domenica 11 ottobre 2015

Se non ci fosse la Svizzera - 11 ottobre 2015

E già, se non ci fosse la Svizzera, quella italiana, che almeno sale sopra la sufficienza, sarebbe una settimana moscetta. Di scrittori italiani (e ben vengano). Di scrittori di genere (ed anche qui siamo sul plauso, almeno in generale). Ma di scrittori che, pur nella normale bravura della penna, non hanno slanci che altrove, loro o loro emuli, hanno. Così scivolano via Paolo Foschi e Valerio Varesi. Così non si erge in modo significativo la prima lettura di Gianni Farinetti. Rimane il ticinese Andrea Fazioli, che continua a rimanere su livelli di assoluta leggibilità.
Andrea Fazioli “Il giudice e la rondine” Guanda euro 8 (in realtà, scontato a 6 euro)
[A: 01/11/2014– I: 09/04/2015 – T: 11/04/2015] - &&& +  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 126; anno 2014]
Visto che recentemente la Svizzera è un po’ più vicina, torno di nuovo sull’unico scrittore svizzero di lingua italiana che conosco (e di cui si è letto praticamente di tutto). Siamo di nuovo con Andre Fazioli, nel fondovalle del fiume Ticino, aggirandoci per la cittadina di Giornico. ovviamente, seguendo le orme e le vicende di Elia Contini, il nostro investigatore poco comune, solitario, neanche tanto fortunato, ma con un suo fascino proprio dovuto a questi momenti di isolamento. Dove si pensa, si guarda la natura, e magari si ripensa a cosa succede intorno, sbrogliando le matasse intricate. Certo, non ho ancora capito il suo rapporto di tira e molla con la simpatica Francesca. In un romanzo si lasciano, in quello dopo si riavvicinano. Potrebbero assurgere a simboli di quel fenomeno di vita singolar-plurale di cui si parla molto sui giornali ultimamente (quelli che in Francia sono soprannominati “Célibataires à deux”, cioè stiamo insieme ognuno a casa sua). Invece continuano a prendersi e lasciarsi, come anche in questo ultimo direi racconto lungo, più che romanzo, uscito in questa sotto collana di Guanda che si chiama “Microcosmi”, di cui se ne riparlerà per l’altra lettura giallo-viaggiante di Biondillo. Ma non è sulla loro vicenda che ruota la storia, bensì intorno all’ex-giudice Mario Madocchi. Allontanato dalla professione per “sfruttamento della conoscenza di fatti confidenziali”, Madocchi si è lasciato alle spalle il passato, ha una nuova moglie e ha aperto un ristorante nella tranquilla provincia svizzera. Ed è proprio Alice, quella per cui ha buttato a mare tanti anni, che è preoccupata da strane telefonate e da altrettanto strani comportamenti del marito. Sospettando che questi abbia un’amante, ingaggia il nostro Elia nel suo ruolo principe di investigatore. E se da un lato Elia indaga, dall’altro Alice vuole sapere di più su Elia stesso, per sapere se fa bene a fidarsi di lui. Ne chiede informazioni quindi alla sua amica Francesca Besson. Per questo Elia e Francesca riprendono i contatti che si erano allentati. Elia è anche oscillante tra una possibile nascita di nuove intese verso la pur avvenente Alice, ed il ritorno di fiamma con la mai sopita alleanza verso Francesca. Nelle more del dibattito amoroso, che si svolge sempre nella mia testa piuttosto che sulle pagine di Fazioli, va avanti l’intrigo. Un mafioso di bassa tacca viene malmenato. Un probabile usuraio viene ucciso proprio nella villa dei Madocchi, mentre Elia ne controllava le mosse. Si instaura il solito teatrino di rimandi tra Contini ed il commissario De Marchi. Ma non se ne viene fuori. Il morto, Rota, aveva un messaggio minatorio in macchina dove viene trovato, lontano dalla villa del giudice. Questi ed Alice avevano preso un sonnifero il giorno del delitto. Contini gira, scava, pensa, cammina per i monti, cerca le sue amati volpi, costruisce barchette di carta che lascia andare nel ruscello dietro casa. Segue la pista di alcuni ciondoli a forma di quadrifoglio. Ed alla fine tira fuori la storia, ma non ha prove. Rota presta soldi e ricatta, il messaggio era da lui scritto per Madocchi, che non aveva preso il sonnifero e forse è stato lui a commettere il delitto. Certo non ci sono altre donne. Di questo convince Alice che probabilmente non lascerà l’anziano ex-giudice, anche se per un po’ è attratta da Elia. Ed Elia non denuncerà il giudice, non avendo prove. E continuerà ad avere questo strano rapporto di prendimi e lasciami con Francesca. Intanto, tornano le rondini nella primavera ticinese. Non è un grande giallo, ma ci sono belle atmosfere. Vorrei che Francesca tornasse da Elia, ma capisco che lo svizzero è un po’ difficile da frequentare. Una trama corta per un libro breve, difficile da raccontare che poco succede. E mentre ne leggo di questo Guanda che mi riporta tra le mie Alpi, sono qui che passeggio per le Ande. Casi della vita.
“Doveva accettare il fatto che a volte il vero cambiamento è restare dove si è.” (109)
Paolo Foschi “Vendetta ai Mondiali” E/O euro 14,50 (in realtà, scontato a 9,14 euro)
[A: 05/08/2014– I: 21/04/2015 – T: 24/04/2015] - && e ½  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 186; anno 2014]
Mi domandavo, alla fine del precedente romanzo di Foschi, come avrebbe fatto a proseguire la serie, e soprattutto se la voleva proseguire. Infatti, vi ricordo, nel finale de “Il killer delle maratone”, il nostro commissario Igor Attila, ex-pugile, e responsabile della Sezione Crimini Sportivi della Polizia ha un tremendo incidente di moto. E noi lo avevamo lasciato in fin di vita, in ospedale, senza sapere se, appunto, ce l’avrebbe fatta. Non sappiamo i motivi del nostro autore, ma ha deciso di trovare il modo di portare avanti la serie. Lo fa, purtroppo, con qualche espediente che a me è piaciuto poco. Prima, dopo qualche tempo comatoso e mesi di cure, lo fa uscire con l’arto amputato, dove possiamo assistere ad uno scimmiottamento della vicenda Pistorius (ovviamente per la parte sportiva soltanto). Così Igor acquista un arto artificiale, prova di nuovo a correre, e poi si imbarca nell’impresa della hand-bike cercando di emulare lo sfortunato Alex Zanardi. In tutto ciò, richiamato in servizio dove deve risolvere due belle grane: le successive morti, alla vigilia dei Mondiali di calcio in Brasile, del capitano e del portiere della Nazionale, fatti saltare in aria con delle autobombe. Come se non bastasse, si imbarca in una vicenda simil-privata, dove, avendo rotto (e finalmente, che mi stava un po’ sugli zebedei) con Titta, si ritrova solo e comincia a ruotare verso Martyn, un atleta di colore che aveva chiesto il suo aiuto. Ovviamente, vi ricordate tutti che Igor, oltre ad essere ex-pugile è anche gay. Ma Martyn lo coinvolge perché vuole uscire da un pasticcio di droga che aveva combinato con degli atleti giamaicani. Igor, fuori di testa, non ci capisce nulla. Fortuna che il suo vice, la sempre più simpatica Chiara Merlo, usando l’analisi dei linguaggi corporei, smaschera il malcapitato Martyn. In tutto ciò, Igor mette invece le sue energie, la testa, e gli uomini della squadra sulle tracce delle autobombe. Dopo una serie di vicissitudini e scoperte (uso dei computer, segnali inviati da chissà dove, web-cam nascoste), arriva ad incriminare Bellini, un grande industriale, sponsor della Nazionale, che aveva fatto investire i soldi dei due calciatori nelle sue industrie portatrici di tumori. Così come i soldi dell’allenatore. Ma quando questi cercano di tirarsi fuori (anche se con i soldi erano riusciti a rientrare nel giro della Nazionale) saltano letteralmente in aria. Indagando però sull’industria di Bellini, scopre un nuovo sito internet molto particolare, e seguendone le tracce, arriva al bandolo finale della matassa. È il figlio di uno dei morti di tumore dipendente dell’industria inquinante, che, genio dell’informatica, ha escogitato il tutto. Anche perché pure lui ormai è ad uno stadio terminale della malattia. Ma una volta capito il come ed il perché (in una vicenda che, Nazionale a parte, ricalca motivi e schemi degli inquinamenti ambientali dell’Ilva ed altre aberrazioni analoghe), di fronte al dilemma su chi incriminare, il nostro paladino decide che il giovane ingegnere in fin di vita può morire in pace, e lascia andare in prigione il cattivo Bellini. E se tutto questo non fosse sufficiente a riempire le quasi duecento pagine del libro, il nostro scrittore si inventa un colpo di scena finale, e forse anche due. Perché un poliziotto che decide da sé quale sia la giustizia non è politicamente corretto. Ed allora ecco che Igor si sveglia, e si accorge che è stato tutto un sogno. Si, è stato male, ma la gamba ce l’ha ancora. E purtroppo, c’è ancora Titta, che invece si sperava fosse definitivamente scomparso. Il sogno consente di sorvolare su tutto il racconto, che, appunto nel sogno, si può decidere di derogare alla giustizia. Ovviamente, abbiamo l’altro colpo di scena. Che il romanzo finisce con una telefonata del questore che avverte Igor che il centravanti della Nazionale è saltato per aria con la sua macchina a causa di una autobomba. Su questo circolo alla finto-Schnitzler si chiude il libro. Che ho trovato proprio sotto media, per queste invenzioni poco credibile, e per gli accenni su esposti agli atleti che subiscono menomazioni (mancavano soltanto il fuoco di Lauda e la mano di Nannini). Che si riscattava solo eliminando Titta e facendo crescere il peso di Chiara. Insomma, caro Foschi, potevi “inventare” qualcosa di meno strampalato, e ti avrei seguito con maggior gusto. Ora penso che dovremmo aspettare anche il quinto volume della serie. Speriamo bene.
“Magari avesse avuto una vita divertente come quella del commissario Montalbano o movimentata come quella dell’ispettore Harry Hole. No, lui non era stato così fortunato: lo sceneggiatore della sua vita gli aveva riservato solo delusioni, amarezze e rimpianti.” (133)
“Quando la battaglia è persa, è più coraggioso chi si arrende di chi continua a combattere solo per orgoglio.” (170)
Valerio Varesi “È solo l’inizio, commissario Soneri” Pickwick euro 9,90 (in realtà, scontato a 8,41 euro)
[A: 12/03/2014 – I: 29/04/2015 – T: 30/04/2015] - && e ½     
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 276; anno 2010]
Siamo alla decima inchiesta ormai del commissario Soneri, ed abbiamo ben appreso il modo di scrivere del buon Varesi. Scrittura intrigante, piena di riferimenti, ma anche intrisa dell’anima de “La Repubblica” giornale di cui non a caso fa parte il nostro nella redazione bolognese. Dove si cerca sempre una qualche equidistanza, almeno nel grosso della scuderia (abbiamo sempre cavalli che dirazzano, come l’interessante scrittura di Colaprico). Il meglio Varesi lo da pur sempre nell’ambientazione. Parma, sempre e comunque, le trattorie della bassa, con gli anolini in brodo, la trippa con tanto parmigiano, del buon rosso. E ultimamente anche un su e giù con La Spezia, che sta poco di là dell’Appennino, quasi uno sfogo a mare per i sentimenti padani. Come al solito d’inverno a Parma piove, e sotto la pioggia escono fuori due morti: un impiccato ed un accoltellato. Che sembrano non aver nulla in comune, ma che noi si sospetta che qualcosa ci sia. L’impiccato è un rumeno, Giorgio Oliescu, emigrato a La Spezia, lavoratore probo, ma non integrato, che per passioni strane si lega agli ultras calcistici della squadra locale. Ultras molto facinorosi, ed abbastanza sodali con elementi estremisti di destra. Con fatica, al solito, e saltando da una storia all’altra, si arriva a delineare la figura di Giorgio. Emarginato, sia al lavoro che poi dagli ultras, a parte l’amico Filippo. Che perde il lavoro, che perde il permesso di soggiorno, ed allora decide il gesto estremo. Fin qui tutto bene (anche no, magari). Ma perché a Parma? Soneri intanto è ben più preso dall’altra morte, che sicuramente è un omicidio. E non di una persona qualunque, ma di Elmo Boselli, leader del Sessantotto parmense, a suo tempo dotato di una grande lingua e di un grande fascino verso le donne. Allora si indaga negli ambienti che sono colati via negli anni da quel Sessantotto. Soneri trova reduci di tutte le risme per entrare nella personalità di Boselli. Parla con il vecchio collega in pensione, fascista duro e puro, che rimpiange i tempi delle manganellate ai cortei. Parla con chi ha rinnegato quegli ideali, dicendo che erano solo cazzate da studenti universitari fuori dalla realtà. Parla con chi non si è mai tirato indietro, un irriducibile vetero-comunista che per evitare compromessi si fa eremita tra i monti. Qui esce fuori tutto il “leggero” della finta trama impegnata di Varesi. Quasi che volesse fare (anche lui?) un piccolo pamphlet utilizzando il noir per ripercorrere anni che sarà sempre difficile ripercorrere, in qualsiasi modo si cerchi di farlo. Grandi ideali, anni di piombo, e chi più ne ha più ne metta. Intanto si scopre che Boselli all’epoca aveva un suo grande amore, la Motti. E con lei, come molti, al tramonto delle grandi lotte, pensa di “salvarsi” con una fuga in India. Ma la Motti, dura e pura, ci starebbe per sempre. Boselli no. E se ne ritorna, e comincia a vivacchiare. Una casetta in Liguria ereditata dal padre, affittata (forse) ma non si sa a chi. Qualche amore. Piccoli commerci. Ora quasi stabile nella precarietà di chi si è piegato, ma non tanto. Solo che Boselli è malato, e vuole chiudere qualche conto aperto. Soprattutto perché con la Motti un figlio lo aveva fatto. Anche se poi lei si sposa con il più mite Cassinari, mai dicendo la verità al figlio. Boselli lo cerca , lo trova, gli dice la (sua) verità. E chi è questo ragazzo se non il Filippo amico del rumeno Giorgio. Anche lui negli ultras spezzini, anche lui di destra. Sconvolto ed arrabbiato verso questo padre tardivo, organizza un piccolo ricatto insieme a Giorgio e per questo vengono a Parma. Ma Giorgio sa che dovrà lasciare l’Italia, e per questo si uccide. E Filippo, quando rivede Elmo e ne sente l’egoismo duro e puro, perde il lume della ragione e lo uccide. Quindi, niente piste politiche dietro i morti, ma solo miserie umane. Sfortunatamente intrise dallo scrittore Varesi in questo marasma di considerazioni che risultano molto superficiali. Non è vero, come dice Soneri, che noi “siamo qui a raccogliere i cocci”. Altro potremmo e dovremmo fare. Purtroppo qui non ci si è riusciti. Ed alla fine il libro, pur nella scorrevolezza della scrittura di Varesi, non può raggiungere la piena sufficienza. Anche perché, come ha scritto qualcuno più capaci di me, il nostro buon Soneri ha una sola corda interpretativa, quasi fosse il Raul Bova degli inizi. Raul imitava un ramo d’albero senza espressione. Soneri è sempre incazzato, con solo qualche sfumatura: un po’ incazzato, molto incazzato, incazzato che non mi parlate se no mordo. E neanche la sua compagna avvocato riesce a smuoverlo da questo stato. Forse solo gli anolini di cui sopra. E speriamo che altre prove migliori esano dall’arco di Varesi. Un piccolo inciso sull’India di cui sopra, unico momento in cui ho avuto un po’ di tremore nella memoria, ripensando al mio amico Wolf, il tedesco con cui studiavo a Parigi, e a quel suo passaggio a Roma, nel ’73, quando mi disse “Addio, parto per l’India”. E non l’ho più sentito.
Gianni Farinetti “Un delitto fatto in casa” Marsilio euro 12,50
[A: 14/03/2014– I: 04/05/2015 – T: 06/05/2015] - && e ½   
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 423; anno 1996]
L’amica Margherita me ne aveva parlato, allorché di un viaggio, e me n’era rimasta vaghezza. Anche per quel nome che pur rimandando ad Eataly, non di Eataly è parente. Almeno credo, perché Gianni è di Bra, ed Oscar di Alba. E poi Gianni è del 1953, e non dico altro. Secondo elemento, è appunto la piemontesità dell’autore e della storia. Che pur ormai ventennale, solo ora riesco a far entrare nelle mie letture. E comunque non sfugge, non può sfuggire il confronto con l’altro grande romanzo della Torino bene, il capolavoro giallo – ironico di Fruttero e Lucentini “La donna della domenica”. Per togliere subito le castagne dal fuoco, dico che sono due prodotti diversi, pur venendo dalla stessa terra. E Farinetti perde alla grande. Un po’ perché la storia è meno solida, un po’ perché è molto annacquata nelle oltre 400 pagine (d’altra parte pare che Marsilio pubblichi romanzi gialli solo oltre questa soglia), con rimandi, giravolte ed altri trucchi letterari che dopo un po’ sono discretamente stufanti. C’è forse qualcuno che sia riuscito a sopravvivere alle sei (6) pagine introduttive che elencano nomi, personaggi, rapporti, nonché modi di dire piemontesi? L’altra trovatella di scrittura è quel rivolgersi al lettore come se lui, Farinetti, e tu, lettore, foste seduti davanti allo spettacolo, e lui te ne spiegasse modi ed attività. Ti dice, attento a questo, di questo te ne parlo dopo, guarda che quello ha fatto, ha detto. Troppo furbetto per i miei gusti. Che poi la trama, ridotta all’essenziale, poteva anche essere divertente. Tutto ruota intorno alla famiglia Guarienti, costruttori ed imprenditori ben in vista nella Torino bene, guidata con pugno duo dal capo-famiglia Cesare. Abbiamo la moglie, Anna Remondelli di Lauriano (che già si vede nobile nel titolo, che rimanda, malamente, ad Anna Carla Dosio, che voi sapete chi fosse), una che tiene molto alla forma, e che non permetterà al marito di lasciarla, anche se Cesare gli piazza l’amante nel castello accanto. Ci sono i due figli: il gay Sebastiano, con una lunga e tormentata storia con il bel Duccio, dove si prendono e si lasciano, ma non lasciano il nuovo acquisto di Seb, il buon pastore maremmano Dromos (forse il più simpatico del lotto) e la mal maritata Silvia, il cui marito fotografo fortunatamente ritorna in Francia con la prima moglie, e lei può iniziare una nuova storia con il simpatico Alberto (in questo anche spinta dalla di lui undicenne figlioletta Mariolina). C’è Adriana la concubina ufficiale di Cesare, vedova di Gioacchino, fratello di Cesare, scomparso nel crollo di una diga in Africa, e il di lei figlio Edoardo, numero due della ditta di famiglia, ma con poco propensione agli affari onesti. E c’è Adelaide Testa Simonis, la prima ad essere introdotta sulla scena con quell’incipit molto F&L (“Dato che non le restano più di diciannove ore di vita prima di essere assassinata…”), amante del gioco, per cui decide di vivere sulla Costa Azzurra. È lei la prima morta, cui casualmente assiste Duccio, che si trova casualmente a Nizza, per dei problemi idraulici, e perché ha litigato con Seb. Da questo punto si dipana tutta la storia, entrano ed escono i personaggi. I Guarienti organizzano anche un grande ricevimento per Natale, con tanto di orchestra condotta dal loro amico e grande direttore John Southworth. Ed in concomitanza del Natale, muore anche Cesare. Sembrano tutti incidenti, che Adelaide cade dal balcone e Cesare ha uno scontro con la macchina. Ma… ma non è così. Seb è sospettoso, e tra un litigio e l’altro con Duccio, ed una passeggiata con Dromos, ripercorrendo tutte le strutture genealogiche familiari, scopre che anche Adelaide era stata un’amante del padre, con tanto di nascita di un figlio della colpa. Insomma, un guazzabuglio di personaggi, un saltabeccare da una scena all’altra, sempre con un ironico sorriso sulle labbra. Mi ricorda, in noir, la scrittura di Gaetano Cappelli. E neanche quella mi piaceva molto. Fortunatamente, l’ultima parte del romanzo si libera un po’ di queste meta-finzioni narrative. Ci si aspetta il colpo di scena finale. Che arriva e da parte inaspettata. D’altra parte, o si ha una mente enciclopedia, altrimenti era difficile seguire le vicende e le storie di tutti. Ma questo, almeno, è un punto a favore dell’autore e del romanzo. Vedremo se ne capiteranno altri. Per ora, no.
Sebbene sia la seconda settimana del mese, una serie i congiunture positive (lavoro, compleanno e una sempre più concreta possibilità di patire a Novembre per l’India) mi hanno impedito di elaborare la cura mensile, che rimandiamo alla prossima settimana. Ora godiamoci quello che c’è, appunto. Lavoro, compleanno e viaggio. 

domenica 4 ottobre 2015

Adelphi doppia Einaudi - 04 ottobre 2015

Nel senso del gradimento, che in due tomi, Adelphi accumula 8 libricini, mentre Einaudi solo 4. Sarà un caso? Certo, non mi sorprende il giapponese, che è una letteratura in cui ancora non riesco (mai? ancora?) ad entrare. Ma pensavo meglio della scrittura di Paul Auster. Una gradita sorpresa è il francese Jean Echenoz che non conoscevo. Una solida certezza (anche se non è che mi piace sempre ed ovunque) è William Faulkner.
Yasunari Kawabata “Il paese delle nevi” Einaudi euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 05/08/2014– I: 26/03/2015 – T: 28/03/2015] - & e ½  
[tit. or.: Yukiguni雪国; ling. or.: giapponese; pagine: 145; anno 1947]
Continuo a leggere qualche autore “non occidentale”, che bisogna sempre avere più frecce ai propri archi. Tuttavia, a parte Banana, continuo a non entrare nella mentalità della scrittura giapponese. Faticai e lasciai più volte Osamu Dazai. Lessi e trovai palloso Yukio Mishima (e ne scrissi male). Ora provo anche Kawabata. Ed il risultato è sempre lo stesso. Forse con qualcosa in più, è vero, che Yasunari ha una sua bellezza di scrittura formale, che prende nelle descrizioni, nell'ambientazione, nello scorrere della storia. Ma tutto il resto mi rimane freddo, come questo paese innevato, sperduto nel Nord del Giappone, dove si svolge questa labile storia. E mi domando se non ci sia anche qualche elemento derivante dalla traduzione, che inopinatamente l’editore confessa aver preso dalla traduzione inglese. Mentre più tardi, nei Meridiani Mondadori, il traduttore della Yoshimoto ne fa una nuova traduzione dall'originale, che forse potrebbe essere migliore. E che sicuramente avrebbe evitato quella catastrofica nota in cui ci spiega come un personaggio avrebbe voluto fare l’infermiera o l’assistente ai nidi infantili, in quanto viene utilizzato il termine inglese equivalente “nurse”. Chissà il termine originale qual era. Come nella migliore tradizione della scrittura giapponese, il racconto è fatto di pochi elementi, e di molte sensazioni (paesaggi e stati d’animo, in primo luogo). Il nucleo centrale è la passione (amore?) tra un signore di Tokyo ed una geisha di provincia, che si dipana nella cittadina termale di Yuzawa (sebbene il nome non compaia nel testo, ma viene desunto dalle descrizioni).  Le sorgenti di Yuzawa sono frequentati da uomini che viaggiano soli ed hanno bisogno di relax. Le geishe di Yuzawa non hanno l’esperienza e la preparazione di quelle di Kyoto o di Tokyo, sono un gradino al di sotto, al limite tra lo status di geisha e quello meno onorevole di donne a pagamento. È quindi scontato che il legame fra il ricco cittadino, esperto di balletti occidentali (su carta, non avendone mai visto uno) e la geisha Komako sia destinato al fallimento. Il tentativo di Kawabata è proprio la contrapposizione tra Shimamura, attratto dall'occidente, e la concezione tradizionale di bellezza, che incarna Komako. Sul treno che lo riporta a Yuzawa, al nuovo appuntamento con Komako, il nostro amante è anche attirato da una ragazza che si occupa di un malato, Yoko. Poco succede, in fondo. Komako suona, Shimamura ascolta e pensa. Alla fine, ci sarà una catastrofe, forse morirà Yoko. Di sicuro, Shimamura non tornerà più nel paese delle nevi. Anche nella scrittura si nota la nipponicità della confezione. Kawabata scrive il primo nucleo del romanzo come un breve racconto nel 1935. Per poi ampliarlo, integrarlo, e riscriverlo come se fosse nuovo, per farlo uscire come testo unico solo dodici anni più tardi. Questo per limare ogni frase, ogni parola, ogni descrizione. Per arrivare a dare quello che lo scrittore aveva in mente di rappresentare: uno scontro, lieve eppur profondo, tra due concezioni del mondo, tra una visione modernista ed una tradizionale. Non ci scordiamo poi che in questi 12 anni, poi, il Giappone stesso muta profondamente la sua pelle, attraversando la pesante sconfitta della guerra, e tutti i cambiamenti conseguenti. I sostenitori di questo tipo di scrittura accusano chi non capisce la via giapponese alla lentezza di non saper entrare in questo mondo, e di far meglio a leggere romanzi alla Dan Brown. Io ritengo che ci sia un giusto mezzo tra l’azione e la stasi. Torno ad esempio a molti scritti di Banana Yoshimoto, dove c’è poca azione, ma molte sensazioni passano tra lo scritto ed il lettore. Qui, mi trovo in difficoltà. Ne leggo, seguo i pochi avvenimenti. Ma non riesco ad entrare nel mondo di Kawabata. Ne capisco forse un po’ con la testa, ma il cuore e lo stomaco rimangono distanti. E se non vogliamo tornare a Banana, anche “Il fucile da caccia” di Yasushi Inoue, pur nella sua lievità, mi comunicò molto di più.
“Fu colpito quando seppe che aveva annotato accuratamente tutti i romanzi e i racconti letti dall'età di quindici o sedici anni. … - Annotate anche le vostre critiche? – Non sarei mai capace di fare una cosa del genere. Semplicemente prendo nota dell’autore e dei personaggi e dei loro rapporti. … - Ma a che serve? – Proprio a niente.” (40)
Paul Auster “Mr. Vertigo” Einaudi euro 11 (in realtà, scontato a 8,25 euro)
[A: 16/02/2014– I: 30/03/2015 – T: 01/04/2015] - && e ½
[tit. or.: Mr. Vertigo; ling. or.: inglese; pagine: 281; anno 1994]
Ogni volta che prendo in mano un libro di Auster, anche se meno intensamente, ripenso alle prime discussioni che ne ebbi con la mia amica Luana (quella di John Fante, amici). Cui ora aggiungo le letture che ho fatto della di lui moglie, Siri Hustvedt. Che alla fine mi danno un bel quadro di una vita familiare che trasferisce sulla carta le proprie idee. Così se ne discute. Auster in questo ventennale romanzo non ha la forza e l’oniricità della Trilogia di New York. C’è una bella scrittura, inventiva quanto basta, la solita follia (tutta la storia si basa su di un ragazzo che impara a lievitare). Ci sono due temi fondamentali, che sarebbe bene non dimenticare mai: il razzismo e le modalità educative. Il primo è un perno della dottrina di Auster: rispettare il diverso, capirlo, conviverci. Il secondo, per me più nuovo, è la descrizione come una grande forza di volontà possa trovare il modo di far penetrare vie educative in persone diverse con culture diverse. Il romanzo è la storia della sua vita raccontata dall'anziano Walt Rawley. Comincia da quando, orfano in St. Louis, maltrattato dallo zio Slim, incontro uno strano personaggio: un profugo ungherese, che si fa chiamare Maestro Yehudi, e che convince Walt che gli insegnerà a volare. Tutta la prima parte si fonda sui modi educativi del Maestro, che devono portare Walt a sentirsi “fuori dal sé”, per poter apprendere a lievitare. Nel mondo del Maestro, sono poi presenti un ragazzo etiope, Esopo, grande lettore, e l’angelo custode della casa, l’indiana Mamma Sioux, nipote di Toro Seduto. Walt progredisce, ma prima di fare il salto finale (siamo nell'America degli Anni Venti) il Ku Klux Klan brucia la casa, uccidendo Esopo e l’indiana. Che se in un primo tempo erano anche per Walt “diversi”, aveva imparato ad amarli. Walt ed il Maestro sono distrutti e si rifugiano per qualche tempo da un’amica del Maestro, Mrs. Witherspoon. Si riprendono al fine, anche perché Walt comincia a lievitare. Si organizzano spettacoli in tutta l’America. Walt migliora sempre, ma, man mano che si avvicina alla pubertà, la lievitazione gli provoca forti mal di testa. Decidono di smettere (hanno ormai un bel gruzzolo) e Walt pensa di fare l’attore ad Hollywood. Sulla strada per la California sono però assaliti dalla banda capeggiata dallo zio Slim, che li deruba di tutto, lasciando il Maestro in fin di vita. In punto di morte il Maestro confessa comunque di avere un cancro e che Walt, ormai se la deve cavare da solo. Il ragazzo, distrutto, passa i seguenti tre anni a cercare suo zio Slim, colpevole dell'incidente e della conseguente morte del Maestro per vendicarsi e, trovandolo, lo uccide facendogli bere una coppa di latte avvelenato. Contemporaneamente, il capo dello zio, un malvivente di nome Bingo gli propone di prendere il posto dello zio. Così anche qui Walt fa carriera, aprendo un locale dal nome Mr. Vertigo (per ricordare le vertigine della lievitazione). Auster ci mostra sempre che con delle buone capacità di base, si riesce sempre a sfondare, in America (il mito del self-made-man). Ma fino ad un certo punto, che poi ci vuole anche intelligenza ed applicazione. Così Walt fa spesso carriera, poi si arena. Come qui, nel suo locale, dove si intestardisce dietro ad un giocatore di baseball in rovina, tanto che andrà fuori di testa, verrà internato in un campo di lavoro (da dove salterà la guerra). Alla fine della guerra stessa, lavorando presso un fornaio, incontra il suo grande amore, Molly Fitzsimmons. Che sposa e con la quale vive per 23 anni, purtroppo senza avere figli. Alla di lei morte, si da all'alcool. Salvato dai suoi amici anche da questo abisso, si avvia verso i luoghi della sua infanzia, dove ritrova la signora Witherspoon, che gestisce una catena di lavanderie. Ne diventa il contabile, rimanendo lì a Wichita sino alla morte anche della sua ultima amica. Dopo di che, si siede ad un tavolino e comincia a scrivere questa storia. Si vede quindi che è una storia tra l’ingenuo ed il reale, tra il vero ed il falso, attraverso cui si passa solo abbandonando un po’ i freni della razionalità. Ed alla fine, anche se leggibile, non mi ha convinto fino in fondo, lasciandomi perplesso sulle avventure di questi errabondi americani. Non è certo spiacevole, ma non certo mi commuove come vorrebbe la quarta di copertina.
“I fatti nudi e crudi sarebbero andati benissimo, ma sul momento non seppi resistere alla tentazione di esagerare … ero un uomo di spettacolo, e non ebbi cuore di mandare a casa deluso un pubblico tanto bendisposto.” (156)
“Io di lei mi innamorai perché mi fece sentire a mio agio, perché riportò a galla la parte migliore di me … Era gentile, non serbava rancore, mi sosteneva, e non cercò mai di trasformarmi in qualcuno che non ero.” (268)
Jean Echenoz “Correre” Adelphi euro 10 (in realtà, scontato a 8,50 euro)
[A: 05/08/2014– I: 12/04/2015 – T: 14/04/2015] - &&&& e ½
[tit. or.: Courir; ling. or.: francese; pagine: 148; anno 2008]
Una vecchia segnalazione che mi portavo appresso dai tempi del supplemento dei libri di Repubblica, che ne parlò all'uscita della prima copia del romanzo in edizione non tascabile. E che io misi in un archivio dal significativo titolo “Aspettando l’Economica”. Ora che ha non solo un prezzo accettabile, ma è anche scontato, l’ho letto. E mi piaciuto molto. Non conoscevo l’autore, che scopro francese tra i sessanta e i settanta anni di età, con una scrittura asciutta, essenziale, ma che porta con sé tutto il carico di informazioni che ci deve dare. E che ci da in questo non lungo libro che racconta la biografia, ovviamente romanzata di un grande atleta, il moravo Zatopek. Echenoz aveva da poco finito di scrivere la biografia degli ultimi anni di vita del musicista Ravel, e stava cercando un soggetto nuovo. Confluenze di casualità lo portano alla scoperta di Zatopek (ed a far uscire il libro in concomitanza con l’inizio delle Olimpiadi di Pechino). Si parlava di romanzata, nella biografia, che ovviamente ci sono passi in cui Echenoz non può che usare la fantasia per raccordare gli avvenimenti. Per questo, non chiama il grande atleta con il suo nome vero, il ceco Emil, ma lo francesizza in Émile. Il giovane Zatopek lavora nella fabbrica di scarpe Bata, quando i tedeschi invadono la Moravia. La fabbrica organizza corse a piedi per pubblicizzare le scarpe. E, con i tedeschi occupanti, si organizza una sfida tra cechi e militari. Comincia così la carriera di corridore del nostro, un po’ malvolentieri, anche se comincia a vincere le prime corse sui 1500 e sui 3000 metri. Con uno stile poco ortodosso ma efficace. Il 24enne Zatopek, alla fine della guerra, viene inquadrato nell'esercito. E da lì inizia la sua carriera di corridore d’eccellenza. Prima nazionale, poi partecipa nel ’46 alla prima corsa europea, il Campionato d’Europa, dove arriva 5° nei 5000. Vince, e la sua carriera avanza. Diventa luogotenente e non ha più rivali in patria. Nei campionati nazionali incontra la giavellottista Dana, che diverrà sua moglie. Da qui la parte più esaltante della sua vita e della sua carriera. Siamo appunto alla fine del ’46, e da allora, per 10 anni, sarà il re incontrastato delle corse di fondo su pista e su strada. Vince l’oro ai 10000 e l’argento ai 5000 a Londra. Stabilisce i record mondiali su tutte le distanze dai 1500 ai 30 Km. Nel 1952, alle Olimpiadi di Helsinki realizza un record ineguagliato: vince l’oro nei 5000, nei 10000 e nella maratona. È un simbolo per il suo paese, ed è utilizzato dai russi come bandiera e propaganda. Ma non è un diplomatico, si lascia scappare frasi poco ortodosse, ed a poco a poco gli vengono negati i visti per gareggiare all'estero. E la sua corsa disordinata e selvaggia si scontra con l’astro nascente russo, Volodymyr Kuts. Zatopek sbuffava e respirava male, durante la corsa, tanto che veniva chiamato “La locomotiva umana”. Kuts era il metronomo: divideva la corsa in tanti micro-pezzi e li percorreva tutti alla stessa velocità. Dopo che a Melbourne non ottiene nessuna medaglia (quelle in pista le vince Kuts; la maratona il suo rivale di sempre, che aveva sempre battuto, il francese Alain Mimoun) decide di ritirarsi e di fare l’allenatore. La parte sportiva, data la mia passione per numeri ed altro, è quella che mi ha avvinto di più. Ma non si poteva lasciare Zatopek così, senza l’ultima e forse più significativa parte della vita, personale e politica. Ormai è un alto grado dell’esercito, e nel ’68 parla a favore della Primavera di Praga. Motivo per cui, al ritorno dei sovietici, viene destituito, radiato, mandato a lavorare nelle miniere d’uranio fuori Praga. Certo questa parte è controversa, ma credo non sia tutta “romanzo”. Echenoz, in ogni caso, ce la fa vivere con passione. Il rapporto sempre d’amore con la moglie Dana. Il ritorno dopo 6 anni a Praga a fare lo spazzino. La rivolta dei cittadini che lo riconoscevano. Fino a relegarlo nel posto di archivista al Centro Sportivo Ceco. Dove terminerà la sua vita, a 78 anni nel 2000. Un libro che mi ha emozionato. Per la parte sportiva, che conoscevo, ma che ripercorro sempre con piacere. Per la parte pubblica e privata, che non conoscevo, che fa venir fuori a tutto tondo un eroe del nostro tempo. Forse non il più fulgido, ma sicuramente una persona, nel suo piccolo, coerente ed amante del proprio paese. Non a caso, benché potesse rifugiarsi in Svezia dopo il ’68, decide comunque di rimanere nel proprio paese, nel bene e nel male. Un piccolo libro da leggere, e da meditare. Soprattutto per quella passione civile che dovrebbe essere comune a tutti. E non credo lo sia.
William Faulkner “Mentre morivo” Adelphi euro 10 (in realtà, scontato a 9 euro)
[A: 20/05/2014– I: 29/05/2015 – T: 03/06/2015] - &&& e ½  
[tit. or.: As I Lay Dying; ling. or.: inglese; pagine: 231; anno 1930]
Certo non è mai facile avvicinarsi ad un mostro (o maestro) della scrittura e disquisirne come fosse un qualsiasi scrittore che si avvicina alla carta stampata. Molto contesto viene fuori e difficilmente si riesce a separarlo dal testo. Semplice è quando il testo è talmente bello e ben riuscito che non si risparmiano lodi ed iperboli. Meno quando, pur con una sua intrinseca bellezza, soggettivamente contiene punti non chiari o non graditi. Come è per l’appunto questo magistrale scritto del grande premio Nobel delle pianure americane. Che è un bel libro. Ma (forse anche a causa delle difficoltà di traduzione) non immediatamente fruibile. L’ho dovuto prendere per mano, rigirare pian pianino, per arrivarne a capo. Perché scritto in capitoli soggettivi dei diversi personaggi. Con una bravura enorme a calarsi nelle modalità espressive di ognuno. Perché si capisce da alcuni passaggi come sia difficile rendere le diverse tonalità del verbo essere con cui si esprimono i personaggi principali, come l’intraducibile pezzo che riporto in calce pronunciato da Darl, quello un po’ ritardato. La trama, invero, sarebbe di una semplicità disarmante. Abbiamo la famiglia Bundren, tutta stretta intorno alla madre Addie, che sta morendo e che muore. C’è Anse, il marito, che pur di non chiedere qualcosa in prestito (per non sentirsi obbligato), fa scelte rovinose per la famiglia quando si tratta di seppellire la moglie morta. Ma forse, lo fa per avere i soldi per farsi una dentiera, e prendersi una nuova donna in casa, una volta morta Addie. E ci sono i figli. Cash, il maggiore, che è cascato da un’impalcatura e si è storpiato. È il falegname di casa, costruisce la bara per la madre, ma sarà ancora sfortunato durante il viaggio (si rompe di nuovo la gamba, e non viene curato, così che zoppicherà per sempre). Darl è il secondo, quello ritardato, che tuttavia ha intuizioni geniali, proprio per la pazzia di fondo che lo contraddistingue. Cercherà di “resuscitare” l’animo della madre. Cercherà di fermare la reale pazzia del padre di andarla a seppellire a Jefferson, cercando di bruciare bare e carri. E per questo verrà poi rinchiuso in un manicomio. Jewel è il terzo, che vediamo essere da subito diverso, più intransigente, più determinato. Scopriremo, nel corso del libro, che Addie lo ha avuto non da Anse ma dal pastore della Chiesa. E probabilmente Jewel alla fine se ne andrà. Quarta arriva l’unica femmina, Dewey Dell, diciassettenne “in calore”, che ha nella pancia il figlio di un vicino, che vorrebbe abortire ma non sa come fare, ora la mamma morta. E non lo farà. Infine, l’ultimo, il piccolo Vardeman, quello che guarda tutto con i suoi occhi innocenti. Quello che non capisce, e che per tutto il libro sogna un trenino rosso per Natale. Insomma, Addie la madre muore, ma comincia a piovere, le strade sono allagate, i ponti crollati. Ma Anse vuole portarla a Jefferson, e si parte. Loro sul carro, e Jewel a cavallo, quello che si è comprato con i suoi risparmi. Il guado del fiume non riesce, i muli muoiono, a stento salvano la bara, ma Cash si rompe la gamba di nuovo. Per prendere altri muli, Anse vende il cavallo di Jewel, suscitando un rancore insanabile. E finalmente a Jefferson, seppelliscono Addie, rinchiudono Darl, Anse prende una nuova moglie, Dewey Dell vende il suo corpo per aver soldi per l’aborto, senza riuscirci, Cash viene curato ma non guarisce. E Vardeman guarda tutto e tutti, pensando sempre al treno. Ma quello che risalta non è tanto e solo il narrato, che alla fine vien fuori quasi ad essere un racconto biblico, con tutti i suoi archetipi classici (il pesce che pesca Vardeman, il cavallo di Jewel, l’inondazione-diluvio, il rogo che purifica, Darl come capro espiatorio), né il tessuto dei rancori che covano tra i diversi membri della famiglia e che le difficoltà del viaggio fanno esplodere. Quello che risalta è quel “flusso di coscienza” collettivo della narrazione. Joyce ne aveva fatto un esempio eponimo nel suo Ulysses. Qui Faulkner lo moltiplica per enne, facendolo uscire da ogni personaggio, dove alla fine la narrazione risulta non direttamente, ma quasi da un contrappunto polifonico, come una grande sinfonia. Ma se in questo maestro è lo scrittore, io lettore ne sono a volte travolto, forse “annientato”. Anche se, alla fine, il dipinto di un tipico vissuto del profondo sud americano esce fuori, e con forza. Bello per la testa, un po’ duro e difficile per il cuore e la pancia.
“E dato che il sonno è non-è e la pioggia e il vento sono erano, non è. Eppure il carro è, perché quando il carro sarà era, Addir Bundren non sarà. E Jewel è, così Addie Bundren deve essere.” [And since sleep is is-not and rain and wind are was, it is not. Yet the wagon is because when the wagon is was, Addie Bundren will not be. And Jewel is, so Addie Bundren must be.] (74)
“Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai a quello che tentano di dire.” (154)
Prima domenica di ottobre, ed eccoci qui con la solita lista relativa la mese di luglio. Quattordici libri, letti con la dovuta calma di un mese altrettanto calmo. Illuminati da tre diverse buone prove: il giallo italiano di Paolo Roversi, il romanzo di Sylvia Plath ed il saggio (magistrale) sul riordino della giapponese Kondo. In fondo, l’inutile libro del maliano Konaté, e quando ne leggerete capirete perché.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Marie Kondo
Il magico potere del riordino
Vallardi
s.p.
4
2
Andrea Camilleri
Inseguendo un’ombra
Sellerio
14
2
3
A.M. Homes
The Safety of Objects
Perennial
13,50
2
4
Sylvia Plath
La campana di vetro
Mondadori
9,50
4
5
Georges Simenon
I Maigret – 2
Adelphi
s.p.
3
6
Diana Lama
La sirena sotto le alghe
Sole 24 ore  Noir
6,90
3
7
Paolo Roversi
L’ira funesta
Corriere della Sera
6,90
4
8
Eva Cantarella
Itaca
Feltrinelli
s.p.
3
9
Rosa Cerrato
La maman di Via del Campo
Sole 24 ore  Noir
6,90
3
10
Moussa Konaté
L’impronta della volpe
Repubblica MondoNoir
7,90
1
11
Evelyn Waugh
Una manciata di polvere
Bompiani
9,50
2
12
Agata Christie
Delitto in cielo
Corriere della Sera
6,90
3
13
Anne Perry
I dannati del Tamigi
Mondadori
4,90
3
14
Marco Bettini
Polvere rossa
Sole 24 ore  Noir
6,90
3


Nonostante sforzi e tentativi di spiegazioni con i capitani avventurosi, niente si profila al nostro travagliato orizzonte. E capita forse anche qualcosa d’altro per una settimana intensa che si pensava dedicare a cose più amene. Ma è tempo di castagne e gli animi si rallegrano.

giovedì 1 ottobre 2015

Tante belle donne - 27 settembre 2015

Non so dal punto di vista estetico, ma di certo dal punto di vista narrativo. Con due assoluti capolavori: Alice Munro, che sempre più mi sta cara pur nella sua mania pro-racconti, e Siri Hustvedt, che sto imparando a conoscere ed amare. E con due prove interessanti per tutta una serie di motivi che andrò spiegando, anche se non raggiungono la pienezza delle mie corde: il romanzo pseudo-storico di Tracy Chevalier ed il romanzo pseudo-erotico di laura Esquivel. Comunque, ritengo una bella settimana al femminile.
Tracy Chevalier “La ragazza con l’orecchino di perla” Neri Pozza euro 9,90
[A: 16/02/2014– I: 27/03/2015 – T: 29/03/2015] - && e ¾  
[tit. or.: Girl with a Pearl Earring; ling. or.: inglese; pagine: 236; anno 1999]
Ho un rapporto ambivalente con il romanzo storico. Da un lato mi intriga la costruzione di un intreccio a partire da elementi storici veritieri (cosa che spesso poi mi porta ad approfondire gli elementi stessi con lunghe ricerche wikipediche). Dall’altro mi deprime se l’aspetto romanzesco prende il sopravvento intrecciando storie poco verosimili. La signora Tracy Chevalier mantiene un corretto equilibrio da questi due poli, con una prosa scorrevole (non a caso è anche Master in Scrittura Creativa), lasciando solo un po’ a desiderare sul fronte pittorico in senso stretto. Che qui, come penso si sappia, si parla di pittura olandese del 1600, e di uno dei maestri del colore, Johannes van der Meer, noto a noi con la sua firma Jan Vermeer. Intrecciando una trama diagonale, incentrata sulla figura della giovane Griet, forse presa a modella dal pittore per uno dei suoi quadri più noti (“La ragazza col turbante” nota anche, appunto, come “La ragazza con l’orecchino di perla”), con l’intento di portarci nella cittadina olandese di Delft nel 1664, e con l’atelier e la pittura del maestro olandese. L’autrice ha buon gioco nel parlare del pittore, che poco di lui si sa storicamente. Si lascia però irretire da alcune teorie (verosimili ma non provate) sulle modalità della sua pittura minuziosa, aderendo a quella che è nota come "tesi Hockney-Falco", dal nome dei due pittori che l’hanno elaborato, sull’utilizzo di strumenti para-fotografici per entrare nel dettaglio dei propri modelli (come l’utilizzo della camera oscura). Lo fa con troppa incuranza della delicatezza del dettaglio. E questo mi ha lasciato un po’ perplesso. Di certo gli effetti di luce di Vermeer sono sorprendenti, come anche l’effetto di “fuori fuoco” presenti in alcuni suoi quadri. A parte questa tiratina d’orecchi, lo scritto scorre in maniera piacevole, facendoci realmente calare, a parte forse con qualche mancanza nel finale, dentro le atmosfere complesse dell’Olanda dell’epoca. Ma torniamo alla storia narrata dalla sedicenne Griet, giovane dalle grandi capacità percettive dei colori (ereditate dal padre esimio piastrellista) che, essendo la famiglia in ristrettezze economiche, viene inviata, controvoglia, a fare da cameriera presso la potente famiglia Vermeer. Che si sa le cameriere hanno la dubbia reputazione di rubare e soprattutto di dormire con i loro padroni. In casa Vermeer, la nostra fa amicizia con l’altra servetta, Tanneke, ma entra presto in contrasto con Cornelia, la più piccola di casa. Mentre il giovane macellaio locale, Pieter, comincia a farle una corte discreta, il freddo pittore scopre l’occhio artistico di Griet e comincia a chiederle aiuto nel mescolare i colori e, a volte, da fare da modella sostituta in alcuni quadri. Suscitando un po’ di gelosia in Catharina, la moglie del pittore, ma essendo protetta sia da nonna Maria, che da alcuni amici del pittore stesso. Ma la ruvida bellezza di Griet non sfugge invece a Van Ruijven, il magnate di Vermeer, che vorrebbe un dipinto insieme alla ragazza. Sapendo che in altre occasioni ciò ha portato scandalo, Vermeer arriva ad un compromesso: dipingerà Griet regalando il quadro a Van Ruijven. Nasce così il quadro che da il titolo al romanzo. Ma gli orecchini sono di Catharina, che, sobillata dalla perfida Cornelia, decide di cacciare Griet. Qui la narrazione fa un salto di dieci anni, arrivando alla morte di Vermeer (morto appunto nel 1675 a 43 anni). Griet è sposata con Pieter, hanno due bambini (uno dei quali somiglia stranamente al pittore, anche se non sappiamo cosa Griet e Jan abbiano combinato). Alla morte di Vermeer, comunque, Griet è convocata a casa dell’artista, e la moglie le consegna i famosi orecchini. Vermeer era rimasto affezionato, così ci fa credere l’autrice, alla modella dall’occhio artistico, anche se non l’aveva mai più avvicinata. La parte migliore ritengo sia il nucleo centrale, con le descrizioni di alcuni quadri dell’artista (Tanneke che posa per “La lattaia” o Van Ruijven e la serva sedotta in “Il bicchiere di vino”) e le possibili tecniche da lui utilizzate per rendere vivaci i colori, e ben rappresentare le figure umane (che in genere sono donne). Un po’ tirata per i capelli la parte finale con l’eredità degli orecchini, quasi a voler saldare un debito d’onore di cui si può intuire ma non si sa. Una scrittura ed una lettura discrete, solo poco al di sotto di un gradimento pieno. comunque al fine ringrazio le mie libropeute (che spero non mi facciate ogni volta ripetere chi siano), per avermi suggerito questo libro. E se ne riparlerà ancora nel momento della cura… 
Alice Munro “In fuga” Einaudi euro 12 (in realtà, scontato a 9 euro)
[A: 16/02/2014– I: 01/04/2015 – T: 03/04/2015] - &&&&& 
[tit. or.: Runaway; ling. or.: inglese; pagine: 312; anno 2004]
Sapete, l’ho sempre detto, che i racconti non sono il mio forte, che mi accosto ad essi spesso con timore, e spesso ne esco con delusione. Eccezione, che ribadisco e sostengo, sono i frammenti di vita di Alice Munro. Che ho sempre sostenuto, ben prima che lo ottenesse, avesse una scrittura da Premio Nobel (come continuo a sostenere l’abbia un'altra mia grande passione, l’israeliano Amos Oz). Perché, in un certo senso, tutti i racconti della scrittrice canadese, l’insieme di tutte le sue raccolte, sembra andare a comporre un unico grande romanzo, fatto di frammenti che non sono altro che tutti i piccoli e grandi avvenimenti che costituiscono la nostra vita. Pieni di parole, è vero, ma non saturi. Perché sature sono le impressioni che quelle parole ci inviano. Ed anche perché, nei suoi racconti, spesso non c’è un finale, che ci può soddisfare, che ci lascia contenti od arrabbiati. Così come non esistono finali nella nostra vita soggettiva (saranno gli altri, forse, a darcelo quel finale). Ma la bellezza delle sue parole, sono nella capacità di descrivere il lasciarsi vivere dei suoi personaggi, quasi inconsapevoli del proprio essere, quasi inconsapevoli delle conseguenze delle azioni che compiono. Qui, come in tutti gli altri elementi di questa grande biblioteca che è la sua narrazione, risaltano poi, forse meglio che in altri punti, i motivi fondanti dei suoi scritti: il ruolo della donna nella società, i legami famigliari, il passaggio del testimone da madre in figlia, l’emancipazione dalle figure genitoriali, il modo di evolversi (e di esaurirsi) dei rapporti di coppia. Qui abbiamo otto racconti, con due particolarità uniche nei suoi scritti: tre racconti hanno la stessa protagonista, quasi a coglierne momenti diversi di una vita particolare, ed uno è diviso in cinque parti, quasi fossero racconti anche loro a sé stanti, ma legati, unificati dagli attori della narrazione. Non che gli altri non siano interessanti. Come quello del titolo “In fuga” (Runaway) descrizione di una donna intrappolata in un matrimonio poco felice. O “Passione” (Passion) dove una ragazza solitaria in una piccola città si fidanza con un ragazzo, per poi scappare nella notte con il di lui fratellastro (ci sono altri elementi in questa piccola gemma ma ve li lascio scoprire da soli, basta che non diventate troppo tristi). Complicata la situazione di “Rimetti a noi i nostri debiti” (Trespasses) con al centro una bimba che ha troppi genitori (veri o falsi) intorno a lei. Di una tristezza infinita trovo poi “Scherzi del destino” (Tricks) dove fraintendimenti e ritrosie fanno in modo che la solitaria Robin non riesca ad esternare il suo amore verso una persona per lei interessante. L’ultimo racconto “Poteri” (Power) è in qualche modo il più complesso, come detto diviso in cinque parti, che tracciano la parabola di vita di Nancy. Si inizia dai diari giovanili, dove Nancy descrive lo strano modo con cui si innamora di Wilf. Poi, si passa in terza persona, al matrimonio di Nancy, dove lei fa conoscere la sua amica Tessa ad Ollie il cugino di Wilf. Nella terza parte, molti anni dopo, Nancy visita un manicomio in America dove è ricoverata Tessa, ormai fuori di testa. Pochi anni dopo, dopo che Wilf muore per un ictus, Nancy incontra Ollie, che credeva morto e che gli narra la storia con Tessa dal suo punto di vista. Nella quinta, Nancy, attorniata dai figli anch’essi anziani, vive ormai in un suo mondo, in cui ritorna sempre alle storie di Tessa ed Ollie, sentendo che la vita sta lentamente scivolando via. E poi quello che mi ha maggiormente colpito, la trilogia di Juliet attraverso “Fatalità” (Chance), “Fra poco” (Soon) e “Silenzio” (Silence). Juliet, studentessa di lingue classiche, vive in una piccola città, con padre insegnante e madre bella e svagata, mentre sta decidendo come proseguire i suoi studi si innamora di Eric, un uomo sposato, che cambierà radicalmente la sua vita. Nel secondo brano è nata Penelope, figlia sua e di Eric. Anche qui c’è un viaggio in treno dove Juliet rivede tutti i suoi parametri. Che la madre non è svagata, ma malata ed accudita e protetta dal padre, che però si vergogna della nipote nata fuori dal matrimonio. Nell’ultimo, Juliet cambia di nuovo prospettiva. Si accorge che in fondo non ama veramente Eric. Che può e fa una bella carriera in televisione. E che da lei si allontanerà, senza motivi apparenti, la figlia Penelope. Con una chiusura memorabile: ”Continua a sperare di ricevere una parola da Penelope, ma senza perderci il sonno. Spera, come la gente di buon senso può sperare, in una felicità immeritata, un perdono spontaneo, roba così.” Certo, bisogna leggerla una roba così. Leggerla e rileggerla, ogni volta con occhi nuovi. Ogni volta con nuovi particolarità che saltano agli occhi. Sempre con quella sensazione che stiamo leggendo qualcosa che comunque ci riguarda. Imperdibile.
Laura Esquivel “Dolce come il cioccolato” Garzanti euro 9,90
[A: 05/08/2014 – I: 12/04/2015 – T: 20/04/2015] - && e ½   
[tit. or.: Como agua para chocolate; ling. or.: spagnolo; pagine: 179; anno 1989]
Finalmente leggo questo antico (nel senso di trentennale, ma che sono molti per una simile scrittura) libro, presente da anni nelle mie famose liste, sollecitatomi dalle mie amate-odiate libropatiche non che spinto sulla cresta dell’onda anche dalla collezione di libri legati alla cucina in uscita con il “Corriere della Sera”. Intanto, una bella tirata d’orecchi agli editor della Garzanti che stravolgono in “Dolce” uno sfogo della protagonista che ad un certo punto si sente ribollire “come l’acqua per il cioccolato”, che si dice essere di poco sapore, ma che, come Dario Bressanini insegna ed io riporto in calce, è l’occasione per una gustosissima mousse. Inoltre, non ho neanche visto il film che nel ’92 ne fece il messicano Arau, anch’esso di buon successo come il libro. Che uscì in Messico a puntate, ognuna delle quali con una ricetta, e solo così se ne può gustare il filo conduttore, che nel libro sembra perdersi. La storia è semplice e molto messicana. Abbiamo la bella Tita de la Garza, la minore delle figlie di Donna Elena, acida vedova messicana. Che fin da piccola vive in cucina, e ne capisce e carpisce i segreti più intimi. Di lei si innamora il bel Pedro, amore ostacolato da Donna Elena, in quanto ancora non maritate le figlie maggiori, Rosaura e Gertrudis. Messo alle corde da Donna Elena, pur di rimanere vicino a Tita, Pedro decide di sposare Rosaura. Da quel momento, Tita riverserà il suo amore nella cucina, producendo manicaretti elaborati e con effetti sorprendenti. Tanto che in uno particolarmente pieno di affetto si trasfigura Gertrudis, che scappa nuda nella prateria insieme ad un rivoluzionario messicano. Noi però rimaniamo nel ménage familiare, con la madre tiranna, Pedro e Rosaura che fanno un figlio che però muore giovane. Pedro è sempre lì, tra l’essere vicino e fare il tontolone, che una qualsiasi donna normale (non Tita, purtroppo) l’avrebbe mandato a ramengo molto presto. Poi muore Donna Elvira, Tita esce allo scoperto e Rosaura si fa prendere da crisi di nervi ed altre strampalitudini. Ritorna anche Gertrudis alla testa di manipoli rivoluzionari (in fondo siamo nel Messico dell’epoca di Pancho Villa) che cerca di svegliare Tita. Che forse sembra avere un sussulto di indipendenza quando anche Rosaura ci lascia, insalutata salma. Ma l’ombra di Donna Elena aleggia sulla casa, e dopo un’unica notte d’amore (in fondo abbiamo aspettato quasi 150 pagine che succedesse “o’ miracolo”), ecco un’altra catastrofe. Senza nessun preavviso si accendono fuochi strani e Pedro e Tita bruciano insieme al loro amore. La storia è durata tanti anni, ci sono stati intermezzi, c’è stato l’amore di John per Tita, che molto le insegnò ma che non le tolse Pedro dal cuore, ci sono stati figli (che non sono morti), c’è la bella nipote Esperanza che sposerà Alex, il figlio di John. E c’è questa storia, narrata dalla figlia dei due. La storia di un grande amore, ma soprattutto di tanti belle. Dalle focaccine di Natale alla torta Chabla, dalle quaglie ai petali di rosa ai peperoni in salsa di noci. Ma seppur queste sono belle (e ne consiglio la lettura a chi sa di cucina), il resto del libro, con quel “realismo magico” latino-americano che mi lascia assai freddo, quelle situazioni inspiegabili, e soprattutto l’indecisione di tutti i protagonisti ad essere sul serio protagonisti e non vittime della vita che passa, non mi ha fatto amare in particolar modo questo libro. Con tutte le metafore che poi il libro porta con sé, sia a livello sentimenti che della rappresentazione della realtà messicana. Sui primi, c’è una correlazione quasi ingenua (le cipolle che sono cagione di lagrime, i petali di rosa che risvegliano passioni, ed altre similitudini di piccolo livello). Sull’altra, per rappresentare il grande affresco del Messico dei primi anni del XX secolo (pieno di oppressi, oppressori, rivoluzioni) si fa un semplice traslato con i personaggi: Tita e Pedro sono gli oppressi, Donna Elena e Rosaura gli oppressori, Gertrudis la rivoluzione). Ma è molto datato come scrittura e come descrizione delle atmosfere. Insomma, mi aspettavo di più da come se ne parlava negli anni del suo maggior successo.
“La verità vera è che la verità non esiste, dipende dal punto di vista di ognuno.” (141)
Ricetta del cioccolato con acqua presa dal blog di Dario Bressanini:
“Sono partito da 100 g di fondente 70%. Ho sciolto il cioccolato in un pentolino antiaderente di buon spessore su fuoco bassissimo. Mescolate il cioccolato con una spatola per facilitare la fusione. Fuso il cioccolato si deve aggiungere l'acqua. Ho versato nel pentolino i 115 grammi di acqua, tutta in una volta. Ora mescolate bene, a fuoco spento, sino a quando il cioccolato è completamente emulsionato. Quando il cioccolato è ben emulsionato versate la miscela in una bacinella raffreddata esternamente con del ghiaccio. Un paio di minuti di frusta elettrica (o a mano se preferite) e il risultato è cioccolato puro, ma con la consistenza di una mousse. Una vera delizia per chi ama il fondente.”
Siri Hustvedt “Quello che ho amato” Einaudi euro 12,50 (in realtà, scontato a 9,38 euro)
[A: 16/02/2014– I: 03/05/2015 – T: 05/05/2015] - &&&&& 
[tit. or.: What I Loved; ling. or.: inglese; pagine: 361; anno 2003]
È il secondo libro di questa mia scoperta tardiva della scrittrice Siri Hustvedt. Che mi fa ribadire quanto ne pensavo dopo il primo. Una bellissima scrittura, una trama che ha volte mi ha reso triste come triste può essere a volte la vita. Che a tratti quasi mi respinge, ma che non puoi fare a meno di portare avanti fino alla fine. Il libro racconta le vicende e le tragedie (e gli enigmi) che coinvolgono il narratore, il suo grande amico e le loro famiglie. L’azione comincia nel 1975 a New York, dove Leo Hertzberg, storico dell'arte e professore universitario, trova casualmente un ritratto di donna con addosso solo una maglietta e sul cui corpo nudo un artista ha dipinto un’ombra. Leo, affascinato dall'opera e attratto da quella figura femminile, compra la tela e decide di incontrare l'autore, Bill Wechsler, un giovane pittore emergente. Bill è sposata con Lucille, poetessa dalle opere ermetiche. Leo invece con Erica, una accademica in  lettere. Leo, con le sue recensioni, porta Bill alla ribalta. E procederemo per tutto il libro a vederne le evoluzioni artistiche. Sempre belle sono le descrizioni che Siri mette in bocca Leo per descrivere le diverse fasi delle opere di Bill. Le due coppie vanno a vivere nello stesso condominio, si frequentano ed hanno due figli nello stesso periodo, Matthew e Mark. Mentre esplora le vicende pubbliche e domestiche delle due coppie, la nostra autrice comincia a mettere delle “zeppe” nella loro vita. La prima è la modella del quadro, Violet, giovane, irruenta, che entra nella vita di Bill. E che porta alla sua separazione con Lucille. La seconda si apre con un pugno allo stomaco dal quale ho fatto fatica a riprendermi. Matthew, il figlio di Leo ed Erica, muore improvvisamente. E dalla perdita, Erica non si riprende, si allontana sempre più da Leo, immergendosi nella vita accademica. Non divorziano, ma diventano nel tempo quasi due estranei, passando dal ruolo di amanti a quello di amici che si vedono ogni tanto. Leo invece tenta di rimpiazzare il figlio morto con Mark, il figlio di Bill. Ma ben presto ci rendiamo conto (e Leo con noi) che Mark ha dei seri problemi. Mente, rubicchia, si droga. Lucille scompare dalla scena, e Violet non riesce ad essere una madre di riferimento per Mark. Il tutto non fa che aggravare le condizioni di salute di Bill, che muore per un infarto nello studio. Violet si dedica allora al culto del marito morto, in questo aiutata da Leo. Ed insieme cercano anche di tirar fuori dalle peste Mark, che si è infognato in un giro pseudo-artistico, di un autore stravagante ed un po’ folle. Che forse ha anche commesso un omicidio. Le tinte si fanno sempre più scure. Leo, ormai solo e senza Erica, comincia a pensare sempre di più a Violet, ed a quel primo quadro. Tanto che ad un certo punto confessa alla donna la sua passione. Violet gli dice che può averla per una notte, ma che poi lei se ne andrà. Leo allora rifiuta, e torna, solo, nel suo appartamento, e ripensa a tutta la sua vita (come direbbe Ornella Vanoni, “bilancio che non ho quadrato mai”). La capacità di Siti è quella di inserire tutto ciò nel progredire temporale della scena artistica newyorchese. In fondo, alla fine, siamo al 30 agosto 2000 quando il libro finisce, con Leo, vecchio e solitario, in attesa dell’amico Laszlo che viene per leggere qualcosa, visto che i suoi occhi sono ormai deboli. E belle sono le descrizioni dei vernissage, delle gelosie. Di tutte quelle piccole cose che fanno la vita di chi vive di arte, e che a noi, spesso, lasciano indifferenti per la loro esiguità. Ma sono presenti anche i professori universitari, i poeti ermetici, i performer. Insomma c’è molto al fuoco. Ed anche se non raggiunge le alte punte della mia prima lettura (vi ricordo “L’estate senza uomini”), è un libro che mi ha fatto riflettere, ed identificare con alcuni tratti di Leo. Belle pagine, cara scrittrice. Se ne leggerà ancora, spero.
“Per questo è difficile vedere le cose. Niente è come appare. Sono le sensazioni, le idee, a modellare ciò che abbiamo di fronte.” (11)
“Siamo il prodotto della gioia e della sofferenza dei nostri genitori.” (31)
“Io mi sento in colpa perché mi piaceva la sua pazzia. … Avevo vent'anni, ero un idiota. ‘Io ho cinquantacinque anni, pensai, e sono ancora un idiota.” (99)
“I ricordi di un uomo maturo sono diversi da quelli di un giovane. Ciò che sembra essenziale a quarant'anni può perdere significato a settanta.” (120)
“Il concetto di utilizzo non ha niente a che fare con l’arte. L’arte è per sua natura inutile.” (294)
Di ritorno da EXPO 2015, che mi ha lasciato molto freddo. Non è che non mi sia piaciuta in assoluto, ma mi aspettavo altro. Meglio Mantova, anche se il ginocchio matto di Alessandra ha costretto ad un week-end diverso dai programmi. Non mancheremo di rifarci, pensando sempre a questa bella Italia di provincia che andrebbe vista da molti, e che molti non hanno visto.