericle il Nero
Adelphi
7
8
Rosa Matteucci
Libera la Karenina che è in te
Adelphi
s.p.
9
Carmine Abate
La moto di Scanderberg
Mondadori
8,80
10
Peter Cheyney
È arrivato Lemmy Caution
Repubblica/CSGM
3,90
11
Hafez Haidar
Come sigillo sul tuo cuore
Piemme
12,90
12
William Trevor
Morte d’estate
Guanda
7,23
13
Loriano Macchiavelli
Sequenze di memoria
VerdeNero
12
14
Stefano Pigozzi
Rosso come il sangue
Mondadori
3,90
15
Irene Némirovsky
Come mosche d’autunno
Adelphi
9
16
Diego De Silva
Certi bambini
Einaudi
9
17
Irène Némirovsky
David Golder
Le Livre de Poche
5,50
18
Cormac McCarthy
Figlio di Dio
Einaudi
9,50
19
Agatha Christie
Assassinio sull’Orient-Express
Repubblica/CSGM
3,90

Benché come detto siamo alla prima trama del mese, questa sarà anche l’ultima, visto che il medio - oriente ed i suoi misteri mi aspetta in questo infuocato agosto ’09. Speriamo di tornare belli, abbronzati e magri. Speriamo di tornare belli e abbronzati. Speriamo di tornare belli. Speriamo di tornare.

giovedì 5 gennaio 2012

Italiani, che passione! - 26 luglio 2009


Mi rivolgo ancora ai miei assidui lettori che sanno della mia seconda passione, o meglio, mania. L’autore italiano! Quando mi trovo davanti un libro di autore italiano, è difficile arrestarsi. Perché è scritto nella mia lingua, quindi penso che mi possa offrire tutte quelle sottigliezze che le traduzioni mi negano. Perché leggendo e leggendo della nostra Italia, me ne faccio una foto, me la porto in testa, cerco di capirla e capirmi. Ed anche capire da dove siamo venuti. Come in questo caso, dove, a fronte di due autori maschietti con il loro primo libro, quindi, forse un po’ datato, ma specchio di anni poi non tanto lontani, c’è anche la donna recente, regalo forzato - richiesto di Paola. Andiamo avanti però al solito, in ordine di lettura.
Giuseppe Ferrandino “Pericle il Nero” Adelphi euro 7
Un po’ datato, un noir italiano, hard boiled alla napoletana, ma senza sorriso. Tanta malinconia o qualche sentimento analogo. Si sente subito che Ferrandino viene dal fumetto, ed il racconto scorre come una sceneggiatura dove mancano solo i quadri per darne il contesto giusto. Si sente inoltre che il racconto ha più di dieci anni. Ma detto questo, non sono d’accordo con la critica che ne parlò si bene, ma come un racconto esile. Certo non ha una trama spessa, ma seguiamo la parabola di Pericle, camorrista usato per “convincere”. I giochi e i giochetti con i piccoli e grandi truffatori del sottobosco napoletano. Lo sgarro che lo mette in periclo (sarebbe pericolo, ma non potevo esimermi dal gioco di parole), e decide di sparire. Forse attraverso il sesso troverà anche un amore (giustamente lasciato all’immaginazione del lettore). Quello che viene fuori è invece il percorso verso il riacquistare dell’umanità, uscendo dal torbido gioco dei vicoli napoletani, per arrivare, sulle sponde dell’Adriatico, a ritrovarsi riuscendo a rifiutare le regole del suo vecchio mondo. A me è piaciuto, proprio per questo andare un po’ svagato, trovandosi, quasi senza saperlo, lì dove altri arrivano con percorsi tormentati e duri. Bello infine l’uso della lingua napoletana, presente ma misurata (e da un ischitano non ci si aspettava di meno).
Come detto, poi si passa alla donna.
Rosa Matteucci “Libera la Karenina che è in te” Adelphi s.p. (regalo di Paola)
La prima Rosa che ho letto, quella di “Cuore di mamma” mi era piaciuta e mi ha fatto anche sorridere. Poi “Lourdes” non era proprio alla stessa altezza (anche se è il suo primo). Questo, che è il secondo, è forse il più involuto di tutti. L’idea in sé non è neanche bruttina: l’innamoramento di un tizio senza nessuna ragione mentale. Lei è bella, colta, intelligente. Lui ha solo muscoli. Ma lei parte con la testa, e rischia di perderla con tutto il resto. Di lato, un altro lui che forse è solo un amico, ma che assistendo alle vicende, a poco a poco, scopre che quello che sta aspettando è di innamorarsi della donna. E via con gelosie, ripicche, struggimenti di telefonate che non arrivano, e tanti altri “luoghi comuni dell’innamoramento”. La Matteucci cerca di metterci dell’ironia (la donna vuole morire sotto un treno come l’Anna del titolo, peccato che la ferrovia sia in disuso) ma non è proprio il massimo. Il tutto collocato in una calda Eritrea, che forse è la cosa migliore di tutto il libro. Tra l’altro con quell’uso estenuante di perifrasi, per cui la protagonista viene sempre chiamata “la donna”, il belloccio è “il soldato” ed il geloso è “ il ragazzo che aspettava qualcosa”. E dopo un po’ questo finto gioco viene un attimo a noia. Peccato, le premesse c’erano. Forse anche un bel corpo di testo. Al solito, quello che meno mi piace sono i finali della Matteucci, con improbabili conclusioni che vorrebbero essere catartiche, ma che vanno fuori dei registri del resto.
“la donna … non capiva … quanto lui le mancasse. Era dunque necessario un incontro… [ma] lei non capiva se voleva farlo o doveva” (17-18)
“egli aveva la così detta ‘mano elementare’: tozza, con palmo largo, dita e unghie corte. Poco segnata da linee, con la prima falange del pollice rivolta all’indietro, tipica degli individui di poca fantasia che difficilmente dominano le loro passioni. Soggetti sensibili al dolore e facili allo scoraggiamento, che hanno qualche astuzia istintiva ma difettano di aspirazioni elevate” (46)
E finiamo con il calabrese.
Carmine Abate “La moto di Scanderbeg” Mondadori euro 8,80 (in realtà, scontato 7,04 euro)
Anche Abate, come De Luca, seppur in modo diverso, gira che ti rigira, scrive sempre la stessa storia. O meglio la stessa saga: la storia della sua patria calabro - albanese. Ripubblicato da poco, questo è il secondo libro sugli “arbëresh”, gli albanesi di Calabria. E viene prima di quello da me già recensito “Tra due mari”. Nello specifico, mi è piaciuto, un po’ come l’altro, per quello slancio civile che è sempre presente tra le righe. Qui forse, meno tra le righe, visto che Scanderbeg padre non fa che girare per le campagne a sostenere le lotte dei contadini per la loro terra. Lo fa sulla moto, che diventa poi il filo conduttore del libro, la Guzzi Dondolino che poi passerà al figlio e sulla quale il figlio sigillerà le ultime pagine per andare… dove? Ritornare in Germania al suo lavoro di redattore free lance ad una radio? Ritornare da Claudia, il suo amato-odiato amore da cui ogni volta si avvicina e poi si riallontana? In fondo si sente la sconfitta di chi non ha casa né in Calabria né in Germania (sempre sul filo dell’autobiografia). Per poi riempire le pagine anche di figure ben riuscite, da Scanderbeg del Tempo Grande che guidava gli Albanesi contro i turchi, alla madre Lidia, sempre e per sempre innamorata del suo Scanderbeg che ricostruisce i fili della memoria, all’inquietante Stefano che vede nel futuro e scrive del passato. Fino allo zio Mario ed al suo impossibile integrarsi nel mondo tedesco, di cui pur nota le positive differenze con la vita di giù. Forse la fine mi sarebbe piaciuta più incisiva, ma credo che ne leggerò altri, per vedere un po’ di questo mondo di doppi emigranti (emigranti in patria e fuori, e comunque mai integrati).
“Claudia scuote la testa e mi sorride coi suoi occhi blu luminosi come si sorride ad un bambino insistente. Dice ’Lo sai già cosa ti rispondo, perché me lo chiedi, perché sei così ostinato?’” (50)
“mi sembrava che non facessi niente per bene, neanche l’amore. Mi sembrava di perdere tempo per delle sciocchezze” (78)
“le grido i bei momenti passati insieme, le accarezzo la mano, cerco di commuoverla con gli occhi umidi, faccio l’isterico alla perfezione; allora lei mi stringe per un attimo sul suo petto caldo, ma non appena mi sono calmato e illuso, mi dice che è tutto finito” (94-95)
“mi hai fregato per anni, hai sempre saputo camuffare il tuo egoismo; invece pensi solo ai fatti tuoi. Te l’avevo detto: l’amore bisogna curarlo, come una pianta, altrimenti si secca, muore. Tu non l’hai saputo curare, il nostro amore. E ora è morto. Perciò ti prego, non cercarmi mai più. Non voglio più vederti, ci faremmo solo del male” (95)
“L’uomo che trova dolce il luogo natale è ancora un tenero principiante; quello per cui ogni suolo è come il suolo nativo è già più forte; ma perfetto è l’uomo per cui l’intero mondo è un paese straniero (Ugo di San Vittore)” (127)
“vi state complicando la vita, ma vi amate. Questo è importante. Il dramma è quando non ci si ama più. Ora devi decidere tu. Non puoi continuare all’infinito a fare l’adolescente. Hai trentadue anni [sic!!!]” (177)
Due settimane mancano per quel di Amman e Gerusalemme. I preparativi fervono, e come diceva il poeta risorgimentale, la fame avanza, il bacio manca, sul ponte sventola bandiera bianca (come maestro di ironia avrei una carriera dietro le spalle). Ma tant’è, qui siamo e qui restiamo

mercoledì 4 gennaio 2012

Parentesi gialla - 19 luglio 2009

Come i miei assidui lettori sanno, una costante, in genere di grande relax, è per me dedicarsi alla lettura di libri gialli, noir, polizieschi e via discorrendo. Ho un debole per gli italiani, che sempre mi incuriosiscono. Questa volta, invece, parliamo di gialli considerati classici, provenienti da una collana abbinata Repubblica - Mondadori dedicata al “giallo storico”, dove vengono riproposte dieci dei primi libri usciti nella collana che è ancora in vita dei Gialli Mondadori. Collana benemerita, così come il responsabile che per decenni l’ha curata, Alberto Tedeschi.
Quindi, in questo caldo clima estivo, dedico le trame settimanali ad alcuni di questi libri, scritti da due inglesi e da un americano. Il contrappasso, è che gli inglesi scrivono molto “spari e poche chiacchiere”, mentre è l’americano a dare più spessore ad un testo che non a caso poi ispirerà un film di Truffaut.
Andiamo per ordine.
James Hadley Chase “Bara per due” Repubblica/Collana Storica Giallo Mondadori (CSGM) euro 3,90
Un classico del 1958. Hard boiled, pupe e spari. L’ultimo dei classici del Giallo ad uscire. Ma il primo che leggo. Vorrei solo confrontarlo con l’originale, perché ogni tanto sembra fare dei salti narrativi. Voluti o tagli dell’edizione italiana? Comunque il ritmo è buono, ci si affeziona subito al buon Chester, capro espiatorio in una contesa che non ha voluto. E si vuole subito bene a Clair (nome omen) che in poche pagine passa al centro del suo cuore e diventa la sua bella. Domanda laterale, cercare di capire che gioco è il “jai alai” praticato da Gomez (che come immaginavo non è altro che una variante della Pelota basca). La storia classica ormai, cattivi a Key West che trovano il modo di frodare la legge. Un buono che cerca di sconfiggerli e ci lascia le penne. Ed il buon Chester, giocatore di poker e pistolero, che impersona ben presto il ruolo di angelo vendicatore. Gradevoli anche alcuni comprimari, soprattutto il detective neofita che sembra uscito dal liceo dei detective, ma che avrò un suo degno ruolo. Vedrò di cercare in giro, perché ne immagino fior di riduzioni cinematografiche (me ne risulta una sola, del 1950, con protagonista George Raft). Intanto, per lo meno, un classico, ben scritto e veloce.
Come tanti autori di genere, James Hadley Chase è uno pseudonimo (vero nome Renè Brabazon Raymond) e tanti altri pseudonimi userà nella carriera. 
Passiamo al secondo americano.
Peter Cheyney “È arrivato Lemmy Caution” Repubblica/CSGM euro 3,90
Il giallo numero 7, poiché si sa che io leggo in modo casuale. Cheyney, scrittore inglese, crea l’agente Lemmy Caution alla metà degli Anni Trenta, e ne fa il protagonista di una decina di romanzi. L’impianto (in generale e di questo in particolare) è un classico dello stile americano (anche si di mano inglese) di quegli anni: un crimine, un protagonista maschile, in genere aitante e scanzonato, una (o più) damigelle di contorno. Qualche sparatoria, qualche inseguimento. Risoluzione finale. La novità (che decretò un po’ di successo per Lemmy) è che qui il protagonista è un agente federale e soprattutto è verboso. Ad ogni piè sospinto fa un riepilogo di quanto è successo, di come lo sta interpretando e di cosa farà dopo. Utile se esce a puntate, qui rimane un pochino pallonetto. Anche perché, a volte, le sue agnizioni non sembrano fondate altro che su “tiriamo ad indovinare”. Quindi se vogliamo un bell’esempio datato, ma non molto di più. Tra l’altro c’è l’idea fissa di bande di falsari, che agiscono poi in modo analogo ad altri gialli simili. Volendo cercare il pelo nell’uovo, certo, Chase ha scritto dopo quindi sarebbe lui il copione.
E finiamo con quello che più mi è piaciuto.
Cornell Woolrich “La sposa era in nero” Repubblica/CSGM euro 3,90
Il nono della collana ma il terzo in lettura. Più avvincente degli altri, quasi un impianto che poi diviene classico. Una vendetta perpetrata per circa 200 pagine, con un occhio quasi benevolo verso chi si sta macchiando di pur orrendi delitti. Poi un finale che sembra classico, ma illuminato dal vero sottofinale, che getta una luce nuova in tutta la vicenda precedente. In effetti, un vero classico del giallo nel suo genere. Ottimo il ritmo, buone le caratterizzazioni dei personaggi, che più che di un romanzo ne fanno un racconto di quattro atti ed un epilogo, quasi in piedi a sé stanti. Certo, non c’è quello che ora sarebbe di prassi: un approfondimento del milieu, una spiegazione che gira e rigira tutto l’accaduto. Un po’ c’è, ma il gusto dell’epoca (fine anni ’40) era più immediato: questo è successo, lui ha fatto, lei ha detto, l’ispettore ha analizzato. E come in tutti i classici, si danno quasi tutti gli elementi per la soluzione, ci si potrebbe arrivare. Ma il caso gioca anche qui le sue carte. In fondo, è un’elegia delle attività della casualità nella vita quotidiana, tutte portate alle estreme conseguenze. Ma per un giallo è più che dignitoso, e l’autore ci è piaciuto. Come detto, da questo romanzo nel 1968 François Truffaut trasse il film “La mariée était en noir” (in italiano “La sposa in nero”).
Anche Woolrich è ricco di pseudonimi (William Irish, George Hopley e lo stesso Cornell, dato che il nome completo era appunto Cornell George Hopley-Woolrich) ed è un sagittario..
Ed ora continuiamo a preparare le vacanze. Le mie, con il buon Emilio, verso i lidi mediorientali, ma anche quelle marocchine ed egiziane e se qualcuno vuole consigli sono qui per questo. Certo, ci si ha poco tempo e pochi soldi per altro (niente bagni, per ora). Meglio? Peggio?

martedì 3 gennaio 2012

Il Nobel ed alcuni odori - 12 luglio 2009

Nel senso che questa settimana mi occupo di autori di considerazione elevata. Dopo aver letto alcune recenti prove dell’ultimo Nobel (e non mi sono piaciute), ho passato alcuni giorni in compagnia di questi eterogenei compagni di viaggio. Due autori da anni nella lista dei papabili ed un poeta strano che invece l’ha avuto. Il primo, di cui lessi qualcosa anni fa, continua a non piacermi. Sarà la mia inconfessata vena razzista verso slavi e albanesi… La seconda è per me uno dei più fulgidi esempi di scrittura bella, coinvolgente, veramente di livello superiore. Il Nobel, beh, il caraibico mi ha lasciato perplesso (sempre per quella vena di diffidenza verso la poesia), ma ha trovato momenti (e l’ho riportato) in cui una riga, una rima, mi hanno trasportato altrove. E non è poco.
Ma andiamo con ordine.
Ismail Kadaré “La figlia di Agamennone” Longanesi euro 13 (in realtà, scontato 10,40 euro)
L’albanese in odore di Nobel. Tutto di testa, datato, un po’ palloso. E triste. L’operazione molto intellettuale della pubblicazione, ora, di questo testo di venticinque anni fa. Quindi con uno sguardo da antropologo, che vede i comportamenti pre “caduta del muro”, e cerca di capire come ci si muoveva in quei contesti. Kadaré mette in ballo tutta l’allegoria del potere che opera al meglio per perpetuare sé stesso, inscenando un regime in cui il filo connettivo non è altro che la paura. Inserisce due o tre bozzetti di ascesa e caduta all’interno del regime che sarebbero da ridere se non fossero di un’assoluta tragicità. Finire nelle prigioni albanesi, senza un reale perché, in un mondo che fa di Kafka l’emblema costitutivo. Il tutto collegato dal problema del protagonista che viene mollato dalla sua bella per la ragion di Stato, e che cerca di “tragediarsi” ammantando la sua sconfitta con i paludamenti della grecità di Agamennone. Certo, lui ci dà la sua soluzione: il sacrificio di un proprio caro, consente al potere di chiedere e di ottenere il sacrificio di tutti (unendo poi Henver a Josip). Ma che operazione datata! Non è che si guarda all’85 con l’occhio del duemila. Si è dentro fino al collo in quell’atmosfera. Capisco che avrebbe avuto delle difficoltà insormontabili ad essere pubblicato, ma, altra domanda retorica, come ha fatto con tanta lucidità a rimanere fuori da quasi tutto? E ancora, la sua biografia (vedi sotto) qualcosa spiega, ma per tornare al testo, è di una lugubre elencazione di passi irrinunciabili, che mi domando se riuscirò mai a leggere altro. Un grido si è levato a metà libro e non mi ha più mollato: che palle!
Continuiamo con la mia scoperta canadese (scoperta perché ne sentivo parlare da tanto ma solo nell’ultimo anno ne ho letto).
Alice Munro “Nemico, amico, amante …” Einaudi euro 11,50 (in realtà, scontato 9,20 €)
Bellissimo. Mi era piaciuto Ortiche della raccolta di “Short Stories” che da qui era tratto e mi è piaciuto questo insieme di racconti. La maggior parte del mio pensiero non può poi che rinviare a quel primo racconto che mi ha dato la spinta ad approfondire questa autrice. Per me sicuramente più da Nobel che un palloso Le Clézio! Ogni storia, riesce a presentare il suo mondo, come se fosse un mondo infinito, cioè se riempisse pagine e pagine di romanzi, poi ci si accorge che l’autrice in una ventina di pagine riesce a darti il senso del luogo, le caratteristiche degli attori della vicenda, ed a comunicarti la sua visione del mondo. Dal primo, quello del titolo, che da una beffa infantile fa partire una giravolta di micro-avvenimenti da far impallidire uno Schnitzler per arrivare ad un finale in cui i meno cattivi se la cavicchiano ed i meno buoni no. E passando tra dolori e dolori, piccole gioie e piccoli sapori, si riesce a dare un senso non dico a tutto (anche perché, con Vasco, “un senso non ce l’ha”), ma almeno ad apprezzarne i momenti buoni. Quei momenti, che qui ed ora arrivano, e bisogna stare attenti che poi ci sfuggono. L’amore isolato tra il ragazzo e la malata. La vita strampalata della vecchia zia. Il rapporto dell’ateo con la religione, quando questa diventa opprimente. E poi altri amori anche di un momento che ci si porta appresso per tutta la vita. Ed un amore per tutta la vita che ci si porta appresso anche quando l’oggetto amato si ammala di Alzheimer e non ti riconosce più. Bello, struggente, a volte straziante. Ma mi riconcilia con tutti quei raccontini che non riesco a mandar giù. Dove si capisce che è il saper scrivere rende lo scritto sia esso di una pagina che di mille, degno di essere letto.
“Johanna … era in grado di capire cosa andava fatto, e come, e anche di trovare e gestire il personale, ma non aveva il minimo talento nel persuadere e incantare la gente. Prendere o lasciare, ecco quale sarebbe stato il suo stile. E di sicuro i clienti avrebbero lasciato” (15)
“perché dici che ti dispiace dirmelo? Hai mai notato che quando qualcuno dice che gli dispiace dire qualcosa, in realtà non vede l’ora di dirla?” (72)
“con lui non si poteva affrontare nulla che assomigliasse a un problema serio. Discutere un problema significava cercare una soluzione… il che non era interessante” (190)
“quello che ... aveva davvero voglia di fare non era più cercare, ma sedersi a terra … restare seduta per ore … per rimanere in quello spazio dove nessuno la conosceva né pretendeva niente da lei” (198)
“le era passato per la mente il pensiero che ... la cosa giusta da fare sarebbe stata gettarsi nell’acqua. Così com’era, grondante di felicità. Soddisfatta come di certo non le sarebbe capitato di sentirsi più” (234)
E finiamo con un salto ai Caraibi.
Derek Walcott “Mappa del Nuovo Mondo” Adelphi euro 9,50 (in realtà, scontato 7,60 euro)
Ancora Poesia, con la maiuscola. Leggere le parole in inglese trascina in un mondo altro. Una magia di suoni, di affastellamenti, di ore ed ore passate a limare, come Michelangelo i suoi marmi, per poi tirarne fuori le forze dei suoi Mosè, le angosce e le bellezze delle sue Pietà. Ripeto, il verso non sempre mi facilita, non sempre è nelle mie corde. Anche qui, a volte mi perdo, a volte la frase è troppo complicata, rimanda a troppo altro che il mio scarso intuito non riesce a decifrare. Ma è affascinante, con quella forza di sintesi di versi come “I’m just a red nigger who love the sea / I had a sound colonial education / I have a Dutch, nigger, and English in me / and either I’m nobody or I’m a nation”. Che oltre ad essere una sintesi autobiografica di Walcott, mi rendono il sentire delle rime baciate sea / me – education / nation. Come fare a tradurre questi versi? Impresa non difficile, ma chiaramente impossibile. E prima e dopo i versi, bisogna immergersi nelle parole di accompagnamento di Iosif Brodskij, il cui titolo già è tutto uno spiegare della poetica del Nobel caraibico (“Il suono della marea”). Ed ora diamo il Nobel ad un onesto scribacchino come Le Clézio?
“to change your language you must change your life” (72)
“tra questa dorsale di monti / e il vago mare / … / c’è troppo nulla qui” (83)
 “si potrebbe anche smettere di scrivere / … / e diventare, invece / il loro lettore ideale … che antepone l’amore / per i capolavori al tentativo / di ripeterli … / e diventare il più grande lettore del mondo” (91)
“anche il fulmineo lampo dell’amore / non ha un epilogo tonante / muore con un suon di fiori / che sbiadiscono … / finché restiamo soli / col silenzio che circonda la testa di Beethoven” (95)
“strong as the wind … / brings those we love before us, as they were / with faults and all, not nobler, just there (porta coloro che amiamo di fronte a noi, così come sono/ con gli errori ed il resto, non più nobili, ma esattamente loro stessi)” (102)
“certe cose non le scegliamo noi / ma siamo quello che abbiamo fatto (we are what we have made) / soffriamo gli anni passano, lasciamo / tante cose per via” (106-107)
“I tried other women / but, once they stripped naked, their spiky cunts / bristled like sea-eggs and I couldn0t dive. / .. / Where is the pillow I will not have to pay for, / and the window I can look from that frames my life?” (120)
Certo, ultimamente tendo a ripetermi ed a trovare cruciali tutte le settimane. E forse lo saranno finché non ho avrò trovato (o ritrovato) un senso alla mia strada (grazie Vasco).
Per ora buon caldo e buon bagno a chi se lo può permettere.

lunedì 2 gennaio 2012

Luoghi d’Italia - 05 luglio 2009

Con l’inizio dell’estate, in questo primo week-end soleggiato, una piccola panoramica su tre scritti dedicati a tre diversi luoghi italiani. Non scritti di viaggio, ma che un viaggiatore (chi legge è …) deve avere prima o poi nel suo carnet. Parliamo comunque del Sud, del Belice terremotato, di Palermo e, salendo la penisola, ci fermeremo a Caserta.
Coma dalla Valle del Belice, con l’unica donna del trio.
Carola Susani “L’infanzia è un terremoto” Laterza euro 9 (in realtà, scontato euro 7,20)
Mi aspettavo qualcosa più vicino al titolo, una narrazione dell’infanzia all’interno di un evento traumatico come fu il terremoto del 14/01/68 nella Valle del Belice. In realtà, viene fuori un disegno molto più ampio. Che prende sì, lo spunto da quella starna infanzia dove a 4 anni ci si trapianta da Marostica a Partanna. E a poco a poco vengono fuori momenti episodi, in fondo ricostruzione di una vita che per coincidenze prende strade diverse da quelle pensate. Sotto la grande ala di quel momento di possibilità scatenato dal ’68. Ne escono fuori bozzetti di disegno (non parlerei di ritratti) della gente che passò di lì. Danilo Dolci un po’ defilato. Lorenzo Barbera che prende strada e si pone al centro delle attività. Ma anche i genitori di Carola, prima attratti dalla grande utopia del fare e poi in un certo senso schiacciati. Anche se sono andati avanti e ne hanno fatta di strada. Non è un saggio, quindi non ci si aspetta una disamina rigorosa del perché e del percome, ma dei mostri ne vengono fuori. Uno, sempre e su tutti, l’arroganza del potere, vuoi di quello istituzionale, vuoi di quello mafioso. È bello vedere poi che quei semi, fatti della partecipazione (Gaber?) qualche frutto l’hanno dato. Su tutti la legge sull’obiezione di coscienza. A me ha fatto fare un salto di 40 anni indietro, quando nell’estate dl ’69 incontrai la valle per la prima volta. La visita a Dolci con papà. Ed un ripasso di tante cose sfiorite nella nostra storia familiare. Il CEPAS, dove stava anche papà, e dove negli anni ’60 passarono molti studenti che poi di strade atre ne hanno fatte (Fofi). E l’MLS (Movimento dei Lavoratori per il Socialismo) e tutte quelle schegge di movimento che poi confluirono nel’avventura della Sinistra Indipendente. Ma a parte il piacere di leggere cose di famiglia, mi rimane un grazie a Carola per aver tratteggiato, senza paura, anche se tremando, l’epopea di chi (e furono tanti) decise di mettersi in prima persona, non a parlare, ma a fare. E sul serio.
“avevo gli anfibi, ma la protezione che danno i miei anfibi è un’apparenza, hanno un buco invisibile, se finisco dentro a una pozzanghera imbarco acqua”
Carola Susani è nata a Marostica (Vicenza) nel 1965 (1 ottobre!). Nel 1995 è uscito il suo primo romanzo, “Il libro di Teresa” (Giunti), nel 1998 “La terra dei dinosauri” (Feltrinelli). Con Feltrinelli ha inoltre pubblicato i romanzi per ragazzi “Il licantropo” (2002) e “Cola Pesce” (2004) (questo lo devo dire a Rosa). Nel 2005 per Gaffi è uscito “Rospo”, raccolta di due radiodrammi. Ha collaborato alla rivista di Palermo Perap e a Linea d’ombra, e fa parte della redazione di Nuovi Argomenti. Nel 2006 minimum fax ha pubblicato la sua raccolta di racconti “Pecore vive”, finalista al Premio Strega 2007. 
Rimanendo in Sicilia, torno ad uno scrittore di cui ho già letto e parlato.
Roberto Alajmo “Palermo è una cipolla” Laterza euro 9 (in realtà, scontato 7,20 €)
Come dovrebbe essere una guida che dà il senso della città. Alti e bassi, a volte qualche compiacimento, ma restituisce il senso di Palermo senza cadere in banalismi. Certo, c’è un po’ di compiacimento nell’immaginare di fare da Cicerone ad uno di “fuori”, che viene qui nella città del Sud pieno di “idee fisse”. E se ne deve liberare. Per assaporare la città, il suo centro, le sue eccentricità. Il teatro Massimo e la Vucciria. Il Duomo di Monreale (come non farci un salto) e la Cattedrale. Ma soprattutto, la Kalsa con tutto il nuovo che ne è venuto e che potrebbe venire. Per finire un po’ defilati sulla spiaggia di Mondello. L’inizio, poi, è ben coinvolgente, con quel giro dall’aeroporto al centro, passando per Capaci e la morte di Falcone. Ma anche guardando le tante case non finite lungo il lungomare. Esempio mirabile del modo di arrangiarsi di qui. Non dimentichiamo poi i sapori, gli arancini dell’Orto Botanico (e chi l’ha mangiati ne sa qualcosa) ed un pranzo di meuza (maritata o no) con pane e panelle nella Piazza San Francesco. Da leggere in controcanto con la Caserta di Pascale, di cui parlo sotto. Certo diversi i luoghi e le possibilità, ma quanto di eguale nel porsi, nell’essere. Tornare allora a Palermo, e perché no, girare meglio il Sud.
Finisco il giro d’Italia a Caserta.
Antonio Pascale “La città distratta” Einaudi euro 8,26 (in realtà, scontato 6,61 €)
La prima lunga parte su Caserta è interessante e piena di spunti. Gli altri due capitoli mi sembrano un’aggiunta per allungare il brodo (solo alcuni punti sulle code sulla Domiziana, forse). E sebbene si parli e si parli di Caserta, la città è quasi uno spunto per poi parlare del Sud. Che poi non è che uno spunto per parlare di italiani. Si procede per immagini, seguendo un percorso circolare che parte dai marocchini che vendono sigarette di contrabbando per terminare, dopo un lungo giro ancora con le sigarette. Ogni tappa è così scandita approfondendo un carattere, un esempio, un modo di essere. Che ne fanno una fotografia del modo di essere di molti: l’insofferenza verso l’extra-comunitario che viene a “sudare” in Italia, ma anche il bisogno di lavoratori che facciano cose cui l’italiano benestante rifugge. Partendo dalla città, così arroccata intorno alla Reggia ma così scialba, con un bel discorso sociologico tra centro e periferia. Per poi passare in provincia, alla ricerca di una mitica ed introvabile Villa Literno. E le strade. Ed il bar con il caffè pagato. E gli arrivisti. E le ragazze che prima lottano e poi si rassegnano. Con quella frase ricorrente, di fronte ai problemi della vita, che recita, si lo so questo è un problema, ma i veri problemi sono altri. Si vede la passione di Pascale per la sua terra, ed ho gradito il saggio di sociologia minimale che poi alla fine si rivela una guida al senso più che ai luoghi della città.
“avendo quel pomeriggio, accidentalmente, scelto di essere nessuno, adesso non potrà più sperare di diventare qualcuno” (120)
“quelle ragazze … hanno creduto nella primavera e nella vitalità, finché un giorno si sono accorte che la primavera ha la stessa luce dell’autunno” (123)
“il territorio che la Domiziana delimita è stato dichiarato dall’ONU uno dei tre esempi di maggiore devastazione ambientale al mondo. Caso unico in Italia … presenta il fenomeno della subsidenza, ovvero la terra frana sotto il livello del mare” (150)
Infine, essendo la prima trama del mese, vi riporto i libri di aprile, e la lettura incalza.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
1
Erik Orsenna
La grammaire est une chanson douce
Le Livre de Poche
5,50
2
Stieg Larsson
La ragazza che giocava con il fuoco
Marsilio
21,50
3
Javier Cercas
Soldati di Salamina
Guanda
8
4
Penelope Lively
Incontro in Egitto
TEA
8,60
5
Alessandro Perissinotto
Treno 8017
Sellerio
10
6
Francesco Berto
La logica da zero a Gödel
Laterza
8
7
Jonathan Lethem
Brooklyn senza madre
Il Saggiatore
9,80
8
Bruce Chatwin e Paul Theroux
Ritorno in Patagonia
Adelphi
7
9
Alice Munro
Nemico, amico, amante …
Einaudi
11,50
10
Roberto Alajmo
Palermo è una cipolla
Laterza
9
11
Erri De Luca
Il giorno prima della felicità
Feltrinelli
s.p.
12
Lothar Seiwert
La strategia dell’orso
TEA
7,50
13
Antonio Pascale
La città distratta
Einaudi
8,26
14
Francesco Ceccamea
Silenzi vietati
Avagliano editore
13
15
James Hadley Chase
Bara per due
Repubblica/ CSGM
3,90
Il caldo avanza (anche in un’estate monsonica come questa), le notti rosa passano, i viaggi si affollano all’orizzonte. Tutto andrà bene, per noi che siamo contenti.

domenica 1 gennaio 2012

Mankelliana - 28 giugno 2009

Si, questa settimana, come direbbero gli enologi, una verticale sullo scrittore svedese Henning Mankell. La sua biografia l’ho già scritta nel lontano 5 settembre 2007, ma ricordo che Mankell è uno scrittore svedese, che trascorre metà della sua vita in Mozambico (ed infatti alterna ombra e sole, freddo e luce nelle sue opere). Inoltre è genero di Ingmar Bergman, avendone sposato una figlia. Ma più che altro è anche un degno scrittore, certo principalmente di gialli, dove utilizza un po’ quel filone nordico di critica sociale inaugurato da Sjoberg e Wahloo, ma ha anche altre frecce al suo arco. Qui ho fatto un giro in tre suoi romanzi dei suoi tre filoni: il commissario Wallander, il giallo senza Wallander ed il romanzo, forse neanche tanto giallo.
Henning Mankell “La leonessa bianca” Marsilio euro 9,50
La terza inchiesta di Wallander a confronto con l’Africa e le sue paure… Bello, articolato, forse alcune parti ‘politiche’ un po’ dilatate ma, considerata l’epoca della scrittura (dieci e più anni fa), comunque giustificate. Qui in effetti, si solidifica il mito di Wallander come erede ideale del commissario Beck di Sjowall e Wahloo. È un poliziotto, indaga su morti e rapine. Ma non è isolato dal mondo. Non solo sa che la Svezia ha anche problemi sociali (e forse non è un caso che preferisca la piccola Ystad alla caotica Stoccolma), ma che i problemi sono in tutto il mondo. Già nel secondo (“I cani di Riga”) aveva avuto modo di confrontarsi con la caduta dell’impero sovietico. Qui, si accosta alla caduta del dominio bianco in Sudafrica. Velatamente, ma non tanto, criticando la posizione finto neutrale della Svezia, che poi ospita killer di transito, lì dove i controlli di passaggi frontalieri sono inesistenti. Comincia come giallo cittadino (una donna scomparsa) poi si complica ad intrigo internazionale (con l’incombere della presenza forte di Victor il killer nero che uccide consigliato dagli spiriti dei suoi antenati). Tenacia e occhi aperti (ma anche un po’ di fortuna), portano Wallander a risolvere l’intreccio, anche se poi il giallo si stempera. Ma forti sono anche le pagine di Città del Capo, con la nascente solidarietà tra boeri dell’ultima generazione e poliziotti neri. Tutto forse imbevuto delle lunghe permanenze mozambicane. Vodka svedese per tutti (ma di quella fatta in quel particolare modo in giro per il mondo; qualcuno la ricorda?)
“nel mio paese [il Sudafrica n.m.] esistono grandi parchi naturali dove gli animali sono lasciati in pace. Contemporaneamente, abbiamo dei grandi parchi per esseri umani dove quelli che ci vivono sono costantemente molestati. Per questo, nel mio paese, gli animali vivono meglio degli esseri umani”
“’Non sempre si può capire… una storia è un viaggio che non ha mai fine.’ ‘forse questa è la differenza fra noi due … Io sono abituato e mi aspetto che ogni storia abbia una fine. Per te, una buona storia non finisce mai‘”
Henning Mankell “Il ritorno del maestro di danza” SuperPocket euro 5,90
Un Mankell senza Wallander! Ero molto preoccupato del possibile esito di una tale prova. Tutto sommato devo dire un buon risultato, scorrevole nonostante la mole. Tra lui e Larsson, comunque, quanti si occupano dei nazisti in Svezia!! Il meccanismo giallo si intorbida un po’ e, leggendo bene le righe, già si capisce il perché (anche se non il mistero) delle due morti. Poi da buon giallista attento al vivere quotidiano, Mankell non ci fa mancare anche un po’ di umanità, con il poliziotto con il tumore sulla lingua che deve entrare in terapia. In fondo è una grande stagione per il giallo nordico. La riscoperta si Sjowall e Wahloo, Mankell, Larsson, il ritorno della Merklund, e via discorrendo. Per una via svedese al giallo che, quasi in tutte le opere, affronta anche i problemi quotidiani, il vivere giornaliero. Con un po’ di sana critica sociale, senza mai cadere di tono. Tornando al maestro di danza, mi ha colpito questo insistere sul fenomeno nazista in molti scritti svedesi. Si sente quasi un’eco di elementi non risolti. Come dice anche qui, fu un periodo di esteriore neutralità, ma di interiore dibattito, con molte scivolate verso una collaborazione, mai poi sfociata al sole. Mi è piaciuta la figura dell’argentino, che scoprirete leggendo il libro, piena di contraddizioni, ma guidata nel fondo da un’idea. E qui termino, lasciando una riflessione su quanto una coerenza di vita possa determinare tutta l’esistenza delle persone. Forse dovremmo cercare tutti di essere quanto meno coerenti.
Henning Mankell “Scarpe italiane” SuperPocket euro 5,90
Il terzo volto di Mankell, quello senza Wallander e senza gialli. Mi è piaciuto e di molto, forse perché tutti sentiamo delle morti che si avvicinano o perché l’ho letto d’un fiato il giorno del compleanno del mio fu padre? O forse anche perché a più di sessanta anni, il protagonista scopre una parte del suo passato che pensava non esistesse. Di una donna che l’ho amato più di quanto lui amasse se stesso. Di una figlia, lui che non pensava di aver generato progenie. Qui non abbiamo quindi misteri da risolvere (anche se le parole di copertina cercano sempre di sfruttare il successo degli altri suoi libri), se non uno, grande. Come e perché continuare a vivere. Se lo domanda Frederik, dopo aver commesso un errore che un chirurgo non deve commettere. E crede di risolverlo andando a fare l’eremita su di una sperduta isoletta svedese (qualche eco del suocero e delle sue isole?). Ma la vita, se vuole raggiungerti, lo fa. Anche lì, in mezzo ai ghiacci. Frederik si lascia un po’ travolgere, sembra una bottiglia sballottata dai flutti. È un classico esempio di noi maschi che messi di fronte a delle domande, molte volte non avendo risposta, cerchiamo di far finta di essere onesti, di far finta di dire quello che ci sembra la verità, e che un po’ ci giustifica. Quando non si ha la risposta, quanto sarebbe bello avere il coraggio di dire “Non lo so!”. Alla fine è come aver bevuto uno dopo l’altro una decina di bicchiere di Vodka svedese (di cui prima o poi narrerò le particolarità, a chi le vuol sapere) che sembra non averti fatto nulla. Ma come ti alzi, sei senza gambe ed ubriaco come un marinaio (svedese appunto). Così mi ha lasciato Mankell, alla fine non avevo più fiato.
“…guardai di sfuggita il mio viso … capelli spettinati, labbra serrate, occhi infossati. Per niente bello. … Penso di essere stato un bell’uomo da giovane, se non altro in quegli anni un buon numero di ragazze mi trovava attraente. … a un certo punto tolsi i tre specchi che erano in casa, non volevo vedermi” (39)
“Raramente le persone diventano quello che avevano pensato di diventare” (51)
“Le persone normali non esistono. … Appartengono a un’immagine distorta del mondo, quella che ci impongono i politici. Ci fanno credere che facciamo parte di un’infinita massa di normalità, senza che ci sia la possibilità, o la volontà, di considerarci individui. Si continua a parlare con insistenza di una normalità che on esiste. O forse, per certi politici, è una scusa per trattare la gente con condiscendenza” (154)
“Non avremmo mai potuto vivere insieme. Alla fine mi sarei stancata del tuo continuo origliare e rovistare le mie cose. Era come se fossi sotto la mia pelle. Mi facevi prurito. Ma ti amavo e non mi preoccupavo” (259)
“Tu non sei mai stato una brava persona… Sei sempre sfuggito alle tue responsabilità. Non diventerai mai buono. Ma forse potrai migliorare” (259)
“Le nostre vite sono state quello che sono state. Presto morirò. .. poi anche tu te ne andrai. Allora la traccia sarà cancellata. La luce ha brillato fra due grandi oscurità” (268)
Mentre si è passato con onore l’esame a Bruxelles, ora ci avviciniamo ad un inizio d’estate da meditazione. Preparazione del viaggio medio - orientale d’agosto e luglio di riflessione. Buon caldo a tutti.