domenica 4 agosto 2013

Reichsiana - 04 agosto 2013

Premessa necessaria per i nuovi “arrivi”: come i miei storici lettori sanno, le mie due attività principi sono il viaggio e la lettura. Ora dopo due intensi e piacevoli viaggi, nuovi amici si aggiungono a queste mie righe. Per loro, descrivo questa attività (visto che sui viaggi già mi conoscono). Ogni domenica che non sono in viaggio, invio una mail con le mie note su letture fatte. Che riceverete finché non vi stancherete, e mi direte basta. Inoltre, per chi vuole approfondire la mia biblioteca, ne segnalo la descrizione su www.anobii.com\giogio53 mentre chi vuole leggere le trame passate sono tutte riportate su http://giogio53.blogspot.it/.
Un’ultima precisazione, il titolo del blog comprende il gioco di parole che da un senso a tutta la mia scrittura.
Veniamo allora a questa settimana, che in luglio si è scritto e letto poco. D’altra parte viaggi impegnativi per la testa erano prioritari. Ripartiamo con una “verticale” come si direbbe in enologia, dedicata a Kathy Reichs ed a quattro romanzi che hanno per protagonista l’anatomo patologa Tempe Brennan. Purtroppo non al meglio (né la scrittura, né le traduzioni) con alcune prove minori (le prime) e solo l’ultima a livelli di sufficienza.
Kathy Reichs “Ceneri” BUR euro 9,90
[A: 30/09/2012– I: 13/03/2013 – T: 14/03/2013]
[tit. or.: Bare Bones; ling. or.: inglese; pagine: 403; anno 2003]
Ovviamente cominciamo anche qui, come ormai spesso accade, con il lamento del traduttore ignoto: perché far diventare ceneri le ossa nude (“Bare Bones”)? Quando le uniche ceneri sono quanto di meno entra nella trama ed invece le ossa sono una costante di quasi tutti i libri della nostra scrittrice nonché antropologa forense. Comunque, con questo romanzo riprendiamo le fila della saga della maestra delle ossa, Temperance Brennan detta Tempe, al pieno dell’intreccio tra pubblico e privato. Con molte, forse troppe, similitudini con la Scarpetta della Cornwell. Qui ci si concentra sulle ossa, la loro provenienza, ed i misteri che soggiacciono. Non a caso, il genere viene classificato come “thriller medico”. E la storia introduce almeno due termini che ignoravo completamente: melungeon (“Melungeon è il nome dato ad una popolazione del sud-est degli Stati Uniti, situata tra Tennessee orientale, Kentucky, Virginia e North Carolina. È una popolazione dalla pelle a volte scura, con lineamenti caucasoidi; alcuni individui presentano anche la plica mongolica agli occhi. Molto probabilmente discendono da colonizzatori spagnoli e portoghesi che si mescolarono a tribù di nativi, con un possibile contributo di schiavi mori e turchi, di cui rimangono circa 200 individui”) e Klinefelter (“La sindrome di Klinefelter è una malattia genetica caratterizzata da un'anomalia cromosomica in cui un individuo di sesso maschile possiede un cromosoma X soprannumerario. Normalmente le donne possiedono due cromosomi sessuali XX e gli uomini uno X e uno Y: gli individui affetti dalla sindrome di Klinefelter hanno almeno due cromosomi X e almeno un cromosoma Y”). Molte ossa al fuoco, mi verrebbe da dire. Infatti, mentre Tempe è in procinto di partire per una vacanza al mare con l'amato tenente Ryan, avvengono diversi ritrovamenti di ossa: il cadavere di un bambino carbonizzato, trovato nella stufa di una casa di campagna abbandonata; dei sacchi neri contenenti ossa animali ed umane, ritrovati dalla stessa dottoressa durante un picnic con la figlia Katy ed il fido cane Boyd; ed, infine, i resti umani di un incidente aereo. I casi inizialmente sembrano scollegati, ma, saltata la vacanza ed iniziate le indagini, si scopre che tutti hanno due cose in comune: il traffico di droga ed il commercio clandestino di cistifellea d'orso. Questi sporchi affari sono opera di gente senza scrupoli e la stessa vita dell’antropologa forense è messa in grave pericolo. Solo l’appoggio e l'aiuto di Ryan consentono a Tempe di arrivare sana e salva alla conclusione del caso. Ovviamente oltre alle ossa, una parte centrale sono i due elementi che ho citato prima, anche se non vi dico come entrano nella trama. Il finale è forse un po’ affrettato, anche se poi l’autrice si prende una ventina di pagine per mettere ordine alle vicende. Sia gialle di cui mette in ordine i perché ed i come, sia del rapporto tra Tempe e Ryan, l’amico canadese che molto gli è stato vicino, ma che non si capisce (ancora) se avrà un ruolo stabile nei futuri romanzi. Infine, un’ultima connotazione medica, che aumenta la mia conoscenza in materia. Tempe parla di “fratture comminute”, e mentre pensavo a possibili errori di stampa (tipo comminate cioè fatte appositamente), ho scoperto che è invece un termine corretto ed indica la frattura dell'osso con formazione di più di due frammenti. C’è sempre da imparare!
Kathy Reichs “Morte di Lunedì” BUR euro 9,90
[A: 30/09/2012– I: 04/05/2013 – T: 05/05/2013]
[tit. or.: Monday Mourning; ling. or.: inglese; pagine: 413; anno 2004]
Continuiamo a parlare di titoli, che con i libri della Reichs sono sempre fuorvianti. Qui abbiamo un lunedì luttuoso che diventa una morte di lunedì. Devo subito avvertire i lettori che in nessun lunedì del libro ci saranno delle morti, ma saranno i lunedì a scandire le indagini. Come se ogni fine settimana avvenisse una qualche scoperta che porta “più lutti” nella storia. Si approfondiscono anche alcune caratteristiche tipiche della scrittrice, sia verso i personaggi che verso le storie. Da un certo punto di vista stilistico (scusate il paragone irriverente) la Reichs utilizza uno stile simile a quello usato da Victor Hugo o da altri francesi ottocenteschi. Alla fine di ogni capitolo, puntualmente, c’è un qualche cosa (una nuova scoperta, un’entrata furtiva, un’esclamazione di un personaggio) che fa sì il lettore sia invogliato a girare pagina ed iniziare il nuovo capitolo. I francesi lo usavano perché pubblicavano i testi a puntate, così il lettore era invitato caldamente a comprare il giornale della settimana successiva per seguire la storia. Qui è solo un espediente per tener viva l’attenzione. Tuttavia è troppo “palese” per essere giudicato positivamente. Dicevamo anche dei caratteri. Ormai sappiamo che l’anatomo – forense Tempe Brennan si divide (come la sua inventrice) tra la Louisiana ed il Quebec. Ed impariamo a conoscerne le manie (ex-alcolista beve solo Perrier, ha una figlia che per ora studia negli States, ha una storia prendi e molla con un tenente della polizia canadese, il bel Andrew, e non sa cucinare). Poi appunto c’è Andrew Ryan, che viene volutamente (qui come nel precedente romanzo) lasciato molto tra luci ed ombre, quasi che la Reichs non sappia ancora se portare avanti la storia tra loro due (ma intanto Andrew sa cucinare). E poi ci sono i patologi canadesi (simpatico soltanto quello che si occupa dei denti), e gli altri poliziotti (tra cui spicca il super odioso ed azzimato Claudel). Il curioso della storia è che l’ho letta pochi giorni prima che una vicenda analoga scoppiasse sui giornali di tutto il mondo. Qui si parte, ovviamente, da alcune ossa trovate nello scantinato di una pizzeria. Sono tutte di ragazze, e solo la costanza della Brennan porta avanti l’indagine. Nessuno crede che siano recenti. Nessuno crede che ci sia del losco. Ryan si accompagna con una giovane sui venti anni e Brennan è anche rosa di gelosia. Tuttavia, l’analisi delle ossa (e forse queste sono le parti migliori, quelle in cui la Reichs, utilizzando le sue conoscenze, spiega come “leggere” le ossa) e l’utilizzo mirato di quello strumento che i film sbandierano ad ogni piè sospinto (il carbonio 14, ma i film non dicono quanto sia costoso il suo utilizzo), permettono alla Brennan di far partire le indagini. E di seguire le tracce di un misterioso canadese, utilizzatore dei locali prima della pizzeria. Con una serie di colpi di scena che non vi dico, si scopre quindi che, all’origine del tutto. Ci sono dei sequestri di ragazze, che poi vengono tenute in cattività (ecco i collegamenti con i giornali odierni). Ma che a differenza di queste, credo, vengono sottoposte a sevizie mirate. Peccato che poi, ogni tanto, però, qualche ragazza muoia. Ed è questo che porta Brennan, Claudel e Ryan a dipanare il bandolo, ed a trovare chi sia all’origine di tutti i sequestri e di tutte le morti. Non manca, perché si intona al caso, un accenno alla sindrome di Stoccolma. E non manca il lieto fine tra Tempe ed Andrew, che la squinzia si rivela essere una figlia seminata dal tenente in gioventù. Tuttavia, nonostante l’uso della suspense di cui sopra, ed altre attrattive minori, il romanzo non decolla mai realmente. Una scrittura estiva, così ho etichettato questo genere di romanzi. Che hanno un loro senso letti all’ombra di un ombrellone, cullati dalle onde del mare di fronte a voi. Un’ultima tirata d’orecchie ad Alessandra Emma Giagheddu che a pagina 40 si ostina a sostenere che Andrew e Tempe cenano con un’insalata di “arugula”. Ora, basta veramente poco per tradurre il temine con l’italiano “ruchetta” o “rucola”, essendo quello il nome americano di questa verdura. Un po’ di elasticità culinaria…
“Sono una brava cuoca, ma non so cucinare a istinto. Ho bisogno delle ricette.” (37)
Kathy Reichs “Ossario” BUR euro 9,90
[A: 30/09/2012– I: 07/05/2013 – T: 09/05/2013]
[tit. or.: Cross Bones; ling. or.: inglese; pagine: 457; anno 2005]
Faccio qui due premesse metodologiche e personali, che a valle di decine di libri forse è bene rinverdire. Primo, sono devoto e dipendente (“addicted”) dei personaggi seriali. Se ne incontro uno che mi sollecita delle corde, ne continuo a cercare e seguire le tracce. Così troviamo la mia libreria piena di Kay Scarpetta, Fratello Caldfel, Amelia Peabody, Harry Bosch, John Rebus, il commissario Beck e perché no l’Alligatore, il Gorilla, Grazia Contini, il commissario Montalbano e tanti altri. Nonostante a volte si alternino alti e bassi. Così come nelle storie di Tempe Brennan che qui stiamo seguendo. Secondo, sono altrettanto curioso ed incuriosito da qualsiasi cosa che attiene al Medio Oriente ed ai Paesi Arabi, sia nella narrativa che nella saggistica. Mi aspettavo quindi qualcosa di più da questo ottavo titolo del seriale sulla “indagatrice di ossa”. Perché è l’ottavo titolo, e perché, già dalla quarta, si fa cenno a sviluppi della storia in Israele. Certo, rimangono le perplessità di chi cura questi romanzi per la BUR, dove si continua a tradire i titoli (questa volta le ossa incrociate diventano un ossario, e portano un po’ fuori strada) e dove nella quarta si parla di scoperte archeologica nella città israeliana di … “Masnada”!!! Ma lasciamo da parte queste mie manie, che spero un giorno qualcuno raccoglierà, e veniamo al libro. Dal punto di vista della serialità, stiamo qualche passo avanti verso situazioni meno caotiche delle precedenti puntate. Finalmente sembra che Tempe e Andrew detto Andy abbiano raggiunto un discreto accordo “di vita”, una frequentazione più distesa, anche se sempre non molto palese. Poi la storia, pur cominciando in Canada, ben presto si sposta a Gerusalemme, e questo facilita il troncamento delle altre tensioni. Tanto per elencare: Tempe e la figlia Kate, Andy e la figlia Lily, Tempe e Claudel, e via enumerando. Muore un importatore ebreo di oggettistica, parrebbe suicida. La nostra però primo non è convinta (e sarà un’interessante analisi dei fori delle pallottole sul cranio a darci una soluzione al problema), e poi viene coinvolto da uno strano ebreo con allusioni a possibili incroci con ossa antiche. Tempe, se si parla di ossa, parte subito in quarta. E facendo squadra con Andy, trova: la foto di uno scheletro che un suo amico archeologo  dice provenire da un Museo francese, un archeologo israeliano che confessa di aver fotografato quelle ossa, e poi di averle rubate, e date in custodia all’ebreo morto e da questi ad un priore francescano. Recuperate le ossa, i nostri due eroi si spostano con loro a Gerusalemme (dove alloggiano all’American Colony Hotel, e le pagine che introducono la città santa, e la sua topografia religiosa e civile mi hanno già fatto volare di nuovo sulle rive del Giordano). Qui viene la parte più ambiziosa e meno riuscita del libro. Un lungo pateracchio “alla Dan Brown”, dove tutte queste ossa, ed altre ancora trovate nella valle della Geenna, vengono fatte risalire ad una possibile tomba della famiglia di Gesù. Sbuca un’urna funeraria con la scritta “Giacomo figlio di Giuseppe, fratello di Gesù”. E da questo si sviluppa una tonnellata di ipotesi su: verginità di Maria, fratelli carnali di Gesù, fratellastri, sposalizio di Gesù con Maria Maddalena, chiodi nei calcagni, morti apparenti, risvegli da sudari, nonché alla fine, morte di una famiglia cristiana, con DNA mitocondriale (anche qui un bel tuffo nelle competenze patologiche e forensi della scrittrice, che aumenta le nostre conoscenze in materia) compatibile con la “famiglia di Gesù”, all’interno della fortezza di Masada (quella giusta) durante il lungo assedio dei romani. Tutta questa parte è infiorettata da ipotesi un po’ tirate per i capelli (non perché non interessanti, ma perché non documentabili qui all’interno di un romanzo). Il tutto per trovarsi alla fine in un carosello di contrabbandi di reliquie sacre, nonché in amori ancillari, motivi che permettono, senza troppi patemi, di risolvere il caso da cui siamo partiti. Tuttavia, nonostante quindi i punti forti enumerati all’inizio, la resa totale è di un romanzo un po’ confusionario, diciamo nella parte bassa della produzione letteraria della Reichs. Prima di passare ad aspettare la nona (puntata non sinfonia), una piccola chicca: c’è un punto dove bisogna risolvere un mistero di due iniziali MF, e i nostri si scatenano da Morgan Freeman a Masahisa Fukase (fotografo giapponese) saltando quella che a me era venuta subito in mente: Marianne Faithfull.
“- Sono proprio una rompiballe! – Sì. Ma sei la mia rompiballe.” (355)
Kathy Reichs “Carne e ossa” BUR euro 10,90 (in realtà, scontato a 9,27 euro)
[A: 04/10/2012– I: 18/05/2013 – T: 21/05/2013]
[tit. or.: Break No Bones; ling. or.: inglese; pagine: 441; anno 2006]
Ma Irene Annoni e Nicolino Pomilio (esimi traduttori in forza alla BUR) dove sono andati a pescare la Carne che hanno inserito nel titolo? Ci si aspettava qualche sinonimo di rottura (Break) ma niente, si continua con le traduzioni “veloci” che servono a far cassetta, tanto questi sono libri “da ferrovia”. Ed invece siamo qui, all’ennesima puntata della patologa forense che si divide tra la Carolina ed il Canada, che si divide tra Andy il nuovo amore che non sboccia e Pete il marito che non si decide a lasciare del tutto. Tempe sta ultimando un corso di esame delle ossa a Charlotte quando viene coinvolta in un nuovo caso. La sua amica Emma, coroner del posto, si ammala e per darle una mano a fronte di alcuni ritrovamenti inusuali rimane a Charlotte, dove la raggiunge, non invitato, l’ex-marito Pete, avocato incaricato di far luce sui conti poco chiari di una sette religiosa, che guarda caso ha anche le mani in pasta nell’ambiente medico, dove gestisce un ospedale per i bisognosi. Pete è anche incaricato da un suo conterraneo lituano (si sa che in America i legami con i posti natii sono stranamente forti) di scoprire dove è andata a finire la figlia, anch’essa coinvolta nel giro religioso-ospedaliero. Mentre Emma continua a peggiorare (e ben presto scopriremo che è affetta da un tumore poco curabile), continuano a spuntare cadaveri di vario invecchiamento. Uno sotterrato in un’isoletta sabbiosa del vicino lago, una in un bidone di benzina affondato nel lago stesso, uno impiccato ad un albero nella vicina foresta. Assistiamo ai soliti interventi nelle sale obituario care alla nostra Tempe, dove continuiamo ad apprendere informazioni di carattere medico sull’analisi delle ossa e su quanto da esse si possa sapere della storia personale. Quasi come leggendo un libro, si tirano fuori informazioni su sesso, altezza, morfologia, storia medica. Ed è questa forse la parte più interessante del libro, che, sul versante “giallo” non riesce a prendere molto. Scopriamo così che i morti hanno delle strane scalfitture sulle ossa cervicali, dal lato sinistro. E che quelle più antiche (cioè non l’impiccato) hanno delle incisioni nella parte bassa della colonna vertebrale. Intanto arriva pure Andy, che ha litigato con la figlia, e si prospetta un delicato “menage a tre”, dove Tempe sa cosa vuole, ma non riesce a praticarlo. Con l’aiuto di un giornalista sulle prime poco simpatico, poi una miniera di informazioni, e con il computer ritrovato dell’impiccato (che si scopre essere un investigatore anche lui alla ricerca di informazioni sui religiosi), scopriamo poi che i morti sono tutti un po’ emarginati dalla società. Poveri, diseredati, solitari, spesso alcolizzati. E soprattutto, in cura nella clinica di cui sopra. Dove fa il bello ed il cattivo tempo un medico un pochino loffio. C’è qualche complicazione collaterale (problemi edilizi dove vengono trovati dei cadaveri, ferimento quasi fatale del fascinoso Pete e inizio di catarsi della nostra Tempe che si domanda quale sarà il suo futuro, definitivo collasso e morte della leucemica Emma), ma la nostra trama procede come un fuso verso la soluzione finale. La scoperta, tramite un testo di medicina, delle motivazioni delle abrasioni alle cervicali, e sopratutto perché dal lato sinistro. E la scoperta di un nuovo caso globale, come spesso accade nei libri della Reichs. Che in precedenza se la prese contro i maltrattatori di donne, e con altre piaghe sociali. Qui vi dirò soltanto che c’è una lunga digressione, che mi ha molto divertito, su Burke e Hare, i due famigerati trafugatori di cadaveri di Edimburgo (e ci si andrà presto a vederne le tracce in loco?). Comunque il libro è un po’ stanco, cerca di risollevarsi ponendo le questioni dei rapporti umani (tra Tempe ed Emma, tra Tempe e Andy, tra Tempe e Pete), divagando un po’ sulle morfologie americane (e mi incuriosisce questa Carolina del Nord, sede di molte Chiese Presbiteriane) e sui tic di tutti i nordamericani. Con qualche piccola caduta quando dagli enigmi sulle ossa (che mi incuriosiscono) cercano di passare a delle cifrature che non reggono neanche il tempo di uno sguardo (anche se si ostinano a citare Marian Rejewski, il crittografo polacco che diede il via alla decrittografia dei messaggi tedeschi, poi portata al suo apice da Turing e le sue macchine, noi che ben conosciamo l’informatica…). Un po’ di rilassamento, ma non molto di più.
“Comunque vada a finire, sono tra i fortunati. Ci sono molte persone nella mia vita. Persone che mi vogliono bene.” (441)
Una nuova precisazione per i neo-entrati. Ogni prima domenica del mese, riporto anche l’elenco completo dei libri letti tre mesi prima (tre mesi che così ho il tempo di elencarli e di porre nell’ultima colonna il numero di gradimento, tra 1 – pessimo -  e 5 – da non perdere-).
Quindi, oggi ci dedichiamo ai ben 17 libri letti nel mese di maggio, iniziato in sordina, con letture piatte, ma finito in crescendo con l’ottimo Cicerone, e le due letture al femminile, che consiglio caldamente (Gamberale e Lively).

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Camilla Lackberg
Lo scalpellino
Marsilio
14
3
2
Alexandra Marinina
La settima vittima
Repubblica – Noir
7,90
2
3
Kathy Reichs
Morte di Lunedì
BUR
9,90
2
4
Anne Holt
L’unico figlio
Repubblica – Noir
7,90
2
5
Kathy Reichs
Ossario
BUR
9,90
2
6
Jhumpa Lahiri
L’omonimo
Guanda
9
3
7
Anne Perry
Il fiume mortale
Mondadori
4,90
2
8
Veit Heinichen
Nessuno da solo
E/O
11,50
3
9
Piero Colaprico
La donna del campione
Repubblica – Noir
7,90
3
10
Andrea Vitali
La mamma del sole
Garzanti
10,60
3
11
Kathy Reichs
Carne e ossa
BUR
10,90
3
12
Cicerone
La vecchiaia
Feltrinelli
s.p.
4
13
Åsa Larson
Finché sarà passata la tua ira
Marsilio
s.p.
2
14
Marco Vichi
Morte a Firenze
TEA
9
3
15
Chiara Gamberale
Le luci nelle case degli altri
Mondadori
13
4
16
Petros Markaris
Prestiti scaduti
Bompiani
10,90
3
17
Penelope Lively
Un posto perfetto
TEA
9
4


Anche il Portogallo è andato, e non sono rimasto deluso né dal ritrovarlo dopo solo un anno, né dal gruppo, bello, unito e simpatico. Ora, dopo due viaggi europei piacevoli, anche se lo confesso un pochino impegnativi, andiamo verso un Agosto più rilassante e personale. Ci attende il caldo Marocco, e noi ci risentiremo a fine mese. 

lunedì 15 luglio 2013

Gialli di molti colori - 14 luglio 2013

Una settimana, un poco in ritardo grazie ai ritardi (bisticcio) di aerei e di sonno, dove, benché si sia tornati or ora dall’Islanda, non se ne parla neppure un po’. E sì che di gialli ce ne sono numerosi nel paese dei ghiacci. Invece oggi spaziamo in giro per il mondo, incontrando l’ispettore Chen a Shangai, i detective Sean & Michelle in America, le investigazioni svedesi di Erica e Patrick, per terminare con il triestino ispettore Laurenti, pur se scritto in tedesco.
Qiu Xiaolong “Ratti rossi” Marsilio euro 12
[A: 15/07/2012 – I: 07/04/2013 – T: 10/04/2013]
[tit. or.: A Case of two cities; ling. or.: inglese; pagine: 322; anno 2006]
A distanza di cinque mesi torniamo allo scrittore cinese emigrato negli Stati Uniti, ed al quarto caso dell’ispettore Chen Cao. Devo dire che, dopo i primi due libri, dove, pur con alterni risultati la storia nel complesso aveva una sua ragion d’essere, le ultime prove mi sembra stiano in calando. Questa soprattutto mi ha affaticato molto. Da un lato, Qiu sembra voler mirare molto alto, quasi a farne un giallo “alla svedese”, di quelli che servivano cinquanta anni fa per descrivere il degrado quotidiano di un paese. Qiu la fa da Saint Louis la sua critica all’arrivismo ed alla corruzione del suo paese natio. Descrive situazioni che possono essere viste in (quasi) tutti i paesi del mondo. Arrivo del benessere e della liquidità, con conseguente ricerca del posto e del modo migliore per accumulare denaro e potere. Non sempre, anzi quasi mai, in modo legale. Troviamo quindi Chen Cao incaricato delle indagini sul mondo finanziario di tal Xing Xing, partito contadino dalla natia Fujian, arricchitosi con le prime speculazioni edilizie derivate dall’imperativo di Deng (“Arricchitevi!”), approdato a Shangai dove imbastisce una ragnatela di malaffare, che però lo porta un filo oltre il lecito. Tanto che si rifugia negli Stati Uniti. Cominciando ad indagare, Chen si imbatte nella morte di un funzionario di polizia del Fujian, anche lui incaricato di indagini su Xing. Funzionario integerrimo, trovato morto (ucciso) nel letto di una prostituta. Si prosegue con la morte di una star televisiva, che aveva fatto da tramite tra Xing ed il mondo immobiliare di Shangai. Che Chen aveva quasi convinto a parlare, ma che muore prima. Sembra che ci siano interessi molto alti in gioco. I potenti della cricca di Xing rimasti in patria, tra cui il fratellastro, cominciano anche a minacciare Chen stesso e la di lui madre. E trovano il modo di spedirlo con una delegazione di scrittori in un giro culturale negli Stati Uniti, in modo (forse) di eclissarsi prima del suo ritorno. Qui comincia una storia con un passo diverso. In patria, Yu, il collaboratore di Chen, aiutato dalla moglie e dal padre, si adopera per tenere informato l’americano. In America Chen cerca e trova il modo di uscire dalle secche in cui si va trovando. Qiu inoltre ha modo di sottolineare (con risultati migliori rispetto alla prima parte) le differenze tra i due paesi. Il contatto tra i cinesi emigrati e quelli rimasti in patria. La solidarietà delle diverse Chinatown. Ed ha modo di ricollegare Chen alla mai sopita storia d’amore con Charlotte, che si era sviluppata due romanzi fa, senza poi raggiungere punti decisivi. Due mondi sono, e diversi. Difficile l’incontro. In America c’è modo di assistere ad un nuovo omicidio (di un personaggio insignificante, ma forse scambiato per Chen). E Chen ha modo di far arrivare un messaggio forte a Xing: se ti consegni, avrai salva la vita del tuo fratellastro. Il senso della famiglia è forte in tutti i cinesi. E Xing, sotto la spinta della madre, non potrà che capitolare. Lascio dettagli e chiuse finali a chi vorrà leggere il libro. Senza che io ve lo spinga molto. Infatti, è al solito infarcito di citazioni poetiche (Chen è poeta come il Dalglish della P. D. James), che mi risultano incomprensibili. Poiché, inoltre, anche Qiu è un esperto di poesia, spesso si citano autori per mandare messaggi. Ma noi poveri “mortali” abbiamo forse conoscenze delle poetiche Tang? O riusciamo a decrittare piccoli passi che sembrano haiku surrealisti? Io no. Ed è questo che mi porta ad un giudizio in minore del libro. È lento, pieno di rimandi che non capisco. Pieno di cineserie, come quella del titolo (italiano, ovvio, che quello inglese di altro parlava). Che si rifà ad un racconto cinese antico dove un granaio veniva razziato dal di dentro dai ratti. E mentre ne narra, un vecchio poliziotto si riferisce a Xing ed alla sua cricca come epigoni di quei ratti, ma non più neri. Ora sono ratti rossi, con una (iperbolica per me) congiunzione con il comunismo al potere. Ma il racconto generale soffre di questa duplice anima non sopita, rimanendo sul filo della potente verità quando fa lamentare uno degli scrittori in visita alle Università americane che gli unici testi cinesi presenti all’estero sono dei dissidenti. Loro, poeti ufficiali, vengono ignorati. Non so se giustamente, ma così va il mondo. Noto solo di passaggio un rigo che mi riporta alla mia prima visita a Shangai, laddove si parla di un edificio coloniale che ospitava negli anni ’90 il primo “Kentucky Fried Chicken” aperto in Cina. E che ben ricordo!
“Sapendo che era impossibile da farsi, tentò lo stesso di farlo perché era ciò che doveva (Confucio).” (38)
“Il sole cala a occidente / quante volte?, / incapace di impedire il cadere dei fiori. / Le rondini tornano, come fossero di casa.” (brano di poesia cinese tradizionale, che viene citato come per collegare Chen e Catherine, i possibili amanti dei due mondi diversi, ma che a me lascia discretamente freddo) (317)
David Baldacci “Il gioco di Zodiac” Mondadori euro 10
[A: 15/04/2012– I: 14/04/2013 – T: 17/04/2013]
[tit. or.: Hour games; ling. or.: inglese; pagine: 518; anno 2004]
Un’altra discreta prova dello scrittore più bello d’America (almeno secondo Vanity Fair). Siamo al secondo romanzo imperniato sulla coppia di investigatori Sean & Michelle. Direte voi: ma ce ne sono una valanga nella storia della letteratura, dov’è la novità? L’idea di Baldacci è rovesciare, almeno un po’, i soliti cliché e fare della donna l’elemento d’azione e dell’uomo quello di riflessione. I due li avevamo visti ne “Il candidato” dove, dopo aver preso scoppole a destra e a manca (quasi fossero il PD…), decidono di unire i loro sforzi. Fondano quindi e con successo un’agenzia investigativa. Ed ora li troviamo in un bel guazzabuglio di morti. C’è un intrepido assassino che comincia ad uccidere delle persone usando ogni volta una tecnica mutuata da un famoso serial killer americano. Ed inviando ai giornali, dopo ogni delitto, una lettera cifrata (ma Sean farà presto a decodificarla) dicendo di NON essere quel serial killer. I due intanto vengono anche ingaggiati da un avocato per la difesa di un tizio forse ingiustamente accusato di rapina. Peccato che il rapinato sia il più benestante cittadino locale. Con moglie arcigna e decisionista, e due figli, Eddie pittore sconclusionato con moglie sbandatella e Savannah giovane ragazza (avuta quasi una ventina d’anni dopo). C’era un terzo, gemello di Eddie, ma morto in giovane età. E peccato anche che il benestante sia colpito da infarto e giaccia in ospedale. Dove anche lui viene ucciso, con tecniche simili agli altri, ma con delle diversità che non sfuggono a Sean & Michelle. L’unica costante, anche di questo assassinio, è un orologio posto al polso della vittima. Ogni volta con un’ora in più. Che tra l’altro dà il titolo al libro originale: il gioco dell’ora. Con facile gioco di parole su il nostro gioco, dall’inglese our – hour; e che i traduttori stravolgono in gioco di Zodiac dal nome del primo orologio trovato al polso della prima vittima (peccato che sia il solo Zodiac che viene usato, con buona pace di chi non sa fare il proprio mestiere). La vicenda poi si complica con la partecipazione della patologa locale, Sylvia, con una storiella passata con Sean. E con Michelle che non è insensibile al fascino di Eddie, soprattutto quando questi gioca alle ricostruzioni storiche della guerra di secessione (una passione americana su cui bisognerebbe tornarci su). E con la presenza di un tal Kyle assistente di Sylvia ma teso a rubare farmaci dopanti. E di quella di Sally, stalliere alla villa dei Battle (quelli ricchi) che ad un certo punto, ma quando anche lui è morto, fornisce l’alibi a Junior l’accusato della rapina. Di morti ne abbiamo quindi una caterva: una prostituta, due ragazzi che facevano l’amore in macchina, il riccone, Junior, Kyle, Sally, una signora madre di tre figli che faceva la spesa. Insomma una carneficina. Indagando con i suoi agganci per vari posti americani (Sean era in fondo un ex agente ed un avvocato ben piazzato) si riesce a ricostruire la vita sregolata del vecchio Battle. Un uomo pieno di eccessi, gran puttaniere, ammalatosi di sifilide in gioventù (così ci dice la patologa dopo l’autopsia), despota, che lascia morire il figlio gemello, che comanda a bacchetta moglie e restanti figli. Ma pare anche fascinoso, forse perché ricco. O viceversa. Per il momento, Sean scopre anche che uno dei ragazzi uccisi era figlio del vecchio Battle e di una sua relazione adulterina. Con il padre cornuto che cerca di far fuori i due investigatori. Qui esce fuori la nostra Wonder Michelle che salva la situazione sparacchiando spencolandosi fuori da un’auto in corsa. E poi salvando il socio Sean guidando motoscafi spericolati nel lago cittadino. Io avevo puntato molto su di un possibile colpevole, ma alla fine (anzi si capisce molto prima) i colpevoli sono due. E non li avevo individuati. Forse Baldacci mette troppa carne al fuoco. Anche perché deve far crescere un po’ i due personaggi. Così coltiva il lato azione con Michelle che praticamente è una specie di triatleta poliziottesca e con Sean che rivela un lato super-gaudente quando discetta di vini francesi (ottimo il Bouquet del Saint-Emilion). Tuttavia riconosco la bravura nello scrivere, anche se la fine è un po’ affrettata. Prodotto discreto e di buona fattura. Non male in questi momenti difficili.
Camilla Läckberg “Lo scalpellino” Marsilio 14 (in realtà, scontato 10,50 euro)
[A: 29/06/2012– I: 30/04/2013 – T: 02/05/2013]
[tit. or.: Stenhuggaren; ling. or.: svedese; pagine: 570; anno 2005]
Un nuovo episodio della saga di Fjällbacka, dove si risale un po’ la china rispetto al precedente che mi aveva lasciato leggermente insoddisfatto. Dal prorompente esordio è passato del tempo e la scrittrice ha messo in cantiere anche un po’ di mestiere. Anche se poi, leggendo molto e comparando, ci si accorge che, spesso e volentieri, gli autori usano trucchi o modalità simili per andare avanti. Intanto, ormai quasi tutti usano questo alternarsi di presente e passato, dove ad ogni capitolo facciamo salti avanti e indietro nel tempo. Che il passato serve a spiegare se non a giustificare il presente. Tutta l’abilità sta nel non far capire chi sia il personaggio cattivo che si delinea nelle pagine del passato. Ed in questo la Läckberg ha delle frecce al suo arco. Anche se, dal punto di vista del giallo in quanto tale, già nel primo capitolo avevo fatto un’ipotesi di colpevolezza, che si è rivelata corretta alla fine del libro. Quindi brava nell’andare su e già nel tempo, ma il tempo presente è discretamente lineare. Secondo “trucco” è l’uso dei bambini. Pare che non passi giallo nei paesi scandinavi se non ci sia qualche problema con i bambini. Dagli abusi alle uccisioni. Ed anche qui cominciamo con l’omicidio della piccola Sara. Figlia affetta da ADHD (su questo torneremo più avanti) di Charlotte e Niclas, che hanno grossi problemi tra loro, e grossi problemi con Lilian, la madre di Charlotte. Omicidio che tocca da vicino i protagonisti della vicenda, che Charlotte è diventata amica di Erica da quando questa ha partorito la piccola Maya, figlia sua e del poliziotto Patrick. E sarà proprio Patrick ad incaricarsi delle indagini che vedono mettere tante carni al fuoco. Tanto che qualcosa brucerà un po’ troppo. Da una parte, infatti, le vicende umane di vita quotidiana: le difficoltà di Charlotte con la madre, la malattia probabilmente fatale di Stig il compagno di Lilian, i problemi di Niclas con la sua di famiglia, e soprattutto con il padre Arne, sacrestano bigotto. Nonché i problemi tra Lilian ed il vicino Kaj per questioni di territorio delle rispettive case. Kaj che ha anche problemi con la moglie, la sola ad occuparsi seriamente del loro figlio Martin, affetto dalla sindrome di Asperger. Inciso: terzo trucco, infarcire le vicende di nuove e, a volte,  poco note malattie. Da poco si lesse della sindrome di Klinefelter nei libri della Reichs, qui abbiamo Asperger che fortunatamente già avevo incontrato, una specie di autismo ad alto quoziente intellettivo. Ma anche, come detto sopra, l’ADHD e l’analogo DAMP, che purtroppo nel libro sono citati minuscoli e senza spiegazioni. Solo dopo attenta ricerca ho scoperto essere malattie relative all’iperattività ed a deficit nell’attenzione e nella percezione. Anche qui, due righe di spiegazione non avrebbero guastato. Ma torniamo alla vicenda, che oltre ai problemi della comunità, ci sono quelli della locale polizia, con il capo sempre lontano dalle vicende, con Patrick e Martin, i giovani, che cercano di mettere le pezze dove possono. E con l’inutile Ernst che per insipienza combina un guaio dopo l’altro. Non avverte che nella cittadina c’è un possibile pedofilo, provocando prima la morte di un abusato, poi, per tirarsi fuori dai guai, anche di un secondo giovane. Certo che lo scalpellino del titolo non ci aiuta molto: non è parte della vicenda, e muore ben presto, lasciandoci alle prese con una strana tipa, la moglie Agnes, che continua a far guasti tra Svezia ed America (quando non omicidi). Non può essere l’assassino che cerchiamo, in quanto dovrebbe avere un’età vicino ai cento anni. Ma Patrick, con l’aiuto anche di una puntata di Cold Case americano visto in televisione, che gli da una possibile interpretazione, riesce a risolvere l’intricata matassa. Trova la persona che ha già tre omicidi alle spalle, e si avviava forse ad altri due o tre. E con tutta la carne a fuoco, c’è anche tempo per seguire qualche pagina della vicenda della sorella di Erica maltrattata dal marito e della crescita interna al loro rapporto che fanno Erica e Patrick passando dalla depressione post-partum alla possibilità di intravedere futuri radiosi con i bambini. Alla fine, come detto, troppa carne sulla brace e qualche pezzo si brucia troppo. A noi che piace al sangue. Rimarchiamo e sottolineiamo comunque la capacità di bella scrittura ed anche di non dimenticarsi pezzettini di vicenda. Alla fine tutto si spiega. Con qualche apertura ad un probabile quarto episodio. Come dicono i telefilm di una volta: continua…
“Ritrovarsi in casa un neonato era come entrare in un universo estraneo e sconosciuto, con tensioni sempre nuove appostate dietro ogni angolo. Perché non dorme? Perché piange? Ha troppo caldo? Ha troppo freddo? Non le sono venuti strani puntini?” (9)
Veit Heinichen “Nessuno da solo” E/O 11,50 (in realtà, scontato a 5,98 euro con Feltrinelli+)
[A: 01/12/2012 – I: 13/05/2013 – T: 15/05/2013]
[titolo: Keine frage des geschmacks; lingua: tedesco; pagine: 384; anno: 2012]
I conoscitori del tedesco (e quindi non io, come ben si sa) mi dicono che geschmacks ha a che fare con gusti o scelte o similari. Tanto per rimarcare la poca lucidità degli editor (e spero sempre che qualcuno mi dia qualche lezione di traduzione – marketing). Fatta quindi la solita premessa, ormai quasi monotona, su traduttore – traditore, veniamo all’ultimo libro del fino ad ora interessante Heinichen. Ricordo ai meno attenti, che il nostro scrittore è tedesco, scrive in tedesco, ma vive a Trieste dove ambienta le sue storie di poliziesco – civico, nella tradizione nordica ormai consolidata. Protagonista degli scritti è anche qui un commissario, Proteo Laurenti, che mi ha sempre affascinato nel nome. Tuttavia, rispetto ad altre storie, sempre con qualche puntata ben scritta sul sociale, qui, vuoi per la sensibilità dell’autore, vuoi per la situazione italiana non particolarmente rosea, le sparate sono un po’ troppo lunghe, ripetitive, quasi che ci si sentisse in dovere di dire cose, politicamente corrette, ma che non incidono (come la frase che sotto riporto). Continuare a dire del sistema di corruzione instaurato da venti anni di Silvio, seppur corretto, non prende, non porta elementi nuovi, e rischia di diventare fuorviante, almeno in questo contesto. Che non è quello di Saviano, ma quello di uno scorrere di giorni nella Trieste attuale. Con i problemi della malavita locale, di quella che viene dall’est, e con la ragnatela di malaffare esemplificata dal cattivo centrale del romanzo, Lele Raccaro, i cui tentacoli si allungano sino a Roma. Ma che non sa di avere un punto debole in Aurelio, suo figlio naturale. Che pensa e spera di trovare la sua strada nel “cattivo mondo”, ma che può usare solo l’unica arma che conosce: il sesso. Con il quale comincia piccoli ricatti verso tedescone in gita, per poi tentare il colpo grosso con una donna deputato del Parlamento inglese. E qui incappa in una girandola di contrattempi: l’inglesina non ci sta a pagare, chiede aiuto alla sua amica etiope Miriam Natisone, di origini italiane (Natisone è un fiume del Friuli), che contro gioca il cattivello, contro manipolando le foto, e scompigliando la vita triestina venendo a scoperchiare le piccole salme in loco. Nelle more, essendo giornalista, ne approfitta per un reportage sul caffè a Trieste, che, come ognuno che conosce della nera bevanda, è il luogo principe del caffè italiano. Lì si produce la maggiore quantità di caffè (da cui derivano Illy e compagnia), lì si consuma più caffè che a Napoli. E per inciso questa è la parte migliore del libro, dove ripiombiamo ancora una volta verso una degustazione di Kopi Luwak, il famigerato monocultura indonesiano. Miriam comincia a dare troppo fastidio, e viene presa nel mirino da Aurelio. Ed intanto Proteo che fa? Qui vengono le dolenti note, che si perde, il nostro Veit, nelle lunghe problematiche familiari di casa Laurenti. Dopo la storia con la procuratrice slava, ora il commissario è impegnato in un flirt con una dottoressa che ha la metà dei suoi anni. In parallelo, anche sua moglie Laura ha una storia con un critico d’arte che cerca di rifilarle patacche. Poi ci sono i figli: Laura che non trova lavoro stabile, viene ingaggiata in una produzione italo - tedesca, il cui gestore è amico del Lele di cui all’inizio, e che muore nelle prime pagine del romanzo, Patrizia che ha avuto una bambina, che ha il marito lontano e che gli mette le corna con un guardaboschi, e Marco, l’unico che ne esce bene, il cui unico intervento in tutto il libro è preparare una cena a base di meduse fritte. E Laurenti, indagando sulla morte del tedesco, su di un furto di caffè, si imbatte nella Miriam, nei fatti e misfatti di Lele, scoprendone anche un tentativo di evasione fiscale con tanto di soldi verso San Marino, bloccati al porto di Ravenna. Ma tutto è molto stanco, lungo, quasi insopportabilmente lungo, che si aspetta con ansia la fine. Che arriva, annodando i fili, e facendo, come spesso in Italia e sovente in Heinichen, vedere che purtroppo la giustizia non è mai troppo nei primi posti delle italiane cose. Insomma, mi aspettavo di più, più incisivo, più avvincente. Ed invece è meno, molto meno di tutti gli altri libri di Heinichen. Speriamo sia solo un momento.
“Anche questo faceva parte del castello di bugie del governo: aggravare di proposito la situazione del paese, in modo da essere costretti a procedere in maniera ancora più compatta per porvi rimedio e sferrare così un attacco dopo l’altro allo stato di diritto.” (271)
Come ogni prima trama, parliamo ora anche dei libri del mese di aprile, in realtà non proprio esaltanti, con due tonfi iberici della Asensi e di Rebelo, e nessuna “punta di diamante”.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Clive Cussler & Jack Du Brul
Corsair
TEA
9
2
2
Elizabeth Peters
Pericolo nella Valle dei Re
TEA
8,60
3
3
Qiu Xiaolong
Ratti rossi
Marsilio
12
2
4
Andrea Vitali
Almeno il cappello
Garzanti
12
3
5
Anne Holt
La dea cieca
Einaudi
13
3
6
David Baldacci
Il gioco di Zodiac
Mondadori
10
3
7
Matilde Asensi
La vendetta di Siviglia
BUR
8,90
1
8
Ian Rankin
Fine partita
TEA
9
3
9
Fernando Savater
La vita eterna
Laterza
6,90
3
10
Ian Rankin
Casi sepolti
TEA
9
3
11
Marco Vichi
Perché dollari?
TEA
9
2
12
Michael Connelly
Lame di luce
Piemme
10
3
13
Tiago Rebelo
Il tempo degli amori perfetti
Beat
9
1
14
Simonetta Agnello Hornby
Un filo d’olio
Sellerio
14
3
15
Ian Rankin
Una questione di sangue
TEA
8,90
3

Per concludere, un bel paese l’Islanda, con della natura da spettacolo, forse un filo costoso per noi gente del Sud. E senz’altro più di un filino freddo. Per consolarci, continuiamo la discesa verso Sud, e giovedì si parte per il Portogallo.