martedì 10 aprile 2012

Altri gialli seriali - 16 gennaio 2011

Approfittando della mia scarsa vena innovativa del momento, anche questa settimana torniamo a dei gialli, anche se di altro tipo. Gialli seriali, perché i protagonisti fanno parte di diversi libri dei loro autori, e mi piace seguirli e vederli evolvere. Ogni volta è come ritrovare vecchi amici. Alcuni sempre immutati nel piacere di ritrovarli, come Hieronymus Bosch detto Harry o l’ispettore Lynely, altri un po’ invecchiati e forse un po’ esauriti nelle cariche di piacevolezza, come Arkady Renko.
Cominciamo allora da Bosch e da Connelly (di cui avevo parlato nel primo episodio nell’aprile 09).
Michael Connelly “Ghiaccio nero” Piemme euro 10,50 (in realtà, scontato euro 9,35)
[in: 23/04/2010 – out: 23/09/2010]

La seconda avventura di Harry Bosch. Gradevole, anche perché mi aspetto di sentire suonare quel sassofono, suono sempre annunciato e che mai arriva. Si va precisando il carattere del detective solitario, anche lui alieno ai giochi di potere (come un po’ il primo Montalbano), ma qui in America queste cose te le fanno pagare, e visto che nel primo libro si era alienato i vertici della Squadra Omicidi per fare di testa sua, ora lo troviamo degradato a fare il poliziotto da pattuglia, di quelli che vanno in giro per Los Angeles ad arrabattarsi sui crimini minori. Ma quando nel suo turno di lavoro, scopre la morte di un collega, col quale aveva parlato di casi da risolvere e che gli era rimasto in mente per quella sua aria un po’ stralunata (che si scoprirà dovuto ad un complesso di problemi, dal divorzio ad altri legati al ruolo di poliziotto antidroga) non riesce a tirarsi indietro. O forse non vuole. Nasce così un bel percorso di indagine, dove troviamo tanti ingredienti ben dosati e miscelati. Droga. Lotta di potere tra cartelli hawaiani e mafiosi messicani. Immigrazione clandestina. Lotte di potere ai vertici delle diverse squadre anti-crimine. La Omicidi contro l’Antidroga, l’Antisofisticazioni contro le Squadre Speciali. Connelly ci guida per mano anche nei meandri dove nasce il malessere dei messicani di confine, che devono trovare il modo di uscire fuori dalla melma, e molte volte (spesso) l’unico modo è violando la legge. Sempre presente questa nota dolente della difficoltà di vivere. Delle scelte difficili. Dei rapporti tra padri e figli (sia lui che il morto sono stati abbandonati da piccoli dai rispettivi padri). E dei rapporti con le donne. Bosch è un solitario, ma ce lo immaginiamo se non bello, piacente, tanto che ha la sua buona razione di avventure galanti. Ma la sua lotta solitaria e perdente contro l’ingiustizia continua a portarla avanti. Forse non tutto andrà come sarebbe bello andasse. Ma Bosch dipana la matassa, fa scontare il fio a qualche poliziotto corrotto, e tutti i tasselli alla fine avranno un posto dove collocarsi. E non è poco. Certo, un po’ lunga e fuori contesto la lunga battaglia dell’Antidroga contro i contrabbandieri, che risente ancora del passato “guerresco – vietnamita”, ma ci può stare, nel complesso del romanzo. Ed alla fine torniamo a cercare l’avventura seguente di questo improbabile Hieronymus "Harry" Bosch!
“Chandler: non c’è trappola più mortale di quella che ci prepariamo da soli” (47)
“La mente di Bosch sfiorò il ricordo dell’unico breve incontro che lui aveva avuto con suo padre. Un uomo vecchio e malato sul letto di morte. Bosch lo aveva perdonato di ogni secondo di cui era stato derubato. Sapeva che doveva farlo, altrimenti per il resto della sua vita avrebbe dovuto fronteggiare quel dolore inutile” (313)
“Le cose che non vuoi sapere o ricordare continuano a tormentarti” (391)

Proseguiamo con l’inglese George, anche lei un habitué di queste trame (è il quinto libro che recensisco).
Elizabeth George “Corsa verso il baratro” TEA euro 8,90 (in realtà, scontato con Feltrinelli+ 1,78 euro)
[in: 07/02/2010 – out: 27/09/2010]

Una vecchia avventura (la quinta credo su sedici titoli) dell’ispettore Lynely e del sergente Barbara. Ma anche se datata, bella, piena, con tanti fiumiciattoli che scorrono accanto al fiume principale, e tutti interessanti. Un giallo pieno, con una morte centrale, da cui parte la storia. Che ci porta dalla solita Londra all’ambiente universitario di Cambridge. E guarda caso la morta è figlia di un professore emerito dell’Università. E guarda caso a Cambridge sta vivendo un travagliato momento la sorella della persona di cui si è innamorato l’ispettore. E guarda caso il professore emerito è anche divorziato e fino a poco prima la bella Elena viveva con la madre. E guarda caso bisogna lavorare in trasferta ed il sergente Barbara ha problemi a lasciare sola la madre affetta da Alzheimer. E guarda caso sempre il nostro professore ha una travolgente storia d’amore con una pittrice che, guarda caso, scopre il cadavere di Elena. E guarda caso, una studentessa potrebbe avere elementi chiarificatori delle modalità della morte, ma è presa da altri e personali problemi (una rovente storia d’amore con un’altra studentessa). E guarda caso, per finire, Elena è sorda, ma bella e disinvolta. Quanti ruscelli abbiamo scatenato? Il problema dei figli dei divorziati (sia dal punto di vista dei figli che dei genitori). Il problema del gretto ambiente universitario. Il problema del rapporto con una madre malata. Il problema dell’atteggiamento della comunità dei normalmente abili verso i diversamente abili (e viceversa). Il problema della perdita di creatività da parte di un’artista a fronte di un amore che riempie la vita. Il problema di chi si innamora e non può fare a meno di e di chi ha paura di innamorarsi. Il problema di gestire figli piccoli quando entrambi i genitori hanno promettenti carriere di fronte a loro (sacrificarsi? Uno, entrambi? Trovare una via mediana?). Il problema di come vivere la propria sessualità e di comprenderla e dell’egoismo che a volte (spesso?) c’è dietro i rapporti amorosi. L’abile Elizabeth riesce a non perdersi dietro a tutti questi ruscelli, costruisce piccole dighe d’arginamento, ne fa confluire alcuni, ma, soprattutto, porta al mare della risoluzione il fiume principale. Con qualche cattiveria (anche verso il lettore, facendogli credere e non credere, vedere e non vedere). Ma alla fine delle quasi 500 pagine tutto si risolve (o almeno va verso una soluzione). Una bella atmosfera, una lettura dignitosa, assaporando tutte le possibili gamme di tè e di tisane della provincia londinese. Nota finale: preferivo il primo titolo dell’edizione italiana del 1993, mutuato dall’inglese “For the sake of Helena” (che giocava duplicemente anche con l’amore dell’ispettore anche lei di nome Helena) rispetto a questa “Corsa verso il baratro” che mi lascia perplesso, molto perplesso.
“ – Quella donna le ha dato la vita. – Non sono stata io a chiederlo. – No. Ma ci si sente sempre responsabili verso chi ci ha dato qualcosa. Qual è la scelta migliore da fare? … E la scelta migliore è anche quella giusta oppure si tratta solo di una comoda fuga?” (41) 
“Era la classica situazione che si veniva a creare dopo un divorzio … Una situazione del genere richiede un abile equilibrio fra esigenze disparate, di modo che, anche se un matrimonio finisce, gli ex partner possano costruirsi una vita più produttiva e i figli non subire danni irreparabili” (190)

Finiamo con quello che più mi ha deluso, e che avevo lasciato (forse a ragione) da molti anni.
Martin Cruz Smith “Lupo mangia cane” Noir Repubblica euro 7,90
[in: 04/08/2010 – out: 13/11/2010]

Beh, siamo sul brutto spinto. Faticoso, lungo, con una trama che a volte ammicca, quasi ambisce ad alti voli, ma che non decolla mai. Erano molti anni che non tornavo a leggere di Arkady Renko, di cui mi era rimasto favorevolmente impresso il primo romanzo di Cruz Smith, quel Gorky Park degno del successo avuto. Lo scrittore ne ha fatti altri, intorno al poliziotto onesto in un mondo prima strano, poi crollato, poi decisamente mafioso. Ne lessi qualcosa senza troppi ricordi. Ora ritorna nella collana che mi ostino a seguire, ma che è tra le più deboli tra quelle proposte da Repubblica. E mi domando perché mi ostino (certo l’amore per il poliziesco, l’intreccio, è una cosa che lascia sempre il suo segno). Dato che questo libro è ad uno dei punti più bassi sia della collana, sia delle mie letture. Non fino al punto, Pennac docet, di abbandonarlo, ma certo trascina dolo per giorni e giorni, sperando magari in qualche illuminazione, che purtroppo non avviene. Ci sono magnati russi, che si sono arricchiti certo non in modo pulito, che stranamente muoiono. Suicidi, uccisioni. Mosca decadente. Polizia corrotta. Poi… si cambia scenario, e ci si immerge per tre quarti del libro nell’atmosfera mefitica di Chernobyl. Che poi è la vera trama del libro. L’angoscia individuale e collettiva del disastro del 26 aprile 1986. Ma è un’angoscia vista da un americano che, per quanto bravo, rimane sempre uno spettatore altro rispetto al disastro e dal modo di viverlo della gente che in quei giorni, in quegli anni viveva sul posto. Quindi intesse una descrizione di un mondo “alla moda fantascientifica”, con paludi, cesio, decontaminatori, atmosfere cupe, ladruncoli e ladroni, contadini di ottanta anni che tornano sui loro posti natii, dottori che cercano di salvare il salvabile. Intanto la trama scorre, ma senza sorprese. Ci si aspetta già una fine come poi puntualmente avviene. Si pensa solo ad immaginare se tutti i buoni si salveranno, o, come è più reale, non ci sono tanti salvati, ma tutti che ne escono con delle ferite, più o meno profonde. Il buon Renko si muove dentro tutto ciò, con la forza delle sue idee di correttezza e giustizia, che avranno buon fine s’è detto. Poi c’è la dottoressa Eva, l’unica con un po’ di sole e di ombre. Il mafioso ebreo-americano Hoffmann che rompe le scatole per tutto il libro, ma di cui poco ci importa. Il ricercatore Alex, oppresso dalla figura paterna. Ed ogni tanto compare l’adolescente Zenhya, un po’ autistico, un po’ giocatore di scacchi, abbastanza simpatico (almeno a me) ma non si capisce cosa ci faccia in tutta questa storia. Insomma, un tentativo di descrivere qualcosa che magari si è studiato a fondo, ma non vissuto di persona, e nonostante la bravura dello scrittore, che non si riesce a rendere vivo sulle pagine. Speriamo che il prossimo anno, la serie di Noir di Repubblica ci riservi uscite migliori.
Come detto altrove e in precedenti trame, altra settimana cruciale si annuncia all’orizzonte. Un obiettivo su tutti: la scadenza ufficiale dei miei rapporti con i vari progetti. Si rinnoveranno? Si chiuderanno? Comunque vada, sono contento e prenderemo atto di quello che verrà.

lunedì 9 aprile 2012

Gialla ironia - 09 gennaio 2011

Non che proprio siano dei bei libri, neanche profondamente ironici, ma i primi due (opera di due scrittori ben oltre i settanta anni) hanno dei pigli ironicheggianti (anche se poi il primo risulta datato come scrittura) ed il terzo mi è caro come continuazione delle imprese dell’ispettore Archibugi nella Roma dei primi anni post-papalini (intorno al 1875 più o meno). Sono comunque gialli italiani, un filone che come si sa, da sempre seguo con interesse. Ripeto, salverei il solo Pietroselli, ma intanto sono utili compagni per viaggi in treno.
Cominciamo da Donati, ariete del ’33, ben altrimenti noto come sceneggiatore.
Sergio Donati “Il sepolcro di carta” Mondadori euro 4,20
[in: 05/02/2010 – out: 08/05/2010]

Una rivisitazione “ironica” dei gialli americani anni ’50? Night-club, ricatti, belle pupe, giornalisti che sanno tutto, poliziotti che arrancano. Forse un po’ troppo fine a sé stesso, ma con qualche ideuzza finale che un pochino riscatta il piattume del resto. Fortunatamente, si legge d’un fiato e non lascia molti sedimenti dietro di sé. Ma poi mi si ribalta tutto, perché cercando notizie scopro che il libro è stato scritto nel ’56 da quel tal Sergio Donati che ha fatto poi cose più egregie, dedicandosi alla sceneggiatura, e diventando la mano feconda di Sergio Leone in molti rimarchevoli film (da Il buono, il brutto, il cattivo a C’era una volta il West). Qui, Donati ancora non venticinquenne, si cimenta quindi con il giallo americano, quello prima della decadenza di Chandler, ancora immerso nelle atmosfere post-belliche alle Piers Marlowe. Ma seppur la penna scorre, l’autore non ha la facilità né il sorriso dei gangster americani. Il giornalista che mette in moto la valanga che travolgerà tutto è simpatico, ma niente di più. Il buono è buono e non si capisce che ci stia a fare. La bella è come al solito (e non c’è bisogno di scomodare Il falcone maltese) un po’ finta ingenua un po’ doppiogiochista. Insomma niente di nuovo sotto il sole. Anzi, ora che so il dato della data (mi sembra di fare il verso a Pinketts) perde ancora qualche punto. L’unica consolazione è appunto quel paio di idee per finali e sottofinali, che sono le uniche note un tantino innovative anche per l’epoca. E non ve le dico (forse se me le chiedete con gentilezza...). Per fortuna c’è un piccolo saggio in coda al romanzo, che ho letto con più allegria di tutto il romanzo. Scritto anch’esso da un più cinematografico che letterario Claudio Farina, campiona alcuni esempi di ironia nel giallo. Ed in poche e brevi pagine ci fa “ironicamente” sorridere tra Arsenio Lupin (il primo ovviamente), Lemmy Caution ed alcune righe di Fruttero e Lucentini. Viene voglia di prendere questi esempi, di rileggerli e di tirarsi fuori dalla finta ironia di Donati. Perché qui si voleva sottolineare l’ipotetica ironia del romanzo, che, ripeto, è solo triste. Ma per trovare quel vero sguardo sarcastico e dissacrante che tende a decostruire le atmosfere cupe, ripenso allo sguardo di Cary Grant in “Intrigo Internazionale” di Hitchcock, e mi riappacifico con il mondo.
Nel mescolare dei generi, continuiamo con Arruga, gemello del ’37, anche lui altrimenti noto per la sua attività base di musicologo, e qui con un divertimento un po’ melomane.
Lorenzo Arruga “Suite Algérienne” Mondadori euro 4,20
[in: 21/01/2010 – out: 25/12/2010]

Ho impiegato quasi un ano per convincermi a leggerlo, e mentre lo leggevo ho avuto più volte la sensazione del déjà vu. Non è niente di entusiasmante, ma è un gradevole passatempo, ad esempio per questo Natale un po’ in toni bassi. Ci sono alcuni personaggi da bel voto: sicuramente Carlone detto Charlie, il poliziotto in pensione (forse per questo mi sta simpatico?) che si ricicla come detective per una radio privata dedicata alla musica classica, ma soprattutto ha il dono di saper disegnare persone e facce (e servirà alla soluzione del mistero); e poi la segretaria Eleonora, un po’ svagata, ma con il tic delle citazioni, una per ogni occasione, ma in ordine alfabetico (se ieri si cita Giuditta oggi si passa a Hugo e domani a Ionesco…). La storia invece è banalotta e un po’ stantia. Un morto ritrovato in una custodia di contrabbasso, un’orchestrale di fila che muore, un direttore d’orchestra rampante che scompare, la responsabile della radio bella e ricca, l’altro direttore tedesco ed invidioso. Un cocktail abbastanza interessante. Ma poi ne esce fuori un beverone classico, tipo un Negroni con molto gin, forse anche buono, ma senza sapori di novità. La storia scorre senza sussulti e si arriva all’ovvia conclusione che tutti si aspettava fin dall’inizio. Ma negli alti e bassi che si citavano, si inserisce la vena natia di Arruga, ben altrimenti noto come musicologo, ed in particolare esperto di operistica. Ora, tutti sanno che sul cantato ho delle difficoltà, ma apprezzo le sue citazioni colte ed alcuni dietro le quinte sapientemente sparsi (non ultime le incisioni storiche che il buon Charlie tiene in ufficio). Quello che più ho gradito (e che sono andato a cercare subito in rete) è la Suite del titolo, pezzo musicale fin ad ora a me ignoto, di cui è autore un francese di poca fama, ma di interessanti brani. Sono così andato a trovare Camille Saint-Saëns e questa piccola suite, che mi ha riportato alla mente le visioni di Algeri, soprattutto nel movimento dedicato a Blidah. Tuttavia così si divaga un po’, e per tornare allo scritto, ribadisco il giudizio limitativo che ne davo all’inizio. La cosa che più mi ha lasciato perplesso, è che mentre ne leggevo mi tornava alla mente, come se ne avessi già sfogliato le pagine, e ne avessi rimosso la lettura. O forse mi rimandava ad altri testi che usavano scenari ed atmosfere simili? Non sono riuscito a sciogliere il dilemma. Certo il libro è stato parcheggiato un bel po’ in libreria, ma l’impressione era proprio di aver letto qualcosa di simile altrove. Ma ricerche accurate non mi hanno fatto fare passi avanti. Rimaniamo così, un po’ sospesi in attesa di chiudere questo stanco 2010.
“Anche nel fare l’amore … quel vizio di esclamare alla fine ‘anche questa è fatta’ … ancora adesso al pensiero gli pesava un poco” (92)
E terminiamo con la terza puntata (ed ho già narrato delle prime due) dedicata alla Roma del ’76 (1800, ovvio).
Massimo Pietroselli “L’affare Testa di Morto” Mondadori euro 4,20
[in: 06/10/2010 – out: 30/12/2010]

Finiamo questo turbolento anno con lettura distensiva, a tratti divertenti. Ritrovo con piacere le atmosfere della Roma ottocentesca di Pietroselli, con gli ispettori Corrado Archibugi e Onorato Quadraccia. E con una vicenda che si svolge tutta (o buona parte) intorno a casa mia. Tra Castel Sant’Angelo e lo Spirito Santo, tra piazza dell’Oro e Tor di Nona, con una puntata all’allora appena costruito Hotel Bristol di Piazza Barberini. E solo i migliori conoscitori possono godere del rinfrescarsi dell’ispettore alla fontana di Scossacavalli, dopo aver visitato il ferito all’Ospedale del Santo Spirito (perché nel 1876 la fontana non stava, come ora, davanti a Sant’Andrea della Valle, ma stava … vediamo chi lo sa!!!). Il solo rimpianto è che per metà romanzo, anche se in modo funzionale alla trama, il buon Corrado scompare. A me sta simpatico, con quella sua aria sempre un po’ problematica, ed il sigaro in bocca appena possibile. Ed ancor di più il suo innamorarsi (reciproco) della bella Lucrezia (e giovane diciottenne, lui che invece sta già sopra i trenta). Mi piace infine tutto il montaggio della storia, dove si ricostruisce in controluce (si sa, stiamo dalle parti del romanzo e non del saggio) una parte degli intrecci che vedevano la luce dopo la proclamazione dell’Unità d’Italia (e dopodomani comincia il 150°). I Borboni cacciati da Napoli e rifuggiatisi presso il Papa, i francesi a difesa del Vaticano, gli Italiani (ma qui ancora si chiamano piemontesi) a cercare il bandolo della matassa, ed i briganti a cercare di approfittare della situazione, per l’unico tornaconto di cui capiscono l’utilità: il denaro. E nasce tutto dalla comparsa di un orologio a forma di Testa di Morto (come in altro romanzo dannunziano compare ad Andrea Sperelli) appartenuto al brigante Barbazza. Da lì, come in un sano romanzo d’appendice, di quelli ottocenteschi di scuola francese, tutto si diparte. La vedovella e la ciumachella, la perpetua e il carnacciaro, l’onorevole abruzzese ed il suo fido bravo manzoniano. Ma soprattutto vien fuori l’ottimo segugio Quadraccia, ex-sbirro pontificio ora passato sotto il Re. Quello che conosce i bassifondi come le sue tasche e vi ci si muove come fosse del ramo. E fino a quando sta lì, le cose funzionano bene. Quando, per la scomparsa di Archibugi, deve “salire ai piani alti” non riesce a seguire il passo, e commette qualche errore di troppo, che sarebbe sfuggito al non presente Corrado. Tuttavia, e grazie Massimo, i fili non si perdono, le morti hanno un senso e tutti ritrovano il loro posto nella città e nella storia. Vediamo già quei fili che le altre due storie di Pietroselli avevano seminato (soprattutto quelli che porteranno al crollo della Banca Romana). Vediamo i volta-gabbana che faranno cascare il governo Minghetti (niente di nuovo sotto il sole, una volta si affossa ed una volta si salva, ma sempre lì, alla compravendita dei deputati si finisce…), dato che siamo in febbraio ed a marzo sarà Depretis a guidare il governo. Insomma, ripeto, una bella lettura distensivo-natalizia, che rilassa la mente in questi giorni convulsi forieri o prefiguratori di prossime alte vette da raggiungere. E poi, l’autore ci lascia un po’ di sospensione finale, per cui, con lui, possiamo dire, alla prossima…
Siamo già alla seconda domenica di gennaio, domani comincia ufficialmente il nuovo anno, dal punto di vista degli impegni pubblici e sociali. Lasciamoci con una bella carica per affrontare il nuovo (promettente?) anno.

giovedì 5 aprile 2012

Una befana OZiosa - 06 gennaio 2011

E dopo la prima domenica, ecco la prima festa, quest’epifania che tutte le feste si porta via. Allora prima di tutto befana, e quindi consuntivo dell’anno passato (troppo banale per Capodanno). Sui libri, ovvio. Posso dire quindi che, di tutte le volte che sono andato in libreria, ho acquistato libri 51 volte; tra libri acquistati e regalati, nell’anno passato sono entrati in libreria 178 nuovi volumi per una spesa (senza sconti) di circa 1.650 euro pari a circa 9,25 euro a volume. Nel contempo ho letto 156 libri (quindi la libreria ora a 22 libri in più) e ne ho recensiti altrettanti, così che, da quel punto di visto sono in pareggio.
Allora non sembra, dopo tutti questi numeri, un anno ozioso, ma lo diventa ora che parlo di OZ. E benché le opere lette non siano al top, posso parlare male di qualcuno nato il 4 maggio? E che decide di cambiare il suo cognome di Klausner nell’ebraico Oz (che significa forza)? E con grande forza da più di 70 anni, scrive, presenta immagini della vita della sua terra. Ma anche dei rapporti umani, ed altro. Andiamo a cominciare.
Amos Oz “Scene dalla vita di un villaggio” Feltrinelli s.p. (regalo di A.) [in: 07/08/2010 – out: 23/08/2010]
Il libro che viaggia. Perché come ogni anno ed ogni viaggio, A. mi regala un libro che mi porto dietro. In Israele fu uno spagnolo, ed ora verso il Sudafrica è la volta di un israeliano. E non di uno qualsiasi, ma di quello che, per le cose che ho letto, risulta più gradito. È di certo interessante ma meno di altre prove di Oz. Non ha la forza della “Scatola Nera” né l’intensità della storia della sua adolescenza e maturità. È una prova strana, ambientata in quel villaggio dove, in ribellione con la famiglia, va a vivere la vita del kibuttzin, e dove (come sappiamo dall’autobiografia) troverà modo di scrivere, di sposarsi, e di diventare Oz da Klausner che era nato. Ma Tel Ilan è questo ed altro. Qui nella scrittura passano momenti della vita dei cittadini, più o meno lunghi, che si intrecciano nel tessuto della vita della cittadina stessa. Ed a poco a poco, veniamo a decifrarne le vicende. Perché dal racconto più o meno in soggettiva, il successivo brano ne riprende i personaggi visti dalla nuova ottica. Il limite (per cui l’ho amato meno di altri Oz) è forse questo non concludere, questo passaggio di varie prospettive senza affondarne. Ma tutti i personaggi, direttamente o indirettamente, poi, mostrano pregi e difetti, o terribili secreti. Figli morti, mogli malate di Alzheimer, scappatelle più o meno palesi, tumori ed altri accidenti, incapacità di stare con gli altri, e per questo, mascherarsi dietro una finta allegria, incapacità di invecchiare, ed anche, brevemente, empatia per l’altro, il palestinese, che viene un po’ ombrato, ma che si intuisce presente. Per finire con la (quasi) autobiografia dello scrittore stesso e della sua, ancora, incapacità di far parte realmente della comunità che si raccoglie in casa dei Levine per cantare canzoni sacre e profane. Si capisce che Oz comprende questo modo di vita, e si intuisce che si aspetta anche qualche altra cosa. Che però non sembra venire, che però non sembra presente nelle menti di questa brava gente, timorosa di Dio, e che verso il proprio Dio rivolge tutti i suoi sforzi, fino a diventare qualcosa di alieno in questo mondo. Sembra alla fine in trasparenza adombrare questo moto di critica verso il proprio paese: è bello, giusto, “santo”, dedicare la vita al Dio che andremo ad incontrare, ma, nel frattempo, dobbiamo vivere il qui ed ora. Che è pieno anche di altro, e con il quale dobbiamo rapportarci per non rischiare di diventare alieni su questa terra. Beh, si divaga un po’ sull’onda dei pensieri, e sul ricordo di viaggi sempre felici in Terrasanta. A domani, Gerusalemme!
“Era perdutamente ma anche disperatamente innamorato, visto che lei aveva quasi il doppio dei suoi anni, oltre che un fidanzato, ed era chiaro che provava per lui solo una generosa pietà” (135)
“Magari avessi trovato il coraggio … di dirle diritto in faccia … che io e lei … siamo due anime gemelle … ma non si può rimediare al fatto che sono nato una quindicina d’anni dopo di te” (153)
“Intanto pensavo che se persino Bialik, il poeta nazionale, si domanda che cosa sia l’amore, allora noi che non siamo poeti come potremmo pretendere di conoscere la risposta a questa domanda?” (165)
Amos Oz “Michael mio” Feltrinelli euro 8 (in realtà, scontato 6 euro)
[in: 25/07/2010 – out: 30/10/2010]
Uno dei primi romanzi di Oz, strano, spiazzante (torniamo sul discorso uomo – donna – scrittore – sentimenti). Comunque, interessante prova del trentenne Amos. Perché, oltre alla vicenda privata, ci immerge sempre (come farà in altre opere) nel clima del suo Israele e della sua Gerusalemme, tanto amata e pur tanto odiata. In questa tra le prime scritture Amos si cala completamente nella figura femminile che seguiamo crescere dai venti ai trenta anni. In soggettiva, lei ci racconta del passaggio dall’infanzia a quella che dovrebbe essere la maturità, ma potrà mai esserlo? All’innamoramento totale e senza ragione con il geologo Michael, che ama, sposa, fa un figlio e rimane sempre lì, dentro e fuori la storia. In fondo, quasi una lunga lettera da un grosso punto interrogativo. Perché ho fatto tante cose, piccole, grandi, visto, letto, sognato, ed ora, a trenta anni, sto male?. Male che non conosco il mio posto nel mondo. Male perché non riesco a rapportarmi agli altri: agli amici di Michael, ai miei, ai miei parenti (soprattutto quella mia madre lontana che vive nel kibbutz e parla male l’ebraico), ai parenti di Michael. E persino con Yuri, il figlio voluto, amato, che non capisce la mia difficoltà di essere, di esprimere, la mia voglia di rispondere per invenzioni, lì dove lui, preciso e serio, figlio del serio Michael (e quanti bimbi mi ricorda) interviene, chiede, e quando termina di parlare dice “Ho finito”, così che glia altri gli possano rispondere. Non succede niente di tragico, niente di dirompente (e forse questo è il tragico) nel decennio della storia che comincia nei primi anni cinquanta, poco dopo la nascita dello stato di Israele, e termina sul limitare degli anni sessanta. Mentre lei cresce e non riesce ad uscire da questa sua, mi verrebbe ben chiamarla depressione, comunque anche Israele cresce, Gerusalemme si allarga, si intravedono i tra non molto possibili conflitti con gli arabi di là del Muro del Pianto. Personalmente, mi culla la magia di girare con Amos tra le vie della città al di fuori delle mura, tra Ben Yehuda e Mea Shearim, lungo Jaffa Road fino a fare la spesa al mercato di Mahane Yehuda. Personali viaggi nel tempo e nella mia storia. Quella della nostra innominata trascorre invece lì, Michael presente è forse più presente quando si assenta per un periodo di richiamo alle armi. E lei si incarta perché anche Michael, Michael mio tanto amato non riesce ad entrare in comunicazione con il suo dolore. Ma dolore perché? Dolore del crescere, delle speranze abbandonate, dalle illusioni, e della difficoltà del quotidiano. Certo, non è un libro allegro, ma mi ha trascinato per i sentieri della mente, cosa che sempre ringrazio quando uno scrittore ci riesce. Difficile, perché, come dicevo all’inizio, lui, uomo, si cala nel personaggio – donna. Io lo seguo, ma mi domando anche quanto del suo esprimersi riesca ad essere vicino alla sensibilità femminile (da confrontare con quanto scrissi sul primo libro della Extebarria, donna su donna). Tuttavia di buon livello (ed ha più di quaranta anni!) che mi fa ribadire il mio ritenere Oz ben degno di altri riconoscimenti (Nobel ad esempio, certo la sua scrittura mi coinvolge molto di più del poco che ho letto di Le Clézio o della Muller…). Un felafel per andare avanti.
“Scrivo questa storia perché quando ero giovane avevo una grande capacità di amare, e ora questa capacità di amare sta morendo.” (7)
“Le sue parole mi davano quel senso di tranquillità che provo dopo una siesta, la tranquillità di un risveglio al crepuscolo, quando l’aria è più dolce e io sono calma e tutto è calmo intorno a me.” (19)
“Non ho dimenticato nulla. Dimenticare significa morire. E io non voglio morire.” (56)
“Non c’è tristezza al mondo che non possa trasformarsi in una grande gioia.” (89)
“Il tempo vola sapete… Il tempo vola. Voi due vivete la vostra vita come se il tempo stesse fermo ad aspettare voi. Lasciate che vi dica che il tempo non sta fermo. Il tempo non si ferma per nessuno.” (157)
“Non voleva provocare nuovi sogni. I sogni possono essere infranti. E come conseguenza rimane la bocca amara.” (221)
Amos Oz “Fima” Feltrinelli euro 8,50 (in realtà, scontato 6,38 euro)
[in: 20/01/2010 – out: 04/11/2010]
Ci sono voluti dieci mesi per cominciare al leggerlo, quasi che ne avessi timore. Ed a ragione. Un libro che è una spada puntata sul mio egocentrismo, e che riesce (potenza della traslazione) a tirarne fuori tutto il “cattivo” che è in me. O forse il dolente, l’irrisolto. Sono passati venti anni dal mio Michele, e qui Amos si immerge nel maschile. Forse per questo lo sento meglio, lo capisco meglio. Anche se, probabilmente, lo sento e lo capisco perché Efraim detto Fima, in molti sensi, mi è uguale. Rivedo in lui tutto il concentrarsi sulla propria persona, sul proprio io, ma in quel senso dolente che fa sì non tanto che si voglia attirare tutti e tutto su di sé, quasi un narcisismo dell’egoismo, ma quel farsi per pagine e pagine dei film in testa, scordandosi che quello che succede intorno è altro, ma se quello che succede introno sapesse quanto io-Fima siamo bravi, capaci di ragionare, capaci di trovare soluzioni. Peccato che poi dalla testa esca poco. E soprattutto esca in momenti e modi sbagliati. Perché Fima saprebbe come risolvere la questione dei rapporti tra arabi ed israeliani, ma il governo fa sempre altro. Ed altro fanno gli intellettuali. E se Fima scendesse in campo saprebbero tutti dove si dovrebbe andare per aver il successo. Perché Fima conosce il nome del generale finlandese che ha fermato Stalin, ma io ho risolto prima di lui la domanda sullo stato africano con una L come seconda lettera. Perché Fima cita poeti, scrittori, fatti, personaggi. Perché è capace di fermarsi a leggere sui costumi sessuali degli eschimesi come se fosse la cosa più importante per arrivare alla fine della giornata. Perché Fima non sa cambiare le lampadine. E lascia i piatti sporchi nel lavello (lui, sfortunato, non ha la santa signora Elisabetta!). Perché ad un certo punto si trova in una stanza con una decina di amici, e gli viene in mente che è andato a letto con tutte le donne presenti nella stanza. Perché legge tre giornali. Perché è pieno di buoni consigli, ma sbaglia sempre il modo di porgerli. Perché in venticinque anni non ha avuto modo di capire fino in fondo la lettera di addio di Yael. Perché pensa che il figlio di Teddy e Yael sia “quasi” suo figlio. Perché poteva raggiungere tanti traguardi, ma ad un certo punto si è perso. E sono trenta anni che non solo non si ritrova. Ma non capisce che si deve ritrovare. Succederà qualcosa, ci sarà un po’ di quella sana agnizione che un bravo scrittore non può non mettere. Ma servirà? Cambierà? Migliorerà? Questo certo non ve lo vado a dire. Ma oltre ad un parallelo con me-lettore, più interessante è il suscitare in me un parallelo tra Fima e l’essenza stessa dell’ebreo-israeliano-intellettuale (e qualche altro aggettivo, anche se in ebraico, come in arabo, non c’è sintassi che regga un doppio stato costrutto). Si vede in controluce, l’irrisolutezza del ben pensante di sinistra, che ben saprebbe consigliare Rabin, o mettere a posto Sharon. Che sa cosa vorrebbero gli arabi. Ma che poi incontra l’ortodosso che gli regala un fiore, il soldato che gli augura un buon Sabato. E si perde nel pantano. L’Israele, come Fima, è sempre pieno di buoni propositi. Ma non riesce mai a metterli in pratica. Alla fine, questa doppia cavalcata di lettura è stata sfibrante. Perché mi fa riflettere su quello che avviene in quei posti a me comunque cari. E perché mi fa riflettere sulla cosa che di più caro ho: me stesso. Ma io dirò buona giornata lo stesso all’autista dell’autobus, e continuerò a leggere il giornale. Ed a rispondere quando mi si chiede qualcosa.
“Il suo tempo libero lo trascorreva in compagnia delle donne.” (67)
“I cherokee hanno una legge che proibisce di buttar via qualunque cosa. … Tutto quello che ti è servito una volta … non buttarlo, forse ora è lui ad avere bisogno di te.” (138)
“Fima …  decise in cuor suo che non avrebbe fatto più lo scemo in sua presenza. O in presenza di altri. D’ora in poi si sarebbe concentrato.” (258)
Ho già detto molto di Amos, anche in inizio. Ora non ci torno su. Torno sui saluti e gli auguri. Sui saluti ai miei amici che tornano in Qàtar, di quelli che sono in giro per l’Europa, e di quelli sparsi per monti e valli italiche (comprese città e spiagge).
Quest’anno da poco iniziato già mi sembra promettere. E faremo di tutto perché mantenga.

mercoledì 4 aprile 2012

Buon 2011 - 02 gennaio 2011

Iniziamo questo a prima vista ottimo anno: un numero primo (e non succedeva da otto anni), con l’inizio ufficiale di un'altra svolta della mia già molto rivoltata vita. Avviandoci a passo di carica (ma ce ne vuole ancora) verso una bella cifra tonda, accumuliamo i buoni propositi di dedicare più tempo ed energia alle cose cui tengo davvero. Ma essendo dei buoni propositi li tengo per me. Peccato solo che non si sia in giro per il mondo, che si era adusi a questi inizi altrove. Ma chissà che un inizio scarso non porti una messe abbondante. Infine, per tornare alle trame, quest’inizio contiene anche una novità che andrete scoprendo.
Intanto, ci dedichiamo ad autori italiani, per me ormai classici del mio scrivere. Carlotto, Baricco e De Luca (manca una A per fare un abbecedario…) e, come direbbe una vecchia pubblicità carosellica, “basta la parola…”.
Massimo Carlotto “Il fuggiasco” E/O euro 8 (in realtà, scontato 6,80 euro)
[in: 10/05/2010 – out: 25/09/2010]

Lo avrei inserito piacevolmente nella serie “ControMano”, perché, in effetti, anche qui si parla di luoghi. In questo caso (e chi sa le mie frequentazioni capisce la partecipazione allo scritto) si parla di carcere, con o senza sbarre. Ma è anche uno dei primi scritti di Carlotto, e quindi può far bella compagnia ai recuperi dei miei scrittori, ai loro inizi. Per i miei coetanei, ben nota è la storia di Massimo, con l’assurda vicenda giudiziaria che ne ha fatto seguito. Scopre il cadavere di una donna con cui ha più o meno legami, denuncia l’omicidio e ne viene in seguito incolpato.  Non intervengo sul merito, non è mio compito né voglio inserirmi in dibattimenti giuridici sulla sua colpevolezza o innocenza. Qui si parla del dopo e dell’oltre, di quegli anni in cui decide di fuggire all’estero, visto che veniva stritolato da elementi più grandi di lui. E se ne parla con il tono scanzonato cui poi ci abituerà l’Alligatore, il personaggio meglio riuscito del Carlotto scrittore. La quotidianità dell’inusuale, quel dissimularsi in mille personaggi, tutti più o meno normali, per non dare nell’occhio, per poter frequentare una vita “quasi” normale. Con due grandi “tagli” epici: l’Europa ed il Messico. In Europa, a Parigi, tutto sembra facile, sembra sempre possibile poter sopravvivere, travestendosi ora da impiegato serioso ora da professore eccentrico (ma nella norma). Potendo (sembrando di poter) continuare una vita “quasi” normale, riparato e coccolato dal filo rosso degli aiuti parigini. Ma avendo poi la coscienza che non se ne uscirà mai. Allora ancora fuga, verso un lontano Sud America, dove se da un lato più forte è la solidarietà, è anche più pericolosa la quotidianità, non al riparo da colpi di mano. E belli, toccanti, piangenti, sono i ritratti delle persone che incontra in Messico, con quel tocco di tristezza che ci vela quando li vediamo sparire (e spesso anche morire). E dove sembra essere possibile rifarsi una vita sotto altro nome. Se non fosse per tradimenti inaspettati ed altre vicende che lascio alla pagina di raccontare. Demenziale il ritorno in Italia, dove scopre che, dopo otto anni di fuga, non sembra esserci ancora un mandato di cattura nei suoi confronti. E poi l’ultima dolorosa parte, dove il carcere diventa reale, dove continua ad ingrassare fino quasi a stroncarsi la vita. E l’attesa dell’ultima sentenza e della preparazione ad un’alternativa: non più la fuga in vita, ma la fuga dalla vita. Qui i toni si fanno sentiti e duri, e solo il sapere la fine consente di attraversarli (quasi) indenni. Ma le pagine dietro le sbarre rimandano a quelle de “La Terra dell’anima mia” di cui ho già parlato ed a tutte le riflessioni che si sono fatte sulla vita di qua e di là delle sbarre. Detto tutto ciò, la parte “macchiettistica” pur a tratti divertente rimane un po’ scollegata dal filo centrale della riflessione. Come combattere l’ingiustizia? Fuggendo? Testimoniando fino in fondo una fede nelle Istituzioni (qui con la I maiuscola)? Non ho risposte. Ho solo fiducia nelle persone. Forse sbaglio, ma quando sento di persona parlare qualcuno di sé, sento dentro se avere fiducia o meno nelle sue parole. Ed in Massimo ho questa fiducia.
Alessandro Baricco “Senza sangue” Feltrinelli euro 6 (in realtà, scontato 4,50 euro)
[in: 25/07/2010 – out: 11/10/2010]

Mi è sembrato un po’ moscietto. Un’idea. 80 pagine per descriverla. Stile come ricordavo, simile tra lui e Fermine. Ma un po’ inconsistente. Non è una storia che prende, e neanche una che lascia tanti segni dietro di sé. Si svolge in un imprecisato paese probabilmente sudamericano. Dove c’è una guerra civile, lì palese, ma potrebbe essere ovunque nel mondo e meno palese. Un tizio, forse dottore, forse macellaio, viene giustiziato da “guerriglieri”. Si salva solo la figlia, che più di 50 anni dopo troviamo con l’unica persona di quel comando ancora in vita. E quella che, allora, le salvò la vita. Fine. Delle due idee che ho trovato, una forse più mia che consona al racconto, è quella di vedere questa storia che si racconta al tavolo del bar tra Nina e Tito. Ognuno ne ha dei brani propri ed altri che gli sono stati raccontati. Ed ognuno la racconta, ma ne escono storie diverse, come se ogni persona poi aggiustasse il filo del tempo secondo i propri bisogni di consolazione. Quasi a voler dimostrare (e noi ne siamo ben consci) che la storia la scrivono i vincitori. Chi perde, chiunque sia, ha altre storie da raccontare. L’altra è il perdono, o la riscrittura del passato togliendogli le macchie di sangue e facendolo vivere ancora, forse con dolore, ma senza “estremismi”. Forse Nina alla fine perdonerà Tito, forse. Non lo sapremo e Baricco non ha interesse a dircelo. Per lui è importante il percorso mentale che fanno i protagonisti. Chi è il cattivo? Il padre o il suo assassino? Perché Tito è entrato in guerra? Tito è buono o debole? E Nina è pazza o solo dolorosamente colpita dalla vita? Ma tutte queste domande, tutto questo pensamento, annegano nelle poche righe che sì, con maestria, sviluppano qualche descrizione, qualche sentimento. Ma non entrano, non hanno né la fulminante rapidità del racconto che consente all’autore di svelare in poche righe le sue idee sul mondo. Né tanto meno la complessità del romanzo che, nell’accumulare di pagine, descrizioni e sentimenti, ci fa arrivare ad una qualche conclusione sui nostri sentimenti verso la vicenda. Così, mi è sembrata un’operazione intellettuale, senza sentimento, più che senza sangue come dice il titolo. Altro è il Baricco che mi affascina, speriamo di ritrovarlo presto.
“Alla vita manca sempre qualcosa per essere perfetta.” (58)
“[ad una festa] c’era un famoso cantante che l’aveva invitata a ballare. A bassa voce raccontò che lui era vecchio, ma si muoveva con grande leggerezza, e prima che finisse la musica le aveva spiegato come il destino di una donna sia scritto nel modo che ha di ballare.” (70)

Erri De Luca “Aceto, arcobaleno” Feltrinelli euro 6,50 (in realtà, scontato 5,52 euro)
[in: 25/07/2010 – out: 16/10/2010]

Il terzo libro scritto da Erri, e devo dire il primo, tra quelli che ho letto da lui scritti, che mi delude un po’.  Come diceva Monica quando se ne parlò, è ancora alla ricerca della “sua” scrittura, e non mi stupisce ora il rimando che me ne fece Rosa quando mi disse che non le piacque. Concordo, e pienamente. Non ha ancora il respiro che troverò una decina di anni dopo in “Tre cavalli” o in “Montedidio”. La frase gira contorta per l’urgenza di dire, di dare un significato alla scrittura. Non che non lo si debba dare, ma altrove è la frase che scorre a dare un senso al leggere. Qui siamo in ogni punto ad essere pungolati dall’autore: ecco, voglio dire questo, e lo metto in bocca al primo che capita. E volgo la frase in modo che prima risalti il senso e poi si colleghi alle altre e faccia una storia. Tutto questo sforzo, di testa e mai di pancia, lascia poi freddi. E lascia irrisolto il piacere di scorrere le righe. Perché qui non si può prescindere dal conoscere Erri. E se non lo conosci le scarse cento pagine risultano esterne e mai la sua penna riesce a scalfirti. Sarebbe stata bella, e forse in altri momenti scritta con più scorrevolezza, la storia di questi tre amici raccontata dal quarto che va esaurendo la sua vita senza speranze, senza domani, ma forse senza rimorsi. Ci sono le anime che Erri indossa durante le metamorfosi della sua vita. E per farcele crude, le spinge all’estremo. C’è il brigatista, estremizzazione della sua vita politica in Lotta Continua et similia. C’è il missionario, estremizzazione del suo sentire religioso, che sfocerà in bellissime pagine di traduzione laica di passi della Bibbia. C’è il bello, intelligente e colto che rinuncia ad essere, estremizzazione del suo stare dopo l’abbandono della politica attiva, con quel rimando che ci fa cogliere la sua scelta. In una cella d’isolamento, in un carcere senza motivo, l’unico motivo di conforto sono le parole. Ed a quelle ora si aggrappa. Ora in questo iniziale tentativo, graffiandole, usandole in tutta la loro crudezza, senza risparmiarsi, senza risparmiarci nulla. Ma poi si arriva alla fine e di questi brandelli di vita non ci rimane che un senso di spreco, di inutilità. Non suscita riflessioni sul terrorismo, sulla religione, sul come dirigere la propria vita nel mare in tempesta quando non ci sono approdi (e si sa, come si dice a Napoli, nel mare non ci sono taverne). Rimangono sono brandelli, qualche frase che al solito riporto, e, per il mio sentire, le poche pagine sul padre e sulla loro visita al Museo. Sulle parole che a questa persona di poche parole suscitano le tele del Ghirlandaio, di Pinturicchio, il “Baldassarre Castiglione” di Raffaello, “Le nozze di Cana”. Ecco quelle sono pagine mirabili, scritte con tutta la pancia e tutto il cuore, dimenticando di dover dire qualcosa a forza. E lì scorre la vita. Basta posare lo sguardo sul Raffaello e lasciarlo andare in quella mirabile sospensione che il pittore ha messo nello sguardo dell’erudito. Ecco, per queste poche pagine merita almeno di averlo sfogliato. Ma forse è così anche perché mi ostino a leggere e rileggere, e leggere a ritroso, soprattutto quando mi piace o mi interessa un filone. Così, rapsodicamente ma con metodo, sto accumulando i passi mancanti di autori piaciuti. A volte si cade in momenti non felici, come questo. Se ne coglie il senso pensandone il prima e il dopo. E quando ci delude, basta rallentare un po’ e lasciar decantare le punte d’amarezza. Fari meglio la prossima volta, Erri, sono sicuro.
“Amavo gli alfabeti, materia prima dell’infinita stesura di parole intorno.” (59)
“Ognuno ammansisce il corpo come può, non si può mentire alla propria carne” (76)
“In Africa c’era un cielo da ragazzi, una giostra sfrenata che invitava a farsi raggiungere. Il cielo di qui è più lontano” (87)
“quasi sempre il nostro lato migliore non dipende da noi, ma è affidato all’iniziativa di uno sconosciuto che viene a rianimarcelo per caso” (115)
Come avete notato, niente biografie, ormai questi autori sono citati e citati e forse se ne ha noia di ritornare su dove si nacque, quando e come.
Passiamo alla novità. Già avevo inserito, nell’ultimo anno, le segnalazioni che mi venivano da voi trama-lettori. Ora ricevo Renato mi invia anche una recensione, che mi fa piacere condividere (anche perché pone domande interessanti).
Bruce Lipton “La biologia delle credenze” Macro Edizioni (www.macroedizioni.it), 2006, 16.50 euro.Si tratta di un libro che si inserisce nel filone della cosiddetta “biologia energetica”, che attribuisce cioè molta importanza alla “energia” che possiamo “trasferire” al nostro corpo (e quindi alle nostre cellule) con l’obiettivo di ottenere un migliore stato di salute complessivo degli individui. Il libro si muove in 3 ambiti, che cerca di collegare insieme in una visione unitaria: un ambito psicologico, un ambito legato alla biologia cellulare (definita dall’autore la “nuova biologia”) e un altro ambito legato alla “fisica quantistica”.
Nel primo ambito vengono evidenziati i concetti di un’interpretazione “olistica” dell’individuo, pensato come un’entità in cui corpo e mente, aspetti spirituali e biologici, sono indissolubilmente legati. La mente è descritta come costituita da una parte sub-conscia (che opera per il 95% del nostro tempo) e una parte cosciente. La parte sub-conscia è l’effetto dell’educazione e può essere pensata come un programma che, una volta acquisito nella fase pre-natale e dei primi anni di vita, viene mandato automaticamente in esecuzione e “condiziona” i nostri comportamenti (nel bene o nel male). Lo sforzo di ogni individuo dovrebbe quindi essere quello di migliorare il proprio livello di consapevolezza, “capendo” come si è strutturata la nostra mente sub-conscia, e riprogrammando quindi i comportamenti “dannosi” tramite diverse tecniche in grado di lavorare sulla parte sub-conscia della mente. Come si vede sono ripresi in questo approccio concetti tipici della psicanalisi (importanza dell’inconscio) e della psicologia cognitivista (importanza dell’attaccamento genitoriale nell’evoluzione dell’individuo). Questa parte appare ben strutturata nel libro.
Nell’ambito della biologia cellulare viene supportato un approccio epigenetico, cioè quell’approccio che ritiene che il nostro patrimonio genetico possa essere condizionato (o forse anche modificato) da aspetti ambientali e anche dai nostri stessi comportamenti. Riconosce in sostanza una maggiore influenza del “soggetto” rispetto ai “condizionamenti” puramente genetici. C’è quindi un approccio che tende a “superare” il darwinismo a favore di un nuovo lamarckismo. Va evidenziato che l’autore è stato un biologo in ambito accademico per diversi anni (anche se ha poi abbandonato l’Università verso la fine degli anni 80) e quindi questo rientra nel suo campo specifico di competenze. Dall’inizio degli anni 90 l’autore si è poi dedicato alla diffusione di questa teoria sintetizzata nel libro, senza lavorare direttamente all’interno del contesto accademico.
La terza componente è quella fisica. Qui è continuo il richiamo alla fisica quantistica, che dovrebbe giustificare, a detta dell’autore, le argomentazioni energetiche alla base dell’approccio generale sopra descritto. Mentre nell’ambito della biologia cellulare le argomentazioni possono essere controverse (come il dibattito storico tra darwinisti e lamarckiani), ma sono ben argomentate, nel campo fisico si nota che l’autore si muove in un campo non suo, e senza aver fatto verificare le sue affermazioni da colleghi esperti nel campo della fisica e della fisica quantistica in particolare, come sarebbe doveroso in un contesto complesso e pluri-disciplinare come questo libro vuol essere.
Va anche detto, per completezza di informazione, che questi errori di fisica sono costantemente presenti nella maggior parte dei riferimenti della medicina energetica e non sono quindi un’esclusività di questo autore. Può essere considerato un peccato che i principi psicologici presenti nel libro, probabilmente condivisibili da molte persone, siano “offuscati” da argomentazioni  fisiche così “improprie”
.
Grazie Renato. Se poi si vuole approfondire questa parte più problematica, il nostro recensore ha pronte alcune ulteriori riflessioni specifiche sulla fisica, che potremmo condividere tra gli interessati al dibattito. Per me, la parte più interessante (e che per la mia storia ben condivido) è quella sull’approccio bio-energetico alla vita. Sul resto, parliamone.
Poiché è la prima trama del mese di gennaio, come sanno i miei assidui lettori, vi riporto infine l’elenco dei libri letti in ottobre.

 
Avevo iniziato l’anno con l’augurio di capire qualcosa di più se me stesso. Continuo quest’anno rispondendo di sì, rispondendo che non tutto quello che ho capito mi è piaciuto, e che quindi si continuerà a cercare e a cambiare. Come diceva quella vecchia canzone “with a little help from my friends”.

martedì 3 aprile 2012

Un altro anno… - 26 dicembre 2010

… è andato, la sua musica è finita (parafrasi di altro che sarà presente in questa chiusura). Una chiusura dedicata ad alcuni dei miei preferiti italiani, con i loro commissari eponimi, anche se non sempre alle massime altezze. E per chiusura di anno, anche la mia personale TOP 30 (li avete letti? Li togliereste tra i TOP? Ne metteresti altri? Aspetto a piè fermo le critiche!).
Per ora, doppiamo la boa del 2010 in compagni di Sarti, di Montalbano e di Ricciardi.
Loriano Macchiavelli “Cos’è accaduto alla signora perbene” Einaudi euro 11 (in realtà, scontato 8,80 euro)
[in: 23/04/2010 – out: 10/09/2010]
Un libro “difficile”, anche per il momento della scrittura. Non bellissimo, ma sicuramente con spunti di riflessione. Già altre volte ho parlato di Macchiavelli e del suo Sarti Antonio. Alcune prove interessanti, altre (soprattutto quelle pubblicate da Repubblica) molto meno. Qui ci troviamo di fronte ad un reperto storico, che contiene in sé molti degli alti e bassi macchiavellici. Infatti, il romanzo esce la prima volta nel 1979, a valle di tutti quei sommovimenti che ingrigirono la vita italiana nella seconda metà degli Anni Settanta. E dico ingrigirono e non rallegrarono, anche se erano gli anni della Pantera, degli Indiani, delle fantasie, perché erano anche gli anni che portarono a Moro ed oltre. Macchiavelli è già al suo settimo libro, e vive in quel di Bologna. Qui decide di utilizzare il suo strumento classico, il giallo, ed il suo personaggio eponimo, Sarti Antonio, per emettere una serie di grida perché qualcosa cambi. Grida inascoltato, se, come confessa nella prefazione, “da allora ad oggi le cose non sono cambiate”, tant’è che decide di ripubblicare il romanzo. C’è ovviamente una trama “gialla”, un morto ammazzato. E per le sue vie traverse, Sarti Antonio arriverà al disvelamento del mistero. Ma il morto viene ammazzato durante una manifestazione dell’estrema sinistra, durante quelli che venivano chiamati “espropri proletari”. Ed il morto era persona, d’apparato e non di spicco, del PCI bolognese. Ed era tra coloro che pensavano utile un dialogo tra le parti (seppur su posizioni distanti). E con durezza, Macchiavelli si scaglia contro la dabbenaggine di quell’estrema sinistra, contro le faide interne che a volte rimandano alla Spagna del ’36, ma anche contro l’inizio di un clientelismo palese anche all’interno della sinistra ufficiale, e per finire contro l’arroganza della borghesia (ora come allora). La prima metà del libro è tutta giocata su questi registri, e si capisce che il fino ad allora ben voluto “Macchia”, sia calato in popolarità e stima. Io ne trarrei utili lezioni, collegandomi a quegli scritti di etica che ho citato in trame post-estive. Il comportamento retto verso sé stessi, ed il rispetto verso l’altro, sempre, è una cosa che non può essere barattata con nessuna pretesa rivoluzionaria. La seconda parte scivola sulla soluzione del giallo, sulla costruzione del personaggio Sarti Antonio, e sui sodali, da Rosas a tutto quel mondo ai margini di ladruncoli e prostitute che (è questo il messaggio forte) sono molto più perbene di quel mondo di potere meschino e baro. Questa parte è un po’ flebile, rispetto ai pugni della prima, e rende il tutto degno di una considerazione mediana più che di una verso l’eccellenza. Tuttavia, nel complesso sono stato contento della lettura, chiedendomi con l’autore che cos’è accaduto alla Bologna perbene, a quella cantata anni dopo da Guccini in una memorabile canzone sui luoghi del vivere (ricordate: “Bologna è una strana signora, volgare matrona / Bologna bambina per bene, Bologna "busona").
Andrea Camilleri “La caccia al tesoro” Sellerio euro 14 (regalato a mamma)
[in: 01/06/2010 – out: 22/09/2010]
Solito Montalbano di mestiere. E quando dico di mestiere è perché sembra siamo tornati qualche romanzo indietro (come tempo di scrittura) dove c’è sì il plot generale di Montalbano, ma sembra quasi essere scritto da un “ghost”. A parte la scrittura nel siculo parlato (caratteristica ormai quasi da marchio di fabbrica degli scritti di Camilleri, tanto da far dire ad Eco che la versione in siciliano di Wikipedia sembra scritta proprio dal nostro), c’erano altre caratteristiche che ci hanno fatto amare il commissario (e non parlo di quelle mie personali, come l’ambientazione in quel triangolo magico per me sempre legato a Scicli). Le potenzialità “eversive” che mettevano il commissario sempre su lunghezze d’onda non in sintonia con il potere. Il rapporto presente-assente con la bella Livia. Il macchiettismo dei poliziotti di contorno (dal mitico Catarella ad Augello, dai pizzini di Fazio a Gallo). Una storia che, anche nel giallo puro, rivelava sempre umanità e particolarità. Qui, come nelle ultime non esaltanti prove del commissario, tutte questi punti a favore vengono ridotti a caricature, ad elementi sterili privi di contenuto. L’a-sintonia rimane nel suo contrapporsi al questore o al patologo. Con Livia ora più che altro si litiga a telefono, ma senza un vero perché (forse, che come dice Salvo, si sta invecchiando?). Dei poliziotti rimane solo l’esasperazione comica (come le parole crociate di Catarella). Ed anche la storia, prima tirata in lungo sulla falsariga di una caccia al tesoro, di banale soluzione e di facile smontatura. Poi improvvisamente accelerando dopo metà del libro, verso quello che il chiosatore Salvatore Silvano Nigro chiama il lato “Hannibal Lecter” (ma ce ne vuole…). E poi, nella prima parte, tutte le uscite del commissario che ogni volta si accanisce a fare e scegliere il lato meno intelligente delle attività umane, per poi tentare di farci sorridere quando queste idiozie vengono disvelate e Salvo deve trovare il modo di uscirne. Come non pensare che mettere una bambola di gomma nello sgabuzzino avrebbe fatto impressione alla buona Adelina? O come non pensare che le parole astruse rivolte al Pasquale non avrebbero generato ulteriore confusione tra amori di gomma ed amori mercenari? Detto tutto il male dicibile, rimane comunque una lettura gradevole, che scorre in poltrona con un chill-out sul giradischi. Però si preferiva quel bel jazz alla Coltrane, e lo si rimpiange. E in un certo senso si rimpiangono anche le sparate di Salvo sul suo invecchiare. Almeno creavano un po’ di pensieri sul nostro crescere. Alla prossima, magari senza un commissario forse ormai troppo ingombrante.
Maurizio de Giovanni “Il giorno dei morti” Fandango euro 15
[in: 13/09/2010 – out: 10/10/2010]
Si chiude la promessa dello scrittore napoletano, di darci le quattro stagioni del commissario Ricciardi. Ho seguito con gusto l’inverno, la primavera e l’estate. Ora l’autunno ci porta un libro più dolente, meno “giallo”, ma anche più intenso e devo dire piacevole, tanto che mi sono bevuto le 400 pagine in due belle serate ottobrine. Ormai il commissario Ricciardi lo conosciamo bene, è quello che vede i fantasmi dei morti ammazzati, e su questo dono – condanna costruisce le sue indagini, per trovare riscontri, per risolvere il caso. E conosciamo gli altri pilastri di questa saga: il brigadiere Maione, corpulento ed umano verso i criminali per caso, la dolce Enrica Colombo, segretamente innamorata del Commissario, la settantenne tata Rosa, che il commissario cura ed accudisce, la bella Livia Lucani Vezzi, apertamente innamorata dello stesso commissario, il patologo ante-litteram dottor Modo. L’azione si svolge nel 1931 a Napoli, ed ormai con questo quarto libro siamo arrivati ad ottobre (anzi fine ottobre – inizio novembre), quando viene trovato, nel Tondo di Capodimonte, il corpo di un bambino di sette – otto anni morto per avvelenamento. Si scopre presto che lo scugnizzo Matteo, detto Tettè perché cacaglia, è morto per aver mangiato qualcosa cosparsa di veleno per topi. Quindi niente lascia supporre assassini e morti. Ma Ricciardi, un po’ sfasato sia dalla corte di Livia che dalla difficoltà sua di esternarsi ad Enrica, prende a spunto questa morte, perché ci vuole vedere chiaro, e perché (giustamente) non si può lasciare andare nella tomba un bambino senza aver cercato il perché di una morte assurda. Su questa base, il bravo autore (perché a me piace come scrive) ci porta per mano, per sette giorni a Napoli sotto la pioggia. E se da un lato sottolinea il mio lato “rimembranze di città” (il Vomero, Capodimonte, il San Carlo, Gambrinus, via Toledo, i Quartieri Spagnoli), dall’altro sottolinea il lato umano: i gli scugnizzi senza casa accolti in parrocchia, le dame di carità, il rigattiere, il ricco spiantato in cerca di rifarsi, il femminiello. Ed è tutto questo affresco, che piace e seguiamo. Perché ognuno ha i suoi lati (buoni o cattivi, ma comunque interessanti), anche il vice-questore Garzo che ha paura delle mosche che volano. E con quanta cura si ricostruisce l’atmosfera d’epoca, nei modi, nei vestiti, nell’andare sotto la pioggia con l’ombrello di tela, cerato la sera prima con le candele. E poi ci piace l’empatia del commissario. Verso i vivi e le loro fallacità, verso i morti e le loro dolenti frasi di addio. Forse dovrebbe avere un po’ di empatia verso sé stesso. Ma intanto, pur con la febbre, continua ad indagare, fino a risolvere, con maestria e con un bel tocco di classe dello scrittore. Non ho voluto leggere le ultime pagine. Ormai il mistero è risolto. Forse il commissario deve scegliere la sua donna. O forse no. Ma le leggerò prima o poi. Intanto le lascio lì, sperando che non siano conclusive, che ci consentano di avere un altro episodio del commissario Luigi Alfredo Ricciardi quarto barone di Malomonte.
“Perché sentiva di essere soltanto un debole e di avere, per debolezza, lasciato che accadesse qualcosa di profondamente sbagliato?” (363)
Continuando nel costume di questa chiusura d’anno, lascio l’epigrafe di Maurizio al mio amico fucecchiese.
Come lo scorso anno, a chiusura delle narrazioni di quest’anno, e vincendo le mie resistenze interne, vi voglio regalare una mia personale TOP 30 dei libri 2010. Sono in ordine alfabetico e non di gradimento, perché non ne sarei capace. E se vi capita, leggetene.
  • Marco Aime Eccessi di cultura Einaudi
  • Pieter Aspe Le Carrè de la vengeance Le livre de Poche
  • Alessandro Barbero 9 agosto 378 il giorno dei barbari Laterza
  • Zygmunt Bauman Vita liquida Laterza
  • Zygmunt Bauman Modus vivendi Laterza
  • Martin Buber Il cammino dell’uomo Edizioni Qiqajon
  • Robert Byron La via per l’Oxiana Adelphi
  • Davide Cammarone Questo è un uomo Sellerio
  • Gianrico Carofiglio Le perfezioni provvisorie Sellerio
  • Bruce Chatwin Anatomia dell’irrequietezza Adelphi
  • Antonella Cilento Napoli sul mare luccica Laterza
  • Pietro Citati Alessandro Magno Adelphi
  • Mauro Covacich Trieste sottosopra Laterza
  • Maurizio de Giovanni Il giorno dei morti Fandango
  • Félix Fénéon Romanzi in tre righe Adelphi
  • Ryszard Kapuscinski Shah-in-shah Feltrinelli
  • Jack London Il vagabondo delle stelle Adelphi
  • Amin Maalouf Un mondo senza regole Bompiani
  • Sapo Matteucci Q.B. la cucina quanto basta Laterza
  • Amos Oz Michael mio Feltrinelli
  • Valeria Parrella Ma quale amore Rizzoli
  • Francesco Piccolo Momenti di trascurabile felicità Einaudi
  • Sue Roe Impressionisti Laterza
  • Goliarda Sapienza L’arte della gioia Einaudi
  • Roberto Saviano Gomorra Mondadori
  • Giorgio Scerbanenco Milano calibro 9 Garzanti
  • Eric-Emmanuel Schmitt Piccoli crimini coniugali E/O
  • Beppe Sebaste Panchine Laterza
  • Fred Vargas Un lieu incertain J’ai lu
  • Evelyn Waugh Quando viaggiare era un piacere Adelphi
Sarebbe ora di conti e di somme, di pensieri e di propositi. Ma “or non è più quel tempo e quell’età”, ora sappiamo cos si vuole (anche se non sempre riusciamo ad ottenerlo). Allora niente (s-)propositi, ma piccole tappe quotidiane: attenzione alla salute, tenersi cari gli amici, ed aver proprie stelle comete sul cammino.
E poiché 11 è un numero primo, ed è primo il 2011, non potrà non essere un anno fausto (che attenti si sarà, come dicevano i Maya, a 2012 dove avremmo grandi cataclismi, soprattutto in un certo giorno di dicembre…)

lunedì 2 aprile 2012

Natale e… buone maniere - 25 dicembre 2010

E dedichiamo quindi questo sabato di festività a celebrare l’autore scozzese di origine coloniale ed i romanzi dedicati ad Isabel Dalhousie, la filosofa che si trova anche casualmente di fronte a qualche trama giallina. Ma quella che più mi piace di questi libri non è il lato giallo, ma il lato di filosofia applicata, quella del nostro quotidiano, quella che ci fa dare con Sandy uno sguardo appassionato alle buone maniere, noi, ora, in questo mondo così urlato e privo di maniera. Fermiamoci ogni tanto con Isabel a domandarci delle azioni minute che compiamo ogni giorno e di quanto a volte abbiano risvolti che sembriamo ignorare.
Certo (lo dico in trame e lo ribadisco qui) meglio leggerlo in lingua, che è ben scritta e forbita, ma intanto godiamocene alcuni passaggi.
Alexander McCall Smith “Amici, amanti, cioccolato” TEA euro 8,50 (in realtà, scontato 5,95 euro)
[in: 20/01/2010 – out: 11/04/2010]

Non è più un “giallo”, i casi della nostra filosofa diventano in un certo senso “casi filosofici”, con qualche pro e molti contro. Come si fa, ad esempio, mettere nel titolo la cioccolata, quando se ne parla, e per non più di 10 righe, solo a pag.210? Ma se da questo punto di vista perde un po’ di punti, ne acquista dall’altro della descrizione dei luoghi, del farmi calare in questa Edimburgo che prima o poi si andrà a visitare. Ed anche nella domanda filosofica / etica che sottende a tutto il romanzo. Un trapiantato di cuore cosa sente del nuovo muscolo che batte nel suo petto? Esiste anche una memoria cellulare che va al di là della memoria cerebrale? Certo c’è un minimo di “proto-indagine” per capire di chi sarà mai questo cuore nuovo. Ma anche lì è solo un modo per porre altri problemi, tirar fuori discorsi sulla convivenza, sull’amor filiale. E sui rapporti umani in generale. È bella la nostra Isabella quando si pone domande esistenziali sul comportamento quotidiano. Ci ricorda che l’etica, ed il rispetto, dovrebbero sempre governare le nostre azioni ed essere la cartina di tornasole che ce la fa apprezzare o denigrare. Un po’ in ombra l’ex-fidanzato della bella nipote. Di sfuggita la buona Cat, ma solo quel tanto che serve a ricordarci del suo ritrovo-gourmet e farci leccare qualche dito di piacere. Sempre interessante il comportamento quadrato, ma non scevro di impulsi, della tata Grace. Un po’ scontate le tirate sugli italiani, ma non ci si deve meravigliare, molto spesso da fuori e da lontano si guarda all’Italia con delle idee un po’ rigide (sole, bei posti, ma anche “mafia” e non solo nel senso di comportamenti fuori legge, ma anche nella rete di conoscenze e favori che permeano il nostro tessuto sociale). Può dispiacerci, ma a volte è meno lontano dal vero di quanto possiamo pensare. Il libro scorre con levità, tra una pinta di birra ed un po’ di buon parmigiano reggiano. In un certo senso, mi è piaciuto più del primo, avendone apprezzato meglio queste lievi pennellate. Ah, dimenticavo, anche un po’ di whisky scozzese, magari torbato (ed un quadrato di cioccolato all’85%). Buon relax, redattrice della “Rivista di etica applicata”, ed alla prossima.
“Non potrai mai diventare me. E io non potrò mai trasformarmi in te. Non si arriva mai a conoscere gli altri abbastanza da vestire i loro panni. Forse ne siamo convinti, ma in realtà non è così” (16)
“Era innamorato. Quando amiamo qualcuno ci viene spontaneo parlarne, vogliamo vantarcene, come se si trattasse di un trofeo sentimentale. Pensiamo che questa persona possa suscitare negli altri il fascino che esercita su di noi: vana speranza, gli amanti altrui raramente ci interessano.” (54)
“Ogni angolo le rievocava qualcosa. Non era così per gli abitanti di tutte le città? Si ricordava dove erano accaduti certi episodi, gli angoli in cui un tempo c’era una caffetteria o un bar, oppure il palazzo in cui era stata assunta per il suo primo impiego; posti in cui aveva ricevuto un incarico, subito una delusione, collezionato un successo.” (82)
“Il commento della tassista … la rallegrò. Insieme siamo forti. Le donne non sono sole ad affrontare i prepotenti. Basta riuscire a chiamarsi cocca l’una con l’altra e a restare unite” (198)
“- Non gliel’ho detto… - è una buona idea? – Probabilmente no. Eppure ci capita spesso di mentire alle persone che amiamo o di omettere delle cose, proprio perché le amiamo, non credi?” (204)
Alexander McCall Smith “Il piacere sottile della pioggia” TEA euro 8,60 (in realtà, scontato euro 6,88)
[in: 23/04/2010 – out: 22/07/2010]

Premessa: come dice chi mi ha convinto della bontà dell’autore dello Zimbabwe ritornato nella Scozia nativa, questi sono libri che andrebbero letti in inglese, perché usano una buona lingua e lì hanno il loro maggior senso. Tradotti, ci si aspetta qualcosa in più, soprattutto da pubblicità fuorvianti. Cominciamo allora con il contrario di quanto si fa normalmente, cioè diciamo le cose che non vanno. I commenti in copertina e la quarta sono da bruciare. Si può parlare in copertina di un paragone con Miss Marple, quando il contenuto delle 250 pagine è un dignitoso romanzo, ma non è certo un giallo o un noir o un poliziesco? Che cosa dovrebbe indagare la nostra cara Isabella, quando non c’è neanche un accenno di mistero? E cosa dire della quarta, dove si sostiene che l’arrivo di una coppia americana turba il placido andamento della vita scozzese della nostra amica, quando la coppia (pur transitando nelle prime pagine) è realmente nella scrittura dopo pagina 200? E quale mistero sottende il rapporto tra un magnate di Dallas ed una bella arrivista che mira ai suoi soldi? L’ultima cosa da bruciare è il gioco di parole che compare a pagina 262, quando si pensa che Angie l’arrivista abbia fatto qualche tiro mancino al ricco Tom. Si dice che il colpevole dello “scherzo” è “mangiare ma senza l’acqua”. Si vuole forse sostenere di aver tradotto l’acqua per il mare, e mangiare senza mare rimane Angie? Mi sembra veramente poca cosa… Ciò detto veniamo al decente romanzo del nostro amico. Che al solito ricalca il filone principale degli scritti imperniati su Isabella, cioè la filosofia applicata, l’etica e la morale quotidiana. Quella che dovrebbe guidare le azioni di ogni giorno, dalle file alla posta fino all’accenno ad un articolo di filosofia morale che andrebbe scritto ora in Italia (dal titolo “Etica del voto tattico” dove si parla se sia etico votare un candidato che non ti piace per far perdere un altro candidato che ti piace ancora meno…). E via discorrendo con altre dubbi morali, ma che sottendono a quello gigante di tutto il libro: Isabella (42 anni) si innamora di Jamie (28 anni). E su questo rovello si impernia tutto il libro. È giusto? Quanto conta la differenza di età? E la differenza di interessi? Quanto può durare l’infatuazione di un giovane? E l’amore di una persona matura? E ci si domanda chi sia più forte, che soffrirebbe di più sia in un rapporto del genere, sia alla fine verso la necessaria risoluzione (perché si dice con Auden, tutto finisce anche l’amore). E se poi il giovane era l’ex-fidanzato della nipote, quanti altri interrogativi morali e/o etici vengono fuori? A volte, un aiuto dalla filosofia pratica alla Nardone sarebbe, utile, del tipo, ora viviamolo questo amore, se ci fa sentire bene. Poi si vedrà. Quanto è utile intanto fasciarsi la testa per paura che se dovessimo mai cadere ci si farà del male? Alla fine, una scorrevole lettura, che ripaga dagli ultimi cerebralismi alla spagnola.
“Quanti di noi sono sempre felici di trovarsi nel posto in cui stanno? … solo chi è contento del tutto pensa di trovarsi nel posto giusto” (11)
“Se [il carattere]… e la personalità erano la stessa cosa, allora qualcuno si sbagliava: gli psicologi che sostenevano che il carattere non si modifica o i filosofi che ritenevano la personalità malleabile?” (30)
“Quando si rivela qualcosa che ci riguarda si prova sempre un senso di alleggerimento da quel fardello che ci portiamo tutti sulle spalle: il peso di essere noi stessi” (83)
“Non importa quando ti capita, a che età muoiono i tuoi genitori. Ti mancano …  Si chiude un capitolo. E due dei personaggi più importanti della storia scompaiono” (97)
“Saper ricevere era importante quanto essere capace di donare” (133)
“Quando parliamo di qualcosa è perché ci interessa, o a volte perché ci crediamo, persino se affermiamo il contrario. Per questo ci capita di criticare gli altri quando fanno esattamente ciò che vorremmo fare noi, ma non osiamo: quindi è legittimo non credere a uno scrittore quando afferma che le parole che ha scritto non avevano niente a che vedere con lui” (169)
“le persone sono portate a riscrivere la propria storia personale, come biografi troppo clementi, in modo da apparire sempre sotto la luce migliore” (256)

Alexander McCall Smith “L’uso sapiente delle buone maniere” TEA euro 8,60 (in realtà, scontato 6,02 euro)
[in: 25/07/2010 – out: 21/12/2010]

Non posso che ribadire quanto sopra per l’inglese e la tranquillità di lingua. E ribadire che ritengo scarsamente credibile il critico de “Il Sole 24 ore” che avvicina il nostro ad Agatha Christie. Detto ciò, il libro è comunque godibile. C’è un piccolo mistero sulla natura di alcuni quadri che ritraggono paesaggi delle isole scozzesi (veri? falsi? l’autore è morto: si è suicidato? è stata una disgrazia?). C’è la prosecuzione della storia tra Isabel e Jamie, aumentata dalla nascita del piccolo Charlie, e dalla gelosia (vera? presunta?) della nipote Cat. C’è il presente ed il futuro della “Rivista di filosofia applicata”, con i suoi dilemmi angosciosi (il prossimo numero della rivista è infatti dedicato all’etica della fiscalità, ad esempio: quando è giusto pagare e quando no; e quale dovrebbe essere l’atteggiamento di uno stato che chiede soldi…), ma soprattutto con la lotta senza quartiere tra la buona Isabel (quella delle buone maniere) e lo spietato mondo universitario-editoriale che vede la rivista solo come palcoscenico per far fare carriera a qualche professore e non per dibattere le quotidianità della filosofia (piacevoli gli inserti sulla domanda di come avrebbero agito Kant o Hulme di fronte ad un marmocchio come Charlie). C’è la Scozia, sia quella (ormai a noi usuale per averne letto a lungo) di Edimburgo, sia quella da scoprire delle isole (e non solo la famosa Islay dal grande whisky ma anche la piccola Jura ed altri sperduti lembi di terra del mare del Nord). I micro - casi giallo-polizieschi (quelli che fanno urlare in copertina ad Agatha Christie, tanto per intenderci) sono banalotti e presto risolti (se ne capisce per tempo il punto di caduta). Rimane l’atmosfera generale, dove seguiamo lo scorrere della vita e delle vicende. Ritroviamo la buona Grace che accudisce casa e Charlie. Ritroviamo il buon Eddie che prepara panini alle olive. Vediamo poco (ormai sta molto al margine) la bella Cat (ma ci sono segnali di risveglio dell’atmosfera pre-Jamie). Entrano ed escono personaggi già incontrati nelle prime tre puntate della saga scozzese. Ecco, un buon libro di passaggio, tra momenti di impegno e di rilassatezza, una buona lettura natalizia, che non dà angosce, ma che, con la solita maestria della docile penna zimbabwo-scozzese come detto ci fa riflettere sui minuti fatti della vita, sugli atteggiamenti quotidiani a volte meccanici, ma sempre, invece, a pensarci bene, che possono nascondere un modo di affrontare la vita. Con quel fondo di onestà che noi sempre abbiamo, e che sempre più vediamo sparire.
“Dei suoi innumerevoli difetti, quello di pensare troppo era sicuramente il più eclatante.” (10)
“Era quello, in un certo senso, il peso della filosofia: si sapeva bene cosa si doveva fare, ma spesso era l’opposto di ciò che si desiderava davvero.” (35)
“Avere un bambino voleva dire mettere un’ipoteca sul futuro, sì. Ma non valeva lo stesso anche per tutti i rapporti umani e d’amicizia?” (69)
“Pura sfortuna quella di innamorarsi della persona sbagliata. Ma capitava di continuo: ci si innamora di qualcuno  che per un motivo o per l’altro non ci poteva appartenere. E di lì in poi si scontava la pena, la condanna all’amore impossibile o non corrisposto, che poteva durare anni e anni, senza sconti per buona condotta, senza amnistia.” (74)
“Non credi sia possibile … che si finisca per amare più persone? Persone che amavamo un tempo e a cui vogliamo ancora bene. Ma che restano sullo sfondo, e noi cominciamo ad amarne altre, persone che appartengono al presente e non al passato.” (93)
“Abbiamo bisogno di qualcosa da amare, e ci si può innamorare di tutto: l’amore ha solo bisogno di un oggetto” (164)
“Si può volere e non volere una cosa nello stesso istante? Certo che sì, si rispose.” (171)
“-Stavolta hai fatto la cosa giusta… -Però … ho capito che era la cosa giusta solo dopo aver agito.” (257)

E poiché abbiamo tutti bisogno di buone maniere, come detto all’inizio, non vi tedio, oggi, con lunghe filippiche finali. Mando solo un augurio di cuore a Sara e Giampaolo (loro sanno perché).

domenica 1 aprile 2012

I primi decenni… - 19 dicembre 2010

… del secolo scorso. Libri datati, ma sempre validi, chi più chi meno, ovviamente. Ma tutti e tre mi aiutano ad iniziare questa settimana natalizia. Il buon londinese che viaggiava negli anni Trenta mi riporta alle atmosfere dei miei viaggi. Il grande californiano anche lui, inconsciamente, mi riporta ai viaggi, che il libro mi fu consigliato dalla mia sorellina durante uno di questi. La buona viennese, infine, mi riporta a quell’indimenticato film che tante volte vidi in gioventù.
Ma cominciamo con ordine, e con ordine viaggiamo.
Evelyn Waugh “Quando viaggiare era un piacere” Adelphi euro 11 (in realtà, scontato 8,25 euro)
[in: 16/04/2010 – out: 05/08/2010]
Ed era cosa buona l’andare, più che il viaggiare come si intende ora (e dice il titolo originale “going was good”), in quegli anni trenta per chi poteva ed era curioso del mondo. E sapeva renderlo in modo efficace, da ottimo scrittore quale sicuramente era. Waugh riprende, manipola e raccorda varie esperienze dei suoi viaggi di gioventù, fatti dai 26 ai 33 anni di età. Non è il viaggio di scoperta, alla Burton, né quello, più tardo, del contatto con l’uomo e la sua specie, con il nomadismo di Chatwin. Sono viaggi a zonzo per il Mediterraneo, o in Africa abissina, o in Brasile, fatti da un benestante curioso del mondo, e che, con onestà e coerenza, ce ne riporta il senso sul filo delle parole. Sono momenti di incontri con gli altri (bellissimi gli armeni che lo accompagnano all’incoronazione del ras etiopico), di descrizione di posti dove non è comodo stare, disagevoli, ma intensi. Incontri con europei sparsi per i quattro angoli del globo. Ma quello che più mi ha attirato di questo mastodontico libro (più di 400 pagine) è proprio la capacità di meravigliarsi di tutto, di essere contento di una buona cena sull’orlo sperduto di una pista africana. O di aspettare un treno per il Brasile che non passerà. O di attraversare l’Africa dall’Eritrea verso il Congo perché forse lì c’è una nave che torna in Europa. Certo, questo è un po’ lo snobismo del giramondo britannico, ma non è mai alterigia. E quella bellissima frase che riporto sotto, mi dà il senso di questo viaggiare. Quando, tornato in patria, viene coinvolto in una cena in un pub londinese, con quanta grazia, ma con quanto infinito rimpianto, ripensa al caldo di Zanzibar o all’ospitalità delle più sperdute taverne della Tanzania. Così io ripenso e rivado a quelle cene ad Amman sui panchetti del ristorante Al-Quds, o alle crèpes di Orléans davanti alla statua della pulzella, o al pollo di colore indefinito nelle valli dell’Hadramut yemenita o alla cena da Wharton a Londra. Meglio un’aragosta ben cotta a Bruxelles o del pesce quasi crudo a Pukhet? Ai postumi (della sbronza) l’ardua sentenza, io torno a sedermi sulla mia panchina (e un giorno se ne parlerà) ripensando a Waugh e rimandandogli che going is always good!
“Io non ho mai aspirato a essere un grande viaggiatore. Sono stato, più semplicemente, un giovane tipico del mio tempo: si viaggiava perché ci veniva naturale farlo” (15)
“mi rendo conto che, qualunque cosa possa accadermi, e per quanto io possa dispiacermene, … non riuscirò mai a diventare, nella realtà, un ‘uomo di mondo’, di quel tipo che si legge nei romanzi” (199)
 “Mi trovavo di nuovo… [a Londra] in un posto dove andavano tutti … [ma] dove il caldo era più insopportabile di quello di Zanzibar, il fracasso più assordante di quello del mercato di Harar, e le regole della decenza e dell’ospitalità più disattese che nelle taverne di Kabalo” (271)
“Quando si viaggia (e anche quando ci si innamora) non lo si fa certo per collezionare materiale. Lo si fa semplicemente perché fa parte della vita” (273)
“Esistono pochi piaceri più completi, e almeno per me più rari, di quello che arreca il fare acquisti sfrenati a spese di qualcun altro” (363)
Passiamo alla vita avventurosa del californiano, che ben si riflette nel caleidoscopio di questo vagabondare.
Jack London “Il vagabondo delle stelle” Adelphi euro 13 (in realtà, scontato 9,75 euro)
[in: 16/04/2010 – out: 06/09/2010]
Preso su input di Rosa, e con ragione: bellissimo. Un vero “classico” e come tutti i classici, un po’ inclassificabile. Giocato su due registri che la sapiente penna di London riesce a far convivere (abbastanza) armoniosamente. La storia “reale” ed immanente, di Darrell Standing, il condannato a morte per futili motivi, e di tutta la sua vita carceraria. Carcere dove entra non per futili motivi (uccide un uomo per amore) ma dove si scontra con l’ottusità di quel mondo, con le sue false regole, con il direttore ed i secondini che cercano in tutti i modi di fiaccarne la caparbietà. Questa è la parte di denuncia, nata dalla volontà di London da una parte di descrivere un mondo da lui sfiorato in gioventù e dall’altra di dare una mano ad un suo amico, Ed Morrell, realmente imprigionato e che realmente vive le quotidiane angherie di carcerieri e carcerati. Su questo filone, si innesta la poesia del detenuto che, per sfuggire a queste torture trova il modo di “uscire da sé stesso”, quasi di auto-ipnotizzarsi. Ed in questo stato “comatoso”, di rivivere tutte le sue vite passate. Qui bisogna fare un piccolo salto nel percorso piano della logica, accettando questo spirito vagante, che attraversa tutte le ere del mondo. Non è nelle corde del reale. E non è neanche nelle corde di filosofie orientaleggianti sottese alla metempsicosi (tra l’altro, qui London fa un po’ di tirate filosofiche che sono forse la cosa che meno mi è piaciuta del libro). Ma una volta accettato questo modo di fuggire dal presente per non esserne travolto, quanta bellezza in tutte queste vite che si innestano una sull’altra, andando su e giù per il tempo e per lo spazio. Quanto sono belli tutti questi micro-racconti che come rami vivi di un grande albero, si innalzano per raccontarci le tante (anche se non tutte) storie dello spirito-Darrell. Come altri meglio di me hanno scritto, sembra di avere tra le mani un martirologio, dove in ogni storia dello spirito-Darrell c’è sempre qualcosa che va male. In fondo, in tutte le sue vite Darrell non fa che morire ogni volta. Più o meno crudelmente. Più o meno di sua volontà. E quando non muore di morte violenta, quasi ne cita i passi salienti ma sorvola un po’. Quasi che il suo interesse sia proprio quello di far vedere la sofferenza. E l’ottusità dell’uomo. Sia dell’uomo Darrell, che a volte ottusamente va verso la morte. Sia del resto dell’umanità. Volano le sue vite, dalla Francia settecentesca, dove muore in duello, al Missouri ottocentesco, dove muore massacrato dagli indiani, da un’imprecisata Corea alla bella storia del vichingo diventato soldato (e cittadino) romano e del suo incontro con Pilato e Gesù nella Gerusalemme occupata (e questa è forse la storia più intensa, dove London, oltre a sentirsi partecipe, non cade nel trabocchetto letterario di cambiare il passato; non è sua intenzione fare un’ucronia, ma raccontare degli uomini e delle loro passioni). Fino a riecheggiare il Robinson del naufragio ed altri archetipi letterari. L’immagine più tenera a me l’ha data comunque quando, troglodita ai tempi della tigre dai Denti a Sciabola, la sua donna si stringe a lui per non farlo andare in situazioni di morte certa. Che dolcezza in quella stretta. Dolcezza che poi permette a London di fare anche una bella tiratina sulle donne e sul fatto che, in realtà, sono poi loro il motore della vita. La sua penna riesce a saltare dallo ieri e dall’altro ieri al presente, con moti di scivolamento che non danno nessuna rottura all’unitarietà della trama. Insomma, mi è piaciuto, l’ho trovato leggibile anche a distanza di quasi cento anni. E mi ha rimandato due cose: l’immutabilità (purtroppo) di certe situazioni carcerarie (così come, pur lievemente, ho avuto modo di toccare durante i miei seminari) e la forza di volontà del proprio essere, che, di fronte al bivio tra perire o soccombere, trova il modo di volare via e, in definitiva, di non morire mai.
“la memoria è quella cosa con cui si dimentica” (56)
“la presenza di una donna nella vita di un uomo spiega molte cose” (96)
“se parlando di una donna, l’unica difficoltà fosse quella di renderne il fascino, mi proverei ad offrire una descrizione di Miriam, ma come si fa a trasformare l’emozione in parole?” (263)
“Io sono il risultato dell’intero mio passato” (299)
“a volte penso che la storia dell’uomo sia la storia del suo amore per la donna. Queste stesse memorie che oggi vado scrivendo sono il ricordo del mio amore per lei. Nelle diecimila esistenze che ho vissuto, nelle forme che ho prese, l’ho sempre amata e tuttora la amo. Il mio sonno se ne nutre, le fantasie che mi colgono da sveglio possono muovere chissà da dove, ma è sempre a lei che mi conducono” (352)
Finiamo con l’austriaca (ma quegli erano anni pan-tedeschi) ed il suo primo e celebrato romanzo, prima che si trasferisse ad Hollywood armi e bagagli.
Vicki Baum “Grand Hotel” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato 11,90 euro)
[in: 03/04/2010 – out: 03/11/2010]
Piccolo classico, impreziosito nella memoria dal ricordo del bellissimo film Premio Oscar nel 1932, con la Garbo, i fratelli Barrymore e la Crawford. Uno di quei film del mio immaginario privato, rimastomi incollato per quella bellissima battuta finale: “Grand Hotel, gente che va gente che viene. Tutto senza scopo” (questa è la versione del film italiano, mentre nell’originale la voce fuori campo diceva “Grand Hotel... always the same. People come, people go. Nothing ever happens.”). Mentre, qui, nel libro, uno scopo ce l’hanno i sei personaggi in cerca di … Vedremo di capire cosa. Ma cercano, il dottore, la ballerina, il barone, il direttore generale, il contabile e quella che con termini attuali potremmo chiamare “escort”. Uno scopo, un modo di esistere, un modo di fuggire i propri fantasmi personali (e tutti li hanno). Il dottore che non si rassegna di non essere morto in guerra e di continuare a vivere con la faccia deturpata. La ballerina sul viale del tramonto, di cui ben vede i contorni, ma che, come tutta la gente di spettacolo, non sa come affrontare; e l’amore del pur giovane barone darà forza ad affrontare quel viale che in altri film ben fu presentato. Il direttore generale, messo in un posto che non è capace ad affrontare, con l’ombra del suocero su ogni sua azione, che cerca di affermare le proprie esigenze, ma che (con critica feroce) la Baum demolirà pagina dopo pagina. Il barone, spiantato, bello e senza quattrini, ma con un animo pieno a volte di slanci impensati, quasi di pietà; pietà per la ballerina, che poi si trasmuta in amore, pietà per il contabile, in fondo pietà anche verso il sé stesso che è diventato (ed un inciso, anche lui un po’ da chicca: durante una scorribanda in macchina con la ballerina, imbocca il lungo rettifilo della prima autostrada a pedaggio del mondo, l’AVUS di Berlino, a me ben noto come sede di uno dei primi Gran Premi automobilistici di F1, anche se ante-literam, vinto da quel grande pilota tedesco che era Rudi Caracciola, il primo ad essere soprannominato “mago della pioggia”). Il contabile, l’unico che sa veramente cosa vuole cercare, ma non sa cos’è; quella vita che i dottori hanno detto ormai breve, ma che con la sua brevità lo porta a rovesciare tutte le sue abitudini, tutti i suoi luoghi comuni. Cosa si finge a fare di mantenere i cocci, quando non si saprà come riempirli. E per chi e per cosa riempirli. La segretaria (escortabile) che cerca un modo di agganciare un futuro improbabile, laddove l’unica sua risorsa è il suo bel corpo (e ben ricordiamo in ciò la giovanissima Crawford, certo un po’ tagliata dal perbenismo hollywoodiano). Non si possono dimenticare poi tutti i caratteristi che affollano il palcoscenico alberghiero. Clienti di passaggio subito dimenticati. Portieri di giorno e di notte. Il direttore, con la sua aria assente, ma che tutto sa, vede, conosce. Le cameriere ai piani. Il ragazzo dell’ascensore. Ed alla fine, lui, il vero protagonista, come ben sottolinea l’interessante post-fazione di Mario Rubino, cioè l’albergo. Anzi il Grand Hotel, come lo ribattezzeranno gli americani. Perché è lui che è sempre presente, con la hall e le sue poltrone dove il dottore passa le sue giornate. Con la sala da ballo dove il barone cerca di spiegare il senso della vita al contabile. Con il giardino dove si passeggia. Ma soprattutto, con quella sua porta girevole, che gira, gira, gira, facendo entrare ed uscire le persone. Che saranno cambiate da queste entrate ed uscite. Perché tutti cercano, bene o male, la vita. La storia non la racconto più di così. Chi ha visto il film la sa. Chi non l’ha visto la legga. Certo è ben lunghetta, e costellata anche da digressioni, che l’autrice fa sulla vita e sul sociale di questa Berlino del 1929. Ma interessante e godibilmente da leggere. In fondo, siamo d’accordo con la Baum, quando si definisce “una scrittrice di prim’ordine fra quelle di seconda qualità”. Ed alla fine, rubandolo ad altri contesti, possiamo chiudere dicendo, le persone passano, gli alberghi restano.
“La vita … esiste davvero? Ciò che si vorrebbe si trova sempre da qualche altra parte. Quando si è giovani si pensa: verrà più avanti negli anni. quando si è più avanti negli anni, si pensa: la vera vita era quella di prima” (67)
“Cos’è un peccato? – Che si cominci sempre con la donna sbagliata. Che si rimanga stupidi e che per mille notti si creda che l’amore non possa che andare a quel modo, con quel retrogusto insipido e freddo, sgradevole come un’indigestione. Che la prima donna con cui lo si è fatto non sei stata tu” (177)
“Non si può non danzare, è un’ossessione … intossica quanto il lavoro e il successo. … Il giorno in cui il successo viene meno, il giorno in cui non si crede più alla propria importanza, quel giorno, per una di noi, finisce anche la vita” (184)
“Potrà obiettarmi che la vita non è fatta di caviale, champagne e robe simili. Ma di cos’è fatta la vita? … Io non sono più un giovanotto, sono anche un po’ sofferente; ed allora, ad un tratto, uno è preso dalla paura, una paura terribile, di lasciarsi sfuggire la propria vita. Ecco, io non vorrei lasciarmi sfuggire la vita.” (241)
 “Lungo o breve che sia, è il contenuto di una vita quel che le dà senso; e due giorni di esistenza intensa possono essere più lunghi di quarant’anni di vuotezza.” (408)
Meno di una settimana a Natale. Per tutta la serie di vicende, prettamente private si sa, ma che molti con me hanno condiviso, quest’anno per ora si sta fermi a meditare su "le magnifiche sorti e progressive" delle umane genti di leopardiana memoria (e come un girotondo questa fine mi riporta ai viaggi e della Libia; perché?).
Avendovi stupito con questa fine colta, termino con soliti (ma non rituali) auguri natalizi