domenica 15 giugno 2014

Bellaneide - 15 giugno 2014

Se fossimo in un ambiente “enologico” vi parlerei di una verticale di libri del simpatico medico e scrittore quasi – comasco. Cioè di una serie di suoi libri analoghi (stesso vitigno) ma differenziati nel tempo. I primi tre sono delle monoculture, la prima forse un po’ troppo invecchiata (andava stappata prima). La seconda migliora, ma solo perché rinforzata, come fosse un Primitivo di Manduria liquoroso. La terza, probabilmente, la migliore del lotto. Di pronta beva, con un leggero retrogusto di mandorle e fichi. Il quarto invece sarebbe un tentativo ibrido, come quando si tenta di piantare dello shiraz in altura. Un esperimento poco riuscito. Tuttavia Andrea Vitali è sempre capace di creare atmosfere, e, fuor di metafora, quattro libri quasi – veloci, di letture sparse per quasi otto mesi. E senza dubbio di quelle che non deludono mai (troppo).
Andrea Vitali “La modista” Garzanti s.p. (regalo collettivo Almaviva)
[A: 07/05/2013– I: 09/11/2013 – T: 10/11/2013] - &&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 385; anno 2008]
Qual è lo strano destino dei libri? Un autore scrive per anni libri, non aulici, ma certamente godibili e leggibili. Riceve riconoscimenti, tributi ed altri omaggi, tra cui un doveroso premio per il complesso della sua opera e della sua ambientazione comasca. E poi ricevi un premio per il meno riuscito dei propri libri. Sì, perché questa modista, storia di guardia e ladri come recita il sottotitolo, ha ricevuto nel 2008 il Premio Ernest Hemingway (certo premio minore, assegnato in quel di Lignano Sabbiadoro). Perché questo, pur essendo una discreta scrittura, in linea con quanto Vitali scrive da sempre, non è particolarmente riuscito. Uno dei marchi distintivi e positivi della sua scrittura è, infatti, quello di incentrare la vicenda su di un personaggio e poi creare un carosello di avvenimenti all’intorno. Qui, sembrava che Anna Montani, la modista del titolo, fosse quel centro. Un personaggio intrigante dei primi anni ’50. Bella figliola, cameriera, poi operaia nell’opificio, infine (con l’aiuto del losco Gargassa) proprietaria di un negozio di scampoli e merceria, da lei definito “di moda”. Ma il losco finisce in prigione e sparisce. Da chi farsi “proteggere” allora? Prima dall’Eugenio Pochezza. Ma questi ha una madre incombente da cui non si riesce a distaccare. Allora dal maresciallo Carmine Accadi, siciliano trapiantato nelle brume del Nord. Tipico esempio di arroganza e supponenza nascosta dietro ai simboli del potere. Che non ne imbrocca una, facendosi tirare più volte le orecchie dai superiori a Como. Infine, con lo spazzino ex-guardia notturna Firmato Bicicli. Tutto vano. La modista Anna rimane sola, ed ha l’unico colpo di coda nel vendicarsi del Pochezza quando questi convola a giuste nozze con la bella Ersilia (che però è solo bella, e si rivelerà una arpia in casa, in questo aiutata dalla madre Olga). Letto in quest’ottica sembrerebbe aver senso. Ma questa è la mia lettura dei fatti che vengono immersi nel brodo della quotidianità di Bellano. Dove forse riesce ad emergere l’appuntato Assunto Marinara, carabiniere atipico perché del luogo, e conoscitore e solutore di fatti e misfatti. Però essendo del luogo ha anche l’empatia con i poveri ladri, e spesso li lascia andare. Come lascia andare il Picchio, quando questi ruba dal tabaccaio. Per poi fermarlo quando sembra (ma in realtà no) rubare in farmacia dalle sorelle Gerbera e Austera Petracchi. Che invece lo avevano usato per loro loschi bisogni sessuali. Tanto loschi che una volta scoperti dovranno lasciare il paese. O forse il Bicicli stesso, inutilmente guardia che non arresta mai nessuno. Tanto che il suo protettore, il sindaco Amedeo Balbiani si vedrà costretto a declassarlo a spazzino pur di toglierselo di torno. O il sindaco stesso, con la sua passione per la caccia. Meglio il torvo maresciallo siculo, ossessionato dalle donne e dallo scarico puzzolente dei suoi gabinetti. Stupenda l’immagine sua che si alza dal letto con la retina in testa, veri salti indietro di sessanta anni. E ce ne sono decine di altri, di piccoli bozzetti cittadini, usciti dalla penna di questo atipico medico condotto, che sui suoi foglietti di lavoro in attesa dei pazienti dell’ambulatorio, continua a tratteggiare persone e cose di questa cittadina in riva al lago di Como. Piacevole è quell’ultima cartina in ex ergo, dove finalmente si possono seguire i luoghi delle vicende, e capirne i modi ed i percorsi. Dalla caserma dei Carabinieri alla casa della modista, dalla Farmacia al caffè dell’Imbarcadero, dal Municipio all’Osteria del Ponte. E le persone che vi passano la vita, con quei talmente inventati da essere veri. Che solo chi si chiama realmente così può passeggiare per Bellano. Firmato, Assunto, Ersilia, Eutrice. Quanti sono i personaggi di Vitali usciti da questa e dagli almeno quindici libri dedicati alla saga di Bellano. Tutti realmente falsi. Potendo ribadire un concetto già espresso, quando Vitali risale al ventennio fascista, la verve e le situazioni imbarazzanti che si svolgono intorno al lago di Como sono intriganti ed umoristicamente gradite. Quando comincia ad avvicinarsi al presente, si sente un calo nella scrittura. Come in questa modista, romanzo senza centro, gradevole, scorrevole, ma forse dimentichevole.
Andrea Vitali “Il meccanico Landru” Garzanti euro 11,60 (in realtà, scontato a 9,86 euro)
[A: 29/06/2012– I: 11/11/2013 – T: 12/11/2013] - &&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 370; anno 2010]
Anche se non a livello del miglior Vitali, questo secondo romanzo, letto a ruota del precedente, mi è sembrato decisamente migliore. Ed ho anche capito perché: in realtà è una “second edition”, come si dice in gergo. Cioè Vitali ha preso un racconto lungo di quasi venti anni prima, e lo ha trasformato in romanzo. Aggiornando, tagliando, cucendo e mettendo tutto in una prosa in linea con le altre sue uscite. Il secondo elemento che rende più gradevole la scrittura, è (come spesso da me sottolineato) l’ambientazione negli anni trenta, che a Vitali riesce meglio nelle descrizioni e negli spunti umoristici. In realtà siamo proprio nel 1930, ed in quel di Bellano si intrecciano nuove storie, catalizzate dall’arrivo di un simpatico mascalzone “alla Vitali”. Come dice appunto il titolo, il meccanico Angelici Landru, così battezzato dal padre in quanto la madre (una delle sue tante donne) gli stava sugli zebedei. Abbiamo quindi la storia di Maddalena, trasferitasi dalla Sardegna in quanto promessa di un bellanese, che prima di sposarla muore. Si trova così senza arte né parte alla balia dei fratelli cattivi. Ma viene “salvata” dal parroco, che riesce a farne innamorare Otello Personnini, messo comunale nonché difensore centrale della squadra di calcio locale. Il quale stava per dichiararsi a Mirandola, una delle belle del paese (l’altra, l’Augusta è non solo bella ma anche un po’ p…ella). Ma Mirandola è farfallona, anche senza affondare, e sembra girare intorno a Landru. Così Otello la molla, e si appiccica a Maddalena. Con problemi di sposalizi vari, che per problemi di eredità prenderà tutto il patrimonio chi si sposerà prima tra lui e la sorella Emilia. Lei, integerrima segretaria dell’opificio bellanese, che tuttavia cade con tutte e due le gambe nella rete di Landru. Che la irretisce con le promesse di una fuga d’amore in Argentina. Promesse che portano Emilia non solo a svuotare il suo conto postale, ma anche a tentare una truffa con i buoni pasto dell’opificio. Ovviamente la truffa sarà messa a tacere, ma Emilia verrà licenziata. E non avrà neanche la consolazione di Musante, il capostazione di lei invaghitosi, che, quando lei si mette sulle piste di Landru, decide di chiedere il trasferimento nella natia Agrigento. Il tutto si intreccia viepiù anche con la storia dell’opificio, dove Landru e cinque meccanici devono installare nuove macchine. Che renderanno più veloce il lavoro, ma che costringeranno il direttore a qualche licenziamento. Ma prima che arrivino le macchine, i meccanici scatenano una rissa in paese. A fronte di volte e giravolte, i meccanici verranno condannati e poi licenziati. Meno il Landru, che rimane in paese a fare il galletto con le donne, a rubacchiare a destra e a manca. Ed a cercare di fuggire con il malloppo. Peccato … Ma questa parte non ve la svelo (anche se nel contesto della scrittura, risulta essere troppo velocemente descritta, quasi fosse un passaggio poco importante, mentre penso andava meglio trattata). Rimane, e percorre tutto il romanzo, l’atteggiamento del segretario del Partito e della sua legione di Fasci di combattimento. Aurelio Pasta cerca di portare avanti il vessillo fascista, ma Vitali riesce a mettergli i bastoni tra le ruote, mandando all’aria sempre i suoi piani. Che durante la rissa, invece di sedarla stava con una donnina. Poi, invece di passare sotto silenzio, denuncia i meccanici, facendo uno sgarbo ai padroni dell’opificio. Quindi interviene sbugiardando l’opificio stesso nel momento dell’installazione delle macchine. Indi vuol dare “una purga” al Landru (ai suoi occhi colpevoli di tutte le sue sfortune), ma questi scappa aiutato dall’Emilia. E poi si scopre essere un buon centravanti, così che Aurelio lo ingaggia per la partita con gli odiati vicini di Dervio. Ma sempre l’Emilia avverte Landru che dopo la partita sarà arrestato per lo scandalo dei buoni pasto. Lui ci mette una pezza, lasciando Aurelio in casini tali che verrà licenziato da segretario. E non troverà altro che mettersi a lavorare all’opificio, lasciando il bastone della vittoria allo sgusciante Pennati. Che ovviamente riuscirà a passare indenne fascismo e guerra, tanto che nel finale, salirà in comune con un fazzoletto rosso al collo. Troviamo quindi al fine quelli che erano i segni distintivi del miglior Vitali (coralità, centralità dei personaggi, umorismo), anche se (come ribadito) non ai livelli delle sue prove migliori (La figlia del podestà, ad esempio). Comunque da leggere in scioltezza e rilassamento.
Andrea Vitali “Galeotto fu il collier” Garzanti s.p. (regalo collettivo Almaviva 2013)
[A: 07/05/2013– I: 02/06/2014 – T: 05/06/2014] - &&& e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 394; anno 2012]
Ed eccoci finalmente tornati al buon Vitali e ad uno degli ultimi libri ricevuti come gentile omaggio lo scorso anno, per la grande festa. E siamo anche, fortunatamente, nel lato del miglior Vitali, quello delle storie ambientate negli anni Trenta, in una provincia italiana dal fascismo tipico, quello un po’ dentro ed un po’ fuori. Quella dai tanti personaggi umani, come spesso li sa cogliere il nostro medico condotto. Quella dai tanti nomi strani che, solo per il fatto di esserci, ci riportano indietro nel tempo, molto indietro. Come dimenticare, infatti, Lidio, Anita, Olghina, Eufemia, tanto per citare i primi che vengono in mente. E come lasciare da parte alcuni dei personaggi ricorrenti delle storie di Bellano, come il maresciallo Maccadò o il brigadiere Efisio Mannu? Anche la storia è ben sorretta dalle nostre macchiette lacustri, ognuna con un suo ruolo ed un suo spazio bello e preciso. Da un lato seguiamo la travolgente storia del (forse) geometra Lidio, oppresso da una madre insopportabile, e quindi pronto a cercare fughe dal territorio casalingo, senza metterci molta testa. L’occasione iniziale la dà la visita estiva di una comitiva svizzera, dove furoreggia la bella Helga, che coinvolge Lidio in settimane di passione rovente. Tornata di là delle Alpi, il nostro pensa a come ricongiungersi con la bella. E quale colpo di fortuna, quando, messo mano ad un lavoro di ristrutturazione di una vecchia casa (lavoro accettato dalla madre sottocosto, per l’industria padronale che stava andando in crisi), trova un piccolo tesoro di monete d’oro del tre-quattrocento, probabilmente veneziane. L’idea balsa subito al nostro, dopo averne fatto constatare l’autenticità: esportarle in Svizzera di nascosto, venderle e vivere da nababbo con la bella Helga. Intanto deve por mano alla prima parte, e trovare qualche “buon contrabbandiere” (uno spallone, come si dice in gergo) disposto al trasferimento. Mentre va avanti questa parte, troviamo il muratore Campesi, che trova cinque monete sfuggite a Lidio. Una la vende e comincia a sollevarsi un po’ dalla quotidiana povertà. Ma la seconda la ingoia il figlioletto. E solo l’intervento del professor Cerruti riesce a salvarlo. Ed il professore sequestra la moneta, che, vista dalla bella moglie Olghina, si appresta a diventare il centro di un prezioso collier. Che l’Olghina è la bella del paese, insoddisfatta del professore (probabilmente impotente), passata per mesi nel letto del bancario Davanzati, che scoperto è stato presto mandato via da Bellano dal professore stesso. Ed all’Olghina il professore non nega nulla. Come nulla si riesce a negare ad Anita, la moglie del muratore, concupita dal segretario locale del fascio. Ma senza possibilità di riuscita. In questo intreccio di comparsa e scomparsa di monete d’oro, si innescano da un lato i carabinieri, con Maccadò e Mannu costretti, obtorto collo, ad indagare sulla provenienza delle stesse. Dall’altro un losco figuro, Sisinnio, (forse dell’OVRA) arrivato per sventare il contrabbando verso la Svizzera. Intanto, per sviare i sospetti della madre, Lidio accetta di fare il promesso della brutta Eufemia, nipote del professore. Tanto Lidio sa che, una volta i gioielli all’estero, lascerà tutto per una vita di Helga e champagne. Con maestria, lungo le tortuose pagine ed i contrafforti del lago di Como, Vitali ci conduce per mano alla complicazione ed allo scioglimento delle vicende. Lo spallone si avvia a portare le monete, ma, per non essere disturbato da Sisinnio, lo riempie di purganti, lasciandolo sull’orlo di una crisi dissenterica quasi mortale (chi si ricorda Triscina?). Ma una volta a Zurigo, Helga fa maramao a Lidio e si tiene le monete. Sisinnio, uscito vivo dal “cesso dolente” decide di farsi frate per penitenza, e consegna al brigadiere suo co-insulare la lista dei cattivi. Lo spallone fugge in Svizzera. Anita ed il marito muratore recuperano le tre monete rimaste, che consentiranno di mandare a scuola il figlio piccolo. Il professore costringe quindi Lidio a sposare, come promesso, la brutta Eufemia. Intanto, le rivelazioni di Sisinnio consentono di arrestare Helga e di recuperare le monete, che verranno devolute ad un convento e alla ricostruzione di edifici di pubblica utilità del comune. E Lidio, perdute le speranze di tornare da Helga, non perderà molto tempo per accorgersi che può trovare una piacevole consolazione con la disponibile Olghina. Insomma, la solita sarabanda “alla Schnitzler” delle opere migliori di Vitali, con qualche puntata critica verso malcostumi, dell’epoca certo, ma in fondo universali. E qualche bella caratterizzazione dei personaggi, anche quelli di sfondo e di contorno, che spesso le pagine migliori escono proprio dall’avvicendarsi di questi fogli di provincia. Come fossero piccole cronache uscite da una vecchia “Domenica del Corriere”. E si risale verso la parte più interessante della produzione di Vitali, come le opere sopra citate. Una lettura che starebbe bene sorseggiando the dopo un bel bagno turco.
Andrea Vitali “Dopo lunga e penosa malattia” Garzanti euro 9,90 (in realtà, scontato a 8,42 euro)
[A: 12/03/2014 – I: 07/06/2014 – T: 10/06/2014] - &
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 176; anno 2008]
Credo, probabilmente, il più brutto tra i romanzi da me letti del buon dottore comasco. Come ho detto più volte, Vitali dà il meglio della sua scrittura quando ambienta le sue storie del lago di Como intorno agli anni Trenta. In quelle occasioni, riesce a trovare storie minime ma interessanti, con personaggi autentici, nomi fantasiosi ma che suonano e ci portano in riva al lago. A volte ha anche delle buone uscite quando si imbarca in storie di lungo respiro, seguendo personaggi per molto tempo e molte storie. Qui siamo, probabilmente, intorno agli anni Settanta, la storia è breve (praticamente tutta in una settimana). E non decolla mai. Sembra promettere, ha dei sussulti, ma poi si ferma. Lasciandoci anche qualche amaro in bocca, che non tutto sembra chiaro alla fine. La storia ruota intorno ad un medico condotto, il dottor Lonati, che deve certificare la morte di un suo vecchio amico, il notaio Galimberti. Già sofferente di cuore, il notaio pare soccombere ad un ennesimo attacco. Peccato che abbia i vestiti odoranti di fritto, mentre moglie e figlia giurano che non si è mosso di casa. Peccato che le pastiglie di trinitrina da prendere per gli attacchi si rivelino, dopo un’analisi nata quasi per caso, degli innocenti zuccherini. E che dire dei manifesti che escono il giorno del funerale, riportando la frase del titolo, quella lunga e penosa malattia, che invece al notaio è stata risparmiata. Il nostro dottore, per l’antica amicizia che aveva con il notaio, si fa delle domande cui non solo lui, ma neanche la moglie o la figlia del notaio pare sappiano rispondere. Lonati trova delle tracce: il farmacista gli conferma che le pasticche sono innocue, la figlia del morto gli fa avere un indirizzo di una trattoria di là dal lago dove il notaio potrebbe aver trascorso la sua ultima cena. In compagnia di chi? Indagando senza convinzione e senza un reale accanimento, Lonati mette in fila una serie di indizi. E come dicono i migliori polizieschi, un indizio è casuale, due sono un sospetto, tre una prova. Galimberti aveva forse un’amante? E forse, nella senilità dei sessantenni aveva deciso di lasciare moglie e figli per vivere una fugace giovinezza? Ma perché la moglie scompare? E perché il farmacista compare anche quando non richiesto? Lonati sembra un piccolo uomo travolto dagli avvenimenti. Ed è talmente insicuro e poco “sul pezzo”, che non si confida con l’adorata moglie, la quale, in tutti questi misteri, pensa che ci sia un amante, sì, ma del nostro dottore. Mettendo insieme la trattoria, dei numeri di telefono trovati in un telefono pubblico, la reticenza del vecchio oste, ed altre piccole casualità, Lonati si fa tutta una sua teoria. Ed arriva alla convinzione che sia proprio la moglie del notaio ad aver architettato tutto. Ci si avvia stancamente verso il settimo giorno della storia, che dovrebbe portare alla catarsi finale. Siamo in macchina verso la trattoria del peccato dove li aspetta la moglie del notaio, con la figlia Laura alla guida ed il dottore che espone tutta la sua teoria. Peccato che un personaggio (di cui non rivelo il nome) sia presente in macchina, peccato che faccia una puntura subdola al dottore, per alzargli la pressione e simulare un’altra morte da infarto. E mentre Lonati rantola, Laura spiega (ma si capisce fino ad un certo punto) la matassa aggrovigliata. L’amante del padre che è ben nota, la madre che sa, la presenza di una terza donna (forse quella che ha fatto affiggere i subdoli e fuorvianti manifesti). Insomma, un complottone per impedire al notaio (e si sa che i notai i soldi li hanno) di rovinare la famiglia per suoi piaceri personali. Mentre Lonati rantola, la moglie si macera, Laura ed il misterioso tipo si avvicinano alla trattoria, dalla nebbia del lago sbucano due luci intermittenti. E su queste luci, cala il sipario. Si salva il dottore? I cattivi pagheranno il fio? Chi è il misterioso terzo personaggio? Chi è la prima amante? E Chi è la seconda? Potrei andare avanti, e per molto con i punti interrogativi che lascia in sospeso questo romanzo. E se concordo con il giudizio di Augias che etichetta Vitali come romanziere capace di tenere in mano la penna, devo dire che, se ci si basa su questo scritto, poca strada avrebbe fatto Vitali. A parte il dottore (ma Vitali è anche lui medico condotto, ed almeno questo lo sa ben ritrarre) il resto è sfocato, banale. Non ci si aspetta che i personaggi si chiamino Carlo, Ludovico, Laura, Elsa, Claudia, Mario! Che nomi banali, rispetto ai mitici Ortelia, Olghina, Efisio, Firmato, Assunto, e tutti quei personaggi che hanno fatto viva la saga di Bellano. Speriamo in meglio dottore. E questo saltatelo pure.
Beh, visto che mi si rimprovera di essere troppo stanco in questo periodo, sottolineo che non sono stanco, oggi, che mi aspetta una settimana intensa, coronata dalla visita a Raul e Viviana (di cui non parlo), impreziosita da altre visite di contorno, aspettando un fine settimana di splendido relax (visto che non si parte per la Tunisia, e si aspetta di capire se si parte per la California). Allora, a tutti, un saluto

domenica 8 giugno 2014

Adventurland - 08 giugno 2014

Solo in pochi si ricorderanno delle vecchie serie Disney a livello “Tv del pomeriggio”. C’era Fantasyland per le storie di fantasia, e c’era Adventurland. Come qui, per le avventure. Certo diverse ed eterogenee. Ci sono quelle egiziane, ormai finite purtroppo, di Elizabeth Peters, di recente scomparsa, con un discreto livello in queste ultime uscite. Ci sono le colonie spagnole di Matilde Asensi, cominciate bene e finite molto al di sotto del godibile. E c’è la macchina avventurosa della ditta Cussler, quasi sempre avvincente, quasi sempre ben fatta, come in questa che tramo oggi. Ed allora benvenuti a tutti nel regno dell’avventura…
Elizabeth Peters “Il fulmine di Sethos” TEA euro 9
[A: 15/04/2012– I: 22/10/2013 – T: 25/10/2013] - &&&
[tit. or.: He Shall Thunder in the Sky; ling. or.: inglese; pagine: 436; anno 2000]
Questo è l’ultimo volume trovabile in Italia della fortunata serie di Amelia Peabody Emerson e delle sue avventure egiziane. Rimasto a lungo in libreria, ne ho affettato la lettura alla notizia, spiacevole, che lo scorso agosto, durante le mie vacanze marocchine, la scrittrice è venuta a mancare all’età di 86 anni. Ci sono ancora volumi inediti in Italia (ed uno l’ho comperato proprio in Tanzania durante un viaggio avventuroso). Qui, intanto, la nostra cara Elizabeth aveva tirato molte somme, facendo confluire e risolvere una lunga serie di misteri che attraversavano gli ultimi romanzi. Ed inserendo la vicenda in un contesto reale, come suo solito. Infatti, siamo ormai arrivati al 1915, e la prima Guerra Mondiale è ben scoppiata. Se ne sentono le influenze anche in Egitto, che sta sotto il protettorato britannico, mentre alle porte, dal Medio Oriente, premono i turchi, alleati dei tedeschi. Ci si aspettano grandi scontri militari, anche se in realtà saranno più nel terreno mediorientale che sul territorio egiziano (tra l’altro la Peters fa apparire in un cammeo, neanche tanto lusinghiero, quello che diventerà di lì a poco Lawrence d’Arabia). In questo contesto la famiglia Emerson al completo torna in Egitto per un altro semestre di scavi. Sono tutti presenti, il professore che conduce gli scavi a Giza, trova una statua in una tomba intonsa, e si persuade non di aver trovato qualche nuovo scavo interessante, ma che ci sia qualcuno che invii dei segnali. La nostra Amelia, che riporta i fatti, che tenta di proteggere i suoi, anche se non può stare dappertutto (intanto ha già 62 anni, secondo la cronologia dei romanzi). La bella Nefer, figlia adottata, reduce dalle sfortune di un matrimonio affrontato per ripicca (e per sbaglio), mentre continua ad amare il bel Ramses. Ed il giovane Emerson, ovviamente, ama anche lui Nefer, ma (come in tutte le situazioni “inizio novecento”) difficile è esternare sentimenti diretti. E tutto poi congiura a dividere i due giovani. La guerra, cui Ramses dà giudizi sprezzanti, non volendo partire volontario, ma dove, di nascosto, sta lavorando ai Servizi Segreti inglesi, nel tentativo (riuscito) di sventare la minaccia turca. Ma l’ostilità palese della comunità verso le posizioni della famiglia Emerson, rendono sempre più difficile la vita a Nefer. E sempre più facile a quel “demente voglioso di donne” che è il cugino Percy. Uno dei veri cattivoni della saga. Che fa finta di essere buono, ma che 1. Trama con il nemico; 2. Mette in cinta prostitute per poi lasciarle; 3. Faceva credere che la figlia illegittima fosse di Ramses; 4. È anche in combutta con qualche d’un altro. L’altro che stava mettendo quei reperti sulla strada di Amelia e Radcliffe. Ed è proprio Amelia che, collegando fatti e parole, risale all’idea, non tanto peregrina, che questo misterioso fantasma non sia altro che Sethos, il criminale che da una dozzina di libri imperversa (direttamente o in modo traverso) sulla famiglia Emerson. La “mente criminale” come la chiama Amelia, origine di mille furti e malversazioni, ma che ha sempre detto che non avrebbe torto un capello a lei ed alla sua famiglia. Nel momento cruciale, dopo che Percy riesce a sopraffare (essendo in soprannumero) Ramses, e tenta di ucciderlo, l’irruzione dell’esercito crea scompiglio. Confusione nella quale Percy cerca anche di sparare a Nefer, ma viene colpito a morte da Sethos. Il quale, a sua volta, viene colpito dai turchi che spalleggiano Percy. E morendo di fronte a tutta la famiglia Emerson capiamo finalmente il mistero. Non che non avessimo avuto indizi in tal senso, che sembra sempre la stessa storia da Sherlock Holmes in poi. Sethos non è altri che un fratello bastardo di Radcliffe, avuto dal padre con una persona diversa dalla madre. Ed allontanato ben presto dalle case paterne. Desideri di rivincita e vendetta, e quant’altro. Ma poi si innamora anche lui di Amelia, e succede quello che abbiamo visto in questi dodici romanzi. Per fortuna tutte queste parentesi aperte negli ultimi tre ora sono chiuse. E Nefer e Ramses (questo lo posso dire, che sta anche scritto su Wikipedia) convolano a giuste nozze. D’ora in poi sarà difficile che tiri le orecchie ai traduttori, che se si leggerà di Amelia sarà in inglese. Ma anche qui, sto fulmine che tuona dal cielo, perché appiccicarlo a Sethos? Tiriamo un sospiro, ed andiamo avanti, ringraziando la non più presente per quello che ha scritto e per quello che ne ho letto.
Clive & Dirk Cussler “Alba di fuoco” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 29/06/2012– I: 18/11/2013 – T: 20/11/2013] - &&&
[tit. or.: Crescent Dawn; ling. or.: inglese; pagine: 512; anno 2010]
Un corposo ma scorrevole esempio della letteratura avventurosa, dove la ditta Cussler dà dei punti a quasi tutti gli improvvisati scrittori del genere. Ormai ben conosciamo il metodo di scrittura di questa premiata ditta. In tutte o quasi le sue varianti (non a caso ho in libreria ben 38 volumi dell’ottantenne californiano): questa (inserita nel filone classico delle avventure di Dirk Pitt, giunte al 21° episodio), quelle dei NUMA files (dove agisce in prima persona Kurt Austin, sorta di alter-ego di Pitt), quelle degli OREGON files (incentrati sul capitano Juan Cabrillo), nonché le nuove serie con Isaac Bell o i coniugi Fargo. Ed abbiamo seguito l’evolversi di Pitt durante gli anni. Prima solo elemento di spicco della NUMA, di cui sale i gradini fino a diventarne, nelle ultime avventure, il direttore, al posto del capitano Sundaker, passato invece nel ruolo politico di vice-presidente degli Stati Uniti. E fino a ricongiungersi con i suoi figli perduti, i gemelli Summer e Dirk jr., che ora lo seguono nell’organizzazione e ne sono attori sempre più in prima persona. Riconosciamo anche i meccanismi classici: prologo che viene da lontano, che innesta una problematica, la quale porta dei cattivi a comportarsi tali ed i nostri, in vario modo, ad ostacolarli, e, generalmente, a riportare un discreto successo. Elementi collaterali quasi sempre presenti sono poi un cammeo di Cussler stesso che, alla moda di Hitchcock, compare in un qualche punto della storia ed una (o più) storie d’amore tra qualcuno dei nostri e qualche bellezza locale. Tutto viene rispettato, con qualche piccola variante (perché le varianti fanno si che si possano rifare cose simili senza troppe ripetizioni). I prologhi sono due, anche se poi ne scopriremo i collegamenti, e danno vita a due filoni di storia che si intrecciano per poi unificarsi nel finale. E dato che ormai Pitt è convolato a giuste nozze con la bella Loren, la storia c’è l’ha Dirk jr., ma, come quelle in giovinezza del padre, anche queste destinate a finire male. L’ambiente in cui ci si muove è il bacino del Medio Oriente (e poi ci tornerò alla fine), tra Turchia, stretta tra pulsioni laiche ed aneliti fondamentalisti, Israele e Cipro. Si comincia con una galea romana trasportante qualcosa di importante affondata da pirati nelle acque di Cipro, si prosegue con una nave inglese, l’Hampshire, che salta in aria durante la prima guerra mondiale mentre a bordo c’è il famoso Lord Kitchner. La storia poi passa ai giorni nostri dove due fratelli turchi, pronipoti dell’ultimo sultano, tentano di destabilizzare la situazione mediorientale, da un lato mettendo bombe a destra e manca, dall’altro trafugando reliquie religiose maomettane e ebraico - cattoliche. In queste ultime vesti i due cattivoni si scontrano con Dirk Pitt ad Istanbul (durante un furto nel museo del Topkapi) e con Dirk jr. in Israele, durante il furto di papiri che dovrebbero indicare la posizione della nave di cui sopra. Benché i furti riescano, i nostri Pitt continuano ad avere sospetti e premonizioni. Soprattutto il giovane, che si innamora della bella archeologa Sophie, che però muore nel tentativo riuscito di salvare Gerusalemme da uno scoppio che avrebbe fatto saltare in aria la Moschea di Al-Aqsa. Nel frattempo, la gemella Summer indaga con l’amica Joyce sulla morte di Kitchner. Qui i Cussler coniugano realtà storica con un po’ di fantasia, facendo risalire lo scoppio della nave da un tentativo di impedire al Lord inglese di rendere pubblico un papiro contenente la descrizione di cosa conteneva la nave romana affondata. Papiro avuto (invenzione) durante la (reale) permanenza di Kitchner in Palestina. Per fare il botto finale, i fratelli Celik rubano allora una nave israeliana, la imbottiscono di esplosivo e la lanciano contro il ponte di Galata ad Istanbul (e che emozione ripensarci ora dopo esserci tornati). Ma Pitt ed il suo fido aiutante Giordino faranno in modo di sventare la terribile minaccia (questa la parte avventurosa spinta tipica della scrittura della ditta). Morti i turchi cattivi, e sedati gli aneliti fondamentalisti, rimane da scoprire la nave romana ed il suo contenuto. Summer scopre il papiro del Lord, che parla di “reliquie di Gesù”, Dirk sr. scopre dove, a Cipro, è affondata la nave, e trovatala, viene affrontato dal resto della banda di Celik, che nel frattempo è stata assoldata da un miliardario israeliano anche lui cattivello. Sarà Dirk jr. a sgominarli, vendicando Sophie. Il tutto finisce con una bella mostra fittizia dove i resti del Cristo sono in realtà le ossa di Giuseppe di Arimatea, salvate dal Santo Sepolcro dalla bella figura di Sant’Elena, la madre di Costantino. Insomma, un bel mix di realtà storica, fanta-archeologia e story fiction, che si legge con gusto, magari mangiando cioccolata e bevendo un rhum, in queste sere da prodromi invernali. Un’ultima cosa: ma perché “Alba di fuoco” vi sarete domandati? E me lo sono chiesto anche io, dato che il titolo inglese parla sì di alba (“dawn”) associandola però al termine “crescent” che, come ognuno sa, indica appunto il territorio mediorientale (e quindi si poteva tradurre con alba mediorientale). Io ipotizzo che sia, nelle intenzioni degli autori, un cenno trasversale alle nascenti “primavere arabe”, legando i termini temporali di inizio (inizio giorno, inizio stagioni) al nodo centrale della vicenda legata al fondamentalismo arabo e alla sua possibile manipolazione da parte di forze ostili. Quand’è che i traduttori si daranno un po’ da fare per farsi una cultura che non sia solo marketing?
“Scorgendo un ebreo armeno in attesa ad un semaforo pedonale accanto ad un etiope dalla tunica bianca e a un palestinese con la kefiah, capì che stava calpestando una porzione di terra unica al mondo.” (311) [una delle più belle e sintetiche descrizioni di Gerusalemme!]
Matilde Asensi “La congiura di Cortés” BUR euro 8,90 (in realtà, scontato a 7,57 euro)
[A: 13/12/2013– I: 24/03/2014 – T: 26/03/2014] - &
[tit. or.: La conjura de Cortés; ling. or.: spagnolo; pagine: 395; anno 2012]
Finalmente abbiamo messo la parola fine a questa trilogia caraibica narrata dalla spagnola Asensi. Era ora. Il primo libro, “Terra Ferma” aveva qualche interesse (la novità, la donna mascherata da uomo per sopravvivere nell’ambiente dei pirati). Il secondo, “La vendetta di Siviglia” comincia a mostrare segni di resa (l’ambiguità uomo – donna annega presto, scontata è la vendetta del titolo). Questo terzo ed ultimo si trascina inanellando pagine senza una vera tensione. Facciamo un breve riepilogo: la giovane Catalina, in viaggio verso il Nuovo Mondo, si trova la nave affondata da pirati e si salva su di un’isola (novella Robinson). Quando viene ritrovata, per sopravvivere, si traveste da ragazzo, usando il nome Martin e viene adottata dal buon Esteban. Nel Nuovo Mondo, tra una lotta e l’altra, Martin - Catalina cresce, la sua fortuna prospera (anche attraverso un po’ di sana pirateria). Finché non si mette di traverso alla potente famiglia Curvo, che spadroneggia e taglieggia i locali. La sua famiglia si ribella, ma viene prima imprigionata, poi viene ucciso in carcere a Siviglia il padre. La nostra giura vendetta, ed uccide, uno dopo l’altro, i quattro fratelli e sorelle Curvo. L’ultimo in duello, che le ferisce e poi le toglie l’occhio sinistro. Qui comincia questo terzo libro, con gli ultimi due Curvo che tornano nel Nuovo Mondo per vendicarsi. Quasi ci riescono, ma lei si salva per miracolo. I Curvo fanno però prigioniero Alonso, cui la sua parte donna – Catalina sembra propendere. Comincia una nuova saga di vendetta. Aiutata dalla fortuna da lei accumulata, allestisce una nuova grande nave da battaglia, insegue i Curvo, libera Alonso che è veramente mal ridotto dalla tortura subita. Nel frattempo, abbordando una nave di passaggio, trova cinque nobili spagnoli spiantati che si recano nel Nuovo Mondo. In poche pagine risolve il mistero: hanno una mappa del tesoro di Hernan Cortés, che servirebbe ai Curvo ed ai loro accoliti per fomentare una rivolta contro il Re di Spagna. Il quale, tramite un suo messo, offre a Catalina la remissione di tutti i suoi debiti con la giustizia, ed il ripristino del suo status nobiliare, se questa lo aiuta a sedare la rivolta. Per decifrare la mappa, Catalina si rivolge ad un discendente matrilineare di Montezuma, che le indica il luogo del tesoro: Cuernavaca. Dopo qualche decina di pagine inutili, i nostri trovano il tesoro, e non soltanto. Riescono a sbaragliare ed imprigionare gli ultimi Curvo. Aiutati da un santone Maya, decifrano tutto il decifrabile. Poi, in una delle scene più cruente, Catalina finisce la sua vendetta alla maniera Maya, strappando il cuore dal petto del nemico. Fatta la vendetta, trovato il tesoro, sventato anche un tentativo del viceré di sequestrare una parte dello stesso per i suoi interessi personali, la nostra bella viene omaggiata nella capitale della Nuova Spagna, la sfolgorante città di Mexico-Tethiuacan. Dimenticavo, nel frattempo Alonso si è rimesso, ed i due si sono anche sposati. alla fine tornano nei loro possedimenti di Terra Ferma, omaggiano i di lei genitori morti entrambi (la Madre ultima per mano dell’ultimo Curvo prima che questi morisse), regalano una fortuna al traduttore delle mappe. Insomma, tutto per il meglio, e vissero felici e contenti. Spero che la Asensi ci risparmi un prossimo futuro dove magari nasceranno figli alla bella Catalina. Perché la scrittrice spagnola ha una fluente scrittura, che ho abbondantemente sottolineato ed apprezzato in scritti come “L’ultimo Catone” o “L’origine perduta”. Qui ormai si perde. Non c’è nessun soprassalto di coinvolgimento. Si legge e passa via, anche piuttosto in fretta. Anche come romanzo d’avventura è molte spanne al di sotto di Cussler, di una Peters, anche di un Wilbur Smith (pur se di questi poco ho letto). Volendo inoltre far vedere che si è documentata, inanella una decine di pagine finali con vicende degli anni intorno al 1605 – 1612, anni teatro della vicenda. Peccato che non li abbiano rivisti, dato che a pagina 3 del compendio i moriscos abbandonano la Spagna nel 1608 ed a pagina 6 gli stessi partono per l’Africa nel 1609. Una concordanza no, eh, o magari una rilettura? Niente. Da dimenticare in fretta.
Elizabeth Peters “Tomb of the Golden Bird” Robinson euro 12
[A: 08/10/2013– I: 10/05/2014 – T: 14/05/2014] - &&& e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: inglese; pagine: 442; anno 2006]
Come sopra detto, ecco l’ultimo capitolo della saga di Amelia Peabody. Non l’ultimo scritto dalla purtroppo scomparsa scrittrice (che scrisse un ultimo romanzo ma collocato temporalmente prima di questo), ma l’ultimo come eventi temporali dei nostri amici egittologi, e probabilmente l’ultimo che ne leggerò, essendo presenti tra il fulmine di cui sopra e questo altri 4 libri non tradotti in italiano. Ma credo che ormai sia sufficiente. E questo romanzo chiude realmente tutte le possibili parentesi aperte durante la storia. Chiudendo anche con un momento importante per la storia dell’archeologia e dell’Egitto. Siamo, infatti, nel 1922, e precisamente in quel novembre in cui Howard Carter scoprì la tomba di Tutankhamon (appunto l’uccello d’oro del titolo). Questa è la parte archeologica del racconto: la scoperta della tomba, il litigio tra Emerson e Carter, di modo che viene giustificata l’assenza dei nostri dagli scavi (non essendo personaggi storici sarebbe stata una bella forzatura), ma anche i metodi di ritrovamento, le catalogazioni, i dissidi tra cercatori privati (come erano Carter e Lord Carnavon) e le autorità, soprattutto il futuro Museo Egizio. Su questa ossatura, che procede un po’ per proprio conto, anche in tono minore, salvo qualche appunto sparso su cui torno tra poco, si innesta la vicenda del filone “giallo – avventura” che caratterizzano questi romanzi. Gli appunti riguardano solo la diatriba tra Carter e i giornalisti, dopo che Lord Carnavon vende l’esclusiva al Times, e la figura dell’uccellino che porta fortuna a Carter, ma che viene poi ucciso da un cobra (simbolo reale) quasi a prefigurare la famosa maledizione di Tutankhamon (che in realtà non esiste, visto che le persone della spedizione moriranno tutto dai quindici ai sessanta anni dopo, eccetto Lord Carnavon, morto tre mesi dopo per una puntura infetta). La storia appunto vede il ritorno di Sethos, che ormai sappiamo essere Seth il fratellastro di Emerson. Si pensava fosse morto, invece era solo ferito gravemente. E torna con una storia di complotti che lo costringono a far perdere le proprie tracce, ma solo travestendosi come aiutante di Amelia. I cattivi vogliono un codice cifrato che lui (di cui sappiamo anche essere una spia del servizio segreto britannico) ha trafugato in Siria. E per ottenerla minacciano peste e corna su tutta la famiglia Emerson. Non solo i nostri due eroi, ma il figlio Ramses che ormai ha sposato (ed era ora) la bella Nefret, ed i due nipoti, i gemelli David John e Charla. Ovviamente, per rendere più completa la possibile confusione, tornano dall’Inghilterra l’amico fidato David (ora anche parente, dopo il matrimonio con Lia, figlia del fratello di Radcliffe) accompagnato dalla figlia adottiva Sennia. E per non farci mancare nulla, arriva anche Margaret, giornalista nonché moglie di Sethos. Ci sono le usuali scene di fughe, ritrovamenti, morti accidentali (ad un cattivo scoppia una bomba mentre cerca di portarla nella Valle dei Re), viaggi tra Luxor ed il Cairo in treno (e qualcuno forse se lo ricorda…). Insomma, la nostra brava scrittrice non ci fa mancare nulla. Anche perché il periodo storico è veramente turbolento. L’Inghilterra cerca di allentare il controllo nella regione, ormai troppo oneroso, per mantenerlo solo verso l’Iraq ed il petrolio di Re Faysal. I nazionalisti egiziani, futuri Fratelli Mussulmani, cercano di convincere David ad unirsi a loro per cacciare Re Fuad I d’Egitto. I servizi segreti tessono le trame (come faceva, fa e farà in contemporanea per tutto il medio - oriente Lawrence d’Arabia). Tutta la storia vivacchia un po’, cercando di portarci a credere l’esistenza di complotti anche con la Francia, impersonata dall’esile disegnatrice Suzanne. Pur rimanendo per quasi tutto il libro un po’ sullo sfondo, la nostra Amelia è ben presente, e sarà lei, che con uno scatto finale, metterà tutti i puntini sulle “i” del romanzo. Riesce a decifrare il messaggio (per pura fortuna), lo comunica al capo di Seth che lo utilizza per debellare il complotto. Ma nel frattempo questi aveva deliberatamente messo in pericolo proprio Seth, che decide di abbandonare anche questa pericolosa strada e tornare a fare il civile nonché il marito a tempo pieno di Margaret. David non viene coinvolto dai torbidi nazionalisti, e può tornare in patria da Lia con Sennia. Ramses e Nefret, visto che hanno in cantiere un nuovo figlio, decidono di trasferirsi stabilmente nella capitale, dove i gemelli potranno andare a scuola. Soli, ma sempre più innamorati, Peabody ed Emerson rimarranno a gestire qualche scavo, viaggiare con la loro barca sul Nilo e continuare ad invecchiare. Un unico punto poco gestito dall’autrice è proprio l’età. Dal primo libro, sappiamo che Amelia è nata nel 1852, conosce e sposa Emerson nel 1884, e tre anni dopo hanno il loro unico figlio Ramses. Quindi, ora che siamo nel 1922, Amelia ha settanta anni (anagraficamente) ma si comporta ancora (socialmente ma soprattutto quando si trova sola con il marito) come una splendida cinquantenne. Ma ormai la storia è finita. Da altre fonti sappiamo che Amelia morirà quasi novantenne all’inizio della seconda guerra mondiale. Degli altri non si avrà più traccia. Rimarrà il ricordo delle capacità archeologiche di Emerson (chiamato dagli arabi “Padre delle Imprecazioni”, e si può comprenderne il motivo), del figlio Walter Ramses (soprannominato “Fratello dei Demoni” per le sue abilità nei travestimenti) e della nuora Nefret (soprannominata “Luce d’Egitto” per la sua bellezza). Come detto, Elizabeth Peters è morta lo scorso anno, quindi è una storia che ha la sua fine. Definitiva. E ne sono contento, pur nel dispiacere di non leggere più altre righe che mi riportavano ai bei panorami egiziani.
Secondo appuntamento di giugno, trovate quindi in allegato una buona medicina per consolarsi da amori predestinati (e magari finiti) e per godere di amori predestinati (e poi congiuntisi per sempre). Come spesso tra la fine di un viaggio e l’attesa di altro, ci si trova un po’ stanchi e magari ad altro pensosi. Allora chiudiamo qui.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

GIUGNO 2014
Dopo aver passato in rassegna qualche problematica giovanile (adolescenti & co in particolare), stiamo crescendo ed avvicinandoci a malesseri più generalizzati. Ed allora andiamo con i primi problemi amorosi.

AMORE PREDESTINATO

Noi, Evgenij Zamjatin
L'amante di Lady Chatterley, D. H. Lawrence
A volte è chiaro per tutti, tranne che per voi, che il vostro amore è destinato a finire. Beati nella vostra bolla d'amore, non vedete al di là della luce perlata che vi circonda. Un amore nato sotto una cattiva stella – come quelli di Tristano e Isotta, Cathy e Heathcliffe, Tess e Angel Giare – è uno spettacolo terribile. La sventurata coppia, tuttavia, non si rende conto che la loro bolla presto scoppierà. Una volta trafitta la membrana, però, anche quegli amanti si accorgeranno della loro follia; è arrivato il momento di ricorrere alla nostra cura – quando l'amore è in piena agonia.
La vostra storia potrà anche essere condannata al fallimento, mai però come quella degli sventurati protagonisti di Noi di Evgenij Zamjatin. D-503 (lui) e I-330 (lei): possono incontrarsi solo in segreto perché vivono nello Stato Unico, una società guidata dal «Benefattore» che controlla ogni aspetto della vita umana. Ognuno svolge la propria attività dietro una parete di vetro, per poter essere sempre tenuto d'occhio. D-503 e I-330 si danno appuntamento per la prima volta nell'angolo opaco di un edificio.
A poco a poco, I-330 rivela a D-503 che fa parte di un gruppo clandestino che vuole abbattere il muro che separa lo Stato Unico dal mondo esterno. Ogni tanto riusciamo a scorgere qualcuna delle persone che abitano al di là del muro, libere, coperte di peli. Il piano di fuga, alimentato dall'intensità della loro passione, ci fa sperare nel loro futuro. Zamjatin, però, scriveva ispirandosi alla sua esperienza nella Russia dell'inizio del XX secolo, un paese in cui il suo romanzo fu messo al bando per parecchi anni - e sappiamo che lo Stato Unico pullula di spie... Leggere Noi vi consolerà del fatto che non vi siete accorti in tempo dell'inizio della fine.
Anche l'amore tra Lady Chatterley e il guardiacaccia Mellors sembra destinato al fallimento. Non solo Connie è sposata - con Sir Clifford, paralitico e impotente, a cui è legata mentalmente ma non fisicamente - ma è anche un'aristocratica, mentre Mellors è un «cittadino comune», per usare un termine dell'epoca. Come per ricordare a lei (o, più probabilmente, a noi) l'abisso che li separa, Mellors ogni tanto si abbandona al suo marcato dialetto del Derbyshire. In modo molto assennato, Mellors è intimorito quando i due iniziano la loro relazione appassionata e profondamente sessuale, perché riesce a vederne tutte le complicazioni. In confronto, l'appello di Connie affinché lui non rinunci a lei sembra ingenuo, e il lettore non può non vedere che il loro legame, anche se profondo, è altrettanto precario del matrimonio di Connie, seppure in senso inverso. I due amanti sono legati fisicamente, ma non hanno nulla da dirsi.
D. H. Lawrence, tuttavia, confonde le aspettative del lettore. Connie, una volta risvegliata da Mellors, che sa arrivare alla «donna che ha dentro», inizia a considerare il legame intellettuale con Clifford come «solo tante parole» e da quel momento non ha più dubbi. Alla fine del romanzo li guardiamo aspettare – Mellors che il proprio divorzio sia finalizzato, Connie che Sir Clifford le restituisca la sua libertà. Il futuro è come sospeso davanti a loro, ancora fuori portata, ma Connie aspetta un bambino da Mellors, e dopo aver rivelato al mondo il loro amore sembra che non possano più tornare indietro.
E se c'è speranza per Lady Chatterley e Mellors, beh, forse anche voi non dovreste essere così pessimisti sul vostro amore, dopo tutto.
Bugiardino
Il libro russo è ormai sepolto nella mia giovinezza fantascientifica, lì dove si leggeva tutto solo se “para-scientifico”, “fanta-sociologico”, e compagnia bella. Quei tempi degli Asimov, dei Bradbury, ma anche dei Pohl, dei Vonnegut jr. ma anche dei Lem e dei Zamjatin. Siamo, come scrittura, sempre negli anni Venti. Ma lasciamo l’amore senza speranza dei nostri amici russi, e concentriamoci sul coevo Lawrence, che invece ho letto da poco.
David  Herbert Lawrence “L'amante di Lady Chatterley” Repubblica Novecento euro 4,90
[31 luglio 2011]
Un classicissimo finalmente letto tutto. Molto datato in alcuni punti. Ma alla fine si legge e dà alcuni spunti. Anzi, andrebbe comunque letto. Infatti, se da una parte è un libro polemico contro l’aristocrazia inglese ed il suo vuoto mondo di privilegi che stanno finendo (ma non risparmia nessuno, certo non i minatori e la classe lavoratrice in genere, ma su questo ci si ritorna), dall’altro alcune pagine “di sesso” sono poetiche e delicate. Ma come, direte, un libro che veniva censurato per la sua volgarità ed il suo esplicito parlare? Prima di tutto, sono passati novanta anni, e ben altro esplicito parlare abbiamo dovuto sorbire. Lawrence anzi è poetico con le sue infuocate scene di sesso, per poi scivolare nel climax delle chiacchiere intorno a John Thomas e Lady Jane (che non sono il nome dei due protagonisti, che si chiamano Oliver e Constance, ma …). Secondo poi, veniva censurato con la scusa del sesso, ma perché era un libro che metteva in crisi i rapporti tra le classi sociali. Come (!), una Lady che si innamora di un guardiacaccia, e per questo amore sfida il mondo immoto della caccia alla volpe e del tè delle cinque! Questo sì che non si doveva vedere. Anche perché le prime 100 pagine sono quelle che con più forza attaccano il mondo dei lord. Una per tutte, la scena degli aristocratici che parlano a ruota libera durante un dopo cena, anche di funzioni corporali, ma quando Connie interviene hanno un modo di fastidio, che mi ricorda tanto le scene nordafricane con il maschilista che rivolgendosi all’unica donna che sapeva parlare inglese (e che gli teneva testa) l’apostrofa con uno “Shut up, woman!”. Stessa sensibilità ad un secolo di distanza. Certo, Lawrence non è cattivo fino in fondo, che Oliver comunque ha fatto il soldato, sa parlare bene inglese, in un certo senso “conosce le buone maniere”. Non è soltanto un “buzzurro con il sesso caliente”. In questo contesto, un po’ cadenti tutte le lunghe pagine dedicate alle miniere, al carbone, allo sviluppo industriale, ed altro “politichese”, che, queste sì, hanno fatto il loro tempo e sono datate. Ma anche l’altro versante ha il suo interesse, i tormenti di Oliver verso l’altro sesso (e le sue pippe mentali, diciamocelo pure), la progressiva emancipazione di Constance (che intanto, benché Lady, aveva già avuto esperienze sessuali prima della Grande Guerra, ed anche questo faceva scandalo), ed i due contraltari: la finta liberale sorella Hilda, che non accetta il liberarsi della sorella, e la signora Bolton, che non vede l’ora che Constance se ne vada per trovare un suo spazio ancillo-infermiero-erotico presso il povero Clifford, paralizzato dalla vita in giù. E comunque ci vuole del coraggio a sostenere nel 1928 che anche la donna deve provare piacere nell’atto sessuale. E che quando si fa sesso, lo si fa in due ed entrambi devono partecipare, godere, comunicare. Un passo enorme all’epoca. Quindi un buon libro, con qualche punto in più per l’inquadratura storica (e quanto di auto-vissuto c’è in tutto ciò scritto dal figlio di un minatore che sposa una baronessa…), e qualche punto in meno che (e qui ritorna un altro mio pallino) Lawrence in ogni caso maschio è, e se partecipa e riesce a render vivi i problemi di Oliver verso l’altro sesso, meno mi convince quando cerca di spiegare il sentire di Constance (forse solo sulla dolcezza che in ogni caso deve esserci tra due amanti coglie un segno comune). E gli ultimi segni negativi, perché non dico dipinga un lieto fine, ma ha verso la fine un atteggiamento un po’ conciliatorio, lasciando molte cose in sospeso così che ognuno scriverà il seguito della storia, da dove lui ci lascia, secondo le proprie visioni pessimiste o ottimiste. Due annotazioni finali: l’ottimo editor, che ha giustamente messo le note con le poesie inglesi citate da Lawrence, perché ha lasciato non indicato a pag.204 l’esplicita citazione di Walt Whitman? E poi, la parte più sanguigna ma anche più tenera dell’amore tra Oliver e Connie è scritta in dialetto, e la sua traduzione in italiano risulta quanto mai “fuorviante”. Ma si sa, con Eco, tradurre è tradire… 
“Una donna vuole che tu l’apprezzi e che tu le parli … e, allo stesso tempo, che tu la ami e che tu la desideri… mi sembra che le due cose si escludano a vicenda.” (63)
“Se la civiltà vuol farci del bene, deve aiutarci a dimenticare i nostri corpi, e allora il tempo scorrerà piacevolmente.” (84)
“La solitudine andava accettata. Bisognava conviverci …e i momenti in cui il vuoto si colmava erano da apprezzare. Ma non li si poteva forzare.” (161)
“- Non potresti vivere senza lavorare? – Io? Forse sì, se intendi vivere solo della mia pensione. Sì, forse sì. Ma io devo lavorare, se no muoio. Voglio dire, ho bisogno di avere qualcosa che mi tenga occupato. E non ho il carattere giusto per un’occupazione in proprio. Deve essere un lavoro che svolgo per qualcun altro, se no, in un momento di rabbia, poteri mandare tutto all’aria nel giro di un mese.” (186)
“Quello che non sopporto è l’impudenza idiota, autoritaria di coloro che governano il mondo. Io odio l’arroganza del denaro e quella di classe. Quindi, in questo tipo di mondo, che cos’ho da offrire a una donna?” (308)
Conclusioni
Ebbene sì, come non sottolineare la predestinazione verso l’altro (ma che potevamo ritrovare per esempio anche in 1984 di Orwell, e tanti altri libri). Con due attenzioni per la somministrazione. Zamjatin è più verso l’omeopatia, dove curiamo male con male. Mentre Lawrence è sicuramente allopatico. Meglio l’inglese, anche dopo 90 anni.

lunedì 2 giugno 2014

Bones - 02 giugno 2014

Come in una puntata dei seriali migliori (quelli della mia amica Rosa), ecco quattro puntate “live” della serie che dal libro è passata anche sul piccolo schermo. Le avventure della dottoressa Temperance Brennan, scritte (seppur con alterna riuscita) dalla sempre brava Kathy Reichs. Non potevo certo lasciarvi a secco per troppo tempo, tra l’altro con quattro titoli che vanno a poco a poco riportando verso l’alto il livello della serie, ultimamente in ribasso.
Kathy Reichs “Skeleton” BUR euro 9,90
[A: 12/10/2012– I: 28/06/2013 – T: 01/07/2013] - &&
[tit. or.: Bones to Ashes; ling. or.: inglese; pagine: 394; anno 2007]
Ora, che senso ha mettere un titolo inglese che significa scheletro, quando l’originale parla di ossa che vanno in cenere? Già è lunga la mia diatriba con i traduttori per lo scempio dei titoli. Qui si rasenta il ridicolo, mette un titolo inglese che poco ha da spartire con l’originale. Decidiamoci una buona volta: se il titolo è in inglese, tanto vale lasciare l’originale o se traduciamo, traduciamolo attinentemente. Per il resto, questa nuova avventura di Tempe Brennan e della sua corte di personaggi ritorna ai livelli di dignità standard dei suoi romanzi. Certo, l’impianto base del racconto non può discostarsi molto dal modello vincente (ossa da identificare, cause del decesso, tempo della morte, e tutto il resto delle “normali” attività forensi), ma quello che varia è il contorno, le difficoltà immesse sul cammino, e gli inciampi (soprattutto della vita privata) cui la nostra Tempe incorre. Infatti, mentre al solito lavora su nuovi casi, la mente non molla il pensiero di Ryan, ed il riavvicinamento di quest'ultimo alla madre di sua figlia, in quanto ha frainteso l'intesa tra l'antropologa e l'ex-marito, che avevamo visto rinascere nell’ultimo romanzo. Ma Pete invece vuole il divorzio per potersi risposare. E tuttavia ipotizziamo che forse la storia con il bel tenente canadese potrebbero riannodarsi. Intanto, le ossa sul tavolo la rimandano alle sue avventure bambine, alle vacanze con la sorella Harry a Pawley's Island, nel South Carolina, ed alla scomparsa della loro amica di origini canadesi e con l'aspirazione di diventare poetessa, Evangeline Landry. Le solite sensazioni di Tempe le fanno supporre che i resti che sta esaminando appartengano proprio a lei. La fisionomia, l'età e la zona in cui son state trovate le ossa, dove abitava la piccola Landry, sembrano confermare la supposizione della dottoressa. Da questo caso, nascono a grappolo altre situazioni, escono fuori altre ossa, riguardanti bambine scomparse molto tempo addietro e ad aiutarla nelle indagini, oltre a Ryan, agli altri agenti ed ai vari tecnici o scienziati, ci sarà anche la stessa sorella Harry, giunta in Canada con l'ennesimo divorzio alle spalle. Con l’usuale tecnica alla Alexandre Dumas che ho descritto altrove, la Reichs ci tiene incollati alla pagina, anche se non ci fa partecipi moltissimo dei disvelamenti del problema. Fortunatamente abbiamo però modo, oltre che imparare nuove e diverse tecniche forensi, di far conoscenza di un’altra minoranza canadese: gli acadiani. Sono i discendenti dei primi coloni francesi, che alla fine del XVIII secolo vennero coinvolti in un’epurazione di massa da parte degli inglesi, uno dei primi genocidi (12.000 morti e non sono certo pochi). Alcune enclavi si salvano, come quella dove vive e prospera il cattivo pornografo artefice delle suddette morti, in cui coinvolge il pornografo buono (ma può esistere?). Non può esimersi, la nostra Tempe, da un finale periglioso, dove sono in difficoltà sia lei che Harry. Ma ce la faranno, e Tempe riuscirà a risolvere anche il mistero della più che ventennale scomparsa dell’amica Evangeline. Come dire, la scrittura della Reichs ormai all’undicesimo episodio ha pochi misteri da svelarci. La conosciamo, conosciamo ed apprezziamo i suoi trucchi, e la capacità (e non è da tutti) di non perdersi nessun personaggio secondario, siano essi il gatto Birdie o l’uccello, o alcuni detective del Quebec o della Carolina. Come rivediamo anche questa volta, di fondo, una piccola denuncia sociale riesce a farla: laddove la pornografia tocca ed ingloba la pedofilia. Ci aspettiamo tuttavia, una piccola rinascita, che su queste basi poco avrà vita facile il futuro della nostra antropologa forense.
“I fatti non cessano di esistere solo perché vengono ignorati.” (189)
Kathy Reichs “Le ossa del diavolo” BUR euro 9,90
[A: 01/11/2012– I: 01/09/2013 – T: 04/09/2013] - && e ½
[tit. or.: Devil Bones; ling. or.: inglese; pagine: 376; anno 2008]
Ci sono voluti una dozzina di romanzi per convincere i responsabili editoriali ad utilizzare correttamente i titoli. Così, finalmente abbiamo le ossa del diavolo che ci vengono restituite anche in italiano. In un romanzo dove la Reichs mantiene il buon livello precedente. Senza troppo altro, senza raggiungere i migliori risultati dei primi libri. Ma tant’è, meglio un buono standard che alcune delle prove scialbe di cui ho parlato. Certo la parte “thriller” rimane ancora in sordina, senza troppi patemi, anche se nel finale si cerca di imbrogliare un po’ le carte (e forse il finale è un filo troppo affettato). Intanto, nell’alternanza dei lavori della nostra patologa forense, questa volta torniamo a Charlotte in Carolina. E nel solco classico della Reichs, che ogni volta se la prende con qualche “stereotipo” americano, questa volta siamo alle prese con satanisti e compagnia. Sette diaboliche ed altre turpitudini che sembra trovino sempre un fertile terreno di là dell’Oceano. Ossa in uno scantinato di un santero ecuadoriano, che poi muore misteriosamente (ma per colpa sua, vedremo poi). Con simboli strani. E cadavere ritrovato in riva al fiume, vicino ad un ritrovo di altri settari. Questi sono uno dei tanti elementi di interesse che sempre la scrittrice inserisce, facendoci conoscere altri elementi poco noti (almeno a me). Sono i wiccani, seguaci appunto della Wicca, che come tutti sanno (??) è la più diffusa delle religioni neopagane. Esce allo scoperto nel 1954, ed ha una grande diffusione fino all’anno 2000. Poi rimane lì, forse qualcuno ne conosce meglio. Fatto sta (e questo sembrerebbe assodato) che i wiccani americani siano più sul versante new age che su quello satanico. Ma torniamo al nostro libro, dove anche sul lato patologico – osteologico vengo a scoprire altri elementi nuovi. Dei solchi strani (i canali haversiani credo si chiamino) che consentono di conoscere altri elementi della nostra vita. Qui servono a Tempe per avere un’illuminazione finale: il secondo cadavere è stato congelato. E questo spiega tutti i misteri del suo diverso andamento post-mortem. Una battaglia, intanto, si era scatenato sulle sette e sulla scarsa incisività dei tribunali contro di loro. Guidati da un commissario - John Wayne che entra in rotta di collisione con la nostra. Peccato che invece si tratti del sottobosco degli omosessuali. E dove si scopre coinvolto l’entourage del commissario fai da te. Alla fine, quindi, le sette non c’entrano, i cattivi (che anche io non avevo individuato, colpo della fretta nella parte finale) vengono scoperti e puniti. Purtroppo ci rimette le penne anche un buon poliziotto. Ed un povero wicca, colpito da quella giustizia piena di armi e personale di cui è tanto (ed inutilmente) piena l’America. Altrettanto ricca, anche se non conclusiva, è la parte della vita privata della nostra eroina. In piena crisi, come dagli ultimi libri emerge, non sapendo più se potere o riuscire a ritornare insieme al tenente Ryan. Qui interviene anche l’insoddisfatta figlia Kay che cerca di coinvolgere la mamma in nuove storie. In particolare con Charlie, che poi si scopre, oltre ad essere avvocato, anche una vecchia fiamma del liceo. Ma Ryan inopinatamente ricompare, dicendo che le sue storie con la ex sono cosa da chiudere nei cassetti del passato. Mentre l’ex-marito Pete sta sempre più spingendo per la sua nuova (e veramente stupidina) fiamma. Tanti punti nel calderone della passione di Tempe (con un bell’ossimoro, tra fuoco e temperanza). Riuscirà a staccarsi definitivamente da Pete? Si rimetterà con Ryan o lo lascerà? Come si evolve il nuovo rapporto con Charlie (che poi è anche vedovo, la moglie essendo morta dentro le Twin Tower)? Insomma tanti punti aperti, per una scrittura seriale che ha ancora numerose puntate al suo arco.
Kathy Reichs “Duecentosei ossa” BUR euro 9,90 (in realtà, scontato a 8,42 euro)
[A: 04/10/2012– I: 12/12/2013 – T: 14/12/2013] - &&&
[tit. or.: 206 Bones; ling. or.: inglese; pagine: 394; anno 2009]
Ci avviciniamo a grandi passi alla Kathy Reichs coeva, con qualche freccetta e molte, forse troppe pause. Intanto, e fortunatamente, il traduttore non è riuscito a rovinare il titolo, che le ossa erano 206, e così sono rimaste. Che questo (pare, non essendo io un osteopata) è il numero delle ossa presenti nel corpo umano. Quindi materia principe della nostra dr.ssa Brennan e del suo lavoro forense. Purtroppo il meccanismo ideato dalla Reichs questa volta lascia poco spazio all’inventiva, ed anche alla suspense, checché ne dicano i risvolti di copertina. Da un lato c’è l’usuale lavoro di Tempe alle prese con cadaveri, o meglio scheletri, cui bisogna risalire nel tempo per trovarne l’origine. E purtroppo non ci sono invenzioni o scoperte mediche nuove o stimolanti, come in altre opere di patologia forense. Solo una micro-informazione, che probabilmente è nota a tutti i dentisti, riguardante una formazione particolare del primo molare superiore, e nota come “cuspide del Carabelli”. Grazie a questa particolarità, e all’uso della tetraciclina in un’altra otturazione, la nostra esperta riuscirà a risolvere la parte “osteologica” del romanzo. Che invece, dal punto di vista centrale, è al solito occupato da qualcuno che vuole male a Tempe. Qui troviamo di fila tutta una serie di repertoriazioni che sembrano andare nel verso sbagliato, come se Tempe e le sue colleghe non riescano ad azzeccare una diagnosi che è una. Una prima persona anziana morte alcolizzata ma potrebbe essere stata uccisa. Una seconda cui spariscono alcune ossa della mano. Una terza che pare morta di contusioni o forse uccisa da un colpo di pistola che non prova lesioni ossee. Insomma tutta una serie di analisi che portano in crisi il rapporto tra la Brennan ed i suoi superiori. Facendo nel contempo crescere la notorietà di una nuova patologa dell’Istituto Canadese, Marie-Andrea Briel. È lei che rimette i puntini sulle “i” di tutti i presunti errori del reparto. Anche perché vuol fare pubblicità alla ditta di patologia forense privata gestita dal marito. Al solito, il mondo scientifico a volte è avaro di comunicativa, che sarebbe bastato un po’ più di informazione circolante per smascherare velocemente la Briel. Ed anche un po’ più di attenzione. Noi lettori onniscienti, anche se la Reichs non c e lo dice, capiamo subito che le ossa della mano di cui sopra sono state trafugate da qualcuno. E non ci meraviglieremo più di tanto, alla fine, alla scoperta che i cattivi sono dalla parte della Briel. Magari ci hanno messo del loro, andando oltre quanto la stessa immaginava. Fatto sta che qualcuno (la Briel? Il marito della Briel? Il giovane di laboratorio della Briel? La dottoranda della Briel?) decida che Tempe è di troppo, ed alla fine la sequestra e seppellisce in un cimitero di ossa ignoto ai più (nemesi per una dottoressa che vive sull’analisi delle ossa stesse). E come nei peggiori B-movie questo andamento “periglioso” per la nostra eroina, è narrato in contemporanea, facendo andare le vicende analitiche dei corpi quasi in flashback. Fino a ricongiungersi in un finale non particolarmente entusiasmante. Che Tempe riesce a recidere i legacci, ed a fuggire dalla tomba, al sopraggiungere del personaggio negativo di turno. Che guarda caso sarà messo a tacere per sempre dal sempre vicino Andrew Ryan. Mentre su questo torneremo, diciamo di passaggio che Tempe indagava su degli scheletri ritrovati in un lago, e su quattro persone anziane uccise in modo efferato. E che l’analisi delle ossa, nonché l’uso temporale di sostanze chimiche prima o dopo delle presunte morti, fa in modo che la polizia canadese acciuffi il corretto colpevole di ogni crimine. Rimane quello detto poco fa sulle vicende private della nostra. Ryan le sta vicino per tutto il tempo, ma lei fa finta di nulla. È ancora scottata da quell’allontanamento del bel tenente che cercava di far uscire la figlia dal tunnel della droga, riavvicinandosi alla prima moglie. Ma quel tentativo andato a vuoto, Ryan torna verso Tempe. Tuttavia non riesce a parlarne (ma quando impareranno i personaggi della Reichs che parlare è meglio che tacere?). E Tempe pensa che riaccostarsi ad Andrew sia rischioso per scottarsi di nuovo. E si frequenta quel Charlie della fine del precedente libro, ma con scarso successo di critica e di pubblico. Ovviamente, il pericolo riavvicina i cuori. Ma mi aspetto al prossimo romanzo che salti fuori di nuovo qualcosa che ostacoli il giusto corso degli eventi. Per questo dicevo, pur rispettando il buono scrivere dell’autrice, è un romanzo in minore, con poche invenzioni degne di nota, ed una struttura narrativa decisamente troppo scontata per un’autrice della sua esperienza. Ci si tornerà alla prossima.
“Andare a casa, cenare, magari leggere un buon libro: Alexander McCall Smith o Nora Roberts.” (123)
Kathy Reichs “Le ossa del ragno” BUR euro 9,90 (in realtà, scontato a 4,46 euro con Feltrinelli+)
[A: 20/05/2013– I: 18/05/2014 – T: 21/05/2014] - &&& e ½
[tit. or.: Spider Bones; ling. or.: inglese; pagine: 376; anno 2010]
Essendo notoria la presenza cartilaginea negli aracnidacei, il titolo tenta una captatio benevolentiae, degna però di miglior causa. Perché, se vogliamo essere filologici, il libro avrebbe dovuto intitolarsi “Le ossa di Ragno” e non “del”, dato che per tutto il romanzo ci imbattiamo nelle ossa appunto di una persona che, fin da piccolo, era stato soprannominato “Spider”, cioè Ragno. Mettere il determinativo e la minuscola, regala un titolo inutile, per un libro, non certo “capolavoro”, ma decisamente un pochino meglio degli ultimi della scrittrice. La trama è al solito farcita di delizie anatomo – patologiche e di qualche chicca antropologica (la mitica Tempe sfoggia una cultura della lingua hawaiana veramente insospettata), ma ha una sua scorrevolezza. Anche perché non si dilunga troppo nella parte “rosa”, dedicata alle ormai arcinote vicende di cuore della dottoressa. Tutto inizia dal ritrovamento di un cadavere morto durante una sessione di autoerotismo subacqueo (vi lascio deliziarvi come). Peccato che per accertarne l’identità si scopre che il morto dovrebbe essere morto quaranta anni prima in Vietnam. Peccato anche che sia stato sepolto con gli onori militari dovuti ai caduti in guerra. La nostra intrepida dottoressa allora viene coinvolta nel gioco della scoperta di chi sia il vero morto. Per scoprirlo, bisognerà recarsi alle Hawaii, dove ha sede un istituto dedicato al ritrovamento dei militari americani dispersi in guerra. Quale migliore occasione allora per prendersi qualche giorno di ferie al sole delle isole, insieme alla figlia Katy, distrutta per la morte di un suo spasimato in Afghanistan? Le due vanno quindi bell’arcipelago, e, tra una mangiata di pesce ed un bagno al tramonto sulla spiaggia di Waikiki (per me sempre la mitica “Sweet Hawaiian Sunshine” di Jorma Kaukonen), si incomincia ad ingrossare la trama. Con i patologi dell’esercito, la dottoressa Brennan scopre che il sepolto non può essere Johnny detto Spider. Scopre inoltre un morto “senza nome” che potrebbe essere un meticcio americano, presente anche lui sull’elicottero caduto. Ora, abbiamo 6 corpi provenienti da quell’incidente: tre ricostruiti subito e li mettiamo da parte. Poi ci sono Spider e Alvarez. Infine, il sesto ignoto. Mentre Tempe continua ad indagare, tempestando di telefonate l’ex-amore Ryan, il tenente della Omicidi che indaga sulla morte iniziale, altri avvenimenti delittuosi avvengono nell’isola. Che il capo dei patologi locali, un’avvenente hawaiana, richiede l’aiuto della nostra dottoressa dopo il ritrovamento di un resto umano morto e poi dilaniato dagli squali. Lavoro di routine, per la nostra campionessa, che fa trovare le fila di questo morto. E di un secondo non direi cadavere, ma “resto umano” (in effetti, si trova solo la gamba sinistra, ma anche del primo c’era la gamba sinistra, quindi gli squali ne hanno mangiati due). Con rapidità si risale ad una gang di samoani, che, con l’aiuto di qualcuno del continente, cercano di infiltrarsi nel traffico locale di stupefacenti. Peccato, che il capo dei cattivi di Honolulu se ne accorga e ne faccia fettine per i pesci. In parallelo, avanzano le indagini sui 3 cadaveri, e si scopre la possibilità che il terzo sia un locale hawaiano, tale Xander. Sommersa dalle coincidenze, Tempe chiede aiuto a Ryan, che pensa bene di venire alle Hawaii con la figlia Lily, quella sempre sulle fila della tossicodipendenza, e motivo dell’allontanamento tra i due. Tralascio la parte rosa, o quasi rosa, di battibecchi tra Katy e Lily, tra Ryan e Tempe, gli allontanamenti e poi gli avvicinamenti. Il bello della vicenda viene quando si scopre che i due “squalizzati”, sono pupilli di un losco figuro californiano di nome Xander. Sarebbe tutto molto semplice, se si riuscisse a fare il test del DNA a qualche morto, ma l’unico che potrebbe (il padre di Spider) si rifiuta. Con sotterfugi e manovre astute, la nostra intrepida, pur rischiando prima la sua pelle, poi quella di Kay ed infine quella di Lily (fortunatamente si salvano tutte e tre), dicevo la grande Tempe riesce a mettere in fila la grande confusione ossea. La madre di Spider aveva quello che in gergo medico si chiama chimerismo umano, cioè la presenza di un duplice DNA con alterazioni e sequenze diverse (tipico esempio, occhi di colore diverso; ma se ne sono riscontrati ad ora, al mondo, circa 30 casi, e guarda tu la fortuna, proprio uno nella storia della Reichs!). Per cui sembra che Spider non sia suo figlio. Invece lo è. Non lo è quello che si fa chiamare Xander. E non lo è Reggie, un cugino di Spider, che ad un certo punto salta fuori essendone (dalle foto) tanto somigliante che li scambiano per gemelli. A questo punto abbiamo tre morti ed un vivo, e quattro nomi: Spider, Alvarez, Xander e Reggie. L’intuito sopraffino di Tempe metterà ordine a tutto ciò, dando un filo logico a tutte le morti. Dicevo quindi una bella trama scorrevole, da lettura serale distensiva, con un tocco finale di citazione da “Il ponte di San Louis Rey” di Thornton Wilder, degno di un libricino in più nei giudizi.
Prima trama del mese ed andiamo ad elencare le letture di marzo, intervallate dal viaggio sudafricano. Un mese molto positivo, con ben quattro letture “quasi” immancabili: un Licalzi pensieroso, una Hustvedt ed una Ortese da sottolineare, la scoperta della lettura filmica di Schlink, e la riscoperta di un lontanissimo Tim Robbins. Di converso, ci sono anche due letture che non mi sono piaciute: il riso di Kundera, che non mi ha coinvolto per nulla, e l’ultima puntata della saga di Matilde Asensi, molto deludente.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Lorenzo Licalzi
Un lungo fortissimo abbraccio
BUR
9,90
4
2
Glenway Wescott
Appartamento ad Atene
Adelphi
s.p.
3
3
Luigi Guicciardi
La morte ha mille mani
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
4
Siri Hustvedt
L’estate senza uomini
Einaudi
9,50
4
5
Anna Maria Ortese
Il mare non bagna Napoli
Adelphi
10
4
6
Milan Kundera
Il libro del riso e dell’oblio
Adelphi
10
1
7
Bernhard Schlink
A voce alta
Garzanti
9,90
4
8
Massimo Cassani
Pioggia battente
Sole 24 ore – Noir
6,90
2
9
Valerio Varesi
Ultime notizie di una fuga
Frassinelli
12,50
2
10
Knut Hamsun
Fame
Adelphi
10
3
1
Vito Di Bari
Nessuno è come sembra
Mondadori
4,90
2
12
Principessa Bibesco
Nobiltà dell’abito
Sellerio
s.p.
3
13
Matilde Asensi
La congiura di Cortés
BUR
8,90
1
14
Alberto Paleari
Il colore della vergogna
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
15
Deon Meyer
Dead at Daybreak
Hodder
12
3
16
Tom Robbins
Natura morta con picchio
Baldini Castaldi Dellai
8,90
4

Come detto sopra, non potevo abbandonare i miei fedeli lettori per troppo tempo. E non potevo non dire loro quanto è stato bello il viaggio in Turchia e Cappadocia. Veramente da ricordare, per i posti visti e per la riuscita del viaggio stesso. Si riparte? Per ora si andrà a Bologna per un sentito e doveroso omaggio a Raul e Viviana (e loro sanno perché).