domenica 9 aprile 2017

Repubblica Noir - 09 aprile 2017

Per un paio di anni almeno (ma forse sono di più e forse quest’estate riprenderanno) Repubblica presenta alcune lunghe sezioni di libri tematici in ambiente nero, poliziesco et similia. Purtroppo, in questa Domenica delle Palme, vi sorbirete un quartetto poco attraente. Tre libri di un “Giro del Mondo in Nero”, che vanno dalla Francia, al Brasile fino agli Stati Uniti, ed un non meglio precisato “Agenda Nera”, con un poco probante esempio di giallo inglese, di cui parlo già abbastanza male nella trama a cui rimando. Forse il solo che ha un minimo di interesse, per l’ambientazione è il brasiliano Bellotto. Per il resto, passerei al silenzio.
Antonin Varenne “Sezione suicidi” Repubblica MondoNoir 18 euro 7,90
[A: 03/11/2014 – I: 17/10/2016 – T: 19/10/2016] - && +
[tit. or.: Fakirs; ling. or.: francese; pagine: 267; anno 2009]
Non so se il termine “fachiri” del titolo originale abbia anche un significato specifico in qualche argot particolare francese. Sicuramente, se preso in senso letterario, si riferisce non solo ai ben noti auto-pungentesi indiani, ma anche a gente dello spettacolo che, inferendosi colpi al limite della mutilazione, intrattiene un pubblico di spettatori. Dal semplice fachiro del circo ai più complessi esempi di spettacoli ai limiti della morte autoinflitta in pubblico. Tutto questo panegirico di parole per evidenziare come si sia già perso, nella traduzione del titolo, la mira verso cui si dirige il libro di quello che viene considerato una stella nascente del “polar” francese. Certo, la sezione suicidi c’entra nella storia e vedremo bene come, ma il centro della stessa, cambiando titolo, viene spostato, e colpisce meno l’obiettivo. Il tutto, per concludere questa introduzione, mira nelle mie parole a dire quanto poco mi sia piaciuto il libro, di cui, data la crescente notorietà in patria dell’autore, mi aspettavo qualcosa di meglio. Invece risulta quasi un ibrido, con una parte che rasenta, senza raggiungerle, le vene neo-granguignolesche alla Enrico Pandiani, dall’altra tenta una replica, in dolenza più che in trasparenza, dell’ispettore Adamsberg di Fred Vargas. Il tutto condito da due storie che si intrecciano, lasciando vedere o sperare una soluzione non dico univoca quanto globale, e che poi si sfilacciano in un finale che non riesce a dipanare tutte le matasse che i fili del racconto avevano ingarbugliato. Una è la storia dello psicologo hippy John, autore di un saggio inedito sulla “sindrome di San Sebastiano”, una specie estrema della “sindrome di Stendhal”, dove si porta la vittima a diventare carnefice essa stessa. Per esemplificarla, John segue per anni le vicende di Alan, ex-soldato in Iraq, drogato, gay, di professione appunto fachiro. Che si infligge quasi mutilazioni in spettacoli estremi. John, figlio degli anni settanta, nato in una comune vicino Parigi da genitori americani, lì ritorna per vivere una strana vita boschiva, e per stare non tanto lontano da Alan che vive Parigi. Il tutto precipita con la morte in scena di Alan. Suicidio o omicidio? John è costretto a tornare nella civiltà per scoprire i motivi del gesto dell’amico, per capire la presenza di un corrotto funzionario americano, ex-istruttore in Iraq. E per far amicizia con Bunker, un ex-carcerato che vive come guardiano in un parco parigino. La sua ricerca lo porterà ad incrociare la strada del commissario Guerin e del suo aiutante Lambert. I due sono titolari appunto della “Sezione Suicidi”, una branca commissariale della polizia parigina, che si occupa di suicidi. Guerin c’è stato inviato in “punizione” per aver indagato sulla strana morte di Kowalski, un poliziotto, da lui sospettato di necrofilia. Il tutto porta Guerin, a poco a poco, sull’orlo (ed anche qualcosa in più) della pazzia. Vive con un pappagallo spelacchiato, indossa l’impermeabile della madre morta. Ed è convinto che, in una serie di sucidi che avvengono teatralmente a Parigi, ci sia una sorta di longa manus. Una specie di combriccola che, non si sa in che modo, spinga delle persone, già disturbate, a togliersi la vita in maniera plateale. Correndo nudi in mezzo al traffico. Gettandosi sullo scheletro di un capodoglio nel “Jardin des Plantes”. Ed altre stramberie. Nessuno gli crede, solo Lambert lo segue quasi affascinato come fosse dal canto di una sirena. Guerin sospetta che anche Alan sia stato spinto al suicidio. Per questo si incrocia con John. Fino alla scena madre, in un teatrino nelle viuzze intorno al Boulevard St. Michel (che ben conosciamo noi pariginofili). Dove sono presenti tutti: John, il cattivo Frazer, Guerin, Lambert, la bella Ariel. Scena madre risolutiva, almeno per la morte di Alan. Ma con tanti risvolti, che si accavallano nel convulso finale. Gli scherani del cattivo uccideranno anche Bunker. Frazer verrà rimpatriato. John decide di riprendere la vita “on the road” insieme ad un amico del padre. Guerin, risolto il giallo Kowalski, messi a tacere i cattivi della Omicidi, si avvia dolcemente verso la sua pazzia. Lambert viene costretto su una sedia a rotelle dalle ferite riportate e… Ma tutta questa parte è poco funzionale al resto. Non sapremo mai se le intuizioni di Guerin sui suicidi avranno un seguito. Intuizioni che lui segue con il suo pensiero laterale (appunto alla Adamsberg) ma senza la razionalità del personaggio di Vargas. E sapremo solo marginalmente le storie di Alan e compagnia (tra l’altro dove finisce la bella Patty?). Purtroppo Varenne sembra non saper gestire il finale, lasciando molti punti di sospensione, lasciando irrisolte situazioni che andavano portate meglio a compimento. Insomma, un giallo che si snoda bene, ma che ad un certo punto si perde, e non si ritrova più. Non sono riuscito a farmelo piacere, nonostante si svolga in una città che amo.
Tony Bellotto “Bellini e gli spiriti” Repubblica MondoNoir 14 euro 7,90
[A: 07/10/2014– I: 28/10/2016 – T: 30/10/2016] - &&& -     
[tit. or.: Bellini e os Espiritos; ling. or.: portoghese; pagine: 283; anno 2005]
Pur conoscendo molti autori in giro per il mondo, conosco poco della letteratura brasiliana moderna. E non conosco affatto questo autore, che mi si dice dividere la sua carriera tra scrittura e gruppi rock. Anzi, nasce come chitarrista, iniziando la sua attività nel 1975 (a soli 15 anni). Solo nel 1994, comincia a scrivere le storie dell’investigatore Remo Bellini, che sono arrivate all’ottava puntata. Qui Repubblica ci presenta il quinto volume. Al solito, quando ci sono storie seriali, è tutto demandato alla bravura dello scrittore farci capire qualcosa delle avventure anteriori, oppure lasciarci nell’ignoranza e far filare la storia come fosse unica. Bellotto si pone in una via di mezzo. Riesce, quasi, a fare una storia abbastanza compiuta senza bisogno di aggiunte, e ci dà qualche dettaglio della vita anteriore di Bellini. Purtroppo non in modo esauriente, lasciandoci un po’ di amaro in bocca. In particolare, quando si narra della morte del fratello gemello di Remo, mescolandosi, nella mente del nostro, con le strane ricerche del morto sui ragazzi morti in tenera età. Comunque, Bellotto riesce a darci un quadro decisamente esauriente e sconfortante, della città di São Paulo, sua città natale, e che ci si presenta con molta accuratezza. Con il suo traffico caotico come lo può essere in una metropoli sudamericana. Con il suo popolo di immigrati. E con le conseguenti bande “mafiose”, di cinesi, giapponesi, coreani, ed altre etnie. Ma questo è solo il contorno della storia, che si avvolge intorno alla strana morte dell’avvocato Arlindo Galvet, durante la maratona di San Silvestro (attento, fratello!). L’agenzia di Dora Lobo al cui soldo lavora Bellini, viene investita delle indagini, attraverso messaggi anonimi e soldi di strana provenienza. Ma sembra che nessuno, a parte Bellini, sia convinto di un possibile omicidio. Tra l’altro Arlindo era un tipo assai strano: avvocato, ma prendeva solo cause poche complicate, viveva per la corsa, e faceva collazione di ritagli di bambini morti in tenera età. Inoltre, faceva parte di un gruppo spiritista, che cercava di evocare appunto gli spiriti dei disincarnati (così nel linguaggio della setta vengono chiamati i morti). Mentre Bellini cerca qualche lume, barcamenandosi tra le sue “conquiste” femminili (su cui torniamo), facciamo conoscenza di Rubens, il capo degli spiritisti, e di uno strano cinese che segue Bellini nell’ombra. Tra l’altro, prima che Rubens riesca a parlare con Bellini, anche lui muore, come poco dopo succede al cinese Ping. Sappiamo che nella società brasiliana, spiriti e santoni non vengono “esclusi” dalla vita comune, diventando quasi presenze concrete. E così ce ne dobbiamo abituare nel prosieguo della storia di Bellini. Dove (e veniamo alle donne) nel corso delle indagini, non può dimenticare gli appuntamenti con Cris, una donna sposata che lo usa come oggetto sessuale, né riesce a schivare gli approcci della segretaria di Arlindo, ma poi riesce a trovare una pace sessuale con sé stesso con la men che ventenne giapponese Tati (che è almeno di 16 anni più giovane di Bellini). Ma intanto c’è una frase di Rubens durante una seduta spiritica, ed una frase scritta su di un pezzo di carta indicante una data ed un nome di donna che mettono pian piano Bellini sulla strada giusta. C’è un intermezzo inutile di una indagine parallela che Bellotto ci poteva risparmiare. La frase riguardava qualcosa collegata al volo, la donna si scopre essere all’epoca una hostess, la data si riferisce alla morte violenta della figlia della stessa hostess da parte di due adolescenti violenti, che non pagheranno il fio della loro malefatta. Nessuna sorpresa che uno dei due sia proprio Arlindo. E che tutte le morti siano perpetrate da quella signora, ovviamente non più hostess, per spirito di vendetta. Non vi dirò certo che sia (anche se io avevo pensato a lei fin dal primo funerale). Né vi dirò quante altre e dolorose morti avvengano nella storia. Che se non brilla per la parte poliziesca (a volte trattata con troppa sufficienza), è simpaticamente leggibile nelle parti dedicate a Bellini ed alle sue storie, ed al suo girovagare per la città, a bere nei bar, a mangiare in giro (visto che il suo frigo è sempre vuoto). Per questo ho fatto salire un poco i libricini di gradimento. Anche se non so se cercherò in giro altro del buon Bellini, di cui preferisco la versione cocktail (vino bianco frizzante e polpa fresca schiacciata di pesca bianca).
“Non trovi strano che una persona, al giorno d’oggi, non abbia una televisione in casa?” (76) [non lo trovo strano, basta venire a casa mia…]
George Pelecanos “Non temerò alcun male” Repubblica MondoNoir 16 euro 7,90
[A: 20/10/2014– I: 30/10/2016 – T: 02/11/2016] - && --
[tit. or.: The Sweet Forever; ling. or.: inglese; pagine: 346; anno 1998]
Sfortunatamente Repubblica si ostina ad inserire i libri di George Pelecanos nelle sue collane. Ed io, altrettanto sfortunatamente, continuo a comprarli e leggerli. Inoltre, sempre per la stessa sfortuna attuale, questo secondo libro del nostro oriundo greco, è purtroppo stato scritto prima del primo che ho letto. Per cui, alcune cose le conosco già, anche se, fortunatamente, visto la poca presa che ha su di me l’autore, tendo a dimenticarle. Come tenderei a dimenticare questo autore, che, appunto, non mi sembra apporti delle grandi novità. Intanto non è un Noir, ma una fotografia (o un video-clip) di un momento americano, in particolare tre giorni del marzo 1986. Una sorta di hard- boiled in salsa zaziki. Che, per l’appunto, Pelecanos ha ascendenze greche, ed uno dei personaggi che si muovono per questa serie di libri è tal Dimitri Karros, qui, oltre che greco, cocainomane ed un po’ fuori di testa. L’altra parte dell’universo di Washington che si aggira per queste pagine è per lo più nera o afro-americana o qualsiasi altro termine politicamente corretto. Anche se questi neri sono quanto meno divisi in tre fasce: i buoni-buoni come Marcus Clay, che fonda una catena di negozi di dischi, aprendone uno anche in una zona poco raccomandabile della capitale; i buoni-cattivi (o i cattivi-buoni) come l’agente Murphy, corrotto con anima gentile, o Alan, gentile ma con cattive frequentazioni; i cattivi-cattivi come Tyrell capo della banda di spacciatori o Morgan adolescente dalla pistola facile. Non ci sono gialli o misteri o cose particolarmente intrigate da risolvere. Pelecanos accompagna i nostri personaggi in tre giorni della loro vita, da dove, ovviamente, usciranno molto cambiati, oppure morti. Il tutto comincia da un incidente con una macchina che si schianta davanti al negozio di Clay. Lì vicino c’è Eddie che aspetta che la sua donna esca dal negozio dove ha incontrato Dimitri che le procura la coca. Nella macchina in fiamme Eddie vede una federa piena di soldi ed incoscientemente la ruba e fugge. Poco giudizio, che quelli sono soldi di Tyrell lo spacciatore, che ben presto organizzerà una caccia all’uomo per recuperarli. Su questo plot si intrecciano le altre storie. Quella di Alan che ama Denice, ma che si accorge di non poterle dare quello che desidera finché frequenta un certo mondo. Quella di Anthony, che vive in strada perché la madre si sta disintossicando lontano e la nonna non se ne cura, ma che sarà aiutato proprio da Clay. Quella di Tutt e Murphy, i due agenti di pattuglia al servizio di Tyrell. Ma mentre Tutt è corrotto e razzista, Murphy ha dei bagliori di umanità. Tutt è bianco e continua a fare battute anti-nere per tutto il libro. Murphy si fa corrompere perché pensa di adottare un ragazzo, poi la moglie dà fuori di testa, lui non riesce a venirne fuori, finché… Quella di Chief e di P-square due ragazzini di 11 anni, neri, che non sanno far altro che imitare i loro fratelli maggiori, finendo però in un gioco più grande di loro. Quella degli accoliti di Tyrell, uno più antipatico e sordido dell’altro, a cominciare da Morgan senza speranza, e che faranno una fine degna di loro, ma non vi dirò come. Quella di Donna e Eddie, messi alla prova dal furto, e, probabilmente, salvati da Murphy. Quella di Clay e dei suoi amici, che passano il tempo a vedere le partite di basket universitario in televisione e ad ascoltare dischi (visto che li vendono) di autori per il 90% a me ignoti. Ma che non scordano il loro recente passato (quasi tutti reduci dal Vietnam) e quando c’è da menare le mani, si muovono eccome. Quella, infine, di Dimitri, con la sua droga, il suo passato di docente di scrittura universitaria, la sua deriva, le sue scopate di straforo, e, forse, un barlume di speranza verso il futuro (andate a rivedere il commento del primo libro di Pelecanos che ho letto, se volete saperne di più). Ma sono tutte storie che, pur intrecciandosi, non prendono. Anche perché nessuno dei personaggi assurge ad un ruolo di decisiva simpatia, nessuno è simpaticamente attraente. Forse il solo Clay, ma non ha una personalità tale nel corso della storia da poter diventare un riferimento. Avrebbero dovuto esserlo Dimitri o Murphy, ma a me entrambi non stanno simpatici fino in fondo. L’unico dato che rileverei al finale, è il risalto che viene dato al degrado della capitale americana. Degrado che riflette quello di tutta la società. Lotte razziste tra bianchi poliziotti e neri spacciatori, dove spesso ci vanno di mezzo assoluti innocenti. Invasione di droga e criminalità a tutti i livelli (non a caso Pelecanos fa anche delle sparate contro il potere e la corruzione del sindaco) indizio di una corruzione che si andava diffondendo, che si è approfondita negli anni, ed un degrado sociale che rischia di portare alla presidenza oggi, trenta anni dopo, un impresentabile Trump. Insomma, l’ho letto, non mi è piaciuto. E ne leggerò altri solo su costrizione.
“[La nonna] non era nemmeno così vecchia, doveva avere quarantasei anni o giù di lì.” (61)
“L’importante … è godersi quello che fai ogni stramaledetto giorno.” (280)
Alan Bradley “Aringhe rosse senza mostarda” Repubblica Agenda Noir 13 euro 7,90
[A: 01/10/2015– I: 01/04/2017 – T: 05/04/2017] - && ----
[tit. or.: A red herring without mustard; ling. or.: inglese; pagine: 341; anno 2011]
Sono d’accordo con una serie di critiche e recensioni che ho letto riguardanti questo libro: la cosa migliore è il titolo! Ma se da una parte, “red herring”, da solo, è nello slang inglese un “fatto che distoglie l’attenzione dal problema centrale”, ed è spesso tradotto come “falsa pista”, l’epigrafe del nostro autore si riferisce ad una commedia, coeva di Shakespeare, che tratta della caduta biblica della città di Ninive, e dove un clown, in un intermezzo comico del primo atto, accosta temerariamente “l’aringa rossa senza mostarda” ad “una birra senza donne o un uovo sodo senza sale”. Non volendo entrare nella testa dell’autore, ci accontentiamo di un titolo divertente, cominciando però dal resto dei contenuti e dei contorni che meno mi hanno convinto. Come a dire che la confezione del volume, la sua idea ed il suo inserimento in questa collana lascia alquanto a desiderare (o forse questo è il falso indizio che i curatori ci vogliono offrire). Intanto l’autore, poliedrico canadese, nella terza di copertina è fatto nascere nel 1940, mentre tutti i riferimenti (su Wikipedia ed altro) lo datano al 1938 (scarsa attenzione alle fonti). In secondo luogo, è un “serial book” basato sulle azioni e le investigazioni della pur simpatica Flavia De Luce ed ambientato in Inghilterra intorno al 1950. Peccato, appunto, che essendo seriale questo sia il terzo libro della collana, che contiene rimandi interni che, magari, una piccola sinossi introduttiva avrebbe meglio potuto collocare. Infine, la suddetta Flavia è un’intraprendente ragazzina di 11 anni. E questo sarebbe un libro ben collocabile in quella diversa collana di Repubblica (i “Noir junior”) dove poteva trovare un suo dignitoso spazio. Qui invece si colloca in una collana di Noir maggiori (possiamo dire per adulti?) e non ne ha il peso. Tra l’altro mi domando come mai, da questo libro (appunto il terzo) in poi e per altri tre o quattro sia stato pubblicato da Sellerio, in genere editore attento a queste forse per voi minuzie, mentre avrebbe avuto un suo spazio ed una sua migliore esposizione presso che so Salani. Dispiace quindi che queste avventure, collocate in altro spazio, avrebbero predisposto meglio il lettore, che invece, come ho fatto io, segue pagina dopo pagina le vicende, scorrendo l’intento umoristico dell’autore, con battute ed altri sagaci elementi. Che a me personalmente non riescono a coinvolgermi. Solo in una letteratura per ragazzi si può saltare di punto in bianco da un’azione all’altra, si possono evitare spiegazioni su quanto succede, ed altri atteggiamenti giovanilistici, che qui, invero, hanno il solo risultato di innervosire ed aspettare di arrivare alla fine. Per tirar fuori il meglio, vi dirò che Flavia, undicenne precoce, vive con le due sorelle maggiori (Dafne e Ofelia) in una magione della campagna inglese, con il padre già colonnello ed ora attento filatelico, ed una madre che alcuni anni prima scompare misteriosamente in Tibet. Flavia ha un talento particolare per la chimica e per intrugli vari, nel suo laboratorio ereditato da uno dei tanti parenti citati qua e là nel libro. Oltre a questo, è sempre in vigile attenzione per evitare gli scherzi delle sorelle, e per restituir loro pan per focaccia, una volta subiti gli scherzi stessi. La vicenda prende l’avvio da una visita ad una zingara, Fenella, che predice il futuro (ovviamente imbrogliando), cui Flavia inavvertitamente brucia la tenda. Dispiaciuta, Flavia nottetempo va a trovare Fenella riuscendola a salvare, visto che è stata quasi massacrata a colpi di sfera di cristallo. Tornando a casa, inoltre si imbatte in Brookie, uno scanzonato giovanotto, dedito a qualche losco traffico, visto che entra ed esce da casa De Luce, magari con qualche argenteria in tasca. Mentre aspetta che Fenella si riprenda, Flavia scopre che: Fenella era stata lì anni prima, accolta dalla madre Harriet (quella che poi scompare), che era stata coinvolta in uno scandalo (pare il rapimento della piccola Bull), che era stata scacciata dal cerbero padre. Per cercare luci maggiori, Flavia torna al carrozzone della zingara, dove trova la di lei nipote quasi ventenne Penelope. Nasce un conflittuale rapporto di amicizia tra le due, nonostante la differenza di età. E per curare Penelope, tornando a casa, le due scoprono il corpo di Brookie appeso alla fontana di Poseidone. Flavia comincia allora le sue investigazioni scoprendo che nel Settecento la zona era popolata da una setta eretica di cristiani detta “Claudicanti” (indovinate perché?), che alcuni di loro sono ancora tuttora attivi, che tra questi c’era sia la signora Bull sia un rigattiere che utilizzava Brookie per rubare oggetti d’arte che poi faceva replicare dal marito della signora Bull, e che poi restituiva (ovviamente restituivi i falsi). Tutte queste false piste porteranno alla scoperta del cadavere di una bambina (quella finto-rapita) che probabilmente è morto annegata al tempo del battesimo dei Claudicanti (che avveniva per immersione in acqua). Scopre anche che la morte di Brookie è accidentale, che la madre dello stesso è una pittrice (ma quando la va a trovare non sembra sia addolorata come dovrebbe essere una madre che perde un figlio), che la pittrice fece undici anni prima il ritratto alle donne De Luce (Harriet, Ofelia, Dafne e Flavia). Ma tutte queste considerazioni vengono fatte in poche pagine finali, annegate in peregrinazioni (fisiche e mentali) della pur simpatica Flavia. Il punto di svolta (che in italiano si perde presto) è il sogno di Penelope che vede colpevole un toro rosso di tutti i misfatti. Ovviamente noi capiamo che in qualche modo c’entri la famiglia Bull (cioè Toro), la quale è tutta composta da persone con i capelli rossi. Insomma un libro che letto in altri contesti e con altre spiegazioni poteva avere un suo perché, lascia un sapore di incompiuto ed un odore di marketing che poco piace a me che sto imbastendo queste trame. Sono molto, molto dispiaciuto.
Seconda trama del mese, quindi, come ormai sapete, un bell’allegato dedicato alla Maternità, visto che tra qualche mese diventerò anche BisZio grazie a mia nipote Federica.
Pare quindi che in Israele, bene o male, ci si vada, anche se ci sono ancora svariate settimane di preparazione. Intanto si avvicina anche il riposo pasquale, per tutti meritato. 

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

APRILE 2017
Un mese dedicato alla maternità, ma più che altro, alla gestione della famiglia, quando si hanno figli piccoli e mariti poco collaborativi.

MATERNITÀ

Barbara Comyns          “I miei anni a rincorrere il vento”
Allison Pearson            “Ma come fa a far tutto?”
«‘‘Non sopporto l’idea di fare il papà e spingere il passeggino!” disse George. Allora risposi: “Nemmeno io voglio fare la mamma, accidenti; me ne vado”. Poi però mi ricordai che se me ne andavo il bambino sarebbe venuto con me ovunque. Mi sentii soffocare e scoppiai a piangere».
Questo brano tratto da “I miei anni a rincorrere il vento”, romanzo ambientato negli anni Trenta, lo potrebbero stampare sulle confezioni di pillole anticoncezionali come promemoria di cosa significhi davvero avere un bambino. Quando c’è, c’è sempre, e voi ne siete responsabili, che vi piaccia o no. (A meno che, ovviamente, non siate la protagonista di “Inseguendo l'amore” di Nancy Mitford, che abbandona la figlia perché sia allevata dalla sorella Emily. Anche questo è un modo per affrontare la maternità: far lavorare gli altri al posto vostro).
La maternità non può essere guarita, ma esistono dei trattamenti da somministrare, e il romanzo autoironico e in gran parte autobiografico di Barbara Comyns è un ottimo punto di partenza. Sophia è una ragazza inesorabilmente ottimista, che si sposa troppo giovane, gira con in tasca un tritone che si chiama Great Warty e non è assolutamente pronta a diventare madre. Lei e il marito sono due convinti bohémien ripudiati dalle famiglie che vivono grazie ad alcuni assegni trovati in un cassetto e guadagnano qualche soldo facendo da modelli per alcuni artisti mentre Charles dipinge i propri quadri. Sophia non ha un bambino, ma addirittura due, e la scarsa volontà di Charles a fare concessioni alla paternità non fa ben sperare per la loro. Le terribili esperienze vissute da Sophia in ospedale sono già sufficienti a scoraggiare molte future madri, ma la sua capacità di riprendersi dopo le peggiori disavventure - come quando la suocera prima giura di non andare al matrimonio, e poi arriva con sciami di parenti e si aspetta di essere ospitata nello squallido appartamento della nuova coppia - fa di lei una compagnia vivace e positiva. Passa da un lavoretto all’altro, e spesso mantiene la famiglia da sola, mentre Charles continua a credere di avere un grande talento e che la paternità non può mettergli i bastoni fra le ruote.
Tutto questo, alla fine, rappresenta una versione estrema di quella che è l’esperienza di molte nuove madri, ma l’umorismo anticonformista e tonificante, insieme alla voce ammaliante di Sophia, farà sì che molte donne ridano con lei mentre fa del suo meglio per giocare alla famigliola felice senza alcun aiuto da parte del marito. Se ne avete appena avuto uno, eviterete di sbattere la testa contro un muro per diversi anni, facendo vostro il suo spirito di sopravvivenza.
Per una visione più moderna della maternità, “Ma come fa a far tutto?” di Allison Pearson è una divertente analisi delle abilità da giocoliere necessarie a mantenere un ottimo lavoro, un amante, l’apparenza di un matrimonio e al contempo fare la mamma. Il libro inizia con Kate Reddy, trentacinque anni, sveglia alle 1.37 del mattino del tredici dicembre, che «maltratta» tortine di frutta secca comprate da Marks & Spencer per farle sembrare fatte in casa. È decisa almeno a sembrare una «buona madre», una donna «pronta a sacrificare tutto per cucinare una buona torta di mele, un’indefessa sorvegliante della vasca da bagno» oltre che una madre «dell’altro tipo», quello che tutti criticavano negli anni Settanta della sua infanzia.
Di giorno Kate gestisce fondi per una società della City, dove il suo capo le guarda il seno «come se fosse in offerta speciale»; lavora fino a tardi, il suo unico svago è una storia d’amore via e-mail con Jack Abelhammer, un uomo troppo bello per essere vero. Si preoccupa continuamente di perdere i momenti importanti nella vita dei figli («Oggi è il primo compleanno di mio figlio e io sono seduta in cielo proprio sopra Heathrow») e si infuria contro il mondo misogino che l’ha messa in quella situazione. Il suo matrimonio sembra un’eredità del secolo scorso, perché è lei che si fa carico di tutto quello che riguarda i figli, delle faccende domestiche e di andare avanti e indietro con la scuola, da sola o con il telecomando.
Pearson scrive con tanto umorismo che leggere questo romanzo sarà una vera sfida per i muscoli del vostro pavimento pelvico, messi già a dura prova dal parto. Se non siete ancora entrate nel paese della maternità, ma siete curiose di sapere cosa succede al di là del confine, questo romanzo servirà a mettervi in guardia contro la pretesa di «avere tutto». Chi vive già certe situazioni, invece, si divertirà moltissimo a guardare Kate Reddy che si prepara per la sua prossima mossa - e continua a destreggiarsi tra il matrimonio, la carriera e i figli. Leggete questo romanzo, e fatevi coraggio. Si può avere tutto, basta ricordarsi di tenere a portata di mano un matterello per dare qualche colpo alle torte comprate in pasticceria.

Bugiardino

Ho letto solo uno dei due libri proposti dalle nostre libropeute, ma essendo nel corpo del discorso citato anche un ulteriore testo, che ho letto, ve lo aggiungo gratis (e sono entrambi bei libri).
Barbara Comyns “I miei anni a rincorrere il vento” BUR euro 10
[trama pubblicata il 24 maggio 2015]
Poiché il libro mi è piaciuto, e ringrazio le mie libropeute di “Curarsi con i libri” che ne consigliano la lettura a chi non sa come affrontare (e vincere) la maternità, comincio con l’unico punto dolente: il titolo. Certo, l’originale è poco comprensibile se non si sa chi è Woolworths (la grande catena di magazzini a basso prezzo, nata in America, ma dagli anni Venti insediatasi anche in Inghilterra) e non si conosce Rachel Ferguson che, negli anni ’30 scrisse un romanzo intitolato “Le sorelle Bronte vanno da Woolworths”. Insomma, il magazzino è sinonimo di povertà (tipo i nostri UPIM degli anni Sessanta), e comprare lì i cucchiaini è indice di scarsissima agiatezza. Infatti tutto il libro, oltre che sulla maternità, è incentrato sulla povertà e sulla ricerca di una propria strada da parte di Sophia, alter-ego della scrittrice. Anche perché, seppur nel solito travisato modo della scrittura, parte della giovinezza di Barbara si ritrova nella storia di Sophia. Quella che dopo poche righe ci fa tornare ai venti anni dell’io narrante, ed all’inizio della sua storia di vita e d’amore. L’incontro in treno con il fascinoso pittore Charles. L’amore a prima vista. La convivenza, poi la decisione, contro ogni regola ed ogni suggerimento, di sposarsi. Sophia fa mille lavori per potare a casa qualche penny, Charles è un artista. Ha genitori separati, con una madre presupponente che non fa altro che intervenire nella loro vita solo per sapere se il padre dà loro soldi (così da poterne chiedere lei). Ed un padre che più assente di così non si può. Sophia e Charles sono dei veri bohèmien degli Anni Trenta, senza soldi appunto, e lei che gira con una salamandra in tasca. Sophia ci racconta la ricerca quotidiana di qualcosa da mangiare, di lavoretti, di prestiti, di banchi dei pegni. E poi della maternità, che Charles rifiuta. Che Charles è un artista, e si preoccupa solo se non ha i soldi per le sigarette. Bellissime sono le pagine del parto in ospedale di Sophia (capitoli 10 e 11). Si continua a leggere e ad incazzarsi per la remissività di Sophia, per l’inconsistenza di Charles, per l’arroganza della madre. E mentre il bambino cresce, Sophia rimane incinta per una seconda volta e nasce una piccola e delicata bambina. Charles fa sempre più lo stronzo, rifiutando lavori poco rappresentativi ma remunerativi. E la coppia cade sempre più in povertà. Ma è solo Sophia che ne patisce. Siamo nella discesa agli inferi, ed infatti Sophia capendo che sta precipitando, cerca di staccarsi dall’artista maledetto, ma la sua estrema povertà e mancanza di aiuti, la conduce ad un momento di totale indigenza, tanto che la bambina muore. Da qui, anche se già si notava che Sophia andava maturando pagina dopo pagina, lei prende coscienza. Lascia l’ignobile, tramite degli amici trova posto fuori Londra come governante. Ci si trasferisce con il figlio, dopo un lungo periodo di riabilitazione mentale. E lì finalmente trova una sua dimensione. Sa cucinare, sa mandare avanti la casa. Non è più la scapestrata della giovinezza, quella che senza soldi si metteva sulla scia del gruppo di letterati alla Virginia Woolf. Certo la seconda parte è meno disperata, ma rende conto appunto della maturazione pur con la costanza di rimanere sé stessa. Finalmente divorzia da Charles. Naturalmente continua a far crescere il figlio tanto amato, di cui sembra una sorella maggiore (l’ha avuto sulla soglia dei venti anni). È ben voluta in quella casa. Ed alla fine trova anche un altro artista che con sensibilità e caparbietà si conquista passo dopo passo un posto nel suo cuore. Poi in quella del figlio. Il libro si chiude con questo messaggio di speranza e fiducia nelle possibilità di uscire dalla crisi se cerchiamo in noi stessi i motivi della crisi stessa e le risorse per superarla. Questa fa Sophia, e noi con lei ad aiutarla ad uscire da UPIM per entrare alla RINASCENTE. Come si diceva, poi, è anche una specie di semi-autobiografia, che anche Barbara si sposa giovane con un artista scapestrato, e vive i primi anni della sua ventina alla ricerca di conciliare il pranzo con la cena. Anche lei farà due figli, che però non moriranno. Ed anche lei troverà il modo di sganciarsi dall’ambiente malsano. Poi il suo percorso sarà diverso, che incontrerà un nuovo amore, che la farà uscire per sempre da questa povertà. Peccato che il suo nuovo uomo sia un amico di Kim Philby, e per allontanarsi dall’Inghilterra in un momento di pericoloso spionaggio, accetta di vivere nella casa spagnola della spia russa. E Barbara vivrà per 16 anni vicino a Barcellona poi in Andalusia, ritornando a Londra solo dopo più di venti anni, a metà degli anni Settanta. Ma torniamo e finiamo con il libro, con le lacrime di dolore per Sophia, con la speranza di un mondo diverso per chi lotta con tutta sé stessa. E se ne conoscono esempi. Un altro buon libro!
“Quando ci arrivai era molto meglio di come me l’ero aspettata. Di solito è così con le cose che temiamo: solo le cose che desideriamo vanno completamente storte.” (180)
Nancy Mitford “Inseguendo l’amore” Giunti s.p. (regalo di Sara&Giampaolo)
[trama pubblicata il 21 febbraio 2016]
Libro nato dalla congiuntura di una segnalazione delle ormai troppo citate libropeute e dal desiderio dei due carissimi S&G di farmi come gradito regalo un mega-buono feltrinelliano. E libro che non si apprezza fino in fondo se non si segue anche un po’ di contesto. Che ad una lettura diretta (la prima che ho dato) è un libro gradevole con qualche puntata verso il divertente. Poi ho approfondito il personaggio – autore e la lettura si è approfondita di tutto il contorno che Nancy Freeman-Mitford si porta appresso. Come figlia primogenita di David Freeman-Mitford, secondo Barone Redesdale, come una delle sei “sorelle Mitford” che riempirono la scena londinese nel periodo delle due guerre, come pronipote di quel Bertie Mitford (il primo Lord della famiglia) che s’imparentò con la casata di Ogilvy, conti di Airlie, dove un loro discendente sposò la principessa Alexandra, cugina della regina Elisabetta II. Ed a proposito delle “sorelle”, da segnalare da un lato dello “schieramento politico” Diana (che prima sposa un Guinness erede della birra omonima, poi sir Mosley, capo indiscusso del Partito Fascista Britannico, a cui darà il figlio Max ora uno dei grandi capi della Formula 1 automobilistica) e Unity (che cercò la morte per il conflitto di essere inglese e seguace di Hitler) e dall’altra Jessica (fuggita in USA ed una dei leader del comunismo americano). In mezzo a tutta questa confusione (vogliamo ricordare tra l’altro che la figlia della zia materna sposò Winston Churchill, e che il nonno materno fu il fondatore di “Vanity Fair”?) si colloca la nostra scrittrice ed il suo romanzo. Fatte tutte queste premesse, qualcuno si sarebbe aspettato un romanzo alla Casati Modignani o Danielle Stell. Ed invece, pur avendo dei tratti singolarmente convergenti, la scrittura di Nancy ci porta altrove. Sicuramente ad uno sguardo ironico sulla società presente. Non è un caso, che, ironia per ironia, negli anni Cinquanta la scrittrice divenne la maestra dello snobismo inglese scrivendo una dissertazione sulla distinzione tra i termini U e quelli nonU (intesi come Upper e nonUpper class, dove ad esempio i primi usano il termine graveyard ed i secondi cemetery, come da noi i primi userebbero camposanto ed i secondi cimitero). Con questo sguardo ironico, seguiamo allora la vita di una tipica famiglia U, che vive in campagna, con padre alla camera dei Lord, e figlie femmine con istitutrici (perché una donna che studia è nonU). La storia è narrata da Fanny, la cugina che entra ed esce dalla famiglia, che ha i genitori divorziati e vive con la zia Emily. Fanny ci parla un po’ della sua famiglia: quasi nulla del padre, molto di sfuggita della madre molto amata, chiamata in famiglia la Puledra, perché scalpita ed entra ed esce da situazioni amorose le più improbabili. Ma soprattutto, Fanny ci parla di sua cugina Linda, sua coetanea, con la quale condivide gioie e pene dell’adolescenza, con la quale cresce insieme, e che lei prende (inconsapevolmente lei, consapevolmente Nancy) come esempio di rotture nel tessuto borghese degli U. E con lo sguardo di Fanny vediamo Linda convolare a nozze con il banchiere Tony (di progenie tedesca e quindi inviso allo zio Matthew). Fa una figlia, Moira, che non riuscirà mai ad amare. Mentre Fanny sposa un decano di Oxford con il quale condurrà una vita ritirata ed amorosa, Linda, dopo nove anni di matrimonio s’innamora perduratamene di Christian, un comunista di razza. Christian pensa alle rivoluzioni e non agli uomini, s’imbarca in situazioni sempre più improbabili. Siamo nella metà degli anni ’30, e Christian e Linda si trasferiscono a Perpignano, per aiutare i profughi della guerra civile spagnola. Lì incontrano Matt, il fratello di Linda fuggito in Spagna a combattere. Ma soprattutto c’è Lavander, una vecchia amica londinese. Quando Linda si accorge della passione tra lei e Christian decide di lasciarlo e di tornare a casa. Ma a Parigi finisce i soldi, e lì incontra casualmente ma proficuamente il ricco duca Fabrice de Sauveterre, di cui ben presto diviene amante e mantenuta. Scoppia la seconda guerra mondiale. Fabrice, che lavora per i Servizi segreti, rimanda Linda in Inghilterra. Lì Linda si scopre incinta, anche se i medici le avevano sconsigliato un nuovo parto. E durante i bombardamenti si ritrovano tutti riuniti. Fanny, anche lei incinta, la madre di Fanny con il suo nuovo amante, il simpatico cuoco spagnolo Juan, quel che resta dei fratelli Radlett, e Linda. La quale, benché Fabrice sia alquanto stralunato, sa di aver con lui trovato finalmente l’amore che inseguiva da tutta la vita. In una cupa notte, Fanny e Linda partoriscono, ma Linda non sopravvive al parto. Arriva anche la luttuosa notizia della morte in guerra di Fabrice. Fanny allora decide di adottare il figlio di Linda e di chiamarlo Fabrice. Quanti avvenimenti in meno di trecento pagine. Allietati da una scrittura coinvolgente, che alla fine, con le premesse che ho detto in apertura, mi ha convinto ad assegnare un buon posto al libro, ed una menzione alla scrittrice nel mio pantheon letterario.
“I compagni sono molto cari, ma non chiacchierano mai, fanno solo discorsi.” (127)

Conclusioni


Credo che questa volta posso concordare in pieno con i libri suggeriti, e forse se ne potrebbero aggiungere altri, a continuare a sostenere le tesi presentate. Ad esempio “Angel” di Elizabeth Taylor o “Mildred Pierce” di James M. Cain. Ma intanto suggerisco la lettura di questi, se non lo avete fatto.

domenica 2 aprile 2017

No Brexit - 02 aprile 2017

No, nessun saggio contro l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa, ma quattro bei libri, anche se uno poco al di sotto della soglia (d’altra parte, racconti…). Ma, appunto, niente inglesi, bensì gallesi (quelli da 2 e ½), scozzesi che tornano finalmente a buoni livelli, e, visto che si parla di isole, un ottimo sardo. Per completare il quadro, un inno ai futuri lavori degli inglesi, appunto, sperando continuino a fare … buchi nella sabbia.
Marcello Fois “Memoria del vuoto” Einaudi euro 12 (in realtà, scontato a 9,60 euro)
[A: 01/11/2015 – I: 24/11/2016 – T: 26/11/2016] – &&&   
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 212; anno 2006]
Per me è sempre un piacere leggere di Marcello Fois, per tornare ad una Sardegna che mi piace anche se a volte non capisco. Come non capisco alcune di queste pagine dedicate alla ricostruzione romanzata di una vicenda reale. Perché sono scritte in sardo stretto, che non si capisce proprio, non come il siciliano inventato di Camilleri, che bene o male si riesce ad intuire. Fois riesce sempre a fare cose egregie, come quando scriveva di quella Sardegna interna, quella senza (o lontana dal) mare. Qui sviluppa un’interessante prova narrativa, dove unisce una storia vera, quella di Samuele la tigre dell’Ogliastra, con una serie di finzioni che tuttavia riescono a raccordare gli elementi del vero in una storia che, se non è vera, è verosimile. E di sicuro molto vicina a mille e mille altre che hanno solcato l’isola impenetrabile ed i suoi altrettanto impenetrabili abitanti. Ben fatta, questa operazione, tanto da meritare nel 2007 il premio Grinzane, prima che il premio stesso si sputtanasse e fosse cancellato con ignominia dal panorama letterario, per colpa di quel suo inqualificabile direttore. Ma torniamo alla storia, o meglio alla sua verosimile finzione. Dove seguiamo tutta la parabola della vita di Samuele Stocchino, dal giorno di San Sebastiano dei suoi sette anni, cioè il 20 gennaio 1902, in poi. Lì che comincia la vicenda, anche se per la madre Antioca era nata fin dalla nascita di Samuele, come se la madre sapesse che questo figlio tanto dolore avrebbe portato. Lì, intanto, a San Sebastiano, Samuele e suo padre Felice tornano dal battesimo di un compare, e vengono mal trattati dal bovaro Boi che rifiuta loro l’acqua del ristoro. Da questo rifiuto nasce una contrapposizione frontale fra gli Stocchino ed il fronte dei “potenti”: i Boi, i Manai, i Bardi. Mentre Samuele fa (cerca di fare) il suo percorso di vita (qualche anno elementare, tanto per saper leggere e scrivere, partenza con menzogna per la campagna di Libia del 1911, quasi morte e congedo, arruolamento per la Grande Guerra, quasi morte sul Piave, eroismi vari e ritorno con medaglia), si consuma anche il percorso parallelo dei potenti. Bardi che vorrebbe far sposare il figlio scapestrato con la bella Mariangela. Ma lei si è internamente promessa a Samuele, da quando lo vide a sei anni perdersi nella foresta, e ritrovato grazie alla sua, di Mariangela, improvvisa apparizione. Manai che prende Samuele come stalliere, ma quando questi, per scherzo, fa mangiare al cavallo le patate del campo di Manai, questi se la lega al dito, giurando vendetta. Così, quando Samuele parte per il Fronte, i “potenti” cominciano a tessere la vendetta: prima costringono il fratello Gonario a vendere le poche pecore di proprietà per far fronte ad un contratto firmato senza averlo capito. Poi fanno licenziare il padre Felice, con la scusa dell’anzianità che lo porta a non essere più tanto abile con le mani per la raccolta delle olive. Antioca la madre non sa come fare fronte ai bisogni familiari, pur mandando Genesia, l’unica figlia, a servizio. Al ritorno, decorato dalla guerra, Samuele trova la sola Mariangela a volergli ancora e per sempre bene. Intanto è morto Felice il padre. Poi Gonario, vestito con la divisa di Samuele, viene colpito da una pallottola vagante (sicuramente destinata al fratello). Il 20 gennaio 1920, 18 anni dopo l’affronto che diede inizio alla mala vicenda, Samuele si vendica della famiglia Boi, sterminandola. Poi della famiglia Bardi, uccidendo la figlia minore. Manai sembra proporre un accordo di pace, ma è una trappola, cui la tigre non cade, uccidendo anche Luigi Manai. Ormai braccato e solitario, si riunisce solo saltuariamente alla sua Mariangela trovando insieme riparo in una grotta. Poi, malattie e stenti, portano via anche Mariangela, e Samuele, solo e sempre più triste (e come direbbe Osvaldo Soriano, “final”), si ammala anche lui. Nel frattempo, il fascismo sale al potere nel continente, ed i Manai e i Bardi hanno buon gioco ad allearsi con i vari prefetti. Ma sarà solo il commissario speciale Saverio Potito, che conobbe Samuele in Libia, a riuscire ad aver ragione della tigre dell’Ogliastra. Ovvio, solo perché Samuele decide di cedere alla polmonite. Svolta come un canto di paese, con cori e contraddanze, Fois ci snocciola tutto il percorso di un povero Cristo, che niente voleva di più al mondo che vivere in pace, magari amando e sposando la sua bella. Ma gli altri, quelli ricchi, quelli del potere, non possono permettere che un Cristo qualunque non sottostia ai loro interessi. Nasce così questo girotondo perverso, che porta tutti verso la morte. Detto ancora una volta la bellezza della scrittura, la difficoltà della lingua, la non sempre felice riuscita dei tempi narrativi, che a volte corrono troppo, a volte troppo rallentano, non posso che dare una sufficienza grossa e piena ad un libro che mi fa pensare ai miei amici di Sardegna, ai Dafni e Francesca, ad Augusta, alla Cossu. Finisco solo con un pensiero che ad un certo punto mi ha trafitto l’animo, quando Samuele vede per la prima volta realmente Mariangela, e dove Fois fa un balzo riportandomi alla mente Giacobbe e Rachele, il loro amore a prima vista, e tutta la loro storia che qualcuno definì di impossibile realizzazione, ma che fu solo compiuta con lentezza. E con infinto amore.
“Dentro di lui si era palesata una certezza assoluta: … quella donna l’aveva scelto … non c’era niente che potesse fare per costringerla a cambiare idea.” (87)
“La morte non è un fatto grave, ma una certezza.” (107)
Marco Malvaldi “Buchi nella sabbia” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato a 11,90 euro)
[A: 21/11/2015 – I: 05/12/2016 – T: 06/12/2016] - &&& e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 243; anno 2015]
Più che letto, direi alquanto divorato, anche per la facile scrittura del simpatico toscano. Che qui si cimenta in un nuovo romanzo senza i “vecchietti del BarLume” e che questa volta si barcamena leggermente meglio di quando abbandona la pineta del litorale toscano. Certo, siamo sempre lì intorno, che l’azione, se così si può dire, si svolge a Pisa, con una puntata, che non guasta, a San Rossore. Devo dire che, prima di entrare nel merito, anche se non fosse uno scritto di Malvaldi, autore che a me risulta gradevole in lettura, avrei comunque comperato un libro che parla di Ernesto Ragazzoni. Per almeno due specifici motivi, legati alla ballata sua più famosa, e che riporto in fondo. Quando ero sui tredici anni, tra i dischi paterni, c’era (come allora si usava) un 45 giri di letture poetiche del grande Vittorio Gassman. Tra le tante (tra cui un intenso “Lamento per la morte di Ignazio” di Garcia Lorca) c’era questa strampalata ballata sul far buchi nella sabbia (attività emerita del perditempo). Poi, poco prima del mio cinquantenario, nel saggio finale del corso di auto-aiuto, il grande Fabrizio, come punto finale del corso, venne recitando proprio questa poesia. Geniale (io per parte mia, recitai “Sally” di Vasco Rossi). Inoltre, ed a parte tutto, proprio Ragazzoni è un personaggio eponimo del mio panorama ideale, con tutti i suoi limiti e le sue uscite “fuori dall’usuale”. Inciso: accomunato come esempio opposto ma sempre nel mio pantheon a Sergio Corazzini (di cui parlerò altrove). Poeta, scrittore, ma soprattutto giornalista, e, fondamentalmente, anarchico ed etilista. Tanto dedito al bere, che morirà a soli 50 anni di cirrosi epatica. Tanto anarchicamente giornalista, che dopo essere cacciato per l’estremismo dei suoi scritti da vari giornali, solo l’intelligenza di Antonio Frassati, direttore de “La Stampa” lo tenne tra i suoi, spedendolo poi coscientemente fuori d’Italia, come corrispondente a Parigi. Tanto ludicamente poeta, che oltre alla ballata di cui si tratta, fece una traduzione stupenda della satira del giovane Werther di Goethe scritta da William Makepeace Thackeray. Speravo quindi che fosse un libro sul mio “eroe”. Invece è qualcosa d’altro, anche se Ragazzoni c’è e ne costituisce l’ossatura. La trama infatti si imbastisce su di una rappresentazione operistica, e non banale. La famosa “Tosca” di Giacomo Puccini. Inserita poi in un contesto pucciniano, come sa chi ha passato giorni a Torre del Lago. Odi, passioni ed anarchie. Quelle dei marmisti di Carrara, anche amici dell’ambito pucciniani. Opera che si vuole rappresentare nel bel teatro di Pisa, all’epoca Regio Teatro Nuovo ed ora Teatro Verdi, con uno dei palcoscenici più grandi d’Italia, per rendere omaggio alla visita del Re da poco più di un anno insediatosi. Quel Vittorio Emanuele III salito al regno dopo l’assassinio del padre Umberto I per mano dell’anarchico Bresci. Ma torniamo alla Tosca, che appunto si vuole rappresentare a Pisa, il 1 giugno 1901, cioè appena dieci giorni dopo la strana morte in carcere di Bresci. Qui Malvaldi fa una bella opera corale, mettendo in piedi i carabinieri, il tenente Pellerey ed il capitano Dalmasso, i cantanti, il tenore Ruggero Balestrieri, bravo ed anarchico, il soprano Giustina Tedesco, l’impresario Cantalamessa, il maestro d’armi, i marmisti di Carrara, il menagramo ex-basso Teseo Parenti. Con Ragazzoni che si aggira fra tutti. Il nodo è che durante la rappresentazione, Ruggero, che fa Cavaradossi, viene fucilato come voleva la finzione scenica, ma con pallottole vere ed ucciso realmente. Da qui una ridda di ipotesi e di pagine leggere, ma anche piene di riferimenti storici e operistici. Le propensioni politiche di Puccini, la storia del menagramo Parenti, le intemperie di Ruggero (da vivo), i tentativi di fare sceneggiate anarchiche durante l’opera, i due carabinieri ora furbi ora stolti, con gustose scelte di tempo (si sa che l’effetto comico è sempre una questione di tempo, del movimento, della battuta, vero Rosa?). Non entro nel merito dello sviluppo della storia, che troppo ironica è nel suo sviluppo da essere difficilmente trasportabile. Vi svelo solo che i misteri saranno risolti, avendo anche il modo, il nostro Ragazzoni, di declamare la sua ballata. Purtroppo riportata con due “errori”: la sostituzione del termine questurini con carabinieri, e l’inversione delle parole “intorno sussurrarmi”. Errori che fanno saltare le rime, cosa che avrebbe fatto inorridire Ragazzoni. A proposito di errori, ho anche avuto poco supporto dall’emerologico cristiano sui santi che Malvaldi riporta. Spero sia questa una lacuna mia. Finisco con un’ulteriore nota di colore proprio sulla Tosca che pare abbia il record di incidenti scenici. Dal tappeto elastico che sostituì i materassi per il suicidio di Tosca (e che così rimbalzò più volte sopra le mura di Castel Sant’Angelo) alla parrucca di Tosca interpretata dalla Callas nel 1965 che prese fuoco e costrinse il baritono Tito Gobbi, che interpretava Scarpia, a spegnarla con un salto prima di essere ucciso (scenicamente) dalla pugnalata di Tosca. Quest’ultimo ricordo mi rimanda ad una visita che feci a casa Gobbi anni ed anni fa. Ma anche questa è un’altra storia. Mentre quella di Malvaldi è una storia godibile, leggibile e da tener da conto. Aspettando di tornare ai nostri cari vecchietti del BarLume, ma soprattutto a Massimo il “barrista”.
“Una delle prerogative inderogabili del cretino è quella di individuare, dopo che è accaduto un fenomeno di qualsiasi tipo, la spiegazione più comoda e naturale per il proprio punto di vista, rifiutandosi pervicacemente di considerare il fatto che ce ne sono altre centomila, tutte molto più plausibili della propria.” (49)
“Ballata
Se ne vedono nel mondo
che son osti... cavadenti
boia, eccetera... (o, secondo
le fortune grand'Orienti).
C'è chi taglia e cuce brache,
chi leoni addestra in gabbia,
chi va in cerca di lumache...
Io... fo buchi nella sabbia.
I poeti anime elette,
riman laudi e piagnistei
per l'amore di Giuliette
di cui mai sono i Romei!
I fedeli questurini
metton argini alla rabbia
dei colpevoli assassini...
Io... fo buchi nella sabbia.
Sento intorno sussurrarmi
che ci sono altri mestieri...
Bravi... A voi! Scolpite marmi,
combattete il beri-beri,
Allevate ostriche a Chioggia,
filugelli in Cadenabbia,
fabbricate parapioggia.
Io... fo buchi nella sabbia.
O cogliate la cicoria
e gli allori. A voi! Dio v'abbia
tutti quanti, in pace, e gloria!
Io... fo buchi nella sabbia.” (128)
Dylan Thomas “Ritratto dell’autore da cucciolo” Einaudi s.p. (biblioteca di Tolemaide)
[A: 06/06/2015– I: 20/12/2016 – T: 26/12/2016] - && e ½  
[tit. or.: Portrait of the author as a young dog; ling. or.: inglese; pagine: 245; anno 1940]
Secondo leggende che girano sul Web (ma abbastanza accreditate) il premio Nobel per la letteratura 2016, Robert Allen Zimmerman, avrebbe scelto come pseudonimo proprio il nome di questo autore gallese. Secondo fonti accertate (lo stesso autore) invece, è sempre dal poeta gallese che prende nome il fumetto Dylan Dog di Tiziano Sclavi. Tutto questo per introdurre un vecchio libro, credo acquistato una quarantina di anni fa, che finì tra le pieghe delle mie biblioteche, e che non fu mai letto. Lo scorso anno, dovendo liberare scaffali per la famiglia di Sara, me lo sono ritrovato (insieme ad altri che ho letto e leggerò, ed altri che aspettano di essere scoperti e che per ora sono a Soriano), e mi è punta vaghezza, come dicono i letterati, di capire di più. Capire perché quelle derivazioni summenzionate. Capire perché questo autore è diventato un riferimento di culto, di cui si parla spesso, ma che io, personalmente non avevo mai letto. Di certo è un personaggio particolare, guardando alla sua biografia letteraria. Figlio di insegnanti, non finisce la scuola, fa un paio di anni il giornalista, ed a 20 anni pubblica poesie che fanno scalpore nel mondo anglo-sassone. Motivo per cui diventa un riferimento. E 20 anni li compie nel 1934, essendo nato in Galles, appunto, nel 1914. Ma pur essendo intimamente gallese scrive sempre in corretto inglese. Scrive affastellando parole, immagini, rendendo vivide situazioni indescrivibili. Il tutto condito da una dose incontrollabile di alcool. Venti, venticinque pinte di birra servono solo ad inumidirgli la gola. Che poi bagna abbondantemente di whisky. Attraversa così altri venti anni in uno stato di etilismo sempre presente, continuando a scrivere poesie che parlano di morte, di incubi, di emarginati, di possibili ma inarrivati riscatti. Così scrive questo libro di cui si dovrà parlare. Così scrive un testo teatrale “Sotto il bosco di latte” che non conoscevo ma di cui ho cercato notizie e, da quello che ho letto, mi sembra interessante. Almeno come spunto. La storia di una cittadina intratessuta dai sogni dei suoi abitanti (ad esempi, il sogno di silenzi che pervade la vita della moglie dell’organista della chiesa). Poi, appena compiuti 39 anni, ai primi di novembre del 1953, muore a New York, dove si era recato per delle letture pubbliche, a causa di una polmonite e di un edema cerebrale, probabilmente dovuti ad abuso alcolico (anche se il fegato non presentava segni di cirrosi). E torniamo allora alla lettura. Anzi al libro, che in questa vecchia edizione Einaudi, oltre alla raccolta del titolo sono presenti l’abbozzo di un romanzo da lui abbandonato (“Avventure nel commercio della pelle” – “Adventures in the Skin Trade”) e due racconti (“Gli inseguitori” – “The Followers” e “Una storia” – “A Story”) tutti del 1953. I racconti li tralascio, che non mi hanno lasciato riflessi. L’abbozzo è fortemente visionario, nello stile Thomas, dove l’autore colpisce forte descrivendo la fuga di casa di un giovane per andare a fare, forse, il giornalista a Londra. Ma prima distrugge tutta una serie di emblemi casalinghi (pelouche, lavori a maglia, conti del padre) iconoclasticamente. Ma quello che più mi colpisce è poi quel suo farsi trascinare da quasi tutto quello che gli succede intorno una volta arrivato nella capitale. Sempre, fin dalla prima bevuta, con una bottiglia che gli si incastra nel dito indice. Un’immagine di una bellezza straniante, ironica e emblematica. Il corpo centrale, o meglio inziale, è invece questa carrellata attraverso dieci racconti della vita di un giovane gallese, nato in una cittadina piccola ma ben individuata nei suoi connotati lavorativi e sociali. Tipo la sua Swansea. Sono dieci bozzetti, in cui rinveniamo il filo rosso della presenza di un io narrante, che in ogni episodio è un po’ più grande. Ne vediamo i primi passi coscienti accompagnando il padre con un carretto, facendo visita al nonno che, sentendosi anziano, vuole andare al cimitero con i suoi piedi. Poi passeggiando con la governante ed assistendo agli approcci amorosi delle bambinaie. Cresce, va in gita, vede ragazze, e soprattutto incontra gente. Gente che beve, gente che non sa perché si è sposata, gente allo sbando. Fino ad un giovane di redazione, alle prese con i “giornalisti” di firma, con situazioni strambe, come la veglia funebre organizzata da una vecchia prostituta per la figlia morta di parto, ma che serve solo a raccogliere i soldi della colletta, ed andarseli a bere, che la figlia non è affatto morta. Fino all’incontro forse decisivo per la sua virilità con la bella Lou, ma che, tra alcool e sogno non pare finisca in gloria come si aspettava. Perché c’è sempre birra a fiumi che scorre per tutte le pagine. Ma c’è, in ogni riga, in ogni immagine, la fantasia sbrigliata di Thomas, che scrive, pensa, fa sogni ad occhi aperti, confonde realtà e volontà. Certo non deve essere stata facile la traduzione. Certo è gradevole il tono ed il modo. Purtroppo non mi coinvolge lo spirito come dovrebbe. La testa è presente, segue, annuisce. Collega, che molto è anche gioco di Thomas che fa la parodia del grande Joyce nel suo “Ritratto dell’artista da giovane”, usando però non il romanzo ma lo stile da racconto, che lo stesso Joyce aveva usato in “Gente di Dublino”. Quasi a voler creare un’epopea gallese da contrapporre a quella irlandese di Joyce. Ma se la testa è soddisfatta, il risultato complessivo, tenuto conto anche degli ultimi tre scritti poco coinvolgenti, rimane, anche se di poco, sotto la mia sufficienza. 
“Com’è bella questa sua attesa di me, benché ella non sappia di attendermi, e io non possa dirglielo.” (127)
Alexander McCall Smith “Le affascinanti manie degli altri” TEA euro 10 (in realtà, scontato a 5 euro)
[A: 01/12/2015– I: 29/12/2016 – T: 31/12/2016] - &&& e ½   
[tit. or.: The Charming Quirks of Others; ling. or.: inglese; pagine: 259; anno 2010]
È stato bello riprendere in mano dopo più di due anni un libro di McCall Smith. Un autore che scrive in modo semplice, che non scrive libri “imperdibili”, ma solo (e non è poco) libri gradevoli. Che hanno due pregi: ti fanno immergere nell’atmosfera sempre piacevole di Edimburgo e pongono domande e quesiti comportamentali interessanti. L’autore, ricordo, si diletta in alcune scritture seriali, quella più famosa su di una detective nello Zimbabwe, sua terra natale, quella del condominio di Scotland Street, e questa dedicata a Isabel Dalhousie, di professione filosofa. Questa è in effetti la serie che seguo con maggior interesse, proprio per quelle questione di etica che l’impareggiabile Isabel riesce a sollevare in ogni avventura. Sempre per completezza, è bene riprendere, dopo questi due anni, un minimo dell’insieme dei personaggi della serie, almeno quelli principali. C’è appunto Isabel, filosofa e direttrice della “Rivista di Etica Applicata”, che misura ogni suo atteggiamento e comportamento alla luce appunto di una morale costituita dal complesso delle regole etiche che, tutti, dovremmo seguire. Ora è da tempo fidanzata (e probabilmente avviata al matrimonio) con Jamie, più giovane di lei (e questo le crea ogni tanto dei dubbi), suonatore di fagotto, ex-fidanzato della nipote di Isabel, ed ora genitore con Isabel del piccolo Charlie. C’è quindi Cat, la nipote, che spesso si accompagna con fidanzati improbabili o poco graditi alla zia, e che gestisce una semplice ma fruttifera gastronomia in città. I meccanismi dei romanzi sono spesso analoghi, dove c’è Isabel cui viene richiesto qualcosa (un parere, un’investigazione o simili ricerche) cui lei, per la sua ferrea etica non riesce mai a tirarsi indietro (ed anche perché secondo me è anche un po’ curiosa). Svolgendo le sue ricerche si imbatte in genere in problemi etici che affronta, disamina, discute con sé stessa, con i suoi cari e con il lettore (in modo trasversale, ovvio). Per poi risolverli, o portarli alla loro fine naturale, mentre la vita nella città di Edimburgo scorre piacevole (e spesso freschina come sa chi ci ha soggiornato anche in periodi supposti caldi). Qui Isabel viene coinvolta nella risoluzione di un problema relativo alla nomina di un professore in una prestigiosa scuola locale. Ci sono tre candidati possibili, ma la moglie del rettore l’avverte dell’esistenza di una lettera anonima che fa sospettare uno dei candidati non essere all’altezza. Per scoprire i pettegolezzi nascosti, Isabel si avvale di conoscenze e gossip vari. Un professore, appassionato di montagna, potrebbe avere lasciato morire qualcuno durante una scalata. Un secondo è al momento il nuovo fidanzato della nipote, cosa che impedisce un giudizio sereno. Il terzo non sembra avere titoli sufficienti. Il tutto poi nasce dalla volontà dell’attuale occupante la cattedra di trasferirsi in Nuova Zelanda. Il dilemma di Isabel è che viene a sapere delle cose sui candidati da elementi a loro vicini. Allora, si può utilizzare una confidenza in amicizia per risolvere un caso di coscienza? Cos’è più importante, usare l’informazione e perdere l’amico o non usarla e rinunciare alla ricerca? Fortunatamente Isabel non demorde e non si tira indietro. Non usa nessuna delle fonti “in bilico”, e decide, e questo mi sembra corretto, di vedere il famoso professore profugo e capire di più su di lui. Dove capisce anche che la lettera anonima è scritta con inchiostro verde, e apprende che il rettore è daltonico, e non si meraviglia che il possibile emigrante è belloccio, piacente, e con moglie moscettina. Fortunatamente, ancora, qualcuno cui non può dire di no chiede al professore di restare, e tutto decade. Isabel può continuare la sua vita, risolvendo anche altri due problemi collaterali. L’acquisto di un quadro cui teneva, ed il possibile adulterio di Jamie con una suonatrice dell’orchestra. Adulterio inesistente, sia perché Jamie è veramente innamorato, sia perché la violoncellista è leggermente mitomane. Ripeto quanto all’inizio. Lettura facile, scorrevole, che rilassa la testa, che ci fa tornare piacevolmente in Scozia, tra whisky torbati (che si tornerà ad assaggiare prima o poi), birre chiare o scure, thè di tutti i tipi, e scones come se piovesse. Mentre ci rilassiamo con tutto questo ben di Dio, proviamo anche a rispondere al quesito di Alexander: dov’è il confine tra “mania” e “colpa”?
“Non era certa di capire come le persone potessero diventare indifferenti agli ex.” (82)
“Finché le persone ci ricordavano, allora la morte non era completa. Solo se non c’era più nessuno a ricordarci la morte era definitiva.” (120)
“Gli amici veri … devono correre il rischio di dire certe cose.” (145)
“C’era gente che attraeva gli altri a sé flirtando, fingendosi disponibile anche quando non lo era.” (156)
Al solito sapete che la prima trama è dedicata anche al menzionarvi libri letti. Questa volta siamo a gennaio, mese molto piatto con un discreto numero di letture sufficienti (i 2/3 per l’esattezza), ma senza nessun acuto.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Arnaldur Indridason
Sfida cruciale
TEA
10
3
2
Gulio Leoni
Il testamento del papa
TEA
10
2
3
David Grossman
Qualcuno con cui correre
Mondadori
s.p.
3
4
Jussi Adler-Olsen
La donna in gabbia
Corriere della Sera Svezia
7,90
3
5
Julie Powell
Julie & Julia
Corriere della Sera Cucina
7,90
2
6
Anna Grue
Nessuno conosce il mio nome
Corriere della Sera Svezia
7,90
3
7
Herbert Adams
La stessa sera alla stessa ora
Corriere della Sera Gialli
6,90
3
8
Sergio Rossi
Un lampo nell’ombra
Repubblica Noir Junior
6,90
3
9
Arnaldur Indridason
Le notti di Reykjavik
TEA
11
2
10
Liza Marklund
Happy Nation
Marsilio
14
2
11
Zadie Smith
Cambiare idea
Minimum Fax
s.p.
3
12
Clive Cussler & Grant Blackwood
Il regno dell’oro
TEA
9,90
3

Si avvicina la Pasqua a grandi passi, mentre non si avvicinano viaggi, anche se Israele sembra cominciare ad avere basi più solide. Allora, e con piacere, sfrutto questi gironi e queste settimane per vedere e rivedere amici in modo meno frettoloso del solito. Magari cercando di portare avanti alcuni elementi costitutivi della mia dimora che lasciano a desiderare. 

domenica 26 marzo 2017

Camilleri's - 26 marzo 2017

Eccoci allora ad una bella quaterna dedicata al decano degli scrittori italiani. Con quattro libri diversi e di resa quasi tutta bassa. Non mi ha convinto uno degli ultimi “Montalbano”, non mi convince, al solito, una ennesima raccolta di racconti ambientati a Vigata, rimane lieve la raccolta-omaggio dedicata ai sogni. L’unico che si alza dalla media, è un romanzo di una decina di anni fa, ben articolato nelle varie componenti di personaggi ed azioni.
Andrea Camilleri “La giostra degli scambi” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato a 11,90 euro)
[A: 07/05/2015 – I: 25/08/2016 – T: 27/08/2016] - && e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 255; anno 2015]
Come confessa in finale l’autore, e come noi sappiamo dalla lettura di una sua cinquantina di libri, il più delle volte Camilleri prende una vicenda, un fatto, uno spunto “reale” e lo trasforma e lo interpreta nel suo mondo “letterario”. Il più delle volte significa che talvolta l’idea viene da altrove, o, come in questo caso, l’idea è correlata ad una parola che ronza intesta allo scrittore. E su questa, intorno a questa parola costruisce il suo romanzo. Quindi nessun fatto di cronaca che viene ad inserirsi nella vita tranquilla del nostro commissario, ma la parola scambio, anzi, come direbbe Camilleri nel suo siculo, “scangio”. Come in una giostra alla Schnitzler, allora, abbiamo tutta una serie di scambi, veri o supposti, che fanno da trama a questa nuova avventura dei nostri eroi di Vigata. Ne leggiamo con gusto, anche se il risultato finale è un po’ sotto le attese. Poco mordente, pochi momenti ilari come solitamente accadeva, tutto, forse, pervaso da quell’invecchiamento che non solo circonfonde il nostro più che novantenne scrittore, ma che adombra di scarse luci il poco più che cinquantenne commissario. L’idea dello scambio è già lì, nelle prime pagine, dove Salvo è tormentato da una mosca, che, anche se con difficoltà, uccide, per poi averne una nuova che ronza per casa. e si domanda: avrò ucciso quella che mi dava fastidio, o la mosca morta era innocente? Da qui si dipana la storia. Montalbano viene coinvolto in una rissa, e scambiato per l’aggressore invece che per il paciere che voleva essere. Il signor Virduzzo viene scambiato da Angelina per un ladro, e colpito duramente con una padella, mentre era venuto per denunciare al commissario una scomparsa. Due donne vengono rapite per poche ore, cloroformizzate e poi rilasciate, con l’unico punto in comune di essere giovani e di lavorare in banca. Anche loro scambiate per qualche altra donna? Finché noi ci imbattiamo nel mistero che dovrebbe essere il centro della vicenda. La scomparsa del proprietario di un negozio di elettrodomestici in seguito a un incendio doloso e, in una successione senza pause, un terzo sequestro, sempre di una ragazza che lavora in banca. Questa, Silvana, è la donna la cui scomparsa veniva a denunciare Virduzzo. Per tutta la vicenda Virduzzo cerca di parlare con Salvo, che la scomparsa Silvana è una ragazza che lui adotta, per darle agio di accedere alle sue proprietà (vista la non poca differenza di età tra i due). Anche se Virduzzo non sembra proprio limpido in questo atteggiamento. Che cerca di coinvolgere, o di incolpare, tal Bonfiglio, ben noto “puttaniere” (almeno secondo Mimì), coetaneo o poco meno di Virduzzo, ed amico, più o meno sincero, del Di Carlo. Bonfiglio che aveva avuto una storiella con Silvana, presto troncata dalla stessa, anche se foriera di forte gelosia in Virduzzo. Per riprendersi dalla storia Silvana va in vacanza a Lanzarote, dove incontra, qui certo casualmente, Di Carlo. Nasce lì nelle Canarie una storia d’amore, che i due “piccioncini” sembra vogliano tenere segreta. Sembra, ma è anche vero che, svolgendo indagini, Slavo ed i suoi scoprono che sia Bonfiglio che Virduzzo ne sanno. E sembra che entrambi ne patiscano una forte gelosia. Tutto precipiterà con il ritrovamento del corpo di Silvana, ovviamente uccisa. Noi seguiamo le indagini, e fino alla fine siamo presi dallo scambio anche fra i due possibili colpevoli: Virduzzo o Bonfiglio? Bonfiglio o Virduzzo? Chi ne leggerà saprà. Noi sappiamo solo qualcosa dei contorni. Ma non di quelli succulenti che prepara la brava Angiolina, né quelli, suntuosi, che imbandisce il ristoratore Enzo al suo commensale preferito. Sono i contorni degli eroi del commissario di Scicli, pardon di Vigata (non è un lapsus, è un omaggio), Fazio il preciso, che, in quanto preciso fa e farà sempre innervosire Salvo, Augello il latin lover (ma ad un certo punto mi sono perso la moglie Beba), e la “macchietta” Catarella, che con la sua presenza da commedia dell’arte serve ad alleggerire la vicenda nei momenti opportuni. Sono i contorni di Salvo Montalbano che, come tutti noi mortali, invecchia. Fortunatamente qui si interroga poco sul procedere della sua età. A me rimane solo quel bellissimo accenno a pagina 170 ad una mirabile poesia, che io invece riporto per intero: “Come pesa la neve su questi rami / come pesano gli anni sulle spalle che ami. / L'inverno è la stagione più cara, / nelle sue luci mi sei venuta incontro / da un sonno pomeridiano, un'amara / ciocca di capelli sugli occhi. / Gli anni della giovinezza sono anni lontani.” Non solo riporto, ma ne cito l’autore, che Camilleri non cita. Si tratta di Attilio Bertolucci, poeta e padre del regista Bernardo. Ritengo anche io, come molte trame nella rete indicano, che questo non sia né il migliore Camilleri, né tanto meno il migliore Montalbano. È però sicuramente un prodotto onesto, leggibile con facilità, di modo da aiutare i nostri aggrovigliati sensi a rilassarsi, nei moneti bui. Non mi sembra certo poco. Un piccolo pensiero finale, suscitato da questa lettura: spero che il mio amico Carlo trovi agio nella sua Marinella.
Andrea Camilleri “Il casellante” Sellerio euro 11 (in realtà, scontato a 8,80 euro)
[A: 21/03/2016 – I: 21/11/2016 – T: 22/11/2016] - &&& e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 140; anno 2008]
Alla fine del primo decennio di questo millennio c’è un’impennata nella produzione sempre rigogliosa del maestro siciliano. Tra nuovi libri, raccolte e racconti, nel 2007 sono pubblicati 8 testi, 9 nel 2008 e 10 nel 2009. Il 2008 tra l’altro vede due nuove storie inedite di Montalbano. Questo, invece, si colloca nel versante vigatese di recupero delle memorie e degli innesti di leggende di origine greca nella storia siciliana. Aveva terminato l’anno prima quella “Maruzza Musumeci” che si rifaceva al mito della sirena. Qui, tra diversi altri punti, la storia converge invece sul mito della donna-albero. Il mito di Smyrna (o Mirra) che tramutata in albero dopo nove mesi dà alla luce Adone, uno degli uomini più belli mai comparsi sulla terra, tanto da far innamorare Venere, e da ingelosirne Marte, che, tramutatosi in cinghiale lo uccide. Il sangue di Adone bagna la terra, dando luogo ad una vegetazione fiorente, per cui diventa simbolo della rinascita e della primavera. Ma qui non stiamo a parlare dei miti greci, che altro spazio e luogo meriterebbero, stiamo parlando del grande maestro e delle sue opere non montalbaniane. In questo breve libretto, inoltre, trattate di passaggio, ma ben presenti, sono diverse fila della costruzione del mondo di Camilleri. La storia di Nino e Minica si intreccia con le ferrovie siciliane, con il fascismo, con la guerra, con i legami tra mafia e sbarco americano in Sicilia, con la mafia stessa e l’impotenza dello Stato. La storia principale in realtà è abbastanza semplice. C’è Nino che si trova a fare il casellante di una ferrovia siciliana, sposa Minica, vogliono un figlio, lei rimane in cinta. Mentre nino è coinvolto in altre storie, di cui parlerò poi, Minica rimane sola, viene assalita, stuprata, quasi uccisa. Perde il figlio, perde la possibilità di averne altri e si avvia verso una china di follia. Tanto che decide di trasformarsi in donna-albero per generare la prole. Ma, al contrario del mito greco, Camilleri non crede (troppo) alle favole. Solo l’amore di Nino ed un inaspettato regalo di guerra porteranno ad una conclusione meno drammatica del previsto. Anche se quest’ultima parte, troppo onirica forse, va avanti in tono minore. Ma in cosa era coinvolto Nino per lasciare sola ed indifesa Minica? Per guadagnare qualcosa suona nella “barberia” del paese ed ogni tanto fa qualche favore al potente (mafioso?) locale, don Simone. Nelle scorribande musicali, per l’esuberanza popolare, si trova a stravolgere in mazurka un inno fascista. Scatenando (questa parte gustosa e drammatica) le ire del segretario del fascio. Durante il breve carcere avvengono i fatti di cui sopra. Sarà don Simone a tirarlo fuori, ad indicargli il colpevole, ad aiutare Nino nell’atroce vendetta. Chiedendo in cambio un aiuto per far sbarcare, nascondere e fuggire un americano (o meglio un siculo-americano) testa di ponte di quella che di lì a poco sarà lo sbarco in Sicilia. Questi i due lati della medaglia. E se da un lato ci si appassiona al dramma di Minica ed ai tentativi di Nino di assecondarla e di non farla cadere nella follia, l’altra faccia ha risvolti di controversa natura. Certo, sempre scritti con gusto, e con la capacità di Camilleri di farti entrare nel suo mondo di fantastica lingua, che si segue anche senza capirne parola per parola. Ci sono parti molto dense, e piacevoli. La storia, parziale e ristretta, delle linee ferroviarie siciliane. Che Camilleri ama, e che io ho provato in un fantastico viaggio da Palermo ad Agrigento, passando per quel di Racalmuto, e che ho trovato superlative nella loro semplicità. E nell’attraversa quei campi viola di erica. Siamo nel pieno della Guerra. Quindi ci sono i fascisti, da sempre e con feroce cattiveria, messe in berlina da Camilleri. Anche se si capisce la brutalità di alcune fasce provinciali (dove spesso la politica è presa a pretesto di vendette personali). Ci sono i soldati, che lasciati soli in luoghi sperduti, mostrano anche loro facce poco rassicuranti. C’è, potente, sommersa, presente e riconosciuta, la mafia siciliana. Che, nella persona di don Simone, una volta constatata l’impotenza della giustizia, a questa si sostituisce. Prima parentesi: è vero, è successo così, ma il tono di Camilleri è troppo accondiscendente, in questo caso. È vero, ripeto, lo Stato non avrebbe trovato il modo di punire il colpevole del massacro di Minica. Ma l’uso privato della giustizia che Camilleri avalla mi lascia qualche domanda in fondo alla testa. Non è che, di compromesso in compromesso, si scivola troppo lontano dall’etica che dovrebbe governare la nostra vita. Altro discorso, invece, riguarda il rapporto tra Mafia e liberazione americana. Senza il connubio tra Mafia siciliana e Gangster americani, probabilmente molto più lenta sarebbe trascorsa la guerra. Camilleri ci fa intravedere questo rapporto con poche ed efficaci parole, e molti sottointesi. Qualcuno, da qualche parte, ne ha sicuramente scritto meglio e più a fondo di me. Io volevo riprendere il tema e portarvelo alla luce del sole. In fondo, son meno di 150 pagine, ed al solito, Camilleri intreccia molte storie, ed ha molte frecce al proprio arco narrativo. Comunque l’ho trovato, seppur in calando nella fase finale, uno scritto meglio dosato dei precedenti, ed anche di alcuni successivi. Una stagione felice, questa del 2008. E lo sottolineo ancora ed ancora.
Andrea Camilleri “I sogni di Andrea Camilleri” Sellerio s.p. (prestito di Mamma)
[A: 01/01/2016 – I: 22/11/2016 – T: 23/11/2016] - && e ¾  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 207; anno 2015]
Un piccolo divertimento ed un gradito omaggio che Sellerio ha fatto al suo più prestigioso autore (che ovviamente, ad ogni uscita, rimpingua notevolmente le casse dell’editore). Il 6 settembre 2015, infatti, Camilleri ha festeggiato i suoi 90 anni. Sellerio in omaggio ha pubblicato questo cofanetto-strenna. Che non ha molto senso, dal punto di vista del contenuto. Non è una nuova storia, non ha alcunché di inedito. È una astuta “compilation”, se mi consentite il paragone musicale, di tutti i momenti in cui, nei quasi 50 libri pubblicati dal maestro agrigentino presso le edizioni palermitane, si parla di sogni. O si sogna. Ma prima di parlare di sogni, parliamo della seconda parte del cofanetto, che contiene una diversa e diversamente gradita strenna. Al momento della pubblicazione del cofanetto, erano 49 i libri usciti da Sellerio: di questi viene riportata, a forma di cartolina, l’effige di copertina. E sappiamo bene che le copertine di Sellerio sono sempre delle piccole opere d’arte. Possono piacere o meno, ma hanno un loro perché, essendo spesso particolari di quadri, interpretazione grafiche, ed altre ben accette rappresentazioni. Dispiace che nella loro riproposizione, l’editore non abbia voluto inserire l’opera o l’autore da cui sono derivati. Tuttavia sono visivamente interessanti, una piacevole disamina di belle figure. Ma torniamo invece ai sogni. Non ad una loro disamina, che, nella loro essenzialità, vengono riproposti scarnamente, ed ovviamente fuori dal contesto dei romanzi o dei racconti che li contenevano. A loro uso, che, in Camilleri, si avvicina più ad una interpretazione junghiana del sognare, piuttosto che ad una stretta osservanza freudiana. Non hanno bisogno, come strettamente rilevava Freud, di una decodifica, di una “interpretazione”. Sono, come ammonisce Jung, totalizzanti. Rivelano cioè tutto del soggetto che li sogno e dell’oggetto del sognare. In questo cofanetto poi rileviamo che in ben 28 dei 49 testi da Sellerio, il nostro fa sognare qualcuno. Mentre nelle storie vigatesi, il sogno è sempre immediatamente funzionale alla storia, o a volte, come in “La mossa del cavallo” serve per chiuderla e lasciarci andare via, verso i nostri sogni, nei “Montalbano” hanno una funzione più complesso. Possono sì essere utili ad un memento di verifica di quale sia lo stato di Salvo. Ma soprattutto, possono permetterci una interpretazione del mondo di Montalbano, come lui stesso, ragionando con sé stesso, è portato a fare. Anche se potrebbe andare più a fondo. In “Il campo del vasaio” appunto, rivisitando il sogno in cui si spaventa della presa del potere statale da parte della Mafia (ed è un palese invito a non abbassare le armi verso i Grilli e i Salvini ed i loro epigoni vari), ricerca nel sogno i ruoli del suo mondo reale. Non ci stupiamo quindi che il buon Catarella possa assurgere al ruolo di “angelo custode” delle sbandate montalbaniane. E se ne avesse il coraggio, Salvo potrebbe anche scoprire che Fazio ed Augello non sono altro che due suoi alter ego, che fanno cose che lui vorrebbe fare, ma che… Certo non sarà mai preciso come Fazio, ma quando deve ricostruire storie ed episodi, anche senza i famosi “pizzini” del suo aiutante, si rivela di una precisione incontestabile. Certo vorrebbe essere uno sciupafemmine come Augello, ma pur rimanendo sempre fedele alla sua Livia, ha qualche onesta scivolata nella sana sessualità. Insomma, si parte dal sogno e si arriva all’anima dei personaggi. Perché come diceva Shakespeare ne “La Tempesta” (ed io lo avrei messo in ex ergo al volume) “Noi siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”. Chiudo qui questa non trama, questo piccolo volo del vostro umile sognatore, riportando una frase che ben esprime questi modi di essere. Aspettando poi di tornare a più corpose letture. Dimenticavo, la quasi sufficienza deriva proprio da queste piccole mancanze che ho rilevato, sulle cartoline, e su un discorso leggermente più approfondito sul senso più che sul significato di questi sogni.
“Ma com’è che a cinquantasetti anni [ma anche a 60 e più, nota mia] faciva sogni da vintino? Forsi che la vicchiaglia non era accussì vicina come pariva che era?” (152) [estratto da “La caccia al tesoro”]
Andrea Camilleri “Le vichinghe volanti e altre storie d’amore di Vigata” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato a 11,90 euro)
[A: 19/10/2015 – I: 20/03/2017 – T: 23/03/2017] - && ---
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 308; anno 2015]
Un altro lungo capitolo delle storie di Vigata, dove il nostro “vecchio” della scrittura siciliana, orfani qui delle più complesse storie di Montalbano, ci offre una serie (otto per l’esattezza) di racconti. Che accettiamo per il piglio spavaldo con cui porta avanti il vigatese (tanto ormai sappiamo che bisogna leggerlo anche senza capire tutte le frasi, che il senso arriva), anche se, in quanto racconti, raramente hanno il respiro calmo e piano che questo genere di scrittura meriterebbe. Certo, c’è quel sottotitolo che lega le storie all’amore. Ma sono tutti momenti poco incisivi, tutte storie che sottendono frasi fatte, o momenti diversi. Soprattutto, mi sono sembrate troppo spesso piene di stereotipi, maschili e femminili, per cui non mi sono neanche tanto divertito. Prendiamo intanto il terremoto del ’38, uno scritto che in una quarantina di pagine cerca soltanto di ribadire il concetto “tutto è bene quel che finisce bene”. Dove è divertente l’intreccio di storie e storielle terremotate che gravitano nei quattro piani del palazzo Fulconis, ma dove non si capisce il senso di parlare del bombardamento del ’42. Nulla aggiunge al terremoto di 4 anni prima, se non con il pallino (più da Vitali che da Camilleri) di mettere giustamente in berlina il comportamento poco consono dei locali gerarchi fascisti. Dove invece il terremoto serve a far celebrare 4 matrimoni ed a sanare i debiti di due persone. Qualche sorriso e poco più. Anche il secondo testo si basa sulla spiegazione di un proverbio: “chi la fa l’aspetti”. Ma è molto in tono minore. Uno sciupafemmine deve mettere la testa a partito per ricevere l’eredità paterna (sposarsi e mettere al mondo un figlio). Schermaglie d’amore, abbandoni e vicinanze, ma Arturo Brucato (e che la moglie si chiamerà Matilde Mistretta?), avrà qualche sorpresa al momento della nascita. E che dire del terzo, dove il super antipatico zio Gennaro vuole mettere all’asta sua nipote Caterina? Bella ed un poco stonata, essendo l’unica rimasta viva di una piccola tragedia familiare. Ma per nascondere Caterina agli occhi del mondo la fa rinchiudere in campagna, dove c’è un nipote scemo e “abbisognevole d’aiuto”. Ovvio che noi si fa il tifo per Caterina, e con ragione. Assolutamente moscio il quarto, che poi dà il titolo alla raccolta. Queste quattro vichinghe, che vengono con il circo a fare evoluzioni sulle moto, e che il dottore di Vigata, scapolo e buontempone, vuole (e riesce) ad abbordare. Ma essendo quattro ha bisogno di tre compari. Che sfortunatamente sono sposati, così che la festa si trasformerà in qualcos’altro, e sarà interessante sapere per colpa di chi. Purtroppo, una volta saputolo, restiamo un po’ dispiaciuti che la trovata sia proprio, come ho detto prima, moscia. I due seguenti, pur con tracce diverse, ripercorrono il tema della ricerca di accoppiamento con conseguenze tentativo, a volte riuscito a volte meno, di liberarsi di qualcuno. Nel quinto c’è una specie di spirale, che Vincenzo per liberare ‘Ngilina, pur essendo sposato, uccide sbadatamente il marito di lei. Peccato che venga a sua volta ucciso dall’amante della moglie. I fantasmi, invece, com’è ovvio, non sono che dei travestimenti dell’amante di una vigatese che cerca di fare il proprio piacere in tempi di Carnevale. Lascio per ultimo il settimo, e passo un velo pietoso di silenzio all’ultimo, dove le pie e vogliose donne vigatesi si prendono di passione per il corpo, giovane e di certo ben fatto, del giovane Luicino. Ma non riusciranno fino in fondo nei loro intenti. Dicevo del settimo, quello che fa salire a due i libricini, che altrimenti erano proprio pochini. Non è una storia facile, quella della bella Matilde, che non va a scuola, che è bella e che vuole diventare santa. Motivo per cui sta più in chiesa che in casa. Riuscendo così a diventare diavolo tentatore per il parroco don Lucio. Cederà il parroco alla tentazione? Si salverà Matilde? Il laico Camilleri imbastisce l’unica storia con un po’ di sostanza, e con un finale misantropico ma realista. L’unico altro elemento di interesse è la collocazione temporale delle storie, tutte ambientate in una Vigata d’epoca, tra il 1910 ed il 1950. Questo potrebbe dare agio all’autore di deliziarci anche con pennellate storico-culturali. Ma a parte alcuni accenni ai gerarchi fascisti nel primo ed alle elezioni del ’48 nel sesto, non c’è molto altro. Come se fosse tutto sospeso in una nuvola atemporale, in attesa che si scatenino le passioni, che si soddisfino le voglie. Insomma, ben poca cosa, e senza grande coinvolgimento. Speriamo sempre che Salvo ci salvi…
Ho lasciato il commento finale al primo libro tramato, che così era al momento della scrittura. Purtroppo Carlo non ha fatto in tempo.
Io continuo a studiare viaggi sia a breve che a lungo termine, sperando che sia possibile renderli concreti. Vero amici?