giovedì 3 maggio 2012

Torniamo, con impegno - 29 luglio 2011

Trama super-straordinaria, perché oggi non è domenica né tanto meno un dì di festa. Ma finalmente ripresomi dal lungo giro sudamericano, devo recuperare un po’ di tempo. Intanto, do il benvenuto ai nuovi lettori, sperando ci accompagnino a lungo. Per loro, vado a sottolineare le regole delle trame. Sono recensioni periodiche, generalmente festive (solo ora, durante il periodo dei viaggi aumenteranno un po’ che l’accumulo è tanto). Parlo di libri, riporto frasi che mi colpiscono, e, mensilmente, faccio un riassunto delle letture. Se volete commentare, sono qui. Se volete segnalare altri libri, fatelo ed io li farò circolare. Se vi siete stufati, mandatemi una mail ed io vi tolgo da questa lista.
E visto che torniamo, torniamo non su romanzi, ma ricominciamo con qualche più o meno bel saggio. Tutti di buon livello. Ritroviamo il nostro amico antropologo Marco Aime, quello che mi fece innamorare di Timbuctù. Ritroviamo il sempre retto pretore di Bose. E troviamo, con alti e bassi, il gagliardo vecchietto della resistenza francese, che ci invita (ed accogliamo l’invito) ad indignarci.
Marco Aime “Eccessi di cultura” Einaudi euro 10 (in realtà, scontato 7 euro)
[in: 13/10/2010 – out: 17/11/2010]
Acquistato per due motivi: festeggiare la riapertura di Feltrinelli – Repubblica (sinceramente meglio organizzata di quella precedente) e perché Aime (dai tempi di Timbuctù) mi piace come scrive. Qui poi riflette su temi che da sempre mi appassionano. L’altro, l’incontro, la cultura, anzi le culture, in definitiva l’identità (di gruppo, di persone). E mi stimola a cercarne ancora (due fra tutti, il Teodorv di “Noi e gli altri” ed il solito Baumann di “Intervista sull’identità”). Cultura, identità, etnia, razzismo, questi i cardini fondamentali del libretto dell’ormai (dopo il Mali) a me caro antropologo. Con un filo di ragionamento che seguo e che condivido. Le barriere, i confini vengono fatti appositamente, proprio per demonizzare qualcosa, non per identificarla. Una volta che si etichetta qualcuno con un nome collettivo, non gli si da un’identità, ma in un certo senso, si cerca di rinchiuderlo in un qualcosa diverso da noi, perché quella sua diversità, quella sua identità non è reciproca, ci fa paura, induce problemi. Ed è anche più facile. Molto più facile dire che uno zingaro ruba, uno slavo è violento, un negro ha la musica nel sangue, un ebreo pensa ad arraffare soldi. Molto più difficile dire tizio ruba, ed è zingaro. Tanto difficile che non diciamo tizio ruba, ed è francese, Caio uccide, ed è umbro. Troverete mai un titolo di giornale che dice “un abruzzese stupra una donna”, mentre quante volte si vede un titolo recitare “un rumeno violenta una donna”. Saltando poi sull’altro versante (quello che a torto viene chiamato tolleranza, di cui ho già parlato in trame su Baumann, e che andrebbe chiamato rispetto), ci sono pagine gustose sul tentativo (di ONG, di scuole, di altri elementi sociali) di “integrarsi” con qualcuno, proponendo, ad esempio, una giornata di cibo etnico. Sempre ritorna (ed anche Aime lo cita) quell’aneddoto sulla scuola che per cercare coesione tra i bimbi propone un giorno un couscous per tutti, ed al bimbo marocchino chiede se era buono, se era come lo fa sua madre. Ed il bimbo risponde, si buono, ma io preferisco i tortellini di mia madre. E con Aime andiamo a ribadire che i conflitti che ora vengono mascherati come conflitti culturali, molto spesso, forse sempre, celano altri conflitti, che 9 volte su 10 poi risultano essere economici. L’extra-comunitario va demonizzato perché diverso, ma è diverso perché “ruba il lavoro”. Fino all’estremo opposto, lì dove, se non ci fosse l’altro disposto a fare un certo lavoro, noi, rispettabili bianchi occidentali dotati di sapere, andremmo a scatafascio in un battibaleno. In un certo senso, chiudo gli occhi e mi si ripresenta il quadro sullo scontro tra i Barbari e l’Impero Romano così magistralmente descritto da Barbero. Siamo sempre sulla stessa falsariga. Qui, ora, noi, abbiamo in più la conoscenza, il sapere, la velocità di informazione e quanto rende moderno il nostro mondo attuale. Per dirla tutta e provocatoriamente, quanti guasti attuali derivano dalla dottrina del “Politically Correct” che riserva spazi alle minoranze, stabilendo manuali Cencelli di comportamenti quotidiani. Non dico che non abbia degli elementi di giustezza, come è giusto essere attenti all’ambiente, essere attenti al rispetto del nero, della donna, del cinese, del… del…, ma ad un certo punto, la rigidità di questa coesistenza coatta risulta più dannosa della sua non-esistenza. Anche qui, non so trovare una risposta, né una via “meno dolorosa” di altre. L’unica parola d’ordine che mi viene per regolare le mie attività è quella che sopra citavo: rispetto. Non sono mai stato trattato male né in patria né in tutti i miei girovagare per il mondo, quando mi sono accostato all’altro con rispetto. E quando il rispetto è reciproco non può che essere foriero di belle situazioni. E se, come in passi di altra risonanza, chiamassimo tutto ciò amore?
“Thor Heyerdhal: Le frontiere? Esistono eccome. Nei miei viaggi ne ho incontrate molte e stanno tute nella mente degli uomini” (6)
“- Siamo tutti uguali – In questo modo si legittima l’altro solo perché è uguale a noi, non perché è diverso e come tale va rispettato” (61)
“Amadou Hampaté Ba: Il sapere è l’unica ricchezza che si può donare interamente senza che diminuisca” (127)
Enzo Bianchi “L’altro siamo noi” Einaudi euro 10
[in: 05/01/2011 – out: 22/02/2011]
[tit. originale; ling. or.: italiano; anno 2010]
È sempre un piacere leggere le poche pagine del priore di Bose. Al solito, acute, piene di spunti, in gran parte condivisibili. A cominciare dalla copertina dove si parla di dialogo. Che da una parte mi rimanda a mio padre, che lo ha sostenuto per tutta la sua vita ed in tutte le occasioni. Dall’altra al senso etimologico di quel parlare attraverso, cioè intreccio di logos diversi, non per trovare consensi reciproci, ma per cercare un reciproco progresso. Mi è piaciuta moltissimo la prima parte, dove con poche parole ribadisce quel concetto di “stranierità” che, dalla sua ottica fa discendere dal primus inter pares che professandosi straniero poneva con forza il problema del rispetto reciproco. Ma che dalla mia limitata capacità vedo comunque essere un segno distintivo del nostro stare in questo mondo: rovesciando l’ottica, non è la gente ad essere altro per me, ma sono io che mi configuro altro da te (o da voi). Padre Bianchi ribadisce in poche pagine un po’ tutto quello che Sofri aveva lungamente discusso in quel Sellerio commentato due - tre anni fa sul “Prossimo”. E da questo spunto si concatenano una serie di eventi che sono logicamente in successione. Il primo passo è quindi l’uomo come animale relazionale. Il secondo come essere ospitale. E quindi una pausa per ricucire il tutto: i migranti. Gli attuali che sono la versione odierna del “noi” di pochi decenni fa. Ma la memoria è la prima che si cancella, ed oggi questo migrare sfocia nella paura. Invece di sfociare nel suo utilizzo. Come dice giustamente (ed io concordo da sempre) la migrazione non è una parte del problema, ma una parte della soluzione. Senza migranti molti lavori sarebbero non fatti, e l’attuale sistema civile andrebbe in pezzi. Il nostro benessere spinge altri a ricercarlo (poi qui si entra nell’etica pura: lo ricerca utilizzando i modi che vede da me, e se io sono un filibustiere, il migrante impara ad esserlo anche più di me). E non è un caso che quando (come ora) riaffiorano difficoltà, mestieri “poveri” affidati all’altro, vengono ripresi perché non c’è più spazio per il nostro benessere (penso al ritorno delle badanti autoctone). L’altra parte della soluzione, poi, sarebbe quella per cui mi sono sempre battuto, cioè portare il lavoro lì dove nasce la migrazione. Ma questo comporta investire. E nessuno ha trovato il modo di farlo (a mia conoscenza). Passando per un interludio sulla barbarie attuale. La civiltà urlata è uno degli elementi che abbatterei per primo; ma sono i mezzi di comunicazione che la impongono, televisione in primis; e quella che dai punti di partenza dei migranti è vista come finestra sul mondo, per cui la si venera (ricordo un villaggio sperduto in Thailandia, con case su palafitte, e televisione che i locali guardavano affascinati). Per poi mantenere la stessa venerazione al punto di arrivo, peccato che qui la televisione è usata per altri scopi e con altri modi. Ma induce a credere che sia quello il modo. E tutti urlano. Per poi terminare con l’esempio primo della non reciprocità attuale, della sua difficoltà, e della necessità invece di ritornare al dialogo. Nel rapporto tra islam e occidente, ovviamente. E qui riprendo le parole del priore. Perché non è tra cristiano e islamico, lo scontro. Una è una religione, l’altra una civiltà complessa. E dove, nella parte religiosa c’è la difficoltà a vedere il cristiano come “totalmente nemico”, solo perché segue i dettami del “profeta Gesù” (e quindi il cristiano per il mussulmano è un credente che deve fare ancora un passo, non un credente di una religione completamente diversa). Non si possono che sottolineare le due parole che Obama citò con forza nel suo discorso al Cairo: responsabilità e insieme. Responsabilità perché bisogna tenere conto delle conseguenze delle azioni, cioè rispondere delle conseguenze, cioè avere di fronte, come faro illuminante un’etica. E insieme, perché solo nella reciprocità (ed il cerchio si chiude) c’è possibilità di cambiamento e di raggiungimento di un nuovo stato di equilibrio più avanzato. Perché, e qui chiudo questa lunga trama “la pace sarà possibile se ce ne assumeremo tutti insieme la responsabilità”.
“Michel de Certeau … definiva lo storico come colui che ha il gusto dell’altro.” (5)
“Edmond Jabès [affermava che] lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero … La distanza che ci separa dallo straniero è quella stessa che ci separa da noi.” (7)
“La verità dello straniero ha la stessa legittimità della mia verità, ma questo non equivale a dire che, dunque, non c’è verità o che tutte le verità si equivalgono.” (13)
“[facciamo nostre le] esortazioni dell’apostolo Paolo a non rendere a nessuno male per male.” (27)
“L’integrazione è sempre reciproca, è incorporazione in senso forte, cioè non in quanto la comunità autoctona ingloba gli stranieri, ma in quanto ci si incammina verso … un avvenire comune per immigrati e residenti (=diversi, non nemici).” (46)
“Quando i cristiani perdono la memoria della parola della croce … assumono l’abito del crociato.” (81)
“A forza di voler ribadire la propria identità senza gli altri, si finisce per usarla … contro gli altri.” (81)
“Se la croce è brandita come una spada … chi si fregia del suo nome … contraddice il vangelo.” (81)
Stéphane Hessel “Indignatevi!” add editore euro 5
[in: 03/04/2011 – out: 13/05/2011]
[tit. Indignez-vous !; ling. or.: francese; anno 2010]
Bella lezione del vecchio Hessel (93 anni), partigiano e co-redattore della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (DUDU), per le Nazioni Unite nel 1948. Tuttavia mi aspettavo qualcosa in più. Cioè, il librino è di 60 pagine, ma una metà sono dedicate (giustamente) alla DUDU, che consiglio comunque di leggere a prescindere (la trovate in Internet al seguente indirizzo http://it.wikisource.org/wiki/Dichiarazione_Universale_dei_Diritti_dell’Uomo).
Le pagine dell’indignato Hessel sono una perorazione, accorata, condivisibile, ma forse un po’ ripetitiva, che gira intorno alla frase che sotto riporto. E sulla quale sono d’accordo: non si può restare indifferenti nel mondo d’oggi. Bisogna indignarsi e trovare, a valle dell’indignazione, l’impegno che ne consegue. Tutto il fascino dell’esortazione (almeno in Francia, dove Hessel è ben noto, come sarebbe stata un’esortazione di Pertini ai bei tempi) deriva proprio dalla figura dell’autore e dalla sua storia. Tedesco, naturalizzato francese nel ’37, genitori si direbbe ora un po’ bohemien, tanto da essere immortalati nel bellissimo film di Truffaut “Jules e Jim”, poi partigiano fuggito rocambolescamente ai forni di Buchenwald, estensore della DUDU, diplomatico, e da venti anni ambasciatore di Francia, impegnato per lo più nelle cause dei “sans papiers”. In quella dichiarazione fondante, vengono poste le basi di un vivere civile che ora, palesemente, sono violate in molte parti del mondo. E non solo nel secondo o nel terzo. In Francia stessa (ma si può dire lo stesso in Italia e altrove) si mina lo Stato Sociale, si distrugge la credibilità delle istituzioni, si cerca di rendere sempre più inefficace la fucina di idee che potrebbe essere la scuola. E via discorrendo, che tutti abbiamo di fronte agli occhi gli esempi catastrofici di questo (non) vivere civile. Hessel ci esorta a non essere passivi, a non addormentare il cervello. Ci esorta ad indignarci. E fino a qui, sono in totale accordo. Il difficile è il passo successivo. Ho letto un discreto numero di saggi eticamente accettabili negli ultimi anni. Le analisi accurate di Baumann, le perorazioni di padre Bianchi, il lavoro minimalista di Gesualdi, e ancora e ancora. E metto anche Hessel nella fucina. Poi? Poi si devono trovare dentro di noi le risposte, ed è difficile. Complicato. Non abbiamo più quelle certezze assolute che ci facevano vedere non dico il bene, ma ci convincevano di un lavoro comune per uscire dai tunnel che ogni volta si imboccavano. Ora non abbiamo neanche certezze relative. Hessel, nella sua indignazione, propone di tornare ad un pensare sartriano, che vede il proprio io impegnato a rimuovere le pagliuzze della nausea che ci assale nel vivere in questo tipo di mondo. Ma è una rivolta, se mi si consente, troppo personale, e forse (forse sempre dubitando sto) troppo poco incisiva per scardinare i motivi fondanti dell’indignazione. Non ho soluzione, e non ne troveremo in nessuno di questi autori. Forse per questo mi rimane un po’ d’amaro in bocca. Riusciremo a trovare uno sbocco a tutto ciò? Io, sempre e nonostante tutto, lo spero. Hessel finisce con la seconda frase che riporto. E forse si potrebbero trovare spunti da quella, ma …
“Il nostro è un mondo vasto. … Ma in questo mondo esistono cose intollerabili. Per accorgersene occorre affinare lo sguardo … L’indifferenza è il peggiore di tutti gli atteggiamenti … Comportandoci in questo modo, perdiamo una delle componenti essenziali dell’umano. Una delle sue qualità indispensabili: la capacità di indignarsi e l’impegno che ne consegue” (15)
“Continuiamo a invocare una vera e propria insurrezione pacifica contro i mass media, che ai nostri giovani come unico orizzonte propongono il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione a oltranza di tutti contro tutti.” (30)
Essendo inoltre la prima trama (e forse l’unica…) di luglio, come i miei amati lettori sanno, riporto l’elenco delle letture e dei gradimenti del mese di aprile, di media lettura (viste le due settimane passate in Asia). Nessuna segnalazione d’eccellenza, salvo un buon Perec.
#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Andrea Camilleri
Il tailleur grigio
Noir Repubblica
7,90
3
2
Thomas Harris
Il silenzio degli innocenti
Repubblica Giallo
5,90
3
3
Claudio Gianotto
I vangeli apocrifi
Il Mulino
9,80
3
4
Georges Perec
Les choses
Pocket
6,10
4
5
Edward Bunker
Come una bestia feroce
Repubblica Giallo
5,90
3
6
Andrea Camilleri
Gran Circo Taddei e altre storie di Vigata
Sellerio
14
3
7
Leila Marouane
Vita sessuale di un fervente musulmano a Parigi
E/O
9
2
8
Patricia Cornwell
La traccia
Mondadori
9,50
1
9
Arundhati Roy
Il dio delle piccole cose
Repubblica Novecento
4,90
2
10
Yasmina Khadra
Morituri
Folio
10,90
3
11
Yasmina Khadra
Double Blanc
Folio
s.p.
3
12
Yasmina Khadra
L’automne des chymères
Folio
s.p.
3
Anche se colpiti da neve e maltempo, il viaggio latinoamericano è stato degno di nota, per le cose viste e per l’ottimo ed affiatato gruppo. Ancora qualche strascico sul versante “Progetti Europei” ed un bello sguardo ad un promettente Agosto.

mercoledì 2 maggio 2012

La nipotina dello zio Tom - 19 giugno 2011

Ma non perché parliamo di problemi razziali o altro, ma solo perché abbiamo un’infornata di libri di Patricia Cornwell, scrittrice americana che ha reinventato una quindicina di anni fa la figura dell’anatomo – patologo all’interno del poliziesco americano. Introducendo quella che per molti libri è stata anche una mia eroina, Kay Scarpetta (di chiara origine italiana). E lo zio Tom? C’entra perché la Cornwell è la pronipote di Harriet Beecher Stowe, l’autrice appunto del libro sulla celeberrima capanna. Come dico ben presto, avevo abbandonato per anni la Scarpetta, ed ora mi sono dato anche una ragione. Dopo i primi libri, cominciava ad essere ripetitiva. Rimane il piacere di una lettura pre-estiva e rilassante, sorseggiando una birra dell’ottimo Roberto, maestro birraio in pectore..
Patricia Cornwell “A rischio” Noir Repubblica euro 7,90
[in: 14/07/2010 – out: 08/01/2011]
[tit. or.: At Risk; ling. or.: inglese; anno 2006]
Erano anni che no riprendevo in mano una Cornwell. Negli anni Novanta ero diventato uno dei tanti “Scarpetta addicted”, cioè non mi perdevo ogni anno una nuova avventura della patologa Kay Scarpetta. Poi, non ricordo come (sicuramente qualcosa di storto in un libro, ma non so dire perché), la lasciai. E per dieci anni non ne ho letto più. Ora mi sono ritrovato di nuovo un suo libro tra le mani. E per di più uno senza Kay… L’ho letto con interesse, trovando, qua e là, i ricordi della bella scrittura. Ma non mi ha convinto proprio tutto. Innanzi tutto, è il primo episodio che vede per protagonista un detective maschio, Win Garano detto Geronimo (dalla nonna, personaggio simpaticissimo, come a volte quelli suoi di contorno; nonna che legge i tarocchi e si batte contro i maltrattamenti degli animali, specialmente cani, riempiendo di monetine da 1 cent i giardini dei maltrattatori). Tuttavia, quando si introduce un personaggio (che poi rimarrà, dato che due anni dopo sarà protagonista di un altro romanzo) se ne curano meglio aspetti, modalità, relazioni. Qui (e forse è il motivo che non mi fa crescere tanto i voti per questo romanzo), sembra tutto un po’ “di corsa”. Si passa da un punto all’altro, da un personaggio all’altro, da una situazione all’altra, lasciando cose inespresse, momenti non chiariti. Sembra quasi che ci sia materia per un romanzo di 300 pagine, e poi se ne pubblicano solo la metà. Tra l’altro la storia mi è sembrata interessante. Su un filone ora un po’ sfruttato, tipo “Cold Case”, Win viene inviato ad indagare su di un omicidio avvenuto 20 anni prima, per poter sfruttare al meglio le nuove tecnologie basate sull’analisi del DNA. E per far fare carriera al procuratore distrettuale, la bella Monique. Si farà aiutare da una strana poliziotta di Knoxville (che si innamora subito del meticcio oriundo italiano, descritto bello, prestante e di pronta intelligenza) e dopo giri tortuosi, ed utilizzo non solo delle nuove tecniche, ma di uno strumento sempre presente che però non fu usato all’epoca del delitto (il cervello), i due trovano il bandolo della matassa, anche con qualche carina sorpresa nei sottofinali. Ma se fosse solo questo, sarebbe un po’ banale e molto al di sotto della media. Fortunatamente, questo filone si innesta sulle lotte di potere tra il procuratore distrettuale ed il governatore in vista delle prossime elezioni, senza dimenticare il capo patologo, mago di DNA, tecniche genetiche ed altre diavolerie moderne, che ci si mette di suo per trarre vantaggio da qualsiasi soluzione si trovi. È, infatti, l’inventore dello slogan “Mai più delitti insoluti” (e sicuramente gli istituti di ricerca se ne avvantaggeranno). La complicazione è che la bella Monique subisce uno stupro con tentativo di omicidio. Ed anche qui, Geronimo comincerà la sua ricerca di indizi e di collegamenti. Con l’aggravante che qui non siamo nel Tennessee del delitto, ma nel Massachusetts opulento delle Università prestigiose. Saltando da un filone all’altro, abbozzando un po’ di personaggi, e precisando meglio un po’ della storia di Win, si arriva rapidamente (troppo) alla fine. Per la fiducia che avevo nella Cornwell, mi aspettavo qualcosa di più. Però in libreria ho uno Scarpetta, che presto leggerò (inutile ricordare, che nella mia libreria è una delle autrici top, presente in ben 15 romanzi). Vedremo.
Patricia Cornwell “L’ultimo distretto” Mondadori euro 9,50
[in: 22/01/2011 – out: 18/02/2011]
[tit. or.: The Last Precint; ling. or.: inglese; anno 2000]
Detto e fatto, sono tornato anche a riprendere una Scarpetta (nel senso di Kay). Ora ricordo che mi ero storto perché in una delle ultime storie era truculentemente morto il suo uomo. E adesso ritrovo tutto, compreso l’inizio dell’elaborazione del dolore (che deve sempre essere affrontato, altrimenti lascia segni indelebili). In una storia che è un po’ la summa del Cornwellismo: una ridda di avvenimenti, pubblici e privati, dei protagonisti, che si srotolano così, freneticamente, come nella vita, per poi ricomporsi, tentare un’unità, una spiegazione. Ma, sapientemente, non tutto si ricompone, così che ci si lascia intravedere la possibilità e/o necessità di un dopo. Un Dallas del noir (se si è cattivi). Un Friends degli anatomo-patologi (se si è buoni). È certamente datato, visto i dieci anni dalla scrittura, ma in definitiva si può riprendere la lunga storia di Kay e del suo mondo. Certo, ora che va a grandi passi verso la cinquantina, deve cambiare dei registri. Ma tutti cresciamo ed anche la nostra eroina. Qui, in più, è presa nel grosso meccanismo del connubio tra mafia, politica e assassini. C’è per tutto il romanzo la presenza del lupo-mannaro francese che avevamo lasciato essere catturato dopo una lotta senza quartiere con Kay. Ma la morte di un vice-commissario di polizia, quella Dane che tanto aveva angariato la nostra negli scritti precedenti, fa sorgere un ulteriore sviluppo alla situazione. Così abbiamo Kay che cerca di risolvere il mistero della morte di un killer di mafia e di un agente sotto copertura (in questo aiutata dal sempre presente e sempre più grasso ispettore Marino), e nel contempo viene accusata dell’uccisione di Dane. La nipote Lucy che probabilmente si dimetterà dalla polizia per andare ad aprire con la sua compagna un’agenzia privata a New York (agenzia che si dovrebbe chiamare Ultimo Distretto). Kay che elabora la morte di Benton (il suo uomo) con la sua amica Anna la psicologa. Ed in ultimo la comparsa di un procuratore donna di New York, venuta a ricomporre qualche situazione strana, ed a cercare le prove per incastrare l’uomo-lupo di altri delitti. Il tutto ben condito dalla sapiente mano di Patricia, che, anche se qua e là, si lascia un po’ andare a involuzioni e flagellazioni, riesce in ogni caso a tenere dritta la barra del timone, verso un sicuro approdo. Quindi, non un bel libro in sé, ma un bel libro in serie, cioè di quelli che ti fanno venir voglia di sapere che faranno domani Kay, Lucy, Pete e tutta la banda. Penso che torneremo ancora tra gli anatomo-patologi.
"Sbarrare le porte è negare la realtà. Quando si nega, il passato, si tende a ripeterlo” (36)
“- Ci devo pensare. È grazie al pensiero che sono diventata quella che sono. … - Sei diventata quella che sei grazie alla conoscenza. … E conoscere è sentire, pensare è un modo per elaborare ciò che sentiamo. A furia di pensare ci nascondiamo la verità.” (59)
“La verità non sempre è la cosa migliore o più giusta. … La verità può causare la rovina e per questo non sempre è saggio o sano essere sinceri.” (317)
Patricia Cornwell “Calliphora” Mondadori euro 9,50 (in realtà, scontato 8,08 euro)
[in: 16/02/2011 – out: 23/03/2011]
[tit. or.: Blowfly; ling. or.: inglese; anno 2003]
Un libro di passaggio, credo. E sicuramente minore, uno dei punti più bassi delle vicende Scarpetta&Co. Credo che ad un certo punto un autore (o autrice) affermata possa sentire la mancanza di ispirazione. Ma l’industria del libro (soprattutto quella americana) ha leggi spietate. Immagino (questa è pura finzione mia) che la Cornwell abbia ricevuto il solito anticipo per scrivere un libro, ma che non venivano idee nuove e/o originali. A parte, forse, quella legata al titolo, anche se il moscone della carne (in inglese blowfly, dal nome latino di Calliphora vicina) compare un paio di volte nel libro per spiegarne l’uso forense nel determinare il tempo della morte di un cadavere. Per il resto è una pura e semplice prosecuzione del precedente, dove si riprendono temi e personaggi, ma in tono minore, con molta stanchezza. Intanto ci sono due grossi fatti che condizionano il libro: il primo è che l’ottimo Benton (l’agente amato da Kay) dato per morto nei due libri precedenti si è solo eclissato perché così può continuare le sue indagini sul cartello degli Chandonne senza mettere in pericolo Kay e compagnia. L’altro è che la simpatica Lucy, fino ad ora allegra gay con amori simpatici anche se sfortunati, viene occultata al rango di “donna caliente”, tacendo le sue tendenze amorose, come se, in un soprassalto di perbenismo, non fosse più “pagante” il suo ruolo e l’autrice cercasse di ricrearle una verginità. Terzo elemento, minore se vogliamo, ma condizionante, la Scarpetta ha un ruolo decisamente marginale. Sì, compare ed accompagna tutto il libro, ma non ne è il motore pulsante. Quasi che, la famosa morte di Benton la svuoti della carica di protagonista. Così anche l’altro elemento della banda, il buon Pete, risulta sfuocato, a volte più preso dalle sue turbe familiari (la mancanza di una seria vita affettiva, ed il dirazzamento del figlio, che si scopre avvocato dei cattivi e molo, molto corrotto). Per fare un po’ di esotismo, ci si sposta dalla Virginia, sino ad ora teatro delle gesta anatomo-patologiche, a Baton Rouge in Louisiana. Si ha così modo di fare un po’ di colore locale, sia sull’inadeguata polizia, sia sui meandri paludosi e malavitosi delle paludi del Mississippi. Ritrovandoci, come è ovvio, i gemelli Chandonne. Jean - Paul alla deriva in Louisiana, dove uccide a più riprese donne bionde nella speranza di uccidere prima o poi la bionda Kay. Jean-Baptiste nel braccio della morte di Houston, in attesa di una sentenza che tarda a venire. Ma è tutto trascinato via. Come dicevo, come se fosse un libro di passaggio. Si deve giustificare l’abbandono della polizia da parte di Lucy, che mette su una sua agenzia investigativa (e credo che la rivedremo più pimpante nelle prossime opere). Si deve giustificare il ritorno di Benton (con una patetica scena di odio-amore con Kay). Si devono eliminare un po’ di rami secchi, e così si fanno morire, in vario modo, uno dei gemelli ed il figlio di Pete. Si deve lasciare in vita l’altro gemello, errabondo in qualche luogo (così che ce lo ritroviamo nelle prossime avventure). E si tira fuori un ragazzino di 10 anni, cui (per diverse cause che non narriamo) muoiono i genitori, e vuoi vedere che qualcuno dei nostri se ne occuperà? Ma non c’è un vero giallo, una vera ricerca, un thriller. Nulla di nulla di nulla. E penso soprattutto a chi si trovasse, malcapitato, a leggerlo prima di altri. Poi magari legge quello che ho tramato poco tempo fa e scopre che chi ora è vivo lì è morto. Un voto bassino, ma di molto. Comunque ci si tornerà sopra, che la mamma ha voluto per regalo la serie completa.
Aggiungiamo che la Cornwell è anch’essa un gemello. Ahi quanti sono, e ne accomuniamo allora gli auguri al fratello, ad Anto, a Luciana (raddoppiati), a Claudia, beh, ora basta. E pensare che a me i gemelli non mi sono simpatici (ah ah).
Andiamo a stringere che tra una settimana si levano le tende verso il Sudamerica.

martedì 1 maggio 2012

Robusti gialli seriali - 12 giugno 2011

Si era ad inizio dell’anno, nel pieno delle liti e discussioni per il progetto europeo che non si sapeva come andava finendo (purtroppo non come si sperava allora, con il senno di poi). E come in molti momenti di stress, mi sono fatto un’iniezione di qualche robusta pagina poliziottesca. Leggendo un nuovo capitolo della saga di Hyeronimous Bosch detto Harry (che si irrobustisce libro dopo libro) e leggendo le (probabilmente) ultime vicende del commissario Charitos (ora è uscito un nuovo Markaris, ma non so se nel filone aureo o in qualche nuovo episodio). Alti e bassi, viaggi tra San Francisco ed Istanbul (e non è male, passeggiar per turchi con il buon commissario). Meglio Connelly, che Markaris sembra stanco, ma gli spunti ci sono anche lì.
Michael Connelly “La bionda di cemento” Piemme euro 11,50
[in: 01/06/2010 – out: 02/02/2011]
[tit. or.: The Concrete Blonde; ling. or.: inglese; anno 1994]
Terzo atto della saga di Harry Bosch. E il buon Connelly va migliorando di romanzo in romanzo. Prolifico, riesce a buttar giù più di 400 pagine, senza perdere il filo e senza perdersi d’animo. Con una scrittura che non dimentica il passato, non lo mescola, e ci fa più avvincente il presente del racconto. Sapevamo dai precedenti che Bosch era stato sospeso per un certo periodo dalla Omicidi, in quanto in un eccesso diciamo di zelo, aveva ucciso una persona sospettata di essere un assassino seriale. Assassino di donne, per lo più prostitute, che dopo aver ucciso, le truccava esageratamente, si da farlo soprannominare “Fabbricante di bambole”. Ora vediamo Bosch alle prese con il processo intentatogli dalla vedova del morto. Sono passati quattro anni, e nel frattempo (secondo romanzo) Bosch si è più o meno messo con la moglie di un collega morto (anche lui con qualche lato oscuro). E vediamo anche spuntare una nuova “bambola” fabbricata da un assassino, ma morta da soli 2 anni. Su questa idea di base, si muove la poderosa macchina da scrivere di Connelly. Bosch ha ucciso l’uomo sbagliato? O qualcuno imita il modo del morto per inguaiarlo? Come procedere nell’indagine e nel processo senza far andare storti l’uno e l’altra? E quanto è corrotta la polizia di Los Angeles? Bosch è ancora traumatizzato dall’esperienza nel Vietnam? O forse prima ancora, dall’uccisione della madre quando era bambino, madre che probabilmente era anche lei una donna di strada? Si potrebbe continuare a lungo con tutti gli interrogativi, ed altri ancora. Connelly cerca di indagare questi lati oscuri delle persone, portandoli all’esasperazione, ma facendoci anche capire qualcosa di noi, che, per fortuna, non siamo assassini seriali, né cow-boy con la stelletta. Il tutto descrivendo, bene e con partecipazione, l’ambiente della polizia, con i poliziotti sull’orlo della corruzione, sull’orlo del fallimento, sull’orlo della fiducia cieca nei regolamenti, ma anche umani ed empatici. E l’ambiente della giustizia americana, con l’esasperata ricerca non della verità, ma del tornaconto personale. Tipico l’esempio di questa causa civile, dove se chi perde venisse condannato al risarcimento simbolico di 1 dollaro, l’avvocato vincente sarebbe pagato dal perdente. E l’ambiente giornalistico, teso alla ricerca dello scoop al di là ed al di sopra di tutte le convenienze, cosa che sembrava eccessiva 15 anni fa all’uscita del libro, ma che oggi ci sembra pane quotidiano. E finalmente bello il rapporto di Harry con la sua attuale compagna, con tutto il dire ed il non dire, sulla linea d’ombra tra l’amare ed il soffrire. Insomma, tutta una serie di temi, ben gestiti, ben portati avanti. E, quello di cui sono grato, senza dimenticarsene qualcuno per strada. Unica pecca, il finale forse un tantino prevedibile fin da metà romanzo (almeno io mi aspettavo che prima o poi prendesse quella strada), ma in ogni caso ben gestito. Fatti leggere ancora, Bosch!
“Aveva sempre condotto una vita solitaria, ma questo non significava che fosse stato sempre solo. Aveva dei segreti, alcuni dei quali sepolti molto profondamente, e non se la sentiva di condividerli … Non ancora, almeno.” (64)
“Lui aveva otto anni di più e sapeva di dimostrarli, ma non si vergognava del proprio aspetto.” (120)
“Nessuno in questo mondo è quello che dice di essere … E nessuno conosce veramente gli altri, anche se è convinto del contrario. Il meglio che puoi sperare è conoscere te stesso. E certe volte, quando ci riesci, quando vedi sul serio come sei, devi guardare da un’altra parte…” (381)
Petros Markaris “La lunga estate calda del commissario Charitos” SuperPocket euro 5,90
[in: 20/06/2010 – out: 07/02/2011]
[tit. or.: Vasikos metochos; ling. or.: greco; anno 2007]
Non si capisce perché tradurre il titolo facendo l’occhiolino tra Sidney Poitier (La calda notte dell’ispettore Tibbs) e Paul Newman (La lunga estate calda) invece di lasciare un titolo magari sibillino ma certamente più vicino al testo come l’originale “Azionista di riferimento (o di maggioranza)”. Prima di partire con la trama, due spigolature cinefile: nel film Newman incontra e si innamora di colei che sarà per sempre sua moglie (Joanna Woodward) ed ha una storia brevissima, nella trama, con una Minnie interpretata da Angela Lansbury (che troveremo molti anni dopo perno centrale della Signora in Giallo). E visto che siamo partiti dal cinema, incominciamo col dire che Markaris ha fatto per anni lo sceneggiatore di Anghelopoulos, e si sente sia nella costruzione delle atmosfere che per alcuni momenti di “critica sociale” (del resto sempre presenti nella saga del commissario Charitos). Qui siamo già alla quarta o quinta avventura, ed ormai conosciamo bene il mondo del Commissario: la moglie Adriana grande cuoco, la figlia Caterina che studia legge, l’amico Zitis sopravvissuto al carcere dei colonnelli, e l’ambiente della polizia dove lui rimane sempre un po’ fuori, a far di testa sua, non tanto cercando una sua giustizia (non è un rambo) quanto cercando di conciliare le sue idee ed il mondo in cui viviamo, dove le idee vincenti sono altre. Per questo, continua a non fare carriera. Ed a guidare la sua scassatissima Fiat Mirafiori. Qui apriamo una bella parentesi: tra i giri in macchina e gli spostamenti di Atene, si ritrova nel romanzo il filo essenziale della città. Quello del traffico sovrabbondante, immarcescibile, condizionante anche la vita quotidiana. Gli incroci, le piazze, la via Attica, ed il centro cittadino. Dove per sfuggire al traffico ogni tanto ci si ferma a bere il tipico caffè “dolcebollito” (e primo o poi ne troverò la ricetta…). Ma torniamo al libro. Nella prima parte è un po’ incartato, là dove qualcuno sequestra una nave dove stava transitando per festeggiare la laurea sua figlia Caterina. Capiamo le angosce (abbastanza ben rese), ma rimane un po’ lì in sospensione. Non si entra nel vivo se non quando cominciano, da tutt’altra parte, gli omicidi. Omicidi di personaggi legati alla pubblicità. E qui scatta il lato più “politico” di Markaris. Perché il serial killer vuol far cessare la pubblicità dai mezzi di comunicazione (esigenza più che giusta), ma per farlo usa mezzi poco “corretti”: uccidere tutti quelli che ne fanno parte (attori, modelli, radiofonici, giornalisti). Belle le scene di intermezzo dove i pubblicitari mostrano tutta la loro anima (e qualche amico pubblicitario potrebbe parlarcene a lungo). E bella l’idea che fermando la pubblicità, in breve si potrebbe creare una rivoluzione di piazza. Certo incontrollabile, e con segni ambigui. Tant’è che anche Charitos poi si ingegna al massimo per trovare il bandolo della matassa. Ma mentre i personaggi si intersecano e sono comunque di interesse (soprattutto il caffè di Zitis mi incuriosisce), lo snodarsi ed il risolversi del giallo è un po’ “appeso”. Un po’ casuale ed un po’ forzato. Certo Markaris non fa mancare la sua penna pungente finale, dove dopo tanta pappa e ciccia con i potenti, Charitos riprende e con forza il suo ruolo di outsider, in attesa di nuove avventure. Purtroppo non sono un così profondo conoscitore di Atene per condividere o confutare il camilleriano parere di parallelismo descrittivo tra Markaris e la Marsiglia di Izzo. Ma un po’ ci fidiamo. E se certamente escluderemo il dolcebollito, probabilmente nelle torride estati greche, potremmo optare un caffè-frappè (ma senza zucchero).
“Come facevo a spigare ad Adriana la differenza tra un tempo, in cui uno temeva che l’altro se ne andasse, e il giorno d’oggi in cui uno teme che l’altro rimanga?” (25)
Petros Markaris “La balia” Bompiani euro 9,50
[in: 01/09/2010 – out: 08/03/2011]
[tit. or.: Paliá, polý paliá; ling. or.: greco; anno 2009]
E con questo, in pratica, si è letto tutto dei romanzi sul commissario Charitos (rimangono dei racconti che si vedrà se affrontare). Inoltre, qui c’è anche una sorta di “para-autobiografia”, visto che la vicenda si svolge ad Istanbul, città natia di Markaris, e nell’ambiente dei fuorusciti greci, sia per le vicende del ’42, del ’55, e delle minoranze all’estero, dato che Markaris è anche lui un minoritario (greco di origine armena). Ma si può parlare di giallo? In realtà, la risposta è carica di ambiguità: di morti ce ne sono, e assai (alla fine almeno 4 o 5), ma non c’è una vera suspense poliziesca. Si sa, viene detto, sin dall’inizio chi è l’assassino. E si va avanti tutto il libro alla sua ricerca. Ma è un pretesto. Un pretesto per sviluppare quanto detto prima. Il commissario Charitos, per placare l’ira della moglie per il mancato matrimonio religioso della figlia Caterina, organizza una gita ad Istanbul. Dove si trova invischiato appunto nella ricerca del colpevole, che uccide una persona in Grecia e poi fugge ad Istanbul per continuare le ammazzatine (come direbbe Camilleri). E lui, benché in vacanza, si trova coinvolto. Facciamo così un salto in quel mondo che caro fu all’infanzia di Markaris. Il mondo dei rumei, nome dato dai Turchi alla minoranza greca che viveva in Turchia. Se ne rievocano i fasti, ma soprattutto, si rievocano i momenti topici, quando a più riprese il governo turco cerca di “minimizzarli”. Già prima della nascita di Markaris (ricordo il romanzo della Meimaridi sull’eccidio di Smirne del 1922), poi con la legge sull’espropriazione dei beni del ’42, le sommosse del ’55, e via trucidando. E ben sappiamo che i turchi non è che siano teneri con le minoranze in genere (armeni del 1915 docent). Così procediamo pagina dopo pagina ad immergerci in queste atmosfere, che fanno piacere, anche perché a volte sembra di ripassare una guida turistica della bella città sul Bosforo: Santa Sofia, il ponte, la torre di Galata, la strada maestra di Pera, piazza Taksim, e poi qua e là in periferia, con la bellissima chiesa-moschea di San Salvatore in Chora. E, come detto, nelle atmosfere delle minoranze, dove, a quelle locali se ne aggiunge un'altra che, in Turchia, non può mancare. Incarnata dal commissario turco Murat, nato in Germania, ma da lì fuggito quando si è sentito “minoritario turco espatriato”. Alla fine, un discreto trattato sul rispetto reciproco (e d’altra parte, non ci si può aspettare di meno, dallo sceneggiatore preferito di Anghelopoulos). Tuttavia, non un giallo, come detto sopra. Non un giallo classico, quanto meno. Al più (ma questo non fa che accomunare Markaris, ai Camilleri, ai Mankell, e via discorrendo) l’utilizzo di un genere “popolare” per cercare almeno di tirar fuori qualche idea non peregrina sul mondo attuale. Non mi è piaciuto tantissimo, proprio per questi suoi limiti. Ma gli spunti positivi ci sono, e vanno presi e gustati, sempre con quel caffè-frappè di cui Charitos è ghiotto.
“Non so: forse sono stato sempre così, o forse lo sono diventato negli ultimi anni, ma ultimamente mi rendo conto che le cose me le godo di più da solo che in compagnia.” (169)
In questa giornata che vede vicina la ricorrenza natia del mio povero babbo, spero che tutti noi italiani gli si faccia un bel regalo. Come lui eticamente mi insegnava, mai tirarsi indietro. Si potranno accumulare sconfitte dopo sconfitte, ma la nostra voce DEVE farsi sentire. Chiudo la trama e vado a votare.