domenica 6 luglio 2014

Misticanza con yogurt - 06 luglio 2014

Dopo due insalate abbastanza omogenee, eccoci ad un quartetto un po’ più “disparato”, anche se non disperato. Unito dalla comune passione per lo yogurt, che ho trovato girando per quelle nazioni. Si parte dalla Finlandia di Paasilinna e la sua girandola di suicidi, si scende (in tutti i sensi) nella Repubblica Ceca di Kundera (dove ricorderò sempre un Capodanno con yogurt di quasi … beh diciamo di tanti anni fa), si risale alla Norvegia del Premio Nobel Hamsun, per finire, dopo tanto freddo, al caldo mediorientale dell’imperdibile libro di Amos Oz.
Arto Paasilinna “Piccoli suicidi tra amici” Iperborea euro 14 (in realtà, scontato a 10,64 euro)
[A: 06/12/2013– I: 30/01/2014 – T: 03/02/2014] - &&& e ½
[tit. or.: Hurmaava joukkoitsemurha; ling. or.: finlandese; pagine: 259; anno 1990]
Me ne aveva a lungo parlato il mio amico Emilio come di un delizioso ed ironico romanzo. Mi capitò inoltre di parlarne con uno studente finnico in una libreria, studente che considerava Paasilinna il miglior scrittore finlandese. Approfittando di una visita alla mostra della Piccola Editoria, nonché di una super-offerta, ecco che nelle nostre trame entra il primo libro finnico. Poiché questa è una di quelle lingue che forse mai riuscirò ad imparare, devo in ogni caso rendere omaggio ai traduttori che hanno fatto un esimio sforzo di rendere la spumeggiante lingua di Arto, in un miscuglio di serietà ed ironia che ben rende lo spirito del romanzo. Devo però rilevare che, ad onta del titolo italiano, decisamente accattivante, il testo originale (come rilevo da una ricerca sul web) porta all’altrettanto affascinante titolo di “Un incantevole suicidio di massa”. E come rileva l’ottima postfazione di Diego Marani da quel titolo, da quell’idea parte tutta la costruzione della trama di Arto. Che si innesca, episodio dopo episodio, come una bomba ad orologeria che sta sempre per esplodere, di cui ci aspettiamo l’esplosione, ma che quando esplode ne fa comprendere tutti i meccanismi, uno dopo l’altro accumulati. E funzionali alla deflagrazione finale. Sebbene non così noto come il suo maggior successo (“L’anno della lepre”) questo romanzo è un vero campionario dei temi e della scrittura dell’autore. Si notano l’amore per la natura, l’astio per le situazioni di costrizione, una sana ironia verso i poteri costituiti, una passione per la parola ed i rapporti umani, che spesso risolvono situazioni difficili meglio di aiuti esterni. Il romanzo è poi un doppio campionario: di persone e di luoghi. Nelle 250 pagine, Arto inserisce persone e nomi e fatti, costruendo decine di vite immaginarie ma reali, come in un campionario di mini-biografie. Rendendoci reali (ed amici, come dice il titolo italiano) questa trentina di personaggi che ad un certo punto si ritrovano su di un pullman di lusso a girare per l’Europa. Il tutto partendo da un numero: 30 suicidi ogni 100.000 abitanti (siamo nel 1990; ora la percentuale è scesa a 16, e la Finlandia, dal podio è scesa al 15° posto). Arto allora comincia a seguire un suicidando: ce ne narra la storia, e seguiamo Olli mentre va a spararsi in un fienile. Dove trova il colonnello Hermanni che cerca di impiccarsi. I due, sentendosi un po’ ridicoli, soprassiedono. E da qui comincia la folle escalation. Olli non ha fatto altro che bancarotte nella vita, ma le saune con Hermanni gli danno una folle idea. Mettere un’inserzione per radunare un po’ di suicidi, in modo di inscenare un suicidio di massa. Il colonnello, con la sua mentalità militare, inizia a fare piani. All’inserzione rispondono centinaia di possibili suicidi. Con la tipica mentalità finlandese, ecco che Olli organizza un meeting, riunisce i suicidi, il colonnello ingaggia Helena, un’aspirante sucida e segretaria di bella presenza. Fanno un convegno con una relazione di una psicologa che aveva tentato il suicidio (le rutilanti invenzioni di Arto cominciano ad ingranare). Alla fine si ritrovano in una trentina di persone decise a suicidarsi ad ogni costo. Ma bisogna organizzare bene le cose. Ai tre capi della nascente organizzazione “Morituri Anonimi”, si associano un furfantello di mezza tacca, Uula, che si aggrega per sfuggire alla cattura avendo rubato soldi ad una troupe cinematografica americana, il cameriere Seppo, che non vuole suicidarsi, ma che “rallegra” la compagnia con macabre storielle, e l’autotrasportatore Korpalo, che mette a disposizione un pullman di lusso. Perché hanno deciso: si va a morire saltando dalle scogliere di Capo Nord. Da qui cominciano una nuova serie (praticamente infinita) di storie di riporto. Per strada si accolgono altri adepti, raccontandocene la storia. Si devono affrontare problemi, ed ogni volta un nuovo morituro viene alla ribalta, ed Arto ci illustra perché deve morire. Ma mentre stanno filando a tutta velocità verso la scogliera, c’è il primo ripensamento: qualcuno tira il freno d’emergenza. Riunione, discussione, altra meta. Buttiamoci dalle Alpi svizzere. Ed allora scorribanda per l’Europa, con una stupenda battaglia a suon di frustini di betulla con degli hooligan tedeschi. Ma gli Svizzeri hanno leggi contro il suicidio di massa. Qualche morituro si innamora delle Alpi, ed abbandona il pullman, ribattezzato “Saetta della Morte”, per passare gli ultimi anni nei cantoni tedeschi. Al colonnello viene allora l’idea di un nuovo punto fondante per la morte: il Cabo Sao Vicente in Portogallo. Nuove scorribande, avventure e schermaglie varie tra l’Alsazia e l’Algarve (e qui, Arto rende in modo magistrale lo scontro tra la mentalità finnica ed il resto dell’Europa). Ma arrivati alla “Finis Terrae” (anche se quella sarebbe al Nord del Portogallo, ma va bene uguale), dopo tanto tempo passato insieme e solidali, i trenta morituri decidono che hanno tanta voglia di vivere, ed abbandono l’incantevole progetto. C’è chi si sposa (come Hermanni e la segretaria), chi apre nuove strade alle sue attività, chi fa finta di suicidarsi per sfuggire alla giustizia (il buon Uula, che decide di rimanere in Portogallo, tanto il sami ed il lusitano hanno affinità sorprendenti, come cito sotto). E non manca in tutto ciò il contraltare dell’ironia verso i poliziotti, che per tutto il romanzo inseguono sempre in ritardo la Saetta della Morte, fino a perderne le tracce. Ed il questore ci rimane tanto male che muore d’infarto. Bravo Arto, che colpo magistrale. L’altro campionario, sarebbe quello geografico, che farebbe la gioia di noi viaggiatori vedere il percorso che effettua tra la Scandinavia e la Lusitania, la nostra Saetta. Un ottimo libro, allora. Che come una vodka finlandese prende sapore a poco a poco. Certo, tutti quei nomi fanno perdere il lume della ragione (e della regione). E qualche accenno di artrite lo denuncia i 25 anni dalla scrittura. Però credo che insisterò con altri nordici, prima o poi.
“Il viaggio più folle della mia vita… Perché siamo ancora vivi o perché non siamo ancora riusciti a morire?” (231)
“La pronuncia del portoghese e del sami presenta affinità sorprendenti. Il portoghese deriva dal tardo latino, e il sami dal bramito delle renne.” (249)
“Quello che è imperdonabile è credersi vivi quando invece si è morti da un pezzo.” (259)
Milan Kundera “Il libro del riso e dell’oblio” Adelphi euro 10 (in realtà, scontato a 7,50 euro)
[A: 04/01/2014– I: 12/03/2014 – T: 15/03/2014] - &&
[tit. or.: Kniha smíchu a zapomnění; ling. or.: ceco; pagine: 273; anno 1976]
Quanti anni erano che non prendevo in mano un libro dell’esule famoso? Tra una cosa e l’altra, dopo “L’insostenibile” (letto per arboriana memoria e mediamente gradito), avevo negli anni Ottanta e Novanta provato a leggerne. Ricordo di averne iniziati almeno due, e di uno (“Il valzer degli addii”) ricordo anche di essermene stufato dopo poche decine di pagine. Ora, col senno della maturità e con la volontà di recupero, spinto anche da altre letture omologhe e marginali, ho preso, letto, e mal digerito questo quasi quarantenne libro. Non dico romanzo, che Kundera scrive affastellando parole, qui come spesso altrove. Ci sono pensieri, trame che tracciano solchi di racconti, unioni e disgiunzioni. Quasi a suggellare quello che in quarta di copertina ci si ostinano a chiamare “variazioni”, per riprendere uno dei tanti fili del narrare. Quel bel pezzo del rapporto con il padre ormai malato e quasi incapace di parlare, e la sua ostinazione di studio sulle variazioni di un pezzo di Beethoven. E non dico che, probabilmente, inserito nel suo contesto storico, il testo non abbia una sua valenza. Come non calarsi nello spirito del ’76, e pensare ai cechi (o meglio, ai Boemi), al loro modo di vivere in una terra occupata, alle ribellioni ed agli ostracismi. Ricordo che fu l’anno di uno dei più tristi fine d’anno da me passati, proprio in quel di Praga, a casa dell’allora amico lettore di italiano, con i miei sodali dell’epoca e con la mia allora fidanzata. Ricordi di un paese bello, ma di tristezza immensa, con un’unica girandola luminosa a segnalare il nuovo anno. E con un dolce fatto di latte cagliato, zucchero e qualche fragola in pezzi. Ecco se mi calo nel mio io d’allora, capisco meglio e bene lo scritto di Milan, la sua rabbia verso il russo oppressore, la rovina del paese, la storia della ragazza che, per aiutarlo, verrà bandita anche lei. Ed anche il muoversi per il paese seguiti da macchine della polizia segreta. Nascondere lettere compromettenti. Cercare lettere d’amore perdute. Ma questa comprensione non riscatta il testo generale. Perché un testo che suoni le mie corde, deve anche rimanere vivo al di là degli anni che passano. E questo non sopravvive, in me, allo scorrere del tempo. Non mi dà nessuna sensazione la lunga digressione sulle vicende di Tamina, del suo amore perduto, dell’isola dei bambini, ed altre metafore che probabilmente non colgo. Non mi coinvolge Mirek ed il suo strano ex-rapporto con Zedna la brutta. Poco mi sembra cogliere nelle vicende del riso legato alla possibile rappresentazione dei “Rinoceronti” di Ionesco (e ricordo ai deboli di memoria, che Ionesco insieme a Borges è stato una delle punte del mio amore giovanile verso la scrittura, che ancora persiste immutato verso di loro). E tutta quella digressione sul rammarico (che questa dovrebbe essere la traduzione di “litost”), con il rapporto tra lo studente e la bella (ma campagnola) Krystina, con lo spaesamento tra la vita in campagna e quella in città, con gli scrittori, le loro idee sulla poesia e sulla vita. Una parte di una pallosità unica, con qualche sprazzo laddove si tenta dell’ironia. Ma subito annegato nel rammarico generale di un qualcosa di incompiuto. Salviamo soltanto quell’accenno all’oblio. Sì, il fatto che qualcuno ha scritto di un tempo altro, che ha ricordato Gottwald e le epurazioni, l’agosto del ’68 ed i carri armati russi, i tristi anni settanta, questo ha un suo senso. Quello di non lasciar cadere quei tempi nell’oblio. Mentre leggo le parole di Kundera rivolte a quegli anni, tornano come bolle le memorie di quei tempi. Non erano nel mio oblio personale, che ora riesco a ripercorrerle in tutti e dieci quegli anni giovanili. Ma forse nell’oblio collettivo sì. Ed allora, senza nessun ricordo del riso, e con la consapevolezza che l’io di allora è sempre l’io mio attuale (con qualche ruga in più e qualche slancio in meno), lasciamo che la memoria ripercorra i tempi e ce li restituisca. Sperando in lettura coeve ma più coinvolgenti.
“Stava con una donna brutta perché non aveva abbastanza coraggio per andare con quelle belle.” (25)
“Il romanzo è frutto dell’umana illusione di poter comprendere il prossimo.” (115)
“Quel che attirò Tamina furono le sue domande. Non per il loro contenuto, ma per il semplice fatto che egli le ponesse. Mio Dio, era talmente tanto tempo che nessuno le domandava niente! … Solo suo marito le faceva incessantemente delle domande, perché l’amore è un continuo interrogare.” (198)
Knut Hamsun “Fame” Adelphi euro 10 (in realtà, scontato a 7,50 euro)
[A: 04/01/2014– I: 18/03/2014 – T: 21/03/2014] - &&&& 
[tit. or.: Sult; ling. or.: norvegese; pagine: 186; anno 1890]
Il recupero di un classico: come scrittore e come scritto. Un libro che per molto tempo è stato nelle mie liste mentali di acquisto, ma che non trovava spazio per più urgenti e presenti letture. Sotto la spenta del mai troppo lodato Curarsi di Otto e Ale, ho deciso di prenderlo, e di leggerlo. È un libro datato, ovvio, visto che, come leggete sopra, è stato scritto quasi 125 anni fa. Ha pur tuttavia una forza espressiva, descrittiva e narrativa non indifferente. Intanto pensiamo allo strano autore, che lo buttò giù di getto a 30 anni. Knut era uomo dai mille mestieri e dai diecimila vagabondaggi. A vent’anni aveva già varcato l’oceano per una lunga permanenza in America. In questo libro riversa molta del suo vissuto giovanile, esaltato dalla scrittura ma intrinsecamente povero, sempre alla ricerca del modo di sbarcare il lunario. Altro dato interessante è la stessa scrittura: prima di Joyce e molto prima di Proust, una sorgente quasi di “flusso di coscienza” che riempie le pagine delle idee, delle azioni soggettive, dei pensieri di questo giovane norvegese, girovagante per le strade e per le case di Christiania (questo il nome di Oslo fino al Novecento inoltrato) in cerca di qualcosa da mangiare e nell’intento di scrivere qualsiasi cosa che possa essere vendibile e sollevarlo dall’indigenza. Il romanzo è tutto lì, concentrato in un ristretto spazio temporale, e scandito da quattro lunghi capitoli, all’interno dei quali il nostro percorre un’altalena, spesso analoga come andamento, ma diversa (ed angosciosa) in ogni passo. Ogni capitolo comincia con questa grande fame, tanto che il libro è grondante di fame dalla prima alla penultima riga (poi vi dirò perché non ultima). E lui gira, pensa, si industria nella scrittura, impegna abiti, cerca conoscenti cui magari ha prestato denaro a sua volta (e non li trova mai), si rivolta contro il Dio che come a Giobbe gli da tante prove da sopportare. Ed ogni volta la discesa verso l’indigenza pura è sempre più forte e sempre con meno speranza di risalita. Tanto che si industria a succhiare pezzi di legno prima, ed anche sassolini poi per placare la fame. Ed intanto, come detto, scrive. E nei primi due capitoli, inaspettatamente, alla fine riesce a vendere un articolo, un brano, qualcosa ad un giornale, che gli viene pagato. E con le cinque corone riesce ad andare avanti un altro po’. Il suo è comunque un girovagare folle, allucinato, fa cose strampalate. Segue una signorina inventandosi storie e storielle. Ed ovviamente quella, pagine dopo, si ricorderà e sembra che si possa innamorare del folle giovane. C’è una timida scena di quasi sesso, che si ferma molto al di qua (si adombra forse la visione di un seno). Ma il giovane, cui la carenza di zuccheri da cibo fa sproloquiare, non può che allontanarsi dalla giovane. Oltre al cibo, costante è anche la ricerca di un riparo per la notte. Quando ha qualche spicciolo riesce ad affittare, anche se per poco, stanze o ripari vari. Al verde, cerca di farsi ospitare. Una notte la passa anche in prigione (con la scusa che ha perso le chiavi di casa). Insomma, inventa di tutto. Ma sempre al di qua della legge. Non ruba mai, anzi quando si trova inaspettatamente dei soldi, li scialacqua subito. Vuoi per concedersi una suntuosa bistecca (ma non avendo mangiato per giorni, il cibo improvviso non potrà che farlo vomitare). Vuoi per dare elemosine, come se fosse un signore. Vuoi per pagare più del dovuto la sua affittacamere, che lo aveva trattato sgarbatamente. E lui, altero, le dà tutti i soldi ricevuti in regalo dalla signorina di cui prima, per poi andarsene via, senza un soldo, senza una casa, senza un cibo sotto i denti. Quando ha due panini, ne regala uno ad un ragazzo che piange. Ma la girandola dei capitoli si fa sempre più difficile, sempre più difficile trovare anche una corona. Che la sua vena di scrittura, l’unica a sorreggerlo, sembra si inaridisca. Per poi terminare (ecco l’ultima riga che non gronda di fame ma di speranze), come nella sua vita di cui scrissi sopra, per imbarcarsi su di una nave, senza un soldo in tasca e senza una meta in testa. Due sono infine i motivi per cui alla fine non riesco a dargli che 4 libricini su 6. Il primo è legato al testo, che alla fine forse diventa appunto ripetitivo con questa ciclicità di alti e bassi. E con l’incapacità del giovane di spezzare il cerchio che lo avvolge. Il secondo è invece di contesto, che poi (ma dovrò approfondirlo) nella sua lunga vita, anche se nel ’20 riceve il Nobel per la letteratura, lo strambo Hamsun si lega al partito nazista, tanto da subire un processo nel ’48 per queste sue simpatie. La materia è controversa, e non c’è spazio (né conoscenza mia) per andare oltre. Ma nella mia testa è un punto nero che non si cancella. Tuttavia devo riconoscere che quando descrive la sua fame, mi fa venire una stretta allo stomaco. D’angoscia.
“Così ero fatto, all’occorrenza pagavo fino all’ultimo centesimo.” (181)
Amos Oz “Non dire notte” Feltrinelli euro 8 (in realtà, scontato a 6,80 euro)
[A: 04/10/2013 – I: 31/03/2014 – T: 02/04/2014] - &&&&&
[tit. or.: Al Taghidi Layla; ling. or.: ebraico; pagine: 200; anno 1994]
Un bellissimo libro, triste dalla prima all’ultima pagina. Ecco, se volete un libro triste, credo che questo sia da mettere tra i cinque di testa. Eppur tuttavia, non è un libro triste nel senso che spiace alla lettura, che, appunto, intristendo, ci faccia allontanare. È triste come triste a volte può essere la vita. Ma come la vita è pieno di tanti momenti, di tante sfaccettature. Inoltre Oz, che continuo a sostenere meriti il Nobel, ce lo racconta alternandosi nelle vesti dei due protagonisti della storia: il maturo Theo (non vecchio, ma vissuto, ed estrapolerei dal contesto sia un sessantenne o poco più) e la sua compagna Noa (di una quindicina d’anni più giovane). Il racconto, attraversando alcuni mesi della loro storia, ne ripercorre la genesi, e ne riporta le attuali condizioni, consentendo, nelle due prospettive, di verificare ancora una volta quanto ben espresso nel libro di Barnes (“Il senso di una fine”). La difficoltà di conoscere l’altro, e la diversità di peso che ad una stessa vicenda danno i diversi attori della stessa. Anche qui, come in molti altri libri di Oz, la storia è poca, forse esile, forse solo pretesto. Theo e Noa vivono da qualche anno (sei? sette?) nell’insediamento di Tel Kedar, non lontano da Tel Aviv. La loro è una relazione che si presenta stanca, con tanti momenti di tensione. Theo è disilluso, quasi pauroso della vita, dopo aver dato tanto e passato tanto fino a pochi anni prima. Con quel misto di saggezza e di paura continua a vivere il suo rapporto con Noa. Non bella, forse, ma piena di slanci, che a volte si appoggia troppo a Theo, a volte, per ripicca, se ne allontana per una pretesa di indipendenza. Vediamo quotidianamente, da una parte e dall’altra, tutti i possibili errori che si possono commettere in un rapporto. Theo che ha paura di imporre la sua età come metro di giudizio, la sua esperienza come fonte di saggezza. Noa che ha paura di chiedere aiuto quando ne ha bisogno, e che lo rifiuta quando si avvicina non richiesto. Eppure la loro storia, che ci viene raccontata attraverso i capitoli trasversali, è una storia dell’incontro di due persone destinate ad innamorarsi. Theo, urbanista (e i disegnatori di luoghi sono capitali per Israele ed i suoi insediamenti che, metro dopo metro, conquistano tutti i territori, anche il deserto), di successo, riconosciuto, ma non politicamente sorretto, a seguito di cambi governativi, viene allontanato. E chiede di andare a lavorare in America Latina, dove, scordandosi della patria natia, continua ad avere riconoscimenti, anche se non tangibili, ma di stima, per tutte le situazioni che continua a proporre e realizzare. Ed impara l’andamento lento del popolo latino. E la capacità di ascoltare. Accumulando anche una fortuna, che Israele continua a pagarlo. In un passaggio all’ambasciata israeliana in Venezuela, conosce Noa. Che capita lì dopo tanti rovesci in patria: madre che fugge da giovane e va a vivere in Nuova Zelanda, padre maniaco di cartoline, che si ammala, costretto su di una sedia a rotelle, zia che si prende cura di lei bambina e del padre, ma che è matta come un cavallo. E ad un certo punto, Noa deve prendere in mano le redini della vita familiare, sacrificando se stessa per la famiglia. Muore la zia, muore anche il padre, che tanto bene non stava neanche lui, visto che lascia tutto all’unico parente maschio (un nipote) e niente alla figlia. Noa, delusa e sola, decide di accettare un periodo all’estero, lei insegnante ed amante della letteratura. Ed appunto conosce Theo, di quindici anni più grande. Nasce il grande amore. Theo continua a girare ed a progettare per il Sud America, incontrandosi di tanto in tanto con Noa. Ma sempre più vicini e coinvolti. Ci sono immagini d’amore dolcissime (lui che cura lei ammalata). Noa decide di tornare in patria, chiede a Theo di seguirla. Lo fanno, e si trasferiscono appunto a Tel Kedar. Dove Theo praticamente fa una vita da pensionato, distaccato, tra caffè, scacchi, radio, musica classica, e ricordi. Noa insegna, e viene coinvolta emotivamente dalla morte, forse per droga, di un suo alunno. Il padre vorrebbe istituire un centro di cura per drogati e chiede a Noa, come insegnante cui il figlio voleva bene (ma lei non se n’era mai accorta) di farsi promotrice. Questo avvenimento segna il leit motiv della storia attuale, delle dispute tra detto e non detto di Theo e Noa. Con la presentazione, al contorno, di tutta la fauna di Tel Kedar: la donna sindaco (in gioventù amica di Theo, ed il cui marito è morto in guerra in un’unità operativa comandata dal padre dell’alunno morto), il cinquantenne farfallone (che cerca di scopare, o lo fa, tutte le belle donne del villaggio, facendo una corte stonata anche a Noa, per poi mettersi con la timida Linda), Ludimir (il pensionato contestatore pronto a tutte le cause delle minoranze), Natalia (giovane immigrata russa, lavorante alle pulizie per Theo, e di cui lui si prende cura, trovando nuova vitalità con i di lei parenti e facendo loro trovare un lavoro). Tra un ricordo e l’altro, tra un tentativo di mettere in piedi il centro, con tutti contro, l’acquisto di una casa per lo stesso con i soldi di Theo, il tirarsi indietro del padre, e tanti altri micro avvenimenti, si procede per i mesi della primavera e dell’estate nel villaggio. Ma la potenza di Oz è rappresentarci i continui attriti tra Theo e Noa, ed i momenti, dolcissimi, intensi, dove fanno l’amore, dove si accudiscono, dove siedono vicini sul divino a sentire musica. E tanti altri che vi lascerò scoprire, come vi lascerò il non detto se succede qualcosa o meno per il centro, per la città, per loro due. La bellezza e la tristezza del libro, sono in questa descrizione dell’invecchiamento dell’amore (non tanto delle persone). E questo suo persistere, resistere, risbocciare quando lo avevamo dato per perso. Sarebbe tutto bello se fosse sempre come quando incontriamo il giovane irlandese che per amore di una Daphne gira tutti i kibbutz d’Israele, perché sa che lei lavora in uno, ma non sa come si chiama, ma sa che la ama. Oz capisce (e ci fa capire) che la vita non sono solo questi momenti. Ma sono il dolore al ginocchio, l’indecisione se comperare o no un abito colorato, il bisogno di avere un conforto, la rabbia di averlo ma in modo diverso da come lo si voleva (d’altra parte, Theo usa i suoi modi, ed il suo bello è la capacità di immutarsi nel tempo, a volte anche facendomi arrabbiare come un cane randagio). Oz poi usa il nome Kedar, che è quello di uno dei più oltranzisti insediamenti israeliani in Cisgiordania, come contrappasso, per esaltare (anche se mai in modo diretto) la necessità di una tolleranza globale. Come si rispetta l’arabo, che dopo il felafel sta introducendo anche lo shwarma nella ristorazione locale. Come si rispetta il matto, che va tutti i giorni all’Ufficio postale a chiedere quando arriva il profeta Elia. Ed al funerale del matto, imparo una nuova parola: eulogia. Parlare bene di. Frase derivante dal greco che si usa nei funerali ebraici e cristiani dove si fa l’eulogia del morto. Beh, io vorrei (come si fece per mio padre) non che se ne parlasse bene, ma se ne parlasse con rispetto. Come Oz parla dell’amore di Theo e Noa. E come questo amore tante note ha scatenato nelle mie memorie, vicine e lontane. Tanto che sto scrivendo una trama forse troppo lunga. Qui ci si ferma, invitando a leggere Oz, sia questo che altro. Lessi delle critiche che ne parlavano come troppo lento, quasi stancante. Io non lo trovo certo vivace. Ma trovo coinvolgente il suo modo di porre ed affrontare i problemi. E meglio farlo piano, in questo mondo a volte troppo spesso urlante.
E veniamo allora, come ad ogni inizio mese, alle 19 letture d’aprile (mese di molto riposo dopo le fatiche sudafricane). Iniziato con il bellissimo ed imperdibile Oz di cui ho appena parlato, ma poi proseguito in mediocrità, con alcune punte veramente basse: l’inutile giallo italiano di Veltri, il poco convincente penultimo episodio di Patricia Cornwell e il per me poco leggibile Jodorowsky.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Amos Oz
Non dire notte
Feltrinelli
8
4
2
Helen Simonson
Una passione tranquilla
Pickwick
10,90
3
3
Stefan Zweig
Novella degli scacchi
Einaudi
8,50
3
4
Antonio Skármeta
Il postino di Neruda
Einaudi
9,50
3
5
Michael Connelly
La lista
Piemme
13
3
6
Gianluca Veltri
La dimora del santo
Sole 24 ore – Noir
6,90
1
7
AA.VV.
Ferragosto in giallo
Sellerio
14
2
8
Ugo Mazzotta
Il segreto di Pulcinella
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
9
Robert Schneider
Le voci del mondo
Einaudi
10
3
10
Toni Morrison
Amatissima
Pickwick
10,90
3
11
Giorgio Scerbanenco
Dove il sole non sorge mai
Corriere della Sera
6,90
3
12
James M. Cain
Mildred Pierce
Adelphi
12
3
13
Alessandro D’Avenia
Bianca come il latte, rossa come il sangue
Mondadori
13
2
14
Alexander McCall Smith
The Lost Art of Gratitude
Abacus
10
2
15
Arturo Paoli
Cent’anni di fraternità
Chiarelettere
12
3
16
Patricia Cornwell
Letto di ossa
Mondadori
13
1
17
Fabio Bartolomei
Giulia 1300 e altri miracoli
E/O
9,50
3
18
Giorgio Scerbanenco
Europa molto amore
Corriere della Sera
6,90
3
19
Alejandro Jodorowsky
Quando Teresa si arrabbiò con Dio
Feltrinelli
s.p.
1

Quest’anno Avventure ci ha fino ad ora tradito, riuscendo a cancellarmi il terzo viaggio di seguito. Quindi anche il Malawi passa tra le occasioni per ora perdute, ma chissà… Dovremmo aspettare agosto per staccare di più. 

domenica 29 giugno 2014

Misticanza con crauti - 29 giugno 2014

Da un quartetto di autori inglesi, oggi passiamo ad una terzina di lingua tedesca, che come i miei amici ben sanno, è quella a me più ostica delle lingue occidentali. Meno gli autori, soprattutto il ri-emergente Zweig, che dopo anni di oblio sembra tornare sulla cresta dell’onda con quel suo lucido pessimismo sulle sorti del mondo. Qui con due racconti lunghi, entrambi dolorosi, entrambi scritti con una maestria ben lontana dai pressapochismi attuali. Ma tutti i libri di oggi sono sopra media. Anche il bel libro sui suoni e le incomprensioni. Anche, e come spesso accade, nel libro che apre ogni volta le ferite del nazismo tedesco (e da quel bel film che ne fu tratto).
Stefan Zweig “Viaggio nel passato” Ibis euro 8 (in realtà, scontato 6,15 euro)
[A: 06/12/2013 – I: 30/12/2013 – T: 31/12/2013] - &&&&
[tit. or.: Widerstand der Wirklichkeit/Reise in die Vergangenheit; ling. or.: tedesco; pagine: 84; anno 1929/1975]
Due titoli e due date per un romanzo breve dove la storia dei titoli è quasi più lunga del romanzo stesso. In vita, nel 1929, Zweig ne pubblicò una versione sintetica, con il titolo “Widerstand der Wirklichkeit” (Resistenza della realtà). Poi nelle sue carte fu ritrovato l’originale, con il titolo cassato a penna, e qui riproposto, di “Reise in die Vergangenheit” (Viaggio nel passato). E solo negli anni Ottanta, alla pubblicazione delle opere complete dell’autore austriaco il romanzo ha visto la luce per intero. Come molte delle cose di Zweig, è fulminante nel cogliere l’essenza del problema. Purtroppo, sempre per la sua grande capacità, è anche pervaso di quel grande senso di pessimismo che accompagnò l’autore per tutta la sua vita. Non che non ne avesse ben donde, ovvio. Ha visto disgregarsi il mondo austro-ungarico in seguito alle follie della prima guerra mondiale (e cosa di meglio che leggerne ora ad esattamente 100 anni!). Ha visto crescere, episodio dopo episodio, un mondo in cui non si riconosceva, un mondo ariano dove non solo in quanto ebreo, in quanto raziocinante, si trovava a disagio. Tanto da fuggirne. Tanto da dolersene e togliersi la vita. Qui, in questo romanzo, in forma di apologo, cerca  di dare alcuni elementi di questa crisi (e ben ci riesce). Seguiamo così le vicende di questo ragazzo, onesto lavoratore, che si costruisce il proprio mondo con le capacità e la volontà. Viene da famiglia poco agiata, ma la bravura nel trattamento degli affari, lo fanno emergere. Fino a che un potente professore industriale lo prende a ben volere, e decide di farne il proprio alter ego. Tanto da accoglierlo in casa, in qualità di segretario particolare. Con piglio sicuro ed in poche frasi, Zweig ci fa notare le difficoltà di quest’uomo onesto ma povero a rapportarsi nel mondo agiato dell’alta borghesia. Fortunatamente, trova un’alleata nella moglie del magnate. Che fa di tutto, e con successo, per farlo sentire a proprio agio. Il punto di svolto l’abbiamo nel 1912, alla scoperta di una ricca miniera in Messico. Dove verrà inviato Ludwig per sfruttare al meglio la miniera e fare la sua luminosa carriera. Peccato che in quel mentre scopra di essere innamorato (ricambiato) dalla moglie del suo luminare, anche se di dieci anni più anziana. Ma troppo sarebbe il peccato, per cui anche se dolenti, i due “non consumano”. Ed anche da lontano tuttavia, continuano a comunicare, a scrivere. Ludwig passa due anni d’inferno. Quando sta per chiudere la miniera e tornare, ecco il disastro: scoppia la guerra, e non si può varcare l’Oceano. Ludwig è costretto in Messico. E le notizie da casa sono sempre più rarefatte, sino a cessare. Il nostro allora decide di farsi una vita colà. Si sposa. Ha dei figli. La miniera prospera, e lui diventa l’agiato benestante cui aspirava diventare. Per lavoro solo dopo nove anni dalla partenza torna in Germania. E, inopinatamente, decide di incontrarla di nuovo, lei ormai vedova. Alla vista la passione rinasce immutata. Vorrebbe tornare indietro. Vuole passare una notte con lei (ah, potenza della carne). Prima del ritorno in Messico, fanno una fuga, lei obtorto collo, che si rende conto dei mutati contorni della vita. Lui no, accecato dal desiderio della carne. Ma in quella squallida pensione di Heidelberg non potranno consumare, ritrovandosi “come due spettri che cercano il passato”. E su queste dolenti note, il romanzo termina. Immaginiamo, più che sappiamo, il ritorno di lei mesta a Berlino, e quello di lui, in Messico, verso la sua vita e la sua famiglia. Ma non si toglieranno più quella patina di tristezza. Per quello che poteva essere e non è stato. E che tuttavia, tra me ragiono, su chi sia la colpa maggiore. Ne ha chi non ha lottato? Se Ludwig fosse rimasto saldo nel suo amore, avrebbe forse vinto guerre e disfatte. Se avesse deciso, una volta cambiata vita, di voltar pagina definitivamente, avrebbe evitato altre disfatte, morali ma dolorose quante altre mai. Zweig, nel suo pessimismo, ritiene inevitabile la disfatta. Io, nel mio ottimismo, ritengo si possano smorzare i dolori di una sconfitta. Certo, quel che rimane, sono alcune pagine potenti e mirabili, in cui l’autore ci fa immergere in questo mondo di cento anni antico. Ed ancora ne fa emergere la vivezza. Come se neanche un giorno fosse passato.
“Non appartiene alla natura umana vivere soltanto di ricordi.” (50)
Bernhard Schlink “A voce alta” Garzanti euro 9,90
[A: 04/01/2014– I: 15/03/2014 – T: 18/03/2014] - &&&& e ½  
[tit. or.: Der Vorleser; ling. or.: tedesco; pagine: 180; anno 1995]
Ultimamente, nella mia fornita biblioteca, stanno entrando alcuni libri da cui sono stati tratti film (più o meno) famosi. Ho sempre pensato che queste due forme espressive siano disgiunte, e da giudicare nella loro specificità. Ciò nonostante, quando capitano punti di intersezione è anche interessante annotare come, queste due espressioni, muovano diverse sensazioni, a fronte di una materia omologa. Tutto questo panegirico per introdurre il bel libro di Schlink, e ricordarne l’interessante film che ne fu tratto nel 2008, dal titolo “The reader” con Ralph Fiennes e Kate Winslet. E se nel film esce fuori prepotentemente la figura di Winslet – Hanna, tanto che prenderà l’Oscar, il libro tutto in diversa soggettiva, ne fa si uscire la problematica, ma anche i problemi generali dei tedeschi verso l’Olocausto. Comunque cominciamo con la solita tirata d’orecchi agli editor italiani che l’hanno ribattezzato “A voce alta”, dopo che in tutto il mondo il libro è intitolato come nell’originale tedesco, “Il lettore”. Perché si legge a voce alta? Ma non è la voce, il punto. È proprio l’azione di leggere. Venendo al libro, ha una sua struttura tripartita molto ben scandita. La prima parte è l’innamoramento e poi la storia d’amore tra Michael e Hanna. Lui sedici anni, lei qualche cosa in più di trenta. Lui va scuola, si sente male, lei lo aiuta. Comincia così prima una frequentazione. Poi sempre qualcosa in più. Fino ad una bella storia d’amore. Certo, è soprattutto Michael che è preso da Hanna. Ma è ben descritto il loro prendersi e litigare (meglio che nel film). Il tempo passa, Michael cresce, ed Hanna d un certo punto sparisce. Prima però, c’è tutto il tempo che il nostro ragazzo passerà a leggere libri ad alta voce alla sua bella. Stacco sulla seconda parte. Il ragazzo cresce, fa legge all’Università. E per un seminario partecipa da uditore ad un processo. Che coinvolge Hanna ed altre donne accusate di essere aguzzine di un lager durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui esce fuori la capacità giuridica dell’autore, anche lui avvocato, che ci fa partecipi del processo. Ma tutto dalla prospettiva di Michael che si interroga: perché Hanna fece quello che fece nel lager? Perché non si difende dalle accuse, molto labili, che le vengono mosse? Durante un insight sulla sua vicenda, il nostro capisce: Hanna non sa leggere. E questa “vergogna” è più forte della volontà di essere assolta. Michael, pur nolente, capisce e rispetta questa espiazione. Ed Hanna viene condannata all’ergastolo. Nella terza parte, vediamo il nostro cresciuto, poi sposato, divorziato, sempre problematico con le donne. Al fine l’unico legame che gli resta è proprio con Hanna. E comincia ad inviarle cassette con le sue letture. Fino alla grazia che dopo 18 anni riceve l’ergastolana. Michael finalmente la va a trovare. Scambi di sguardi. Possibilità di amicizia in tarda età. Ma Hanna rimane legata alla sua storia, e prima di uscire dalla prigione, si impicca. Prima di lasciarci Michael esaudisce l’ultimo desiderio della sua vecchia amante, devolvendo i denari di lei per un’associazione che si occupa di analfabeti. La seconda parte della storia, devo dire che è meglio resa nel film, dove lo scandire delle immagini, e delle letture di Michael, viene meglio in video che in scrittura. Quindi dire che tra libro e film c’è un sostanziale pareggio. Quello che esce più forte nel libro è forse la domanda (o le domande) sull’Olocausto. Quanti cittadini “normali” hanno fatto cose “anormali” in quegli anni? Esce forte quella banalità del male di cui parlava la Arendt nel suo bellissimo libro sul processo ad Eichmann (ma perché viene citato il poeta Auden dal nostro scrittore? C’è forse qualche poesia che mi sfugge?). E ci tormenta fino in fondo la domanda su quanto la vergogna di non saper leggere sia prevalente sul bisogno di espiazione di Hanna. Dov’è nasce il confine tra i due? Merito di Schlink di porre queste domande, e di porle dall’interno della Germania. Un ottimo libro, che narrando altro ci pone queste domande e ci riporta sempre lì, al conflitto tra obbedienza e follia. Consiglio a tutti la lettura (anche e soprattutto chi non ha visto il film).
“Quand’ero ragazzo, io mi sentivo sempre o troppo sicuro o troppo insicuro. O mi vedevo totalmente incapace, insignificante e indegno, o pensavo che sarei riuscito in tutto e che tutto dovesse riuscirmi. Se mi sentivo sicuro potevo superare le più grandi difficoltà. Ma il minimo insuccesso bastava per convincermi della mia indegnità.” (57)
“Siccome la verità di ciò che si dice, è ciò che si fa, si può anche fare a meno di dire.” (143)
Stefan Zweig “Novella degli scacchi” Einaudi euro 8,50 (in realtà, scontato 6,38 euro)
[A: 01/02/2014 – I: 03/04/2014 – T: 04/04/2014] - &&&&
[tit. or.: Schachnovelle; ling. or.: tedesco; pagine: 79; anno 1942]
Come riempire un mondo in meno di 80 pagine! Continuo nel tempo la riscoperta di Zweig. Con questo che viene considerato uno dei migliori romanzi brevi. Che io trovo bello, ma ho letto cose di Zweig che mi hanno fatto lievitare di più. Certo, l’indubbia capacità dello scrittore austriaco riesce a costruire un meccanismo ad orologeria impeccabile. C’è una storia, una storia dentro una storia, una seconda che sembra convergere con la prima, ma che, autonomamente, darà il tocco ed il senso a tutto l’insieme. Viaggio per nave da New York a Buenos Aires, il narratore (di cui non sappiamo i motivi del viaggio) in partenza viene attratto da una strana figura che si aggira per la nave. Scopre che è il campione del mondo di scacchi. Vuole avvicinarlo incuriosito dalla sua storia personale. E trova il modo di scardinare le resistenze di Mirko, coinvolgendo un magnate americano che imbandisce un incontro di scacchi a pagamento. I nostri non possono che perdere, se non che, ad un certo punto, uno strano signore, che poi sapremmo austriaco, molto dimesso, dà loro una mano per portare la partita ad una patta. Mirko allora sfida l’austriaco. Il quale prima dell’incontro racconta al narratore la sua storia. Poi l’incontro, le difficoltà del campione, l’esaltazione del dilettante, la vittoria di questi. Dovrebbero fermarsi, ma Mirko chiede la rivincita, l’austriaco si concede, e comincia una seconda partita del tutto diversa, dove il campione ora pensa, ed il dilettante sembra entrare in trance agonistica, o in altri modi esaltati. Fino a che il nostro sbaglia mosse, ed è il narratore che lo riporta alla realtà, e lontano, per sempre, dalla scacchiera. Ma se questa è la storia, privata dei due contesti, sono le due storie che danno il senso alla vicenda. Prima veniamo a conoscenza di Mirko. Contadino boemo, praticamente analfabeta, impara gli scacchi dal curato del paese, e come lo stolto sapiente comincia a giocare sempre meglio. Ed a vincere sempre. Rimane però inculturato, non riesce a vedere gli scacchi se non con la scacchiera davanti. Ha bisogno del contatto con gli oggetti per poterli usare. E poiché, pur valente, sempre dalla povertà viene, fa sì la scala del potere scacchistico, ma poi gioca ovunque qualcuno gli offra dei soldi per farlo. Diventa, consapevolmente, un professionista del gioco. Magistrale, ma in un certo qual modo, meccanico esecutore di una strategia di gioco. Dall’altro lato, invece, più complessa è la storia dell’austriaco. Ricordo che la narrazione si svolge nei primi anni ’40. L’austriaco è un avvocato di uno studio legale che da sempre cura gli interessi della casa reale e del clero. In maniera discreta ed occulta. Sempre più nascosta poi, da quando Hitler prende il potere in Germania, ed apertamente fuorilegge dopo l’annessione dell’Austria alla Germania nel 1938. Lo studio legale del nostro viene incarcerato, ma non in un lager, bensì nel famigerato Hotel Metropol, che si doveva loro estorcere i segreti dei beni da loro governati. Il nostro viene relegato in una stanza di nullo arredo, dove aspetta che, di tanto in tanto, lo si interroghi (si rivive quasi una riedizione del processo di Kafka). Prima di impazzire, il nostro trova un manuale con 150 partite di scacchi, descritte in notazione algebrica (è un modo di individuare i pezzi e la loro posizione sulla scacchiera). Comincia a studiare di nascosto, impara a memoria le partite, se le rigioca in testa, non avendo scacchi né scacchiere. Questo lo corazza contro le angherie degli interrogatori. Poi esaurisce tutto il libro, e comincia ad inventarsi partite. Qui scatta il meccanismo che lo porterà quasi alla follia. Non potendo giocare con altri, scinde quasi il suo essere in un Io bianco ed un Io nero che, schizofrenicamente, fanno le parti dei due avversari. Una parte di sé lotta contro l’altra. Questo non potrà che portarlo ad andare fuori di testa. Ricoverato all’ospedale, il medico lo riconosce, e lo aiuta ad ottenere il permesso d’espatrio. Ora trovandosi lì sulla nave, nella partita di Mirko contro il magnate riconosce una delle 150 partite del libro (un classico per gli scacchisti, la partita Alekhine – Bogoljubov del 1922 con la presenza successiva di tre regine da parte di Alekhine). Ma quando comincia la sua partita con Mirko, riprende latente la febbre che lo aveva portato fuori di testa. E se nella prima partita si controlla e vince, nella seconda Mirko, accorgendosi della progressiva perdita di lucidità dell’austriaco, rallenta coscientemente il gioco. Il nostro avvocato allora, parte per la sua tangente, giocando altre partite nella sua testa, ed appunto non può che sbagliare perché, tornato alla realtà non riconosce la scacchiera reale. Perché è diversa da quella che aveva in testa. E non può che sbagliare. Fermarsi. E consentire al narratore di portarlo fuori scena. Come direbbe Neruda, è tutta una metafora. La partita a scacchi, che sempre è una metafora del combattimento. L’intelligenza che si deve avere per poter padroneggiare lo sviluppo dell’azione dei pezzi. Poi c’è lo stolto sapiente, che sa d’istinto dove muovere, ma deve vederlo. È concreto, rozzo ed essenziale. Ha un’intelligenza forte, ma settoriale. E Zweig non concepisce (e noi con lui) un’intelligenza che non sia ad ampio spettro. Dall’altra parte l’intellettuale, che, per l’appunto, colto e pieno di tante nozioni, parte verso una sua immagine della storia (della vita, della scacchiera), e non si accorge di cosa succede nella realtà. Anche perché apprende gli scacchi (la vita) da solo, senza relazionarsi con l’esterno. E Zweig che era stato un intellettuale a tutto tondo, grande letterato e grande viaggiatore, non può che sentire i limiti di questo isolamento intellettuale. Il pessimismo di Zweig non potrà quindi che portare l’intellettuale a ritirarsi, a farsi da parte, non avendo mezzi per contrastare la rozza bravura di Mirko. Due mesi dopo la stesura del romanzo, Zweig, austriaco in esilio volontario in Argentina, non trovando sbocco alla sempre crescente avanzata delle forze del male (siamo nel 1942, nel pieno dell’ondata montante del nazismo durante la guerra), si toglie la vita.
“Non è forse facilissimo considerarsi un grand’uomo se non si nutre nemmeno il sospetto che siano esistiti i Rembrandt, i Beethoven, i Dante, i Napoleone?” (12)
Robert Schneider “Le voci del mondo” Einaudi euro 10 (in realtà, scontato 7,50 euro)
[A: 01/02/2014 – I: 10/04/2014 – T: 12/04/2014] - &&&&
[tit. or.: Schlafes Bruder; ling. or.: tedesco; pagine: 181; anno 1992]
Flavio Cuniberto fa una bella e condivisibile post-fazione a questo ormai ventennale libro, e probabilmente anche una buona traduzione (mi fido, che non so il tedesco). Non so se però sia colpa sua o dei soliti, malefici pensatori di marketing librario, quel titolo che, al solito, travisa un po’ il senso originale. Sebbene sia un libro pieno di voci (e ci torneremo), quella parentela con il sonno a ben altro si ispira. Penso (nella mia ignoranza germanofona) ai versi di uno dei capitoli finali (“Vieni, morte, sorella del sonno”) che credo “Tod” sia maschile e quindi ha senso tradurre con “sorella” il “Bruder(à fratello)” originale. Perché, alla fine, con ironia, con tristezza, con rimpianto, è la morte che pervade tutto il libro. Non sempre angosciosa, in alcuni casi liberatoria. Pur tuttavia, ricostruendo le vicende che si svolgono nella cittadina austriaca di Eschberg, lo scrittore Schneider fa una specie di resoconto dei lutti e delle morti. Cominciando dalla fine, dall’ultimo incendio che devasta e finalmente distrugge senza speranza la cittadina ed il suo ultimo abitante. Un Adler, che, come sanno i montanari, in quelle sperdute lande, nell’altro versante delle Alpi, ci si mescolava molto, ed in Eschberg, in pratica, c’erano due famiglie: gli Adler e i Lamparter. Schneider segue le vicende del paesino, dalla nascita alla morte di un genio irrivelato, Johannes Elias Adler. Questa è la parte di tristezza che alla fine non può non lasciarci il libro: Elias era un genio della musica e dei suoni. Per una sua capacità sapeva imitarne di ogni specie. Aveva un orecchio globale (un “terzo orecchio” come diceva il jazzista Berendt), e riproponeva i suoni come erano. Con la voce, imitando tutti gli abitanti del villaggio, ma anche gli animali. Con ultrasuoni, con cui (forse) parlava agli animali stessi. Con l’organo, attraverso la cui musica (quando riuscì a suonarlo) costruiva cattedrali di luci e silenzi, degni e superiori a tutti i maestri (passati, presenti e futuri). Ma come dice l’autore, nessun buon samaritano passò mai di là, e Johannes non fu mai preso e fatto sbocciare. Qualcuno si ricorda delle sue costruzioni armoniose, ma quel che ci rimane è una lapide sulla tomba, con i suoi 22 anni di vita. E con i tormenti che l’hanno costellata. Nascita laboriosa, poi comprensione dei suoni, cambiamento degli occhi dal verde al giallo, ostracismo del paese. Ma capacità, appunto, di sentire tutto. Strano rapporto, fin dal battesimo, con il cugino Peter. Ed il loro intreccio pervade tutto il romanzo. Elias viene ostracizzato per gli strani poteri che ha (occhi, suoni, empatia che non riscuote simpatia, voce strana per un bambino). E solo Peter, sebbene da lontano, gli fa compagnia. Elias a cinque anni, sentendo il battito di un cuore nascente, si innamora perdutamente di Elsabeth. E cercherà per tutta la vita di conquistarla, di dichiararle il suo amore. Ma i montanari son di poche parole, e la musica non riesce a far breccia nei cuori. Peter invece ama quasi omosessualmente (ma solo nella sua fantasia) il cugino. E soprattutto, ha un senso di odio per il paese, per il padre che gli spezza il braccio. Tanto che sarà lui a dar origine al Primo Incendio del paese. Dove Elias salverà la piccola Elsabeth. Dove il padre di Elias ucciderà l’innocente carbonaio (ma solo Elias lo vedrà e non lo perdonerà mai). Dove Elias, ancora, sa che è colpa di Peter, ma non lo tradirà. Come in un racconto di campagna, descrivendo la vita austera dei monti, ed ogni tanto perdendosi (con molta felicità di noi lettori) in qualche rigagnolo laterale, la storia va avanti. Elias per caso diventa organista. Elias si accompagna ad Elsabeth. Elias continua a suonare senza che i rozzi paesani capiscano. Peter lo coinvolge in suoi strani giochi tra l’erotico e l’ironico. Crescono, invecchiano. Elias a 20 anni ne dimostra 40. Ma ha un suo momento di gloria suonando l’organo nella città principale. Questo non gli darà la serenità. Anzi, capirà fino in fondo l’inutilità della sua vita. Avrà una lotta tremenda tra il sé e la religione. Perderà completamente il lume della ragione, ipotizzando che l’amore totale deve essere sempre presente, giorno e notte. E deciderà di andare verso sorella morte uccidendosi attraverso la tortura del non dormire. La vita andrà avanti, Peter diventerà più buono. Elsabeth si sposerà ed avrà tanti figli. Ma non è questo il nucleo della storia. Schneider ci vuole portare verso la comprensione che ci sono (ci possono essere) migliaia di geni che vivono ovunque. Milioni di cose e di persone che meriterebbero attenzione. Ma nulla è bello, nulla è importante, se non lo si svela, se non se ne toglie il manto oscuro, e lo si condivide, tutti. Questo a me rimane, più che la musica ed altro. La necessità, la voglia, il bisogno di aver un rapporto con l’altro. Solo così anche il nostro piccolo apporto alla vita di tutti avrà un senso.
“È meglio conoscere la verità che nutrirsi di illusioni!” (114)
“Quanti uomini eccelsi il mondo avrà perduto solo perché non fu loro concessa una vita più serena, un più giusto equilibrio di pena e felicità.” (167)
Come sapete, continua a ballare la possibilità di viaggiare. Tramontò la Tunisia, ora tramontano anche i parchi americani. Si spera nell’Africa australe, ma non c’è molta gente che mi voglia seguire in queste imprese sotto l’equatore. Peccato. Intanto si rivolgano i pensieri verso chi sta meno bene di noi. Con tutti gli abbracci del caso

domenica 22 giugno 2014

Misticanza all'inglese - 22 giugno 2014

Se la volta scorsa si parlava di vini, ecco invece che oggi parliamo di verdure. Ed in particolare di un mix di insalate, possibilmente accompagnate dall’unica cosa che, nel bere, ci si abbina: l’acqua. Perché gli inglesi, o gli anglofoni, sono sempre un tantino fuori le righe nel bere. Così come ci narra l’australiano in un bel girotondo di ravanelli e sedani che parte da uno schiaffo. O come si torna a leggere dell’inglese Coe, in uno dei meno riusciti (per me) libri. L’impareggiabile Wescott ci porta un’insalata greca con tanta feta. E per finire, un libro di quelli che si doveva leggere in gioventù, ma che fu stranamente saltato. Ora, pur un poco datato, è comunque un punto interessante del vasto panorama letterario.
Christos Tsiolkas “Lo schiaffo” Beat s.p. (regalo collettivo Almaviva)
[A: 07/05/2013– I: 26/01/2014 – T: 30/01/2014] - &&&
[tit. or.: The Slap; ling. or.: inglese; pagine: 535; anno 2008]
L’avrei collocato vicino a Markaris, quando ne lessi il titolo e vedendolo uscire per i tipi della Beat, una casa editrice associata di tascabili, che, in genere, pubblica molti romanzi di genere. Poi lo prendo in mano (dopo un po’ di mesi è vero) e scopro che l’autore è australiano, seppur d’origine greca. E che il plot maggiore del poderoso volume, è proprio ambientato nella comunità greca emigrata in Australia, ed in quel melting pot che ne risulta. Forse risulta strano per chi ne legge. Me se siete stati a Melbourne (e spero che ci potrà ci andrà) potrete capire meglio sia la mescolanza delle comunità (qui si parla di greci, indiani e arabi, ma io ricordo anche gli italiani, a passeggio lungo lo Yarra River) sia i difficili rapporti tra emigrati e locali (quando poi ci si rende conto che per locali, si intendono solo emigrati di terza generazione, che di aborigeni pochi ne rimangono). L’autore (non a caso sceneggiatore, che si sente una mano teatrale nel muovere l’articolata vicenda) con un’inusuale tecnica, riesce a farci fare un giro, lungo e articolato, in queste comunità. Scoprendone vizi (tanti) e virtù (mica tante), problemi di rapporti, odi, ma anche rispetto (in alcuni casi) ed altre qualità di un mondo giovane (che così si sentono i nativi). Riprendendo l’idea di base di Rashomon, ma facendola evolvere e mischiandola con Schnitzler, Tsiolkas non ci presenta la stessa scena vista dagli occhi dei vari protagonisti. Ma ci racconta una storia, che si spande per diversi mesi, utilizzando 8 personaggi in soggettiva. Che narrano una parte delle vicende, ma che, ovviamente, tornano anche su avvenimenti precedenti, dandocene la loro interpretazione. I personaggi principali di questa sarabanda sono appunto Hector (il greco) con la moglie Aisha (indiana), le due amiche di Aisha, Anouk (single) e Rosie (sposata con Gary, alcolista perso), e poi Harry (il cugino di Hector), Manolis (il padre di Hector) ed infine Connie (la studentessa che lavora con Aisha nello studio di veterinaria) e Richie (il più grande amico di Connie, e gay). Nella storia quindi si intrecciano relazioni e dipendenze. I greci sono dei gran puttanieri, ma Hector dice fin da subito che sesso è una cosa e amore è un’altra; è “onesto” nei suoi sbandamenti. Come invece non è onesto Harry che mantiene un’amante visto lo scarso affetto per la moglie australiana. Le tre amiche, che si sono trasferite da Perth nel nord dell’Australia, sino a Melbourne, sono molto legate, ma anche molto problematiche, ed a volte, molto in conflitto. Anouk è single, ha una storia con un attore più giovane di lei, e si tira un po’ fuori, quasi a far da analista esterno. Rosie ha avuto infanzie problematiche, ha sposato un inconcludente alcolista, e l’unica sua “gioia” è il figlio Hugo che all’inizio del romanzo ha poco più di 3 anni. Rosie riversa su di lui tutte le sue nevrosi, e cerca di educarlo secondo teorie libertarie, come solo in Australia si può pensare di portare avanti. Tant’è che lo allatta ancora. E gli fa fare quello che vuole. Hugo è quindi un capriccioso rompipalle, che alla festa di Hector e dei suoi figli, fa delle scenate assurde, prendendo a calci Harry. Il quale (certo sbagliando, ma lo avrei fatto anch’io) gli molla un sonoro ceffone. Questo è lo schiaffo del titolo, quello che dà il là a tutte le peggiori concatenazioni di vicende. Rosie decide di denunciare Harry per maltrattamenti, Harry si vuole scusare, ma niente, si va in causa. Dove Harry, forte dei suoi soldi, comunque ne esce indenne. Provocando una frattura tra Rosie e Aisha, la quale è dilaniata tra il dar ragione all’amica (non si prendono a schiaffi i bimbi) e la lealtà verso la famiglia. Dove Tsiolkas ci fa piombare, nei riti e nei ricordi della patria lontana, nell’interludio in cui diventa protagonista Manolis, il patriarca. Nel frattempo Aisha, in un seminario a Bangkok, ha una fugace storia d’amore con un cino-canadese (tutti sangue misti…). In una successiva vacanza a Bali con Hector questi le confessa di averla tradita con una diciannovenne. Dilaniati e dilanianti, alla fine l’amore e l’attrazione tra i due è più forte del resto. Torneranno uniti in patria. Dove però non sanno che la diciannovenne di cui sopra è Connie, che però capisce l’inutile storia con il greco e si mette, con sua somma felicità, con Ali l’arabo. Non prima di aver confessato le sue scappatelle all’amico del cuore. E finiamo con Richie, il suo rapporto nullo con il padre che lo ha abbandonato da piccolo, il suo amore per la madre lesbica, il suo outing (ma solo con Connie) di essere gay, il suo sbandamento quando vede Hector nudo sotto la doccia, ed il tentativo di far crollare tutto. Ma quel mondo di relazioni, di razzismi, di legami, è più forte del timido tentativo. Gli unici a patirne saranno Rosie e la sua famiglia, che non potranno alla fine che andarsene da Melbourne. Mentre tutti gli altri continueranno a vivere i loro amori e le loro ipocrisie. Benché lungo si legge molto bene. Non avvince nella storia in sé, ma illumina in alcuni di quei tratti che ho delineato prima. La madre di Hector non chiama mai per nome la nuora, ma la chiama “l’indiana”. Per uno schiaffo si monta addirittura un processo. E tanti altri piccoli tasselli miranti alla composizione di un bel quadro. Non un capolavoro, ma un’interessante vista della vita nel nuovo mondo (ed anche in molti vecchi, che i rapporti interpersonali d’amore e d’amicizia, ovunque hanno modo di esprimersi).
“Solo gli imbecilli non hanno rimpianti.” (360)
Jonathan Coe “I terribili segreti di Maxwell Sim” Feltrinelli euro 9,50 (in realtà, scontato a 7,12 euro)
[A: 03/08/2013– I: 03/02/2014 – T: 05/02/2014] - && e ½
[tit. or.: The Terrible Privacy of Maxwell Sim; ling. or.: inglese; pagine: 363; anno 2010]
Sempre ambivalente il nostro amico Coe. Ne leggo dal primo folgorante “La famiglia Winshaw”, ed ogni volta ne constato l’ondivagare. A volte perché non riesce a trovare un centro. Qui perché c’è tutta la parte centrale del romanzo che è pesante, inutile, ed ho veramente faticato a digerirla. Non per le vicende (terribili, appunto) del nostro Max, ma per quel lungo rapporto tra Max ed il suo navigatore satellitare dalla voce di donna. Una lunga, inutile, palla. Certo, Coe voleva portarci all’esasperazione, facendoci sentire con mano come anche Max si stesse sentendo (poi vedremo perché), ma l’ho trovata inutilmente protratta nel tempo. Altro punto, che poteva essere gestito meglio, è l’andare su e giù (ma solo in maniera accentuato nel finale) tra l’autore onnisciente e il racconto in prima persona. Sembra quasi che Coe non sapesse come chiudere la storia, e tira fuori il cilindro di se stesso (o un suo alter ego), che scrivendo questa lunga metafora ha intrecciato realtà e finzione. Bah, debolino. Peccato, che il romanzo in se sembrava essere più promettente, anche se, credo, una lettura da parte di Coe del bellissimo “Il senso di una fine” di Julian Barnes ne avrebbe asciugato i toni. Infatti, seguiamo un brano della vita di Max Sim, incartandoci con lui in una serie di incontri, che svelano (a lui ed a noi) alcune storie della sua vita. E Max si accorge che spesso quello che pensava non è quello che era (vedi Barnes, appunto). Purtroppo, mentre cerca di chiudere il cerchio, Coe interviene e chiude il libro. Questo non glielo perdono molto. Ma torniamo a Max. ed ai suoi incontri. Vede una donna con figlia in un ristorante di Sidney che gli danno un senso di serenità mai provato prima (anche perché era andato in Australia per trovare il padre senza riuscire a comunicare con lui in seguito all’abbandono da parte della moglie con figlia). In aereo, muore il suo vicino di posto, posto che viene preso dalla giovane Poppy, che gli dà modo di conoscere la strana professione di “facilitatore di adulteri” (e questa conoscenza gli potrebbe servire con Allison, ma la lascia cadere) e di presentargli il simpatico zio Clive. Uno zio che lo introduce nella vita e nella morte di un grande illusore, il finto navigatore solitario Donald Crowhurst. Questo meriterebbe un inciso: Donald partecipò alla grande Golden Race intorno al globo, nel 1968, ma non avendo barca adatta né capacità, girellò per l’Atlantico, fino a riprendere le barche dopo il capo Good Hope. Sperava di passare inosservato, ma a quel punto era fintamente primo. Per questo, va fuori di testa, si toglie la vita e lascia la barca alla deriva. Quello che potrebbe succedere a Max, quando va alla deriva per le campagne scozzesi cercando di vendere spazzolini da denti (idea ridicola). E Max era andato al Nord perché, lasciato dalla moglie Caroline, era rimasto depresso per sei mesi, si era licenziato, era stato incastrato del suo vecchio amico Trevor (ma non si domanda come mai il vecchio amico lo cerchi solo quando ha bisogno di soldi?) in questo giro di spazzolini, che lo aveva portato alla vecchia casa del padre, a visitare la nuova casa della ex-moglie e della figlia, ad incontrare la sorella del suo primo grande amico. Ma questo primo grande amico (come scopre da un racconto scritto da Caroline e che furtivamente legge) lo abbandona cinque anni prima quando Max (lui dice con cattiveria, Chris dice con astio) spinge il figlio di questi in una buca di ortiche. E leggendo anche lì non autorizzato uno scritto di Allison (la sorella di Chris) scopre che questa era pronta a mettersi con lui, se lui non fosse stato così assurdamente preso da altro (campeggio, Chris, il fuoco che non si accende) e non avesse scoperto che il padre di Max le aveva fatto una foto “un po’ osé in succinto bikini accanto al fratello, grondanti d’acqua dopo il bagno”. Ma le sorprese e gli incontri non sono finiti, che nella vecchia casa del padre, scopre (altra violazione di privacy) il diario del padre. E scopre che questi era sempre stato attratto dall’amico Roger per cui aveva una passione quasi omosessuale. Roger con cui avevano fatto grandi cose e grandi progetti (leggete quali, non posso scrivere tutto, no?), e che si erano lasciati per essersi dati un ultimo appuntamento in un pub, ed avendo aspettato tutta la notte ognuno nel giusto pub. Peccato che a Londra fossero due i pub dal nome “Rising Sun”. Dalla delusione, il padre va a scopare con l’amica di una notte, Barbara. Peccato che quella scopata porti proprio alla nascita di Max. I due si sposano, e Roger vola via per il mondo. Capisce forse Max, che il padre era più attratto da Chris che da Allison? E si domanda perché di tutti questi incontri, lui ricordi quello con Clive piuttosto che la fallimentare cena con Caroline? Coe è poi maestro nel casualmente riannodare situazioni irriannodabili. Max vede al lavoro Poppy all’aeroporto di Bangkok, e risentirà quella voce 250 pagine dopo, quando il marito di Allison telefona per mentire su un ritardo (e lui lascerà cadere, anche se Allison vorrebbe portarlo a letto). E poi c’è la madre di Max, che muore di cancro, come di cancro muore la vera madre della figlia cinese adottata dalla donna del ristorante delle prime pagine. Cancro da lei preso mentre lavorava ad una fabbrica … si spazzolini da denti. Non ho parole. Se Coe avesse avuto coraggio di rimanere su Max poteva essere un bel romanzo di crescita e di autocoscienza di una persona sempre immersa in situazioni più grandi di lui, con persone più intelligenti di lui, più furbe di lui. E con lui che poteva capire cosa sia il suo se stesso. Ma Coe fugge di lato, e, ripeto, non glielo perdono. Come non perdono il revisore che a pagina 283 per una scommessa sui cavalli lascia il termine errato maringala invece del corretto  martingala. Dobbiamo migliorare tutti: io, Coe, i traduttori e gli editori. Ci si riuscirà?
“Sembra che io abbia perso un bel po’ di amici negli ultimi anni. Non è che abbia troncato con loro in modo drammatico, abbiamo solo deciso di non tenerci in contatto…. A mano a mano che invecchi… alcune amicizie ti sembrano sempre più ingiustificate. E un bel giorno ti chiedi: ‘A che servono?’. E allora interrompi i contatti.” (13)
“Non arrabbiarti troppo con chi pensa di conoscerti meglio di quanto tu conosci te stesso. Ha buone intenzioni.” (353)
Glenway Wescott “Appartamento ad Atene” Adelphi euro s.p. (regalo collettivo Almaviva)
[A: 07/05/2013 – I: 05/03/2014 – T: 08/03/2014] - &&&
[tit. or.: Apartement in Athens; ling. or.: inglese; pagine: 246; anno 1945]
Un’interessante lettura dovuta ad un trailer sbagliato ed un ricordo corretto. Il ricordo riguarda l’autore che rammentavo autore di un veloce libricino che mi era molto piaciuto “Il falco pellegrino”, le memorie di un anziano ripensante i suoi tormenti d’amore. E quando gradisco un autore, rimane il suo ricordo in fondo alla memoria. Il trailer sbagliato invece riguardava un film, quello tratto da questo libro, che ricordavo aver visto in qualche cinematografica occasione. Sbagliato che ne avevo tratto elementi ironici, che poi non sono stati verificati dal libro. Infatti, vedendo il libro, ed avendo queste memorie, lo comprai a scatola chiusa. Ma il libro è ben diverso dalle mie aspettative. Non è ironico, ma è allegramente triste. Per tutta la lettura aspettavo lo scatto dei momenti filmici, che non sono mai arrivati, avendo io confuso film diversi (ahi, quando la memoria comincia a far dei buchi…). Ciò nonostante, lo scrittore, pur misconosciuto in Italia, sa ben scrivere. Ed il libro è stato tutto sommato interessante. Specchio di momenti antichi e di dolori che mai sopiranno. Ambientato in Atene (come dice giustamente il titolo), narra le vicende di una famiglia greca costretta, obtorto collo, ad ospitare un gerarca nazista durante l’occupazione tedesca nella seconda guerra mondiale. Per sopravvivere al crollo economico e lavorativo, la famiglia Helianos è costretta ad ospitare il capitano Kalter, cosa che gli consente di avere viveri in più, nonostante la penuria guerresca. C’è Nikolas il padre che si vorrebbe gioviale, ma che sempre si deve contenere. C’è la madre, in perenne crisi di nervi, dovuta anche alla morte del figlio maggiore. E ci sono i due figli: il maschio spensierato e la femmina, leggermente ritardata. I quattro devono far fronte ai modi bruschi e molto militareschi del capitano. Che si allarga nella casa, relegandoli alla cucina e poco altro. Che li vessa in mille maniere, negando loro gli avanzi (che preferisce dare al cane di un suo commilitone), trattando male il figlio per raddrizzarne il carattere, ignorando la piccola Leda (e questa ne soffre). Il racconto procede con il procedere della guerra, con i piccoli micro – episodi giornalieri, che sprofondano sempre più gli Helianos nella cupezza, loro che sarebbero (almeno il padre) di indole comunicativa. Non solo il tempo avanza, ma anche le storie. Ed il capitano, verso la fine della guerra, comincia ad avere qualche tracollo. Sembra concedersi all’umanità. Comincia ad interagire con Nikolas, soprattutto a valle di due avvenimenti: la promozione del capitano (avvenimento subito palese) ed un dolore dello stesso che stenta a venire fuori (la morte prima della moglie per malattia, poi dei suoi due figli in guerra). All’apparenza tutto pare andare verso un’umanizzazione anche dell’occupante. Tanto che Nikolas si lascia sfuggire commenti non ortodossi sulla guerra, e sugli alleati dei tedeschi (in particolare Mussolini). Qui c’è il colpo di genio dello scrittore, la capacità di mostrare tutta la cattiveria dei cattivi (scusate la ridondanza). Il tenente Kalter denuncia Nikolas come sovversivo. E mentre questi è in carcere, interrogato dalla Gestapo, il tenente, sempre più cupo, decide di porre fine alla sua esistenza, sparandosi un colpo di pistola alla tempia. Ma non è questa la perfidia di Kalter. È la lettera in cui, rivolto al suo sodale Sertz (quello del cane) denuncia la famiglia Helianos come esecutrice della morte. Fortuna che Sertz è meno “tedesco” di quanto sembri, e che, nonostante la frequentazione, avesse capito quanto odioso potesse essere Kalter. Fa quindi in modo che gli Helianos siano scagionati dalla morte di Kalter. Ma non può far nulla per Nikolas, che da giorni, per la testimonianza di Kalter stesso, è stato già giustiziato. Nel tracollo di tutto quanto, la madre esce dalle sue crisi di nervi, e pur fragile comprende la necessità, comunque, di contrastare gli invasori. E prenderà contatto con la resistenza, affinché il piccolo Alex possa fare la sua parte. La bellezza dello scritto è in questa sequenzialità che porta tutto all’estremo. Tutto che ci aspettiamo fare un salto verso il buono, ma che (tremendo ma vero) non sarà così. E Wescott lo rende con un procedere lento ma costante verso il baratro. Aspettavo l’ironia (come dicevo sopra). Ho trovato solo una grande tragedia. Da non dimenticare. Mai.
“In momenti come quello capiva che non avrebbe potuto vivere senza di lei. Era la sua cara mente femminile … a fargli conservare la ragione.” (76)
“La bellezza non è soltanto sentimento, è matematica e psicologia.” (140)
“Io sono stato infantile per tutta la vita, e a volte mi sembra che tutti gli uomini e le donne di buon cuore che ci siano al mondo siano bambini, e che solo i malvagi abbiano una mente adulta; e allora mi sento disperato.” (216)
Tom Robbins “Natura morta con Picchio” Baldini Castaldi Dellai euro 8,90
[A: 04/01/2014 – I: 25/03/2014 – T: 30/03/2014] - &&&&
[tit. or.: Still Life with Woodpecker; ling. or.: inglese; pagine: 262; anno 1980]
Ecco un altro autore di cui avevo sentito parlare abbastanza qua e là durante anni di convivenza con la letteratura, ma che, per una ragione o l’altra, non mi ero mai deciso ad affrontare. A parte i panegirici che si trovano un po’ ovunque su di lui (autore di culto, autore esimio, fuoco di fila di trovate intelligenti ed esilaranti) e la sua sbandierata amicizia e vicinanza con Timothy Leary, elementi appunto che mi avevano frenato, dopo la lettura devo dire che è moderatamente interessante, sicuramente capace nell’uso della scrittura, con quelle capacità descrittive che, probabilmente, gli derivano anche dagli inizi come critico, sia di arte che di musica. Altrettanto sicuramente, per chi lo conosce, è però anche un emulo di Kurt Vonnegut jr che, personalmente, trovo però più incisivo. C’è la stessa capacità di entrare ed uscire dalla pagina, di parlare a ruota libera un po’ di tutto, di mettere molta carne a fuoco. Troppa forse. E forse con qualche inconcludenza in più. Kurt arrivava sempre al punto, Tom spara a raffica, colpendo un po’ qua ed un po’ là, ma lasciando alla fine il dubbio su quale fossero i suoi “veri” bersagli. O se ci fossero veri bersagli, e non sia tutto frutto di una lunga serata con Tim. A cominciare dal titolo, dove Picchio è maiuscolo non per banalità tipografiche, ma in quanto soprannome di uno dei due personaggi al centro della storia: Pupo “Bernard” Wrangler detto Picchio. L’altro personaggio è, fortunatamente, una donna, la principessa Leigh-Cheri. E c’è anche una storia, all’interno del lungo narrare di Tom verso il lettore di cose altre. La principessa vive in esilio a Seatlle insieme ai genitori, essendo eredi e spodestati di un’oscura monarchia europea (i Furstenberg-Barcalona). Ventenne vive di sogni e di ambizioni ecologiche, per cui non appena ne ha notizia parte per un convegno ambientalista mondiale che si deve tenere alle Hawaii. Lì incappa nel Picchio, un fuorilegge dinamitardo con il vizio di far saltare in aria quello che poco gli aggrada. Come gli ecologi da strapazzo. Tra uno scoppio e l’altro, tra i due scoppia la scintilla della passione, e poi dell’amore. Fuggendo dall’isola (Picchio è ricercato dopo un ennesimo scoppio) tornano a Seattle. Leigh-Cheri cerca di introdurlo nella sua famiglia, ma l’anarchico Picchio difficilmente riesce a seguire delle regole (un fuorilegge è sempre fuori della legge). anche se cerca di farlo per amore della bella. La frustrazione dell’insuccesso lo portano ad abbassare la guardia ed a farsi arrestare. La parte centrale vede l’amore di Leigh-Cheri concretizzarsi nell’auto-isolamento per stare vicino idealmente al suo amato. Ma dopo 20 mesi di passioni solitarie, l’idea della pubblicità ed ostentazione dell’amore turbano Picchio che sembra mollare l’amata. Che per la frustrazione decide di cedere alle lusinghe dello sceicco A’ben. E per regalo di nozze chiede la costruzione di una nuova piramide. Altri 20 mesi passano e si ultima la costruzione. Intanto, i ribelli hanno rovesciato il governo fantoccio della Barcalona, e messo sul trono Giulietta, la governante nonché sorellastra di Leigh-Cheri. La quale chiede in cambio la liberazione di Picchio. Sorvolando alcuni passaggi, i due si ritrovano il giorno prima delle nozze di lei dentro la piramide con tanta dinamite, tanto champagne e tanta torta nuziale. Lo sceicco cornificato (ma chi cornifica chi?) li vuole morti. Loro, anche a duro prezzo, si salveranno. Vivranno felici e contenti? Questo lo scoprirete se leggete il testo. Ma questo testo è solo il contesto del vero testo di Robbins, che, tra una riga e l’altra se la prende: con i falsi ambientalisti, con Ralph Nader e le sue farneticazioni, con la CIA ed i servizi segreti, con gli arabi presupponenti, con la sinistra radical chic (rappresentata dall’avvocato Nina e da un bel duello verbale tra lei e la principessa), con chi crede nel sovrannaturale, con chi vede segni ovunque. L’idea di base, poi, che fa da motivo conduttore al libro, ed alle agnizioni che arrivano a poco a poco, è la piramide sul pacchetto delle sigarette Camel. E sul fatto che i protagonisti sono entrambi rossi di capello. Tra una lotta immaginata che vede scontrarsi extra-terrrestri di pelo rosso e di pelo biondo, con conseguente nascita delle civiltà Maya, Olmeche, Tolteche e via discorrendo. Ed un parallelo tra la piramide sul biglietto di un dollaro e quella sul pacchetto delle Camel. E sulla nascita delle piramidi stesse, sui loro perché, sul loro essere sempre rivolte ai quattro punti cardinali. Insomma, capite anche voi, da ogni spunto Robbins parte ed imbastisce storie. Anche intriganti. Come tutto il panegirico finale, dove la metafora viene tutta basata sulla parola CHOICE. Scelta, che è l’unica azione degna di essere attuata. Insomma, una bella galoppata, un torrente di parole, a volte, purtroppo, un po’ datate. A volte, come detto sopra, senza una mira precisa, un po’ alla colpirne cento per educarne uno. Ma intrigante, e moderatamente divertente. Capisco inoltre la fatica del traduttore, dove appunto ogni tanto si deve mettere qualche parola in originale, che altrimenti si perdono giochi e nessi. Pur tuttavia, un po’di attenzione in più non avrebbe guastato, quando a pagina 165 si lascia l’inglese Plato invece di usare l’universalmente noto Platone. Ripeto, preferisco Vonnegut, ma Robbins ha qualche freccia al suo arco.
“Il mio amore per te non ha secondi fini. Ti amo gratis.” (128)
Bella questa frase di Robbins, che sottoscrivo in pieno. Aspettando le vacanze anglofone (che non si sbloccano, purtroppo), o altre mete che non si profilano all’orizzonte, affrontiamo con piglio deciso una bella e calda settimana.