domenica 9 febbraio 2014

Leggete saggi - 09 febbraio 2014

Un grido che erompe dal più profondo. Bene i romanzi, benissimo le divagazioni. Pur tuttavia, mai scordarsi di tornare alle fonti. E di affrontare i problemi alle radici, con tutti i saggi possibili. E qui ne abbiamo a iosa per discuterne. Quindi, oltre che leggere i saggi, provate a leggere questa trama, forse una delle più complesse che abbia elaborato sin qui. Che spazia dall’analisi della formazione del proprio essere nel bel libro di Hillman, all’incapacità (impossibilità) di scrivere dello stupendo Vila-Matas, finendo nei meandri della storia che ci consentono di essere quello che siamo nelle pagine in punta di lingua di Le Goff. Transitando nel mai sopito e/o dimenticato pensiero del rapporto genitori – figli (e giovani – vecchi) dell’agile libretto di Serra.
James Hillman “Il codice dell’anima”  Adelphi euro 13 (in realtà, scontato a 11,70 euro)
[A: 01/01/2013– I: 15/09/2013 – T: 24/09/2013] - &&& E ½
[tit. or.: The Souls’s Code. In search of Character and Calling; ling. or.: inglese; pagine: 391; anno 1996]
Come dissi nella trama del bellissimo libro di Hillman sull’arte di invecchiare, avevo sentito parlare di questo psicologo, uno dei massimi allievi di Jung, da Luciana. Che mi aveva citato proprio questo libro. E che in realtà è quello che pone le basi della costruzione del mondo di Hillman. Dopo molto cercare e girovagarci intorno, quest’anno l’ho finalmente comprato. E dopo molto attendere, l’ho anche letto. Anche se ho impiegato molto a leggerlo (nelle serate mesoafricane) e molto di più a digerirlo. Dopo il libro sul carattere, infatti, mi aspettavo meglio, come se un autore, quando ti piace, debba (per il solo fatto che a te piace) scrivere cose che siano sempre al top. Questo, poi, oltre a non darmi le soddisfazioni che mi auspicavo, è anche un libro difficile, costruito per spiegare e dimostrare la propria tesi, attraverso discorsi che ho trovato più complessi, appunto, della linearità di quando si parlava di invecchiare. Anche se il concetto di fondo, la tesi che sottende le quasi quattrocento pagine è di una semplicità unica: ognuno di noi ha una sua personalità, una sua vocazione, una sua immagine che lo contraddistingue in modo radicale e che, di conseguenza, va ricercata e alimentata senza posa, per rendere davvero autentica la nostra esistenza. Come diceva brillantemente già Platone: noi siamo ciò che abbiamo scelto di essere. In questo senso siamo chiamati a decifrare il codice della nostra anima, affinché possiamo cogliere il senso della nostra presenza nel mondo. Ecco perché il nostro modello di vita è da sempre inscritto nella nostra anima: scegliere la virtù, coltivare la parte migliore di noi stessi o attuare ogni giorno, con coerenza e coraggio, la nostra vocazione dipende, quindi, solo da noi. Ma se queste sono le tracce essenziali su cui si muove Hillman (tutti abbiamo una vita da percorrere, e non è detto che debba essere sempre “superlativa”), il modo in cui l’autore arriva a spiegarci e dimostrarci il suo assunto non è dei più facili. Hillman parte comunque da lontano, e da un punto fermo a tutti noto: Platone ed all’uso che il filosofo greco fa del termine daimon. Quello che è innato in noi, che altri chiamano anima o destino individuale. E riempie il libro di bellissime mini biografie, ricorrendo alle vite di divi quali Judy Garland, Josephine Baker, il torero Manolete, lo scrittore Truman Capote, John Lennon, Quentin Tarantino e Woody Allen, di figuri quali Hitler, i serial killer, Richard Nixon e Henry Kissinger (tanto per citarne alcuni, e comunque sarebbero tutte da leggere e riprendere). Di questi è palese la “chiamata”, anche se c’è un bellissimo paragrafo che parla della scolarità di questi personaggi: ebbene la  maggior parte dei “superlativi eroi” a scuola quanto meno andava male, se non peggio. Loro, i divi, poi ce l’hanno dimostrato di avere una missione, ma tutti, presto o tardi, abbiamo avuto la sensazione che qualcosa ci chiamasse a percorrere una certa strada. Ma se tutti hanno una strada, un destino, un'anima, un angelo, esiste forse un angelo mediocre? Domanda di rara difficoltà, cui Hillman risponde rifiutandosi di identificare l'individualità con l'eccentricità. La vocazione accompagna la vita di tutti quanti e la guida in maniera impercettibile e in forme meno vistose di quelle a cui si assiste nelle descrizioni esemplari presentate in questo libro. Non è una grande risposta, ma almeno ci prova. Come prova a sfatare il rapporto idilliaco tra genitori e figli (di cui riporto una frase che trovo stupenda). Alla fine, un altro libro pieno di spunti, non al meglio si diceva, ma che collocherei in una trilogia ideale, con l’etica di Baumann e l’empatia di Bianchi.
“Perché è questo che in tante vite è andato smarrito e va recuperato: il senso della propria vocazione, ovvero che c’è una ragione per cui si è vivi.” (18)
“Una teoria sulla vita deve fondarsi sulla bellezza, se vuole spiegare la bellezza che la vita cerca.” (60)
“Secondo una leggenda ebraica, la prova che abbiamo dimenticato la scelta prenatale dell’anima la portiamo impressa sul nostro labbro superiore: il piccolo incavo sotto il naso è l’impronta dell’indice che l’angelo ci ha premuto sulle labbra per sigillarle … ed è per questo che, quando inseguiamo … un pensiero che sfugge, ci portiamo automaticamente il dito a quella significativa scannellatura.” (69)
“Ci sono due assunti [sulla solitudine] che io non posso accettare. Primo … che la solitudine coincide con l’essere soli … Secondo … che la solitudine sia fondamentalmente un sentimento spiacevole.” (80)
“Un figlio felice: mai, in nessun tempo e in nessun luogo, questo è stato il fine che i genitori si sono proposti.” (112)
“Non è dall’autoritarismo o dalla confusione dei genitori che i figli fuggono; i figli fuggono dal vuoto insopportabile del vivere in una famiglia senza altre fantasie che il fare compere, lavare la macchina e scambiarsi convenevoli.” (214)
“Gli eventi ci accadono e gli uomini non possono capire perché una cosa è accaduta, ma, visto che è accaduta, evidentemente, doveva accadere. Dopo l’evento, diamo una spiegazione di ciò che l’ha fatto accadere.” (243)
“Il modo come immaginiamo la nostra vita influisce su come alleviamo i nostri figli, sul nostro atteggiamento verso i sintomi e i disagi degli adolescenti, … sullo straniamento della vecchiaia e sulla preparazione alla morte.” (352)
Enrique Vila-Matas “Bartleby e compagnia” Feltrinelli euro 8 (in realtà, scontato a 5,20 euro)
[A: 01/02/2013– I: 10/10/2013 – T: 13/10/2013] - &&&&&
[tit. or.: Bartleby y compañía; ling. or.: spagnolo; pagine: 180; anno 2000]
Una bellissima prova sulla difficoltà (impossibilità a volte) di scrivere. Un libro che l’autore definisce una serie di note a piè di pagina per un testo inesistente. Favoleggiando, anzi, un libro che sia fatto solo di note (mi sembra di ricordare Nabokov in tutto ciò?). Un libro forse senza trama, senza scenari, ma importa? La mirabolante scrittura di Vila-Matas si cala nel narratore (ma non se ne identifica), un sedicente scrittore, autore 25 anni prima di un libro. E poi scomparso nell’impossibilità di scrivere. Intrappolato, in un certo senso, in quella malattia “alla Bartleby”, in cui non si riesce ad attuare nulla, in cui tutto si riduce in quel “Preferirei di no”. E dopo 25 anni passati nell’ombra, a leggere, accumulare notizie, prova ad esternare questa sofferenza andando ad analizzare, descrivere, riportare, esempi, brani di vita, relative a molti personaggi affetti dalla stessa malattia. Narrando di se stesso narrante, il narratore percorre le pagine (anche) con brandelli della sua vita. Per cui ne conosciamo il rapporto con il padre. Ne conosciamo le pulsioni amorose, l’innamoramento verso una donna con cui non riuscirà ad andare oltre il pensiero. Per terminare il suo cerchio aggrappandosi alla fine della scrittura, con un’ultima nota dedicata alla morte di Tolstoj che, rinunciando alla scrittura, rinuncerà anche alla vita. Ma allora di cos’è fatto questo libro? Essendo, come detto, fatto di note, sono un centinaio di notarelle (86 per l’esattezza) in cui il narratore esemplifica il suo assunto. Ne esce quindi una massa di citazioni, di descrizioni, di situazioni. Da Rimbaud che per non scrivere fugge ad Aden, a Salinger che si rifugia nelle montagne americane, al messicano Rulfo (bellissima l’immagine stravolgente di Rulfo che alla domanda perché non scriva più, risponde “perché è morto zio Celerino”). Il bello è la serietà con cui il narratore attraversa gli scrittori, per poi inzepparne alcuni (lui dice cinque in un’intervista) completamente inventati. Lo stimolo (mio) intellettuale è anche trovarli. Ad esempio Roberto Moretti autore di un improbabile “Istituto Pierre Menard” descrizione di una scuola in cui si insegna a dire No (con tutte le citazioni parallele del caso, essendo Menard l’autore del Quijote inventato da Borges). O Antonio de la Mota Ruiz, che inventa il personaggio di Paranoico Perez che non scrive più dopo che appena finisce un libro, Saramago ne pubblica uno con lo stesso titolo e soggetto. O Clément Cadou che non trovando sbocco nella scrittura, decide di riparare e dipingere mobili (con l’altra citazione obliqua, inventando una descrizione di Cadou fatta da Georges Perec nel fantomatico “Ritratto dell’autore visto come un mobile, sempre”). Ma come non intrigarsi nella descrizione di un ciclista, tale Piquemal ciclotimico sprinter che a volte decideva di non finire le corse (inventatissimo) paragonato a Marcel Benabou, autore del libro “Perché non ho scritto nessuno dei miei libri” (realissimo). La bellezza è ovvia nelle parti auliche, dove a sostegno della difficoltà, impossibilità di portare avanti la scrittura, Vila-Matas cita Leopardi, Gadda, Walser, Hofmannsthal, Traven, Henry Roth, Magris, Keats, Hawthorne, ancora e sempre i miei miti Borges e Perec. Sono tutti elementi che vanno a ricostruire il rompicapo di chi ha scritto cose bellissime (tutti i citati) o anche cose minimali (decine di mini altre citazioni che vi risparmio) e poi decide o pensa che lo scrivere non possa più essere, non possa più rappresentare il se. Per cui c’è chi coscientemente si bartlebyzza dicendo “Preferirei di No” e chi lo fa involontariamente. L’amore che ho avuto verso queste brevi pagine (oltre l’indubbio piacere intellettuale) deriva da uno stimolo ed un punto di arrivo. Lo stimolo sarebbe di ripercorrere il libro, enuncleandone persone vere e false, e farne un florilegio, un’esegesi, un saggio. Il punto di arrivo è forse l’auto giustificazione, che se tanto è complicato scrivere, è giusto che io continui a leggere ed a scrivere (solo) queste note-trame. Per concludere come nella citazione sotto che ho scritto il mio libro, pensando di scriverlo (come ha ben sottolineato il mio amico Carlo).
“Il romanzo … illustra l’impossibilità della scrittura, ma ci suggerisce anche che possono esistere sguardi nuovi su nuovi oggetti e perciò è meglio scrivere piuttosto che non farlo.” (33)
“Passò la vita a cercare un libro che non scrisse mai, anche se, a ben vedere, lo scrisse in modo quasi incosciente, pensando di scriverlo.” (58)
“Non era un filosofo né qualcos’altro di simile. Non era nemmeno un letterato. E, grazie a ciò, pensava molto. Quanto più si scrive, meno si pensa.” (99)
Michele Serra “Gli sdraiati” Feltrinelli euro 12 (in realtà, scontato a 9 euro)
[A: 09/11/2013– I: 05/12/2013 – T: 06/12/2013] - &&&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 108; anno 2013]
Devo dire che Michele Serra è uno di quei giornalisti che seguo sempre con piacere. Ritengo che a volte, l’uso di immagini iperboliche tenda un po’ al Benni prima maniera, e non sempre ne gradisco. Tant’è vero che non molta della sua produzione è presente nella mia libreria. Solo un vecchio e magistrale esercizio di “mascheratura” intitolato “44 falsi” (e sappiamo quanto mi divertano gli epigoni di Guido Almansi) ed ovviamente la prima parte delle uscite della rivista “Cuore”. Pur tuttavia, seguo con discreto interesse i suoi elzeviri su Repubblica. Questa lunga introduzione, per spiegare come, una volta visto questo suo libro, salire inopinatamente i vertici delle classifiche italiane, scalzando vecchi leoni alla Camilleri o giovani alla Volo, mi sono detto valesse la pena leggerne. Anche perché avevo sentito parlasse del suo (non facile) rapporto con il figlio poco meno che ventenne. Vero è. Ed è anche vero che, con la lucidità ed il garbo che gli riconosco, riesce a dipingere alcuni momenti dei rapporti padre – figlio (o giovani – vecchi) in maniera magistrale. Ci sono pagine in cui ritrovo tracce (poche per fortuna, che oramai è ben cresciuta) di Sara, ma nelle stesse non tracce, ma segnali forti di ragazzi coevi al figlio di Serra. E dei loro padri e delle loro madri (ovviamente qui parlo per sentito più che visto, e sentito dalla parte dei vecchi, naturalmente). La descrizione del disordine della camera del figlio è da incorniciare. Così come quella dei piatti lasciati in giro, posacenere colmi, piatti nel lavello, e bagni da intervento della disinfestazione. Altrettanto centrata la figura del giovane “connesso”: sdraiato sul divano, guardando (sic!) la televisione accesa, cuffia con iPod, cellulare nella mano sinistra e computer sulla pancia. Che dire poi dell’attesa di parlare con i professori? Ma il colmo della realtà odierna, e della difficoltà comunicativa, è nella descrizione del fantomatico negozio Polan&Doompy (ipotizzo nome fittizio, la cui descrizione non può che invece portarmi ad Abercombie&Fitch). Le file di ore dei giovani per comprarsi delle felpe. L’astio di chi era stato da A&F a New York (o a Tokyo) ed ora lo vede aprire a Milano. I locali con poca illuminazione, commessi e commesse con dei fisici da top model, grandi manifesti di giovani altrettanto belli alle pareti. Il tutto appunto per delle felpe “firmate” o al massimo delle sneakers. Detto dei passi sublimi, lascerei nella parte oscura del testo quella della battaglia tra giovani e vecchi, con l’alter-ego di Serra che, vecchio, empatizza per i giovani. Sì, ben scritta, ma, appunto, un po’ pindarica e troppo metaforica. La stessa forza evocativa del problema (di una parte del problema), Michele la raggiunge nel racconto della gita in montagna (finalmente!) con il figlio. Ognuno con la sua individualità: e qui si vede appunto sia il contrapporsi sia l’avvicinarsi tra le due categorie (i giovani e i vecchi). Michele che contesta al figlio l’abbigliamento non proprio da gita in montagna. Il figlio che se ne sbatte, ma fa la gita con il padre, cuffiette in testa (“ma così non senti i rumori del bosco!”). Michele perso nei suoi pensieri, con la paura che la tanto decantata gita sia un disastro (era bella nella tua immaginazione, ma come la prenderà tuo figlio?). Il figlio che invece ne gusta (a suo modo) il sapore. E come non capirne di più, quando, forte della giovanile baldanza, lascerà il povero Michele per ritrovarsi solo in vetta ad aspettarlo? Sono i reali momenti di crescita. È il momento in cui Michele fa un salto di conoscenza, anche verso se stesso, oltre che verso il figlio. Ecco, questo mi lascia il veloce libro. L’angoscia, di Serra, ma anche mia, e di molti altri che conosco, verso il nostro crescere, verso i nostri valori che (sembra) non vengano accettati e/o compresi dai nostri figli. Il confrontare i rapporti odierni con quelli da noi avuti nella nostra gioventù. Sono d’accordo completamente con Serra quando mi dico che spesso non comprendo i giovani, e non ne comprendo le modalità di vita. Poi mi ricordo che, spesso, i miei calzini sono difficili da trovare. O il mio lavello aspetto anche 48 ore per essere liberato. Alla fine, comunque, è un libro sull’etica. Quella mia, che ritrovo, abbastanza, nel comportamento di Michele. Quella dei giovani, che cerco, ma non sempre riesco, di interpretare. Ed è un libro che, volendo, ci può essere utile per riflettere su di noi e sul nostro modo di essere al mondo. Bravo, in ogni caso, Serra!
Jacques Le Goff “Cinque personaggi del passato per il nostro presente” Ibis euro 8,80 (in realtà, scontato a 6,77 euro)
[A: 06/12/2013– I: 02/01/2014 – T: 05/01/2014] - &&&& e ½
[tit. or.: Cinq personnages d’hier pour aujourd’hui; ling. or.: francese; pagine: 102; anno 2001]
Non lo riporto come sottotitolo, ma eccoli i personaggi di Le Goff: Buddha, Abelardo, san Francesco, Michelet, Bloch. E pur non citate nel titolo, importanza rivestono nelle parti a loro dedicate le due donne: Eloisa e santa Chiara. Facciamo comunque un piccolo passo indietro, e veniamo più che al testo anche al contesto. Intanto Le Goff è un fine storico divulgatore, medievalista eccellente, che ha usato la sua esperienza nel campo per partecipare ad alcune trasmissioni di “France culture”, dove ha appunto riproposto una disamina di queste figure di ieri. Inserendole (almeno secondo la percezione che ho avuto dalla lettura), su due filoni paralleli: persone notevoli che hanno insegnamenti universali e storici notevoli che, in più, ci permettono di riflettere proprio sul ruolo dello storico. Il risultato è un libretto agile, che in pochi trattati comunica quello che intende trasmettere. E dà a noi, volenti, il compito di approfondirne. La capacità di Le Goff è anche (e su questo poi non mi dilungo) quella di biografare in poche pagine queste persone, dandocene i tratti salienti della vita e degli atti che interessano il discorso. (Per meglio esemplificare il suo discorso, pongo i suoi efficaci sottotitoli vicino ai cinque personaggi). Così è per Buddha (“la saggezza venuta dall’Oriente cinque secoli prima di Cristo”), dove credo ci voglia trasmettere la relatività del mondo Occidentale. In Oriente, appunto, cinque secoli prima di Gesù, un uomo ebbe la capacità di riflettere sulle cose, e di trasmetterci il bisogno di un agire retto per seguire la strada della pace interiore. Forse questo è anche il messaggio sotteso, come fare, come agire per essere, non dico felici, ma pacifici. Anche quando, come Abelardo, veniamo da una smisurata considerazione di sé. Ma ponendo le basi (lì intorno al 1200) della riflessione matura sulle cose del mondo. Anche a costo di entrare in conflitto con i beni terreni. Per poi elevarsi ad un pensiero fecondo, in questo sorretto dall’amore di Eloisa (“il primo intellettuale moderno e la prima coppia di innamorati moderna”). Anche Francesco entra in conflitto con i poteri temporali. La sua umanità, prima che la sua divinità, lo porta tuttavia ad essere talmente empatico con tutte le cose, da riproporre, in termini cristiani, l’insegnamento di quasi quindici secoli precedenti venuto dall’Oriente. E fortunatamente ripropone le brevi righe della Laude, esempio eponimo del rispetto che Francesco aveva per tutte le cose. Da laico, prima che da chierico, e sorretto anche qui da quella stupenda figura femminile di Chiara d’Assisi (“Resistenza e novità in un’epoca di trasformazioni”). Prima o poi qualcuno riuscirà a scrivere una storia delle influenze femminili nel corso del tempo, riportando meglio in luce, quante di queste signore e signorine hanno fatto per noi. Sul fronte storico, ho avuto delle difficoltà a seguire i discorsi su Jules Michelet (“l’Ottocento, il secolo della Storia”), a parte la capacità di questi nel fondare una storiografia complessa fondata sulla sua monumentale “Storia di Francia” in 24 volumi. Meglio ho seguito le vicende più a noi vicine (anche se relativamente) di Marc Bloch (“rinnovatore della Storia e partigiano”). Che ha unito una vita esemplare ad una capacità professionale fuori dal comune. Storico militante, si direbbe forse, grande professore, fondatore di quell’approccio ai problemi che dovrebbe battezzarsi “antropologia storica”. Laddove, appunto, si vede che la storia non è, non può essere disgiunta dalle altre branche del sapere. Forse ovvio per noi ora, ma non cento anni fa. Dove Bloch univa geografia, analisi dei catasti rurali, movimenti dalle campagne alle città, per dar conto di come si poteva analizzare la storia post hoc, ma non in modo fine a sé stesso. In modo da poter ipotizzare le linee di tendenza che dal passato, spiegando il presente, ipotizzano uno o più futuri possibili. E militante perché, lui ebreo non praticante, e fervente francese, non si tira indietro dalla lotta e dalla guerra partigiana contro l’occupazione nazista. Tanto da finire torturato e poi giustiziato nel giugno del ’44. Questo percorso serve a Le Goff per darci, come dicevo all’inizio, lo spunto di riflessione sui comportamenti umani, e su quella frase che riporto alla fine, di come la storia (e noi con essa) non può che essere una scienza dell’uomo inserito nel tempo della sua vita. Non è sempre riuscitissimo, per cui alla fine non avrà il massimo del mio gradimento. Ma è un libretto da tener presente. E che mi piace chiudere proprio con la frase che Bloch chiese venisse scritta sulla sua tomba, e che mi piacerebbe fungesse da stella cometa a me e a tutti voi: “Dilexit veritatem”.
“Lo storico è un passatore. Convoca gli uomini del passato per sollecitarli … consegnare il loro messaggio agli uomini del presente.” (11)
“L’uomo – e lo storico è un uomo – è incapace di predire il futuro. Ma può prepararlo.” (13)
“Bloch: Reputo l’accondiscenza verso la menzogna, di qualunque pretesto possa ammantarsi, la peggiore lebbra dell’anima.” (88)
“La storia nella sua continuità come nei suoi mutamenti, è la scienza degli uomini nei tempi.” (96)
Come promesso, alla seconda trama del mese allego un’appendice di cura. Questo mese rimaniamo sull’adolescenza, dove mi dilungo un po’ su qualche rimembranza “alla Holden”. Ed intanto si prepara il viaggio sudafricano di fine mese.
CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni
FEBBRAIO 2014
Dopo aver affrontato il mese scorso il problema di essere adolescenti e quali siano i migliori libri omeopatici per accettare quest’epoca di transizione, rimaniamo questo mese “in tema”, occupandoci della Adolescenza come malattia.

ADOLESCENZA

Il giovane Holden, J. D. Salinger
L'ospedale delle rane, Lorrie Moore
Dietro la porta, Giorgio Bassani
Il gelo, Romano Bilenchi
Gli ormoni impazzano. Peli spuntano dove prima era tutto liscio. Il pomo di Adamo si ingrossa, la voce cambia. L'acne infuria. I seni sbocciano. Il cuore - e i lombi - s'infiammano alla minima provocazione.
Per prima cosa, smettetela di pensare che capiti solo a voi. Qualunque cosa vi stia succedendo, Holden Caulfield ci è già passato. Se pensate che tutto faccia schifo; se non volete parlarne; se ai vostri genitori verrebbero «due emorragie a testa» se sapessero quello che state facendo proprio in questo momento; se vi hanno espulso da scuola almeno una volta; se pensate che gli adulti siano tutti gente falsa; se bevete/fumate/cercate di rimorchiare persone più grandi di voi; se i vostri cosiddetti amici vi voltano di continuo le spalle; se i vostri insegnanti dicono che vi state lasciando andare; se vi proteggete dal mondo con la spavalderia, le parolacce, o fingendo indifferenza per ciò che può accadervi; se l'unica persona che vi capisce è vostra sorella Phoebe, che ha dieci anni - se una o più di queste cose si applica anche a voi, allora II giovane Holden vi porterà in salvo.
Per l'adolescenza non esiste cura, ma esistono vari modi per cavarsela. L'ospedale delle rane di Lorrie Moore è zeppo dei soliti orrori - la voce narrante, Berie, è una ragazzina in ritardo con lo sviluppo che nasconde il proprio imbarazzo facendosi beffe delle sue «uova al tegamino» e delle sue «lattine schiacciate da una macchina»; lei e la sua migliore amica, Sils, si sganasciano dal ridere se ripensano a quella volta che Sils cercò di togliersi i brufoli con un rasoio. In effetti ridono parecchio insieme - e lo fanno «violentemente, convulsamente», senza emettere un suono. Insieme cantano, anche - qualunque cosa, dalle canzoni di Natale alle sigle televisive a Dionne Warwick. E noi le applaudiamo. Perché se non si canta male e a squarciagola con i propri amici quando si hanno quattordici o quindici anni, lasciando che la musica ci prepari il cuore a quel «qualcosa di grosso e terribile» che deve ancora venire, quando dovremmo farlo?
Eppure, per alcuni l'adolescenza resta il periodo più infelice della propria vita, come per Carlo Cattolica, il protagonista di un breve romanzo di Giorgio Bassani. «Sono stato molto infelice, nella mia vita, da bambino, da ragazzo, da giovane, da uomo fatto; molte volte, se ci ripenso, ho toccato quello che si dice il fondo della disperazione. Ricordo tuttavia pochi periodi più neri, per me, dei mesi di scuola fra l'ottobre del 1929 e il giugno del '30, quando facevo la prima liceo». È il momento in cui, attraverso le amicizie buone e cattive, si manifestano il tempo della Storia in cui si vive e il proprio tempo inferiore. Anche se Carlo scoprirà di essere inchiodato per nascita a un destino di separazione e di livore, non vi fate abbattere: la porta che troverete davanti a voi dovete spalancarla, a qualsiasi costo.
Un altro grande e in parte dimenticato cantore dell'adolescenza è stato Romano Bilenchi. A distanza di quarant'anni dai due racconti precedenti, nel 1982 pubblicò l'ultima parte di una trilogia che in seguito raccolse sotto il titolo ‘Gli anni impossibili’. «Il gelo del sospetto e dell'incomprensione si levò fra me e gli uo-mini quando avevo sedici anni, al tempo della licenza ginnasiale» dice la voce narrante, riprendendo il filo del discorso interrotto quasi mezzo secolo prima. L'adolescenza è il tempo del gelo, che segue quello della siccità e della miseria. Ma non vi spaventate. Per fortuna, la letteratura è un farmaco a temperatura inversa: più è asciutta, e spigolosa, e gelida, più riscalda. Sarà come applicare un cubetto di ghiaccio su un ematoma, in attesa che si sgonfi.

Bugiardino

Credo di aver letto il giovane Holden per la primissima volta già negli anni Sessanta. Ne ricordo una copia nella biblioteca di mio padre (il DNA non mente molto), e ne ricordo una lettura partecipata nella mia stanza da quindicenne. Stanza che c’è ancora, anche se ormai non abitata. Ma c’è, con il letto giovanetto incassato in una parete di libri. Libri che ormai sono curati da mia madre (altra potente lettrice, che non va mai a dormire se non legge almeno cinquanta pagine di un libro). Ed io ne lessi, e mi appassionai, nel ricordo almeno, più che alle ribellioni, alle “disfatte”, a tutti quei momenti del libro in cui Caulfield è preso a schiaffi dalla vita. Certo le mie reazioni erano molto diverse, più interiori che altro. L’ho ripreso negli anni Settanta, per quella curiosità intellettuale più che verso il libro, ora verso l’autore. E verso il traduttore. Mi incuriosiva questo strambo scrittore che, scritto e con successo un libro, invece di gloriarsi di allori e fama, si andava a rintanare nel New Hampshire, rifiutava giornali, rotocalchi, interviste. E probabilmente neanche scriveva. Solo tardi venni a sapere di altri scritti, e qualcosa ancora ne lessi. Ma, nel mio immaginario, rimane l’autore di un solo libro. E, nei miei primi ardori di lingue altre, avendo ormai introiettato il francese, i primi gradini dell’inglese venivano a stimolarmi. Mi sono quindi imbattuto nel titolo originale “Catcher in the rye”. Dovete inoltre sapere che, all’epoca, mi dedicavo anche all’unico sport agonistico che abbia mai praticato: il baseball. Ed in questo sport, figura di perno della difesa è appunto il ricevitore, che in originale si chiama “Catcher” (visto che in italiano acchiappatore suona un po’ orrendo, anche se l’atleta proprio questo fa: acchiappa le palle lanciate dal lanciatore). E date le iniziali conoscenze alcoliche, sapevo anche che “rye” è la segale da cui si fabbrica un ottimo whiskey. Ma che voleva dire “l’acchiappatore nella segale”? Ricerche tardive mi portarono a comprenderne la derivazione da una storpiatura di una famosa (ma non per me) poesia di Robert Burns, il bardo scozzese. Quando il giovane Holden, per rispondere alla domanda della sorella Phoebe su cosa farà da grande, rispondere che vuole “acchiappare i bambini prima che cadano dal burrone mentre giocano in un campo di segale”. Burns diceva “coming”, Caulfield pensa a “catching”, e si inventa il resto con la sua solita fantasia sfrenata. Quella della bellissima domanda su dove vadano le anatre d’inverno quando ghiacciano i laghetti di New York. Ma l’acchiappatore sarebbe stato un titolo orrendo in italiano, anche se il primo traduttore aveva proposto “Il salvatore sul precipizio” come scappatoia. Ma subito ci si accorse della difficoltà della resa di un tale titolo. La seconda scelta cadde su di un volo pindarico “Vita da uomo”. E solo alla fine, si optò per l’ormai pieno di successo “Il giovane Holden”. E capisco anche che altre lingue abbiano avuto problemi analoghi. Tipo il francese, dove è stato tradotto con “L’attrape-Cœurs” (il Rubacuori). Più vicino va lo spagnolo con “El Guardian entre el Centeno” (Il Custode o Portiere nella Segale, giocando sul ruolo sportivo che potrebbe indurre il termine “Guardian”). Solo il tedesco si è mantenuto puro con “Der Fänger im Roggen”. L’ultima rilettura del libro avvenne negli anni Novanta, sulla spinta della nascita, per merito/colpa di Baricco, della “Scuola Holden” di scrittura creativa a Torino. Sempre amante di letture, e sempre preoccupato di non essere capace di scrivere, pensai seriamente di associarmi alla scuola (peccato fosse a Torino). Nelle more mi dissi valeva bene una lettura del libro. Che, ed è ovvio, mi lasciò meno preso, ma più colpito. Ora non era il tempo di immedesimarsi in Holden. Ma era il tempo di capire il fantastico modo di scrivere di questo scrittore, che riusciva, in pochi tratti, alternando riso e pianto, a rendere a pieno il disagio giovanile della crescita. Non parlerò qui della trama in sé, non essendo uno dei libri entrati nella grande rete delle trame. E poi già ne hanno tratteggiato le “curatrici”, e lì vi rimando.
Pur conoscendo gli autori degli altri libri citati, non li ho letti, e quindi, onestamente, non ne parlo.

Conclusioni

Completamente d’accordo sulla necessità di leggere Salinger una volta nella vita, sarei curioso di conoscere qualcuno che ha letto il libro di Bassani. Anche perché, mi verrebbe di accostarlo al grido di poco posteriore di Paul Nizan quando afferma che non è vero i vent’anni siano la più bella età della vita. Per ora, accontentiamoci di guardare i laghetti ghiacciati continuando a farci domande.

domenica 2 febbraio 2014

Bosch e non solo - 02 febbraio 2014

Perché dopo una puntata tutta dedicata a Banana, questa trama è tutto centrata sul grande Michael Connelly. E dove di certo abbiamo il suo eroe di punta, con il ritorno di Bosch nei ranghi della polizia di Los Angeles, dove ricomincia ad indagare dai “cold case”, ma ben presto tornerà sulla cresta dell’onda, anche se dovrà sempre far fronte al suo caratteraccio. Ma abbiamo anche l’ingresso nell’arena di Mickey Haller, con un ottimo romanzo, che vedrà dei seguiti interessanti nel futuro.
Michael Connelly “La ragazza di polvere” Piemme euro 11 (in realtà, scontato a 8,25 euro)
[A: 01/09/2012– I: 22/08/2013 – T: 27/08/2013] - &&&&
[tit. or.: The Closers; ling. or.: inglese; pagine: 394; anno 2005]
Dopo un paio di libri in cui il nostro amato Bosch, ovviamente Hieronymous detto Harry, è rimasto fuori dalla polizia, ecco che, con un altro colpo da maestro, il mago del thriller ci riporta dentro i dipartimenti di polizia di Los Angeles. Così in un solo colpo, ritroviamo l’ambiente maestro di Bosch, ritroviamo Kiz Rider, la sua compagna – alter ego, contro altare delle migliori indagini di Bosch. E Connelly avrà modo di innestarsi su uno dei filoni preferiti del thriller degli ultimi anni: quello dei cold case. Harry chiede di tornare in servizio, e, insieme alla fida Kiz, viene incluso nelle squadre che si occupano dei casi “vecchi”, ma non risolti (e sappiamo che Bosch ha sempre avuto una passione per questi, inclusa l’uccisione irrisolta della madre). Ed il primo caso è subito “complicato”. Rebecca, una ragazza uccisa quindici anni prima, non ancora maggiorenne. La riapertura del caso è dovuto al fatto che ora si dispone dell’analisi del DNA, non fattibile all’epoca. E sulla pistola viene trovato il DNA di un pregiudicato. Inizia così, con il solito metodo “BOSCH”, una ricerca a tutto tondo. Sull’ambiente della vittima (la scuola, le amiche, il ragazzo, la famiglia, il pregiudicato). E l’analisi dei vecchi rapporti, redatti da due poliziotti, uno andato in pensione e poi stranamente suicidatosi, l’altro all’apice di una grigia carriera ed in vista della pensione. Altri sfasci porta alla luce la morte di Rebecca: la famiglia si è sfasciata, la madre continua a vivere nel ricordo della figlia, lasciando intatta la stanza di lei, il padre non ha retto, è andato via di casa, e fa il barbone per le strade. Si scopre inoltre che Rebecca aveva fatto un aborto poche settimane prima della sua uccisione. E nella stanza di lei, Bosch trova un diario con pagine d’amore dedicate ad un certo MTL. Che non sono le iniziali dello spasimante, ma l’acronimo per “My True Love”. Ritrovano anche Mackey il pregiudicato, ne cercano i passi falsi, ma quando sembra che riescano ad ottenere qualcosa, il tipo viene misteriosamente investito. Morte casuale o omicidio premeditato? Il tutto, inoltre, ostacolato da qualcosa, da interventi non richiesti, da (sembra) depistaggi. Che il pregiudicato, all’epoca dei fatti, faceva parte di una banda di quartiere, di quelle che sorgono in America tanto perché è un popolo pacifico. Banda razzista, dedita a piccoli attentati verso negri ed ebrei. E non a caso i vecchi fatti avvenivano nel 1988, dove 88, nell’iconografia degli sbandati è la doppia H (ottava lettera dell’alfabeto), quella del saluto nazista (Heil Hitler). Volevano fare “casino” i giovani sbarbatelli. Ma la polizia li seguiva da presso. E ne limava le unghie, per cercare di non far scatenare altri casi di “odi razziali”. Non è un caso che sempre la vicenda “Rodney King” esca fuori. Per far tacere gli sbarbatelli si usavano le maniere forti. Meno con il capetto, che guarda caso era figlio di un boss della polizia locale. Harry e Kiz mettono a nudo tutta quest’ala di potere sotterraneo, di malversazioni, di oscuri personaggi dalla luminosa carriera. Ora però siamo nel XXI° secolo, e sembra che anche la polizia voglia ridarsi lustro, emarginando le pecore nere (ahi, perché non abbiamo esempi anche qui da noi, dove le pecore nere continuano a condizionare la vita di tutta una nazione…). Alla fine, scopriamo che Mackey era stato costretto dal giudice correzionale a prendersi un diploma, che aveva rubato la pistola di cui sopra ad un ebreo, che aveva preso lezioni private in una scuola con gli stessi docenti di quella di Rebecca, che era dislessico, ma aveva preso il diploma ugualmente. Bosch fa fatica, ma alla fine tutti gli elementi del conto tornano e disvela la vicenda. La madre di Rebecca riprende a respirare, i cattivi (sia poliziotti che civili) hanno le loro punizioni. Solo il padre di Rebecca non si trova, ma alla fine… E no, questo non ve lo dico. Insomma, un buon ritorno di Connelly, che, uscito dall’impasse di aver fatto dimettere Bosch per incompatibilità con il suo capo, ora lo reintegra, e riesce a far andare in pensione anche il cattivello. Aspettiamoci altri fuochi e fulmini anche nei prossimi libri (sperando che non si continui con gli assurdi titoli che la Piemme continua a sfornare: ma dove sta la polvere della ragazza? Anche se capisco l’intraducibilità del titolo, derivato dal gergo del baseball, dove con il termine “closers” si indicano quei lanciatori che entrano verso la fine di una partita compromessa per cercare di ribaltare il risultato).
Michael Connelly “Avvocato di difesa” Piemme euro 11,50 (in realtà, scontato a 8,62 euro)
[A: 01/09/2012– I: 24/11/2013 – T: 26/11/2013] - &&&& e ½
[tit. or.: The Lincoln Lawyer; ling. or.: inglese; pagine: 426; anno 2005]
Ho sempre pensato (ed i fatti lo confermano) che Connelly sia un bravo scrittore. Direi da bravo a eccellente. Ci sono capitoli della saga di Harry Bosch veramente degni (intrecci, sguardo sul mondo, tensione, rapporti umani). Come ci sono dei bassi (è umano). Al pari dei grandi scrittori seriali poi, a fianco della serie principale, un bravo scrittore inserisce storie, episodi che possono avere vita propria. Si vede come rispondono. E se funzionano si continua. In questo, basta analizzare la maestria della ditta Cussler & co di cui spesso ho parlato. Qui, Connelly (come in altri libri già recensiti) inserisce un nuovo personaggio. Un avvocato difensore (da cui il titolo italiano) che viaggia sempre su delle Lincoln, avendone quattro (e da cui il titolo originale inglese). Devo dire che questo nuovo personaggio funziona. A volte può sembrare irritante, soprattutto nel modo di intendere e rappresentare la giustizia. Ma è di sicura presa. Ha anche una storia interessante alle spalle: padre grande avvocato, morto quando lui aveva cinque anni, cresciutone all’ombra, poi avvocato lui stesso, sposato con Maggie, pubblico ministero (detta Maggie la Spietata), da cui divorzia dopo aver avuto una figlia (Hayley) che ora ha otto anni, poi sposato con Lorna, ma si accorgono presto di aver fatto tutti e due un errore, divorziano, ma rimangono buoni amici, tanto che lei gli fa da segretaria. E lui, Mickey Haller, l’avvocato che gira in Lincoln, fin dall’inizio ci dà un saggio dell’idea di giustizia americana. Oltre al romanzo in sé, questo libro ha anche il pregio di illuminarti, senza essere pedante, su come funzioni la giustizia di là dell’Oceano. Prima di tutto con quella divisione tra penale e civile, per cui se tu patteggi una colpevolezza lieve in un processo penale, puoi essere spennato dai risarcimenti nel processo civile per danni (leggi OJ Simpson, tanto per dirne una). E poi nel penale, tutti i trucchi e trucchetti vari, per aggirare la legge, o quanto meno per trarre vantaggi dalla sua rigida applicazione. Che è quello che fa Mickey, facendo uscire di prigione personaggi colpevolissimi, solo perché c’è qualche intoppo burocratico (tipo, classico, quello di non leggere i diritti all’imputato, o di fermarlo per un motivo ed arrestarlo per un altro; ma ci vorrebbe un avvocato per parlarne, a me resta la sensazione che sia una giustizia veramente “sul filo del rasoio”, con l’unico pregio, sembra, di essere comunque veloce, non come qui in Italia, dove si potrebbe cominciare un lungo discorso, ma lo salto). Detto questo contorno che comunque è interessante, la vicenda ha un suo piglio ed andamento niente male. Mickey viene ingaggiato da un riccone (e questo è una manna per un avvocato difensore) per essere difeso da un’accusa di tentato stupro e omicidio. Con l’aiuto del fido investigatore Raul, si riescono a mettere in fila una serie di prove che rendono dubbia la testimonianza della vittima. Ovviamente calcando la mano sul fatto che sia una prostituta. Tuttavia, cominciano a crearsi delle crepe quando Louis, l’imputato, inizia a dire delle bugie, che Raul scopre. E quando Mickey si accorge che Regina, la prostituta colpita, è molto simile ad un’altra, però uccisa, e per la quale il suo cliente di allora, uno spanglish di nome Jesus, sta scontando una lunga pena a San Quintino, la prigione di San Francisco (ovviamente le gesta di Haller sono a L.A.). Il processo si avvicina, con Mickey che cerca di capire chi, tra Louis e Jesus, sia innocente. Ripetendo una massima del suo augusto padre (“Non c’è cliente peggiore che un cliente innocente”). La situazione precipita quando il suo aiutante Raul, dopo aver lasciato un messaggio a Mickey in cui dice di aver trovato la soluzione, viene ucciso. A questo punto l’avvocato (e noi con lui) è praticamente certo che Louis sia colpevole della precedente morte, ma anche di questo tentativo. Comincia il processo, ed è molto gustoso, dal punto di vista della trama, vedere Mickey che come avvocato cerca di far salvare il proprio cliente dall’accusa di tentato omicidio nel processo in corso, ma cercando nel contempo di mettere le basi per farlo accusare sia del precedente omicidio, che della morte di Raul. Inoltre, di questa seconda vicenda, molto si complica una volta scoperto che la pistola usata è quella che Mickey teneva in cassaforte. E che inoltre Louis (pur appoggiato da una famiglia forte, con madre dispotica) ha un braccialetto di segnalazione che ne individua i movimenti, per cui è impossibile che abbia ucciso Raul. Tuttavia Mickey, con una strategia magistrale (che non rivelo) pur mettendo in pericolo la figlia (ma la LAPD fa buona guardia, e tra lui e Maggie sembrano rinascere pulsioni), trova il bandolo della matassa, riuscendo a far risorgere un sentimento di giustizia che per tutto il libro si era andato perdendo. Ma c’è, come c’è nella serie maggiore di Harry (e noto di passaggio che Connelly passa sempre per la musica, con Bosch patito di jazz e Mickey intriso del rap, che spesso gli dà la chiave dei comportamenti dei suoi assistiti). Insomma, un buon inizio per una possibile nuova serie, rispetto a quelli tentati nei libri #9 e #11 da lui scritti, ma che poi non videro seguito. Una bella e solida scrittura. E, ripeto, una descrizione dei meccanismi giudiziari americani veramente impagabile.
Michael Connelly “Il cerchio del lupo” Piemme euro 10,50 (in realtà, scontato a 8,92 euro)
[A: 01/09/2012– I: 27/11/2013 – T: 29/11/2013] - &&& e ½
[tit. or.: Echo Park; ling. or.: inglese; pagine: 358; anno 2006]
Un altro buon romanzo di Connelly, solo leggermente scalfito dall’insensatezza della titolazione italiana. Costava molto lasciare il titolo originale? Tanto che nelle maggiori lingue in cui il libro è stato tradotto (almeno in quelle a me note) il titolo è rimasto con il riferimento al quartiere di Los Angeles (noto ai cinefili per aver ospitato gli studios dei primi film di Chaplin e di Stanlio e Ollio). Da noi si traduce, e si introduce un elemento di fastidiosa inutilità. Perché di lupi non c’è nessuna traccia in tutto il libro. Tutt’al più di volpi, che il personaggio cattivo centrale si chiama Raynard, storpiatura del francese Reinart, volpe appunto. E la volpe ha un suo ruolo centrale nella trama. Appunto, allora, veniamo al libro, sperando che prima o poi qualcuno si renda conto delle idiozie commesse. Qui ritorna in primo piano l’eroe di Connelly, il nostro amato detective Hieronymus “Harry” Bosch. Ancora relegato alla sezione “Cold Case” come nel precedente, ed ancora con Kiz Rider come partner. Tuttavia più che su Kiz (qui un po’ in ombra) le luci si riaccendono su Rachel Walling, agente FBI con cui Bosch ha avuto una storia in “Il poeta è tornato”, e che qui Harry coinvolge per cercare di capire meglio la personalità del malvagio di turno, appunto Reinart Waits. Ed è fatale che si riaccenda la fiamma tra i due. Intanto la storia si incentra su Waits, fermato casualmente ad Echo Park con un furgone contenente due cadaveri. Per salvare la pelle dalla pena capitale, accetta di collaborare con la polizia, ed in particolare con Richard O’Shea, un capo dipartimento che sta cercando di dare una scalata politica al potere locale (uno dei tanti meccanismi politici urbani americani che un po’ mi lasciano perplesso per la loro diversità). Comincia a confessare altro, ed in particolare l’omicidio di tal Marie, un caso di cui si era occupato Bosch una dozzina di anni prima, e che era rimasto in sospeso. Qui si scatena la vena intrallazzona di Connelly che mischia polizieschi procedurali e legislazione americana (che abbiamo cominciato a conoscere meglio nel precedente libro sull’avvocato Haller) per darci il solito quadro di mescolanza tra arroganza dei poteri, meschinità delle persone, carrierismo ed altri intrallazzi vari. Proprio per capire meglio Waits appunto, Harry coinvolge Rachel, che gli fa intravedere subito possibili incongruenze, andando poi ad uno dei noccioli della questione (il nome che Rachel subodora falso). Harry si ingarbuglia anche perché O’Shea gli mostra un reperto della sua vecchia indagine che avrebbe portato a Waits ma che fu ignorato. Con tutti questi incasinamenti nella testa, si organizza la ricerca del cadavere di Marie. Che si trova nei boschi intorno ad Echo Park (e devono essere dei signori boschi, visto che ci hanno girato film western). Dove Waits sfrutta un momento di confusione per rubare la pistola ad un poliziotto, ucciderlo, ferire quasi mortalmente Kiz e fuggire. Anche se incolpevole, Harry viene sospeso. Ma il nostro non si arrende mai. Ovviamente aveva copie dei verbali di tutto, e rileggendoli scopre incongruenze con quelli attuali. Mette l’antenna fuori alla ricerca dei bastardi, ovviamente puntando su O’Shea e la sua cricca. Nel frattempo Waits rapisce un’altra donna. Harry e Rachel, spulciando quei verbali trovano una traccia, che li porta di nuovo nei dintorni di Echo Park, dove pare sempre più probabile trovare la tana della volpe (ma quale lupo, signori miei!!). Il nostro eroe senza macchia e senza paura, segue come un segugio questa traccia, riuscendo a stanare la volpe, mettendo a rischio però la vita sua e di Rachel. E questa volta lei non lo perdona. Tutta la storia di Marie era una montatura per incastrare Bosch (oltre che per far salire le quotazioni di O’Shea). Ma che interesse aveva il politico ad incastrare il poliziotto? Una volta che Harry scioglie questa matassa, riesce a risalire anche all’altro bandolo della stessa ed a trovare il vero assassino della ragazza. Chiude così il caso dopo 16 anni. Ma chiude anche la storia con Rachel. Rimane in sospeso il rapporto con la sua ex e la figlia che ormai si sono trasferite ad Hong Kong. Vede compromesso il futuro lavorativo con Kiz, che tornerà in polizia, ma con mansioni più da ufficio. Insomma, tanta carne al fuoco per le prossime avventure del nostro. E per l’inventiva di Connelly, che, confesso, scrive la parte finale con una maestria che mi ha tenuto incollato alla pagina per ore, nottetempo. Dovevo vederne la fine. Questo il segreto di un seriale di successo. Se ti incolla alla lettura, ha già fatto una metà del lavoro. Poi l’attenzione alla realtà quotidiana, ed ai suoi guasti, fa il resto (ricordo che l’azione dei romanzi di Connelly è generalmente in contemporanea alla lettura).
“Qualcuno ha detto che … si finisce per conoscere una città … se si rimane seduti al bancone di un ristorante.” (138)
Michael Connelly “La città buia” Piemme euro 5,90
[A: 15/07/2012– I: 02/12/2013 – T: 04/12/2013] - &&&
[tit. or.: The Overlook; ling. or.: inglese; pagine: 232; anno 2007]
Se mai mi capitasse di scrivere un romanzo storico, penso che lo dovrei intitolare: ”Le astronavi del Sesto Pianeta”. Che c’entra? Beh, come spiegate allora il cambiamento dal mestiere di supervisore (quello che guarda da sopra, l’overlook) a quello di dipendente comunale in sciopero che lascia quindi “la città buia”? E perché buia? Forse perché il nostro amato Bosch - Batman risolve il caso in sole 12 ore, la maggior parte delle quali in notturna? Eppure la supervisione ha un suo preciso senso nello svolgimento della trama. Come l’altro significato possibile, visto che l’omicidio avviene si lungo Mulholland Drive (che ogni volta mi riporta a David Lynch), nel punto denominato Hollywood Bowl Overlook (che è ovviamene un punto panoramico). Questo romanzo, tra l’altro, può essere considerato un passaggio tra il Bosch maturo e quello del tramonto. Ovvio, non di scrittura, ma di impegni e di capacità. Harry, come tutti, invecchia (dovrebbe avere ormai tra i 55 e i 60 anni), e serviva a Connelly un romanzo di raccordo dopo il precedente che aveva messo tanta carne al fuoco, ed era finito forse un po’ bruscamente. Allora, la storia tra Harry e Rachel è tramontata, con la seconda ormai sempre più inserita nei meccanismi FBI. La partner storica di Harry, Kiz, è rientrata dopo il ferimento e la quasi morte, occupando un lavoro d’ufficio. Harry ritorna alla Omicidi, lasciando i Casi Freddi, e si deve ambientare con il nuovo partner Ignacio Iggy Ferras. Insomma, serve un po’ di spazio per mettere qualche punto fermo e consentire anche al lettore “nuovo” di inserirsi nella trama. E quanto di meglio, mettere sul piatto un omicidio con possibili conflitti tra poliziotti e federali? Viene uccisa una persona sulla collina che domina LA, come detto sopra. Peccato che non sia una persona qualunque, ma sia un tecnico addetto al trasporto di materiale radioattivo per cure oncologiche. Peccato che si scopra la moglie legata al letto, e costretta a far da tramite, per permettere a qualcuno di rubare il cesio che trasportava il marito. Ovvio che da qui cominciano subito i conflitti, tra LAPD ed FBI. Ed in particolare, tra chi conduce le indagini da una parte, Harry, e chi dall’altra, Rachel. L’FBI sospetta la mano terroristica e mira tutto al ritrovamento del cesio. Bosch è interessato a risolvere l’omicidio. Quindi contrasti, sgambetti, testimoni che vengono reciprocamente nascosti. Insomma, quanto di meno collaborativo si possa trovare. Ma mentre anche una parte della polizia cade nei tranelli terroristici, e soprattutto post-2001, cioè con tanti arabi di mezzo, Bosch prosegue nei suoi ragionamenti, coinvolgendo il nuovo partner Iggy, anche se un po’ di malavoglia. Che Bosch, e noi con lui, si domanda perché la signora Kent non sia stata uccisa come il marito. Domanda che ti domanda, tra un interrogatorio ad un possibile testimone, ed un’escalation di colloqui con i vertici della polizia, la svolta (ma noi già la si pensava da un po’) l’abbiamo al ritrovamento di una persona con malattia da contatto con i radioisotopi. Si trova l’auto del tizio, con il cesio ed altre prove. Ovviamente senza arabi. Purtroppo Harry maneggia il cesio e rischia anche lui il contagio. Ma riesce a convincere Rachel del suo ragionamento, la porta a casa Kent dove trovano altri riscontri. Ed esce fuori il colpevole, che sembrava veramente poco sospettabile. Come nella migliore tradizione di Connelly, i colpevoli pagano per le loro colpe, ma raramente attraverso la giustizia ordinaria. Bosch sblocca il rapporto con il nuovo partner (che speriamo veder migliorare nelle prossime uscite), e smuove anche il rapporto con Rachel (sempre il difficile connubio tra cuore e testa). Quelli che fanno una figura barbina, sono i supervisori ed i superiori in genere. Anche se l’anarchia di Bosch ormai è un po’ troppo scontata. Nuoce inoltre alla (possibile) bellezza del libro la brevità, che fa succedere tutto di corsa, ma non con quell’andamento mozzafiato dei thriller di gran successo. Di corsa perché Connelly vuole chiudere in fretta, per dedicarsi a qualche trama più articolata. Alla fine, sembra quasi un libro su commissione, visto che, magari, avrà fatto un accordo con tanto di libri a scadenza. Aspettiamo di meglio, anche se questo non è un brutto libro.
“A cinquantasei anni era ancora in forma e asciutto … I capelli bianchi non avevano avuto la meglio su quelli castani, anche se ormai erano molto vicini alla vittoria.” (10)
Ma sapete anche, miei lettori di lunga data, che è la prima trama del mese. Quindi riporto i libri letti nel mese di Novembre, dove l’attesa del futuro Tommaso mi ha reso viepiù lettore, con ben 18 titoli nel carniere. Con due buone prove: la Banana di cui ho parlato la settimana scorsa e l’avvocato di Connelly di cui parlo sopra. C’è anche una pessima riuscita, di una novella di Nick Hornby, che dispiace viste le ottime prove cui l’autore mi aveva abituato.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Banana Yoshimoto
Sly
Feltrinelli
6,50
4
2
Liza Marklund
Freddo Sud
Marsilio
12,50
3
3
Andrea Vitali
La modista
Garzanti
s.p.
2
4
Andrea Vitali
Il meccanico Landru
Garzanti
11,60
3
5
Andrea Camilleri
La rivoluzione della luna
Sellerio
14
3
6
Haruki Murakami
Kafka on the shore
Vintage Books
9
3
7
Ezio Mauro & Camillo Ruini
Laici e credenti nell’età di Papa Francesco
Repubblica – Idee
1
2
8
Nick Hornby
Tutti mi danno del bastardo
Guanda
9
1
9
Clive Cussler & Dirk Cussler
Alba di fuoco
TEA
9
3
10
Giovanni Negri
Il sangue di Montalcino
Einaudi
12
3
11
Amos Oz
Soumchi
Feltrinelli
7
3
12
Erri De Luca
E disse
Feltrinelli
10
2
13
Ian Rankin
Dietro quel delitto
TEA
9,60
3
14
Michael Connelly
Avvocato di difesa
Piemme
11,50
4
15
Francesco
Lumen Fide
Libreria editrice Vaticana
3,50
3
16
Roberto Alajmo
Il primo amore non si scorda mai, anche volendo
Mondadori
10
2
17
Michael Connelly
Il cerchio del lupo
Piemme
10,50
3
18
Erri De Luca
Storia di Irene
Feltrinelli
9
1
E per finire, anche se febbraio si preannuncia come un mese di meditazione e costruzione, già si intravede la possibilità di un nuovo viaggio sudafricano per l’inizio di marzo. Spero che si concretizzi, dato che vorrei tornare nell’Africa australe ora orfana di Mandela. Per ora un saluto