mercoledì 6 gennaio 2016

I Maigret 2 - 06 gennaio 2016

E com’è già capitato la prima volta, dopo una buona signora del giallo, ecco che ribattiamo con un ottimo Maigret. Dove rileviamo ancora una volta la velocità di scrittura di Simenon, che rende inutili gli sforzi del sottoscritto sulla sua lettura. Quindi, rispondendo come fece Troisi (“voi siete tanti a scrivere, io sono uno a leggere”) andiamo avanti ancora.
Georges Simenon “I Maigret – volume 2” Adelphi s.p. (regalo di mamma)
[A: 16/02/2014– I: 07/07/2015 – T: 16/07/2015] - &&&&--  
[tit. or.: vedi singoli libri; ling. or.: francese; pagine: 719; anno 2013]
Eccoci allora al secondo volume della grande odissea i Maigret, con ben cinque romanzi tutti scritti nel 1931. Notiamo di passaggio che i primi 10 romanzi con protagonista il nostro commissario sono stati scritti tra la fine del ’29 ed il ’31. E tutti e 10 pubblicati nel corso del 1931 stesso.
Titolo
Scritto
Uscito
Data
Luogo
Il cane giallo
Marzo 1931
Scritto a Château de la Michaudière, Guigneville vicino a La Ferté-Alais (Essonne)
Aprile 1931
Il crocevia delle Tre Vedove
Aprile 1931
Scritto a Château de la Michaudière, Guigneville vicino a La Ferté-Alais (Essonne)
Giugno 1931
Un delitto in Olanda
Maggio 1931
Scritto a bordo de l'Ostrogoth, Morsang-sur-Seine (Seine-et-Marne)
Luglio 1931
All’insegna di Terranova
Giugno 1931
Scritto a bordo de l'Ostrogoth, Morsang-sur-Seine (Seine-et-Marne)
Agosto 1931
La danzatrice del Gai-Moulin
Settembre 1931
Scritto a bordo de l'Ostrogoth, Ouistreham (Calvados)
Novembre 1931
“Il cane giallo”
[tit. or.: Le chien jaune; ling. or.: francese; pagine: 9-144 (136); anno 1931]
La scrittura di Simenon va di pari passo con la sua vita errabonda di quel periodo. Dopo alcuni mesi a Parigi, eccolo di nuovo in provincia, dimorare presso il Castello de la Michaudière (non lontano da Parigi, comunque). Ed ambientare questo sesto romanzo a Concarneau, luogo dove aveva scritto il 4°, e che ben conosce per i problemi delle chiuse e della vita acquatica. Ci sono alcuni caratteri peculiari poi, che ritroviamo in queste prime opere su Maigret. Lo spazio limitato di tempo in cui si svolge l’azione (qui, dall’8 all’11 novembre). Lo spazio esterno dell’indagine. Maigret è stato chiamato a Rennes per dei doveri istituzionali, e da lì, convocato a Concarneau (che ricordo è in Bretagna) per calmare le acque montanti di un panico che si va diffondendo in città. Perché all’inizio, c’è un tentativo di omicidio verso il signor Mostaguen, uno dei notabili del luogo. Notabili che sono poi i quattro personaggi di spicco. Mostaguen, appunto, che viene ferito non mortalmente, e che presto sparirà prima in ospedale e poi accudito dalla moglie. Il giornalista Jean Serviéres che, dopo una vita passata su minuscoli fogli scandalistici parigini, pensa bene di ritirarsi in campagna, dove può far risaltare le sue piccole doti. Le Pommeret, il dandy, tombeur de femme, non proprio possidente, ma con una famiglia alle spalle che lo foraggia. Ed Ernest Michoux, un dottore che non esercito, preferendo fare il sensale di immobili. I quattro si ritrovano tutte le sera nell’unico hotel della cittadina. A bere, giocare a carte, e fare appunto la punta della bella vita in città. Hotel dove fa da cameriera la bella Emma, che ne subisce le attenzioni (e a volte anche qualcosa in più). Dopo l’attentato a Mostaguen, il giornalista scompare, lasciando la macchina con tracce di sangue in direzione del Belgio. A questo punto, un giornale locale pubblica un articolo che semina il panico nella zona, ed arriva Maigret per spargere acqua sul fuoco. Ma subito dopo il suo arrivo, muore avvelenato Le Pommeret. Per evitare al quarto notabile una fine analoga, Maigret non trova di meglio che arrestarlo per futili motivi, così sarà la polizia a fargli da guardia. Durante tutti questi avvenimenti, un inquietante cane giallo si aggira per la zona, sempre presente sui luoghi del delitto, che, benché anziano, ringhia un po’ a tutti. Ma mai alla bella Emma. Qui Simenon utilizza un po’ di ingenuo mestiere, cercando di rendere il cane simbolo della paura che sale in città. Tentativo di corto respiro, che il cane è un elemento a margine, utile solo a far capire che c’è qualcuno, un misterioso vagabondo, che si aggira in città. Intanto i giornalisti parigini sono calati in massa, per qualche scoop di bassa lega. Che coinvolge l’arresto e poi la fuga del vagabondo. Maigret ci fornisce pochi elementi di deduzione, che anche qui, come spesso in queste prime indagini, c’è più che altro intuizione, analisi del contesto e visione dei personaggi. Si scopre solo l’esistenza di una lettera d’amore indirizzata ad Emma e firmata Léon. In cui c’è una proposta di matrimonio, e l’acquisto di una nave dal nome “La Belle-Emma”. Non siamo ancora nei turbinii futuri in cui il Maigret-pensiero s’insinua tra le pagine, ci porta nell’animo dei personaggi, ci sfida quasi ad essere più bravi di lui. Maigret ci fa capire, a metà romanzo, che sa tutta la storia, questo sì, mettendoci un po’ la pulce sotto il naso. Cosa c’è sfuggito? Dov’è il trucco nascosto? Intanto il giornalista viene ritrovato sano e salvo a Parigi (era solo fuggito). Il vagabondo Léon viene fermato. E come nelle migliori tradizioni del Maigret d’alto profilo, ci si avvia verso la nemesi finale. Dove tutti gli interessati vengono convocati nella cella dov’è detenuto Michoux. Si scopre allora che Léon era il fidanzato di Emma, che con la barca faceva trasporti guadagnando un po’, in attesa di un più roseo avvenire. Che c’era un personaggio misterioso, un americano, che spesso bazzicava lì nei porti della Bretagna. Che questi, insieme ai notabili squattrinati di Concarneau convince Léon a trasportare un carico di droga negli Stati Uniti. Peccato che l’americano sia un agente federale, che convince anche Michoux e gli altri a denunciare Léon e guadagnare una lauta ricompensa. Così è, con Léon arrestato, incarcerato in America insieme al suo cane giallo. Léon che scontata la pena, torna in patria con il cane, forse per vendicarsi ma sicuramente per “memento” ai cattivi. Sperando di riconquistare la bella Emma. I notabili tremano, sembrano sul punto di crollare. Ed allora il più spietato, quello che, come dottore, sapeva usare le droghe, decide di farli fuori addossando la colpa a Léon e prendendo due piccioni con una fava. Maigret manda tutto all’aria. Michoux è condannato a venti anni di galera. Emma e Léon si sposano. Una caratteristica che viene alla luce qui, e che sarà presente nei prossimi romanzi, e questo finale verso il futuro, dove Simenon ci dice cosa arriverà ai vari personaggi. Come in un bel serial TV, in cui i protagonisti restano, e quelli di contorno spariscono, ma il popolo lettore ne vuol sapere. Altro elemento tipico di questa fase, la trama, in sé, è molto essenziale, quasi da racconto. L’abilità dello scrittore è di prendere questo nocciolo, e condirlo con una buona salsa, facendone un piatto da portata quanto meno passabile. Mi spiace solo aver dovuto percorrere tutta la trama, che, proprio perché così esigua, lascia pochi margini anche ad un devoto tramatore, come il sottoscritto.
“Il crocevia delle Tre Vedove”
[tit. or.: La nuit du Carrefour; ling. or.: francese; pagine: 145-277 (133); anno 1931]
Forse l’Ostrogoth è in riparazione, fatto sta che per il secondo mese consecutivo Simenon non sta navigando. Anzi è fermo a Concarneau, dove scrive il settimo episodio di Maigret. Con due grandi novità: siamo finalmente a Parigi e non più tra chiuse e battelli e compare abbastanza stabilmente accanto al commissario il fido Lucas. Che ho scoperto chiamarsi André di nome, che è sposato ed ha una decina di anni meno del nostro commissario. Il romanzo, inoltre, ha anche due caratteristiche particolari. Una che lo accomuna al Maigret maturo: indagine sui personaggi ed approfondimenti degli stessi (soprattutto del danese Cari). Una che invece lo rende diverso, e cioè il fatto che sia abbastanza movimentato. Nel sottofinale ci sono sparatorie ed inseguimenti in macchina, come nella migliore tradizione dell’hard boiled americano. Qui intanto abbiamo tre coppie che abitano il crocevia del titolo (una volta abitato dalle Tre Vedove, che però son morte, e poco hanno a che fare con il romanzo, tanto che l’edizione originale parla solo della “Notte del Crocevia”): Cari Andersen e sua sorella Else, Michonnait il rappresentante e sua moglie, Oscar il garagista e sua moglie. Una domenica, Michonnait scopre nel suo garage la macchina di Anderson e nel garage di Anderson la sua macchina con dentro il cadavere di tal Isaac Goldberg, commerciante in diamanti di Anversa. Supposto colpevole, Anderson viene interrogato da Maigret e Lucas per 17 ore, sempre negando, e venendo di conseguenza rilasciato. Interrogato per diciassette ore e nega Andersen viene rilasciato. Il lunedì deve arrivare la signora Goldberg, ma viene uccisa appena scende dalla macchina. Il martedì, Anderson deve andare a Parigi per affari e tornare al crocevia, dove ormai si sono installati Maigret e Lucas. Ma non torna. Nel frattempo, in linea con l’atteggiamento più psicologico che vanno prendendo i romanzi, Maigret cerca di capire meglio chi siano i Michonnait, e che cosa voglia il beffardo e volgare meccanico Oscar. E gironzola intorno alla misteriosa Else, il cui comportamento estraniante, il fascino perverso che emana non possono che attirare la curiosità del commissario. A questo punto torna Cari gravemente ferito. Qualcuno l’ha sequestrato con l’auto, poi gli ha sparato. Benché ferito, Cari torna a casa, dove cercano di ucciderlo con un colpo di fucile. Oscar è a Parigi pedinato da Lucas, e Maigret va al garage, dove un giovane meccanico lo insospettisce. Il nostro scopre così che il garage stesso non è che un centro di smistamento di traffico illegale (droga, gioielli rubati e altro). Scopre anche quale sia il meccanismo che avverte i trafficanti se fermarsi o meno. Siamo nella notte movimentata. Passa un’auto da dove sparano verso Maigret. Dentro c’è Oscar. Inizia l’inseguimento. E sparisce anche Michonnait. Ma Lucas ferma Oscar, e Maigret impedisce che Michonnait uccida Else. Allora, come nella tradizione che si va consolidando, sono tutti convocati nella casa degli Anderson dove si scoprono le verità: Else è in realtà la moglie di Cari, che l’ha trovata nei bassifondi di Amburgo, e che la vuole redimere. Ma Else, abituata ad altri mondi, resiste poco “fuori da tutto” con Cari. E lì nel crocevia, capisce ben presto l’attività di Oscar, si associa a lui, coinvolgendo il meschino Michonnait. Ed è lei che, conoscendo il sottobosco del malaffare, attira Goldberg nella trappola. Dove un sicario di Oscar lo uccide. Sicario che uccide anche la moglie di Goldberg per evitare che parli a sproposito. E che tenta di uccidere lo stesso Cari, in modo da far ricadere sempre su di lui la colpa. Notiamo infine altri caratteri ricorrenti: l’inchiesta dura anch’essa quattro giorni, come la precedente, anche se si svolge in aprile e non in novembre. Il finale, nel pieno della prosodia maigrettiana prevede la convocazione di tutti i sospetti in un unico luogo, con Maigret che spiega ed arresta (o fa arrestare) i colpevoli. Inoltre, come quasi tutti in questo volume, Simenon ci dice cosa succede poi: il sicario andrà sulla forca, Oscar in prigione, e Carl continuerà ad andare a trovare Else in carcere perché lui la ama ancora. Un episodio, quindi, che per le sue caratteristiche, si alza un po’ sopra la pur buona media degli scritti del periodo.
“Un delitto in Olanda”
[tit. or.: Un crime en Hollande; ling. or.: francese; pagine: 279-416 (138); anno 1931]
In questo ottavo romanzo continuiamo a notare come Simenon usi una serie di ripetizioni (o di anticipazioni), come a voler eliminare elementi esterni al contesto e farci concentrare sulla trama. Infatti, qui l’azione (e siamo di nuovo in trasferta) si svolge in Olanda, a Delfzijl, laddove scrisse il primo romanzo su Maigret. Poi il personaggio su cui ruota la vicenda, il morto, si chiama Popinga, come il protagonista di uno dei futuri romanzi non-maigrettiani di Simenon (il bellissimo “L’uomo che guardava passare i treni”, dove il commissario che effettuerà l’arresto finale si chiama … Lucas). Come detto in trasferta, similmente a quattro di questi cinque romanzi. E ben due all’estero (qui in Olanda, e nell’ultimo in Belgio). Anche qui Maigret viene inviato a sedare un po’ le acque (come nel primo) ed a cercare di tirar fuori dalle peste un professore di antropologia criminale, Jean Duclos (che mi sarà antipatico fin dalle prime righe). Il battello di Simenon ha comunque ripreso le acque ed il nostro scrittore ne approfitta per scrivere nel suo isolamento produttivo. Il professor Duclos tiene a Delfzijl una conferenza sulla punibilità dei crimini, e durante i festeggiamenti in casa del suo anfitrione, il padrone di casa, Conrad Popinga viene ucciso da un colpo di pistola. I sospetti abbondano: Duclos stesso, che esce dal bagno da dove viene sparato il colpo con la pistola in mano; Beetje, amante di Conrad, tornata verso casa Popinga dopo che questi l’aveva riportata a casa dal padre; l’irascibile contadine padre di Beetje, che, saputo della figlia, era contrario al loro rapporto; il giovane Cornelius, innamorato non corrisposto di Beetje; il vecchio marinaio Oosting, il cui berretto viene trovato sul luogo del delitto; infine la signora Popinga e sua sorella Any, presenti in casa al momento dello sparo. Maigret appura ben presto che il marinaio non aveva nessun motivo di uccidere Popinga, quindi la presenza del berretto è l’elemento anomalo. Qualcuno l’ha messo a bella posta per sviare le indagini. Questa volta, invece di riunire tutti in una stanza, Maigret trova l’escamotage di far ripercorrere a tutti i sospetti le ultime ore della vicenda, attraverso una minuziosa ricostruzione della notte del delitto. Metodicamente, elimina tutti i sospetti. Vuoi che doveva tornare alla scuola militare (Cornelius), vuoi che era manifestatamente fuori della casa dei Popinga (Beetje e suo padre), vuoi chi era sul suo battello (Oosting). Poi dimostra che non può essere stata la moglie ad uccidere il marito infedele, perché sarebbe dovuta passare per la stanza da letto di Duclos. Motivo che elimina simmetricamente anche l’antipatico professore (che speravo fosse in realtà il colpevole, visto che teorizzava il “delitto perfetto”). Rimane solo la povera Any, menomata fisicamente (leggera zoppia), e respinta dagli uomini del paese, aveva sviluppato una passione fatale per il cognato. Quando si rende conto che Popinga le aveva manifestatamente preferito la bella Beetje, l’amore si trasforma in odio, e decide di uccidere Conrad senza farsi scoprire. Maigret potrebbe omettere l’ultimo passo, non rivelando le modalità di questo delitto “quasi perfetto” (modalità che lascio ai pazienti lettori di una storia ben congegnata), ma il suo dovere morale qui ha la meglio. E come negli altri romanzi della cinquina, seguiamo anche qualche episodio successivo. La fuga di Beetje con un bellimbusto che poi la lascerà. Il suicidio di Any prima del processo. Altro elemento ricorrente, la brevità dell’inchiesta, che dura due soli giorni. E il persistere di Simenon verso le descrizioni ambientali. Qui dipinge un bel quadro di una tipica cittadina olandese e della borghesia protestante che ne governa le azioni. Infatti, il comportamento di tutti i personaggi è influenzato da questo contesto. Bisogna comportarsi bene, e i “fuori riga” di Popinga che mal si adatta al posto sono un elemento di forte tensione tra i notabili. E Popinga non sarebbe mai riuscito ad uscirne fuori, pensando già di lasciare Beetje per il quieto vivere (e questo era una delle motivazioni per mettere Beetje tra i possibili colpevoli). C’è anche un altro elemento che verrà sviluppato nel futuro. Una sorta di filo ironico, che qui si svolge nelle scaramucce tra Maigret e Duclos. Dove il professore tenta di sviluppare un approccio analitico al caso (con schemi, disegni ed altro). Mentre Maigret, prendendolo in giro, risolve il caso con il suo ben noto intuito. Rimane quella domanda di fondo su quanto sia utile per la società stessa denunciare la colpevole. Domanda cui qui darà una risposta, ma che si ripresenterà (spesso) e non sempre con la stessa soluzione.
“All’insegna di Terranova”
[tit. or.: Au rendez-vous des Terre-Neuvas; ling. or.: francese; pagine: 417-550 (134); anno 1931]
Sempre a bordo del suo sloop, sempre in giro per i canali della Senna, Simenon butta giù il suo nono racconto con una grossa novità: entriamo nella vita privata di Maigret ed incontriamo (non più per qualche parola, ma come piccolo cameo consistente) la signora Maigret!! Che per me sarà sempre la bellissima Andreina Pagnani. Anche qui Maigret si trova ad agire in trasferta, e per di più in estate. Dove invece che nell’amata Alsazia a riposarsi e fare marmellate, chiamato da un vecchio compagno di scuola, decide di andare in riva al mare in Normandia. Convincendo anche la signora Maigret, che però ha una richiesta precisa: “va bene il mare, ma niente bagni, capito?” E mentre madame cuce e si aggira nelle frescure dell’albergo, il nostro commissario si trova ad affrontare lo strano caso del telegrafista Le Clinche. Imbarcato su di una nave, dopo tre mesi di sfortunata pesca e di “malocchio” (così si mormora), l’Ocean torna a Fécamp, dove il capitano muore strangolato e Le Clinche viene arrestato come sospetto. Nella cittadina, si precipita anche la fidanzata di Le Clinche, che farà ben presto comunella con la signora Maigret. Ma Le Clinche è reticente, quasi scontroso. Cosa che Maigret trova sintomo d’innocenza. La prima ricostruzione delle vicende del peschereccio portano a galla le sfortune: un marinaio si rompe una gamba alla partenza, il mozzo muore in mare, la pesca è sfortunata, il pesce mal stoccato marcisce. E poi la morte del capitano. Attraverso piccoli indizi, nonché un’illuminazione dovuta alla fidanzata Mary (il letto del capitano sembrava sollevato dalla tolda), Maigret scopre che sulla nave era presente una donna, Adele Noirhomme, amante del capitano. Adele che il telegrafista scopre, Adele che è una “donna di vita”, Le Clinche che ci va a letto all’insaputa del capitano, e che per tutta la navigazione i due si guardano in cagnesco. Ma un confronto tra Adele e Le Clinche presso il commissariato porta alla scoperta che le prove contro il telegrafista sono inconsistenti, cosicché viene rilasciato. Durante un pranzo a quattro, con Mary, Le Clinche, Maigret e signora, Adele si presenta al ristorante, facendo ad alta voce pesanti insinuazioni, che sconvolgono a tal punto il povero telegrafista che questi tenta di uccidersi. Mentre si cerca di salvarlo, Maigret tenta sempre di più di penetrare nel duro mondo dei marinai, continuando ad andare a bere birra nel locale che dà il titolo al romanzo. Dove scopre spesso ubriaco l’anziano Canut, padre di Jean-Marie il giovane mozzo morto in mare. attraverso le varie testimonianze dei marinai del locale, Maigret ricostruisce l’atmosfera del viaggio, e si convince che il dramma deve essersi scatenato il terzo giorno, quando muore il mozzo. Con le sue attente manovre psicologiche, Maigret riesce a far parlare Le Clinche: il mozzo aveva scoperto la nascosta presenza di Adele a bordo, ed aveva minacciato il capitano di svelare a tutti il segreto. Questi, accecato dall’ira, lotta con il mozzo, tanto che questi sbatte la testa sull’argano e muore. Il capitano convince al silenzio l’unico testimone, il telegrafista, rivelandogli tutti i retroscena e gettando in mare il corpo del mozzo. Così Le Clinche scopre Adele ed i suoi provocanti atteggiamenti. Dura la vita in mare, ed anche amando la tenera Mary che lo aspetta a casa, “la carne non è di legno”, Le Clinche è roso dal desiderio e dal rimorso insieme. Il capitano, una volta a terra, sa che non sarà più sereno, anzi pensa già al suicidio. Le Clinche decide di vendicarsi del capitano confessando a Canut la verità sulla morte del figlio. E l’anziano marinaio, sconvolto, sarà lui che strangolerà il capitano. Qui Maigret ritorna sui dubbi che lo avevano preso durante il caso olandese. Riesce a scagionare del tutto Le Clinche, che tornerà in Bretagna con la bella Mary, si sposerà ed avrà dei figli, e non tornerà più in mare. Anche su Adele non si accanisce, tanto sa che la donna di vita, come un pupazzo che torna sempre indietro, non potrà che continuare una vita grama. E la incontrerà anni dopo in un bordello a Parigi. Ma soprattutto, decide di non denunciare l’anziano Canut, ritenendo che questi abbia già assai sofferto, e convincendo il magistrato di Fécamp a chiudere il caso come “insoluto”. Come usuale, l’inchiesta è breve (ed efficace), svolgendosi in soli quattro giorni nel caldo giugno bretone. Ci annotiamo la comparsa della signora Maigret. Risottolineamo la vena psicologica che vanno prendendo i romanzi. Anche perché, il maggior sforzo di Maigret (e di Simenon) è quello di ricostruire l’atmosfera pesante e carica di turbamenti che provoca la presenza di una donna a bordo di una nave che per tre mesi vedi i marinai lontano da casa (e noi si pensa subito a Dalla – De Gregori e “A come fanno i marinai”). Qui, inoltre, Simenon usa un nuovo modo di chiudere il romanzo. Invece di mettere tutti in una stanza (altrimenti dovrebbe denunciare Canut) fa in modo che sia Maigret a ricostruire il percorso degli ultimi giorni del capitano nella sua testa. La solita prova dell’eclettismo dello scrittore belga. Ed una buona prova.
“La danzatrice del Gai-Moulin”
[tit. or.: La Danseuse du Gai-Moulin; ling. or.: francese; pagine: 551-690 (140); anno 1931]
Chiude questo secondo volume un romanzo anomalo anche se ha sempre Maigret al centro (o quasi). Intanto con la sua barca, Simenon si è spostato nel Calvados, a Ouistreham. Dove scrive un nuovo romanzo in cui Maigret, benché presente, si palesa e diventa l’attore principale del racconto solo dopo 70 pagine, cioè dopo metà narrazione. Che inoltre si svolge a Liegi (città natale di Simenon), intorno alla rue du Pot-d’Or nel quartiere “Carré”. Lì dove c’è questo strano night-club, il “Gai-Moulin”, non molto frequentato, anche se di buona posizione. E dove lavora come ballerina Adéle Bosquet (solo nel nome coincidente con la signora del romanzo precedente), dove c’è il navigato cameriere Victor, ed è gestito dall’italiano Gennaro, confidente della polizia. A corteggiare Adéle son due giovinastri sempre a corto di soldi, Jean, sedicenne figlio di un impiegato, e René, studente, affetto da una malattia deviante (su questo punto Simenon rimane un poco oscuro). Alla chiusura del locale, i due ragazzi si lasciano chiudere nel bagno volendo provare a rubare l’incasso della serata. Ma nella sala trovano il corpo di un uomo: Efraim Grafopulos, un cliente del locale che ha passato gran parte della serata proprio con Adéle. I due fuggono, e leggono sui giornali il giorno dopo che è stato rinvenuto morto il greco, ma non al Gai-Moulin, bensì in un baule di vimini nel giardino zoologico. Ben presto la polizia (anche su suggerimento di Gennaro) risale ai due giovani arrestandoli. Un terzo personaggio era tuttavia presente quella sera nel night-club. Non solo, ma era anche nello stesso albergo del greco. Anche il massiccio straniero viene arrestato, e durante l’interrogatorio solitario rivela la verità al commissario belga: è, infatti, il commissario Maigret e da alcuni giorni seguiva il greco, fin dalla sua comparsa a Parigi. Ed è proprio Maigret che ha trasportato il corpo nel baule fuori dell’albergo dove in realtà è avvenuto il crimine, in modo da mettere in difficoltà il o i colpevoli. Maigret spiega allora ai poliziotti belgi (che non ci fanno proprio una bella figura) che Grafopulos, figlio di un banchiere greco, volendo provare i brividi dell’avventura, vuole entrare in una rete di spie. Per provare le sue capacità, i suoi futuri capi lo inviano a rubare dei documenti nascosti al Gai-Moulin, che in realtà è una cellula della stessa rete e serve loro da copertura in Belgio. Dove appunto tutto il personal del night-club è coinvolto nella trama. Attraverso un processo deduttivo “alla Sherlock Holmes” (e qui Simenon comincia a lasciare i procedimenti induttivi per passare ai più solidi deduttivi, pur rimanendo fedele agli approfondimenti psicologici) Maigret va spiegando tutte le mosse della sera fatale. E lo fa a casa di Adéle, dove riesce a far convergere tutti gli attori del dramma. La sera “mortale”, anche il greco si era fatto rinchiudere nel locale, e sentendo i due giovani, aveva fatto il morto. Dopo la fuga Jean e René si erano separati, e quest’ultimo, credendo Grafopulos realmente morto, decide di andare nell’hotel e far man bassa dei soldi del greco. Ma lì, è sorpreso dal redivivo Grafopulos. E René, durante una colluttazione, lo uccide. Maigret, arrivato in albergo e scoperto il corpo del greco, agisce come sopra descritto per far venire alla luce i colpevoli. La banda del Gai-Moulin pensa quindi di essere stata scoperta, visto che il presunto allievo-spione è stato ucciso. E cercano ben presto di recuperare i documenti compromettenti la loro attività, nascosti proprio a casa di Adéle. Dove però appunto li aspetta Maigret con la polizia belga. E li fa arrestare. Come arrestato e rinchiuso in manicomio sarà lo studente René, che vi morirà tre mesi dopo per una malattia al cervello. Solo Adéle uscirà di scena senza troppo soffrire, e Maigret la ritroverà mesi dopo in un altro bar, ma a Parigi. Il piccolo Jean, ripresosi dalla batosta, si rimette sulla retta via, e si arruola nell’esercito belga dal quale viene spedito in Congo. Notiamo quindi che, scrivendo libri dopo libri, Simenon affina il carattere di Maigret, il suo comportamento, il modo di agire. Non è ancora nel pieno delle sue azioni al e dal Quai des Orfèvres, non è ancora contornato stabilmente dai suoi “moschettieri” (per ora compare il solo Lucas). Ma è comparsa la signora Maigret. E, in un piccolo inciso, mentre fin dall’inizio il nostro commissario beve birra, sempre e comunque, in questo decimo romanzo c’è un primo accenno al cibo (che diventerà poi un motivo ricorrente). Infatti, in quel di Liegi Maigret va a cena in un buon ristorante, la Becasse, dove mangia ed elogia un piatto (finalmente, erano più di mille pagine che si aspettava qualcosa da mangiare). Lì, mentre pedina Grafopulos, si sazia di “rognone à la liègeoise”. Ora il rognone, pur mangiato, non è che sia in cima ai miei appetiti gourmand, ma ne noto la presenza. Ricordando che in gioventù ero un cultore dei cibi cucinati dai due grandi, avendo fatto incetta e collazionato le ricette della signora Maigret e di Nero Wolfe. Aspettiamo allora come si evolverà il commissario negli anni Trenta.
Per riparare a torti sulle cure libropatiche che ho saltato nel tempo, e poiché voglio farvi un poderoso regalo epifanico, questa volta l’allegato festivo contiene una miscellanea di cure: alcolismo, balbuzie, aborti, confronti, mal di denti ed egoismo.
Domani Cuba, dopodomani il mondo. Un saluto pensando al Che.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

BEFANA 2016
Per inversioni di letture ed altri accidenti, ho saltato molte cure, ma possiamo (e dobbiamo) rimediare con questo maxi regalo epifanico. Soprattutto perché andiamo a recuperare cure passate dal punto di vista alfabetico, ma non ancora descritte. E poiché vi voglio “bene”, ve ne invio ben sei!

RECUPERO DI LIBRI LETTI PER CURE PASSATE

ALCOLISMO

Stephen King            ”Shining”
Malcolm Lowry          “Sotto il vulcano”
Luciano Bianciardi      “La vita agra”
John L. Parker Jr.      “Once a Runner”
Gli alcolisti stanno alle pagine dei romanzi come i cubetti di ghiaccio a un bicchiere di gin. Perché? Perché l’alcol scioglie la lingua. E perché sono sempre i vecchi ubriaconi che ci placcano e ci costringono ad ascoltare le loro storie. Quando capita in un libro, ci possiamo godere quegli sproloqui senza il fiato che sa di birra. Lasciamoli nei libri, però. Nessuno vuole ritrovarsene uno in casa; se pensate dì stare andando in quella direzione, il nostro consiglio è mettervi paura con un paio di efficaci rappresentazioni di come ci si può ridurre. La nostra cura va assunta in tre parti - tre cocktail belli forti, per darvi un assaggio del vostro potenziale destino, seguiti da un ultimo sorso che vi spingerà a tornare sobri, mettere le scarpe da ginnastica e correre via, verso una nuova vita priva di alcol.
Jack Torrance, lo scrittore protagonista di “Shining” di Stephen King, ha avuto a che dire con la bottiglia per anni. Anche se la moglie gli è rimasta vicino, ha perduto la sua fiducia quando ha rotto il braccio del figlio Danny in un eccesso di rabbia alimentata dall’alcol. Accettando un lavoro per l’inverno, come custode dell’Overlook Hotel sulle Montagne Rocciose del Colorado, spera di riavvicinarsi a entrambi e di rimettersi in carreggiata come scrittore con un nuovo copione teatrale.
I due peggiori ostacoli alla felicità di Jack sono stati un’eccessiva dipendenza dall’alcol e un temperamento esplosivo - non proprio la combinazione migliore da portare in un albergo enorme e sinistro, dove si rischia di rimanere tagliati fuori dal resto del mondo per diverse settimane quando inizia a nevicare sul serio. Jack comincia a lavorare con la ferma convinzione che resterà sobrio. Uno dei misteriosi poteri dell’Overlook, tuttavia - a parte un’architettura che cambia da sola periodicamente - è la capacità di tirare fuori cocktail dal nulla.
All’inizio esistono solo nella fantasia di Jack; ben presto, tuttavia, l’uomo si vede servire del vero gin dal (defunto) barista, Lloyd. Per Jack guardare nelle profondità di quel bicchiere di gin è «come annegare»: è il primo drink che porta alle labbra da anni. In compagnia di spiriti sempre più maligni, lo spettro latente del suo alcolismo è più che lieto di uscire allo scoperto e lasciarsi andare. Guardare Jack mentre si distrugge vi metterà paura in molti modi e vi spingerà verso il succo d’arancia piuttosto che tra le braccia del demone dell’alcol.
Gli ubriaconi tendono a essere inebrianti o irritanti. “Sotto il vulcano” di Malcolm Lowry, la cui vicenda si svolge durante i festeggiamenti per il Giorno dei Morti nella città messicana di Quauhnahuac, ci mostra entrambi questi aspetti nella psiche del suo eroe dipsomane, Geoffrey Firmin. Console britannico di questa cittadina all’ombra di un vulcano, passa la giornata a destreggiarsi tra il suo bisogno di bere e il complicato ritorno della sua ex moglie, Yvonne. Quello dovrebbe essere il giorno più importante della sua vita, sospetta, ma non riesce a fare altro che bere, dicendo a se stesso che se si scola una birra è «per le vitamine» (in realtà, non è che gli importi molto del cibo), e temendo l’arrivo di nuovi ospiti senza un’adeguata provvista di liquori.
Gli eventi descritti occupano solo un giorno, e avvengono per lo più nella testa del console, e tuttavia questo romanzo di enorme potenza raggiunge un respiro quasi epico. Mentre i festeggiamenti si avviano al culmine, il console precipita in maniera sempre più tragica e inesorabile verso l’autodistruzione, coi pensieri sempre corretti a whisky e mescal. A volte le sue riflessioni sono dense di umorismo nero, con ripetute allusioni a Faust; Firmin si sta dirigendo allegramente all’inferno - e le sue ultime natole, «Cristo, che modo squallido di morire», anticipate in apertura del romanzo dall’amico regista Laruelle, fungono da spaventoso promemoria di quanto sia terribile imboccare, nella vita, simili strade.
Sì, d’accordo, anche se non si sta in Messico e si vive in Occidente e ci si accorge che si cammina per strada come un guscio vuoto in mezzo a una folla di ectoplasmi, di ultracorpi e di baccelloni, a volte viene la voglia di chiudersi a doppia mandata in una camera, e serrare le finestre, e bere come un ossesso, con la rabbia di «un’ostrica malata», per scrollarsi di dosso il fastidio per tutta questa società della grana e dell’indifferenza, per la sua «diseducazione sentimentale» senza rimedio. Come fece Luciano, ai tempi del Miracolo Economico, traducendo di giorno i libri degli altri per guadagnarsi il pane e progettando la notte improbabili imprese anarchiche, come quella di far saltare in aria il torracchione di vetro e cemento dell’impresa che aveva ucciso i suoi amici minatori, in Maremma, e che «oggi aumenta i dividendi e apre a sinistra». Dalla finestra della sua stanza, Milano è ancora avvolta da una nebbia che sembra nascere dal fiato degli ubriachi, gli unici a sapere lucidamente quanto la dolce vita possa essere agra. Ma prima di farci disintegrare il fegato dall’acidità lasciamo le finestre aperte, buttiamo via tutte le bottiglie vuote che occupano il pavimento della nostra casa e andiamo per strada a leggere a chiunque l’accorato invito di Luciano a «non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi e anzi a rinunciare a quelli che si hanno».
Basta con gli avvertimenti! Chi cerca di perdere certe dannose abitudini ha bisogno anche di uno splendido esempio che possa ispirarlo - di un'alternativa a quel modo di vivere. Per questo scopo vi invitiamo a leggere “Once a Runner” di John L. Parker, Jr. Pubblicato a spese dell’autore nel 1978 e diventato subito libro di culto viene considerato una specie di romanzo-manuale per appassionati della corsa (un altro caso di biblioterapia applicata, insomma). Racconta la storia di Quenton Cassidy, membro della squadra di atletica della Southeastern University, che si allena con Bruce Denton, vincitore della medaglia d’oro olimpica sulla distanza del miglio. Denton spinge lui e i suoi compagni a superare limiti dei quali ignoravano perfino l’esistenza. Si esalta per gli innumerevoli giri di pista che Denton lo costringe a correre, finché non orina sangue e scoppia a piangere, mentre le sue “gambe dure come mogano” continuano a martellare il terreno. Al culmine dello sforzo, si sente «così vitale, così veloce, così quasi immortale» da sapere che la vita non sarà più «struggente» come in quel momento.
Lasciatevi ispirare da “Once a Runner”, fino a cambiare completamente il vostro rapporto con il corpo per spingerlo fino al limite in senso positivo, per metterlo al lavoro e vedere che cosa riesce a fare. Mentre Firmin, nel romanzo di Lowry, si augura che il tempo tra un drink e l’altro passi più in fretta possibile Cassidy, in quello di John Parker riempie di senso ogni secondo, ottenendone tutto ciò che può. La pura gioia – e il dolore – della corsa, il sudore e la determinazione spietata sono quanto di più lontano ci si possa spingere dal nichilismo dell’alcolista. Compratevi un paio di scarpe da ginnastica, e servitevi, dopo cena, questo romanzo invece di un drink. Che possa diventare un simbolo del vostro impegno a rinunciare ai liquori.

BALBUZIE

David Mitchell          “A casa di Dio”
Paul Auster             “Mr. Vertigo”
Il racconto più perspicace della difficoltà di vivere con un difetto di pronuncia che conosciamo - in questo caso, la balbuzie del tredicenne Jason Taylor - è “A casa di Dio” di David Mitchell. Jason pensa molto e con intelligenza alla sua balbuzie, che lo ha colpito all’età di otto anni - più o meno quando il matrimonio dei genitori aveva iniziato a sfasciarsi. Jason si è accorto, per esempio, che «il boia», come chiama la sua balbuzie, interessa in particolare le parole che iniziano con la «N» (anche se poi si sposta su quelle che iniziano per «S», una notevole porzione del vocabolario); che il modo migliore per «ingannare» il boia è controllare una frase in anticipo per vedere se ci sono parole a rischio e scambiare quello che si vuol dire con qualcosa che si può dire; infine, che i balbuzienti difficilmente possono avere la meglio in una discussione con una battuta o una risposta secca, perché «appena cominci a balbettare, p-p-pronti, è a-a-andata, t-t-t-tartaglione!».
Quando la tensione in famiglia aumenta e la balbuzie peggiora, tutti i bulli del posto cominciano a prendersela con lui. Si comincia in maniera blanda, ma si arriva presto a livelli strazianti, e condividiamo il dolore di Jason mentre lo guardiamo aggrapparsi alla propria reputazione ormai a brandelli. Poi succede qualcosa di magico: Jason scopre la poesia e con l’aiuto della signora de Roo, la sua logopedista, e di una donna un po’ esotica che abita dalle sue parti, la signora Crommelynk, che si assicura che i suoi contributi anonimi al giornalino della parrocchia vengano pubblicati, stringe un nuovo legame con le parole, imparando ad amarle e a usarle per raccontare la sua verità. Mentre il racconto di Jason diventa sempre più lirico - un impressionante gioco di prestigio da parte di Mitchell – inizia anche la sua metamorfosi da persona piena di invidia per chi riesce a dire «quello che vuole proprio mentre lo pensa» a qualcuno per cui le parole sono, finalmente, un bellissimo strumento.
La cura di Jason potrebbe non funzionare anche per voi, visto che tutti i difetti di pronuncia sono diversi. Guardarlo arrivare al punto in cui riesce a far scendere uno «sbalordito silenzio» su tutta la classe, tuttavia, con una risposta data con tempismo perfetto e degno di un metronomo vi scalderà il cuore. Se la vostra lingua vi crea qualche problema, da questo romanzo imparerete almeno due cose: voi, come Jason, sarete più maturi per avere combattuto questa battaglia e, ancora come Jason, e come il ramo di un albero, se verrete recisi a un’estremità, probabilmente fiorirete da un’altra.
A margine, non dimenticate neppure l’esempio di un pugile creato dalla fervida penna di Paul Auster che fece del suo difetto di pronuncia un nome di battaglia. Lo chiamavano Balbetta Groogan, ma di lui non sono rimaste testimonianze filmate né interviste; l'unico modo per rivederlo in movimento, sulle sue bianche scarpette da boxeur, è correre in libreria e comprarvi Mr. Vertigo.

BAMBINO, PERDERE UN

Audrey Niffenegger  “La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo”
Perdere un bambino per un aborto spontaneo è un fatto doloroso, sanguinoso e solitario. In casi molto rari può rivelarsi un sollievo, ma il più delle volte il suo arrivo è accolto con rassegnata disperazione. Anche se la logica vi dimostra che il feto non poteva farcela, che il trenta per cento delle gravidanze finiscono a questo modo, che è solo un modo in cui la natura fa la propria selezione, sarete in piena tempesta ormonale e soffrirete molto anche fisicamente. Durante il recupero (a letto, speriamo), leggete “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo”.
Clare ha amato lo stesso uomo da tutta la vita. Lo ha incontrato quando aveva solo sei anni, e lui trentacinque. Henry non è un pedofilo, ma un uomo che viaggia nel tempo, e sa che nel suo futuro, e in quello di lei, saranno sposati.
La storia strana e inquietante del loro amore è tanto straziante quanto meravigliosa. Clare aspetta Henry, respingendo tutti i suoi pretendenti. Ma l’impossibilità di controllare la loro storia d’amore è stressante: Henry non può scegliere quando partire - a volte la lascia sola per mesi, addirittura per anni - anche mentre sono felicemente sposati. Forse è per questo che lei diventa un artista, e affronta la solitudine accogliendola nelle sue opere.
I veri problemi iniziano quando i due cercano di avere un bambino. Clare subisce cinque aborti spontanei prima che alla coppia venga in mente che i feti potrebbero ereditare il gene del padre - e lasciare prematuramente il grembo materno. Ogni volta che succede restano lenzuola intrise di sangue, a volte un «piccolo mostro» in mano a Clare, la speranza e la disperazione che si inseguono da vicino. Clare insiste perché ha un disperato desiderio di avere un figlio - e alla fine troveranno il modo per aggirare la loro difficile situazione. Lei, tuttavia, soffre per ogni perdita come farebbe chiunque, e assistere al suo dolore è profondamente catartico. Se anche voi siete determinate allo stesso modo, continuate a provare e ci auguriamo che questo romanzo innamorato della vita riesca a darvi la necessaria ispirazione, oltre che a consolarvi.

CONFRONTO, PAURA DEL

Chaim Potok             “Il mio nome è Asher Lev”
Noi che temiamo il confronto siamo nati costruttori di pace - o, per dirla con meno gentilezza, mezze calzette, gente alla fai-come-vuoi-tu. Ci arrendiamo al minimo accenno di disaccordo. Proprio così! Anzi, se lo dici tu, non è proprio così. La nostra peggiore paura, lo sai, sono le discussioni. Faremo di tutto per evitarle. Rinnegheremo le nostre parole, sorrideremo nonostante la rabbia, farfuglieremo qualche autocritica e lasceremo tutto agli altri. Poi resteremo a cuocere a fuoco lento, e il conflitto irrisolto si aggraverà fino a quando esploderà con violenza un altro giorno o rimarrà a covare sotto la cenere per decenni, provocando un dolore intangibile ma reale.
Superare la paura del confronto è essenziale se volete avere qualche speranza di riuscire ad affrontare i conflitti come e quando insorgeranno, com’è inevitabile. Vi consigliamo di studiare l’eroe eponimo di “Il mio nome è Asher Lev” di Chaim Potok. Asher si scontra coi genitori già molto giovane, a causa del suo prodigioso talento per la pittura. Da ebrei cassidici, i genitori non pensano che l’arte sia un’attività dignitosa. Asher, tuttavia, non è in grado di controllare il proprio talento. Disegna in continuazione, a volte senza nemmeno rendersene conto. Un giorno, a scuola, su una pagina interna del suo Pentateuco appare un volto, tratteggiato con la penna stilografica. I compagni sono allibiti per questa profanazione del libro sacro, e i genitori di Lev si sentono attaccati personalmente. L’abitudine del ragazzo a reprimere la propria vena artistica, tuttavia, è già così radicata che non si ricorda nemmeno di aver disegnato quel volto.
Il conflitto interno alla famiglia è una pena per gli occhi, mentre i genitori di Asher si sforzano di comprendere il figlio. La madre, Rikveh, è rimasta segnata dalla perdita del fratello ed è terrorizzata che Asher possa scomparire a sua volta; il fatto che lui resti fuori fino a tardi a disegnare al museo, senza informarla, non l’aiuta. La donna è divisa tra il marito e il figlio. Aryeh, il padre di Asher, è sempre deluso dalle scelte del figlio, e quando i due trascorrono del tempo insieme la situazione diventa esplosiva. Il leader della comunità cassidica di Ladover esercita una profonda influenza su tutti loro. Uomo saggio e forte, quando parla con Asher riesce a farsi ascoltare, e a ricordare al ragazzo le proprie radici. «Mi dicono che un giorno il mondo ti conoscerà come un artista» dice. «Prego il Signore dell’Universo che il mondo, un giorno, possa conoscerti anche come ebreo. Comprendi le mie parole?». Lui non disapprova la vena artistica di Asher, ma vorrebbe che il giovane si dedicasse con altrettanto zelo all’ebraismo. Il modo in cui Asher gestisce questi conflitti di interesse è far finta che non esistano il più a lungo possibile - come risultato, si tormenterà per anni.
Se il vostro conflitto nasce da credenze, ambizioni, modi di vedere la vita diversi o semplicemente da problemi famigliari, affrontatelo, prima che si aggravi e produca una allontanamento, o qualcosa di peggio.

DENTI, FASTIDIO AI

Saul Bellow               “Il re della pioggia”
Se non avete mai sentito parlare di questo male, è chiaro che non sapete chi è Henderson, il derelitto protagonista de “Il re della pioggia” di Saul Bellow. Ma se lo conoscete - e/o ne soffrite - probabilmente conoscete anche lui. A Gene Henderson, infatti - un milionario di cinquantacinque anni dai modi spicci, il naso grosso e tanti figli da non ricordare i nomi di tutti - i denti danno fastidio da tutta la sua vita. Ogni suo dolore, fisico ed emotivo (e lui soffre parecchio) si raccoglie in realtà proprio nei denti. Quando è arrabbiato gli dolgono le gengive. Quando ha di fronte una bellezza che toglie il fiato, i denti gli danno prurito. E quando le sue mogli, le sue ragazze, i suoi figli, la sua fattoria, i suoi animali, le sue abitudini, i suoi soldi, le sue lezioni di violino, la sua ubriachezza, la sua brutalità, le emorroidi, gli svenimenti, il volto, l’anima e - sì - i suoi denti, cominciano tutti insieme a dargli problemi, decide di autoinvitarsi al viaggio di nozze del suo amico Charlie, in Africa, e laggiù ritrovare se stesso.
Non funziona, però. Quello che trova è lo stesso milionario di cinquantacinque anni dai modi spicci che ha lasciato. Per di più, mentre è in viaggio rompe il ponte che ha su un lato della bocca, rovinando il costoso e complicato lavoro del proprio dentista e si sputa in mano parecchi frammenti di molare artificiale.
Il fastidio ai denti è una malattia rara, ma esiste - e non solo nei romanzi di Bellow. Il tormento di chi ne soffre è quasi insopportabile. L’unica cosa che può fare impazzire una persona più del fastidio ai denti è non essere creduta quando ne parla con gli altri. Adesso, tuttavia, potrà regalare ai dubbiosi questo strepitoso romanzo, e usarlo come un ariete per smuovere, finalmente, un po’ di compassione per la propria sventura.

EGOISMO

Ken Kesey                “Qualcuno volò sul nido del cuculo”
Da qualche tempo, essere egoisti è stato sdoganato come un tratto positivo della personalità. Occupati prima delle tue esigenze, dicono tutti i manuali. Assicurati di arrivare in cima. Pensare prima a te stesso può farti guadagnare un sacco di soldi e una poltrona girevole da amministratore delegato, ma non ti porterà mai nuovi amici - o, almeno, non il genere di amici che vorresti. A meno che non troviate divertente guardare le persone intorno a voi che se la passano male, essere egoisti non vi renderà mai felici.
È tempo di prendere ispirazione da uno dei nostri personaggi preferiti della letteratura, Randle P. McMurphy, l'irlandese coraggioso e impudente di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, il romanzo di denuncia sugli istituti psichiatrici, l’elettroshock e la lobotomia pubblicato da Ken Kesey nel 1962. Con la sua sonora risata e il rifiuto assoluto di farsi intimidire, McMurphy mette in subbuglio le vite degli Acuti e dei Cronici del manicomio - uomini feriti, abbandonati dalla società che li ha creati - e le cambia per sempre.
McMurphy non è disinteressato nel solito, noioso modo dei santi e dei martiri. Come il medico che lo ricovera legge sul suo fascicolo, è probabile che si stia fingendo malato di mente per evitare i lavori forzati là dove era detenuto fino a quel momento. Soprattutto, McMurphy vuole divertirsi, e mentre fa il giro del reparto presentandosi agli altri, insistendo a voler stringete la mano anche alle Sedie a rotelle, ai Passeggiatori e ai Vegetali, sembra che voglia semplicemente affermare il proprio dominio sul gruppo. Lo spirito irrefrenabile di McMurphy, tuttavia, presto comincia a fare effetto su quegli uomini. Quando ride, è la prima risata che Capo Bromden - il narratore, un indiano americano apparentemente sordomuto, che è lì da più tempo di tutti - sente da anni. McMurphy sa che in quel luogo dominato dalla paura e dalla vigliaccheria, governato dalla tirannica capo-infermiera Ratched, nessuno dei pazienti può migliorare. Sa, e lo dice, che quando si perde la capacità di ridere si perde ogni punto d’appoggio.
E cosi, in modo sottile e forse non dei tutto consapevolmente, McMurphy comincia a ricostruire l’autostima degli altri pazienti, ammiccando e scherzando durante gli incontri di terapia di gruppo per tirare fuori una risata da qualcuno degli Acuti, repressi e traumatizzati fin da piccoli, convincendo il dottore a lasciarli giocare a basket nei corridoi, ascoltando Capo Bromden che è «grosso come una montagna» ma è convinto di essere minuscolo, cercando di capire perché. Quando, un giorno, porta dodici pazienti a una battuta di pesca in alto mare insieme a due prostitute, li premia per il coraggio che hanno dimostrato andando con lui insegnando loro come un po’ di spavalderia possa aiutarli, anche se bisogna fingere. Quello che segue è il racconto di una giornata gloriosa e commovente, in cui la risata torna a gonfiare il petto degli uomini, e ricorda loro quello che potrebbero essere.
McMurphy non era obbligato a portarli con sé sulla barca. Non era obbligato a condividere con loro le sue idee. Non era obbligato a invitare una delle prostitute, Candy, alla festa d’addio, e certo non era obbligato a ritardare la propria fuga perché il giovane, balbuziente Billy Bibbit potesse trascorrere la sua prima notte con una donna. Pagherà un prezzo terribile.
L’altruismo, però, funziona così. Non riguarda te, riguarda tutti gli altri. E per cosa preferiresti essere ricordato, per avere riportato la gioia e la risata nelle vite degli altri o per esserti preoccupato che fosse tutto a posto nella tua? Dimenticatevi del numero uno. Da oggi in poi, pensate al numero due e a tutti quelli che seguono.

Bugiardino

Di questi dieci libri, ne ho tramati sei, come riporto sotto. Ho letto in giovinezza Lowry e Bianciardi, ma non posso dire di ricordarne la trama tanto da poterne dibattere. Mentre non conosco né Parker jr., né Mitchell. Per facilitare i rimandi riporto i “titoli” delle malattie.

ALCOLISMO

Ho tramato solo il libro di King, che, sul lato alcool, mi trova concorde con la necessità di utilizzarlo come deterrente. Anche se, poi, è pieno di molto altro, come potete leggere sotto.
Stephen King “Shining” Bompiani euro 13
[pubblicato il 03 maggio 2015]
Non avrei certo letto un altro libro di Stephen King, autore che confesso non mi piace affatto, se non spinto dalla libropeutica di Berthoud & Elderkin. E mentre rimando a quel filone di discussione l’approfondimento su cosa possa curare omeopaticamente questo libro, per quanto riguardo il romanzo in sé, devo dire che mi sento di ripetere la risposta che Kubrick dette a King quando questi vide il film, e ne rimase contrariato, affermando che non era molto coerente con il suo romanzo. Per tutta risposta, Kubrick affermò che il libro «non era poi un gran capolavoro». Ed è proprio così. Non è un capolavoro. È un buon romanzo thriller, con un crescente di tensione, ma con una assoluta mancanza di spiegazioni, non dico razionali, ma convincenti su tutto quanto avviene nelle quasi 600 pagine del libro. Credo che la storia sia super-conosciuta, quindi ne parlo ma solo perché nel libro ci sono cose diverse dal film che tutti credo abbiano visto. La storia è la caduta verso la pazzia di Jack Torrence, trentenne scrittore fallito e alcolista non pentito. La storia è il rapporto tra Jack e sua moglie Wendy, dall’amore giovanile alle attuali paure. La storia è la vita di Danny, il figlio di Jack e Wendy, quello che ha dei poteri paranormali, che sente i pensieri, che, come dice il salvatore della patria Dick (poi vedremo perché e come), ha “l’aura” o meglio, in inglese “the shining”. Che il titolo (del libro e del film) è con l’articolo. E si riferisce al potere di Danny. Il libro poi è più complesso, che non parla solo dell’Overlook Hotel e delle vicende che vi avvengono quando Jack accetta il posto di guardiano invernale dell’albergo. Perché seguiamo i motivi che portano Jack ad accettare quel posto: il suo inizio come scrittore che vende alcuni racconti, ingaggiato come professore in una università privata, la difficoltà di scrivere una commedia, l’incontro con Al che lo porta ad amare la bottiglia ed il suo contenuto (soprattutto Martini Cocktail), l’incapacità di reagire alle sfortune, la violenza con il figlio di Danny (cui rompe un braccio in un accesso alcolico), il passaggio (misterioso, e non completamente spiegato) verso l’astinenza completa da alcolici, la rabbia che sale senza sfogo, il pestaggio che rivolge ad un suo studente con cui entra in conflitto, il licenziamento dall’università, e la necessità di trovare un lavoro. In parallelo, vediamo la crescita di Danny, che sente i pensieri, che ha un amico nascosto che gli dice cosa fare e cosa non fare, che si angoscia per il possibile divorzio dei genitori (contro di cui usa tutte le sue armi “paranormali”), la paura che gli prende quando si trova nell’albergo in montagna. Qui King usa tutte le sue armi, dopo aver fatto i suoi flashback per spiegarci (nelle prime 300 pagine) chi siano i nostri tre (anche se Wendy mi rimane sempre molto moscia). Si passa dall’inizio post-estivo dell’albergo che si svuota dei clienti prima dell’inverno, e le storie che il guardiano estivo Watson narra a Jack: le strane morti, i sucidi nella stanza 217, l’uccisione di un mafioso nell’appartamento presidenziale, sino alla strage effettuata dal precedente guardiano invernale verso la moglie e le due figlie gemelle. Vediamo il parco giochi. Vediamo le siepi a forma di animali (ed avranno un ruolo nell’angoscia di Jack, che sotto effetto dell’efedrina immagina questi animali muoversi per volerlo assalirlo), quelli che, erratamente, Kubrick trasforma nel famoso labirinto della morte. Vediamo il cuoco Dick, che ha un piccolo potere di “shine”, ma che lo riconosce in Danny e gli spiega come non averne paura. Poi si avvicina l’inverno. Poi comincia a nevicare, l’albergo viene ad isolarsi dal mondo, rimanendo l’unico compito di jack quello di controllare che la caldaia non si surriscaldi troppo, per evitare catastrofi. Da qui in poi, è un crescendo di non-spiegazioni. Jack, probabilmente, in astinenza da eccitanti, e non riuscendo a scrivere la sua commedia, quella che gli darà la fama e gli onori, comincia a cadere in paranoia, pensa che ci siano forze che gli vogliono tarpare le ali (scusa che estremizza l’incapacità di accettare la propria mediocrità). Ed ecco, le foto si animano, ci sono balli notturni di fantasmi, ci sono incontri con il guardiano assassino. Ed anche Danny è preso da questo vortice di anormalità, si aggira per posti incongrui, ed apre la famosa stanza 217, dove trova il cadavere di una donna (quella suicida) e dopo una fuga Wendy lo trova con dei segni sul collo. Danny dice che è stata la morta, Wendy pensa sia stato Jack ormai incontrollabile. Con un messaggio super-potente del suo shine, Danny chiama Dick che intanto sta al caldo in Florida (e ricordo che l’Overlook sta in Colorado…). Dick si precipita, ma intanto Jack è ormai al di là di ogni ritorno. Ed usando un mazzuolo da “roque” (gioco derivato dal croquet inglese, dove si usa una mazza con una superficie di gomma dura ed una di ferro) cerca di sterminare tutti quanti. Ferisce seriamente Wendy, stordisce quasi a morte l’arrivato Dick, ed insegue Danny in soffitta. Qui, con uno sforzo enorme, Danny fa tornare per un attimo Jack in sé, mentre lo sta quasi uccidendo. E Danny gli dice che la caldaia sta per scoppiare. Jack deve decidere se uccidere Danny e pensare alla caldaia o fare l’inverso. Ma Jack, nel fondo, ama il figlio, corre in cantina e, capendo che se si salva, poi, ucciderà Danny, invece di abbassare la caldaia, la alza al massimo e salta in aria con l’albergo. E tutto finisce con Wendy in ospedale, che riprenderà una vita quasi normale con il piccolo, ma quanto traumatizzato, Danny. Mi sono dilungato molto sul libro, più di quanto pensassi. Anche perché mi da modo di dare qualche tocco di confronto con il film (così faccio vedere quanto conosco il regista, come sa il mio amico Luciano). Intanto, nel film la stanza maledetta diventa la 237 (così l’albergo-modello non avrebbe avuto problemi per i suoi clienti). Poi, si salta molto su quanto succede prima dell’inverno, per cui nel film poco si capisce della pazzia di Jack. Ma s’insiste molto sui poteri “assassini” dell’albergo, similmente al libro, ed in entrambi i casi non si capisce perché. Poi ci sono le siepi a forma di animali, che impauriscono prima Danny, poi Jack e che nel libro tentano di fermare la corsa verso il salvataggio di Dick. Nel film invece, molto simbolicamente, Kubrick mette un labirinto di una tipologia che però (questo l’errore) non poteva vivere ai 2000 metri di altitudine dell’albergo. Poi c’è la mazza da roque, che Kubrick sostituisce con la famosa accetta, quella che colpisce più e più volte la porta del bagno dove è nascosta Wendy. Accetta che nel film uccide Dick, e nel libro, mazza che invece lo stordisce soltanto. Infine, Jack non muore congelato nel labirinto, ingannato da Danny che, camminando sopra i passi, fa perdere l’orientamento al padre, ma salta in aria (volontariamente) come a volersi redimere in un ultimo barlume di coscienza. Quindi, mentre in Kubrick le “pazzie” sono accettate come simboliche rappresentazioni, nel libro molte cose vengono non dette e non spiegate, ed a me hanno lasciato un gusto poco partecipe. Non dico voglio capire tutto (in fondo sono molto limitato) ma gradirei che l’autore desse la sua spiegazione. Cui io posso aderire o meno. Mentre questo passaggio sotto silenzio mi lascia freddo verso l’autore. E precipita il libro verso i voti bassi. Colpa anche di una confezione poco accurata, di cui do solo due esempi. A pagina 149 troviamo la frase “una versione riveduta e corretta dell’interi maledetta commedia”. E, poco dopo, a pagina 171: “Nella luce della lampada … il taccino del piccolo appariva teso”. Le sottolineature sono mie: non è difficile fare una concordanza singolare femminile, o e neanche tanto immaginare che Danny abbia un “faccino” e non un “taccino”. Odio l’incuria! Ed alla fine, beh, se vi piace King, leggetelo, io ho fatto un po’ di fatica per le lunghe pagine un po’ prolisse e poco convincenti per i miei gusti.

BALBUZIE

Questa è una cura monca, che il libro di Mitchell non lo conosco, ed il libro di Auster è pieno di tanto altro che l’episodio del pugile balbuziente fa parte di un inciso dentro una parentesi della vita di Walt. Vita che per altro è interessante leggere, come non mancherete di capire dalle mie parole.
Paul Auster “Mr. Vertigo” Einaudi euro 11
[pubblicato il 04 ottobre 2015]
Ogni volta che prendo in mano un libro di Auster, anche se meno intensamente, ripenso alle prime discussioni che ne ebbi con la mia amica Luana (quella di John Fante, amici). Cui ora aggiungo le letture che ho fatto della di lui moglie, Siri Hustvedt. Che alla fine mi danno un bel quadro di una vita familiare che trasferisce sulla carta le proprie idee. Così se ne discute. Auster in questo ventennale romanzo non ha la forza e l’oniricità della Trilogia di New York. C’è una bella scrittura, inventiva quanto basta, la solita follia (tutta la storia si basa su di un ragazzo che impara a lievitare). Ci sono due temi fondamentali, che sarebbe bene non dimenticare mai: il razzismo e le modalità educative. Il primo è un perno della dottrina di Auster: rispettare il diverso, capirlo, conviverci. Il secondo, per me più nuovo, è la descrizione come una grande forza di volontà possa trovare il modo di far penetrare vie educative in persone diverse con culture diverse. Il romanzo è la storia della sua vita raccontata dall’anziano Walt Rawley. Comincia da quando, orfano in St. Louis, maltrattato dallo zio Slim, incontro uno strano personaggio: un profugo ungherese, che si fa chiamare Maestro Yehudi, e che convince Walt che gli insegnerà a volare. Tutta la prima parte si fonda sui modi educativi del Maestro, che devono portare Walt a sentirsi “fuori dal sé”, per apprendere a lievitare. Nel mondo del Maestro, sono poi presenti un ragazzo etiope, Esopo, grande lettore, e l’angelo custode della casa, l’indiana Mamma Sioux, nipote di Toro Seduto. Walt progredisce, ma prima di fare il salto finale (siamo nell’America degli Anni Venti) il Ku Klux Klan brucia la casa, uccidendo Esopo e l’indiana. Che se in un primo tempo erano anche per Walt “diversi”, aveva imparato ad amarli. Walt ed il Maestro sono distrutti e si rifugiano per qualche tempo da un’amica del Maestro, Mrs. Witherspoon. Si riprendono alfine, anche perché Walt comincia a lievitare. Si organizzano spettacoli in tutta l’America. Walt migliora sempre, ma, man mano che si avvicina alla pubertà, la lievitazione gli provoca forti mal di testa. Decidono di smettere (hanno ormai un bel gruzzolo) e Walt pensa di fare l’attore ad Hollywood. Sulla strada per la California sono però assaliti dalla banda capeggiata dallo zio Slim, che li deruba di tutto, lasciando il Maestro in fin di vita. In punto di morte il Maestro confessa comunque di avere un cancro e che Walt, ormai se la deve cavare da solo. Il ragazzo, distrutto, passa i seguenti tre anni a cercare suo zio Slim, colpevole dell'incidente e della conseguente morte del Maestro per vendicarsi e, trovandolo, lo uccide facendogli bere una coppa di latte avvelenato. Contemporaneamente, il capo dello zio, un malvivente di nome Bingo gli propone di prendere il posto dello zio. Così anche qui Walt fa carriera, aprendo un locale dal nome Mr. Vertigo (per ricordare le vertigini della lievitazione). Auster ci mostra sempre che con delle buone capacità di base, si riesce sempre a sfondare, in America (il mito del self-made-man). Fino ad un certo punto, che poi ci vuole anche intelligenza ed applicazione. Così Walt fa spesso carriera, poi si arena. Come qui, nel suo locale, dove s’intestardisce dietro ad un giocatore di baseball in rovina, tanto che andrà fuori di testa, verrà internato in un campo di lavoro (da dove salterà la guerra). Alla fine della guerra stessa, lavorando presso un fornaio, incontra il suo grande amore, Molly Fitzsimmons. Che sposa e con la quale vive per 23 anni, purtroppo senza avere figli. Alla di lei morte, si da all’alcool. Salvato dai suoi amici anche da questo abisso, si avvia verso i luoghi della sua infanzia, dove ritrova la signora Witherspoon, che gestisce una catena di lavanderie. Ne diventa il contabile, rimanendo lì a Wichita sino alla morte anche della sua ultima amica. Dopo di che, si siede ad un tavolino e comincia a scrivere questa storia. Si vede quindi che è una storia tra l’ingenuo ed il reale, tra il vero ed il falso, attraverso cui si passa solo abbandonando un po’ i freni della razionalità. Ed alla fine, anche se leggibile, non mi ha convinto fino in fondo, lasciandomi perplesso sulle avventure di questi errabondi americani. Non è certo spiacevole, ma non certo mi commuove come vorrebbe la quarta di copertina.
“I fatti nudi e crudi sarebbero andati benissimo, ma sul momento non seppi resistere alla tentazione di esagerare … ero un uomo di spettacolo, e non ebbi cuore di mandare a casa deluso un pubblico tanto bendisposto.” (156)
“Io di lei mi innamorai perché mi fece sentire a mio agio, perché riportò a galla la parte migliore di me … Era gentile, non serbava rancore, mi sosteneva, e non cercò mai di trasformarmi in qualcuno che non ero.” (268)

BAMBINO, PERDERE UN

Audrey Niffenegger “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” Mondadori euro 10
[pubblicato il 08 marzo 2015]
Avevo delle aspettative strane basendomi sul titolo e sulle immagini che poteva evocare. Purtroppo tutte fallaci. Non che mi aspettassi un libro di fantascienza, ma l’idea di base del romanzo avrebbe dovuto trovare, da qualche parte, una sua soluzione e/o spiegazione. Invece rimane lì, per tutte e 500 le pagine, lasciandomi, alla fine, discretamente insoddisfatto. Non si saprà mai perché Henry, il protagonista, sia una PCD (Persona Cronologicamente Disturbata) e che quindi i suoi geni lo trasportano qua e là nel corso del tempo. Visto poi soggettivamente, in effetti, Henry sembra un essere immortale, perché, andando su e giù per gli anni, vive la sua vita un numero considerevole di volte. Tanto che, in alcuni momenti, è presente in un luogo con due età differenti (tipo “Ritorno al futuro”). E questo contrasta con l’assunto, che anche l’autrice fa, che non si posso alterare il tempo ed i fatti. Tanto che, quando viaggia nel tempo, Henry si ritrova sempre nudo, che portare vestiti in epoche diverse creerebbe alterazioni. Inoltre Henry non è consapevole del suo potere genetico, cioè lo subisce, per cui, ogni tanto, senza che lui sappia perché né come (a parte accusare stati di stress emotivo ed altre concause) si trova da un'altra parte. La storia, vista nel suo scorrere lineare, ci presenta appunto questo Henry, figlio di due musicisti, cui muore la madre a 6 anni in un incidente d’auto. Il padre un po’ lo accudisce, un po’ delega la vicina, la simpatica coreana Kim. Henry cresce, trova lavoro come bibliotecario, ha un po’ di avventure con diverse donne, fino ad incontrare LA donna della sua vita, Clare. Che sposa, e con cui costruisce una vita dignitosa, almeno nel presente di Clare. Diventa amico dei suoi amici, Gomez e Charisse. Aiuta Clare nel suo lavoro di artista. Poi passano un lungo periodo nel cercare di avere una prole. Che arriverà ma solo dopo sei aborti. Nasce Alba, che eredita, ma questa volta in modo consapevole, il dono paterno. Poi, almeno nella cronologia di Clare, Henry morirà. Ci sono anche altri sviluppi sentimental-buonisti, come la redenzione del padre di Henry che, sprofondato nell’alcool, ne uscirà per insegnare il violino ad Alba. Come lo spacciatore Ben, malato non terminale di AIDS, che aiuterà Henry con droghe varie a tenere, talvolta, sotto controllo il suo ondivagare. Ed altri avvenimenti minori. Detto così, il romanzo non è che un modello americano alla Casati Modignani (senza togliere nulla a Sveva, che ha scritto anche cose leggibili seppur non eccelse). L’incasinamento, e talvolta la bellezza, del romanzo deriva da due modalità narrative usate dalla scrittrice. La prima è quella delle due voci. Tutto il libro è narrato a due voci da Henry e da Clare. Spesso narrandoci lo stesso avvenimento dalle due prospettive. Spesso facendo proseguire la storia da una voce all’altre. Ed in questo, devo dire, quando la scrittrice da voce a Clare si sentono meglio sofferenze e gioie. E forse non è un caso che nel titolo si parli di “moglie dell’uomo”. Mi piace di più quando parla Clare, che vive una strana vita, ma la vive sua. Non Henry, che, andando su e giù, s’intorcina spesso. Si mette in situazioni imbarazzanti, soprattutto perché si ritrova sempre nudo da qualche parte. E facilmente la risolve quando trova dei vestiti. Non altrettanto quando si trova in un magazzino al gelo sottozero (e subirà forti danni) o quando verrà preso a fucilate comparendo improvvisamente in un prato (e non vi dirò né chi gli spara né le conseguenze di ciò). La seconda, che invece rende (o almeno ha reso a me) difficile la lettura, è che ogni capitolo, a volte anche ogni paragrafo, è preceduto dall’indicazione temporale di quando siamo (giorno, mese ed anno). E di quanti anni ha in quel momento Henry e di quanti ne ha Clare. Perché, e qui c’è il gioco magico iniziale che da spunto e vivacità a tutta la prima parte, Henry conosce Clare quando lei ha 6 anni e lui 30. E non si capisce come, ma il luogo dove s’incontrano (il giardino di casa di Clare) sarà quello più visitato da Henry durante i suoi viaggi. Come se ci fosse un buco temporale che lo porta lì. Peccato che, mentre Clare cresce linearmente, Henry si presenta ogni volta con età diverse. Questo è il gioco, come detto, che poi si ripercuote per tutto il libro. Dove Henry incontra a volte persone che in qualche su e giù ha già incontrato. A volte non si ricorda lui, a volte la persona che gli sta di fronte. Ma è tutta un’immane fatica, capire chi sia Henry in quel momento, chi sia Clare, tanto che a volte dovevo tornare indietro per rileggere la data. Certo, l’assunto finale di un amore che vada al di là dello spazio e del tempo, e che lega per sempre i due, è piacevole. Ed anche sentimentalmente ben congeniato. Ci vuole però tutta la pazienza e l’amore di Clare per sopportare una vita siffatta. Quindi, onore al merito della scrittura. Onore ai buoni sentimenti. Peccato per un’opera che, nelle premesse, avrebbe potuto meritare di più.
“Quando vivi con una donna impari ogni giorno qualcosa.” (275)
“A Chicago ci sono così tanti esempi di ottima architettura che ogni tanto l’amministrazione comunale si sente spinta a distruggerne qualcuno per costruire edifici orrendi che ci aiutino ad apprezzare quelli belli.” (329)

CONFRONTO, PAURA DEL

Qui siamo praticamente senza parole. Il confronto (o la mancanza del) è il motivo dominante del libro, come giustamente rilevano le mie libropeute. E tuttavia è anche molto altro, confronto con se stesso, ricerca della propria strada, e tutto quello che troverete leggendolo.
Chaim Potok “Il mio nome è Asher Lev” Garzanti euro 13
[pubblicato il 30 agosto 2015]
Altro bello e piacevole libro letto in questo febbraio in cui si è tornati a prendere in mano non dico dei classici, ma sicuramente dei libri sapienti, sempre sotto la guida della scrittura delle mie libropeute di “Curarsi con i libri”. Ed altro libro che, praticamente, si svolge come una potente biografia, anzi auto, visto che viene narrato in prima persona appunto da Asher Lev. Un ebreo, come dice chiaramente il nome. Non solo. Un ebreo cassidico, seguace dei dettami del riverito (e forse santo) rabbino polacco del 1700 Israel ben Eliezer. Ed anche di più, perché scritto da Herman Harold Potok, che assunse lo pseudonimo di Chaim (che significa “vita” in ebraico) e che, oltre ad essere uomo di lettere, fu anche un rabbino statunitense (fu, che purtroppo morì di tumore nel 2002 all’età di 73 anni). Forse più noto per il suo primo libro (“Danny l’eletto”) che io non ho letto, Potok imbastisce qui una trama forse scarna di avvenimenti, ma piena di interrogativi intellettuali, quelli che bene o male hanno fatto da corona a tutta la sua vita. Al centro il contrasto, forte ed insanabile, tra vocazione (o dono superiore) intellettuale e religione. Anche lo scrivere non è tra gli elementi di forza del pensiero chassidico (anche se devo confessare di aver letto di cosa tratti questa corrente ebraica ma di non averla capita fino in fondo), e Potok risolse il suo dramma interiore relegando la scrittura al tempo altro cui non dedicava la sua vita pubblica di rabbino. Qui, con il suo alter-ego Asher Lev, tenta di portare fino in fondo questa contraddizione, provando a vedere cosa succede facendo la scelta opposta. Asher è dotato, fin da piccolo, di una spiccata capacità di disegnare, e per buona parte del libro cerca di descrivere le sue sensazioni visive, il suo modo di cercarne la trasposizione in un mondo bidimensionale (la carta, la tela, i colori; come rendere il freddo del ghiaccio siberiano ad esempio, cercando di far arrivare all’osservatore l’angoscia di chi viene relegato in Siberia come ergastolano per motivi religiosi?). Il grande cruccio, il grande dilemma, è che Asher vive all’interno di una comunità cassidica di ebrei fuoriusciti russi, ora residenti a Brooklyn. Dove suo padre è uno dei più stretti collaboratori del capo della comunità. E per la comunità, il padre lavora, viaggia in America, si trasferisce per anni in Europa. Per cercare di diffondere e difendere il credo chassidico. E tutta la sua vita è improntata n questa direzione, così come quella di suo padre e del padre di suo padre. E la pittura non è contemplata come espressione consentita. Non che non si possano dipingere Abramo e calendari sacri. Non è concepita la pittura come espressione dei sentimenti, tanto quanto non sembra possibile o ipotizzabile esprimere comunque sentimenti. Certo, sembra almeno, rispetto ad altri elementi ebraici noti, il seguace chassidico è meno “triste”. Anche la vita è un dono di Dio, e va vissuta con gioia, anche cantando (e spesso si canta durante le festività). La più alta forma di vita è quella dedicata a proteggere gli altri ebrei, a leggere la Torah, ed a santificare le feste, in particolare il Sabato. Asher è stritolato tra il suo dono e l’amore verso il padre. In tutto ciò non bilanciato dalla madre, che vuole bene ad entrambi, ma che non riesce a trovare il modo di farli comunicare. Sarà il capo della comunità a proporre una soluzione, affidando l’educazione a Jacob un membro della stessa un po’ ai bordi, ma che è un grande artista, che ha dipinto con Picasso al Bateau Lavoire (ed io ricordo ancora la bellissima piazzetta Émile-Goudeau a Montmartre). Jacob insegna realmente ad Asher come utilizzare la sua arte, e lo mette in contatto con i mercanti d’arte. Bello è tutto l’apprendistato del giovane, i suoi tentativi. Ed il successo della sua prima mostra, dove la sua comunità non va perché espone dei nudi (vedi sotto il bel commento). Quindi Asher va anche a lungo in Europa, soprattutto a Firenze e Parigi, dove s’immerge nei doni dei quadri e delle sculture che vi sono in quantità (stupenda la descrizione della scoperta della Pietà di Michelangelo). Qui fa l’ultimo passo e balzo in avanti. Passo che si preannunciava sin dall’inizio, quando, oltre alla Torah, Asher andava guardando i quadri dei musei newyorkesi, soprattutto quelli della Crocefissione di Gesù. Qui bisogna fare un inciso di carattere storico atto ad una migliore comprensione del racconto: da un lato, ci si narra che il nonno di Asher venne ucciso da un cristiano in tempo di Pasqua, dall’altro non si narra, ma si da per scontato da parte di Potok visto la sua storia personale, come la setta chassidica nacque in un momento di grande fermento religioso nell’ebraismo dovuto alla vicenda settecentesca dei falsi messia Sabbat Zevi e Jacob Frank, e soprattutto della conversione dei frankisti al cristianesimo. Motivo questo che rende l’ebreo chassidico particolarmente sensibile al motivo di Gesù e della croce. Comunque Asher a Parigi dipinge il suo capolavoro, intitolato “Crocefissione a Brooklyn”, dove, inserite in serti crocefiggenti, ritrae tutto il dolore di sua madre, di suo padre ed anche suo per tutti i contrasti personali e religiosi avuti nella loro vita. Il quadro avrà un enorme successo nella mostra di Asher Lev, ma segnerà la rottura definitiva con il padre, ed il suo esilio in Francia da parte della comunità. Che rispetta il dono, ma solo lontano da sé. In fondo, ripensando al libro è quasi più denso di cose rispetto a come mi era scorso sotto gli occhi. Ma tutto, e Potok lo rende magistralmente, all’interno di quel conflitto, in cui Asher sente di avere il dono, ma non se la sente, non vuole, (e non lo farà) allontanarsi dalla religione e dalle pratiche chassidiche. Un bel libro di idee, ben scritto, che pone domande. E quando un libro fa riflettere raggiunge un altro dei suoi nobili scopi. Bello, infine, lo scorrere della Storia in sottofondo, che il nostro pittore nasce nel 1943, e percorre, da ebreo, tutti gli avvenimenti di 25 anni di storia (la rinascita post-bellica, la morte di Stalin, l’ascesa di Kennedy, fino all’alluvione di Firenze). Insomma, un libro da leggere e da discutere.
“È un uomo testardo. Essere testardi è allo stesso tempo una debolezza e una forza.” (235)
“- Asher, sono tuo padre, sono un uomo sufficientemente intelligente. Dimmi qual è la differenza tra una donna nuda ed un nudo. – Una donna nuda è una donna senza vestiti. Un nudo è una visione personale dell’artista di un corpo senza vestiti.” (258)

DENTI, FASTIDIO AI

Benché si parli di mal di denti, il libro è tutt’altro. Ed è talmente diverso da quanto ne viene detto (e purtroppo in peggio) che è bene leggiate le mie parole (e non il libro).
Saul Bellow “Il re della pioggia” Mondadori euro 9,50
[pubblicato il 10 maggio 2015]
Gli avrei dato un solo libricino di gradimento, ma il Nobel del ’76 comunque sa scrivere, anche se questo libro non mi è piaciuto, ed allora mettiamoci anche quel mezzo punto in più. Tuttavia, dico e ripeto che l’ho trovato un libro veramente dannoso. Dopo averlo (faticosamente) letto, ho cercato in giro, tra scritti e rete, di capirne di più, di tirarne fuori lati positivi immaginari. Si dice sia una critica dell’uomo americano, del suo ottimismo, del suo credersi centro del mondo. Ora, può anche essere vero, e sicuramente se guardiamo il libro in prospettiva storica della data di scrittura, c’è sicuramente più di una punta di verità. Ma, e questo l’ho sempre detto e ribadito, un libro che è bello e ben scritto resiste, sempre e comunque, al passar del tempo. Se per esempio un oscuro libro di Winnifred Winston degli anni Trenta è ancora godibile oggi, vuol dire che affronta temi sempre attuali, e li affronta in modo da non essere intaccato dal tempo. Bellow, no. Lui è immerso nella fine degli anni Cinquanta, è immerso nelle paure e nelle fobie americane di quegli anni. E non ne esce. E non penso mi debba piacere solo perché, in ogni caso, una penna in mano la sa ben tenere. A parte il vezzo tutto italiano di mozzare i titoli, per cui sparisce il nome Henderson, e rimane il re della pioggia. Che se tu leggi un bel cognome anglo-sassone davanti ad un titolo così, o ti viene in mente l’autistico Dustin Hoffman oppure pensi che ci sia dell’intrigo lì sotto. Infatti di intrigo si tratta. Il nostro esimio scrittore prende un bell’esempio di maschio americano inutile e gli fa percorrere le oltre trecento pagine senza che un solo avvenimento di quelli che gli capitano scalfisca il muro di inutilità del suo essere, appunto, americano puro e duro. Mentre nelle parti in flashback, qualcosa si salva, qualcosa che ci illumina sulla sua storia (e poi ci si ritorna), quando poi si trasferisce in Africa e da inizio alle sue avventure con i selvaggi, beh lì veramente ci si perde e ci si addormenta. Passiamo quindi subito a questa parte, dove, per insipienza, ignoranza o altro, il nostro Eugene Henderson s’inoltra nel cuore africano (quasi fosse un novello Livingstone), ed incontra due tribù con le quali fa scontrare il suo essere occidentale. La prima è pacifica, quasi in stato di inedia, che non piove e non c’è acqua. Henderson, facilone occidentale, pensa di liberarli da questa schiavitù, con il risultato che fa saltare in aria l’unica cisterna di acqua disponibile, per cui gli africani non potranno che continuare a morire. La seconda è invece bellicosa, ma descritta con gli occhi di un occidentale che non ha mai visto una tribù africana. Dedita al sesso ed alla morte, a giochi pericolosi ed a reincarnazioni fasulle. Intrisa di giochi di potere che fanno impallidire Amleto ed i suoi sodali. Direi che sembra tutto talmente falso che non si capisce se Bellow ci creda o sia ironico. Fatto sta il nostro Gene viene coinvolto in questa sarabanda, ha lunghi colloqui con l’unica persona che sa d’inglese (il re). Ma questi viene travolto dai giochi di cui sopra (e che tralascio per la loro inutile lungaggine). Il nostro americano “idiota” (nel senso dostoevskiano) dovrà decidere se lasciarsene anche lui coinvolgere, oppure (ma avrebbe dovuto farlo centinaia di pagine prima), tornare alla sua inutile civiltà ed inutile famiglia. Un’inutile storia che è invece quella a ritroso che più apprezziamo. Che Bellow ambienta nei posti a lui noti di città e province americane. Con gli Henderson che sono una stirpe di americani arricchiti, e dove lui, Gene, è l’ultimo rampollo di quella stirpe. Non ha bisogno di lavorare, che vive di rendita, ma fa di tutto per rappresentare il peggio dell’americanismo. Si sposa senza amore, tradisce (sempre e comunque) le sue donne. Con la prima moglie fa tre (o forse quattro) figli, che non riesce ad allevare (e si meraviglia che uno dei suoi figli si voglia sposare con una immigrata, tanto è razzista dentro). Ha fatto la guerra in Italia, ma non ne ha capito né il senso né le conseguenze. Ha un lungo e tormentato rapporto (lungo per lui, tormentato per lei) con una donna che diventerà la sua seconda moglie. Decide di vivere nella sua casa di campagna allevando maiali. Decide di imparare a suonare il violino come faceva il padre. S’immerge in pensieri che ritiene alti mentre va dal dentista in metropolitana. Si infatua dei dottori missionari in Africa, per cui, quando ne ha la possibilità, molla tutto e attraversa l’Oceano. Per poi avere tutte le storie di cui sopra. Che si leggono come una rottura di cabasisi colossale, senza che ci sia di ritorno un briciolo di piacere, neanche intellettuale. Insomma, ho sempre supposto che i grandi scrittori americani, dopo un po’, mi avrebbero rotto. Ed è così, con Bellow, con Roth, e molti altri. Un caso? Un mio essere legato all’Europa e non capire l’America? Ai postumi (di una sbronza) l’ardua sentenza. Per ora continuerò a leggerne, ed a dire, con forza, che Saul Bellow non mi pace.
“Succede sempre così … combino sempre qualcosa che non va, rovino tutto.” (107)
“Tu non conosci il significato del vero amore, se credi che lo si possa scegliere deliberatamente. Si ama e basta.” (249)

EGOISMO

Sono pienamente d’accordo, almeno qui. Come combattere l’egoismo, il pensare solo a se stessi, fino a perdersi, completamente. Ed un libro di denuncia delle condizioni psichiatriche che Franco Basaglia avrà senz’altro avuto sul suo comodino.
Ken Kesey “Qualcuno volò sul nido del cuculo” BUR euro 9,90
[pubblicato il 13 dicembre 2015]
Anche questo è un libro che si è infilato nella mia libreria sulla scia dei grandi film che ho amato, e che il libro di cura sui libri mi ha indotto a comperare e leggere. Ora sono indeciso, tra libro e film. Il film era potente, e giganteggiava la figura di Jack Nicholson. Anche il libro è potente, ma a me rimane più impressa qui la figura di “Ramazza” Bromden, il capo indiano mezzosangue, voce narrante del libro. È lui che osserva e descrive gli avvenimenti, lui paziente della clinica psichiatrica, dove si finge sordo e muto per non dover interagire con le istituzioni mediche. E che osserva l’ascesa verso la serenità del suo reparto, per poi constatarne, inesorabilmente, la caduta verticale di fronte all’autorità implacabile. L’autore (“troppo giovane per essere beat, troppo vecchio per essere hippie” secondo una sua definizione) è partecipe della grande cultura americana tra la fine dei Cinquanta ed i primi Sessanta. È amico di Neal Cassady (a sua volta sodale di Jack Keruac), conosce Timothy Leary e tutti gli allucinogeni e psicotropi di quegli anni. E confeziona questo libro come protesta verso la cultura americana, come grido ed atto di ribellione. Con l’ovvio ed amaro finale. Un’anticipazione del ’68: McMurphy e Ratched l’infermiera sarebbero le due facce della stessa medaglia americana, il primo a simboleggiare lo scontro violento contro l'autorità, la seconda a rappresentare quell'autorità del potere che non si può scalzare. Storia tutta “girata” nel moderno ospedale psichiatrico, con l’indiano che tutto guarda e osserva e registra. Dove ci sono pazienti più o meno cronici, come il balbuziente ed introverso Billy Bibbit, il logorroico Harding Dale, il maniaco delle carte Cheswick Charley. E pazienti ridotti a larve da elettroshock devastanti e lobotomie sperimentali. Un’isola che potrebbe essere felice, se non fosse dominata dalla rigida caposala, Miss Ratched, che usa un pugno di ferro per affermare il suo dominio su questo mondo in rovina. È qui che arriva Randy McMurphy, che si finge pazzo per scontare un periodo di detenzione in seguito ad una condanna per gioco d’azzardo, invece di passarlo in carcere. E da subito c’è lotta dura tra i due. Randy, comunque insofferente, comunque con una vena d’alienazione, porta venti di novità. Crea un tavolo da gioco, organizza partite di basket, fomenta una ribellione per poter vedere il basket in tv. Ottiene inoltre di organizzare una gita in mare, con i pazienti meno “pericolosi”, dove si accompagna con qualche donnina, e dove scorre birra a profusione. Insomma, spinge tutti a ricercare se stessi, invece di lasciarsi guidare acriticamente da Miss Ratched. Ed anche una seduta di elettroshock non doma il suo spirito ribelle. Che raggiunge il culmine in una notte brava, con medicine psicotrope a go-go, con altre donnine che fa entrare in ospedale, e con una di queste che seduce il poco esperto Billy. Ma l’alcol scorre a fiumi, e la mattina la caposala giunge che sono in piena baldoria, scopre l’amplesso di Billy, lo ridicolizza, e questi, colmo di vergogna, si uccide. Randy cerca a sua volta di uccidere Miss Ratched, ma viene fermato, lobotomizzato, e ridotto ad una larva. Allora, il capo indiano che sempre seguiamo con affetto, pietosamente lo soffoca con un cuscino, per poi fuggire in Canada, verso la libertà. Cantandosi internamente la filastrocca che da piccolo gli ripeta la sua nonna indiana: “Three geese in a flock / One flew East / One flew West / And one flew over the cuckoo's nest” (“tre oche in uno stormo / una volò ad Est / una volò ad Ovest / ed una volò sul nido del cuculo”). Qui sta tutto il bello e l’atroce del libro, che monta pagina dopo pagina, che ci avvolge con questa lotta di potere che sappiamo già come andrà a finire. Perché Randy andrà sempre sul suo solco comportamentale, non accettando di scendere sul piano delle istituzioni, della caposala. E non capendo i meccanismi dell’antagonista, la ribellione sarà inevitabilmente repressa nel sangue. Ecco, il libro mette forse più su questo lato l’accento, mentre Milos Foreman nel film lo sposta più sul lato psichiatrico, quasi a voler parlare solo di sanità e pazzia e non di potere e ribellione. Manca solo, per essere nelle vette top dei miei gradimenti, una punta di consapevolezza in più. Che tuttavia possiamo scusare guardando alla data di scrittura del libro (1962). Ed al fatto di quanto consapevoli e forse non più tanto ribelli siamo noi ora. Piccolo appunto finale: si nota anche che la traduzione è datata, coeva forse al romanzo stesso, laddove, ad esempio, a pagina 19 si lascia un inutile “pallabase” rispetto all’utilizzo del più corretto “baseball”. Ce ne sono altri, di piccoli intoppi, ma il libro è comunque bello e da leggere.

Conclusioni

Qui non ne traggo che già molto ho detto ed illustrato. Buone letture. E pronta guarigione a tutti.

domenica 3 gennaio 2016

La Signora del Giallo 2 - 03 gennaio 2016

Mi sembra un buon modo di cominciare il nuovo anno con una nuova full immersion nello sterminato dominio della scrittura di Agatha Christie. E con quattro ottimi Poirot, inframmezzati da un episodio senza protagonisti noti, ma che serve per dimostrare alla nostra che sa scrivere e serve a noi per capire i meccanismi della scrittura dei grandi.
Agatha Christie “Se morisse mio marito” Corriere della Sera 8 euro 6,90
[A: 22/09/2014– I: 06/06/2015 – T: 08/06/2015] - &&& ½
[tit. or.: Lord Edgware Dies; ling. or.: inglese; pagine: 276; anno 1933]
Eccoci di nuovo alle prese con il nostro Hercule. Per quattro anni Agatha Christie scrive d’altro. Vuoi perché inizia il primo romanzo con Miss Marple, vuoi perché scrive racconti brevi, vuoi ancora perché decide di sposare in seconde nozze l’archeologo Sir Max Mallowan (che le rimarrà accanto per tutta la vita). Poi negli Anni Trenta, a parte qualche romanzo di contorno, si dedicherà soltanto a Poirot. Questo è il settimo romanzo che ha per protagonista l’ispettore belga, ed il quinto in cui compare come spalla il capitano Hastings. Probabilmente, Agatha lo aveva introdotto un po’ sul modello del dottor Watson per Sherlock Holmes. Tuttavia, dopo averlo utilizzato molto nei primi romanzi, si accorge che Poirot “sta in piedi” anche da solo. Qui, tuttavia, il capitano ha un suo ben preciso ruolo, sia di narratore, sia di “alter ego stupido” dello stesso Poirot. Hastings si pone le domande “sciocche” che ci poniamo anche noi lettori durante lo svolgimento degli avvenimenti. E la mente fine del belga li smonterà uno ad uno per arrivare alla soluzione finale. Il dramma questa volta si svolge nel bel mondo londinese, con inserimenti anche d’oltre Atlantico. Mondo dove belle attrici accalappiano ingenui (e danarosi) Lord. Il motore del romanzo è l’attrice Jane, da alcuni anni Lady Edgware, che però vorrebbe da lui divorziare per sposare un più altolocato e ricco signorotto inglese. Veniamo anche subito introdotti nel bel mondo della notte londinese, con una mirabile pièce di Carlotta, un’attrice americana, sola sulla scena, che tra l’altro propone un’esilarante parodia della suddetta Jane. Al ristorante, la sera, Jane chiede a Poirot di aiutarla a divorziare. Benché non nelle corde del nostro, la curiosità lo spinge ad un colloquio con il Lord, che lo prende in contropiede, dicendo che già sei mesi prima aveva scritto una lettera alla moglie per concederle il divorzio. Jane trasecola, facendo anche una scena madre a pranzo rifiutandosi davanti a molti testimoni, tra cui l’amico attore Bryan, il povero Ronald, figlio di Lord Edgware, e di Carlotta, di andare la sera ad una cena. La notte stessa, Lord Edgware viene ucciso da una donna che si presenta nella casa come Lady Edgware, anche se nasconde un po’ la faccia. Tutti pensano quindi che le minacce di Jane, sempre sopra le righe, l’abbiano portata all’uccisione. Tutti meno Poirot, che viene subito aiutato dal fatto che Jane, cambiando idea, fosse andata alla cena di cui sopra, avendo quindi un forte alibi. Noi però già pensiamo a Carlotta, e quando ci pensa anche Poirot, la trova morta per un’overdose di Veronal. Si susseguono allora lunghe indagini e discussioni. Si parla della cena cui partecipò Jane, dove l’anfitrione parlò a lungo della Grecia. S’indaga sulla morte di Carlotta, che Poirot pensa sia omicidio. Scava nelle amicizie, soprattutto la modista Jenny Driver, che si scopre innamorata di Bryan. Poi nel falso alibi di Ronald, che non era a teatro ma in casa del Lord, al momento del delitto, insieme alla cugina Dina per cercare una collana di perle. Il tutto perché da Carlotta viene trovata una misteriosa scatola firmata “D”. E viene fuori anche un nuovo attore, Donald (una nuova D) che, partecipando ad una cena sente andare in confusione Jane che (purtroppo qui la traduzione non ci aiuta) scambia Paride (in inglese Paris) con la città di Parigi (sempre Paris). A Donald scatta un campanello, ma prima che riesca a parlare con Poirot, anche lui muore (o meglio viene ucciso). Tutto ruota sempre intorno alla scatola, che risulta essere stata ritirata da una vecchina con occhialetti. Occhialetti ritrovati insieme alla scatola nella borsa di Carlotta. Per la polizia è tutto chiaro: Carlotta, per vendicarsi di Jane, sotto la spinta di Ronald, impersona Jane, uccide il Lord, poi, presa dal rimorso, si uccide. E Ronald, prima che Donald sveli le sue scoperte, trova il modo di farlo fuori. Tuttavia Poirot non è convinto. Perché Jane non sapeva della concessione del divorzio? Come mai la lettera del Lord era sparita? Come rivelerà il capitano, tutto si risolve accidentalmente, quando Poirot sente, all’uscita di un cinema, parlare due signore del film, e chiedersi perché il protagonista del film non avesse chiesto i documenti a Ellis invece di iniziare una lunga sarabanda di avvenimenti. Lampadina! Ellis si chiama la segretaria di Jane. Ellis porta occhialetti. Oramai tutto è chiaro, ed il mistero verrà svelato. Che Carlotta aveva sì interpretato Jane, ma alla cena del milord, mentre ad uccidere il lord era stata … Vi manca poco per capire tutto. O forse ho detto troppo. Ma il romanzo è ben congeniato, pur risentendo a volte di qualche sbavatura, dovuto naturalmente all’epoca della scrittura. Sono passati ben 80 anni, e se si sentono nelle caratteristiche descrittive, non se ne risente affatto nell’incedere del romanzo e nella sua presa verso il lettore. Decisamente una buona prova.
Agatha Christie “Perché non l’hanno chiesto a Evans?” Mondadori euro 4,90
[A: 22/09/2014– I: 09/06/2015 – T: 10/06/2015] - &&& +
[tit. or.: Why They didn’t ask Evans?; ling. or.: inglese; pagine: 190; anno 1934]
Uno scrittore, o una scrittrice, quando trova una buona idea, spesso è tentato di reiterarla, anche se non in forme identiche. Abbiamo visto, ad esempio, che sia il primo romanzo di Poirot che il primo di Miss Marple sfiorano, abbastanza pesantemente, il concetto della legislazione inglese detto “double jeopardy”. Qui è passato un anno dall’ultimo scritto, Agatha si diverte a tirar fuori una nuova trama. Ed utilizza, questa volta sin dalle prime righe, quel trabocchetto visto nel precedente Poirot. Lì era una frase che univa un nome di un attore di un film ad un completamente diverso contesto, collegato solo dal nome “Ellis”. Qui abbiamo il giovane Bobby che, durante una partita di golf sulle scogliere gallesi scopre un morente, probabilmente caduto nella nebbia, ma forse spinto, che prima di morire pronuncia la frase del titolo. Bobby vede anche una foto di una bella signora nel taschino, poi non può aspettare la polizia che deve aiutare il padre vicario e lascia il posto ad un signore di passaggio, Roger. Da questo punto la trama si dipana in modo lento, per poi accelerare man mano. Intanto irrompe sulla scena una signorina locale, Lady Frances detta Frankie, che io ipotizzo subito abbia un debole per Bobby, anche se sono di ceti diversi (ricordo che siamo negli anni Trenta e chi scrive è da poco sposata con Sir Max). Il morto viene riconosciuto da una fantomatica sorella, che a Bobby non sembra quella della foto. Sorella che cerca di sapere se il morto ha detto qualcosa. Quando Bobby si lascia sfuggire la frase, prima cercano di mandarlo in Argentina, poi di ucciderlo con una dose normalmente letale di morfina. Bobby e Frankie si domandano se non ci sia sotto qualcosa. E mentre Bobby si trasferisce a Londra presso l’amico Badger, Frankie indaga su Roger. Ne trovano le tracce in altra parte del territorio inglese (ma solo perché Roger si presenta con un cognome poco diffuso: Bassington-ffrench!). Con un sotterfugio Frankie s’installa in casa di Roger, facendo finta di essere ferita, dove conosce il fratello Henry (cocainomane giudice di pace) e la cognata Sylvie. Nel contorno familiare compaiono poi il dottor Nicholson, un canadese che dirige una clinica per il recupero dei drogati, e la di lui moglie Moira. Per star vicino a Frankie, Bobby si finge suo autista, ed anche lui si aggira nei paraggi. Il comportamento dei personaggi è ambiguo, e ben presto i nostri investigatori dilettanti si trovano a fare congetture, tutte molto plausibili, nel solito stile della nostra scrittrice. Scoprono anche il passaggio di un giramondo, tal Carstairs tornato pochi mesi prima per indagare sulla strana morte del suo amico John e sul suo strano testamento. Seguendo questo filone, scoprono la stranezza della morte di John e della redazione del testamento che lascia tutto alla da poco sposata moglie poi scomparsa. Come scomparsa è la cameriera Gladys. Intanto, nottetempo Bobby s’imbatte in Moira, e la riconosce come persona della foto iniziale. Moira allora gli dice di aver paura di essere uccisa dal marito John di voler fuggire. Il dottor John viene dipinto come un mostro e Roger, che voleva far curare il fratello da lui, sembra ripensarci. Mentre ne discute con Frankie, Sylvie scopre la malattia del marito e decide di farlo ricoverare. In una fase convulsa, dove gli attori entrano ed escono di scena, Henry muore per un colpo di pistola. Suicidio? Omicidio? Sono due ormai le morti “inspiegate”. Bobby porta nel villaggio dove sono tutti riuniti la Bentley di Frankie. Poi cerca Moira presso il dottore, di notte ovvio, ma viene stordito e rapito. Frankie viene convinta da una falsa lettera di Bobby a raggiungerlo in un cottage isolato, dove anche lei viene messa fuori uso. Al loro risveglio si scoprono legati dentro la Bentley, destinati a morte certa quando la macchina senza controllo uscirà di strada e per mano di … Piccola suspense. Ma improvvisamente vengono salvati da Badger che, per cause fortuite, si era nascosto proprio nella Bentley. Trovano anche Moira drogata in una stanza. Fuggono tutti, ma le sorprese non sono finite. Perché finalmente scoprono che Gladys, la cameriera di John fa di cognome … Evans, e vive nella cittadina di Bobby. Mentre vanno a cercarla, Frankie sventa il tentativo di Moira di uccidere Bobby. Era lei la “dama nera” che stava dietro a molti avvenimenti. Aveva sposato John, insieme al complice lo aveva ucciso, complice che si trucca da John e scrive il testamento facendolo firmare al giardiniere ed alla cuoca. Carstairs cercando le tracce di Gladys, viene ucciso, e la domanda del titolo fa capire ai nostri due che non hanno chiesto ad Evans di fare da testimone perché avrebbe scoperto il gioco. Moira era comunque anche sposata legalmente con il dottore, ed usufruendo del dispensario della clinica aveva accesso a traffici di droga. Ci sono anche altri retroscena che soltanto la lettera finale del cattivo fuggiasco farà scoprire ai nostri due, che, nell’ultima pagina, finalmente, si baciano! Un meccanismo ben congeniato, che scorre come tutte le discrete scritture di Agatha Christie. Che, come detto all’inizio, ha la capacità di imbastire fluenti storie, spesso prendendo spunti similari, ma poi svolgendoli in modo diverso. Certo, è un filo sotto lo standard dei migliori Poirot (penso al poco successivo “Assassinio sull’Orient Express”) ma per ora meglio di quanto ho letto di Miss Marple, che non mi ha ancora convinto. Vedremo nel resto. Un solo appunto al traduttore: a pagina 79 si fa una lunga tirata su uno studio di germi, chiamandolo “cultura”. Serve ad imbrogliare le carte del discorso, peccato che in italiano si dica “coltura di germi”, e questo farebbe saltare il senso delle frasi dette. Ah, che difficile mestiere il traduttore.
“Dopo i cinquanta [anni], non c’è una persona che ragioni. Se la prendono tutti da morire per una stupidaggine.” (12)
Agatha Christie “Delitto in cielo” Corriere della Sera 23 euro 6,90
[A: 05/02/2015– I: 09/06/2015 – T: 10/06/2015] - &&& e ½
[tit. or.: Death in the clouds; ling. or.: inglese; pagine: 277; anno 1935]
Ancora un Poirot, ma stiamo migliorando di libro in libro. Forse si poteva limare qualcosa in lunghezza, anche se la maestria della nostra Signora del Giallo è proprio questa di allungare un po’ il brodo, servendolo però sempre caldo e saporito. Qui l’idea di base è la tipica “morte in una stanza chiusa”, con la variante, che un po’ ricalca quella dell’Orient Express (scritto non a caso l’anno precedente), di avere tutte le persone presenti sul luogo del delitto. Ovviamente, come ho detto in precedenza, la capacità di Agatha è prendere un’idea, anche già usata, e poi rimetterla a nuovo. Si sfrutta, in questa nuova trama, anche un diverso mezzo di locomozione: l’aereo. Abbiamo 11 persone e 2 steward nella cabina di prima classe dell’aereo di linea delle 12 della United Airlines che collega Parigi – Le Bourget con Londra – Croydon (il primo aeroporto cittadino di Londra, chiuso nel 1959). Una persona è il nostro Hercule Poirot. L’altra, madame Giselle, muore. Si trova prima una vespa, pensando ad una morte per shock; ma Poirot trova anche un dardo, con le piume gialle e nere come la vespa, la cui analisi rivela la presenza di un veleno micidiale. È stato senza dubbio un delitto ed abbiamo 11 sospettati. La bravura di Agatha è di far entrare ed uscire i sospetti dalla possibilità di passare al ruolo di assassini, imbastendo tante piccole micro-storie coinvolgendo i vari personaggi. L’altra abilità è di tenere tutti con il fiato sospeso, che, anche se sospettati, sembra che nessuno dei presenti abbia avuto modo di uccidere madame Giselle. Che il dardo dovrebbe essere stato sparato con una cerbottana (anch’essa trovata in aereo). Ma in un ambiente chiuso, si sarebbe visto qualcuno usarla. A meno che non fosse stata usata una diversa arma per il dardo: un bocchino, una pipa, un flauto (tutti elementi presenti sulla scena). Intanto si scopre che madame Giselle era una usuraia con un discreto giro d’affari. Questo porta la nascita di un palese movente (i soldi), anche se non si sa chi sia nelle grinfie dell’usuraia. La nostra scrittrice quindi passa tutta la parte centrale a montare e smontare il giocattolo. Abbiamo James Ryder, un uomo d’affari sull’orlo della bancarotta, che avrebbe avuto movente ma non occasione. Abbiamo i signori Dupont, padre e figlio, archeologi sempre a caccia di soldi per le loro ricerche. Sono loro che hanno la pipa e che scoprono la vespa, ma pare difficile abbiano avuto rapporti con madame. C’è Daniel Clancy, scrittore di romanzi polizieschi, con la testa fra le nuvole, senza movente plausibile, ma che possiede una cerbottana (e sa come usarla). Abbiamo il dottor Bryant, unico medico a bordo, che appurato il decesso, sta per incolparne la vespa quando viene fermato da Poirot. Inoltre possiede un flauto (possibile arma), ed ha una tormentata vicenda professionale che potrebbe indurlo ad aver bisogno di soldi. Abbiamo Norman Gale, dentista, una delle due persone che si è alzato durante il volo (per andare alla toilette), proveniente dal sud della Francia, dove lo avevamo visto giocare al casino, ed invaghitosi della simpatica Jane. C’è lei, Jane Grey, parrucchiera, in gita francese giacché vincitrice di un biglietto della lotteria, che ha però perso i soldi al casinò dove ha incontrato Norman. Inoltre è orfana, e ben presto sappiamo che l’eredità cospicua di Giselle andrà ad una figlia da lei abbandonata in tenera età. Potrebbe avere un movente, ma ha passato tutto il tempo a guardare Norman di cui si sta innamorando. C’è Lady Horbury, ex-attrice ed ora contessa, cocainomane, ed alla disperata ricerca di soldi (che ha perso al gioco, o per pagare il suo gigolò). Che aveva visitato madame Giselle il giorno prima per chiedere una dilazione (non ottenuta) di un prestito. Lei ha un movente grande come una casa, ma è seduta davanti alla morta, e difficilmente può aver lanciato il dardo. Così come difficilmente lo può aver fatto la sua vicina di sedia, Venetia Kerr, nobildonna di campagna, segretamente innamorata di Lord Horbury (potrebbe avere il movente di incolpare lady Horbury, ma sarebbe una trama veramente diabolica). Infine ci sono i due steward, gli unici che si muovono liberamente per la cabina, ma che non sembra abbiano moventi. Andando avanti con le indagini si scopre inoltre che: Giselle voleva partire con l’aereo precedente, ma un americano ha corrotto il bigliettaio della UA per farla volare sull’aereo delle 12; lo stesso americano (così almeno viene descritto) ha acquistato la cerbottana trovata poi nell’aereo; si presenta a Parigi la famosa figlia di madame Giselle, che viene riconosciuta da Poirot come essere la dama di compagnia di Lady Horbury. Per non essere accusata del delitto, visto che anche lei era sull’aereo, fugge in treno, ma viene anch’essa trovata morta. Noi sospettiamo, anche senza prove, un preciso colpevole, più che altro perché è l’unico che farebbe vacillare l’impianto globale della trama (evitando cioè di andare verso degli happy end che non sono consoni alla nostra abile manipolatrice di trame). Ed alla fine, prendendo sotto la sua ala protettrice la simpatica Jane, dopo aver eliminato via via i possibili sospetti, in una riunione conviviale con Jane, lo scrittore Clancy, Norman Gale e l’ispettore Japp di Scotland Yard, Poirot ricostruisce tutta la vicenda. Il colpevole è … che è sicuramente uno sciupafemmine, che aveva ideato l’assassinio per fuggire insieme all’ereditiera con i soldi, per poi ucciderla quando non serviva più. Ma come ha fatto ha sparare con la cerbottana? Ebbene, non l’ha fatto. Quella e la vespa (aveva una scatolina nel suo bagaglio a mano) erano diversivi. L’assassino ha creato un diversivo psicologico, indossando una giacca bianca da steward quando i due si erano allontanati, portando un cucchiaino a madame Giselle (che in effetti ne aveva due sul tavolino) e colpendolo a mano con il dardo avvelenato. Una bella trama che il nostro Hercule sventa con maestria, anche se impiega quasi trecento pagine. Insistendo molto sulla possibilità che i presenti siano stati “distratti” al momento dell’uccisione. Con le capacità di scrittura e d’informazioni incrociate, tra l’altro, nel capitolo 7 Poirot si riferisce ad un caso di avvelenamento in cui il killer aveva proprio usato un diversivo psicologico per attuare l’uccisione (ed in questo Agatha si riferisce al suo precedente romanzo “Tragedia in tre atti”). E nel capitolo 21, Poirot menziona un caso in cui tutti i sospetti mentono (chiara allusione all’altro suo libro “Assassinio sull’Orient Express”). E devo dire che la trama è ben avvincente, che non mi ha fatto staccare molto dalla pagina. Mi sembra un bel punto a favore. Come un punto a favore sono le piccole pennellate di vita, sia inglese che francese. Dove ad esempio trovo più gradevole la descrizione degli anacronismi delle classi agiate britanniche, piuttosto che le lunghe descrizioni ormai imbalsamate che ne faceva contemporaneamente Evelyn Waugh.
“Sbuffò davanti alla parola ‘psicologico’. Gli ricordava alla lontana quella specie di imbroglio per poveri idioti che si chiamava psicoanalisi.” (200)
Agatha Christie “Due mesi dopo” Corriere della Sera 29 euro 6,90
[A: 14/02/2015– I: 31/07/2015 – T: 02/08/2015] - &&& e ½
[tit. or.: Dumb witness; ling. or.: inglese; pagine: 359; anno 1937]
Siamo ancora dalle parti di Poirot, per un periodo di intense scritture relative all’investigatore belga. Pensate che dal ’35 al ’38 escono ben 10 titoli con protagonista il commissario (anzi, l’ex-commissario) con i baffi. Ma prima che del libro, accenniamo alla solita polemica sul titolo. È vero che è in linea con il romanzo stesso, e poi vedremo perché. Il titolo originale era “Testimone muto”, riferentesi al fatto che una spiegazione dei fatti poteva darla l’unico testimone che non parla, il cagnetto Bob. Dicevo che il titolo è comunque coerente, perché questa volta Poirot interviene sulla scena due mesi dopo che sono avvenuti i fatti criminosi o presunti tali. L’anziana signorina Emily Arundell, facoltosa zitella di campagna, riceve per Pasqua, nella sua casa fuori Londra, i parenti che le sono rimasti: i nipoti, nonché fratelli, Charles e Theresa e la loro cugina Arabella detta Bella con il di lei marito, il greco signor Tanios. Tutti sono premurosi con lei, perché anziana e perché si aspettano una ricca eredità alla sua morte. Charles perché spende, spande e perde soldi al gioco. Theresa perché vive un filo sopra le sue possibilità, ed ha esaurito la rendita paterna. Bella perché deve almeno far fronte alle ingenti perdite dovute agli investimenti sbagliati del marito. Durante la visita, Emily ha un incidente, cadendo dalle scale, probabilmente inciampando nella palla giocattolo del cane Bob. Ma deve aver ipotizzato altro, che quando i parenti vanno via, cambia il testamento lasciando tutto alla sua dama di compagnia. E scrivendo una lettera dove chiede aiuto al nostro esimio Poirot. Peccato che pochi giorni dopo muoia, non si sa se incidentalmente o dolosamente, per un attacco di fegato di cui soffriva. Peccato che Poirot riceva la lettera, appunto, due mesi dopo i fatti. Il nostro, tra le righe, subodora qualcosa di strano. E si precipita, con il fido Hastings, ad indagare sul posto. Qui si dipana tutta una parte, forse lunghetta, ma che consente a Poirot di entrare nella psicologia dei personaggi, a noi di capire meglio i meccanismi anche sotterranei della vicenda, ed alla scrittrice di fare un’opera di bravura letteraria. Infatti, benché non abbia nessun appiglio, il nostro investigatore indaga, inventa, mente anche, fino a sostenere di lavorare per … la morta! Non ci sarebbe voluto molto, ai personaggi della vicenda, per interrompere i flussi d’indagine del belga, ma tra l’indolenza dei protagonisti e la bravura di Agatha, l’inchiesta va avanti. L’altra bravura di Agatha è di lasciare aperte tutte le porte che non consentono, a noi poveri lettori, di escludere subito qualcuno dei sei possibili assassini. Potrebbe essere stato Charles, che aveva anche minacciato la zia Emily la quale non voleva onorare un suo debito, che ruba del denaro dal cassetto della zia, quello dove sta la palla incriminata del primo incidente, che chiede lumi al giardiniere sulla presenza di diserbanti all’arsenico per le piante della casa. Potrebbe essere stata Theresa, sia per il bisogno dei soldi per comperarsi vestiti ed altro, sia per sostenere economicamente le ricerche del suo fidanzato, il dottor Donaldson. Potrebbe essere stato appunto Donaldson, che, da dottore, aveva sicuramente accesso a possibili veleni, sempre nel caso che Emily sia stata avvelenata. Potrebbe essere stato il signor Tanios, anche lui dottore, molto a corto di soldi come detto, e che aveva fatto una strana prescrizione medica per le indigestioni della zietta, anche se sembra lei non ne avesse tenuto conto. Potrebbe essere stata Bella, in un primo momento sicuramente per i soldi di Tanios, poi anche perché si scopre che in fondo al marito non volesse molto bene, e cercasse un sostentamento economico per lasciarlo ed andare via con i figli. Potrebbe infine essere stata la signorina Lawson, almeno per la morte stessa, avendo saputo, incidentalmente, che la zietta aveva diseredato i nipoti, che lei era diventata l’erede, tanto che, quando Emily, malata, vuole rivedere ancora una volta il testamento, lei glielo nasconde. Intanto, Poirot ha scoperto che Emily è caduta non per la palla del testimone muto, ma per un filo testo per le scale sul quale la signora è inciampata. Nel convulso finale, il primo ad essere scagionato è Charles, che la zia gli aveva detto dell’eredità, e quindi non aveva più interesse alla dipartita dell’anziana. Emily pensava che Charles spargesse la notizia, ma lui non ne fa parola, quindi gli altri sono ancora in corsa. Soprattutto quando la signorina Lawson sostiene di aver visto nello specchio della sua stanza, una figura femminile con una spilla che disegnava il monogramma TA, china per le scale là dove doveva essere stato messo il filo. Confessione che nella mente di Poirot, ed anche nella nostra, scagiona la signorina ed incolpa chi ha commesso sia il tentativo che l’omicidio stesso. C’è anche un lungo sottofinale, dove la nostra scrittrice ci racconta la fine dei personaggi implicati nella vicenda. Ed alla fine, c’è anche Poirot che adotta il cagnetto Bob. C’è anche un punto misterioso, dove ad un certo momento compaiono i figli dei signori Tanios, per poi eclissarsi senza una vera spiegazione. Ma di tutto questo non ve ne parlo, come non vi parlo di chi esce colpevole dalla vicenda. In fondo, pur non essendo né Assassinio sull’Orient Express né Dieci piccoli indiani, è stata una piacevole lettura, dove, lo confesso, ho faticato molto a decifrare la matassa, e fin quasi alla fine i miei sospetti erano puntati altrove. Cosa che non fa che rendere sempre più corretta la definizione della nostra scrittrice come LA signora del giallo (almeno per la parte Poirot, che su Miss Marple ho ancora dei dubbi).
“I vecchi hanno una quantità incredibile di risorse. Sono i giovani che si abbattono e finiscono per tirare le cuoia perché non provano abbastanza interesse per la vita.” (89)
Agatha Christie “La domatrice” Corriere della Sera 26 euro 6,90
[A: 05/02/2015– I: 19/08/2015 – T: 21/08/2015] - &&&
[tit. or.: Appointment with Death; ling. or.: inglese; pagine: 260; anno 1938]
Diciamo proprio “Poirot for ever”! Più ne leggo, e più sono convinto che la prolificità (e la maestria) della nostra esimia scrittrice, siano elementi ben costruiti ma certamente non casuali. Il quadro generale delle opere migliori è sempre abbastanza simile: c’è un personaggio che non è molto simpatico, ci sono molte persone intorno (parenti, amici, semplici conoscenti, comunque in buon numero), il personaggio muore, Poirot indaga e svela. Era così nell’Orient Express; era così nel precedente “Due mesi dopo”; continua ad essere così anche in quest’appuntamento con la morte. L’unica variante è l’ambientazione. E qui siamo in una delle “migliori”, soggettivamente. Agatha aveva da poco pubblicato “Assassinio sul Nilo”, e quindi decide, conoscendo bene le zone, di rimanere in Medio Oriente. Ci spostiamo a Gerusalemme per l’inizio e la fine del romanzo. E viviamo intensamente il dramma centrale niente di meno che a Petra! Lasciando da parte le domande su quando, finalmente, si potrà tornare in Medio Oriente, veniamo alla vicenda narrata. Che come detto s’impernia su di un personaggio che muore e sulle persone che le sono intorno. Qui muore la domatrice del titolo, l’anziana signora Boynton, in vacanza con figli, nuore e figliastri nelle calde zone mediorientali che tanto bene conosce la nostra scrittrice. La signora è appunto un tiranno, che comanda tutti a bacchetta, e gode, si presume, nel metterli in difficoltà. E non solo loro, ma anche tutti quelli che le sono a tiro. In quel di Petra, passato un pomeriggio seduta davanti ad una fresca grotta in riposo, viene trovata morta. Tutti ne sono sollevati, ma un dottore presente solleva dubbi sulla morte: non naturale ma omicidio. Tornati tutti a Petra, il commissario locale vi ritrova anche il nostro buon Poirot, che, sfidando tutti, sostiene di poter risolvere il mistero in 24 ore, interrogando i convenuti al viaggio. Qui abbiamo il meglio della dialettica di Agatha, dei duelli verbali, del detto e del non detto. Poirot, in queste avventure, è un po’ similare al coevo d’oltreoceano Nero Wolfe: interroga, parla, ed alla fine, in una seduta corale, svela. Anche qui comincia ad interrogare, quindi. Dalle persone non di famiglia. Il dottor Gardner, che aveva sollevato i dubbi poiché dal suo armamentario medico di viaggio gli è stata sottratta una siringa ed una dose di digitossina. E la signora è morta di un attacco di cuore. Il dottore passeggiava con gli altri, poi, per un attacco di malaria torna all’accampamento e rimane fuori uso per 24 ore. C’è Stella King, psicologa e dottoressa, innamoratosi nel frattempo del giovane Raymond Boyton. È lei che constata la morte, ponendola alle 16 del pomeriggio. Peccato che dopo quell’ora tutta la famiglia, singolarmente, sia passata a salutare la signora, senza che nessuno ne riveli la morte. C’è Lady Westholme, ambiguo personaggio a spasso per l’Oriente con dama di compagnia, sempre presente in alcuni momenti cruciali, e l’unica che vede la signora litigare con uno strano arabo. Sfilano poi i familiari. La piccola Ginevra, unica figlia di sangue della domatrice, che fugge la realtà verso sogni astrusi, per evitare di confrontarsi con la madre, rimasta tutto il giorno nell’accampamento, dove passa anche dei momenti nella tenda del dottore (potrebbe aver fatti lei il furto?). Ci sono i due figliastri scapoli, Carol e Raymond, che incautamente a Gerusalemme, ascoltati da Poirot, avevano detto di dover uccidere la vecchia per potersi salvare ed entrambi, singolarmente, sono passati a salutare l’anziana matrigna, chi per cucire chi per metterle un orologio. Infine c’è la coppia, il primogenito Lennox e la moglie Nadine. Gli unici che avevano tentato una ribellione in gioventù, poi rientrati nella tela di ragno della madre domatrice. Ne soffre soprattutto Lennox, che sta scivolando verso l’apatia. Nadine tenta di dargli una scossa, inventando una sua possibile fuga con uno spasimante. Fuga che va a confessare alla vecchia durante le due famose ore, tra le 16 e le 18, in cui questa dovrebbe essere morta. Anche Lennox va dalla madre, per dirle che se ne sarebbe andato via con Nadine, per poterla riconquistare. Incrociando tutte le testimonianze, Poirot arriva a far notare tre contraddizioni negli avvenimenti. Primo: la signora Boynton pur godendo nel mettere in difficoltà le persone lascia andare via tutti. Secondo: a Gerusalemme, rispondendo ad una cattiveria di Sarah, dice “Non ho mai dimenticato niente”, in palese contrasto con le parole di Sarah, e rivolte a qualcuno (ma a chi?). Terzo: benché tutti premurosi (forzatamente) nessuno chiama la madre per la cena. Facilmente, nella scena del gran finale, riunendo i Boynton, Sarah ed il dottore in una sala dell’hotel, ma premurandosi che altri ascoltino, Poirot svela le contraddizioni. Tutti erano passati dalla signora Boynton trovandola morta, ma pensando che l’autore del delitto fosse uno della famiglia, passano tutto sotto silenzio, sciogliendo il terzo mistero. I primi due son collegati alla morte, ed alla vita passata della signora, che prima di convolare alle nozze, fece alcuni anni come secondina in un carcere. Un colpo di pistola metterà fine alla vicenda. Per poi ritrovare i personaggi “buoni” alcuni anni dopo, sposati in modo intrecciato, avviati a carriere di grandi attrici, ed altre positive vicende. Insomma, un buon impianto che Agatha continua a ripetere, con qualche variante. Qui con un po’ meno di suspense, che tutti pensano fin dall’inizio che non può essere uno della famiglia il “cattivo”. Ma sarà così? A voi una discreta lettura da sotto l’ombrellone.
Essendo già la seconda trama del mese, come i miei ormai affezionati lettori sanno, mettiamo anche un allegato su libropatie e rimedi vari, dedicato questa volta a consigli “elevati” per smettere di fumare.
Infine, ci sarà un altro mese di mancate letture, per voi affezionati lettori, che il vostro scriba si appresta ad una nuova partenza verso i caraibi cubani. A tutti un grande augurio di un anno che superi le vostre aspettative.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

GENNAIO 2016
Fumare, non fumare. Dilemmi che molti hanno, hanno avuto. Altri (e spero tanti) non avranno mai. Vediamo allora cosa ci dicono le nostre “dottoresse”.

FUMARE, SMETTERE DI

Tom Robbins             “Natura morta con picchio”
Italo Svevo               “La coscienza di Zeno”
Patrick McGrath         “Follia”
Oggigiorno fumare è un’attività improponibile – priva finalmente anche dell’ultima scintilla di fascino, è uno sbaglio sotto ogni punto di vista. Questo, tuttavia, non rende affatto più facile smettere. Un buon romanzo può essere efficace quanto un cerotto alla nicotina per darsi una scossa. Non tentate, però, di rinunciare alle bionde senza farvi aiutare dai seguenti titoli. Il primo vi farà divertire con gli annessi e connessi del fumo senza inalare. Il secondo vi illuderà con il suo reiterato elogio della bugia di un’ultima sigaretta. Il terzo vi darà un bel pugno sul petto e vi convincerà a smetterla, una buona volta, di rovinarvi i polmoni.
“Natura morta con picchio” vi darà quasi certamente un brivido - per come imita un pacchetto di Camel. La giustificazione dell’editore per questo spudorato sfruttamento del marchio è che l’eroina dai capelli rossi, la principessa Leigh-Cheri, medita per ore e ore su quelle piramidi e quelle palme mentre il fidanzato fuorilegge, Bernard Mickey Wrangle detto «il picchio», si trova in carcere - con un pacchetto di Camel identico al suo come unico compagno. Quando si accorge di questo legame mentale, facilitato dall’icona che entrambi condividono, la donna decide che non può fumare quelle sigarette, perché aprire il pacchetto significherebbe distruggere quel mondo immaginario. «Per non svanire, una realtà esterna dipende da un’immagine interna che resti intatta», pensa; e così viaggia davvero a dorso di cammello con i mercanti, i beduini e gli sceicchi che incontra nel deserto al di là del pacchetto. Attraverso questa meditazione, il lettore impara cose molto interessanti sulle piramidi, le donne coi capelli rossi e il motivo per cui esiste la luna, oltre a meditare sulla saggezza innata degli oggetti inanimati.
Verso la fine del romanzo, Leigh-Cheri e Mickey Wrangle finiscono intrappolati all’interno di una vera piramide, di nuova costruzione, e credono di essere sepolti per sempre senza altro cibo che una torta nuziale e dello champagne. Grazie all’abilità di Mickey con la polvere da sparo riescono a condividere un’altra allucinazione, e a cadere in un altro pacchetto di Camel. Tutto questo è molto più divertente che fumare una sigaretta, e dunque sarete molto contenti di avere in tasca questo romanzo e non un vero pacchetto di Camel.
Uscire invece con Zeno sarà come andare a far due passi con un vecchio amico che si è incontrato per caso per strada, dopo molto tempo che non lo si vedeva. Ma vi accorgerete presto che non corrisponde più al ricordo che avevate di lui. Lo ricordavate il campione dell’inettitudine e dell’apatia per eccellenza e invece vi verrà incontro un conversatore brillante e loquace, lucido e vendicativo, uno in grado di prendersi i suoi piaceri e le sue rivincite. E allora vi nascerà il dubbio che sia stato lui stesso a inventare per primo il mito della sua incapacità. E anche che questa faccenda dell’ultima sigaretta non sia, in fin dei conti, che una burla, la menzogna necessaria per far credere a tutti di essere completamente “privo di volontà”, il cavallo di legno col quale vincere la competizione dell’esistenza. Osservatelo bene: è un maestro della lusinga e dell’inganno, altro che maldestro e pasticcione. Un abilissimo seduttore. «Naturalmente», ammetterà lui stesso, senza fatica «io non sono un ingenuo». Alla fine, vi renderete conto che il vostro amico è uno dei pochi che sono riusciti nella vita, ha trionfato nel commercio e perfino il suo matrimonio è l’unico della sua cerchia, rimasto in piedi. Allora capirete che il tema del fumo era davvero il velo di un illusionista consumato, la cortina di vapore dietro cui nascondere una terribile storia di vendetta, di affermazione e di irriverente scherno a tutte le convenzioni borghesi. Non ci sarebbe da sorprendersi se doveste scoprire che in realtà Zeno non sa nemmeno che sapore ha il tabacco sulle labbra.
“Follia” vi farà trattenere il respiro, schiacciandovi i polmoni e chiudendovi la gola in un momento di terrore insopportabile. Se non siete ancora riusciti a smettere questo vi convincerà che è proprio necessario. Al centro della storia c’è Stella Raphael, moglie di uno psichiatra che lavora in un manicomio criminale. Siamo nel 1959, e il manicomio è un reparto di massima sicurezza all’interno di una vecchia prigione vittoriana – abbastanza lontano da Londra perché Stella si senta isolata e leggermente depressa per la sua nuova vita. La donna inizia una strampalata storia con Edgar Stark, un detenuto affascinante, intelligente e colto, e tuttavia incline alla violenza. Stella decide di glissare sul suo sadismo, sempre in agguato.
Una volta tornato a Londra Edgar trova uno studio dove può lavorare ai suoi splendidi, per quanto ossessivi, busti di argilla. Percepiamo il pericolo, mentre il suo comportamento diventa più instabile. Stella, invece, è sempre più attratta dal suo cupo mondo interiore. Per andare avanti fuma quasi senza interruzione, costellando i giorni di lunghe, profonde boccate.
Arriva un momento, nel romanzo, in cui Stella tocca il fondo. Un giorno, dopo che il figlio Charlie la convince a partecipare a una gita scolastica, accade qualcosa di terribile. Stella potrebbe intervenire, ma nel momento cruciale distoglie lo sguardo, perché la sua attenzione si concentra esclusivamente sulla sigaretta. «Con una mano si prese il gomito, mentre il braccio si alzava, dritto e rigido verso la bocca. Girò la testa di lato, portò di nuovo la sigaretta alle labbra e inspirò; ogni suo movimento era rigido, distinto e controllato».
È questo il momento, gelido e terribile che vi farà spegnere per davvero l'ultima sigaretta schiacciandola con decisione a terra.

Bugiardino

Non ho letto, né penso lo farò, il libro di McGrath, mentre per l’esimio Zeno Cosini rimando ad una lettura di aiuto avvenuta qualche anno fa, per aiutare (poco ma serve sempre) la mia Sara durante l’esame di maturità. Rimane quindi Robbins, dove ricordo (per dovere di chiarezza) che il libro originale (purtroppo non quello italiano, per problemi di “pubblicità occulta”) aveva in copertina proprio un disegno di un pacchetto di Camel. Inoltre, sottolineo che il traduttore trasporta in italiano il nome del protagonista (Mickey, come Mickey Mouse, il nostro Topolino), con l’orrendo “Pupo” (che ogni volta mi riporta alla mente l’orrido cantante italico).
Tom Robbins “Natura morta con Picchio” Baldini Castaldi Dellai euro 8,90
[pubblicato il 22 giugno 2014]
Ecco un altro autore di cui avevo sentito parlare abbastanza qua e là durante anni di convivenza con la letteratura, ma che, per una ragione o l’altra, non mi ero mai deciso ad affrontare. A parte i panegirici che si trovano un po’ ovunque su di lui (autore di culto, autore esimio, fuoco di fila di trovate intelligenti ed esilaranti) e la sua sbandierata amicizia e vicinanza con Timothy Leary, elementi appunto che mi avevano frenato, dopo la lettura devo dire che è moderatamente interessante, sicuramente capace nell’uso della scrittura, con quelle capacità descrittive che, probabilmente, gli derivano anche dagli inizi come critico, sia di arte che di musica. Altrettanto sicuramente, per chi lo conosce, è però anche un emulo di Kurt Vonnegut jr che, personalmente, trovo però più incisivo. C’è la stessa capacità di entrare ed uscire dalla pagina, di parlare a ruota libera un po’ di tutto, di mettere molta carne a fuoco. Troppa forse. E forse con qualche inconcludenza in più. Kurt arrivava sempre al punto, Tom spara a raffica, colpendo un po’ qua ed un po’ là, ma lasciando alla fine il dubbio su quale fossero i suoi “veri” bersagli. O se ci fossero veri bersagli, e non sia tutto frutto di una lunga serata con Tim. A cominciare dal titolo, dove Picchio è maiuscolo non per banalità tipografiche, ma in quanto soprannome di uno dei due personaggi al centro della storia: Pupo “Bernard” Wrangler detto Picchio. L’altro personaggio è, fortunatamente, una donna, la principessa Leigh-Cheri. E c’è anche una storia, all’interno del lungo narrare di Tom verso il lettore di cose altre. La principessa vive in esilio a Seatlle insieme ai genitori, essendo eredi e spodestati di un’oscura monarchia europea (i Furstenberg-Barcalona). Ventenne vive di sogni e di ambizioni ecologiche, per cui non appena ne ha notizia parte per un convegno ambientalista mondiale che si deve tenere alle Hawaii. Lì incappa nel Picchio, un fuorilegge dinamitardo con il vizio di far saltare in aria quello che poco gli aggrada. Come gli ecologi da strapazzo. Tra uno scoppio e l’altro, tra i due scoppia la scintilla della passione, e poi dell’amore. Fuggendo dall’isola (Picchio è ricercato dopo un ennesimo scoppio) tornano a Seattle. Leigh-Cheri cerca di introdurlo nella sua famiglia, ma l’anarchico Picchio difficilmente riesce a seguire delle regole (un fuorilegge è sempre fuori della legge). anche se cerca di farlo per amore della bella. La frustrazione dell’insuccesso lo portano ad abbassare la guardia ed a farsi arrestare. La parte centrale vede l’amore di Leigh-Cheri concretizzarsi nell’auto-isolamento per stare vicino idealmente al suo amato. Ma dopo 20 mesi di passioni solitarie, l’idea della pubblicità ed ostentazione dell’amore turbano Picchio che sembra mollare l’amata. Che per la frustrazione decide di cedere alle lusinghe dello sceicco A’ben. E per regalo di nozze chiede la costruzione di una nuova piramide. Altri 20 mesi passano e si ultima la costruzione. Intanto, i ribelli hanno rovesciato il governo fantoccio della Barcalona, e messo sul trono Giulietta, la governante nonché sorellastra di Leigh-Cheri. La quale chiede in cambio la liberazione di Picchio. Sorvolando alcuni passaggi, i due si ritrovano il giorno prima delle nozze di lei dentro la piramide con tanta dinamite, tanto champagne e tanta torta nuziale. Lo sceicco cornificato (ma chi cornifica chi?) li vuole morti. Loro, anche a duro prezzo, si salveranno. Vivranno felici e contenti? Questo lo scoprirete se leggete il testo. Ma questo testo è solo il contesto del vero testo di Robbins, che, tra una riga e l’altra se la prende: con i falsi ambientalisti, con Ralph Nader e le sue farneticazioni, con la CIA ed i servizi segreti, con gli arabi presupponenti, con la sinistra radical chic (rappresentata dall’avvocato Nina e da un bel duello verbale tra lei e la principessa), con chi crede nel sovrannaturale, con chi vede segni ovunque. L’idea di base, poi, che fa da motivo conduttore al libro, ed alle agnizioni che arrivano a poco a poco, è la piramide sul pacchetto delle sigarette Camel. E sul fatto che i protagonisti sono entrambi rossi di capello. Tra una lotta immaginata che vede scontrarsi extra-terrestri di pelo rosso e di pelo biondo, con conseguente nascita delle civiltà Maya, Olmeche, Tolteche e via discorrendo. Ed un parallelo tra la piramide sul biglietto di un dollaro e quella sul pacchetto delle Camel. E sulla nascita delle piramidi stesse, sui loro perché, sul loro essere sempre rivolte ai quattro punti cardinali. Insomma, capite anche voi, da ogni spunto Robbins parte ed imbastisce storie. Anche intriganti. Come tutto il panegirico finale, dove la metafora viene tutta basata sulla parola CHOICE. Scelta, che è l’unica azione degna di essere attuata. Insomma, una bella galoppata, un torrente di parole, a volte, purtroppo, un po’ datate. A volte, come detto sopra, senza una mira precisa, un po’ alla colpirne cento per educarne uno. Ma intrigante, e moderatamente divertente. Capisco inoltre la fatica del traduttore, dove appunto ogni tanto si deve mettere qualche parola in originale, che altrimenti si perdono giochi e nessi. Pur tuttavia, un po’di attenzione in più non avrebbe guastato, quando a pagina 165 si lascia l’inglese Plato invece di usare l’universalmente noto Platone. Ripeto, preferisco Vonnegut, ma Robbins ha qualche freccia al suo arco.
“Il mio amore per te non ha secondi fini. Ti amo gratis.” (128)

Conclusioni

Per quanto letto, ritengo il libro di Robbins degno di tutta una diversa menzione. Mentre su “Follia” non mi pronuncio. Rimane Svevo, e la sua “ultima sigaretta”. Forse lì si può meditare ed approfondire. Tuttavia, ritengo che le ultime cure possano rivelarsi più dannose delle malattie che ne richiedono l’uso.