domenica 16 ottobre 2016

Junior per un senior - 16 ottobre 2016

Questa volta, pur rimanendo nell’ambito delle collane di Repubblica, ci dedichiamo ad alcune pubblicazioni del breve ciclo “Noir Junior”. Dove cominciamo un po’ zoppicando, pur apprezzando il primo scritto di quello che diventerà un mago di best-seller. Poi saliamo con alcuni autori italiani dalla penna facile e dal bell’intreccio, nonché con il recupero di quel detective Blomqvist della mamma di Pippi Calzelunghe.
Ken Follett “Il mistero degli studi Kellerman” Repubblica Noir Junior 2 euro 6,90
[A: 27/07/2015– I: 11/11/2015 – T: 13/11/2015] - &&
[tit. or.: The Secret of Kellerman’s Studio; ling. or.: inglese; pagine: 120; anno 1976]
Prima lettura di questa “veloce” collana di Repubblica dedicata ai gialli per un pubblico adolescente (direi under 15). Lettura dedicata ad un grande della letteratura mystery o d’azione, qui al suo secondo lavoro, pubblicato a 27 anni, e con lo pseudonimo di Martin Martinsen, non avendo avuto ancora modo di “sfondare” verso il grande pubblico, cosa che succederà solo due anni dopo con “La cruna dell’ago”. Considerata un’opera minore nella produzione di Follett, ha tuttavia alcuni elementi della sua produzione futura che non sono male. Come non lo è se letta con gli occhi del pubblico cui è diretta. Atteggiamento che ho cercato di assumere nella lettura. Tuttavia, pur nella ricerca di elementi positivi, il risultato trovo sia inferiore alle attese. La trama, come si addice ad un “libro per ragazzi”, è molto lineare. Nei sobborghi occidentali di Londra, a Hincley, vive Mich, ragazzo povero e collezionista di articoli di giornali riguardanti una banda di ladri, che da qualche tempo, compie rapine in tutto il paese. Mich abita con la madre in un palazzo da cui li vogliono sfrattare. Casualmente incontra un ragazzo di nome Izzy, ragazzo "ricco" con un padre che lavora nel campo dello spettacolo e diventano amici per la pelle. Un giorno vogliono esplorare dei vecchi studi cinematografici, nei quali aveva lavorato il padre di Izzy, gli studi Kellerman. Durante la visita, i due ragazzi scoprono che gli studi sono il luogo dove una banda di ladri nasconde la refurtiva che un furgone, ogni venerdì sera, trasporta fuori città. Con l'aiuto dei ragazzi la polizia arresta i ladri recuperando la refurtiva. Il dipartimento di Hincley assegna la ricompensa ai due giovani. Gli studi vengono riaperti, dato che il capo della banda li aveva chiusi dicendo che non erano più a norma di legge e aveva dato lo sfratto a chi abitava nelle case intorno, compresa quella di Mich, per costruire un albergo. Con l'arresto del boss, Mich e sua madre possono riavere la loro casa e pagare tasse e debiti arretrati. Il padre di Izzy torna a lavorare negli studi Kellerman. Seppur lineare, il libro mette in evidenza alcuni tratti del Follett maturo, soprattutto la caratterizzazione dei personaggi di contorno. In pochi tratti, oltre a Mich e Izzy, sono ben descritti almeno una decina di comprimari. Sempre per il carattere adolescenziale del libro, non possiamo che aspettarci il lieto fine, anche se questo avviene in maniera un po’ affrettata, lasciando poco spazio ad una reale comprensione degli ultimi avvenimenti, come ci si aspetterebbe per una “spy-story”. L'estate, l'amicizia, i giri in bici, i problemi dei grandi, che sono di riflesso anche i problemi dei ragazzi, la voglia di curiosare dove non si dovrebbe con quella sensazione sottile di essere in procinto di scoprire qualcosa, per diventare di conseguenza eroi. E tutto questo, in questo libro, è sommato al gradevole "trucco" di non far comprendere ai protagonisti quello che subito è chiaro a chi legge. Ho letto molto della successiva produzione di Follett, in particolare quello che ritengo per me il suo miglior libro, “I pilastri della terra”. Tuttavia anche in questa escursione giovanile apprezziamo il piglio sicuro della sua scrittura, riuscendo ad imbastire, in poche pagine, una storia accattivante, piena di quei particolari che apprezzavo nelle mie letture giovanili, e che lasciano un gusto piacevole anche in questa lettura matura. Vedremo che ne sarà degli altri libri della serie.
Mikaël Ollivier “Fratelli di sangue” Repubblica Noir Junior 8 euro 6,90
[A: 07/09/2015 – I: 24/04/2016 – T: 24/04/2016] - &&
[tit. or.: Frères de Sang; ling. or.: francese; pagine: 124; anno 2003]
Seconda lettura dei Noir Junior, e seconda delusione. Forse leggermente mitigata dalla mia non conoscenza dell’autore. Per cui non mi aspettavo cose strabilianti. Ed infatti non le ho avute. Infatti, nella prima lettura ho affrontato Ken Follett, di cui conosco bene libri e scrittura. Per cui si poteva parlare del libro, della sua resa e dello stile. Qui, invece, entriamo in pieno nello stile di scrittura dedicato ad una giovane fascia d’età, senza nessun preconcetto su come possa scrivere d’altro il francese Ollivier. Devo dire che, anche se sono ben lontano da quella fascia di lettori, non mi è piaciuto l’approccio che l’autore dà al romanzo (direi romanzo breve più che racconto). C’è da un lato una sorta di accondiscendenza verso il giovane lettore: sei giovane, non sei abituato a leggere, magari uso un linguaggio più semplice. Dall’altro, c’è l’affrontare una problematica che tende “alla King”, cioè cerca effetti e vuole costruire situazioni che non dico mettano paura, ma inquietino leggermente chi affronta con leggerezza la lettura. Ad esempio, l’attacco dove il protagonista (il libro è in soggettiva) dice che si sta rimettendo da una vicenda che lo ha duramente provato, nel fisico e nel morale. Motivo per cui, il giovin lettore per tutto il tempo sta sul chi vive, aspettando qualche possibile catastrofe. Ma allo stesso tempo, il fatto che Martin ne parli, significa che, in qualche modo, la situazione è stata risolta. Il nodo misterioso che si pone al centro della storia è l’ingarbugliata trama che avvince la famiglia Lemeunier, composta appunto da Martin, studente liceale, da Brice, suo fratello diciannovenne iscritto ad una scuola di cinema, e dai loro genitori Pierre, neurochirurgo, e Nadège, pubblicitaria. Durante una normale cena, irrompe la polizia che arresta Brice, accusandolo di cinque delitti. Cinque persone che Brice aveva incrociato nella sua vita. Cinque persone che, in qualche modo, gli avevano fatto del male: una ragazza che lo aveva deriso in pubblico, un professore che lo tartassava, una seconda ragazza di cui era innamorato e che lo ha lasciato per un altro, quest’altro con cui lei se n’è andata, uno dei registi della scuola di cinema che aveva parlato in termini molto negativi della prima prova di regia di Brice. Ovviamente Brice dice di essere innocente. Ovviamente Martin è dalla sua parte. Ovviamente tutti gli indizi sono contro il fratello, tanto che anche i genitori vacillano. Ovviamente c’è un ispettore che indaga, mantenendosi neutrale, ma seguendo da vicino cosa sta elucubrando Martin. A questo punto il lettore smaliziato comincia a fare delle ipotesi: a) Brice è un fine mentitore ed è lui l’assassino (questo pur plausibile scenario va contro il discorso giovanile dell’amore fraterno); b) Martin è l’assassino geloso dei successi del fratello (molto probabile, in linea con una tradizione orrorifera da King alla Christie, poco consolatoria per il lettore); c) c’è un altro fratello nascosto (soluzione trasversale che mette in salvo i fratelli ma inguaia la famiglia). Tutte e tre le ipotesi poi sarebbero in linea con il titolo del libro. Dato che uno dei corpi è stato sepolto in giardino, Martin si persuade che ci deve essere un complice tra i giardinieri. Scopre ben presto che uno dei quattro è introvabile. Senza dire nulla alla polizia scopre l’esistenza della madre del giardiniere, rinchiusa in un ospedale psichiatrico. E scopre altresì questo fantomatico Loïc, dropout allo sbando che vive in una roulotte in un campo abbandonato. Perché, dimenticavo, siamo nella provincia francese, e la casa di Martin è in un circondario tipo Olgiata, con controlli di entrate e uscite. Il finale è convulso, noi siamo ancora combattuti tra quali delle tre soluzioni sia possibile, anche se la comparsa di Loïc ci indirizza verso uno dei più probabili scenari. Che, nonostante gli sforzi di Martin, sarà l’ispettore a risolvere. Ma continua a non essere un libro “junior”, che abbiamo: padre fedifrago e mentitore, amante del padre impazzita, figlio naturale fuori di testa, figli legittimi traumatizzati e angosciati da incubi per il resto della loro vita. E uno dei tre quanto meno all’ergastolo. Purtroppo una vicenda così intricata, non è sorretta da una scrittura adeguata, né per un pubblico adulto né per uno adolescente. Troppo semplicistica per gli uni, troppi inutilmente ansiogena per gli altri. Insomma, una collana che dopo le due prime letture non si presenta certo al meglio.
Alessandro Gatti & Pierdomenico Baccalario “Non si uccide un grande mago” Repubblica Noir Junior 9 euro 6,90
[A: 14/09/2015 – I: 28/04/2016 – T: 28/04/2016] - &&& +
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 154; anno 2009]
Questa terza lettura di Noir Junior comincia a risollevare le sorti della serie, e ne sono contento: è migliore delle precedenti, più fresca, e, non guasta certo, italiana. I due autori, quarantenni piemontesi, sono specializzati in letteratura per ragazzi, avendo scritto un’ottantina di libri a testa, di cui una ventina in collaborazione. Si nota la mano, la spigliatezza e l’allegria che tali scritture devono portare con sé per essere ben accettati dal pubblico giovanile. In particolare hanno scritto 7 romanzi per un ciclo denominato “I gialli di vicolo Voltaire”, di cui questo è il secondo episodio. L’impianto ricalca alla lontana “Il club dei Vedovi Neri” di asimoviana memoria, un circolo di appassionati che si dedica alla risoluzione di misteri. Ovviamente, nel tono giovanile della scrittura. L’ambientazione è parigina, appunto in rue Voltaire, dove viveva il grande detective Gustave Darbon, che, morto, lascia la sua casa agli appassionati del mistero. Casualmente, molti inquilini dello stabile si appassionano ai misteri, accomunati dall’amore per il grande scrittore King Ellerton. In primo piano i due “ragazzini”, i fratelli Gaillard, Annette e Fabrice detto Fabò; e poi Lalou, sedicenne del Mali mago del computer, Janvier, avvocato in pensione, Bardouchon junior, il giovane fondatore del club, sua madre, fornitrice di pettegolezzi e meravigliose torte, e Victor, il postino dall’oscuro passato. Durante questo secondo episodio, per necessità di trama, viene cooptata anche Valentine, la madre dei due ragazzi. Dato che, oltre che madre, è sposa di Jean-Paul, commissario di polizia. Ovvio che se serve risolvere un mistero bisogna essere vicini alla fonte. Inoltre il commissario ha un maldestro aiutante, Pasquiat, utile per reperire informazioni altrimenti inarrivabili. Intanto, trovo ottima la descrizione ambientale, sia di Parigi che dei movimenti del club per la città. Non sarà sempre reale, ma è di sicuro quanto un giovane lettore si aspetta leggendo della città della Torre Eiffel. Il mistero questa volta nasce dal tentativo di uccidere il più grande mago vivente, il grande Offenbach. Tentativo avvenuto durante la riunione annuale dei maghi all’Hotel Étoile. Un po’ alticcio, dopo aver litigato a lungo con il suo rivale, il Sensazionale Renard, Offenbach esce in strada, dove viene colpito alla testa da un grande vaso d’alabastro, lasciandolo in fin di vita. I nostri appassionati giallisti di vicolo Voltaire sono subito presi dal mistero, anche perché Lalou era un fanatico del mago, alcuni anni prima. I sette si attivano, ma soprattutto Victor e Janvier. Anche perché Victor conosce il cuoco dell’albergo, e tramite lui i nostri vengono a sapere della lite, della scomparsa di un portafoglio, nonché della sparizione di un cameriere. Lalou prova ricerche al computer, senza venirne fuori. Sarà ancora Victor, tramite il cuoco, che porta Annette e Fabò alla scoperta della scomparsa anche di un vecchio frac, appartenente al cameriere. Qui interviene Janvier, che, tramite i suoi contatti nel mondo giudiziario, ricostruisce la storia del cameriere. Appena uscito dopo quindici anni di prigione per un furto in una gioielleria di cui si professa innocente, ma dove viene incastrato dalla testimonianza della dodicenne Isabelle. Annette e Fabò, complici i documenti sbadatamente lasciati in giro da Pasquiat, risalgono anche all’indirizzo dove l’ex-carcerato si recò quella sera. Vestito del frac, suo unico indumento in quanto mimo di strada, ed avendo solo quello o la divisa da cameriere. Lì i nostri incontrano una signora non ancora trentenne con ecchimosi sul viso. Pensano che sia Isabelle, ma questa dice che Valentine da alcuni anni si è trasferita in Australia, vendendo a lui e a suo marito la casa. Marito anch’esso nel frattempo scomparso. A questo punto la trama è ben svelata, il mistero abbondantemente risolto, salvo alcuni particolari che lascio ai miei curiosi lettori. Ritorno solo sull’allegria che sprizza dalle pagine: le torte della signora Bardouchon, le crêpes del Petit Canard (rigidamente al cioccolato), la simpatia di mamma Valentine (che porta i nostri allo spettacolo di Renard e poi all’ospedale da Offenbach), la tristezza del declino del mago per una delusione amorosa, la verve di Lalou per far tornare il sorriso al mago (ed a noi). Insomma, una confezione ben fatta, con quel tanto di mistero che si segue con piacere, con quei tocchi di vita reale che non guastano (delusioni amorose, false testimonianze, galeotti redenti). Forse carente solo nelle scoperte finali per la soluzione dell’enigma, ma è un peccato decisamente veniale.
“Non ho il televisore e amo rilassarmi leggendo un libro con la musica in sottofondo.” (88)
Astrid Lindgren “Kalle Blomqvist, il grande detective” Repubblica Noir Junior 3
[A: 03/08/2015 – I: 01/05/2016 – T: 03/05/2016] - &&& e ½    
[tit. or.: Mästerdetektiven Blomqvist; ling. or.: svedese; pagine: 172; anno 1946]
Come ha detto ultimamente il grande critico Harold Bloom, tutti gli scrittori degni di questo nome sono morti. Ed eccoci qui, ad un nuovo capitolo del Noir Junior, ha onorare la memoria di una grandissima scrittrice per i giovani. Certo, Astrid è meglio ed universalmente nota per Pippi Calzelunghe (dall’originale Pippi Långstrump), ma tanti sono i suoi contributi a questa parte di letteratura che, quanto meno, può servire ad avvicinare giovani (e meno giovani) al grande mondo della parola scritta. Tra le tante serie scritte dalla simpatica svedese (morta nel 2002 a soli cinque anni dal festeggiamento del suo centenario), una, corta ma di molta presa in Svezia ed all’estero, è questa dedicata al giovane Kalle Blomqvist, alla sua passione per l’attività di detective, ed ai suoi giovani amici Anders ed Eva-Lotta. Personaggio a me caro per motivi extra giovanile, quando ricordo di aver scoperto l’omaggio che il compianto Stieg Larsson faceva alla Lindgren, chiamando il personaggio centrale della sua trilogia Michael Blomqvist, per pochi intimi Kalle (soprannome da lui sempre odiato), ed assonando Lizabeth Salander con Lotta Lisander. Qui invece Kalle è il centro ed il fulcro della storia. Un dodicenne curioso, innamorato delle grandi storie di investigazione, che cerca misteri anche nella piccola cittadina di provincia dove vive, anche se non è lontana da un qualche grande centro. Qui Kalle, oltre a sognare i grandi misteri, come tutti i ragazzini della sua età, essendo per di più estate, si inventa giochi con i suoi coetanei. In particolare con il figlio del calzolaio Anders e la figlia del fornaio Eva-Lotta, costruisce la banda della Rosa Bianca, in lotta con gli acerrimi nemici della Rosa Rossa (Sixten, Jan e Benka). La tranquilla andatura estiva, tra giochi, lotte e ciambelline, viene interrotta da due avvenimenti: l’arrivo di Einar, zio di Lotta, e la decisione della Rosa Bianca di allestire un circo per passare il tempo. La parte giovanile della scrittura si dedica abbastanza all’inventiva dei ragazzi, ma ben presto siamo tutti risucchiati da Kalle. Primo perché tutti quanto vanno a visitare la rocca della cittadina, dove entrano quando zio Einar apre la porta con un grimaldello. Poi dai sospetti di Kalle (perché una persona per bene possiede un grimaldello?), che nottetempo prende le impronte di Einar e le invia alla polizia. Infine, per l’arrivo di due loschi figuri in città, che sembrano dare la caccia propria ad Einar. Kalle non si confida con la Rosa Bianca e comincia a seguire di nascosto Einar. Gli ruba anche il grimaldello, e quando legge sul giornale locale di un furto di gioielli, si persuade che Einar è coinvolto. Allora, con Anders e Lotta rivolta tutta la rocca, fino a trovare i gioielli famosi ed a portarli in salvo nella loro tana. Vorrebbero andare alla polizia, ma l’agente loro amico è fuori. Sfortunatamente rimandano, ma sono travolti dagli avvenimenti. I loschi figuri scovano Einar, i nostri assistono allo scambio di accuse tra i tre, e capiscono che sono tutti coinvolti. I cattivi sequestrano Einar, ma non trovano i gioielli (fortunatamente spostati da Kalle). Ma quando Kalle ed i suoi liberano Einar, i tre cattivi si fanno dire il nuovo nascondiglio, ed a loro volta rinchiudono i nostri nella rocca. Ci si avvia al convulso finale, sempre giocato sul filo della suspense di buona fattura (per non allarmare i piccoli). Kalle trova un secondo passaggio per uscire dalla rocca, i nostri vengono allora ritrovati dai poliziotti, messi sulle loro tracce da quelle impronte inviate da Kalle, e tutti insieme inscenano una grande cora in auto per rincorrere i banditi in fuga. Ovviamente saranno presi, ovviamente i ragazzi faranno una bella figura, ovviamente su tutti, gli allori andranno al Grande Maestro degli Investigatori, il nostro Kalle. Per essere uno scritto che ha ben settanta anni si porta bene, non ha sbavature, si legge gradevolmente. Pieno anche di piccoli consigli ai giovani, magari ingenui oggi, ma che sarebbero sempre ben accetti se fossero seguiti. Tipo “l’onestà viene sempre ripagata” o “non si guadagna niente a contravvenire alla legge”. Frasi che stamperei a caratteri cubitali sulla fronte del 95% delle persone pubbliche presenti in Italia. E non pensate che queste di Astrid siano parole gettate al vento. Il protestantesimo scandinavo, unito ad un sano buonsenso, per anni ha fatto rigare dritto una società, che poteva avere mille magagne di diverso tipo, ma che ho sempre visto e conosciuto per il rispetto reciproco presente in ogni azione. Tanto che a volte ce n’è forse troppo, rasentando una sorta di isolazionismo o individualismo, ai limiti dell’autismo conviviale. Fatto sta che prenderei questo romanzo breve e lo porterei ad esempio ed analisi per una scrittura divertente, non banale, a volte anche utile.
Irene Adler (Alessandro Gatti) “Il trio della dama nera” Repubblica Noir Junior 5 euro 6,90
[A: 14/09/2015 – I: 30/05/2016 – T: 01/06/2016] - &&& e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 204; anno 2011]
Alessandro Gatti è molto attivo nel campo dell’editoria giovanile, come ho già detto. Parallelamente ai “Gialli di Vicolo Voltaire” ha sviluppato questa serie, detta del trio, o dei tre amici. Utilizzando come pseudonimo il nome di Irene Adler, la bella del racconto di Conan Doyle “Uno scandalo in Boemia”. Dove, per i non aficionados del detective di Baker Street, si scopre che è l’unica donna ad aver battuto il nostro Holmes. Data la sua forte presenza, Irene scatenò una ridda di episodi apocrifi, il migliore dei quali è nella biografia fantastica di Holmes scritta da William Baring-Gould, ove si narra che i due ad un certo punto diventano amanti, e dalla loro unione sarebbe nato un figlio, che, crescendo, avrebbe seguito le orme paterne con il nome di … Nero Wolfe. Stupendo. Qui, Gatti invece si inventa una possibile conoscenza giovanile tra Irene e Sherlock, che, per accidenti del caso, si incontrano in quel di Saint-Malo dove sono in vacanza. E dove si unisce a loro per completare il trio un giovane francese, di poco più grande (un paio d’anni, forse), tale Arsène Lupin. Gatti ha prodotto ben 14 libri di questa serie che viene etichettata dalla casa editrice Piemme presso cui sono usciti come “Sherlock, Lupin e io” visto appunto che viene adottato il punto di vista di Irene come autrice dello scritto. È un racconto “juvenilistico”, e ben da leggere per giovani e giovanette under 15, tuttavia, plauso all’autore, non indulge in (troppi) errori storici, ed è filologicamente corretto nell’impostazione dei due personaggi maggiori. Irene, nel libro di Doyle, si dice essere nata nel 1858. Qui, si presenta come dodicenne, e l’azione si svolge nel 1870, con Sherlock un po’ più grande (anche se, dovrebbe aver ben 4 anni più di Irene). Meno accurata l’introduzione di Lupin, che, secondo Leblanc dovrebbe avere i natali sono nel ... 1874, differenza di età ribadita da Maurice Leblanc nel racconto “A.L. contro Herlock Sholmes”, dove un trentenne Arsène incontra un quasi sessantenne Sherlock. Ma questa licenza poetica gliela concediamo. Come concediamo ad Irene, e ad Alessandro Gatti con lei, alcuni giudizi avventati su disparati elementi pseudo-storici, come il biasimo per la “scadente letteratura” di Robert Louis Stevenson (che tuttavia scrisse il suo primo romanzo solo nel 1883). Certo l’intreccio non è dei più lineari, anche se ci regala qualche piccolo momento di interesse. C’è un morto che compare sulla spiaggia di Saint-Malo dove i nostri tre si trovano casualmente. Ci sono gli approcci di amicizia, e le già marcate scontrosità di Sherlock. Le entrate ed uscite di scena di Arsène, con i suoi travestimenti. Compare anche un furto di una bella collana ad un’aristocratica signora in vacanza. I nostri tre mini-detective cominciano allora ad indagare, a girare di notte (nonostante la giovane età), a farsi cerchie di amicizie tra le persone perbene (direttori di albergo, ufficiali postali, irreprensibili ispettori di polizia). Arrivando ben presto sulle tracce di un misterioso personaggio che pare cambiare frequentemente di nome e d’aspetto, ma non di (cattive) frequentazioni. Sarà sempre Irene a tirare le file (anche se le intuizioni saranno di Sherlock, e le scoperte di Lupin). Il misterioso personaggio era ricattato da una banda di farabutti capeggiata da un italianissimo Salvatore, e coperta da alcuni funzionari di polizia di dubbia rispettabilità. Tramite una lettera perduta nell’ufficio postale, si scopre la vera identità del personaggio. Una piccola tacca del crimine, dedito soprattutto al raggiro di belle signore, magari mature. Cui faceva subire piccoli furti, per ripianare i suoi debiti al gioco. Per sua sfortuna, effettua lo stesso trucchetto in quel di Saint-Malo a tre amiche, che, confrontatesi, scoprono le sue malefatte. Lo affrontano, quando lui ha già riciclato la refurtiva per ripagare Salvatore, e lui incidentalmente muore. Sherlock lo capisce dal maldestro tentativo di sbarazzarsi del cadavere in mare senza tener conto delle maree, e dal fatto che le tre giocavano con sua madre a … bridge (anche qui con una piccola imprecisione, che il bridge a quattro comincia ad essere giocato solo nel 1873). Ma le loro indagini permettono al buon ispettore di sgominare la banda di italiani e di eliminare i poliziotti corrotti. Non sappiamo, Irene non ce lo vuole dire, che fine faranno le tre signore coinvolte nell’incidente. Sappiamo solo che in questo primo volume vengono poste le basi della loro futura amicizia. Con quella bella frase finale, che vale a memento loro, dei giovani, ed anche di noi “diversamente giovani”, “sapevamo ormai tutto degli avvenimenti di cui eravamo stati testimoni; ma avevamo anche la certezza di non sapere ancora niente di noi”. Insomma, un’utile lettura giovanile, una divertente e rilassante lettura adulta.
Finalmente dopo ben 5 mesi, riusciamo a pubblicare almeno tre trame in questo complesso mese di ottobre. E come i miei vecchi lettori, la terza trama porta con sé i nuovi allegati, non quelli per curare, ma quelli per essere felici. Dato però che siamo alle prime trame di felicità, ci troviamo ancora invischiati nelle terapie d’amore, con una piccola disamina di uno dei primi libri di Elena Ferrante (che io continuo a non voler sapere chi sia).
Spezziamo intanto una lancia in favore del vostro senior, che, come ho letto in una bella t-shirt in un negozio del centro, “Io non invecchio, divento vintage”. Quindi vintage con l’anima junior per apprezzare libri giovanili. Per festeggiare in settimana un nuovo compleanno della mia signora madre. Per aspettare, senza ansia, nuovi viaggi. 

I LIBRI CHE CI AIUTANO A VIVERE FELICI di Giulia Fiore Coltellacci con i commenti di Giovanni

OTTOBRE 2016
Fin da maggio vi avevo avvertito che, per essere felici, la nostra simpatica Giulia Fiore affrontava, e ben a lungo, tutti possibili “mal d’amore”, e le loro rispettive terapie.

TERAPIE D’AMORE (III)

I GIORNI DELL'ABBANDONO di ELENA FERRANTE (2002)

Pillole di trama       
Olga è una donna appagata: è sposata, ha due figli, un lavoro e anche un cane. Ma quando suo marito, di punto in bianco e senza alcun preavviso, la lascia dopo averle confessato che sta vivendo un «improvviso vuoto di senso», il suo mondo va in frantumi. Lei stessa va in frantumi, anche perché scopre che il «vuoto» del marito è più pieno di quanto lui abbia confessato, dato che è stato già abbondantemente riempito da una ragazza. Per Olga inizia un doloroso percorso che dall’autodistruzione la porterà alla ricostruzione di un io più forte.
Supposta-saggezza
Gli uomini, soprattutto dopo una certa età, diventano imprevedibili e sorprendenti. Ma non nel senso che improvvisamente si presentano con mazzi di fiori, propongono weekend romantici o prendono spontaneamente l’iniziativa di lavare i piatti, almeno per una sera. Generalmente la sorpresa imprevedibile si rivela l’inaspettato annuncio di essere in crisi e di avere bisogno di una “pausa di riflessione”. Ora, quando si dice di aver bisogno di una pausa di riflessione, tutti, uomini e donne, in realtà hanno già riflettuto e preso una decisione. Solo che nel caso degli uomini, il novantanove per cento delle volte vuol dire che hanno un’amante con cui sono riusciti a colmare con piena soddisfazione «quell’improvviso vuoto di senso» proclamato dal marito di Olga. Il primo istinto sarebbe quello di rispondere che il vuoto ce lo hanno nel cervello e che la pausa di riflessione non gli servirebbe a niente perché non hanno l’equipaggiamento per riflettere. La lettura de “I giorni dell’abbandono” consente di seguire un percorso diverso, meno istintivo e più costruttivo. Si tratta di una sorta di discesa negli inferi della psiche della protagonista che, tra i fantasmi di un passato sepolto e i lampi di una quotidianità che sembra improvvisamente estranea, mette in moto un processo di autoconsapevolezza lento, doloroso ma indispensabile. Così, dopo una fase iniziale in cui si lascia andare all’autocommiserazione (comprensibile) della propria condizione, esacerbata e rancorosa verso il mondo intero, incurante di se stessa e intenzionata a sbattere in faccia a tutti il suo dolore per farsi compatire (come il ruolo della moglie abbandonata richiede), Olga comincia a srotolare quel gomitolo di rabbia che le si è annodato intorno al cuore e, ritrovando il bandolo della matassa, riesce a dare un nuovo e più compiuto significato alla sua vita, scoprendo che quella vissuta e considerata piena era solo “riempita” da una serenità di facciata che nascondeva silenziose voragini. Dopo ogni fine ci può essere sempre un nuovo inizio, dice la Ferrante, soprattutto se la fine è un abbandono che a rigor di logica, dovrebbe implicare un “ritrovarsi”. Basta provare a camminare con «il passo tranquillo di chi crede di sapere dove andare e perché».
Posologia
Particolarmente consigliato alle donne mature (ma in forma preventiva anche alle giovani lettrici), “I giorni dell’abbandono” è un integratore a base di collagene indicato per ricostruire i tessuti connettivi frantumati dalla fine di un matrimonio. Il collagene è la colla del corpo, ciò che ne tiene insieme i tessuti e che, contribuendo alla rigenerazione di cartilagini e legamenti, garantisce resistenza ed elasticità. Dal momento che la naturale produzione di questa proteina diminuisce con l’avanzare degli anni, eventi traumatici come una rottura sentimentale in età matura possono rendere necessaria un’integrazione per ricostruire tessuti e ridare vigore alle articolazioni (perché rialzarsi dopo una caduta o un crollo è faticoso sempre, ma superata una certa età notoriamente le ginocchia cominciano a scricchiolare). Il difficile cammino di Olga aiuta a rincollare con pazienza i pezzi di quel vaso rotto che è la propria vita, magari scoprendo che superati i giorni dell’abbandono, si è trasformata da un vasetto di Ikea carino, pratico ma uguale a milioni di altri, in un prezioso, unico e raffinato Gallé (tra i meriti del collagene c’è anche quello di ringiovanire la pelle ovvero nascondere le crepe del vaso e le rughe del viso).
“I giorni dell’abbandono” è anche un’ottima fonte di vitamina D, benefica per il cervello e il cuore ma fondamentale soprattutto per mantenere le ossa in salute. Rafforzando il principio attivo che, dopo un primo momento di lecito abbandono alla disperazione, bisogna superare frustrazione, delusione e rancore il romanzo provoca un irrobustimento delle ossa utile a sopportare meglio il peso della consapevolezza che liberarsi dal dolore è impossibile, perché continua a restare silenzioso in un angolo del nostro cuore in compagnia dell’amore perduto, perché la coppia è un miscuglio complicato e schiumoso e “sebbene la relazione si sfrangi e poi cessi, essa continua ad agire per vie segrete, non muore, non vuole morire».
La sincerità a tratti crudele, lo stile possente e la forza espressiva di Elena Ferrante possono rendere la cura piuttosto forte ed emotivamente intensa. Nella maggioranza dei casi, però, è stato riscontrato il recupero di un inaspettato vigore utile per affrontare la vita che è «un sussulto di gioia, una fitta di dolore, un piacere intenso, vene che pulsano sotto la pelle, non c’è nient’altro di vero da raccontare».
Effetti collaterali
Il lettore deve essere pronto a lasciarsi coinvolgere dalle inquietudini, dalle ansie e dalle paure di Olga, per elaborare tutto insieme a lei. Il processo può essere faticoso all’inizio ma una volta intrapreso sarà difficile interromperlo.
La presenza di lacrime e rabbia provocate dal tradimento e dall’abbandono potrebbe essere male assorbita dall’organismo. In questo caso si consiglia di rimediare con un trattamento più leggero: “Affari di cuore” di Nora Ephron. Se, come dice Tolstoj nel celebre incipit di Anna Karenina «Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo», è altrettanto vero che ogni scrittore racconta l’infelicità a modo suo. Elena Ferrante lo fa con toni drammatici e viscerali, Nora Ephron sceglie quelli comici e divertiti. Sta al lettore stabilire l’approccio terapeutico più consono al suo stato d’animo.
Consigli
Se la cura a base di Elena Ferrante si rivela efficace, suggerisco di continuare con gli altri due romanzi che compongono l’ideale trilogia Cronache del mal d’amore: “L'amore molesto” e “La figlia oscura”, particolarmente indicati nel trattamento dei rapporti complessi tra madri e figlie. Nella sezione dedicata alle cure intensive, trovate la corposa quadrilogia de “L’amica geniale”.
Terapia cinematografica sostitutiva
Non è facile portare sullo schermo la potenza verbale di Elena Ferrante e il groviglio di sentimenti che animano i personaggi dei suoi romanzi. Il film di Roberto Faenza è aiutato dall’interpretazione sofferta di Margherita Buy e dalla bravura Luca Zingaretti, che è riuscito a evitare la trappola del “marito cattivo” che avrebbe svilito la complessità del rapporto di coppia.

Commenti

Poiché degli altri libri citati nello scritto o non ne ho letti, o fanno aperte di prossimi scritti, mi dedico a questo che è il motivo conduttore della puntata. Un libro che, come dico più avanti, mi ha preso nella lettura, pur lasciando qualche perplessità.
Elena Ferrante “I giorni dell’abbandono” E/O euro 9,50
[pubblicato il 29 novembre 2015]
È il secondo libro della misteriosa Ferrante che leggo, e devo dire che mi ha lasciato un misto di attrazione e di distacco. Indubbie l’abilità di scrivere, di presentare situazioni anche molto complicate. Tuttavia ogni tanto non riesco ad entrare nella sua scrittura “al femminile”, cosa che invece, generalmente, mi riesce con altre scrittrici. Ad esempio, mi viene in mente, su argomento analogo, il libro di Siri Hustvedt “L’estate senza uomini”. C’è invece qualcosa nella Ferrante che ad un certo punto mi blocca. Non che non si riesca a leggerne, ma che frena l’empatia che generalmente si scatena tra lettore e pagina scritta (non che ci si debba immedesimare per forza in qualche personaggio, ma leggendo nasce, quasi sempre, un moto di benevolenza per la pagina scritta). Ora qui, l’argomento è duro, e trattato con altrettanta durezza. Una coppia, sposata da, credo, 15 anni, con due bambini, Gianni di 8 anni e Ilaria di 5, si sfascia, per colpa di lui. Che, ad un certo punto, abbandona Olga e famiglia. Assistiamo allora per ¾ del libro alla discesa di Olga nelle peggiori paure e verso momenti che girano intorno a baratri da cui non ci si risolleva più. L’autrice riesce, con questa sua scrittura forte, a farci sentire il dolore e la pazzia che si vanno annidando nel corpo e nella mente di Olga. E ad ogni pagina c’è un passo in più verso l’inferno. Olga non capisce i motivi di Mario, non trova (o non è capace di trovare) alleati o sodali nella cerchia delle sue amicizie. È estate, e riesce sempre con più difficoltà a gestire i figli. E quasi per nulla a gestire il cane Otto, che era stato voluto da Mario, ma che ora rimane a lei. E fa azioni spaventosamente avventate. Urla, dice parole oscene. Scopre che Mario sta con una ragazzotta di una quindicina di anni più giovane (mentre loro erano coetanei, avviati verso la quarantina). Questa è la scoperta che rischia di farla andare fuori di testa. Pensa di potersi rivalere sul mite vicino di casa, il violoncellista Carrano. Fallendo anche lì, ma con concorso di colpa. Si scorda il mangiare sul fuoco. Si scorda di andare a prendere i figli. Cambia la serratura alla porta di casa, e spesso non si ricorda come si apra. Fino al momento culmine, del libro e della pazzia, laddove tutto può andare verso il tragico o risalire non dico alla normalità, ma quanto meno a livelli di accettabili compromessi. Ci sono formiche in casa, e Olga spruzza l’insetticida. Poi vaga in pensieri dedicati alla sua vita con Mario, senza concludere gran che. Contemporaneamente, Gianni ha un attacco di febbre e vomito, Ilaria lo “cura” con monete fresche sulla fronte (le solite idee pazze dei bimbi), Olga vorrebbe uscire ma la chiave si blocca e la porta non si apre. Panico! E poi Otto si sente anche lui male, anche lui vomita, e Olga trova l’insetticida mangiato dal povero cane. Ancora più panico, si urla dalle finestre, il telefono non funziona (il cellulare perché scaraventato giorni prima contro il muro, il fisso, non avendolo pagato, è stato sospeso). Come chiamare il veterinario? Come chiamare un medico? Come comperare la Tachipirina per il malato? Come chiamare anche il povero Carrano, per essere aiutate? Parlo al femminile che le uniche persone ancora vigili sono proprio Olga ed Ilaria. Quando si arriva a questo punto, o ci si salva o si muore. Fortunatamente, ma un po’ casualmente nella scrittura, Olga si salva. Non si salva il povero Otto, che muore avvelenato dall’insetticida. Si salvano (almeno parzialmente) i figli: di sicuro dalla febbre, ed in parte dalle “pazzie” materne. Un po’ perché ricominciano le scuole, un po’ perché cominciano a frequentare il padre. Che all’inizio sembra contento, poi capisce che anche quello è un onere. E come tutte le persone che scelgono le vie più facili, anche se meno intelligenti, comincia a manifestare segni di indolenza. Olga, invece, alleggerita da questi pesi di cui si era auto caricata, ricomincia a vedere la luce. Accetta il suo ruolo di “abbandonata”, non pensa più al suicidio, e più distesa con i figli, si dispiace (ma in fondo è sollevata) della morte di Otto, e comincia a frequentare, con molta leggerezza il musicista del piano di sotto. Ripeto, la scrittura della Ferrante, in molti punti, quasi mi respinge, non riesco ad entrarci bene. Al solito, penso sia il problema di punti di vista maschili-femminili, dove non è facile scambiarsi la testa. Non capendo la fuga verso il fondo della pazzia, mi risulta altrettanto semplicistica la risalita verso la “normalità”. Comunque un forte libro sulla fine dell’amore tra due persone supposte mature. Dove, e non è un caso, chi fa la figura dell’imbecille è il maschio che si perde dietro a giovani gonnelle. E sono d’accordo con la scrittrice. Quindi, donne, leggetene e discutiamone.
“[Quanto della natura di Mario] covava nei bambini. Quanto di lui sarei stata costretta per sempre ad amare senza nemmeno rendermene conto, solo per via del fatto che amavo loro?” (184)

Finalino

Ribadisco il sentimento di gradevolezza che dona la scrittura di Grazia Fiore, che, mantenendosi leggero, ci fornisce spunti di riflessione e di divertimento. Anche se, come in questo caso, l’argomento è bello pesante. Ma la Ferrante mi sembra una persona all’altezza di affrontarlo. 

domenica 9 ottobre 2016

Rima caput mundi - 09 ottobre 2016

Come diceva Tito Livio, Roma capitale del mondo conosciuto. Ed ecco allora un quartetto dedicato a quella Roma, con altri quattro libri della bolognese Danila. Dove i romanzi, con il loro respiro più ampio ci riescono a dare degli sguardi interessanti e storicamente (quasi) esatti, mentre i racconti fuggono via, senza lasciare segni particolari.
Danila Comastri Montanari “Parce sepulto” Mondadori euro 9,90 (in realtà, scontato a 7,45 euro)
[A: 28/11/2014– I: 27/02/2016 – T: 29/02/2016] - &&&---
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 237; anno 1996]
Uno dei dati positivi della scrittura di Danila è la stretta consequenzialità dei tempi delle azioni. Non si salta di tempi (ed ovviamente di luoghi), almeno per ora. Dopo che nella storia precedente, con l’appendice, eravamo arrivati all’estate del 45 d.C., ecco che questa nuova avventura si colloca nel novembre dello stesso anno. Con la consueta appendice che si posiziona subito dopo, durante l’inverno. In questo quinto episodio, poi, si va precisando la natura libertina del nostro Publio Aurelio Stazio, sempre presente sin dall’inizio, ma che qui comincia ad assumere connotati più precisi, dove il magistrato e senatore romano non si perita di portare nell’alcova le donne che riesce a incuriosire per la sua intelligenza (sempre) e per le sue ricchezze (spesso). L’altro punto di forza è la ricostruzione di un aspetto della vita dell’antica Roma. Qui, Danila ci spiega e fa partecipi del sistema di apprendimento dell’epoca (non direi del sistema scolastico, che forse è maggiormente complesso). Chi voleva apprendere a leggere e scrivere (“e sa legger di greco e di latino” come diceva Carducci) aveva due grandi strade davanti, a seconda anche della ricchezza della famiglia. Prendere in casa dei precettori (i ricchi) o affidarsi a delle “scholae” dove liberti e schiavi s’industriavano ad insegnare le materie di base. Notiamo anche che, nelle prime classi soprattutto, non c’era preclusione anche ad ammettere le bambine. In quest’ambiente si va consumando un nuovo dramma. Nella scuola del retore Arriano c’è una grande confusione: il retore s’è indebitato con l’usuraio Elio Corvino, e per sdebitarsi gli ha dato in moglie una delle sue figlie gemelle. L’altra cerca di studiare, poi si fidanza con il rampante Ottavio, che non disdegna, per far carriera, le attenzioni da “amasio” di Arriano. Scalzando dal ruolo direttivo della scuola il mite Panezio. Arriano non era nuovo ad amori “juvenilis”, tanto da subire anni prima causa da un giovane della gente Elia originario di Numana (nome antico di Ancona). Giovane che sparisce, ma un suo fratello si installa nella coorte di Corvino. In tutto questo intreccio di amori, soldi e gelosie, la gemella promessa sposa viene trovata morta. Collasso naturale nelle terme? Delitto? Girano lettere minatorie, e Aurelio, sollecitato dall’amica Pomponia, non si può esimere dall’indagare. Spinto anche dall’avvenenza della giovane sposa di Corvino, nonché dal suo astio verso l’usuraio, e dalla ancor piacente ex-maestra delle due ragazze, la matematica Giunia Irenea (laude alle donne coi numeri). Tra l’altro Arriano si apprestava ad adottare Ottavio, non avendo figli maschi cui lasciare il patrimonio. Seguiamo Aurelio nella sua inchiesta e nelle sue scorribande, dove si imbatte più volte in uno dei culti molto in voga in Roma ai tempi, quelli di Cibele. Di cui fa una interessante e corretta analisi a pagina 133 (dove l’autrice contraddice la disamina storica fatta da Tito Livio nei suoi “Annales”). Tra corse in lettiga, lezioni al giovane e promettente Manlio, ed altre amenità di contorno, fin da subito noi ed Aurelio nutriamo dei dubbi su chi sia Lucilla e chi sia Camilla. Dubbi che neanche portandosela nel suo cubicolo (per fare indovinate cosa…) Aurelio fuga. Visto poi che si sta prodigando verso il sesso debole, ha anche una breve storia con Irenea (che però alla fine preferisce far sodalizio con il maestro di scuola). Dopo che ci imbattiamo anche in alcuni accenni sui riti funebri dell’epoca, finalmente i nodi si sciolgono, e, come in un giallo di buona fattura, scopriamo tutti i come ed i perché. Quindi le avventure continuano nell’appendice (“Una perla per Publio Aurelio Stazio”) che come detto si svolge poco dopo il romanzo, con il nostro Aurelio che, per ritemprarsi delle conquiste femminili, va a riposarsi nella sua villa di Pithecusa (l’odierna isola di Ischia). Qui si imbatte nella strana storia di sei giovani (Melissa, Zena, Pilade, Attilio, Leucio e Cirno) che trovano una perla gigante, nascondendola proprio nelle rocce intorno alla villa di Aurelio. Dopo la morte di Leucio e Cirno, e la storia di Melissa, Aurelio imbastisce un grande banchetto dove invita anche Pilade (fuggito da Ischia poco dopo il ritrovamento), Attilio (prima in sollazzo con Melissa, ora attratto da Zena e dalla flotta del di lei padre) e Zena (che vuole Attilio per risollevare le sorti della flotta paterna, ormai alla bancarotta). In poche righe, utilizzando un sotterfugio sulla provenienza irpina di una certa droga, risolve il problema. Ed ovviamente si porta nel talamo la simpatica Melissa. Continuiamo a seguire gli scritti della storica Danila, sperando che continui ad illuminarci in vicende storiche romane. Come anche le citazioni, dove, seppur questo “lasciate stare i morti” non è calzantissimo, non posso che sottolineare la correttezza della citazione virgiliana che tutti riportano errata, mentre la nostra, giustamente, la iscrive come “audentes fortuna iuvat”. Anche se la trama generale dei suoi gialli non è proprio delle più avvincenti, continuo a seguirne gli scritti.
“Ho rinunciato a vivere in prima persona, per farlo attraverso i libri: così vedevo la realtà mediata dalla letteratura, e le passioni mi apparivano lontane e rassicuranti … non avvertivo emozioni, le leggevo” (89)
Danila Comastri Montanari “Spes ultima dea” Mondadori euro 9,90 (in realtà, scontato a 10,20 euro)
[A: 28/11/2014 – I: 03/03/2016 – T: 06/03/2016] - &&& e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 262; anno 1999]
Nuovo episodio delle storie romane di Danila, e nuovo plauso ai racconti che imbastisce la storica bolognese. Ribadisco anche qui la correttezza filologica delle sue ambientazioni ed il piacere di scoprire aspetti della vita della Roma antica. Non posso non di meno sottolineare che le parti investigative non sono sempre all’altezza, anche se in questo episodio la trama ha alcuni spunti da non sottovalutare. In questa storia, intanto, l’idea della scrittrice è di esplorare e farci vedere come si succedevano e quali erano i poteri in gioco nell’alternanza delle cariche. Ricordo inoltre, che le storie procedono linearmente, così che questa si sviluppa nel giugno del 46 d.C., dandoci anche modo di valutare con piacere il calendario romano come si sviluppa a poco meno di cento anni dalla riforma di Giulio Cesare. Ogni capitolo, qui ed in tutte le storie, prevede l’indicazione del giorno di svolgimento. Apprendiamo così che i romani facevano ruotare tutto intorno a tre “dies” particolari: le calende, le none e le idi. I giorni quindi venivano indicati come giorni mancanti a questi tre giorni (terzo giorno prima delle calende di giugno piuttosto che quarto giorno prima delle idi). Le calende erano il primo giorno del mese, le none il quinto o il settimo, le idi il tredicesimo o il quindicesimo (secondo la lunghezza del mese). Confrontando poi pagina 58 e pagina 62 apprezziamo la filologia della conta. C’è il terzo giorno prima delle calende di giugno, ed il giorno dopo è la vigilia delle calende. I romani contavano “giorni pieni”, per cui si conta il primo e l’ultimo giorno della stringa. Quindi non esisteva, nel computo un “secondo giorno prima di”. Secondo elemento, quella della vita pubblica. L’imperatore Claudio aveva ridato potere al Senato, e di conseguenza ai reggenti il potere civile e militare in sua vece, i consoli (sempre due per mitigarne le mire reciproche). Così vediamo, nelle more del racconto, come si faccia “lobby” per aver il titolo di console, come si debba ripagare chi favorisce l’elezione, ed altri nefasti atteggiamenti che ritroviamo, con immutata rapacità, anche ai giorni nostri. Fortuna vuole che il console sia in carica un solo anno, e non possa essere rieletto per almeno altri dieci. In questo scenario ben delineato, s‘intreccia la vicenda del libro, fornendoci anche alcuni ragguagli della gioventù del nostro Aurelio, quando giovane tribuno viene mandato da Seiano, il console che agiva in nome dell’imperatore Tiberio, nella selva teutonica, per portare ordini all’Undicesima Legione. Legione comandata da Quinto Valerio Cepione e da sua moglie Vera Claudina. Siamo nel 26 d.C. (anno in cui Tiberio inviò come prefetto in Giudea tal Ponzio Pilato), i germani sbaragliano il campo romano, dove Cepione è ucciso da una freccia, e Vera muore alla testa delle truppe. Si salva Aurelio, che torna a Roma a fare la vita che conosciamo da questi scritti. Saltiamo venti anni, ed arriviamo al mortale intreccio che si dipana nell’estate del 46. Dove viene ucciso Antonio, sodale di Aurelio tanto da vestirsi come lui ed essere ucciso, sembra, per questo. Ma Antonio ha una vita, seppur gaudente, incasinata. Ha un fratellastro, Tucullo, orafo e fortunato, una moglie, Balbina, che preferisce Tucullo a lui. Anche perché Antonio è impotente. Ma si adopera per ricattare a destra e a manca, sia con l’aiuto di Valeria, figlia del Cepione morto di cui sopra, sia con quello dell’etera Glafira. Il tutto complicato da Paolo Metronio (il console di cui sopra) che usa la moglie Citrulla per mettere in difficoltà sia Aurelio che Marco Valerio, fratello della Valeria di cui sopra, e dagli incendi che mettono in difficoltà i poveri dei quartieri degradati, costringendoli a lasciare le case e rifugiarsi oltre Tevere. Sia da Marco Valerio stesso che accusa Aurelio di aver sedotto la madre Vera venti anni prima. Un diabolico intreccio, dove si uniscono onori militari e poteri forti che tentano di stravolgere la vita della nostra città. Aurelio, sempre con l’aiuto del fido Castore, usando i pettegolezzi dell’amica Pomponia, ed il suo acume investigativo, riesce a risalire la china di un imbroglio durato appunto più di venti anni. Smaschera non solo i colpevoli, ma riesce a non infangare nomi illustri, elemento che l’imperatore Claudio terrà in conto. Investendo in finale di libro il nostro gaudente epicureo del titolo di console (seppur solo per un mese). Avendo già elencato tutti i lati positivi, chiudo qui, in attesa di nuove avventure.
“Odiava essere interrotto nei momenti di grande intimità, vale a dire quando era con una donna o con un libro.” (156)
Danila Comastri Montanari “Scelera” Mondadori euro 12 (in realtà, scontato a 8,40 euro)
[A: 13/07/2015 – I: 06/03/2016 – T: 09/03/2016] - && e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 244; anno 2000]
Dopo tanti plausi all’opera della scrittrice bolognese, eccoci al primo volume che non raggiunge livelli di sufficienza. Non che non abbia le solite caratteristiche di accuratezza, ma è spezzettato in quanto, come ci preannuncia il titolo latino, si parla di delitti (da “scelus, sceleris, …” della 3^ declinazione). Come avete capito, pur raccordati in unità di spazio e di luogo, abbiamo 3 racconti e mezzo, non un romanzo completo. Purtroppo, le ricostruzioni e le indagini di Aurelio, nel breve spazio di un racconto, non riescono ad avere quel respiro calmo e ponderato di un romanzo intero. L’unica nota veramente positiva è, al solito, il luogo (degno di quel mezzo libro in più), perché siamo nell’estate del 46, e quindi, come tutte le estati del nostro senatore, ci troviamo negli ozi di Baia. E spaziamo tra le ville di Baia, il caos di Pozzuoli, le bellezze di Capo Miseno, nonché le ostriche, allora abbondanti, del lago di Lucrino. Oltre alla “forma racconto”, altro punto invece che mi ha poco coinvolto è stato il mancato disvelare di altri momenti della vita romana. Qui abbiamo storie che si svolgono durante un banchetto e che mettono in luce alcuni aspetti della vita amorosa del tempo. Abbiamo storie che si svolgono alle terme, ed anche qui un po’ di sesso ed un po’ di corruzione. Storie che coinvolgono giovani, giovanette e soldi (motore di quasi tutte le storie del mondo). L’unico elemento per così dire nuovo, oltre alla ribadita multi-sessualità dell’epoca, è l’idea che una donna possa iscriversi nel registro delle “lupae” per poter sfuggire ai controlli sulla propria vita (ricordo che “lupa” era sinonimo di donna che si vende per denaro, e che se una donna libera, di qualsiasi età, aveva un rapporto consenziente con una persona che non fosse il marito, lei era adultera ed il tipo passibile di un processo per stupro). Nella prima storia si parla di sesso, con tal Aulo ucciso ed evirato in una stanzetta del suo bel palazzo in Baia. Subito sospette sono la moglie, una lupa nonché suonatrice di strumenti musicali e la sua protettrice (della lupa, non del morto). Ovviamente, visto che ci sono di mezzi i soldi dell’eredità non possiamo dimenticare anche Sesto, il fratello di Aulo. Tuttavia, il capitoletto si intitola alle Parche, che si sa sono tre, una per la nascita, una per la vita ed una per la morte. Ruoli che ben si adattano alle tre signore di cui sopra. Aggravato dal fatto di aver scoperto un luogo segreto da dove vedere gli amplessi amorosi di Aulo. Era la moglie gelosa dell’amante? Era la tenutaria che essendo anche “tribas” (sinonimo di lesbica per i romani) era gelosa dell’amante di Aulo? Era l’amante a seguito di richieste poche ortodosse di Aulo? O, fuori dai giochi, il fratello Sesto per questioni di soldi e carriera? Nella seconda storia abbiamo un capopopolo ucciso alle terme sotto gli occhi del nostro Aurelio. Un tribuno cui i non aristocratici davano il loro appoggio, e che i sodali di Aurelio, senatori e pretori, non vedono di buon occhio. Soprattutto il latifondista Cassio Albo, afflitto tuttavia da un figlio soprannominato “porcellino”, e pensate un po’ perché. Certo con Aurelio capiamo meglio il meccanismo delle terme, soprattutto quelle nuove del delitto, dove, prime nella storia, veniva fornito un servizio di custodia dei beni per chi si andava, nudo, a fare saune ed altre attività. Aurelio si mette subito in contrasto con Cassio, ovvio mandante dell’omicidio, mettendolo da parte attraverso ricatti al suo porcellino. Ma chi è l’esecutore? Lavinia la guardarobiera? Stephanon il promesso di Lavinia, troppo indulgente verso gli amori mono-sex? Pullo liberto di Cassio, le cui sorelle erano ancora schiave? Fufidio il sodale del morto, stanco delle sue lotte “sindacali”? Il terzo è invece subito “scoperto” dall’infausta quarta di copertina, dove si parla di pedofilia. Ora, scompare la quattordicenne figlia dell’ammiraglio della flotta Lampronio. E già pensiamo di sapere come possa finire. Si ritrova il corpo di Faustina, una ragazza con tre dita del piede amputate. Poi si ritrova anche il corpo della scomparsa Lelia, con la stessa amputazione. La nostra Danila la mena di qua e di là, ma già pensiamo come possa finire la storia. O Lampronio, in un impeto di amori giovanili (e sappiamo che era dedito a fanciulle non ancora in fiore) va al di là del lecito con Faustina (o con Lelia), le uccide e Lelia (o Faustina) vede tutto e deve subire la stessa sorte. O c’è una vendetta che viene da lontano, qualche parente di una giovane con cui si trastullava Lampronio anni prima, mettendola incinta e facendola morire di parto (che aveva solo dodici anni). Il mezzo racconto è invece incentrato su un gioco matematico che avrebbe fatto sorridere il mio amico Ennio se glielo avessi proposto. L’anziano Perpenna muore ucciso da uno dei suoi nipoti, che il padre, per mancanza di fantasia, aveva chiamato Primo, Secondo, e così via sino all’ultimo nato Decimo. Perpenna, prima di morire lascia su una tavoletta i seguenti numeri:

VI
VIII
X
XX
IV
III
IV
V
?
VIII

Tutti pensano che la soluzione dell’enigma (che indica chiaramente l’assassino) sia “10”, ed accusano Decimo. Si vede facilmente che non lo è. Ed ho capito anch’io la soluzione, visto che siamo in ogni caso a Roma, dove ovviamente si parla latino. Capite bene, una serie di storie slegate, poco spazio per imbastire trame che si complichino durante lo svolgimento. Un po’ di indulgenza verso gli amori muliebri di Aurelio. Questa la sintesi estrema di un libro di passaggio, cioè poco riuscito. Ma si sa, chi scrive può avere dei passaggi a vuoto. Prima o poi ne parlerò, sull’onda di qualche libro che si legge ora.
Danila Comastri Montanari “Gallia est” Mondadori euro 9,90 (in realtà, scontato a 7,43 euro)
[A: 18/03/2015 – I: 03/04/2016 – T: 06/04/2016] - &&& 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 272; anno 2001]
Fortunatamente torniamo ad un romanzo completo e non a dei racconti, ed il tono sale subito. Certo non si allontana da una più che onorevole sufficienza, che, soprattutto verso la fine, c’è un po’ di confusione in tutti i sottofinali che la nostra scrittrice imbastisce. Ma la storia nel complesso regge. Come regge, molto bene, anzi è uno dei punti di forza, l’ambientazione. Siamo infatti di nuovo lontano da Roma. Ma non nei blandi rifugi campani, bensì nella nostra Provenza, all’epoca chiamata Gallia Narbonese. Non è quindi un caso che nel titolo si richiami l’inizio del “De Bello Gallico” di Cesare (“Gallia est omnis divisa in partes tres”). Tra l’altro la Gallia Narbonese, già romana ben prima di Cesare, era dai romani chiamata “Provincia Nostra” o semplicemente “Provincia” che ben presto diventerà, come si vede facilmente, “Provenza”. Unico punto di raccordo da tenere a mente con il precedente, è la sempre coerente successione temporale: dopo l’estate delle morti a Baia, ora siamo nell’autunno del 46. Periodo in cui l’imperatore Claudio si appresta a far entrare in Senato anche uomini provenienti dalle province. L’anno successivo infatti, ammetterà al Senato propri i Galli Comati (il nome deriva dai lunghi capelli che portavano appunto i Narbonesi). Ma Claudio vuole far passare la legge allargando la base di consenso, e quindi spedisce suoi emissari in Gallia. Uno di questi è proprio il nostro Aurelio. Che se da una parte dovrà trovare il modo di fare il politico, dall’altra, al solito, verrà invischiato in una vicenda di morti da sgarbugliare. Danila è abile nel tessere la sua trama da storica romana, senza commettere errori, non solo, ma trasportandoci e facendoci vivere la romanità lontana da Roma. In quei posti (a me cari per i pittori che vi vissero più di 1800 anni dopo, da Van Gogh a Cézanne, tanto per essere chiari) che risuonano con i loro nomi evocativi: Lugdunum, Arausio, Avenio, Nemasus, Glanum, Aquae Sextiae ed Arelate. Cioè, per chi non fosse avvezzo al latino, Lione, Orange, Avignone, Nimes, Saint-Rémy-de-Provence, Aix-en-Provence e Arles. Tra queste città, ma soprattutto ad Arelate, si svolge la storia, ed anche la Storia. Quella che vede i romani doc contrapporsi ai “nuovi ricchi”, con gli scontri tra Galli inurbati con la toga e Galli rispettosi delle tradizioni con le “bracae” (i calzoni, cioè, che lì l’inverno fa freddo), con le corse che vedevano gli aurighi delle diverse fazioni dannarsi per portare i ludi dalla propria parte politica, con gli amministratori che (ma che strano…) depredavano i poveri, arricchendosi alle spalle dello Stato. Un ultimo tocco di Storia, lo abbiamo anche con l’accenno di un giovane che parte per diventare segretario di un signore comasco, scrittore di grande avvenire. Il comasco non è altri che Plinio Cecilio Secondo, all’epoca ventiquattrenne, ma da noi conosciuto con il nome di Plinio il Vecchio. Con un piccolo dubbio, perché a me risulta che proprio nel 46, Plinio entra nell’esercito come ufficiale di cavalleria e partecipa alla conquista di una remota regione germanica al confine con l’attuale Belgio. Ma torniamo alla storia, quella minuta, dove vediamo morire, strangolato e poi bruciato, Irzio, uno dei capi dei conservatori ma in procinto di cambiare casacca per sostenere Claudio. Delitto politico o no? Irzio stava per divorziare da Elvia Valentina, figlia sciacquetta di Elio Valente, il più romano dei Galli. Tanto che era anche dedito ad usura e lenocinio, ed altre turpitudini. In contrasto con Artige, tanto che del delitto ne viene accusato il figlio di questi, Romolo. Ed è proprio dallo scontro delle due famiglie, i Valente e gli Artige, che si ciba il romanzo. Condito dal peperoncino sia degli incontri amorosi di Aurelio che dalle furberie del suo segretario Castore. Aurelio si fa irretire da Varinia, nuora di Artige, ma anche da Valentina, che usa le sue doti femminili anche per coprire il debole fratello Lucio. Castore non si perita poi di travestirsi da druido per seminare un po’ di panico tra le varie fazioni, ma anche per fare collette tutte a suo beneficio. Non è un caso che l’imperatore, sempre l’anno seguente, metterà al bando anche la casta dei Druidi. Vi lascio la voglia di scoprire tutti gli intrighi che insorgono: Romolo che fugge a Glanum dalla bella Artemisia, che si fa arrestare da Aurelio, che mentre si trova in prigione vengono uccisi, strangolati, e poi sottomessi ai supplizi druidici dell’acqua e dell’impiccagione, sia Scauro, un agricoltore che forse sa qualcosa, sia lo stesso Valente. Aurelio troverà il bandolo della matassa ricorrendo ad uno stratagemma quando si accorge che nella famiglia di Artige, sia la moglie Eufemia sia lo stesso Romolo, sono affetti da un difetto della vista. Sono daltonici, anche se Dalton battezzerà questo difetto solo nel 1794. Fatto sta che hanno difficoltà con il verde (difetto ora chiamato “deuteranopia”) tanto che il capostipite di lato materno era un druido di nome Voconzio Occhiogrigio. Ma tanti sono gli intrecci nel finale. Si scopre che Irzio, una quarantina di anni prima, aveva avuto una figlia fuori dal matrimonio, che Eufemia vuole più bene a Romolo che alla sua stessa vita, che Lucio è un po’ effeminato, che il barbiere di Aurelio è un po’ gay, e tanti altri intrecci, che mi hanno fatto dire appunto all’inizio, che ci si perde un po’ in tutti questi finali. Resta il piacere di una piccola immersione nel mondo romano, piacevole appunto, anche perché, sempre, ben documentata. E voi sapete quanto io sia pignolo!
“Anche le menzogne più sfacciate, se ripetute centinaia di volte da chi ha i mezzi per farsi sentire, si trasformano fatalmente in verità nelle orecchie poco avvedute. Così, gli inquisitori finiscono per diventare inquisiti e gli innocenti colpevoli…” (195)
Siamo alla seconda domenica del mese, quindi, come ormai sapete, vi trovate tra capo e collo anche un bell’allegato, dedicato alla fatica di alzarsi il lunedì mattina, ed all’aiuto che ci può dare in questo sforzo inane … Virginia Woolf.
Ed intanto continuiamo a progredire in questo ottobre pieno di feste, compleanni, impegni e pensamenti, in attesa di ricapitolare i fili dei nostri discorsi. Quindi leggendo e girando, camminando e sudando, vi saluto.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

OTTOBRE 2016
Un augurio di benessere a tutti i miei amici che, lavorando ahi loro, hanno sempre problemi a carburare il lunedì mattina. Seguiamo i consigli delle nostre amiche, ma ricordate, tutto dipende da voi, e non dai fiori che non comprerete.

LUNEDÌ MATTINA, MALESSERE DEL

Virginia Woolf     “La signora Dalloway”
Se pensare al lunedì mattina vi fa sentire condannati, se quando vi svegliate avete il peso di una montagna che preme sul petto, tiratevi su con la prima pagina (o anche le prime due, o tre, se poi non riuscite a smettere) de “La signora Dalloway”. Con questo capolavoro, infatti, Virginia Woolf inventò un nuovo modo di scrivere per catturare i pensieri in continuo mutamento e la vitalità che scorre nelle vene di una donna mentre vive, momento per momento, una giornata di giugno nella Londra che ama, dopo la fine della guerra. Si tratta, in realtà, non di un lunedì ma di un mercoledì, e la signora Dalloway sta organizzando una festa per la sera.
Decide di andare lei stessa a comprare i fiori. Fate attenzione, scansafatiche del lunedì. Anche voi potreste assumervi la responsabilità di fare qualcosa - qualcosa di piacevole, qualcosa di sensuale - che normalmente lascereste a qualcun altro. Questo pensiero vi aiuterà a scendere dal letto. Mentre finite la colazione, godetevi l’esuberanza della signora Dalloway - Clarissa - e i suoi pensieri cristallini («Che allodola! Che tuffo!») e seguite la lunga e tortuosa riflessione che segue, curvandosi nel tempo, raccogliendo suoni e rumori: «Perché così le era sempre sembrato quando, facendo cigolare i cardini, come adesso, aveva spalancato la porta-finestra per lanciarsi all’aria aperta, a Bourton». Che frase! Non udite anche voi quel cigolio, non sentite le porte che cedono alla vostra spinta, non gustate quell’aria fresca e pulita?
Dopo, accogliete dentro di voi attraverso gli occhi e la mente l’amore e il desiderio per la vita di Clarissa. Immaginatevi nel suo corpo ben proporzionato, simile a quello di un uccello, leggero, elastico, dal portamento eretto mentre, ferma sul ciglio del marciapiede, si prepara ad attraversare la strada. Notate il «silenzio particolare», la «pausa indescrivibile» che fa ogni cosa prima dei rintocchi del Big Ben. Siate consapevoli, come lei, della presenza della morte - del fatto che tutte queste persone che vanno di qua e di là un giorno saranno solo ossa e polvere - e portate con voi questa consapevolezza durante la giornata. Lasciate che vi aiuti a sfruttarlo al meglio, il vostro lunedì.
Poi (facendo attenzione, prima, a guardare a destra e a sinistra - non vogliamo che sia l’ultimo dei vostri lunedì e a questo punto, speriamo, non lo vorrete nemmeno voi) attraversate. E … perché no? Andate a comprare dei fiori.

Bugiardino

Non ho mai amato particolarmente la signora Woolf né il suo gruppo di intellettuali londinesi. Comunque ebbi tempo (se guardate bene ben 7 anni fa) di leggerne in lingua, e devo dire che l’inglese rotondo, forbito, che ti accarezza parola dopo parola, è una bella sensazione di lettura. Purtroppo non confortata dal risultato testuale che, come leggerete qui sotto, non mi ha particolarmente coinvolto.
Virginia Woolf “La signora Dalloway in Bond Street e altre storie” Repubblica Short Stories euro 4,50
[trama pubblicata il 1 marzo 2009]
Che dire? Si sa che nella scrittura della Woolf in pratica non succede niente. Così è in “Miss Dalloway in Bond Street” e “The Lady in the Looking-glass”, forse un po’ meno in “The Duchess and the Jeweler”. Si sta lì a seguire i pensieri avanzare sulla carta, a vedere le frasi formarsi con la casualità del pensiero. Quanto lavoro dietro a ciò, quanta bravura. Ma poi, poi mi rimane poco. La passeggiata della signora Dalloway, con i pensieri tra la da poco finita guerra, i passanti, il vigile, la commessa. Il gioielliere che cerca (trova?) il modo per far fare uno scatto di qualità alla sua vita (ma se per lui la qualità è il denaro, quale sarà lo scatto agognato?). Forse solo quelle lettere sul canterano, che aspettano il ritorno della vecchia signora che le leggerà, e che la casa spera siano racconti di viaggio, ma forse son solo conti e fatture. Tristi fotografie di un mondo triste. Apprezzo fino all’ultima riga il suo inglese, e l’ho letto e riletto perché scorre, significa, si sente vivo. Ma non c’è la cupa angoscia di “Una gita al faro” o di altre prove dove la lunghezza non serviva per allungare il brodo (ah ah) ma per arrivare a quella misura di equilibrio, per far uscire dalla pagina il sentimento, così come traspare dalle cose e dai pensieri, senza l’intervento diretto dell’autore deus ex-machina. Insomma, qui ritorna il mio dilemma sulla difficoltà (assolutamente personale) di star dietro alla dimensione racconto. Ed al mio ritorno, appena si può, alla lettura almeno del romanzo breve, se non al tomo indigeribile. Interlocutorio.

Conclusioni

Non sono così propenso ad indicare Virginia come rimedio ad una letargia latente. Il mio consiglio, più che di lettura, è di vita. Basta avere, il lunedì mattina, una signora Elisabetta che viene a rivoltarvi casa, ed una palestra vicina che accoglie le vostre fatiche. Vedrete come cambia la settimana (e forse la vita?).

domenica 2 ottobre 2016

Super-romanzi - 02 ottobre 2016

E già! Nel senso che abbiamo una quaterna di libri tutti ad alto (mio) gradimento. Non capita spesso e non capitava da tempo. Un Premio Pulitzer che non conoscevo e che ci porta in una saga corale del mondo ispano-americano. Un libro che non dimostra i suoi 60 anni. Uno scrittore che non sempre mi piace, ma che qui mi ha avvinto. In mezzo, uno svizzero, letto nella sua stesura originale, che segnalo anche perché in uscita ho letto sta per prendere posto sugli scaffali delle librerie una specie di “sequel” dei personaggi di questo strano meta romanzo sulla scrittura e sulle sue difficoltà. Delle letture veramente interessanti.
Junot Diaz “La breve favolosa vita di Oscar Wao” Mondadori euro 10
[A: 01/08/2014– I: 18/02/2016 – T: 23/02/2016] - &&&&
[tit. or.: The Brief Wonderous Life of Oscar Wao; ling. or.: inglese; pagine: 292; anno 2007]
In genere, e sono d’accordo con l’opinione segnalati da critici più agguerriti di me, i premi letterari non mi convincono, la loro assegnazione non sempre corrisponde ad una reale bontà del libro, quanto, il più delle volte, a criteri politico-letterari per bilanciare il generale andamento del mercato. Dicevo in genere, perché, per la mia personale esperienza, il Premio Pulitzer per la Narrativa esula da questa omogeneizzazione. Ho letto, fino ad ora, altri quattro libri premiati negli ultimi quindici anni (e certo i nomi sono di garanzia Chabon, Eugenides, McCarthy, Egan) e come potete vedere dalle trame, tutti con discreto gradimento. Come altri, questo, l’avevo segnalato da una recensione di Annarita Briganti dal numero 3 di Satisfiction. Non nascondo che questo è anche un libro complesso, che, narrando la storia dei componenti della famiglia Cabral, ed in particolare di Oscar, si allarga ad abbracciare altri temi cari all’autore: i ruoli maschili e femminili nelle tradizioni domenicane, l’America come terra promessa (e quasi mai mantenuta), la storia della Repubblica Domenicana (terra natia dei personaggi e dello stesso autore). Il tutto con gli occhi da narratore onnisciente impersonato da Yunior de las Casas, un personaggio presente spesso nella narrativa di Diaz, che ne rappresenta l’alter-ego necessario alla narrazione. Diaz è infatti domenicano, è immigrato in America, ha studiato, scritto, e raggiunto un discreto successo con questo libro, così come potrebbe aver fatto Junior. Ma non è di Junior che vogliamo parlare, ma della famiglia Cabral, a partire dal capostipite Abelard, a sua figlia Hypatia Belicia, ed ai suoi due nipoti, Lola e Oscar. La loro storia è legata a filo doppio con la storia della Repubblica Domenicana, a partire dagli anni ’40, che videro l’ascesa sociale del medico Abelard, e la sua rovina per non aver voluto cedere l’onore della figlia al dittatore che spadroneggiò nell’isola dal 1930 al 1961, l’infame Rafael Leónidas Trujillo Molina. Diaz è pieno di citazioni delle infamità trujillesche, che noi forse da qui poco conosciamo, ma che risuonano come campanelli nelle turpi vicende dittatoriali (uccisioni in patria e all’estero degli oppositori, come il giornalista Galindez e le sorelle Mirabal, incarcerazioni senza motivo, torture, fino a tutti i passatempi sessuali possibili, che i domenicani sono noti per il loro sangue caliente). Una volta fatto fuori Abelard, rimane in vita solo la piccola Belicia, prorompente bellezza che la nonna Inca voleva far studiare per far tornare la famiglia ai fasti paterni. Ma Belicia è focosa, matura presto (con dei seni da ottava misura), e si dedica al passatempo preferito degli isolani: il sesso. Ovvio che, dopo varie vicende, tutte sfortunate, ne abbia una ancora più sfortunata, con un personaggio soprannominato “il Gangster” (nome omen), che, purtroppo, ha sposato una figlia del dittatore. Motivo per cui, quando Belicia si fa troppo avanti, verrà ridotta in fin di vita. Riuscirà a salvarsi solo per le preghiere della nonna, e fuggendo negli Stati Uniti. Dove, da altri amori poco felici, nasceranno Lola ed Oscar. Lola sembra l’unico personaggio positivo, anche se passa tutti i peggiori periodi delle adolescenti, con ribellioni, fughe ed altro. Avrà anche una storia d’amore tormentata con Yunior, anch’essa destinata ad una fine ingloriosa (che Yunior non sa tener fuori il suo “ropio” da qualsiasi persona di sesso femminile giri intorno a lui, ed immagino che ne sappiate il significato). Ma la storia ha sempre per protagonista trasversale Oscar. Un dominicano nerd, grasso ed emarginato, che trova la sua ragion d’essere nei fumetti e nella fantascienza (e tutto il libro è anche pervaso di citazioni che ho gustato con diletto infantile, aiutato da un corposo ed insostituibile glossario finale). Soprannominato Wao per storpiare in modo onomatopeico il grande Wilde (di cui riprende il peso ma non le abitudini). Oscar, schizzato dalle donne dietro cui sbava, si rinchiude nella scrittura per cullare i suoi sogni di redimere il mondo e salvare la fanciulla dei suoi sogni. Avrà anche lui la sua storia d’amore triste e sfortunata. Tutto quindi finirà male, come dalle premesse del titolo. E come dalla pervasione dello spirito dominicano, dove tutto andrà male per delle maledizioni ancestrali, che Diaz battezza “fukù”, e solo alla fine ho capito essere un argot locale per il meglio noto “fuck you”. La bellezza del grande affresco social-personale, è la capacità di Diaz di dar voce a voci diverse nel corso della narrazione. Piccoli incisi con altri punti di vista. Note e disgressioni. Una scrittura complessa e accattivante per la descrizione di un mondo, e di un modo di vivere che tiene legato alla pagina.
“Hypatia … avrebbe sviluppato un tipico malessere … un inestinguibile desiderio di altrove.” (73)
Patrick Dennis “Zia Mame” Adelphi euro 12
[A: 01/08/2014– I: 23/02/2016 – T: 27/02/2016] - &&&&
[tit. or.: Auntie Mame: An Irriverent Escapade; ling. or.: inglese; pagine: 380; anno 1955]
Ne avevo sentito parlare, e non mi ero mai deciso ad affrontarlo. Spinte eterogenee mi ci hanno finalmente portato, e, come al solito, devo dire che dovrei più spesso cedere a questi impulsi. Non è un libro bellissimo. Si sente il passare degli anni (in fondo, ha quasi la mia età…). Se poi dovessi solo giudicare dal testo, prenderebbe qualcosa in meno. Risale grazie ad un contesto degno, e ad una post-fazione magistralmente condotta sul filo dell’ironia dall’ottimo Matteo Codignola. Scopro quindi che Dennis in realtà si chiama Edward Everett Tanner III, che è un toro (18 maggio), che il padre lo chiamava Patrick in omaggio al pugile Pat Sweeney, che ha scritto 16 romanzi, di cui 4 con il diverso pseudonimo di Virginia Rowans, che si sposa nel 1948 (a 27 anni), ha due figli, poi verso la seconda metà degli anni Cinquanta, scopre che è più attratto dagli uomini, va a vivere in Messico con un suo preteso amante, che in Messico viene derubato di tutti i suoi averi, che torna in America dove spende gli ultimi anni della sua vita usando il suo nome reale, e facendo il maggiordomo per Ray Kroc, l’allora capo indiscusso e amministratore delegato della McDonald’s, che muore a 55 nel 1976 di cancro alla prostata. Benché il grande successo dei Cinquanta, e benché il suo personaggio – icona di zia Mame sia portato sulle scene teatrali (ed in modo magistrale) da Rosalind Russell, libro (e commedia e film) caddero nel dimenticatoio, per essere ripresi solo negli ultimi anni, grazie agli sforzi del figlio di Patrick in patria e di Adelphi da noi in Italia. Da questo mini excursus si capisce appunto il contesto frizzante da cui sorge il testo, inizialmente non molto ben visto neanche dall’editoria americana. Erano una decina di racconti legati insieme dalla figura di zia Mame, ricalcata sulla figura reale della zia di Edward, Marion Tanner. Fu solo un non meglio noto curatore editoriale della casa Vanguard ad avere la brillante idea, che ha portato prima alla pubblicazione, poi al successo inaspettato (per due anni nella classifica dei best-seller del New York Times): legare i vari racconti da una specie di filo rosso legato ad oscure pagine pubblicate da “Selezione del Reader's Digest” relative ad una improbabile signorina del New England. Questa finzione permette al nostro Patrick di scatenarsi nel racconto di una sua finta autobiografia, punteggiata dalla vita e dalle opere della mirabolante zia Mame Dennis. Racconto che inizia nel 1928, con Patrick decenne e con il padre che inopinatamente muore, lasciandolo ricco ereditiere (quando maggiorenne) ed affidato alle cure dell’unica parente vivente, appunto la zia Mame. Fin dalle prime battute si instaura il plot generale del racconto: zia Mame è rutilante, si impegna in attività senza capo né coda e Patrick tenta di mitigarne la “dolce pazzia”. Ovvio che per rendere il tutto appetibile per quasi quattrocento pagine, poi, ogni tanto la trama si inverte, ed è zia Mame che “salva” l’incauto nipote. Vediamo Mame affascinata dalle teorie didattiche d’avanguardia, coinvolgendo Patrick in una scuola sperimentale. Di certo dal respiro corto, tanto che Patrick sarà preso costretto alle più classiche scuole scelte dal suo tristo tutore (che ha l’unico pregio di salvare i beni del giovane dalla catastrofe del ’29). Il ’29 invece vede intaccare ben presto gli averi della zia, che seguiamo agli inizi degli anni Trenta doversi dedicare a qualche mestiere. Da antologia il suo apprendistato da Macy’s, dove non riesce a vendere nulla non sapendo usare le casse. Fortuna vuole che lì in contri Franck, un gentiluomo del Sud, che, affascinato dalle sue grazie, provvede a sposarla ed a sistemarla economicamente. Per poi coinvolgere, zia e nipote, in una discesa nelle sue terre del profondo Sud, dove zia Mame si destreggia in una mitica caccia alla volpe. Passati i guai, Franck gentilmente muore lasciandola di nuovo possidente. Consigliata dai suoi amici fuori di testa, decide di scrivere la storia della sua vita, riuscendo in un nuovo disastroso flop, dove Patrick la salva da un irlandese che mira ai suoi soldi, e che riesce solo a mettere in cinta la sua segretaria. Zia Mame, allora, diventa l’angelo delle sventure di Patrick, salvandolo da una cameriera esilarante nel suo inglese sconnesso, poi dalle mire di una razzista signorina che mira anche lei solo al patrimonio. Ci sarà la guerra a far da cesura ai racconti, e Patrick (come l’autore) ne passa quasi indenne, tornando a casa leggermente ferito, e dovendo aiutare la zia in una bislacca opera filantropica. Ma ormai anche il nipote è cresciuto, e la zia pensa suo dovere trovare una moglie al trentenne nipote. Ultima avventura, che per fortuna porta Patrick a conoscere una simpatica ragazza che finalmente sposerà. Chiusura alcuni anni dopo, dove la zia, visto che non ha più il potere su Patrick, affascina ed ammali Mick il giovane nipote di sette anni. Ecco appunto che ogni storia nasce con un punto affascinante e mirabolante, si svolge andando verso catastrofi annunciate, e salvate per miracolo all’ultimo istante. Schema leggermente ripetitivo, che rende prevedibile l’andamento. Fortuna vuole che la verve innata di zia Mame, ben descritta dall’agile penna del nostro, renda comicamente appetibili le più matte (dis)avventure. Incongruamente, poi, zia Mame diventa nei pochi anni di auge della metà degli anni Cinquanta, anche una icona dei gay americani. Alla fine, tuttavia, un libro che mette allegria, anche se risente, in modo assai pesante, i suoi sessanta anni.
Joël Dicker « La vérité sur l’affaire Harry Quebert » De Fallois euro 9,20
[A: 17/04/2014– I: 05/03/2016 – T: 13/03/2016] - &&&& e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: francese; pagine: 858; anno 2012]
Formidabile. Un libro veramente formidabile ed inclassificabile. Cioè ha una struttura da giallo con morti, assassini e misteri da scoprire. Ma è anche di più. Un libro sull’amore, sull’amicizia e soprattutto sul mestiere di scrittore. Comincio intanto però dall’autore, svizzero francofono ginevrino, che stava per essere lanciato da quello scopritore di talenti che fu Vladimir Dimitrijević (di cui ho tramato l’interessante “La vita è un pallone rotondo”), lancio stroncato dalla tragica morte di quest’ultimo. Rimane però nel mirino delle edizioni “L’age de l’homme”, e con loro pubblica i suoi due primi romanzi. Ne avevo sentito parlare da Feltrinelli, ed in occasione del bel viaggio francese di due anni fa (circa) l’ho trovato in economica da FNAC a Parigi, e subito preso. Non letto, che aspettavo di avere tempo e spazio da dedicare ad un libro certo di non poche pagine. Anche perché non è un libro da viaggio, ma solo un libro letto in originale (e sicuramente con un andamento interessante di musicalità fonetica). Come i pochi autori svizzeri a me noti, Dicker è poi scarsamente incasellabile in uno scomparto solo. Certo non raggiunge (scusate il paragone) l’alta drammaturgia di Dürrenmatt (svizzero-tedesco) e tiene sicuramente qualche giro di vantaggio in una corsa con Fazioli (svizzero-italiano). Ma se volete un panorama multilingue del paesaggio svizzero leggeteli tutti e tre. Tornando a noi, la storia linearmente si svolge intorno al seguente nodo: un giovane scrittore trentaquatrenne, Harry, non riesce a scrivere, si trasferisce ad Aurora (immaginaria cittadina del New Hampshire), dove si innamora, ricambiato, della quindicenne Kellergan. I due vivono un’estate amorosa, programmano di fuggire insieme, ma la giovane sparisce. Harry diventa scrittore, poi professore di lettere, ha per allievo il promettente Marcus. Poi, trentatré anni dopo si scopre il corpo della giovane nel giardino di Harry, che viene accusato dell’omicidio di lei e della signora Dora che aveva denunciato il fatto all’epoca. Marcus allora si arma della pazienza e dei metodi dello scrittore (che Harry per anni gli ha insegnato), non riuscendo neanche lui, trentenne, a scrivere il secondo romanzo, dopo il primo folgorante successo. Sarà Marcus che scavando nella vita di Harry e di Aurora troverà il modo di tornare a scrivere “Il caso H.Q.”, di avere un enorme successo, di salvare Harry, ma in una serie infinta di sottofinali, trovare ogni volta una verità diversa, una spiegazione diversa e plausibile. Fino alla soluzione finale, per la quale scrive questo libro, che, appunto, si intitola “La verità sul caso H.Q.”. certamente sarete stupiti anche voi come una trama così lineare, apparentemente lineare direi, possa poi svilupparsi per più di 800 pagine. Intanto, come ho detto sopra, questa è la trama “gialla”, mentre molta parte del libro, altrettanto interessante e coinvolgente, verte sull’amicizia tra Harry e Marcus, sulle loro vite in parallelo, sull’amore e sulla sua inspiegabilità, sul mestiere di scrittore, sul mestiere di vivere (come direbbe Pavese), sulle similitudini tra scrittura e sport (che sicuramente avevano colpito Vladimir, se ben ho imparato a conoscerne leggendo), anche se qui si parla di boxe. Tanto per divagare, poi, domandiamoci perché uno scrittore svizzero ambienti una storia nel New Hampshire. Sicuramente colpisce come la scelta della copertina originale, con quel desolato (al solito) dipinto di Hopper. A me hanno colpito anche altre somiglianze: la giovane che sconvolge Aurora si chiama Nola, Harry fa di cognome Quebert. Lui ha venti anni più di lei. Ecco subito un collegamento con Lola e Humbert Humbert (avete certamente notato le assonanze). Ma se poi si segue tutto il complesso della storia, si trovano anche dei grandi spunti che a Dicker saranno venuti dalla lettura de “La macchia umana” di Philip Roth. Sicuramente, come ha scritto altrove e ben dottamente De Cataldo, tutto il libro può (e deve, forse) essere letto tenendo in mente il grande Orson Welles quando, nel film “F come falso” citando Picasso afferma “l’arte è una menzogna che ci fa capire la verità”. Ma chi sono i personaggi di questo grande romanzo, oltre a Marcus Goldman, narratore e alter-ego di Dicker? Vediamone i principali, allora. Harry Quebert è lo scrittore che pubblica “Le Origini del male”, libro che narra di un amore impossibile, che avrà successo strepitoso collocandolo nel Pantheon americano, e consentendogli, anche, una carriera accademica, durante la quale scoprirà il talento di Marcus, lo spronerà a scrivere divenendo, per il giovane, il suo migliore amico (nonostante i quaranta anni di differenza). Harry comunque vive isolato nel New Hampshire, aspettando il ritorno di Nola. La giovane nell’esuberanza dei suoi quindici anni, si innamora perdutamente di Harry, e farà di tutto per convincerlo a scrivere, per aiutarlo a scrivere quando è in difficoltà, impostando tutto verso una loro fuga d’amore, che non avverrà per la sua scomparsa. Ma è anche problematica, sembra quasi schizzata quando fugge da casa con evidenti ematomi. E poiché Harry in realtà è povero, e non ha i soldi per pagare tutto quello che si concede ad Aurora, ecco che Nola si “vende” a Stern un miliardario proprietario della casa di Harry, che per concederle l’affitto, la costringe a posare nuda per il suo tuttofare Caleb. Questi era un promettente pittore, sfigurato nel corpo e nell’anima da una banda di adolescenti, con dentro ancora elementi poetici che riversa su Nola, sul bel quadro che le fa, e su altri elementi che non vi svelo. Caleb ha anche difficoltà espressive, per cui nessun riesce a capire bene cosa dica e cosa voglia. Tanto da impaurire Jenny Davis, la figlia della proprietaria della locale caffetteria, dove tutti, anche Harry, vanno. E dove lavora anche Nola, il sabato. Jenny che si innamora di Harry, senza capire mai che lui non se la fila di pezza. Jenny che invece è l’amore dell’agente Travis, timido a tal punto che non riesce mai a dichiararsi. Ma che prende di mira Caleb quando questi sembra importunare Jenny. Sarà Travis il primo ad accorrere alla chiamata di Dora che vede una ragazza correre nel bosco inseguita da un uomo. Insieme al suo capo Pratt, cui la madre di Jenny aveva svelato i suoi sospetti sulla possibile relazione incresciosa tra Harry e Nola, ma che Nola aveva trovato un modo per neutralizzare. Non vi narro tutte le persone che moriranno nel corso del romanzo (credo quattro alla fine), per lasciarvi gustare il progressivo cambiamento di scena, menzogna dopo menzogna, fino ad arrivare al non certo dolce finale. Nessun lieto fine, Dicker, anche se Marcus riesce a riprendere la scrittura, rivelandosi, come Harry aveva predetto, un ottimo scrittore, quello che con il primo capitolo mette KO il lettore, al pari di un incontro di boxe. Pur essendo ponderoso, dalla metà in poi non sono quasi riuscito a staccarmene, per i continui rivolgimenti, per l’amore che cominciavo a riversare verso tutti i personaggi. Per la voglia, infine, di capire che cosa fa di un dattilografo di parole un “vero” scrittore. Confesso che un paio di passaggi, sui 2/3 del libro mi hanno lasciato perplesso. Ma li ho digeriti nel grande calderone del romanzo, usando il termine in senso di contenitore gigante e non nel suo senso spregiativo. Ora ho bisogno di qualcosa di più leggero per distendermi. Ultima nota: avevo collocato il libro nello scaffale dei gialli. Adesso l’ho spostato in quello dei romanzi.
“Je ne sais pas si ce sont les écrivains qui sont seuls ou si c’est la solitude qui pousse à écrire…” [Non so se sono gli scrittori ad esser solitari o è la solitudine che spinge a scrivere…] (179)
« Marcus … écrivez parce que c’est le seul moyen pour … faire de cette minuscule chose insignifiante qu’on appelle vie une expérience valable et gratifiante. » [Scrivi Marcus … perché è il solo modo … per fare di questa minuscola cosa insignificante che chiamiamo vita un’esperienza valida e gratificante.] (351)
John Irving “Hotel New Hampshire” Bompiani euro 10
[A: 05/08/2014 – I: 05/02/2016 – T: 22/03/2016] - &&&&  
[tit. or.: The Hotel New Hampshire; ling. or.: inglese; pagine: 447; anno 1993]
Secondo le dottoresse dei libri, questo romanzo potrebbe aiutare ad avvicinare il vostro partner (femmina) alla lettura. Ora, fatto salvo che è un buon libro, pieno di invenzioni, lo ritengo tuttavia un libro difficile, per entrare a pieno nello spirito di una lettrice neofita. Irving è sempre stato, nelle prove che ho letto (e soprattutto ne “Il mondo secondo Garp”), uno scrittore pieno di immagini, ma di immagini non sempre facilmente decifrabili. In Garp, ricordo le parossistiche scene proto-femministe, la sessualità come lussuria, la morte del secondo figlio di Garp. Ma qui parliamo dell’Hotel e non di Garp, un libro scritto tre anni dopo il precedente. Anche qui, forse in maniera più palese, c’è il percorso di crescita. Nella fattispecie la crescita, corale e personale, della famiglia Berry, dall’incontro tra Win e la futura moglie, sino ai quarant’anni dei figli maggiori. Cioè dal ’39 al ’80, circa (così come Garp si estendeva dal ’42 al ’75). L’impronta a tutta la famiglia viene data dal padre, Win, un estremo sognatore, che si butta a capofitto nelle imprese più folli e disperate, uscendone spesso malconcio, ma sempre pronto a ripartire. Per pagarsi l’Università si mette a fare il cameriere in un albergo a Dairy nel New Hampshire, dove incontra la futura moglie, anche lei lavorante nell’albergo e Freud, un saltimbanco austriaco che gira l’America con un sidecar ed un’orsa. Decide allora di comprare l’orsa, di sposare la donna, e di iniziare a girare anche lui l’America per fare soldi. Non ne farà molti, ma ogni volta che torna a casa mette incinta la moglie, che partorisce in tre anni Frank, Franny e John (lo scrittore che narra la storia). A questo punto, approfittando della vendita di una ex-scuola femminile, decide di indebitarsi, la compra e la trasforma in albergo, l’hotel New Hampshire. Mentre fervono i preparativi per l’albergo, muore l’orsa, sostituita dal cane Sorrow. Poi a distanza di qualche anno nascono due nuovi figli: Lilly, che sarà affetta da nanismo, ed Egg, mago dei travestimenti ed un po’ duro d’orecchio. L’adolescenza dei tre fratelli Berry prosegue tra alterne vicende: Frank si scopre omosessuale, e ne vivrà coscientemente la strada, anche se non sempre felicemente, Franny è la più matura di tutti, ed anche la più avvenente, John, per distogliersi dal suo morboso amore verso Franny si dedicherà con successo al sollevamento pesi. La prima svolta avviene verso la metà degli anni ’50, quando il capitano della squadra di football e due suoi amici violentano Franny, che impiegherà molti anni a riprendersi (quello della violenza sulle donne è un altro dei temi cardine di Irving). Muore Sorrow di vecchiaia, e Frank, per consolare la sorella, lo impaglia. Ma lo nasconde nell’armadio del nonno, che, aprendolo inavvertitamente, e vedendo il cane che suppone morto, viene preso da un infarto e muore lui stesso. Pochi anni dopo, Win riceve una lettera da Freud, tornato a Vienna, che lo invita nella sua città per mettere in piedi un altro albergo. Ovviamente il sognatore non si tira indietro, vende tutto e tutti, e comincia la nuova avventura. Come spesso nei libri di Irving, qui il destino ci mette una zampa: Win ed i quattro fratelli maggiori partono ed arrivano a Vienna, la Mamma ed Egg partono che un secondo aereo che si inabissa nell’Oceano. Questo è appunto un altro tema forte dello scrittore: la perdita, la sua elaborazione e la successiva ricostruzione. Il periodo viennese viene vissuto dalla famiglia Berry come altro momento di crescita, anche se inserito in un contesto demenziale. L’albergo ospita al secondo piano quattro simpatiche prostitute ed all’ultimo un gruppo di fatiscenti “radicali”, che oggi chiameremo terroristi e che impiegheranno i sette anni viennesi dei Berry per costruire una bomba ed effettuare un attentato all’Opera di Vienna. In questi anni austriaci, si radicalizzano i sentimenti dei nostri: l’omosessualità discreta di Frank, la difficoltà di tornare alla normalità di Franny (che troverà solo tra le braccia dell’accogliente Suzie, che si aggira per l’albergo vestita da … orso), le impossibilità sessuali di John, che, seppur aveva passato la soglia della verginità in America, non riesce a darne sfogo, continuando ad essere ossessionato dalla sorella, la crescita (morale non fisica) di Lilly, che, elaborando i suoi lutti, scrive un libro, che nel futuro, campione di incassi e trasformato anche in film (come succede a tutti i migliori romanzi di Irving) darà la tranquillità economica alla famiglia. Dopo i sette anni di crescita, tra alti e bassi, i radicali costringono i Berry ad una scelta. Diventeranno eroi salvando l’Opera, ma Freud morirà nello scoppio e Win diverrà cieco. Però avranno i soldi per tornare in America dove si operano le ultime vicissitudini dei nostri paladini. Lilly, pur cercando di scrivere, non riesce a crescere, e si butta dalla finestra dell’albergo. Prima però i fratelli Berry riescono a vendicarsi dello stupratore di Franny, e la stessa decide di salvare sé stessa ed il fratello attraverso una cura di sesso che dura un tempo lunghissimo, lasciandoli ad un futuro che finalmente libera entrambi dalla perversa attrazione. Il mesto, ma tutto sommato allegro, finale, vede i Berry comperare un nuovo albergo, anche se faranno solo finta, tanto Win è cieco. Ma se lo possono permettere con i soldi di Lilly. Suzie trasferitasi in America anche lei si dichiara ed è accettata da John, che vivrà con lei il resto della sua vita. Franny sposa un ex-atleta di colore di cui era da sempre innamorata (dai tempi del liceo direi). E via narrando. Ci vorrebbero altrettante pagine per narrare tutti i risvolti immaginati da Irving per la trama, i trabocchetti, i rimandi, i giochi di parole. Ed altrettanto ci sarebbe da dire sui temi quasi autobiografici del testo: John diventa un campione di sollevamento pesi e Irving (anche lui John) era una campione di lotta libera all’Università; sia Irving che i Berry (ma anche i Garp) per un certo periodo della loro vita si trasferiscono a Vienna. Ma tutte queste ed altre astuzie letterarie e di storie le lascio a voi amati lettori, perché, nonostante appunto l’intricata gestione delle storie, è un bel libro da scorrere, anche lentamente se vogliamo. Io vi riporto solo un piccolo brano che John dedica al fratello quando questi compie quaranta anni. Una poesia del poeta americano Donald Justice, a me poco noto, ma mi si dice autore di belle righe da meditare. Come queste: Men at forty / Learn to close softly / The doors to rooms they will not be / Coming back to.  [Gli uomini a quarant’anni / imparano a chiudere piano / le porte di stanze nelle quali / non torneranno più]. Credo che al fine non sia il migliore tra i libri di Irving (che tutti indicano in “Le regole della Casa del Sidro”, che non ho letto), ma un libro che va in ogni caso letto, e ben ponderato.
“Leggere ad alta voce per qualcuno è uno dei piaceri di questo mondo.” (415)
È domenica, è la prima trama del mese, ecco le letture di luglio. Che sono poche data la parentesi dei Parchi americani. Che non si discostano molto da una onesta media, a parte l’interessante e da meditare libro di Savater,

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Euro
J
1
Richard Castle
Heat Wave
Repubblica Noir
7,90
2
2
Rosa Mogliasso
L’amore si nutre d’amore
TEA
9
2
3
Rosa Mogliasso
La felicità è un muscolo involontario
TEA
9
3
4
Danila Comastri Montanari
Ars Moriendi
Mondadori
9,90
3
5
Fernando Savater
Etica per un figlio
Laterza
8
4

Eccoci ancora qui, in questo ottobre che già si preannunciava complicato di impegni e di attività (fortunatamente italiche, che questo mese i viaggi riposeranno). E che si va a poco a poco complicando più del complicato. Ma noi sapremo tenere a bada le procellose spinte, e continueremo diritti per le nostre vie.