domenica 14 settembre 2014

Romanzi da cinema - 14 settembre 2014

O romanzi per il cinema. Comunque, questa settimana abbiamo quattro titoli, tutti prima o poi passati al grande schermo. Anche se devo dire la migliore interpretazione è quella per la TV di Nicole Kidman per il romanzo di Cain. Anche se al cinema Joan Crawford aveva vinto l’Oscar, anche se il film tratto da Kureishi ha vinto l’Orso d’oro a Berlino, anche se dal libro di Carr venne una delle prime e migliori interpretazioni di Kenneth Branagh. Ultima, ma solo in ordine di tempo, la trasposizione sullo schermo dell’olandese Koch, in un film tutto italiano (e che non ho visto, avendo scritto la trama in tempi ancora non sospetti). Insomma, un bel connubio tra due grandi arti, anche se preferisco sempre Calliope alla Decima Musa.
Hanif Kureishi “Nell’intimità” Bompiani euro 8
[A: 04/01/2014– I: 14/02/2014 – T: 16/02/2014] - &&& e ½
[tit. or.: Intimacy; ling. or.: inglese; pagine: 107; anno 1998]
Pur avendone letto altri libri, e pur stimando il romanziere e regista indo – pakistano, questo è il primo libro in italiano che leggo. E, benché datato, trovo la traduzione di Ivan Cotroneo ben fatta ed aderente allo spirito della scrittura di Kureishi. In un libro che non è facile, nonostante sia agile, quasi come un racconto lungo. E sicuramente diverso e più interessante del film che si dice ne venne tratto nel 2001, vincendo l’Orso d’oro a Berlino (il film usa una diversa storia di Kureishi come trama e questo romanzo come atmosfera). Qui, il nostro scrittore imbastisce un lungo monologo di un quarantenne (credo, anche se non dice l’età) allo sbando. Pur essendo uno sceneggiatore di successo (ed in questo, Hanif si tratteggia un po’ nel personaggio), non trova “un centro” alla propria esistenza. A me, forse un po’ semplicisticamente, è parso affetto da una grave “sindrome di Peter Pan”. Il protagonista si rifiuta di crescere, crogiolandosi e commiserandosi in uno “sto male qui ed ora, come faccio ad uscirne?”. Intanto, oltre al buon lavoro, vive con Susan, con la quale ha due figli. E mentre si aggira per casa, cercando di decidere cosa portarsi via perché la vuole lasciare, ricostruiamo a sprazzi la sua storia. Quella di uno dei tanti “leftist” o forse “radical” inglesi. Gioventù sbandatella, senza metà, frequentazioni alternative e promiscuità. Grandi bevute ai pub, ma anche spinelli e droghette a go go. Ed una pulsione sempre presente per l’altro sesso. Che spesso e volentieri, concretizza. Sia prima della convivenza che dopo. Nonostante voglia bene ai due figli piccoli, abbia momenti di genuina tenerezza e scoperta con loro. Ed a modo suo vuole (voleva?) bene a Susan. Ma la vita di famiglia impone delle regole. E lui, non crescendo né in crescita, è quello che rifiuta. Vuole tutto come se fosse un ragazzo di vent’anni prima. Vuole scopare, vuole ubriacarsi, vuole farsi le canne, e vorrebbe che la vita in famiglia potesse andare avanti senza che lui intervenga “in aiuto”. Appunto, come un Peter Pan che si aspetta che ci sia sempre qualche d’un altro (una Trilly, ad esempio), che facesse per lui “i lavori sporchi”: fare la spesa, cucinare, mettere in ordine. Non è un caso, che decide di avere uno studio fuori casa, dove rintanarsi a lavorare, come se. Ed uno studio che usa come garçonnière a tutto vapore. Il momento topico che lo porta a riflettere sul suo malessere, avviene quando si accorge che anche i suoi amici crescono, e si assumono responsabilità, e per questo, si vedono meno. Bello è il contraltare di Naif, uno degli amici storici, anche lui con moglie e figli, ma che accetta questa realtà, e ci lavora. A lui rimane solo Victor, uno che se ne andato anche lui di casa un paio d’anni prima (ma con ripensamenti e crisi). Contemporaneamente, ha una storia con Nina, ragazza più giovane di lui, affascinata dal suo essere un po’ alternativo. Che aspetta, ma poi non accetta quella sua indecisione di fondo. E lo lascia. Questi due avvenimenti lo mettono in crisi. Lo mettono di fronte al suo vagheggiamento di un’età felice. Facendo in modo di riversare tutto il suo malessere e le sue incapacità sulla buona Susan. Che invece lo ama ancora, e molto. Che va con lui in analisi per capire il loro rapporto. Il nostro sembra mettercela tutta. Ma niente da fare. Per andare avanti dovrebbe sporcarsi le mani. Ed allora, si ripete, qui sto male, anche se ho Susan, anche se ho i miei figli. Me ne vado, così faccio piazza pulita e ricomincio da capo. Non capisce, non capirà mai, che non può andarsene da se stesso. E la piazza pulita la deve fare al proprio interno. Cambiare cielo non significa, mai, cambiare vita. Kureishi, oltre a descrivere con crudezza questa catastrofe umana, utilizza il nostro anche come paradigma di una generazione bene o male fallita. Quella che all’epoca andava per i quaranta (ed ora andrebbe per i sessanta). Che è stata sconfitta nel pubblico e nel privato, proprio perché “non si è sporcata le mani”. Descrizione cruda nei rapporti umani, ed in quelli sessuali, per tirarne fuori pochi (e sparuti) elementi di conforto. Alla fine, dolentemente, mi è anche piaciuto, laddove rivedo situazioni similari. Forse, come diceva qualcuno ma non ricordo dove, ci volevano “un po’ più di palle” per affrontare la vita. E non ce l’ha messe né il protagonista, né lo scrittore. Comunque una lettura non banale, da approfondimento.
“Le parole sono azioni e fanno accadere le cose. Una volta che sono uscite dalla bocca non puoi più farle rientrare.” (5)
“Se sei portato all’infelicità, no ti mancherà mai un amico.” (30)
“Per un ceto periodo sono stato una sorta di marxista, anche se adesso non riesco più a ricordare le differenze fra i vari tipi: gramsciani, leninisti, hegeliani, maoisti, althusseriani.” (35)
“Lei [inglese] insegnava inglese agli stranieri, cosa che rappresenta sempre l’ultimo rifugio per chi è allo sbando.” (60)
“Non è che adesso sia poco attraente, ma è di mezza età, e perciò appartiene a una categoria diversa.” (75)
James M. Cain “Mildred Pierce” Adelphi euro 12 (in realtà, scontato a 9 euro)
[A: 04/01/2014 – I: 14/04/2014 – T: 15/04/2014] - &&&
[tit. or.: Mildred Pierce; ling. or.: inglese; pagine: 308; anno 1941]
L’autore è il ben noto scrittore de “Il postino suona due volte”, libro che però non ho ancora letto. Qui lo troviamo in quello che invece è considerato il suo miglior romanzo, portato al cinema da Joan Crawford (Oscar) ed in televisione da Kate Winslett (Emmy Awards). Romanzo che veniva ascritto al genere noir, in considerazione dei cambiamenti fatti nel film. E che invece è giustamente un mélo come ci fa vedere la mini-serie TV. Infatti, seguiamo per le scorrevoli 300 pagine la storia e le vicende di Mildred Pierce, giovane casalinga che vive nel 1930 a Glendale, sobborgo di Los Angeles. È appena accaduto il grande disastro del ’29, l’America è in piena recessione, ed il costruttore di case Bert (marito di Mildred) si trova a corto di soldi e senza prospettive. Non solo, ma si consola dei disastri tra le braccia di Maggie, mentre Mildred è costretta a fare torte in casa che rivende a pochi dollari, per poter arrivare (e con molta fatica) a fine mese. Ci sono poi le loro figlie: Moire (detta Ray)  e Veda. Mildred, stufa della pochezza di Bert, lo manda a scopare il mare, chiede il divorzio, e comincia a ipotizzare di far diventare un lavoro più redditizio quello delle torte. Ma deve trovare anche il modo di sbarcare il lunario, di pagare il mutuo che le ha lasciato Bert. Insomma, sta proprio in mezzo ai guai. Oltre alle torte, l’unico mezzo di sostentamento che ha è il suo corpo. Non che diventi improvvisamente un escort di lusso, ma diciamo concede le sue grazie in modo da ottenere in cambio qualche aiuto, qualche suggerimento. Magari legale, dall’ex-socio del marito. Magari di prospettive, quando cade tra le braccia del bel Monty, un quasi gigolò, forte solo della sua bellezza e dei lasciti aviti che a poco a poco si mangia. In questo girare tra letti e torte, scompare presto la piccola Ray, portata via da una polmonite fulminante. Ma Mildred non si lascia abbattere. Prima continua con le torte, poi si fa cameriera. Accumula soldi ed esperienza, e, nella grande esaltazione del sogno americano, fa una luminosa carriera. Tanto da poter aprire un ristorante suo. Dove impiega le sue amiche, chi ai tavoli, chi ai liquori (che intanto il proibizionismo sta passando). Unico suo cruccio, l’impossibile rapporto che ha con la figlia Veda. Che non accetta lo status di “figlia di una commerciante”. Lei è quella delle grandi manie, delle grandi capacità, quella per cui non è nata nobile ma solo per caso, e fa di tutto per salire (a suo modo) i gradini del potere femminile. Prima con il pianoforte, ma avendo un talento solo ripetitivo deve cambiare e cambia alla grande, verso il canto dove le sue doti spiccano di gran luce. Seguiamo così le loro due carriere, sempre ai ferri corti, ma ognuna con i suoi lumi. Il ristorante, le torte, gli investimenti, consentono a Mildred di arrivare ad una vita agiata. Ogni volta rimessa in pericolo dalla necessità di soccorrere Veda se questa ha problemi, se Veda chiama, se Veda ha bisogno. Bert, intanto, si defila dalla scena, un poco ingelosendosi dei successi di Mildred, ma partecipando a quelli della figlia, in cui rispecchia il proprio egotismo assoluto (se non c’è niente al mio livello, non faccio nulla, aspettando che qualcosa arrivi). Mildred salva anche Monty dalla bancarotta, rimette in sesto le di lui scarse finanze. Lo sposa anche, per poi ben presto divorziare quando si accorge che Monty è un involucro vuoto. Ed è nella parte finale che il melo acquista tono e spessore. Perché Mildred, acquiescente ad ogni richiesta di Veda, si accorge che non solo la figlia la odia da sempre, che Veda l’ha usata per ottenere un contratto canoro più vantaggioso. Ma anche che Veda si mette con Monty, andando via da Los Angeles per continuare la sua bella vita a New York. Mildred alla fine risposa Bert, il suo primo marito (lasciato da Maggie che torna dal suo di marito che nel frattempo ha scoperto del petrolio nel Texas, ahi potenza del grande sogno americano). Il libro è tutto qui, tutto nel rapporto tra genitori e figli e su come le scelte private influiscano sulla vita pubblica dei personaggi. Nel film con la Crawford decidono di inserire la componente noir, inscenando l’uccisione di Monty. Ma è una forzatura, che nel libro manca. Perché il libro, in fondo, è molto più dolente della torbida storia melo-noir del cinema. Dolente ed aulente. Perché da un lato si inneggia al grande mito americano che tutti possono riuscire se hanno le capacità (Mildred fa le torte, sa cucinare, apre un ristorante, ed ha successo; Veda sa cantare, e vola di palcoscenico in palcoscenico), ma tutti falliscono se non ne hanno (Bert si illude di saper fare, e farà lo spiantato per tutta la vita, riscattato solo dall’affetto di Mildred, Monty ha soldi di famiglia, ma non è capace di nulla, e non potrà passare che di fallimento in fallimento). E dall’altro si toccano le corde che sempre inguaiano gli americani: l’incapacità di avere rapporti umani, la tragedia dell’odio genitori-figli (o meglio figli vs. genitori, anche se bollare Veda come la creatura più demoniaca della letteratura come fa la quarta di copertina mi sembra un po’ forte). Ci sarebbe quasi da scriverne un saggio sociologico. Intanto gustiamoci questa scrittura di Cain, dimenticando il film, la serie televisiva, e seguendo gli anni Trenta americani attraverso alcuni protagonisti minuti, anche se non minimali.
“Bert assomiglia a Veda. Se non può fare le cose in grande stile, gli sembra di non vivere.” (102)
James Lloyd Carr “Un mese in campagna” Fazi editore euro 12,50 (in realtà, scontato a 10 euro)
[A: 12/03/2014 – I: 04/06/2014 – T: 06/06/2014] - &&&&
[tit. or.: A Month in the Country; ling. or.: inglese; pagine: 157; anno 1980]
È uno di quei romanzi in cui non succede niente, e proprio per questo è pieno di tante cose. Inoltre, anche se ha scritto altro, l’autore è una specie di single-book man. Il buon J. L. Carr, tre l’altro, è morto una ventina di anni fa. E questo suo romanzo, scritto a 66 anni, dopo essere andato in pensione come ex-preside di liceo, gli valse anche premi ed onori. Direi giustamente. Dicevo, non succede niente, ma è pieno di tanto. Se volessimo chiudere la storia in poche note, da quarta di copertina, dovremmo parlare della piccola storia del ragazzo Tom, appena finita la Prima Guerra Mondiale (il romanzo è ambientato nel 1920), ripreso in mano il lavoro di restauratore di dipinti ed altri oggetti in deperimento, viene chiamato da un parroco di campagna per rimettere alla luce un affresco probabilmente celato dietro l’altare. Ovviamente Tom è rimasto segnato dalle esperienze militari. E la comunità campagnola non facilmente accetta estranei. Mentre Tom mette alla luce il dipinto, lavora al suo fianco il giovane Charles che invece sta cercando una tomba. Nasce solidarietà tra i due, entrambi reduci dalle rovine militari. Ma Charles ha qualcosa in più, essendo stato cacciato dall’esercito in quanto gay. Durante il suo lavoro, Tom viene avvicinato solo da due persone: la ragazza Kathy e la giovane Alice. La prima, tredicenne e spensierata, coinvolge Tom prima nella vita domenicale (il padre è predicatore), poi nell’aiutare dei bimbi disadattati, poi in tutta una serie di attività di aiuto in cui Tom con la sua naturale empatia si mostra vincente. Alice, invece, è la moglie dell’attempato parroco. E si capisce ben presto che ha un debole per il nostro Tom. Che si domanda il perché di questa unione tra Alice ed il prelato. Che si domanda se deve fare qualcosa, anche lui sentendo del trasporto. Ma il mese trascorre. Charles trova la tomba, Tom ripulisce l’affresco. Alice ed il parroco chiedono il trasferimento in una diversa parrocchia. Ve l’avevo detto, no, la trama è ben presto riassunta. Ma è tutta la carica di inespresso e/o di velato che c’è dietro e dentro che rende molto interessante il romanzo. Innanzi tutto, le tonalità che usa Carr, perché narra appunto come se fosse il Tom anziano che ricorda un periodo della sua giovinezza. E quindi sappiamo, a posteriori, che, in effetti, non successe gran che in quel mese in campagna. Se non che Tom – Carr matura e prende coscienza di se. Capisce di avere comunque un mestiere tra le mani (restauratore). Capisce che può riprendere il rapporto con gli altri (aiutato da Kathy), cosa che sembrava fosse stata interrotta dalla guerra e non più riprendibile. Capisce che se fa un gesto, un piccolo gesto, la sua vita, quella di Alice e quella del parroco, potrebbero cambiare. Quindi romanzo di possibilità. Ma anche romanzo di rimpianto. Che Tom si chiederà sempre e per sempre cosa sarebbe successo se… Una specie di contraltare delle domande irrisolte che si farà il narratore del bellissimo libro di Barnes “Il senso di una fine”. Se potesse continuare a restare lì in campagna. Se accettasse di fare il maestro ai ragazzi del paese. Se avesse baciato Alice. Se avesse iniziato a fare il predicatore, come il padre di Kathy. Insomma, un piccolo momento in cui Tom fa un salto in avanti nella sua vita ed un momento in cui non tornerà più (“non ho più incontrato nessuno di quel paese sperduto”) ma gli servirà per costruire la sua vita. Mi ricorda e mi fa venire in mente tanti piccoli istanti che ognuno vive. In particolare, un viaggio in treno da Siviglia a Madrid, fatto più di quarant’anni fa, e la conoscenza che feci sul treno della giovane Monika, turista tedesca. Non ci fu gran che di più di quello che successe tra Tom e Alice, ma modificò e di molto, la mia percezione dell’altro (o meglio delle altre e del mio rapporto con loro). E come Tom, dopo quel luglio di quaranta anni fa, più nulla seppi di Monika, delle sue amiche e della sua vita. Per tornare al libro, l’unico elemento che mi ha leggermente disturbato è l’introduzione di Penelope Fitzgerald. Non perché non dica cose condivisibili, ma perché le dice prima del romanzo. Guastando un po’ il godimento che se ne trae leggendolo. Io ritengo che le introduzioni debbano soltanto inquadrare, se del caso, l’autore ed il momento della scrittura. Mentre lascerei alle postfazioni il compito di entrare nei dettagli del narrato, che ora, avendolo letto, consente di condividere e di comprendere meglio quanto si dice. Evitando di anticipare cose che il prefatore vede, e magari io lettore no. Ma in fin dei conti, amici, leggete il romanzo. E non tiratevi indietro come il nostro Tom. Meglio una domanda ben posta che una ricerca di una risposta per tutto il resto della vita.
“Per quanto mi riguarda, avrebbe potuto girare l’angolo e morire di colpo. Ma questo vale per la maggior parte di noi, non è vero? Ci scambiamo sguardi vuoti. … Che facciamo qui? … Sogniamo ad occhi aperti. … Sì, quelli sono la mia mamma e il mio papà. … Vado a lavorare alle otto e torno a casa alle cinque e mezzo. Quando andrò in pensione mi regaleranno un orologio… Adesso sai tutto di me.” (52)
“Ciascuno di noi vede le cose con occhi diversi, e non serve a nulla sperare che anche uno solo su mille la pensi alla tua stessa maniera.” (96)
“Siamo entrati in questo mondo e prima o poi lo lasceremo. … Siamo qui a tempo determinato.” (101)
Herman Koch “La cena” Beat euro 9 (in realtà, scontato a 8,19 euro)
[A: 01/02/2014– I: 27/06/2014 – T: 29/06/2014] - && e ½ 
[tit. or.: Het Diner; ling. or.: olandese; pagine: 255; anno 2009]
Il mio coevo scrittore olandese, dopo tanto scrivere per televisioni e giornali, esce qui in tarda età con un libro ambivalente. Sicuramente ben scritto (ed una volta tanto ben tradotto), cerca di confutare l’incipit dell’Anna Karenina di Tolstoj. Cerca cioè di spiegare come non solo ogni infelicità è unica, ma anche le famiglie felici, sono felici a modo loro. E lo fa con un libro, come sottolinea Daria Bignardi, politicamente scorretto. Con un libro in cui, dopo aver cercato di farci simpatizzare con tutti i personaggi, li distrugge ad uno ad uno. Tanto che alla fine verrebbe da dire, come con Agatha Christie, “… e non rimase nessuno”. Allora perché valutarlo al ribasso? Forse mi aspettavo un po’ più di crudeltà verso la fine. Arrivati a tanto, viene quasi voglia di vedere di più. Invece il libro si chiude, forse con scelta saggia, con una cattiveria non tanto celata: le cose sono talmente brutte che continueranno ad andare male. Non si salverà nessuno. La narrazione è fatta in prima persona da uno dei quattro partecipanti alla cena, Paul. Partecipanti che si scopre essere due fratelli, Paul appunto e Serge, con le rispettive mogli, Claire e Babette. Si nota subito una certa disparità. Serge è l’uomo famoso, un politico in scalata, che aspira ad alte cariche. Babette è un po’ una moglie “palo”: serve nelle occasioni pubbliche, ma poco nel privato. Paul si scoprirà è un professore in congedo, mentre ignoto sembra il lavoro della moglie. Si sa solo che Paul la ritiene molto più in gamba di se stesso (e di tutti gli altri). Ci sono poi i due figli grandi, Michael e Rick, nonché Beau un nero adottato dal politico. E si nota anche dell’astio. Paul sembra avercela, e molto, con Serge. Ci fa credere forse che sia per la prosopopea da uomo pubblico (e ne stigmatizzata bene gli atteggiamenti) ma procedendo capiamo che ci deve essere qualcosa di più profondo. E mentre la cena procede (ed alla fine, da buona forchetta, vi riporto anche il menu), Paul ci svela tutti (o quasi) i retroscena. Lui, professore di storia, preso da crisi depressive profonde, comincia a fare discorsi para-nazisti sulla necessità di eliminare i “cattivi soggetti”. Tanto che viene allontanato dalla scuola. Poi la malattia di Claire, e le continue scaramucce con il fratello, che sembra fare sempre la parte del buono, del corretto. Ma infine, la grande crisi. Tutti e quattro i genitori si accorgono, attraverso uno sfocato video trasmesso dalla televisione che sono Rick e Michael ad aver ucciso (forse involontariamente) una barbona che dormiva in un bancomat. Questa è la scintilla nascosta, che mette a nudo i comportamenti dei quattro. Babette è subito emarginata non pensa che a se stessa, senza capire né figli né parenti. Serge è preso dal suo ruolo sociale, vuole fare ammenda davanti a tutti. Paul e Claire, quasi indipendentemente l’uno dall’altra, hanno invece un atteggiamento simile: fare di tutto per proteggere il figlio Michael. Anche perché si aggiunge un ulteriore pericolo: l’adottato Beau scopre le malefatte e ricatta i due ragazzi. L’abilità di Koch è nel farci calare, gradino dopo gradino, nell’inferno di queste “felicità”. Paul all’inizio sembra molto posato, riflessivo, preoccupato delle attività di Michael. E poi, si scopre essere lui stesso razzista, quasi comprensivo, preoccupato di coprire il figlio. Lo stesso modo di agire di Claire, che addirittura cerca di coprire la possibile resa dei conti tra i ragazzi e Beau. E cercano entrambi di mandare fuori gioco il tentativo di Serge di fare il “bravo politico”. Ovviamente, riusciranno tutte le peggiori attività che ci possono venire in mente. Alla fine non potremmo far altro che piangere su come stia andando in malora l’etica di questo nostro mondo. E ringraziare l’autore di aver costruito un monumento all’ipocrisia. Che sappiamo essere di questo mondo, ma che pensiamo sia altrove. Invece è anche lì, nei comportamenti minuti di molte persone. Nella mia ricerca del buono, nel mio fondamentale ottimismo, rimango spiazzato da questo libro, dove non riesco ad entrare in empatia con nessuno. Bravo Koch! Alcune note a margine sugli atteggiamenti al ristorante. Non sono riuscito a capire, infatti, se il soggettivo di Paul è ironico o meno. Ma dubito che lo sia, come quando fa una sparata sul fatto che solo in Olanda (dice) i camerieri riempiono continuamente i bicchieri di vino per far salire il conto. Lo fanno ovunque. Allora è ironico? È ipocrita? È, forse, solo ben scritto, in modo che risaltano le stupidità della borghesia olandese. E magari riusciamo a riflettere sulle nostre, di stupidità. Poi date un’occhiata al menu, ed immaginate il cameriere che si affanna a descrivere i piatti, soprattutto gli antipasti. E poi spezza il tappo mentre tenta di stappare una bottiglia di Chablis!
Il menu (per quattro, ma non sempre quattro piatti, che alcuni prendono pietanze simili, altri, verso la fine, smettono di mangiare)
Aperitivo       Champagne rosé
Vino               Chablis
Antipasti       Gamberi di fiume in vinaigrette di dragoncello e cipolline con gallinacci dei Vosgi
       Animella d’agnello marinata in olio sardo con rucola e pomodori secchi della Bulgaria
       Caprino caldo con pinoli e noci tritate e contorno di songino
Piatto             Filetto di faraona avvolta in pancetta tedesca
       Tournedos con contorno di uva e lattughina
Dolci              Parfait di cioccolato con mandorle, noci grattugiate e more
       Gelato alla vaniglia con cioccolata calda
Caffè
“Non bisogna sempre sapere tutto l’uno dell’altro. I segreti non ostacolano la felicità.” (252)
Seconda domenica di settembre, quindi alleghiamo anche una piccola Cura, questa volta dedicata ad un problema medico specifico che affligge molti uomini: la calvizie. Per il resto, come sanno i miei amici viaggiatori, nessuna nuova, cattiva (o era buona?) nuova.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

SETTEMBRE 2014
Un mese dedicato ad un problema serio (almeno per molti uomini), da affrontare con molto tatto, che qualcuno ci rimane male. Ed ecco allora due terapie opposte per la debulbificazione del cuoio capelluto.

CALVIZIE


Calliphora, Patricia Cornwell
Sun Dog, Monique Roffey
Se avete una zucca lustra e rosea sulla quale non cresce nulla - e la vedete, di scorcio, riflessa nelle ve­trine mentre passate - magari sarete costernati per la scomparsa dei vostri boccoli come, forse, di un po' della vostra virilità. Guardate con invidia le folte criniere che vi circondano, e vorreste che i loro possessori vi cedessero qualche ciocca. Vi invitiamo, però, a riflettere sull'evoluzione umana, da scimmia a essere quasi glabro. Siete voi l'essere superiore, la vostra fronte altissima è segno di maggiore evoluzione. Sono quei bruti con la zazzera che dovrebbero essere intimiditi dalla vostra presenza, loro che sicuramente si raderebbero a zero, se avessero abbastanza cervello per pensarci.
Se questo non basta a rassicurarvi, leggete il diciassettesimo romanzo di Patricia Cornwell, “Calliphora”. Jean Baptiste Chardonne è nato con una folta peluria nera - che non gli copre solo la testa, ma anche il resto del corpo. Da bambino veniva trattato come una creatura bizzarra, nascosta agli sguardi altrui dai genitori imbarazzati. Diventato adulto ha ormai accettato il ruolo del mostro, di ripugnante «lupo mannaro» - non solo a causa della sua pelliccia, ma per come questa si associ a un corpo deforme e a un viso dagli spaventosi lineamenti animaleschi.
In questo romanzo peli e capelli sono dappertutto, intasano i lavandini, restano a ciuffi in mano alle persone, vengono lasciati come indizi su alcuni cadaveri. Finiscono, anche, sotto la lente di ingrandimento di Kay Scarpetta, il medico legale che si occupa del caso (e ha già incontrato la belva irsuta). Mentre Scarpetta e Chardonne affilano gli artigli sulle rispettive corazze, il lettore sarà sempre più infastidito e disgustato da tutti quei capelli che si passerà una mano sulla pelata con indicibile sollievo.
Se poi avete bisogno di ulteriori prove che essere calvi è meglio, leggete “Sun Dog” di Monique Roffey. Il protagonista, August, è un uomo capace di modificare il proprio aspetto in accordo con le stagioni. In autunno ha i capelli arancioni, dritti sulla testa che sembra «una soffitta in fiamme». In inverno diventa azzurro, e secerne fiocchi di neve. In primavera gli germogliano le ascelle, i capezzoli e le orecchie. D'estate, infine, perde i capelli a manciate. E proprio in quel momento, quando è calvo e più vulnerabile, che August incontra il suo vero amore. Per fortuna a lei non importa nulla se è glabro o irsuto; lo ama per quello che è.

Bugiardino

Mi dispiace di non avere (ancora) nella mia libreria il libro di Monique Roffey, che d’altra parte non mi risulta essere uscito in Italia. Invece ho, insieme alla collezione competa, gli scritti di Patricia Cornwell dedicati a Kay Scarpetta (in realtà posseggo 20 dei 21 libri, essendone appena uscito uno nuovo). Una serie interessante (soprattutto nelle prime uscite), con una dose ben documentata di autenticità scientifica, che a poco a poco si è incartata, anche se le ultime prove hanno segnato una risalita. Questa per la calvizie è una delle prove minori del periodo buio, illuminata solo dalla presenza del super bulbifero assassino.
Patricia Cornwell “Calliphora” Mondadori euro 9,50
[tram del 19 giugno 2011]
Un libro di passaggio, credo. E sicuramente minore, uno dei punti più bassi delle vicende Scarpetta&Co. Credo che ad un certo punto un autore (o autrice) affermata possa sentire la mancanza di ispirazione. Ma l’industria del libro (soprattutto quella americana) ha leggi spietate. Immagino (questa è pura finzione mia) che la Cornwell abbia ricevuto il solito anticipo per scrivere un libro, ma che non venivano idee nuove e/o originali. A parte, forse, quella legata al titolo, anche se il moscone della carne (in inglese blowfly, dal nome latino di Calliphora vicina) compare un paio di volte nel libro per spiegarne l’uso forense nel determinare il tempo della morte di un cadavere. Per il resto è una pura e semplice prosecuzione del precedente, dove si riprendono temi e personaggi, ma in tono minore, con molta stanchezza. Intanto ci sono due grossi fatti che condizionano il libro: il primo è che l’ottimo Benton (l’agente amato da Kay) dato per morto nei due libri precedenti si è solo eclissato perché così può continuare le sue indagini sul cartello degli Chandonne senza mettere in pericolo Kay e compagnia. L’altro è che la simpatica Lucy, fino ad ora allegra gay con amori simpatici anche se sfortunati, viene occultata al rango di “donna caliente”, tacendo le sue tendenze amorose, come se, in un soprassalto di perbenismo, non fosse più “pagante” il suo ruolo e l’autrice cercasse di ricrearle una verginità. Terzo elemento, minore se vogliamo, ma condizionante, la Scarpetta ha un ruolo decisamente marginale. Sì, compare ed accompagna tutto il libro, ma non ne è il motore pulsante. Quasi che, la famosa morte di Benton la svuoti della carica di protagonista. Così anche l’altro elemento della banda, il buon Pete Marino, risulta sfuocato, a volte più preso dalle sue turbe familiari (la mancanza di una seria vita affettiva, ed il dirazzamento del figlio, che si scopre avvocato dei cattivi e molo, molto corrotto). Per fare un po’ di esotismo, ci si sposta dalla Virginia, sino ad ora teatro delle gesta anatomo-patologiche, a Baton Rouge in Louisiana. Si ha così modo di fare un po’ di colore locale, sia sull’inadeguata polizia, sia sui meandri paludosi e malavitosi delle paludi del Mississippi. Ritrovandoci, come è ovvio, i gemelli Chandonne. Jean - Paul alla deriva in Louisiana, dove uccide a più riprese donne bionde nella speranza di uccidere prima o poi la bionda Kay. Jean Baptiste nel braccio della morte di Houston, in attesa di una sentenza che tarda a venire. Ma è tutto trascinato via. Come dicevo, come se fosse un libro di passaggio. Si deve giustificare l’abbandono della polizia da parte di Lucy, che mette su una sua agenzia investigativa (e credo che la rivedremo più pimpante nelle prossime opere). Si deve giustificare il ritorno di Benton (con una patetica scena di odio-amore con Kay). Si devono eliminare un po’ di rami secchi, e così si fanno morire, in vario modo, uno dei gemelli ed il figlio di Pete. Si deve lasciare in vita l’altro gemello, errabondo in qualche luogo (così che ce lo ritroveremo nelle prossime avventure). E si tira fuori un ragazzino di 10 anni, cui (per diverse cause che non narriamo) muoiono i genitori, e vuoi vedere che qualcuno dei nostri se ne occuperà? Ma non c’è un vero giallo, una vera ricerca, un thriller. Nulla di nulla di nulla. E penso soprattutto a chi si trovasse, malcapitato, a leggerlo prima di altri. Poi magari legge quello che ho tramato poco tempo fa e scopre che chi ora è vivo lì è morto. Un voto bassino, ma di molto. Comunque ci si tornerà sopra, che la mamma ha voluto per regalo la serie completa.

Conclusioni

Seppur pieno dell’irsutismo del piccolo Chandonne (a proposito, un punto di demerito ai curatori del libro di Sellerio, che il “mostro” si chiama Chandonne e non Chardonne!), e non avendo la controprova del secondo libro, credo che questa volta la cura proposta dalle nostre dottoresse non sia molto efficace. Perché non è la calvizie la prima cosa (ma neanche la seconda o la terza) che viene in mente leggendo “Calliphora”. Forse avrei citato al suo posto “Storia della mia calvizie” l’ironico libro dell’olandese Arnon Grunberg. O meglio ancora, quell’apologo di retorica del afro-greco Sinesio di Cirene con il suo “Elogio della calvizie” dove sostiene (e ne abbiamo le prove nelle statue antiche) che i saggi ed i filosofi sono tutti calvi. Comunque, anche se leggere non aiuta ad allungare la chioma, aiuta senz’altro ad essere pronti ad affrontare il mondo (con o senza peli).

domenica 7 settembre 2014

Spanish Tales - 07 settembre 2014

Mettiamo un titolo inglese per una tramona di spagnoli, dove però non arriva il quarto e ci si mette un ottimo e robusto americano. Tra gli spagnoli, non mi ha convinto molto la prova di Mendoza, di cui avevo letto altro e mi sembrava meglio. E per nulla mi ha intrigato la complessa ed immaginaria storia personale di Jodorowsky. Meglio, e di molto, i dolci ricordi di Skármeta (con nella testa le immagini sempre presenti di Troisi) e le girandole di San Francisco dove ci portano le invenzioni e le storie di Maupin.
Eduardo Mendoza “O la borsa o la vita” Feltrinelli s.p. (prestito di Roberto “Fako”)
[A: 08/11/2013– I: 24/02/2014 – T: 27/02/2014] - &&
[tit. or.: El enredo de la bolsa y la vida; ling. or.: spagnolo; pagine: 235; anno 2012]
Peccato, peccato anche qui. Traduzione così, verve così, tutto un po’ così. Come dice una persona con cui ne ho parlato, si sente che gli anni passano. E già, perché negli anni ’90, le vicende del detective senza nome, che Mendoza ci tramanda con quei capolavori pirotecnici de “Il mistero della cripta stregata” o “Il tempo degli ulivi”, avevano un altro passo. Qui rimane una comicità di testa, che si perde nell’insipienza di una trama che non esiste. Sono tutti spunti, momenti di vita barcellonese, dei soliti personaggi ai margini che Mendoza cura e ci descrive con la sua indubbia perizia. Ma non c’è carica eversiva come quando, nell’anno della morte di Franco usciva l’inarrivabile “La verità sul caso Savolta”. Senza parlare della traduzione, che cerca di restituirci momenti ilari, ma non sempre ci riesce. E soprattutto se si parte dal titolo. Un conto è parlare di un grido da rapinatore sbandato, quell’italiano “o la borsa o la vita”. Un altro è parlare dell’imbroglio della borsa e della vita. Mendoza vuole dirci che siamo tutti in una grande crisi. Poco lavoro, poco prospettive, pochi euro che girano. Le banche fanno prestiti solo per strangolare i mutuati. E l’Europa non da prospettive, soprattutto prospettive comuni. Per questo, il nostro ironico scrivano imbastisce, con i suoi soliti personaggi di questi quattro episodi del detective senza nome, una storia senza capo né coda. Dove i nostri tentano (ci riusciranno? Questo magari lo leggete) di salvare Angela Merkel da un rapimento e forse da un omicidio in terra di Spagna. La banda dei buoni è la solita unione di strambi personaggi “alla Mendoza”. In testa a tutti, il detective senza nome, sempre con un passo sbagliato rispetto alla realtà. Lui vede problemi e soluzioni, ma il mondo è sfasato rispetto a lui. Per questo, fin dal tempo della cripta, la maggior parte del tempo lo passa in manicomio. Ora ne è uscito da un po’, e come ci avrebbe detto il terzo episodio, non ancora uscito in Italia, ha messo su un (inutile) parrucchiere per signora (“La aventura del tocador de señoras”). Ma quando scompare il suo pazzo amico Romulo el Guapo, uno che si inventa rapine che più pazze non si può, e che per questo anche lui si ritrova spesso in manicomio, il nostro si attiva. Spinto anche dalla piccola Quesito (questo il nome originale della così tradotta Formaggino). E nelle indagini e ricerche coinvolge le statue viventi delle Ramblas, utilizzate come pali per controllare entrate ed uscite da palazzi pieni di sospettati. O la stramba Moski, fuoriuscita russa, stalinista nell’anima, che si guadagna la vita suonando una fisarmonica senza saperlo fare. O Menelik, il moto-pizzettaio che si mangia le pizze invece di consegnarle a domicilio. Il nostro e la sua banda, di errore in catastrofe non potranno che portare avanti la loro lotta alternativa allo status quo, inscenando gustosi siparietti con i vicini di strada, i cinesi del bazar. Ovviamente Mendoza ne approfitta per fare una (piccola) critica alle economie occidentali che da un lato lasciano molto spazio agli orientali senza orari, dall’altro ne cercano aiuto in caso di difficoltà. Ed altrettanto gustosi i siparietti con il finto santone yogi, innamorato non corrisposto della moglie di Romulo. Alla fine ci scappa anche un insight del nostro detective con la madre di Quesito, che scopriamo essere l’Emilia già incontrata nelle altre puntate della saga. Ma il testo scorre veloce, senza dare troppo aiuto ai pensieri profondi, soltanto con qualche sorriso (certo, vedere la Merkel svampita innamorata ancora del giovane Manolo incontrato in gioventù, o Candida, la sorella del nostro, che ne fa la controfigura, sono dei gustosi cammei). Non ne ho visto le critiche sociali che sembra adombrino la quarta di copertina, o altre critiche accolte in giro. No, comicità, divertissement, ma niente, niente di più. Mendoza è bravo ad imbastire situazioni surreali come se fossero possibili. Ma non va molto più in profondo. Un’altra occasione non centrata completamente.
Antonio Skármeta “Il postino di Neruda” Einaudi euro 9,50 (in realtà, scontato a 7,13 euro)
[A: 01/02/2014– I: 04/04/2014 – T: 05/04/2014] - &&&&
[tit. or.: Ardente pacienca; ling. or.: spagnolo; pagine: 117; anno 1985]
Un altro bello anche se non eccellentissimo romanzo. Di quelli che una volta farebbero piangere lacrime a fiumi. Per la storia in sé. E per il suo contesto, cioè quel bello e dolentissimo film che segnò l’ultima apparizione di Troisi, morto poche ore dopo la fine delle riprese. Sono 20 anni che Massimo c’ha lasciato, ma il suo ricordo è sempre lì, o qui nella memoria. Ma il contesto è anche il Cile dell’85, dodici anno dopo il colpo di stato militare. Ed allora, dimentichiamoci il film (anche se quella prima apparizione della Cucinotta…), e veniamo al veloce romanzo breve. Sicuramente torneremo sulla sciagurata traduzione del titolo alla fine di questa trama. La storia in realtà è breve come il romanzo. C’è Mario, ragazzo di 17 anni, sognatore, senza arte né parte. Siamo nel 1969, e siamo ad Isla Negra (che non è un’isola ma una località ad un centinaio di chilometri da Santiago), dove per decenni ha eletto la sua residenza Pablo Neruda (che in realtà non si chiamava né Pablo né Neruda, ma Ricardo Neftalì Reyes Basoalto). Mario ha solo una bicicletta, e per questo viene assunto come postino. Con un unico cliente, appunto il poeta, dato che nessuno riceve lettere ad Isla. Il rapporto tra i due si fa prima di sguardi, poi di timide avances di Mario, affascinato dalla poesia. Il sessantacinquenne poeta non è molto incline alla confidenza, ma viene poi preso dall’innocenza di Mario, dal suo entusiasmo. E diventano grandiose le discussioni tra i due sulle metafore e sul loro uso in poesia. Parallelamente al rapporto di conoscenza, se non di amicizia, tra i due, si sviluppano due momenti importanti per Isla Negra, uno interno ed uno esterno. Si avvicinano, dall’esterno, le elezioni del settembre del 1970, quelle che portarono al Governo Allende, con la grande spaccatura del popolo cileno, anche sotto la spinta delle manovre nordamericane. Dall’interno, Mario conosce la giovane Beatriz e se ne innamora perdutamente. Tanto che chiede al poeta di aiutarlo a conquistare il cuore della donna. Neruda non lo fa direttamente, ma rinfocola la via di Mario alla metafora, e con le parole, le azioni, e vincendo la resistenza della futura suocera, finalmente i diciottenni convolano a giuste nozze. Intanto Neruda è nominato ambasciatore in Francia e lascia Isla Negra. Dove la vita procede, anche con la nascita del piccolo Pablo Neftalì. Mario aiuta l’osteria, ma nel 1971 è chiamato da Neruda ad una missione personale. Pieno di nostalgia, il poeta vuole sentire i suoni di Isla Negra, e Mario gira con un registratore per la zona, cogliendo le campane, la risacca del mare, i gabbiani che si alzano in volo, ed il pianto del piccolo Pablito. È uno dei momenti più belli la descrizione dei suoni del nastro. E poi Mario riunisce tutta Isla Negra, di destra e di sinistra, persino il fascista Labbé, per vedere alla televisione il conferimento del Premio Nobel a Neruda. Ma se la storia di Mario e Beatriz prosegue con passione (e tanta) non altrimenti avviene nel Cile, che passo dopo passo si avvicina al baratro. Nell’agosto del ’73 Neruda torna a Isla Negra malato. Mario cerca di confortarlo, ma anche la moglie del poeta, Matilde, è preda ad oscuri presentimenti. Poi, il settembre nero, il golpe di Pinochet pagato dalla CIA, la morte di Allende, l’occupazione militare di Isla Negra. Ed il poeta viene prelevato, portato nella capitale, dove, 12 giorni dopo il golpe muore. Amato da tutto il paese, i generali negano i funerali. Solo Mario, nella cittadina, ne fa l’orazione, internamente, ricordando il passaggio della poesia di Rimbaud citata da Neruda al Nobel (“armati di ardente pazienza entreremo nelle città splendide”), verso che il poeta riprende nella sua bellissima poesia “Lentamente muore”. Il giorno dopo Labbé arresta Mario, che “desaparece”. Rimango quindi sul testo (scordando definitivamente il film), sottolineando la dolenza estrema che Skármeta infonde nelle delicate descrizioni della vita di Mario. Della sua presa di coscienza, e della sua scomparsa a soli 21 anni, insieme alla migliore gioventù cilena (quella dei Victor Jara, delle Violeta Parra, dei Miguel Littin, e di tanti altri). Un libro triste, ma con la speranza che “Solamente l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità”.
Alejandro Jodorowsky “Quando Teresa si arrabbiò con Dio” Feltrinelli s.p. (prestato da Alessandra)
[A: 26/04/2014– I: 27/04/2014 – T: 30/04/2014] - &
[tit. or.: Donde Mejor canta un Pájaro; ling. or.: spagnolo; pagine: 331; anno 1992]
Anche questo viene dal natalino dell’arabista, e sono stato “piacevolmente” costretto a leggerlo dall’insistenza di chi voleva un parere su di un autore che conosco (per altre cose di cui dirò) e che non era riuscito a convincere. Veniamo allora a Jodorowsky, che frequentavo una trentina di anni fa, quando insieme al geniale Moebius diede vita ad uno dei più bei fumetti della storia dei comics: “L’Incal”. Una storia onirica, complicata, ma rese graficamente da Moebius con una capacità e semplicità che ne smussava i toni altri. Conoscevo anche in parte l’opera teatrale del nostro, più che altro perché ero stato un ammiratore in gioventù del grande Fernando Arrabal. Poi lo avevo lasciato andare per la sua strada, non convinto né dalle sue performance filmiche (“El Topo” o “La montagna sacra”), ed in seguito per quella svolta verso la disciplina esoterica da lui inventata: la psicomagia. Mi era sembrata una strada non mia, che non mi avrebbe portato nulla di interessante, coniugando dimensioni che (in parte) conosco come carattere e psicologia, ad altre che sinceramente non mi convincono o coinvolgono (magie, onirismi, ed altri stati di alterazione). Certo Jodorowsky è un personaggio interessante, con quegli anni passati alla corte di Marcel Marceau che sicuramente andrebbero ripensati e rivalutati. In questo libro, che non è altro che la trasposizione magica della storia della famiglia Jodorowsky, a partire dai nonni paterni per arrivare alla nascita del nostro, questa storia viene “stravolta” non tanto capovolgendone o inventandone avvenimenti, quanto amplificandoli ed inframmezzandoli da salti logici, che secondo Jodo fanno parte del suo realismo magico. Come quando parla del terremoto che accoglie i suoi all’arrivo a Valparaiso o quando immagina se stesso nella sua incarnazione precedente che tira le fila per far congiungere quelli che aveva deciso fin dalla cacciata degli ebrei dalla Spagna che fossero i suoi genitori, cioè Jaime e Sara Felicidad. La realtà, depurata dai suoi voli eccessivi, è in realtà abbastanza (anche se non completamente) semplice. Nel tardo diciannovesimo secolo, Aleksandr Levi (n.1873), nonno paterno di Jodorowsky era un ebreo ucraino che nel 1900 si sposa Teresa Groismann (n.1879). L'anno seguente, nasce Jaime, il secondo di cinque fratelli (il figlio maggiore muore annegato e nonna Teresa ne sarà stravolta per tutta la vita) e sarà l’unico ad avere a sua volta dei figli. Nel 1909, il nonno  compra il cognome Jodorowsky da un nobile polacco e cambia legalmente il suo originale nome ebraico, Levi, probabilmente a causa dei pogrom che avvenivano nella regione, ma secondo l'autore l’ha fatto per evitare al polacco di essere arruolato nell'esercito. Poco prima della fine della prima guerra mondiale, i nonni paterni di Alessandro fuggono in Francia. A Parigi sono aiutati da un gioielliere di nome Moishe Rosenthal, membro del Comitato  israelita di Mutuo Soccorso. Poco dopo partono per Marsiglia e, come molti altri immigrati ebrei della diaspora, da qui partono con i loro figli in Sud America, con un viaggio che termina in Cile, da dove non torneranno  mai più in Europa. La migrazione di sua madre, Sara Felicidad Prullansky, nata a Buenos Aires è più complicata. Durante l’epoca dei pogrom fomentati dallo Zar Alessandro III, Jashe, la nonna materna, sefardita, bruna di pelle, viene violentata da un cosacco. Incinta, fugge dalla Russia, sbarca in Argentina, dove dà alla luce una ragazza dalla pelle di marmo e dai grandi occhi azzurri: Sara. La nonna Jashe sposa poi in Argentina un uomo d'affari ebreo, Mosè, con il quale ha altri due figli. La famiglia si trasferisce a Iquique, un porto fiorente dove venivano imbarcati nitrati per l’Europa. Sua madre Sara ha una relazione peccaminosa con un non-Ebreo e la famiglia la costringe quindi a sposare Jaime Jodorowsky, spostandoli nella vicina Tocopilla per sfuggire ai pettegolezzi della comunità ebraica di Iquique. Pertanto, nel suo albero, oltre agli ucraini paterni, ci sono per via matrilineare ebrei polacchi (i Prullansky), i lituani (Trumper), i russi di origine germanica (Groismann) e sefardita (Arcavi). Tuttavia Jodorowsky non ha mai ricevuto come figlio l'educazione religiosa ebraica (o di qualsiasi altra religione), se non altro perché suo padre, un militante comunista, era profondamente anti-religioso. Anche per questo, nella parte cilena, l’autore infarcisce il tutto con manifestazioni, attentati anarchici, ed altre diavolerie pseudo-rivoluzionarie. Jodorowsky ha spiegato innumerevoli volte che dal divieto del culto religioso, emerse il suo interesse per lo studio di molte religioni e dei loro simboli, che lo porta alle sue teorie attuali. Jodorowsky basa la sua  metodologia sul presupposto che l'inconscio prende atti simbolici come fatti reali,  in modo che un sacro atto simbolico magico può cambiare il comportamento dell'inconscio, e quindi se bene applicato, può curare alcuni traumi psicologici. Questi atti sono "su misura"  e sono prescritti dopo che lo "psicomago" analizza le caratteristiche personali del cliente, anche studiandone l’albero genealogico. Per questo, Jodorowsky ha creato anche la Psicogenealogia. Questa parte della premessa che certi traumi e comportamenti inconsci vengono trasmessi di generazione in generazione, in modo che, un individuo, per  diventarne consapevole e separarsi da loro, deve studiare e poi agire in base al suo albero genealogico. E questo risulta anche dal titolo di questo romanzo che si riferisce proprio alle origini di una persona. Il titolo spagnolo si riferisce a “Dove meglio canta un uccello”, riprendendo una frase ironica di Jean Cocteau che dice “Un uccello canta meglio sul proprio albero genealogico”. Mi convince allora Jodorowsky e tutto ciò? Devo proprio dire di no. Come non mi è piaciuta, non mi ha coinvolto la scrittura. Senza la mediazione della grafica, rimane un esercizio per “épater le bourgeois”, e non è nelle mie corde. Ritengo che Jodo abbia di certo una bella testa, ed una capacità di essere ancora ben lucido alla sua attuale età di 85 anni. Anche se, appunto, le sue fantasie non mi incuriosiscono. Come, e per finire, nel sostenere nel libro di essere nato il giorno della caduta delle borse di New York (che ricordo essere il 24 ottobre del 1929), mentre in tutte le biografie risulta essere nato il 7 febbraio dello stesso anno. Mah!
Armistead Maupin “I racconti di San Francisco” BUR euro 10 (in realtà, scontato a 8,10 euro)
[A: 01/02/2014– I: 13/07/2014 – T: 15/07/2014] - &&&&
[tit. or.: Tales of the City; ling. or.: inglese; pagine: 480; anno 1978]
Un libro allegro, scanzonato, fuori le righe, certo, sicuramente datato (ha quasi quaranta anni!). Anche, se vogliamo, pieno di luoghi comuni (San Francisco città della gioia, dove tutto è permesso e tutto è possibile, ma anche città della tristezza dove non si realizza nulla e si va alla deriva). Sarà, comunque Maupin proprio quaranta anni fa, nel 1974, inizia a scrivere prima su un giornale locale, poi sul più diffuso “San Francisco Chronicle”, dei piccoli pezzi sulla città. E non a caso questi si chiamavano “Tales of the City” (Racconti della città). In cui si parlava di rapporti, di lavoro, di gay, di spinelli, di licenziamenti, di appartamenti, di strade. Quasi come tanti anni dopo, anche se con meno allegria, farà McCall Smith con Edimburgo e il 44 di Scotland Street. Dopo due anni di raccontini,  l’editore gli chiede di omogeneizzarli nello stile, e di dar loro una veste “libresca”. Esce così il libro che ho appena finito di leggere. Che per molti versi è irraccontabile. Proprio perché è un continuo “episodizzare”, anche se, volendo tirare un filo, possiamo seguire Mary Ann Singleton (cognome tutto un programma, che, in effetti, è forse la sola che non riuscirà a concludere nessuna storia) che decide di lasciare la triste e natia Cleveland per cercare fortuna nella grande città. Trova un posto da dormire al 28 di Barbary Lane, dalla simpatica Anna Madrigal, che nel retro della casa ha una piccola coltivazione di “maria”, ed accoglie gli ospiti offrendo loro uno spinello augurale. Trova anche lavoro presso il boss Halcyon, che è il contraltare come atmosfera di Barbary Lane: posto di lavoro duro, dove si licenzia facile, ma che vive una vita parallela con la casa. E spesso i personaggi si mischiano. Quando si innescano giri alla Schnitzler, con Michael, abitante della casa, gay sfortunato che ha una storia con Jon, il quale lo lascia, ed in una sauna è rimorchiato da Beauchamp, il genero di Halcyon, la cui moglie è in cura dal ginecologo Jon (si quello gay). E così sfreccia la vita, dove appunto, sono più i personaggi che fanno la storia che la storia in sé. Oltre alla sunnominata Mary Ann, ne abbiamo tanti. Anna Madrigal, come detto la proprietaria della casa, che cerca un rapporto materno con ciascuno dei suoi inquilini, solo un po’ più aggressivo con Mona Ramsey; spinge sempre Mary Ann verso qualche “avventura”, ma più che altro, intreccia una tenera storia d’amore con il morente Edgar Halcyon (sempre nell’intreccio tra i due filoni). Mona Ramsey il contraltare di Mary Ann, bohemien, e malinconica, si ritrova disoccupata, licenziata da Beauchamp dopo una giornata tremenda in ufficio, convince il suo amico gay Michael a restare con lei, fino a che non decide di riallacciare un rapporto con la sua vecchia fiamma D'orothea Wilson, una strana modella di colore. Michael 'Mouse' Tolliver, il migliore amico di Mona ed il confidente di Mary Ann; Mouse è fiducioso che alla fine tutto andrà bene, anche se passa di storia in storia, e tutte gli vanno male, anche quella che sembrava promettente con il ginecologo Jon. Brian Hawkins un cameriere per scelta dopo aver abbandonato la professione di avvocato a seguito dei moti del ’68; considerato un donnaiolo, passa quasi tutto il suo tempo alla ricerca di  discoteche e taverne dove rimorchiare. Norman Neal Williams vive nel sottotetto della casa, ed è schizzato da tutti, solo Mary Ann prova ad avere una relazione con lui, che finirà male quando si scopriranno segreti che non vi narro (volete leggerlo o no questo libro?). Jon Fielding, il ginecologo, si fidanza con Mouse per un breve periodo, ma lui è della cerchia dei gay di alta levatura, gli omosessuali snob che fanno una casta a sé stante, oltre però ad essere il centro di quel girotondo che ho accennato sopra. Beauchamp Day è il marito narcisista e donnaiolo di DeDe, che trova modo di avere relazioni extraconiugali sia con Mary Ann (che è segretaria di Edgar, ma con cui esce una volta sola) e con Jon. DeDe Halcyon è una delle infelici donzelle d’alto bordo della parte “ricca” di SiFi (come viene chiamata San Francisco per contrapposizione con LA – Los Angeles), per noia ha una relazione con un fattorino cinese, che la mette incinta, poi va in una clinica sofisticata per dimagrire, dovendo al ritorno, magra ed agguerrita, combattere con la gravidanza e le scappatelle del marito. Infine Edgar Halcyon, capo della ditta dove transitano molti dei nostri, allontanatosi da Frannie, la moglie alcolista, che si accompagna con Anna durante la fatale malattia. Il tutto per restituirci il senso della vita nella città, al tempo in cui tutto sembrava possibile. E Maupin lo fa con una scrittura fresca, che attraversa con ironia anche i momenti cupi, e rende plausibile ogni eccesso (ma poi scopriamo che si fanno veramente le gare di ballo in mutande per soli gay…). Chiudendo, come fa l’autore nella bella postfazione che percorre anche i fatti ed i libri successivi a questo primo, con la “gioiosa accettazione della differenza che è il bello della vita a Barbary Lane”.
Nel giugno si sono lette altre 17 storie (di cui ben 5 provenienti da regali, quasi un record), ma senza che nessuna superi la mediocrità. E con una delle peggiori prove del buon Vitali, che quando si allontana dal ventennio stenta a trovare corde discrete per le sue frecce.
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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Carlo Barbieri
La pietra al collo
Sole 24 ore – Noir
6,90
3
2
Andrea Vitali
Galeotto fu il collier
Garzanti
s.p.
3
3
James Lloyd Carr
Un mese in campagna
Fazi editore
12,50
3
4
Alexander McCall Smith
Lettera d’amore dalla Scozia
TEA
9
3
5
Andrea Vitali
Dopo lunga e penosa malattia
Garzanti
9,90
1
6
Camilla Läckberg
L’uccello del malaugurio
Marsilio
s.p.
2
7
Kathy Reichs
La cacciatrice di ossa
BUR
9,90
3
8
Kathy Reichs
La voce delle ossa
BUR
13
3
9
Alexander McCall Smith
The World according to Bertie
Abacus
s.p.
3
10
Elena Ferrante
L’amica geniale
E/O
s.p.
3
11
Clive Cussler & Grant Blackwood
L’oro di Sparta
TEA
9
2
12
Giorgio Scerbanenco
Le spie non devono amare
Corriere della Sera
6,90
3
13
Andrea Vitali
La leggenda del morto contento
Garzanti
10,90
3
14
Andrea Camilleri
Un covo di vipere
Sellerio
14
2
15
Herman Koch
La cena
Beat
9
2
16
Roberto Mazzucco
I sicari di Trastevere
Sellerio
13
3
17
Pino Cacucci
Mahahual
Feltrinelli
s.p.
3

Come sapete dalle mie altre scritture, dopo i fasti francesi, si stanno azzerando le possibilità di viaggiare4 nel breve con le nostre Avventure. Se fossi meno pigro dovrei approfittarne per mettere ordine in tutte le altre e quotidiane faccende. Speriamo di esserne capaci.