domenica 6 marzo 2016

La Signora del Giallo 4 - 06 marzo 2016

Non è un caso che spesso vadano appaiati il grande belga e la maestra inglese. Certo ci vorrebbe un calmiere con l’unico degno maestro d’oltre oceano, tra piatti ghiotti ed orchidee, ma Nero Wolfe non è ancora tornato nelle mie corde. Allora, dopo una settimana dedicata a Simenon, torniamo ad altri scritti della nostra baronessa. Scritti tra la fine della guerra e la nascita del vostro tramatore preferito. Romanzi che oscillano tra un po’ più ed un po’ meno della sufficienza, senza però tornare alle punte di massimo gradimento che riservo fino ad ora al solo ed inimitabile Hercule Poirot, che purtroppo in questa settimana di trame risulta sfortunatamente assente.
Agatha Christie “Verso l’ora zero” Corriere della Sera 30 euro 6,90
[A: 20/02/2015– I: 07/09/2015 – T: 08/09/2015] - &&& e ½
[tit. or.: Towards Zero; ling. or.: inglese; pagine: 214; anno 1944]
Un ottimo giallo “da camera”, cioè da poter essere svolto tutto in un luogo unico, visto che, come in molti gialli di Agatha Christie, quello che interessa per lo svolgimento delle indagini sono più le parole che i fatti. E non a caso, in tarda età, ne fu fatto anche un adattamento da pièce teatrale. Inoltre, sarebbe perfetto per una partecipazione incentrata su Poirot, tanto che il Sovraintendente Battle (è lui infatti il protagonista) ad un certo punto lo cita, dicendo “Qui ci vorrebbe Poirot, quel buffo ispettore belga”. Come in tutte le (quattro) storie del Sovraintendente, ci sono personaggi diversi che costruiscono la scena, montando i presupposti del dramma. E spesso agendo come nostri transfert da investigatori. Qui, al contrario, si costruisce certo una struttura criminogena, ma sarà il nostro sovraintendente in prima persona a sciogliere il dilemma. E sarà l’unico romanzo tra i 66 scritti da Agatha in cui avviene. Ciò nonostante, cioè pur scontando la mancanza di Poirot, rintanata nel suo rifugio inglese in attesa della fine della guerra, la nostra impagabile scrittrice mette su un bel romanzo. Un romanzo cui lei stessa, nelle prime pagine, ci avverte: sarà un buco nero in cui tutto convergerà alla fine. Perché un omicidio non è il punto di partenza, ma il punto di arrivo della vicenda criminosa. Allora si mette in scena un meccanismo complesso, dove ognuno agendo dà una spinta alla roulette nella direzione voluta dal disegno assassino. Ci sono tentativi di arrivare prima alla fine. C’è la solita cortina fumogena da prestigiatore, che ci fa guardare a destra quando bisognerebbe guardare a sinistra. Ma lo ritengo, finora, il miglior romanzo senza Poirot della nostra scrittrice. Il nodo del romanzo è incentrato sulla patriarcale famiglia di Lady Camilla, che si riunisce nella sua casa in riva al mare. Quest’anno, il figlioccio Neville Strange decide di portare la sua bella e nuova moglie Kay contemporaneamente alla presenza della sua precedente (da cui ha divorziato da non molti anni) Audrey. Sono inoltre presenti Ted, uno stravagante ex-spasimante di Kay, e Thomas, cugino alla lontana, tornato dopo 8 anni dalla Malesia, perché innamorato di qualcuno. E Mary, la dama di compagnia. Gli odi sono palesi: Kay è una belloccia di poco cervello, legata ai soldi di Neville, e forse ancora attratta da Ted. Audrey sembra covare un sordo rancore verso l’ex-marito, non si sa se per il divorzio, perché Neville abbia sposato Kay, o perché Neville stesso abbia passato sotto silenzio la possibile storia tra Audrey e Adrian, il fratello di Thomas, troncata dall’improvvisa morte di quest’ultimo in un incidente d’auto. Thomas stesso non sopporta Neville e la sua supponenza, nonché il fatto che a Neville sembra sempre andare tutto per il verso giusto e senza sforzi. Un particolare che si dovrà tenere conto ad un certo punto è che tutti i “protagonisti” hanno una particolarità fisica: Kay è una falsa bionda, Audrey ha una cicatrice sull’orecchio destro provocata da un morso di cane, Mary ha un ciuffo di capelli albino, Neville ha il mignolo della mano sinistra significativamente più corto di quello della mano destra e Thomas ha il braccio destro leggermente offeso (tanto è mancino). Il dramma avviene l’ultimo giorno, quando si scopre Lady Camilla con la testa sfondata. Vicino al corpo una mazza da golf macchiata di sangue. La cameriera di Milady quasi avvelenata da una dose eccessiva di sonniferi. Mentre stiamo per entrare in media res, facciamo tre piccoli incisi: il sovraintendente Battle sventa un tentativo di mettere in difficoltà sua figlia che sotto stress confessa (senza essere colpevole) di aver commesso un furto. Il giovane Angus, rovinato dalla sua onestà non avendo voluto dire una bugia per salvare il suo datore di lavoro, licenziato e lasciato dalla moglie, tenta il suicidio. Salvato, dopo lungo peregrinare, qualcuno premierà la sua bontà con un incarico oltreoceano. Ma prima di partire, torna sul luogo del tentativo (ovviamente la baia dove sono tutti). Un giudice, vecchio e malato di cuore, racconta ai convenuti da Lady Camilla una storia su di un freddo assassino, che non venne mai scoperto, ma che lui saprebbe riconoscere perché ha una particolarità fisica. Ma a causa di un ascensore fintamente rotto, il giudice ha un attacco di cuore e muore. Torniamo allora in media res, dove Battle, in trasferta nella baia, conduce l’inchiesta. Si scopre man mano che: Neville aveva litigato con Lady Camilla sulla presenza contemporanea di Kay e Audrey, Neville dice a Kay che vuole tornare con Audrey, tutti pensano che alla morte di milady l’eredità vada ai coniugi Strange, una giacca di Neville macchiata di sangue viene ritrovata. Tutto converge sulla colpevolezza di Neville, ma la cameriera, prima di essere vinta dai barbiturici, dice di essere passata da Lady Camilla, mentre Neville si allontanava verso un vicino albergo per giocare sino a tarda notte a biliardo con Ted. Battle deve allora rivedere tutti gli indizi, pensando quindi che ci sia qualcuno che volesse incolpare Neville cucendogli addosso, maldestramente, delle prove. E se ne trovano altre, come un paio di guanti macchiati di sangue, che vanno bene solo a Audrey. Il profumo e capelli della stessa Audrey sulla giacca macchiata di sangue. Nonché il colpo alla testa della vecchia sferrato da sinistra, come può fare un mancino. Audrey, schiacciata dalle prove come la figlia di Battle, mentre pensa al suicidio viene salvata da Angus. Che ricostruisce una possibile azione criminosa trovando fortunatamente una corda bagnata nel solaio della magione. Ne parla a Battle, dicendo che ne aveva visto lo svolgersi la sera dell’assassinio. Su questa base, Battle inscena un melodrammatico finale, incastrando il vero colpevole (che non vi dico chi è). Peccato che la notte in questione ci fossero nuvole ed Angus non poteva aver visto quello che ha detto. Ma se non è vero è ben pensato. Certo, la benevolenza di Lady Agatha non può fare a meno di qualche lieto fine (ci sono tanti possibili intrecci di coppie), e questo sembra un po’ appiccicato. Tuttavia il tramone giallo ha una sua discreta sostenibilità e coerenza. Insomma, mi è piaciuto. E con rammarico leggo di altri scrittore di genere che tentano a lungo, ma non raggiungono le capacità della maestra del giallo.
Agatha Christie “Giorno dei morti” Mondadori s.p. (trovato a Soriano)
[A: 01/05/2015– I: 23/09/2015 – T: 24/09/2015] - && e ½
[tit. or.: Sparkling Cyanide; ling. or.: inglese; pagine: 190; anno 1945]
Vent’anni dopo aver utilizzato il Colonnello Race in uno dei suoi primi romanzi (“L’uomo vestito di marrone” del 1924) ecco che, finita la Guerra, non volendo scomodare né Poirot né Miss Marple, lo ritira fuori come elemento investigativo, anche se il colonnello, un po’ come il sovraintendente Battle, interverrà solo nella volata finale del romanzo (e neanche in modo molto significativo). Con alcune varianti, come al solito negli scritti di Agatha, è sempre un “delitto da stanza chiusa”. Nel senso che i possibili colpevoli sono elencabili in un ristretto numero di persone. Ad una cena di compleanno, la festeggiata muore per avvelenamento da cianuro (come dice il titolo inglese “Cianuro frizzante” in quanto ingerito in una coppa di champagne). Insieme a Rosemary sono presenti la sorella Iris, il marito George, il misterioso Anthony, la segretaria Ruth, il politico Stephen con la moglie Sandra. Si sostiene Rosemary si sia suicidata in quanto depressa, e tuttavia, dopo alcuni mesi si scopre che forse non è così. E che tutti potevano avere interesse alla sua morte. Iris in quanto, per uno strano lascito, avrebbe ereditato le sostanze della sorella. Anthony di cui Rosemary aveva saputo il vero nome (Tony Morello) e la sua permanenza in un carcere americano, insieme al cugino di Iris, Victor, uno sbandato sempre a corto di soldi ed invischiato in loschi affari. Ruth che aveva una cotta per George e poteva volere il campo aperto. Stephen che aveva avuto una storia con Rosemary, l’aveva lasciata da pochi giorni, ma lei minacciava uno scandalo. E lui, da politico inglese degli anni Quaranta (non siamo certo nella nostra epoca poco raccomandabile) non poteva permetterselo. Sandra che sapeva della storia ma non della rottura ed avrebbe avuto interesse a riprendersi il marito. Infine, lo stesso George roso da gelosia. Nel corso dell’anno che passa si accumulano indizi strani. Victor, che Ruth ha fatto imbarcare per il Sudamerica onde evitare scandali, ogni tanto si fa vivo per qualche necessità economica. Anthony sparisce per molti mesi, tornando quasi allo scadere dell’anno a farsi vivo, e ad “insidiare” Iris. George che riceve lettere anonime che indicano la morte di Rosemary non sia suicidio. Stephen e Sandra che proseguono la loro vita pubblica, mirando anche verso cariche istituzionali. Così George pensa di organizzare una seconda cena, ad un anno dalla prima, con le stesse persone. E con una sedia vuota. Ma alla fine della cena è lui che muore, sempre per avvelenamento da “cianuro frizzante”. Il colonnello Race, presente nella sala ma non alla cena, vede che nessuno aveva toccato il bicchiere di George. Un altro suicidio? Un assassino molto astuto, quasi un prestigiatore? Anche qui, tutti e cinque i rimasti in vita potevano aver tentato qualcosa. La nostra scrittrice, come detto qui un po’ in sordina, cerca di portare indizi in tutte le direzioni, facendo fare lunghi colloqui tra Race ed altri in cui si esaminano i pro e i contro. Nelle more, comunque, il colonnello scopre che Anthony è in realtà un agente del servizio segreto in copertura, per cui lo esclude dai sospetti. E sarà proprio Anthony a sbrogliare la maggior parte della matassa. Intuendo che c’è stato un giro di bicchieri, per cui George aveva bevuto in quello di Iris, la vera destinataria del veleno. Ma chi aveva interesse a farla fuori? Qualcuno che avrebbe eredito le sostanze cospicue. Quando si scopre che Victor non è partito quando doveva partire, che è tornato quando non doveva tornare, che Ruth era l’unica persona che potesse testimoniare in suo favore, tutti i tasselli vanno al loro posto. Ma è una soluzione moscia, prevedibile, poco consona alla scrittura di altro livello cui ci si aspetta dalla signora del giallo. Certo, i dialoghi sono ben messi, si ceca di mascherare le prove con abili velature. Tuttavia è un libro di passaggio e di distensione estiva. Non a caso, l’avevo lasciato nell’eremo sorianese, e solo per i noti problemi di traslochi di libri, è uscito fuori, andando ad ingrossare la bibliografia “Christiana”. Si aspetta con ansia il ritorno di Poirot.
Agatha Christie “Un delitto avrà luogo” Corriere della Sera 3 euro 6,90
[A: 20/08/2014– I: 23/09/2015 – T: 25/09/2015] - &&& e ½
[tit. or.: A Murder is Announced; ling. or.: inglese; pagine: 311; anno 1950]
Siamo ormai negli anni Cinquanta, la nostra Agatha ha appena compiuto sessanta anni, e la sua scrittura si fa più corposa, anche in questa avventura di Miss Marple, che, come sapete, non è che sia la mia passione principale. E come ormai da molte scrittura, la tipologia di trama ha un andamento similare. Si presenta una situazione, dei personaggi, delle possibilità. Poi, ma spesso mai prima di metà libro, si fa intervenire Miss Marple o Hercule Poirot. Così succede anche in questo libro, che tuttavia ha un meccanismo di “facci vedere se sei capace”, molto interessante. Nella piccola cittadina di Chipping Cleghorn (e quando si parla di cittadine di provincia, si immagina che se deve intervenire qualcuno sarà Miss Marple) sulla Gazzetta locale appare l’annuncio di un delitto. Tutti pensano ad un gioco di società, e la maggior parte della comunità si reca a casa di Laetitia Blacklock detta Letty. Dove, per l’appunto, alle 18:30 si spengono le luci, c’è un grande parapiglia, irrompe un uomo mascherato, si sparano due colpi di pistola, ed il terzo uccide (o si uccide) il misterioso ladro. Ci sono i due lontani cugini di Letty, Jane e Patrick, c’è Dora, svampita compagna di scuola di Letty, c’è Philippa, parente lontana, con marito scomparso, figlio piccolo e passione per la campagna, ci sono le signorine Murgatroyd e Hinchcliffe (che secondo me sono un po’ lesbo, ma questo non c’entra nulla con la storia), c’è il signorino Edward con mamma, c’è il colonnello Easterbrook con signora, c’è la moglie del curato, la signora Diana “Cicci” Harmon (soprannome dovuto al fatto di essere rotondetta, ah ah ah), nonché la profuga ebra polacca e cuoca di casa, l’arcigna Mitzi. L’ispettore Craddock indaga, scopre collegamenti strampalati, ma non risolve il mistero. Sembrava Letty senza particolari beni, neanche derivati dalla morte della sorella Charlotte, ma poi si scopre che era la segretaria di uno squalo finanziario. Che lasciò tutto alla moglie, ma che, alla morte di questa, tutto sarebbe andato a Letty. Si scopre che c’è una sorella dello squalo cui non verrà lasciato nulla, e che ha due gemelli, Pip e Emma, forse interessati a che Letty muoia prima della zia, così che siano loro ad ereditare. Poi si scopre anche che Jane non è Jane ma Emma. E che il gemello Pip, che tutti credevano maschio, è invece la buona Philippa, che sta avendo una storia con Edward. Che tutte le persone hanno possibili comportamenti poco ortodossi, tanto che potrebbero essere collegati alla morte del cameriere svizzero (era lui quello dell’assalto a casa Blacklock). Dimenticavo, Letty risultava ferita di striscio ad un orecchio. Era lei quindi il bersaglio? Nessuno poteva vedere nulla, che lo svizzero aveva una torcia e tutti ne erano accecati. Meno la signorina Murgatroyd, che stava dietro la torcia. Inoltre c’è Dora che, svampita e straparlante, a pagina 158 ci dà un indizio che solo cento pagine dopo riusciamo a capire. Intanto, entra in campo la zia di Cicci, ovviamente la nostra Miss Marple. Che però non fa in tempo né a salvare Dora, che viene stroncata da una pastiglia di veleno presa al posto di un’aspirina da un tubetto destinato a Letty, né la signorina Murgatroyd, che si ricorda un particolare illuminante, ma prima di poterlo comunicare alla sua amica-amante Hinch, viene strangolata. La nostra scrittrice, poi, innesca una sfida perversa con il lettore, mostrando sempre più spavalderia. A pagina 254, compare un appunto di Miss Marple, contenente 10 parole. Se il lettore riuscisse a decifrarne il contenuto, ed a collegarle tra loro, arriverebbe alla conclusione prima di Miss Marple e dell’ispettore. Ovviamente, la nostra Jane batterà in volata la polizia, ricostruendo la lunga trama che ha portato a queste tre morti, e svelando chi ci sia dietro a tutto ciò. Devo dire che l’avevo sospettato, ma non ero riuscito a tirar fuori un senso dalle dieci parole suddette. E brava Agatha, sempre più spavalda ed ormai padronissima del mestiere. Pur con tutte le sbavature dovute alla vita inglese di campagna (di cui non sono né estimatore né conoscitore), un romanzo un filo più all’altezza delle aspettative, e con una riuscita senz’altro migliore di alcune non eccelse prove precedenti.
“Ho sofferto molto dal punto di vista fisico; ma, quando si soffre, si conosce anche il grande piacere dei momenti nei quali le sofferenze non si fanno più sentire.” (177)
Agatha Christie “Miss Marple: giochi di prestigio” Corriere della Sera 5 euro 6,90
[A: 01/09/2014– I: 30/09/2015 – T: 02/10/2015] - && ½
[tit. or.: They Do It with Mirrors; ling. or.: inglese; pagine: 209; anno 1952]
Come si sa, leggendo la bibliografia, solo dal ’50, col sopra citato delitto annunciato, Agatha Christie riprende a scrivere di Miss Marple. Tuttavia, se il precedente ha un andamento sicuro, ed una ferma mano, questa seconda uscita, risente forse un po’ della necessità di pubblicare. Non che sia mal messa, o altro. Tuttavia risulta di poca presa. Certo, qualche punta ironica in più rispetto allo standard, ma poco intreccio giallo. Infatti, il tutto si risolve in una lunga serie di interrogatori da parte dell’ispettore Curry, che analizzano il delitto in tutte le sue fasi e le sue movenze, percorrendolo e ripercorrendolo. Per poi arrivare ad una fine annunciata forse un po’ troppo frettolosa. La novità, veramente eclatante, è che Miss Marple compare sin dalle prime battute. Convocata dall’amica di gioventù Ruth (dove scopriamo qualcosa dell’infanzia della nostra quasi simpatica signorina) perché preoccupata per la comune amica Carrie. Con uno stratagemma Miss Marple si introduce quindi nella vita di Carrie, e nella sua complicata ricostruzione, in cui anche noi ci perdiamo. Carrie è una entusiasta, sempre pronta a cercare operazioni filantropiche in favore di derelitti e disadattati. In tutto questo: a) sposa un certo Gulbrandsen, super ricco, con già un figlio a carico, Christian, poco più grande di Carrie, ed insieme danno vita ad una Fondazione per gli intenti filantropici di cui sopra; b) non riuscendo ad avere figli, adottano una bambina, dall’infelice nome di Pippa, che poi scopriremo essere la figlia biologica di una assassina all’arsenico; c) subito dopo, invece, Carrie rimane incinta e nasce Mildred, che rimarrà infelice tutta la vita, sempre messa seconda dietro a Pippa; d) alla morte di Gulbrandsen, Carrie sposa tal James, già con due figli a carico, gli stonati Stephen ed Alex, che Carrie adotta quando James scappa con una ballerina jugoslava; e) ora Carrie ha da poco sposato l’altrettanto visionario Lewis Serrocold, e con lui continua opere filantropiche di vario genere; f) Pippa nel frattempo ha sposato un italiano, dato alla luce la bella Gina, morendo poco dopo; g) Gina è stata in pratica allevata in America dalla zia Ruth, e lì conosce e sposa Walter, e con lui torna alla casa avita della nonna Carrie; h) Mildred sposa un triste ecclesiastico, con cui non riuscirà ad avere figli, ed alla morte di questi torna anche lei da mamma Carrie; i) Christian diventa quindi il capo e gestore del Fondo Gulbrandsen. Vi siete persi in questi intrecci? Io quasi. Ma tutti i personaggi sono presenti a casa di Carrie, compreso tal Eddie, un ondivago che ogni tanto si inventa ascendenti mirabolanti, per poi diventare calmo e ragionante più che se fosse normale (o forse lo è?). In una serata di tragedia, succede che Lewis palesa i timori che Carrie venga avvelenata, Eddie da fuori di matto, prende Lewis e con lui si chiude a chiave in una stanza urlando e sbraitando, tutti gli altri rimangono fuori, poi va via la luce, e Walter si allontana per riparare le valvole. Si odono prima uno poi due colpi di pistola. Non si riesce ad aprire la porta, ed alla fine si trovano due fori vicino alla scrivania di Lewis, questi ansante un po’ preoccupato, e, nell’altra ala, Christian ucciso da un colpo di pistola. Questo avviene nel primo quarto di libro. I restanti tre quarti sono dedicati a quella sfilza di interrogatori di cui sopra. Ma poca è l’azione e poca la partecipazione. Tanto che alla seconda pagina di interrogatorio, Miss Marple dice che ad uccidere le mogli sono in genere i mariti (e viceversa). Con questo in testa, cerchiamo poi di capire i giochi di prestigio del titolo, che non è che siano tanto chiari. Un po’ come nel precedente libro, tutti potevano essere entrati od usciti dalla stanza per andare ad uccidere Christian. Agatha cerca di introdurre qualche elemento di disturbo, come una presunta crisi matrimoniale tra Gina e Walter, ed altre minuzie. Ma tutto si risolve quando si scopre che Eddie è una persona normale, ed il gioco degli specchi è impostato da … Beh questo scopritelo anche voi. Quello che dispiace è che la fine viene raccontata e riassunta in 3 pagine, mentre il tutto aveva appena varcato la soglia delle 200. Tant’è che rimangono zone d’ombra (muore Alex, ma come? Muore anche un ragazzo, ma in che modo?). Insomma, non una grande prova, cara la mia signora. Si attende con ansia il ritorno di Poirot.
“- Non ti senti vecchia, vero? – No, per niente … Nonostante gli acciacchi e i dolori, che sono tanti. Dentro continuo a sentirmi una ragazzina … Forse è così per tutti. Lo specchio ci mostra quanto siamo vecchi, eppure non ci crediamo!” (28)
Agatha Christie “Polvere negli occhi” Corriere della Sera 24 euro 6,90
[A: 05/02/2015– I: 27/09/2015 – T: 29/09/2015] - &&& ½
[tit. or.: A Pocket Full of Rye; ling. or.: inglese; pagine: 259; anno 1953]
Ovviamente una lunga e partecipata citazione va a questo scritto, pubblicato in un anno genetliaco e, come il sottoscritto, ancora decisamente valido. Ma prima di addentrarci nei meandri di una trama non molto complessa, ma con tutte le caratteristiche per sviare noi attenti lettori, dedichiamo qualche riga ai soliti lai contro traduttori e parenti stretti (correttori, editori, e via oriando). Ora chiediamoci: aveva senso il titolo originale “Una tasca piena di segale”? Certamente, e poi vi spiego anche perché. Il sostituto “Polvere negli occhi” serve a farci capire quello che ho detto prima, un corpo estraneo che ci fa distogliere lo sguardo dal giusto punto di osservazione per scorgere il (o la) colpevole. Ma attiene poco al nocciolo della trama. Che la tasca si riferisce alla seconda linea di una filastrocca infantile inglese, intitolata “Canta una canzone da due soldi” e tratta da una delle raccolte più note di rime infantili “The Real Mother Goose” (“La vera Mamma Oca”, per non confonderla con la raccolta di fiabe di Perrault “Ma Mère l’Oye”). La filastrocca (con relativa traduzione) ve la riporto in finale. Perché è quella che fa da leitmotiv alla successione delle azioni nefande. Secondo elemento (e questo certo più difficile) di spavento per il nostro traduttore – traditore è la presenza di merli (“blackbirds”) per un qualche strano elemento narrativo che vedremo. Il fatto che delle morti siano avvenute durante cerimonie del tè, in genere in Inghilterra accompagnate da qualcosa di dolce da mangiare, consente al simpatico ispettore Neele di prendere in giro il suo sottoposto ricordandogli che deve cercare “blackbirds” (appunti merli) e non “blackberries” (cioè more, anche se vengono qui tradotte con mirtilli neri). Una piccola nota a piè pagina, no? Allora, veniamo a noi. Prima della Guerra, Agatha aveva utilizzato per ben due volte di seguito delle filastrocche per due romanzi di Poirot. Visto che la filastrocca ha successo, eccola che, come suo costume, la riutilizza, in un romanzo di Miss Marple. Che al solito interviene ben oltre metà, fa due interventi (di cui uno relativo all’aggancio della filastrocca alla vicenda), indica la soluzione al buon ispettore e se ne torna a casetta. La vicenda è incentrata intorno alla famiglia Fortescue. Il capostipite, Rex, sanguigno ed ai limiti della legge, ha accumulato beni e denari, ma ora si sta avviando verso una precoce demenza senile, spendendo e sperperando soldi, nonché sposando una signorina di trenta anni più giovane, che mira solo al denaro. Il cattivo Rex, allora, muore in ufficio, bevendo una tazza di tè. Ma si scopre che: il veleno l’ha ingerito ore prima, in casa, e che ha della segale in tasca. In casa, oltre alla moglie Alice ed al suo amante Viv, c’è il triste figlio maggiore Percival, spilorcio e sparagnino, con la giovane moglie ex-infermiera Jennifer, la figlia Elaine, in lite con il padre perché vuole sposare il poco abbiente Gerard, la zia Effie, che tutto vede e nulla dice, la governante super efficiente Mary Dove e la cameriera super imbranata Gladys. Non è presente, perché ancora in Africa, Lancelot, il figlio minore, cacciato da giovane in quanto un poco truffaldino, che vivacchia tra imprese sballate e corse dei cavalli, con sua moglie Pat, un’aristocratica cui Lance vuole un bene profondo. Ovviamente sono tutti contenti della morte di Rex, che salva l’impresa familiare dalla bancarotta. Ma nel testamento, il vecchio aveva fatto un lascito enorme ad Alice, cosa che avrebbe continuato la discesa verso la povertà. Ebbene, prima che sia possibile incassare i soldi, Alice viene uccisa anche lei durante un rinfresco di tè nel salotto buono, mentre mangiava pane e miele. L’ispettore capisce che la reticente Gladys sa qualcosa, ma prima di riuscire ad interrogarla, la poveretta è strangolata nel locale lavanderia, e lasciata con una molletta sul naso. In tutta questa confusione, è intanto arrivato Lance e signora, creando altro scompiglio, innervosendo Percy, e rinvangando una vecchia storia di merli (eccoli che arrivano). Perché Rex lasciò morire un suo socio mentre cercavano di scoprire le potenzialità della “Miniera dei Merli” in Tanganica. Questo mette pepe alla ricerca, perché la figlia del socio, ormai tra i venti ed i trenta, è scomparsa, ed aveva giurato da bambina di vendicarsi. Sarà lei sotto mentite spoglie ad essersi introdotta in casa Fortescue? Può essere Mary Dove? Può essere Jennifer? Oppure? Ecco che, ormai quasi alla fine, arriva l’arzilla Miss Marple, che collega i delitti alla suddetta filastrocca (ne vedete il nesso ovvio). E scopre l’assassino in base a due particolarità: Gladys è stata uccisa prima di Alice, contrariamente alla filastrocca, ciò che indica la paura del colpevole di essere scoperto anzitempo; inoltre il veleno che uccise Rex deriva dalle bacche dei tassi, ritrovate in una marmellata d’arance che solo Rex usava (e come lo capisco, è l’unica decente da mangiare). Quindi qualcuno aveva indotto la credulona Gladys a mettere le bacche nella marmellata, e, prima che l’ingenuotta potesse smascherarsi, l’ha uccisa. Per poi uccidere anche Alice, in modo da consentire all’impresa di non collassare. Quando poi si scopre che in Tanganica ci sono miniere d’uranio, anche la questione della miniera avrà la sua rilevanza. Miss Marple spiega tutto all’ispettore, ma non si hanno prove. Prove che verranno alla luce con una lettera di Gladys a Miss Marple (dimenticavo, la poveretta veniva proprio da St. Mary’s Mead, guarda tu!) in cui la cameriera confessa la sua partecipazione all’azione, dicendo che le era stata proposta dal suo fidanzato, di cui allega una foto. E questi è … Vi pare che ve lo posso dire così su due piedi? Ma tanto l’avete capito, ed è interessante il modo in cui ce ne porge la soluzione la nostra Miss Marple. Una parte finale ben scritta, come deve accadere in un giallo che si rispetti, senza dar nulla per scontato. Che tutto alla fine, viene spiegato. Una bella prova. Ed ora ecco la filastrocca:

SING A SONG OF SIXPENCE


Sing a song of sixpence,
Canta una canzone da due soldi,
   A pocket full of rye;
   una tasca pieno di segale
Four-and-twenty blackbirds
Ventiquattro merli
   Baked in a pie!
   farciti in una torta!


When the pie was opened
Quando la torta viene aperta
   The birds began to sing;
   i merli cominciano a cantare
Was not that a dainty dish
Non è questo un piatto delizioso
   To set before the king?
   da servire ad un re?


The king was in his counting-house,
Il re era nel suo ufficio
   Counting out his money;
   che contava i suoi soldi
The queen was in the parlor,
La regina era nel suo salotto
   Eating bread and honey.
   che mangiava pane e miele.


The maid was in the garden,
La serva era nel giardino
   Hanging out the clothes;
   che stendeva la biancheria
When down came a blackbird
Quando è sceso un merlo
   And snapped off her nose.
   e ha beccato via il suo naso.



PS: se siete interessati, c’è un bell’articolo su Wikipedia inglese relativo alla genesi di questo stornello. Cercatelo!
Inizia marzo pazzerello, ed ecco allora che torna l’elenco ed i giudizi dei sedici libri letti nel mese di dicembre. Un mese senza particolari scostamenti dalla linea mediana, illuminato però dal bellissimo, consigliatissimo, libro da leggere e rileggere: il “Danubio” di Claudio Magris.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Michele Giuttari
Il Basilisco
Corriere della Sera
6,90
3
2
Andrea Camilleri
La piramide di fango
Sellerio
14
3
3
Antonio Manganelli
Il sangue non sbaglia
Corriere della Sera
6,90
3
4
Jaime Miranda
Non sono qui per farmi degli amici
Gran Via
s.p.
2
5
Agatha Christie
Un cavallo per la strega
Corriere della Sera
6,90
2
6
Danila Comastri Montanari
Mors Tua
Mondadori
12
3
7
Danila Comastri Montanari
In corpore sano
Mondadori
12
3
8
Georges Simenon
I Maigret – 4
Adelphi
s.p.
4
9
Danila Comastri Montanari
Cave Canem
Mondadori
9,90
2
10
Cristiana Astori
Tutto quel blu
Mondadori
4,90
2
11
Stephen Chbosky
Noi siamo infinito
Sperling & Kuipfer
13
3
12
Claudio Magris
Danubio
Garzanti
12,90
5
13
Bruno Morchio
Con la morte non si tratta
Garzanti
4,90
2
14
Julian Barnes
Il pedante in cucina
Corriere della Sera
7,90
3
15
Camilla Läckberg
Il bambino segreto
Marsilio
14
3
16
Wilbur Smith 
Il Dio del fiume
Longanesi
s.p.
2

Come si supponeva, le Galapagos sono andate nel dimenticatoio delle imprese sballate patrocinate da Avventure, e sostenute da viaggiatori poco attenti. Ma avremo modo di riparlarne, per ora godiamoci questo mese di marzo, all’insegna delle sistemazioni. 

domenica 28 febbraio 2016

Maigret 3 - 28 febbraio 2016

Spero i miei assidui lettori, o quelli che ancora restano ad attendere i miei piccoli elzeviri domenicali, non siano troppo restii ad ammirare, come fa il sottoscritto, le belle scritture, ovunque esse si trovino. Simenon, nella sua travolgente carriera omniletteraria, ha scritto di tutto e su tutto. Io, tuttavia, fedele agli amori giovanili, continuo a seguire l’evoluzione del nostro commissario, con questo terzo volume dell’opera omnia pubblicata meritevolmente da Adelphi.
Georges Simenon “I Maigret – volume 3” Adelphi s.p. (regalo di mamma)
[A: 13/04/2014– I: 08/09/2015 – T: 20/09/2015] - &&&&---  
[tit. or.: vedi singoli libri; ling. or.: francese; pagine: 719; anno 2013]
Dopo un altro congruo numero di mesi, eccoci ora al terzo volume dell’opera omnia su Maigret, con ben cinque romanzi scritti in cinque mesi. Notiamo che a scrittore prolifico risponde lettore prolifico. E l’editore Fayard non è da meno, pubblicando i romanzi del commissario anche lui con una cadenza pressoché mensile.
Titolo
Scritto
Uscito
Data
Luogo
La balera da due soldi
Ottobre 1931
Scritto a bordo de l'Ostrogoth, Ouistreham (Calvados)
Dicembre 1931
L’ombra cinese
Dicembre 1931
Scritto alla villa Les Roches Grises, Cap-d'Antibes (Alpes-Maritimes)
Gennaio 1932
Il caso Saint-Fiacre
Gennaio 1932
Scritto alla villa Les Roches Grises, Cap-d'Antibes (Alpes-Maritimes)
Febbraio 1932
La casa dei fiamminghi
Gennaio – Febbraio 1932
Scritto alla villa Les Roches Grises, Cap-d'Antibes (Alpes-Maritimes)
Marzo 1932
Il porto delle nebbie
Ottobre 1931 – Febbraio 1932
Iniziato a bordo de l'Ostrogoth, Ouistreham (Calvados) e terminato alla villa Les Roches Grises, Cap-d'Antibes (Alpes-Maritimes)
Maggio 1932
“La balera da due soldi”
[tit. or.: La guinguette à deux sous; ling. or.: francese; pagine: 9-146 (138); anno 1931]
Dopo l’estate del 1931, Simenon, con il suo cutter, si sposta nella regione del Calvados. Praticamente, dall’attracco sotto Parigi, molla gli ormeggi, risale la Senna sino al mare, e si sposta poco sotto Caen. Questo, ovviamente, non gli impedisce di continuare a scrivere con la solita velocità. Anzi, sembra gli frutti qualche nuova idea, che mette subito in pratica per caratterizzare meglio il suo commissario. I primi dieci scritti, infatti, stanno delineando la figura di Maigret, che comincia ad avere alcune caratteristiche che gli rimarranno nel tempo. Qui, ad esempio, ne vediamo l’empatia con i criminali, ovviamente quelli che hanno seguito le vie del male per una serie di circostanze avverse. Come il caso di Jean Lenoir, bandito ed assassino, con un suo piccolo codice morale, ed una vita oltre le righe. Inciso, notate la somiglianza del nome con quella del sottoscritto. Maigret va a trovare Jean, che ha arrestato e fatto condannare, per comunicargli la mancanza della grazia e la prossima esecuzione. Ed il bandito gli narra di un crimine che ha seguito sei anni prima, e che è rimasto impunito. Da qui, lasciato Lenoir al suo destino, si dipana una storia strana, che Maigret dovrebbe andare in ferie e raggiungere la moglie in Alsazia. Invece, le parole di Jean gli ronzano, come gli ronza la balera da due soldi dove Jean aveva incontrato di nuovo l’assassino in libertà. Indizio vago, che casualmente si collega ad un discorso che Maigret sente da un sarto. Segue allora l’ignaro Marcel nella speranza di trovare la balera. Lo segue quando va con la sua amante in un albergo. Lo segue a casa, dalla moglie e dal figlio. Lo segue quando con loro, per il fine settimana, si sposta nella villetta in riva alla Senna. Lo segue infine nella festa che colà si deve tenere, in una per l’appunto balera. Che guarda caso è quella da due soldi. Qui, nelle villette in riva alla Senna, tutti altri personaggi popolano la storia del commissario. Borghesi, commercianti, grandi bevitori, mogli e amanti. Fa amicizia casualmente con l’inglese James, da anni trasferitosi in Francia, e grande bevitore di pernod. Conosce Madò, l’amante di Marcel. Conosce Feinstein, il marito di Madò, commerciante sempre in ritardo con i pagamenti ed alla ricerca di soldi. Maigret capisce che c’è qualcosa, ma non trova fili da qui dipanare la matassa. Mette il fido Lucas alla ricerca di Victor, uno sbandato amico di Jean che potrebbe sapere qualcosa. E continua a coltivare l’amicizia con James, ed a tornare anche la settimana successiva tra le anse della Senna, dove la vita scorre tra gite in barca, incontri di tennis e partite di bridge. Inciso, Maigret si ritrova ad un certo punto anche a fare il quarto ad un tavolo di bridge. Mitico! Ora però avviene il primo dramma. Si ode uno sparo, Feinstein muore e Marcel si trova una pistola in mano. Assassinio per gelosia o altro? Maigret comincia ad indagare, mentre Marcel fugge. E nelle indagini scopre meglio la condotta sul filo del commerciante. E le sue frequentazioni con Ulrich un usuraio scomparso 6 anni prima. Ulrich che si scopre era noto anche a Marcel. Scopre anche che James aveva avuto anni prima una storia con Madò, anche se ben presto troncata. James non era così ricco da poter mantenere moglie ed amante, al contrario di Marcel. La storia procede molto sul filo dell’ondivagare del commissario, che raccoglie prove a destra ed a manca, ma l’unica cosa che realmente fa è continuare ad incontrarsi con James alle 6 del pomeriggio e bere a lungo con lui. Comunque scopre che il morto citato da Jean è proprio Ulrich. Ma chi era l’assassino? Le tracce convergono verso le possibili soluzioni. Con l’abilità di Simenon di delineare meglio i caratteri. Di James, durante le bevute. Di Feinstein, durante le indagini sui suoi ammanchi finanziari, ripianati prima con i soldi di Ulrich, poi con delle donazioni, grandi o piccole, degli amanti di Madò. Di Marcel, al fine ritrovato. Di Victor, anche lui trovato ma restio a parlare. L’abilità di Maigret sarà quella di condurre tutti ad un punto dalla crisi di nervi. Marcel ricostruisce la morte del commerciante, dovuto in effetti ad un tragico incidente. La pistola, in realtà, era proprio di Feinstein. Poi riunisce James, Marcel e Victor, per trovare il modo di far uscir fuori l’assassino di Ulrich. È sicuramente uno dei tre (cioè i due viventi ed il morto), Victor lo sa ma non lo dice. Maigret esaspera tutti ed arriva alla verità. Quindi, finalmente, può prendere il treno ed andare a riposarsi in Alsazia. Una storia ben congeniata. Ci sono alcuni inseguimenti (siamo ancora negli anni Trenta), ma si sta ampliando la parte mi verrebbe di dire psicologica delle storie, anche se per ora si tratta di caratterizzare meglio i personaggi attori delle vicende, e trovare il modo di far giocare a Maigret il suo ruolo di commissario attento ai dettagli. Ultimo dato, è ancora discretamente solitario, senza i suoi fidi moschettieri a girare per la città in cerca di prove. Come detto compare il solo Lucas, ma marginalmente. Tuttavia, sicuramente una bella costruzione, ed una descrizione di un mondo medio-borghese e corrotto che a Simenon ben riesce.
“L’ombra cinese”
[tit. or.: L’ombre chinoise; ling. or.: francese; pagine: 147-281 (135); anno 1931]
Dopo tanto girovagare con la sua barca, dopo l’estate del ’31, Simenon decide di recarsi nel Sud della Francia, dove trova ospitalità nella villa detta “Les Roches Grises”, sulla corniche d’Antibes. La villa è di proprietà di uno strano personaggio del mondo letterario francese, Henri Duvernois (il cui vero nome era Henri-Simon Schwabacher), scrittore prolifico, anche se a detta dei critici d’allora, un po’ superficiale. Ma di gran successo, e di grandi conoscenze. Scriveva anche per il teatro, ha adattato cinque opere per il cinema, era stato grande amico di Proust, poi di Apollinaire, ora di Sacha Guitry e Mistinguett. E riceveva spesso nella sua villa di Antibes. Qui Simenon, allora ventottenne, si trasferisce per alcuni mesi scrivendo almeno tre romanzi. Il primo è appunta quest’ombra, che ha poco del giallo, se non per un morto e la presenza del commissario Maigret. È in realtà un romanzo molto d’atmosfera, cupa e triste. Una vicenda che si svolge in un palazzo che si affaccia su Place des Vosges (ahi, quanti ricordi) e quindi neanche tanto lontano dalla casa del commissario, che vi ricordo abita da sempre al 132 del boulevard Richard-Lenoir (altro elemento quasi anagrammatico che me lo ha fatto sempre sentire vicino). Un uomo, il signor Couchet viene ucciso con un colpo di pistola. La portinaia chiama il commissario per indagare con discrezione, visto che nel palazzo abita un diplomatico che ha appena avuto la prima figlia dalla sua giovane moglie. Il morto è una specie di gaudente avventuriero dalla strana vita, uno che si buttava in tutte le imprese più pazze, il più delle volte con poco successo. Fino a rilevare una formula per la preparazione dell’anti-emetico del dottor Riviére (io non lo conosco, ma esiste, l’ho cercata, ed è una miscela di acido citrico e bicarbonato di potassio, se qualcuno sa di cosa stiamo parlando). Che gli dà finalmente soldi a profusione. Precedentemente era sposato con una signora, che, sempre in ristrettezze e con sue manie di grandezza, vedendo Couchet perdere soldi ad ogni impresa, chiese il divorzio per sposare l’impiegato all’Anagrafe, signor Martin. Il bello (o il brutto, come volete) della situazione, è che i signori Martin rimangono ad abitare nello stesso palazzo di Couchet, la signora costatando l’ascesa del primo marito e la stasi del secondo. Una persona onesta, ma che non ha molta spina dorsale, che preferisce fare il suo onesto percorso di vita. Ai margini del dramma c’è l’attuale moglie di Couchet, Germaine, sposata per il suo lignaggio ma poco presente nella vita del morto. Che si consolava con una “signorina”, Nine Moinard, forse la più simpatica del trio. Complica il quadro dei rapporti la presenza del figlio di primo letto di Couchet, tal Roger, uno scapestrato capace solo di chiedere soldi al padre. Per tutto il romanzo Maigret si aggira per il palazzo, parla con questo e con quello, dando agio a Simenon di descrivere il modo di vivere parigino degli Anni Trenta, in quel piccolo mondo borghese, pieno di ricordi antichi di modi di vivere, senza che ci siano aperture verso il nuovo. Mondo che Simenon facilmente mette in mostra in tutta la sua bruttezza. Ma l’indagine procede, e si scopre che la cassaforte doveva contenere un’ingente somma di denaro. Che doveva essere stata rubata prima della morte di Couchet, avendo il suo corpo bloccato la cassaforte. I nodi vengono al pettine quando si scopre il testamento del morto che lascia tutto alle sue tre donne, e nulla al figlio. La famiglia di Germaine, altera e bizzosa, impugnerà lo scritto. Nine si accontenta di sapere che Couchet la considerava (e sicuramente non avrà nulla). Roger, ricostruiti gli avvenimenti, si getta dalla finestra dell’albergo. Era lui il ladro e assassino del padre? Era lui che dalla casa dei Martin si poteva vedere aver commesso il fatto? Quando a Maigret (che ovviamente ci fa capire aveva già compreso i fatti) vengono portate banconote di migliaia di franchi trovate alla deriva della Senna, il commissario decide di fare l’ultimo passo. Torna dai coniugi Martin, dove la signora, rosa dall’invidia e da altre malattie, ormai ha dato fuori di testa. Come tutti i gialli che si rispettino, sapremo tutto alla fine, che Simenon nulla lascia al caso. Ma non è il giallo che ci ha avvinto in questa prova scritta al sole della Costa Azzurra, ma la sua cupezza, la sua descrizione dei tristi meccanismi intercorrenti tra persone avide e meschine. Non un gran giallo, ma un discreto romanzo.
“Il caso Saint-Fiacre”
[tit. or.: L’affaire Saint-Fiacre; ling. or.: francese; pagine: 283-422 (140); anno 1932]
Ci dev’essere qualcosa di cupo sulla Costa Azzurra, che anche in questo secondo romanzo scritto ad Antibes, l’atmosfera generale del romanzo è strana, così come l’ambientazione e le azioni di Maigret. O forse, dopo 12 romanzi, Simenon aveva bisogna di far rifiatare un poco il nostro commissario, ed anche di radicarlo meglio, di cominciare a dargli maggior connotati. Nel precedente, infatti, ha cementato la residenza parigina di Maigret. Qui, ci descrive brandelli dell’infanzia. Il tutto nasce da una lettera anonima che, arrivata alla Polizia Giudiziaria, avverte di un assassino che verrà commesso il giorno dei morti a Saint-Fiacre. Nessuno se ne cura, se non Maigret. Perché lui, a Saint-Fiacre, c’è nato. Ora, com’è ovvio, Saint-Fiacre è fittizio, ma ricalca la reale cittadina di Paray-le-Frésil. Dove era un castello di proprietà della famiglia d’Estutt de Tracy, e dove Simenon, tra i venti ed i ventuno anni, trascorse del tempo come segretario del marchese locale. Maigret si reca quindi, solo, nella cittadina. E vi è ovviamente sommerso di ricordi. Sono passati un bel po’ di anni (Maigret sarebbe nato nel 1887, ed ora sta sui 45, anche se Simenon non sarà mai preciso, collocandolo in uno spazio atemporale tra i 40 ed i 60 anni), ma il nostro ritrova le sensazioni giovanile, e ne è travolto. Il padre, Evariste, era stato intendente del Conte di Saint-Fiacre, fino ai 17 anni del nostro, quando morì di pleurite. La madre, Hernance, casalinga, era morta quando Jules aveva 8 anni per delle cure maldestre del dottore locale, in seguito ad una minaccia d’aborto. E qui, a Saint-Fiacre, Maigret ritrova altri punti del suo passato. La contessa, trentenne all’epoca del giovane Maigret. La chiesa ove faceva il chierichetto. La bruttina dagli occhi storti, che ora tiene l’unica locanda. E nella chiesa, durante la messa del giorno dei morti, la contessa di Saint-Fiacre, ormai sessantenne e dedita ad una strana vita per non lasciar passare una giovinezza non più ritrovabile, muore. Di un colpo al cuore, decreta il medico locale. Che Simenon, memore della giovinezza del commissario, dipinge poco attento ed un po’ più dedito alla caccia che alla professione. Sembra tutto naturale, ed il biglietto uno scherzo, ma Maigret non si tira indietro, annusa l’aria, scopre la scomparsa del messale della contessa, riesce a ritrovarlo, e dentro c’è un ritaglio di giornale, fittizio, in cui si annuncia il suicidio del giovane marchese, del figlio Maurice. Il cuore della contessa, già malandato, non può reggere il colpo. Un omicidio che non potrà portare a nessun arresto, a nessun giudizio. Qualcuno ha fabbricato il ritaglio, ma si può sempre giustificare con uno scherzo andato oltre il voluto. Tuttavia, i convenuti nel natio borgo sanno bene che quel giornale è stato come una pistola che ha sparato un bel colpo al cuore. Ed eccoli lì, i possibili assassini. Maurice de Saint-Fiacre, il figlio, dissoluto e sempre a corto di denaro, aveva già spaventato mesi prima la madre per aver dei soldi, ed ora è tornato nella cittadina bisognoso di quarantamila franchi. Potrebbe volere la morte della madre prima che questa dissipi tutto il patrimonio. Con Jean Métayer, prima segretario e poi amante della contessa. Un trentenne che si diletta di linotipia (potrebbe ben aver stampato il falso giornale) e che sta mangiandosi i soldi della vecchia. Potrebbe anche lui voler la morte dell’anziana signora, prima che il figlio, tornado alla carica, riottenga un ruolo in famiglia. Ci sono Gautier, l’intendente del castello, quello che ha preso il posto del padre di Maigret, e suo figlio Emile. Il primo potrebbe voler fermare lo scempio economico prima di perdere tutto, anche il lavoro. Ma potrebbe anche voler nascondere il suo accaparramento dei tesori della contessa, venduti all’asta e che potrebbe aver ricomperato a basso prezzo. In questo coperto dal figlio Emile, sia in quanto questi è un funzionario della banca locale, sia anche perché desideroso, lo stesso Emile, di vendicarsi di Jean, essendo stato anche lui amante della contessa, e da Jean soppiantato tempo prima. Infine, potrebbe essere stato il parroco stesso, integerrimo difensore dell’onore locale, a voler fermare gli scandali che la contessa continuare a perpetrare. La stranezza, ed anche il poco mordente che il libro (anche se molti, invece, lo hanno col tempo rivalutato) è che appunto Maigret, attanagliato dai ricordi, assiste un po’ impotente a tutta la vicenda. La cui conclusione, in un’epica serata alla Maigret, viene invece guidata dal marchese. Che invita tutti, commissario in testa, in una lugubre cena al castello. Triste (pollo al tartufo ed insalata, veramente da mensa popolare), ma bagnata da abbondanti vini e liquori. Maurice fa una scena madre, elencando tutti i possibili colpevoli, lui compreso, ponendo una pistola al centro della tavola, e scommettendo che si sarebbe trovato l’assassino della madre entro mezzanotte. Allo scoccare dei dodici rintocchi, Emile prende la pistola e spara a Maurice. Sembra, e forse lo è, tutto finito. manca solo un ultimo anello per la descrizione della vicenda e la chiusura del cerchio. Far luce sulla vicenda del messale, sul modo in cui è stato ritrovato, e sul perché. Questo sarà l’unico apporto alla vicenda del nostro commissario, che alla fine, pensieroso e carico di ricordi, tornerà alla sua vita tra Quai des Orfevres e boulevard Richard-Lenoir. Come detto, il sole di Antibes non riesce a sciogliere Simenon, che rimane legato in questi due romanzi, a temi tristi e cupi. Si spera torni ad affiorare il Maigret più attivo, o quello, più vicino ai miei ricordi, di Gino Cervi.
“La casa dei fiamminghi”
[tit. or.: Chez les flamandes; ling. or.: francese; pagine: 423-552 (130); anno 1932]
Sono sempre più convinto che l’atmosfera di Antibes lasci in Simenon qualche punto dolente, per cui questa terza prova, che dovrebbe essere baciata dal sole del Sud francese, risulta più cupa e con un problema di fondo neanche tanto piccolo. Sicuramente, la vicinanza con l’oscuro Duvernier, cui il giovane belga guarda con ammirazione, lo porta ad imbastire una trama che, pur nelle sue componenti gialle, lascia più spazio all’atmosfera che al poliziesco. Intanto, la vicenda si svolge tutta nel Nord della Francia, a Givet, cittadina delle Ardenne posta esattamente al confine tra Francia e Belgio. In particolare, al confine con la Vallonia, e dove il vallone, insieme al francese, è la lingua di base. In questo contesto, quindi, sono visti con occhio storto i fiamminghi che vi abitano. E tutto ciò si cristallizza nei fiamminghi Peeters, padre, madre e tre figli (due femmine ed un maschio) che hanno l’ultima casa sul confine, che per di più è la drogheria meglio fornita del paese stesso. E come tutte le drogherie che si rispettino, fornisce acquavite a basso costo, soprattutto ai marinai che transitano con le loro chiatte. La famiglia Peeters è amica di un cugino alsaziano della signora Maigret, e per questo chiede aiuto al commissario al fine di sollevare lumi sulla scomparsa e presunta morte di Germaine, una ragazza locale. Ragazza che ha avuto un veloce flirt con il giovane Joseph Peeters, rimanendo sfortunatamente incinta. Ragazza che scompare dopo una visita notturna alla drogheria. Maigret, per amor di famiglia, si reca quindi sul posto, e comincia ad annusare l’atmosfera e le situazioni. Senza prendere iniziative particolari, visto che non ha incarichi ufficiali, lasciando nel bene e nel male, il filo delle indagini ai poliziotti locali. Tuttavia, è lui che, passo dopo passo, ricostruisce qualcosa. Abbiamo la signora Peeters che gestisce il negozio. Abbiamo Anne, il suo principale aiuto. Abbiamo Maria, la sorella bruttina che insegna e vuole farsi suora. Abbiamo Joseph che studia da avvocato. Abbiamo Marguerite, cugina dei Peeters e petulante promessa sposa di Joseph. Abbiamo infine Gerard, il fratello della scomparsa, che urla e strepita verso i Peeters, anche per una vecchia storia da lui avuta con Anne, e subito finita. Joseph appare fin da subito uno smidollato, che è combattuto tra la vita regolare con Marguerite e l’avventura con la procace ma di poca sostanza economica Germaine. Tutto è complicato dalla mancanza di un corpo per cui si va avanti a suon di “maldicenze”. Questa è l’atmosfera che meglio riesce a descrivere Simenon. Le piccole diatribe locali, gli amori fugaci, i grandi odi, le bevute al bar del paese. Insomma, tutta quella vita di provincia che tanto aveva avuto modo di vedere gironzolando per i canali navigabili con il suo cutter, e che riversa mirabilmente nelle sue opere. Non ci facciamo mancare neanche un battelliere, spesso ubriaco, che forse ha visto qualcosa, che forse sa qualcosa, ma che non si apre con nessuno. L’astuzia di Maigret è quella di stanare le persone con la sua aria sorniona, in special modo, fumando la sua grossa pipa, facendo credere di sapere più di quanto sappia. Come direbbe Poirot, fateli parlare e prima o poi vi condurranno alla verità. Frugando tra le cose del battelliere, Maigret scopre un pesante martello. Ed in contemporanea, nella Mosa viene ritrovato il corpo di Germaine con il cranio sfondato. Mentre invita i poliziotti a fermare il battelliere, questi, sempre squattrinato, trova il modo di fuggire in treno verso Bruxelles, pagandosi il biglietto. E tutti si mettono sulle sue tracce. Non Maigret, che va dalla famiglia Peeters, e costringe chi ha commesso il fatto ad una confessione. Senza valore perché senza prove. Tant’è che Maigret alla fine lascia Givet e torna a Parigi. Un anno dopo, fortuitamente, incontra Anna, ora segretaria in un ufficio parigino. Che lo aggiorna: Joseph ha poi sposato Marguerite, ma non riesce ad andare avanti nella professione ed anche l’unione traballa; Maria, si è presto ammalata ed è morta di lì a poco. Il battelliere non è stato mai ritrovato. Ecco, quello che mi ha lasciato perplesso è l’atteggiamento di Maigret verso la giustizia. Sa chi è il colpevole, sa come si sono svolti i fatti, ma lascia andare avanti tutti nelle loro misere vite. Certo, Simenon ci mostra un ulteriore tratto caratteristico del commissario, la sua empatia verso le situazioni molto borderline. Ma qui ritengo si sia passato un poco il segno. L’assassinio non ha una reale giustificazione, e, seppur con vita grama, i colpevoli (materiali e morali) altra punizione meritavano. Non so, non mi ha convinto del tutto.
“Il porto delle nebbie”
[tit. or.: Le port des brumes; ling. or.: francese; pagine: 553-726 (174); anno 1931-32]

Il bello di seguire l’evoluzione temporale della scrittura che Simenon dedica al suo commissario è anche quello di vedere un poco oltre il testo, di apprezzarne la genesi o, come in questo caso, spiegarsi continuità e discontinuità. In effetti, Simenon comincia a scrivere questo romanzo nell’ottobre del 1931, quando, ancora a bordo del suo cutter, gira per i canali del Nord. E non è un caso che fa svolgere la trama nella cittadina di Ouistreham, dove aveva ormeggiato l’Ostrogoth. Con un inizio accattivante. Un uomo senza memoria e con un taglio in testa viene ritrovato a Parigi. Dopo alcune ricerche si scopre essere il capitano Joris, direttore marittimo della chiusa appunto di Ouistreham, dove vive accudito dalla ragazza Julie. Maigret accompagna Julie ed il capitano nella cittadina, ma il giorno dopo Joris viene trovato morto per avvelenamento. Benché Julie sia subito fuori dai possibili colpevoli, emerge la presenza di un fratello di lei, Louis, un po’ troppo dedito al bere, con un passato per motivi stolti in galera, e su cui si appuntano dei possibili sospetti. Maigret rimane lì, tra il porto e la chiusa, in un ambiente in cui Simenon ha vissuto a lungo in questi anni, e che sa ben descrivere. I marinai, il tempo, le maree, il bar e le bevute, soprattutto grog per scaldarsi, i ben pensanti, molti della vicina Caen (nota, per chi non lo sapesse, per l’ottima trippa, piatto favoloso dove lo stomaco bovino viene messo a bollire per dodici ore nel sidro), a cominciare dal sindaco di Ouistreham e signora. Ma dopo la presentazione dei personaggi, la descrizione dei luoghi e Maigret che si aggira pensoso, la vena si inaridisce. Capita a tutti gli scrittori di non trovare il modo di andare avanti. Così Simenon lascia da parte la storia, si dedica ad altro, e, come detto a più riprese, si trasferisce ad Antibes. Pressato dalla necessità di dare romanzi al suo editore, pensa allora di riprendere la storia di Joris, ma ecco che la cupa atmosfera che contrasta il sole del Sud francese, porta anche qui al nostro scrittore ad imbastire una storia molto legata a dinamiche di vita, ad interazioni tra personaggi, specie se in qualche modo imparentati. Joris, oltre alla ferita in testa, ha anche vestiti con residui di uova di merluzzo norvegese (tanto per fare casino). Louis torna a Ouistreham con la sua nave, dove Maigret scopre la presenza di un clandestino, che sicuramente ha qualcosa da nascondere, e che è sicuramente ricco, visto che perde sul molo una stilografica d’oro. Secondo Maigret il sindaco ha qualcosa da nascondere, anche perché sembra sia caduto dalle scale, ma quando lo va a trovare fa il vago. Si scopre anche che la moglie è andata improvvisamente a Parigi. Maigret riesce a parlare con il misterioso tipo che confessa di essere norvegese. Poi, ecco una novità, Maigret è anche coinvolto in azioni violente, viene preso, stordito, legato e lasciato sul bagnasciuga. Non per ucciderlo, ma per permettere a Louis ed al norvegese di allontanarsi. Ovviamente, tutto ciò fa imbufalire il nostro commissario, che è buono e caro, ma non lasciatelo una notte al freddo. Capisce che il sindaco ha qualcosa di strano da nascondere, scopre che Joris è più ricco di quanto Julie pensasse, salta fuori un figlio del sindaco in collegio a Parigi, ma la moglie è stranamente rimasta a Caen. Anzi è fuggita. Maigret sguinzaglia le forze locali, chiama a soccorso il fido Lucas, che però trova il modo solo di farsi sorprendere e legare al letto per una notte. Ma Maigret è uomo dalle mille risorse. Segue in taxi la pista della moglie, che trova in una capanna con il norvegese, che tutti chiamano Jean ma che lei chiama Raymond. E tutti gli indizi sono su di lui: è ricco, è norvegese, è furtivo. Maigret lo arresta. Poi torna a Caen con il sindaco e la moglie, per indagare nella sede della compagnia marittima gestita dal sindaco. E qui, un vecchio contabile, gli svela alcuni misteri. Jean è in effetti Raymond, un cugino del sindaco, scapestrato in gioventù, artefice di un ammanco in base al quale il cugino gli impone di non farsi più vedere in Francia. E mentre scopre tutto ciò, il sindaco si spara un colpo di rivoltella alla testa. In questa cupa atmosfera, scopriamo quindi che Raymond è il padre del figlio che il sindaco voleva suo, che il sindaco voleva sposare la madre, per questo approfitta delle debolezze di Raymond, ingigantendo il dolo. Raymond, in Norvegia, mette la testa a posto, e diventa ricco. Tanto che vuole comprare una nave e tornare a Ouistreham. Il sindaco, saputolo, lo aspetta con Joris, e nel parapiglia, parte un colpo che ferisce il capitano. Raymond con Louis lo porta via, lo fa operare in Inghilterra, e lo fa convalescente a Tromsø (ah, bei ricordi di capo Nord), poi tornano tutti alla base. E quando il sindaco rivede Joris, per nascondere le sue poco pulite azioni (ma in fondo, ed è questo il male che Antibes fa su Simenon, le motivazioni sembrano ben misere), gli versa la stricnina nel bicchiere. Morto il cattivello, si spera che gli altri vivano meglio. Ci sono anche alcuni altri rivoli di storia (che non a caso è la più lunga di questo primo periodo), ma non risollevano il porto dalle nebbie che lo hanno circondato. Una delle meno riuscite storie di questi primi anni di Maigret, se non fosse, appunto, per lo svelare una delle modalità di scrittura del nostro e pur sempre ottimo autore.
Siamo alla fine di un mese di febbraio dedito a molti convivi, in cui si rinnovellano amicizie e legami, con la speranza che il reciproco scambio continui a rinvigorire la linfa delle idee di ognuno. Purtroppo, almeno per me, nessuna nuova sul fronte viaggi, che le Galapagos sembrano veramente difficili da raggiungere, e le altre mete, tutte, assegnate altrove. Noi no si demorde, e si procede, sorretti dal vostro affetto.

domenica 21 febbraio 2016

Viva le donne - 21 febbraio 2016

Credo siano una quindicina le trame dedicate alle scrittrici al femminile in tutti questi anni, e questa volta non posso mancare di sottolineare come scelta fu più che mai azzeccata. Tutte scritture sopra la media, tra il capolavoro indiscusso di Marguerite Yourcenar e la bella prova d’epoca di Nancy Mitford, mettendo in mezzo l’unico romanzo di Sylvia Plath ed il moderno romanzo islandese di Auður Ava Ólafsdóttir. Certo, ben tre romanzi su quattro hanno tra i quarantacinque ed i settanta anni di anzianità. Ma come tutti i vini di corpo, hanno solo guadagnato con l’invecchiamento.
Sylvia Plath “La campana di vetro” Mondadori euro 9,50 (in realtà, scontato a 7,12 euro)
[A: 05/06/2014– I: 12/07/2015 – T: 14/07/2015] - &&&& e ½
[tit. or.: The Bell Jar; ling. or.: inglese; pagine: 232; anno 1963]
Ci sono coincidenze prevedibili ed altre meno. Avendo una sostanziosa dose di libri (di tutti i generi, sia “classici” che moderni), è abbastanza prevedibile che mi capiti di leggerne su giornali e riviste. L’imprevedibile è leggerne su “Repubblica” in un articolo gustoso di Elena Stancanelli “durante” la mia lettura del libro. Un libro che comincia bianco e grigio e finisce grigio, grigio, quasi buio. Una semi-autobiografia, come scrisse qualcuno meglio conoscitore di me delle lettere inglesi. In cui Sylvia ripercorre e trasmuta il periodo della sua vita dai 19 ai 20 e qualcosa anni. E che comincia quasi come il contemporaneo “Il gruppo” di Mary McCarthy (ed anche qui ci sarebbe da farne alcuni paralleli, e neanche proprio banali). Atmosfera appunto di gruppo, di una serie di post-licenziate da vari college, che si ritrovano a fruire di una borsa di studio a New York nell’ambiente delle riviste di moda. Qui, nei primi nove capitoli (come ci illustra la stringata ma puntuale post-fazione di Claudio Gorlier) c’è la prima fase del romanzo. Quella in cui l’autrice, narrando delle sue presenti difficoltà nel vivere l’ambiente glamour, ci fa andare su e giù nel corso del suo tempo. Dove vediamo i segnali delle sue difficoltà di adattarsi a quel tipo di vita, sottomessa, che si voleva facessero le donne nei primi anni ’50 (e non solo allora, diremmo adesso). Il difficile rapporto con la madre. L’attrazione-odio verso il coetaneo Buddy. La frequentazione con Joan. La scrittrice riesce a farci capire (pur non entrando mai in dettagli esterni, ma sempre in soggettiva; e rimango nella parentesi, che avendo dei disturbi non è facile parlarne come se fossero “fuori da te”; ad esempio quando una persona capisce ed ammette di essere depressa, è il momento che sta guarendo dalla depressione) la sua complessità, che altri diagnosticheranno come “disturbo bipolare”. Gli atteggiamenti maniacali (bellissima la descrizione del pranzo alla moda, e l’indigestione di caviale). L’incapacità di portare a termine i compiti assunti, se non nel breve periodo (scrive piccole recensioni, poi si rifugia nel sogno di poter frequentare un corso di scrittura creativa, solo perché lo desidera, non perché ne abbia le qualità). Con una scivolata da una parte nell’autostima (come poco fa scritto) dall’altra in comportamenti sessuali anomali. Laddove, diciottenne, non accetta di essere vergine mentre Buddy ha avuto un’estate di sesso. Tanto che a poco a poco, lo lascia. E non riesce ad entrare in sintonia con l’ambiente al femminile che frequenta. Né con la “cattiva” Doreen, né con la “buona” Betsy. Tanto che finisce la borsa, e deve tornare dalla madre, senza avere prospettive davanti. Qui inizia la fase dura, la fase in cui, per quattro o cinque capitoli, vediamo come cerchi di suicidarsi, non trovando prospettive alla sua vita. Entrando con tutte le scarpe nella fase depressiva. E vediamo come questi tentativi (alcuni seri, altri al limite del sorriso, benché tragico, come quando pensa di tagliarsi le vene e comincia a provare la lametta sul polpaccio, per poi spaventarsi e fermarsi), siano sempre al limite tra la pratica seria, e l’urlo nella notte: “Sto male, venite ad aiutarmi!”. Tanto che l’ultimo tentativo, lo fa nascondendosi nel lavatoio di casa, sperando (come avverrà) di essere salvata. Così è, e da lì comincia la terza parte, quella degli ospedali psichiatrici. Esperienza che, come sappiamo, anche Sylvia aveva percorso, proprio per un tentativo abortito di suicidio. E che descrive quindi dal di dentro della realtà dei malati mentali. Come tutti i depressi, pur concentrata su di sé, riesce a dipingere con cruda realtà il mondo degli alienati di allora. Con quelle sedute di elettroshock che abbiamo da poco ritrovato nell’altro bel libro di Kesey sul Cuculo. Ospedali dove Sylvia denuncia i cattivi medici (e ce n’erano tanti, e forse ce ne sono ancora). Ma sottolinea anche i buoni e capaci. Ci mostra un momento altro di vita, laddove anche la sua rivale nell’amore di Buddy viene ricoverata. La protagonista fa capire anzi che ci potrebbe essere dell’amor saffico in Joan. Tanto che quando lei finalmente perde la verginità (per pareggiare i conti con Buddy), Joan si uccide. Morte che invece sembra spingere la protagonista ad uscire finalmente dal cerchio in cui si stava rinchiudendo. E come Sylvia, alla fine di quei tre anni tragici, pare ne esca. Qui il romanzo finisce. Ma noi non possiamo non proseguirlo in parallelo proprio con la vita della scrittrice. Con la possibilità di identificare Buddy con il marito di Sylvia, il poeta Ted Hughes. Che proprio poco prima che venga iniziato il romanzo, lascia la poetessa, invaghendosi della comune amica Assia (che Sylvia vorrebbe vedere in Joan). Ed è durante il tormentato periodo delle pratiche di divorzio che viene scritto il romanzo. Che viene pubblicato a gennaio del 1963. Un mese dopo, Sylvia Plath, aprendo il gas del forno, si toglie la vita. E visto che abbiamo parlato di coincidenze all’inizio, mi cade sott’occhio un’ultima casualità. Nel libro Joan-Assia si uccide quando scopre che Esther-Sylvia ha perso la verginità. Nella vita, dopo alcuni anni di tormentati rapporti, Assia si suiciderà anche lei, nell’anniversario del giorno in cui Ted e Sylvia fecero per la prima volta l’amore. Seppur coperto dai grigi di cui si diceva, è un vero buon romanzo, che illustra, con vivida mano, la difficoltà di essere donna e di seguire i propri valori in un mondo dominato dagli uomini, come era (molto) l’America degli anni ’50. Com’è, ancora, purtroppo, buona parte del mondo attuale. Forse in modo diverso. Ma pur sempre ancora così.
“Se nevrotica vuol dire volere nel medesimo istante due cose che si escludono a vicenda, bene, allora io sono infernalmente nevrotica. Continuerò a volare eternamente avanti e indietro tra l'una e l'altra per il resto dei miei giorni." (82)
“Nota mia: peccato che a pagina 53, traducano Walter the Penniless, uno dei due personaggi che guidò la crociata dei poveri in Terra Santa insieme a Pietro l’Eremita, con un ‘normale’ Gualtiero Senzaveri, invece del più corretto Gualtieri Senza Averi”
Marguerite Yourcenar “L’opera al nero” Feltrinelli euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 02/04/2014– I: 01/08/2015 – T: 24/08/2015] - &&&&&
[tit. or.: L’œuvre au noir; ling. or.: francese; pagine: 299; anno 1969]
Non meravigliatevi della lunga lettura. Non è solo per la difficoltà intrinseca del libro, ma anche perché non l’ho portato nei Paesi Baltici, riprendendo la lettura iniziata nell’estate agostana, e terminata solo dopo altri giorni d’intensa applicazione. Anche perché la Yourcenar è comunque un osso duro, tanto che di lei lessi molti ma molti anni fa le “Memorie” e poi non riuscii a leggerne più. Ora, spinto dalle solite libropeute ad allargare confini, ecco che si ritorna alla solida scrittrice ed al suo Zenone. Che non è, come io speravo, quello di Achille, ma è un libero pensatore la cui vita scorre nella tumultuosa Europa del 1500. Nel mio percorso di lettura, dopo il romanzo leggo la quarta e poi, se presenti, prefazioni e postfazioni. Così, leggendo la quarta mi stupivo della ricchezza di dotti particolari sulle connessioni di Zenone con altri pensatori del suo tempo (ed invero anch’io avevo pensato a Campanella e Bruno). Poi la postfazione dell’autrice ha spiegato tutto. Chi ha scritto la quarta ha solo letto (e male) le note di Margherita, rimasticandole per far apparire appetibile il romanzo. Ed invece le suddette note, una volta tanto, spiegano, e bene, la genesi del tormentato scritto. E la genesi della sua scrittura. Che il romanzo comincia a formarsi sin dalla fine degli anni Venti, con dei primi abbozzi di vita fiamminga, poi confluiti nella prima parte del romanzo (dal sottotitolo “La vita errante”). Su quelle pagine la nostra torna e spesso, per poi andare di getto sulla seconda (“La vita immobile”) e sulla terza parte (“La Prigione”). Leggendone, si nota questa genesi, dove la prima parte è un bellissimo e duro affresco della vita del tempo, che non a caso potrebbe essere, come un tempo aveva sottolineato la stessa autrice, un commento ai pittori del tempo, da Dürer a Bosch. Vediamo il crescere, nella Bruges dei primi anni del secolo, la famiglia Ligre, il cui capostipite spande figli a destra e sinistra, con il primogenito che ne seguirà le orme di banchiere efficace e prosperoso, ed il secondo che, senza arte né parte, si avvierà alla carriera militare. Mentre il fratellastro Zenone, dopo alcuni tentativi in vesti ecclesiali, prenderà anche lui la vita errabonda, ma con maggior successo. Scrive libri da “libero pensatore” che ne fanno bersaglio da parte della chiesa ufficiale (Campanella e Bruno dixit). Segue alchimisti vari e studia e professa medicina (Paracelso e Miguel Servet dixit). Ma è presente in tutte le arti liberali, con ragionamenti e disegni (Copernico e Leonardo dixit). Ma su di lui si ritorna, perché nel frattempo ne seguiamo la madre, Hildezonde, sposa ad un buon cristiano, divenuto poi anabattista, e con lei trasferitosi a Munster, dove si svolse la famosa guerra con i “Fratelli in Cristo” nel 1535. La seconda, sulla scia di un invecchiato Zenone (non direi anziano, visto che la seconda parte comincia ai suoi 53 anni) tornato a Bruges, come per chiudere un cerchio della sua vita. Lì, sotto mentite spoglie, esercita la professione medica, filosofeggia con il priore, si trova ai margini di vicende quasi eretiche, ed alla fine, non riuscendo neanche a fuggire, dopo sei anni di vita immobile, viene arrestato. A causa dei suoi scritti giovanili, processato, riconosciuto colpevole di eresia, e condannato a morte. In tutta la parte sulla prigionia, si fa più alto il ragionamento di Zenone, che racchiudendo in sé le molte anime dell’uomo Rinascimentale, testimonia il duro passaggio, anche mentale, dal Medioevo all’Età moderna. Non entro nello specifico delle diatribe che percorrono ed innervano il romanzo di linfe felici, che per mia incapacità non credo aver seguito e capito fino in fondo. Anche se non sfugge l’intolleranza, il piegare la Chiesa ai servigi di stati e potentati. Un lungo percorso, quello esemplificato da Zenone, che allora, appunto, non poteva che finire con la morte del nostro eroe. Ma che mi ha fatto riflettere su intolleranze ed irrispettosità ben presenti nel mondo attuale. Ho sempre pensato (e non credo di essere il solo) che il mondo arabo fosse troppo legato ai dettami della parola coranica, senza riuscire a fare un vero sforzo di “ammodernamento” ed adattamento del pensiero, così come riuscì a farlo la Chiesa, nelle sue varie forme, anche se con un precorso lungo ed in parte non ancora finito. Nella fase cruenta di transizione (quest'epoca così ben dipinta con Zenone), forti furono le iconoclastie, le uccisioni, i martiri di cui oggi ci si vergogna. È con una piccola speranza nel cuore che guardo allora all’Isis-Torquemada. Si riuscirà ad arrivare ad un rinascimento arabo? Che bella speranza sarebbe. Queste le personali riflessioni che alla fine mi suscita questo libro, che come detto, è bello e difficile, ma che deve essere letto e meditato. Forse proprio ora.
“A poco a poco … cessava d’esser per loro una persona, un volto, un’anima, un uomo che vive in qualche luogo su un punto della circonferenza del mondo; diventava un nome, meno di un nome, un’etichetta sbiadita sopra un barattolo nel quale lentamente imputridivano alcuni ricordi del loro passato, incompleti e morti. Ne parlavano ancora. In realtà, lo dimenticavano.” (54)
“Il racconto di poco fa mi dispone a riesaminare la mia esistenza. Non mi lamento, ma è tutto diverso da quello che mi ero immaginato.” (102)
“Morirò un po’ meno sciocco di come sono nato.” (104)
“Si sopporta meno facilmente per gli altri ciò che si accetta abbastanza agevolmente per sé.” (190)
Nancy Mitford “Inseguendo l’amore” Giunti s.p. (regalo di Sara&Giampaolo)
[A: 07/05/2014– I: 05/10/2015 – T: 08/10/2015] - &&&
[tit. or.: The Pursuit of Love; ling. or.: inglese; pagine: 241; anno 1945]
Libro nato dalla congiuntura di una segnalazione delle ormai troppo citate libropeute e dal desiderio dei due carissimi S&G di farmi come gradito regalo un mega-buono feltrinelliano. E libro che non si apprezza fino in fondo se non si segue anche un po’ di contesto. Che ad una lettura diretta (la prima che ho dato) è un libro gradevole con qualche puntata verso il divertente. Poi ho approfondito il personaggio – autore e la lettura si è approfondita di tutto il contorno che Nancy Freeman-Mitford si porta appresso. Come figlia primogenita di David Freeman-Mitford, secondo Barone Redesdale, come una delle sei “sorelle Mitford” che riempirono la scena londinese nel periodo delle due guerre, come pronipote di quel Bertie Mitford (il primo Lord della famiglia) che s’imparentò con la casata di Ogilvy, conti di Airlie, dove un loro discendente sposò la principessa Alexandra, cugina della regina Elisabetta II. Ed a proposito delle “sorelle”, da segnalare da un lato dello “schieramento politico” Diana (che prima sposa un Guinness erede della birra omonima, poi sir Mosley, capo indiscusso del Partito Fascista Britannico, a cui darà il figlio Max ora uno dei grandi capi della Formula 1 automobilistica) e Unity (che cercò la morte per il conflitto di essere inglese e seguace di Hitler) e dall’altra Jessica (fuggita in USA ed una dei leader del comunismo americano). In mezzo a tutta questa confusione (vogliamo ricordare tra l’altro che la figlia della zia materna sposò Winston Churchill, e che il nonno materno fu il fondatore di “Vanity Fair”?) si colloca la nostra scrittrice ed il suo romanzo. Fatte tutte queste premesse, qualcuno si sarebbe aspettato un romanzo alla Casati Modignani o Danielle Stell. Ed invece, pur avendo dei tratti singolarmente convergenti, la scrittura di Nancy ci porta altrove. Sicuramente ad uno sguardo ironico sulla società presente. Non è un caso, che, ironia per ironia, negli anni Cinquanta la scrittrice divenne la maestra dello snobismo inglese scrivendo una dissertazione sulla distinzione tra i termini U e quelli nonU (intesi come Upper e nonUpper class, dove ad esempio i primi usano il termine graveyard ed i secondi cemetery, come da noi i primi userebbero camposanto ed i secondi cimitero). Con questo sguardo ironico, seguiamo allora la vita di una tipica famiglia U, che vive in campagna, con padre alla camera dei Lord, e figlie femmine con istitutrici (perché una donna che studia è nonU). La storia è narrata da Fanny, la cugina che entra ed esce dalla famiglia, che ha i genitori divorziati e vive con la zia Emily. Fanny ci parla un po’ della sua famiglia: quasi nulla del padre, molto di sfuggita della madre molto amata, chiamata in famiglia la Puledra, perché scalpita ed entra ed esce da situazioni amorose le più improbabili. Ma soprattutto, Fanny ci parla di sua cugina Linda, sua coetanea, con la quale condivide gioie e pene dell’adolescenza, con la quale cresce insieme, e che lei prende (inconsapevolmente lei, consapevolmente Nancy) come esempio di rotture nel tessuto borghese degli U. E con lo sguardo di Fanny vediamo Linda convolare a nozze con il banchiere Tony (di progenie tedesca e quindi inviso allo zio Matthew). Fa una figlia, Moira, che non riuscirà mai ad amare. Mentre Fanny sposa un decano di Oxford con il quale condurrà una vita ritirata ed amorosa, Linda, dopo nove anni di matrimonio s’innamora perduratamene di Christian, un comunista di razza. Christian pensa alle rivoluzioni e non agli uomini, s’imbarca in situazioni sempre più improbabili. Siamo nella metà degli anni ’30, e Christian e Linda si trasferiscono a Perpignano, per aiutare i profughi della guerra civile spagnola. Lì incontrano Matt, il fratello di Linda fuggito in Spagna a combattere. Ma soprattutto c’è Lavander, una vecchia amica londinese. Quando Linda si accorge della passione tra lei e Christian decide di lasciarlo e di tornare a casa. Ma a Parigi finisce i soldi, e lì incontra casualmente ma proficuamente il ricco duca Fabrice de Sauveterre, di cui ben presto diviene amante e mantenuta. Scoppia la seconda guerra mondiale. Fabrice, che lavora per i Servizi segreti, rimanda Linda in Inghilterra. Lì Linda si scopre incinta, anche se i medici le avevano sconsigliato un nuovo parto. E durante i bombardamenti si ritrovano tutti riuniti. Fanny, anche lei incinta, la madre di Fanny con il suo nuovo amante, il simpatico cuoco spagnolo Juan, quel che resta dei fratelli Radlett, e Linda. La quale, benché Fabrice sia alquanto stralunato, sa di aver con lui trovato finalmente l’amore che inseguiva da tutta la vita. In una cupa notte, Fanny e Linda partoriscono, ma Linda non sopravvive al parto. Arriva anche la luttuosa notizia della morte in guerra di Fabrice. Fanny allora decide di adottare il figlio di Linda e di chiamarlo Fabrice. Quanti avvenimenti in meno di trecento pagine. Allietati da una scrittura coinvolgente, che alla fine, con le premesse che ho detto in apertura, mi ha convinto ad assegnare un buon posto al libro, ed una menzione alla scrittrice nel mio pantheon letterario.
“I compagni sono molto cari, ma non chiacchierano mai, fanno solo discorsi.” (127)
Auður Ava Ólafsdóttir “La donna è un’isola” Einaudi euro 12 (in realtà, scontato a 9 euro)
[A: 01/07/2014– I: 11/10/2015 – T: 14/10/2015] - &&&&+
[tit. or.: Rigning í nóvember; ling. or.: islandese; pagine: 275; anno 2004]
Appena tornato dall’Islanda, oltre ad approfondire le letture che già avevo e proseguivo di Indriðason e del commissario Erlandur (letture che ancora continuano) avevo trovato, letto e gustato un libro della figlia di Olaf. Al solito, con il tempismo che le case italiane hanno, dopo il successo di “Rosa Candida” esce un secondo libro della scrittrice e storica dell’arte. Che in realtà è stato pubblicato prima. Fatte salve tutte le remore, infine riesco a leggerne, ritornando magicamente al “mio” giro islandese. Che, e poi vedremo come e perché, l’io narrante passa la maggior parte del tempo seguendo il “ring”, la mitica N1, la strada che fa il giro di tutta l’isola. Che io ho fatto, e che rifarei per la bellezza dei luoghi, la poesia delle montagne, la durezza delle spaccature nella terra, la delicatezza bollente dei geyser, l’azzurro in tutte le sue gradazioni del ghiaccio. Pur essendo un libro che i conoscitori della lingua assicurano singolarmente ben tradotto da Stefano Rosatti (anche se, dalle mie letture mi sembra che siano sempre migliori le traduzioni di Silvia Cosimini, di cui consiglio, a chi si vuole “islandesizzare”, quella di “Gente Indipendente” del premio Nobel Halldór Laxness), ha la solita pecca del titolo, che parla della pioggia di Novembre, e non di donne né di isole (ma il titolo italiano è sempre meglio dell’immaginifico titolo inglese “Le farfalle di novembre”). Il libro in sé è, tuttavia, valido, con tutte le impurità di un’opera (quasi) d’esordio. Con qualche elemento di puro piacere: la presenza di una co-protagonista, parte saggia (o quasi) dell’io narrante, che si chiama Auður come l’autrice. Quasi a voler indicare una sorta di dualismo, tra le sue parti razionali e quelle magiche. Con Auður che ha una vita molto libera, continuando a far figli con uomini diversi (caratteristica molto islandese), continuando a fare la pianista e l’insegnante di musica. Ed ora, incinta di due gemelle, non può badare al piccolo Tumi, quattro anni, mezzo sordo, anche un po’ miope, e che si esprime a monosillabi. Lo affida quindi all’io narrante, che, di per suo è già scombinatella anzi che no. Ha trenta anni, sta divorziando da un marito che mi sta notevolmente sui cabasisi (a cominciare da quella parte inziale, in cui, per l’appunto annuncia di volere il divorzio poiché ha messo incinta una collega e vuole andare a vivere con lei). La nostra non ne è particolarmente traumatizzata, anche perché subito dopo vince due volte di fila alla lotteria (e vince una somma ingente che le consente tranquillità), quindi parte per un viaggio in macchina verso il villaggio dell’est in cui viveva la nonna e in cui lei ha passato l’infanzia e l’adolescenza. Viaggio in cui si aggira per la mitica N1, e dove, per l’appunto, si accompagna con Tumi. La prima parte è un po’ incartata, come se si facesse fatica ad ingranare, come se la scrittrice non sapesse decidersi tra una chiave narrativa e l’altra. Con la partenza da Reykjavík e l’immersione nella pioggia dell’autunno-inverno islandese (e del titolo) il libro si ravviva. L’idea del viaggio-conversazione di un adulto con un bambino inadatto alla vita non è originale ma funziona; si avverte inoltre, in tutto il libro, un sotterraneo senso di violenza (ci sono un mucchio di animali morti e di maschi sbrigativi, e qua e là presagi di apocalissi) che forse avrebbe meritato uno sviluppo maggiore. Quando i due arrivano a destinazione, nel villaggio dell’est, la trama torna a sfilacciarsi in incontri e in gesti casuali, stenografati nel diario-romanzo. La protagonista trova un amante, fa il bungee jumping, si rompe un polso, va a vedere “La vita è bella” di Benigni, riceve la visita dell’ex marito, legge dei libri, se ne sta molto per conto suo. Quel che più mi preme è che acquista consapevolezza, è decisa nel trattare con Tumi vedendolo com’è e non come si vorrebbe che i bambini fossero. Sembra in fondo aver capito cosa vuole dalla vita. Tutto, bisogna dire, immerso in un’atmosfera serena, quasi euforica: Ólafsdóttir è lontana mille miglia dal piagnisteo esistenzialista, vive, e fa vivere alla sua protagonista il qui ed ora. Altro elemento gradito la non conclusione. Lei e Tumi salgono in machina, e parte una strana post-conclusione, francamente preferibile, che raccoglie in ordine cronologico tutte le ricette dei piatti menzionati nel corso del libro. Consiglio ai più quella a pagina 272 (la bistecca di balena). Continuerò a leggere autori islandesi, ed anche a sentirne la musica (Bjork e Sigur Ros), consigliando a tutti di visitare questo simpatico ed accogliente (anche se un po’ caro) paese.
Mi preme segnalare la riuscita della prima riunione post-cubana (in attesa della grande reunion di aprile), allietata da una splendida serata musicale per seguire il basso elettrico di (Stanley) Carlo. Non decolla invece la possibile meta sudamericana (cosa di cui ero già consapevole fin dall’inizio) e, per i soliti problemi gestionali dei viaggi avventurosi, non riesco neanche ad ottenere alternative. Ma questa è una trama positiva, e vedremo di sicuro rimettersi tutto nel giusto solco. 

PS: giunge, ma non a ciel sereno, la notizia della morte di Umberto Eco, che ho sempre letto con gran rispetto, e che qui omaggio di un ultimo ma non definitivo saluto. Lui che è salito di uno come tutti i grandi che passano (nato il 5 gennaio 1932 à il numero “due”, morto il 19 febbraio 2016 à il numero “tre”; sfida alle soluzioni).