domenica 8 maggio 2016

Uno sguardo oltre confine - 08 maggio 2016

Torniamo, dopo molti gialli, a qualche romanzo, d’annata o meno. Incominciando in discesa con un Bowles da molti osannato ma che non mi ha convinto. E continuando con un emergente spagnolo, molto ammiccante ma poco pungente. Fortuna che c’è un passaggio con un Chbosky, autore a me prima ignoto, ma qui di sicuro effetto. Per finire con uno strano libro russo-americano, anche qui non eccelso, ma intrigante. Insomma, uno sguardo oltre confine per ribadire che, anche dentro il confine, ci sono libri da leggere con gusto.
Paul Bowles “Il tè nel deserto” Feltrinelli euro 9 (in realtà, scontato a 8,10 euro)
[A: 05/05/2014– I: 23/09/2015 – T: 01/10/2015] - && e 3/4
[tit. or.: The Sheltering Sky; ling. or.: inglese; pagine: 268; anno 1949]
Non c’era certo bisogno di alcuna spinta motivazionale per inserire un tale libro cult nella lista delle mie letture. Solo una piccola idea in più, a valle dell’interessante pamphlet regalatomi or sono due anni da Otto e Ale. E devo dire che, interessante e degno di lettura, non mi ha convinto sino in fondo. Per tre motivazioni forti che ho ricavato dalla lettura: la totale mancanza di accenni all’islam come elemento fondante di una gran parte della vita nordafricana, la poca conoscenza della cultura tuareg, laddove si adombra una loro possibile vita poligamica mentre gli “uomini blu” sono intrinsecamente monogami, l’inconsistenza quasi naif dell’approccio alla vita locale da parte degli americani presenti nel libro. Anche se probabilmente quest’ultima osservazione deriva dall’esasperazione che Bowles mette nel descrivere caratteri d’oltreoceano, forse drogata dalle frequentazioni che nel suo eremo di Tangeri aveva in quegli anni. Perché dal ’47 Bowles si trasferisce dall’America in Marocco, dove vivrà gli ultimi 50 anni della sua vita, e dove ospiterà tra gli altri Truman Capote, Tennessee Williams, Gore Vida, Allen Ginseng, William S. Burroughs e Jack Kerouac. L’altro elemento di “disturbo” è che, avendo visto il film di Bertolucci, mi aspettavo, certo erroneamente, una maggior coscienza delle proprie personali motivazioni da parte dei coniugi Moresby, sia Port (che sullo schermo ha la faccia problematica di John Malkovich) sia Kit (che sempre nel film ha una maggior consapevolezza di cosa voglia nelle sembianze di Debra Winger). Il libro di Bowles, invece, è un lungo omaggio alla scomparsa di sé, alla ricerca delle proprie motivazioni di vita, dove, scontrandosi con la realtà, quest’ultima vince alla grande. I personaggi principali, come detto, sono Port e Kit. Una coppia decentemente in crisi e ragionevolmente con dei soldi alle spalle, tanto che può permettersi non di fare i turisti, ma bensì viaggiatori, che non hanno una reale meta, anche se lontani da quella mitica proposizione di Robert Louis Stevenson (cui spero di arrivare prima o poi): “Io non viaggio per arrivare, io viaggio per andare.” Ed i due si trovano invischiati in tutta una serie di momenti che un viaggiatore reale avrebbe affrontato in altro modo. Port è condotto da un sedicente arabo, nottetempo, in una specie di bordello itinerante di belle signorine, con cui, senza porsi scrupolo, giace, per poi tirarsi indietro, sentirne sensi di colpa, ascoltare le loro parole senza capirne il significato. E guardando il proprio ombelico, Port non trova meglio che ammalarsi di febbre tifoidea, di non accorgersene, e di trovarsi isolato con Kit e senza reali possibilità di cure. Kit stessa, come lei dice alla ricerca del proprio io, in una notte in treno giace, più o meno consapevolmente, con Turner (più o meno, perché sembra che Kit vada a letto con tanti senza capire perché). Rosa dai sensi di colpa non saprà più gestire nulla, e non troverà di meglio che lasciarsi trasportare dagli eventi. Fugge da Port morente, per paura non si sa di cosa. Si perde in un primo deserto, salvata da un probabile Tuareg che la aggrega alle sue mogli, per poi lasciarla in loro balia. Kit che continua a fuggire di arabo in arabo, tanto che alla fine, partendo dal Marocco, si ritroverà in Sudan (!). Di contorno abbiamo l’inutile Turner travolto prima da Kit, poi dai propri sensi di colpa, poi da tutto il contorno (sembra proprio uno di quegli americani in visita a Bowles a Tangeri). Un inutile burattino. Come inutili, se non come macchiette, la strana coppia formata da Eric Lyle e dalla sua sedicente madre. Che vivacchiano rubacchiando agli altri turisti, che continuano a girare lamentandosi di tutto. Esempio di come era facile ed anche inutile fare i turisti subito dopo la Seconda Guerra mondiale. E di come il mondo arabo si sia trovato invaso da gente che ha rovinato completamente la propria e l’altrui esistenza. Un piccolo cammeo è dedicato anche alle guarnigioni francesi del deserto algerino, con quel tanto di presupponenza che i francesi hanno sempre avuto, e quel molto di impreparazione che tutti qui stanno mostrando. Certo, gli avvenimenti si concatenano in modo talmente strano che ci si rende conto di essere trascinati verso azioni e comportamenti quasi obbligati (e sempre sbagliati). Con quel finale, che nel libro è l’unica cosa che preferisco al film, dove la scomparsa di Kit assume una connotazione di coscienza e non di paura. Rimangono, ahimè, soltanto i paesaggi, ed il Sahara, e tutti quegli scorci senza personaggi che sono la parte migliore (soggettivamente) del libro. Che spiace anche sia conosciuto con il fuorviante titolo della prima parte, e non con l’originale: “Un cielo protettore”. E chi è stato nei deserti, capisce, guardando il cielo, il senso di tutto ciò. Sia nelle giornate passate a ripararsi nelle oasi dal grande calore, sia nelle notti a guardar le stelle, finalmente senza altre luci che ne oscurino lo splendore. Non è un caso che abbia impiegato molto a leggere questo romanzo, quindi. Da cui aspettavo un mio ritorno mentale là dove, per problemi di guerre or non è possibile andare. Si, ho ripensato ai miei deserti, ed ho rivissuto la morbidezza libica e l’asprezza algerina. Ma per merito della mia immaginazione. Non di questo libro. Forse andava letto come metafora del perdersi in una inutile ricerca di sé, laddove il proprio io non stava. E forse questo sarebbe stato un altro libro. Rendo comunque omaggio alla figura di Paul Bowles ed alla sua vita, anche se non alla sua opera prima.
“Spesso, proprio durante un viaggio i suoi pensieri divenivano particolarmente lucidi, e prendeva decisioni cui non poteva arrivare quand’era fermo in un luogo.” (86)
“- Prima dei vent’anni … pensavo che la vita fosse qualcosa che andasse via via acquistando slancio. Anno per anno sarebbe diventata più ricca e più profonda. Uno imparava sempre più, diventava via via più saggio….  – E ora sai che non è così, vero? È piuttosto come fumare una sigaretta. Le prime boccate hanno un sapore meraviglioso, e non pensi che possa mai esaurirsi. Poi cominci a darlo per scontato. D’improvviso ti rendi conto che si è consumata quasi tutta, e proprio allora ti accorgi che in fondo sa di amaro.” (138)
“Il deserto è un posto così grande, eppure niente va veramente perduto, mai.” (265)
Jaime Miranda “Non sono qui per farmi degli amici” Gran Via s.p. (prestito di Fako)
[A: 18/03/2015– I: 01/12/2015 – T: 04/12/2015] - && e ¾   
[tit. or.: No he venido aquì a hacer amigos; ling. or.: spagnolo; pagine: 271; anno 2005]
Una discreta prova, che avrebbe potuto avere esiti migliori se l’autore non guardasse troppo al proprio mondo ombelicale, ed avesse tentato di generalizzare un po’ le esperienze ed il mondo che ci rappresenta. Un mondo che ho visto subito, nel mio immaginario personale, trasportato in un film con protagonista Edoardo Leo. Una persona (come spesso capita nei suoi film) capitata lì quasi per caso, che sembra non capire cosa gli succede, e perché. Che forse sarà capace di qualche scatto di sopravvivenza, e che alla fine sarà, in qualche modo, premiato. Questa la breve e triste historia di Bruno Medinaceli come ce la racconta Miranda (e come appunto la vedo io con i miei occhiali da cinefilo). Per capire poi meglio quanto ho detto e quanto dirò, leggiamo anche il sottotitolo “Le disavventure di un consulente IT” (ma in spagnolo nella prima edizione riportava “Memories de un consultor IT” e solo nelle successive cambiava in “Desventuras”). E l’autore, che si occupa di counselling per aziende IT ben conosce il gergo ed il mondo di cui parla. Questo è appunto il pregio ed il limite del libro. Per uno come me, che tanti anni ha passato in quel mondo e con quel linguaggio, è stata (a volte) una sana boccata di ossigeno, corroborata da qualche risata. Penso di capire chi, venendo da altre realtà, si ponga alla lettura, e ne avrà sicuramente un minor apporto umoristico. La trama si dipana in modo un po’ “casual”, in un lungo flashback, dove, sfrecciando a folle velocità sulla BMW del capo, con lo stesso a fianco a lui cadavere, Bruno ripercorre la sua vita da “consulente”. Che come molti comincia con desideri altri, e, non trovando lavoro, ci si “arrangia” a fare un mestiere che sembra non aver bisogno di nessun retroterra specifico. È tutto condensato nell’immaginario del consulente che, come si narra da battute raccolte nel corso degli anni, ti vende un orologio per poterti chiedere che ore sono. E Bruno fa tutta la gavetta. Entra in una industria informatica che si barcamena con contratti di piccolo cabotaggio dai quali cerca di spremere il massimo risultato con il minimo sforzo (e tra il serio ed il faceto vedo aggirarsi tra le righe lo spirito di Antonio Maria e le società di Vittorio). Bruno, in questo “viaggio”, si premura di portare alla ribalta tutte le topiche del bravo consulente e del suo posto di lavoro. In primis, la macchina del caffè, che fornisce casualmente bevande, e tutte discretamente imbevibili. Il posto di lavoro, in genere angusto, scarsamente illuminato, e destinato ad essere frequentato per poco, dato che si lavoro (praticamente sempre) dal cliente. Cliente che sovente è più informato del consulente stesso. Per questo Bruno si porta gli “esperti”, e per questo riempie i suoi discorsi con parole inglesi, e giri di parole tortuosamente inutili. E sommerge il cliente di slide da Power Point, in genere molto colorate, quasi sempre inutili. Quindi, sottolineare il lavoro conflittuale con il cliente stesso. Ma anche i conflitti con i colleghi, in un ambiente dove, come riprendiamo dal titolo, non siamo lì per farci degli amici. E sopra ogni caso, l’odio (con strane punte d’amore) verso il suo capo Anton Goliardo, grasso, straripante, maleducato, logorroico, tiranno verso tutti. Tanto che qualcuno vorrebbe ucciderlo, ma, per troppa paura, preferisce il suicidio. Da qui si diparte l’oscura traccia meno gradevole (o più contorta). Anche Bruno vorrebbe ribellarsi a Goliardo, senza riuscirci. Finché questi muore d’infarto. Finché lo spirito di Goliardo entra nella sua testa e lo convince a lanciarsi alla ricerca di una strega nella regione di Oviedo. E qui finisce il percorso circolare del lungo flashback. Ma quest’ultima parte è decisamente onirica e mal combinata. Una volta la strega trovata, non si riesce a salvare Goliardo. Che rimane nella testa di Bruno fino a che… Con un finale tra le lenzuola che vi lascio immaginare, ed anche leggere. Certo Jaime ha risvegliato momenti sopiti (e fortunatamente dimenticati). Le presentazioni in Libano, la folle corsa verso Bagdad per parlare con un inesistente Ministero dei Trasporti, il karaoke di Pechino, la presentazione in uno spagnolo inventato ad un convegno a Granada. Quando si parlava di “customer”, di “break even point”, di “netiquette”. Quando si passava la notte sui documenti per le consegne al cliente alle 8 del mattino (mitici i 5 volumi preparati nottetempo per la Regione Sicilia). Ma come direbbe un bravo informatico, questi sono tutti “in joke”, di cui pochi rideranno. Ed è per questo, oltre che per una certa stanchezza di trama e difficoltà di chiudere il finale, che il libro di Miranda non mi ha convinto più di tanto. Un plauso solo a Gran Via, un editore che cerca di presentare giovani autori spagnoli sulla ribalta italiana. Ed una tirata d’orecchie ancora a loro, che potevano passare correttori di bozze, senza lasciare cose come la frase “macchie più scure a cuasa dell’umidità” trovata a pagina 170.
Stephen Chbosky “Noi siamo infinito” Sperling & Kuipfer euro 13 (in realtà, scontato a 9,75 euro)
[A: 24/06/2014– I: 18/12/2015 – T: 21/12/2015] - &&&& -
[tit. or.: The Perks of being a Wallflower; ling. or.: inglese; pagine: 273; anno 1999]
Non sapevo nulla di questo libro, dell’autore e del film che ne fu tratto (nel 2012), ma spinto dai suggerimenti “delle cure”, l’avevo messo nella lista degli acquisti. Lo avevo acquistato con altri e messo nella lista delle letture. Ora l’ho letto. Interessante, abbastanza duro ma non di ferro, forse anche pieno di possibilità inespresse, e che avrebbero potuto meglio uscire dalla pagina. Alla fine, un libro che si legge veloce, che non mi fa rimpiangere di non aver visto il film (anche se interpretato da Emma Watson, la mia Hermione preferita). Intanto, il segno meno è dovuto alla pervicacia delle edizioni italiane (e dei distributori del film): l’originale recita “Il vantaggio di essere una tappezzeria”, che capisco sia difficile da rendere sinteticamente in italiano, anche se tutti ci ricordiamo come alle feste “facesse tappezzeria” il ragazzo/a che stava da una parte senza partecipare a nulla. Ed è così che sta passando questo primo anno alle scuole superiori il nostro Charlie. Ragazzo molto intelligente, e contemporaneamente pieno di problemi. Come direbbe Troisi, non è che ha un complesso in testa, ma un’orchestra intera. Charlie è terrorizzato dalla novità di cambiare scuola, di crescere, di perdere gli amici e di non sapersene fare di nuovi. Per questo attraversa questo periodo appunto come tappezziere, senza partecipare (così come tutti ad un certo punto gli dicono). Ed allo stesso tempo, si interroga (ed interroga) su tutto. Tanto che spesso, soprattutto il padre, gli chiede addirittura di non fare domande, e di seguire le cose così come vengono. Charlie ha un fratello grande, che sta all’Università e si mantiene con borse di studio dovute alla sua attività sportiva. Ha una sorella, di poco più grande, che sbaglia sempre nella scelta dei ragazzi con cui andare. Tanto che rimane pure incinta, ed è partecipativa la scena di Charlie che la porta in clinica ad abortire. Nonostante il terrore di “stare solo”, Charlie fa comunque dei passi in avanti. Inciso: un terrore che gli deriva dal grande amore che aveva avuto per la sorella della madre, zia Helen, morta quando lui aveva sette anni. E dal suicidio del suo amico delle medie Michael. Per fare un esempio delle intempestività di Charlie, dopo quasi un anno dal suicidio, incontrando Susan, la ragazza di Michael, che si sta divertendo con degli amici, le chiede a bruciapelo: “Non senti mai la sua mancanza?” Fa dei passi avanti, dicevo, incontrando Patrick e sua sorella Samantha detta Sam. Sono più grandi, stanno all’ultimo anno, sosterranno l’esame finale, ma con loro si trova bene. Charlie comincia così a descrivere questo suo anno vissuto ai margini. Si prende una sbandata per Sam, che però gli fa capire la differenza d’età. È empatico con Patrick, gay con una cotta per Brad, ma la cui storia finisce male (molto per colpa di Brad che non accetta la sua omosessualità). Si mette con Mary Elizabeth, una ragazza che ha il solo difetto di parlare molto. E che lui ascolta. Ma non ama, lo fa perché “così fan tutti”. Fuma spinelli. A volte si ubriaca come un cavallo. Prova anche qualche cosa di più pesante, ma va fuori di testa. Lo aiuta, tra gli altri, il professore di inglese, che gli dà montagne di libri da leggere e recensire (tra cui Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Peter e Wendy di J. M. Barrie, Il grande Gatsby di F. Scott Fitzgerald, Il giovane Holden di J. D. Salinger, Sulla strada di Jack Kerouac, e altri). Fino allo scioglimento finale, la festa di fine anno, e, finalmente, sappiamo perché Charlie è un po’ strano. Si vede che lo scrittore è anche sceneggiatore, che il libro è già quasi un copione. Ed è un bell’esempio del “mondo” americano. Certo, i genitori sono come si vorrebbe fossero. Gli amici, con tutti i loro difetti, anche. Ma si ha il coraggio, anche, di dire che c’è gente che beve, si droga, che ci sono rapporti difficili con gli altri, che ognuno è sé stesso a modo suo. Insomma, non mi è dispiaciuto leggerne, con tutti i distinguo che ho appena fatto. A volte scivola nel “kinsellaggio”, ma è sopportabile. Ed ogni tanto è bene ricordarsi che anche noi abbiamo avuto sedici anni.
“Il fatto è che non so di cose parlasse, anche se lo faceva molto bene.” (156)
“Immagino che siano tanti i fattori che ci fanno essere come siamo. Molti, forse, non li conosceremo mai. Ma, anche se non possiamo essere noi a decidere da dove veniamo, possiamo scegliere la nostra meta.” (269)
David Benioff “La città dei ladri” Beat euro 9
[A: 01/07/2014– I: 29/12/2015 – T: 05/01/2016] - &&& e ½   
[tit. or.: City of Thieves; ling. or.: inglese; pagine: 281; anno 2008]
Da una vecchissima segnalazione del supplemento libri di Repubblica (qualcosa di almeno sette anni fa) sbuca fuori questo libro, che dalla seconda pagina di quel riferimento ha aspettato qualche anno per uscire in edizione economica, e piazzarsi nell’elenco delle mie pantagrueliche letture. Non conoscevo l’autore, ma una volta letto il libro, non mi ha sorpreso scoprire che la sua maggiore attività sia quella di sceneggiatore. In particolare è lo sceneggiatore in capo della mitica serie tanto cara alla mia amica Rosa de “Il trono di spade”. Questo libro ne ribadisce la specifica capacità di scrittura, in quanto esce quasi come se già fosse pronto per una trasposizione cinematografica. Ha anche qualche facilità in più nella storia, dovuta alla storia della stessa famiglia Benioff (anzi Friedman, come in realtà si chiama il nostro David), avendo in comune la fuga dall’est ebreo verso la “salvezza americana”. David racconta quindi con un interessante artificio letterario (che non svelo) la storia di nonno Lev, e della sua infanzia a Leningrado (come si chiamava durante lo stalinismo), o a Piter, come la chiamavano e la chiamano i locali. Infanzia di cui si comincia a narrare dal 1941, epoca dei famosi 900 giorni di assedio alla città da parte dei tedeschi (e per averne una narrazione non romanzata, rimando a “I Novecento Giorni” di Harrison Salisbury, dove ho imparato che i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale con il nome di Grande Guerra Patriottica). Lev rimane in città, mentre tutti sfollano, perché, da giovane e visionario com’è, vuole diventare un grande eroe proteggendo la Madre Patria russa. Purtroppo Lev non è un eroe, è mingherlino, non sa combattere, ma per salvare l’amica Vera in difficoltà viene fermato lui dall’Armata Russa, mentre trafugava un coltello ad un tedesco morto. Reato che in tempo di guerra è punito con la morte. Ma il colonnello che deve decidere sulla fucilazione ha un problema: si deve sposare la figlia, e manca la torta nuziale, perché a Piter non ci sono uova. Se Lev, coadiuvato dal disertore Kolija, trova le uova avrà salva la vita, altrimenti… Da qui cominciano le avventure dei nostri Don Chisciotte della guerra, dove la guerra diventa il fondale della storia e noi seguiamo Lev e Kolija nelle loro peripezie, dove hanno solo cinque giorni per trovare le uova, per cui decidono di rompere l’accerchiamento e di cercare le uova nelle lontane campagne. Comico-tragiche avventure aspettano i nostri, che rischiano di cadere nelle grinfie di un macellaio cannibale e di sua moglie o di essere catturati dalle Squadre della Morte naziste. Vengono catturati da altri tedeschi, finiscono in un bordello di ragazze russe costrette a compiacere i tedeschi. Accolti in una formazione di russi della resistenza, conoscono Vika, un’esile ragazzina che si rivela il più abile cecchino del gruppo ed una giustiziera senza pietà che non ci pensa due volte a sgozzare con il coltello quelli che considera nemici; sperimentano che cosa vuol dire marciare ventiquattr’ore filate in un deserto di neve con trenta gradi sotto zero e affamati. Per Lev arriva anche il momento in cui per la prima volta in vita sua ucciderà un uomo accoltellandolo. In tutto questo, i due ragazzi non perdono mai di vista il loro obiettivo primario: trovare le uova maledette, da cui dipende il loro futuro. Perché sanno che, anche se riescono a salvare la pelle dai tedeschi, se scade il termine e loro non si presentano con le uova, verranno uccisi dagli uomini dei Servizi Segreti russi (il famigerato NKDV, che non è altro che il padre bellico del KGB). Riusciranno, Lev e Kolija, a trovare le uova e a salvare la pelle? E che ne sarà di Vika? Questo, insieme all’espediente di cui accennavo sopra, lo lascio a voi che vorrete leggere questo certo non indimenticabile libro, ma di certo un libro che ha un buon ritmo ed un sapiente equilibrio di drammaticità (tutti gli elementi storici, cannibalismo compreso, provengono da fonti storiche serie), umorismo e leggerezza. Noto di passaggio la capacità di Benioff anche di riprodurre un modo molto russo di narrare le storie: quello, a volte, di fissarsi su di un particolare marginale, lasciare il filone principale, ed immergersi nella descrizione, che so, delle pendici del monte coperte di neve, e la bellezza di un albero, o di un fiore che sbuca in tutto quel bianco. Nelle sue opere di letteratura, sembra infine che Benioff s’imponga una costrizione: racchiudere tutto in un limitato orizzonte temporale. Qui sono cinque giorni, nel suo primo libro ventiquattro ore. Devo dire che questo espediente si rivela efficace, che alla fine si deve, appunto, arrivare ad una conclusione. E Benioff vi arriva, non sempre ai livelli narrativi (sulla guerra) di Vasilij Grossman o (sulle sofferenze degli assedi) di Lev Tolstoj. Ma piacevole e godibile.
Infine, essendo già il secondo week-end del mese, ci mettiamo anche il primo allegato, quello curativo, questa volta dedicato ad una piccola disamina dei libri da leggere dopo esserci svegliati di colpo, nottetempo, assaliti da un incubo selvaggio.
Redigo velocemente queste note a valle di un viaggio genetliaco in quel di Mantova, città cui consiglio di dedicare un week-end. Ne vale la pena. Sperando che questo piccolo viaggio sia propedeutico al più grande e possibile viaggio giugnesco.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

MAGGIO 2016
Qualche mala lingua potrebbe pensare che, essendo un mese compleannico, gli incubi vengano dall’inesorabile passare degli anni. Sfatiamo subito l’assunto, che, ancorché bello di sfama e di sventura, continuo a girellare (ma anche a baciare la mia Itaca).

INCUBI

Se vi capita spesso di avere degli incubi nelle prime ore del mattino, un romanzo rilassante vi aiuterà a tranquillizzare la vostra anima. Tenete vicino al letto un po’ di questi romanzi che parlano di fiumi e rimettetevi a dormire cullati dalla loro corrente.

I DIECI MIGLIORI ROMANZI DA LEGGERE DOPO UN INCUBO

 André Brink                                  “La polvere dei sogni”
 Gesualdo Bufalino                        “Diceria dell'untore”
 Albert Camus                                “La peste”
 Ismail Kadaré                                “Il palazzo dei sogni”
 Norman McLean                           “In mezzo scorre il fiume”
 Manuel Puig                                  “Il bacio della donna ragno”
 Anne Rice                                      “Intervista col vampiro”
 Bernard Schlink                             “A voce alta”
 Mark Twain                                    “Le avventure di Huckleberry Finn”
 Marguerite Yourcenar                    “L'opera al nero”

Bugiardino

Allora, di questi libri per “calmare gli incubi”, come dicono le nostre due amiche, ne ho letti abbastanza. Almeno da non farmi venire molti incubi. Alcuni, devo dire, si perdono forse nella notte della giovinezza. Dove si colloca, letto e mai più toccato, Mark Twain. Verso l’esame di maturità invece abbiamo “La peste” di Camus. Che incoscientemente, proprio alla maturità, portai francese ed una tesina su Camus e la sua scrittura (inciso tra parentesi, portai anche una tesina in italiano, che si intitolava. “Gramsci e la scrittura nazional-popolare”, un vero presentimento!!). Mentre collochiamo alla metà degli anni Novanta le dicerie di Bufalino ed il romanzo claustrofobico e gay di Puig. Rimangono fuori dal giro, per ora, Kadaré (che ho provato a leggere ma non ci sono riuscito), i vampiri della Rice (che non so se proverò a leggere) ed il fiume di McLean. Quindi ci possiamo concentrare su tre romanzi veramente eccellenti (nelle zone altissime dei miei gradimenti), anche se il primo, veramente una delle prime recensione, ne contiene un accenno telegrafico.
André Brink “La polvere dei sogni” Feltrinelli euro 9
[trama pubblicata 17/05/2007]
Molto bello, una saga al femminile che tra sogni e realtà (ri-)costruisce l’atmosfera della fine apartheid in Sud Africa. Potente il ritratto delle due Kristein. Da leggere assolutamente. E pieno di frasi che mi sono rimaste attaccate, e che vi regalo:
“Ma tu non hai mai dipinto … o sì? Non da quando mi conosci. Ma tu di me cosa sai in realtà?”
“Com’è sconcertante scoprire che nel presente non c’è nulla di reale, che il presente può essere afferrato solo dopo che è già scivolato nel passato”
“Mi scelgo un vestito per oggi… ci metto sempre un po’… (per) il bisogno di trovare un io per la giornata, di appropriarmene… finché qualcosa prende forma e la giornata diventa un po’ più facile”
“Sono andato a trovare i miei morti… finché ci sono loro io posso sempre tornarci, solo per sedermi e guardare il mare di lassù. Per questo so di appartenere a questo paese, è la mia casa.”
“Non si può tornare a quelli che si sono amati e illudersi che sarà tutto come prima”
“Sei così vecchia? L’età non è una questione di anni, ma di stile”
“Sono belle persone. Sono proprio come dei bianchi, solo che sono neri”
“Io sono una che crede, solo che non ha ancora trovato qualcosa in cui credere”
“Immagino che avessimo commesso il vecchio errore di confondere l’essere innamorati con la capacità di vivere insieme”
Bernhard Schlink “A voce alta” Garzanti euro 9,90
[trama pubblicata 29/06/2014]
Ultimamente, nella mia fornita biblioteca, stanno entrando alcuni libri da cui sono stati tratti film (più o meno) famosi. Ho sempre pensato che queste due forme espressive siano disgiunte, e da giudicare nella loro specificità. Ciò nonostante, quando capitano punti di intersezione è anche interessante annotare come, queste due espressioni, muovano diverse sensazioni, a fronte di una materia omologa. Tutto questo panegirico per introdurre il bel libro di Schlink, e ricordarne l’interessante film che ne fu tratto nel 2008, dal titolo “The reader” con Ralph Fiennes e Kate Winslet. E se nel film esce fuori prepotentemente la figura di Winslet – Hanna, tanto che prenderà l’Oscar, il libro tutto in diversa soggettiva, ne fa sì uscire la problematica, ma anche i problemi generali dei tedeschi verso l’Olocausto. Comunque cominciamo con la solita tirata d’orecchi agli editor italiani che l’hanno ribattezzato “A voce alta”, dopo che in tutto il mondo il libro è intitolato come nell’originale tedesco, “Il lettore”. Perché si legge a voce alta? Ma non è la voce, il punto. È proprio l’azione di leggere. Venendo al libro, ha una sua struttura tripartita molto ben scandita. La prima parte è l’innamoramento e poi la storia d’amore tra Michael e Hanna. Lui sedici anni, lei qualche cosa in più di trenta. Lui va scuola, si sente male, lei lo aiuta. Comincia così prima una frequentazione. Poi sempre qualcosa in più. Fino ad una bella storia d’amore. Certo, è soprattutto Michael che è preso da Hanna. Ma è ben descritto il loro prendersi e litigare (meglio che nel film). Il tempo passa, Michael cresce, ed Hanna ad un certo punto sparisce. Prima però, c’è tutto il tempo che il nostro ragazzo passerà a leggere libri ad alta voce alla sua bella. Stacco sulla seconda parte. Il ragazzo cresce, fa legge all’Università. E per un seminario partecipa da uditore ad un processo. Che coinvolge Hanna ed altre donne accusate di essere aguzzine di un lager durante la Seconda Guerra Mondiale. Qui esce fuori la capacità giuridica dell’autore, anche lui avvocato, che ci fa partecipi del processo. Ma tutto dalla prospettiva di Michael che si interroga: perché Hanna fece quello che fece nel lager? Perché non si difende dalle accuse, molto labili, che le vengono mosse? Durante un insight sulla sua vicenda, il nostro capisce: Hanna non sa leggere. E questa “vergogna” è più forte della volontà di essere assolta. Michael, pur nolente, capisce e rispetta questa espiazione. Ed Hanna viene condannata all’ergastolo. Nella terza parte, vediamo il nostro cresciuto, poi sposato, divorziato, sempre problematico con le donne. Al fine l’unico legame che gli resta è proprio con Hanna. E comincia ad inviarle cassette con le sue letture. Fino alla grazia che dopo 18 anni riceve l’ergastolana. Michael finalmente la va a trovare. Scambi di sguardi. Possibilità di amicizia in tarda età. Ma Hanna rimane legata alla sua storia, e prima di uscire dalla prigione, si impicca. Prima di lasciarci Michael esaudisce l’ultimo desiderio della sua vecchia amante, devolvendo i denari di lei per un’associazione che si occupa di analfabeti. La seconda parte della storia, devo dire che è meglio resa nel film, dove lo scandire delle immagini, e delle letture di Michael, viene meglio in video che in scrittura. Quindi dire che tra libro e film c’è un sostanziale pareggio. Quello che esce più forte nel libro è forse la domanda (o le domande) sull’Olocausto. Quanti cittadini “normali” hanno fatto cose “anormali” in quegli anni? Esce forte quella banalità del male di cui parlava la Arendt nel suo bellissimo libro sul processo ad Eichmann (ma perché viene citato il poeta Auden dal nostro scrittore? C’è forse qualche poesia che mi sfugge?). E ci tormenta fino in fondo la domanda su quanto la vergogna di non saper leggere sia prevalente sul bisogno di espiazione di Hanna. Dov’è nasce il confine tra i due? Merito di Schlink di porre queste domande, e di porle dall’interno della Germania. Un ottimo libro, che narrando altro ci pone queste domande e ci riporta sempre lì, al conflitto tra obbedienza e follia. Consiglio a tutti la lettura (anche e soprattutto chi non ha visto il film).
“Quand’ero ragazzo, io mi sentivo sempre o troppo sicuro o troppo insicuro. O mi vedevo totalmente incapace, insignificante e indegno, o pensavo che sarei riuscito in tutto e che tutto dovesse riuscirmi. Se mi sentivo sicuro potevo superare le più grandi difficoltà. Ma il minimo insuccesso bastava per convincermi della mia indegnità.” (57)
“Siccome la verità di ciò che si dice, è ciò che si fa, si può anche fare a meno di dire.” (143)
Marguerite Yourcenar “L’opera al nero” Feltrinelli euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[trama pubblicata 21/02/2016]
Non meravigliatevi della lunga lettura. Non è solo per la difficoltà intrinseca del libro, ma anche perché non l’ho portato nei Paesi Baltici, riprendendo la lettura iniziata nell’estate agostana, e terminata solo dopo altri giorni d’intensa applicazione. Anche perché la Yourcenar è comunque un osso duro, tanto che di lei lessi molti ma molti anni fa le “Memorie” e poi non riuscii a leggerne più. Ora, spinto dalle solite libropeute ad allargare confini, ecco che si ritorna alla solida scrittrice ed al suo Zenone. Che non è, come io speravo, quello di Achille, ma è un libero pensatore la cui vita scorre nella tumultuosa Europa del 1500. Nel mio percorso di lettura, dopo il romanzo leggo la quarta e poi, se presenti, prefazioni e postfazioni. Così, leggendo la quarta mi stupivo della ricchezza di dotti particolari sulle connessioni di Zenone con altri pensatori del suo tempo (ed invero anch’io avevo pensato a Campanella e Bruno). Poi la postfazione dell’autrice ha spiegato tutto. Chi ha scritto la quarta ha solo letto (e male) le note di Margherita, rimasticandole per far apparire appetibile il romanzo. Ed invece le suddette note, una volta tanto, spiegano, e bene, la genesi del tormentato scritto. E la genesi della sua scrittura. Che il romanzo comincia a formarsi sin dalla fine degli anni Venti, con dei primi abbozzi di vita fiamminga, poi confluiti nella prima parte del romanzo (dal sottotitolo “La vita errante”). Su quelle pagine la nostra torna e spesso, per poi andare di getto sulla seconda (“La vita immobile”) e sulla terza parte (“La Prigione”). Leggendone, si nota questa genesi, dove la prima parte è un bellissimo e duro affresco della vita del tempo, che non a caso potrebbe essere, come un tempo aveva sottolineato la stessa autrice, un commento ai pittori del tempo, da Dürer a Bosch. Vediamo il crescere, nella Bruges dei primi anni del secolo, la famiglia Ligre, il cui capostipite spande figli a destra e sinistra, con il primogenito che ne seguirà le orme di banchiere efficace e prosperoso, ed il secondo che, senza arte né parte, si avvierà alla carriera militare. Mentre il fratellastro Zenone, dopo alcuni tentativi in vesti ecclesiali, prenderà anche lui la vita errabonda, ma con maggior successo. Scrive libri da “libero pensatore” che ne fanno bersaglio da parte della chiesa ufficiale (Campanella e Bruno dixit). Segue alchimisti vari e studia e professa medicina (Paracelso e Miguel Servet dixit). Ma è presente in tutte le arti liberali, con ragionamenti e disegni (Copernico e Leonardo dixit). Ma su di lui si ritorna, perché nel frattempo ne seguiamo la madre, Hildezonde, sposa ad un buon cristiano, divenuto poi anabattista, e con lei trasferitosi a Munster, dove si svolse la famosa guerra con i “Fratelli in Cristo” nel 1535. La seconda, sulla scia di un invecchiato Zenone (non direi anziano, visto che la seconda parte comincia ai suoi 53 anni) tornato a Bruges, come per chiudere un cerchio della sua vita. Lì, sotto mentite spoglie, esercita la professione medica, filosofeggia con il priore, si trova ai margini di vicende quasi eretiche, ed alla fine, non riuscendo neanche a fuggire, dopo sei anni di vita immobile, viene arrestato. A causa dei suoi scritti giovanili, processato, riconosciuto colpevole di eresia, e condannato a morte. In tutta la parte sulla prigionia, si fa più alto il ragionamento di Zenone, che racchiudendo in sé le molte anime dell’uomo Rinascimentale, testimonia il duro passaggio, anche mentale, dal Medioevo all’Età moderna. Non entro nello specifico delle diatribe che percorrono ed innervano il romanzo di linfe felici, che per mia incapacità non credo aver seguito e capito fino in fondo. Anche se non sfugge l’intolleranza, il piegare la Chiesa ai servigi di stati e potentati. Un lungo percorso, quello esemplificato da Zenone, che allora, appunto, non poteva che finire con la morte del nostro eroe. Ma che mi ha fatto riflettere su intolleranze ed irrispettosità ben presenti nel mondo attuale. Ho sempre pensato (e non credo di essere il solo) che il mondo arabo fosse troppo legato ai dettami della parola coranica, senza riuscire a fare un vero sforzo di “ammodernamento” ed adattamento del pensiero, così come riuscì a farlo la Chiesa, nelle sue varie forme, anche se con un precorso lungo ed in parte non ancora finito. Nella fase cruenta di transizione (quest'epoca così ben dipinta con Zenone), forti furono le iconoclastie, le uccisioni, i martiri di cui oggi ci si vergogna. È con una piccola speranza nel cuore che guardo allora all’Isis-Torquemada. Si riuscirà ad arrivare ad un rinascimento arabo? Che bella speranza sarebbe. Queste le personali riflessioni che alla fine mi suscita questo libro, che come detto, è bello e difficile, ma che deve essere letto e meditato. Forse proprio ora.
“A poco a poco … cessava d’esser per loro una persona, un volto, un’anima, un uomo che vive in qualche luogo su un punto della circonferenza del mondo; diventava un nome, meno di un nome, un’etichetta sbiadita sopra un barattolo nel quale lentamente imputridivano alcuni ricordi del loro passato, incompleti e morti. Ne parlavano ancora. In realtà, lo dimenticavano.” (54)
“Il racconto di poco fa mi dispone a riesaminare la mia esistenza. Non mi lamento, ma è tutto diverso da quello che mi ero immaginato.” (102)
“Morirò un po’ meno sciocco di come sono nato.” (104)
“Si sopporta meno facilmente per gli altri ciò che si accetta abbastanza agevolmente per sé.” (190)

Conclusioni

Non so dirvi di incubi ed altre angosce, di sciuro sono libri che lasciano un loro segno, laddove ci costringono a pensare. Dove è spesso il pensiero che genera incubi. Se non lo condividiamo, se non ne facciamo materia di discussione. Per me sono stato questo, e spero lo possano essere anche per voi.

domenica 1 maggio 2016

Simoni e le altre - 01 maggio 2016

Gianni Simoni nelle sue due serie di storie e due donne in giallo allietano questo primo maggio dedicato ai lavoratori ed anche agli ex-lavoratori. Quattro filoni seriali, dedicati a personaggi di investigazione variegate, non tutti riusciti, anzi, come vedrete, bene o male tutti sotto media. Sarà il momento di scarsa vena che induce letture di scarsa presa? Ai postumi l’ardea sentenza.
Nadia Morbelli “Amin, che è volato giù di sotto” Giunti euro 5,90 (in realtà, scontato a 5 euro)
[A: 01/08/2014– I: 26/09/2015 – T: 27/09/2015] - && +  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 235; anno 2013]
Seconda avventura dell’auto referenziata Nadia Morbelli, che sottolinea e forse accentua tutti i limiti della prima scrittura. Nella mia imprecisa accezione, il termine su-esposto sta ad indicare un libro (giallo in questo caso) in cui l’autore si fa anche protagonista. Ovviamente inventato, che spero la nostra simpatica Nadia non si trovi, ad ogni piè sospinto, qualche cadavere tra i piedi. Forse solo il contorno rileva dalla biografia personale. Lavorare presso una piccola casa editrice, avere i genitori nell’entroterra (tipo Ovada credo), essere fidanzata con un tipo spesso (praticamente sempre) lontano da Genova per lavoro, avere un’amica/confidente che ha sempre problemi di cuore. Insomma, questi i caratteri distintivi della persona – Nadia, così come uscivano dalla prima puntata della saga, quella dedicata alla morte della Marinin. Ed anche lì, Nadia si trova ad un certo punto ad interagire con il vice-questore Prini, riprendendo un po’ quei giochi tra attrazione e repulsione che c’erano stati. E che qui, nella prima parte, presente Valerio, erano forzatamente stati messi da parte. Ma Valerio vola versa l’Olanda (se non ricordo male), e Nadia ne è dispiaciuta e sollevata (risponderei con quella grande massima di Terzani, il grande amore è fatto di grandi presenze e di altrettanto grandi assenze). E mentre la vita di Nadia scorre tra correzione di bozze, incontri con docenti per testi da adottare e stampare, gite da week-end nel paesello genitoriale, per grandi mangiate e grandi scambi di vedute sull’universo mondo con l’amica Carla, ecco che capita l’intoppo. Una sera, nel carruggio della casa editrice, Nadia rinviene il corpo di un nero morto. Amin, appunto, volato dagli ultimi piani di un palazzo fatiscente. Ovviamente, poi, essendo nero la morte viene classificata come dovuta a clandestinità, ubriachezza e droga. Incidentalmente, Nadia, in facoltà per le bozze di un libro, incontra l’amica Caterina, persa di vista ed ora bibliotecaria. Ed altrettanto incidentalmente, Caterina conosce Tassim, la marocchina di Casablanca, che è coinquilina di Kadigia la nigeriana, che è a sua volta sorella di Amin. Nadia, da super impicciona qual è, come fa a tirarsi indietro? Ed ecco che tampina la sorella per farsi raccontare la storia. Che non combacia con quanto dice la polizia. Amin è un laureato in medicina, specializzato in ematologia, dottorando con borsa di studio a Città del Capo. Non è certo un clandestino, né un drogato (per la professione) né un ubriaco (per la religione). Grande mistero. Che si unisce ad altro direttamente dalla frequentazione con Caterina: all’Università dovrebbero arrivare ogni tanto gruppi teatrali dalla Guinea, guidati dal professor Buthu. Ma ogni volta è un buco, si annulla tutta. Fino a che, una rogatoria verso Conakry svela il mistero: Buthu è un millantatore, che fa espatriare clandestini con soldi verso l’Europa, usando la carta intestata dell’Università che crede alle fandonie. Così abbiamo: clandestini a go-go, università messa in berlina, giro strano che forse tocca Amin e che di sicuro lo ha portato alla morte. E di chi è la casa da dove sarebbe “volato”? Di tal Tommaso qualchecosa, prima farmacista in Genova, ora possidente e direttore farmaceutico di una nota casa svizzera (anvedi’ ma sempre la Svizzera tra i piedi da un po’, eh?). Ora è il momento di coinvolgere Prini, che completa le informazioni che la nostra Ellery Queen in gonnella è andata racimolando. Prini che ha lasciato l’ultima fidanzata, che parla bene di letteratura, ed ha una casa arredata in modo favoloso (possiede anche un Fontana!). Nelle more, la bella Nadia è anche minacciata/avvertita da un fusto martinicano spacciatosi, ma Prini scopre subito la bugia, per agente Interpol. Come nel primo caso, purtroppo, è la fine che lascia delusi. Che Nadia ricostruisce a Prini quello che dovrebbe essere stato tutto il percorso di Amin delle ricerche contro l’inquinamento del plasma sino all’uccisione. Ma Nadia ci lascia anche in sospeso, che la ricostruzione non finisce con una prova di verità o di falsità. Rimane solo il fatto che Nadia, per sfuggire alle rappresaglie del finto Interpol, si rifugia a casa del vice-questore. Non ci viene detto cosa succede la notte, perché il libro termina una pagina prima. Mi sa che anche nolente, dovrò comprare il terzo volume. Ripeto quel che dissi, la cosa migliore sono i ristoranti, i bar, e le ricettine sparse qua e là. La storia zoppica anziché no. Fortuna che Nadia è almeno simpatica. Meno i correttori di bozze, che il buon Buthu a volte trattano da Butho. Un uso migliore di Word, no, eh?
Gianni Simoni “Commissario, domani ucciderò Labruna” TEA euro 10 (in realtà, scontato a 9 euro)
[A: 05/05/2014– I: 05/10/2015 – T: 09/10/2015] - && e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 368; anno 2007]
Anche qui mi aspettavo qualcosa in più. Invece mi sembra che Simoni s’incarti un po’. Da un lato c’è la caratterizzazione dei personaggi, con le diverse tipologie di poliziotto, che probabilmente il nostro ha ricavato come summa da tanti anni in magistratura. Ed è un versante valido, forse il migliore che riscontro in lui. Tuttavia sull’altro versante c’è la poca credibilità della storia, dove fin dalle prime righe io mi ostinavo ad ondeggiare nella lettura tra Labruna e La Bruna. Siamo a Brescia. È questo è un altro punto di forza del romanzo: nella collana di cui ho tanto scritto de “Il Sole 24 ore” molti autori tentavano di farci entrare nello spirito di una città. Simoni con poche frasi, ci porta in una città che si attraversa in poco meno di mezz’ora, dove tutti ancora ricordano i nomi di viali, piazze e stradine. Ed è qui che il commissario Miceli riceve una lettera anonima in cui qualcuno, utilizzando ritagli di giornale, scrive la frase che dà il titolo al libro. Con il solito tono finto ironico, il commissario non dà troppo peso alla missiva. Peccato che il giorno dopo il signor Antonio Labruna finisce stecchito, abbattuto da degli spari nella periferia industriale bresciana. Miceli è giustamente fuori fase (forse un po’ stordito), dato che si sta avvicinando il giorno di andare in pensione. E questa sembra un’indagine veramente “storta”. Storta dai suoi subalterni, i personaggi, come ho detto sopra, descritti alla perfezione dalla penna di Simoni: Maccari, Tondelli, Vizzini, Giusti, Bruni, Esposito. Come da tradizione abbiamo il poliziotto in gamba che forse diventerà il braccio destro del commissario, la poliziotta con le palle che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno (neanche dal temuto Procuratore) e che si aggira sbandierando per la Squadra Omicidi la sua folta capigliatura rossa (e si sa che le rosse sono speciali, almeno per un certo periodo), lo sbirro stupido che non coglie mai niente alla prima (anzi, il duo, che sembrano Gianni e Pinotto). Insomma il classico ufficio di Polizia descritto con una vena ironica ma anche con molto affetto. Mentre la squadra cerca di approfondire i dintorni della vita di Labruna, arriva il secondo avvertimento, sull’uccisione di Crispino Lobianco. Grande spiegamento di forze, coinvolgimento dell’alter ego di Miceli, l’ex magistrato Petri. Ma anche lui brancola nel buio. E Lobianco viene ucciso con le stesse modalità: due colpi di pistola con silenziatore. La svolta (ma noi già l’avevamo prevista e ve l’ho già detta), si ha con la terza missiva. L’8 maggio arriva sul tavolo di Miceli una nuova missiva anonima: “UCidero LaroSsa il 2 giUgNo” (per vostra comodità ho riportato fedelmente lo scritto). Ed ora per 200 pagine dobbiamo sorbirci un gran pippone su questo terzo ma non ancora compiuto omicidio. Dalla pista del serial killer, che si accanisce con i colori (ma qualcuno ci aveva mai creduto?), finalmente il “saggio” Petri tira fuori la pista (con)vincente. Ma la polizia è polizia, così la squadra di Miceli da un lato mette sotto controllo Guido, Roberto, Gaetano e Giovanni Larossa. Dall’altro cerca di capire se la lettura potesse essere disgiunta tra articolo ed aggettivo. La narrazione dell’indagine va di pari passo con il racconto della vicenda personale, malata e di conseguenza sgradevole del serial killer, un essere dal profilo multiforme e difficilmente rappresentabile, come capita spesso anche nella realtà. Inoltre non ci si può dimenticare i tormenti di Miceli, che non solo è spaccato tra due realtà, ma si domanda (e giustamente) se anche il 2 giugno sia un depistaggio. Una volta capiti i meccanismi, l’unico elemento di gradimento finale è il modo non usuale con cui il killer cerca di utilizzare le armi a sua disposizione per raggiungere il suo scopo. Riusciranno i nostri eroi a fermarlo? Quindi, romanzo duplice, scrittura veloce e sicura, trama forse troppo semplice. O meglio come qualcuno ha osservato che ben inizia, ma che ad un certo punto l’autore fatica a portare avanti e s’impoverisce. E pur tuttavia un autore cui daremo altre chance.
Cristiana Astori “Tutto quel blu” Mondadori euro 4,90
[A: 22/12/2014 – I: 17/12/2015 – T: 19/12/2015] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 257; anno: 2014]
Dopo aver saltato un anno (il 2013), Cristiana Astori torna a riproporci le vicissitudini di Susanna Marino in un libro della serie “Tutto quel…”. Il primo era stato NERO (2011), poi era uscito ROSSO (2012), ed ora eccoci al BLU. Come ho già detto nelle trame degli altri due, mi piacciono le idee alla base delle tormentate storie della scrittrice (che tra l’altro si è fatta le ossa traducendo fior di gialli e di noir, tra cui il mitico Jeffrey Deaver). Sono invece meno convinto del modo realizzativo, nonché di una certa ripetitività nello svolgimento della trama. Nel primo (NERO) c’era la ricerca di un film in cui compaiono delle sequenze “stravolte” interpretate da Soledad Miranda (e su di lei torneremo più avanti), con una morte finale che ricalca quella della sfortunata attrice. Nel secondo (ROSSO) c’è invece la ricerca delle ambientazioni torinesi dei film di Dario Argento, e dove anche qui c’è una meta citazione, che il cattivo di turno muore ripercorrendo la scena finale di “Profondo Rosso”. L’idea di BLU invece è più labile, anche se il nocciolo duro è una specie di calco “da serie B” del film “Terminator” (il primo, ovvio, quello di Schwarzy alla grande). Ma dato che non bastava a reggere tutta la trama, ecco che ci accompagniamo con un po’ di hard rock, di quello duro. Che per tutto il filo del libro ci accompagna Bon Scott, il primo leader degli AC/DC. Ed uno dei personaggi chiave si fa chiamare DJ Ash, e propina colonne sonore degli Anni ’80. Inoltre, dovendo giustificare (almeno verso sé stessa) il nuovo connubio, visto che poteva scegliere fra un numero imprecisato di morti premature nel mondo della musica, l’idea (molto nascosta anche se io sono un sopraffino scavatore) è stata quella di trovare un musicista che sia nato lo stesso giorno della Miranda, cioè il 9 luglio. Non lo stesso anno, che sarebbe stato troppo. Come accennato all’inizio, la protagonista è sempre la stessa, la narcolessica Susanna Marino, questa volta, appunto, invischiata in una trama alla Terminator, in cui la sua parte non è tanto legata alla ricerca del personaggio che fa fuori tutti gli Stefano Salvatori del libro, ma sempre quella della ricerca di una piccola cosa perduta. Nella fattispecie, una copia pirata di “L’autuomo” del regista Marco Masi. Ovvio che la pellicola esiste (se ne può leggere la trama sul fornitissimo IMDB in Internet), quello che si cerca è, appunto, una copia pirata. Girata da un giovane Salvatori, e fondamentale dato che, durante la proiezione in un locale d’essai a Torino nel 1984, entra in scena un personaggio che uccide uno spettatore. Delitto mai risolto, ma se si trovasse la pellicola… Tanto per ricalcare la trama del film di Schwarzenegger, c’è anche la storia di un bambino il cui padre dovrebbe essere proprio il Salvatori della copia piratata. Giovane che, saputo delle morti a catena di tutte le persone che si chiamano come il padre (che tra l’altro lui non ha conosciuto, essendosi separato dalla madre prima della nascita), si mette alla ricerca del suddetto. Aiutato nella bisogna da un fantasma, appunto il Bon Scott citato sopra. Messo in cantiere il fatto che Susanna ha una strana coinquilina che sembra svagata e non lo è. Messo sul fuoco che il Salvatori amico di Susanna non è il padre del piccolo. Messa infine sul piatto la presenza di un politico rampante dal passato poco chiaro. Fatte tutte le somme si arriva a confezionare un gialletto che saltabecca qua e là. Che ha delle parti filologiche interessanti ed acute (sia cinematograficamente parlando che musicalmente). Ed è anche passabilmente divertente. Ma non coinvolge nel giallo, né tanto meno spiega realmente tutto quello che è accaduto. Perché è avvenuto quell’assassinio al cinema? Come conciliare la presenza e la morte di Ben Scott? E notiamo anche i salti “logici” che sono presenti, e che non rendono facile la lettura. Tanto per fare un esempio, ad un certo punto ci si trova al Blue Velvet e si parla con un indovino, ma: 1) non sappiamo come siamo lì, e perché e chi (si scopre due pagine dopo); 2) chi non ha letto i precedenti libri della Astori non coglie i rimandi, la presenza dell’indovino, così come, pagine dopo, l’accenno allo spogliarello della Miranda. Insomma, volutamente criptico o sadicamente tagliato dai soliti editor della Mondadori? Alla fine, tanta simpatia per l’autrice, ma poco di più.
Gianni Simoni “Piazza San Sepolcro” TEA euro 9
[A: 01/11/2014– I: 20/02/2015 – T: 21/02/2016] - &&& ----
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 232; anno 2012]
L’ex magistrato Gianni Simoni, dopo aver condotto un po’ il gioco sui due investigatori che si danno man forte l’uno l’altro (della serie, appunto, i casi di Petri e Miceli, di cui ho parlato già), incomincia una nuova serie imperniata su un ispettore di polizia. L’idea di partenza è buona, così come l’ambientazione ed il contorno, elementi di cui andremo a parlare tra breve. Meno riuscita è la trama o le trame giallo – poliziesche, che sembrano soltanto un pretesto per parlare della natura umana. Dicevo dell’idea di base. Al centro delle vicende un ispettore di polizia, Andrea Lucchesi, che non la manda a dire a nessuno, tant’è che pare abbi diversi procedimenti alle spalle, e che nel contempo ha una buona capacità investigativa. Deve solo trovare un commissario meno becero di Lo Bue (un nome, un fatto) per poter sviluppare meglio il suo talento. La zeppa che Simoni pone sotto i piedi di Andrea e dell’ambiente in cui si muove, sono le origini del nostro ispettore (che dovrebbe aver superato, anche se di poco, la quarantina): figlio di padre toscano e madre eritrea, mostra un bel colorito nerastro. Niente di meglio che indagare sull’umana risposta ad un ispettore di colore, eppur italianissimo. Con tanto di ex-moglie scassapalle, figlia quattordicenne che frequenta poco e nuovo marito della moglie (che tuttavia sembra il più simpatico del trio). Per il suo carattere poco socievole, il nostro viene spostato dalla questura centrale al commissariato di Piazza San Sepolcro (da cui il titolo). Dove lo seguiamo in alcune indagini: furti di quadri in appartamenti poco controllati, ma con elementi pittorici degni (un macchiaiolo come Silvestro Lega, un Corcos, di cui ancora ricordo il bellissimo “Sogni” dello GNAM, un Cabianca, tanto per dirne qualcuno), incidenti vari, tra cui aggressioni sessuali a signore e signorine. Con poche mosse, e ben studiate, Lucchesi risolve brillantemente il problema dei furti di quadri. Mistero talmente ovvio che non si capisce perché la polizia non l’avesse risolto prima, se non, come sembra adombrare Simoni, per troppo lavoro e poco personale. L’orizzonte del commissariato si scurisce quando ai furti e scippi, si aggiunge il morto. Ma qui neanche c’è mistero, che il morto è il tristo attentatore delle virtù muliebri, di cui ci si narra la triste storia, adombrando abusi alla radice delle perversioni. Sappiamo anche che è stata una delle sue ultime vittime a farlo fuori con un colpo di rivoltella in fronte. Quindi, niente da segnalare sulle vicende giudiziarie, a parte il problema morale finale, che ricorda le decisioni prese da Maigret nei suoi primi casi giudiziari, anche se lì si parlava di anni Trenta e non della giustizia del 2000. Ciò che imbastisce Simoni è invece la vicenda umana, e la vita di un tipico commissariato (con annessa Questura) italiano. Come detto c’è il nostro Lucchesi, arrabbiato con il mondo per la sua pelle nera, che non ne lascia passare una, ma che non riesce a ragionare con la dovuta calma, tant’è che al più si butta sugli alcolici (ricordando da vicino l’Harry Hole di Nesbo). Provano a smuoverne i caratteri sia la giovane collega Lucia sia la meno giovane, seppur piacente, vedova Elena Urbinati (quella del furto dei quadri). E lui si comporta ovviamente ed in tutti e due i casi, come uno stronzo: abbandona subito il ring dell’incontro con Elena, signora di classe, che Andrea pensa di non essere all’altezza, e che lei voglia solo trastullarsi con lui. Frustrato da questo smacco, che però vede solo lui, se la prende con Lucia, andandoci a letto, ma trattandola talmente male prima, durante e dopo, che noi e lei ci accorgiamo che ha fatto tutto per altri motivi (sfoghi verso Elena, verso l’ex-moglie, verso la Questura e l’universo mondo). Così si ritrova solo, ubriaco, e con il solito paio di pacchetti di sigarette da fumare. In tutto ciò, risolve il caso dell’omicidio, ma non denuncia la signora Francesca, anzi le dà consigli per rendere minime le possibilità che sia rintracciata. Qui, appunto, si erge a giudice in un caso dove non può farlo. Ritengo che la signora abbia tutte le attenuanti del caso (aggressione, marito imbecille, e via elencando), ma è sempre una persona che ha messo mano ad un’arma, che ha occultato un cadavere, e via con altri reati di maggior o minor entità. Comunque, Simoni fa la sua scelta, ed io ripeto quello che ho detto in altre trame: belle situazioni generali, poca condivisione (mia) delle decisioni operative che Simoni fa prendere a molti dei suoi personaggi. È pur vero che dopo la decisione ed i consigli all’omicida, Lucchesi si prende un infarto quasi mortale, da cui è salvato per il rotto della cuffia. Finiamo questa prima puntata con l’invito alle nozze della collega Lucia, che sposa un ispettore della Questura meno fumino di Lucchesi, e la bella Elena che ha accudito Andrea durante la malattia. Come si evolverà la situazione? Avremmo una seconda puntata da analizzare insieme prima o poi? È probabile, per ora questa l’abbiamo letta, in modo discretamente veloce, che non pone particolari problemi di lettura e di concentrazione. Per ora diciamo solo ai revisori dei testi che sarebbe il caso di chiarire i nomi delle collaboratrici domestiche. Perché sia la filippina della signora Elena sia la badante della madre del morto si chiamano Iniza. Peccato però che poche pagine prima la filippina di casa Urbinati sia indicata come thailandese e chiamata familiarmente Titta.
Ribadendo l’augurio per una giornata festiva priva di pioggia, condividiamo le grandi letture febbrili di febbraio (bella l’allitterazione). Senza molti sprofondi nell’illeggibile, e con tre buone prove: il giallo kosher americano di Faye Kellerman, le avventure del commissario Rocco Schiavone di Manzini, ed il bello, strano e complicato libro di Junot Diaz (da leggere!).

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Agatha Christie
Sipario, l’ultima avventura di Poirot
Corriere della Sera
6,90
3
2
Antonio Manzini
La costola di Adamo
Sellerio
14
4
3
Amitav Ghosh
Il fiume dell’oppio
Neri Pozza
14
3
4
Faye Kellerman
Il bagno rituale
Repubblica MondoNoir
7,90
4
5
Jeffrey Eugenides
Le vergini suicide
Mondadori
10
2
6
Robert Galbraith (alias di J. K. Rowling)
Il richiamo del cuculo
Repubblica MondoNoir
7,90
3
7
Michael Pollan
In difesa del cibo
Corriere della Sera
7,90
3
8
Vikas Swarup
I sei sospetti
Repubblica MondoNoir
7,90
3
9
Arto Paasilinna
Il liberatore dei popoli oppressi
Iperborea
s.p.
3
10
Fausto Brizzi
Ho sposato una vegana
Einaudi
12,50
3
11
Anne Holt
La ricetta dell’assassino
Repubblica MondoNoir
7,90
2
12
Agatha Christie
Addio, Miss Marple
Corriere della Sera
6,90
2
13
Gianni Simoni
Piazza San Sepolcro
TEA
9
2
14
Junot Diaz
La breve favolosa vita di Oscar Wao
Mondadori
10
4
15
Danila Comastri Montanari
Morituri te salutant
Mondadori
9,90
3
16
Giovanni Ricciardi
La canzone del sangue
Fazi Editore
14,50
3
17
Patrick Dennis
Zia Mame
Adelphi
12
3
18
Danila Comastri Montanari
Parce Sepulto
Mondadori
9,90
2

Si intuisce dalle dolenti note che quest’anno si prospettano meno viaggi e più stanzialità. Quelli bravi ne approfittano per mettere ordine nelle proprie cose. Quelli meno bravi si arrovogliano nel dispiacere. Io, mediano alla Oriali come direbbe il Liga, prendo pause.