domenica 15 febbraio 2015

Ritorna l’avventura - 15 febbraio 2015

E già, dopo i viaggi, non resta che l’avventura sulla carta. In questi due mesi asiatici io ed i miei compagni di viaggio, di avventure ne abbiamo trascorse. Ora torno ai libri, e ad uno dei maestri di questa scrittura. Benché anche lui ormai stia invecchiando e mostrando la corda. Tant’è vero che il giudizio complessivo su questi quattro libri è, anche se di poco, sotto la media. E ben lontano dai fasti dei primi episodi di Dirk Pitt!
Clive Cussler & Grant Blackwood “L’oro di Sparta” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 19/05/2013 – I: 21/06/2014 – T: 25/06/2014] - && e ½  
[tit. or.: Spartan Gold; ling. or.: inglese; pagine: 406; anno 2009]
Ecco un nuovo spin-off della mega produzione del “maestro dell’avventura” Clive Cussler, che ci dà agio di parlare di un diverso metodo di cercare successi (o best-seller) sulla scia di long seller story. Cussler inizia nel 1973 la sua fortunata serie di avventure con protagonista uno scanzonato “James Bond” (inteso come fascino non come spia) dei mari. E su quello, crea un impero di storie avventurose (vi posso dire che siamo arrivati a 22 libri della serie maggiore e 20 delle due serie minori che ad un certo punto affiancano e cavalcano il successo). Ora, la diversificazione, l’introduzione di nuovi spunti è necessaria per non perire. Quindi Cussler prova con Isaac Bell, un avventuriero di cui costruisce un primo episodio “prova” e visto il successo ne continua la scrittura. Avendo poi alle spalle una fucina di scrittura (l’ormai più che ottantenne scrittore si fa affiancare dal figlio e da altri utilizzatori di penna), qui prova una strada diversa, anche se simile ad una precedente. L’idea sarebbe prendere qualche personaggio delle serie maggiori e farne il perno per una nuova serie. Tuttavia, togliere i coniugi Trout dai “Numa files” farebbe squilibrare troppo quei romanzi. Allora si crea una coppia, clone dei Trout, gli si cambia nome facendoli diventare i coniugi Fargo (Sam e Remi) e vai con la catena di montaggio. E si affida subito una parte di co-sceneggiatore ad uno scrittore di fama locale negli scritti su battaglie navali. A questo punto si può partire, ma la resa finale è, pur se dignitosa, decisamente inferiore agli altri standard della ditta “Cussler”. C’è molta carne messa al fuoco, ma ad un certo punto si va molto veloci, facendo risolvere piccoli misteri (pur utili all’impianto generale) senza troppo spiegarli. Ed anche le scene avventurose (lotte dei buoni vs. cattivi, ed altri momenti topici dell’avventura) non sono gestite con mano sicura. Come detto, l’impianto ricalca i classici “Cussler”: prologo che viene dal passato, piccolo mistero che si tende a scoprire nel finale, un cattivo che fa leva su quel mistero per propri tornaconti personali, ed i buoni, appunto i coniugi Fargo, lancia in resta a sbaragliare il campo, senza neanche metterci troppa passione, quasi fossero troppo superiori ai nemici. Non manca il solito cammeo dell’autore, che compare (alla Hitchcock) come proprietario di un cottage sull’isola che vede le scene centrali della lotta tra i Fargo ed i cattivi. Nel prologo Napoleone, durante la traversata delle Alpi, scopre una caverna con misteriose statue. Il cattivo è un ex-soldato poi mafioso ucraino, di stanza a Sebastopoli, ma di ascendenza persiana (come molta Crimea), che cerca di svelare il mistero napoleonico, solo perché dietro ce n’è un altro. I Fargo incappano nell’avventura scoprendo uno strano mini-sommergibile nazista verso la foce di un fiume nel Maryland. Nel sommergibile c’è una bottiglia che, decifrato il codice inscritto nell’etichetta, la fa risalire alle 12 bottiglie superstiti del vino vendemmiato da Napoleone. Si parte allora alla ricerca delle altre, andando su e giù per il mondo. Dal Maryland ci si sposta nelle Bahamas alla ricerca del secondo sommergibile e della seconda bottiglia, che però viene loro sottratta dal cattivo ucraino. Allora ci si sposta in Europa: prima nel Principato di Monaco dove è presente una discendente del sodale di Napoleone. Poi si va all’Elba alla ricerca di una tomba che contiene un libro con il codice da decrittare. Quindi, audacemente, i Fargo fanno incursione a Sebastopoli, nella villa del cattivo, per rubare la suddetta bottiglia. Con l’aiuto del loro piccolo ufficio rimasto negli States (e con i soldi, anche, della ricca monegasca), alla fine ricostruiscono tutto il percorso. Bondaruk, il cattivo ucraino, non era interessato alle bottiglie, ma al fatto che queste contenevano una mappa a ritroso per trovare il famoso tesoro nascosto nelle Alpi. Un tesoro che sfugge all’esercito di Serse invasore della Grecia per mezzo di un manipolo di spartani che lo porta in salvo da Delfi prima in Croazia e poi nelle Alpi. Ma questo si scopre velocemente nelle pagine finali (e finalmente da un senso al titolo sull’oro spartano). Vi lascio immaginare le scaramucce che si hanno per tutte e 400 le pagine del libro. Non sono molto efficaci (lontane miglia da Paul Kemprecos dei primi “Numa files”). Come molto veloce è la soluzione delle varie crittografie. Soluzioni che ci vengono spesso date, ma gli autori non fanno partecipe il lettore del modo di risolverli. Nella battaglia finale, i Fargo hanno ovviamente la meglio, Bondaruk muore, e si vedrà come restituire i reperti archeologici a chi di dovere. Prometteva di più nella prima parte. Poi si corre troppo, ed i coniugi Fargo fanno troppo la figura di deus ex-machina, troppo super-eroi. Speriamo migliori, che ovviamente, visto il tutto Cussler della mia libreria, ho già investito nelle successive uscite. Dimenticavo alla fine di fare una tirata d’orecchi o a Seba Pezzani per la traduzione o all’editor della TEA. A pagina 307, siamo su di un battello che naviga in Baviera, ed il capitano afferma “Sulla destra, vedete Echowand, che in inglese significa il ‘Muro dell’Eco’”. Ora. Poiché siamo in un paese di lingua germanica, in quella lingua Echowand significa esattamente Muro dell’Eco. Non certo in inglese, dove tutt’al più si dirà Echowall. Qualcuno ha fatto confusione!
“Per Sam la storia era sempre stata un insieme di racconti di persone reali che facevano cose reali.” (37)
Clive Cussler & Jack Du Brul “Oceani in fiamme” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 12/03/2014 – I: 26/07/2014 – T: 30/07/2014] - && e ½  
[tit. or.: The Silent Sea; ling. or.: inglese; pagine: 362; anno 2010]
Questa è la settima avventura dei così chiamati “Oregon files”, cioè le avventure del capitano Juan Cabrillo e della sua società “para-militare” usata spesso dai Servizi Segreti per avventure un po’ fuori regola. Ma prima di entrare nella trama vera e propria (che questa volta è molto lineare ed in un certo senso semplice), vorrei fare tre commenti “esterni” alla trama pur se inerenti al libro. E questa volta, il libro vince 2 a 1 su di me (per questo ne parlo subito). Il primo riguarda una citazione latina, tratta dall’Eneide, che avevo sempre pensato fosse “Audaces fortuna iuvat”, invece l’emistichio virgiliano corretto (e che nel libro è così correttamente riportato) è “Audientes fortuna iuvat (timidosque repellit)”. Il secondo punto è una frase che pensavo fosse refuso di stampa (non conoscendo io i termini marinari) e che recita “non c’era un comento dell’opera morta che il vento potesse sfruttare”. Ed è esatto, in quanto l’opera morta è la parte di nave sopra la linea di galleggiamento e comento è l’interstizio tra due tavole del fasciame. Quindi la nave era ben gommata in coperta. Il punto mio riguarda la poco dignitosa traduzione del titolo. È vero che si tratta di una serie dove si sta spesso in mare, ma gli oceani in fiamme riportati dal titolo italiano non sono praticamente mai presenti, se non per lo scoppio di una città petrolifera antartica che avviene nelle ultime trenta pagine del libro. Invece il titolo inglese si riferisce al nome di una barca cinese (la “Silent Sea” in inglese e in italiano nel testo tradotta come “Mare Silente”) facente parte della flotta del grande Ammiraglio Zheng He che nei primi trenta anni del 1400 navigò per i mari asiatici tra l’Africa e l’Indonesia. L’ipotesi (non verificata) è che questa barca si sia staccata dal corpo della flotta ed abbia toccato le coste argentine, per poi essere abbandonata in quanto affetta da un male misterioso. E che sia poi approdata in Antartide. Tutto questo sproloquio (oltre alla tirata d’orecchie ai traduttori) serve a far capire quanto invece il titolo originale sia funzionale alla storia. Perché tracce misteriose del passaggio cinese vengono trovate da una famiglia americana nello Stato di Washington, indicando appunto che la nave venne abbandonata verso il Polo Sud. I cinque fratelli che fanno la scoperta muoiono negli anni (per incidenti, per la guerra mondiale visto che l’azione comincia nel 1941, per la caduta con un dirigibile al confine tra Argentina e Paraguay), ma l’eco della scoperta rimane. Ed è il motivo per cui i cinesi ne tentano il ritrovamento (in modo da poter rivendicare il possesso dell’Antartide) alleandosi con i militari argentini, appena questi compiono un ennesimo colpo di stato. In tutto ciò, Cabrillo ed i suoi, vengono prima mandati alla ricerca di un satellite abbattuto in Argentina (dove i nostri hanno i primi scontri con i cattivi militari sudamericani). Insieme al satellite recuperato, Cabrillo trova il diario dei fratelli di cui sopra con l’indicazione del sito del tesoro, che Cabrillo recupera. E vi trova una placca dorata scritta in cinese, che lo fa mettere in contatto con la bella Tamara, studiosa dell’epopea di Zheng He. Ma Tamara viene rapita dagli argentini che stanno seguendo la stessa pista. Mentre Cabrillo stravolge la città di Buenos Aires per salvare Tamara (con un inseguimento di macchine all’interno del cimitero della Recoleta tutto da gustare, per azione e follia), il resto della squadra è inviato a vedere cosa è successo ad una base americana in Antartide. Dove uno dei componenti ha trovato la barca, si è inavvertitamente infettato con un osso dei morti, che erano morti per un avvelenamento da mucca pazza (e si sa che i prioni sono resistenti per secoli), ed ha sterminato tutta la base. Base che è guarda caso vicino ad un nascosto insediamento argentino, dove i sudamericani, aiutati dai cinesi di cui sopra, sta estraendo fraudolentemente il petrolio dal fondo marino. Gli USA non possono intervenire pena catastrofi internazionali (i cinesi avvertono che al minimo segno di ostilità chiederanno il rimborso del debito americano, che provocherebbe il collasso economico degli USA), ed allora ci pensa Cabrillo. Dopo aver liberato Tamara, si precipitano tutti in Antartide, tramite ingegnose follie marine (la parte migliore dell’avventura) metteranno in ginocchio gli argentini distruggendo la base. Inoltre polverizzeranno la “Mare Silente” di modo che anche i cinesi non avranno modo di avanzar pretese. Nella baraonda finale, però, Cabrillo non torna alla base. Sarà rimasto ucciso? Si sarà salvato? Cosa succederà degli Oregon? Con queste domande lasciamo il libro e l’avventura, ringraziando la premiata ditta Cussler per alcune rilassanti serate di lettura. Alla fine, oltre al romanzo in sé, vanno sottolineate due prese di posizione interessanti: quella sull’avanzamento del potere economico cinese ma soprattutto quella contro i militari argentini che ricalcano molto nei loro atteggiamenti gli squadroni della morte dei tempi bui di Videla e compagnia. Una presa di posizione forte, che ci trova concordi, ma che ci ha stupito ritrovare in un prodotto generalmente d’evasione. Si sa che Cussler e compagni sono sensibili alle tematiche ecologiche ed ambientali, qui si va un pochino oltre. E non ce ne dispiace. Tuttavia, e per finire, il prodotto finale è comunque leggerino e d’evasione, senza quei colpi di scena e quelle trovate che ci aspettiamo dal creatore della leggenda di Dirk Pitt.
Clive Cussler & Grant Blackwood “L’impero perduto” TEA euro 9,90
[A: 24/06/2014 – I: 30/09/2014 – T: 03/10/2014] - && e ½
[tit. or.: Lost Empire; ling. or.: inglese; pagine: 407; anno 2010]
Seconda avventura dei coniugi Fargo, quelli di cui ho sopra narrato il modo di “nascere” come spin-off di altre serie. Dopo il buon successo della prima uscita, quindi, la premiata ditta Cussler cerca con questa seconda di dare un “carattere” alla serie. Qui mi sembra allora che si punti su “genesi storiche non documentate” dove l’avventura è un contorno, non la pietanza principale. Tutto poi con un po’ di approssimazione che lascia dei buchi qua e là su cui torneremo. L’avventura, la lotta tra il bene ed il male, è qui ristretta alla lotta dei nostri due campioni, Sam e Remi, contro una banda di messicani, che ogni volta si presentano sì guidate dal cattivo Rivera, ma mai in più di due o tre. Cosa che dà modo ai nostri di avere (quasi) sempre la meglio. I Fargo trovano una campana di una nave in un’immersione a Zanzibar. Rivera, capo della banda che fa capo al politico mexica (pronunciato mescica) Garza, tenta a più ripresa il furto, facendo nascere i sospetti che dietro ci sia qualche storia. Con l’aiuto della squadra californiana guidata da Selma, i nostri decifrano la campana, trovano un museo marino di un poco noto W. L. Blaylock con i resti di documenti che, attraverso vari passaggi, li portano in Inghilterra, da una discendente dell’amante del tipo, ed alle lettere che si scambiavano. Blaylock, marinaio e matematico (avrà conosciuto il mitico Serafini?), usava codici derivati dalla serie di Fibonacci (ve la risparmio, per chi non la conosce). I nostri quindi ne seguono le tracce in Madagascar, poi attraverso un bastone cavo con i resti di un codice cinquecentesco (detto Codice Ortizaga) capiscono i nessi tra Rivera, il Messico e Blaylock. Le tracce, sempre con Rivera al seguito, li portano per lo scontro finale in Indonesia, dove, tra i ricordi delle eruzioni del vulcano Krakatoa del 1883 e un placido aggirarsi per le isole Sulewanesi, si arriva a trovare il bandolo finale del matassone (anche qui ci si ritorna). Ed allo scontro finale con Rivera e i suoi. Che non possono che avere la peggio, il capo morendo affogato in una miniera di sale (e non deve essere piacevole, visto che era anche ferito, ah ah ah). Ma appunto l’avventura è un contorno, ed anche lo scontro finale (e le altre scaramucce) non hanno il peso e lo spessore di altri scritti della premiata Ditta. Questo è uno dei buchi cui accennavo sopra. L’altro è il prologo che, solitamente, serve a Cussler per introdurre un mistero che viene da lontano per invadere il presente. Ma la lotta a Southampton per impedire (senza successo) la partenza di una nave si perde nel racconto senza che se abbia uno scioglimento palese, come in genere appunto meriterebbe un prologo degno di questo nome. Altre cose, en passant, come direbbero gli scacchisti, tipo la passione di Blaylock per la matematica che viene accennata, poi, dieci pagine dopo, data come dato di fatto. Il passaggio tra airone, falchi e “maleo” con una mescolanza di uccelli degna di una voliera di classe. Comunque complimenti per aver scovato il maleo (nome ufficiale “macrocefalo maleo”) un uccello endemico appunto di Sulewanesi. Ma, facendo qualche passo di lato, qual è allora il punto di forza del libro, per cui almeno qualche libricino di bontà l’ha pure avuto? Sta, per l’appunto, in quell’accenno iniziale sulla connotazione che sta prendendo questa sotto-serie. Qui ci si interroga sul mistero della comparsa in Messico degli Aztechi. Si sa che costoro, internamenti chiamatisi mexica, derivano il loro nome dalla classificazione del grande Humboldt, che, prendendo la radice di provenienza da Aztlan, il luogo mitico di nascita. Li chiamo “la gente di Aztlan”, che in lingua nahuatl si dice Azteca. Ed etimologicamente, dall’unione di “aztatl (airone) e “tlan” (posto). Detto che un uccello è sempre stato il simbolo delle popolazioni meso-americane, si ipotizza che il mitico “quetzal” possa essere una delle tante trasfigurazioni di uccelli legate a diverse leggende. Che, di favola in favola, ci fanno risalire al maleo di cui sopra. Insomma, la follia storica che abbiamo dietro al libro (anche se c’è un minimo percento di studiosi disposti a darvi credito) nasce così. Blaylock, utilizzando una nave, forse quella del prologo, per fare il pirata nell’oceano indiano, viene in possesso della mappa del codice Ortizaga. Dove si narra dell’inizio della peregrinazione dei futuri aztechi, e della presenza di un mitico uccello tempestato di gemme nel luogo di origine. Sarà la conquista di questa mitologica miniera di smeraldi che porterà i messicani attuali ad interessarsi al caso, ed a perirne. Ma rimanendo alla fantastoria, decifrando il codice Ortizaga, Blaylock trova l’origine di cui sopra, e per non dimenticarla, la incide all’interno della campana di cui all’inizio. Ovviamente, non in modo palese, ma utilizzando anche qui la serie di Fibonacci, in modo da creare una spirale interpretativa, che, per chi conosce il meccanismo, porterà ad individuare questa mitica origine. Che Blaylock persegue. Peccato però che vi arrivi appunti nell’agosto del 1883, quando il vulcano Krakatoa con la sua eruzione provoca più di 100.000 morti in Indonesia e vicinanze. Anche Blaylock ci lascia le penne. Ma i nostri, con l’aiuto del computer per decifrare le mappe, di Internet per fare connessioni azzardate, ed altre diavolerie, incluso l’utilizzo del cervello, cosa che non fa mai male, arrivano a dipanare la teoria “Ortizaga”. Gli Atzechi iniziano la loro peregrinazione dall’Indonesia, da dove vengono banditi (anche se non ne sappiamo il motivo) e da dove partono con un maleo di smeraldi. Arrivano in Madagascar, lasciano diverse tracce, poi attraversano l’Africa nella sua parte centrale, e da lì si buttano attraverso l’Oceano Atlantico. Per arrivare in Messico, dove, cercando e ricercando, trovano un airone, simile anche se non uguale al maleo, in un lago che sembra la trasposizione della laguna di Sulewanesi. Lì si fermano, e creano l’impero che duecento anni dopo sarà distrutto dagli Spagnoli. Il bello è che per descrivere tutto ciò Cussler impiega 2/3 del libro con dovizia di particolari, rendendo (a chi piace) gustosa questa parte. Per me, un po’ di divertissement, unito ad altre due chicche: i Fargo vanno spesso a Zanzibar in una località che si chiama Bagamoyo (ok, Rosa?) e verso la fine vengono omaggiati da tartufi del Madagascar, chiusi in un sacchetto con stampigliata un C rossa, e la scritta “ussler Tartufi”. Unite i due, ed abbiamo il solito cameo alla Hitchcock. Aspettiamo sempre il ritorno di Dirk Pitt…
“Sareste sorpresi da ciò che trovate se sapete cosa cercare.” (212)
Clive Cussler & Graham Brown “I cancelli dell’inferno” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 08/10/2013 – I: 02/10/2014 – T: 04/10/2014] - && e ½ 
[tit. or.: Devil’s Gate; ling. or.: inglese; pagine: 406; anno 2011]
Dopo 8 co-writing lasciamo andare Paul Kemprecos versi altri lidi. E la premiata ditta Cussler & Co, imbarca nella sua factory un nuovo scrittore, Graham Brown. Per continuare la serie dei “NUMA file”, cioè quella che vede per protagonista Kurt Austin, l’alter-ego in minore di Dirk Pitt. Cambiano gli aiutanti ma il prodotto non cambia, ripercorrendo, con poca inventiva i soliti binari della serie. Qui, poi, senza tanti fronzoli ambientalisti o altro. C’è il cattivo che ha una potente arma, i buoni che cercano di capire quale sia e come neutralizzarla, il comandante operativo dei cattivi che ingaggerà, prima o poi, una lotta mortale con Kurt, una bella che, sempre con Kurt, ingaggerà battaglie di altro tipo. Viene presa per i capelli anche la parte scientifica, che l’arma letale è una specie di super-conduttore del tipo impiegato dal CERN in Svizzera. Che andrebbe sempre in linea retta, quindi con poca gestibilità, se non venisse introdotto un mega campo magnetico, capace di deviare l’arma e dirigerla dove si vuole. Tipo un colpo di sponda a biliardo. In minore già dall’inizio, che assistiamo al tentativo di fuga di un russo con delle casse al seguito, subito ucciso con l’aereo che affonda al largo delle Azzorre. Ci si aspetta che questo sia un particolare importante, come in altre storie, invece, anche se ad un certo punto entra nella storia, ci entra così di sguincio, e senza lasciare troppi patemi (nelle casse ci sarebbero addirittura i diamanti della zarina Anastasia, e servirà soltanto a cementare il temporaneo feeling tra Kurt e la bella Katerina, oltre a fare in modo che i rapporti tra americani e sovietici siano più distesi). Poi entriamo nel fulcro: Kurt assiste all’affondamento di una nave e trova strane le motivazioni dei presunti pirati. Comunque fa in tempo a vedere che i morti della nave sono “strani”, che la nave affonda in modo irregolare, inoltre riesce a salvare la moglie del capitano (unica sopravvissuta, ma che sarà ignorata per tutto il libro, quindi che ce la mettiamo a fa’?) ingaggiando una prima lotta con il bieco Andras. Mentre Kurt e Joe partecipano ad una corsa di sottomarini alle Azzorre, i numeri due di questa sezione NUMA, i coniugi Trout, cercano di fare luce sull’affondamento della nave di cui sopra, ma vengono presi a silurate e rischiano di morire (forse il nuovo aiutante cercava di eliminare qualche personaggio per dare un’impronta propria, ma il vecchio Clive lo impedisce). Kurt salva anche un nuovo equipaggio di sottomarino da morte certa, nonché la bella Katerina che tentava di recuperare le casse di cui sopra, rimanendo impigliata nell’aereo (ma se no, Kurt che ce stai a fa’?). I tentativi alle Azzorre hanno lo scopo di far convergere scienziati che si occupano di magnetismo, per poi rapirli e portarli in Sierra Leone, dove il dittatore locale è il cattivo di turno. Che anni prima (ma neanche tanti) riesce a convincere un tecnico del CERN a disertare, per portare al suo servizio le capacità di costruire super-conduttori. E quindi per costruire l’arma di cui sopra (e su cui non torno). Ci sono un paio di scene di inseguimenti e scazzottate tra Kurt e la banda di Andras. C’è il rapimento della bella (ma Kurt non lo sa), e c’è il tentativo di far affogare i nostri due eroi, ma Kurt si inventa una manovra per sfuggire a morte certa. Intanto il dittatore della Sierra Leone, ritenendosi pronto alla bisogna, lancia un ultimatum all’America, che sferra un attacco alla nazione africana. Ma il raggio letale dei cattivi è devastante, e sarà solo l’intervento di Paul e Gamay Trout (dopo che il nostro è uscito dal coma, riprendendosi in una settimana… miracoli della carta stampata) a mandare fuori uso il super-conduttore principale. Mentre la parte del magnete, che sta all’interno di una petroliera in disarmo guidata dal bieco Andras, sarà oggetto delle attenzioni di Kurt. Che: 1) affitta un Ilyushin per avvicinarsi il più possibile alla nave; 2) compera un aliante (o mono-drive flight) rivestito di plastica invisibile al radar; 3) con l’aliante si lancia da 10.000 metri e plana verso la nave; 4) si lancia con un paracadute atterrando nell’unica zona d’ombra della nave stessa; 5) affronta da uno a uno un paio di scagnozzi, disarmandoli; 6) incrocia, non visto, Andras che sta facendo a vedere la nave a Katerina, in quanto vuole venderla ai russi; 7) trova la prigione di Katerina e la libera; 8) trova i generatori del magnete e li mette fuori uso prima che il dittatore africano possa utilizzarli; 9) fa imbufalire il bieco Andras, che comincia a cercarlo per tutta la nave; 10) con una sola pallottola nella pistola, riesce a capire che Andras si è fermato sotto l’impianto di raffreddamento, spara un colpo bucandolo, e facendo precipitare azoto liquido su Andras che viene “congelato” all’istante. Cioè, Batman gli fa un baffo al nostro eroe! Quindi, alla fine, tutto come avevo indicato all’inizio. Andras muore, il traditore muore, il dittatore muore, i coniugi Trout sono felici e contenti di aver salvato la patria con una carica di tritolo, Joe si fuma un sigaro, Kurt e Katerina … beh, questo non ve lo dico cosa fanno, ma se avete un po’ di immaginazione…. Il solito onesto prodotto della premiata ditta Cussler, dove tuttavia rimarchiamo l’assenza del solito cameo dell’autore che in genere è sempre presente, e la scrittura meno coinvolgente del nuovo co-autore rispetto al precedente Paul. Vedremo nel futuro, se e come proseguirà. Per ora mettiamo anche questo tra i libri del tempo del rilassamento, come una decina di minuti di yoga (anche se la lettura dura un po’ di più). Un’ultima quasi insignificante cosa: credo che il titolo inglese (Devil’s Gate) sia più per cancelli del Diavolo che dell’Inferno. Ma forse (spero) è una frase idiomatica.
Non essendo riuscito, per diversi problemi tecnici (anche dipendenti da me) a riprendere il solco abituale delle mie attività, questa settimana vi lascio solo le mie trame. Rimando ad una prossima trama, il resto, commenti, analisi, altre descrizioni

domenica 8 febbraio 2015

Tutti stranieri, anche gli italiani - 08 febbraio 2015

Finito il lungo giro indiamo (che avrebbe meritato forse la citazione di un diverso Tabucchi, quel del vecchio Sellerio di “Notturno indiano”), torniamo a macinare libri piuttosto che chilometri. Con una bella triade, interessante seppur diversa. Due libri “africani” dello svedese Mankell, con il recupero di uno dei suoi scritti più vecchi (che mi segnalò con enfasi Rosa). Il bel ricordo di Tabucchi, che sempre mi trona in mente per il suo delicato passaggio in questo mondo. Mentre mi aspettavo di più dal vecchio Ballard, che tanto mi prese in gioventù, e che ora mi sembra molto, troppo datato.
Henning Mankell “Ricordi di un angelo sporco” Marsilio euro 12,50 (in realtà, scontato a 10 euro)
[A: 23/05/2013– I: 15/07/2014 – T: 18/07/2014] - &&&  
[tit. or.: Minnet av en smutsig ängel; ling. or.: svedese; pagine: 396; anno 2011]
Torno dopo tanto tempo alla lettura di un libro di Mankell, di cui, ricordo ai meno attenti, molto (quasi tutto) ho letto della sua vena principale, e poco, ma abbastanza, degli altri scritti. Perché Mankell è uno dei massimi interpreti del moderno “giallo svedese” (quello nato dagli scritti memorabili di Sjöwall e Wahlöö), con il bel personaggio del commissario Wallander. Ma Mankell è anche un personaggio poliedrico, che passa metà della sua vita in Mozambico, impegnato in opere di recupero e modernizzazione (ricordo che ha anche impiantato centri di accoglienza e laboratori teatrali). Questo libro appartiene appunto al secondo filone, dove imbastisce una bella storia (pur non eccelsa) partendo da un labile frammento. Negli archivi di Maputo, compare, agli inizi del secolo scorso, e per circa due anni, come una dei maggiori contribuenti fiscali, una donna svedese. Per poi perderne le tracce a partire dal 1905. Su questo “quasi niente” il nostro scrittore tira fuori la lunga storia di Hanna. Di cui appunto seguiamo i passi dalla nascita nel Nord della Svezia, in una vita piena di stenti e di freddo, dove, figlia maggiore di una famiglia numerosa, dà una mano alla povera vita della fine dell’Ottocento, con gli inverni a meno trenta gradi sotto zero, e dove non si sa mai se si arriverà all’estate seguente. Alla morte del padre, la madre chiede ad un conoscente che vive nella grande città (per loro) di Sundsvall (quattordicesima città per grandezza della Svezia) di aver cura di Hanna. Comincia così la piccola odissea della nostra, che, temprata dal freddo, ha un carattere comunque forte. Fa la domestica in casa di Forsman, dove, da autodidatta, inizia a studiare e comincia a leggere e scrivere, avendo come sussidiario un dizionario svedese – portoghese. Il buon Forsman, per farla emancipare, la convince ad imbarcarsi come cuoca su di una nave che porta legname in Australia. Sulla nave conosce e si innamora del nostromo Lundmark, che sposa in quel di Algeri. Peccato che Lundmark prenda una febbre malarica nel canale di Suez e muoia poco dopo. Distrutta, incapace di vedere un futuro a bordo, una volta a Laurenço Marques (l’odierna Maputo) fugge dalla nave, avendo una buona liquidazione dal capitano della nave. E si ritrova in un albergo, dove è salvata per i capelli, avendo un aborto spontaneo. Peccato (o per fortuna) che l’albergo sia solo una facciata di un bordello, tenuto dal signor Vaz, anziano portoghese dalle idee precise su come tenere una lucrosa attività. Lì, nel bordello, Hanna comincia ad avere empatia verso i locali (un percorso che Mankell conosce bene) e capisce come i bianchi, in maniera subdola, riescono a tenere sotto controllo, con la forza e le armi, i negri mozambicani. Cercando sempre di tornare nella natia Svezia, Hanna si trova sempre più coinvolta nella vita locale. Tanto che accetta di diventare la moglie del signor Vaz. Peccato che, dopo poco, anche il secondo marito, anziano e minato dalle febbri tropicali, ci lasci le penne. Hanna, diventata ormai per tutti Ana Branca (cioè Anna la Bianca), si trasforma così nella proprietaria del bordello. Dove vengono solo bianchi che vogliono soddisfare le loro voglie con le donne di colore. Diventa anche amica del signor Pedro che vive con la nera Isabela con cui ha due figli. Tutto sembra prosperare, il bordello è il più redditizio della città, lei è la maggior contribuente delle casse portoghesi (motivo del rintracciamento del nome negli archivi di Maputo). Peccato che arrivi da Coimbra la moglie portoghese di Pedro, e che Isabela, per ribadire la propria posizione rispetto a Pedro che pare voglia darla in pasto ai coccodrilli, non possa fare a meno di uccidere il portoghese. Da qui, comincia la discesa verso i locali di Ana, unica bianca che comprende il gesto di Isabela, che vuole un giusto processo, mentre i portoghesi pensano soltanto a rinchiuderla in un carcere senza nessuna difesa. Tutte le prova Ana, alleandosi con il fratello di Isabela, Moses. Ma senza successo. Anche se si innamora di Moses, anche se con lui avrà l’unico momento di vera tenerezza. I bianchi implacabili, la perseguitano, e non potrà che vendere tutto, trasferirsi a Beira, la seconda città del Mozambico, e lì sparire. Non sapremo il suo futuro, se tornerà in patria, se riuscirà a tornare con Moses, ma non è questo che interessa a Mankell. Il cui scopo, appunto, è raccontarci la presa di coscienza di una bianca a contatto con una realtà che non avrebbe mai sospettato. Un angelo, come le diceva il padre, ma “sporco”, cioè portatore di tante disgrazie. Da cui noi, che scriviamo il seguito dei libri che ci coinvolgono, sappiamo che potrà uscire (anzi lo immaginiamo) perché ogni tanto ci vuole anche speranza. Alla fine, non è un libro bellissimo, la scrittura a volte è distante. Ma l’argomento prende intellettivamente. E Mankell è sempre capace di porci di fronte a dei dilemmi. Ed allo scempio che sappiamo i bianchi hanno fatto nell’emisfero australe.
“Platone: ci sono tre tipi di uomini: i vivi, i morti e quelli che vanno per mare.” (dedicato a Renato) (5)
“I viaggi più straordinari sono sempre dentro di noi, dove non esistono né tempo né spazio.” (19)
“Lesse su un cartello che la strada che stavano percorrendo si chiamava rua Bagamoio.” (dedicato a Rosa) (106)
“Noi [neri] facciamo fatica a capirvi … Molti [bianchi] arrivano qui per sfuggire alla miseria e alle persecuzioni del loro paese. E noi non riusciamo a capire come, arrivati qui, possano scegliere di vivere una vita diventando a loro volta persecutori.” (309)
James G. Ballard “Crash” Feltrinelli euro 8
[A: 16/02/2014– I: 30/07/2014 – T: 02/08/2014] - & e ½
[tit. or.: Crash; ling. or.: inglese; pagine: 205; anno 1973]
Nonostante il piacevole salto che mi ha consentito la lettura di questo libro, e su cui si ritornerà, devo dire che sono rimasto alquanto deluso. Dalla scrittura, dalla storia, dal modo anche che se ne parla in giro (in rete e sui libri). Il salto è stato il ritorno, almeno nella memoria, al tempo in cui le mie uniche letture erano dedicate alla “fantascienza” (uso le virgolette che il termine mi è rimasto sempre antipatico, essendo un tipo di scrittura variegato, e spesso per nulla fantastico: ucronie, sociologie possibili, certo i robot di Asimov, ma anche Bradbury, Farmer, la Le Guin e tanti altri, dove la scienza non sempre era il fulcro della storia). Nella mia libreria “juvenilia” sono rimasti ancora qualche migliaio di libri di genere, e Ballard aveva senz’altro un posto in questo mondo, con la sua scrittura che ha aperto (proprio nei tempi a cavallo degli anni ’70) la strada per un modo nuovo, anglosassone ma non solo, di scrivere (che da lì si diparte la vena umoristica alla Douglas Adams ed il cyber-punk alla Gibson). Fatto questo revival, mi sono messo in lettura, pensando di ritrovare queste atmosfere, anche perché il libro viene etichettato come fantascienza tecnologica di pochi anni avanti. Ed anche, perché spesso Ballard è un gran provocatore, di pornografia tecnologica (fanta-pornografia mi sembrerebbe un termine un po’ troppo forte). Ma letto ora, a quarant’anni dalla scrittura, non ha nulla di anticipatorio, è solo un romanzo che sfrutta dei meccanismi tecnologici (in questo caso le automobili) per portare avanti un suo discorso sulla difficoltà dei rapporti umani, e sulle alienazioni che l’innamoramento verso la tecnologia può portare. La storia, molto cruda in sé, gira intorno al protagonista soggettivo, che scopriamo ben presto avere dei seri problemi di rapporto con la moglie Catherine. Non riescono a fare l’amore se non tradendosi continuamente a vicenda, e raccontandosi i loro tradimenti. La svolta avviene quando il protagonista ha un grande incidente automobilistico, dove uccide una persona che viene in senso opposto, ferendo gravemente la di lui moglie al volante, nonché rimanendo lui stesso gravemente ferito. Questo shock, dopo vari capitoli un po’ inutili, lo porta a contatto con un certo Vaughan, adoratore di incidenti, e fotografo degli stessi. Lui stesso, pluri-incidentato con cicatrici ovunque. Vaughan si aggira cercando incidenti, fotografandoli, e tenendo dietro di sé una specie di scuderia fatta da uno stuntman strafatto di coca, la di lui moglie cicatrizzata, un regista fallito e la moglie di questi, in giro con stampelle sempre per incidenti vari. Una corte dei miracoli, che il nostro però scopre terribilmente eccitata dal pericolo e dalle sue conseguenze. Il nostro, tra l’altro, continua a scopare in macchina ripensando all’incidente, e, tra un coito e l’altro, riesce anche a rimorchiare sia la moglie del morto sia la stampellata. Ma quando comincia a frequentare da vicino Vaughan, oltre ad avere un soprassalto di eccitazione tecnologica, ha anche un soprassalto di passione omosessuale verso di lui. Vaughan continua a studiare morti possibili, e Ballard ci maciulla un po’ i “cabasisi” con queste storie di accartocciamenti di cruscotti ed altre menate. Si vede che i due sono attratti e respinti da questa ordalia di sangue e sesso. Niente di più facile quindi immaginarne la fine annunciata: strafatti di LSD il protagonista e Vaughan fanno l’amore. E poi Vaughan si getta da un cavalcavia (ovviamente con l'auto) e muore. Una fine ovviamente annunciata, e scoperta, come se non resistesse più alla “vergogna” dell’atto consumato. Ma tutto ciò si protrae per duecento inutili pagine. Continuiamo a vedere sesso e crude descrizioni dello stesso, continuiamo ad avere descrizioni di incidenti. Tutto senza un vero perché. Senza un briciolo di “anticipazione”, se non nel fatto dell’uso della tecnologia. Ed alla fine, non ritengo sia un romanzo ascrivibile al genere. Anche se bisogna riconoscere che Ballard si è sempre rifiutato di considerarsi un fantascrittore, piuttosto pensava di sé essere un investigatore dello spazio interiore. Tuttavia, quello che volevo sottolineare è il fatto che non è un romanzo che mantiene il passo con i tempi: è datato, e leggibile solo in una prospettiva storica. Per me, al contrario, un qualsiasi romanzo, di qualsiasi natura, ha senso se riesce a mantenersi godibile (anche se può non piacere, intento godibile nel senso intellettuale) con il passare degli anni. Questo, ora, è solo un romanzo di pornografia pudica, come vedere le fotografie delle donnine discinte che si facevano nell’Ottocento. Divertente vederne una, palloso leggere tutto un romanzo.
Antonio Tabucchi “Requiem – un’allucinazione” Feltrinelli euro 7 (in realtà scontato a 6,30 euro)
[A: 05/05/2014– I: 16/08/2014 – T: 17/08/2014] - &&&&  
[tit. or.: Requiem uma alucinaçao; ling. or.: portoghese; pagine: 139; anno 1991]
La prima sorpresa che mi ha dato la lettura di questo libro di Tabucchi è appunto quella che vedete nella riga soprastante. Il libro, il racconto è scritto in portoghese, sua lingua di adozione, perché solo in questa lingua l’autore ritiene sia possibile dar vita e suono a quella sensazione di “saudade” che non sarebbe esprimibile in altri idiomi, quell’utilizzo del termine legato all’addio verso chi ci ha lasciato (adeusinho) che non è trasferibile dal portoghese in altre lingue. Tant’è che Tabucchi la traduzione in italiano ha voluto fosse fatta da altri, sempre per ribadire il concetto di inesprimibilità, e sottolineando quindi l’immancabile tradimento che una traduzione produce verso il testo. Quindi, seppur impoverito nel testo, ora ne seguiamo e ne leggiamo. Non per parlare di un romanzo (che spesso Tabucchi scrive ma non si riesce a catalogarne la scrittura), né tanto meno di un racconto lungo. In effetti, è un’allucinazione quella che cerca di descrivere. O meglio, una serie di sogni, di segni e di racconti, che fanno in modo e consentono all’autore di dire addio ad uno scrittore e ad un personaggio che tanta parte hanno avuto nella vita stessa di Tabucchi. Dopo aver contribuito alla riscoperta ed al rilancio in Italia di Ferdinando Pessoa, ora Tabucchi se ne deve staccare, deve proseguire la sua strada di letterato. Deve quindi rivolgere un Requiem a Pessoa, e lo fa in queste pagine, dove, mescolando sogno e realtà, parla di sé, ma anche di Pessoa. Parla con i personaggi di Pessoa, mischiati con amici e compagne della sua vita. Ma in definitiva è un libro intramabile, è talmente rarefatto negli accadimenti che narrarne vorrebbe quasi dire riproporlo per intero. Certo il personaggio che si muove per le pagine, e per Lisbona, fa alcune cose. Cerca un amico in un cimitero, sogna una donna, va in un Museo a vedere un quadro (con una descrizione che mi ricorda la mia ricerca della chiesa di Van Gogh al Museo d’Orsay), va in un bar (magari nella rua Garrett). I personaggi che si incontrano sono tanti e ognuno racconta qualcosa: essi riflettono insieme al protagonista sulla propria vita, su modi di pensare o costumi. Li si potrebbe definire suggestive figure di fantasia, divertenti. Al lettore piace guardarli e scoprirli nel corso della lettura come se fossero dei casi umani che stuzzicano la curiosità. Essi sono molto vari, ma hanno qualcosa in comune: sono romantici, quasi poetici. Persino la Vecchia Zingara, la Moglie del Guardiano del Faro o il Venditore di Storie hanno, pur nella loro semplicità, un fascino misterioso, forse dovuto alla profondità delle emozioni che trasmettono attraverso le loro parole. L'incontro fondamentale, quello al quale il narratore si prepara fin dal mattino, è l'ultimo della giornata, e ha come protagonista il grande poeta portoghese Fernando Pessoa (1888-1935), o forse il suo fantasma. Dal quale alla fine riesce a staccarsi, lì sul molo della città, ed a tornare alla propria vita. O al proprio sogno. Infatti, tutto è avvolto da quella atmosfera onirica che speso compare negli scritti di Tabucchi (soprattutto nei primi). Ed in realtà appunto non è la trama, quella che risalta alla fine, ma la scrittura, le piccole microstorie che compaiono (e che certamente un amante e conoscitore di Pessoa saprebbe collocare meglio di me nell’universo mondo dello scrittore portoghese), la ricerca e la necessità di accomiatarsi da qualcosa che per lungo tempo è stata vicina all’autore, e che adesso ne diventa un fardello. Come detto, ci riesce, riuscendo anche a regalarmi un ultimo sussulto di felicità, con quelle note finali, dedicate a cosa si è mangiato durante tutto il sogno: la feijoada (minestra di fagioli), i papos de anjos (dolcetti di uova e mandorle), i piatti di pane come le migas e l’açorda, la fresca bevanda di frutta chiamata sumol, l’arroz de tamburi (il riso alla rana pescatrice), l’ensopado de borreguinho (stufato di interiora di agnello). Per poi finire con il menu futurista della Mariazinha: zuppa “Amor de Perdiçao” (zuppa di coriandolo e pollo dal titolo di un libro di Camilo Castelo Branco), insalata “Mendes Pinto” (con avocado, gamberi e soia, dal nome del grande navigatore portoghese), cernia “tragico-marittima” (come dall’omonima Historia di naufragi del Seicento), sogliola “intersezionista” (dal nome del movimento artistico creato da Pessoa nel 1914), anguille di Gafeira alla Delfino (luogo inventato dallo scrittore José Cardos Pires per il suo romanzo “O Delfim”) e baccalà allo “scherno e maldicenza” (così come venivano chiamate le liriche satiriche del Duecento portoghese). Con questa cena tutta intellettuale, Tabucchi lascia finalmente Pessoa perché “ero io ad aver bisogno di lei, però adesso vorrei smettere di avere bisogno”. Ecco una bella, agile, veloce lettura, intellettuale quanto basta, ma eponima della capacità e del bisogno di dire addio a qualcuno o a qualcosa. Un bisogno di adeusinho.
“Non era possibile che ora il quadro fosse diverso solo perché i miei occhi lo avrebbero visto in un altro modo?” (73)
Henning Mankell “Comédia Infantil” Marsilio euro 12,50 (in realtà, scontato a 10,20 euro)
[A: 08/10/2013– I: 17/10/2014 – T: 22/10/2014] - &&&& 
[tit. or.: Comédia Infantil; ling. or.: svedese; pagine: 236; anno 1995]
Finalmente Marsilio è riuscito a ripubblicare uno dei primi libri di Mankell. Uno dei romanzi “civili” dello scrittore svedese. Il primo, cronologicamente, dedicato all’altra parte della sua vita, quella appunto che trascorre in Africa. Ed in particolare a Maputo in Mozambico. Dove si occupa dei bambini di strada (e questo è il libro manifesto del suo impegno) e di teatro popolare. Ovviamente, una sana lettura avrebbe previsto di leggere questo prima del libro sopra tramato. D’altronde, questo ho impiegato molto a trovarlo e, nonostante la spinta a leggerlo da parte di Rosa, ho penato un poco ad autoconvincermi alla lettura. Ero sicuro che mi avrebbe intristito e fatto maledire il malcostume degli europei verso il continente nero. E così è stato, anche se devo dire che è un bel libro, che merita di essere letto, anche a distanza di venti anni dalla sua scrittura. Inoltre, a lettura avvenuta, capisco meglio l’amore che ne aveva avuto a suo tempo Rosa (e che la frase sotto riportata mi pare sottolinei con dovizia). Intanto, cominciamo dal titolo che, come si capisce, anche se il libro è scritto in svedese, è un titolo portoghese, la lingua, appunto del Mozambico. Anche se poi il testo si avvicina molto alla tragedia più che alla commedia (almeno nel senso dei classici greci). Termine mitigato (o aggravato, dipende dalla lettura che se ne fa) da quel riferimento ai bambini. Vestendo i panni di un fornaio, il nostro autore si cala nella realtà mozambicana (ricordiamo sempre che il libro è stato scritto venti anni fa), in un periodo in cui si svolgevano le prime elezioni democratiche del paese, dopo più di 15 anni di guerra civile che si scatenò dopo l’abbandono del paese da parte dei portoghesi, dopo la conquista di Maputo da parte dei comunisti del FRELIMO e il contrattacco della destra del RENAMO finanziata dai razzisti sudafricani. Ma questa è storia, mentre José il fornaio narra la vita di tutti i giorni. Quella di Donna Esmeralda, la padrona del forno, forse figlia del dittatore di Maputo, che ora gestisce democraticamente un forno e “dittatorialmente” un teatro dove rappresenta pièce che solo lei comprende. Quella dei bambini che vivono per strada, come Cosmos il bambino che pensa e sua sorella albina Deolinda, come Nascimento, perseguitato dai suoi fantasmi notturni, come Mandioca e Pecado, con le loro manie che servono a sopravvivere in strada, come Tristeza, quello che pensa lentamente, come Alfredo Bomba, malato terminale. Quella del fornaio stesso, della sua vita solitaria e della svolta che avrà la sua vita con l’incontro di Nelio. E finalmente quella centrale appunto di Nelio. Che Mankell utilizza a paradigma sia del Mozambico sia di tutte le infanzie negate del mondo. Nelio che viene colpito a morte dentro il teatro. Nelio che sa di morire e che in nove notti di agonia racconta la sua storia a José il fornaio. Nelio che viveva nel suo villaggio dell’interno, felice in una povera famiglia di contadini. Villaggio assalito dal RENAMO e raso al suolo. Nelio che vede la madre stuprata, che intuisce il padre morire, che vede togliere brutalmente la vita alla sorellina neonata. Nelio che si rifiuta di uccidere e che fugge. Nelio che incontra Yaya Baba l’albino che lo porta sino a Maputo. Ma che soprattutto gli insegna che pensare è la cosa più umana da fare. Seconda sola con l’empatia verso coloro che soffrono. E chi ha sofferto, capisce subito l’altro che soffre. Nelio che incontra uomini cattivi in città da cui fugge. Nelio che finalmente incontra i bimbi di strada (quelli citati sopra) che “sopravvivono” rubacchiando e chiedendo la carità. Nelio si unisce a loro, crea un sodalizio con Cosmos, e poi diventa il capo della banda quando questi va per la sua strada. Nelio che non fa mai cattive azioni, ma solo azioni per sopravvivere. Che accoglie Deolinda raminga, che cerca di far fuggire i demoni di Nascimento, che organizza una dolce morte per Alfredo Bomba. José capisce l’umanità di questo bimbo di dieci anni, del dolore che ha sofferto in questi pochi anni, tanto da essere a volte un vecchio nella pelle di un bambino. José non potrà impedirne la morte. Ma il racconto della vita e delle sofferenze di Nelio non dovrà andar perduto. Così José abbandona il forno, e dedicherà la sua vita a raccontare la storia di Nelio. In modo che tutti riflettano sulla storia del giovane Mozambico, sulla sua povertà e sulla sua capacità e volontà di uscirne fuori. Un ultimo cenno degli intrecci di Mankell: il “buono” del romanzo precedente, che salva la bella Hanna, si chiama Antonio Vaz. Ed il fornaio si presenta nella prima pagina come “Io, José Maria Antonio Vaz … sto aspettando la fine del mondo”. Bellissime le pagine sul teatro che serve alla vita (ed alla morte), mutuate ovviamente dall’esperienza mozambicana di Mankell stesso. Viene da piangere per la nostra impotenza verso questa (e simili) tragedie. Ma, come ci insegna Mankell, intanto non tacerne, parlarne, farne circolare le informazioni è il primo passo per poter fare qualche cambiamento. Mi rendo conto che in questi venti anni non moltissimo è cambiato in Mozambico (che ho visitato due volte negli ultimi cinque anni), ma continuiamo a parlarne e cerchiamo, cerchiamo, cerchiamo di fare qualcosa. Altrimenti sarà sempre “emergenza”.
“Quello del teatro è un mondo che sembra rinascere continuamente.” (32)
Essendo la prima trama del mese, come i miei ormai affezionati lettori sanno, mettiamo anche la lista delle letture dello scorso novembre, che cominciano ad accorciarsi, visti viaggi e loro preparativi. Comunque illuminata dal bel libro eco-comico del finlandese Paasilinna e dal libro sulla Finlandia dell’italiano Marani. Mentre in fondo alla lista, purtroppo, troviamo il lungo ed inutile ultimo episodio dell’Aristotile della canadese Doody.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Alice Sebold
Amabili resti
E/O
11
3
2
Andrea Esposito
Il paese nasconde
Sole 24 ore Noir
6,90
3
3
Piero Chiara
Vedrò Singapore?
Mondadori
10
3
4
Jo Nesbø
Lo spettro
Einaudi
14
2
5
Domenico Cacopardo
Agrò e la deliziosa vedova Carpino
Sole 24 ore Noir
6,90
3
6
Eric J. Hobsbawm
L’invenzione della tradizione
Einaudi
s.p.
3
7
Osvaldo Soriano
Un’ombra ben presto sarai
Einaudi
11,50
3
8
Arto Paasilinna
L’anno della lepre
Iperborea
13
4
9
Margaret Doody
Aristotele nel regno di Alessandro
Sellerio
16
1
10
Adele Marini
Milano sola andata
Sole 24 ore Noir
6,90
3
11
Diego Marani
Nuova grammatica finlandese
Bompiani
s.p.
4
12
John Fante
Aspetta primavera, Bandini
Einaudi
12,50
3
13
Lotte & Søren Hammer
La bestia dentro
Feltrinelli
9
2
14
Claudio Paglieri
L’enigma di Leonardo
Sole 24 ore Noir
6,90
3
15
Mamen Sánchez
La felicidad es un tè contigo
Booket
s.p.
2
16
Antonio Pagliaro
I cani di Via Lincoln
Sole 24 ore Noir
6,90
3
17
Graham Greene
Il treno d’Istanbul
Mondadori
9,50
3

Adesso andiamo ad affrontare altre prove. Credo che fino a Pasqua poco ci sarà da viaggiare e molto da fare, per casa e per me. Cercheremo allora di mettere insieme e di riannodare fili che sembrano andarsi a disfare. Proseguendo in questo fantastico nuovo anno, di affetti.

martedì 6 gennaio 2015

Tutti salvi fuorché Salvo - 06 gennaio 2015

Saltata la domenica torinese, eccoci qui, in una Befana che corre via per parlare (finalmente) di qualche buon libro del nostro amato siciliano. L’avrete certo capito dal facile gioco del titolo che parliamo di scritti di Andrea Camilleri. Uno solo tratta del benemerito commissario, in un racconto di medio coinvolgimento. Abbiamo poi alcuni altri scritti, recenti o antichi, che si aggirano per la Sicilia, e spesso per Vigata. Recuperando letture fatte più di un anno fa, ma che aspettavano di essere completate. Una su tutte, se non l’avete letta: quella della storia della bella Eleonora.
Andrea Camilleri “La rivoluzione della luna” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato a 11,90 euro)
[A: 07/03/2013– I: 13/11/2013 – T: 14/11/2013]
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 276; anno 2013] - &&&& 
Non è un nuovo Montalbano. Non è una delle storie di Vigata. Ciò nonostante è un Camilleri di buon livello. Quello che si occupa di ricerche storiche ed in particolare della storia siciliana. La scrittura è quella ormai solita di quando Camilleri parla di storie sicule, quel misto di 90 per cento di dialetto e 10 per cento di italiano di raccordo. Qui viene complicata (con aiuto doveroso) da un po’ di spagnolo mescolato al resto. Come ci confessa lo stesso autore, l’idea gli viene dalla lettura di un testo storico sulla storia dei Viceré spagnoli in Sicilia. Accorgendosi, in particolare, di un piccolo buco tra la morte del Viceré don Angel de Guzman e l’insediamento del successore il cardinale Luis Fernando de Portocarrero, vescovo di Toledo. Cosa succede in quei 27 giorni? A valle di piccole ricerche, lo scrittore scopre che quei giorni furono governati dalla moglie di don Angel, la bellissima (secondo le cronache dell’epoca) Eleonora de Mora (che per l’esattezza si chiamava Leonor de Moura y Aragon, marquesa de Castel Rodrigo). Questo piccolo buco da modo al nostro di “Inventare” una bella storia di presa di coscienza e di vendetta, anche se qualche piccola imprecisione storica rimane (ma la bio-fiction consente qualche aggiustamento). Di alcune dà conto nella nota in post-fazione lo stesso Camilleri (e non vi torno). Una rimane inspiegata: la vicenda, secondo Camilleri, si svolge nel settembre del 1677, mentre il cardinale de Portocarrero (secondo gli storici spagnoli) si insedia come Viceré nel maggio dello stesso anno. Come rimane inspiegata la modalità della morte di don Angel (chiamato Aniello dai siciliani): perché e come si ingrassa di cento chili nel giro di un anno? Ed è questo che lo porta alla morte? Tuttavia non essendo la veridicità storica quella che cerca Camilleri, ma lo spunto per portare avanti alcune sue (anche condivisibili) tesi, possiamo concedergli qualche svarione. Camilleri è invece interessato a fustigare i costumi dei corrotti nobili del tempo (e di ogni tempo), ad esaltare le capacità e l’empatia femminile nel condurre politicamente la terra di Sicilia. E nel salvare i buoni dall’oblio. Approfittando, infatti, della malattia di don Aniello, i potenti locali mettono in atto soprusi e soperchierie onde mantenere il potere sull’isola, con il beneplacito della corona e del papato. I nobili rubano ed anghereggiano i popolani, il vescovo è dedito a pratiche pedofile con i ragazzi del coro delle voci bianche, e tutti si approfittano di belle e sfortunate giovani, per mettere in atto una fantomatica ”Opera Pia per le vergini pericolanti” che non è altro una ben gestita e remunerativa casa chiusa. Alla morte di don Angel, la bella Eleonora prende su di sé il carico del governo. Cominciando a tagliare teste, a promulgare leggi, e contornandosi di personaggi “buoni”. La vecchia marchesa e il ben presto innamorato protomedico di corte. Con il loro sostegno, mette a poco a poco nell’angolo la nobiltà arraffona. Prima trovando il modo di farla dimettere dalle cariche. Poi riuscendo a smuovere il popolo vessato, facendo in modo che i detti duchi, marchesi e nobili vari debbano rifondere del mal tolto. Solo il vescovo resiste, protetto dalla lontana curia di Roma, che poco si immischia delle malefatte locali, ragionando solo su astratti principi di rapporto tra Stato e Chiesa. La lotta sembra volgere al brutto per la combattiva sposa, ma il Vescovo commette l’impudenza di far uccidere un suo nemico. Nel breve volgere di pochi giorni, anche il perverso prelato viene messo alle corde, ed infine condannato al “càrzaro” a vita per le sue malefatte. Tutto in bene, allora? Ovviamente no, che una donna non può reggere a lungo il potere in una società maschile come quella di fine Seicento. Sarà destituita dalla reggenza, e se ne tornerà in patria, anche se acclamata dai siciliani “buoni” ed accompagnata nell’ombra dal medico innamorato che la seguirà in Spagna. Il carosello è finito, e tutto torna bene o male sulle rotaie della normalità. Né vinti né vincitori, ci dice Camilleri. Ma l’agile romanzo è servito a rendere omaggio ad una figura di donna, emblema di tutte le eroine combattive (e spesso misconosciute) che hanno reso salda una tradizione di rettitudine che i turpi maschi cercano e cercheranno sempre di infangare e misconoscere. Ripeto anche qui, non certo un’opera sconvolgente, ma un bel lavoro, intrecciato magistralmente, e discretamente condotto, senza troppe concessioni ai lieti finali, verso oneste conclusioni. Un inno all’onestà che manca, e che speriamo torni. Magari per qualche giro di luna in più.
Andrea Camilleri “La banda Sacco” Sellerio euro 13
[A: 19/10/2013– I: 20/12/2013 – T: 22/12/2013] - &&& e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 181; anno 2013]
Ripetendomi: non è un nuovo Montalbano, non è una storia di Vigata. E seppur interessante, ha una resa minore di altre prove dello scrittore agrigentino. Il tentativo di continuare e riprendere storie siciliane e presentarle in prospettive nuove è senz’altro lodevole. Soprattutto in una storia coma quella imbastita da Camilleri, dove, prendendo spunto da vicende locali, si vede come nasce, prolifera e si ramifica la mafia nel tessuto sociale. Lo spunto viene all’autore dalla richiesta di un erede della famiglia Sacco, che gli fornisce documenti e materiali. Partendo da questi, nella solita parlata sicula, percorre con furore sociale (al quale ci uniamo) la storia della famiglia Sacco, e di come si sia arrivati alla condanna all’ergastolo dei tre fratelli. Poiché lo spunto è storico, e vi sono documenti a supporto, c’è anche un’appendice esplicativa “in italiano”. E seppur utile alla collocazione del racconto nella sua prospettiva, avrei preferito un libro che rimanesse tutto all’interno del narrato. Si poteva fare, forse mescolando ancor di più ricostruzioni e ricordi. Questa volta intanto, ci spostiamo dalla provincia di Ragusa verso la più prossima all’autore provincia di Agrigento. E precisamene nella cittadina di Raffadali. Seguiamo il nascere della famiglia Sacco, seguendo prima di tutto il capostipite Luigi. Da bracciante a giornata, grazie alle sue capacità, in particolare per l’innesto dei pistacchi e poi per la cattura della mosca cantaride, Luigi fa fortuna, si affranca dal bracciantato, mette su famiglia, e genera cinque figli, cinque maschi ed una femmina. Anche loro di buona lena, chi lavora nei campi, chi emigra per qualche anno in Argentina, chi, come il più piccolo Alfonso, studia. Li riunisce la prima guerra mondiale, dalla quale escono indenni. Ma dagli anni Venti, dovranno affrontare un altro e micidiale pericolo: la Mafia. I Sacco, tra l’altro, sono socialisti, e questo è già pericoloso in quegli anni. in più, la Mafia comincia a chiedere il pizzo. A loro rifiuto cominciano le angherie. Alle quali, i Sacco rispondono denunciando i fatti ai Carabinieri. Qui c’è la prima resa dello Stato alla Mafia, che questi si rivelano impotenti. La Mafia comincia allora una escalation del terrore. Minacce su minacce, poi furti di bestiame, poi bruciate di campi. Fino ai tentativi di omicidio dei fratelli. I quali, per capacità o fortuna, riescono a scamparle sulle prime. Ma la Mafia insiste. E ad ogni tentativo di rivolgersi all’ordine costituito, false testimonianze e travisamenti vari, non fanno che inguaiare i Sacco. Il salto di qualità si ha con l’uccisione del patriarca Luigi. In poco tempo, i Sacco non possono che darsi alla macchia. E poiché nel frattempo, uno dopo l’altro, alcuni caporioni mafiosi vengono uccisi, la Mafia fa in modo che di questi delitti siano incolpati (colpevoli o no) i fratelli Sacco. La solidarietà paesana fa il resto, per preservare, finché si può, i fratelli dal cadere sotto il piombo dei mafiosi o dei carabinieri. Fino a che Mussolini invia Claudio Mori, il Prefetto di ferro, con l’ordine di debellare la Mafia. E poiché i Sacco sono comunque fuorilegge, il Prefetto si mette di buzzo buono sulle loro tracce, riuscendo al fine ad arrestarli. Siamo nel 1926, nel pieno dell’inizio dell’era fascista, e benché senza prove reali, tre dei fratelli vengono condannati all’ergastolo per delitti non commessi. Solamente quasi 40 anni dopo, a fronte anche di un interessamento del Partito Comunista, vengono graziati e finiscono la loro vita, anche se non serenamente, comunque nella natia Raffadali. Ci sono molti spunti che tralascio nella descrizione, dai quali si evince come, al pari di una partita di scacchi, la Mafia muova tutte le sue pedine sulla scacchiera, riuscendo ad isolare ed a mettere in cattiva luce i Sacco. Con tutte le connivenze e le congiunture che possiamo immaginare. Poteri forti che non vogliono (o non hanno le forze) di mettersi al servizio della Giustizia. Poteri deboli che usano l’inganno, la minaccia e le falsità per costruire castelli poi difficili da smontare. Storie che si ripetono, che vediamo ed abbiamo visto anche ai giorni nostri. Come falsi pentiti di mafia annuncino confessioni clamorose per inguaiare persone poco inerenti ai fatti. O depistare. O come vengano usati i mezzi di comunicazione di massa (giornali e televisioni) per costruire false realtà, utili solo a nascondere la verità. Da questo punto di vista, il castello costruito da Camilleri intorno alla famiglia Sacco è esemplare nella sua perversità. Se seguiamo passo dopo passo tutti gli avvenimenti, ci accorgiamo come ogni volta si faccia un passo avanti verso la costruzione di un labirinto di menzogne dal quale non sarà facile uscire. Anche perché, non avendo appigli, i Sacco fanno anche loro passi falsi. E questi saranno immediatamente usati, enfatizzandoli. Mentre si minimizza il resto. Tipico l’agguato finale, dove il tenente dei Carabinieri sostiene esserci stato un confronto a fuoco di due ore, alla fine del quale i Sacco escono feriti e quasi moribondi, mentre le forze di polizia non hanno neanche un graffio. Illuminante. E pur tuttavia il giudice condanna i Sacco! La fine, con quel ripercorrere attraverso il memoriale di Alfonso Sacco alcuni punti della vicenda, ripeto, è se vogliamo un ricollocarla nel tempo, ma ne smorza i toni forti di denuncia sin lì portati avanti. Rimane l’amarezza di una pervasività della mafia (in tutte le sue ramificazioni), che non può che lasciare al solito sgomenti. Quando si riuscirà ad uscirne? Quando si riuscirà a riportare l’etica e la morale su dei binari costruttivi?
Andrea Camilleri “Un covo di vipere” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato a 11,90 euro)
[A: 03/06/2013– I: 26/06/2014 – T: 28/06/2014] - && e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 261; anno 2013]
Ed eccoci tornati di nuovo ad un libro del buon Salvo. Marcato 2013, anche se, come confessa l’autore in coda, fu scritto ben cinque anni prima. Ma non uscì nel 2008 per una serie di motivazioni editoriali che non interessano al lettore (o non più di tanto). Quello che si rimarca immediatamente è, infatti, il tono datato dello scrivere. Sì, è vero, Salvo e Livia sono in crisi (come sempre) ma non in quella crisi verticale degli scritti ultimi. E Salvo, pur parlando tra sé e sé, non fa ancora quelle lunghe ed a volte inutili elucubrazioni che hanno appesantito le ultime uscite. Insomma, è ancora un tono fresco e meno “bollito” degli ultimi scritti del nostro commissario. È pur vero, però, che la storia è banalotta anzi che no. Una storia che si capisce subito dove vuole andare a parare, non c’è neanche bisogno di arrivare a metà libro. Infatti, come spesso nelle ultime prove ambientate a Vigata, il giallo in sé diventa quasi un accidente di altro scrivere. Dei comportamenti umani da un lato, e non è male, e delle solite macchiette dall’altro che non riescono più a smuovere al riso. Dicevo la storia. Si trova un ragioniere sessantino riverso in cucina mentre beve un caffè, con la faccia devastata da un colpo di pistola. Prime indagini, scoperta quasi immediata che il ragionier Barletta non è proprio uno stinco di santo. Anzi, è un vero e proprio sciupa femmine. Ed è anche bastevolmente ricco, soprattutto per la sua attività nascosta di usuraio. Ha due figli. Il maschio, Arturo, assolutamente negativo, senza spina dorsale, succube del padre, e dedito a sperperare tutti i soldi che ha per far fare una vita agiata alla insipiente moglie. La femmina, Giovanna, bella e volitiva, ben presto scoprentesi piena di amanti. E con la voglia di circuire anche il nostro Salvo. Il mistero si complica quando si scopre che Barletta è morto avvelenato, e il colpo di pistola è avvenuto quando già era cadavere. Si scoprono inoltre foto su foto osé, scattate da Barletta alle sue amanti. Nascono filoni di ricerca anche in questa direzione, soprattutto per mano dell’inutile pubblico ministero. Ma Salvo e i suoi scoprono invece che c’è qualcosa di strano nel discorso del testamento del morto. Che aveva detto voler lasciare quasi tutto a Giovanna e nulla ad Arturo. Ma non si trova il testamento. Vuoi vedere che qualcuno l’ha fatto sparire? Interrogando poi il notaio si scopre anche che, il giorno della morte, Barletta lo aveva convocato per farne uno nuovo, di testamento. In cui praticamente diseredava i figli in favore della sua ultima amante. Quella di cui, ora in tarda età, si era innamorato. Questo cambia e di molto il corso delle indagini. Portando a sollevare veli su situazioni molto scabrose e complicate, che seppur ben trattate da Camilleri, non riescono a coinvolgere il lettore. Non sono “misteriose” (anzi sono fin troppo palesi), e portano allo scioglimento dei misteri ben prima che ci arrivino Montalbano ed i suoi ispettori. Il tutto percorso da tre giorni di visita della bella Livia al nostro Salvo, con un piccolo cammeo di un barbone che vive in prossimità della villa del nostro, e che parla un italiano ben forbito. Questi darà a Salvo una chiave di lettura del mistero che servirà solo a rafforzarne le conclusioni. Nel contorno, le solite belle mangiate alla trattoria di Enzo, le battute tra Catarella e Salvo, il tentennamento di Salvo verso Giovanna, presto rientrato. Pur tuttavia, una lettura che non potevo non fare (ma non è un caso che abbia rimandato quasi di un anno, come sentissi ci fosse qualcosa di poco entusiasmante nello scritto). Non è più il commissario combattivo dei primi scritti. Né il cinquantino in crisi, ma che ragiona sui mali del mondo, sulla corruzione e su altri temi, cari da sempre al nostro Camilleri. Si è voluto affrontare un tema interessante, su cui ci sarebbe da dibattere, ma con scarso coinvolgimento emotivo. Peccato.
“Squasi tutte le sirate della so vita le passava da sulo … ‘Na vota gli piaceva. La solitudini gli dava un senso di libbirtà. Ma ora, nell’ultimissimi tempi, la solitudini gli accomenzava a pisari.” (145)
Andrea Camilleri “La bolla di componenda” Sellerio euro 7
[A: 02/10/2014– I: 03/01/2015 – T: 05/01/2015] - && 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 108; anno 1993]
Uno dei primi scritti di Camilleri, l’ultimo prima dell’inizio della saga di Montalbano. L’ho trovato acerbo, non molto riuscito, anche se, a sprazzi, propone idee e situazioni interessanti. Non dico coinvolgenti, ma quanto meno inserite in quel filone di “coscienza civile” che il maestro Sciascia aveva insegnato alla “squadra di Sellerio”. E l’idea è quella, appunto, di dare qualche piccolo colpo alla coscienza del lettore, inscenando un piccolo teatro per demolire (ma purtroppo con pochi colpi a disposizione) uno dei cardini dell’incoscienza civile. Ovviamente parliamo di Sicilia ed ovviamente parliamo di mafia. Il tutto inserito in quella pratica, quella si poco civile, che va sotto il nome di “componenda”. Il termine dovrebbe, secondo dizionari ed altre dotte fonti, essere di genere maschile ed indicare transazioni informali finalizzati a risolvere un contenzioso tra le parti (cioè comporre il disaccordo), una sorta di accordo stragiudiziale non legale e non riconosciuto dall'ordinamento giuridico. Camilleri fa uscire questo breve scritto proprio negli anni in cui (pare) ci sia stato un “componenda” tra Stato e Mafia (ed ancora se ne discute). Il nostro prende la palla al balzo, e ci tira su uno dei suoi bei teatrini. Che svolge in tre atti. Nel primo, che stenta a decollare, parla un po’ di sé, del suo lavoro alla RAI, e dell’amicizia con il grande Giorgio Vecchietti, che, proponendogli un lavoro, gli racconta un avvenimento accaduto durante la conduzione dei suoi primi telegiornali di RAI2. Avendo eliminato filmati panegirici, che esaltando operazioni poco fruttuose della Guardia di Finanza, in realtà facevano pubblicità ai tabacchi, viene avvicinato da un faccendiere (così lo chiameremo ora), che gli propone accordi poco legali per aver salvi i suoi interessi. Un “componenda” non pienamente svolto. Ma da questa idea, e da alcune reminiscenze di memorie materne, risale ad accordi ben più ferrati e malavitosi. E soprattutto a quella pratica in uso sin dai primordi nella chiesa cattolica, delle “bolle di componenda”. Una versione peggiorativa delle indulgenze di luterana memoria. Le bolle erano assoluzioni prima che venisse commesso il crimine, che la chiesa vendeva prima direttamente, poi magari attraverso sacristi e prevosti. Ce n’erano di tutte le risme, per i furti, per le donne traviate, per gli adulteri, e via discorrendo (erano sembra 20 casistiche diverse). Mancava solo l’omicidio, ma poi ci arriveremo. In ogni caso, tra bolle e bolle, il nostro tira fuori dal cilindro della storia i verbali di una commissione di indagine sullo stato della Sicilia, insediatasi nella seconda metà dell’Ottocento. E lì, tra deputati, senatori ed funzionari del nascente stato italiano si intuiscono i modi per cui la piaga della “maffia” (con due effe come si diceva allora) poteva allignarsi nelle pieghe della società civile. Non a caso, quell’inchiesta vedrà la luce, emendata e di molto, solo cento anni dopo essersi svolta. Il dato che ne viene fuori, a parte tutte le piccole storie che Camilleri riesce a tirar fuori dalla sua sacca delle meraviglie, è appunto il bene placito che clero ed autorità riservano a chi si colloca fuori della legge. E se la Chiesa assolve il mafioso, prima che questi commetta i suoi crimini, come evitare che la gente “normale” guardi a queste vicende con occhio d’indulgenza e non di riprovazione? Manca solo l’ultimo atto, quello dell’omicidio. Solo qui Camilleri da stura ad un po’ della sua successiva verve, quella delle invenzioni e delle connessioni che ritroveremo in tutta la trafila dei successi di Montalbano. Inventa quindi una storiella, ovviamente basata a Vigata, che comincia ad essere il “locus” delle sue gesta, di un povero cristo cui un cattivo soggetto, per futili motivi, uccide il figlio. Tano, questo il meschineddo, per anni va da padre Pirrotta a chiedere se nelle bolle di quell’anno (che si vendono da Natale all’Epifania) sia finalmente comparsa una che gli consenta la vendetta. Dopo anni di inutile attesa (e d’altra parte, benché dirazzata, la Chiesa con difficoltà poteva assolvere un assassino ancora prima del fatto commesso), Tano ha una brillante idea: chi ha ucciso suo figlio è un porco, e le bolle prevedono il rapimento dei maiali e l’assoluzione per il rapitore. Quindi, usando il gancio da macellaio, uccide il cattivo, sostenendo di aver rubato il porco e di averlo ucciso perché non scappasse. Questo l’ultimo tassello delle bolle di componenda. Si possono fare patti per risolvere, extra-giudizialmente, le controversie. E, se si ha di fronte un nemico, basta pensare o far credere che sia un porco per poterlo uccidere con il beneplacito di tutti. Finisce così il breve scritto, che di certo non affonda i suoi artigli, che non entra nelle piaghe (reali) della società siciliana. Ne sfiora i punti salienti, le punte degli iceberg, ma individua una linea di ragionamento che, consentendo ai mafiosi (qualsiasi accezione possiamo dare a questo termine) di agire indisturbati, da fondamento di realtà ad una realtà che non dovrebbe avere fondamento. Probabilmente, scritto ora, Camilleri avrebbe trovato frecce più feroci al suo arco. Ed anche la lingua ne avrebbe risentito, che qui, per rimanere sul generale, è praticamente al 90% italiano. Insomma un prodotto interessante, ma alla fine deludente se ci aspettiamo il Camilleri maturo. Quello che fa ridere, ma che fa riflettere. Qui si pensa, ma bisogna lavorar molto di testa. Per questo, alla fine, non lo trovo uno scritto esaltante. Decente, ben scritto, ma di tono minore.
Essendo la seconda trama del mese, come i miei ormai affezionati lettori sanno, mettiamo anche un allegato su libropatie e rimedi vari. Avevo in mente anche di pubblicare un allegato da “tredicesima” per i recuperi di libri letti nell’anno, ma non ho fatto ancora in tempo, così lo rimandiamo. Mentre ci godiamo un interessante libro sul “coming out”.
Ed infine, ci sarà un altro mese di mancate letture, per voi affezionati lettori, che il vostro scriba si appresta ad una nuova partenza verso i lidi indiani. Mentre vi do appuntamento a febbraio, vi mando un grande augurio di un anno che superi le vostre aspettative.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

GENNAIO 2015
Iniziamo questo nuovo anno di libropatie non con un libro per curare malattie (che solo qualche omofobo può pensarci), ma con un difficile e sofferto libro per cercare di essere se stessi, quale che sia il se che ognuno ha.

COMING OUT, FARE

Non ci sono solo le arance, Jeanette Winterson
Se siete gay, lesbiche, bisessuali o transgender, fare coming out – prima con voi stessi e poi con gli altri – può richiedere anni, a volte una vita intera. Anzi, potrebbe anche non accadere mai. Per quanto sia complicato, tuttavia, non può essere più difficile che per Jeanette nel romanzo fortemente autobiografico di Jeanette Winterson “Non ci sono solo le arance”. La bambina viene adottata dalla madre, cristiane fondamentalista, per essere allevata come una «serva di Dio» dalla madre, e quando i membri della chiesa alla quale appartengono lei e la madre scoprono che preferisce le ragazze viene costretta a sottoporsi a un esorcismo.
Jeanette non vuole turbare la madre, né allontanarla. Quando cerca di spiegarle cosa prova per Melanie, la sua difficoltà a trovare le parole suonerà familiare per molti lettori – perché è chiaro che la donna, che «annuisce di tanto in tanto, in silenzio», non vuole saperlo. Ha alzato un muro impenetrabile tra se stessa e la figlia, e appena Jeanette smette di parlare la madre le dice di «andare a letto» e prende la Bibbia come se fosse una manifestazione letterale di quel muro. In un certo senso è proprio così, perché quando, alla fine, caccia di casa la figlia lasciandola senza dimora, soldi o amici (se anche questo vi è familiare, cercate la cura per “Abbandono”), userà la chiesa come giustificazione. La reazione della signora Winterson è così chiaramente assurda e priva di qualsiasi empatia che rafforzerà la vostra determinazione a comunicare al mondo intero la vostra identità. Se non riescono a gestire la cosa, è un problema loro e non vostro.

Bugiardino

Come sotto leggerete, il libro della Winterson non è da molto che venne letto e commentato. Un ritardo placato da un sottile piacere di lettura, anche se, e va sottolineato per coerenza, alcune parti le ho trovate difficili da leggere. Ma è certo altrettanto difficile tirare fuori se stessi in mondi che difficilmente ci accettano.
Jeanette Winterson “Non ci sono solo le arance” Mondadori euro 9,50
[trama del 02 novembre 2014]
Potremmo chiamare queste righe viaggio per una trama sbagliata. Oppure non fidarsi delle apparenze ed andare alle sostanze. Come sapete ho il vizio di non leggere (quasi) mai le quarte di copertina per non farmi influenzare nelle scelte. E di leggere le prefazioni dopo aver letto i libri. Di leggiucchiare qua e là su riviste e giornali su titoli e nuove uscite. Insomma, il vizio di sentire poco gli altri, prima. Dopo no, dopo sono forse anche troppo logorroico. Ora, erano anni che i libri della Winterson circolavano sulle librerie italiane, ed a colpa dei titoli mi sentivo un po’ respinto. C’è questo di cui parlo ora e ce n’era un altro dal titolo “Il sesso delle ciliegie”. Ed è stato proprio questo a mandarmi fuori strada, che lo associavo ad un altro titolo che circolava più o meno nello stesso periodo che recitava “Se la vita è un piatto di ciliegie, perché a me solo i noccioli?”. Inoltre, mi fuorviava anche il nome che mi sembrava fasullo. Come se un lettore inglese andasse in giro per autori stranieri e si imbattesse in un libro dal titolo di frutta e scritto, che so da Giovannina Figlinverni. Io non lo comprerei, quasi mi sembrava un’emulazione della Kinsella. Finalmente, tuttavia, nella grande fucina dei suggerimenti di “Curarsi con…” esce questo titolo ed io, nella mia onnivoracità, lo acquisto. E confesso di aver rimpianto il tempo perso. Non che sia un capolavoro, anche se è senza dubbio un buon libro sopra la media. Ed è anche un libro dove si fatica ad entrare, con tutti i capitoli che rimandano a citazioni bibliche. Poi mi ha preso, fino all'ultimo capitolo che, al contrario, mi ha frenato un po’, abbassando leggermente il giudizio finale. Forse solo chi ha una buona conoscenza dei temi religiosi del vecchio testamento potrà godere fino in fondo del libro. La piccola Jeanette viene adottata da una famiglia molto religiosa dove abbiamo la presenza una madre ingombrante, ossessiva che cresce la figlia all'interno di un mondo fatto di canti liturgici, indovinelli sulla Bibbia e “arance”. Jeanette ha una “forzata vocazione” per diventare missionaria di Dio e qualsiasi problema, dubbio o incertezza si risolve mangiando un po’ di arance. Cresce quindi in una comunità bigotta, dove il Diavolo è ovunque e può manifestarsi in chiunque e in qualsiasi forma. Durante il periodo della sua adolescenza sarà proprio Jeanette a “essere posseduta dal demonio”, quando per la prima volta incontra l’amore e per lei è un amore puro e semplice. La madre e l’intera comunità hanno una reazione scomposta perché a Jeanette piacevano le persone sbagliate. Per carità! Persone in realtà degnissime sotto ogni aspetto, salvo che per un piccolo particolare: l’amore per un’altra donna era peccato! E cosa c’è di più efficace di un esorcismo, di rinchiuderla in una stanza buia e senza cibo per indebolire i demoni che hanno preso possesso della povera Jeanette? E poi ovviamente quando ormai è affamata e debilitata arriva la madre con un cesto di arance e tutta torna come prima!!! Di fronte a questo assurdo, psicologicamente violento e incomprensibile fanatismo Jeanette non riconosce più nessuno, non riconosce la madre, non riconosce tutte quelle persone che da sempre hanno fatto parte della sua vita, in tutto ciò non riconosce e non riesce a vedere neanche quel Dio che ama tanto e a cui non vuole rinunciare, ma in fondo non può rinunciare neanche a se stessa. Sarà proprio un’impresa ardua per Jeanette affrontare un percorso interiore per trovare se stessa, per rispettarsi e farsi rispettare per quello che è, per scoprire che ci sono varie forme d’amore e quindi per ritornare al titolo “non ci sono solo le arance”!!! Ripeto la scrittura non è mia facile, iniziando in tono quasi giocoso, per poi farsi matura, anche se intervallata da racconti fantastici che, in tono di favola, ripercorrono i duri momenti della vita di Jeanette. Che non viene mai meno a sé stessa, in ogni momento. Questa è una delle tematiche forti del romanzo, oltre a quella dell’accettazione della propria sessualità e della sua difesa, sempre e comunque. Il messaggio finale, poi, molto semplicisticamente, potremmo riassumerlo nella constatazione che non esiste solo il bene o solo il male, ma che la nostra vita è tutta una sfumatura di grigi. Una macedonia di tanti frutti diversi.

Conclusioni

Il libro è certamente in linea con l’assunto. Se avete difficoltà a fare coming out, la lettura di questa sofferta para-auto-biografia vi sarà di aiuto. Le difficoltà di Jeanette vi faranno da balsamo. Comunque ne consiglio piccole dosi, che la scrittrice, a volte, risulta anche di difficile lettura, e quindi, troppe dosi rischiano di essere controproducenti.