domenica 22 dicembre 2013

Isole - 22 dicembre 2013

Dall’Islanda alla Sardegna, donne isolane che ci accompagnano con idee, storie ed altro ancora. Anche se, pur partendo ed arrivando su isole, poi passiamo per la Parigi della de Vigan (un’isola nella mia memoria d’adolescente) e per l’isolato posto mortifero della Seminara. Forse non amo la Sardegna come meriterebbe (anche se Fois mi fece recedere da alcuni luoghi comuni nel bellissimo “In Sardegna non c’è il mare”) ma amo Milena Agus; di converso sono più legato all’Islanda che alla Ólafsdóttir, ma forse se ne leggerà ancora. Comunque è l’isola l’immagine che mi è venuta in mente nella rilettura di queste trame. Ed avvicinandosi l’isola di felicità delle feste nataline, vi lascio la lettura.
Auður Ava Ólafsdóttir “Rosa candida” Einaudi euro 11,50 (in realtà, scontato a 8,63 euro)
[A: 01/07/2013– I: 15/07/2013 – T: 16/07/2013]
[tit. or.: Aflegjarinn; ling. or.: islandese; pagine: 206; anno 2007]
Un libro cui mi lega la sua curiosa storia di come l’ho preso, l’ho letto, l’ho perso, l’ho ripreso e l’ho riletto. A parte la selva di passati prossimi da far impallidire Gadda, avevo visto spesso questo libro con un neonato in copertina, e mi aveva sempre frenato l’idea che parlasse di bimbi e di terrore (chissà perché, poi). Dovendo andare in Islanda, forte del mio retroterra asfaltato dalle letture di Indriðason, ho deciso di comprarlo e portarlo. Leggendone in loco, ho cominciato ad apprezzarne come dire, l’islandesità. Poi una tremenda mattina nell’ostello di  Egilsstaðir, assillato dal tempo, l’ho lasciato sotto il piumone. Ma non avendolo finito, appena in Italia, l’ho ricomprato, riletto da capo, ed apprezzato pienamente. Prima di tutto perché, essendo narrato da un poco più che ventenne in prima persona, parla come se fosse un ventenne. Senza che l’autrice (che non solo non è ventenne, ma è anche una donna e, come dice il nome, figlia di Olaf) intervenga mettendogli in testa pensieri da persona più matura di quello che è. No, Lobbi (il protagonista) ha 22 anni, una madre morta da poca e fantastica nel curare le piante, un padre perso dietro al quaderno di ricette della moglie morta (e che lo chiama in ogni parte del mondo per sapere la sua interpretazione delle ricette), un fratello gemello autistico. Non sta bene in patria, con il freddo, la lava, e tutte quelle cose che noi viaggiatori in terra d’Islanda abbiamo imparato a conoscere (ma come si fa poi a non star bene se si mangia Kyr?). Decide quindi di accettare il posto di giardiniere in un roseto di un monastero del Nord Europa. E lascia tutti. E soprattutto lascia Flóra Sól, la figlia di sette mesi avuta dopo una sola notte d'amore (anzi, precisa lui, «un quinto di notte») con Anna. Mi piace molto la descrizione dell’imbranato viaggio verso il monastero, la malattia, gli incontri fuggevoli, e poi l’incontro con padre Thomas, un monaco cinefilo che ha un film-rimedio per ogni situazione. Il cuore triste di Lobbi tra la pace del luogo, il monaco e la cura del roseto riacquista un suo equilibrio. Ma sarà soprattutto l'arrivo di Anna e Flóra Sól in quell'angolo fatato di mondo a provocare i cambiamenti più profondi e imprevisti nell'animo del ragazzo. Perché, per la prima volta, Lobbi scopre in sé un desiderio nuovo, che non è solo amore per la figlia e attrazione per Anna: è il desiderio di una famiglia, quella che in realtà non aveva mai avuto. Ci saranno momenti delicati, momenti tristi, e risvolti allegri. Verso una fine per nulla consolatoria, ma in sintonia con quello che è successo nel libro. Ed in sintonia con il fatto che Lobbi sta diventando adulto. Alla fine, sono sicuro di aver avuto tra le mani un gioiellino, un libro minimo, ma che a volte comunica più di altri ben più acclamati e sbandierati. Mi ha conquistato la sua semplicità, che non diventa mai semplificazione. Anche quando le cose della vita portano Lobbi a riflettere, a porsi domande difficili sulla morte e sulla vita. E sebbene poco si svolga in Islanda, trasmette pienamente il senso dell’isola. Dei suoi modi di vivere, dei rapporti umani. Della facilità con cui lì si può nascere fuori dal matrimonio, e della possibilità di crescere anche senza congelarsi in vincoli esteriori. Parla anche molto di piante e giardini, argomento che non mi trova sempre in sintonia, io che faccio morire anche le piante grasse. Ma affascina il rapporto tra Lobbi ed il giardinaggio (già mi ricorda qualcosa). E soprattutto con la pianta cara alla madre, la varietà di rosa a otto petali chiamata “Rosa candida”. Quella del titolo, che però, più correttamente, avrebbe avuto senso lasciare nella traduzione originale. Che significa “bivio, svolta”. Un bivio, una svolta che è quella che Lobbi dà alla sua vita, e sulla quale ci fa piacevolmente riflettere per tutte le pagine. Da leggere assolutamente.
“- Tu le racconti le bugie? … - No, ma forse non dico tutto quello che penso.” (153)
Delphine de Vigan « No et Moi » Livre de Poche euro 6,80
[A: 21/06/2013– I: 01/08/2013 – T: 06/08/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: francese; pagine: 249; anno 2007]
Comprato a Roma alla Libreria Francese, perché facevano una promozione per i 60 anni delle edizioni “Livre de Poche” e non potevo esimermi, dato il co-genetliaco. Inoltre, andavo un po’ in controtendenza, dato che in genere i libri in lingua li compro all’estero, ma può essere utile non essere prevedibile. Quindi un po’ al buio, ed è tuttavia risultato un libro di interesse. Perché non conoscevo l’autrice e volevo leggerne. Perché mi ha intrigato la trama, anche se la fine l’ho trovata un po’ irrisolta. E non è un caso che abbia vinto un premio (il Prix des libraires nel 2008) esattamente l’anno dopo di quel libro per me ugualmente irrisolto che è “L’eleganza del riccio”. La storia è raccontata in soggettiva da una ragazza di 13 anni, Lou, molto intelligente (ha un quoziente intellettivo di 160 e per questo ha saltato delle classi), e proprio per questo (forse) non si sente felice. A casa la situazione è tesa (con una situazione che ha aumentato la mia empatia con Lou). La madre è depressa per la morte prematura della sorella di Lou di soli pochi mesi, si chiude in se senza mostrare affetto per la figlia. Il padre è inconsultamente felice per nascondere i suoi fallimenti. I compagni di classe la ignorano a causa della sua intelligenza. Tutti tranne uno, Lucas, il re del liceo, diciassettenne un po' difficile, l'antitesi di Lou (che per lui ha una cotta), ma che appunto per questo vuole conoscerla e che l'aiuterà nel momento in cui ne avrà più bisogno. A Lou piace vedere nei volti della gente la gioia e l'emozione: per questo passa la metà del suo tempo alla stazione per osservare la gente che si lascia o che si ritrova. Qui incontra Nolween, detta No, diciottenne che vive in strada, beve alcolici e fuma. Nella confusione scolastica, Lou si assegna il compito di scrivere una relazione sui SDF (Sans Demeure Fixé, cioè i senza tetto), decidendo di coinvolgere No in questa impresa. Con la scusa delle interviste per la relazione, tra le due nasce un rapporto strano, fatto di odio e di amicizia, di curiosità per il modo vivere dell'altra. Tanto che Lou ospita per un certo periodo No. Ma No non riesce ad uscire dalle sue dipendenze, e, di nuovo senza casa, trova posto da Lucas (anche lui con una situazione famigliare difficile, vive praticamente da solo). Ma la tregua è breve ed anche da lì deve andarsene. Lou decide allora di fuggire con lei. Va via di casa, passa due giorni in giro “da barbona” con No. Ma nel momento di prendere un treno e scomparire, è No che scompare abbandonando Lou, sola e infelice. Inizia allora, aiutata da Lucas, la ricerca di No, della sua storia non detta. Alla fine, ne sapremo di più, ma non sarà quello ad aiutare Lou. Sarà Lucas, con il suo affetto. Sarà il professore con la sua comprensione. Sarà una bellissima descrizione del primo bacio. Come detto, la scrittura è molto gradevole, anche se, come nel Riccio, ho sempre l’impressione che la proiezione di un adulto verso una ragazza al limitar di gioventù rischi sempre di passare le righe. Lou ha atteggiamenti “incompatibili” con una tredicenne, anche se compatibili con l’affetto che proviamo per lei. Verso tutte quelle prove (dalla difficile comprensione del rapporto con No all’altrettanto complessa vicenda dei suoi sentimenti verso Lucas). Ma nel complesso è una storia che lancia qualche messaggio e lascia qualche segnale (l’insoddisfazione dei giovani, il difficile rapporto con gli adulti, lo sguardo verso i treni in partenza). Per chi non volesse affaticarsi con l’originale, ne segnalo l’uscita anche in italiano con il titolo “L’effetto secondario dei sogni” (e qualcuno ce lo spiegherà, prima o poi). Come segnalo il primo libro dell’autrice, legato alla sua lotta (vinta) con l’anoressia (“Jours sans faim”).
“Si c’était ça le bonheur, pas même un rêve, pas même une promesse, juste l’instant.” [Se fosse questa la felicità, non un sogno, non una promessa, solo l’istante.] (72)
“C’est avec les gens qu’on aime le plus, en qui on a le plus confiance, qu’on peut se permettre d’être désagréable (parce qu’on sait due cela ne les empêchera pas de nous aimer). ” [è con le persone che amiamo di più, di cui abbiamo fiducia, che possiamo permetterci di essere scortesi (perché questo non impedirà loro di amarci).] (161)
Elvira Seminara “La penultima fine del mondo” Nottetempo euro 11 (in realtà, scontato a 9,35 euro)
[A: 18/06/2013– I: 13/08/2013 – T: 15/08/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 154; anno 2013]
Avendo già avuto modo di conoscere la scrittura della Seminara, mi aspettavo qualcosa, che poi in realtà c’è, anche se ho faticato a trovarlo. C’è la sua scrittura, che parte sempre dall’ironico, ma che non finisce lì, e confesso mi spiazza (come aveva fatto ne “I racconti del parrucchiere”). Perché il libro comincia come un noir, e il titolo ne rende benissimo lo spirito. Quello di un romanzo imprevedibile sino alla vera (e ultima) fine. In un piccolo paese dell’Isola, col suo fiume, il suo parroco, la brava farmacista e i bar coi tavoli all’aperto, improvvisamente un uomo, durante una festa, si lancia nel vuoto. Toccherà poi a una donna, a un altro uomo, e molti ancora, di ogni età – suicidi tutti senza ragione. Più che togliersi la vita, escono dalla vita. Sorridendo. Uno dopo l’altro. L’intero paese finisce sotto inchiesta dalla pista tossico-ambientale a quella satanica, e la stampa internazionale si precipita nel piccolo centro trasformandolo in un polo di attrazione dove tutto è reale ma inspiegabile. Si fanno convegni internazionali sulla “perdita di orizzonte”, dibattiti televisivi sui “diversamente vivi” (bellissima immagine), arrivano i pullman pieni di turisti per i “safari coi morti”. Sin quando, abbandonato a se stesso per paura di un “contagio”, o forse piuttosto perché il caso è invecchiato e privo di sviluppi, il paese sprofonderà nell’ombra, smemorato e solo, a tu per tu con gli spettri. In tutta questa trasformazione, il noir iniziale si è trasformato in un’accusa sul mondo di oggi ed il suo onnipresente cannibalismo. Ma ora, nella sua parte finale, si avvolge su di se, quasi a spirale (lontani ricordi di Asimov) e perde un po’ di mordente. In mezzo a tanto abbandono, solo una persona, l’Ospite Televisivo invitato all’inizio a commentare i fatti, cercherà di capire, trascrivendo tutto sul taccuino. E’ uno “scrittore da festival” ma qualcosa lo trattiene in questo lembo di mondo in dissoluzione. In un clima sempre più visionario i morti si confondono coi vivi, sotto lo sguardo dei soli testimoni coscienti, i cani. Sino all’unica, sorprendente spiegazione possibile che però mi lascia un po’ di amaro in bocca. Forse era meglio non spiegare, lasciare cadere o decadere il tutto. Leggendolo mi è subito venuto in mente che chi ama o conosce Saramago, se ne sentirà colpito. Sarà una parodia de “Le intermittenze della morte” o una parafrasi di “Cecità”? Siamo anche qui in una città normale, con persone normali, dove avvengono fatti straordinari. Ma seppur queste idee vengono in mente (con tutti i distinguo che possiamo immaginare) l’opera della scrittrice catanese è comunque altra e diversa. Perché l’atmosfera è più fiabesca, ma alla fine la Seminara non ci dà (vere) soluzioni, non ci dà chiavi di lettura, spiegazioni realmente ultime. Ad ogni episodio narrato, ad ogni morte annunciata, ci mettiamo a chiederci il perché. Ogni intervento esterno (la stampa, i media, il consumismo del suicidio) ci portano immediatamente all’oggi e al noi. E mentre scorriamo le pagine e simpatizziamo con le accuse a chi gestisce e manipola le notizie, ci domandiamo costantemente: ma noi, siamo vivi? E cosa significa essere vivi? Come viviamo? Un ultima piccola nota, visto che in genere parlo male di editor ed edizioni, devo invece spezzare una lancia in favore di “Nottetempo”. Bello il formato ridotto, che ne consente la fruizione ovunque, tanto da poter essere messo in tasca, e tirato fuori per leggere di una morte, e poi riporlo e pensarci su. Un libro realizzato con cura. E noi lettori non possiamo che apprezzarlo.
“L’ultima donna con cui aveva vissuto, le altre. … I vicini, i traslochi, i nemici, i tanti viaggi. Tutto si affastellava e mischiava con scarsa definizione. … Ecco, anche a sgranarli con attenzione, uno per uno, i ricordi scorrevano a fatica.” (91)
Milena Agus “Mentre dorme il pescecane” Nottetempo s.p. (regalo collettivo Almaviva)
[A: 07/05/2013– I: 28/09/2013 – T: 30/09/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 171; anno 2005]
Fortuna che c’è stato il grande compleanno, che mi ha permesso, grazie ad Almaviva, di colmare qualche buco di lettura. Ad esempio con questo, il primo romanzo scritto da Milena Agus, che ancora mancava in libreria. Ed ora che si leggesse. Bella (e per il momento della stesura del libro, anche nuova) la scrittura, con quel tono di amicizia con il lettore, di complicità (modo di scrivere che poi tornerà negli altri suoi romanzi, anche con qualche risultato più convincente). Scrittura che ti porta nella storia, tra realtà e fantasia, della diciottenne protagonista. Per tocchi, accenni e voli, riesci a seguire anche la realtà dietro alla fantasia. La tristezza della madre, la sua “non” esistenza, il suo “non” trovare un posto nello scorrere delle cose, fino a quel doloroso salto dalla terrazza. Il padre, forte delle sue certezze, ma quanto presente? Sì, è bravo, intelligente, ma alla difficoltà risponde solo fuggendo, dietro ai suoi improbabili sogni sudamericani. Tanto improbabili, che poi diventeranno reali. La zia sempre dietro ad un nuovo amore che (dopo il sesso) non durerà mai molto. Il fratello perso dietro al suo pianoforte, unico aggancio con il reale, e che gli permette di essere, di restare sulla terra, senza volar via come la madre. E lei! Diciottenne bruttina, grassina, autoinfliggentesi un rapporto senza futuro con un uomo sposato (da prendere a schiaffi ogni volta che apre bocca). Rapporto da cui non riesce ad uscire, che non riesce a troncare mai. Forse c’è quello spiraglio di luce quando compare il veterinario. Purtroppo finirà anche quello spiraglio, lasciandola indifesa contro gli eventi. Chi la può aiutare? La madre morta, il padre in fuga, la zia con la testa per aria, il fratello con il suo pianoforte? Neanche la saggia nonna, che l’unica cosa che fa è dire ad oltranza sagge sentenze, come quei libri che con tanta arguzia analizzano la realtà, e che poi non danno mai suggerimenti su come ci si deve comportare. E questo non la aiuta. Come non ci riesce l’amico Mario, con le sue strampalate fidanzate. E tanto meno Annunziata con la sua innocenza da mondo nuovo. Il mondo, quello vero, rimane brutto e cattivo. E noi, giovani verso la crescita (ovviamente noi giovani che stiamo leggendo il libro da giovani, o non-giovani che leggono il libro come fossero giovani), non vediamo le sue possibili bellezze. Il mondo ci mangia e ci rode dentro come il cattivo pescecane. Ma, e qui la Agus ci lascia un briciolo di speranza, forse riusciremo a fuggire, a volere e a vivere il bello della vita, se capiremo quando il pescecane dorme. E fuggiremo da lui, senza farci riprendere. Noi sì, ma ci riuscirà Milena? Insomma, alla fine, il libro mi è piaciuto, ma più come retrospettiva, che come libro in sé. Trovo ancora una volta irrisolti i problemi sessuali della protagonista (e Milena riesce spesso a mettere le sue eroine in situazioni a dir poco imbarazzanti), e forse troppo pieni di pensierini tutti i personaggi sopra descritti. Probabilmente, il più centrato (ed anche il più doloroso) è quello della madre, con la sua difficoltà di rapportarsi al mondo, con la possibilità (forse) di sfuggire al pescecane, ma con la decisione che no, non è possibile modificare quello che c’è. E purtroppo c’è anche poca Sardegna, o almeno c’è poco rimando che esista una Sardegna intorno. Sì, ci sono indicazioni, ci sono città, ma “Mal di pietre” o “La contessa di ricotta” mi facevano immergere dio più nei ritmi strani di quest’isola che usa il mare non per comunicare ma per restare isolata. Eppure, con tutti i distinguo del caso, è un libro che mi ha fatto piacere leggere, come quasi sempre mi fa piacere leggere i libri di Milena Agus (non è un caso che ho tutti e cinque i suoi libri pubblicati da Nottetempo).
Ohilà, ci son solo tre giorni per Natale. Ecco ci sono l’angioli con l’ale. E sotto l’albero un regale. Un pacco dono un po’ ficcanaso, lasciato lì, come fosse per caso. Un grande augurio al nostro Tommaso. Ah, dove fare Leopardi da grande. Invece son qui a scrivere rime stupidine (ma di cuore), ad imbastire tramine, e ad aspettar di partire (ma credo che no). A tutti ora do
un bacio

Giovanni

domenica 15 dicembre 2013

Ci salva la luna - 15 dicembre 2013

Ebbene sì, ci salva la luna della Mastrocola, in questa settimana di metà Dicembre. Forse un po’ il primo libro di Penelope Lively, di tutt’altro livello rispetto al secondo, veramente poco piacente. Certo, qualcosa c’è sempre da salvare (o quasi sempre), anche nella tela del ragno. E sicuramente gradevole, piacevole ed inconsueto il libro persiano. Ma poi c’è lei, la nostra scrittrice torinese, non ai livelli della barca, ma sempre con qualcosa. Quello che ci spinge, sempre, a cercare il meglio di noi, per noi e spesso in noi (anche quando non lo sappiamo ammettere).
Penelope Lively “Un posto perfetto” TEA euro 9
[A: 10/11/2012– I: 29/05/2013 – T: 31/05/2013]
[tit. or.: Family Album; ling. or.: inglese; pagine: 313; anno 2009]
Cominciamo subito a toglierci il sassolino dalla scarpa, che ritengo al solito fuorviante il cambiamento del titolo. L’album di famiglia ben più calzante avrebbe reso l’idea di questa cavalcata nei ricordi di una sana (sana?) famiglia inglese, cresciuta in un “posto perfetto” come Allersmead (la prateria di Allers, credo). Una casa, solida, di famiglia, dove nasce e cresce la famiglia Harper. Questa è la storia che ci racconta Penelope Lively, autrice che ho già incontrato (sempre per caso) in un suo scritto ambientato in Egitto (dove nacque, pur inglese) a suo tempo vincitore di un prestigioso premio (il Booker Prize). Ed è un’autrice che a me piace per il modo di scrivere, per i cambiamenti di prospettiva (i suoi romanzi sembrano spesso un’opera collettiva) dove cambiando soggettività aumenta il risalto a tutto tondo dell’opera in sé. Attenta ai cambiamenti sociali, ed alla società inglese in particolare, in questo album di famiglia ci porta su e giù nel tempo per farci conoscere una complessa vicenda familiare. Quella appunto della famiglia Harper. Il padre Charles, erede di una rendita che lo rende autonomo dalla necessità di lavorare quotidianamente, studioso eclettico e poliedrico, che passa il tempo a scrivere libri di divulgazione varia (quello che percorre la maggior parte del libro, è un testo sui riti di iniziazione dei giovani nelle varie tribù primitive). La madre Allison, vera matrona britannica, che decide di avere una grande famiglia (e farà una vagonata di figli), e di gestire in prima persona la tribù di Allersmead. Ingrid, la tata svedese, entrata nella famiglia quando il primogenito ha un anno e dove rimane tutta la vita, anche perché… E poi i figli. Paul, il primo, un po’ ribelle un po’ viziato da Allison, ma soprattutto senza mai un vero obiettivo, tanto che sarà l’ultimo a lasciare la casa. Gina, la più determinata a contrastare la sapienza paterna, che narra e racconta e che finisce reporter televisiva. Sandra, la bella, che legge Vanity Fair, farà la modella, l’arredatrice, indipendente e trasferitasi in Italia. I due “piccoli” Roger e Katie, che sono i più uniti tra loro, e che si trasferiscono lui in Canada a fare il pediatra e lei negli Stati Uniti. Ed ultima Clare, che per buona parte del romanzo ci chiediamo sia figlia di Allison o di Ingrid, che segue la sua vocazione di danzatrice in giro per l’Europa. È soprattutto con gli occhi indagatori di Gina (e spesso nelle sue conversazioni con l’amato Philip) che ricostruiamo le vicende della famiglia. Le feste di compleanno, le ricorrenze (natali e altro) dove Allison dà il meglio di sé, nell’organizzazione e nella preparazione del cibo. Le discussioni a tavola, dove Charles fa cadere dall’alto i suoi sarcasmi, ma dove altresì è sempre Charles che si astrae come se facesse parte di altro. I giochi dei sei fratelli Harper, soprattutto quelli in cantina, loro rifugio esclusivo, dove inscenano vive familiari che ripercorrono la vita come vorrebbero che si svolgesse. Ingrid che sembra ad un certo punto voler andar via, ma che non può far altro che tornare, troppo forti i legami con la famiglia. I primi amori di Sandra. Le sbandate di Paul con piccoli episodi di droghe leggere. Emblematica di tutta la storia l’immagine che mi salta agli occhi quando, dietro ad una duna Sandra si dà in effusioni con un suo amorazzo estivo, e Charles, camminando sulla cresta della stessa, immerso nei suoi pensieri, neanche li vede. O se li vede non li riconosce. È tutto qui il gioco di esserci e non esserci allo stesso punto. Di attraversare la vita concentrati sul proprio ombelico (alcuni degli Harper) o aperti al mondo (gli altri Harper). Ma questa tribù cresce con tutti i pregi ed i difetti di questa continua lotta. E non è un caso che quasi nessuno dei figli Harper metta al mondo altri figli. Troppo piena Allison della sua matronità, troppo pervasiva. Come se i genitori fossero esempi troppo alti (nella maternità o nella conoscenza) che i figli non possono arrivare. Quindi fanno altro. O non fanno nulla, come Paul. Filo colorato che unisce molta parte, è poi la domanda di chi sia figlia Clare. E la comprensione che, forse, non è importante. Ma come non rimanere io colpito dal bellissimo capitolo sulle vacanze al mare, che tanto mi ricorda le mie tribù estive, i traslochi da giugno a settembre. Con mia zia-generale ad organizzare la vita di ognuno. E mio padre che pensa ad inventare giochi che ci terranno occupati per settimane. Si arriverà anche alla fine di Allersmead, che dovrà, per una serie di avvenimenti, essere abbandonata. Chiudendosi nella mia mente con un’ultima visione della grande casa, da dove, finalmente tutti possono allontanarsi e seguire quello che sono diventati. Gina forse capirà che è stato tutto necessario per essere quello che siamo. Come lo riconosco io, per la buona scrittura della Lively, tutto serve a qualcosa. Bisogna farlo proprio, comprenderlo, ed andare avanti senza rinnegare, mai, se stessi. Un’altra buona lettura di questa fine di maggio.
“La vita interiore di ciascuno è abbastanza oscura, a modo suo; non c’è bisogno di esibirla agli altri.” (210)
“Tu hai l’impressione di conoscerli, i tuoi genitori?” (228)
Louise Soraya Black “Il cielo color melograno” 66th A 2nd s.p. (regalo di Alessandra)
[A: 07/05/2013– I: 09/06/2013 – T: 10/06/2013]
[tit. or.: Pomegranate Sky; ling. or.: inglese; pagine: 252; anno 2012]
Decisamente una buona lettura ed un buon regalo che mi ha consentito la scoperta di una giovane autrice interessante, e di entrare per la prima volta nella moderna realtà persiana. Un Iran da sempre amato-odiato e forse poco capito (da me). Dai racconti di Nino quando tornava da Teheran carico di caviale e notizie, alle parlate in arabo con i profughi farsi che (ovviamente) non capivano una parola. Un lungo viaggio questo mio da Khomeini ad Ahmadinejad, senza tuttavia (ad ora) essere riuscito ad organizzare un viaggio in loco. Ed allora immergiamoci pure in questo racconto che forse ci dà solo una scarsa visione politica della situazione iraniana, ma che lo fa con una grande partecipazione. E dalla parte delle donne, che (purtroppo) sono sempre state vittime. Prima, durante e dopo la rivoluzione. Intanto anche l’autrice è donna, ed anche mix (padre iraniano, madre inglese). E come alcune delle protagoniste, spesso va su e giù tra Occidente ed Iran. Quindi qualcosa sa, anche se, come detto sopra, non spinge molto né analisi né riflessioni sul piano politico. Ma già il piano emozionale è forte e, comunque, ne esce fuori discretamente (per chi ne sa leggere) un ritratto di un mondo quanto meno problematico. Per chi ne sa leggere dicevo, ed allora vediamo come la nostra scrittrice abbia come nome persiano Soraya, quello della seconda e più nota moglie dello Shah Reza Pahlavi, l’ultimo Shah di Persia. E come un ruolo centrale abbiano i pasdaran, i guardiani della rivoluzione khomeinista, una sorta di piccoli inquisitori emuli dei “familiares” di Torquemada. La Black usa sapientemente i flashback per narrare la storia in modo da seguire un suo filone “presente” che si svolge nel 2001, e riandando nel tempo quando la situazione richiede spiegazioni e rivelazioni. La storia è poi narrata dal punto di vista di Layla, una ragazza di ventiquattro anni (nata quindi lo stesso anno dell’autrice), che vive in un’interessante famiglia cosmopolita. E che lo è diventata negli anni, dal 1971 quando l’inglese Nelly viene ad insegnare inglese a Teheran e si innamora di Mammad, un giornalista indipendente sia nel periodo dello Shah ma, soprattutto, nel periodo post 1979. Mammad è lo zio di Layla, e padre di Roxanne, che si è trasferita a Londra. La terza sorella è Myriam, un tempo sposata al persiano Farazi, che però viene ucciso come spia dello Shah (ma se ne dubita fortemente) nei primi giorni della rivoluzione. Motivo per cui Myriam fugge in America e partorisce Sara, che non saprà mai di essere iraniana pura e non sangue misto. Layla cresce in questo mondo claustrofobico, dove però le donne, tra di loro, o dal parrucchiere, si tolgono i veli e sfoggiano le mise più alla moda. Certo il mondo di Layla è di quelli che erano protetti sotto lo Shah, e che si sono in qualche modo salvati dalle oppressioni più dure, anche se Mammad è stato a lungo in carcere, minandosi la salute. Ed è indipendente Layla, non vuole sottostare a matrimoni combinati come vorrebbe la madre. Vuole lavorare, in un mondo in cui questo non è ben visto per le donne. E si innamora del povero Keyvan, un pittore dalle scarse fortune e dal grande fascino. Il racconto precipita quando improvvisamente muore Mammad, e per i funerali tornano in patria Roxanne e Sara. Non sono abituate a queste restrizioni, per cui la donna non può uscire con un uomo se questo non è suo parente, deve restare vergine sino al matrimonio (ed i pasdaran possono chiedere i test di verginità), deve avere i capelli coperti, eccetera, eccetera, eccetera. Sara rimarrà intrappolata in questi meandri di oscurità, e Layla avrà modo di capire il sottile filo che separa verità e menzogna, amore e odio. Sara ne uscirà bene, Layla forse un po’ meno, ma certo molto più consapevole, e, disamorata della patria che pur ha amato tanto (e belle e toccanti sono le descrizioni dei monti innevati, della natura in fiore, e dei melograni, emblemi primi del mondo e della cucina iraniana), si avvia anche lei ad un probabile esilio in compagnia della cugina Roxanne. Ecco, tutte queste parti “dure” verso la donna sono descritte con mano ferma anche se, leggendone tra le righe, se ne intuisce una ferocità devastante. Meno bene altre parti, forse con qualche compiacimento di troppo verso l’ancien règime, anche se ne vengono sottolineate le stoltezze e le ruberie (questa l’ho già sentita…). Tuttavia un romanzo che chi non conosce l’Iran dovrebbe leggere come primo passo. Che poi si avrà tempo di discutere sul ruolo della donna nell’Islam. Ma ci vorrebbe più spazio e capacità, anche se prima o poi ci torneremo.
Paola Mastrocola “Più lontana della luna” Guanda s.p. (compreso nel pacco regalo Almaviva)
[A: 07/05/2013– I: 14/07/2013 – T: 15/07/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 296; anno 2007]
Non direi letto, ma veramente divorato. Al ritorno dalla fredda Islanda, in vista del caldo portoghese, avevo bisogno di parole che mi facessero sciogliere le ruggini del cervello. E Mastrocola c’è riuscita. Anche se meno convincente de “Una barca nel bosco”, è, come quello, un romanzo di formazione. Ed un po’ mi ha ricordato quel bellissimo testo del mio caro Maalouf “Un amour de loin”. Qui seguiamo venti anni nella vita di Lidia, che incontriamo quindicenne nel 1970, costretta ad abbandonare la scuola per problemi economici. Aiuta la madre al mercato, bada al cavallo Pino (abitano in un’ex-scuderia a Stupinigi). Ed ha il suo momento di “folgorazione” quando, nell’enciclopedia comprata per farla studiare (ma non servirà) incontra Bernart de Ventadorn, trovatore provenzale del sec. XII, figlio di una fornaia e cantore dell’amore da lontano. Quei versi (ed i versi delle poesie in genere, che parlano all’anima come se fossero scritti per te) si scolpiranno nella testa. “Aver la lingua e non poter parlare”, sarà da quel momento una specie di motto della sua vita. Prima nella frequentazione con gli ambienti sinistrosi della Torino dei primi anni ’70, che non capirà per le parole astruse ed i comportamenti altri (chi parla di rivoluzione, poi ha la casa in montagna, ed alla fine si sposerà e metterà su famiglia). Poi nella smania di voler far sposare. Un istante prima della caduta nel “baratro” del matrimonio, Lidia fugge con Pino. E da quel momento andrà in giro per l’Italia. Continuando ad incontrare gente, facendo mille mestieri, innamorandosi spesso delle persone sbagliate. Come Glauco, che però è sposato. Ma lì in Toscana incontra anche Ghitti, una donna che le dà i punti di riferimento che le mancavano. E che capisce quel suo cercare. E, per casualità, le fa conoscere Micael. Un illusionista tedesco-olandese, con cui ha subito (e per sempre) una comunità di ideali. Quel che si dice due menti che ruotano all’unisono. Anche se Micael è molto più grande (e forse le dà per questo della sicurezza che non trova in altro). Micael che non prende in giro la sua mania di modellare il pongo. E che parte per le sue tournée, riuscendo ad essere quell’amore lontano che cercava. Trovato un primo passo di pace, torna dopo quasi dieci anni a Torino. Rivede i genitori invecchiati, che di lì a poco, uno dopo l’altro, muoiono. Allora vende tutto, e con i pochi soldi si trasferisce nelle Alpi Apuane (ahi, ancora un po’ di Pietrasanta…). Dove il marmo le dà quelle sensazioni di comunicare con l’esterno che le parole non riuscivano a trovare incamminandosi verso la lingua. Alla fine, oramai sui trentacinque anni, diventa lei, quasi, un riferimento per i giovani. Ed alla morte, ed è ovvio che sia così, di Micael, riesce a superare le sue mancanze. E per una donna che non conosce, che le chiede un’opera funeraria, fa un busto di angelo in cui riesce a trasportare quello che lei sentiva per Micael. E così finisce la formazione della nostra Lidia. Sapremo forse nelle ultime pagine chi sia la donna. Penseremo forse che il giovane apprendista diventerà qualcosa in più anche per lei, ora che ha vissuto fino in fondo e superato, l’amore da lontano. Ha trovato la sua vocazione e la sua strada, anche se rimarrà sempre atipica ed estranea alle mode imperanti. Paola Mastrocola riesce comunque a comunicarci fino in fondo la necessità di guardare il mondo con i propri occhi, con il proprio stupore e con la propria ingenuità (così come nella barca). Usando e sfruttando quei talenti che comunque sono presenti in noi (fosse il giardinaggio come nel primo, la scultura in questo, o la cucina in altro che non ha scritto). Per diventare un “noi” che, in ogni caso, è e sarà unico.
“Saperti amante e non poterti avere / star lontano da te quando in cor m’ardi / aver la lingua e non poter parlare. … Quella poesia mi faceva pensare a cose cui non avrei mai pensato: ad esempio che voler parlare con una persona, che però è lontana, è come non aver la lingua.” (77)
“Pensai che non bisogna sempre chiarire tutto, che molto deve rimanere non detto, forse nemmeno pensato fino in fondo.” (169)
“Un amore fermo, che non aveva un tempo e dunque non nasceva e non moriva, da tenere soltanto nella mente, da coltivare intatto come un sempreverde”. (231)
“Facciamo tutti l’errore di chiedere che gli altri ci amino per quel che siamo, pensiamo di essere chissacché, e invece non siamo niente, vogliamo solo che gli altri perdonino i nostri difetti.” (225)
Penelope Lively “Appunti per uno studio del cuore umano” TEA euro 10 (in realtà, scontato a 7,50 euro)
[A: 03/08/2013– I: 09/12/2013 – T: 12/12/2013]
[tit. or.: Spiderweb; ling. or.: inglese; pagine: 244; anno 1998]
Sono rimasto decisamente deluso da questa nuova lettura della Lively, scrittrice che mi era piaciuta discretamente nella prova egiziana ed era decisamente sopra media nella poco tempo fa letta prova di “famiglia”. Qui c’è un romanzo di media lunghezza, che però non decolla mai. Solo alla fine, comunque, mi sono accorto che era precedente agli altri, uno scritto di 15 anni fa. E si sente. Come si sente, riprendendo quanto detto all’inizio del precedente, la poca cura del titolo italiano. La tela di ragno del titolo inglese rende a perfezione come si debba sentire l’antropologa in pensione Stella Brentwood nel suo buon ritiro della campagna inglese. E se pur è vero che nel corso della narrazione si parla di sentimenti e di rapporti, il titolo falsamente antropologico non rende giustizia. La Lively tenta, utilizzando molta narrazione ma anche altri elementi (giornali, citazioni, interventi esterni), di dar corpo ad una problematica non banale: un’antropologa va in pensione dopo aver girato il mondo in lungo ed in largo, aver dormito nelle capanne di fango africane, vissuto con aborigeni neo-zelandesi, ma anche discusso di legami familiari con maltesi o con originari delle isole Orcadi. Andando in pensione pensa di ritirarsi nella campagna inglese, di mettere radici, come dice lei. Ma uno non può dimenticarsi cosa ha fatto e come ha vissuto per quaranta o cinquanta anni. Così anche lì, comincia a guardare il mondo delle sue possibili radici con l’occhio della studiosa. Ed in questo modo, analogamente a quanto aveva fatto per il corso della sua vita, rimane esterna, non si mescola. Certo capisce forse meglio i meccanismi dei rapporti sociali, ma non potrà mai “mollare i freni”. Anche perché, nel piccolo mondo campagnolo, oltre alla tela di ragno che si intreccia nella vita quotidiana degli abitanti, si mescolano alcune vicende direi private o che vengono da lontano. Lì in campagna ritrova Richard, il marito della sua grande amica Nadine ormai defunta. E questo dà la stura ad un continuo flash-back di ricordi giovanili, delle speranze, delle diverse strade, del diverso modo di affrontare la vita delle due amiche. Nadine che vuole solo sposarsi e mettere su famiglia. Stella che vuole avere una chiave di lettura dei meccanismi sociali che governano il mondo. Nadine ottiene quello che vuole, ma muore presto di cancro. Stella si domanda se lei ha ottenuto quello che vuole. E lì in campagna la viene a trovare l’amica di maturità, Judith l’omosessuale. Conosciutesi a Malta, con Judith archeologa che scavava resti vari. Simpatia di pelle, continuata negli anni, con Stella che segue il susseguirsi degli amori di Judith, che però poi rimane sempre sola. Ma che con queste rivisitazioni, dà la stura ai ricordi di Stella verso i suoi amori, o presunti tali. Dan con cui ha avuto la più lunga relazione, ma che poi si trasferisce in America e lei no. Alan che vorrebbe lei si fermasse nelle isole al nord della Scozia, e vorrebbe anche sposarla. Ma lei no, e fugge via. Significativo è tutto il rimuginare che fa sul ruolo di un antropologo donna inserito nelle comunità che deve studiare, e le interazioni che ne possono seguire. Ma se tutto è facile nel Delta del Nilo, poco lo è in Cornovaglia. Poi c’è appunto la comunità campagnola in cui Stella vorrebbe entrare, ma che non riesce a scalfire. Fa una conferenza delle sue esperienze, ma si vede come, pur partecipata, lei ed i locali viaggiano su lunghezze d’onda diverse. Non riesce ad interagire con i tremendi vicini di casa, che hanno due figli quindicenni pestiferi e disadattati. Che non trovano di meglio, per sfogare il loro malessere verso una madre insopportabile ed un padre assente, di prendere a fucilate il cane di Stella. La morte del cane fa finalmente fermare Stella a pensare. E contemporaneamente, Richard le chiede di unire le loro solitudini e Judith, lasciato l’ultimo amore, le chiede di condividere le loro aspettative intellettuali. Cosa farà Stella? È forse ben chiaro, ma lo lascio scoprire a voi, se volete. Io ribadisco la scarsa fluidità del testo, e la poca presa emotiva verso di me. Anche se le tematiche potevano essere più interessanti. Forse nel precedente libro che ho descritto, pubblicato dieci anni dopo, questi pensieri sono più maturi, ed arrivano a quelle conclusioni che ho sopra riportato e continuo a condividere.
“Il loro era il legame precario di chi ha trascorso assieme la giovinezza per poi avviarsi su strade separate, pur rimanendo irrazionalmente uniti da quegli anni condivisi.” (49)
“Il futuro è implicito nel presente, se solo lo si sapesse leggere. I segnali ci sono già, ma non siamo capaci di leggerli.” (85)
“Il matrimonio … rende incapaci di vivere da soli. Io non ne avevo tenuto conto.” (193)
Come detto anche in altri contesti, una settimana bella e impegnativa, quella passata. E che prefigura un prossimo futuro pieno di scadenze. Forse poche per me, ma molte per l’appena giunto Tommaso, cui diamo il nostro caloroso benvenuto. E speriamo poche anche per chi si è ritrovato involontariamente all’ospedale. Ne usciremo tutti, e bene. 

domenica 8 dicembre 2013

St. Ambrose - 08 dicembre 13

Che c’entra il santo con le trame della settimana? Forse poco, ma, in questo giorno milano-festivo abbiamo un piccolo campionario di scrittori di lingua inglese. Da cui il titolo. E da cui cominciare, con il bellissimo libro di Barnes. Le trame centrali sono inglesi non inglesi, che una viene dalla lontana India (interessante, forse un po’ complicata) ed una dalla vicina Irlanda (semplice, godibile, lineare, forse troppo). E per finire si torna di là dell’Oceano, con un libro che poteva essere più efficace, anche se ben scritto e piacevolmente letto.
Julian Barnes “Il senso di una fine” Einaudi euro 10 (in realtà, scontato a 7,50 euro)
[A: 01/07/2013– I: 30/07/2013 – T: 01/08/2013]
[tit. or.: The Sense of an Ending; ling. or.: inglese; pagine: 150; anno 2011]
In genere i miei amici lettori sanno che io sono, fondamentalmente, ottimista. Penso sempre che ci sia del buono in qualsiasi scrittura. Anche quando stronco, cerco comunque di trovare possibili appigli di salvataggio. Ed invito sempre quanto meno ad ipotizzare di leggere anche i libri meno riusciti. Qui no. Qui non sarò possibilista, ma assolutamente categorico. DOVETE leggerlo. È un libro stupendo, scritto con capacità e bravura. Insomma, se fossi capace di iperboli, qui ne consumerei un sacco. E non entro nelle polemiche tra chi ne vede un capolavoro e chi (e ce ne sono di autorevoli) lo giudica un libro un po’ furbetto. Per me è un libro magistralmente scritto (e ben tradotto da Susanna Basso, con il che mi redimo da tutte le volte che parlo male dei traduttori). Che usa con maestria diversi registri (il ricordo, l’umoristico, la riflessione, il dialogo, l’incognito) dove pur raccontando una storia (che una storia ben c’è) è di altro che vuole parlare. O almeno parlarne a me. Del ricordo, delle cose che viviamo, di come le abbiamo vissute, di come le ricordiamo (e le riviviamo) ora, di quanto ne abbiamo capito. Il protagonista in soggettiva, narrandoci due spaccati della sua vita (non a caso, il libro si divide in due parti), ci fa toccare con mano come lui abbia vissuto quei momenti. E come lui, alla fine, non ne abbia capito molto. Nella prima Tony, il narratore, ci parla della sua adolescenza, dell’amicizia con Adrian, ragazzo che lui reputa più intelligente, e della nascita e fine della loro amicizia. Il primo punto di discussione forte lo hanno quando un loro coetaneo si impicca dopo aver messo incinta una ragazza, e loro si interrogano sulla difficoltà filosofica di sapere esattamente cosa sia successo. Poi Università diverse, Tony si mette con Veronica, e ci narra un difficile week-end trascorso con lei, che porta alla fine della loro storia. E prima della laurea, Adrian gli scrive che si è messo lui con Veronica. Ma Tony non risponde. Alcuni mesi dopo viene a sapere che Adrian si è suicidato. Nella seconda parte Tony, sessantenne e verso la fine dei suoi interessi vitali, divorziato e con una figlia poco presente, riceve una lettera della madre di Veronica che, morendo, gli lascia il diario di Adrian. Ciò lo porta a riprendere contatto con Veronica, e, parlando e scontrandosi con lei, comincia a riprendere in considerazione tutta la storia narrata nella prima parte. Questi incontri e la lettura del diario lo portano a comprendere fino in fondo quanto Veronica gli dice sin dal primo momento (“Tu non hai mai capito nulla di quello che succede”). Ed alla fine gli si parerà dinanzi non la verità, ma un’interpretazione dei fatti diversa, esplicativa, sorprendente. Come ci passa davanti tutta la vita pensando di aver compreso, e poi capiamo che abbiamo interpretato tutto in maniera errata. Non è un caso che il titolo del libro, Barnes lo riprende da un saggio del 1967 di Frank Kermode, dove il critico inglese attraverso la disamina di opere letterarie aveva l’obiettivo di scoprire come “dare un senso ai modi in cui cerchiamo di dare un senso alla nostra vita”. Barnes esemplifica questa frase con queste 150 pagine in cui abbiamo modo di leggere nel capitolo “Uno” (di 50 pagine) come Tony interpretasse il proprio mondo. E poi di capire nel capitolo “Due” (lungo il doppio) come tutto quello che aveva interpretato Tony era altro. Ma questo avrebbe cambiato la vita di Tony? O di Adrian? O di Veronica? Questo l’assillo che mi ha tormentato per tutto il libro. E che, con tutta sincerità, tormenta sempre i miei pensieri. Quanto quello che capiamo della nostra vita, ha un senso per sé. E come ci condiziona nella nostra vita e nei rapporti con gli altri. Un bel libro, che ti scatena la voglia di parlare. Ma forse è meglio fermarsi qui. Buona lettura.
“Era un cauto somaro non dotato dell’inventiva indispensabile alla vera ignoranza.” (7)
“Un’altra delle nostre paure: che la Vita potesse rivelarsi diversa dalla Letteratura. Prendi i nostri genitori, erano forse materiale letterario? Tutt’al più, potevano ambire al ruolo di astanti, di spettatori, far parte di un fondale umano contro il quale avvenivano le cose reali, quelle che contano davvero.” (16)
“La storia … è fatta dei ricordi dei sopravvissuti, la maggior parte dei quali non appartiene né alla schiera dei vincitori, né a quella dei vinti.” (58)
“Il ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato.” (65)
“All’improvviso mi sembra che una delle differenze tra la gioventù e la vecchiaia potrebbe essere questa: da giovani, ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri.” (82)
“[Dopo che sarò morto] non pensate male di me, ricordatemi con favore. Dite in giro che mi volevate bene, che vi piacevo, che non ero un bastardo. Anche se, magari, niente di tutto questo è vero.” (108)
Vikram Chandra “Giochi sacri” Mondadori s.p. (regalo di Silvia)
[A: 07/05/2013– I: 22/06/2013 – T: 07/08/2013]
[tit. or.: Sacred Games; ling. or.: inglese; pagine: 1162; anno 2006]
Se guardate il numero di pagine di questo che non può considerarsi un “agile volumetto”, e riflettete che durante la sua lettura ho passato due settimane in Islanda e due in Portogallo, non vi stupirete certo che, benché di veloce lettura nel contenuto, abbia impiegato un mese e mezzo a digerirlo. Anche perché, e lo dico subito, non mi ha conquistato come credevo. Certo, è affascinante, intrigante, intrecciato, ma di quell’intreccio che una volta sciolto, non mi ha lasciato un sapore deciso in bocca. Uno spaccato indiano, ben inserito nella realtà locale, ed in particolare nell’India dell’oggi. Mi ha tuttavia lasciato perplesso il senso generale di tutto ciò. Da un lato una storia quasi “all’americana”: un poliziotto che cerca di arrestare un capo della criminalità, per poi (essendo morto il secondo ma in maniera anomala), ripercorrere le loro storie (e quelle dei personaggi a loro legati) un po’ all’indietro. Andando su e giù, alternando i capitoli in flashback sulla storia della vita di Ganesh Gaitonde (il criminale) e quelli in presa diretta su Sartaj Singh (il poliziotto). Volendo riassumere il lato “occidentale” della vicenda, tutto si ridurrebbe alla storia del boss Gaitonde. Capo di una banda di criminalità organizzata con ramificazioni internazionali, collaboratore di un programma dell’antiterrorismo in funzione contraria al Pakistan, seguace di un guru che ha intenzione di destabilizzare la scena politica con una strategia della tensione fondata su un ordigno nucleare che se esplodesse risulterebbe un attentato della parte avversa. Gaitonde ha per tutta la vita inseguito il potere e la violenza: ha lanciato una diva del cinema  e ne ha assecondato i desideri per coltivare il proprio tornaconto; tratta con un’ex-stellina televisiva di nome Jojo, che gli procura amanti a pagamento; ha costruito un rifugio antiatomico e, per la disperazione di non ritrovare il suo guru entrato in clandestinità, dopo avere ucciso Jojo che gli denuda il suo vero io (e che noi abbiamo seguito per la sua parte di millanta pagine), si suicida. È il momento dove, a causa di una soffiata, il commissario Sartaj lo stana. Forse era impazzito, ma forse le trame oscure erano reali e verranno mese a tacere dai servizi segreti con cui Sartaj coadiuva: quest’ultimo, per ottenere informazioni, denuncia il suo capo che finirà anch’egli suicida. Ma la capacità di Chandra è quella di strutturare questa vicenda occidentale come fosse un mandala buddista. Perché se inizia seguendo i canoni sopra descritti come fosse una trita “crime novel”, ben presto, preso nei meandri delle descrizioni e delle narrazioni, biforcando come detto sempre più le storie tra l’ispettore ed il capomafia, comincia ad incastrare nella trama tante altre storie. Che diventano il punto di interesse del libro. Storie lontane nello spazio e nel tempo, ma sempre collegate a Bombay (anzi a Mumbai come si dice nell’India moderna, e dove sarebbe il caso di tornare). Ed è infatti Mumbai che alla fine diventa il punto centrale del libro. Città di una bellezza sfolgorante, quasi terrificante, continuamente rovinata dalle intemperie umane: inquinamento, aria fetida, povertà assoluta e diffusa, corruzione dilagante, criminalità spietata, intrecci perversi tra politici, imprenditori, mafiosi e star di Bollywood. Una città crivellata dal crimine, fino a marcire. Una metropoli moderna attraversata da frizioni religiose insanabili. Le persone che sono stanche di Bombay sono stanche della vita, e viceversa. E Mumbai non rappresenta altro che un paradigma dell’India di oggi. E come dicono quelli che parlano di economia, India significa “estremo occidente”: violenza, economia liberista, sviluppo, espansione ed involuzioni fondamentaliste. Le storie, ed è ovvio, partano sempre dai due fulcri narrativi, per poi biforcarsi quasi verso proprie vite. Così l’ispettore Sartaj cerca di ricomporre la sua vita relazionale distrutta dal divorzio, di trovare una composizione tra la sua malinconica solitudine ed il suo innato romanticismo, di non soccombere alla corruzione stritolante. Il boss Gaitonde cerca rimedi su Internet per aumentare i centimetri del suo pene, mentre gradualmente acquisisce la consapevolezza tragica ed epica della sua figura; criminali in grado di rivoltare intere città si costruiscono universi morali di dubbia consistenza per fronteggiare la morte che tutto recide; puttanelle sfrontate giungono a Bombay in cerca di gloria, pronte ad arrampicarsi sulla scala del successo bollywoodiano; spie fanno il doppio ed il triplo gioco; poveri istruiti si danno alla lotta armata, votandosi ad una rivoluzione impossibile, destinata ad essere tradita dai suoi adepti. Troviamo politici senza scrupoli (politici nazionalisti si accordano con la criminalità organizzata); poliziotti che ricevono bustarelle regolarmente; malviventi affondati nel lusso; gente di campagna; persone della borghesia medio - alta che agiscono per interesse personale; abitanti di quartieri-ghetto. Diversi personaggi sono divorziati; quasi tutti sono insoddisfatti. Sembra che le modalità tradizionali della vita associativa siano saltate in un’India che cambia con rapidità. Ci si trova in un mondo in cui il denaro crea la morale (e non parlo qui dell’Italia). Ma un libro post-2001, ambientato in un’India in continuo conflitto con il Pakistan vicino, non può scordare il fondamentalismo religioso (interno ed esterno). Qui poi messo in risalto dall’ambigua guida spirituale di Gaitonde che cerca di creare un subbuglio atomico. L’intimidazione della bomba (questione evidentemente sentita in un paese che possiede l’atomica ed è a sua volta circondato da paesi che la possiedono), lo smantellamento totale della civiltà costituita arriva a scuotere persino Gaitonde. Poi anche il libro finisce, cercando di chiudere i mille rivoli aperti nelle prime pagine. Non sempre ci riesce, ma Chandra, in ogni caso, dimostra di non scordarsi molto del suo narrato (anche dopo aver passato le mille pagine). Belle e forti le pagine sulla criminalità, basate su di un’inchiesta svolta in loco dallo stesso Chandra. Un po’ meno coinvolgenti le miriadi di citazioni in lingua locale (massimamente indù, ma anche altro), non sempre supportate dal glossario finale, che molti termini tralascia. Sempre a me care le parti dedicate alla cucina (un popolo è, anche, quello che mangia!). Un fiume fatto di mille ruscelli, che lottano tra loro, per poi ricomporsi nel placido Gange che tutti porterà verso la pace finale. Anche se i collanti tradizionali spariscono (religione, famiglia, istituzioni), qualcosa rimarrà nell’etica personale. Insomma, buone idee, fantasia sfrenata, ma la mole diluisce l’impatto.  Purtroppo Flaubert viene troppo spesso dimenticato. Così come lo dimentico io, non riuscendo a chiudere in meno parole un libro così po(n)deroso. Buona lettura a chi avrà il coraggio di porlo sul comodino (ma prima rinforzatelo, che il libro pesa…).
“Come proviamo piacere a volte nel pensare quanto male vanno le cose … e poi a immaginare come non potranno che andare peggio.” (122)
“Veniva affascinato da una cosa astrusa, da un oscuro procedimento che non interessava neppure a venti persone al mondo, e doveva scoprire tutto su di esso.” (455)
“Non sempre la persona di cui ci si innamora ci va a genio.” (674)
“La coppia di sposi venne spedita in luna di miele per una settimana in una villetta a Koh Samui.” (729) [ah, il mare tailandese…]
“A volte con gli scrittori bisogna fare così, bisogna chiudergli la bocca. Si lasciano conquistare dalla lingua, dalle storie e dalle regole tanto da non riuscire più a vedere la realtà dei fatti.” (851)
Brendan O’Carroll “Agnes Browne mamma” Beat euro 9 (in realtà, scontato a 7,20 euro)
[A: 23/05/2013– I: 16/08/2013 – T: 18/08/2013]
[tit. or.: The Mammy; ling. or.: inglese; pagine: 170; anno 1994]
È uno di quei libricini che stavano segnati nel mio quadernetto dei libri possibili. Lo avevo visto in libreria, insieme agli altri della saga (ne dovrebbero essere usciti tre o quattro), ma non mi risolvevo all’acquisto. Approfittando di una campagna primaverile di sconti, spinto anche dal nome (non a caso mia mamma si chiama Agnese) eccolo entrato e ben presto letto. E devo dire, discretamente piaciuto. Intanto mi sta simpatico l’autore, un attore irlandese, ben noto in patria ma non da noi, che ha fatto del suo retroterra giovanile l’humus su cui coltivare le proprie storie. Discretamente autodidatta, con famiglia numerosa intorno, industriatosi in mille mestieri, e poi approdato al teatro, utilizza (e con capacità) questo materiale per tirar fuori le sue storie “di vita”. Una vita trascorsa e descritta in una Dublino di periferia, di là dal fiume, tra case popolari e mercati rionali. Ben lontano dalle vetrine colorate di Grafton Street (che ben conosciamo). In questa terra dove si muoveva, ambienta i suoi racconti, facendoli cominciare nel marzo del 1967 (lui era dodicenne all’epoca, tanto che lo vedo bene immedesimarsi in uno dei figli), e facendoli ruotare intorno alla figura di Agnes Browne, la “Mummy” del titolo. Ogni mattina Agnes, popolana, sgrammaticata, ma di buon cuore, esce di casa alle cinque per incontrare l’amica Marion e iniziare insieme la giornata, in allegria, e il venerdì si gioca a bingo, per poi finire al pub di fronte a una pinta di birra e a un bicchiere di sidro. Non una gran vita, a parte le risate con Marion e le altre, al mercato. Finché, un bel giorno, il marito muore, lei rimane sola e comincia a godersi davvero l’esistenza, anche se deve gestire i suoi sette figli. E ben sappiamo, per esperienze famigliari, cosa vuol dire avere un esercito in casa. Ci vuole un generale (come mia nonna) o un maresciallo (come Agnes) che non scorda nessun elemento della vita, anche se spesso “non ce la fa”. È l’inizio di un carosello di vicende altalenanti, in genere alle prese con i figli che le propinano dilemmi adolescenziali, obbligandola a improvvisarsi consigliera (con grande spasso dei pargoli) o a vestire i panni dell’angelo vendicatore. Insomma, senza quella palla di marito attorno, la nostra Agnes pare tornata la ragazza dublinese che è stata, tanto che non le manca uno spasimante, un affascinante bell’imbusto francese ignaro degli equivoci della (e sulla) lingua. Certo è, come si dice, un libro “fresco” (anche se ormai ha quasi 20 anni), con un buon piglio nelle invenzioni dei dialoghi (d’altra parte l’autore attore si fa sentire molto qui). Utilizza anche una lingua bassa, “volgare” si direbbe (e con qualche volgarità qua e là) anche se la traduzione non riesce a rendere in pieno la travolgente “bassa lingua” gaelica a volte utilizzata. E questa modalità, è anche una delle cifre del successo del libro. Volendo cercare un po’ di critica costruttiva, probabilmente il libro manca un po’ di sospensione dell’attenzione, che dove ci sta qualche intoppo, l’autore-dio interviene e risolve le situazioni. Un figlio non vuole continuare a studiare e vuole andare a lavorare? Ecco che spunta un personaggio che gli offre una scuola di falegnameria dove coniugare le due cose. La protagonista vorrebbe tanto andare a sentire un concerto di Cliff Richard, cantante molto in voga all’epoca, ma non trova i biglietti? I figli casualmente lo incontrano, ci fanno amicizia e gli lasciano anche il loro indirizzo. E ne presagiamo un gustoso finale, che, guarda caso, si svolge nel Natale dello stesso anno. Non ha neanche introspezioni psicologiche sul decadimento delle condizioni urbane, sulla vita del proletariato dublinese, e via discorrendo. Ma è un libro di intrattenimento, forse un po’ lento da entrare in sintonia all’inizio. Alla fine, però, mi ha fatto tornare ancora una volta a Dublino, senza troppi pensieri intorno. E forse pensando di leggerne ancora (e di tornare in Irlanda).
Jamie Ford “Il gusto proibito dello zenzero” Garzanti euro 9,90
[A: 15/04/2013– I: 28/08/2013 – T: 29/08/2013]
[tit. or.: Hotel on the corner of Bitter and Sweet; ling. or.: inglese; pagine: 372; anno 2009]
Un libro che non pensavo di leggere, ma che ho preso dietro un molto antico suggerimento di Maria. Lettura gradita, anche se devo dire che alla fine, pur trovandolo agile e con spunti interessanti, non è esattamente il libro che mi aspettavo. Pensavo a qualcosa di più duro ed incisivo, dato l’argomento di cui si tratta. Invece, alla fine non dico sia sul versante Casati Modignani (cattiveria infinita) ma certo un po’ Cary Grant e Deborah Kerr nel finale di “Un amore splendido”. Intanto, però, diamo atto che l’ambientazione a Seattle mi è piaciuta, soprattutto come città che non conosco ancora, e che Ford ci descrive e ci fa vivere egregiamente. Come ci prende per mano, ed attraverso il racconto di Henry Lee, ci fa viaggiare tra la città degli anni ’40 e quella degli anni quasi ’90. Henry Lee è un cinese di seconda generazione, cioè nato in America da genitori cinesi. Quindi americano, ma con una forte contrapposizione (sia nel bene che nel male) con i genitori, che sono invece ancora e completamente cinesi. Andando nel passato Henry ci racconta della sua vita da tredicenne, dilaniato tra le due culture, inserito in una scuola tutta “all american”, e per questo oggetto di tutte le angherie possibili. Solo rifugio, il jazz del suo amico negro, sassofonista di strada. Fino a che, nella stessa scuola non entra Keiko, giapponese della seconda generazione. Subito, tra i due emarginati, si stabilisce una specie di mutuo soccorso, di ricerca di aiuto, anche se lei non gira per Chinatown e lui ha difficoltà a passeggiare sereno per Nihonmachi (la Nippon Town di Seattle). Il tutto aggravato dal fatto che il padre di Henry è un feroce anti-giapponese, avendo i nipponici invaso la Cina, dove infuria una feroce guerra civile (anche se il padre pende dalle parti di Chang-Kai Scheck piuttosto che di Mao). Pearl Harbour e la guerra nippo-americana fanno precipitare il tutto. I giapponesi (anche quelli di seconda generazione, anche quelli dediti allo studio) vengono visti come nemici, a poco a poco emarginati, nonché alla fine deportati in campi di concentramento ante-litteram. Ford ce li descrive, e ne capiamo la crudezza, anche se non sono né potranno essere mai Auschwitz o Guantanamo. Henry è combattuto allora tra il nascente amore per Keiko e la fedeltà al padre ed alle cineserie tradizionali. Ma l’amore è sempre più forte. E dà la forza ad Henry di sfidare il padre, con il quale non parlerà più per quasi dieci anni, di andare a trovare, insieme all’amico negro, Keiko nei campi di concentramento, di far nascere il primo forte sentimento. Poi i giapponesi vengono spostati qua e là per il paese, si scrivono, ma inevitabilmente si perderanno di vista. A questa parte d’antan, Ford controbilancia il (quasi) presente. Henry si avvia alla sessantina, l’amata moglie Esther è da poco morta di cancro, e lui ha un conflitto di crescita con il figlio, cinese di terza generazione (come un po’ ripercorrere le storie, generazione dopo generazione). L’elemento scatenante è il ritrovamento presso un Hotel chiuso da decenni di effetti personali di giapponesi coinvolti nella diaspora della guerra. Henry si intrufola, cerca, trova tracce di Keiko e del nero Sheldon (cui tra l’altro è rimasto sempre vicino). Le tracce del presente servono ad Henry per aprirsi con il figlio che ovviamente rimane basito dall’altro aspetto del padre, che lui aveva visto sempre “ligio al dovere ed alle istituzioni”. C’è un forte riavvicinamento, anche per merito della fidanzata americana del figlio (che sa cucinare piatti orientali come pochi). Ed è l’unione degli sforzi dei due giovani che permette il ritrovamento di tracce dell’altrettanto matura Keiko, anch’essa vedova, anche se da qualche anno in più. La morte di Sheldon farà da catarsi per arrivare ad un finale che non vi descrivo, ma che ricorda molto quando Cary toglie la coperta dalla poltrona su cui è seduta Deborah. Ecco, pur essendo ben descritti i moti dell’animo di questi neo-americani, sono vicende d’amore in minore, che non è che coinvolgano tantissimo. Come non riporta tutto l’orrore possibile la descrizione delle deportazioni nipponiche. Devo dire che una pagina di Fosco Maraini sul suo internamento quando era in Giappone dopo l’8 settembre 1943, descritta nel bellissimo “Ore Giapponesi” rende mille volte meglio e con più crudezza quanto posso essere accaduto al tempo. Per questo ripeto mi aspettavo qualcosa di più forte dal libro. Anche se, e qui lo ripeto e ribadisco, l’aver sollevato l’argomento dei rapporti inter-razziali è sempre e comunque un elemento di completa positività.
Ohibò, e già si avvicina il Natale, dove ricorda il mio amico Pietro, “tutti l’angiol metton l’ale”. Noi sarà un Natale di tranquillità (l’anacoluto è voluto). Qualcosa sulle note di Puccini, e molto sulle note familiari. Si aspetterà il nuovo anno per nuove e (speriamo) mirabolanti avventure. 

domenica 1 dicembre 2013

Molta Napoli, e poco altro - 01 dicembre 2013

Forse avrei dovuto dire molto de Giovanni, visto che abbiamo ben tre libri dello scrittore napoletano. Ma sono libri senza molto Ricciardi, il commissario a me caro, ed in compenso con molta città. Sia nelle prime avventure del nostro, sia negli ultimi due libri, ambientati nella Napoli d’oggi. Il primo tutto imperniato sul nuovo personaggio, l’ispettore Lojacono, ed il secondo sulla squadra che viene messa in piedi per tirar su le sorti del commissariato di Pizzofalcone. Una serie che sta avendo successo (anche se per me non ancora “a pieno ritmo”), tanto che esce un terzo libro in questi giorni. A completar la quaterna, un inutile e dimenticabile romanzo giallo di Enrico Luceri (il poco altro del titolo).
Maurizio de Giovanni “L’omicidio Carosino” Edizioni CentoAutori euro 9
[A: 15/04/2013– I: 12/06/2013 – T: 13/06/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 107; anno 2012]
Un libretto veloce che riprende, assembla e compendia, come dice il sottotitolo, “Le prime indagini del commissario Ricciardi”. E seppur nei tre brevi racconti che lo compongono si vedono in filigrana gli aspetti della migliore scrittura di de Giovanni (quella di Fandango, per intenderci, che a me il passaggio ad Einaudi lascia tuttora perplesso), è un libretto che mostra molto presto i suoi limiti. Il commissario non ha il passo per il racconto, le sue ponderazioni ed il suo incidere nella vita ha bisogno del respiro più lungo che gli viene dal romanzo. Il primo testo, poi, è in assoluto la prima uscita del commissario, nato quasi per scommesso come risposta ad un concorso letterario cui l’autore non voleva partecipare. E mentre pensa (come confessa nella postfazione) seduto al Gambrinus, gli viene fuori la storia di questo commissario che vede i morti. Solo i morti di morte violenta, che gli ripetono, come in un film che si inceppa, le ultime parole prima della morte. Un dono (o una maledizione) che sappiamo anche dai romanzi gli deriva dall’infanzia, e forse gli viene trasmessa dalla madre. Ed anche qui, ne “L’omicidio Carosino”, è la frase della duchessa che gli fa venire in mente la reale soluzione dell’omicidio. La duchessa è donna di mondo, si accompagna con un giornalista sposato, e sarà la moglie di questi (non svelo nulla che viene ben presto detto) a spararle al petto. Ma noi ed il commissario sappiamo che la duchessa è già morta. E la frase, nel giro di tre pagine, lo porta alla soluzione. Che forse non porterà alla condanna perché poi il commissario è anche empatico con le situazioni che affronta. E, benché nel pieno dell’era fascista, è sempre al limite della ribellione. Anche se non aperta, essendo commissario regio (ma ci andrà vicino in uno degli ultimi romanzi, per salvare il suo amico dottore). E mentre qui non porta avanti l’indagine oltre la colpevolezza per sua decisione, nel secondo “I vivi e i morti”, lo fa per decisione superiore. Che l’assassino del prete pedofilo, della prostituta, dei malavitosi al ristorante, se svelato, darebbe un risvolto che le autorità non vogliono venga preso. Qui la brevità delle pagine toglie molto al procedere delle indagini. Certo, Ricciardi con il fido Maione si reca nei vari luoghi dei crimini, affronta i “suoi” morti da solo, ne prende e ne mastica l’ultima frase. E ben presto trova la soluzione, aiutato dal modus operandi e dalla dislocazione delle case nel centro della città. Ancora più breve, ed ancora meno “avvincente” è l’ultimo racconto, “Mammarella”, che pensavo si riferisse al trans che vedremo protagonista di ben altre storie insieme al brigadiere Maione per aiutare il commissario in difficoltà. Invece anche qui è l’ultima frase di una prostituta, il cui profilo verrà poi preso ed ampliato nell’ultimo libro uscito “Vipera”. Non c’è molta storia, dietro la prostituta uccisa, che non vuole smettere di farlo, che ha un cliente fisso che la vuole fuori da quel mondo, ma che di certo non l’ha uccisa. Potrà essere solo qualcuno che l’ha vista “nature”, che la sua bellezza fa impazzire. Ed in due mezze pagine, Ricciardi risolve il caso senza farci assaporare che molto poco dei suoi ragionamenti. Quindi, dei racconti per filologi che vogliono vedere come nasce un caso letterario. Come se non bastasse, a questi pochi punti a favore, si aggiungono molti e pesanti punti negativi, sia nella prefazione che nella confezione del libro. La prefazione di Aldo Putignano sembra voler fare un’esegesi del commissario, spiegarcene psicologie e movenze, ma risolta un poco utile sfoggio di cultura “ricciardiana”, con quel tono “aulico” di chi sta impartendoci una lezione, ma che avrebbe fatto meglio ad entrare nel vivo, spiegare connessioni, rimandi, riflessioni. E che soprattutto tace completamente le possibili evoluzioni dei rapporti amorosi del nostro, preso tra la dolce Enrica e la travolgente Livia. E prende solo come dato, senza studiarne le possibilità, il fatto che qui in queste prime storie, ambientate nel ’29, Ricciardi ha 36 anni, mentre quando parte con i romanzi Fandango, e ci si colloca nel ’31, il commissario ringiovanisce di 5-6 anni. E viene citato solo en passant che queste storie sono scritte nel 2006, mentre il primo romanzo è del 2007. Forse una scrittura completa avrebbe giovato anche di una bibliografia ragionata, così da vederne l’evolversi e ragionare sulle uscite finora una ogni anno. Invece viene solo citato il 2012, ma è solo l’anno di questa collazione. Ed aspettiamo qualcosa anche nel 2013? Personalmente, poi, non ho trovato qui rimandi alle stagioni come dice Putignano rispetto ad Ed McBain (supposto maestro di de Giovanni, e che si rivelerà meglio nei successivi e non ricciardiani scritti). E poi la sciatteria dell’editing: a pag. 26 la frase “inconsapevole della propria morte” viene pubblicata come “inconsapevole della propria mode” (!!), a pag. 28, 39 e 43 invece di una “l” viene stampato “1”, facendo diventare “Il” un “I1” e “là” un “1à” (!!). Bocciato, irrimediabilmente bocciato l’autore del software di stampa delle edizioni CentoAutori.
Enrico Luceri “Buio come una cantina chiusa” Mondadori euro 4,90
[A: 07/05/2013– I: 29/07/2013 – T: 30/07/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 146; anno 2013]
Avevo letto il primo sforzo letterario di Luceri, interessante anche se non pienamente riuscito. Anche perché aveva vinto (credo meritatamente) nel 2008 il Premio Tedeschi, un premio dedicato dalla casa editrice Mondadori a gialli italiani inediti. Ripetendo quindi quanto i miei tramatori sanno a memoria, visto che esce un nuovo giallo italiano, e visto che l’autore è anche noto, vado subito all’acquisto. Non subito alla lettura (colpita del solito algoritmo), ma una volta letto devo, purtroppo, alzare il tiro e sparare a zero. L’unica cosa decente del libro “Giallo Mondadori n.3082” è il catalogo dei Gialli Mondadori usciti dal n.1 antico in poi (il primo giallo è, infatti, del 1926, contraddistinto dalla sigla 1A ed è il favoloso caso del signor Benson di S.S. Van Dine; e nella lista scopro che nel 1931, con il numero 21A esce anche il primo giallo italiano di Alessandro Varaldo: mitico!). Il romanzo invece scorre via senza prendere, senza incuriosire, facendo immaginare dalle prime pagine cosa succederà, chi sarà e cosa farà. Il peggio (per me) è un po’ di presupponenza che fa della scrittura il tentativo (solito) di dire e non dire, di alludere, di far vedere senza mostrare. Invece… La storia è presto descritta: Alfredo torna nella casa paterna ad un anno dalla morte (suicidio?) del padre. Deve riaprila, vuole rimetterla a nuovo. Ben presto però c’è qualche elemento che stride. La casa sembra abitata, micro incidenti si succedono. Come se il padre fosse lì. Oppure, ma che facile contromossa, se qualcuno sapesse quale ossessione fosse per Alfredo il padre Giacomo. Da quando, giocando a palla da solo in giardino, con una pallonata recide un fiore amato dal padre. Che per punirlo lo chiude a lungo nella cantina, buia ovviamente. La moglie Veronica sembra solidale con le angosce del marito, anche se si mantiene fredda e distante. Il commissario Viani, che sente puzza di bruciato, mette una bella ispettrice sulle orme di Alfredo e della storia. Anche perché il commissario indaga sulla strana scomparsa di un barbone, ex colto personaggio nonché violinista. Senza neanche farci perdere non dico il sonno, ma neanche un tremolio di occhi, scopriamo la presenza del cognato di Alfredo nonché fratello di Veronica, che compare e scompare misteriosamente. Ma chi, se non Veronica, conosce proprio i problemi infantili del marito? E visto che Alfredo sembra proprio non poterne più della bella di turno, Veronica, panicata di perdere tutto, fa l’impossibile per innervosire Alfredo, farlo agire sconclusionatamente, eventualmente cercandone l’interdizione di modo che possa approfittarne lei ed il fetente fratello. Inconsapevolmente, tuttavia, queste messe in scena, certo innervosiscono Alfredo, ma in modo diverso da come si aspetta Vero. In modo traverso, Alfredo fa in modo che la polizia scopra il tristo ordito della coppia e se ne sbarazza. Ma Viani persiste ed insiste. Fino a quando scopre, o meglio lo scopre la bella Claudia, tutto il retroscena. Cioè che Giacomo è proprio morto, così come il finto sosia barbone violinista. Il tutto collegato con quel roseto infantile. Non sembra un po’ labile la traccia per il filo degli anni? O forse quello fu solo l’iceberg di una vessazione che per decenni portava Giacomo ad angariare l’inutile figlio Alfredo. Ma non ti sembrano troppe 146 pagine per dire tante cose banali, che dopo la terza pagina sono già ipotizzabili. Non trovo neanche la scrittura solida, come qualcuno afferma. Né la trama degna dei migliori film thriller. Al massimo degna di qualche giallo di serie B degli anni ’70. Da dimenticare in fretta.
Maurizio de Giovanni “Il metodo del coccodrillo” Mondadori euro 10
[A: 19/05/2013– I: 07/08/2013 – T: 08/08/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 247; anno 2011]
Aspettando che il mio amato commissario Ricciardi torni sulla cresta dell’onda in un'altra opera dedicata a qualche altra festa da santificare, il nostro bravo scrittore napoletano si dedica ad aprire un altro filone di storie. Sempre ambientate a Napoli, anche se siamo nella Napoli di oggi, città cupa, inospitale, caotica, non più quella calda degli anni Trenta. Dove pure c’erano tanti problemi, ma sembrava esserci più attenzione all’altro. Qui invece, come spesso nelle città moderne, si può fare molto senza essere visti, mischiandosi alla folla che ci costruisce intorno un paravento di invisibilità. E nessuno sembra vedere “il Coccodrillo”, un killer così chiamato dai giornali quando si trovano sempre fazzoletti bagnati di lacrime sul posto dei delitti. Freddi, efferati, che colpiscano tre giovani, di età differenti, di quartieri differenti, di stato sociale differente. Che sembrano proprio non avere nulla in comune. Solo l'ispettore Giuseppe Lojacono pare riuscire a bucare il velo delle apparenze, sorretto dal suo fiuto e dalla sua stessa storia triste. Infatti, è da poco stato trasferito a Napoli dall’amata Sicilia, dopo che un collaboratore di giustizia lo accusa (ingiustamente) di essere colluso con la mafia. Potenza delle parole, viene emarginato, prima dalla squadra mobile di Agrigento, poi lasciato da moglie e figlia, quindi trasferito (promoveatur ut amoveatur) a Napoli. Ma quando le indagini sono affidate alla bella e scontrosa sostituto procuratore Laura Piras, questa si accorge delle capacità intuitive dell’ispettore, e, contro molti, decide di dargli un’occasione di riscatto. Aggirandosi nella cupa città di cui sopra, collegando fatti, all’apparenza scollegati, Lojacono comincia a ricostruire il filo rosso che lega i delitti. Legati a fatti dolorosi di molti anni prima, ad una ragazza morta dopo un aborto clandestino. Ed alle morti che segnano i figli dei protagonisti della vicenda. L’amica, l’infermiera, il medico abortista. Ormai perdutisi di vista, ma che qualcuno, di certo legato alla ragazza morta, ricostruisce i collegamenti. Organizzando per anni, ed ora finalmente e dolorosamente compiendo la sua vendetta. Lojacono e la Piras risolvono alla fine il caso, ma senza riuscire a salvare nessuno. Questo il terribile verdetto che porta a conclusione l’amaro scritto di de Giovanni. In questa odissea tra bene e male, non ci sarà un salvifico ritorno a casa dell’eroe. Si comprenderà tutto, e tutto avrà alla fine un senso. Ed una fine. Definitiva per il Coccodrillo e le sue vittime. Sospesa nel limbo delle prosecuzioni per l’ispettore ed il sostituto procuratore. Le cifre stilistiche di de Giovanni sono sempre presenti, l’attenzione ai particolari, le costruzioni ambientali. Anche se, personalmente, preferivo la ricostruzione d’atmosfera che ci regalava Ricciardi. E quell’idea del commissario empatico e solitario. Trasportate nel presente, le vicende sono sempre intense, anche se la costruzione è un po’ troppo presto decrittata. Sarà una mia impressione, ma da quando de Giovanni ha lasciato la Fandango per approdare a Mondadori ed Einaudi, le storie hanno perso un po’ di mordente. Apparentemente sembrano ancora cercare di mordere il sociale, ma è solo apparenza. Sono delle belle storie, sicuramente scritte con capacità e mestiere. Ma sembra quasi che i nuovi editori limino un po’ le unghie graffianti dello scrittore, lasciando soltanto qualche ferita. Però superficiale, che si rimargina presto senza quasi lasciare il segno. Tuttavia rimane immutato il mio rispetto per il suo scrivere ed il piacere di attendere nuove uscite dei suoi personaggi.
“È un vecchio, avrà almeno cinquant’anni.” (61)
Maurizio de Giovanni “I bastardi di Pizzofalcone” Einaudi s.p. (Regalo di Alessandra)
[A: 31/07/2013– I: 08/08/2013 – T: 09/08/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 316; anno 2013]
Gli occhielli di lancio spacciano questo nuovo libro di de Giovanni come l’inizio di una nuova saga, moderna rispetto a quella dell’amato ispettore Ricciardi degli anni fascisti. In realtà, il tentativo dello scrittore di scavare nella realtà contemporanea nasce dal da poco letto e tramato “Metodo del Coccodrillo”. Il percorso dell’autore è abbastanza lineare e scontato: prima lanciare un personaggio nuovo e vedere come risponde, sia alle proprie esigenze che a quello dei lettori ed estimatori. Mentre Ricciardi aveva dalla sua il contorno degli Anni Trenta che gli consentiva di rimanere in scena da solo con pochi e scelti comprimari, de Giovanni si accorge che l’ispettore Lojacono detto il Cinese, da solo non ha la forza di sostenere una serie di romanzi. Troppa dura e molteplice la realtà della Napoli di oggi. Dove anche se non compare il cancro della Camorra, l’autore ci porta in una Napoli contemporanea, sporca e violenta, intasata dal traffico, niente di più lontano dallo stereotipo di sole, pizza e mandolini, (in questa indagine piove, fa freddo e tira vento, quasi come in una città del nord) forse meno poetica ed elegante della Napoli retrò di Ricciardi, ma sicuramente più realistica e attuale. Passa quindi ad un “procedural thriller” ben mutuato dalle lunghe scritture del buon Salvatore Lombino (meglio noto come Ed McBain). I “bastardi” del titolo, i reietti, sono, infatti, questa squadra, poliziotti scomodi che nessuno vuole, allontanati dai distretti di provenienza e parcheggiati nel commissariato di Pizzofalcone, “celebre” perché alcuni suoi uomini furono coinvolti in traffici di droga. E qui giunge l’ispettore Lojacono, quasi felice di lasciare il territorio del commissario Di Vincenzo, sebbene la brillante risoluzione del caso del Coccodrillo, avrebbe dovuto metterlo al riparo da inimicizie e vendette professionali. Ad accoglierlo, il nuovo commissario Luigi Palma, sorriso da venditore di aspirapolvere, entusiasmo e buona volontà, che prima di tutti ha creduto nel riscatto del gruppo. Poi il resto della sua nuova squadra: la vice sovrintendente Ottavia Calabrese (figlio portatore di handicap e ammalata di asfissia familiare) e il sostituto commissario Giorgio Pisanelli (urina sangue per cancro alla prostata e cerca il colpevole di finti suicidi di anziani), gli interni con mansioni di scrivania, passati indenni dopo il repulisti a seguito dello scandalo legato alla droga; poi c’è l’assistente capo Francesco Romano, detto dai colleghi Hulk (rischia sempre di strangolare i criminali ma poi picchia anche la moglie); c’è l’agente assistente Alessandra Di Nardo, detta Alex, (lesbica e fuori di testa per le armi); e infine il personaggio più bizzarro del gruppo, l’agente scelto Marco Aragona, una strana capigliatura alla Elvis, occhiali dalle lenti azzurrate a goccia, guidatore spericolato, meno scemo di quello che appare. Subito tre casi si presentano alla squadra. La segnalazione di una vecchia bisbetica che nota strano che la vicina del palazzo di fronte non esca mai di casa e stia ritirata nel suo appartamento quasi prigioniera; le ricerche di Giorgio Pisanelli legate ad apparenti suicidi che lui non crede tali; e infine un “vero” caso di omicidio, nella parte bene del distretto, affidato a Lojacono (anche lui come Ricciardi inconsciamente nel privato combattuto tra diversi amori: la padrona dell’osteria, Laura la bella procuratrice e la figlia problematica) e Aragona. La morte della moglie del notaio Festa, trovata dalla cameriera bulgara con il cranio sfondato, da una di quelle palle di vetro, che scrollandole sembra che cada la neve. Tre casi, tre indagini, un solo obbiettivo: fare sopravvivere il commissariato di Pizzofalcone. La contemporaneità sembra suggerire all’autore riflessioni più amare, più dure, riflesso di uno squallore esistenziale e di una mancanza di umanità e dolcezza che caratterizza il mondo moderno. Pensiamo solo al personaggio del notaio, un arrampicatore infondo, freddo ed egoista, circondato da relazioni sterili e quasi mercenarie, insensibile al dolore della moglie stoicamente ancora innamorata di lui. Poi c'è la bellissima ragazzina "venduta" dalla famiglia a un ricco archistar, che la tiene segregata pur di possederla. Chi sia la vittima e chi il carnefice, alla fine, diventa un’altalena in cui bene e male si confondono. Come nella realtà. Una scala di valori è stata distrutta e destrutturata, vittima e carnefice si scambiano i ruoli, la bellezza si è trasformata in arma sociale. Si può chiamare "effetto olgettine" oppure in altro modo, ma il fenomeno, spaventoso, resta. Bellissimo anche il personaggio di Giorgio Pisanelli, dolente, fragile, capace di evocare compassione e tenerezza, oltre a riflessioni sulla vecchiaia e sulla solitudine. La voce dei colpevoli, del notaio e dell’amante, della ragazza prigioniera nell’appartamento, si alternano in prima persona alla cronaca delle indagini fino al finale che naturalmente lascia qualche porta aperta, per il possibile seguito. Un buon poliziesco insomma, robusto, essenziale, senza sbavature. Ripeto, personalmente continuo a preferire il commissario Ricciardi (facendo il tifo che si metta con Enrica, prima o poi). Ma questo è ben leggibile, e credo che ben presto ne vedremo un seguito.
Cominciando questo bellissimo mese di dicembre, dove aspettiamo un lieto Natale, pubblico l’elenco dei libri settembrini, uno dei più corti dell’anno, stretto tra il caldo marocchino e quello tanzaniano. E pur nella brevità, questo mese ha brillato per la qualità. Tutte letture più che sufficienti, dove anche se non si raggiunge la vetta, abbiamo un giallo (Rankin), un romanzo (Agus) ed un narrato di città (la Parigi di Forlani), tutti sopra media.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Inês Pedrosa
Nas tuas mãos
Leya
5,95
3
2
Mahi Binebine
Les funérailles du lait
Fennec
2
3
3
Kathy Reichs
Le ossa del diavolo
BUR
9,90
3
4
Ian Rankin
Indagini incrociate
TEA
10
4
5
Francesco Forlani
Parigi, senza passare dal via
Laterza
12
4
6
James Hillman
Il codice dell’anima
Adelphi
13
3
7
Paolo Foschi
Il killer delle maratone
E/O
15
3
8
Milena Agus
Mentre dorme il pescecane
Nottetempo
s.p.
4

Si continua a tacer di viaggi, e si pensa ai tanti amici di cui si affollano i natali in questo ultimo mese del 2013. Son tanti e li ricordo tutti. E non ve li dico, che io li so, e loro pure. Li saluto però brevemente