giovedì 12 gennaio 2012

Si, viaggiare… - 11 ottobre 2009


evitando le buche più dure….
Un saluto al vecchio Lucio, e, visto che ci si avviva versi viaggi dicembrini, prendiamo in mano qualche libro di viaggio tra gli ultimi letti. Da una parte il grande Bruce con i due libri patagonici uniti da un grande filo di continuità, dall’altra un libro che nasceva sotto le migliori intenzioni (per me) ma che mi ha deluso abbastanza.
Cominciamo dal toro, che ho letto… al contrario. Prima il ritorno e poi l’andata, e poi, forse, leggerò qualcosa di Theroux.
Bruce Chatwin e Paul Theroux “Ritorno in Patagonia” Adelphi euro 7 (gratis con Feltrinelli +)
Piccolo libro, grande viaggio (mentale). Perché non è altro che, come dice il titolo, un ritorno. Bisogna aver letto In Patagonia di Chatwin e L’ultimo treno della Patagonia di Theroux e poi godersi questo duetto, che viene da una conferenza a due voci tenuta a Londra nel 1985. E mi immagino il piacere di assistere a questo florilegio patagonico, con i due che si danno il la, e si avvinghiano per ripercorrere la nascita dell’idea della Patagonia, fino alla terra attuale, sempre fatta più di assenze che di presenze. E cavalcando sulle ali delle parole, si parte da Melville, poi si fa un salto indietro fino a Pigafetta, per poi andare avanti sempre più, sino a W.H. Hudson, al nonno di Theroux. E senza dimenticare, en passant, Butch Cassidy e Sundance Kid. Viene una maledetta voglia di mettersi in moto, di camminare, di bruciare come fece Theroux 15.000 km per andare da Boston a Ishuaya… c’è anche tanta antropologia, la nascita del mito dei giganti della Terra del Fuoco. Ma soprattutto la curiosità di due menti che nulla danno per scontato. E che sono lì per ascoltare e poi ricollegare con il filo della memoria culturale che si portano dietro. Dotto ma non dottorale. Fruibile. Allora, quando si parte?
“non c’era nulla… solo il paradosso patagonico: minuscoli fiori in uno spazio immenso … non c’era un campo intermedio di studio. O l’enormità del deserto o la vista di un piccolissimo fiore. In Patagonia si deve scegliere fra il minuscolo e l’immenso” (18)
Bruce Chatwin “In Patagonia” Adelphi euro 9
IL LIBRO (sì, tutto maiuscolo) di viaggio, perché così sarebbe bello scrivere e leggere del viaggiare. Bruce parte per la Patagonia sul filo della memoria alla ricerca delle tracce di un suo antenato marinaio. E va in giro presentandoci fatti e luoghi, e personaggi, che alla fine ci sembra di conoscere. Ed ogni luogo rimanda ad una storia, che si cerca di narrare, alternando quello che si sa con qualcosa che si studia, fino alle stupende pagine su Butch Cassidy ed il mistero degli ultimi anni della sua vita. Il libro nasce da uno dei soliti elementi di casualità della vita di Bruce. Intervistando l’anziana architetta Eileen Grey, vide una mappa della Patagonia, e trovandosi entrambi appassionati, la 93 enne artista gli dice; “Vacci per me”. Nel 1974, BC arriva a Lima, e parte alla volta dell’estremo Sud, da dove tornerà 6 mesi più tardi. Con nello zaino questo taccuino denso di note, che diventerà il libro che ridefinisce la letteratura di viaggio. Nei suoi circa cento capitoletti, parla di viaggi, storia, avventura, intrecciando aneddoti, ma sempre ed in ogni caso, facendoci camminare sulla terra su cui sta camminando, ragionare con la gente con cui sta parlando. Certo, c’è sempre della fiction, e qualcuno dei passi a volte non regge ad una maggiore critica. Ma, datato o meno, è un capolavoro, e viene subito la voglia di rifare lo zaino e di partire.
“Hudson … conclude affermando che chi percorre il deserto scopre in se stesso una calma primitiva” (28)
E poi il libro deludente…
Autori Vari “Dovevo andarci” Mondadori euro 8,40 (in realtà è un prestito/regalo)
Quanto meno, perplesso. Era affascinante il sottotitolo “Scrittori in viaggio con sé stessi”. Poi si legge l’introduzione della curatrice Kate Grenville e si capisce il trucco. La curatrice vuole che gli autori parlino di un luogo dove “doveva andare” lo scrittore, per un pellegrinaggio, vero o fantastico, verso qualcosa che faccia vibrare delle corde. Ma delle corde sue, che a noi il più delle volte toccano poco. Ne nascono alcuni racconti sopportabili, ma la maggior parte mi ha lasciato freddo. Forse perché la maggior parte degli autori mi era (ed è tuttora) sconosciuta, quindi non se ne può apprezzare fino in fondo il pellegrinaggio. Se un Hemingway mi parlasse di un suo pellegrinaggio che so ad Aigües Mortes, io lo capirei meglio. Così cerco di farmi piacere la descrizione di qualche luogo. Ma anche lì, son luoghi dell’autore, che raramente riesce a condividerli con il lettore. Tutt’altra pasta un’Australia di Chatwin. Certo, rimangono nella mente alcuni spunti da approfondire: cos’è successo alla spedizione Franklin che cercava il Passaggio a Nord-Ovest? Qual è la storia di Iñigo principe di Navarra? Chi era il samurai indipendente Miyamoto Musashi e qual è la differenza tra Iaido e Aikido? Piccolo inciso su questo punto, il pezzo sulla spada mi ha fatto riflettere sui racconti di Rosa e le sue arti marziali. Ma alla fine è tutta un’operazione molto anglo-sassone, anzi direi di più, molto canadese, che purtroppo fa un po’ acqua da tutte le parti (ed attenti che lì si ghiaccia presto).
“non ha importanza, in fondo, dove tu ti trovi, fin tanto che con te sono la memoria del primo amore, o la presenza improvvisa di una fragranza condivisa, la melodia di una vecchia canzone, il gusto della prima zuppa di cipolle. Trovati un posto vero e viviti la vita” (63)
“[da Kafavis citato percorrendo la Burma Road] Se per Itaca volgi il tuo viaggio / fa voti che ti sia lunga la via” (170)
Non credo che mi metterò a cercare notizie sugli autori. Personalmente, posso dire che conosco (e qualcosa ho letto qui e là) Nuruddin Farah, Douglas Coupland, Margaret Atwood e Roddy Doyle (quello di Commitments, bellissimo). Mentre mi sono illustremente ignoti (ma spero che qualcuno di voi ne sappia) la curatrice Kate Grenville, e poi Michael Collins, Gail Singer, Ivan Klima, Katherine Govier, Vijay Nambisan, Nino Ricci (è un canadese, non è italiano), Joy Kagawa, Andrew Greig, Wendy Law-Yone e Mark Kurlansky.
Non si riesce ancora ad organizzare praticamente nulla di concreto e si continua ad essere sospesi. Su messanger ho detto che si ritorna sulla terra. Ma non ci si può rimanere a lungo. Intanto si fanno ancora ed ancora auguri alle bilance compleanniche (uno in particolare e lei sa perchè), ed almeno, nell’attesa, si pensa a girare un po’. Chissà dove ci porta…

mercoledì 11 gennaio 2012

Quant’è bella l’avventura - 04 ottobre 2009

Anche se poi non lo è tanto! Cioè, una settimana dedicata a libri di avventura, di cosiddetti “maestri di genere”, che nella mia voracità onnivora continuo a leggere ed a seguire, anche lì dove meno efficaci si fanno i loro mestieri. Da una parte, Cussler che tanti anni fa comincia a leggere con le avventure di Dirk Pitt, piacevole connubio di avventure, descrizione di luoghi ed intrecci di interesse. Dall’altro l’epigono italiano dei tempi greco-romani, quel Valerio Massimo Manfredi che mi incuriosì con quel bellissimo saggio sul Mare Greco, al tempo della mia passione braudeliana verso il Mediterraneo, ma che nel tempo si è incartato sempre più in momenti best-selleriani. Comunque ne ho letto e ve ne parlo. L’americano, intanto (più palesemente del nostro Camilleri) ormai non ce la fa a scrivere da solo e presta il suo nome a co-edizioni non sempre di livello. Questa volta mi sono letto due co-edizioni.
Clive Cussler e Paul Kemprecos “Morte bianca” TEA euro 8,60
Minore, ma di molto. Cussler, nella saga con protagonista Dirk Pitt, riesce quasi sempre a tirar fuori un prodotto abbastanza dignitoso. Un qualche problema (generalmente che affonda le radici nel passato, anche remoto) che porta a qualche situazione di crisi per il mondo attuale. Pitt, con la gente ormai collaudata della NUMA, risolve al meglio la questione, possibilmente con contorno di belle donne. Meno nelle ultime puntate, dove trova l’amore e due figli che ne proseguono le gesta. Qui siamo in una saga parallela, i personaggi della NUMA sono gli stessi, meno Pitt e Giordino. Però Kurt Austin lo fa rimpiangere alla grande: non ne ha la classe, ma solo il fascino sulle donne. La storia è classica: una caravella basca fugge l’inquisizione durante il 1500 e finisce nei ghiacci del Nord. I cattivoni al giorno d’oggi cercano di sabotare il mercato alimentare immettendo pesce geneticamente modificato (dopo averlo brevettato, e qui si potrebbe aprire una parentesi bella lunga, anche perché, stando alle ultime notizie, il pesce d’allevamento ormai domina il mercato, e indoviniamo chi ci sarà dietro…). Austin cerca di “salvare il mondo”, ma solo l’aiuto dei discendenti dei baschi di cui alla caravella permette di volgere in positivo la vicenda. Tutto però senza molto mordente. Forse si può portare al mare, ma quando si ha tanto ma tanto tempo e nessuna voglia di attivare i nostri due neuroni.
Clive Cussler e Craig Dirgo “L’oro dei Lama” TEA euro 8,90 (in realtà, scontato euro 7,12)
Minore, anch’esso, ma forse un po’ meno del precedente. Certo, anche qui manca Dirk Pitt, e si sente. Lo schema generale è più o meno quello precedente, solo che la NUMA qui viene rimpiazzata da una non meglio identificata Corporation (una NUMA tesa al profitto, ma con degli ideali, o almeno con delle punte). E questi scompensi (che imputo alla mano dell’aiutante Craig Dirgo) si sentono. L’episodio cubano è molto “appiccicato” e tutto è pervaso da un filo americanismo acritico non sempre presente nel Cussler classico. La storia di base è come detto classica: durante la fuga del Dalai Lama dal Tibet si perde un Buddha d’oro. Tra trafficanti di droga, magnati del software ed aste varie, salta fuori. Ma la Corporation è in agguato. Ed in accordo con la Cia inscena una sequenza degna del miglior James Bond nella cittadina di Macao. Non c’è un vero nemico, né forse un vero amico, ma gli “eroi” alla fine riescono nell’intento iniziale (che non svelo) facendo un buon profitto, ed adombrando scenari economicamente interessanti ma non approfonditi (la Cina rampante, il petrolio mancante, ed altre amenità). Forse qui i neuroni possono salire a quattro, anche perché, rispetto al precedente, almeno le scene movimentate hanno un po’ di mordente. Manca però del tutto il lato “glamour” alla Dirk Pitt. E me ne dispiace. (ma il Tibet….)
Passiamo invece al nostro epigono.
Valerio Massimo Manfredi “Le paludi di Esperia” Mondadori euro 6
Un Manfredi d’annata (1994) e quindi ancora piacevole da leggere (le ultime prove non mi avevano convinto). Anche se… anche se qualcosa già si intoppa. Forse la voglia di dire tanto e di affrontare grandi temi, quando il meglio (per me) era nell’affrontare la storia dall’ottica del piccolo uomo che comunque partecipa alle cose. Qui l’idea di base è anche carina: partire dalla fine della Guerra di Troia, e seguire, in parallelo, le vicende dei principi Achei e le loro sventure nel ritorno a casa. Dalla morte di Agamennone, al rifugiarsi di Menelao in Egitto, alla lotta mortale tra il figlio ed il padre di Achille, dalle peripezie in Adriatico e nella penisola italica del buon Diomede alla catarsi di Oreste ed Elettra. Con accenni di comparsa di qualche buon troiano (Andromaca in Epiro ed anche Enea nel Lazio). Dal punto di vista storico, mi sembra un po’ spinto il grande periplo di Diomede, che sembra arrivare sino al Po, risalirlo, e scendere la penisola fino ad incontrare Enea. Bella la catarsi della lotta tra i due, finalmente risolta in un reciproco riconoscimento. Mi sembrava ricordare Diomede arrivasse in Puglia e lì rimanesse. Ma in questo modo si da conto di bande di barbari che scendono dal Nord, portando le loro spade di ferro con cui tranceranno i fili dell’età del bronzo. Bella anche se di facile e scontato esito la lotta tra Oreste e Pirro. Infine, di interesse gossip-storico l’annodarsi dei fili per trovare i veri motivi dei 10 anni di guerra. Una donna? Sembra puerile. Forse poteri economici è meglio. Ed ancor meglio, poteri magici e talismani per combattere i nemici. Rimane irrisolto cosa ci sia nelle paludi del delta del Po (un po’ di fanta-storia non guasta). Poco infine mi piace il modo finto - omerico di narrare la storia. Meglio come detto un basso profilo. Omero è Omero e non è Manfredi.
Infine, essendo la prima trama del mese di ottobre, vi riporto i libri letti in luglio (ancora un mese di intense letture).
#
Autore
Titolo
Editore
Euro
1
Valerio Massimo Manfredi
Le paludi di Hesperia
Mondadori
6
2
João Paolo Cuenca
Una giornata Mastroianni
Cavallo di Ferro
12,50
3
Nagib Mahfuz
Karnak Café
Newton Compton
9,90
4
A cura di Alberto Prunetti
L’arte della fuga
Stampa Alternativa
10
5
Giuseppe Cederna
Il grande viaggio
Feltrinelli
7,50
6
Mignon Good Eberhart
Breve ritorno
Repubblica/CSGM
3,90
7
Jean-Pierre Bastid & Jean-Patrick Manchette
Laissez bronzer les cadavres
Folio Policier
5,80
8
Chuck Palahniuk
Fight Club
Mondadori
s.p.
9
Clive Cussler & Craig Dirgo
L’oro dei Lama
TEA
8,90
10
Andrea Vitali
Olive comprese
RL libri
5,90
11
Aharon Appelfeld
Badenheim 1939
Guanda
13,50
12
Stefano Malatesta
Il cammello battriano
Neri Pozza
13,50
13
J.M.G. Le Clézio
Le procés-verbal
Folio
s.p.
14
Efraim Medina Reyes
C’era una volta l’amore ma ho dovuto ammazzarlo
Feltrinelli
s.p.
15
Maj Sjowall & Per Wahloo
L’uomo che andò in fumo
Sellerio
13
Cominciato è anche il mese di ottobre, si corre sempre più velocemente verso la fine di questo anno piacevolmente sette - ripartito, per arrivare al prossimo doppio (qualcuno spiega l’arcano?). Non si riesce ad organizzare praticamente nulla di concreto e si continua ad essere sospesi. Su messanger ho detto che si ritorna sulla terra. Ma non ci si può rimanere a lungo.

martedì 10 gennaio 2012

Hic Salvabimus optime… - 27 settembre 2009

Anche se mi sa che il mio latino è arrugginito (e non solo il mio latino), ma serve per entrare in argomento: una scorpacciata di Camilleri, anche se non ho ancora letto l’ultimo (o tra poco gli ultimi, che il prolifico autore ormai sembra sfornare a ritmo incalzante, quasi volesse cercare di capire se muore prima lui o Salvo). Ed una scorpacciata gratuita, tra un gradito regalo natalizio di Ferdinando (e tanti ancora auguri a Luca), uno di mamma ed uno di Feltrinelli, tre Montalbani al prezzo di nessuno.
Cominciamo dal regalo di mamma.
Andrea Camilleri “Il campo del vasaio” Sellerio s.p.
Meglio delle ultime prove di Montalbano. Qui siamo di fronte ad una storia un po’ meglio delineata. C’è un piccolo giallo (non perché non ci sia un morto, ma perché è di poco peso nell’economia del testo). C’è il mondo siciliano del ragusano che impazza (e sempre con gli occhi si va su e giù per Scicli e la sua marina, quando si accompagna Salvo nei suoi giri). C’è il complesso micro-cosmo della vita di Montalbano: Catarella ed i suoi strafalcioni, Fazio ed i suoi pizzini, Augello e le sue donne (anche ora che è sposato con prole), l’assente presenza di Livia e la presenza assente di Ingrid. Ma soprattutto, c’è lui il nostro Salvo che a poco a poco incanutisce, anche se forse non ha capelli grigi (e neanche capelli), perché il tempo passa per tutti. Ed allora, visto che non si trova una spalla degna di lui, il buon Camilleri fa in modo che Salvo in qualche maniera si sdoppi, e cominci a ragionare con sé stesso, non solo come fan tutti all’interno della propria testa, ma propria come se ci fosse un Salvo - bis con cui dialogare, ed a cui, come qui succede, scrivere lettere per cercare di spiegare e di spiegarci cosa sta accadendo nella storia. Questa mi sembra in fondo la trovata più interessante. Il giallo poi, com’è d’uso, si risolve con i buoni che tirano un sospiro, anche quando non sono proprio buoni al 100%. Quello che rimane è il dialogo tra Salvi, tanto che ci si aspetta un prossimo romanzo in cui ci si basi solo sul dialogo-scontro fra le diverse anime del commissario, senza fare intervenire elementi esterni che, oramai, disturbano un poco.
Proseguiamo con un Ferdinando (anche se d’annata.)
Andrea Camilleri “La paura di Montalbano” Mondadori s.p. (regalo di Ferdinando)
Qui si torna sul classico, anche se alcuni dei racconti lunghi devono far parte anche di qualche altra antologia, perché mi sanno di noto. Bene che non ci sia troppo Mimì che un po’ ha rotto. Molto bene il pezzo con Catarella e la sua umanità. Solite le schermaglie con Livia (ma lasciarsi, mai?). L’operazione è datata, l’antologia è uscita sette – otto anni fa, ma come ho detto, tirando fuori il Montalbano classico, si va sul sicuro e si legge. Certo, si legge un po’ come quelle storie tipo favola che gli anziani raccontano ai bambini. Si sa già molto, si aspetta che Salvo apra il frigorifero e trovi la cena preparata da Angelina. Si aspetta che guardi una bella femmina immaginandosi chissà… si aspetta che Fazio tiri fuori i suoi pizzini. E via discorrendo. È in fondo il sapore delle cose note, che hanno lasciato in bocca un buon ricordo, e che non deludono, se le si (ri-)legge. Da qui Camilleri si andrà un po’ involvendo, lasciando forse ad altri lo scritto fluente, che solo nelle ultime prove, con quell’invenzione di provare a fare di Montalbano un  alter ego di sé stesso ha ripreso a volare in quota. Ci si domanda sempre, alla fine, che fine farà il commissario. I grandi scrittori di gialli, bene o male, sono purtroppo morti prima dei loro personaggi. Auguri che non sia così per Camilleri.
E finiamo con uno degli ultimi, in cui raccomando soltanto di leggere con attenzione la mia traduzione della sparata sull’età.
Andrea Camilleri “L’età del dubbio” Sellerio euro 13 (in realtà gratis con Feltrinelli +)
Questo, si ricollega al primo della triade, con Salvo che invecchia, e questa volta si interroga sulle femmine e sul suo rapporto con loro. La storia è un po’ un contorno, anche se ha una sua piccola nuova dignità rispetto alle ultime un po’ mosce. Un traffico internazionale di diamanti, un morto con i documenti falsi, ed altre situazioni da “polizia verace”. Il tutto condito dai soliti personaggi, a volta un po’ più caricati (il questore Lattes ormai da solo fastidio con la sua irreale irragionevolezza, il patologo sembra ormai troppo insistere sul suo solipsismo) ma di buon condimento alla storia vera, che non è altro che la biografia di un uomo che invecchia. Vero Camilleri? Purtroppo la tua età non può che portarti a questi ragionamenti, ed è giusto e corretto (come il brano da me tradotto dal siciliano e riportato in calce), ed è questa la vera storia. Salvo passa i cinquanta, il rapporto con Livia ormai è giunto alle ultime battute, e lui si dibatte tra l’essere un uomo solo, che invecchia pensando ai piaceri della tavola, o un uomo con i suoi alti e bassi, capace di solitudini e compagnie, ma quanto poi mediate dalla necessità di sentirsi giovane? O vivo? O entrambe le cose? Non è che accettandosi si fanno danni, basta (e questa può essere la via per non intorcinare viepiù le prossime prove) cercare di capire il sé stesso di ora, che non è e non può essere il sé stesso di 10, 20 anni fa, ma che è sempre il sé stesso. Bella riflessione. Parliamone ancora. Comunque, alla fine Salvo risolve l’ingarbugliata matassa, e forse (ma non si capisce ancora) sarà solo Laura a pagarne le spese. Alla prossima.
“gli era piaciuta assai a prima vista, aveva provato con emozione, quasi con commozione, qualche cosa che gli era capitata solo negli anni della giovinezza. … Probabilmente succeda a tanti … passata la cinquantina. Che era? Era un disperato, e inutile, tentativo di sentirsi giovane, come se quel sentimento potesse cancellare gli anni. Ed era proprio questo che confondeva le acque, perché uno non capiva più a distinguere se questo era un sentimento vero, autentico, o se era falso, artificiale, perché nasceva appunto dall’illusione di poter tornare indietro nel tempo. ... E … gli aveva detto che provava per lui la stessa attrazione. E come aveva reagito? Si era sentito allo stesso tempo impaurito e felice. Felice perché la ragazza lo amava o perché era riuscito, alla sua età, di fare innamorare una ragazza? C’era una bella differenza tra le due cose. Ed essere impaurito per le conseguenze, non poteva significare che l’intensità di quel sentimento era così bassa da permettergli ancora di ragionare? In amore, la ragione o si dimette o va in aspettativa. Se invece esiste, è presente, ti obbliga a considerare i lati negativi del rapporto, può significare che non è vero amore” (148-149, traduzione mia)
Finisce settembre, a Soriano tra poco cominciano le castagne, e ci si dovrà ben andare per festeggiare un po’. Il resto ristagna, in attesa di trovare una meta sicura per il Capodanno e per il resto.

lunedì 9 gennaio 2012

Douce France… - 20 settembre 2009


Souvenir de mon enfance…. Questa settimana torniamo ancora fuori d’Italia, e lo facciamo celebrando un passaggio francese che ci sta sempre bene (se ne riparlerà) e dedicandolo ad alcuni libri che ho letto in originale (come quando posso tento ancora di fare). Un libro strano, favola immaginaria, di un paese dedicato alle parole. E due libri primi. Uno di ormai ottanta anni fa dedicato al revival Nemirovsky ed uno di quasi cinquanta dove ho cercato (ma non credo di esserci riuscito) di farmi piacere l’ultimo Nobel.
Cominciamo allora con la favola.
Érik Orsenna « La grammaire est une chanson douce «  Le Livre de Poche euro 5,50
Ho cercato qualcosa di Orsenna dopo aver letto la recensione di un suo libro che parlava della sindrome dell’andanza (quella che ti/mi spinge ad andare sempre alla ricerca di …). Non l’ho trovato, ma ho trovato questo libricino illustrato. E mi ha ripagato. So anche che il libro è stato pubblicato in Italia da Salani, ma no so quanto renda, essendo tutto basato sulla grammatica francese. E con delle illustrazioni veramente belle. Con tono scherzoso, immedesimandosi nella protagonista (Jeanne), l’accademico di Francia ci fa fare un tour di base sulla struttura della grammatica francese, inventandosi un’isola meravigliosa con negozi che vendono parole, un municipio per i matrimoni tra sostantivi e aggettivi, un ospedale per le parole malate e una fabbrica per costruire le frasi, con distributori automatici di articoli e orologi a pendolo che con un’inventiva impagabile prendono i verbi all’infinito e li trasformano nei tempi che vuoi tu. E riesce ad appassionare, a far nascere l’amore per la costruzione della frase (la tirata iniziale sulle favole di La Fontaine è di una bellezza unica). Riuscendo nel contempo a dare stoccate sane alla struttura scolastica moderna, che pensa che i bambini di 10 anni debbano essere dei linguisti. No, e son d’accordo con lui, i ragazzi devono soltanto leggere e scrivere, imparando ad assaporare il linguaggio, ad esserne rapiti. Ora mi aspetto dei seguiti, soprattutto sui verbi e sulle eccezioni. Per ora, una dolce carrellata, che mi fa nascere la curiosità di come sarebbe un libro analogo per l’italiano.
Torniamo allora sul revival della scrittrice francese morta ad Auschwitz con il suo primo libro.
Irène Némirovsky « David Golder » Le Livre de Poche euro 5,50
Questo va trattato diverso dagli altri che ho letto di lei, perché l’ho letto in lingua e perché è il primo romanzo, scritto a 26 anni. Dopo aver letto molto della tardiva scoperta editoriale (e dopo aver letto il suo corposo inedito) ho deciso di leggere questo suo primo testo pubblicato nella lingua da lei usata per scrivere anche se non era la sua nativa. I temi classici della Némirovsky ci sono già tutti: il mondo dei fuorusciti russi (sia di prima che dopo la rivoluzione), i rapporti umani complessi (l’incapacità di essere genitori), il rapporto (molto ebreo, se vogliamo) con il denaro. In questa parabola che penso abbia molto colpito, essendo uscita nel ’29 dove forse poco ci si domandava se era giusto sacrificare tutto per avere ricchezze. Dove i grandi speculatori non sembrava potessero avere sentimenti alle spalle. Tutto era bello e luccicante, in questo mondo un po’ alla Grande Gatsby, dove le fortune nascono e spariscono sull’orlo di una mano di carte. Dove si passa da sordide vie parigine ad assolati party a Biarritz. Una parabola giocata sulla lama della morte. Lì dove Golder ad un certo punto pare domandarsi a quale pro rovinarsi la salute. Per una moglie che pensa solo ai gioielli? Per una figlia che pensa solo a macchine ed amanti? Per sé stesso, ma se poi ti viene un infarto in treno, che ci farai di tutti quei soldi? Ha un grande attimo di sospensione, dove manda tutto a monte, rovesciando i canoni usuali. Poi … poi si potrà mai resistere ad uno sguardo triste di una figlia? Forse no. La storia al solito non è ricchissima, ma ben trattati i vari personaggi. Gli affaristi, i dandy, le principesse in rovina, e via con la fauna del demi-monde. Con questo messaggio, duro, cattivo: che vi affannate a fare? Il vostro mondo prima o poi crollerà, e vi ritroverete soli, poveri e senza affetti. Allora scegliete e portate avanti solo qualcosa che vi rimarrà, e per sempre.
“remontèrent au hasard une rue … la rue Vielle-du-Temple… ici, à côté, dans la rue des Rosiers, il y a un petit restaurant juif »
E finiamo con il non da me tanto amato premio Nobel.
Jean Marie Gustave Le Clézio “Le procés-verbal” Folio s.p. (regalo di Alessandra)
Il primo libro, pubblicato all’età di 23 anni e 4 mesi! Non mi ha convinto, scritto da un giovane Jean Marie Gustave, in una lingua semplice ma efficace, in un tentativo di dar vita a qualcosa di nuovo, ma che (sarà l’età dello scrittore, sarà l’averlo letto ora a distanza di tanto tempo dalla scrittura) non sembra veramente riuscito. L’idea di base è di dar voce ad un alienato che si auto-emargina dalla società, di vederne l’andare a fondo, molto spesso in soggettiva piuttosto che in oggettiva. Facendo cogliere l’allucinante normalità che può avere il percorso mentale di qualcuno che perde o sta perdendo il filo organico dei propri pensieri. Anche perché soggettivamente questo filo sembra (è) sempre logico e coerente. E sempre soggettivamente non ci si può rendere conto di essere pazzi. Questo è forse il messaggio più forte del libro del premio Nobel dello scorso anno. Per il resto, a parte la possibile ilarità che suscita in noi l’eroe del romanzo che di cognome fa Pollo, non è che mi ha colpito più di tanto. Pollo, infatti, che di nome fa Adam (quasi un rimando al primo uomo?) scegli di auto-emarginarsi in una calda estate nel sud della Francia. Inizia guardando la vita di fuori, contemplando il paesaggio, e poi gira per i caffè, le spiagge, le strade, si accompagna con Michelle. Cerca, forzatamente, di vivere. Tanto da scendere per strada e concionare con intelligenza la folla. Tanto che viene arrestato, portato in un ospedale psichiatrico, ed alla fine, a forza di voler vivere, diviene veramente folle e viene respinto ed emarginato dalla società. Ma questo è il para-testo, mentre ne leggevo mi veniva solo un po’ di fastidio (soprattutto nella descrizione dell’omicidio del topo).
Intanto si chiudono alcuni fronti estivi aperti, anche se cerco ancora molte foto del viaggio, e si aprono quelli invernali: dove si andrà? Si andrà? Per ora solo idee e possibilità. Chiudo con un pensiero di auguri alle mie amiche in partenza, per tanti posti lontani, nello spazio e nel tempo. 

domenica 8 gennaio 2012

Si torna in Scandinavia - 13 settembre 2009


Visto che non sono ancora riuscito ad organizzare un giro verso il grande Nord, la lettura della giallista norvegese, mi consente di chiudere il trio di trame cominciato a dicembre 08 e di cui non si vedeva la fine. Sì perché oltre ad avere il mio sistema di lettura (che fortunatamente pochi conoscono) ho anche la pazienza di ordinare le trame in terzetti affini, magari lasciandone decantare alcune per mesi (tanto non hanno scadenza). Così, dalla prima lettura di Sjowall e Wahloo di dieci mesi fa non riuscivo a trovare un terzo elemento. Ora ci sta, nell’omogeneità non solo logistica, ma di affinità di intenti: l’uso del poliziesco per mettere a nudo elementi contraddittori della società in cui si vive.
Ricominciamo quindi con la coppia svedese (sperando che prima o poi Sellerio decida di finire la pubblicazione dei dieci romanzi del commissario Beck).
Maj Sjowall e Per Wahloo “Omicidio al Savoy” Sellerio euro 14 (in realtà gratis con Feltrinelli+)
Questa è la sesta inchiesta del commissario Beck, su cui non torno per spiegare l’idea, bella e foriera di bei romanzi, della coppia svedese di usare per primi il romanzo giallo come descrizione e critica della società. Intanto comincia con i punti negativi, per cui, ad esempio, non si capisce perché la seconda inchiesta sia stata saltata. Secondo, la coppia aveva deciso programmaticamente di pubblicare 10 libri. Così ha fatto, e che poi poco dopo Wahloo sia morto non intacca l’idea di base. Venendo al contesto, poi, i primi tre dovevano essere molto legati al giallo in quanto tale, e gli altri a poco a poco iniziare a criticare il falso mondo socialdemocrazia svedese. Questo è già su questa riga, ma lo fa con poco spessore. Si c’è un omicidio, nelle balle sale dell’Hotel Savoy a Malmoe, c’è un morto che più capitalista e sfruttatore di così non si può. Non solo, è anche un trafficante internazionale che fa affari con nazioni che allora (inizio anni ’70) erano al bando della società (Rhodesia, Mozambico, Portogallo). Questo rende il tutto molto datato e privo di sprint, che inutilmente si cerca di ravvivare con un prologo di Camilleri, il loro ricopritore (che come ricorderanno i miei fedeli lettori, in un suo romanzo fa leggere a Montalbano il primo libro di Beck, Roseanna). I caratteri si approfondiscono. I poliziotti di contorno, non pedine, ma poliziotti veri, prendono il loro posto. L’alter-ego di Beck, l’ex-moglie del poliziotto che rideva morto un paio di libri prima, i due imbranati pattugliatori che sempre peggio combinano disastri. Ma la storia si avvia verso la soluzione senza sussulti, senza neanche che il lettore sia invitato a capire perché si va verso quel finale. In conclusione un libro di scrittura godibile, ma di resa discutibile. Un salmone con troppo aneto, per i gusti di noi del Sud.
Dopo 6 mesi ho quindi affrontato la seconda (in ordine cronologico) inchiesta del commissario.
Maj Sjowall e Per Wahloo “L’uomo che andò in fumo” Sellerio euro 13 (in realtà gratis con Feltrinelli+)
Questa, invece, pubblicata per ultima (almeno per ora) è la seconda inchiesta di Martin Beck. Vogliamo tornare sulle scelte assurde dell’industria editoriale italiana? Forse sarebbe meglio stendere un pietoso velo di silenzio, tuttavia una buona parte dei piaceri di storie seriali si perdono andando avanti e indietro nel tempo. Qui ad esempio, incontriamo di sfuggita due poliziotti di pattuglia che ritroveremo più avanti nelle storie e ben più imbranati. Ed anche i personaggi-poliziotti hanno alcuni caratteri poco accentuati e verranno precisati più avanti. Tra l’altro, essendo al secondo libro, nella genesi della storia, è ancora una storia più poliziesca che sociale. C’è un più o meno giallo con la scomparsa di un giornalista beone e attaccabrighe. Il buon Martin costretto a rinunciare alle vacanze per seguire il caso (e solo più avanti vedremo quali guasti questo può portare). Il solito commissario straniero prima burbero poi si scopre efficiente ed empatico. E visto che gran parte del romanzo si svolge a Budapest anche un po’ di critica a quel paese allora al di là della cortina, noto (allora?) soprattutto per le donne di facili costumi. Visto che siamo alla metà degli anni sessanta, poi, qualche chicca di contorno come il fumare sugli aeroplani(!). Qui si apprezza il lato “umano” della polizia, questo seguire le indagini e mostrare che i poliziotti sono umani, i loro percorsi mentali seguono binari non fantastici per cui si trovano soluzioni miracolose. Ma routine, scambi, accumuli e qualcuno che riesce a far funzionare i suoi due neuroni. Quando nel suo albergo sul fiume Martin non sa che pesci pigliare, vediamo proprio questo: ci sono momenti nelle indagini in cui non si sa cosa fare. E quest’opera di umanizzare la polizia, compito dei primi tre libri della serie, è ben impostata. La conclusione poi, pur senza grandi fuochi pirotecnici, è anch’essa plausibile e oserei dire normale. Insomma, sempre leggibili, a parte la nota iniziale di biasimo. Speriamo ora che si decidano a pubblicare la settima, l’ottava e la decima storia.
Quindi ho divorato nell’ultima settimana le più di quattrocento pagine della norvegese.
Anne Holt “Quello che ti meriti” Einaudi euro 12 (in realtà scontato 8,40 euro)
All’inizio mi è sembrato un po’ duro da ingranare. E poi era già pieno di elementi dolenti: rapimenti di bambini, mamma con figlia autistica (o quasi). Poi dopo la metà prende quota, ed a parte un elemento un po’ macchinoso del sottofinale, la parte conclusiva è scoppiettante, piena di ritmo, di inventiva, e di quasi tutte le spiegazioni necessarie. La Holt è comunque un personaggio interessante, omosessuale con figlia, avvocato ed ex Ministro della Giustizia. Scriveva prima di entrare in politica ed ha continuato dopo. Come narrato ben si inserisce nel filone scandinavo – sociale, alla Sjowal e Whaloo, perché ce ne sono di spunti critici sul (mal-) vivere moderno. Uno su tutti la ricerca parallela della soluzione ad uno che, se fossi un patito della TV, chiamerei “Cold Case”. Uno stupro di bimba avvenuto una cinquantina di anni prima, ma il cui allora colpevole ha tutta l’aria di essere innocente. È lì un po’ di altarini sul malfunzionamento di un certo tipo di giustizia e di potere vengono presi di mira. Inoltre, come per gli svedesi, i personaggi sono in realtà persone, che vivono e si muovono nel loro quotidiano, senza quelle dosi di singolarità che in genere hanno i personaggi dei polizieschi. Vik è separata dal marito perché le loro visioni del mondo non erano sincrone. Stubø ha sofferto una grave perdita ma continua a tirare avanti. Alvhild sta per morire, ma continua a pensare alla verità. Aksel troverà alla fine il modo di riprendere a dormire sereno, facendo tutti gli sforzi per dare serenità anche ad Eva. E così via. Muovendosi per questa normale Norvegia degli anni ’90, cominciando con quell’ondata di crimini che colpiscono bambini, rapiti e uccisi. Senza tracce e senza una ripetitività che lasci presagire un serial killer. Ma Vik intuisce, anche se non scopre, che deve esserci un legame. E poi… . Insomma, buona la scrittura, anche se come detto stentava a decollare. Buona in fin dei conti la trama, anche se l’incidente d’auto che scatena tutte le soluzioni lo trovo un po’ macchinoso. Sono indeciso se leggere d’altro (anche se della Holt lessi negli anni ’90 il suo primo libro “Sete di giustizia” uscito per una benemerita collana della Hobby&Work dedicata agli autori europei di gialli, contro il solito strapotere della letteratura anglosassone).
Ed ora via in una settimana di passaggio tra la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno, tra le prossime partenze per il Qatar, i ritorni compleannicoli da Abu Dhabi e qualche racconto egiziano, nell’attesa di pensare/organizzare qualcosa per questa fine dell’anno che poi si avvicina a grandi passi.

sabato 7 gennaio 2012

Viaggi (ovviamente…) - 06 settembre 2009


Alla ripresa dopo la pausa di Agosto, non si poteva che tornare a parlare di viaggi, anche se qui forse solo un libro è di “viaggio” in senso stretto. C’è chi come Augé utilizza un luogo per il suo simbolo filmico, chi utilizza film per cercare di placare l’angoscioso vivere. Solo il buon premio Nobel, di cui continuo a domandarmi i motivi, parla realmente di un altrove, anche se è un altrove che ha segnato tutta la sua infanzia.
Cominciamo allora con il maestro dei non-luoghi.
Marc Augé “Casablanca” Bollati Boringhieri euro 9 (in realtà, scontato 7,20 euro)
Augé usa il film per fare un “montaggio di ricordi”, e questo ritorno alla Francia, o meglio a Parigi, suscita il montaggio dei miei di ricordi, dalle stazioni ai treni, dal Metro alle strade. Bello è questo paragone con il film, e soprattutto con Casablanca, rimando (consapevole o meno) alle vicende interne della famiglia Augé. L’antropologo gira intorno ai suoi fenomeni familiari, studiandoli come in un microscopio. Dolce il rapporto fino alla fine con la madre, aspro fin dall’inizio quello con l’amato-odiato padre, duro fino allo scontro quello con lo zio epigoni dei militarismi familiari. Pieno di grandi immagini nella memoria, quell’andare al Cinema ed immergersi nel film, nelle storie e nelle giovinezze degli attori. Certo, a me rimanda anche tante altre cose, gli arrivi alla Gare de Lyon, i giri in Bretagna, la scoperta del Pére-Lachaise, il quartiere latino ed i suoi cinemini, la zona dietro la Sorbona (ma anche l’isola, l’Istituto del Mondo Arabo e via narrando). Infondo molto intimo, ma l’ho letto di cuore e di corsa, pensando ad altro. Da riflessione, poi, l’accenno al non poter ripercorrere la propria vita: si è fatto, si è vissuto, si va avanti, come dice Marc, contenti o tristi. Ma sempre avanti. E pur tirando fuori tanto, anche dal film, non mi rimanda la “mia” frase di Rick, che sul primo finale, dice ad Ilsa “se non salirai su quell’aereo, lo rimpiangerai. Forse non oggi, forse non domani, ma presto e per il resto della tua vita”. Ed allora saliamoci senza rimpianti!
“il  miracolo del cinema sta nel fatto che ci impone l’evidenza fisica di eroi che conservano la loro giovinezza, mentre noi invecchiamo” (54)
“l’ultima volta che ho ucciso … mio padre è un po’ di anni fa, quando ho raggiunto e poi superato l’età che aveva quando è morto” (55)
“il cinema … [è] l’occasione di un incontro. È un’altra ragione per la quale non amo molto i DVD. Avere un film sottomano … è come uccidere il caso” (61)
“abbiamo tutti un giorno o l’altro la sensazione che la vita avrebbe potuto essere diversa, ma che comunque continua. … ci possiamo allora sentire o molto liberi o molto soli” (64)
“mi piace la Gare Montparnasse… mi piace l’odore delle stazioni” (70)
“il treno … era un notturno. Chiudevamo ermeticamente le tende. Solo una lucina dipinta di blu diffondeva nello scompartimento … una parvenza di luce” (71)
“mia madre camminava con difficoltà, ma non rinunciava alle sue passeggiate… conosceva come le sue tasche i percorsi degli autobus … ma non ha mai rinunciato a fare la spesa al supermercato di rue Monge o al mercato di place Maubert” (79)
“è inconcepibile… immaginare un seguito a Casablanca… perché è impossibile, nella vita, ritornare al passato. Non si può risalire il corso della vita” (82)
“ogni ritorno nei luoghi del [proprio] sogno iniziale è per forza di cose deludente … poiché impone la prova di un impossibile ritorno a sé” (83)
Di Silvano Agosti, a parte i film di cui alla biografia, rimarrò sempre grato per aver aperto e mantenuto fino ad ora con le unghie e con i denti, una delle più piccole sale cinematografiche romane (l’Azzurro Scipioni) dove fortunatamente si continuano a proiettare film di qualità, senza badare soltanto alla cassetta. Qui ovviamente si parla di questo suo primo libro-epistolario.
Silvano Agosti “Lettere dalla Kirghisia” L’immagine euro 10 (in realtà, scontato 8 euro)
Direi giudizio sospeso. Che cos’è? Racconto, immaginazione, epistolario? O più semplicemente, utopia (nel senso proprio del termine, un nessun luogo ma possibile)? Di Agosti avevo apprezzato l’opera cinematografica, discontinua ma coerente. Ma soprattutto, lo sforzo di mantenere in piedi una piccola sala di cinema, indipendente sino all’ultimo rigo. Qui invece si cimenta con questa finzione, usando lettere per parlare di un sogno, di un posto che forse non c’è ma sarebbe bello ci fosse. La costruzione è coerente, un posto dove si lavora tutti mettendo al centro l’altro da sé e non il profitto in sé. Dove viene bandita la violenza. Dove si elimina l’ipocrisia. Dove si impara giocando, e condividendo. Tutto bello, in fondo quasi realizzabile. Ma… ma il resto? Sembra, portato alle estreme conseguenze, il nocciolo del pensiero di Trotskij. Non può esistere il comunismo in un solo paese, perché, facendo scontro con il diverso dovrebbe scendere a compromessi e non potrebbe essere più comunismo. Non può esistere l’utopia di Agosti in un solo paese, a meno di scontare un isolamento che alla lunga porterebbe a dover fare compromessi e via discorrendo. Comunque lasciateci l’illusione che si possa vivere in modo “dis-alienato”. Lasciateci l’idea che siano possibili isole di Kirghisia all’interno del mondo che, per dirla con Lezama Lima, “è sporco e alieno”.
“… con noi o senza di noi /verrà il tramonto / e sarà magnifico … (poeta kirghiso)” (87)
“… se decideranno di condividere la vita, si offriranno reciprocamente la loro libertà e non la loro dipendenza” (117)
Finiamo con l’immeritato Nobel.
Jean Marie Gustave Le Clézio “L’africano” Instar euro 10 (in realtà, scontato 8 euro)
Meglio del libro ambientato in Oceania che lessi ad inizio anno. Non eccelso ma più partecipato. Aspetto sempre di leggere i suoi primi scritti che gli valsero la notorietà che lo ha portato ora al Nobel. Qui c’è tuttavia molto, perché in Africa l’autore c’ha passato alcuni lunghi anni (credo dagli 8 ai 14) al seguito del padre, medico itinerante tra il Camerun e la Nigeria. E si sente questa partecipazione, sia perché le immagini che restituisce sono le sue vissute, anche se con gli occhi di un bambino, che gioca con le termiti e corre spensierato tra l’erba alta. Belle anche le foto d’epoca del suo archivio privato. Poi, da leggere e meditare, il rapporto con questo strano padre, fuggito (o fatto andar via) dalle isole Mauritius, approdato in Francia e messo a studiare medicina in Inghilterra. Un tipo poco incline al rispetto delle forme, per cui preferisce, ad un comodo posto in ospedale, un incarico di missione, prima nella Guyana, e poi in Africa. Lo immaginiamo, con quegli occhialetti tondi, la faccia che ricorda Joyce, e la durezza che si deve sviluppare per poter vivere in un ambiente quanto meno ostico, se non ostile. Immaginiamo anche il grande amore per la moglie, che lo segue in questa vita faticosa (siamo negli anni ’30). Per poi tornare brevemente in Francia per far nascere Jean Marie, e trovarsi bloccata lì, per più di 5 anni a causa della II^ Guerra Mondiale. Alcune pagine scivolano via, o mordono, altre sono di una forza unica. Come la stupenda sintesi del genocidio biafrano in meno di dieci righe. Sarà perché ci s’ha il Mal d’Africa, ma questo almeno l’ho letto con piacere. L’Oceania è lontana invece. Sarà anche magica, ma non mi emoziona (ancora).
“Era troppo tardi, il tempo non torna indietro, neanche nei sogni” (46)
“Nessun ritratto, nessuna foto potranno mai sostituire gli occhi di un uomo che, giorno dopo giorno, osserva la luce cambiare sul viso della donna che ama, che spia ogni fugace scintilla nello sguardo di suo figlio” (97)
Infine, essendo la prima trama del mese di settembre, vi riporto i libri di giugno (molti anche se non tanti).
#
Autore
Titolo
Editore
Euro
1
Omar Di Monopoli
Uomini e Cani
ISBN
s.p.
2
Derek Walcott
Mappa del Nuovo Mondo
Adelphi
9,50
3
Edgar Wallace
L’uomo dai due corpi
Repubblica/CSGM
3,90
4
Maurizio de Giovanni
Il posto di ognuno
Fandango
14
5
Jean-Patrick Manchette
Morgue pleine
Folio
5,30
6
Henning Mankell
Scarpe italiane
RL libri
5,90
7
J.M.G. Le Clézio
L’africano
Instar
10
8
Ugo Cornia
Le pratiche del disgusto
Sellerio
9
9
Irene Nemirovsky
Suite francese
Adelphi
s.p.
10
Carlo Lucarelli
Navi a perdere
VerdeNero
10
11
Licia Troisi
I dannati di Malva
VerdeNero
10
12
John Dickson Carr
Il giudice è accusato
Repubblica/CSGM
3,90
13
Enrico Luceri
Il mio volto è uno specchio
Mondadori
3,90
14
Niccolò Ammaniti
Come Dio comanda
Noir Repubblica
7,90
Insomma, come dicevano i Righeira, l’Estate sta finendo, ma forse continuerà il periodo d’oro e di sole. In fondo, contrariamente a molte aspettative, sono tornato da Gerusalemme senza ridere e senza piangere. Ho mangiato di nuovo l’insalata al Petit fer à Cheval. Forse tutto va avanti, anche se vedo le nuvole laggiù.