domenica 3 maggio 2015

Torna l'avventura - 03 maggio 2015

Tuttavia non con i maestri del genere. Niente Cussler, niente ancora su Wilburn Smith (prima o poi…). Una puntata di basso calibro, e non per gli autori presenti. C’è l’italiano Colitto, non al meglio lontano dalla serie di Mondino. C’è la controfigura spagnola di Jean Reno, il pur bravo Pérez-Reverte con la prima puntata del suo capitano. C’è (ed è il miglior del lotto) il campione dei cowboy americani, quello dall’improbabile nome di Louis L’Amour. Ci sarebbe Stephen King, ma per quanto abbia amato Kubrick, il suo “Shining” mi ha profondamente deluso.
Alfredo Colitto “La porta del Paradiso” Piemme euro 9,90
[A: 19/06/2013– I: 28/08/2014 – T: 01/09/2014] - && e ½   
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 456; anno 2013]
Mi aspettavo qualcosa di meglio dall’autore che mi aveva preso nella sua saga trecentesca sul dottore bolognese Mondino de’ Liuzzi e sulle sue avventure tra lo storico ed il giallo. Qui invece, pur rimanendo tracce della storia, siamo sul versante avventura. Di quella più alla Ken Follett per intenderci che alla Clive Cussler. Non nego che lo scritto scorre, e le sue più di quattrocento pagine si lasciano leggere con velocità. Ma con altrettanta velocità si lasciano alle spalle. Non è che rimane molto, essendo la trama abbastanza scontata (buoni in rovina, sfortunati, con un happy end finale che è di prammatica). Tuttavia la ricostruzione storica ed ambientale in cui si svolge il romanzo (tra Napoli ed il Messico) è accurata e priva di sbavature. Il romanzo copre 15 anni, dal 1635 al 1650 (anzi al Natale 1649, quando comincia il tredicesimo Anno Santo con l’apertura della Porta del Paradiso in San Pietro, passando la quale vengono rimessi tutti i peccati commessi, e non saranno pochi in tutti quegli anni). Il punto d’avvio è la lotta che contrappone i Baiamonte all’usuraio Terrasecca, scatenatasi (ma lo sapremo molto dopo) quando Matilde, la madre, decide di lasciare l’amante. Questi cercherà per tutta la vita di fargliela pagare, e trova il modo prestando soldi al Baiamonte senior, e quando questi non potrà restituirli, confiscando loro il palazzo signorile. Il figlio Leone cerca di mediare, ma, affrontato dal giovane Terrasecca, lo uccide. Dovrà fuggire, ma prima troverà il modo di passare una notte d’amore con la bella Lisa (lasciandogli in eredità una bella gravidanza). Leone ripara in Messico, dove uno zio prete ha scoperto una miniera d’argento, ma non sa come sfruttarla. Durante i lunghi mesi in mare, Leone troverà il modo di inimicarsi un turpe marinaio, che lo perseguiterà per molti anni, e di cedere alle voglie della bella Soccorro, moglie vogliosa di un impotente signorotto spagnolo. Il nodo viene al pettine quando, per sfruttare la miniera, dovrà chiedere proprio al cornuto un prestito. L’amante poi respinta farà da quel punto in poi di tutto per mettere in difficoltà il bel Leone. Che ogni volta che sta per cadere, si risolleva per pura fortuna. Lì in terra messicana Leone troverà anche il modo di innamorarsi della bella Estrella, e di farci una figlia, prima che l’india soccomba per un male incurabile. Dopo molte peripezie, comunque, riesce a sfruttare la miniera, utilizzando i profitti per spedire soldi alla famiglia in quel di Napoli. Peccato che lo zio prete, cui affida il compito, venga ricattato dal vescovo di Guadalajara, e derubi il nipote di tutto l’argento in sovrappiù. Quando finalmente sembra andare tutto a gonfie vele, e Leone sta per restituire i soldi al cornuto di cui sopra, la perfida Soccorro contatta il marinaio cattivone, e cerca con lui di distruggere Leone e la miniera. Fortunatamente (al solito) Leone ha la meglio, anche se perde i soldi. Ma Soccorro ed il marinaio muoiono, e lui e la figlia Miramar ritornano, poveri come erano partiti, in quel di Napoli. Lì intanto si andava perfezionando la vendetta di Terrasecca. Non contento del palazzo costringe Concetta, la sorella di Leone, ha fare la prostituta, dopo averle tolto tutti i mestieri cui si applicava. I Baiamonte ormai sono costretti a vivere nei bassi, e qui, abbiamo le parti migliori delle descrizioni del modo di vivere del popolo basso e del popolo grasso napoletano. Quando Matilde viene a sapere della professione poco onorevole della figlia, si uccide tra le braccia di Terrasecca, confessandogli che Concetta, in realtà, è la di lui figlia. Intanto fosche nubi si addensano nel napoletano, che i soprusi del malgoverno voluto dagli spagnoli stanno per far scoppiare la rivolta (a posteriori ben nota) capeggiata da Tommaso Aniello d’Amalfi detto Masaniello. Leone al suo ritorno trova anche Lisa sposata per convenienza ad un riscossore di gabelle per conto dei nobili. Ovviamente, vivendo ormai tra il popolo, i Baiamonte prenderanno parte alla rivolta dove: a) viene ucciso il marito di Lisa, b) durante un tumulto Concetta uccide il cattivo Terrasecca che, in punto di morte ed ormai pentito confida la verità a Leone, c) facciamo la conoscenza anche di Giulio Genoino che (poi ho studiato la materia) fu la vera anima pensante dei moti. Alla fine quindi Leone lascia Napoli per Roma, dove, agiato con i soldi avuti dall’usuraio, farà la sua nuova vita, sposando Lisa, vivendo con i due figli Tonino e Miramar, nonché con Concetta che mette su una sartoria. Lieto fine a go-go! Come detto, scorre bene. Ed è ben documentato sulla rivolta napoletana (grazie per lo stimolo). Inoltre, non mancano belle pagine di descrizione e di ambientazione messicana, nazione cara all’autore, dove ambientò il suo primo romanzo e da dove proviene l’amata moglie. Alla fine, quindi, un prodotto che si colloca un libricino sotto Cussler ma anche un libricino sopra la Asensi (quella che ho tramato da poco sulla trilogia spagnolo-caraibica).
Louis L’Amour “Lo svelto e il morto” Meridiano Zero euro 10 (in realtà, scontato a 9 euro)
[A: 20/04/2014 – I: 15/09/2014 – T: 17/09/2014] - &&& e ½
[tit. or.: The Quick and The Dead; ling. or.: inglese; pagine: 191; anno 1973]
Non fatevi ingannare dal nome. Non è uno scrittore di romanzi rosa, bensì era uno dei più grandi scrittori di romanzi western americano. Il cui vero nome era Louis Dearborn LaMoore. E che quando ha cominciato a pubblicare libri, ha cambiato il cognome nel più “ascoltabile” L’Amour. Anche perché LaMoore lo connotava subito come proveniente dal Nord Dakota, posto assolutamente privo di fascino. Il nostro Luigi invece, con il suo bel cognome, a 40 anni comincia a scrivere western, o come dice lui “racconti di frontiera”. Con un successo immediato, che non solo lo porta subito ad Hollywood, dove “inventa” il Gringo per la bella faccia di John Wayne, ma dove, nel corso dei successivi 40 anni scrive più di 100 romanzi, diventando uno dei più prolifici e ben remunerati autori di short seller (romanzi che vendono subito molto, ma che poi non reggono la distanza). Ero curioso di leggerne, e ringrazio la poco nota casa editrice che ha deciso di ripubblicarne dei titoli, presi da un ormai introvabile catalogo Mondadori. Non credo che ne leggerò altri, che questo è stato sufficiente a saziare la mia curiosità. Ben scritto, scorrevole, ma senza nessuno spunto particolare, se non un ribadire gli stereotipi del genere, magari con qualche innovazione, e sicuramente con qualche punto non chiarito. La trama è a sua volta un classico. Una famiglia dell’Est, senza troppe prospettive economiche, ma sicuramente non cittadina, composta da padre, madre e ragazzo adolescente, si mette in viaggio sperando che verso l’Ovest ci sia modo di costruirsi una vita senza troppe ristrettezze. Attraversando il Colorado si imbattono in un gruppo di poco di buono che cominciano ad infastidirli. Ad aiutarli è il solito vagabondo di buon cuore, Con Vallian, di mano svelta, che conosce bene i luoghi, i cattivi, gli indiani. Il solito giramondo da Cavaliere Solitario, che li aiuta dando loro consigli, ed anche una mano quando i cattivi cominciano a fare sul serio. Dopo la prima scaramuccia, con i cattivi, il resto della storia è l’inseguimento dei buoni da parte dei cattivi. E la morte, ad uno ad uno di questi ultimi, in imboscate, in duelli, ed altre tipiche soluzioni “da western”. Come direbbe un conoscitore della letteratura popolare americana, il romanzo è ben inserito nel clima dell’epoca (della scrittura): siamo nel pieno della fine della guerra in Vietnam, siamo in una boscaglia, siamo nella guerriglia pura. Ed, infatti, in tutto il romanzo aleggia la paura, quella che, collettivamente, aveva il popolo americano. D’altra parte è anche l’esaltazione del puro “stile di vita dell’Ovest”: se non ti sai difendere dai cattivi, la violenza ti toglierà tutto, i tuoi beni, tua moglie, ed anche la vita. L’unica difesa viene dal “Berretto Verde” Vallian, che conosce i luoghi (e ne insegna le strategie ai nostri), che conosce gli indiani (che se non li stuzzichi, si fanno i fatti loro, anzi è buona norma scambiarsi doni, per restare in amicizia). È anche un uomo misterioso, non si sa da dove viene, si sa solo che conosce i luoghi e sa sparare. Anche il suo nome è significativo, un misto di valente (“valiant”) e cattivo (“villain”). E Con potrebbe essere l’abbreviazione di Conrad ma anche di contrario (“contrary”), cioè di uno che si oppone. Nella banda dei cattivi c’è anche un indiano, che è l’unico che riesce a colpire Vallian, ma alla fine, dopo che Con ed i cittadini riescono a farli fuori tutti, anche lui non continua la lotta, ma come in un rispetto verso la forza altrui saluta e se ne va. Ci sono molte situazioni irrisolte nel libro (futilità come il carro pieno d’oro e non si sa perché, le ferite che si rimarginano in poco tempo, un cavallo senza cavaliere che appare e poi scompare), ma Louis L’Amour è impegnato in altro. Lui vuole la tensione dell’azione, la comprensione di chi siano i buoni, i cattivi ed i grigi. E nel solco della tradizione americana, dopo la morte di otto personaggi, un finale tendenzialmente lieto. Anche se non si capirà mai perché Vallian vuole aiutare i nostri (a parte il fatto che sanno fare un buon caffè). Insomma un tipico prodotto della cultura popolare americana, da leggere per capirne di più. Certo non da sottoscrivere. Siamo ben lontani dai racconti di frontiera moderni alla Cormac McCarthy. Come dimostra la frase finale che sotto riporto. Un’ultima cosa che spero gli americanisti più dotti di me sappiano indicarmi. Il titolo inglese, dato in posto ai migliori traduttori della rete, mi rimanda la traduzione come “I vivi e i morti”, anche se ha un suo senso il fatto che, nell’Ovest, se non sei “quick” (svelto) presto sei “dead” (morto). Ah, sapere le lingue. E soprattutto i modi di dire.
“Se parli, ragazzo, non puoi ascoltare. Solo se ascolti puoi scoprire qualcosa.” (50)
“[Gli indiani] la pensano diversamente da noi, questo è vero, ma non significa che hanno torto … significa solo che sono diversi, ecco tutto.” (56)
“- Rammentate sempre che quando un uomo si decide per la violenza, resta solo una scelta possibile: difendersi. … - Ma io volevo solo una casa qui nell’Ovest … - Questo lo credo. Però dovrebbe saperlo che bisogna lottare per tutte le cose che vale la pena di possedere.” (146)
Stephen King “Shining” Bompiani euro 13 (in realtà, scontato a 9,75 euro)
[A: 02/04/2014– I: 05/10/2014 – T: 13/10/2014] - & e ½  
[tit. or.: The Shining; ling. or.: inglese; pagine: 588; anno 1977]
Non avrei certo letto un altro libro di Stephen King, autore che confesso non mi piace affatto, se non spinto dalla libropeutica di Berthoud & Elderkin. E mentre rimando a quel filone di discussione l’approfondimento su cosa possa curare omeopaticamente questo libro, per quanto riguardo il romanzo in sé, devo dire che mi sento di ripetere la risposta che Kubrick dette a King quando questi vide il film, e ne rimase contrariato, affermando che non era molto coerente con il suo romanzo. Per tutta risposta, Kubrick affermò che il libro «non era poi un gran capolavoro». Ed è proprio così. Non è un capolavoro. È un buon romanzo thriller, con un crescente di tensione, ma con una assoluta mancanza di spiegazioni, non dico razionali, ma convincenti su tutto quanto avviene nelle quasi 600 pagine del libro. Credo che la storia sia super-conosciuta, quindi ne parlo ma solo perché nel libro ci sono cose diverse dal film che tutti credo abbiano visto. La storia è la caduta verso la pazzia di Jack Torrence, trentenne scrittore fallito e alcolista non pentito. La storia è il rapporto tra Jack e sua moglie Wendy, dall’amore giovanile alle attuali paure. La storia è la vita di Danny, il figlio di Jack e Wendy, quello che ha dei poteri paranormali, che sente i pensieri, che, come dice il salvatore della patria Dick (poi vedremo perché e come), ha “l’aura” o meglio, in inglese “the shining”. Che il titolo (del libro e del film) è con l’articolo. E si riferisce al potere di Danny. Il libro poi è più complesso, che non parla solo dell’Overlook Hotel e delle vicende che vi avvengono quando Jack accetta il posto di guardiano invernale dell’albergo. Perché seguiamo i motivi che portano Jack ad accettare quel posto: il suo inizio come scrittore che vende alcuni racconti, ingaggiato come professore in una università privata, la difficoltà di scrivere una commedia, l’incontro con Al che lo porta ad amare la bottiglia ed il suo contenuto (soprattutto Martini Cocktail), l’incapacità di reagire alle sfortune, la violenza con il figlio di Danny (cui rompe un braccio in un accesso alcolico), il passaggio (misterioso, e non completamente spiegato) verso l’astinenza completa da alcolici, la rabbia che sale senza sfogo, il pestaggio che rivolge ad un suo studente con cui entra in conflitto, il licenziamento dall’università, e la necessità di trovare un lavoro. In parallelo, vediamo la crescita di Danny, che sente i pensieri, che ha un amico nascosto che gli dice cosa fare e cosa non fare, che si angoscia per il possibile divorzio dei genitori (contro di cui usa tutte le sue armi “paranormali”), la paura che gli prende quando si trova nell’albergo in montagna. Qui King usa tutte le sue armi, dopo aver fatto i suoi flashback per spiegarci (nelle prime 300 pagine) chi siano i nostri tre (anche se Wendy mi rimane sempre molto moscia). Si passa dall’inizio post-estivo dell’albergo che si svuota dei clienti prima dell’inverno, e le storie che il guardiano estivo Watson narra a Jack: le strane morti, i sucidi nella stanza 217, l’uccisione di un mafioso nell’appartamento presidenziale, sino alla strage effettuata dal precedente guardiano invernale verso la moglie e le due figlie gemelle. Vediamo il parco giochi. Vediamo le siepi a forma di animali (ed avranno un ruolo nell’angoscia di Jack, che sotto effetto dell’efedrina immagina questi animali muoversi per volerlo assalirlo), quelli che, erratamente, Kubrick trasforma nel famoso labirinto della morte. Vediamo il cuoco Dick, che ha un piccolo potere di “shine”, ma che lo riconosce in Danny e gli spiega come non averne paura. Poi si avvicina l’inverno. Poi comincia a nevicare, l’albergo viene ad isolarsi dal mondo, rimanendo l’unico compito di jack quello di controllare che la caldaia non si surriscaldi troppo, per evitare catastrofi. Da qui in poi, è un crescendo di non-spiegazioni. Jack, probabilmente, in astinenza da eccitanti, e non riuscendo a scrivere la sua commedia, quella che gli darà la fama e gli onori, comincia a cadere in paranoia, pensa che ci siano forze che gli vogliono tarpare le ali (scusa che estremizza l’incapacità di accettare la propria mediocrità). Ed ecco, le foto si animano, ci sono balli notturni di fantasmi, ci sono incontri con il guardiano assassino. Ed anche Danny è preso da questo vortice di anormalità, si aggira per posti incongrui, ed apre la famosa stanza 217 dove trova il cadavere di una donna (quella suicida) e dopo una fuga Wendy lo trova con dei segni sul collo. Danny dice che è stata la morta, Wendy pensa sia stato Jack ormai incontrollabile. Con un messaggio super-potente del suo shine, Danny chiama Dick che intanto sta al caldo in Florida (e ricordo che l’Overlook sta in Colorado…). Dick si precipita, ma intanto Jack è ormai al di là di ogni ritorno. Ed usando un mazzuolo da “roque” (gioco derivato dal croquet inglese, dove si usa una mazza con una superficie di gomma dura ed una di ferro) cerca di sterminare tutti quanti. Ferisce seriamente Wendy, stordisce quasi a morte l’arrivato Dick, ed insegue Danny in soffitta. Qui, con uno sforzo enorme, Danny fa tornare per un attimo Jack in sé, mentre lo sta quasi uccidendo. E Danny gli dice che la caldaia sta per scoppiare. Jack deve decidere se uccidere Danny e pensare alla caldaia o fare l’inverso. Ma Jack, nel fondo, ama il figlio, corre in cantina e, capendo che se si salva, poi, ucciderà Danny, invece di abbassare la caldaia, la alza al massimo e salta in aria con l’albergo. E tutto finisce con Wendy in ospedale, che riprenderà una vita quasi normale con il piccolo, ma quanto traumatizzato, Danny. Mi sono dilungato molto sul libro, più di quanto pensassi. Anche perché mi da modo di dare qualche tocco di confronto con il film (così faccio vedere quanto conosco il regista, come sa il mio amico Luciano). Intanto, nel film la stanza maledetta diventa la 237 (così l’albergo-modello non avrebbe avuto problemi per i suoi clienti). Poi, si salta molto su quanto succede prima dell’inverno, per cui nel film poco si capisce della pazzia di Jack. Ma si insiste molto sui poteri “assassini” dell’albergo, similmente al libro, ed in entrambi i casi non si capisce perché. Poi ci sono le siepi a forma di animali, che impauriscono prima Danny, poi Jack e che nel libro tentano di fermare la corsa verso il salvataggio di Dick. Nel film invece, molto simbolicamente, Kubrick mette un labirinto di una tipologia che però (questo l’errore) non poteva vivere ai 2000 metri di altitudine dell’albergo. Poi c’è la mazza da roque, che Kubrick sostituisce con la famosa accetta, quella che colpisce più e più volte la porta del bagno dove è nascosta Wendy. Accetta che nel film uccide Dick, e nel libro, mazza che invece lo stordisce soltanto. Infine, Jack non muore congelato nel labirinto, ingannato da Danny che, camminando sopra i passi, fa perdere l’orientamento al padre, ma salta in aria (volontariamente) come a volersi redimere in un ultimo barlume di coscienza. Quindi, mentre in Kubrick le “pazzie” sono accettate come simboliche rappresentazioni, nel libro molte cose vengono non dette e non spiegate, ed a me hanno lasciato un gusto poco partecipe. Non dico voglio capire tutto (in fondo sono molto limitato) ma gradirei che l’autore desse la sua spiegazione. Cui io posso aderire o meno. Mentre questo passaggio sotto silenzio mi lascia freddo verso l’autore. E precipita il libro verso i voti bassi. Colpa anche di una confezione poco accurata, di cui do solo due esempi. A pagina 149 troviamo la frase “una versione riveduta e corretta dell’interi maledetta commedia”. E, poco dopo, a pagina 171: “Nella luce della lampada … il taccino del piccolo appariva teso”. Le sottolineature sono mie: non è difficile fare una concordanza singolare femminile, o e neanche tanto immaginare che Danny abbia un “faccino” e non un “taccino”. Odio l’incuria! Ed alla fine, beh, se vi piace King, leggetelo, io ho fatto un po’ di fatica per le lunghe pagine un po’ prolisse e poco convincenti per i miei gusti.
Arturo Pérez-Reverte “Capitano Alatriste” Il Saggiatore s.p. (regalo di Sara & Giampaolo)
[A: 07/05/2014 – I: 25/02/2015 – T: 27/02/2015] - && e ½    
[tit. or.: El capitan Alatriste; ling. or.: spagnolo; pagine: 214; anno 1996]
Mi è sempre sembrato di piacevole lettura, questo strano spagnolo a metà tra scrittore e giornalista (che spesso, per campare, soprattutto ai tempi di Franco, era meglio scrivere sui giornali, come faceva “el mi amigo” Manuel). E mi piacque a suo tempo il primo che ne lessi (“Il club Dumas”, naturalmente) che mi rimase nell’orecchio di leggere altro. Vennero così il primo da lui scritto (che riuscii a leggere in originale, e fu facile e divertente), ed altro. Scoprendo tra l’altro che Arturo non è che la versione spagnola di Jean Reno, un attore che amo. Mi restava di iniziare, prima o poi, la saga del Capitano Alatriste (cui l’autore, nel corso degli ultimi venti anni ha dedicato ben sette libri). Ed eccoci allora qui, dopo la lettura veloce di un libro che scorre gradevole senza tanti intoppi. Certo un libro non eccelso, senza particolari elementi avvincenti nella trama. Eppure con qualche spunto qua e là da tenere in considerazione: le descrizioni della vita quotidiana durante quello che per gli spagnoli è chiamato “El Siglo de Oro”, la presenza, tra i personaggi al contorno, di alcuni elementi storici (e che rimarranno nel corso degli altri libri) come Francisco de Quevedo ed il marchese di Guadalmedina, altri che, altrettanto storici, sono presenti solo in questo, come i due inglesi che citiamo sotto o un pittore, tal Diego Rodríguez de Silva y Velázquez (che penso avete capito chi sia). Torniamo allora alla trama. Il capitano Diego Alatriste y Tenorio è un reduce da mille campagne militari, e tira avanti alla buona, usando quello che meglio sa: la sua arte militare e le sue doti di spadaccino. Certo, in tempi di magra, magari assoldato per qualche “aggiustatina”. La storia delle sue gesta ci viene narrata dal giovane Iñigo, un basco figlio di un compagno d’armi di Diego. Alatriste viene assoldato da altolocate figure incappucciate per “malmenare” due inglesi che stanno arrivando a Madrid. Ma questi ordini vengono stravolti dal capo dell’Inquisizione, e da quello che doveva essere il suo aiutante sul campo, l’italiano Gualtiero. Gli inglesi vanno uccisi. Durante l’assalto, però, Diego si accorge che c’è qualcosa di strano, e decide di opporsi al massacro. Ben gliene incoglie, da un lato, che i due non sono altro che Carlo principe di Galles e il duca di Buckingham. Che, da lui salvati, avranno modo di ripagarlo. Male dall’altro, ovvio, che con questa alzata di testa si inimica i suoi mandanti, sia il cattivo frate Emilio Boccanegra sia il meno cattivo, ma potente, duca di Olivares. Da questo attacco si dipana un po’ della storia picaresca: il potere cerca di far fuori con tutti i mezzi il nostro capitano, che, altrettanto con tutti i mezzi a sua disposizione, cerca di mantenersi in vita. Il tutto, come detto, inserito nel momento e nell’epoca storica, anche ben documentata e di piacevole inserimento nel contesto. Che in realtà, è vero che il principe di Galles si recò a Madrid per cercare di sbloccare la situazione di un suo possibile matrimonio con l’Infanta di Spagna. E che il duca di Olivares, in pratica reggente del giovane re Filippo, si opponeva al matrimonio, in quanto ritenuti eretici gli anglicani inglesi. Nella realtà, poi, dopo alcuni mesi di traccheggio, il principe inglese tornerà in patria senza la moglie spagnola, ma, dopo poco, sposerà l’erede al trono di Francia, instaurando alleanze che saranno deleterie per il futuro della Spagna stessa. Ma qui entriamo nella storia, invece di rimanere nel romanzo. Iñigo ci narra alcune vicende in cui Diego Alatriste sta per soccombere, ma da dove poi si salva, attraverso insperati aiuti dell’ultimo momento. Come quello dei due inglesi durante la rappresentazione della commedia “El Arenal de Sevilla” di Lope de Vega (che è una commedia reale, di cui ho trovato anche il testo nella Biblioteca Spagnola online). Alla fine ci sarà un redde rationem tra Alatriste ed il duca di Olivares, dove il nostro, negando di aver riconosciuto alcuno dei mandanti incappucciati, e forte delle raccomandazioni del principe Carlo, avrà salva la vita, nonché un piccolo appannaggio mensile (sempre utile per i mercenari squattrinati). La prima avventura di chiude così con i nostri protetti da una parte della nobiltà, ma rimasti sotto le mira di fra’ Boccanegra e del cattivo Gualtiero. Nelle more, inoltre, il giovane Iñigo fa in tempo ad invaghirsi di una ragazzina della buona società, che, come tutte le relazioni squilibrate, secondo lo stesso Iñigo, non porterà nulla di buona. Vedremo, se avremo voglia di leggere altro. anche se, rispetto a romanzetti e scritturine, la penna di Pérez-Reverte non mi dispiace. Un ultima chicca: per caratterizzare il nostro capitano, l’autore si rifà ad un cavaliere, semi-nascosto da un cavallo, presente nel grande quadro “La resa di Breda” dipinto da Diego Rodríguez de Silva y Velázquez (tanto per non farci mancare altri stimoli ai nostri bistrattati neuroni).
Seppur ravvicinata, è pur sempre la seconda puntata del mese, quindi vi allego la solita “malattia”, che oggi non è malattia (si parla di divorzio) e non è neanche ben trattata (sempre secondo me). Ma noi si pensa sempre positivo, e si guarda avanti.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

MAGGIO 2015
In questo mese di maggio le nostre autrici si cimentano con il divorzio, certo non una patologia, e certo non trattata come meriterebbe.

DIVORZIO

        Nell’intimità, Hanif Kureishi
Sportswriter, Richard Ford
I loro occhi guardavano Dio, Zora Neale Hurston

Il divorzio di questi tempi potrà anche essere molto frequente, ma resta comunque una delle esperienze più traumatiche che una persona possa fare - in particolare se sono coinvolti dei bambini - e se c’è possibilità di evitarlo vi esortiamo a prenderla in considerazione. Tutti i matrimoni vivono alti e bassi, e anche quando la «cattiva sorte» dura da un certo numero di anni il problema può essere superato con maggiore facilità di quanto si creda. Se il vostro matrimonio è in pericolo perché voi o il  vostro partner siete affetti da uno dei disturbi situazionali descritti in questo libro vi invitiamo ad affrontare il problema alla radice, invece di rinunciare prematuramente al vostro matrimonio. La vita dopo una separazione può essere meno conflittuale, ma sarà più difficile sotto altri punti di vista se è coinvolta un’altra persona. Forse tra di voi mancano gentilezza e comprensione, oppure uno di voi sta lottando con il cambiamento o con la routine. Forse le esigenze dei bambini hanno danneggiato la vostra vita sessuale o vi trovate a voler trascorrere il tempo libero in maniere diverse. O forse il maldestro tentativo del vostro coniuge di aggiustare la lavastoviglie ha devastato la cucina.
Qualunque sia la causa, un conflitto o un motivo di infelicità a casa vi renderà inevitabilmente vulnerabili a una serie di disturbi aggiuntivi (per i quali vedi tutto questo libro) - e pertanto vi esortiamo a non lasciare che l’angoscia o il disordine durino per troppo tempo. La nostra terapia inizia con due romanzi per chi si ritrova sull’orlo del baratro: assicuratevi di leggerli prima di recidere qualsiasi legame. E a coloro per i quali il divorzio è un fatto compiuto - o che hanno bisogno di incoraggiamento per portarlo a termine - offriamo un romanzo (di questi ce n’è uno su un milione) ispirato e pieno di speranza su una donna che trova l’uomo giusto solo al terzo matrimonio.
“Nell’intimità” è il racconto in prima persona, a volte faticosamente onesto, della storia di Jay, un uomo che ha deciso, il mattino dopo, di lasciare Susan, la donna che da sei anni è la sua compagna. Mentre mette a letto i suoi due figli e si siede per cenare insieme a lei, si rende conto che quella è l'ultima sera che tutti loro trascorreranno come «una famiglia innocente, completa, ideale». Inevitabilmente, nella sua mente si agitano una serie di emozioni contrastanti - e ognuna di esse risulterà orribilmente familiare a chiunque si sia solo avvicinato a fare le valigie. Jay si sente colpevole, confuso e impaurito per il danno che sta per infliggere ai bambini; ha anche un disperato bisogno di tornare a «vivere», di chiudere la porta all'infelicità e andare avanti. Quando Susan, un editore di successo, torna a casa dal lavoro, abbiamo un assaggio di ciò che è andato storto. Quando lei gli rivolge uno sguardo colmo di rancore, lui sente il proprio corpo che «si contrae e diventa più piccolo», chiaramente c’è stata una perdita di comunicazione - perché i due non riconoscono la rabbia e il dolore che in questo momento li separano. Nel monologo che segue, inoltre, non abbiamo mai la sensazione che dei loro problemi si sia davvero discusso, né che siano stati in qualche modo condivisi, e nemmeno che Jay abbia cercato di scoprire che cosa, secondo Susan, ci sia che non va. Leggetelo come un invito a darvi una svegliata. Se, come Jay non avete parlato col partner delle vostre sensazioni negative circa il matrimonio, anche voi forse state rinunciando troppo facilmente. Assumetevi la vostra parte di responsabilità nel fallimento. Iniziate a parlarne. Non  gettate la spugna finché non avrete capito - e ammesso - entrambi che cosa è andato storto e dove avete sbagliato. Avrete almeno tentato di sistemare le cose. È probabile che tornare a comunicare con onestà vi avvicinerà di  nuovo.
Di sicuro, ammettere entrambi ciò che sta succedendo renderà più facile la vita di una coppia dopo il divorzio - e se avete dei bambini sarà necessario continuare a essere genitori insieme per parecchi anni. A due anni dal divorzio, Frank Bascombe - il giornalista sportivo protagonista di Sportswriter di Richard Ford - comincia a rendersi conto del fatto che se dovesse vivere la propria vita di nuovo potrebbe anche non decidere di divorziare. Lui e X (è così che chiama la sua ex) vivono ancora vicini nel sobborgo di Haddam, New Jersey, per consentire ai due figli Paul e Clarissa di spostarsi liberamente tra le loro case. Parlano a telefono almeno due volte la settimana e spesso si incontrano per caso. È stata X a chiedere il divorzio, ma Frank l’ha presa bene - vivere da solo lo ha aiutato a conoscere meglio se stesso, e questo sembra essere successo anche a X, perché sta finalmente facendo «un tentativo» con la promettente carriera di giocatrice di golf che aveva abbandonato col matrimonio. Frank, da parte sua, potrà forse tornare a quel romanzo incompiuto che ha chiuso in un cassetto quando, invece, è diventato un giornalista sportivo. Come ha scoperto dalla propria esperienza - e da quella degli altri membri de) Club dei Divorziati di Haddam - la vita dopo il divorzio non è tutta sesso e liberazione.
Ciò che, in effetti, distingue Frank e X dalle altre coppie divorziate è il fatto che non sono legati soltanto da Paul e Clarissa, ma anche da un terzo figlio che è morto. Frank nega che la morte del ragazzo sia stata la causa della rottura; c'è comunque una stanchezza, una mancanza di convinzione nella voce e nella visione del mondo di Frank che sembra strettamente collegata al dolore. E anche se il dolore che lui e X condividono li rende più gentili, reciprocamente, di quanto potrebbe accadere altrimenti, un senso di esaurimento e fallimento incombe, pesante, su tutto il romanzo. Per chi, come Frank, non ha fiducia nella vita per carattere, smantellare la struttura del matrimonio, ritrovarsi privi della sua solidità e del suo sostegno può lasciare ancora più confusi. Considerate con attenzione questa visione realistica e assai poco romantica della vita dopo aver firmato le carte per il divorzio.
Se avete provato seriamente a far funzionare il vostro rapporto e vi sembra di sbattere la testa contro un muro, potrebbe essere il momento di ammettere la sconfitta. Forse se la vostra unione è stata un errore, ed è necessario tornare liberi. Di sicuro, voltare le spalle a un matrimonio affrettato con Logan Killicks, un ottuso agricoltore, si dimostra un’ottima scelta per Janie, la protagonista di I loro occhi guardavano Dio di Zora Neale Hurston, storia d’amore ambientata nel profondo sud degli Stati Uniti.  Cresciuta dalla nonna, una ex schiava decisa a far sì che Janie faccia un buon matrimonio e non diventi qualcuno che gli uomini usano per «pulircisi i piedi», comincia a cercarle un marito appena si accorge che Janie ha iniziato a interessarsi agli uomini. Con Logan c’è poco da essere contenti, tuttavia, e lei non riesce a convincersi ad amarlo, e quando le si presenta Jody Starks, un uomo energico e intraprendente con in testa molti progetti e il cappello sulle ventitré, Janie non ci pensa due volte Fuggono insieme, si stabiliscono in una cittadina emergente in Florida, abitata solo da neri, e per molti anni conducono un’esistenza comoda e rispettabile. Il loro, tuttavia, non è un matrimonio felice – Jodv è un uomo all’antica e sempre più critico verso di lei: la sempre esuberante Janie si sente soffocata. Per fortuna la vita le mette a disposizione un terzo tentativo, e stavolta tutto funziona alla grande. Se pensate che la vostra vita sentimentale sia finita, ricordatevi di Janie - una donna che, a quarant’anni, ancora si pavoneggia per strada col suo vero amore, Tea Cake. Questo romanzo, insomma, è un’affermazione della vita del tipo più bello: poetico, profondo e saggio, con un dialogo vero e vivace. Continuate a tenere aperto il vostro cuore. Date al vostro matrimonio tutte le chance possibili, ma se è proprio alla fine siate gentili e generosi con il vostro ex. Poi andate avanti, con passo più leggero. Sappiate, come Janie, che il mondo si rinnova ogni giorno. Qualcosa, o qualcuno, di incredibile può ancora capitarvi.

Bugiardino

Il divorzio è certo un argomento difficile (soggettivamente) da trattare, anche se ben presente in letteratura. Ritengo tuttavia che la sviolinata iniziale delle due autrici sia un po’ troppo da salotto e non da realtà vissuta. Certo che si dovrebbe trovare modo di recuperare rapporti (quando c’è da recuperare), ma è altrettanto vero che recidere legami inutili e/o dannosi può e deve essere presente a chi scrive di separazioni. Ciò detto, ho letto solo il libro di Kureishi, di cui sotto tratto ampiamente, mentre il libro di Ford, pur presente in libreria, non ha ancora avuto tutte le mie attenzioni. Il terzo libro, devo dire che l’ho cercato, ma che non ne ho trovato tracce usufruibili nelle librerie romane (o non è presente, o è ancora in edizioni troppo costose, e sapete come io prediliga i tascabili).
Hanif Kureishi “Nell’intimità” Bompiani euro 8
[trama del 14 settembre 2014]
Pur avendo letto altri libri, e pur stimando il romanziere e regista indo – pakistano, questo è il primo libro in italiano che leggo. E, benché datato, trovo la traduzione di Ivan Cotroneo ben fatta ed aderente allo spirito della scrittura di Kureishi. In un libro che non è facile, nonostante sia agile, quasi come un racconto lungo. E sicuramente diverso e più interessante del film che si dice ne venne tratto nel 2001, vincendo l’Orso d’oro a Berlino (il film usa una diversa storia di Kureishi come trama e questo romanzo come atmosfera). Qui, il nostro scrittore imbastisce un lungo monologo di un quarantenne (credo, anche se non dice l’età) allo sbando. Pur essendo uno sceneggiatore di successo (ed in questo, Hanif si tratteggia un po’ nel personaggio), non trova “un centro” alla propria esistenza. A me, forse un po’ semplicisticamente, è parso affetto da una grave “sindrome di Peter Pan”. Il protagonista si rifiuta di crescere, crogiolandosi e commiserandosi in uno “sto male qui ed ora, come faccio ad uscirne?”. Intanto, oltre al buon lavoro, vive con Susan, con la quale ha due figli. E mentre si aggira per casa, cercando di decidere cosa portarsi via perché la vuole lasciare, ricostruiamo a sprazzi la sua storia. Quella di uno dei tanti “leftist” o forse “radical” inglesi. Gioventù sbandatella, senza metà, frequentazioni alternative e promiscuità. Grandi bevute ai pub, ma anche spinelli e droghette a go go. Ed una pulsione sempre presente per l’altro sesso. Che spesso e volentieri, concretizza. Sia prima della convivenza che dopo. Nonostante voglia bene ai due figli piccoli, abbia momenti di genuina tenerezza e scoperta con loro. Ed a modo suo vuole (voleva?) bene a Susan. Ma la vita di famiglia impone delle regole. E lui, non crescendo né in crescita, è quello che rifiuta. Vuole tutto come se fosse un ragazzo di vent’anni prima. Vuole scopare, vuole ubriacarsi, vuole farsi le canne, e vorrebbe che la vita in famiglia potesse andare avanti senza che lui intervenga “in aiuto”. Appunto, come un Peter Pan che si aspetta che ci sia sempre qualche d’un altro (una Trilly, ad esempio), che facesse per lui “i lavori sporchi”: fare la spesa, cucinare, mettere in ordine. Non è un caso, che decide di avere uno studio fuori casa, dove rintanarsi a lavorare, “come se”. Ed uno studio che usa come garçonnière a tutto vapore. Il momento topico che lo porta a riflettere sul suo malessere, avviene quando si accorge che anche i suoi amici crescono, e si assumono responsabilità, e per questo, si vedono meno. Bello è il contraltare di Naif, uno degli amici storici, anche lui con moglie e figli, ma che accetta questa realtà, e ci lavora. A lui rimane solo Victor, uno che se ne andato anche lui di casa un paio d’anni prima (ma con ripensamenti e crisi). Contemporaneamente, ha una storia con Nina, ragazza più giovane di lui, affascinata dal suo essere un po’ alternativo. Che aspetta, ma poi non accetta quella sua indecisione di fondo. E lo lascia. Questi due avvenimenti lo mettono in crisi. Lo mettono di fronte al suo vagheggiamento di un’età felice. Facendo in modo di riversare tutto il suo malessere e le sue incapacità sulla buona Susan. Che invece lo ama ancora, e molto. Che va con lui in analisi per capire il loro rapporto. Il nostro sembra mettervela tutta. Ma niente da fare. Per andare avanti dovrebbe sporcarsi le mani. Ed allora, si ripete, qui sto male, anche se ho Susan, anche se ho i miei figli. Me ne vado, così faccio piazza pulita e ricomincio da capo. Non capisce, non capirà mai, che non può andarsene da se stesso. E la piazza pulita la deve fare al proprio interno. Cambiare cielo non significa, mai, cambiare vita. Kureishi, oltre a descrivere con crudezza questa catastrofe umana, utilizza il nostro anche come paradigma di una generazione bene o male fallita. Quella che all’epoca andava per i quaranta (ed ora andrebbe per i sessanta). Che è stata sconfitta nel pubblico e nel privato, proprio perché “non si è sporcata le mani”. Descrizione cruda nei rapporti umani, ed in quelli sessuali, per tirarne fuori pochi (e sparuti) elementi di conforto. Alla fine, dolentemente, mi è anche piaciuto, laddove rivedo situazioni similari. Forse, come diceva qualcuno ma non ricordo dove, ci volevano “un po’ più di palle” per affrontare la vita. E non ce l’ha messe né il protagonista, né lo scrittore. Comunque una lettura non banale, da approfondimento.
“Le parole sono azioni e fanno accadere le cose. Una volta che sono uscite dalla bocca non puoi più farle rientrare.” (5)
“Se sei portato all’infelicità, non ti mancherà mai un amico.” (30)
“Per un ceto periodo sono stato una sorta di marxista, anche se adesso non riesco più a ricordare le differenze fra i vari tipi: gramsciani, leninisti, hegeliani, maoisti, althusseriani.” (35)
“Lei [inglese] insegnava inglese agli stranieri, cosa che rappresenta sempre l’ultimo rifugio per chi è allo sbando.” (60)
“Non è che adesso sia poco attraente, ma è di mezza età, e perciò appartiene a una categoria diversa.” (75)

Conclusioni


Come già traspare da quanto ho detto sopra, questa è una delle patologie che mi trova in disaccordo totale con le autrici. Nell’analisi della “patologia”, nelle ipotesi curative e, soprattutto, nelle proposte di lettura a sostegno. Dove, ad esempio, avrei citati “Il colore viola” della Walker o “Mildred Pierce” di James Cain (tanto per rimanere in libri da poco letti e citati).

venerdì 1 maggio 2015

Finno-americana - 01 maggio 2015

Una puntata eterogenea, principalmente dedicata da autori americani (di tutta l’America, dal Nord al Sud), con un’interessante diversione verso un autore finlandese a me caro (grazie Emilio). Si comincia dal Nord, dal Premio Pulitzer del 2001 Michael Chabon con un lungo libo che vi curerà dalla smania di voler essere un supereroe. Si scende poi nel Cile di Bolaño (un autore da me molto amato), qui nella sua peggior prova di scrittura. Traversate le Ande, andiamo a trovare l’argentino Soriano con un bel libro dedicato a coloro che non vedono l’ora di festeggiare il loro centenario.  Finiamo con la Finlandia di Paasilinna, con un ottima lepre per curare le crisi della mezza età.
Michael Chabon “Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay” BUR euro 12
[A: 04/01/2014 – I: 17/09/2014 – T: 24/09/2014] - &&& e ¾
[tit. or.: The Amazing Adventures of Kavalier & Clay; ling. or.: inglese; pagine: 821; anno 2000]
Un libro interessante, che potrebbe anche aspirare a qualche cosa in più, tra valutazioni e segnalazioni, ma che soffre di qualche pecca poco sanabile. Prima di tutto, la lunghezza che seguire per 800 pagine le straordinarie, fantastiche avventure dei due cugini è impresa non da poco. E secondo, mi domando con che criterio e con quali motivazioni questo libro sia stato premiato con il Pulitzer nel 2001. E terzo, ma in un certo qual modo collegato al primo, Chabon mette molta carne al fuoco, riempiendo il romanzo di molti spunti a loro volta degni di trattazione propria. Non parlo comunque degli “intarsi” (così li definisco io) in cui le storie pensate dai nostri irrompono e si mescolano sulla scena. Il libro, visto nella sua globalità, e nello spirito del premio ricevuto, è una saga del modo di vivere americano, ed un omaggio ad un settore produttivo, quello dei “comics” che proprio dell’americanità è stato un campione ed un esempio. Ho di proposito usato il termine americano, piuttosto che il nostro “fumetti”, che induce una visione riduttiva del fenomeno e della diffusione che l’utilizzo del disegno e della scrittura combinati hanno avuto in America, ed hanno poi diffuso in tutto il mondo. Certo, potremmo dire che un po’ ovunque, in Italia come in Giappone o soprattutto in Francia, hanno avuto vita propria ed un loro percorso anche differente. Qui Chabon, prende lo spunto nel narrare la vita di due cugini dediti appunto ai fumetti, per parlarci, con capacità, di uno spaccato americano che potremmo individuare dal ’39 al ’54. Quindi anni di fuoco, per quella che venne etichettata come “L’età d’oro dei supereroi”. Che nasce nel ’38 con l’irruzione sulla scena di Superman e finisce con le tristi audizioni della commissione McCarthy per le attività anti-americane. La storia è seguita attraverso le vicende di due cugini: Sam Clay e Joe Kavalier. Il primo vive da anni in America, diciamo vivacchia, barcamenandosi tra piccoli lavoretti e idee grandiose. Joe invece sta a Praga. Qui seguiamo tutta la prima storia: Joe è ebreo, c’è l’invasione della Cecoslovacchia, tutte le repressioni che iniziano verso gli ebrei, Joe che ha il mito di Houdini, ha un maestro che gli insegna vita e prestigitazione, tenta di emigrare legalmente, ed inutilmente, poi fugge dentro una finta bara che dovrebbe contenere il mitico “Golem” di Praga. E questa del Golem è tutta una storia a sé, che percorre inizio e fine del romanzo, forse funzionale per il ricongiungimento con le radici ebraiche e con i miti del Vecchio Mondo, ma che a me personalmente ha lasciato decisamente freddino. Joe arriva alla fine a New York, e Sam scopre le sue doti sia di mago che di disegnatore. Sam invece ha una testa piena di storie, e Chabon ce ne racconta brani, ogni volta immergendoci in situazioni di avventure, di intrecci ed altro. I due allora tentano (e con successo) di proporre le loro idee ad un editore di giornali popolari. Nasce così “L’Escapista”, un supereroe che, sfruttando le sue doti alla Houdini, comincia a lottare contro le forze del male. Qui c’è la parte migliore del libro, dedicata alla vita bohèmienne in minore dei grafici degli anni Quaranta. Lì a disegnare, a ripassare a china, a proporre ed a vendere e con successo le loro storie. La vita dei due cugini scorre così in parallelo, con Sam che, pur non accettandola fino in fondo, scopre la sua omosessualità. E Joe che fa di tutto per aiutare i parenti in patria, per farli emigrare, prendendo a pugni tutti i tedeschi che vivono a New York. Non è facile seguire tutte le vicende che si intersecano a questo punto. I fatti salienti, mentre prosegue la vicenda della scrittura dei comics, sono l’incontro di Joe con Rosa, ed il loro amore, il tentativo, abortito, di Sam di vivere la sua sessualità, la ricerca di far espatriare il fratello di Joe, su di una nave che i tedeschi affondano, la crisi di Joe che decide di arruolarsi e combattere, non dando più sue notizie per anni, la nascita del figlio di Rosa e Joe (ma Joe non lo sa), la vita di Joe nelle basi polari, la sua guerra privata, il matrimonio di facciata tra Sam e Rosa, il piccolo Tommy che cresce. Nella parte finale, assistiamo alla crisi del mondo dei fumetti nel dopoguerra, al tentativo di reinventarli, alla vita quotidiana di Rosa, Sam e Tommy, al ritorno sulla scena, dopo dieci anni, di Joe. Ed alle agnizioni finali. Nonché alla chiusura di alcune riviste perché “contrarie allo spirito americano”. C’è tutto il tempo per vedere come cresce Tom, come si riavvicinano Tom e Joe, prima, e poi Joe e Rosa, e come Sam fa delle scelte, e via discorrendo per tutte le lunghe pagine del romanzo. Quello che esce fuori è un inno d’amore verso i “comics”, al quale, per la mia storia personale di lettore non posso che associarmi alla grandissima, uno spaccato sulla vita degli ebrei americani, dai rapporti tra loro a quelli con i genitori (e mi viene sempre in mente la mamma ebrea dei film di Woody Allen), la nascita dei sogni americani (se sai fare, sfonderai nella vita, la villetta a schiera dei benestanti, i neri che non sono ancora non dico integrati ma neanche considerati). Insomma un libro complesso nella sua struttura, gradevole e stimolante nelle sue idee, leggermente prolisso per una riuscita vincente su tutta la linea. Seppur letto con fatica nelle notti settembrine, prendetelo anche voi in considerazione, magari per un’estate sotto l’ombrellone. Piccola notazione per le traduttrici: se si parla dei Dodgers di Brooklyn stiamo parlando di football non di calcio!!
“Di solito evitavano di porsi domande come: È normale comportarsi come facciamo noi? Oppure: Che senso hanno le nostre vite?” (727)
Roberto Bolaño “Anversa” Sellerio euro 9
[A: 01/07/2014 – I: 23/10/2014 – T: 25/10/2014] - &   
[tit. or.: Amberes; ling. or.: spagnolo; pagine: 131; anno 2002]
Prefazione necessaria ed immancabile: sono un ammiratore di Bolaño, ne ho letto molto (ovviamente non tutto, che gli ultimi libri pubblicati sono onerosi in pagine e costi), quindi sono un tramatore sicuramente di parte. Motivo per cui il libricino solitario che campeggia su questa prova dell’autore cileno è più che significativo. È un libro che ho preso primo perché di Bolaño e secondo perché inserito in una delle mie liste di acquisto in quanto suggerito dal numero 150 del supplemento di libri di Repubblica. Ed è un libro che decisamente non mi è piaciuto. È anche un libro particolare, perché è il primo scritto dall’autore nel 1980, quando, esule ventisettenne, si aggirava per la Spagna post-franchista. Ed è stato l’ultimo pubblicato in vita, nel 2002, poco prima dell’improvvisa scomparsa di Bolaño. Sono infatti d’accordo con una frase scritta dall’autore in una sorta di prefazione, dove dice che, se lo avesse portato ad un editore appena scritto, nessuno lo avrebbe pubblicato. Poi, dopo venti anni di libri con un discreto successo di pubblico ed uno, ottimo, di critica, non si poteva rifiutarne l’uscita. Infatti, è una sorta di big bang dell’universo dello scrittore, dove compaiono in nuce molti degli elementi che ne andranno caratterizzando la scrittura. Ma è anche frammentario con questi suoi 56 capitoli senza una strutturazione interna che li leghi coerentemente. Ci sono figure che compaiono ripetitivamente, ma soprattutto ci sono quegli elementi che saranno marchi della sua opera successiva (crimini e campeggi, poeti e vagabondi, sesso e amore, disadattati e poliziotti corrotti). Secondo una nota dell’autore, la maggior parte del testo venne composto mentre l’autore lavorava come guardiano notturno presso il camping ”Estrella de Mar” a Castelldefels. I 56 capitoli vagano come detto (e vagano nel contenuto e nella scrittura) tra elementi disparati. C’è un poliziotto che si perde tra Castelldefels e Barcellona, una giovane dai capelli rossi che si perde in un campeggio, un paio di ambigui omicidi, un gobbo vagabondo che vive in una foresta, la proiezione di un film nella stessa foresta, scene sadomasochistiche che improvvisamente appaiono ed altrettanto di colpo spariscono, ed altre stranitudini. E non solo i personaggi vagano e variano, anche il narratore a volte è lo stesso Bolaño, altre si mescola e si perde. Altro elemento caratteristico è il titolo che viene dato ad ogni capitolo, che riprende una parola o una frase del testo. Vediamo di dare allora un elemento di analisi, come ci viene suggerito dalla postfazione del traduttore e curatore italiano Angelo Morino (postfazione senza la quale sarebbe scomparso anche quel misero libricino di commento). Il titolo del libro, viene dal capitolo 49 (intitolato appunto “Anversa”) e che presenta una serie di frasi sconnesse come se fossimo ad un bar e sentissimo tante conversazioni concomitanti, di cui una è dedicata alla città olandese che riporta: “Ad Anversa un uomo è morto perché la sua automobile è stata schiacciata da un camion di porci”. Una frase assolutamente non legata a null’altro, nel capitolo e nel libro (appunto come si diceva l’opera frammentaria), ma coerente con la visione complessiva che Bolaño ha del mondo e della scrittura, se è vero che nel penultimo libro pubblicato (quello appena prima di questo), dal titolo “Una novella proletaria”, mette in epigrafe la seguente frase di Antonin Artaud: “Chiunque si occupa di letteratura è un porco”. Capite bene con questo interlacciamento quanto complicato non solo sia leggere il testo, ma andare oltre le parole e legarle tra loro. I suoi successi maggiori, come “I detective selvaggi” o “2066” sono venti o trenta volte più lunghi di queste pagine. Ma lì la lettura vola leggera, qui bisogna avanzare a passo di lumaca, ogni volta fermandosi e schivando le parole, laddove le frasi sfrecciano sopra la tua testa come proiettili. Ripeto, non sono pentito di averlo comperato e letto, sono convinto che comprerò altro dell’autore che mi incuriosisce anche con questa scrittura contorta, anche con questa illeggibilità. Per questo, nel mio commento pubblicato online, di stelle ne ho date cinque, perché amanti di libri ed esternatori lo comprino e portino il loro contributo all’attuale vita dei due figli dello scrittore. Per me, per il grado di lettura, il commento è quello che ho riportato in alto.
“Pascal: Quando considero la breve durata della mia vita, assorbita dall'eternità che la precede e da quella che la segue, il piccolo spazio che occupo e che vedo, inabissato nell'infinita immensità degli spazi che io ignoro e mi ignorano, sono terrorizzato e stupito di vedermi qui piuttosto che lì, perché non vi è alcun motivo di essere qui e non là, ora e non in un tempo diverso.” (15)
Osvaldo Soriano “Un’ombra ben presto sarai” Einaudi euro 11,50
[A: 12/03/2014 – I: 09/11/2014 – T: 12/11/2014] - &&&&   
[tit. or.: Una sombra ya pronto serás; ling. or.: spagnolo; pagine: 230; anno 1990]
Una sorta di Jack Keruac in salsa argentina. Si poteva chiamare “En la ruta”, ma senza gli eccessi nordamericani. Riprendo ancora una volta in mano Soriano, dopo il lontano “Triste, solitario y final”, ed ancora una volta ritrovo i motivi per cui mi piacciono gli argentini più di altri scrittori sudamericani. C’è quella tristezza di fondo che non guasta (che serve a mitigare i facili entusiasmi), c’è un sano realismo (contrapposto a quelle figure immaginifiche che tanto vanno di moda nel periplo brasil-messicano). Insomma, pur dove c’è fantasia, io intravedo in controluce la realtà del mondo. Fu così con Borges (e con i suoi epigoni alla Bioy-Casares) ed è così con Soriano (ed aspetto di leggere i suoi scritti sul calcio per avere un panorama completo, che con il primo libro si era nel cinema e qui nella letteratura). Per questo, inoltre, ritengo questo libro anche un libro intrinsecamente argentino, un libro che è strettamente legato al tango e al truco. Il secondo (più brevemente) è un gioco di carte di cui sono malati i porteñi, che poco conosco, ma che è legato anche a scommesse su quello che si può vincere e sulle quantità della vincita. E non solo, poiché una parte del libro è dedicata all’ipotesi di un tentativo di truffa che mettono in piedi il protagonista con il sodale Coluccini proprio con il gioco del “truco”. Ma c’è anche una specie di balletto ideale, dove si usano le parole del “truco”, solo per sottolineare dei momenti del romanzo. Ci sono diversi “envido” (inviti, nel truco, per aumentare la posta) e ci sono alcuni “falta” (dove ci si tira indietro). Probabilmente un esperto di “truco” potrebbe decifrarlo meglio. Il primo è strettamente legato al titolo ed all’andamento della storia. Perché la storia è triste come un tango (dove c’è sempre qualcuno che si lascia, a volte per riprendersi ma anche no), e come un tango si avvolge su se stessa. Come una specie di libro circolare, che inizia con il protagonista che scende da un treno in un imprecisato punto dell’Argentina, e che finisce, dopo balli e peripezie, con il nostro che si mette seduto in una stazione che forse non esiste più, ad aspettare un treno che forse non passerà mai. Ed è un tango già nel titolo, legato ad uno dei tre tanghi più famosi al mondo “Caminito”. Talmente bello e famoso, che mi sono sentito in dovere di aggiungere un’appendice a questa trama, solo per parlare di “Caminito”. Un tango dove si parla di una stradina (caminito) e per tutto il libro (come detto all’inizio) siamo “en la ruta”. Un tango dove qualcuno si è lasciato e qualcuno, presto, si metterà in viaggio verso altrove. Nel libro non si parla di un amore in senso stretto (anche se la scena di sesso nella Citroen che va alla deriva nel corso d’acqua è da antologia), ma certo di un amore filiale, che il nostro ha lasciato in Europa una figlia, con cui comunica tramite assurdi fermo-posta nel mezzo del nulla. Il protagonista, poi, è sempre in viaggio. Perché lascia l’Europa da tecnico informatico per tornare in patria, ora che sono stati cacciati i militari, ora che (forse) si potrebbe respirare un’aria nuova, un nuovo modo di essere “todos juntos”, e non sempre in lotta. L’illusione è breve, ed allora si fugge da Baires, così come suggerisce anche il Caminito, ci si avvia nella pampa. Benché qualcuno parli di Commedia, dantesizzando il nostro Osvaldo, i vari Virgili che incontra sono comunque degli esempi classici e puntuali di mondi e di situazioni. C’è Lem che cerca la fortuna da avventuriero, convincendo il nostro che c’è la possibilità di sbancare un casinò, che vince e perde somme ingenti, ma che, lasciato da affetti momentanei, perso dentro la sua Jaguar, prenderà subito la via del caminito (e leggete l’allegato per aver più chiarezza). C’è Nadia, la cartomante che inventa le storie, ma che le azzecca ad ogni richiedente, e si allontana dai posti con la sua Citroen stravecchia e piena di alimenti con i quali i rustici la pagano, che solidarizza con il nostro, a cui da (a lui ed anche a Lem) dritte per i loro futuri. Indovinate chi li segue e chi no! C’è Coluccini, l’improbabile imbonitore, l’uomo che ha venduto il suo circo, che ha lasciato andare moglie e figli con un altro che avrà senz’altro miglior fortuna, il funambolo dei fili dai quali casca sempre alla fine, quello che organizza truffe, ma che finisce truffato, deriso e solo. Ma lui è il clown, quello triste dalla faccia allegra, quello che poi, alla fine, risorge da tutte le cadute. E se ne andrà, sulla sua Gordini, lasciando il nostro solo, alla fine, in quella stazione del treno che non passerà mai. Faccio un inciso “colto” come son io: Coluccini chiama il nostro con il soprannome di Zàrate, che è anche la città di un grande pilota automobilistico argentino, Onofre Agustín Marimón, che correva in formula 1 nei primi anni ’50, quando una delle macchine di punta, anche se non sorretta da una grande casa, era appunto la Gordini. Tornando allo scrittore, anche qui c’è la grande metafora di tutti noi, sconfitti dalla vita, ma irriducibili nell’andare avanti. Anche noi siamo come il protagonista. In fondo, non cerchiamo facili vie d’uscita come Lem, né cerchiamo di imbrogliare come Coluccini. No, noi si cerca di andare avanti, rimanendo sempre fedeli a noi stessi, forse sconfitti, ma mai, ripeto, mai, con dei rimpianti per aver negato il nostro essere, per esserci piegati alle altrui volontà, per aver vissuto una vita denaturata. Non tutto Soriano è bello, non tutto avvince, ma ne ho gradito la lettura, spinto dalle dottoresse libropeute, per leggere questo libro consigliato a chi raggiunge le soglie del secolo.
“Non sapevo dove stessi andando ma almeno volevo capire il senso del mio viaggio.” (3)
“C’è un momento per ritirarsi prima che lo spettacolo diventi grottesco… Quando uno è sulla pista lo capisce. Magari il pubblico applaude come impazzito ma uno, se è un vero artista, lo sa.” (204)
Arto Paasilinna “L’anno della lepre” Iperborea euro 13 (in realtà, scontato a 9,75 euro)
[A: 05/06/2014– I: 13/11/2014 – T: 15/11/2014] - &&&&  
[tit. or.: Jäniksen vuosi; ling. or.: finlandese; pagine: 200; anno 1975]
Se non avessi letto “Piccoli suicidi tra amici” (ancora grazie, Emilio) non avrei avuto una così alta ed intensa partecipazione a questo libro (uno dei primi) del grande scrittore finlandese. Durante un viaggio in macchina con un suo collega Vatanen investe un leprotto; l'animale benché ferito ad una zampa posteriore riesce a scappare ed a nascondersi tra l'erba di un piccolo campo poco distante dalla strada. Vatanen scende dall'auto e trovata la lepre, ormai immobile per la frattura all'arto, la prende in braccio. E da quel momento, come toccato dalla magia della natura, Vatanen si lascia andare, abbandona la moglie, il lavoro e il caos della civiltà per iniziare un lungo viaggio all'interno della natura più incontaminata, sicuramente molto familiare all'autore, il quale prima di affermarsi come scrittore faceva il guardaboschi. E come per i “suicidi”, il bello ed il buono del romanzo sono nei mille incontri, nei mille piccoli bozzetti di personaggi, talvolta buoni, talvolta meno, e pur tuttavia emblematici del modo di vivere finlandese.  Non a caso, Arto, qui e nei suoi migliori libri, è l’ideatore di quel filone di letteratura che andrà sotto il nome di “umorismo ecologico”. Per tutto il romanzo, seguiamo Vatanen e la sua lepre partire da Heinola, e continuare il loro viaggio visitando Mikkeli, Kuopio, Nurmes Sonkajärvi, Kuhmo, Posio, Rovaniemi e Sodankylä (e che poesie rievocano questi nomi ignoti). Sconfinerà anche in Unione Sovietica, per alcune avventure estranianti, per poi completare il cerchio tornando a Helsinki. Cercando di prendersi cura della sua lepre, inoltre, Vatanen impara a poco a poco a comunicare con la natura. Il suo incontro con la natura si riflette anche in alcuni episodi: una lotta contro un grande incendio nei boschi, l’assistenza al parto di una vacca, farsi assumere come boscaiolo, lottare per salvare il suo pasto assalito da un corvo vorace. La sarabanda di incontri tra folli e casuali raggiunge i suoi punti magistrali con le discussioni con l’ex Commissario Hannikainen, convinto che nel 1968 il presidente simbolo della Finlandia, Urho Kekkonen sia stato sostituito da un sosia. E poi il parroco Laamanen di Sonkajärvi, che distrugge la sua Chiesa a colpi di fucile per cacciare il leprotto di Vatanen. E Kurko un suo collega boscaiolo, un po’ bracconiere, un po’ imbroglione, che vende illegalmente rottami di materiale militare abbandonato dai tedeschi in ritirata durante la Guerra della Lapponia. O Kaartinen, l’esaltato dei boschi, che riprende le credenze delle antiche religioni arboricole finlandesi e cerca di sacrificare il povero leprotto. Dopo un episodio in cui mette in ridicolo le forze armate finlandesi, e punteggiato dall'attacco di un orso, Vatanen si sveglia in compagnia della giovane Leila, con la quale, da ubriaco, si era fidanzato. Ma non è un incontro sterile, che anche Leila è orientata ecologicamente. E dopo una caccia all’orso, che lo porta a sconfinare ed essere arrestato oltre cortina, al suo ritorno nelle patrie galere, lui, la lepre e Leila, fuggono e fanno perdere le loro tracce. Uno dei momenti “alti” dell’eco-umorismo di Paasilinna si ha a pagina 187, dove le autorità finlandesi fanno l’elenco dei reati da lui commessi, in pratica quasi un riassunto del libro. E noi vediamo come le autorità, la burocrazia e l’insipienza possano travisare i fatti, presentarli sotto luci improbabili. Insomma, in una specie di sommario il nostro scrittore decritta il libro, e ce ne fa meglio apprezzare i pregi. Certo, è un libro datato (scritto nel 1975, nel pieno del terzo ed ultimo mandato presidenziale di Kekkonen), ed è anche un libro molto finlandese (con quel luteranesimo dei paesi scandinavi, per cui non si beve durante la settimana, ma ci si ubriaca il venerdì, per poi essere riaccompagnati a casa da un tassista). A me dispiace averlo scoperto tardi, ma ritengo che possa valere uno sforzo di lettura. Ed anche uno sforzo di viaggio, che Helsinki e la Finlandia presentano comunque interessanti lati da scoprire. Vi lascio quindi alle peripezie di Vatanen, (riportando in allegato il farsesco “riassunto”) con la sua “lepre bianca” (questo sarebbe il nome italiano del “Lepus timidus”) e la sua ecologia ante-litteram (e se il mio amico Ciccio non lo ha letto, gliene consiglio vivamente un ripasso).
Puntata anche “speciale” in quanto non domenicale, benché festiva (buon primo maggio a tutti). Ed in quanto prima uscita maggiolina, con l’elenco dei libri letti in febbraio. Dieci ottimi libri, in generale. A parte il non gradito Bellow (e ci si tornerà), ma con quattro libri da non perdere: delle due autrici Barbara Comyns e Elizabeth Taylor e dei due autori Chaim Potok e Alain De Botton (ed anche su questi torneremo presto).

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Barbara Comyns
I miei anni a rincorrere il vento
BUR
10
4
2
Madhumita Mukherjee
The other side of the table
Fingerprint
3
2
3
Paul Torday
Pesca al salmone nello Yemen
LIT
9,90
3
4
Banana Yoshimoto
Andromeda Heights
Feltrinelli
11
3
5
Banana Yoshimoto
Il dolore, le ombre, la magia
Feltrinelli
s.p.
3
6
Elizabeth Taylor
Angel
Beat
9
4
7
Saul Bellow
Il re della pioggia
Mondadori
9,50
1
8
Chaim Potok
Il mio nome è Asher Lev
Garzanti
13
4
9
Alain De Botton
Come Proust può cambiarvi la vita
Guanda
10
4
10
Arturo Pérez-Reverte
Capitano Alatriste
Il Saggiatore
s.p.
2

Stranamente (o forse no), dopo il lungo viaggio andino, ci si sente ancora legati a quel Sudamerica tutto sommato che a me non dispiace. Ma ora, si viaggerà poco in questo maggio forse meglio dedicato all’Italia. A tutti, arrivi grande
un bacio
Giovanni

Allegato 1 - CAMINITO
Caminito que el tiempo ha borrado,
que junt
os un día nos viste pasar,
he venido por última vez,
he venido a contarte mi mal. 

Caminito que entonces estabas
bordado de trébol y juncos en flor,
una sombra ya pronto serás,
una sombra lo mismo que yo.
 
Desde que se fue
triste vivo yo,
caminito amigo,
yo también me voy.
 
Desde que se fue
nunca más volvió.
Seguiré sus pasos...
Caminito, adiós. 

Caminito que todas las tardes
feliz recorría cantando mi amor,
no le digas, si vuelve a pasar,
que mi llanto tu suelo regó.
 
Caminito cubierto de cardos,
la mano del tiempo tu huella borró...
Yo a tu lado quisiera caer
y que el tiempo nos mate a los dos.
Stradina che il tempo ha cancellato,
che insieme un giorno ci hai visto passare,
sono venuto per l'ultima volta,
sono venuto a raccontarti il mio dolore... 

Stradina, che allora eri
costeggiata di trifoglio e di giunchiglie in fiore,
un'ombra ben presto sarai,
un'ombra come me...

Da quando se ne è andata,
triste io vivo;
stradina amica,
anch'io me ne vado... 

Da quando se ne è andata,
non è tornata più;
seguirò i suoi passi...
Stradina, addio!...

Stradina, che tutte le sere
percorrevo felice cantando il mio amore,
non dirle, se torna a passare,
che il mio pianto la tua terra ha bagnato. 

Stradina ricoperta di cardi,
la mano del tempo la tua orma ha cancellato;
al tua fianco io vorrei cadere
e che il tempo ci uccida tutti e due.

Allegato 2 - RIASSUNTO IMMAGINARIO DELL’ANNO DELLA LEPRE
Le accuse dei “ridicoli” sovietici che ci fanno scoprire il “viaggio” di Vatanen.

Vatanen è stato accusato 1) di adulterio, 2) di aver ingannato le autorità per non aver segnalato un cambiamento di indirizzo, quando in estate aveva 3) abbandonato la casa coniugale. 4) È stato quindi accusato di vagabondaggio. 5) Vatanen aveva tenuto un paio di giorni un animale selvatico in suo possesso, senza autorizzazione. In Nilsiä (6) Vatanen aveva illegalmente pescato con la fiocina insieme ad un tal Hannikainen senza licenze di pesca; 7) nel corso di un incendio boschivo, aveva violato la legge consumando bevande alcoliche distillate illegalmente, 8) Inoltre, durante lo stesso incendio, Vatanen aveva trascurato le sue mansioni per ventiquattro ore per consumare alcool con un uomo di nome Salosensaari; 9) a Kuhmo, Vatanen aveva profanato un defunto; 10) nel villaggio di Meltaus, Vatanen è stato coinvolto nel trafugamento e nella vendita illegale di un bottino di guerra tedesco; 11) a Posio, Vatanen aveva torturato un animale 12) al Ruscello-del-Cacchio aveva malmenato un maestro di sci di nome Kaartinen; inoltre 13) Vatanen aveva omesso di informare le autorità in tempo per la presenza di un orso nella zona delle Gole-Ansimanti, a Sompio; 14) ha preso parte ad una illecita caccia all'orso, senza il porto d’armi: 15) aveva partecipato, senza invito formale a una cena organizzata dal Ministero degli Affari Esteri; 16) aveva fatto curare la sua lepre in un istituto di ricerca pubblico a Helsinki senza pagare le tasse corrispondenti; aveva inoltre (17) malmenato nel bagno di un ristorante di Helsinki il Segretario della Federazione Giovanile del Partito Conservatore; 18) aveva guidato una bicicletta in stato di ebbrezza, sulla strada per Kerava; 19) si è fidanzato, essendo ancora sposato, con una tale Leila Heikkinen; Vatanen era ancora (20) recidivo avendo di nuovo cacciato un orso senza il porto d’armi; e 21) nel corso della caccia, aveva oltrepassato il confine tra la Finlandia e l'Unione Sovietica, senza passaporto e senza visti; era allora colpevole dei fatti che aveva confessato (22) alle autorità sovietiche.