domenica 9 giugno 2013

Una scrittura femminile? - 09 giugno 2013

Probabilmente no, anche se qui abbiamo quattro scrittrici. Per una scrittura piena, a tutto tondo, di qualità migliore delle ultime letture. Anche e soprattutto dove ci sono donne che descrivono donne (o ragazze) come nella Liebrecht o nella Gamberale. Ma anche sentimenti diversi e conflittuali  come nella Dische o nella Lahiri. Insomma, una buona settimana, di letture con più alti che bassi e tutte da consigliare.
Irene Dische “Le lettere del sabato” Feltrinelli euro 5,50 (in realtà, scontato a 4,40 euro)
[A: 01/01/2013 – I: 11/01/2013 – T: 11/01/2013]
[tit. or.: Zwischen zwei Scheiben Glück; ling. or.: tedesco; pagine: 93; anno 1997] qui nella versione inglese [tit. or.: Between Two Seasons of Happiness; anno 1999]
Quest’anno di numeri diversi (e tra l’altro i primi, anche se in ordine sparso) è caratterizzato dalla lettura di molti suggerimenti ripresi dalle pagine “librarie” di Repubblica. Questo viene da una “Terza dei Libri”, dove in genere si affrontano argomenti “seri”. Ed anche se la forma ha più dell’apologo ed è rivolta ai giovani, questa favola triste-allegra ha una sua dignità ed un suo spazio reale. Non serve a riempire vuoti, né a fare melense storie come quella (a me veramente non piaciuta) del “Bambino a righe”. Siamo più sul versante di Schmitt, con il “Bambino di Noè" e in sottofondo la musica di Piovani. L’autrice, americana di origine tedesca, ormai risiede quasi stabilmente a Berlino. E scrive nella lingua degli avi, come ci dice il titolo originale del testo, che qui però Feltrinelli ci propone nella traduzione dall’inglese. Inoltre, benché i due titoli originali siano similari, il nostro editore decide di intitolarlo “Le lettere del sabato”, che sono una costante del libro, un asse portante, ma altrettanto portante è la stagione che vive il piccolo Peter, una stagione appunto a metà tra due momenti di felicità. Per rendere più completo questo “nazismo spiegato ai miei figli”, l’autrice fa agire da protagonisti una famiglia ungherese, il vecchio dottor Nagel, il figlio Laszlo ed il nipote Peter. Noi vediamo (quasi) tutto con gli occhi di Peter, salvo alcune parti narrate in terza persona “onnisciente” che però servono a completare quanto Peter non vede o non capisce. Laszlo è una persona dal carattere esuberante, che non si abbatte per la morte della moglie, e, intrapresa la carriera diplomatica, viene inviato a Berlino dove si trasferisce con Peter, il quale vi vive una stagione meravigliosa. Piena di scoperte, e piena del padre, che lo porta ovunque, che lo fa partecipe di tutte le sue imprese. Ed è anche protetto dalla tata Thea, che lo porta a scuola, gli insegna il tedesco. Peccato che ben presto si arrivi al 9 novembre 1938, la Notte dei Cristalli, il primo pogrom contro gli ebrei. Peter non capisce molto, salvo la scomparsa del droghiere Herr Braum. Laszlo invece capisce e lo rispedisce dal nonno, promettendogli una lettera ad ogni sabato che saranno lontani. Comincia così la seconda parte della vita di Peter, nella casa avita, con il burbero nonno ormai in pensione, e con le incombenze quotidiane. Lo studio, con una Fraulein appositamente scelta, i pochi giochi, il tè delle cinque con il nonno. E l’attesa del sabato, quando arrivano le lettere di Laszlo. Scritte con una calligrafia impossibile, tanto che il nonno è costretto a leggerle lui. E Laszlo racconta di tutto, meno quello che sembra realmente succedere. Sempre affrontando la vita come “un ragazzo nato con la camicia”. Peter ha poco da raccontare, perché poco succede lì in campagna. Ed allora comincia ad inventare una sua vita parallela, fatta di corse, di amici, di biciclette. Gli anni passano, le lettere ormai vengono scritte a macchina così Peter le leggerà da solo. Laszlo non si vede. La guerra non si sente, ma c’è. Il Dottor Nagel invecchia. Peter cresce e… Forse basta così, per ora. Alla fine, non è che sia un “grande” apprezzatore di libri dedicati ai ragazzi, anche a motivo della mia richiesta personale a tutti gli adulti: non esistono lingue diverse per parlare alle diverse età. Esiste solo chiarezza ed onestà, con le quali si può dire tutto a tutti. Ovvio, che ci possono essere passaggi delicati, ma questi vanno forse diluiti, non narrati con false voci chiocce. Irene questo fa, non demordendo mai da un narrare, in forma semplice, ma mai in forma elusiva. Peter alla fine comprenderà meglio (e noi con lui) la bontà del rude nonno Nagel, l’irreale felicità del padre Laszlo, la dolcezza della governante Thea. Ci vorrà forse un momento di sospensione della felicità per comprendere tutto ciò, ma il titolo ci porta già altrove. Ci fa già salire sul secondo versante della stagione della felicità. Un libro agile, quindi, non al massimo delle mie corde, letto un po’ per sbaglio (sì, va bene il suggerimento, ma l’avevo messo in un appunto diverso, e pensavo di aver comprato altro), ma, al fine, sicuramente degno. Come sempre saranno tutti quei libri che si occupano di momenti tragici della storia (vicini o lontani) per non farli dimenticare. E per narrarne le mille possibili sfaccettature.
“Il mondo si divide in quelli che adorano la cioccolata e quelli che adorano la liquirizia.” (34)
Savyon Liebrecht “Prove d’amore” E/O euro 7,75 (in realtà, scontato 6,20 euro)
[A: 01/01/2013 – I: 14/02/2013 – T: 20/02/2013]
[titolo: Ish veishà veish; lingua: ebraico; pagine: 237; anno: 1998]
Ancora un sentito ringraziamento alle note de “Il libraio di Repubblica” che mi ha suggerito questo tiolo che non credo altrimenti avrei preso in esame. Una prima considerazione riguarda gli ambiti letterari in cui si muove. Credo che ci sia un’alta densità di scritti interessanti che ci vengono dalla terra d’Israele. Sarà forse perché, come sostiene Amos Oz in una recente intervista, la lingua ebraica è ricca di possibilità, e permette di esprimere e rappresentare situazioni dando loro molti colori che (forse, ma non sono in grado di giudicare) non verrebbero fuori in altre lingue. Sicuramente ho approfondito solo quanto deriva dal titolo originale e dalla sua (indegna) traduzione. Ora queste prove d’amore hanno sì un bell’essere possibilmente rappresentate come richieste di amore (prove) o come tracce di un amore che c’è o c’era tra i vari protagonisti della storia (prove quasi in senso poliziesco). L’originale invece è molto scarno e fa riferimento a un lui (maschio), una lei (donna) e un diverso lui (di nuovo maschio). Ed è proprio intorno a questa lei, centrale nel titolo, che si sviluppa il libro. Una lei, centrale anche nello sviluppo. È con i suoi occhi che vediamo svolgersi una trama, che è intensa, dolorosa, piena di momenti di riflessione, a volte buttati lì quasi per caso, ma che (per me) denotano un’intensità nel pensare e nell’osservare. Lei è Hamutal, nome biblico che (purtroppo) non so tradurre ma che fu madre di due degli ultimi re del Regno di Giuda (la cui fine fu decisa quando Nabuccodonosor distrusse il primo tempio del re Salomone). Ed un’attenta lettura porta a vedere tutti i riferimenti biblici sempre molto presenti nella letteratura ebraica. Hamutal qui è madre di due figlie, e c’è tra loro una grossa tensione, scarsamente alleviata dal marito Aron (che nella Bibbia è il fratello di Mosè). Quindi la vita familiare di Hamutal è sull’orlo di una grossa crisi. Che si accentua con il ricovero della di lei madre in un ospedale geriatrico per malati terminali. Assistiamo così alla scissione di Hamutal tra le lotte (appena accennate, ma si intuisce dirompenti) in famiglia e la battaglia per recuperare un rapporto con la madre, che, sicuramente malata di Alzheimer, esce a tratti dal buio della malattia, ma non ha (come non ha mai avuto) una parola di gentilezza verso la figlia. In questa situazione critica si inserisce Shaul (in italiano Saul, anche lui forte personaggio biblico, prima inneggiato poi osteggiato dalle tribù di Israele, che spinsero poi sul suo trono il giovane David vincitore di Golia). Figlio di un altro malato terminale. Tra i due, miracolosamente, scoppia una scintilla. Un sentimento di reciproco sostentamento, nel momento del dolore. Nel recupero del rapporto con i genitori. Con quella sensazione (reciproca) di aver trovato qualcuno che comprende le parole che vengono dette (ed anche quelle che vengono taciute). Shaul è tornato lì, a Tel Aviv, per accudire il padre, lasciando moglie e figli a Chicago, dove si è trasferito da anni. La storia è tutta giocata tra questi personaggi che si muovono con difficoltà, che spesso fanno passi falsi, ognuno perseguendo in realtà un proprio gioco, un proprio disegno. Che scoppierà (ma non dico come) alla morte del padre di Shaul. Da contrappunto, inoltre, come spesso in questa letteratura, i discorsi della guerra, delle deportazioni, di Auschwitz. Shifra (che in ebraico significa amorevole) è una madre che ha subito grossi danni durante la Shoah, e questo riaffiora anche nei più alti momenti di obnubilazione mentale. Non è un libro consolatorio, anche se ognuno uscirà più maturo alla fine del romanzo (e continuerò a non dirvi in quale direzione). È un libro di pensieri: come può avere un’infanzia serena una figlia di deportati che non hanno superato quel trauma? Come fa una ragazza a diventare una madre consapevole se non ha mai avuto la sensazione di essere amata? Quali sono i modi per interagire tra adulti e ragazzi, quando entrambi hanno momenti problematici? Come fanno i lui a capire cosa vuole lei? Fortunatamente, ed è questa un’altra delle bellezze del romanzo, Savyon è donna e si cala in Hamutal, e ce ne fa seguire i ragionamenti, le deduzioni, le paure, le gioie. Per me è stata una cartina di tornasole su cui vedere dei ragionamenti che anche io (come tanti) abbiamo fatto nella nostra vita, ma dal punto di vista femminile e non maschile. Non sono uscito allegro dal libro, troppe frecce lanciate, ma pieno della speranza che c’è sempre un modo per andare avanti: continuare ad essere se stessi.
“Tutto è predestinato, ma ognuno è libero di decidere.” (101)
“Quando l’uomo è un ragazzo, canta; quando è adulto, racconta parabole; quando è vecchio, dice cose vane.” (126)
“Penso che preferirei dimenticare la maggior parte delle cose che ricordo.” (135)
Jhumpa Lahiri “L’omonimo” Guanda euro 9 (in realtà, scontato a 6,84 euro)
[A: 07/08/2012– I: 09/05/2013 – T: 10/05/2013]
[tit. or.: The Namesake; ling. or.: inglese; pagine: 342; anno 2003]
Mi avevano incuriosito alcune circostanze temporalmente coincidenti con la scoperta di questo libro negli scaffali della ex-libreria MEL in via Nazionale. Avevo da poco finito il libro dell’indiano Ghosh sull’epopea indiana dell’emigrazione dall’India alle Maldive. Avevo visto uscire un film tratto da questo libro. E mi colpiva il titolo, questa volta fedelmente riprodotto dall’originale. Omonimo? Ma a chi? A cosa? E chi è questa Jhumpa, vincitrice di un Pulitzer nel 2000? Date queste premesse, si acquista, e poi si lascia riposare fino a quando non è stato il suo turno. La scrittura, venendo da un Pulitzer, non poteva che essere gradevole. E la storia anche, mantiene le promesse, anche se non si accosta alle grandi saghe dell’a me più consono Amitav. Perché alla fine, il risultato è dignitoso, tant’è che l’ho letto in un paio di giorni (anzi di notti), ma mi aspettavo qualcosa di più. Certo, ritrae, e credo fedelmente vista la storia personale della scrittrice, il mondo degli indiani espatriati. Dei loro problemi nei mondi di arrivo. E di quello che lasciano nei mondi di partenza. La storia segue grosso modo la tempistica di una generazione. Seguiamo, infatti, lo sposalizio di Ashima e Ashoke. La nascita del figlio, e la sua crescita fino ad un intorno dei suoi trenta anni. E le evoluzioni, che in una generazione di espatriati, avvengono nei modi di vivere dei personaggi. Ashoke, da giovane grande lettore soprattutto di letteratura russa, si salva miracolosamente da un disastro ferroviario mentre legge “Il cappotto” di Gogol. Abbandona allora la letteratura, si trasferisce a studiare al MIT di Boston, e, avviato sulla trentina, acconsente ad un matrimonio combinato con Ashima, che non ha mai visto. Anche Ashima si trasferisce a Boston, e viviamo con loro la prima parte del loro espatrio. Non sono certo clandestini, anzi direi quasi benestanti. Ma vivono nel mondo chiuso dei bengalesi all’estero, frequentandosi solo tra di loro. E quando nasce il loro figlio scopriamo la bellezza del nome. Che nel Bengala (forse in tutta l’India) uno è il nome anagrafico, ma altro e più vicino alle persone è il nome familiare. Ma il nome anagrafico deve essere dato dal parente più anziano, la nonna indiana, la cui lettera con il nome mai arriverà. In America, come in tutti i paesi occidentali, non si esce dall’ospedale senza un nome. Viene allora dato al bimbo il primo nome che sorge nella mente di Ashoke: quello dell’autore che gli salvò la vita. Ed ecco l’omonimia. Ecco aggirarsi per Boston il piccolo Gogol Ganguli. Tutta la storia di Gogol sarà permeata da questo dualismo di un nome che non dovrebbe essere il suo, ma che, allo stesso tempo, è quello di un grande personaggio. Questo da modo alla scrittrice di scavare nei meandri dei modi di vivere e di essere degli espatriati benestanti. Dei loro figli (dopo Gogol nascerà la bella Senali, che ben presto verrà chiamata semplicemente Sonia). E Gogol cresce combattuto, amando – odiando il nome e le sue origini. Cercando di allontanarsi, appena può, dall’ambiente bengalese. Dopo la giovinezza che viviamo insieme alle sue frustrazioni, si libera, va a vivere da solo. Fa esperienza. Ha una prima storia d’amore che finisce presto. Poi una grande storia, negli anni universitari e da poco laureato, con l’emancipata Maxine. Intanto, si è anche cambiato il nome in Nikhil, proprio per allontanarsi dall’India. Ma anche la convivenza con Maxine regge fino alla morte di Ashoke. Quando Gogol – Nikhil verrà risucchiato, consenziente, nel mondo degli espatriati. Con i riti funebri. Con la scoperta dell’amore con l’intelligente Moshumi. Il matrimonio, con tutti i rituali indiani, trasportati nella provincia americana. Ma il libro non è un libro di formazione allegro, non intende consolarci, che Gogol sarà sempre sconfitto finché non accetterà l’origine del suo nome. Per riavvicinarsi definitivamente, anche se solitario, al mondo della madre mesta e della sorella allegra. Anche se è e sarà americano e non indiano (vogliamo parlare dello ius soli?). Le parti migliori sono quelle delle contrapposizioni tra usanze americane ed abitudini indiane, e quando di quest’ultime viene dato spiegazione ed approfondimento. È certo un libro dolente, che l’emigrazione sempre lo è. Ma utile per chi l’espatrio lo ha vissuto sulla propria pelle (Jhumpa nasce, infatti, a Londra da genitori indiani e presto si trasferisce in America). A me, tra le altre, lascia il segno il rapporto tra Ashoke e Gogol, soprattutto quando quest’ultimo segue la propria indole di architetto e non fa facoltà scientifiche come voleva il padre. Tuttavia mi aspettavo uno scatto di qualità, che, alla fine, non ho trovato. Anche se ne consiglio la lettura. In ultimo consiglio allo sprovveduto traduttore di Kathy Reichs (di cui ho ampiamente parlato male) di fare un corso di inglese con Claudia Tarolo, che ben traduce il libro, portandoci in tavola, a pagina 242, un’insalata di rucola e pere!
“Non riesce a liberarsi dall’idea che metà delle persone presenti in quella stanza siano andate a letto insieme.” (281)
“Fissando il mare sterminato di novità [in libreria] si rende conto che non ha letto nessuno di questi libri, e che senso ha regalarle qualcosa che non ha letto?” (320)
Chiara Gamberale “Le luci nelle case degli altri” Mondadori euro 13 (in realtà, scontato 9,75 euro)
[A: 01/11/2012– I: 25/05/2013 – T: 26/05/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 392; anno 2010]
Una bella e gradevole lettura, per cui devo ringraziare l’amica Paola N del suggerimento. Già altro ho letto della Gamberale, e già ricordai come mi colpì la fulminazione iniziale di quel “La zona cieca”, libro costruito sul quadrato di Johari, che spero ricordino i miei amici psicologi (e che se qualcuno vuole, altrove ricorderò). Anche qui c’è una bella idea “scatenante”, ed un susseguirsi di narrati (in soggettiva) e flashback (in oggettiva e corsivo) dove bisogna un po’ entrare nel meccanismo, ma poi scorre veloce, anche se non lieve, verso l’attesa spasmodica (per me lettore a volte ansioso) del disvelamento finale. E come tutti i libri che mi appassionano, anche qui, alla fine, abbandonato il capo sul cuscino, mi sono posto ad immaginare il dopo. Cosa avrebbero fatto Mandorla, e Matteo, e Lidia, Giulia, Lorenzo, e tutti gli altri coinvolti nella trama. E quale è questa volta l’idea da cui parte la scrittrice? Il nucleo della trama è imperniata sulla vita di un condominio romano, sito in via di Grotta Perfetta a Roma, stretto tra la Cristoforo Colombo ed il Parco dell’Appia. Cinque piani, cinque nuclei familiari. L’amministratrice del condominio (“le sue riunioni condominiali sembravano più che altro sedute di autocoscienza”), muore lasciando la figlioletta, Mandorla, di 6 anni, ed una lettera dove indica come l’abbia concepita nel lavatoio del condominio, a valle di una riunione. I maschi del condominio si sentono parte in causa, ma per il quieto vivere di tutti (forse meno che della piccola Mandorla), decidono di non approfondire la questione, ma di “adottare” come condominio la piccola che vivrà due anni, più o meno, in ogni famiglia. Su questo assunto strampalato, si dipana quindi la storia. Che intreccia la crescita di Mandorla, con l’interazione tra lei e le varie famiglie. E la storia delle famiglie stesse. La signorina Tina, maestra in persona, sarà la prima (è quella del primo piano). E poi salendo, con gli anni e le scale, passa al secondo piano con la famiglia Sgrò, dove c’è l’avvocato Caterina e lo sconclusionato cinefilo Samuele ed il loro figlio Lars (chiamato così in onore di Lars Von Tier). E dove seguiamo la “lucida follia” di Samuele che gira un film alla maniera di Heimat (ad essere buoni) o al Wharol del sonno, riprendendo 24 ore di sonno del figlio. Questo, e il tradimento di Samuele con … (non ve lo dico), porteranno alla rottura della famiglia, ed al trasferimento anzi tempo al terzo piano. Dove invece vivono Paolo e Michelangelo, la coppia gay. Che, nonostante gli attriti tra Paolo e Mandorla, si rivela pieno di dolcezze reciproche. Mandorla sta crescendo, diventa sempre più “difficile”, perché non si adatta agli ADME (come li definisce lei: gli Altri Della Mia Età), e non servirà, anche se la farà maturare, il passaggio al quarto piano, da Lidia e Lorenzo. Maturare che Lorenzo è un intellettuale sconclusionato, ma capace di seguire un ragionamento. E Lidia cura un programma “amorevole” alla radio (come del resto la nostra scrittrice). Ma la crisi vera arriverà all’ultimo piano, dalla famiglia Barilla. Che più famiglia non si può: lui, padre, dirigente d’industria, assolutamente privo di qualsiasi traccia di umanità, lei, madre, che fa la madre “classica” che non chiede ma fa. Ed i due figli: Giulia, che ben presto se ne va in Inghilterra, e Matteo. Che ha la stessa età di Mandorla, che vanno nella stessa classe. E di cui (ovvio) Mandorla si innamora. Ma Matteo non pare recepire i messaggi e si mette con Eva, l’unica amica di Mandorla. Che per ripicca si invaghisce di uno spostato, Palomo, che millanta una madre messicana ed ha la sola capacità di inventarsi storie. Strampalate, ma talmente belle che sono quello di cui Mandorla ha bisogno. E per Palomo, Mandorla farà sciocchezze grandi e piccole. Costringendo il condominio a ripensare tutti i gli atteggiamenti tenuti. Ed a prometterle il test del DNA per scoprire chi sia il padre. Mandorla, in una lunga notte in prigione (e non vi dirò perché) ripercorre tutta la sua vita condominiale. Ed una volta uscita, ci sarà una nuova riunione condominiale, per decidere i tempi del test, e per ascoltare cosa vorrà dire Mandorla, e cosa Matteo. Non vi svelo l’ultima parte, significativa e che da anche senso al tutto. È un bel modo, per la Gamberale, di sciogliere i dilemmi, e di portare avanti i problemi dei rapporti interpersonali. Una madre è sempre una madre, ma un padre lo si può diventare, anche non essendolo, o non sapendo di esserlo, come dimostrano in vario modo i condomini di Poggio Ameno. Insomma, un bel flash di situazioni varie, possibili e reali. Che toccano tanti temi: la solitudine della vecchiaia, i gay, i rapporti nati su di una base comune, ma che non si evolvono nel tempo e necessariamente si logorano, paternità biologica o naturale, amori giovanili e giovanili ribellioni. Questo solo per toccarne alcuni. E per ribadire che a me è piaciuto, e ne consiglio la lettura. Magari estiva, davanti ad un mare blu, con una Coca fresca vicino.
“Incredibile… come la vita ci cambia mentre noi siamo tutti concentrati a cambiare lei.” (117)
“Comincio a credere che si possa essere davvero genitori o figli solo dentro di noi, al di là del ruolo che la vita ci assegna e che, giusto accidentalmente, può corrispondere a quello che siamo più adatti a fare.” (255)
“Possiamo mettercela tutta per cambiare le cose che non ci piacciono. Ma ce ne sono certe che dobbiamo solo accettare così come sono. Il gioco sta nel riconoscere quali sono quelle e quali sono queste.” (373)
“L’unico perdono possibile che possiamo concedere alle nostre mamme e ai nostri papà è lasciarli andare, a un certo punto. Continuare a volergli bene … ma smetterla di far dipendere il nostro destino dal loro. Altrimenti avremo solo una buona scusa per non combinarci mai niente, con quel destino.” (385)
Ancora nessuna notizia certa su Cuba, qualche schiarita sul Portogallo, e andiamo a votare con un po’ di tremore ed il passaporto in mano (sperando che si voli anche lì). 

domenica 2 giugno 2013

Isolani/isolati - 02 giugno 2013

Domenica da Festa della Repubblica, e come festeggiarla al meglio, al meglio darle un senso celebrando scrittori isolani, da quella Sardegna dove sarebbe sceso il nome del Re d’Italia verso il resto del continente alla Sicilia delle conquiste garibaldine. Ed ecco quindi il sardo Atzeni e la sicula Agnello, inframmezzati da un’entrata nuova (per ora isolata) di un libro che mi ha piacevolmente sorpreso di Paolo Di Paolo.
Sergio Atzeni “Passavamo sulla terra leggeri” Ilisso euro 7 (in realtà, scontato 5,95 euro)
[A: 01/01/2013 – I: 05/02/2013 – T: 10/02/2013]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 163; anno: 1996]
Grazie alle indicazioni de “Il libraio” di Repubblica, avevo inserito questo libro tra quelli da cercare, prima o poi. Anche perché non sembrava (ed, in effetti, non lo è stato) di facile reperibilità. Sicuramente, poi, è un libro che avrei comunque messo nelle mie infinite liste, per via del ricordo dell’autore. Sergio Atzeni era un prima promettente poi maturo scrittore, mio coevo, di cui lessi dei racconti che mi lasciarono freddo, ma poi un romanzo “alla Kurosawa” su una figura di bandito anarchico che invece mi aveva coinvolto ed incuriosito (l’ottimo “Figlio di Bakunin” di cui ho parlato un paio di anni fa). Purtroppo Atzeni, messo il punto finale a questo romanzo di cui oggi parlo, viene travolto da onde impetuose mentre fa il bagno in quel di Carloforte, lasciandoci poco meno di venti anni fa. E lasciandoci soprattutto come memento e sintesi della sua opera questo testo, che non è un romanzo, ma migliaia di micro - romanzi partecipi di una cavalcata onirica che ci porta dalla Sardegna pre-istorica sino alla fine dell’indipendenza sarda. Cioè a quel 1409, pochi anni dopo la morte di una delle regnanti più interessanti della storia isolana, la giudicessa Eleonora d’Arborea, quando, nella piana di Sanluri, gli Aragonesi sconfiggono definitivamente le forze libere della Sardegna, condannando l’isola ad un futuro di sottomissione, non ancora terminato. L’idea, bella e coinvolgente, di Atzeni, è quella di istituire una categoria di persone, nominate “custodi del tempo”, che si tramandano oralmente la storia dell’isola, appunto dagli albori al 1409. Ogni trenta anni un custode nomina un suo successore e gli narra la storia. Nei tempi antichi, la narrava sino al momento che stavano vivendo. Poi, ovviamente, sino al momento che si pone a fine della libertà. L’autore immagina di essere partecipe di questo rito trentennale, ma che, allo scadere dei suoi trentanni decida di volger in scritto questa oralità, consegnandocela per l’eternità. La bravura dello scrittore è di mantenere il ritmo orale anche alla parola scritta, di fare degli intarsi per spiegare la genesi di quanto Antonio Setzu sta narrando al giovane. Ma soprattutto, con una documentazione che deve essere stata lunga, difficoltosa, e tuttavia fruttuosa, Atzeni lega e collega le vicende isolane, narrando con nomi, fatti, luoghi e avvenimenti quanto sia successo sulla terra barbaricina. Dall’arrivo di gente sull’isola, gente che non sapeva navigare e si arroccò nell’entroterra. Gente che rispondeva a nomi monosillabici (Rg, Ug, Tze, e così via). Che nomina un luogo segreto all’interno di un monte cavo. E da quella, sempre, prenderà il potere non colui che regnerà sulle terre, ma un giudice. In realtà i cosiddetti “regni di Sardegna” sono meglio noti come “Giudicati” (ed erano quattro, come le grandi ripartizione sarde dovrebbero rispettare: Logudoro, Gallura, Arborea e Calari, cioè Sassari, Olbia, Oristano e Cagliari). Ed il giudice non comanda, ma dirime i problemi della gente, che rispetta le sue sentenze. Ogni epoca ha i suoi piccoli o grandi momenti. Scoperta delle prossimità. Riti di fertilità. La fondazione di Bosa. Il grande e centrale giudicato di Arbaré (che noi conosciamo come Arborea). Il Sud con Keral (oggi Cagliari) sempre più vicina delle altre alla terra ferma. Un vangelo aramaico miracolosamente arrivato dalla Terrasanta. Le vicende personale e pubbliche di Barisone, uno dei più stimati, e dei più in difficoltà, che vede per primo la sua terra contesa ed attaccata sia dalle potenze marinare italiche, sia dagli aragonesi. Per terminare con le vicende di Eleonora, con la sua saggezza, con la promulgazione di una “Carta de Logu” che sarà il codice civile e penale dell’isola sino al cedimento ai piemontesi nel 1827. Detto così sembra un trattato di storia. Ebbene, non lo è, perché tutti i mini-racconti che Atzeni utilizza in modo auto-contenentesi, per far sì di descrivere il momento dell’accadimento, e concatenantesi, in modo che, uniti in una lunga ghirlanda, ci fanno vedere in controluce non solo la storia di un popolo, ma la genesi del suo essere. La genesi delle sue peculiarità, delle sue bontà e delle sue cattiverie. Sempre con questa scrittura che anch’essa è parafrasi del titolo: anch’essa, come il popolo sardo, passa sulla terra leggera. Utilizzando poi, con capacità e coinvolgimento, questa prima persona plurale: come se, o forse proprio perché, il popolo sardo è un collettivo di cui è bello far parte. Un popolo di cui Atzeni cerca di reinventarsi anche una lingua, dove la gente si chiamava tra loro s’ard, che vuol dire danzatori delle stelle. Bisogna proprio leggerlo!
Simonetta Agnello Hornby “Il veleno dell’oleandro” Feltrinelli s.p. (regalo di Alessandra)
[A: 16/03/2013 – I: 20/03/2013 – T: 25/03/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 216; anno 2013]
Un libro entrato nella mia libreria per l’ostinazione (benefica e che spero non cessi mai) di chi continua a regalarmi un libro ogni volta che parto. E partendo spesso, si capisce l’incremento di libri non pianificati. D’altra parte l’Agnello non mi dispiace nella lettura (e prima o poi riuscirò a trovare il tempo di leggerne le ricette) anche se in questa opera mi è sembrata con una scrittura in calando rispetto ad altre. Non dispiace l’alternarsi dei capitoli tra le due visioni degli avvenimenti: quella di Mara, la figliastra della protagonista-ombra del libro, e quella di Benedetto detto Bede, l’ambiguo poli-sessuale su cui fa perno la vicenda della tenuta di Pedrara, lì dalle parti del catanese, nei dintorni del fiammante vulcano. Ma è proprio la vicenda in sé, che, uscita dai frammenti delle narrazioni lascia un po’ distanti, non coinvolge. O forse non riesce ad uscire con potenza, come sarebbe forse da una narrazione più diretta, meno a flash-back. Perché tutta la narrazione, tutte le presentazioni dei personaggi (che sono tanti e che a volte ci si perde un po’, almeno all’inizio) mira alla costruzione della vicenda di una grande famiglia siciliana, del suo apogeo e del suo perdersi, mattone dopo mattone, come una casa vecchia cui nessuno provvede alla manutenzione. Alla fine, la ricostruiamo la vicenda. Quella del capostipite Tommaso, ricco e console in terre arabe, dove apprende piaceri della vita e gusti sessuali ambivalenti. La morte della prima moglie. Lo sposarsi con la sorella di lei, che si prende cura dei figli piccoli di lui, tra cui la narrante Mara. E che si innamora, ricambiata, di Bede, pur essendo questi l’amante del marito. Muore il patriarca, i figli crescono e si spargono per la penisola italica. Fanno le loro vite: Mara si sposa, genera Viola, si separa e si danna della possibile anoressia della figlia; Giulia si dedica al possessivo ed ambiguo Pasquale; Luigi è ossessionato dalla possibile omosessualità del figlio Thomas. E Anna, invecchia, si ammala e torna a Pedrara. Dove viene accudita con amore e rispetto dall’invecchiante Bede. Ma la tenuta sta andando in rovina. E per trovare i soldi per tirare avanti, la cricca dei fratelli di Bede, coadiuvata dal notaio e dal dottore, mette in piedi un traffico di clandestini che transitano per Pedrara, prima di essere smistati altrove. L’aggravarsi di Anna fa precipitare la situazione. I figli tornano a Pedrara. Giulia per cercare dei fantomatici gioielli scomparsi. Mara per affetto. Luigi per dovere. Ma tutta questa confusione mette i bastoni tra le ruote della cricca del malaffare. Che prima tenta con le buone. Poi, Bede nolente, si comincia a fare sul serio. Minacciando. E poi provocando (accidentalmente? intenzionalmente?) la morte della vecchia Anna. E come aveva detto sin da quando era giovane, Bede morirà insieme ad Anna. Per questo si getterà d’alta rupe prospiciente il mare. Tutto questo, ed altro ancora, lo scopriremo pagina dopo pagina, che le prime si aprono proprio sul funerale congiunto di Anna e Bede, come entrambi avevano scritto nelle loro ultime volontà. Ma tutte le scoperte, le agnizioni, le buone e le cattive azioni che riempiono le altre 200 pagine del libro non provocano sentimenti di partecipazione. Leggo la storia, la ricostruisco. Ma non mi emoziona, non mi coinvolge. Una grande storia della decadenza di un’isola e della sua gente. Dispiace. Mette tristezza. Ma non c’è mai un passo positivo, un senso di volontà verso e non sudditanza a. Ho bisogno di personaggi positivi. E qui non ce ne sono. Mi si dice che così è la vita. Le mie letture vogliono forse anche altro. E forse lo vogliono ora. Non discuto di altri tempi ed altri sentimenti. Per questo, alla fine, il libro non mi è piaciuto come mi aspettavo. Mi ha fatto compagnia in alcune serate solitarie thailandesi. Non molto di più. Aspetto scritture più coinvolgenti, amici scrittori.
“I figli si creano per piacere e con egoismo; si allevano per necessità. … La grande beffa della vita è proprio questa: i genitori continuano ad essere il sostegno dei figli, ma alla fine muoiono soli come sono nati.” (21)
“L’amore capita, non si pianifica. E quando si ama si dimentica il passato e il futuro. … Si ama nel presente. Mai per gratitudine di un passato felice, e nemmeno nell’aspettativa di un bene futuro.” (181)
Paolo Di Paolo “Dove eravate tutti” Feltrinelli euro 8 (in realtà, scontato a 5,20 euro)
[A: 01/02/2013 – I: 27/03/2013 – T: 31/03/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 319; anno 2011]
Passando in libreria, durante il forzato e dorato esilio dovuto ai lavori di casa, ho visto questo libro. Ignoto l’autore (almeno a me), ma potente il titolo. Portato a zonzo anche lui per la Thailandia, e letto durante il lungo ritorno a casa, devo dire che … sono contento. Bella scrittura, scorrevole, piacevole. Non direi bella trama, che in realtà la trama c’è e on c’è. Non mi azzardo a dire, come fece il mai troppo compianto Tabucchi, che siamo di fronte ad una rivisitazione italiana del giovane Holden. Certo, l’autore divaga, girella, ci fa vedere una storia. Ma è anche LA (maiuscola) storia di noi tutti, dei nostri giorni. Non è un caso, che, ogni tanto, ci siano inserti, disegni, fogli di giornale. È la storia di una persona normale, nel nostro mondo normale. Di fronte ai problemi di tutti e di nessuno. Volendo, poi, scavare la storia, una storia, c’è. È quella del protagonista, io-narrante, che si trova ad affrontare l’ultimo scoglio da studioso, una laurea di cui nessun relatore vuole prendersi carico, e che lui, ostinatamente, cerca di portare avanti. Intanto il padre, professore di liceo, va in pensione. E cosa fa, il primo giorno della non-scuola? Investe con la macchina il Thomas Marangoni, suo ex-alunno che lo ha tormentato nell’ultimo anno. Non solo, ma che ha anche una storiella con la figlia del professore, nonché sorella del protagonista. Thomas, per vendicarsi, manda una lettera ipotizzando una strana serata durante l’ultima gita scolastica tra il professore ed una supplente. Su questo plot ricorrente ed insistente, il narratore comincia ad interrogarsi sul suo mondo. Sui suoi rapporti con il padre (ed ogni tanto immagina scene di discussioni, litigi ed agnizioni). Sui suoi rapporti con la madre. Sui rapporti tra i suoi genitori, dato che la madre decide di andarsene da una zia a Berlino per “rifiatare”. Sarà vero quello che dice Thomas? Insomma si interroga sui suoi rapporti con il  mondo, con gli altri. Ed anche con le altre. Pensando che una sua amica di infanzia, da lui soprannominata Scirocco (e non vi dirò perché) sia a Berlino, ci va anche lui. Non la trova, ma ha un bel colloquio con la madre. Capisce meglio il padre. Scava in sé stesso. Torna. Ritrova Scirocco. Spero (tutti speriamo) che nasca qualcosa, anche se, giustamente, il narratore non ci dice tutto. Trova la sorella cresciuta, ed in allontanamento dal Thomas di cui sopra. E torna, ritorna, e rimugina su questa tesi dei tempi moderni. Perché lui la vuole incentrare su Berlusconi e su come abbia cambiato il modo di essere italiano. Troppo politica, gli dicono. Troppo attuale, per chi vuole laurearsi in storia. Meglio una bella tesi sul fascismo (mi fa pensare…). Ma lui non demorde, con quel grido di dolore del titolo, che sempre si porta appresso. Dove eravate quando nascevano le TV private. Dove eravate quando l’unto scendeva in campo. Perché avete nascosto la testa da un’altra parte. Non c’era modo di vedere oltre? Non c’era modo per il padre professore di accorgersi che anche gli alunni crescevano. Dove siete, ora che cade la neve a Roma? E ben ricordo che quella neve mi accompagnò poco dopo la fine del libro in un ospedale, dove tutto è finito bene. Ma noi c’eravamo, quando succedevano tutte queste cose. E cose facevamo? Non ci chiediamo dove vadano i cigni come Holden. Ma ci chiediamo dove andiamo noi. Anche ora, in questi altrettanto terribili tempi, con l’economia allo sbando, la politica ai minimi termini. Noi che facilmente diciamo di andarcene altrove. Forse dovremmo prendere per mano il giovane Paolo (felicemente trentenne) e dirgli che ci siamo. Cercando con lui di farci trasportare verso lidi felici da un soffio di scirocco. Insomma, mi è proprio piaciuto. Con tanti rimandi, che giustamente spiega nell’epilogo, ma soprattutto uno di cui lo ringrazio, quando imbastisce un capitolo sull’onda dell’amore liquido di Baumann. Grande! In alcuni punti poteva essere più leggero, in altri più positivo. Va bene così. Mi sa che ne terremo da conto per altre letture.
“Avevo mai guardato negli occhi mio padre per un tempo superiore ai venti secondi?” (44)
“Dove sta la verità su qualcuno? … Ogni giorno ci troviamo a parlare di persone che abbiamo intorno, come se fossimo al corrente di tutto ciò che le riguarda. È la zona minima di quelli che chiamiamo i Conosciuti. Si allarga lentamente, anno dopo anno, acquista nuovi membri, mentre perde quelli meno affiatati… Ma il mondo è soprattutto, o soltanto, questo: gente che non conosciamo.” (159)
“Stranezza di viaggiare da soli! Ci sediamo nei caffè dopo aver camminato per ore, senza una ragione precisa e senza aver contato i chilometri. … Sarebbe bello mimetizzarsi, non essere stranieri mai a niente.” (174)
Simonetta Agnello Hornby “Un filo d’olio” Sellerio euro 14
[A: 30/09/2012 – I: 25/04/2013 – T: 29/04/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 266; anno 2012]
Pensavo di incasellarlo tra i saggi, visto che (leggendone in giro) si parlava di un libro di ricette. Ma dopo averlo letto, penso bene che sia comunque da mettere qui, tra i romanzi italiani. Anzi tra i ricordi autobiografici di una grande famiglia siciliana, quella del barone Agnello. E dell’infanzia delle due bimbe, Simonetta, ora scrittrice ma anche avvocato in difesa di minori, e Chiara, che fa rinascere la campagna di Mosè e rinverdisce le ricette di nonna Maria. Il libro è, infatti, bipartito (cioè diviso in due, non dedito a due parti politiche come degenera a volte il nome): la parte narrativa di Simonetta e le ricette descritte e commentate da Chiara. Entrambe mi hanno preso, per motivi diversi. La narrazione della Agnello Hornby qui ritorna ai passi dei primi libri che lessi, si fa più intima, e quindi più sentita e partecipata. Facciamo una piccola corsa tra il ’50 ed il ’57, gli anni delle estati a Mosè, nella campagna agrigentina. Nella casa avita, che viene ogni anno aperta da maggio a settembre. E dove gli Agnello si trasferiscono. Dove non succedono grandi cose, se non lo scorrere degli anni, il crescere dei bimbi, che da infanti si affacciano alla giovinezza. Contornati da tutte le figure famigliari e di contorno: i massari, le contadine che raccolgono le mandorle (le mennulare di buona memoria), la tata Giuliana, il factotum Paolo, la cuoca, ma anche, e soprattutto, le persone di sangue. La mamma Elena e la zia Teresa, il cugino Silvano, la sorella Chiara (anche se, essendo la più piccola rimane sempre un po’ defilata a giocare con le bambole), la nonna, il nonno, gli altri zii che transitano, per tanto o per poco, nella casa ospitale. E tutti i misteri della crescita: le chiacchiere dei grandi, le ammucchiate in cucina a vedere cucinare i dolci, le gite tra i campi, le sbucciature ai ginocchi. I grandi giochi che impegnano tutta l’estate: la ricerca dei cocci greci e fenici, le automobili da far correre per la discesa. E con il crescere, anche il distacco verso l’infanzia, il passaggio alla lettura, il mistero dei rapporti umani, la nascita delle domande sul sesso. Ma i grandi lo fanno? E quando? Perché litiga lo zio Nicola? E verso la fine, le grandi scoperte, l’irruzione del frigorifero che sostituisce il ghiaccio ed allunga la vita del cibo, la televisione che irrompe nelle case (e come capisco la piccola Simonetta incantata davanti alle pecore dell’intervallo, anch’io le guardavo, prefigurandomi quello che veniva dopo, magari la TV dei ragazzi, essendo io passato davanti alla scatola a transistor qualche anno dopo). Per finire con il distacco, le vacanze che si spostano in Svizzera, ad imparar le lingue. E la vita che si sposta da Agrigento a Palermo. Insomma una bella cavalcata, contrappuntata sempre e comunque dal cibo. Dal cibo della campagna, che poca carne si mangiava, e molto si prendeva stagionalmente e di verdura. Zucchine, melanzane, e tanti pomodori (ma solo per fare la salsa). La frutta, fresca, cotta, messa nel pan di spagna. Le mele cotogne, le marmellate, l’amarena. Un contrappunto che, cessando il ricordo di Simonetta, dona il là alle ricette rivisitate da Chiara. Sempre quelle scritte con la bella calligrafia da nonna Maria (ed anche qui ricordo chi scrive e conserva ricette, tirandone fuori anche sapori antichi). Ripercorse mese dopo mese, con quella stagionalità che dava un ritmo allo scandir dei giorni. Le cotolette di melanzane, le frittatine in trippa (questo si che me le ricordo, frittate tagliate in strisce e ripassate al pomodoro), le polpette fritte (buonissime da mangiare appena fatte, bollenti). Non posso nascondere che il tutto mi fa riandare ai dieci anni (dai cinque ai quindici) passati nelle estati tortoretane. Quando a giugno zia Vittoria apriva le case del mare (certo in affitto, che non s’era possidenti), in quel luogo sperduto scovato da mio padre nella riva adriatica, allora praticamente deserto (ed ora ahi quanto frequentato). E dove a raffica ci spostavamo noi cugini (la nostra tribù), la libertà del mese di luglio senza i genitori, il cambiamento di ritmo ad agosto, quando vengono tutti i grandi, i dolori dei primi giorni si settembre, quando si comincia a tornare a Roma. I giochi dell’estate, le mitiche olimpiadi estive in spiaggia, le gite alle fonti del Salinello. E perché no, le passeggiate verso il centro, con le teglie di pomodori al riso da portare all’unico forno cittadino, l’apertura del cinema all’aperto. Ma queste sono altre storie, sono le mie. Torniamo agli Agnello, e ringraziamole per la scrittura, per le foto d’epoca che ci fanno fare mirabili salti di pensiero, e ringraziamo con loro anche Elena e Giovanna (così come vengono giustamente ricordate) per aver fatto da cavia alle ricette, sperando di poter ancora a lungo provarle insieme. Due micro appunti, uno per autrice. Simonetta citando le canzoni di Lina (che credo si situi intorno al ’53) parla di Grazie dei fior (prima canzone vincitrice del Festival nel ’51), di Vola, colomba bianca, vola (del ’52) ma anche de Il bosco innamorato che è solo del ’56. E Chiara parlando della ricetta del Gelo di melone d’acqua dice “in italiano anguria”, quando più correttamente dovrebbe dire “in italiano cocomero”, che anguria è regionale (vedi Devoto-Oli).
“Passeggiate che avevano un’unica meta: il bar [dove] il gelataio Don Giovannino … offriva ai clienti due soli gusti: limone e cioccolato.” (93) [i miei preferiti, da ragazzo prendevo sempre lo stesso cono: limone, cioccolato e panna; lo adoravo!]
Come i miei più fedeli lettori sanno, alla prima trama del mese riporto elenco e giudizi dei libri letti in precedenza, cioè nel mese di marzo (come vogliono i tempi tecnici di inserimento). Marzo di letture normali, dovute anche al viaggio thailandese, ma di buona resa, con due libri su tutti: quello di Di Paolo (di cui avete appena letto le trame) ed il noir italo-francese di Pandiani.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Ian Rankin
Cerchi e croci
TEA
9
3
2
Enrico Pandiani
Les Italiens
Instar
9
4
3
Alexander McCall Smith
Pratiche applicazioni di un dilemma filosofico
TEA
8,60
3
4
Elizabeth Peters
Il segreto della tomba d’oro
TEA
8,60
3
5
Marco Vichi
Il nuovo venuto
TEA
9
3
6
P. D. James
Scuola per infermiere
Mondadori
9
3
7
Kathy Reichs
Ceneri
BUR
9,90
3
8
Corrado Ruggeri
Farfalle sul Mekong
Feltrinelli
7,50
3
9
Simonetta Agnello Hornby
Il veleno dell’oleandro
Feltrinelli
s.p.
2
10
Paolo Foschi
Il castigo di Attila
E/O
13
3
11
Paolo Di Paolo
Dove eravate tutti
Feltrinelli
8
4
Intanto siamo qui ad aspettare notizie dei viaggi, in attesa se (come spero ardentemente) si riesca a partire per Cuba. Anche su gli altri viaggi si lavora, per i prossimi mesi. 

domenica 26 maggio 2013

Saggi(a)mente - 26 maggio 2013

Perché è una domenica strana in cui bisogna tenere a mente di essere saggi. Perché dopo qualche settimana di relax e dopo aver smaltito felicità (tante) e tristezze (poche) della grande festa, bisogna a volte tornare a pensare. Secondo direttrici consolidate ma non banali. Libri non facili, ma che vi segnalo assolutamente: la trasformazione delle idee in valori nel saggio del giurista Schmitt, due saggi sull’etica della morte e della vecchiaia, con lo spagnolo Savater che mi ha impegnato ma non convinto e con Marco Tullio Cicerone che mi ha sedotto con la sua semplicità, passando per un libro di Trevi che mi ha innamorato basandosi sull’assunto che nei libri ci può essere di tutto, basta saper scavare. E se non avete la pazienza né di leggere i libri, né di leggere queste trame, vi consiglio con forza ed amicizia di leggere le frasi che riporto. Già bastano per riflettere, magari insieme, su questi temi.
Carl Schmitt “La tirannia dei valori” Adelphi euro 5,50 (in realtà, scontato 4,40 euro)
[A: 01/01/2013 – I: 21/01/2013 – T: 23/01/2013]
[titolo: Die Tyrannei der Werte; lingua: tedesco; pagine: 107; anno: 2008]
Anche questo libretto è uscito dal gran calderone dei miei autoregali di Natale: approfittando di un maxi sconto su Feltrinelli online, ho preso una quindicina di titoli poco reperibili pescando dalle mie lunghe e variegate liste. Così anche Carl Schmitt vi è entrato, provenendo dai suggerimenti della “Seconda” pagina dei Libri di Repubblica. Pur sperando che ci fosse qualche affinità con il mio amato Schmitt (che però è francese, e si chiama Eric-Emanuel, anche se entrambi sono alsaziani), immaginavo già fosse un libretto non facile. Tra l’altro nasce come contributo ad una serie di seminari su “Virtù e valore nella dottrina dello Stato” tenutisi ad Ebrach in Germania nel ’59, poi assemblati e prefati da Schmitt nel ’67 e solo in questa edizione accompagnati da un bel saggio didascalico esplicativo di Franco Volpi. Confermo, dopo la lettura, l’impressione della difficoltà avuta nel comprenderne i passaggi, dove si utilizzano categorie filosofiche e loro applicazioni ed implicazioni nella teoria dello Stato (non a caso Schmitt è eminentemente un giurista). Cosa mi rimane, a mo’ di riflessione sparsa dalle dense parole del pensatore tedesco? Innanzi tutto l’affermazione che coll’elevare un’idea o una convinzione a valore si finisce col giustificare qualunque mezzo e alla fine qualunque pretesa. Emerge con chiarezza sopratutto dal commento di Franco Volpi - nel quale è tracciata anche una puntuale e questa sì facilmente seguibile ricostruzione storica del concetto di valore - come il “valore”, sconfinando dalla sua sfera originaria - l'economia - e invadendo ogni ambito dell'esistenza sociale e politica, abbia prodotto, per Schmitt, una moralizzazione non scevra di pericoli. Perché il valore non è mai oggettivo, bensì solo soggettivamente riferito alla realtà; ciò significa, che "il valore non è, ma vale" e ciò che vale, sottolinea Schmitt, "aspira apertamente a essere posto in atto". È dunque l'uomo che definisce i valori ed è proprio il soggettivismo - sotteso ad ogni valore - a rendere pericolosa, agli occhi di Schmitt, ogni filosofia dei valori e ancor più ogni tentativo di "oggettivazione" degli stessi. Ma è sul terreno giuridico – politico, sostiene Schmitt e qui lo seguo con difficoltà, che gli esiti inquietanti di ogni valutazione evidenziano il portato discriminatorio di un pensare per valori. In quest'ambito - più che in ogni altro - l'appello ai valori rievoca elementi non condivisibili come la guerra giusta, mostrando i suoi tirannici effetti. Consapevole, nonché testimone, che il richiamo a ragioni morali - e la loro pretesa di universalità - conduce all'annientamento, Schmitt conclude esortando "Non usiamo con leggerezza le nostre parole", in particolar modo quando si parla di valori. Sia cauto, dunque, quel legislatore che fa ricorso ad essi, perché nulla più del valore necessita di mediazione. Di fronte al dilagante processo di valorizzazione "è compito del legislatore e delle leggi da lui decretate stabilire la mediazione tramite regole misurabili e applicabili e impedire il terrore dell'attuazione immediata e automatica dei valori" (p. 67). La logica di affermazione dei valori nello scenario globale attuale - magistralmente rappresentata dall'etica neocon della "lotta del bene contro l'asse del male" - mostra con evidenza quanto il messaggio schmittiano sia stato disatteso. Che cosa sono le guerre odierne - malgrado le "bombe intelligenti" e i loro inevitabili "effetti collaterali" - se non gli strumenti per l'attuazione dei propri valori, al prezzo dell'annientamento di quelli altrui? Una difficile lezione, questa di Schmitt, che ho letto (inconsapevolmente) come suggerisce il saggio di Volpi, senza sapere nulla dell’autore e badando alle parole. Che Schmitt, nella sua prima fase di vita pubblica, fu uno strenuo sostenitore dello stato forte contro lo stato liberale, dando anche elementi teorici giustificativi alla prima ascesa del nazismo. Per questo, e giustamente, fu emarginato dopo la Guerra. Ma non per questo le sue parole vanno solo bollate come “indifendibili”. Che queste conclusioni sono invece condivisibili, come poi mostrarono studi sul pensiero di Schmitt da parte di persone non sospettabili di compiacimenti, come Giorgio Agamben o Giacomo Marramao o Massimo Cacciari. Da qui, per noi, dovrebbe cominciare un percorso di riflessione che possa portare dalla critica dei valori verso la definizione di un comportamento etico, verso gli scritti di Baumann, ad esempio. Chissà. Un sottoprodotto della lettura è anche la riflessione di come sia difficile tradurre i linguaggi da un idioma all’altro. Chissà se “Werte” in tedesco ha la stessa valenza di “valore” in italiano? E da dove deriva questo, che in latino non veniva usato (si dice venga da “valere”, ma l’accezione è diversa)? Che abisso si apre…
"Non usiamo con leggerezza le nostre parole." (66)
“Quanto è più grave la crisi, tanto più grande è il numero di incapaci che si sentono chiamati a risolverla scrivendo di valori." (97)
Emanuele Trevi “Musica distante” Ponte alle Grazie s.p. (natalino dell’arabista di Rosanna, anche se poi era il mio regalo e non ci siamo visti ed allora l’ho letto io)
[A: 01/01/2013 – I: 27/01/2013 – T: 04/02/2013]
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 149; anno: 1997-2012]
Entrato di soppiatto nella mia libreria, come natalino di ritorno, ha fatto un’ottima riuscita, libro di contenuti e di riflessioni. Doppia la data di riferimento, che questa edizione è sì del 2012, ma il nostro simpatico autore l’ha scritto nel lontano 1997. Nel compimento del quindicesimo anno, quasi un’uscita dall’adolescenza per affacciarsi al mondo adulto, Ponte alle Grazie ce lo ripropone, con una nuova introduzione dello stesso Emanuele, che tuttavia, non toglie né aggiunge molto al fascino del libro. Un fascino che si basa sull’assunto che nei libri ci può essere tanto, basta avere la pazienza di scavare, sempre con occhi attenti ed aperti. Si parlava, poco sopra, di valori e della loro tirannia (cui rimando per non ripetermi). Qui si parla dell’altro corno del dilemma, delle virtù, anche se non affrontandone nella loro accezione etica (anche se immancabile), quanto nel modo che le suddette virtù vengono esemplificate e spiegate attraverso una lettura attenta di testi esimi. Per restringere il campo, Trevi fa riferimento a quelle che vengono etichettate come virtù “classiche”, cioè bibliche: le tre teologali e le quattro cardinali. Facendo un piccolo sforzo di memoria (dai che ce la potete fare), quindi, fede, speranza, carità, prudenza, giustizia, forza e temperanza. Senza cadere nel giacobinismo della rivoluzione francese (il famoso “terrorismo delle virtù”), lo scrittore ne abbozza i tratti concreti, perché ne vuole condividere la comprensione. E poiché comprendere significa anche poterne spiegare, si avvale dei mezzi a lui consoni per poterne parlare: testi letterari. Certo la fede è quella che più potrebbe tormentare l’orecchio attento alle disquisizioni attuali su relativismi ed altro, ma come non seguirne le mosse se la traguardiamo attraverso la “Gita al faro” di Virginia Woolf. Attraverso cioè tutto il percorso di Lilly e del suo ritratto della signora Ramsey, attraverso l’amore non dichiarato e la difficoltà del vedere in mezzo alle lacrime. Ma ancor di più seguiamo il percorso della speranza, con la Balena Bianca di Melville o “Il grande Meaulnes” del troppo presto dipartito Alain-Fournier. O ancor di più, nell’unico testo che, ad ora, mi trovo a gustare con piacere, di Conrad, quella “Linea d’ombra”, nella grande attesa di speranza della bava di vento da parte del neo-capitano. D’altra parte, la speranza (per Trevi e per me) è sempre legata ai viaggi, così come la carità al rapporto con il prossimo (ed andiamo a rileggere le brevi note che scrissi sul libro di Sofri, o sulle prediche di Enzo Bianchi o del cardinale Martini). Come non restare incollati alla pagina che ci descrive il San Martino di Simone Martini, o che ci porta, lettino dopo lettino, a visitare infermi e malati con Kafka, Flaubert e Bulgakov. Falsamente più semplici, perché sembrano più vicine al quotidiano di ognuno, la prudenza e la giustizia. Ma prudente è colui che si ferma prima di agire, per poi agire, o si ferma per poi non agire per nulla (l’immenso Bartleby di Melville con il magnifico “preferirei di no”)? O la giustizia che dopo un lungo giro per le strade del mondo, torna per esigere il suo tributo, utilizzando quel bellissimo racconto di Joyce “I morti”, ultimo della raccolta “Gente di Dublino”? Se la mia penna elettronica fosse capace di esprimersi al meglio, vorrei potervi portare a riguardare la teoria di sguardi e suoni che ci avvolge nell’immagine di Joyce attraverso lui che guarda lei che ascolta la ballata che riporta entrambi, anche se in modo diverso, a punti dolenti ed “ingiusti” del loro passato. Le ultime due virtù terroristiche vengono, e con ragione, accumulate dall’autore in un unico passo: laddove sono complementari, e la forza (o meglio fortezza, come dice il testo originario) è mitigata dalla temperanza, e questa è corroborata dalla fortezza. In questo caso, meglio che le parole, vedo i due quadri del Botticelli che si specchiano l’uno nell’altro, con la forza visione di donna con corazza e sguardo mitigato, e la temperanza, con una faccia similare (anche se dovrebbe essere Pallade Atena) che tempera la brutalità del centauro, assoggettandone la forza. Insomma, per finire con quel lato etico che a me sarebbe caro, le virtù possono far parte del nostro incidere giorno dopo giorno, guidandoci i passi con il loro sapiente utilizzo. Unico elemento, forse per me, è la mancanza (a volte) della parola scardinante, che trasforma (trasformerebbe?) ognuna di queste virtù in momenti (anche) di felicità. Per Lilly, per Achab, per Mikail, per Lord Chandos, per Gregory, e via citando. Perché (come diceva la mia mentore) le domande è sempre bene farle. Meglio affrontare un No espresso che un Si non detto.
“[Il medico] porta in sé senza troppe parole […] il confluire di innumerevoli patimenti.” (64)
“Un simbolo vale per l’interrogazione che produce, non per le risposte che consente.” (109)
“Non preoccupatevi del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso; a ciascun giorno basta la sua pena.” (137)
Fernando Savater “La vita eterna” Laterza euro 6,90 (in realtà, scontato 5,52 euro)
[A: 01/01/2013 – I: 21/02/2013 – T: 22/04/2013]
[tit. or.: La vida eterna; ling. or.: spagnolo; pagine: 248; anno 2007]
Ci sono voluti due mesi per leggere questo denso libro, suggerito da “Filosofia e Idee di Repubblica”. Un Libro difficile, con alcune parti (soprattutto l’inizio) che ho dovuto affrontare più volte, non cerco capendo tutto (in fondo Savater è un fine filosofo, ed io un puro lettore), ma almeno (credo) dando una mia interpretazione allo scritto. Che, riassumendo per mia comodità, affronta tre argomenti: l’ateismo e la fede, la vita e la morte, il significato di laico nel mondo attuale. Certamente nelle parole di Savater questi argomenti sono anche (come pare ovvio) correlati, discussi in modo trasversale, e tante altre costruzioni (non solo filosofiche, ma anche morali, etiche, e chi più ne ha). Il primo argomento è, come si può capire, quello che mi ha impegnato di più, e da cui sono uscito senza credo comprendere a fondo le tesi di Savater. Mi ha dato solo un po’ fastidio una certa aria di, mi verrebbe da dire, irrisione verso credenze ed incredulità. E non riuscendo a confrontarmi con il filosofo, direi che ometto un confronto su questa parte. Più fertile mi è sembrato invece il discorso sulla vita e sulla morte. Sarà un retaggio dell’età attuale, ma sono riflessioni che mi accompagnano. Non a caso, ne ho estratte molte sentenze, che mi sono rimaste impresse durante la lettura. Sono, infatti, convinto che solo comprendendo realmente la nostra mortalità, possiamo fare qualcosa che abbia un senso, qui ed ora. Dobbiamo andare oltre la battuta di Duchamp (“a morire sono sempre gli altri”), rifiutando l’immortalità immanente, altrimenti nulla avrebbe senso. Niente utilità nel fare se, data l’eternità, prima o poi succederà. È quanto mi rimanda ad esempio la mia frequentazione con i popoli asiatici, dove invece vedo presente questo senso dell’infinto. Talmente presente che spesso mi sembrano immobili nell’accettare quanto di peggio esista ora. Ed è un discorso che, nel mio intimo, collego a quel bellissimo scritto di Hilmann sull’invecchiamento e sul compimento del proprio carattere giustamente in quella che viene definita “ultima fase della vita”. Altrettanto convincente, per me, il discorso sul bisogno di laicità nella vita pubblica. Come sottolineo più in basso, nessuno mi deve imporre un’adesione ad un credo, eppur tuttavia io, personaggio pubblico, io, Stato, devo vigilare che ognuno possa aderire a quella che ritiene vicina al proprio essere. Ma, ed è molto più importante, le leggi di uno Stato NON devono sottomettersi ad alcun precetto religioso. Ed è questa legge morale imperativa che mi disturba quanto visito molti posti dove invece viene rovesciata. Mi rendo conto che non sono queste umili righe che possono sviscerare una materia così ampia. E sono altrettanto convinto che però ne possiamo tutti trarre degli spunti. Lo scritto di Savater è mirabile, argomentato, pieno di citazioni utili per approfondirne aspetti. Non ultima, ad esempio, la scoperta dell’a me ignoto filosofo russo Lev Šestov, che già nel ’36 scriveva mirabili pagine su “Atene e Gerusalemme”, viste come i due corni della problematica politica e religiosa. Ma prendiamo infine questo scritto per i suoi spunti, e, spero, per quello che da me ne viene come stimolo a voi, amati lettori. Chissà se avremo spazio e tempo per poterci tornare su. Senza mascheramenti e con onestà. Confesso che il libro avrebbe molto altro da dire, ma per la densità di quanto scritto, e per la difficoltà di riuscire a farne un discorso che abbia un senso, credo che non posso che fermarmi qui. Che il dibattito (con buona pace del mio coevo Nanni) abbia inizio.
“Dobbiamo accettare la fede degli altri in Dio e nell’aldilà, nonostante non la si condivida, e prenderla sul serio.” (XIII)
“Noi esseri umani mentiamo con la stessa naturalezza con la quale respiriamo. Mentiamo per nascondere le nostre insicurezze, per far sentire migliori gli altri, per sentirci noi stessi migliori, perché la gente ci ami, per proteggere i bambini, per liberarci dal pericolo, per occultare le nostre cattive azioni o per puro divertimento.” (5)
“La psicologia … per quanto non dia la felicità, se non altro calma i nervi.” (31)
“Tutti gli uomini muoiono, io sono un uomo, quindi io devo morire.” (35)
“Borges: Morirono altri uomini, ma ciò accadde nel passato / che è la stagione … più propizia alla morte.” (35)
Sappiamo che moriremo, ma non ci crediamo.” (35)
“Come insegna Epicuro … la morte non ci raggiungerà mai, perché quando noi siamo essa non è, e quando arriva noi ormai non siamo più.” (43)
“È conveniente la verità o dev’essere vero quel che conviene?” (82)
“Agire come immortali … ma sapendo che siamo mortali … per questo dobbiamo comportarci eticamente nei confronti dei nostri simili.” (105)
“Kant disse che quanto è eticamente importante per i mortali non è riuscire ad essere felici, ma meritare la felicità.” (105)
“Libertà, altruismo, rispetto, eguaglianza, fraternità sono valori che si trovano in maggiore o minor misura in tutte le culture e che non sono affatto esclusivi della nostra civiltà occidentale.” (121)
“Le caratteristiche fondamentali della laicità … sono due: primo, lo Stato deve vigilare che a nessun cittadino venga imposta un’affiliazione religiosa o venga impedito di professare quella che ha scelto; secondo, il rispetto delle leggi del paese deve precedere i particolari precetti di ogni religione.” (134)
“Non è la nostra civiltà a essere tecnologica, è la tecnologia a essere la nostra civiltà.” (148)
“Sapere che siamo mortali ci trasforma in uomini, rifiutarci di ammetterlo conferma che lo siamo.” (170)
“La sua ispirazione… lascia a desiderare … è stato profondo come un posacenere e sottile come una mattonata.” (225)
“Per negarsi alla morte, bisogna scegliere un’impresa, una crociata, un obiettivo che si voglia invulnerabile e ci faccia vagare sulla faccia della terra – a noi che ci sappiamo mortali … – come se fossimo inaccessibili alla morte.” (232)
Cicerone “La vecchiaia” Feltrinelli s.p. (regalo collettivo “Almaviva”)
[A: 07/05/2013 – I: 15/05/2013 – T: 22/05/2013]
[tit. or.: Cato Maior De Senectute; ling. or.: latino; pagine: 174; anno 2008]
Ho affrontato subito, con l’opportuna precedenza, questo esiguo ma corposo libretto, frutto di una componente di regalo nel corso della mia celebrata festa sorianese, a merito di un collettivo regalante composto da ex-colleghi (come riporto in testa accumulandoli in un’etichetta che alcuni più non hanno). Non sono certo io che posso entrare nel merito della scrittura dell’arpinate, sia per la mia basica cultura classica, sia per i fiumi di inchiostro che i suoi scritti hanno fatto scorrere nel corso dei secoli. Devo però fare i complimenti con la fattura di questo libro. Un’ottima introduzione di Oscar Fuà, che chiarisce i termini ed i contorni del testo. Un’edizione con testo a fronte, dove (anche chi come me poco sa di latino) si può apprezzare la facilità dei passaggi maggiori del testo (scritto, tanto per collocarlo nel tempo, pochi mesi prima dell’uccisione di Giulio Cesare). Ed un corredo di note esaustive e stimolanti. Nello specifico, poi, tre sono gli elementi di riflessione che la lettura mi ha suscitato. Il primo, ovvio, dipende dall’esposizione del problema che ne fa Cicerone, dove con sapiente uso oratorio, pone quattro domande alla vecchiaia. Quattro accuse, che ribatte e confuta con stile e larghezza. Il secondo è uno stimolo, una curiosità derivante dai tanti uomini illustri citati. Illustri per Cicerone ed il suo tempo, non sempre, non tutti, rimasti tali negli anni. Ma vederne i nomi mi ha spinto, mi spinge a cercarne notizie anche altrove. Il terzo è una conseguenza della parte maggiore del testo, dedicata ai piaceri della campagna e della vita ritirata, dopo una vita ben vissuta (e vedremo cosa possa voler dire). E domandandomi come io, coevo allo scrittore mentre ne scrive, mi pongo verso la vita “quieta e contemplativa”. E rispondendomi che non è il prosieguo dei miei anni, quello. Posso restare del tempo in quiete, ma sarò presto rimesso in moto dai miei stimoli interiori. E riprenderò, finché ne avrò le forze, il viaggio per i luoghi del mondo. Dove anche con la quiete, e non più con l’irrequietezza giovanile, continuo ad accrescere il mio interiore bisogno di conoscenza. Risposto all’ultimo quesito, torno al primo, ed alle quattro accuse che retoricamente Cicerone porta alla vecchiaia: la vecchiaia distoglie dalle attività, rende il corpo debole, priva di quasi tutti i piaceri ed è troppo vicino alla morte. Se distoglie dalle attività, se rende l’uomo inattivo, questi non è più capace di grandi imprese. Che però (ed io con lui) non si compiono solo per forza o agilità, ma spesso e ben più grandi per saggezza ed autorità. Il secondo punto è quasi un corollario del primo. Possono venir meno le forze, ma l’intelletto progredisce e matura, tanto che, pur avanti con gli anni, una sua orazione riesce a tenere l’uditorio in ascolto più e quanto di un concione giovanile ed arrogante (a meno di non usare i mezzi vocali sopraffattori come spesso si usa nel mondo odierno). Di modo che gli anziani possono e debbono guidare il percorso formativo ed intellettivo dei giovani. Certo, volevamo tutto e subito un dì. Ma ora riconosco che il tutto bisogna poterlo capire. E sarò sempre grato a chi nel corso degli anni me lo ha spiegato. Il terzo, pur riconoscendo l’autore che alcuni piaceri non sono propri della sua età, spiega ed argomenta che quelli che restano (vuoi anche le soddisfazioni sessuali) pur diminuite nel numero aumentano nell’intensità, essendo accompagnate dall’intelletto. E poi si aumentano i piaceri meditativi e di condivisione, punto che mi trova completamente in accordo con Cicerone. Qui parte la sua digressione sulla campagna, di cui ho già espresso il mio sentire. L’ultima è la più forte, la più sentita dagli anziani. La morte si avvicina. Ma come già espresso nel commento ad altri saggi, solo l’esistenza della morte fa si che abbia senso quello di cui si è vissuto. Il termine, anche se non ne conosciamo la tempistica, implica una riflessione (che più si comincia per tempo meglio è) sulla futilità di certi comportamenti e certe mete. E sulla necessità di concentrare la propria attenzione sulla riflessione di cosa abbia un sé per il proprio io. Noi, a prescindere dai credi personali, rimarremmo comunque presenti al di là dello spazio fisico, con quanto abbiamo fatto, e con quanto abbiamo lasciato. Tanti sono gli esempi che Cicerone fa per questo punto, punto forte ovviamente. E come non dargli ragione, nel mio piccolo e personale pantheon, dove ci sono persone e personaggi, pubblici e privati, che purtroppo non frequento più fisicamente, ma con i quali continuo a ragionare internamente. E per sempre (almeno per il mio sempre). Sperando che altrettanto sia dopo di me. Idealmente, il breve scritto, mi si ricollega al da non molto citato libro di Hilmann sul completamento del carattere e della propria personalità giustamente nel tempo cosiddetto della vecchiaia. Il punto centrale poi, cui accenno solo per non allungare troppo lo scritto, meriterebbe un trattamento a sé, forse un saggio, dove poter citare ed elencare le gesta ed i comportamenti quotidiani di Fabrizio Luscino, di Curio Dentato, di Tiberio Coruncanio, di Marco Valerio Corvino, di Lucio Flaminino. Solo a sentirne i nomi, mi vien quasi voglia di farlo presto. Si torni però al testo, ricordando le molte metafore della vita come un’opera di teatro, dove tu attore potrai avere applausi, anche se non comparirai nell’ultima scena. Ma più ancora, a quell’immagine del vecchio che guida la nave usando senza sforzo il timone. La sua conoscenza (la mia?) della vita varrà più a tener ferma la barra sulla retta andatura, meglio del correre a destra e manca in preda alla paura. Paura che c’è e rimane, sempre, in ogni istante della vita, ma che va guidata dalla consapevolezza della finitezza terrena. Riflessione che è bene cominciare sin da giovani. Grazie Cicerone! (ed anche ai donatori.)
“I vecchi … devono diminuire le fatiche fisiche e aumentare invece l’attività della mente … La dissipatezza, se vergognosa in ogni età, nella vecchiaia specialmente è turpe. Se poi si aggiunge anche l’intemperanza dei piaceri, duplice è il male che ne deriva, poiché la vecchiaia riceve disonore per sé e rende più spudorata la sfrenatezza dei giovani.” (27) [da Cicerone ‘Sui doveri’ dedicato a SB]
“Seneca: ogni genere di piacere trova lo stadio più allettante nel momento finale.” (36)
“Ogni età della vita è gravosa per quelli che non trovano in se stessi un aiuto che li faccia vivere felicemente.” (55)
“Gorgia da Leontini [per i suoi cento anni]: Non ho nulla da rinfacciare alla vecchiaia.” (65)
“Solone si vanta nei suoi versi di invecchiare imparando sempre qualcosa.” (75)
“Ogni parte della vita possiede un che di naturale da cogliersi al tempo giusto.” (81)
“Non vi è delitto o atto disonorevole che non trovi spinta nella brama del piacere … dove esso regna… non può abitare la virtù.” (87)[sempre per SB]
“Ringrazio di cuore la vecchiaia che mi ha accresciuto il desiderio di conversare.” (93)
“I vecchi sono uggiosi, sospettosi, intrattabili e difficili: e se vogliamo anche avari. Codesti però sono difetti del carattere, non della vecchiaia!” (109)
“Non mi pento di aver vissuto perché l’ho fatto in maniera tale da non ritenere di essere nato invano.” (123)
“La vecchiaia è l’ultimo atto della vita … del quale dobbiamo evitare la stanchezza, specie quando sopraggiunga la sazietà.” (125)
“Seneca: ogni giorno ritienilo una vita; chi si prepara in questo modo e vive ogni giorno nella sua pienezza, è tranquillo.” (139)
“Temistocle, a chi gli voleva insegnare l’arte di ricordare, rispose di desiderare maggiormente l’arte di dimenticare.” (151)
“La qualità della vecchiaia è legata strettamente al tenore della vita trascorsa da giovani.” (154)
“Dalla nota sui convivi: i commensali devono essere non meno che le Grazie, non più che le Muse; cioè in numero non inferiore a tre e non superiore a nove.” (161)
“Il vecchio è in condizioni migliori rispetto al giovane, in quanto ha già conseguito ciò che l’altro può solo augurarsi.” (169)

Ed ancora più saggiamente dobbiamo riflettere in questa giornata che ci porterà un sindaco, speriamo nuovo, a Roma, speriamo … speriamo … speriamo…