domenica 9 marzo 2014

Italiaans - 09 marzo 14

No, non vi spaventate, non ho inventato una nuova lingua, solo un piccolo aggancio, dopo una settimana di afrikaans, con alcuni scrittori dell’Italia del sud (Sudafrica à Suditalia, ah ah). Due napoletani e due siciliani. Che in vario modo ho già incontrato nelle mie trame. E mentre sottolineo o la buona prova di De Silva e l’onesto ritorno di Piazzese, non posso fare a meno di biasimare la scrittura ed i libri di Alajmo e De Luca, che altrove hanno meritato ben altri commenti.
Diego De Silva “Mancarsi” Einaudi euro 10
[A: 03/08/2013– I: 27/10/2013 – T: 28/10/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 99; anno 2012]
Libretto agile e veloce, e per questo inserito nel bagaglio del viaggio a Dubai. E lì, beatamente letto tra un centro commerciale e una mega metropolitana, sempre con l’aria condizionata a palla. Tra l’altro sono saltato a piè pari dalla prima produzione di De Silva a questa recente prova, ripromettendomi prima o poi di toccare la trilogia napoletana dell’ingegner Malinconico (che però Fako mi sembra sconsigliare apertamente). Questo, invece, è da leggere. Per l’idea e per alcuni passaggi delle descrizioni comportamentali dei due personaggi che per tutto il libro “si mancano”. L’idea, appunto, è di seguire due persone, Nicola e Irene, che sembrano essere fatti l’uno per l’altra (a patto di capire cosa vuol dire essere fatti per un’altra persona, ed a patto di comprendere per quale motivo ci innamoriamo di qualcun altro). E che, per una serie di accidenti, pur frequentando luoghi omologhi, riescono a non incontrarsi e, di conseguenza, a non far nascere quella scintilla che potrebbe cambiare la loro vita. Questo incontro non vi dico se avverrà o meno (lascio a voi la voglia di leggerne) e cosa comporterà l’avvenimento o il mancato avvenimento (comunque vi rassicuro, non siamo dalle parti di “Sliding Doors”). Per il centinaio di pagine del romanzetto, seguiamo comunque le vicende alternate dei due. Da una parte Irene che si accorge, giorno dopo giorno, che il suo matrimonio è arrivato ad un punto morto. Che il marito che si trova accanto non è (non è più?) quello che pensava di avere. E che decide, anche coraggiosamente, che è meglio finire così. Lo lascia. Continua la sua vita e le sue riflessioni sui rapporti umani. Continua a lavorare, ad incontrare gente, anche ad avere una nuova vita sessuale. Ma rimanendone sempre un po’ al di qua. Non trova, non incontra qualcuno cui possa dire: “amo il modo in cui ti gratti il polso quando pensi”. E pur se non vicino al lavoro, continua a frequentare un discreto bistrot nella pausa pranzo, sedendosi davanti ad un grande poster di Buster Keaton. Poster davanti cui siede anche Nicola, ma la sera, quando va a cenare al bistrot non riuscendo ancora a tornare alle vecchie abitudini di prima. Perché presto scopriamo che il prima era quando era viva sua moglie, prima di morire in un tragico incidente. E tutta l’elucubrazione su Nicola gira anch’essa intorno al rapporto a due, al rapporto con l’altro. Con Licia, con la quale erano giunti ad un punto morto. Soprattutto quando Nicola aveva espresso il desiderio di avere un figlio e Licia lo aveva aggredito distruggendo parola dopo parola il castello di sentimenti che Nicola aveva riposto nella possibile nascita. E mentre cerca di trovare un nuovo senso alla sua vita ora solitaria (e, sfortunatamente, agiata, che la morte di Licia ha portato benessere economico e tempo libero come mai avuto prima), ripercorre, dialogo dopo dialogo, i momenti di crisi con Licia. Con la difficoltà (che sentiamo, che viviamo sulla pelle) di non aver avuto il tempo di chiudere questi discorsi. Forse Nicola ha una lenta carburazione. Medita cosa dire, come fare. E mentre ci gira intorno, inopinatamente Licia muore. Come concludere allora quei discorsi se non c’è più l’interlocutore? Come fare ad inventarsi dialoghi se l’altro non c’è? E soprattutto, dialoghi di tempi di crisi. Nicola sembrava maturare quella ribellione allo statu quo, quella che Irene capisce essere avvenuta alle 10 ed un quarto di un mattino altrimenti uguale a tanti altri. Ma l’altro non c’è, si è sottratto (involontariamente) morendo. E noi capiamo la difficoltà che nasce dentro Nicola nel non poter chiudere parentesi aperte. Così, le due vite di Irene e Nicola si intrecciano nella pagina, affrontando a volte anche simili problemi, ma da quelle due ottiche diverse. Di chi ha avuto il tempo di agire e di chi ne è stato privato. Detto anche che il romanzo è pieno di piccole riflessioni, alcune molto condivisibili, sui rapporti personali (anche se difficilmente riportabili, eccetto le solite riportate sotto in corsivo), ribadisco il piacere di questa lettura. Che mi riporta al primo lavoro di De Silva che ho letto (“Le donne più belle si vedono negli aeroporti”) e che mi aveva convinto fosse un autore da seguire. Ed a ragione.
“C’innamoriamo di minuzie, di riflessi in cui vediamo l’altra persona come pensiamo che nessuno l’abbia mai vista e mai la potrà vedere.” (6)
“Nicola è un lettore forte, ma non ha mai letto un libro dall’inizio alla fine. È perché non crede alla compattezza delle storie. Che un racconto resti coerente per duecentocinquanta, trecento pagine, gli sembra una forzatura.” (9)
“Non ne posso più di uomini che mi raccontano come la pensano. Che parlano, parlano … rimproverandoti se non archivi e custodisci gelosamente tutto quello che ti hanno detto.” (71)
“Le storie … devono avere un’origine semplice per evolversi, non durano se devono riabilitarsi, lottare, vincere, infliggersi e procurare sofferenze invece di dedicarsi serenamente a se stesse.” (89)
Roberto Alajmo “Il primo amore non si scorda mai, anche volendo” Mondadori euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 08/10/2013– I: 27/11/2013 – T: 28/11/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 115; anno 2013]
Sinceramente sono rimasto un po’ deluso di questo scritto del pur bravo autore siciliano. Di ben altre scritture lo ricordavo, tra cui l’ultima da me letta quell’arte di annacarsi che mi aveva fatto fare un bellissimo tour nei miei ricordi siciliani. Qui, invece, abbiamo una confezione (ed uso volutamente questa parola) non all’altezza. Nella concezione, nella proposizione, nei risultati. Sono dei brevi racconti d’infanzia, che spaziano sì come sottolinea l’autore dal comparire dei primi ricordi d’infanzia al primo bacio. Ma sono slegati, sono appunti, ricordi, momenti, legati solo dall’io narrante. E non sono tutti inediti (basti pensare a quello dedicato a Polifemo il gigante buono e la ricerca di scarpe misura 49). Insomma, nelle carte di molti scrittori immagino ci siano fogli, appunti volanti, scrittura di momenti di cui vale la pena lasciare una traccia prima che la memoria li porti via. Poteva quindi essere preso il tutto, ben mescolato, e farne un romanzetto su di un’età critica, quella che va dai 4 ai 14 anni. Invece rimangono racconti, isolati momenti di gioia ed infelicità, come si hanno tutti in gioventù. Quindi concepito al ribasso, poi mal proposto, che l’editor lascia invece supporre che ci sia quel romanzo che non c’è. Ed alla fine il risultato è di bassa intensità. Tanto che i miglior racconti sono gli ultimi due, quando il nostro Roberto si avvia al limitar della Scuola Media, narrandoci delle prime feste, con i primi approcci verso l’altro sesso, in quei momenti atroci di ballo. Dove lui (ed io con lui) non sapevamo come muoverci, aspettando con ansia un lento che ci permettesse almeno di avvicinarci all’altrui corpo. E poi nell’ultimo racconto (che dà anche il titolo al libro), col tentativo di “dichiararsi” alla prima ragazza, i messaggi trasversali mandati attraverso l’amico, quel restare solo con lei, in spiaggia. Il bacio sulla guancia e la difficoltà di essere in costume, e di essere esuberante, e di vergognarsi come non so cosa. Qui, realmente, riesce a tirar fuori situazioni intense, brandelli di memoria che mi hanno riportato ai lunghi anni marinari ed estivi in quel di Tortoreto Lido. I giochi tra maschi, le corse con le palline sulla sabbia, e lo scoprire l’universo femminile senza sapere come approcciarlo. Senza sapere come si bacia. Soffrendo come disperati per uno sguardo storto, per una frase non detta. Gioendo come gatti coccolati per un sorriso, o per un gelato condiviso. Non è che non ci siano altri momenti, isolati nei vari racconti, che non facciano scattare quelle sinapsi di memoria sempre per noi importanti. Una per tutte, la storia delle tonsille e dell’intervento relativo. Soltanto una precisazione che non è vero che ci sia un buco temporale di cinque anni, prima e dopo di Roberto, dove altra considerazione si aveva sul togliere quell’appendice. Che io le tolsi, e ne ho 6 più di lui, mentre non le tolse mio fratello che ne aveva 2 di meno. L’altro elemento (di piacere per me, ma inutile nell’economia del romanzo-racconto) è l’inserimento di quegli elenchi di ricordi focalizzati su giocattoli, giornalini, alimenti vari, e calciatori. Riprende un po’ il tentativo di Guccini sul Dizionario delle cose scomparse, con alcuni elementi di levatura (ed altri in cui si vede la nostra differenza di età). Come scordarsi del Policar, del cambiadischi a 45 giri, della Graziella, di Plastic city, del View Master, di Alvin, di Mariarosa, del pianeta Papalla, di Roby e Quattordici, di Salomone e Svicolone, dei Biscolussi, dell’Algida, dei tortellini Fioravanti. Tutti elementi mitici. Per poi scivolare sul ormai sempre più ripreso ritornello: “il gol di Turone era valido”. A cui rispondo con: Vavassori, Càstano, Garzena, Sarti, Cervato, Leoncini, Stivanello, Nicolé, Charles, Boniperti, Sivori. L’anno del grande amore! Ecco, avete capito. Se poi in sottofondo, mettete Giorgia che canta “Gocce di memoria”, via con l’operazione nostalgia. E pianti a dirotto sui nostri anni passati. Alajmo, sai fare certamente di meglio, e lo hai dimostrato. Torniamo a quei livelli.
“[a proposito della siesta pomeridiana, dialogo tra mamma e figlio] ‘Non vuoi dormire? Vai lo stesso nella tua stanza’. ‘E che faccio?’ ‘Ti annoi’.” (45)
“Visto da prima [che sia passato] un anno sembra un sacco di tempo.” (59)
“In realtà sei convinto che se… una qualsiasi ragazza vuole stare con (uno come) te, deve avere senz’altro una tara o qualche difetto invalidante. Vengono dei dubbi se qualcuno ti accetta.” (112)
Erri De Luca “Storia di Irene” Feltrinelli euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 08/10/2013– I: 29/11/2013 – T: 30/11/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 109; anno 2013]
Quand’è che terminerò di farmi abbagliare dal ricordo di uno scrittore per evitare di cadere ancora nelle sue trappole? De Luca fa qui un altro passo falso, forse nell’ansia di dover pubblicare sempre qualcosa. Esce così un libricino già scarso di suo, che poi scopri essere una mini raccolta di tre racconti. Uno, quello più lungo che si merita il titolo, veramente poco significativo. L’ultimo, una piccola variazione dolente sulla morte di un vecchio. Il solo che ha un minimo di interesse, sia nella scrittura che nel contenuto, è il secondo, dedicato ad una storia della vita del padre. Solo in questo, De Luca abbandona quell’aria di superiorità che purtroppo condisce ormai i suoi scritti, e ci porta lievemente a condividere un breve momento della vita paterna. Siamo nel ’43, il sottotenente Aldo De Luca ha un breve congedo per problemi familiari, ed una volta a Napoli, viene travolto dagli avvenimenti del settembre di quell’anno. Non torna in caserma, si imbosca in campagna, e quando gli alleati occupano Capri, con cinque suoi sodali fugge da Sorrento per approdare all’isola liberata. Già questo spaccato ha un suo fascino (belle pennellate di campagna, di orrori di guerra, di gente che si nasconde, della vita normale che si vive anche in un momento eccezionale). Il tocco in più avviene con l’incontro con il sesto uomo, ebreo in fuga. E con l’accostarsi tra papà De Luca, ateo e rispettoso, e l’ebreo, dolente e religioso. Quasi a mettere in luce semi nascosti che germoglieranno decenni dopo, in questo figlio che, alla ricerca di qualcosa, si mette, da ateo, a studiare l’ebraico ed a leggere e scrivere esegesi su testi biblici, anche con qualche interesse (a meno di non utilizzare quel tono insopportabile di cui ho scritto tramando “E disse”). Minima l’ultima storia, su questo vecchio attanagliato da fame e povertà, che “per togliere il disturbo”, va a morire sugli scogli di Napoli, baciato dal caldo sole della città. Minima e pur tuttavia leggibile. Niente a che vedere con la lunga, inutile storia di Irene. Epopea fantastica, in cui si narra della sordomuta Irene, quattordicenne incinta in una sperduta isola greca. Che trova empatia con lo straniero venuto da lontano, che non teme di nuotare accompagnato dai delfini. Ed al quale narra la sua storia, di ragazza venuta da non si sa dove, che trova il conforto tra gli amati delfini. Di cui si dice sorella e sposa. E dai delfini rimane incinta. Per partorire in una notte con poche stelle, in acqua come i delfini. Partorendo essa stessa un delfino che andrà per mare con i suoi fratelli. Sarà un condensato di metafore, ma non vale la pena cercare di decrittarle. Se la vita (come si diceva in altri e migliori scritti) è tutta una metafora, forse è meglio narrare la vita e non la metafora. Soprattutto quando questa risulta così strampalata da non suscitare nessuna emozione, da non far vibrare nessuna corda. Utilizzando al meglio (cioè al peggio) quello stile distaccato, dicendo e ripetendo frasi, parlando del sé in terza persona, come descrivendosi dall’esterno. Qualcuno che ancora gli vuole bene, parla di poesia scritta in prosa. Ma andiamo! Rileggiamoci quel fantastico viaggio intorno alla mela cotogna di Istanbul del bravo Rumiz. Quella è poesia in prosa (e viceversa). Qui sento solo quel tono di voce che cerca di dire delle cose semplici come se fossero adombranti chissà quali verità universali. Riprenda in mano la penna, il nostro Erri, e risciacqui Irene con il fiume del secondo racconto. Allora sì che si potrà tornare a leggerne con piacere. Qui ogni pagina era una sofferenza, nella speranza che scattasse qualcosa, che qualcosa scendesse a nobilitare lo scritto (un’invenzione, un risvolto, un’immagine). Per fortuna, dopo 70 inutili pagine finisce, per dar spazio al padre. A cui dovrebbe tornare per ispirarsi e meglio continuare a scrivere. Addio per ora, caro vecchio amico scrittore. Chissà se torneremo ad incontrarci.
Santo Piazzese “Blues di mezz’autunno” Sellerio euro 12 (in realtà, scontato a 10,20 euro)
[A: 09/11/2013– I: 11/12/2013 – T: 13/12/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 161; anno 2013]
Cominciamo con un ringraziamento “di memoria”, alla mia amica Otto che tanti anni fa mi fece conoscere questo anomalo autore palermitano, e le sue vicende biologo – poliziesche interpretate dal suo alter-ego Lorenzo La Marca. Erano tre agili Sellerio, usciti tra il ’98 ed ’02. Poi di Piazzese si persero le tracce artistiche. Ora compare questo nuovo romanzo, sul quale, invece, si appuntano un po’ di riserve. La prima è una lamentela nei confronti dei librari di Roma, che tutti hanno collocato questo libro tra i gialli. Ed è una collocazione fuorviante. La seconda è un dispiacere verso la storia, che invece ci si aspettava un giallo dal buon Piazzese, e sembravano essercene le premesse nelle prime pagine. Poi, leggendo la sua postfazione, si capisce la genesi dello scritto. E ci può anche stare che non sia un giallo, ma la resa (e la presa) è minore. La terza discende proprio dalla postfazione citata. Che scopriamo il romanzo essere una (possibile, ovvio) dilatazione di un racconto in cui Lorenzo non entrava molto (era la parte finale, incentrata in quelli che vengono riferiti come “gli avvenimenti della Spada”). Ed una dilatazione che può inglobare Lorenzo come protagonista, ne hai i caratteri (come dice l’autore, ed io con lui). Ma questa genesi rende un po’ flebile il romanzo complessivo. Soprattutto nella prima parte, in cui troviamo La Marca impegnato in un congresso ad Erice (magari organizzato dall’esimio Zichichi). Tutta l’introduzione serve un po’ a riportarci sulle tracce del biologo - investigatore (che non a caso gli amici chiamano Marlowe), quasi a fare da connettore con i tre romanzi citati. E ad introdurre un personaggio – ponte, l’amico di gioventù Rizzitano. Lui e Lorenzo schermagliano nella calura estiva della Sicilia, magari facendo in modo che Lorenzo si scopra un po’, ammetta meglio qualche suo lato un po’ “presupponente”. E sveli una faccia seriosa di Rizzitano (che tanto non conosciamo ancora, quindi potrebbe avere tutte le facce che vuole). Tra la lunga introduzione ed il corpo del romanzo c’è poi una parentesi sulla biologia marina e sulla pesca dei tonni, interessante gnoseologicamente, ma un po’ pallosa nel contesto. Forse meglio i tonni, che servono a Piazzese per esercitarsi sullo schizzo di personaggi. Perché poi il resto sarà (almeno nella parte migliore) centrato su dei bozzetti. Sulla nave a caccia di tonni ammiriamo lo schizzo di Don Benedetto, esimio cuoco di cuscus di pesce, e di Karim, l’arabo che parla siculo (e che consente all’autore di ricordarci come dalle parti del canale di Sicilia, esisteva un tempo una lingua franca, mescolanza di arabo, siculo, maltese ed altro che consentiva agli abitanti della zona di comunicare agilmente). I tonni servono anche ad introdurre il “loco fantastico”, appunto “la Spada”. Isola inventata, con tanti elementi possibili di altri luoghi limitrofi. Difficoltà di accesso (Ustica?), isolamento invernale e pienone estivo (Stromboli?), fauna locale “melting pot” (Favignana?). Poco ci cale, quello che ammiriamo sono i tipi ed i posti. Il bar Edelweiss frequentato da “gli Stravaganti”, personaggi stanziali o di passo per la Spada, ognuno con storie e singolarità. A cominciare da Milocco, il gestore, friulano, spostatosi alla Spada per amore della bella Marianna. Che proprio bella è, e fa innamorare di sé giovani e vecchi. Il rais Passasisi o il sub Mutolo o il pittore Damiano. I vecchi che vengono a sentire il juke-box (mitico l’ascolto di “Piange il telefono” di Modugno). E lo strano Lombardi, con i suoi misteriosi traffici con il Sud America. Ma dopo una lunga zoomata sulla Spada ed i suoi eroi, e dopo averci fatto entrare Rizzitano così da collegare prima e seconda parte, esce il racconto di cui alle prime righe. Con il fuori luogo Angelini, punta dell’iceberg che invaderà l’isola di lì a poco. Della sua litigata con Lombardi, fino alla rottura (e non vi dico perché né come). Tanto forte che si rompe l’equilibrio della Spada e degli Stravaganti. E Lorenzo non ci tornerà più, finendo i suoi studi ed intraprendendo la carriera universitaria. Ma poi rimane tutto sospeso (e questo è il quarto ed ultimo minus della storia). Che finisce tutto lì, con la rottura. Non si salda con la prima parte, non vengono sciolti nodi aperti. Non sappiamo se arriva Michelle, se la sorella Assunta, se il mulo, se anche Rizzitano, se … se… Insomma, si poteva partire dal racconto, ma per fare un romanzo doveva esserci un po’ di costruzione in più. Un po’ di chiusure, che non ci sono. Per cui alla fine rimane una piacevole lettura (la scrittura di Piazzese mi piace, mi evoca, soprattutto quando parla della musica, per cui si capisce anche il titolo), ma non molto di più. Riporto solo un giudizio, trovato sul web, che condivido. Essendo Lorenzo un detective atipico, o meglio una persona normale cui capita di imbattersi in momenti gialli, come tutte le persone normali, non è che incontri morti ad ogni suo passo. Vero, ed è giusto costruirci storie. Però che siano un pochino più robusto, per favore.
Anche se ritardando per viaggi, ecco i libri letti nel mese di Dicembre, con il vostro tramatore sempre più chino su questi 20 libri. Con le ottime prove di Tabucchi (peccato che te ne sei andato) e Zweig. E molte (almeno cinque) prove insufficienti, e tra l’altro di autori generalmente piacevoli (come Mankell, Auster o la Cornwell).
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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Jo Nesbø
L’uomo di neve
Piemme
14
3
2
Carlo Giordano
Il mistero delle 366 fosse
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
3
Michael Connelly
La città buia
Piemme
5,90
3
4
Antonio Tabucchi
Viaggi e altri viaggi
Feltrinelli
s.p.
4
5
Michele Serra
Gli sdraiati
Feltrinelli
12
3
6
Hakan Nesser
L’uomo che odiava i martedì
Tea
9
3
7
Henning Mankell
La mano
Marsilio
12
2
8
Loriano Macchiavelli
Sarti Antonio: un diavolo per capello
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
9
Penelope Lively
Appunti per uno studio del cuore umano
TEA
10
2
10
Santo Piazzese
Blues di mezz’autunno
Sellerio
12
3
11
Kathy Reichs
Duecentosei ossa
BUR
9,90
2
12
Paul Auster
Nel paese delle ultime cose
Einaudi
9,50
2
13
Andrea Franco
L’odore del peccato
Mondadori
4,90
3
14
Jo Nesbø
Il leopardo
Einaudi
14
3
15
Eugenio Scalfari & Francesco
Dialogo tra credenti e non credenti
Repubblica
8,90
3
16
Andrea Camilleri
La banda Sacco
Sellerio
13
3
17
Patricia Cornwell
Nebbia rossa
Mondadori
13
2
18
Banana Yoshimoto
Un viaggio chiamato vita
Feltrinelli
7
3
19
Francisco José Viegas
Un cielo troppo blu
Beat
9
3
20
Stefan Zweig
Viaggio nel passato
Ibis
8
4

Si è tornati anche dal Sud Africa e dalla bellissima Città del Capo, con tutti i dispiaceri di cui avrò modo di parlare quando la calma tornerà sull’agitato mare. Ora c’è bisogno di tutte le energie per caricarsi di nuovo. Ed allora un abbraccio a tutti 

domenica 23 febbraio 2014

Assaggi di Scozia - 23 febbraio 2014

E già, visto che Edinburgh pian pianino si avvicina, ecco che ci immergiamo nuovamente nelle atmosfere scozzesi di Ian Rankin e del suo detective John Rebus. Come già altrove scrissi, una bella epopea, che, insieme alle atmosfere soft di McCall Smith, mi ha dato un senso di quello che spero troverò. Qui abbiamo poi ben tre storie di Rebus, che fino a poco fa dovevano essere le ultime, anche se ho letto che lo scrittore scozzese vuole riprendere in mano l’ispettore (o forse l’ha già fatto). In coda torniamo ad altri luoghi a me cari, con un romanzo d’ambiente portoghese, d’interesse anche perché non si svolge a Lisbona.
Ian Rankin “Indagini incrociate” TEA euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 28/04/2012– I: 05/09/2013 – T: 09/09/2013] - &&&& e ½
[tit. or.: Fleshmarket Close; ling. or.: inglese; pagine: 467; anno 2004]
Ritorna l’amato John Rebus con il sergente Siobhan Clarke di rinforzo e tutta l’Edimburgo che ci aspettiamo in sottofondo. Siamo al 15° libro dedicato al dolente poliziotto scozzese, sui 18 che in totale gli sono stati dedicati. Rimarchiamo anche che di questi solo 13 sono stati pubblicati in italiano. E visto che stiamo parlando di scrittura seriale, veniamo subito alle notizie positive. Rankin, come non molti autori, riesce a progredire nelle storie senza farci rimpiangere di non aver letto i libri precedenti. Non ci sono rimandi incomprensibili, anzi, con facilità riusciamo ben presto a farci un’idea del nostro ispettore. Divorziato, con figlia grande, lontana e non presente, molto dedito alle passioni scozzesi: birra e whiskey, tanto che a volte a me da un po’ fastidio l’abuso che ne fa. Anche se non cade più (almeno in questo libro) in trance alcooliche. Fa squadra con il sergente Clarke, con la quale sono più che compagni, amici, e forse (se non ci fosse qualche anno di troppo di differenza) anche qualcosa in più. C’è sempre tra loro una quasi tensione sessuale. Tanto che, da veri amici, sono contenti e gelosi se frequentano altro. Come l’ispettore Les Young per la Clarke o come Caro Quinn per John. Altro elemento che ho trovato molto positivo è l’attualizzazione delle storie. Non più soltanto gialli di ambiente, ma ambienti veri, reali (grande si sente ancora la lezione dei maestri svedesi degli anni sessanta), che ci portano nel presente e nelle sue contraddizioni. Non a caso parliamo di un libro che ha meno di dieci anni, quindi direi quasi contemporaneo. E ci si sente tutta l’attualità: la crisi economica, il cercare mille mestieri per sbarcare il lunario, il degrado delle periferie, i violenti e femminicidi presenti in tutte le latitudini,  i rigurgiti neo qualcosa dei razzisti di tutte le risme. Ma anche e soprattutto, il problema dell’immigrazione, sia quella legale che quella clandestina. La Scozia dei primi anni del secolo come l’Italia degli ultimi venti anni. Veniamo quindi allo scenario intricato che ci presenta Rankin. Intanto i tagli all’economia stanno smembrando le varie forze di polizia per cui Shiv e John si trovano sbattuti in stazioni periferiche e divisi come squadra. Nel quartiere di Knoxland (uno tra i più degradati di Edimburgo) viene ucciso un immigrato clandestino (e se ne occupa John) e vicino, al Fleshmarket Close vengono ritrovati due scheletri (e se ne occupa Shiv, che cerca di aiutare anche il ritrovamento della scomparsa Isabel, sorella di una donna sucida dopo lo stupro presente in molti libri fa). Sono queste le indagini incrociate del titolo, che però si incentra appunto sul luogo perno della vicenda, il Fleshmarket del titolo inglese. Ma più che il giallo in sé, che questa volta ha veramente un tono minore, è tutto il contesto, la vita, come direbbe Camilleri, che esce dalle pagine a fare da padrone. E benché le indagini si incrocino, non avranno una soluzione univoca, anche se John e Shiv si aiuteranno a vicenda, fino a terminare con una solenne bevuta a casa di John, preludio di qualche altra cosa, che però qui ancora non avviene. Sul fronte dei clandestini, c’è la parte migliore, dal punto di vista umano. La descrizione dei Centri di Accoglienza, terribili ovunque. La “cattiveria”, anche gratuita di chi ha il potere. L’inerme lotta degli immigrati, regolari e non, che non trovano protezione da nessuno. Si apre un dibattito che anche qui in Italia non è facile da portare avanti: che fare con il clandestino che fugge da situazioni di pericolo in casa propria? Come distinguere la fuga dall’asilo politico? Il morto di John si scopre essere un curdo, perseguitato in Turchia, ma non creduto in Scozia, tanto che lo vogliono rimpatriare con la famiglia. Lui fugge, la moglie e i figli no. Lui si batte, unisce le forze con delle studentesse senegalesi, trova (da buon giornalista com’è in patria) collegamenti per scoprire chi gestisce i traffici. E tenta di salvarsi con un piccolo ricatto. Che finisce male per lui. Che Rebus ricostruisce, passo dopo passo, aiutato da alcuni buoni (la Caro di cui sopra, un’alternativa che si batte per gli immigrati, che sembra poter nascere una storia, ma che poliziotto e alternativo non possono avere futuro). E dal cattivo, quel Big Ger di 3 libri fa, che si cercò di incastrare, e che qui si muove nell’ombra, maneggiando i cattivi (fornendo clandestini rifugi) e buoni (fornendo indicazioni per incastrare i cattivi). Ma solo per vendicarsi di alcuni torti antichi. Riusciranno John e Shiv ad incastrarlo? Sul fronte degli scheletri, che ben presto si scoprono fasulli, si innesta la storia di Isabel, della sorella, e del suo stupratore David. Uscito dopo 3 anni di carcere, ma ancora e completamente dedito allo stalking verso le donne. Però farà una brutta fine, e sarà il secondo omicidio che dovranno affrontare i nostri. Immergendosi nel mondo delle ballerine da night, della pornografia e analoghe nefandezze. Dove questo mondo si innesta con il cattivo di cui sopra, che un night-club nefando gestisce. Alla fine ritroveremo la scomparsa Isabel innamorata del padrone del locale dove vennero ritrovati i cadaveri. Cadaveri usati dai trafficanti di clandestini per spaventare i cinesi (se ti ribelli, farai quella fine). Padrone che cerca di sfruttare i cadaveri per inventarsi un business di “Ghost tour”, come ne esistono tanti ad Edimburgo. E che è coinvolto nella non rimpianta fine di David. Ma è coinvolto lui o protegge l’amata Isabel? Alcuni punti li lasciamo in sospeso che se vi dico tutto, che lo leggete a fare? Ripeto, per finire la lunga trama, che mi è piaciuta la dolente atmosfera che Rankin descrive nella sua crepuscolare città, che riflette il momento attuale in tutte le parti del mondo occidentale.
Ian Rankin “Dietro quel delitto” TEA euro 9,60 (in realtà, scontato a 8,16 euro)
[A: 29/06/2012– I: 22/11/2013 – T: 24/11/2013] - &&&&
[tit. or.: The Naming of the Dead; ling. or.: inglese; pagine: 477; anno 2006]
Dietro quel delitto c’è molto, ma anche poco, che la parte centrale, quella più propria di Rankin (e di Rebus) è la denominazione dei morti. Cioè quello snocciolare i nomi delle persone morte, che John (e poi anche Shiv) continuano per tutto il libro a declamare. Fatta questa premessa filologica, veniamo al romanzo, dove il nostro amico scrittore di Edimburgo ci fa seguire Rebus verso la fine della sua carriera di ispettore. Si sente sia l’aria stanca di chi ha ormai scritto libri su libri (questo è il 16°) sia del nostro eroe, ormai vicino alla pensione. Tuttavia l’intreccio ha spunti di interesse, per i versanti sociali e personali della vicenda. Intanto Rankin ha la bella idea di inserire le gesta dei nostri nel contesto del G8 di Edimburgo dei primi giorni di luglio del 2005. Questo dà del mordente alla vicenda stessa, ma consente soprattutto allo scrittore di fare un po’ di critica su come viene gestito il summit, sia dai protagonisti che dagli antagonisti (stupenda l’immagine di Bush, della sua passeggiata in bicicletta e del suo capitombolo). E permette a Rankin di scrivere qualche riga un po’ più politica, che non guasta. Anche se lo spunto del G8 serve a far risaltare la presupponenza dei vertici polizieschi, e le connivenze che i vertici stessi hanno verso personaggi ai limiti della legalità. Cose note, ma (gli svedesi insegnano) sempre ben accette in un contesto popolare. Altre frecce vengono da Rankin scagliate contro chi si comporta in modo violento verso le donne, sia fisicamente che moralmente. Al centro, infatti, ci sono dei morti che risultano, dopo un congruo numero di indagini, essere violenti e tutti più o meno condannati per attentati verso le donne. C’è anche un sottosegretario che muore, non si capisce se per suicidio o per incidente. C’è la di lui sorella, in forza alla polizia londinese, ma più che altro intenta ad infiltrarsi tra gli antagonisti, per riprenderne le mosse, con reportage fotografici, di altro utilizzo. John e Shiv tentano di muoversi in questa gran confusione, con i soliti piedi di elefante che pestano i piedi a tutti per cercare di far luce. E che si accompagnano anche a personaggi poco raccomandabili, sempre nell’intento della verità. Ma dov’è, questa verità? Che i violenti uccisi non li rimpiange nessuno. Tanto che anche l’ispettrice Ellen, con sorella appena divorziata da un marito violento, e con un debole per il nostro Rebus, non sembra volerli aiutare, pur avendo informazioni utili. Shiv, poi, è dilaniata tra l’indagine e l’aiuto ai suoi genitori, un po’ alternativi, che si trovano inopinatamente nel casino degli scontri. Dove risalta anche la figura di un politico locale, che ha buon gioco nel calmare le acque pubblicamente, per poi gettare legna sul fuoco di nascosto. Un personaggio ambiguo, che farà anche lui una brutta fine dopo la scoperta di sue relazioni extra-coniugali con… E questo non lo dico. Ma torna ai nostri, che tra una pinta di birra ed un whisky al malto, mettano assieme uno dopo l’altro i pezzi del rompicapo. Come poteva sembrare dall’inizio, i morti non sono uguali, ed è una tecnica usuale, che uno è il bersaglio e gli altri una cortina fumogena. Ed uno dei morti potrebbe essere implicato nella morte della madre del suicida di cui sopra. E la sorella poliziotto sembra sparire negli attacchi dinamitardi alla metropolitana di Londra, avvenuti in contemporanea. Rebus riesce tuttavia a presentarci uno scenario plausibile, che spiega i perché ed i come di tutte le morti. Soltanto con prove indiziarie, tanto che non ci saranno seguiti (se non per la morte del politico, che poco entrava nel contesto). E tuttavia, l’ispettore ed il sergente hanno talmente “rotto le uova” che nel finale vengono anche sospesi in attesa di accertamenti. Si sente, come detto, nella penna di Rankin la fatica di portare ancora avanti la storia. Sembra come cercare un modo elegante di finire. E questo è un dubbio che viene sovente ai creatori di personaggi seriali. Come finire? Far finire prima il personaggio o prima la scrittura? Terminare come Conan Doyle che dopo aver fatto morire Sherlock lo risuscita a furor di popolo e come Vazquez Montalban che muore prima che Pepe Carvalho raggiunga il suo estremo? Dubbi irrisolti. Godiamoci intanto questi scampoli di bella scrittura. E mandiamo a mente la topografia di Edimburgo, in attesa del viaggio.
“Se aveva perso la testa …, la sfigata era solo lei. D’altro canto lo era sempre stata, no? ‘Però sono simpaticissima’, borbottò tra sé.” (418)
Ian Rankin “Partitura finale” TEA euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 01/01/2013– I: 06/01/2014 – T: 08/01/2014] - &&& e ½
[tit. or.: Exit Music; ling. or.: inglese; pagine: 427; anno 2007]
E siamo così arrivati al 17° e supposto ultimo libro dell’ispettore Rebus. Dico supposto in quanto, nell’idea dello scrittore, doveva proprio finire qui, ma ho visto in libreria recentemente un nuovo libro che si proponeva come “il ritorno di Rebus”. Vedremo. Intanto, la colonna sonora abituale accompagna l’uscita di scena di John Rebus, in questi ultimi dieci giorni prima della pensione. Ovviamente non poteva mancare un ultimo caso, ben complicato, utile anche a Rankin per cercare di chiudere tutte (o quasi) le parentesi aperte nei primi sedici libri. E per rimarcare, se ce ne fosse bisogno, i caratteri peculiari di Rebus, delle sue indagini, delle sue manie, e della sua città. Quell’Edimburgo che ci aspetta per Pasqua. Intanto, pur non essendo il migliore della serie, senz’altro risale la china rispetto al deludente romanzo precedente. Sia nella trama (almeno nell’intreccio delle possibilità) sia nei personaggi. Certo, non ci aspettiamo che cambi Rebus (sempre un po’ alticcio, anche se meno di Harry Hole, e sempre molto antagonista verso burocrati e leccapiedi). O che cambi Shiv Clarke, la sua partner e prosecutrice in pectore della serie (ma credo che non sarà così). E questa volta di morti ce ne sono due o forse tre, con un intreccio mortifero di potere e malaffare (ma guarda un po’ cosa ti va a pensare Rankin!). Il morto che scatena le danze è un poeta russo dissidente, forse rifugiatosi per altri motivi in Scozia. Peccato che muoia proprio durante una visita di una delegazione di magnati russi intenti a prospettare futuri investimenti in loco (e mi verrebbe da dire, attenti amici scozzesi, a non fare la fine di Riccione o della Versilia…). Il poeta era stato in giro per conferenze, registrato da uno strano tecnico del suono, maniaco delle riprese live. Tecnico che poco dopo muore nel rogo della sua casa di registrazione, bruciando insieme a molti suoi nastri. Le complicazioni politiche arrivano ben presto: i russi sono sponsorizzati dai nazionalisti scozzesi e da una banca d’affari, il più malavitoso tra i russi (tal Andropov, nomen omen) è anche in contatto con una nostra vecchia conoscenza, quel Cafferty che regge le sorti di buona parte dei traffici loschi di Edimburgo. Tra gli scagnozzi di Cafferty c’è un certo Sol che guarda caso è il fratello di Todd, che invece fa il poliziotto, ed è aggregato alla squadra di Rebus - Clarke in vista del pensionamento di John. Non solo, Sol è il ragazzo di Nancy, quella che ha trovato il poeta morto. E Nancy usa come alibi una sua visita a Gill, ragazza sbandata, dedita a droghe e porno scivolate anche un po’ registrate. La quale Gill è anche figlia del capo della banca di cui sopra. E tanto per chiudere il cerchio il nonno di Sol “il cattivo” e Todd “il buono” è stato anche il primo piccolo criminale che Rebus ha mandato in galera nella sua lunga carriera. Il poeta morto, tra l’altro, viene trovato vicino ad un grande parcheggio custodito senza che il guardiano dica di aver visto qualcosa. Il numero due della banca d’affari è poi molto intimo di Andropov, il quale è anche preoccupato perché ex-amico del poeta, gli augura la morte durante il reading registrato dal tecnico. Ed alla fine, Cafferty viene massacrato e ridotto in fin di vita (forse morirà?) da qualcuno che per farlo tenta di incastrare il nostro ispettore. Ma proprio questo ultimo atto, benché faccia sospendere Rebus fino a poche ore dalla pensione, consente al nostro di effettuare i collegamenti giusti, di trovare prove seppur indiziarie. E di farci vedere, insieme a Shiv che fino alla fine è dalla sua parte, che probabilmente i morti sono collegati da un filo rosso, che tuttavia può portare ad assassini differenziati. Su questo abbandono la trama, scolando l’ultima pinta do birra insieme al nostro ormai ex-ispettore. Non so dire se affronterò il ritorno di Rebus, ma questa lunga serie è decisamente uno dei migliori affreschi, per me che ne sono fuori, della vita scozzese. Unita al contraltare buonista di McCall Smith, ci dà una visione globale delle nebbie scozzesi, dei pub, della vita dei quartieri malfamati, e dei quartieri bene. Ci fa andare dal Golden Miles, al Fife, all’Arthur’s Seat, portandoci un affresco a tutto tondo della vita locale. E dei contrasti, di potere ma anche di intelletto, fra chi usa il proprio cervello per una vita quanto meno etica, se non corretta, e chi, lì come qui, come in Russia (tanto per ribadire i toponimi maggiori degli scritti) uso il potere solo e soltanto per il suo bene personale. E quando non basta il potere, ci si aggiungono comportamenti criminosi. Alla fine, tutte le parentesi si chiudono (Rebus e tutti i suoi morti, ed i suoi carcerati, Rebus e il potere, Rebus e Cafferty). Rimane solo in sospeso quel trasporto che potevano avere John e Shiv se non fossero legati da rapporti di lavoro e divisi dall’età. Peccato non aver risolto quest’ultimo rebus (ah, ah, ah).
Francisco José Viegas “Un cielo troppo blu” Beat euro 9
[A: 19/10/2013– I: 27/12/2013 – T: 30/12/2013] - &&&
[tit. or.: Um ceu demasiado azul; ling. or.: portoghese; pagine: 261; anno 1995]
Un altro portoghese entra nelle mie letture, spinto dai bei ricordi estivi. Peccato non averlo scoperto già a Lisbona. Peccato, inoltre, che le sue scritture siano datate. Non tra i più noti all’estero, ma direttore della Casa Pessoa, Viegas è un mi dicono buon giornalista lusitano, attualmente direttore di una rivista chiamata “Ler” (Leggere). Negli anni Novanta, ha imbastito alcuni romanzi polizieschi, come si direbbe ora, d’ambiente. Non tanto e solo portoghese, ma forse d’atmosfera, quasi (se fossimo al cinema) rivisitando con l’occhio del grande De Oliveira le scorribande nel tempo del primo Wenders. Questo fa si che l’andamento dello scritto (e della lettura) sia alternante e cullato da ritmi che non vengono dalle indagini, pur presenti. Ma dai personaggi e dal loro muoversi nella scena locale. Innanzi tutto, dovrei far una tirata d’orecchi agli estensori di note in copertina ed in quarta, dove si citano appunti i suoi scritti come aventi protagonista l’ispettore Jaime Ramos. In realtà, seppur Ramos ha una parte importante e centrale, c’è un coprotagonista, il vice-ispettore Filipe Castanheira, che non solo partecipa alle indagini, ma che in questo romanzo dà delle spinte decisive verso la possibile soluzione. Di converso, elemento di interesse collaterale del romanzo è l’ambientazione non lisbono – centrica della vicenda. A sottolineare, se ce ne fosse bisogno, che il Portogallo è anche altro. È Porto, dove vive e lavora Ramos. E sono le Azzorre, dove invece s’è trasferito da alcuni anni Castanheira. Entrambi, pur nelle mutate città e condizioni, con atteggiamenti similari verso la vita. E con un rapporto problematico con le loro donne. La Rosa di Jaime e la Isabel di Felipe. Intanto ci scappa il morto, che guarda caso è di famiglia altolocata e benestante lui stesso. Trovato morto nel bagagliaio della sua auto. Con pazienza certosina (questa la cifra di Ramos) il nostro ispettore colleziona informazioni e dati, incontra persone, gira lungo i paesetti della valle del Douro che hanno visto gli ultimi giorni di João Alves Lopes. Tornato dal Messico via Madrid, ma non si ferma a casa, prende e risale il fiume. Passa una notte con due spogliarelliste e mentre una dorma, fa a lungo l’amore con l’altra. Poi viene trovato cadavere. Viegas centellina le informazioni, ricostruisce brani della vita di João. Studente ribelle, convivente rivoluzionario, poi il ritorno a casa, la laurea, convivenze con belle donne, un’agenzia pubblicitaria di successo a Porto, e, prima della partenza, un ingaggio con una grande agenzia di Lisbona. Per staccare tra i due lavori, si concede una pausa in Messico. Ramos allora ne segue le tracce, che lo portano a scoprire come in Messico ci sia stato con la bella Amélia, “more uxorio” come si direbbe. Poi uno stacco, quasi una fuga, per pensare in quel di Cuba. Il ritorno, la ricerca di Amélia, che è una delle due spogliarelliste. E mentre Jaime scopre tutto questo in America Latina, lasciandosi tentare da una breve storia d’amore con la simpatica Victoria, Felipe fa altre scoperte. Perché lui in gioventù aveva conosciuto Amélia, anche lui preso dalla giovane esaltazione del ’75. E sa, e segue, la pista “amorosa”. Che João era un “sex addicted” anche se di gusto. Felipe ritrova brani anche della sua gioventù, seguendo gli amori con Lia, Luisa sino all’algida Aurora, ora a capo dell’agenzia di Lisbona che ha offerto il posto a João. Sarà al ritorno di Jaime in patria, che i nostri due ispettori riusciranno a ricostruire tutta la storia, iniziata proprio da quella convivenza rivoluzionaria di João e Amélia, con João che la lascia quando decide di scegliere tra sentimento e carriera. Non vi offro tutti i passaggi, per lasciarvi gustare alcune parti del libro che hanno un buon sapore di letture. Altre sono più stanche, tanto da non andare oltre un giudizio di media, come vedete sopra. Una buona riproposta, insomma, della casa editrice Beat (che sta per Biblioteca degli Editori Associati di Tascabili), la quale prende opere di una serie di editori non forti del mercato nazionale, riproponendole in economica. Lodevole e da seguire.
“Ci si deve prendere cura del proprio corpo, sottoporlo a privazioni, come un padre severo disciplina i propri figli. Ma lui sarebbe stato un padre senza figli.” (15)
“A cinquant’anni è tardi ormai per dare un nome alle cose che succedono. Era ingrassato negli ultimi tempi, ma non avrebbe comprato un abito nuovo. Quelli che aveva gli stavano. … Sapeva anche che non avrebbe cambiato macchina così presto, dopo aver comprato questa cinque anni fa.” (127)
“E sarebbero giunti altri ricordi, come … quei giorni di vacanza … dopo un viaggio … dove era stato alla ricerca di una storia d’amore e di una coincidenza, due cose che non gli piacevano. Le storie d’amore, perché si ripetono troppe volte e troppe volte amareggiano e feriscono e fanno ripetere le stesse parole. Le coincidenze, perché fanno immaginare che il mondo stesso si ripeta, quale che sia il posto, quale che siano le circostanze. E ingannano.” (142)
“Nonostante fosse innamorato, come si sentiva quella notte, vecchio stupido, hai quasi cinquant’anni, una discreta esperienza in materia, l’agilità di un uomo di quarant’anni suonati, soggiogato come un vecchio stupido che pensa di essere padrone di sé.” (207)
Pur notando che i “libricini” di gradimento di questa trama vanno in calando, è pur sempre una trama di buon livello. Con la quale vi lascio per quindici giorni, visto che sarà difficile tramare dall’Africa Australe. Ma si sa che il viaggio viene (quasi) prima di tutto. 

domenica 16 febbraio 2014

Avete scritto di meglio - 16 febbraio 2014

Una settimana dedicata a scrittori che sono ben presenti nelle mie storie di lettura. Per l’ovvio motivo che mi piacciono i loro scritti e la loro scrittura. Tuttavia, come rammenta il titolo, sono scrittori di cui ho letto opere migliori. Forse il solo Oz rimane ad un livello soddisfacente. Certo, Hornby (anche per colpa di editor e affini) precipita nell’inutile. Ed i due libri para-fanatscientifici di McCarthy e di Auster mi fanno rimpiangere “Meridiani di sangue” e la “Trilogia di New York”. Sperando magari di trovare qualcuno a cui sono piaciuti, ed ingaggiare una lotta di opinioni all’ultimo colpo.
Cormac McCarthy “La strada” Einaudi euro 12 (in realtà, scontato a 9 euro)
[A: 15/04/2013– I: 23/10/2013 – T: 26/10/2013] - && e ½
[tit. or.: The Road; ling. or.: inglese; pagine: 218; anno 2006]
Confesso immediatamente e senza ombra di dubbio: questo libro non mi è piaciuto. Pur riconoscendo al solito la bella scrittura di McCarthy, la sua capacità descrittiva (nei suoi libri, quando descrive paesaggi, mi fa immediatamente volare dentro la pagina, chiedendomi come si possa essere così abili nel tratteggiare luoghi anche desolati), questo libro non mi ha per nulla coinvolto. Purtroppo siamo lontani da quelli che considero i suoi momenti migliori. Quando la sua prosa spazia nelle ampie praterie americane, magari selvagge, magari piene di cow-boy. Quando parla di quelle vite vissute ai margini, spesso anche oltre i margini stessi. Le cattiverie, le piccolezze. Il quotidiano essere lontano da quei punti focali che noi qui vediamo nell’America. I suoi personaggi non si muovono a New York, a Los Angeles, a Las Vegas, a Chicago, a Boston, e neanche nelle lande della Florida. I suoi eroi stanno dalle parti dei monti del Vermont, del Montana, delle pianure tra Texas e Arizona. Insomma sono altrove. Ma sto divagando, per rimpiangere quello che in questo libro non c’è. Anche perché quello che c’è non mi ha coinvolto. Sarà che ho un discreto passato di cultore della fantascienza in tutte le sue forme (e qui si potrebbe aprire un bel dibattito su questa forma espressiva, cara alla mia giovinezza, e sulla forma “poliziesco di attualità” che sta cullandomi in questi anni; anzi sulla forma in generale di letteratura popolare, se vogliamo essere dotti, nel senso in cui la descriveva Gramsci in uno dei suoi quaderni dal carcere), ma il plot di McCarthy è tipico di quella che viene battezzata come “fantascienza post-apocalittica”. Ora senza scomodare le pietre miliari di questo genere (come “L’ultimo uomo” di Mary Wollstonecraft Shelley, “La macchina del tempo” di H. G. Wells o “La peste scarlatta” di Jack London), basterebbe pensare a “Io sono leggenda” di Richard Matheson del 1954 esempio preclaro di come si può scrivere di orrori dopo una “fine del mondo”. Qui abbiamo solo un tale con il figlio che si aggirano per una terra forse devastata ma non si sa (e non si saprà) da cosa. Che cercano di andare verso un fantomatico mare, emblema di una qualche speranza. E ne assistiamo agli incontri con altri derelitti. Le lotte. Le fughe. Le città senza vita, dove si cerca disperatamente qualcosa da mangiare. E si mangia di tutto. Tanto che non ci meraviglia la nascita di un cannibalismo orrorifico. McCarthy mette qua e là spunti sempre più crudi della degradazione possibile degli altri, mentre i nostri due cercano di mantenersi al di qua di un certo modo di essere. Non a caso il bambino continua a chiedere a più riprese al padre se loro sono i buoni e se continueranno ad esserlo. Con qualche flash-back assistiamo anche alla presa di coscienza della madre del piccolo, al suo “andare fuori di testa” e lasciare soli i due (si sarà uccisa? avrà cercato altre vie? Chissà, di certo sappiamo solo che ora non c’è più). I due troveranno il mare, ma non la speranza. Troveranno altri derelitti, forse buoni quanto loro. E finalmente anche il padre potrà mollare e morire. Lasciando al piccolo l’eredità di continuare a vivere nel mondo devastato. Così ci vuole comunicare allora il nostro scrittore? Che di fronte a crisi estreme i comportamenti umani sono impredicibili? Che i mostri sono dentro di noi? Che non c’è speranza? Non lo so. Ma so che non esce fuori da questo romanzo. Che passa di orrore in orrore sino alla sua naturale fine. Forse McCarthy ha cercato di usare dei registri per ribadire quanto dice in altri suoi (e migliori) scritti, sulla solitudine umana, sulla cattiveria interna ad ognuno di noi. Continuo ad essere perplesso. E continua a preferire chi coscientemente e volutamente usa questo tipo di scrittura, con risultati per me più interessanti. Come, e qui finisco le citazioni, in “Un cantico per Leibowitz” di Walter M. Miller in cui dopo il crollo dell’umanità, i sopravvissuti a poco a poco recuperano le conoscenze perdute, ricostruiscono, ricominciano a vivere, fino a ricadere di nuovo negli errori del passato ed a scatenare una nuova guerra nucleare devastante. Questa sì senza speranza. Aspettiamo di leggere di meglio dal nostro texano.
Nick Hornby “Tutti mi danno del bastardo” Guanda euro 9 (in realtà, scontato a 6,75 euro)
[A: 08/10/2013– I: 19/11/2013 – T: 20/11/2013] - &
[tit. or.: Everyone’s Reading Bastard; ling. or.: inglese; pagine: 65; anno 2012]
Qui bisognerebbe dare del Bastardo a molte persone. C’è solo l’imbarazzo da dove cominciare. Forse comincerei dall’editore Guanda che spaccia per “romanzetto” questo forse divertimento ma sicuramente solo e soltanto racconto. Un racconto tra l’altro non inserito in nessuna antologia, ma pubblicato dall’autore sul web, in una specie di rivista online dal nome “Byliner” (che indica l’occhiello di un articolo in cui compare il nome dell’autore). Secondo bastardo il traduttore del titolo che ha cercato di dare un’interpretazione del testo nei confronti del protagonista. Quando l’originale dice, correttamente, “Tutti leggono Bastardo”, che risulta essere una rubrica periodica pubblicata dalla giornalista Elaine, in cui riporta (ma non solo) le malefatte del divorziando marito Charlie. E tutto il raccontino è imperniato proprio su questo “gioco”. Charlie ed Elaine decidono di divorziare. Lui è un esperto finanziario di una promettente banca d’affari. Lei è una giornalista di costume. Che decide di mettere in piazza i suoi affari privati “sputtanando” il malcapitato Charlie. Scrivendo una rubrica sul suo giornale, intitolandola appunto “Bastardo” (come se qualcuno scrivesse un racconto su Michele Serra chiamandolo “Tutti riposano sull’Amaca”). Terzo e più pieno bastardo il mio ex-amato Nick Hornby. Seguo Nick dai suoi primi scritti, e ne seguo la parabola che lo ha portato dalle prime prove assolutamente e genuinamente da me amate, agli attuali scritti, sempre e viepiù meno graditi. Ricordo il fulminante inizio, prima con quel grido d’amore appassionato verso il calcio con “Febbre a 90°” e poi con quel romanzo di formazione “Alta fedeltà” che ha fatto entrare nell’inconscio di molti la mania delle liste (i cinque migliori dischi, i cinque migliori romanzi, le cinque migliori donne che ho frequentato, tanto per ricordare le prime liste del protagonista del romanzo). Ora il buon Nick (che tra l’altro è un appassionato lettore, come si legge nelle sue recensioni come “Un anno da lettore” o “Shakespeare scriveva per soldi”) si cimenta  per la webzine sopra citata con un raccontino appunto sul divorzio e sulle sue conseguenze (perverse?). Che indubbiamente ha alcuni spunti di divertissement: lo stupore di Charlie quando scopre appunto che Elaine mette in piazza le sue malefatte private, il tentativo (timido) di Charlie stesso di giustificare le sue “cazzate”, il rapporto con la madre che da sempre ragione ad Elaine, il rapporto con i figli e la discussione filologica sull’origine del termine Bastardo (in effetti, Charlie nasce che i suoi genitori non erano ancora sposati, quindi, etimologicamente è proprio un bastardo), fino all’incontro (non si sa se poi avrà un seguito) con Helen anche lei perseguitata mediaticamente dal marito giornalista da cui sta divorziando e che pubblica una rubrica contro di lei, dal titolo “Stronza”. Ma Charlie, quando spiega le sue bastardate, cade spesso tra il patetico ed il ridicolo (mandare a quel paese la sorella di Elaine durante il battesimo del nipote potrebbe avere una sua logica, come quella di imprecare come uno scaricatore anche davanti ai figli scoprendo un furto nella sua auto nuova), fino a trovare anche un’auto-giustificazione della rubrica (la sua prossima donna non avrebbe dovuto scoprire a poco a poco quanto e come si possa essere bastardi, ma lo scopre prima, così non avrà sorprese). E dopo le bastardate verso la famiglia, Elaine va a proporre al suo pubblico (che sembra però perdere di lena con il tempo e la ripetitività) prima le miserie sessuali di Charlie, poi la sua bastardaggine come esperto finanziario. Dato che questa trama sta diventando quasi più lunga del racconto stesso, devo dire che Nick a questo punto lascia cadere tutto. Su questo ultimo punto, ci mostra Charlie che va ad un aperitivo con i colleghi e… punto finale. Ma che vuole dire? Bastavano le prime tre righe per dire tutto, ma se si allunga per 60 pagine, ci si aspetta qualcosa in più. Un intreccio, un prima, un durante, un’ipotesi per il dopo. Come se si entrasse in un cinema a metà del primo tempo, ed all’intervallo si dicesse: “Beh, basta così”. In fondo il meno bastardo di tutti sembra a questo punto proprio Charlie. Perché Nick tu sai scrivere, sai imbastire storie, sai prendere il lettore. O hai forse scritto questa bastardata solo per prendere in giro anche i lettori del web? Speriamo.
Amos Oz “Soumchi” Feltrinelli euro 7 (in realtà scontato a 5,25 euro)
[A: 03/08/2013– I: 20/11/2013 – T: 22/11/2013] - &&& e ½
[tit. or.: Soumchi; ling. or.: ebraico; ling. trad. inglese; pagine: 85; anno 1978]
Quando lessi i primi racconti di Alice Munro, dissi subito che l’autrice canadese era meritevole del Premio Nobel, cosa avvenuta ora a distanza di cinque anni. Ebbene, da quando leggo gli scritti di Oz, mi viene in mente lo stesso pensiero. E spero che prima o poi anche l’autore israeliano possa essere insignito del massimo riconoscimento. Qui sono andato a riprendere uno dei suoi primi scritti (ormai vecchio di più di 30 anni), scritto dall’autore sulla soglia dei suoi quaranta. L’ho trovato attuale, ben scritto, coinvolgente, praticamente senza tempo, pur essendo inserito nel suo tempo. Inoltre, è uno scritto che dovrebbe essere rivolto ai ragazzi, quasi fosse etichettato di una scrittura diversa. Andrebbe invece letto da tutti, grandi e piccini. Perché a tutti dà spunti di riflessione. E per i più giovani adotta un linguaggio che ritengo sia di presa immediata. Oz riesce, infatti, a riproporci la lunga riflessione del giovane Soumchi intorno ad un particolare momento della sua esistenza, con quella freschezza che mi ricorda i miei voli pindarici giovanili. Quando tutto era permesso (di pensare) e quando tutto era difficile (da fare). Intanto siamo ben inseriti nel tempo, che accenni sparsi qua e là collocano la lunga giornata di Soumchi tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la nascita dello stato di Israele. Siamo in quell’epoca tormentata dove si agitavano i cuori e le azioni degli ebrei in terra natia. Con l’oppressione degli inglesi, le ribellioni, l’esistenza certa di spie e contro-spie. Ed anche se non comprendono tutto, i bambini sono immersi in questa storia. In questo passaggio (senza essere troppo di peso) di momenti di storia e di Storia. Ma i bimbi si sa leggono il loro presente anche in chiave eroica, pensando a grandi imprese, a fughe, a lotte. Vedendo in un’ombra un nemico, in una voce l’amico che chiama alla riscossa. Facendo passare i propri coetanei dall’amore all’odio solo per una parola, solo per un gesto. E cercando di capire i grandi quando parlano delle “loro cose”, di quelle che orecchie innocenti non devono sentire. Ben dice Soumchi essere un tempo di cambiamenti. Lui narra questa giornata che ne ha cambiato delle prospettive. Ma sa che il cambiamento, le modifiche, continueranno, saranno anche altre e più profonde. Il nostro undicenne è un tipico bimbo in età scolare, che ammira lo zio scapolo che si inventa mille follie durante la vita quotidiana, che è innamorato perso di una bimba della sua classe, a cui scrive poesie ma che in pubblico tratta “da femmina”, tirandole i capelli, che si sente inadeguato verso il più ricco amico Aldo (di origini italiane) che ha addirittura una tata (ma che gli ruba il quaderno di poesie), che ha odio e amore verso i pretesi bulletti della classe, che vorrebbe frequentare, ma che lo snobbano alquanto. La folle giornata di Soumchi comincia quando il pazzo zio gli regala una bicicletta. Di cui fa subito sfoggio, andando per vantarsene dall’amico Aldo. Che lo gabba proponendogli uno scambio tra la bici e parte del suo meraviglioso treno, con tanto di rotaie e vagoni. Tornando verso casa con il treno, si imbatte nel bulletto Gael, che lo costringe ad accettare un cane in cambio del treno (e gli rivela i tradimenti di Aldo). Poi il cane fugge, Soumchi si trova solo, ma in mezzo alla via trova un temperino. Su questo costruisce le sue folli fughe verso l’Africa, ad affrontare paesi che non hanno visto l’uomo bianco. Ma a casa il padre non accetta le sue timide spiegazioni sulla bicicletta. Fuggito in lacrime per andare a scalare l’Himalaya, viene raccolto dal padre della sua innamoratina. Che lo accoglie, che parla con lui “da uomo a uomo” anche di politica. E lo fa dormire con la sua bella Esthie. I due, come tutti i bimbi, fanno scaramucce di parole. Poi Soumchi si lascia andare, narrando le sue prodi idee di fuga verso lo Zambesi, e tante altre storie (che Soumchi sa parlare bene, quando inventa mondi ed avventure). Tanto che conquista il tenero cuore di Esthie. E benché torni a casa dal padre (che i giorni seguenti, ripercorrendo la catena degli scambi, riporterà a casa la bici), per sei settimane vivrà la sua prima storia d’amore. Ecco, si legge d’un fiato, e rimane nella testa. Rimane la nostalgia di quell’innocenza. E di quella voglia di fare, e poi di ricominciare. Oz lo scrive in una forma che me lo ha fatto leggere due volte prima di considerarlo finito. Un solo appunto: purtroppo la traduzione, come si intuisce dalla titolazione, è avvenuta non dall’originale ma dall’inglese. Peccato.
Paul Auster “Nel paese delle ultime cose” Einaudi euro 9,50
[A: 03/08/2013– I: 13/12/2013 – T: 16/12/2013] - && e ½
[tit. or.: In the country of Last Things; ling. or.: inglese; pagine: 167; anno 1987]
Sembra quasi che ogni tanto autori di rimarcata solidità trovino la voglia e la necessità di cimentarsi con qualcosa di catastrofico. Certo con risultati ed intenti diversi. Come non ricordare positivamente “Le intermittenze della morte” di Saramago. E come non ricordare altrettanto negativamente “La strada” di McCarthy. Ecco, seppur in anni ed in contesti leggermente diversi, Auster con questo scritto mi ha riportato quei due alla mente. Ed alla fine della lettura, sempre ringraziando la mia amica Luana che me lo fece conoscere anni fa, trovo questo scritto dell’autore americano datato, carente, insomma, per me, insoddisfacente. Intanto (ed è sempre un mio pallino sottolinearlo) diffido sempre quando un maschio scrive tutto un romanzo nei panni di una donna. A meno di sensibilità particolari (e Auster, pur bravo, non vi arriva) c’è sempre qualcosa di forzato, di non lineare in questo. Certo, se l’autore si pone in terza persona riesce a presentare una panoramica di personaggi, di tutti i generi e di tutte le età. Ma scrivendo un diario (o come dice l’io narrante, una lunga lettera) nei panni di Anna Blume, il nostro Paul non mi convince. Secondo elemento di disturbo non è tanto la descrizione di cosa stia capitando “nel paese lontano”, ma questa immersione nel catastrofismo, senza nessuna transizione, senza nessuna spiegazione. Anna comincia a descriverci questo strano paese, dove si comincia a perdere la memoria delle cose, dove tutto va a scatafascio, dove si sopravvive più che si vive. E comincia con quegli elementi che dovrebbero far presa sul pubblico, elementi “di cassetta”. Tutto va male, la gente tende alla morte. Ed ecco, una cinquantina di pagine dedicate alle diverse compagnie della buona morte: i Maratoneti, i Saltatori, i Predicanti, gli Striscianti, i cultori dell’eutanasia e quelli dell’assassinio rituale. Mentre ci narra tutto ciò, apprendiamo che la nostra eroina si è recata nel paese di cui, per cercare il fratello giornalista scomparso. Fratello che, come è ovvio, non troverà mai. Dalle morti cercate, poi passa a raccontare i suoi possibili modi di vita. Prima randagia, poi spazzina (uno dei mestieri più semplici, anche se faticoso). Poi cercatrice; di cosa? Ma di quello che si può riusare e che Riciclatori comprano. In questa “ricerca della sopravvivenza”, incontra Isabel anziana signora dedita al marito Fernand, che non ci sta più con la testa. Nasce un sodalizio che resta fino alla morte (e non vi dico come) prima dell’uomo poi della donna. Anna continua a vagabondare senza arrendersi, ed incontra (sempre fortunati i cercatori…) un altro giornalista, Sam. Con il quale vive un’intensa storia d’amore. Con il quale rimane incinta. Poi, per circostanze fortuite, perde sia il bambino sia Sam. E si ritrova nella Casa gestita da Victoria. Lì dove rinasce per la terza volta, esce dal suo torpore, ed aiuta la bella Vic nella gestione di quel rifugio temporaneo per derelitti (non più di una settimana a testa, con docce, stanze e cibo, poi di nuovo in strada). Finché durano i soldi del padre di Vic. La quale si innamora, ricambiata, di Anna. Poi ritrovano (ma veramente, che c…) Sam sbandato, e rimettono in sesto pure lui. Alla fine, i soldi evaporano, Boris (uno strano tuttofare, metà ruffiano metà buon cuore) organizza la fuga in macchina dalla città. Purtroppo la carta di Anna finisce proprio in quel momento. E non sapremo come procede. La fuga, le storie, la vita. Ma che ci vuole dire Paul? Anzi, che ci voleva dire, visto che il libro ha più o meno venticinque anni sulle spalle? Che il mondo si avvia verso una brutta piega? Che le risorse finiranno, e saremmo costretti a riusare tutto? Prima la spazzatura, e poi i morti? Non vorrei illudere il caro scrittore, ma ci sono libri di fantascienza “pura” che ne parlano e con più efficacia e cattiveria. Ci sono anche romanzi che ne parlano meglio. Ed allora? Un viaggio di dannati nel girone dell’inferno? Povero Dante che si rivolta nella tomba. L’unico punto a favore di Auster è il fatto che dopo cinque pagine mi sembrava un libro insopportabile. E tuttavia è riuscito a tenermi sulla pagina fino alla fine. Non che mi sia piaciuto, ripeto. Ma volevo vederne le consequenzialità. E le “Invenzioni”. Purtroppo, oltre alla bella scrittura, niente che mi abbia riportato alla bellezza della “Trilogia di New York”. Peccato.
“Le nostre vite altro non sono che la somma di molteplici contingenze, e non importa quanto possano essere diverse nei dettagli, condividono tutte un’essenziale casualità nel loro disegno.” (129)
Dobbiamo accettare momenti anche non soddisfacenti, che ci fanno riflettere su momenti diversi, e ci predispongono verso nuove e stimolanti mete. Così come questa influenza, che pur scemata non accenna a passare. Così come la preparazione dei prossimi viaggi, sia quelli certi e vicini, come il Sudafrica, sia quelli certi e più lontani (tanto la Scozia si avvicinerà, prima o poi), sia quelli incerti né vicini né lontani. Insomma, per ora un nuovo (raffreddato) saluto...