domenica 13 luglio 2014

Mondo Noir - 13 luglio 14

Come un’anteprima personale della collana che sta uscendo per Repubblica (il giro del mondo in Noir), eccoci allora che giriamo noi per il mondo con alcuni degli autori seriali che ingrassano la mia libreria. Partiamo da Barcellona, dove lancerei bombe e petardi su chi decide di pubblicare così male uno dei miei autori-cult. Poi voliamo a Shangai, dove si migliora (poco) la qualità, e si peggiora traduzione e contesto (e godetevi lo sforzo che ho fatto per capire e farvi capire il proverbio citato). Certo, ci salva la Los Angeles di Connelly, sempre sopra la media. Per poi precipitare nel baratro dell’illeggibilità degli ultimi libri di Patricia Cornwell, peccato ambientato a Boston, una delle città più interessanti della prima America.
Manuel Vázquez Montalbán “Luis Roldán né vivo né morto” Feltrinelli euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 02/12/2013– I: 28/01/2014 – T: 29/01/2014] - &&
[tit. or.: Roldán, ni vivo ni muerto; ling. or.: spagnolo; pagine: 123; anno 1994]
Sono i…to. Con gli eredi di Montalbán, con Feltrinelli, i suoi editor e le sue politiche editoriali. Sarebbe un elenco molto lungo, che culminerebbe in fine a comprendere come, da quattro tipi di valutazioni diverse, vengano soltanto 2 libri di gradimento per un autore che in genere viaggiava nell’olimpo delle mie preferenze. Perché gli attribuisco 4 libri come autore. Montalbán è profetico, anticipatore, dissacratore, sia con la lunga serie di Carvalho che con altri suoi libri. Ma solo 2 libri alla storia in sé, che non è per principio brutta, solo un po’ slegata, e soprattutto molto e molto legata all’attualità spagnola di venti anni fa. E diamo 1 libro alle politiche editoriali nazionali e internazionali. Che se questo stesso libro fosse stato pubblicato a suo tempo poteva almeno essere contestualizzato meglio. E se lo pubblichi ora, e non ci metti NEMMENO una riga di commento, lasci il lettore ignaro a domandarsi cosa diamine mai abbia comprato. E se l’autore non si fosse fatto una serie infinita di canne prima di buttare giù qualche riga. Infine un altro misero e sconsolato libro di infimo gradimento ad un editor che, passando dal titolo originale a quello italiano toglie una virgola ed aggiunge un nome. Sarebbe costo molto pubblicare il libro con il titolo “Roldán, né vivo né morto”? Perché poi tutto il libro (venendo alla forse poco utile trama) è soltanto un pamphlet contro i malcostumi della vita politica spagnola e del Partito Socialista allora al Governo, con un facile (ed allora molto utile) parallelo con la situazione italiana (e non a caso Montalbán cita Berlusconi direttamente ed indirettamente). Luis Roldán, comunque, all’epoca dei fatti è un personaggio reale. Direttore della Guardia Civil, ammanicato con tutti i poteri, viene scoperto con le mani nel sacco, a rubare, malversare, corrompere, nonché organizzare, tramite milizie private, attenti ad esponenti dell’ETA. Roldán fugge dalla Spagna, e verrà arrestato soltanto l’anno seguente all’aeroporto di Bangkok (per cui Montalbán ne parla solo come un fuggitivo fuggiasco e sfuggente). Processato, viene condannato a 31 anni di carcere. Ne sconta soltanto 15, e nel 2010 viene rimesso in libertà per buona condotta (con quell’odiosa frase della quarta di copertina che sentenzia Montalbán mescolare finzione e realtà, ed essere il cattivo Roldán già da tempo in libertà: da tempo ma dopo anni di carcere). Prima di tornare allo scritto, un Camilleri nostrano avrebbe potuto scrivere un libro analogo intitolandolo “Craxi, né vivo né morto”. Perché Carvalho viene incaricato da sedicenti servizi di trovare lo sgusciante finanziare. Carvalho e Biscuter ne seguono alcune tracce, si imbattono sia in altri servizi segreti deviati (che non a caso hanno i loro quartieri generali nelle fogne) sia in strani personaggi: una direttrice della Televisione Spagnola, che lavora nell’ombra, e che era una delle più ferventi attiviste dell’era franchista, i “maiali iberici”, gruppi di attivisti e terroristi di Stato. Con una finzione degna appunto di invenzioni e contestualizzazioni maggiori, Montalbán riempie non solo Saragozza di sosia di Roldán. Ma ne fa anche un pieno all’estero, dove Carvalho si reca su labili tracce in quel di Damasco. Un po’ di colore locale, qualche battuta sugli appoggi esteri che aveva (ha) la Guardia Civil, ed anche a Damasco compaiono numerosi e fantasiosi Roldán. Damasco dove i servizi segreti israeliani rapiscono il nostro Pepito, lo portano prima a Masada, poi a Gerusalemme. Poi tornano tutti in patria, svelando la beffa finale. Era proprio lo Stato che aveva organizzato la proliferazione dei Roldán, ingaggiando Carvalho per saggiarne la verosimiglianza. Perché quando c’è un esponente politico che ruba è un ladro. Quando ce ne sono centinaia, diventa “costume” (Berlusconi dixit). Peccato questa scivolata editoriale. E, ribadisco, il libro è brutto non perché sia scritto male, ma perché esce con 20 anni di ritardo in Italia (ed alla fine mi domando se sia un caso).
“Adesso si viene a sapere che ha riempito di milioni la sua amante. Io non so cosa succede a questi socialisti, la distribuzione delle ricchezze la fanno a letto.” [sic!!!] (97)
Qiu Xiaolong “La ragazza che danzava per Mao” Marsilio euro 12,50 (in realtà scontato a 1,10 euro con Feltrinelli+)
[A: 09/11/2013– I: 20/02/2014 – T: 24/02/2014] - && e ½
[tit. or.: The Mao Case; ling. or.: inglese; pagine: 363; anno 2009]
Eccoci al sesto caso dell’ispettore Chen, imbastito dallo scrittore Qiu, che dal 1989 vive negli Stati Uniti. Continuo a leggerne, anche se, libro dopo libro, la scrittura di Qiu si attorciglia sempre più, da un lato allontanandosi dai pur interessanti casi dei primi libri, dall’altro legandosi a modi ed espressioni molto “interne” alla Cina. Interessanti forse filologicamente, ma che rendono i suoi libri, se posso dirlo, sempre più pallosi. Qui il vero punto d’interesse è in un certo senso la doppia lettura: c’è il binario delle indagini e della vita di Chen, che non ci prende più di tanto, e c’è Mao in sottofondo, che invece, pur annegato in incomprensioni (mie) ha un buon livello di interesse. O almeno di stimolo ad approfondire un personaggio che da decenni ho lasciato cadere nel dimenticatoio. Doppia lettura che sarebbe stata più palese lasciando il titolo originale (“Il caso Mao”) invece di introdurre questa ragazza che danzava per il Grande Timoniere. Che ovviamente entra nella storia, ma rischia di far pendere la bilancia delle osservazioni verso la ragazza, quando in realtà il romanzo è tutto incentrato su Mao e su alcuni aspetti poco edificanti del maoismo (leggi “la rivoluzione culturale”). Intanto la ragazza, in realtà era un’attrice (come attrice era Jing Qiao, la famigerata Madame Mao). Ed inoltre era una delle innumerevoli amanti del Presidente (che pare avesse una ben nutrita schiera di concubine). Shen, l’attrice, sembra abbia avuto in regalo una poesia autografa di Mao, pare che abbia fatto molte foto al Grande Condottiero, tant’è che, presa di mira dalle Guardie Rosse, si toglie la vita (o viene defenestrata?). Lascia la sua eredità segreta a Qiao, la figlia, che tenta di fuggire ad Hong Kong, viene presa, e ben presto liquidata, lasciando la figlia Jiao appena nata e solitaria. La storia prende le mossa quando la polizia si insospettisce dell’improvvisa ricchezza di Jiao, temendo che abbia rivelazioni anti-maoiste da fare. Per questo, l’ispettore in carriera Chen viene incaricato di far luce, possibilmente, sulla materia. Chen si introduce nell’entourage di Jiao, conosce un suo mentore, il signor Xie, fanatico degli anni Trenta, che si scopre sodale del marito morto di Qiao. Ed intorno a Xie e Jiao cominciano a fioccare morti sospette. Prima una ragazza amica di Jiao. Poi il capo delle indagini della polizia segreta. E bene dice a Chen che viene assalito anche lui, ma si salva e si rifugia a Pechino, dalla sua ex Ling. Lì assistiamo al definitivo recidersi di questi vecchi legami di Chen. Ma anche, e con piacere, al vagabondare di Chen per la Città Proibita, per Piazza Tienanmen, e per la dimora “segreta” di Mao. Su questa parte si tornerà, mentre a Shangai le indagini proseguono, da parte del sodale di Chen, il poliziotto in pensione soprannominato Vecchio Cacciatore. Chen scopre un possibile “Riccone” (così si chiamano i neo-capitalisti cinesi) che si crede una rincarnazione di Mao e che ha concupito Jiao. In un lungo, e poco entusiasmante finale, Chen mette tutti i pezzi a posto, arrestando il cattivo che intanto ha fatto fuori anche Jiao, capendo quali siano i segreti di Shen, ma forse lasciando andare tutto sotto silenzio per non scoprire troppi altarini. Questa la storia, ma è l’altra a tenere banco. Un banco insopportabile, quando Chen cita ad ogni piè sospinto le poesie di Mao. E la poesia cinese, a me, non piace proprio. Non la capisco, non mi smuove neanche mezza corda nell’anima. Ed invece, dato anche che Qiu è un esperto del ramo, ecco che si cita “La fioritura del pruno” di Mao, e si fanno paralleli con poesie Tang, con i pesci del fiume Giallo. Pagine e pagine che guardo passare ma che non aggiungono briciole alle mie pur scarse conoscenze. Ci vorrebbe una sinossi di migliaia di pagine per entrare nel vivo. O forse bisognerebbe essere cinesi. Rimangono spigolature e domande forse più intime e più interessanti. Quante mogli ha avuto Mao? Ha sposato la terza prima che morisse la seconda? È vero che amava ballare? Quali erano i reali rapporti con Madame Mao? Come nasce la Rivoluzione Culturale? Inciso: e quali i rapporti tra questa e le follie cambogiane di Pol Pot? E perché il riccone camuffa la sua voce con accenti strani? Ecco, l’unica risposta l’ho avuta a questa domanda, scoprendo che Mao aveva un forte accento dello Hunan, che dava una strana inflessione al suo “cinese mandarino” (un po’ come sentire parlare in italiano il primo Bossi, mi si dice). Insomma, un libro che ho letto per queste domande su Mao, ma che per il resto sconsiglio vivamente di toccare. A meno che non si sia conoscitori e amanti della poesia cinese, ai quali, soltanto, auguro buona lettura. E chiudo rimandandovi alla citazione sotto riportata, che non capisco e che credo pochi possano capire, anche se mi sono sforzato di farlo.
“A questo mondo, otto o nove volte su dieci le cose non funzionano secondo i nostri piani ma, come dice l’antico proverbio, chi sa se è fortuna o sfortuna, quando il vecchio di Sai perde il suo cavallo?” (70) [e cioè???]
Analisi di un proverbio cinese (che se sbaglia la traduzione e non la spieghi sei un traditore e non un traduttore).
In un articolo a proposito del rischio di bocciatura al gaokao, l’esame d’ingresso all’università, l’autore incoraggia la figlia, studentessa sotto esame, con un famoso chengyu (proverbio): “Il vecchio della frontiera ha perso il cavallo, ma non è detto che sia un male”. La forma originale è (trascritta) Sài wēng shī mǎ, yān zhī fēi fú (“Il vecchio della frontiera ha perso il cavallo, come è possibile sapere che non sia una fortuna?” e già notiamo che chi sa di Cina e di proverbi, traduce “Sai weng” come il vecchio della frontiera e non il vecchio di Sai!). La storia raccontata è quella di un vecchio che viveva vicino alla frontiera del nord; il vecchio possedeva un cavallo pregiato, che però un giorno fuggì oltre la frontiera, dove vivevano i barbari. I suoi vicini si rattristarono molto con lui, il quale però si mostrò molto meno preoccupato, anzi, disse appunto “Chi può sapere che non sia una fortuna?”. Aveva ragione, infatti, dopo qualche mese il cavallo ritornò, addirittura insieme ad un secondo cavallo ancora più pregiato. Tradizionalmente la storia – che potrebbe concludersi anche qui – continua con l’arrivo dei soliti vicini, stavolta per congratularsi della fortuna insperata. Con ammirevole sangue freddo, il vecchio rispose che non era detto che quella fosse davvero una buona cosa. Fu profetico, perché, in effetti, un giorno un suo figlio, mentre cavalcava il nuovo cavallo, cadde dalla sella rompendosi una gamba. I vicini accorsero nuovamente, ma trovarono il vecchio per niente turbato: al contrario, si diceva convinto che anche quella sventura potesse non essere del tutto negativa. I vicini, sbalorditi, si convinsero che il vecchio volesse soltanto dissimulare il dispiacere. Poco tempo dopo, però, i barbari invasero le frontiere, scatenando una feroce guerra: tutti i giovani furono chiamati a partecipare alla battaglia, finendo sterminati. L’unico che scampò fu… il figlio convalescente del vecchio. Solo allora i vicini si convinsero della saggezza delle sue parole.
Michael Connelly “La lista” Piemme euro 13 (in realtà, scontato a 11 euro)
[A: 19/05/2013 – I: 03/04/2014 – T: 06/04/2014] - &&&&
[tit. or.: The Brass Verdict; ling. or.: inglese; pagine: 418; anno 2008]
Eccoci di nuovo in pista con i grandi gialli del maestro Connelly. Parlai qualche tempo fa dei meccanismi di aumento dell’efficacia dei prodotti seriali, e delle loro diramazioni. Connelly ha il suo elemento centrale nell’ormai decennale serie di Hieronymus “Harry” Bosch, provando di tanto in tanto nuovi personaggi per avere più respiro. Nel 2005 introduce un episodio di prova con un avvocato, che, seppur ligio all’ordinamento giuridico americano, ha un suo codice etico quasi di giustizia. Dopo qualche libro su Bosch, ecco che ritorna a Mickey Haller, e con un buon romanzo, che al solito unisce una piccola dose di suspense ad una lunga disamina dei meccanismi giudiziari d’oltre oceano. Con una piccola sorpresa finale, che si intuisce dall’inizio ma di cui parlerò forse più in là. Ricollegandosi all’avventura precedente (“Avvocato di difesa”) ricordiamo che alla fine Haller era stato ferito nel convulso finale che portò alla soluzione del caso. Ora è passato del tempo (almeno un anno) ed Haller non ha ancora ripreso la professione, dovendosi curare da un’overdose di analgesici che lo ha portato quasi alla dipendenza. Improvvisamente, però si ritrova in mezzo al guado. Un suo collega viene ucciso e lui viene nominato “sostituto”. Nel gergo americano significa che, se i clienti del morto Jerry lo accettano, lui può prendersi i suoi casi. L’inizio è ben caotico, non trovandosi molte informazioni sui casi. Lui si mette alla caccia aiutato dalla fida Lorna (la sua seconda ex-moglie) e dal di lei compagno Cisco (investigatore privato). Tra tanti casi minori, uno è quello che viene alla luce con forza. Il processo contro il magnate del cinema Walter Elliot accusato di aver ucciso la moglie ed il di lei amante. L’altro elemento di incasinamento della vicenda, sono le indagini sulla morte di Jerry Vincent, l’avvocato, che sono affidate a… Harry Bosch. Molti sono i motivi stimolanti sul piano giuridico: Bosch è convinto che la morte di Jerry risieda nei casi che ora ha in mano Mickey, ma questi non può dare informazioni sotto il vincolo della segretezza; ci sono elementi poco chiari sulle motivazioni dell’arresto di Elliot; sembra ci sia di mezzo l’FBI che indaga su di un caso di corruzione. Intanto crescono personaggi laterali: uno dei clienti di Jerry viene fatto assolvere da Mickey e da questi preso come autista; Cisco conduce indagini e diventa quasi come Drake l’investigatore di Perry Mason; Mickey è pressato dal buonismo della figlia Hayley e dall’amore mai sopito per la prima moglie Maggie. Un bel momento di lettura è la scelta della giuria, dei modi per accettare o ricusare i giurati, quasi una partita a scacchi, dove si cerca di ottenere in giuria persone potenzialmente favorevoli. Indagando tra i vari clienti poi, Mickey ne scopre uno che non c’era ragione perché diventasse cliente, se non che scopre aver sparato 84 proiettili verso dei poliziotti ed essere stato ammanettato nella stessa auto che porterà in prigione Walter. Ma Walter è un personaggio ambiguo, continua a mostrarsi troppo sicuro di sé, e continua (a detta di Mickey) a non dire la verità. Attraverso le sue indagini private e la lettura di tutta la documentazione il nostro Haller arriva ad alcune conclusioni importanti: nella giuria ci deve essere un giurato corrotto (sono spariti soldi dai conti di Jerry senza motivo) che se non fa raggiungere l’unanimità del verdetto farà assolvere Walter. Le tracce di polvere che accusano Walter vengono proprio da quell’auto di cui sopra. Intanto Bosch continua ad imperversare per sapere notizie, e tra i due si istaura uno strano rapporto di rispetto e antagonismo. Haller vuole vincere pulito, così fa in modo di smascherare il giurato, che sparisce. Elliot diventa nervoso. Haller si dà da fare in alcuni momenti processuali veramente interessanti e ben descritti. Arriviamo così al finale, con Bosch che all’ultimo momento salva la vita ad Haller, Mickey che riconquista la fiducia della figlia, Warner che viene ucciso (non vi dirò da chi) facendo quindi fermare il processo (questa la legge americana). Si scopre, inaspettatamente, la catena di corruzione che ha portato all’infiltrazione del giurato, coinvolgendo personaggi di livello. Si è così avuto quello che diceva correttamente il titolo americano, “Il verdetto del proiettile” (e vi lascio scoprire cosa significa), e non quella “lista” che in realtà poco entra nella storia. Dove appunto abbiamo anche quella sorpresa finale, che noi lettori di Bosch e Connelly già sapevamo (ed intuivamo da diversi indizi). Bosch ed Haller in realtà sono fratellastri. E questo connubio porterà senz’altro a qualche altra vicenda intricata ed intrigante. Per ora rimaniamo con i due personaggi, il poliziotto e l’avvocato, ben delineati e con una cura dei particolari che fanno un piacere della lettura dei libri del maestro Connelly.
Patricia Cornwell “Letto di ossa” Mondadori euro 13 (in realtà, scontato a 9,75 euro)
[A: 06/02/2014 – I: 21/04/2014 – T: 25/04/2014] - &
[tit. or.: The Bone Bed; ling. or.: inglese; pagine: 390; anno 2012]
Ormai stiamo rasentando i limiti dell’illeggibilità. O almeno del vituperio del lettore da parte di un’autrice che per tanti anni ho amato, seguito, tanto da avere l’intera serie di Kay Scarpetta ordinatamente messa in libreria (anche se da mia madre, che ha una libreria più spaziosa). In effetti, l’unica cosa salvabile è la traduzione del titolo, una volta tanto resa senza fantasiose invenzioni. Per il resto, un libro senza sussulti, senza grosse invenzioni, inutilmente lungo quasi 400 pagine. Intanto, mi sembra una buona richiesta di amore da parte del lettore, seguire Pat che scrive di 24 ore della vita di Scarpetta e soci, occupando più di 200 pagine. Certo il libro alla fine dura poco più di quattro giorni, relegando in poche pagine convulse finali, messi lì senza tante spiegazioni. Queste 200 pagine sembrano quasi voler essere una “presa diretta”, un tentativo di trasportare su carta l’agilità delle immagini delle serie televisive (i vari C.S.I., NCIS, Body of Proof e via elencando). Ma non è così, ed io lettore arranco sulla pagina aspettando qualche momento saliente, qualche velocizzazione delle idee, se non dello scritto. Che comincia con una possibile morte di una paleontologa in Canada, il cui orecchio viene inviato alla nostra dottoressa, e ricevuto insieme alla notizia della scoperta di un cadavere nelle acque del porto di Boston, lo stesso giorno in cui Kay deve testimoniare al processo per la scomparsa della moglie di un facoltoso cittadino. Assistiamo alle lunghe pagine del reperimento di questo corpo, con un’immersione nelle acque di Kay che libera anche una tartaruga marina impigliata negli stessi fili del cadavere. Ed invece di andare al processo, Kay fa subito una prima parte di autopsia, scoprendo che il cadavere è stato a lungo sotto zero prima di essere immerso nelle acque oceaniche. Ciò darà modo di sviluppare pagine e pagine sul dibattimento processuale con le accuse di vilipendio della corte per Kay e con una montatura mediatica del “salvataggio del cadavere” che daranno modo di prosciogliere il ricco antipatico dalle accuse (no cadavere, no uccisione). Nel pomeriggio e nella serata di questa lunga giornata poi si scopre che: la morta in acqua era una signora benestante scomparsa da sei mesi, che l’assassino aveva attivato un account twitter post-mortem, che Marino (il fido aiutante di Kay) aveva chattato a lungo con questo account, tanto che qualcuno lo ritiene coinvolto, che Benton (il marito di Kay) sa molto di più di quello che dice, che Doug, poliziotta FBI incaricata delle indagini, è cotta di Benton e cerca in tutti i modi di screditare sia Kay che Marino, che un tizio ubriacone supposto morto per caduta dalle scale è in realtà stato ucciso, che lo stesso tizio era il giardiniere part time della morta. Assistiamo anche ad una lunga ed inutile perquisizione delle case dei morti, piene di particolari rilevanti per un uso “legale”, ma sparsi e diluiti nelle lunghe peregrinazioni mentali di Kay, dubbiosa della fedeltà dei suoi cari: di Benton che non le dice tutto, di Marino che sembra essere tornato all’amica bottiglia, di Lucy (la nipote) anch’essa misteriosa e forse coinvolta in una nuova storia d’amore. La mattina dopo scopriamo che la paleontologa è realmente morta (se ne trova il cadavere, guarda caso in contemporanea…). Ma quali sono i fili che legano tutte queste morti, che sembrano (da come sono stati commessi gli omicidi) legati ad un unico serial killer? Cosa lega la paleontologa, la filantropa, la moglie scomparsa ed il giardiniere? Senza darci modo di capire come fa, Kay si reca in una casa di cura per anziani dove lavorava la filantropa, dove a volte lavorava il giardiniere, dove era ricoverata la madre di un alto dirigente della ditta del riccone dalla moglie scomparsa. Kay capisce tutto, ma viene rapita dall’assassino (e questo nelle scarse dieci pagine finali). Fortuna che Lucy ha messo un GPS nella macchina di Kay, così che i buoni riescono a salvare la nostra eroina, non senza che ci rimetta le penne anche Doug (così ce la leviamo di torno). Ed il libro finisce. Con un colpevole che compare una sola volta (prima del convulso finale) verso pagina 240. Con il mistero della morte della paleontologa (forse lavorava anche lei nel centro anziani?). Insomma c’era materia per scrivere un romanzo più snello, più avvincente, e magari con qualche spiegazione in più. Niente da fare, Cornwell, stiamo peggiorando libro dopo libro. Che fare ora? Sperare che la prossima puntata risollevi l’audience o abbandonare il serial?
Essendo il secondo appuntamento del mese, come ormai sapete, trovate allegato un nuovo capitolo legato alle cure attraverso i libri. Dedicato questa volta all’arroganza, con un libro che dovrebbero leggere tutti coloro che hanno figlie adolescenti.
Per finire, visto che ormai sapete tutti che questo mese di luglio si trascorre qui, seduti a scrivere, leggere e mettere (possibilmente ordine), dato che ben tre viaggi Avventure sono stati cancellati ad una settimana dalla partenza, non mi resta che ripetere anche in questa forma gli auguri ai miei amici Nino ed Elena, per la da poco passata festa.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

Anche questo mese parliamo di amore, ma guardandolo da un diverso punto. Anzi da due diversi punti, che dopo spiegherò, per capire questo difetto (malattia) ormai molto generalizzato.

ARROGANZA

Orgoglio e pregiudizio, Jane Austen
Angel, Elizabeth Taylor
Mildred Pierce, James M. Cain
L'arroganza, in letteratura, è uno dei crimini peggiori. Lo sappiamo perché quando il signor Darcy snobba Eli­zabeth Bennet al ballo di Bingley – rifiutandosi di danzare con lei, respingendo la sua bellezza come appena «pas­sabile» e in generale comportandosi in modo sgradevole verso gli abitanti di Longbourn – egli viene immediata­mente liquidato da tutti, anche dalla signora Bennet, come l'uomo «più orgoglioso e antipatico del mondo».
Questo, poi, nonostante sia molto più bello dell'amabile signor Bingley, nonostante possieda una grande tenuta nel Derbyshire, e nonostante sia lo scapolo più appetibile in un raggio di quasi cinquanta chilometri – fatto che, come sappiamo, significa molto per la signora Bennet che ha cinque figlie da sistemare.
Per fortuna la giocosa Elizabeth Bennet, eroina di “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen, sa come fargli ab­bassare la cresta. Un po' lo stuzzica («Sono assolutamente convinta... che il signor Darcy non abbia alcun difetto» gli dice) e un po' lo rifiuta, di brutto e calcando la mano («Vi conoscevo da meno di un mese e già avevo capito che siete l'ultimo uomo al mondo che potrei mai sposa­re»); in questo modo non solo corregge le sue magagne, ma dimostra a tal punto la «vivacità della [sua] mente» che Darcy si innamora di lei ancora una volta – e stavolta nella maniera corretta. Se soffrite della stessa arroganza, imparate da questo romanzo a riconoscere lo sfottò in­telligente e l'onestà coraggiosa – e accoglieteli a braccia aperte. Magari sarete così fortunati da essere trasformati in una persona perfetta da qualcuno come Elizabeth.
A volte, tuttavia, l'arroganza è così profondamente ra­dicata che niente e nessuno può intaccarla. L'eroina di “Angel” di Elizabeth Taylor – non è l'attrice di Hollywood, ma una scrittrice inglese della metà del XX secolo – ha appena quindici anni quando la incontriamo, e dire che pensa di essere il massimo è un eufemismo. Incorreggibile bugiarda, questa strana bambina è vanesia, prepotente e del tutto priva di senso dell'umorismo. Non prova altro che disprezzo per i suoi compagni di classe, rimane indif­ferente quando uno di loro viene portato in ospedale con la difterite e fantastica su un tempo futuro in cui, coperta di smeraldi e con una stola di cincillà, assumerà come domestica la propria, noiosa genitrice. Ovviamente, la povera donna è abbastanza turbata dalla figlia che ha cresciuto – proprio come Mildred è inorridita dalla figlia Veda, al­trettanto mostruosa, in “Mildred Pierce” di James M. Cain. Veda dilapida le ricchezze famigliari per mantenere il pro­prio stravagante stile di vita e porta via alla madre il nuovo fidanzato. Mildred si spingerà fino a tentare di uccidere il mostro che ha creato.
È piuttosto intrigante notare fino a dove l'iper-fiducia di Angel riesca a spingerla – fino agli smeraldi sognati, in effetti. Anche Veda ottiene esattamente quello che vuole. Nessuna delle due, invece, scoprirà l'umiltà. Il rifiuto – nel caso di Angel, da parte di editori e critici; in quello di Veda, da parte della madre – non suggerisce a nessuna delle due una pausa di riflessione.
Non fate come Angel o come Veda. Quando qualcuno vi respinge, domandatevi che cosa avete potuto fare per meritarlo. Fate come Darcy, invece. Anche se all'inizio si arrabbia e rimane mortificato dal rifiuto di Elizabeth – e dalla maniera in cui lo rimprovera – lui conosce la dif­ferenza tra giusto e sbagliato, e desidera ardentemente che le persone che ammira abbiano, di lui, una buona opinione. Siate felici quando qualcuno vi sfotte – con ogni probabilità, sta cercando di rendervi migliori.
Bugiardino
Quali i due punti di vista? E quali i due amori? Abbiamo l’amore uomo – donna (centro della narrativa della Austen) e l’amore genitore – figli (verso cui pendono Taylor e Cain). Ma anche arroganza salvata dall’amore (sempre la Austen) e amore ucciso dall’arroganza. Il libro sull’orgoglio e il pregiudizio lo lessi intorno alla metà degli anni ’80, e non credo sia il caso di ritornarci su (non credo di ricordarne molto, in realtà). Mentre il libro della Taylor, pur presente nella mia libreria, non è ancora stato letto (e ci si ritornerà a suo tempo). Rimane Cain, si quello del Postino che suona due volte, con questo libro letto tre mesi fa, ma non ancora inserito nelle Trame. Per cui, anche qui, un’anteprima succulenta.
James M. Cain “Mildred Pierce” Adelphi euro 12 (in realtà, scontato a 9 euro)
[letto il 15 aprile 2014]
L’autore è il ben noto scrittore de “Il postino suona due volte”, che però non ho ancora letto. Qui lo troviamo in quello che invece è considerato il suo miglior romanzo, portato al cinema da Joan Crawford (Oscar) ed in televisione da Kate Winslett (Emmy Awards). Romanzo che veniva ascritto al genere noir, in considerazione dei cambiamenti fatti nel film. E che invece è giustamente un mélo come ci fa vedere la mini-serie TV. Infatti, seguiamo per le scorrevoli 300 pagine la storia e le vicende di Mildred Pierce, giovane casalinga che vive nel 1930 a Glendale, sobborgo di Los Angeles. È appena accaduto il grande disastro del ’29, l’America è in piena recessione, ed il costruttore di case Bert (marito di Mildred) si trova a corto di soldi e senza prospettive. Non solo, ma si consola dei disastri tra le braccia di Maggie, mentre Mildred è costretta a fare torte in casa che rivende a pochi dollari, per poter arrivare (e con molta fatica) a fine mese. Ci sono poi le loro figlie: Moire (detta Ray)  e Veda. Mildred, stufa della pochezza di Bert, lo manda a scopare il mare, chiede il divorzio, e comincia a ipotizzare di far diventare un lavoro più redditizio quello delle torte. Ma deve trovare anche il modo di sbarcare il lunario, di pagare il mutuo che le h lasciato Bert. Insomma, sta proprio in mezzo ai guai. Oltre alle torte, l’unico mezzo di sostentamento che ha è il suo corpo. Non che diventi improvvisamente un escort di lusso, ma diciamo concede le sue grazie in modo da ottenere in cambio qualche aiuto, qualche suggerimento. Magari legale, dall’ex-socio del marito. Magari di prospettive, quando cade tra le braccia del bel Monty, un quasi gigolò, forte solo della sua bellezza e dei lasciti aviti che a poco a poco si mangia. In questo girare tra letti e torte, scompare presto la piccola Ray, portata via da una polmonite fulminante. Ma Mildred non si lascia abbattere. Prima continua con le torte, poi si fa cameriera. Accumula soldi ed esperienza, e, nella grande esaltazione del sogno americano, fa una luminosa carriera. Tanto da poter aprire un ristorante suo. Dove impiega le sue amiche, chi ai tavoli, chi ai liquori (che intanto il proibizionismo sta passando). Unico suo cruccio, l’impossibile rapporto che ha con la figlia Veda. Che non accetta lo status di “figlia di una commerciante”. Lei è quella delle grandi manie, delle grandi capacità, quella per cui non è nata nobile ma solo per caso, e fa di tutto per salire (a suo modo) i gradini del potere femminile. Prima con il pianoforte, ma avendo un talento solo ripetitivo deve cambiare e cambia alla grande, verso il canto dove le sue doti spiccano di gran luce. Seguiamo così le loro due carriere, sempre ai ferri corti, ma ognuna con i suoi lumi. Il ristorante, le torte, gli investimenti, consentono a Mildred di arrivare ad una vita agiata. Ogni volta rimessa in pericolo dalla necessità di soccorrere Veda se questa ha problemi, se Veda chiama, se Veda ha bisogno. Bert, intanto, si defila dalla scena, un poco ingelosendosi dei successi di Mildred, ma partecipando a quelli della figlia, in cui rispecchia il proprio egotismo assoluto (se non c’è niente al mio livello, non faccio nulla, aspettando che qualcosa arrivi). Mildred salva anche Monty dalla bancarotta, rimette in sesto le di lui scarse finanze. Lo sposa anche, per poi ben presto divorziare quando si accorge che Monty è un involucro vuoto. Ed è nella parte finale che il melo acquista tono e spessore. Perché Mildred, acquiescente ad ogni richiesta di Veda, si accorge che non solo la figlia la odia da sempre, che Veda l’ha usata per ottenere un contratto canoro più vantaggioso. Ma anche che Veda si mette con Monty, andando via da Los Angeles per continuare la sua bella vita a New York. Mildred alla fine risposa Bert, il suo primo marito (lasciato da Maggie che torna dal suo di marito che nel frattempo ha scoperto del petrolio nel Texas, ahi potenza del grande sogno americano). Il libro è tutto qui, tutto nel rapporto tra genitori e figli e su come le scelte private influiscano sulla vita pubblica dei personaggi. Nel film con la Crawford decidono di inserire la componente noir, inscenando l’uccisione di Monty. Ma è una forzatura, che nel libro manca. Perché il libro, in fondo, è molto più dolente della torbida storia melo-noir del cinema. Dolente ed aulente. Perché da un lato si inneggia al grande mito americano che tutti possono riuscire se hanno le capacità (Mildred fa le torte, sa cucinare, apre un ristorante, ed ha successo; Veda sa cantare, e vola di palcoscenico in palcoscenico), ma tutti falliscono se non ne hanno (Bert si illude di saper fare, e farà lo spiantato per tutta la vita, riscattato solo dall’affetto di Mildred, Monty ha soldi di famiglia, ma non è capace di nulla, e non potrà passare che di fallimento in fallimento). E dall’altro si toccano le corde che sempre inguaiano gli americani: l’incapacità di avere rapporti umani, la tragedia dell’odio genitori-figli (o meglio figli vs. genitori, anche se bollare Veda come la creatura più demoniaca della letteratura come fa la quarta di copertina mi sembra un po’ forte). Ci sarebbe quasi da scriverne un saggio sociologico. Intanto gustiamoci questa scrittura di Cain, dimenticando il film, la serie televisiva, e seguendo gli anni Trenta americani attraverso alcuni protagonisti minuti, anche se non minimali.
“Bert assomiglia a Veda. Se non può fare le cose in grande stile, gli sembra di non vivere.” (102)
Conclusioni
Come detto, qui si tratta di due diversi tipi di approccio alla malattia. L’antagonismo descritto dalla Austen è senza dubbio da utilizzare, e ne concordo le dosi, eventualmente specchiandosi nel contraltare impersonato dalla vanità di Rossella O’ Hara. Trattando invece di adolescenti, potrebbe valere la pena mitigare l’arroganza anche con qualche dose di eccesso di fiducia (nei genitori) per indurne la mancanza (nei figli).


domenica 6 luglio 2014

Misticanza con yogurt - 06 luglio 2014

Dopo due insalate abbastanza omogenee, eccoci ad un quartetto un po’ più “disparato”, anche se non disperato. Unito dalla comune passione per lo yogurt, che ho trovato girando per quelle nazioni. Si parte dalla Finlandia di Paasilinna e la sua girandola di suicidi, si scende (in tutti i sensi) nella Repubblica Ceca di Kundera (dove ricorderò sempre un Capodanno con yogurt di quasi … beh diciamo di tanti anni fa), si risale alla Norvegia del Premio Nobel Hamsun, per finire, dopo tanto freddo, al caldo mediorientale dell’imperdibile libro di Amos Oz.
Arto Paasilinna “Piccoli suicidi tra amici” Iperborea euro 14 (in realtà, scontato a 10,64 euro)
[A: 06/12/2013– I: 30/01/2014 – T: 03/02/2014] - &&& e ½
[tit. or.: Hurmaava joukkoitsemurha; ling. or.: finlandese; pagine: 259; anno 1990]
Me ne aveva a lungo parlato il mio amico Emilio come di un delizioso ed ironico romanzo. Mi capitò inoltre di parlarne con uno studente finnico in una libreria, studente che considerava Paasilinna il miglior scrittore finlandese. Approfittando di una visita alla mostra della Piccola Editoria, nonché di una super-offerta, ecco che nelle nostre trame entra il primo libro finnico. Poiché questa è una di quelle lingue che forse mai riuscirò ad imparare, devo in ogni caso rendere omaggio ai traduttori che hanno fatto un esimio sforzo di rendere la spumeggiante lingua di Arto, in un miscuglio di serietà ed ironia che ben rende lo spirito del romanzo. Devo però rilevare che, ad onta del titolo italiano, decisamente accattivante, il testo originale (come rilevo da una ricerca sul web) porta all’altrettanto affascinante titolo di “Un incantevole suicidio di massa”. E come rileva l’ottima postfazione di Diego Marani da quel titolo, da quell’idea parte tutta la costruzione della trama di Arto. Che si innesca, episodio dopo episodio, come una bomba ad orologeria che sta sempre per esplodere, di cui ci aspettiamo l’esplosione, ma che quando esplode ne fa comprendere tutti i meccanismi, uno dopo l’altro accumulati. E funzionali alla deflagrazione finale. Sebbene non così noto come il suo maggior successo (“L’anno della lepre”) questo romanzo è un vero campionario dei temi e della scrittura dell’autore. Si notano l’amore per la natura, l’astio per le situazioni di costrizione, una sana ironia verso i poteri costituiti, una passione per la parola ed i rapporti umani, che spesso risolvono situazioni difficili meglio di aiuti esterni. Il romanzo è poi un doppio campionario: di persone e di luoghi. Nelle 250 pagine, Arto inserisce persone e nomi e fatti, costruendo decine di vite immaginarie ma reali, come in un campionario di mini-biografie. Rendendoci reali (ed amici, come dice il titolo italiano) questa trentina di personaggi che ad un certo punto si ritrovano su di un pullman di lusso a girare per l’Europa. Il tutto partendo da un numero: 30 suicidi ogni 100.000 abitanti (siamo nel 1990; ora la percentuale è scesa a 16, e la Finlandia, dal podio è scesa al 15° posto). Arto allora comincia a seguire un suicidando: ce ne narra la storia, e seguiamo Olli mentre va a spararsi in un fienile. Dove trova il colonnello Hermanni che cerca di impiccarsi. I due, sentendosi un po’ ridicoli, soprassiedono. E da qui comincia la folle escalation. Olli non ha fatto altro che bancarotte nella vita, ma le saune con Hermanni gli danno una folle idea. Mettere un’inserzione per radunare un po’ di suicidi, in modo di inscenare un suicidio di massa. Il colonnello, con la sua mentalità militare, inizia a fare piani. All’inserzione rispondono centinaia di possibili suicidi. Con la tipica mentalità finlandese, ecco che Olli organizza un meeting, riunisce i suicidi, il colonnello ingaggia Helena, un’aspirante sucida e segretaria di bella presenza. Fanno un convegno con una relazione di una psicologa che aveva tentato il suicidio (le rutilanti invenzioni di Arto cominciano ad ingranare). Alla fine si ritrovano in una trentina di persone decise a suicidarsi ad ogni costo. Ma bisogna organizzare bene le cose. Ai tre capi della nascente organizzazione “Morituri Anonimi”, si associano un furfantello di mezza tacca, Uula, che si aggrega per sfuggire alla cattura avendo rubato soldi ad una troupe cinematografica americana, il cameriere Seppo, che non vuole suicidarsi, ma che “rallegra” la compagnia con macabre storielle, e l’autotrasportatore Korpalo, che mette a disposizione un pullman di lusso. Perché hanno deciso: si va a morire saltando dalle scogliere di Capo Nord. Da qui cominciano una nuova serie (praticamente infinita) di storie di riporto. Per strada si accolgono altri adepti, raccontandocene la storia. Si devono affrontare problemi, ed ogni volta un nuovo morituro viene alla ribalta, ed Arto ci illustra perché deve morire. Ma mentre stanno filando a tutta velocità verso la scogliera, c’è il primo ripensamento: qualcuno tira il freno d’emergenza. Riunione, discussione, altra meta. Buttiamoci dalle Alpi svizzere. Ed allora scorribanda per l’Europa, con una stupenda battaglia a suon di frustini di betulla con degli hooligan tedeschi. Ma gli Svizzeri hanno leggi contro il suicidio di massa. Qualche morituro si innamora delle Alpi, ed abbandona il pullman, ribattezzato “Saetta della Morte”, per passare gli ultimi anni nei cantoni tedeschi. Al colonnello viene allora l’idea di un nuovo punto fondante per la morte: il Cabo Sao Vicente in Portogallo. Nuove scorribande, avventure e schermaglie varie tra l’Alsazia e l’Algarve (e qui, Arto rende in modo magistrale lo scontro tra la mentalità finnica ed il resto dell’Europa). Ma arrivati alla “Finis Terrae” (anche se quella sarebbe al Nord del Portogallo, ma va bene uguale), dopo tanto tempo passato insieme e solidali, i trenta morituri decidono che hanno tanta voglia di vivere, ed abbandono l’incantevole progetto. C’è chi si sposa (come Hermanni e la segretaria), chi apre nuove strade alle sue attività, chi fa finta di suicidarsi per sfuggire alla giustizia (il buon Uula, che decide di rimanere in Portogallo, tanto il sami ed il lusitano hanno affinità sorprendenti, come cito sotto). E non manca in tutto ciò il contraltare dell’ironia verso i poliziotti, che per tutto il romanzo inseguono sempre in ritardo la Saetta della Morte, fino a perderne le tracce. Ed il questore ci rimane tanto male che muore d’infarto. Bravo Arto, che colpo magistrale. L’altro campionario, sarebbe quello geografico, che farebbe la gioia di noi viaggiatori vedere il percorso che effettua tra la Scandinavia e la Lusitania, la nostra Saetta. Un ottimo libro, allora. Che come una vodka finlandese prende sapore a poco a poco. Certo, tutti quei nomi fanno perdere il lume della ragione (e della regione). E qualche accenno di artrite lo denuncia i 25 anni dalla scrittura. Però credo che insisterò con altri nordici, prima o poi.
“Il viaggio più folle della mia vita… Perché siamo ancora vivi o perché non siamo ancora riusciti a morire?” (231)
“La pronuncia del portoghese e del sami presenta affinità sorprendenti. Il portoghese deriva dal tardo latino, e il sami dal bramito delle renne.” (249)
“Quello che è imperdonabile è credersi vivi quando invece si è morti da un pezzo.” (259)
Milan Kundera “Il libro del riso e dell’oblio” Adelphi euro 10 (in realtà, scontato a 7,50 euro)
[A: 04/01/2014– I: 12/03/2014 – T: 15/03/2014] - &&
[tit. or.: Kniha smíchu a zapomnění; ling. or.: ceco; pagine: 273; anno 1976]
Quanti anni erano che non prendevo in mano un libro dell’esule famoso? Tra una cosa e l’altra, dopo “L’insostenibile” (letto per arboriana memoria e mediamente gradito), avevo negli anni Ottanta e Novanta provato a leggerne. Ricordo di averne iniziati almeno due, e di uno (“Il valzer degli addii”) ricordo anche di essermene stufato dopo poche decine di pagine. Ora, col senno della maturità e con la volontà di recupero, spinto anche da altre letture omologhe e marginali, ho preso, letto, e mal digerito questo quasi quarantenne libro. Non dico romanzo, che Kundera scrive affastellando parole, qui come spesso altrove. Ci sono pensieri, trame che tracciano solchi di racconti, unioni e disgiunzioni. Quasi a suggellare quello che in quarta di copertina ci si ostinano a chiamare “variazioni”, per riprendere uno dei tanti fili del narrare. Quel bel pezzo del rapporto con il padre ormai malato e quasi incapace di parlare, e la sua ostinazione di studio sulle variazioni di un pezzo di Beethoven. E non dico che, probabilmente, inserito nel suo contesto storico, il testo non abbia una sua valenza. Come non calarsi nello spirito del ’76, e pensare ai cechi (o meglio, ai Boemi), al loro modo di vivere in una terra occupata, alle ribellioni ed agli ostracismi. Ricordo che fu l’anno di uno dei più tristi fine d’anno da me passati, proprio in quel di Praga, a casa dell’allora amico lettore di italiano, con i miei sodali dell’epoca e con la mia allora fidanzata. Ricordi di un paese bello, ma di tristezza immensa, con un’unica girandola luminosa a segnalare il nuovo anno. E con un dolce fatto di latte cagliato, zucchero e qualche fragola in pezzi. Ecco se mi calo nel mio io d’allora, capisco meglio e bene lo scritto di Milan, la sua rabbia verso il russo oppressore, la rovina del paese, la storia della ragazza che, per aiutarlo, verrà bandita anche lei. Ed anche il muoversi per il paese seguiti da macchine della polizia segreta. Nascondere lettere compromettenti. Cercare lettere d’amore perdute. Ma questa comprensione non riscatta il testo generale. Perché un testo che suoni le mie corde, deve anche rimanere vivo al di là degli anni che passano. E questo non sopravvive, in me, allo scorrere del tempo. Non mi dà nessuna sensazione la lunga digressione sulle vicende di Tamina, del suo amore perduto, dell’isola dei bambini, ed altre metafore che probabilmente non colgo. Non mi coinvolge Mirek ed il suo strano ex-rapporto con Zedna la brutta. Poco mi sembra cogliere nelle vicende del riso legato alla possibile rappresentazione dei “Rinoceronti” di Ionesco (e ricordo ai deboli di memoria, che Ionesco insieme a Borges è stato una delle punte del mio amore giovanile verso la scrittura, che ancora persiste immutato verso di loro). E tutta quella digressione sul rammarico (che questa dovrebbe essere la traduzione di “litost”), con il rapporto tra lo studente e la bella (ma campagnola) Krystina, con lo spaesamento tra la vita in campagna e quella in città, con gli scrittori, le loro idee sulla poesia e sulla vita. Una parte di una pallosità unica, con qualche sprazzo laddove si tenta dell’ironia. Ma subito annegato nel rammarico generale di un qualcosa di incompiuto. Salviamo soltanto quell’accenno all’oblio. Sì, il fatto che qualcuno ha scritto di un tempo altro, che ha ricordato Gottwald e le epurazioni, l’agosto del ’68 ed i carri armati russi, i tristi anni settanta, questo ha un suo senso. Quello di non lasciar cadere quei tempi nell’oblio. Mentre leggo le parole di Kundera rivolte a quegli anni, tornano come bolle le memorie di quei tempi. Non erano nel mio oblio personale, che ora riesco a ripercorrerle in tutti e dieci quegli anni giovanili. Ma forse nell’oblio collettivo sì. Ed allora, senza nessun ricordo del riso, e con la consapevolezza che l’io di allora è sempre l’io mio attuale (con qualche ruga in più e qualche slancio in meno), lasciamo che la memoria ripercorra i tempi e ce li restituisca. Sperando in lettura coeve ma più coinvolgenti.
“Stava con una donna brutta perché non aveva abbastanza coraggio per andare con quelle belle.” (25)
“Il romanzo è frutto dell’umana illusione di poter comprendere il prossimo.” (115)
“Quel che attirò Tamina furono le sue domande. Non per il loro contenuto, ma per il semplice fatto che egli le ponesse. Mio Dio, era talmente tanto tempo che nessuno le domandava niente! … Solo suo marito le faceva incessantemente delle domande, perché l’amore è un continuo interrogare.” (198)
Knut Hamsun “Fame” Adelphi euro 10 (in realtà, scontato a 7,50 euro)
[A: 04/01/2014– I: 18/03/2014 – T: 21/03/2014] - &&&& 
[tit. or.: Sult; ling. or.: norvegese; pagine: 186; anno 1890]
Il recupero di un classico: come scrittore e come scritto. Un libro che per molto tempo è stato nelle mie liste mentali di acquisto, ma che non trovava spazio per più urgenti e presenti letture. Sotto la spenta del mai troppo lodato Curarsi di Otto e Ale, ho deciso di prenderlo, e di leggerlo. È un libro datato, ovvio, visto che, come leggete sopra, è stato scritto quasi 125 anni fa. Ha pur tuttavia una forza espressiva, descrittiva e narrativa non indifferente. Intanto pensiamo allo strano autore, che lo buttò giù di getto a 30 anni. Knut era uomo dai mille mestieri e dai diecimila vagabondaggi. A vent’anni aveva già varcato l’oceano per una lunga permanenza in America. In questo libro riversa molta del suo vissuto giovanile, esaltato dalla scrittura ma intrinsecamente povero, sempre alla ricerca del modo di sbarcare il lunario. Altro dato interessante è la stessa scrittura: prima di Joyce e molto prima di Proust, una sorgente quasi di “flusso di coscienza” che riempie le pagine delle idee, delle azioni soggettive, dei pensieri di questo giovane norvegese, girovagante per le strade e per le case di Christiania (questo il nome di Oslo fino al Novecento inoltrato) in cerca di qualcosa da mangiare e nell’intento di scrivere qualsiasi cosa che possa essere vendibile e sollevarlo dall’indigenza. Il romanzo è tutto lì, concentrato in un ristretto spazio temporale, e scandito da quattro lunghi capitoli, all’interno dei quali il nostro percorre un’altalena, spesso analoga come andamento, ma diversa (ed angosciosa) in ogni passo. Ogni capitolo comincia con questa grande fame, tanto che il libro è grondante di fame dalla prima alla penultima riga (poi vi dirò perché non ultima). E lui gira, pensa, si industria nella scrittura, impegna abiti, cerca conoscenti cui magari ha prestato denaro a sua volta (e non li trova mai), si rivolta contro il Dio che come a Giobbe gli da tante prove da sopportare. Ed ogni volta la discesa verso l’indigenza pura è sempre più forte e sempre con meno speranza di risalita. Tanto che si industria a succhiare pezzi di legno prima, ed anche sassolini poi per placare la fame. Ed intanto, come detto, scrive. E nei primi due capitoli, inaspettatamente, alla fine riesce a vendere un articolo, un brano, qualcosa ad un giornale, che gli viene pagato. E con le cinque corone riesce ad andare avanti un altro po’. Il suo è comunque un girovagare folle, allucinato, fa cose strampalate. Segue una signorina inventandosi storie e storielle. Ed ovviamente quella, pagine dopo, si ricorderà e sembra che si possa innamorare del folle giovane. C’è una timida scena di quasi sesso, che si ferma molto al di qua (si adombra forse la visione di un seno). Ma il giovane, cui la carenza di zuccheri da cibo fa sproloquiare, non può che allontanarsi dalla giovane. Oltre al cibo, costante è anche la ricerca di un riparo per la notte. Quando ha qualche spicciolo riesce ad affittare, anche se per poco, stanze o ripari vari. Al verde, cerca di farsi ospitare. Una notte la passa anche in prigione (con la scusa che ha perso le chiavi di casa). Insomma, inventa di tutto. Ma sempre al di qua della legge. Non ruba mai, anzi quando si trova inaspettatamente dei soldi, li scialacqua subito. Vuoi per concedersi una suntuosa bistecca (ma non avendo mangiato per giorni, il cibo improvviso non potrà che farlo vomitare). Vuoi per dare elemosine, come se fosse un signore. Vuoi per pagare più del dovuto la sua affittacamere, che lo aveva trattato sgarbatamente. E lui, altero, le dà tutti i soldi ricevuti in regalo dalla signorina di cui prima, per poi andarsene via, senza un soldo, senza una casa, senza un cibo sotto i denti. Quando ha due panini, ne regala uno ad un ragazzo che piange. Ma la girandola dei capitoli si fa sempre più difficile, sempre più difficile trovare anche una corona. Che la sua vena di scrittura, l’unica a sorreggerlo, sembra si inaridisca. Per poi terminare (ecco l’ultima riga che non gronda di fame ma di speranze), come nella sua vita di cui scrissi sopra, per imbarcarsi su di una nave, senza un soldo in tasca e senza una meta in testa. Due sono infine i motivi per cui alla fine non riesco a dargli che 4 libricini su 6. Il primo è legato al testo, che alla fine forse diventa appunto ripetitivo con questa ciclicità di alti e bassi. E con l’incapacità del giovane di spezzare il cerchio che lo avvolge. Il secondo è invece di contesto, che poi (ma dovrò approfondirlo) nella sua lunga vita, anche se nel ’20 riceve il Nobel per la letteratura, lo strambo Hamsun si lega al partito nazista, tanto da subire un processo nel ’48 per queste sue simpatie. La materia è controversa, e non c’è spazio (né conoscenza mia) per andare oltre. Ma nella mia testa è un punto nero che non si cancella. Tuttavia devo riconoscere che quando descrive la sua fame, mi fa venire una stretta allo stomaco. D’angoscia.
“Così ero fatto, all’occorrenza pagavo fino all’ultimo centesimo.” (181)
Amos Oz “Non dire notte” Feltrinelli euro 8 (in realtà, scontato a 6,80 euro)
[A: 04/10/2013 – I: 31/03/2014 – T: 02/04/2014] - &&&&&
[tit. or.: Al Taghidi Layla; ling. or.: ebraico; pagine: 200; anno 1994]
Un bellissimo libro, triste dalla prima all’ultima pagina. Ecco, se volete un libro triste, credo che questo sia da mettere tra i cinque di testa. Eppur tuttavia, non è un libro triste nel senso che spiace alla lettura, che, appunto, intristendo, ci faccia allontanare. È triste come triste a volte può essere la vita. Ma come la vita è pieno di tanti momenti, di tante sfaccettature. Inoltre Oz, che continuo a sostenere meriti il Nobel, ce lo racconta alternandosi nelle vesti dei due protagonisti della storia: il maturo Theo (non vecchio, ma vissuto, ed estrapolerei dal contesto sia un sessantenne o poco più) e la sua compagna Noa (di una quindicina d’anni più giovane). Il racconto, attraversando alcuni mesi della loro storia, ne ripercorre la genesi, e ne riporta le attuali condizioni, consentendo, nelle due prospettive, di verificare ancora una volta quanto ben espresso nel libro di Barnes (“Il senso di una fine”). La difficoltà di conoscere l’altro, e la diversità di peso che ad una stessa vicenda danno i diversi attori della stessa. Anche qui, come in molti altri libri di Oz, la storia è poca, forse esile, forse solo pretesto. Theo e Noa vivono da qualche anno (sei? sette?) nell’insediamento di Tel Kedar, non lontano da Tel Aviv. La loro è una relazione che si presenta stanca, con tanti momenti di tensione. Theo è disilluso, quasi pauroso della vita, dopo aver dato tanto e passato tanto fino a pochi anni prima. Con quel misto di saggezza e di paura continua a vivere il suo rapporto con Noa. Non bella, forse, ma piena di slanci, che a volte si appoggia troppo a Theo, a volte, per ripicca, se ne allontana per una pretesa di indipendenza. Vediamo quotidianamente, da una parte e dall’altra, tutti i possibili errori che si possono commettere in un rapporto. Theo che ha paura di imporre la sua età come metro di giudizio, la sua esperienza come fonte di saggezza. Noa che ha paura di chiedere aiuto quando ne ha bisogno, e che lo rifiuta quando si avvicina non richiesto. Eppure la loro storia, che ci viene raccontata attraverso i capitoli trasversali, è una storia dell’incontro di due persone destinate ad innamorarsi. Theo, urbanista (e i disegnatori di luoghi sono capitali per Israele ed i suoi insediamenti che, metro dopo metro, conquistano tutti i territori, anche il deserto), di successo, riconosciuto, ma non politicamente sorretto, a seguito di cambi governativi, viene allontanato. E chiede di andare a lavorare in America Latina, dove, scordandosi della patria natia, continua ad avere riconoscimenti, anche se non tangibili, ma di stima, per tutte le situazioni che continua a proporre e realizzare. Ed impara l’andamento lento del popolo latino. E la capacità di ascoltare. Accumulando anche una fortuna, che Israele continua a pagarlo. In un passaggio all’ambasciata israeliana in Venezuela, conosce Noa. Che capita lì dopo tanti rovesci in patria: madre che fugge da giovane e va a vivere in Nuova Zelanda, padre maniaco di cartoline, che si ammala, costretto su di una sedia a rotelle, zia che si prende cura di lei bambina e del padre, ma che è matta come un cavallo. E ad un certo punto, Noa deve prendere in mano le redini della vita familiare, sacrificando se stessa per la famiglia. Muore la zia, muore anche il padre, che tanto bene non stava neanche lui, visto che lascia tutto all’unico parente maschio (un nipote) e niente alla figlia. Noa, delusa e sola, decide di accettare un periodo all’estero, lei insegnante ed amante della letteratura. Ed appunto conosce Theo, di quindici anni più grande. Nasce il grande amore. Theo continua a girare ed a progettare per il Sud America, incontrandosi di tanto in tanto con Noa. Ma sempre più vicini e coinvolti. Ci sono immagini d’amore dolcissime (lui che cura lei ammalata). Noa decide di tornare in patria, chiede a Theo di seguirla. Lo fanno, e si trasferiscono appunto a Tel Kedar. Dove Theo praticamente fa una vita da pensionato, distaccato, tra caffè, scacchi, radio, musica classica, e ricordi. Noa insegna, e viene coinvolta emotivamente dalla morte, forse per droga, di un suo alunno. Il padre vorrebbe istituire un centro di cura per drogati e chiede a Noa, come insegnante cui il figlio voleva bene (ma lei non se n’era mai accorta) di farsi promotrice. Questo avvenimento segna il leit motiv della storia attuale, delle dispute tra detto e non detto di Theo e Noa. Con la presentazione, al contorno, di tutta la fauna di Tel Kedar: la donna sindaco (in gioventù amica di Theo, ed il cui marito è morto in guerra in un’unità operativa comandata dal padre dell’alunno morto), il cinquantenne farfallone (che cerca di scopare, o lo fa, tutte le belle donne del villaggio, facendo una corte stonata anche a Noa, per poi mettersi con la timida Linda), Ludimir (il pensionato contestatore pronto a tutte le cause delle minoranze), Natalia (giovane immigrata russa, lavorante alle pulizie per Theo, e di cui lui si prende cura, trovando nuova vitalità con i di lei parenti e facendo loro trovare un lavoro). Tra un ricordo e l’altro, tra un tentativo di mettere in piedi il centro, con tutti contro, l’acquisto di una casa per lo stesso con i soldi di Theo, il tirarsi indietro del padre, e tanti altri micro avvenimenti, si procede per i mesi della primavera e dell’estate nel villaggio. Ma la potenza di Oz è rappresentarci i continui attriti tra Theo e Noa, ed i momenti, dolcissimi, intensi, dove fanno l’amore, dove si accudiscono, dove siedono vicini sul divino a sentire musica. E tanti altri che vi lascerò scoprire, come vi lascerò il non detto se succede qualcosa o meno per il centro, per la città, per loro due. La bellezza e la tristezza del libro, sono in questa descrizione dell’invecchiamento dell’amore (non tanto delle persone). E questo suo persistere, resistere, risbocciare quando lo avevamo dato per perso. Sarebbe tutto bello se fosse sempre come quando incontriamo il giovane irlandese che per amore di una Daphne gira tutti i kibbutz d’Israele, perché sa che lei lavora in uno, ma non sa come si chiama, ma sa che la ama. Oz capisce (e ci fa capire) che la vita non sono solo questi momenti. Ma sono il dolore al ginocchio, l’indecisione se comperare o no un abito colorato, il bisogno di avere un conforto, la rabbia di averlo ma in modo diverso da come lo si voleva (d’altra parte, Theo usa i suoi modi, ed il suo bello è la capacità di immutarsi nel tempo, a volte anche facendomi arrabbiare come un cane randagio). Oz poi usa il nome Kedar, che è quello di uno dei più oltranzisti insediamenti israeliani in Cisgiordania, come contrappasso, per esaltare (anche se mai in modo diretto) la necessità di una tolleranza globale. Come si rispetta l’arabo, che dopo il felafel sta introducendo anche lo shwarma nella ristorazione locale. Come si rispetta il matto, che va tutti i giorni all’Ufficio postale a chiedere quando arriva il profeta Elia. Ed al funerale del matto, imparo una nuova parola: eulogia. Parlare bene di. Frase derivante dal greco che si usa nei funerali ebraici e cristiani dove si fa l’eulogia del morto. Beh, io vorrei (come si fece per mio padre) non che se ne parlasse bene, ma se ne parlasse con rispetto. Come Oz parla dell’amore di Theo e Noa. E come questo amore tante note ha scatenato nelle mie memorie, vicine e lontane. Tanto che sto scrivendo una trama forse troppo lunga. Qui ci si ferma, invitando a leggere Oz, sia questo che altro. Lessi delle critiche che ne parlavano come troppo lento, quasi stancante. Io non lo trovo certo vivace. Ma trovo coinvolgente il suo modo di porre ed affrontare i problemi. E meglio farlo piano, in questo mondo a volte troppo spesso urlante.
E veniamo allora, come ad ogni inizio mese, alle 19 letture d’aprile (mese di molto riposo dopo le fatiche sudafricane). Iniziato con il bellissimo ed imperdibile Oz di cui ho appena parlato, ma poi proseguito in mediocrità, con alcune punte veramente basse: l’inutile giallo italiano di Veltri, il poco convincente penultimo episodio di Patricia Cornwell e il per me poco leggibile Jodorowsky.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Amos Oz
Non dire notte
Feltrinelli
8
4
2
Helen Simonson
Una passione tranquilla
Pickwick
10,90
3
3
Stefan Zweig
Novella degli scacchi
Einaudi
8,50
3
4
Antonio Skármeta
Il postino di Neruda
Einaudi
9,50
3
5
Michael Connelly
La lista
Piemme
13
3
6
Gianluca Veltri
La dimora del santo
Sole 24 ore – Noir
6,90
1
7
AA.VV.
Ferragosto in giallo
Sellerio
14
2
8
Ugo Mazzotta
Il segreto di Pulcinella
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
9
Robert Schneider
Le voci del mondo
Einaudi
10
3
10
Toni Morrison
Amatissima
Pickwick
10,90
3
11
Giorgio Scerbanenco
Dove il sole non sorge mai
Corriere della Sera
6,90
3
12
James M. Cain
Mildred Pierce
Adelphi
12
3
13
Alessandro D’Avenia
Bianca come il latte, rossa come il sangue
Mondadori
13
2
14
Alexander McCall Smith
The Lost Art of Gratitude
Abacus
10
2
15
Arturo Paoli
Cent’anni di fraternità
Chiarelettere
12
3
16
Patricia Cornwell
Letto di ossa
Mondadori
13
1
17
Fabio Bartolomei
Giulia 1300 e altri miracoli
E/O
9,50
3
18
Giorgio Scerbanenco
Europa molto amore
Corriere della Sera
6,90
3
19
Alejandro Jodorowsky
Quando Teresa si arrabbiò con Dio
Feltrinelli
s.p.
1

Quest’anno Avventure ci ha fino ad ora tradito, riuscendo a cancellarmi il terzo viaggio di seguito. Quindi anche il Malawi passa tra le occasioni per ora perdute, ma chissà… Dovremmo aspettare agosto per staccare di più.