domenica 1 ottobre 2017

Avanti Sellerio! - 01 ottobre 2017

Non voglio certo ripercorrere grida antiche, ma approfitto di questa ottobrata per tributare un doveroso omaggio ad una casa editrice che, anche quando pubblica gialli (che non sono nelle sue corde) è sempre un passo avanti. Certo, lotta facile con un giallo che non è un giallo, uscito dalla fucina comense di Vitali &C, che tuttavia segnalo per alcune chicche matematiche da dedicare al mio amico Renato.
Marco Malvaldi “La battaglia navale” Sellerio euro 13 (in realtà, scontato a 5,85 euro)
[A: 26/04/2016 – I: 21/04/2017 – T: 22/04/2017] - &&& e ¾  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 179; anno 2016]
C’è poco da dire ancora ed ancora: Malvaldi a me piace, e piace di più quando torna in Pineta, quando torna dai detective anzianotti “sui generis”, al “BarLume”. Insomma, quando si parla di tutto ciò, libro comprato a scatola chiusa. Sempre. Dicendo per inciso che, comunque, anche l’ultimo senza il buon Massimo non era male (d’altra parte se si parla di un altro mio “mito” come il poeta Ragazzoni, non ci sono ma e se che tengono), devo dire che quest’ultimo romanzo è un filo sotto le mie aspettative. Niente da dire sull’atmosfera. Niente da dire sulle divagazioni, costanti ed esilaranti. Niente da dire anche sulla trama “poliziesca” che ha un suo bel svolgimento ed una interessante e non scontata conclusione. Però, messo tutto insieme, non raggiunge l’effetto deflagrante de “La briscola in cinque”, tanto per citare qualcosa. Credo (purtroppo) che qualcosa vada anche imputato al piccolo ma sicuro successo della serie televisiva che ne è stata tratta (per i disattenti “I Delitti del BarLume” su SkyCinema1 con Filippo Timi nel ruolo del protagonista). Come se l’attenzione a future sceneggiature abbia imbrigliato la fantasia del nostro Marco. Ecco, se devo dire quello che più mi è mancato, è l’aspetto di soliloquio che Massimo aveva sviluppato all’ennesima potenza nei precedenti episodi, quando ripensava alle cose (accadute, da accadere, fatte, da fare), e noi insieme a lui potevamo giocare ai detective. L’altro aspetto, certo molto minore, è il decadere un po’ della tensione investigativa dei nostri arzilli vecchietti. Forse perché anche loro vanno avanti con l’età, forse perché c’è anche il vice questore Alice Martelli che è meglio deputato a svolgere il suo ruolo istituzionale, oltre ad aver instaurato una relazione semi-stabile con il nostro. Certo loro qualcosa fanno, coinvolgendo anche un personaggio impagabile, il compagno “duro e puro” Armando Maria Mastrapasqua. Andando con ordine, c’è il corpo di una donna che viene trovato in acqua. Viene anche riconosciuto da tutte le badanti di Pineta come quello di Olga. Olga badante ucraina di bell’aspetto della mamma del signor Marino. Sembra tutto filare liscio, ma con tante voci ad abbaiare comincia qualcosa a stonare. Vengono deturpate con scritte strane tutte le ville della zona, meno quella dell’avvocato Rossi. Per cavare qualche ragno dal buco, viene mandato in missione tra le badanti, appunto il compagno Mastrapasqua, tessera del PCI da sempre, vissuto a lungo in Russia, e che parla ucraino (abbastanza) correntemente. Tra un frizzo ed un lazzo, tra una battuta ed una mangiata (e qualche partita di biliardo solo accennata), esce fuori che c’è anche una ragazza australiana scomparsa. Ma non vi preoccupate, Ampelio e Pilade daranno delle dritte, e Massimo (qui sì con qualche ragionamento), arriverà insieme ad Alice alla soluzione. Ai rapporti tra Rossi jr., il figlio minore dell’avvocato con la bella ucraina (la quale sapeva anche districarsi tra integrali ed equazioni differenziali). Ai rapporti tra il figlio maggiore dell’avvocato e l’australiana. Per arrivare alla morte della donna trovata in acqua, morta non per annegamento ma per shock allergico al lattosio. E come detto all’inizio, uno svolgimento ed un finale che non erano affatto scontati. Rimane qualche riga per parlare ancora dei nostri “eroi”. Che si vanno riducendo, visto che solo Ampelio e Pilade rimangono in pianta stabile. Ed il Remediotti si deve riprendere da una brutta operazione alla laringe. Poi c’è il ristorante che affianca ormai le attività del Bar. C’è sempre Tiziana, l’unica (forse) con la testa sulle spalle, anche se Massimo (ed anche noi) non riesce a capire il suo affezionamento (amore?) verso il buon Marchino. Buono sì, ma solo a fare dei cocktail sbagliati. Ovvio che c’è sempre più in pianta stabile Alice. E non dispiace il suo rapporto con Massimo. D’altra parte si deve crescere, e Malvaldi sembra aver capito la direzione verso cui far evolvere i suoi personaggi (o almeno alcuni). Malvaldi poi rimane sempre coerente nella critica, magari toscana a fil di bocca, senza purtroppo risvolti operativi, alle storture del mondo, alle stupidaggini della politica. Ed ai comportamenti assurdi di tanta gente, specialmente turisti in vacanza. Cercando (e riuscendo) di non cadere nelle facili equazioni: uomo violento – colpevole, donna provocante – poco di buono. Ed altre piccole zeppe che infarciscono la nostra vita. Delizioso il decrittaggio delle scritte oltraggiose sulle ville. Scritte in arabo, quindi terroriste. Poi vengono tradotte e sono ricette di cucina. Per gli amanti del calcio segnalo la chicca del tratto comune di Vieri, Simeone e Ronaldo (non quello facile di aver giocato nell’Inter, ovvio). Per i patiti dei numeri segnalo il capitolo intitolato “logaritmo in base due di 16” (e se sapete che è il quarto capitolo, vi promuovo). Quindi, piacevole e leggevole (neologismo per leggibile e scorrevole).
“Credo che il Portogallo sia il paese dove si fanno le colazioni più buone dell’universo … c’è questo monastero, Belém, dove fanno dei pasticcini che si trovano solo lì. Pastéis de Belém. Me ne mangerei un vagone. Se andassi due mesi a Lisbona, partirei Michelle Hunziker e tornerei Platinette.” (27)
Alessandro Robecchi “Dove sei stanotte” Sellerio euro 14
[A: 01/09/2015 – I: 14/05/2017 – T: 16/05/2017] - &&& +
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 345; anno 2015]
Seconda puntata delle improbabili avventure di Carlo Monterossi, raccontate con il solito piglio spigliato (se mi si consente il gioco di parole) da parte del crozziano Robecchi. Non ha più l’impatto novità del primo, eppur tuttavia riesce alla fine a coinvolgere un pochino, quanto meno in alcune situazioni, di cui vi narrerò più avanti. Intanto, il fatto che Robecchi sia aduso alla scrittura (anche se in altri contesti) ed all’impatto che questa ha sul pubblico (sia in vivo sia in lettura) si vede da alcune costanti che mette nel suo secondo scritto. Tanto per farci vedere che, in fondo, è sempre lui ed è sempre lo stesso filone. Prima costante, il titolo. Nel primo romanzo veniva da una canzone ironicamente citata di John Lydon, che seguiva tutto l’assunto del testo, dove il nostro Carlo aveva successo cercando di fuggirlo. Ora, visto che Carlo (ed Alessandro, I suppose) è un dylaniano duro e puro, passiamo ad una citazione diretta dall’ultima traccia del disco “Street Legal” del ’78. Uno dei dischi più contestati all’epoca, pieno di arrangiamenti molto pop-rock, e di frasi al limite del maschilismo. Non in questa, che riporto in fondo, ma, ad esempio, nella prima traccia del Lato B “Is Your Love in Vain?” dove Bob canta “Sai cucinare, sai cucire?”. Tuttavia, questa ricerca, da parte di Carlo, della donna che dia un senso alla sua vita, è legata all’incontro con la sudamericana Maria. Con la quale nasce una travolgente storia, ma che, per tutta una serie complicata di motivi, sarà interrotto perché Maria dovrà tornare al paese natio. Carlo finisce aspettandola e noi aspettiamo le prossime puntate per saperne di più. Ma questa è sola una storia su cui torneremo, bella, ma di contorno, ai due rami principali. Secondo costante, la presenza assidua di alcuni personaggi. Oltre a Carlo l’eroe, l’amico risolvo-tutto-io, forse investigatore, Oscar. E come contraltare, il vice sovraintendente Ghezzi, sempre pronto ad agire sotto copertura. Ma sempre altrettanto pronto a non cadere nelle trappole delle facili inchieste. Ed anche pronto a capire che, come al solito, Carlo con il morto c’entra poco. Nonché la Moldava Katrina, donna tuttofare del nostro, colf, portiera e fan sfegata della Madonna di Medjugorje. Peccato manchi Nadia, che aveva fatto una sua buona figura nel primo libro. Ma torniamo alla trama, ed ai suoi due filoni principali. Questa volta, le vicende di Carlo come scrittore di programmi TV trash è solo di fondo, che in primo piano vengono modi ed atteggiamenti della Milano “da bere” in vista degli eventi dell’Expò ’15. Nonché, secondo filone, la Milano degli immigrati, quella di Corvetto intorno a Corso Lodi. La prima è quella dello spunto “giallo”. Un giapponese, sosia di un’archistar nipponica, viene prima malmenato e poi, incidentalmente ucciso da qualcuno, tal Matteo, che cercava di recuperare dati sensibili relativi a tangenti di grandi ditte. Peccato che Hideki vada a morire proprio dal nostro Carlo, che si vede costretto a darsi alla “macchia”. Dove se no a Corvetto, dietro le dritte dell’amico-socio Oscar, trovandosi per lungo tempo a frequentare la casa di un fuoriuscito cubano, El Papa, uno “che aggiusta”, e della sua donna Carmen. La vicenda nipponica era legata proprio alla somiglianza di Hideki con un famoso architetto. Ed alcuni gruppi di “resistenza urbana” volevano sfruttare la somiglianza per fare una conferenza in cui sputtanare le modalità repressive dell’architettura moderna. Ovviamente proprio in un evento dell’Expò. Mentre Matteo, dopo le vicende che portano alla morte del nippo, si mette in caccia di Carlo, supponendo (ed a ragione) che questi abbia i file incriminati, il nostro eroe sodalizza con El Papa e con Carmen, nonché con tutta la comunità latino-americana senza permesso di soggiorno. Questa è la parte meglio trattata da Robecchi: vita quotidiana dei ricercanti permessi, soprusi che subiscono, impossibilità di ribellione, e via reprimendo. In questa comunità, poi, il nostro “si illumina di immenso” quando conosce, frequenta ed anche qualche cosa in più, la bella Maria. Tralascio tutta una serie di inutili passaggi, che tuttavia Robecchi riesce a vitalizzare con quegli intarsi di battute “alla Crozza” che ci avevano fatto piacere nel primo romanzo. Alla fine, sarà proprio l’astuto Ghezzi che mette fine alla carriera del Matteo, anche se questi era ben coadiuvato dai Servizi Segreti. Che cercano, ed in parte riescono, a coprire alcune scomode verità. Ma una trentina di immigrati avranno il permesso di soggiorno, Carlo ne uscirà bene ed alla grande, Matteo entrerà invece in prigione. Rimane solo il dubbio di che fine faccia un personaggio laterale, di soprannome Manco, come l’eroe di Machu Picchu, che ad un certo punto scompare insalutato ospite. Insomma, non più una sorpresa, ma di certo un riaffermarsi di solide dote di scrittura e di coinvolgimento. Con quelle punte di comicità e di realismo che ne fanno un prodotto attuale e godibile. Vedremo cosa scriverà di altro, che i “serial writer” hanno forse una vita più semplice di altri scrittori, dovendo solo, se riesce, seguire il solco di un successo bene o male avviato. Fino magari ad incappare in un passo falso, come il Bob Dylan della canzone del titolo. Scusate, un inciso finale: dove erano finiti i file nascosti si capiva da subito. Solo Carlo, Ghezzi e Robecchi ci fanno aspettare 300 pagine per capirlo anche loro.
“La capacità di alcuni di vagare in uno spazio sconosciuto con un bicchiere in mano parlando indifferentemente di nulla e di tutto, ascoltando nulla e tutto come se fosse la cosa più naturale del mondo, lo affascina.” (16)
“But without you it just doesn’t seem right / Oh, where are you tonight?” [canzone di Bob Dylan; Ma senza di te tutto questo non ha senso / oh, dove sei stanotte?] (345)
Autori Vari “Viaggiare in giallo” Sellerio s.p. (regalo di Bene & Fra)
[A: 07/05/2017– I: 07/04/2014 – T: 18/05/2017] - &&& e ½
[tit. or.: originale (eccetto quello indicato); ling. or.: italiano (+ spagnolo); pagine: 302; anno 2017]
Continuo, nonostante tutto, a non essere attratto dai racconti, anche se riconosco che, a volte, possono condensare in poche pagine qualcosa che, allungato, probabilmente non ha lo stesso sapore. Tuttavia ho letto con piacere questo libro genetliaco, per una doppia motivazione. Un regalo ricevuto da persone cui voglio bene è sempre un regalo gradito, sia che incontri i miei gusti o meno. La seconda ragione è incontrare, cinque volte su sei, personaggi cui sono aduso da tempo, e cui, con tutti i distinguo che le evoluzioni della scrittura comportano, sono legato da affetto. Tanto che cerco sempre di acquistarne, una volta ricevute notizie di nuove uscite. E qui allora ritroviamo Rocco Schiavone e le sue intemperie, i personaggi di Ringhiera, il “barrista” Massimo ed i vecchietti del BarLume, Carlo Monterossi ed il suo amico Oscar, nonché, dulcis in fundo, Petra ed il suo aiutante Garzon. Il sesto, che non conoscevo, esce dalla penna di uno scrittore che ho visto nelle vetrine Sellerio, ma di cui non ho ancora traccia nelle mie letture. Certo, le rese non sono eclatanti, certo non possiamo dire che narriamo di racconti imperdibili. Tuttavia sono anch’essi frutto, come graziosamente mi hanno dedicato in esergo, di una duplice passione: i viaggi ed i libri gialli. Già questo li fa salire di tono. Anche se poi i viaggi, come vedremo, hanno diverse tonalità. Dal treno di Manzini ai molti mezzi usati da Recami, dalla nave di Malvaldi all’aereo di Savatteri, dall’auto di Robecchi al pullman di Alicia (che chiamo per nome in quanto unica donna e dal cognome complicato). Personalmente, in ogni caso, è una lettura che ho gradito, pur riconoscendone, come altri meglio di me hanno scritto, limiti e svogliatezze. In ogni caso, al cuor non si comanda.
Antonio Manzini “Senza fermate intermedie”
Qui troviamo Rocco che, per sfuggire a tedioso commemorazioni, decide di fare un breve salto nella “sua” Roma, anche se per una riunione condominiale. Non ci perdiamo le colorite uscite del nostro, anche se, nel Frecciarossa, non si fuma. Soprattutto se, da Milano a Roma, non si fanno fermate. Ma Rocco ha modo di trovarsi all’interno di un piccolo furto (o grande, dipende dai gusti). Forse inspiegabile, ma che si ripete spesso, come ripete più volte il personale delle ferrovie. Facendo un rapido confronto con i tabulati delle persone, con i posti delle stesse, e con l’inopinato fuori uso delle toilette (endemico problema dei treni), il caso è presto risolto. Con Rocco che, finalmente, potrà farsi una passeggiata nelle vie della città che mai non dimentica. Veloce ed indolore.
Francesco Recami “Il testimone”
Il divertimento di questo divertente brano è tutto negli occhi del piccolo Enrico, nipote del per me ormai famoso ex-tappezziere ed investigatore privato. Qui, per pura sfortuna, ci troviamo all’episodio successivo rispetto ad alcuni romanzi di Recami, per cui, probabilmente, leggendone avremo sensazioni di dejà vu. Ma lo stupore di Enrico nel Frecciarossa (ancora treni, eh!) che sfreccia a trecento chilometri l’ora, nel lento traghetto, nel motoscafo, nonché (sorprendentemente) nell’elicottero della polizia è trattato con geniale efficacia. Perché poi Enrico faccia questi trasbordi lo lascio alla lettura, come alla lettura lascio il piccolo erotico mistero della morte nella toilette (ancora toilette ed ancora treni…). È una parte in inciso, che toglie poco agli occhi sgranati di Enrico. Impagabili.
Marco Malvaldi “In crociera col Cinghiale”
Qui il mistero è ben poca cosa, anche se congeniato decentemente: rapina nelle ville della Pineta di nostra conoscenza, ai danni di gente in crociera. E non è la prima volta (sembra quasi un replay di Manzini). Appurato quindi che Alice, il commissario che si accompagna con Massimo, non ha l’autorità di indagare su una nave, sarà lo stesso Massimo che si imbarca per una crociera. Il contorno goliardico lo lascio a chi si vuole dilettare degli spunti scurril-toscani di Malvaldi. La soluzione arriverà coniugando gli sforzi e scoprendo che, dell’allegra compagnia, non viene rapinato chi lascia le chiavi sotto il vaso in giardino. Tecnologico al massimo, e non vi dico perché.
Gaetano Savatteri “La segreta alchimia”
Questa è la new entry. Conosciamo Saverio, il “disoccupato d’oro”, la sua corte di svitati siciliani di San Vito lo Capo, la sua dolce metà lontana Suleima. E ci immergiamo in una fantastica escursione nella Praga kafkiana. Con voli Ryanair (stranamente puntuali), signorine di bell’aspetto, segreti industriali. Ma soprattutto Saverio, la sua souplesse, il suo modo di vedere la città cui da tanto ormai si manca, il suo stare con Suleima. Beandoci alle improvvide uscite del suo amico Peppe (l’infradito per Mala Strana è da ricordi ancestrali). L’intrigo qui è veramente poco significativo, se non per qualche risvolto da spionaggio internazionale. Ma il personaggio intriga. Se ne leggerà di più.
Alessandro Robecchi “Killer (La gita in Brianza)”
Questa volta, il nostro Carlo non si immerge in morti ed altre truculenze cui i primi libri mi hanno abituato, ma è coinvolto dall’amico Oscar nella ricerca di un cane nano di nome Killer, rapito ad una bonazza, tipo escort di un grande industriale (o banchiere o simile). La storia si complica solo perché, più che il cane si deve andare alla ricerca del collare dello stesso, un Löwenstein tempestato di diamanti da quasi 200 mila euro. Oscar, al solito, fa presto a scoprire ladro, motivi e proporre soluzione che accontenta tutti. Ma tutte le poche pagine sono solo percorse dall’andar su e giù per la Brianza, tra paesini dai nomi impronunciabili (per noi sudisti), osterie che comunque ci attirano. Giallo poco, mangiato abbastanza. Un rito di passaggio.
Alicia Giménez-Bartlett “Un vero e proprio viaggio” [tit. or. Un auténtico viaje; anno 2017]
Questo invece è forse il più giallo ed il meno viaggiante. Una studentessa torna a casa da Barcellona a Girona, e lì trova nella valigia un cadavere. Alicia è al solito più incisiva degli altri sul versante giallo (questione di passati libri memorabilmente scritti), anche se, da qualche inchiesta in qua, si fa prevedibile. Dalla terza pagina immagino che il padre della ragazza, non so per quale ragione, abbia le mani in pasta. Interrogatori, pedinamenti di un immigrato dell’est misteriosamente scomparso, cocaina che compare. Insomma, tutti gli ingredienti di un giallo. Che però non ha la forza né delle soste in trattoria che il grande Garzon impone alla riluttante Petra, né delle descrizioni dell’evolversi della famiglia allargata di Petra. Anzi, questa, al solito, mi risulta di più divertente approccio, con quella frase finale che riporto e che sottolineo. Andante.
“Il bello di un viaggio non è dove si va ma come lo si fa.” (275)
“Se una persona ragionevole … era capace di dire una sciocchezza pur di non vedermi soffrire, forse non mi restituiva la fiducia nelle mie capacità, ma di sicuro mi dimostrava un amore sincero.” (289)
Andrea Vitali & Massimo Picozzi “La ruga del cretino” Repubblica Noir 7 euro 7,90
[A: 01/09/2015 – I: 20/05/2017 – T: 22/05/2017] - & e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 350; anno 2015]
Dato che ormai sapete quanto mi sia interessato, e quanto abbia letto, del dottore-scrittore di Bellano, non certo susciterà meraviglia il fatto che possa criticare questo libro, uscito un paio di anni fa con tanto clamore. Credo scalò anche le vette delle vendite. Ma credo anche per poco. Che alla fine dei conti risulta essere, nonostante l’aiuto dell’ottimo Picozzi, un libro molto debole e confusionario. Fin dal titolo, che fa obliquo riferimento alla fisiognomica lombrosiana (che in qualche modo potrebbe entrare nel discorso come vedremo più avanti), ma che viene liquidato in un capitolo, con un esempio pratico appunto della stupidità di qualcuno. Stupidità che però, pur presente a vario titolo in vari personaggi, rimane isolata in quel capitolo. Tanto che personalmente, non ho proprio capito perché se ne faccia una sineddoche. Vitali è maestro nell’entrare nel sentimento minuto popolare, nel descrivere le vicende quotidiane del suo borgo e dei suoi abitanti dai nomi sempre improbabili. Non regge però se cerca di allargare troppo il tiro della sua scrittura. Qui con due elementi non consoni alla sua indole, anche se, credo, supportati dalla conoscenza e dalle doti di analista del crimine di Picozzi. Il quale ben aveva fatto, a suo tempo, nel sodalizio con Lucarelli, ma che, innestando le sue idee sulla scrittura di Vitali, se ne esce con un lungo romanzo un po’ sconclusionato. La parte Vitali è del suo semplice: Bellano, paesini intorno al lago, Villa Alba, Lezzeno, il prevosto, gli aiuti di sagrestia, le sempre complicate vicende della vita paesana, tra aiuti e sgarbi. C’è appunto la Serpe, donna che aiuta la canonica, con l’ultima figlia, la Birce, che, oltre ad una voglia bluastra in faccia, ogni tanto si assenta. C’è la signora della Villa, lì confinata in quanto amante di un uomo sposato, e necessitante aiuto domestico, che troverà nella Birce. Anche se questa, con le sue uscite di testa, sarà forse più peso che aiuto. Ci sono le donne di paese che vogliono scalzare la Serpe dal suo ruolo. E tanti piccoli intrighi. Questo è il mondo di Vitali, e questo, seppur con le sue lentezze degli ultimi tempi, si dipana abbastanza gradevolmente. Anche non sfruttando il tempo della vicenda, che si svolge nell’agosto del 1893. Periodi in genere forieri di belle storie nel mondo bellanese. Gli innesti suggeriti dal Picozzi sono in primis la vicenda degli ultimi anni della luminosa carriera di Cesare Lombroso. Il grande criminologo, nell’autunno della sua vita, si mette a percorrere una china difficile, abbindolato dalle magie di spiritisti ed altri alienisti. In particolare della truffaldina Eusapia Palladino, tra l’altro amica della donna di Villa Alba. Ora, la storia di Lombroso, stranamente, è veritiera, e ricalca quanto se ne può ricavare dalle varie biografie sparse qua e là. Compresa la “vicenda Palladino”. Su questa già difficile china, altro elemento spurio è la presenza di una serie di donne uccise senza ragione apparente. E noi sappiamo bene che un serial killer che uccide senza “metodo” è praticamente impossibile da smascherare. Qui, poi, il killer uccide le donne, con uno strano strumento di cui capirà la natura solo l’assistente di Lombroso, solo per dimostrare che per l’appunto il criminologo non ha le doti di preveggenza che vanta di avere. E che anche le sue teorie criminologiche sono “aria fritta”. Così invia un messaggio criptico-matematico, su cui tornerò poi, a Lombroso. E comincia ad uccidere donne casuali, solo perché ne ha l’occasione, lasciando loro in mano una copia dello stesso messaggio. Per una serie di circostanze, tutte fortuite poi, i personaggi convergono su Villa Alba. Eusapia per riposarsi da un tour in Svizzera, un giornalista perché la vuole intervistare, un amico del giornalista perché vuole incontrare Lombroso, Lombroso stesso perché ha bisogno dei consigli di Eusapia su questi strani messaggi, nonché (ma noi lo si capisce ben presto) l’assassino per motivi suoi che non entrano poi nel merito del filone principale del racconto. Con la solita cadenza di brevi capitoli, Vitali cerca di congiungere i vari pezzi, culminando in una seduta spiritica dove la Birce dà sfoggio di poter non razionalizzabili. Ma tutto scorre senza una vera presa sul lettore, che poco partecipa ad ogni cosa. Gli alienisti sembra abbiano qualche freccia al loro arco, e questo va contro il nostro intelletto normale. Lombroso sembra spaesato e senza nerbo, aiutato solo da lontano dalla figlia Gina, l’unica che sembra avere la testa sulle spalle. E l’assassino verrà scoperto e messo in condizioni da non nuocere anche lui in maniera quasi casuale. Ne gioverà, forse, il giornalista con un articolo. Ne gioverà l’amico dottore, che si innamora perdutamente di Birce. Gli altri avranno poco peso e poco spazio. Tutto è molto confuso, questa volta proprio perché i brevi capitoli alla Vitali non riescono a spiegare tutto. Neanche nelle solite fasi finali, in cui l’autore era aduso tirare le fila. Certo, le cose finiscono, ma a noi rimane il gusto di un caffè scaldato male. Ben altri risultati, ad esempio, ottiene Malvaldi quando innesta nelle sue storie personaggi storici, come Pellegrino Artusi o Ernesto Ragazzoni. Sono rimasto molto deluso. Delusione poi colmata nell’equazione finale. Il famoso messaggio criptico, che nessun conoscente o docente amico di Lombroso, riesce a decifrare, è contenuto nella seguente equazione: x’(t)=Ax(t)-Bx(t)y(t). Questa è la prima parte del sistema di equazioni di Lotka-Volterra per descrivere l’interazione preda-predatori; in particolare il termine riportato descrive il tasso di crescita delle prede. Purtroppo la scoperta dei due esimi matematici avviene solo nel 1925, mentre, come detto, il libro si svolge nel 1893. Una svista? Un tentativo di descrivere qualcosa come se fosse già analizzata? Certo Volterra già studiava nel 1893 equazioni differenziali ed integrali, ma se vogliamo dare al messaggio dell’assassino il significato appunto di esser lui un predatore in un mondo dove abbondano le prede, credo che gli autori abbiano commesso qualche errore un po’ troppo marchiano. Un già precario equilibrio di scrittura, precipita quindi vieppiù nel basso per errori formali. La matematica non è una scienza con cui si può scherzare.

PS: Mi scuso infine con Picozzi, cui per mezzo di traverse vie avevo fatto pervenire richiesta di delucidazioni e che tramite il prof. Bischi di Urbino mi ha fatto pervenire le seguenti spiegazioni:
"Mi sono preso la libertà di anticiparla di tre decenni, e di sfruttarla per l'ambito di applicazione predatore-preda. Senza essere troppo originale, abbiamo deciso di creare una figura simile al professor Moriarty da contrapporre a Lombroso (se il Moriarty letterario era un genio della matematica, il Lombroso reale era totalmente negato per la disciplina). Volterra è stato d'ispirazione anche perché nell'anno in cui abbiamo ambientato la storia (1893) era appena passato da Pisa a Torino, sede della cattedra del Lombroso."
Quindi, come mi aspettavo, la soluzione giusta era la seconda: una scelta, discutibile, forse, ma spiegabile come ha ben fatto l’autore.
Come detto, inizio di ottobre, quindi una ripassata alla quindicina di libri letti nel luglio omanita. Illuminati da due belle letture, quella recente di Gary Shteyngart e quella datata ma molto ben costruita di Zora Neale Hurston (due libri che mi sento di consigliere assolutamente). Ed un mese di letture in cui le scelte del Corriere della Sera sulla selezione di gialli anglosassoni continuano a non convincermi.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Ian Rankin
Corpi nella nebbia
Tea
11
3
2
Håkan Nesser
Il caso G
TEA
12
3
3
Gary Shteyngart
Storia d’amore vera e supertriste
Guanda
18,50
4
4
Håkan Nesser
Confessioni di una squartatrice
TEA
10
3
5
Zora Neale Hurston
I loro occhi guardavano Dio
Cargo
17,50
4
6
Clive Cussler & Jack Du Brul
Miraggio
TEA
9,90
2
7
Darwin & Hildegarde Teilhet
Il dardo piumato
Corriere della Sera Gialli
6,90
1
8
Chiara Gamberale
Per dieci minuti
Feltrinelli
9,90
3
9
Massimo Carlotto
La banda degli amanti
E/O
9,50
3
10
Edgar Wallace
Maschera Bianca
Corriere della Sera Gialli
6,90
2
11
Clive Cussler & Graham Brown
Terremoto
TEA
9
2
12
Marco Vichi
Fantasmi del passato
TEA
10
3
13
Horatio Winslow & Leslie Quirk
Svanito nel nulla
Corriere della Sera Gialli
6,90
1
14
Hunter S. Thompson
Paura e disgusto a Las Vegas
Bompiani
9,90
2
15
Andrea Camilleri
L’altro capo del filo
Sellerio
14
2

Per nostra fortuna, anche se non cantiamo vittoria anzi tempo, sembrano i problemi materni evolversi verso momenti positivi, mentre le vicende zio-nonnesche forse aspettano la luna piena. Allora ci si dedica a tutti i viaggi, avventurosi o meno, che si pensa di fare e di organizzare nei prossimi mesi. Sperando sempre io nel vostro aiuto.

domenica 24 settembre 2017

Il giallo è classico - 24 settembre 2017

O meglio i classici del giallo? Incominciamo una piccola rassegna di libri “di genere”, come dicono i grandi commentatori. In particolare, una collana dedicata ad una serie di libri, in genere, salvo qualche eccezione che segnalerò, pubblicati tra le due guerre. Nei paesi di lingua inglese. Essendo un discreto numero, invece dei soliti quattro, ve ne dedicherò 5 per volta. Incominciamo poi con alcune letture alte e basse. Tre inglesi e due americane, di cui una, quella di Mary Rinehart, interessante come dirò più avanti. Anche se, generalmente, non abbiamo delle punte assolute.
Herbert Adams “La stessa sera alla stessa ora” Corriere della Sera Gialli Anglosassoni 8 euro 6,90
[A: 14/03/2016– I: 13/01/2017 – T: 14/01/2017] - &&& ---
[tit. or.: The Chief Witness; ling. or.: inglese; pagine: 250; anno 1939]
Salutiamo con questa entrata, l’inizio di un nuovo filone di letture gialle, che ci accompagnerà per una trentina di volumi. Sono scritture che risalgono ai primi trenta/quaranta anni del secolo scorso, di scrittori e scrittrici di lingua inglese, e per la maggior parte poco noti o dimenticati. Visto che io leggo casualmente, non ho iniziato dal numero 1, che, per attirare lettori, era dedicato all’unico autore a tutt’oggi sempre noto e citato. Quel S. S. Van Dine, che ricordiamo sempre per aver dettato le venti regole da seguire per costruire un giallo ben fatto. Poi la collana parte proponendoci (e proponendomi) nomi di difficile rintracciabilità. Io, allora, comincio a parlarne partendo da questo “carneade” Herbert Adams. Tra l’altro, uno dei meriti indubitati della collana è quello di proporre, in fin di volume, una piccola sintesi biografica degli autori presentati. Scopriamo così che il nostro Herbert è londinese, nato nel 1874 (e morto a 84 anni), che benché volesse da sempre scrivere, solo a 50 anni riesce ad imporsi con un primo racconto giallo. Scriverà poi una cinquantina di romanzi, inseriti in quello che viene definito in termini inglesi “cosy (or cozy) mysteries”, dove la violenza non è mai eccessiva, e spesso l’investigatore non è un detective di professione. Più della metà di questi libri hanno per protagonista Roger Bennion, benestante e golfista di classe. Come questo romanzo, che è l’ottavo della serie. E che viene presentato con il solito titolo “anodino”, passando da “Il testimone principale” a questo riferimento della stessa sera alla stessa ora. Che ci pone subito nel pieno del problema: due fratelli muoiono (suicidio o omicidio) lo stesso giorno alla stessa ora. Mentre iniziano le indagini ufficiali, prende subito il centro della scena il nostro Roger, anche se qui non sfrutterà mai le sue doti golfistiche. Si cercano coincidenze plausibili, dovute al fatto che accanto ai due morti ci sono orologi che segnano la stessa ora. Ma Roger capisce subito che ci sono elementi non compatibili con due suicidi. Soprattutto uno. E se uno non è suicidio, sembra una coincidenza inverosimile che lo sia il secondo. Il primo, Alexander Curtis, è avvocato, con uno studio in comproprietà con l’avvocato Manson, la cui figlia Margot è fidanzata con Wilfrid, nipote per parte di moglie di Frederick Curtis, il secondo fratello. Questo, vedovo, ha una ditta di contabilità guidata operativamente da Foyle. Alexander vive anche more uxorio da dieci anni con Helen, con la quale ha un rapporto tempestoso. Vivono da sposi non potendo Helen divorziare fino a poco prima ma ora che possono sposarsi Alex si tira indietro avendo una storia con la pittrice Dreda. Helen sembra molto indiziata, anche perché mente sul suo alibi, pur essendo, nelle ore del crimine, ad uno spettacolo teatrale patrocinato da Manson. Ma le indagini su Alex si arenano, perché prende il sopravvento la causa del fratello, visitato nottetempo e senza motivi apparenti da Wilfrid. Che per una serie di indizi convergenti viene accusato dell’omicidio. Motivi validi e causa intricata. Nelle pieghe dei movimenti polizieschi, è tuttavia sempre Roger che trova fili nuovi. Trova la scatola di cioccolatini che Wilfrid sostiene di aver preso da Frederick. Smonta un testimone d’accusa. Toglie mattone dopo mattone la consistenza all’alibi di Helen. Tuttavia arriva ad un punto morto. Sembra poter dimostrare chi non ha commesso i delitti, senza arrivare a chi invece li ha perpetrati. Soprattutto, sembra non trovare motivazioni per gli stessi. Fino a che non capisce che Alex gestisce una serie di fondi fiduciari, che Frederick ne cura la contabilità, che Manson vive al di sopra dei suoi mezzi, che Foyle si comporta in modo decisamente ambiguo. Sarà un trust di sforzi che vede impegnato Roger in prima persona, anche a rischio personale, con il supporto di Margot ed in particolare di Dreda (personaggio veramente simpatico), a sbrogliare la matassa. Ed applicando fino in fondo il dettame di Van Dine, a spiegarci nelle pieghe finali del libro, le modalità, i retroscena e le conseguenze dei due omicidi. Tipico è fin dall’inizio il modo di presentare tutta la storia: a parte il tono (appunto cozy come si diceva) c’è una specie di introduzione dove alcuni personaggi parlano convivialmente per introdurre un tema, presente come leit motiv del libro. In questo caso “le coincidenze” (e si è capito perché). In maniera simmetrica, le ultime pagine sono dedicate a riprendere quegli stessi personaggi che commentano l’aderenza del testo all’assunto, ed eventualmente spiegano le cose che fossero rimaste incomprese nel testo. Alfine, si sente che è un testo datato, ma l’intreccio è solido ed anche a volte ingegnoso. Forse solo Roger e Dreda sono pienamente riusciti come personaggi, ma un buon inizio di lettura.
Joseph Smith Fletcher “Il mistero di Charing Cross” Corriere della Sera Gialli 26 euro 6,90
[A: 02/08/2016– I: 06/04/2017 – T: 08/04/2017] - && e ½
[tit. or.: The Charing Cross Mystery; ling. or.: inglese; pagine: 308; anno 1923]
Secondo libro della serie dei “Gialli Anglosassoni” della cosiddetta età dell’oro. Una serie interessante, anche se, per ora, gli autori letti sono alquanto datati. Come questo Joseph Smith Fletcher autore inglese assurto ad una discreta notorietà poco dopo la Prima Guerra Mondiale. Soprattutto perché lanciato in America da un lettore d’eccezione, l’allora presidente americano Woodrow Wilson. Poiché gli autori della collana sono abbastanza poco noti al grande pubblico, dedico anche due righe alla loro presentazione. In questo caso, Fletcher è un autore inglese (nato nel 1863 ad Halifax), che inizia la carriera come giornalista, ottiene una prima agiatezza sposando la scrittrice irlandese Rosamond Langbridge (figlia di scrittori e con una piccola rendita). Da cui avrà un figlio, Valentine, che diventerà reverendo cattolico protestante. Dopo una serie di poco brillanti libri storici, dal 1914 trova la sua vena nel romanzo poliziesco, di cui nel corso dei successivi 20 anni produrrà un centinaio di titoli. Il libro amato da Wilson fu “Delitto a Middle Temple”, del 1919, in cui rappresenta, oltre all’intrigo, l’influenza della carta stampata sulle indagini. Qui viene riproposto un titolo successivo, che, come detto, è datato in particolare perché, anche sviluppando decentemente li filone principale, perde pezzi lungo la strada. Risultando, alla fine, una lettura intellettualmente storica, ma poco riproponibile per i gusti attuali. Peccato che l’inizio è invece di buona levatura. Un giovane avvocato, Hetherwick, prende la metropolitana a tarda ora, e si trova in un vagone con due signori. Li osserva curioso, ne annota fattezze e discussioni. Poi, alla fermata di Charing Cross, uno dei due si sente male ed improvvisamente muore. Mentre l’altro, fugge indisturbato. Hetherwick, come testimone e per curiosità sua, si mette a disposizione della polizia, trovando una spalla nell’ispettore Matherfield. Qui cominciano le indagini. Trovano l’albergo del morto, dove risiede sua nipote Rhona. E già ci immaginiamo, a pagina 20, che Rhona e l’avvocato convergeranno in qualche punto del romanzo (anche se solo dopo quasi 300 pagine). Il morto pare sia un inventore (di cosa non si sa) ed anche ex-ispettore provinciale di polizia. Tra le sue carte, poi, i nostri trovano le tracce di una truffa perpetrata dieci anni prima da una signora di bell’aspetto, che trafuga con destrezza una collana di svariate migliaia di sterline. Tracce che si concretizzano in una foto, che ritrae senza ombra di dubbio l’attuale Lady Riversreade. Sembra tutto acclarabile: la signora, una volta truffaldina, sposa un ricco ed anziano lord, trova una stabilità e cerca di far dimenticare il passato. Non potendolo, perché il morto ne scopre le carte, tramite qualche complice, lo uccide. Ma questo facile impianto trova ben presto delle zeppe: l’amico del morto, quello fuggito, viene trovato morto a sua volta. Anche lui con potenti tracce di veleno. L’avvocato convince Rhona ad impiegarsi presso la Lady come segretaria per spiarne le mosse. E Rhona gli fa capire che la signora non può di certo essere chi sembra. D’altra parte, che cosa c’entra (se c’entra) l’invenzione che il morto dice di aver fatto? E chi è che incontra nei tre giorni che trascorre a Londra prima di essere ucciso? Dopo una prima metà decente, almeno per l’accumulo di interrogativi, Hetherwick mette in campo anche il suo segretario Mapperley, simpatico e ben introdotto in molti ambienti. Da qui, le cose precipitano. Mapperley scopre la frequentazione di tutte le parti in causa presso un locale notturno, gestito dal losco Baseverie. Mapperley scopre anche l’identità di un misterioso contatto del morto, l’elegante ma altrettanto infido Ambrose. Il tutto comincia a bollire nel calderone di accumulo di indizi ed altri rivoli poco allettanti quando: scopriamo che la Lady ha una sorella gemella, che è in realtà la finta truffaldina (finta in quanto mediatrice di gioielli ed ingannata da una rimessa in denaro che non arrivò in tempo), detta sorella è promessa a sua volta ad un Lord molto danaroso, l’invenzione del morto, poi, è un inchiostro nero molto fluido. Mapperley, senza tanti giri di parole, svela all’avvocato come possono essere andati i fatti, togliendo tutte il velo di mistero della storia, e facendola girare in una sordida vicenda poliziesca. Il morto contatta Baseverie e Ambrose, presentatesi come esperti tipografi, per vendere la sua invenzione. E nei convivi serali svela il mistero delle gemelle. I due lo avvelenano con un veleno a lento rilascio, che fa poco il suo effetto facendolo morire anzitempo. Parallelamente, decidono di appropriarsi dei gioielli di cui tratta la signora promessa sposa, e per farlo la rapiscono, insieme a Rhona. Qui scatta la furia dell’avvocato, che, aiutato da polizia e Mapperley, scopre i vari passi, trova la prigione, trova Ambrose avvelenato a sua volta, convince Matherfield a seguire le tracce di Baseverie fino a farlo arrestare, non senza prima aver liberato la sua bella. Ma tutta questa seconda parte è molto arrugginita, non dà quelle piacevole sensazioni della prima parte, dove nasceva il mistero. L’uso di gemelle dal comportamento divergente è alquanto banale. L’inchiostro nero non sembra poter essere quel potente strumento come viene descritto. Hetherwick, che all’inizio sembra ragionare molto, poi si perde (quando entra in campo l’amore) e senza il segretario non caverebbe un ragno dal buco. Insomma, una buona idea iniziale, che non si è saputo sviluppare, e si è risolta facendo scendere e di molto il livello del romanzo. Non sarebbe male allora l’idea di trovare una buona penna che sapesse riscriverlo seguendo le mode del XXI secolo, magari cercando di non dimenticarsi pezzi e soluzioni lungo la strada.
Nicholas Brady “La casa degli strani ospiti” Corriere della Sera Gialli 9 euro 6,90
[A: 21/03/2016– I: 18/06/2017 – T: 21/06/2017] - &&& -
[tit. or.: The House of Strange Guests; ling. or.: inglese; pagine: 280; anno 1932]
Continuiamo la da poco intrapresa lettura di questi gialli anglosassoni, cercando anche di districarci tra inglesi, americani ed altre nazionalità. L’autore, in questo caso, nasce a Manchester, con il nome di John Turner. Poco propenso agli studi, si dedica subito alla scrittura. Sia da giornalista sia da scrittore, di racconti prima, di romanzi poi. Come tutti coloro che all’epoca tra le due guerre, scrivevano e molto, decide di utilizzare una serie di pseudonimi. Ognuno legato ad un personaggio. Così, da Turner scrive delle vicende del reporter Amos Petrie. Utilizzando lo pseudonimo di David Hume, ci parla dell’investigatore Mike Cardby. Infine, con questo Nicholas Brady, ci parla invece dell’eccentrico reverendo Ebenezer Buckle, appassionato orticoltore, cultore di lettere classiche, nonché fratello di uno dei capi di Scotland Yard. Motivo per cui, spesso e volentieri decide di dare una mano alla polizia per la risoluzione dio intrighi misteriosi. Rimarcando di passaggio che in 15 anni di attività pubblica più di 45 libri, nonché sottolineando la sua morte poco pubblicizzata per tubercolosi, visto che aveva i polmoni devastati dalla allora poco salubre aria di Manchester, possiamo anche passare a gustare lo scritto con cui il reverendo Buckle muove i primi passi nell’ambiente del crimine. Nonostante gli ottanta anni, infatti, la scrittura è discretamente scorrevole, e la trama, pur con qualche involuzione, si segue in modo discreto. Tra l’altro (almeno stando a quanto dicono di lui sul web) l’autore era più propenso alle storie d’azione. Mentre qui abbiamo un giallo classico, tutto basato su interrogatori e discussioni. Tutto comincia con la comunicazione alla polizia della morte di uno strano tipo di londinese, Maurice Mostyn. Morte comunicata dal maggiordomo Summers. L’ispettore, che sarà il filo conduttore del libro, anche se non il risolutore, come vedremo, si reca sul posto e scopre alcune stranezze. Non tanto per la stanza da bagno, chiusa e quasi sigillata ove si trova il morto, quanto nelle strane frequentazioni della casa. Dove, periodicamente, si tengono riunioni d’aspetto conviviale, ma che scopriamo presto celare altro. L’ispettore Hallows infatti comincia ad interrogare i cinque ospiti della casa. Scoprendo prima di tutto che Raymond Simms cela in realtà il reverendo Buckle, nella casa sotto mentite spoglie per richiesta di un suo parrocchiano vittima di un raggiro da parte di Mostyn. Questo è in realtà il vero mistero della casa: Mostyn è a capo, o è coinvolto, in un grande giro di truffe e ricatti, in special modo verso persone sposate che fanno scappatelle. Anche altri tre ospiti della casa, in realtà, non sono altro che vittime di questi ricatti: miss Lois Willing, Ralph May, miss Sonia Wether. Non così Andrew Posten, che, dopo indagini ed agnizioni da parte di Buckle, si scopre essere un truffatore anche lui. Anzi un accolito di Mostyn, che aiutava proprio nel raggirare sprovveduti. Dall’interrogatorio di Posten scopriamo infatti il meccanismo, grande e perverso, delle truffe: il gruppo di Mostyn (perché scopriamo che forse il morto è solo un parafulmine) individua possibili ricattandi, passandoli a diversi truffatori di media tacca. Quando i ricatti si bloccano, per miriadi di motivi diversi, i truffati vengono invitati a casa Mostyn, che, con le sue arti oratorie ed altre opzioni di ricatto, rimette tutto sulla retta via del crimine. I piccoli truffatori lavorano quindi a percentuale. Ed i quattro presenti in casa (i tre ricattati ed il piccolo truffaldino) per motivi diversi avevano bisogno di Mostyn: chi perché stufo o impossibilitato a pagare, chi, come Posten, perché voleva alzare la propria posta. Lo strano è che Mostyn, quando ascolta i suoi ospiti, non dà mai una risposta immediata. Come se dovesse pensarci su. O come se dovesse consultarsi con qualcuno. Saranno le arti indagatorie di Blake, costruite passo passo con i successivi interrogatori e l’analisi delle varie stanze della casa, che porteranno alla più classica delle soluzioni. Che non vi dico, ma che potete immaginare, perché il colpevole è sempre … Perché e come lo lascio alla discreta lettura del libro. Che scorre appunto con grazia, con una scrittura discretamente sciolta, e con una buona dosa di affastellamento di indizi, proprio come in un classico degli anni Trenta. Una lettura piacevole, e stimolante per gli amanti del genere. Forse anche per chi vuole passare qualche ora estiva a leggere un libro discreto e ben costruito. Certo, c’è qualche caduta di tono, spesso dovuta agli 80 anni passati dalla scrittura, con ovvi debiti rispetto alla modernità. Tuttavia, meno di quanto mi sarei aspettato. Una bella prova, insomma, seppur non eccelsa.
“Terenzio: quanto spesso le cose che non osiamo nemmeno sperare accadono per puro caso.” (271)
Mary Roberts Rinehart “L’uomo nella cuccetta n.10” Corriere della Sera Gialli 3 euro 6,90
[A: 09/02/2016– I: 26/06/2017 – T: 28/06/2017] - &&&
[tit. or.: The Man in Lower Ten; ling. or.: inglese; pagine: 295; anno 1907]
Eccoci ad un altro caposcuola del genere. Anche se non so come si dica caposcuola al femminile. Una maestra del genere, e questa volta americana di Pittsburgh e non inglese. Una scrittrice dell’Ottocento (di nascita) che per una serie di rovesci familiari (andate a vedere la biografia su Facebook se volete, io certo non ne ho spazio qui), ed avendo facilità di scrittura, inizia a produrre racconti, e poi (a puntate, come si usava un tempo) romanzi. Come questo suo primo che, nonostante i 110 anni, ancora si fa (abbastanza) leggere. Sottolineo abbastanza, che, ed è ovvio, risente dell’età, del clima di scrittura. Ma anche di quello che poi sarà la cifra stilistica di Mary. Quella specie di finto stupore, per cui i protagonisti stanno lì, guardano gli avvenimenti, e ad un certo punto dicono: “Se lo avessi saputo …”. Tanto che questo modo di scrivere venne proprio così etichettato (“Had I but Known - HIBK”). Sarà meglio espresso nel suo secondo libro, intitolato “La scala a chiocciola”, anche se non ha nulla a che vedere con il film di Siodmak del 1945 (tratto dall’omonimo libro dell’altra grande scrittrice HIBK, Ethel Lina White). Anche perché qui il personaggio principale è un uomo, rispetto alle donne che in genere sono il motore dell’HIBK. Un giovane avvocato, Lawrence, che viene coinvolto in una serie di avvenimenti, la maggior parte dei quali sembrano fortuiti. Lawrence ha uno studio con l’amico McKnight, entrambi impegnati in una causa per truffa intentata dal vecchio Gillmore al noto ma mai condannato truffatore Bronson. McKnight ha anche l’inizio di una storia con Alison, la nipote di Gillmore. Tutto nasce quando Lawrence, dopo aver fatto riconoscere delle cambiali falsificate da Bronson, deve tornare in treno da Pittsburgh a New York. Treno dove salgono un anziano e scorbutico signore, abbastanza alticcio. Un misterioso mr. Sullivan con la sorella, che si scopre essere figlia dello scorbutico. Una donna misteriosa, che ad un certo punto scopriamo essere Alison. Lawrence ha la cuccetta numero 10, ma quando va a prendere posto per la notte scopre che è occupata dallo scorbutico, ubriaco e dormiente. Si mette allora a dormire nella cuccetta numero 9, con a fianco la borsa con i documenti. Di notte, insonne, va a fumare una sigaretta, quindi torna in cuccetta. La mattina scopre che sono scomparsi sia i vestiti che la borsa. Scopre inoltre che sta dormendo nella cuccetta 7, né 9 né 10, quindi. Scoprendo alfine che l’uomo nella cuccetta 10 è stato ucciso. Per una serie di circostanze, tutti gli indizi puntano su di lui. Quand’ecco il primo colpo di scena: un treno sperona il nostro facendo una catastrofe di lamiere e morti. Per strada, quasi incolumi, si ritrovano Lawrence (con un braccio rotto) e Alison. Che da questo momento cominciano un sodalizio di prendere e lasciare: un po’ si avvicinano, sembra che sbocci qualcosa, poi, soprattutto a causa di Alison, tutto si allontana. Perché il meccanismo complesso che la brava scrittrice ha messo in piedi si arricchisce, capitolo dopo capitolo, di nuovi ed inquietanti elementi. Si scopre che il morto è tal Harrington, la cui figlia sposò il truffaldino mr. Sullivan, che, non avendo soldi né di suo né dalla famiglia della moglie, fugge in Italia dalla sorella. Dove conosce Alison, e intortora uno stratagemma complesso per ricavarne denaro. Sposarla, pur in bigamia, passare qualche anno in Italia, e poi spolparla del denaro dello zio Gillmore. Nel frattempo, visto che qualche truffa deve fare, diventa il braccio sporco di Bronson. Che lo manda sul treno per recuperare le famose cambiali. Quindi, nel momento culmine della vicenda, sul treno abbiamo: il signor Harrington con la figlia Ida, quella sposata dal truffatore in prime nozze, il signor Sullivan con la sorella Alice ed Alison, la signora Conway, vecchia fiamma di Bronson che cerca anche lei le cambiali per costringerlo a sposarla, nonché l’ignaro Lawrence. Per una serie di disguidi che capirete leggendo, avvengono morti, cambiamenti di posto, nonché il famoso incidente, dove l’unica persona che muore è Alice. Sullivan si ritrova inopinatamente le cambiali, che consegna alla signora Conway, che ha un alterco con Bronson in seguito al quale… Ida è ricoverata in ospedale, ma ormai è anche ereditiera. E poi… beh, non vi dico tutto, anche se fortunatamente nei capitoli finali, la scrittrice, obbedendo alle future “leggi Van Dine”, spiega e ricapitola tutti gli avvenimenti. Di striscio, noto anche che c’è una specie di investigatore dilettante, tal Hotchkiss, che aiuta Lawrence in vari frangenti, ma che ha anche la peculiarità di abbozzare teorie sugli avvenimenti, però sempre sbagliate. Il romanzo, alla fine, risulta un po’ pesante, che ci si perde a seguire tutte le persone, a ritrovarle, a capire chi fa cosa e quando. Ma lo stile HIBK aiuta molto a rendere fresco il narrare di Lawrence. Con una chicca d’avanguardia: Lawrence capisce che la sua teoria del ladro che lo deruba sul treno è corretto vedendo al cinema un cinegiornale che mostra le fasi dell’incidente ferroviario ripreso da un aereo che sorvolava la zona. E dal filmato si vede appunto che, quando il treno rallenta, un uomo salta giù dall’ultimo vagone. Un uso veramente all’avanguardia del mezzo cinematografico. Insomma, d’epoca, ma di una buona epoca.
“L’amore è come il morbillo … più da vecchio lo prendi, peggio è.” (130)
Darwin & Hildegarde Teilhet “Il dardo piumato” Corriere della Sera Gialli 14 euro 6,90
[A: 26/04/2016– I: 10/07/2017 – T: 13/07/2017] - & e ½
[tit. or.: The Feather Cloak Murders; ling. or.: inglese; pagine: 281; anno 1936]
Nuova lettura dei gialli anglosassoni, con un piccolo paragone interno che mi è subito venuto in testa: la differenza tra gli anglosassoni inglesi e gli analoghi americani. Con una netta prevalenza, nelle mie simpatie, dei primi sui secondi. Laddove l’inglese punta molto sul ragionamento, e l’americano sull’azione. Sarà uno stereotipo, ma risulta (quasi) sempre vero. Anche qui, dove i coniugi Teilhet cercano, in qualche modo, di coniugare le due anime del giallo creando un ponte sull’atlantico. Perché, benché originari dell’Illinois, i due hanno una cultura anche europea, con studi parigini e viaggio di nozze sul lago di Como. Sarà Darwin (con questo bel nome evoluzionistico, complementato da un indecifrabile secondo nome che fa “LaOra”, e che non sono riuscito a decifrare), da giornalista, a capire che scrivere gialli negli anni Trenta permetteva di tirar fuori un po’ di soldi con non tanta difficoltà. Dopo alcune prove in solitario, decide di unire le forze con la moglie Hildegarde, creando uno strano tipo di detective, che affascinerà l’immaginario americano, lasciando noi di qua dell’Oceano un po’ freddini. Dopo una serie di libri su questo detective, Darwin riprenderà la scrittura solitaria, con fortune alterne ma costanti. L’idea avvincente dei due era quella di prendere un tipico esemplare europeo e farlo piombare di sana pianta nel milieu americano. Tuttavia, ma questa è una nota personale, non credo che riuscirà mai a scalare le vette del mio piacere seguire le vicende del protagonista che si chiama “barone Franz Maximilian Karagoz von Kaz”!!! Tralasciando quindi i dispiaceri personali, veniamo anche alle scelte editoriali fatte, che questo non è neanche il primo dei libri con al centro il barone. Così che intuiamo anche altre trame ed altre connessioni, solo per sentito dire, rimanendo confusi. Come confusa è buona parte della prima metà del libro. Saranno gli ottanta anni che sono passati, ma noi siamo ormai abituati a tutt’altro modo di porgere i personaggi. Mentre qui, devo dire, anche io ho fatto fatica a capire chi sia Bolton, chi sia Sargent e chi sia Preacher. Intanto vi dico, visto che nel libro è omesso, che il barone Franz era un poliziotto viennese (forse addirittura capo della polizia locale), fuggito dal Vecchio Continente per sottrarsi a qualche bega, personal e politica. Di cui intuiamo bene solo la seconda, visto che siamo nel ’36, e che Hitler sta facendo passi da gigante sulla scena politica internazionale. Quella personale, purtroppo, veniva narrata nel primo volume della serie, e non sono riuscito a ritrovarla. Il barone, tuttavia, fuggito, ha molte frecce al suo arco: capacità deduttive, possibilità di frequentazioni alte, ed altre “nobili” motivazioni per diventare un buon investigatore americano. Che inizia il libro facendo da guardia del corpo ad un giapponese minacciato di morte. Sulla nave che dal Giappone li porta alla Hawaii, ci sono i tre di cui sopra, nonché un quarto personaggio, quello che minacciava il giapponese. E che sulla nave muore colpito dal dardo del titolo. C’è anche una bella signorina nell’entourage dei colpevoli, assassini o assassinati, su cui torneremo. Ed una vicenda che si svolge tutta nelle belle isole del Pacifico, quasi si fosse già in un libro di Biggers e del suo commissario Charlie Chen. Devo dire che, fortunatamente, lo spirito inglese di Darwin consente alla coppia di seminare indizi che ad un attento lettore porteranno alla soluzione ed al “vero” colpevole. Anche dopo una serie di colpi di scena, di finti finali, di agnizioni ed altro. Tuttavia, gli indizi sono calati in una scrittura un po’ ingarbugliata, che si fa fatica a decrittare. Anche le motivazioni degli omicidi rimangono alquanto oscure (vi dico solo che anche il giapponese farà una brutta fine), tanto che mi limito qui a sconsigliarne la lettura se non ad appassionati e masochisti vari. Come ha scritto una lettrice più attenta di me, tanto per fare un esempio di come la scrittura sia andata in modo diverso dai voleri degli autori, pensiamo alla bella Mary che, nel bel mezzo di una bufera con tuoni, lampi e fulmini, sotto un acquazzone torrenziale, si arrampica per un terreno impervio di roccia lavica scivoloso di brutto, in compagnia del barone che, fino a due giorni prima, non ha preso in considerazione neanche per un tè, per raggiungere una caverna ove, presumibilmente, incontreranno un altro tale che ha già fatto fuori due persone con successo e tentato di assassinare un bambino di otto anni a badilate e che l’unico pensiero che riesca a formulare sia: “E se lui le avesse chiesto di sposarla? Cosa avrebbe risposto?”. Forse volevano creare una situazione ironica. Ne esce fuori solo una lettura patetica.
Finale di settembre sempre più complicato, con inizio anche di una nuova stagione nelle cure di mia madre. Un mese molto dedito alle vicende familiari, che speriamo si avviino ora verso lidi migliori e meno agitati. Per il resto, sto alla finestra di altri avvenimenti e vicende, accumulo notizie ed idee. Speriamo si sciolga tutto in una nuova stagione positiva per tutti. 

domenica 17 settembre 2017

L'aroma è svanito - 17 settembre 2017

Un titolo che non c’entra nulla, ma che rimanda ad una poesia cinese che cito più avanti, e che trovo imperdibile nella sua impalpabilità. Mentre trovo assolutamente perdibile il nuovo episodio di Kay Scarpetta, e solo mediamente leggibile lo sforzo a quattro mani della coppia Patterson & Paetro. Rimane l’ispettore Chen, che si barcamena tra bassi e medi, ed il solito, immarcescibile Bosch di Connelly, con quell’omaggio a Formanek che Carlo non potrà che condividere.
Patricia Cornwell “Polvere” Mondadori euro 13 (in realtà, scontato a 12,35 euro)
[A: 01/03/2015– I: 21/03/2017 – T: 25/03/2017] - & e ¾   
[tit. or.: Dust; ling. or.: inglese; pagine: 417; anno 2013]
Stiamo scherzando? Questo, un nuovo episodio della saga “Scarpetta”? Manca praticamente di quasi tutti gli elementi che ne hanno fatto, nel tempo, una delle serie migliori, e forse maggiormente seguita (insieme a Bones). Ora (anzi quattro anni fa) la nostra Patricia ci fa uscire un volume che, come forse giustamente ha detto qualcuno nella rete (scusate la scarsa citazione, ma mi è sfuggito) è un libro adatto ad un anatomopatologo, e non a noi lettori. Più o meno compulsivi. Più o meno amanti della scrittrice. Un solo esempio, prima di narrare qualcosa. Kay viene avvertita della necessità di un’analisi di un cadavere. Tra la telefonata e l’arrivo sul posto, scontando anche il fatto che debba aspettare la vengano a prendere, Patricia impiega quasi cento pagine. Manca solo che ci si metta a descrivere tutte le piante del giardino di casa Kay e del campo sportivo del MIT poi, e siamo a posto. Non solo, ma tra divagazioni varie, ci narra almeno due volte che una vittima di un certo delitto su cui sta indagando il marito, indossa mutandine non sue. Poi, dopo che ci narra tutto per filo e per segno, tanto che “condensa” tutta la giornata in 400 pagine (!), ci spiattella le ultime mosse in una decina di pagine scarne e con dei salti qua e là, come se noi si dovesse sapere già tutto. Intanto c’è un piccolo salto temporale tra l’ultimo libro (“Il letto di ossa”) dove la troviamo coinvolta in varie vicissitudini legali, e questo dove si narra a più riprese una sua presenza sul campo per l’analisi di una strage tipo Columbine, ma di cui non c’è altra traccia nei suoi libri precedenti. Inoltre, Marino, un tempo fido collaboratore sia in polizia sia nel Centro di Medicina Legale messo in piedi dalla famiglia Scarpetta, si è dimesso ed è tornato a fare il poliziotto. Lucy, la nipote mago dell’informatica, si è a sua volta messa con tale Janet (che non ricordo se fosse una sua vecchia fiamma o una nuova). Infine, il marito Benton, da sempre legalista e legato a filo ennuplo all’FBI, sembra stufo dei bastoni che vengono messi alle sue ruote, anche perché il suo nuovo capo, Ed Granby, non sembra granché affidabile. Comunque per quelle prime cento pagine assistiamo alle peregrinazioni mentali di Kay, tra l’altro influenzata, che saltabecca qua e là nel suo passato, come per farci riprendere le fila di un discorso interrotto. Poi, analizzando la morta, trova strani collegamenti con le morti di tre persone a Washington, su cui indaga l’FBI e di cui non dovrebbe sapere nulla. Complichiamo il tutto: Gail, l’ultimo cadavere, è anche in affari con Lucy su progetti avveniristici di “app” per aiutare indagini legali. Ma Gail fa il doppio, se non il triplo gioco. Intenta una causa al suo precedente ufficio, il “DoubleS” sostenendo che le ha fatto perdere soldi, ma cercando sottobanco di rubare le app di Lucy e rivenderle proprio alla società cui fa causa. Benton, nelle more, non è convinto delle tracce di DNA trovate sui cadaveri della capitale, che farebbero risalire l’assassino ad un tizio coinvolto nella morte della madre quindici anni prima e poi scomparso. Kay ha anche l’intuizione che ci possa essere stato un cattivo uso delle banche dati federali. Cosa che ci porta ben presto a sospettare che l’FBI centri, e non poco. Quindi mentre scorrono le poche ore del racconto, ben diluite nelle lunghe pagine, abbiamo modo di vedere: Kay che risale alla morte della Gabriela madre del presunto killer, Kay che mette in mora il patologo che effettuò le analisi del tempo, Kay che utilizzando il software avveniristico di Lucy, tramite vecchie registrazioni video della scena del delitto, capisce che sulla scena era presente qualcun altro, oltre al presunto killer. Che non poteva essere l’assassino in quanto, all’epoca, ingessato ad un braccio. Intanto avvengono altre morti, così come in un “Criminal Minds” d’annata. Una signorina imbottita di droga si butta dal sesto piano. Lo psicologo che l’ha in cura muore in un incidente stradale che ben presto si scopre essere un omicidio. E tre persone, tra cui Lombardi e moglie che ne sono titolari, vengono uccise nella super-controllata sede della “DoubleS”. Analizzando quest’ultimo delitto (anzi delitti), e trafugando il server della società Kay, ma soprattutto Lucy, hanno modo di ricostruire i legami tra Lombardi e Granby, l’ascesa di quest’ultimo dopo il delitto di Gabriela, il collegamento tra Gail e la terza morta nella sede societaria. A questo punto, nelle ultime pagine, al solito di corsa, Benton tira fuori anche lui un asso dalla manica, collegando il terzo incomodo sulla scena del delitto, Lombardi ed un misterioso inserviente di un circo. Asso mancante della catena, che lo vede agire da serial killer per conto di Lombardi, anche perché ne usava il prodotto che la “DoubleS” commercializzava sottobanco, e cioè una potente droga sintetica. Che aveva portato la signorina di cui sopra ad una overdose allucinatoria. Che il killer aveva dovuto prima uccidere una tizia a Washington (originaria però del Massachusetts) che metteva in pericolo Lombardi (e con Lombardi, Granby). Il killer, fuori di testa per la droga, perde poi il controllo, uccide a più non posso, tra cui Gail (che però muore per una sfortunata serie di coincidenze), e poi fa la strage di cui sopra, perché… Insomma, 400 pagine di discussioni da tavolo anatomiche e una ventina per risolvere il caso, mettere tutti gli attori al loro posto. Con il colpevole che, praticamente, non compare mai se non quando… Beh, qualche puntino di sospensione ve lo meritate. Patricia Cornwell sta forse legandosi troppo a tutta quella catena di film “crime” americani, che perde di vista la scrittura di un buon giallo. Continuiamo a sperare in una risalita, anche se la vedo dura.
“Hai una pistola sotto quella giacca o sei semplicemente contento di vedermi?” [solita frase ammiccante attribuita a Mae West, che l’attrice non pronunciò mai] (80)
Michael Connelly “La scatola nera” Piemme euro 13 (in realtà, scontato a 10,40 euro)
[A: 21/03/2016– I: 22/04/2017 – T: 24/04/2017] - &&& e ½
[tit. or.: The Black Box; ling. or.: inglese; pagine: 364; anno 2012]
Come dice anche l’autore in un sentito ringraziamento finale (che contiene anche altro di cui non anticipiamo il contenuto), Connelly si trova qui al suo 25° libro. Non è certo poco, anche considerando che molti di questi libri hanno avuto un discreto successo commerciale (si dice che i suoi libri con Bosch abbiano superato le 50 milioni di copie vendute). Anche qui il nostro Harry prosegue nel suo lavoro nei “Cold Case”, ma, essendo un evento celebrativo, l’autore si inventa una trama altrettanto celebrativa. O, come si dice spesso, autoreferenziale. Qui infatti Bosch comincia ad indagare sulla morte di una giornalista danese, avvenuta durante la sommossa di Los Angeles che seguì il “caso Rodney King”. Con l’aggiunta che fu proprio Bosch, nel 1992, a scrivere i primi referti sul caso, aiutato dalla Guardia Nazionale, lì presente per far fronte ai disordini. Ma questi presero presto il sopravvento, e Anneke finì negli scaffali dei casi irrisolti. Ora, 20 anni dopo, la comparsa di una pistola dà modo ad Harry di riaprire il caso. Seguendo tutta una serie di citazioni trasversali, il nostro detective in attesa di pensionamento (ormai mancano due anni e mezzo, secondo quanto scritto nel 24° libro), risale una china di indizi per arrivare a qualcosa. Ponendosi alla ricerca di quella che un suo collega anni ed anni prima gli aveva indicato come elemento di svolta. Come per i disastri aerei, Harry è alla ricerca della scatola nera. Lì serve per ricostruire gli ultimi momenti prima del disastro, qui, nei casi polizieschi, caldi o freddi, serve per ripercorrere momenti ed istanti che hanno portato qualcuno a commettere un crimine. Harry pensa di averla trovata nella pistola, ne segue le tracce, trovandone un primo filo attaccato ad un criminale che l’ha usato per un omicidio. Poi la pistola compare in altri omicidi, compiuti da persone diverse, ma tutte appartenenti alla stessa banda. E tutte riportano ad un elemento di spicco della stessa, purtroppo ormai morto. Ed infine ad un cortile vicino a dove fu trovato il corpo di Anneke. Cortile dove abita un altro componente della banda, e dove finalmente trova la pistola. E con questa risale alla sua origine: guerra in Iraq dei primi anni ’90. Guerra dove fotografava anche il reporter Anneke. Harry capisce allora che deve seguire, anche, i movimenti della giornalista. Con l’aiuto del fratello danese e del giornale di lei, risale a tutti i movimenti di Anneke, e ad un file di foto di guerra e di sollazzo presso la base navale di Bassora, dove si riposavano i militari impegnati nella guerra. Poi a Berlino, ed infine in giro per l’America. Come se Anneke cercasse qualcosa, come se non fosse capitata a Los Angeles per i disordini razziali, ma seguendo un suo personale filo. Ed è questo filo, questa scatola nera, che Harry riesce a trovare, collegandola ad una strana telefonata ricevuta dieci anni prima dalla cittadina di Manteca, California. Inciso, ci sono passato l’anno scorso andando da San Francisco allo Yosemite Park. Passateci se volete capire l’America. Se volete capire Trump e chi lo ha votato. Perché l’America non è (solo) New York, Boston o San Francisco, ma Manteca, Modesto, Stockton e perché no, Winslow “standing on the corner” come cantavano gli Eagles. Ma torniamo alla pistola, all’Iraq, alla Guardia nazionale che guidava i camion nella Guerra del Golfo, che si riposava a Bassora, che aiutava la polizia per arginare i disordini del ’92. Harry risale i fili della scatola nera, sino ad un quintetto che proviene proprio da Manteca. Uno è morto anni prima, uno guida ancora i camion, un vende auto usate. Ma Carl è uno dei più ricchi della zona, e Drummond è lo sceriffo della vicina Modesto, ed aspira ad una carriera politica. Possiamo ora capire la successione degli avvenimenti. Senza che vi dica io chi è il “colpevole ultimo” (o primo?). Harry risolve tutto, inaspettatamente aiutato dalla poliziotta che sta indagando su di lui per presunti abusi amministrativi. Ma questa è un’altra storia, una storia nella storia, importante e marginale al tempo stesso. Di quelle che servono a Connelly per riempire la vita dei suoi personaggi. Come la riempie con Maddie la figlia, sempre più simpatica, e sempre più avviata, nel futuro, ad una carriera poliziottesca. Come la riempie con il suo nuovo amore, la simpatica Hannah, che comincia anche ad avere un rapporto non conflittuale con la figlia di Bosch. Elementi di complemento, gradevoli per il clima generale, non sempre funzionali a tutti. Ma Connelly prova a descriverci momenti di vita, anche se ai margini. Anche perché sono quelli che riempiono la vita proprio di quel mondo americano che nostri intellettuali spesso faticano a penetrare. Tuttavia le cose migliori, personalmente, sono, come dal primo libro su Bosch, le citazioni musicali. Qui, con un profluvio di accenni ad Art Pepper, ed al suo sassofono. Ed uno, che sottolineerò per tutta la vita, a Michael Formanek. Un bassista molto interessante (vero Carlo?), nato un 7 maggio di sessanta anni fa (imperdibile, no?).
Qiu Xialong “Cyber China” Marsilio euro 13 (in realtà, scontato a 9,75 euro)
[A: 19/10/2015– I: 01/05/2017 – T: 06/05/2017] - &&& --
[tit. or.: The Enigma of China; ling. or.: inglese; pagine: 315; anno 2013]
Siamo già all’ottavo libro che Qiu Xialong, professore emigrato negli States dove insegna letteratura cinese, dedica alla saga dell’ispettore Chen. Ispettore atipico, che nasce come poeta e traduttore. Ma che è servito all’autore, fino ad ora, per illustrare i modi e gli sviluppi del “comunismo alla cinese”. Toccando via via diversi punti nodali: i nuovi ricchi, la burocrazia, il comunismo prima e dopo il mercato, la rivoluzione culturale. Arrivando ora ad un punto cruciale ed irrinunciabile: il rapporto tra il potere e internet. Un rapporto difficile e conflittuale in quasi tutti i paesi che hanno ferree censure di stato (oltre all’esempio cinese di cui qui si parla, mi viene subito in mente la Turchia, ma questo è un altro discorso). Il grosso problema con i libri di Qiu è che, addentrandosi sempre più nella disamina del mondo cinese attuale, perde di vista, e di molto, l’aspetto “poliziesco” iniziale, usandolo solo come spunto, ma lasciandosi poi trasportare da altro. Il secondo aspetto è l’uso di categorie sociali e politiche molto locali, che con una grossa difficoltà noi occidentali non cinesi riusciamo a decrittare. Per questo secondo aspetto, ad esempio, una grossa parte del libro è basata su un meccanismo molto in voga in Cina, conosciuto con il nome “motore di ricerca di carne umana”. Per spiegarlo, faccio il seguente esempio, preso da un articolo su questa questione pubblicato in rete da Ivan Franceschini. Su di un sito (un blog, un forum) viene postata una notizia (o un video o una foto) chiedendone informazioni. Gli utenti (“la carne umana come ricercatori”) si attivano riuscendo a trovare tutti gli elementi del caso (nell’articolo, un’infermiera che tortura un animale con la scarpa), trovando quindi “la carne umana come ricerca”. Questo meccanismo è molto usato in Cina dove non tutti gli accessi ad Internet sono consentiti, quindi i “ricercatori” usano mezzi extra-web per trovare le informazioni. Magari poi riversandole sui pochi siti consentiti e controllati. Scusate la lungaggine, ma questo punto è il centro del romanzo: viene messa in rete una foto di un “potente” che fuma delle sigarette costose e non consentite al suo rango. Da qui viene trovato, inquisito, tratto in arresti domiciliari in un albergo, dove pochi giorni dopo muore. Omicidio o suicidio? Il nostro Chen è coinvolto nelle indagini, anche se non in prima linea: il morto sembra avere avuto accesso a fondi non consentiti, indaga la polizia segreta, ed altre cineserie. Ma, non essendo arrivati ad una incriminazione del morto, la polizia, e quindi Chen, deve comunque essere presente. Per tutto il resto del romanzo, Chen va in cerca di informazioni, aiutato da una giovane giornalista, verso cui sembra avere qualche propensione amorosa. Peccato che Lili sia sempre presente nei momenti cruciali, spesso anche un passo avanti a Chen. Che tuttavia non si impegna fino a che non viene ucciso un suo collaboratore che sembra aver avuto alcune intuizioni sui meccanismi della gogna verso Zhou (questo il nome del morto). Il tutto sempre farcito da citazioni di poesie cinesi che, qui lo dico per l’ottava volta, visto che è l’ottavo libro, mi lasciano freddo e distante. Apro una piccola parentesi: non è mai facile tradurre poesie, che sono dei piccoli stati d’animo molto legati al modo di esprimersi e di vivere. Quindi anche alla lingua ed ai costumi. Queste poesie cinesi, decontestualizzate, mi risultano di difficile digestione. Tornando alla storia, anche se volenteroso, Qiu non si addentra molto nelle possibili ricerche via Internet (post da Internet Point, indirizzi IP crittati, ed altre “diavolerie” in rete che nel mondo occidentale sono ormai pane quotidiano), riuscendo solo a farci capire sia le difficoltà delle comunicazioni via Web in Cina, sia i controlli che ne vengono effettuati. Alla fine, ed è ovvio, la storia con Lili non andrà avanti (Chen è sempre attratto da qualcuno ma non riesce mai a trovare la donna giusta), anche perché (e questo lo sospettavamo sin dalle prime battute) è stata proprio Lili a scatenare la “ricerca di carne umana” che, come tessere di un domino che rotola, ha portato alla morte di Zhou. Ovvio che lei non ne sia implicata, ma la valanga che ha contribuito a far nascere travolge molto di più di quanto si aspettava. Chen risolve anche il mistero della morte di Zhou, unendo i puntini di un puzzle che le diverse polizie vorrebbero tener nascosti. Ma Qiu ce ne parla quasi di passaggio, tra la storia non sbocciata di Lili e Chen, e la carriera di Chen che sembra progredire sempre di più verso i vertici. Altre cineserie adombrano la storia: i rapporti tra Chen ed un ricco proprietario di ristoranti, tra Chen ed un medico, tra Chen ed un blogger (di cui aiuta la madre malata). Ma sono rivoli, e soprattutto sono proprio elementi di quel mondo cinese che Qiu vorrebbe descriverci, e che qui, in modo particolare, sono talmente legati alla Cina da risultare poco comprensibili. Tra l’altro, le mire dell’autore erano anche altre, a partire dal titolo originale (“L’enigma cinese”) che si riferisce ad una conferenza presentata nelle prime pagine, e che pone alcuni punti ed interrogativi sul modo evolutivo di questo “comunismo in salsa cinese”. Certo, come visto, poi si parla di Internet, ma “Cyber China” lo trovo un titolo veramente poco calzante. Non demordo e spero di capirne di più, della Cina e dell’economie asiatiche, in qualche altro libro. Non si può mai smettere di cercare di capire. È uno dei pochi modi di rimanere vivi.
“Sono quarant’anni che non ci vediamo / … l’aroma è svanito / … / Sono un vecchio che sta per trasformarsi nella polvere / … / ancora scoppio a piangere / dinanzi a questa vecchia scena.” (232)
James Patterson & Maxine Paetro “Le testimoni del club omicidi” Repubblica Noir 9 euro 7,90
[A: 01/09/2015 – I: 16/05/2017 – T: 19/05/2017] - && e ½
[tit. or.: 12th of Never; ling. or.: inglese; pagine: 348; anno 2013]
Non amo ne conosco in modo particolare James Patterson, una delle grandi icone dei libri seriali americani. Anche perché non ho avuto occasione (ancora) di incontrare il suo personaggio principale, lo psicologo forense Alex Cross. Di lui posso solo dire che mi disturba non poco la sua prolificità (dal ’93 ha pubblicato 22 libri su Alex Cross, 16 delle “Donne del Club Omicidi”, 9 su Michael Bennett, 13 della serie “Private” ed una trentina di altri titoli vari), nonché il suo vezzo, a parte la serie su Cross, di scrivere “in coabitazione”. Ad esempio, con l’esimia Maxine Paetro ha pubblicato 23 libri co-firmati. Entrambi provengono dal mondo della pubblicità, si conoscono da una vita, ed hanno stretto questo forte legame dal 4 libro di questa serie. Per inciso, Maxine è un’eccellente giardiniera, e possiede un giardino, Broccoli Hall, citato in diverse riviste di “Gardens”. Ma veniamo al libro ed al suo contenuto, cominciando subito con altri lamenti. Posso capire che pubblicando il 12° volume di una serie poco nota al grande pubblico, laddove non tutti i volumi della serie stessa sono usciti in italiano, anche se nascostamente pubblicati dal gruppo Longanesi-TEA, si voglia trovare un titolo che attiri il lettore. Tuttavia scambiare il nome collettivo delle donne che fanno sodalizio per aiutarsi a vicenda per il titolo del libro è capzioso e fuorviante. Laddove il titolo originale, al contrario, era quanto meno consono alla storia stessa. Volendo essere sempre sull’onda del marketing, ma un pochino meno fuori fuoco, si poteva mettere questo come sottotitolo, lasciando il titolo originale: “Twelfth of never”, titolo di una canzone lanciata nel 1957 da Johnny Mathis, e poi ripresa, con più successo, da Cliff Richard. Per chi fosse poco aduso ai termini popolari anglosassoni, l’espressione significa un tempo che non si verifica mai o che non avrà mai fine. Come nella canzone, dove il cantante dichiara che il suo amore durerà fino appunto alle 12 di giammai, e fino a che i fiori si dimenticheranno di sbocciare. Ricordo infatti che in anglosassone il tempo è diviso in due giri di 12 ore, e la dodicesima in genere viene omessa. Ma torniamo a bomba alla serie, almeno come viene impiantata da Patterson: in base alla loro professione, ed alla simpatia reciproca, ed all’aiuto vicendevole, ci sono almeno quattro donne che si riuniscono periodicamente parlando dei loro casi e risolvendoli. C’è il motore primo della vicenda, che parla in prima persona, la detective della squadra omicidi Lindsay Boxer. Intorno si muovono Claire Washborn, abbondante e gioviale direttrice dell’Istituto di Medicina Legale della città, Yuki Castellano, giovane e nervosa procuratore italo-nippo-americana, e Cindy Thomas, bionda giornalista di cronaca nera. Quattro amiche, sempre pronte a sostenersi a vicenda ed a discutere dei loro casi e dei loro guai bevendo margaritas da Susie’s. Mi dicono che una caratteristica delle serie (almeno chi ne parla in rete) è proprio quella di mescolare almeno un paio di casi e seguirli per tutto il romanzo. Qui, i due autori, si sono sforzati di mettercene il più possibile, sia di casi legali che umani. C’è Boxer che partorisce nelle prime pagine, per poi scoprire che la figlia Julie ha una qualche malattia, che potrebbe essere cancro (storia n.1). C’è un professore che si presenta al Distretto di Polizia raccontando i suoi sogni, che descrivono omicidi non ancora avvenuti, ma che puntualmente avvengono dopo pochi giorni (storia n.2). C’è il processo ad un avvocato accusato di aver ucciso la moglie e fatto sparire la figlia (storia n.3). C’è la morte della fidanzata di un giocatore di football e la successiva ed inspiegabile scomparsa del cadavere (storia n.4). C’è la ricerca di una serie di donne scomparse, ma forse più probabilmente di cadaveri, legati ad uno psicopatico in prigione (storia n.5). C’è Mackie, la nuova apprendista al distretto di polizia, che si mette in mezzo e distrugge la relazione tra l’aiutante di Boxer e la giornalista (storia n.6). Ovviamente, e per fortuna, molte storie hanno una fine, buona o cattiva che sia. E ci sono parti di storie che si collegano tra loro. In particolare la 2, la 5 e la 6. Alla fine del libro, con fatica, e stando molto attenti, troverete la soluzione delle prime 5. La 6 invece (almeno a quanto si legge in rete) avrà fine solo nel 14° episodio. Ora, sapete bene che anche io indulgo nella visione di qualche serie televisiva su Fox Crime, di cui, non avendo il televisore, vedo e seguo pezzi volanti qua e là. Ma la bravura del mezzo tv è di farti avere una visione completa almeno del 90% di quanto accade. Qui, i nostri due autori, per quanto bravi, hanno messo troppa carne al fuoco. La sanno gestire, ma è come mangiare per una settimana di seguito un asado argentino tutte le sere. Alla fine, non vedi l’ora di mangiare una mozzarella.
Terza domenica, quindi, anche se non c’è molto da spendere in spiccioli di felicità, cerchiamo di sorridere e metterci d’animo buono con una terapia d’amore bella forte, seppur quasi novantenne.
A proposito dei quali, speriamo di riuscire ad imboccare una giusta strada per le mamme in ambasce, visto che per ora poco altro si riesce a combinare. Anzi, nulla se non pensare ai miei amici ed ai miei viaggi.

I LIBRI CHE CI AIUTANO A VIVERE FELICI di Giulia Fiore Coltellacci con i commenti di Giovanni

SETTEMBRE 2017
Ritorniamo ancora a curare il mal di cuore con un libro vecchio, datato, ma che ho letto con piacere, facendo qualche passo verso il grande vecchio americano, piacevole solo a Cuba.

TERAPIE D’AMORE (VII)

ADDIO ALLE ARMI di ERNEST HEMINGWAY (1929)

Pillole di trama       
Henry è un giovane americano che si arruola volontario come conducente di ambulanze sul fronte italiano durante il primo conflitto mondiale. Non ci mette molto a rendersi conto che la guerra non ha niente a che vedere con gli ideali che lo hanno spinto ad arruolarsi e ci mette altrettanto poco a innamorarsi dell’infermiera Catherine. Perfino durante la guerra sembrerebbe esserci la possibilità di un idillio amoroso (la ragazza rimane anche incinta), ma è solo un’illusione. In seguito alla disfatta di Caporetto Henry è costretto a fuggire, diserta e si nasconde con Catherine oltre il confine, in Svizzera. Ma proprio quando pensano di essere riusciti a mettersi in salvo arriva il tragico epilogo. Preparate i fazzoletti, perché serviranno.
Supposta-saggezza
Suggerendo di premunirsi di fazzoletti prima di accingersi alla lettura di “Addio alle armi” non vorrei che qualcuno fraintendesse pensando che questa storia, in parte autobiografica, sia il classico melodramma d’amore strappala-crime, stucchevole e piagnucoloso. No. I fazzoletti servono perché la passione che scoppia tra i protagonisti è così intensa da coinvolgere e commuovere per-fino gli animi meno sensibili e poco disposti al pianto. Non ci sono amori contrastati né tradimenti, ma due amanti di fronte alla precarietà dell'esistenza e all’ineluttabilità del destino. In “Addio alle armi” c’è il dramma dell’impotenza dell’uomo di fronte alla Vita e alla Storia, una condizione che accomuna tutti gli esseri umani, innamorati o no, perché «il mondo spezza tutti quanti... ma quelli che non spezza, li uccide. Uccide imparzialmente i molto buoni e i molto gentili e i molto coraggiosi. Se non siete fra questi potete essere certi che ucciderà anche voi. ma non avrà una particolare premura».
Per questo è praticamente impossibile restare indifferenti al romanzo e anche se non si arriva fino al punto di piangere (effetto collaterale auspicabile per alleggerire il peso di molte patologie esistenziali), si resta quantomeno storditi da una strana sensazione che brucia nel petto. Non si tratta di bruciore di stomaco (in caso qualcuno pensasse che il libro sia di difficile digestione) quanto piuttosto di un bruciante fastidio provocato dall’ingiustizia della guerra e della vita.
“Addio alle armi” è anche un romanzo di denuncia così vibrante che in Italia fu pubblicato solo nel ’48 perché i gerarchi fascisti lo ritenevano lesivo dell’immagine dell’esercito italiano (fortemente antimilitarista, osava affrontare argomenti intoccabili come la disfatta di Caporetto e le fucilazioni sommarie che seguirono). Nel 1943 Fernanda Pivano lo aveva tradotto clandestinamente e per questo fu arrestata. E proprio lei ha fornito una delle più pertinenti e sin-tetiche interpretazioni del libro analizzandone semplicemente il titolo originale: “A Farawell To Arms”. In inglese “arms” vuol dire sia armi che braccia. Così l’addio è alla guerra e a tutti i suoi falsi ideali ma è anche e soprattutto un ad-dio alle braccia della donna amata, un definitivo e ineluttabile distacco dall’amore. In disaccordo con chi dice che «in guerra e in amore tutto è lecito» Hemingway sembra voler dire che in guerra, dal cui orrore è impossibile fuggi-re, l’amore non è permesso e resta un’aspirazione vana. Ma forse resta l’unica battaglia degna di essere combattuta.
“Addio alle armi” è un romanzo che scuote, commuove, amareggia e fa piangere. Hemingway riesce a trascinare il lettore al centro della storia immergendolo nelle vicende del protagonista come se si trovasse al suo fianco, con personaggi, ambienti, dialoghi e situazioni che si scolpiscono nel cuore. Per tutto questo è difficile restare indifferenti e alla fine i fazzoletti servono a tutti.
Posologia
“Addio alle armi” è particolarmente indicato per il trattamento delle aritmie cardiache. In caso di ipertensione e tachicardia previene il rischio d’infarto spostando l’attenzione dal proprio cuore malato ai dolori dei protagonisti, men-tre in caso di ipotensione e insufficienza cardiaca (anche grave) la sua vicenda appassionata aiuta ad aumentare il battito, alleviando il malessere causato da un tran tran sentimentale ripetitivo o dalla sua eventuale e totale assenza. In entrambi i casi la storia tramortisce quel tanto che basta per anestetizzare e dimenticare i dispiaceri amorosi di varia natura. Data la sua composizione può essere tollerato anche da pazienti allergici ai romanzi d’amore (Hemingway fa più intellettuale e radical chic di Rosamunde Pilcher). Con la scusa che è anche un romanzo di guerra, può essere assunto senza troppe difficoltà dagli uomini, tendenzialmente intolleranti alle vicende passionali.
A causa del suo amaro epilogo, la lettura potrebbe provocare un temporaneo calo dell’ottimismo con il conseguente manifestarsi di una sensazione diffusa di tristezza che in questo caso, però, aiuta l’organismo a metabolizzare il concetto che nella vita poco o niente dipende da noi, ma i sentimenti sono le uniche armi a nostra disposizione per contrastare l’ineluttabilità del destino.
Effetti collaterali
L’effetto collaterale più comunemente riscontrato è la già menzionata sensazione di tristezza che tende a protrarsi nel tempo (analoga a quella che sopraggiunge la prima volta che si vede “Titanic” e che è capace di durare per giorni, a seconda dell’ipersensibilità del soggetto). Spesso questa sorta di spleen può essere accompagnato da un senso di rabbia (la stessa che segue la visione di “Titanic”. Chi, infatti, non ha sbraitato lamentandosi che se si fosse-ro sistemati meglio, ci sarebbero potuti stare tutti e due sul quel cavolo di pezzo di legno?). Questo groviglio di malumore è causato dalla difficoltà congenita a mandare giù l’amaro boccone dell’unhappy ending sia nei libri che nei film, quell’universo parallelo in cui spesso ci rifugia in cerca di pace. Il senso di di-spiacere scatenato dalla lettura del romanzo è particolarmente sentito perché la tragedia arriva come un vaso di ciclamini in testa quando tutto sembrava ormai risolto e i protagonisti proiettati verso un futuro roseo (ma si chiama colpo di scena e, se ben congegnato, funziona sempre). La reazione di un lettore molto sensibile è ben documentata nel bel film di David O. Russell “Il lato positivo”. Dopo una notte passata a leggere “Addio alle armi”, il protagonista infuriato scaglia il libro fuori dalla finestra perché incapace di accettarne il tragico finale. Accusa Hemingway di farci tifare per tutto il tempo perché Henry sopravviva alla guerra e stia con la donna amata. E lui ce la fa, sopravvive e fugge in Svizzera con lei, che è anche incinta, quindi è meraviglioso, e tutti li immaginiamo tra le montagne a bere e ballare, felici e contenti. E pensiamo che sia finita lì e siamo soddisfatti anche noi. E invece Hemingway scrive un altro finale e fa morire Catherine. E allora eccoci tutti inferociti perché, cavoli, il mondo è già difficile così, almeno lui poteva regalarci un lieto fine! Ora, intendiamoci, Pat, il protagonista del film, ha problemi di bipolarismo e voi, probabilmente, non reagireste proprio con la stessa veemenza. Eppure potreste pensarla come lui, soprattutto se state soffrendo da matti e cercate un po’ di positività. In caso, seguite il suo consiglio: prendete tutta la negatività e usatela come carburante per trovare il lato positivo della vita. Come dice Pat: «Il mondo ti spezza il cuore in ogni modo immaginabile», lo sa Hemingway, lo sanno i suoi personaggi, lo sappiamo tutti ma impantanarsi nella negatività equivale ad assumere ogni giorno una dose di veleno che lentamente ci uccide. Anche se “Addio alle armi” avesse come unica conseguenza lo stimolo a vedere il lato positivo per scrollarsi di dosso tristezza, rabbia e negatività, vorrebbe dire che come medicina per vivere felici ha raggiunto il suo scopo. Anche se lo buttiamo dalla finestra.
Terapia cinematografica sostitutiva
Amore e guerra sono due ingredienti di cui il cinema è ghiotto, in parti-colare quello americano. Di conseguenza “Addio alle armi” è un romanzo molto appetitoso che si è prestato a numerosi adattamenti cinematografici. Per una terapia sostitutiva consiglio la versione del 1932 diretta da Frank Borzage con Gary Cooper e Helen Hayes. Romantico e sentimentale molto più del romanzo, è un melodrammone in bianco e nero perfetto per crogiolarsi tra le lacrime soffrendo per l’amore impossibile di qualcun altro. La visione è consigliata soprattutto a un pubblico femminile, rigorosamente con una scatola di Kleenex a por-tata di mano per il gran finale (meglio la scatola perché i fazzoletti si estraggo-no con più rapidità). È del 1957 la versione diretta da Charles Vidor con Rock Hudson, Jennifer Jones, Vittorio De Sica e Alberto Sordi. In caso di tristezza eccessiva, reintegrate la quota fisiologica di ottimismo con “Il lato positivo”. I due protagonisti, quello del libro e quello del film, condividono la ferma convinzione che il mondo faccia di tutto per spezzarci il cuore e le gambe. Anche il personaggio del film di David O. Russell, Pat, è impegnato in una personale battaglia contro nemici invisibili ma devastanti come il bipolarismo e la rabbia incontrollata. Nella trincea della fragilità incontra un’“infermiera”, diciamo così, anche lei alle prese con una ferita di guerra difficile da rimarginare. Insieme riusciranno a rimettersi in ballo, nel senso stretto del termine, trovando il giusto ritmo per vivere una vita ballerina. Contando su un ottimo cast (accanto a uno straordinario e fighissimo Bradley Cooper ci sono una potentissima Jennifer Lawrence e un Robert De Niro in gran forma), il film si tiene in perfetto equilibrio tra dramma e commedia.

Commenti

Sono d’accordo con l’esimia Giulia Fiore, che la lettura dei commenti di Ferdinanda Pivano è imperdibile se si vuole entrare con tutta la testa ed il cuore nella scrittura di papà Hemingway. Fortunatamente, anche in questa edizione Mondadori è presenta, per cui vi invito, in ogni caso, a leggerne.
Ernest Hemingway “Addio alle armi” Mondadori euro 10,50 (in realtà, scontato a 8,90 euro)
[trama scritta il 3 settembre 2017]
Eccoci ora ad un altro libro imperdibile, che tuttavia fino ad ora non avevo letto. Più che altro per una sorta di amore – odio che ho sempre provato per Hemingway. Ho amato le sue scritture fino a “Per chi suona la campana”, anche se non avevo letto questo. Ho faticato a ritrovarmi nei suoi libri tardi, e non sono mai entrato in sintonia con “Il vecchio e il mare” (di cui mi ritorna in mente solo il film con Spencer Tracy). Mi erano congeniali le sue prese di posizione contro la guerra, contro i totalitarismi. Non ho mai capito il suo machismo, il suo rapporto con le donne, il suo amore per le corride, per le armi. Devo dire che un grande passo verso di lui l’ho fatto lo scorso anno, quando, a Cuba, ho visitato la sua villa, ho visto il suo bagno pieno di libri, la vista da lontano sulla capitale e sul mare, la piscina, le tombe dei suoi cani. Poi, sotto la spinta delle terapie amorevoli per la felicità, si prende in mano questo libro. Che pur in una mia ambivalenza che cercherò di spiegare, mi ha fatto bene. Un bel libro, una bella scrittura, una storia interessante, magari per me più intensa e partecipata nella prima parte che nell’ultima. Ma soprattutto due grandi inni: uno contro la guerra ed uno per l’amore. Volendo essere estremi, poi, forse è un solo grande inno, unificato dalla passione. La storia, che anche chi non ha letto il libro ricorderà nel bel film di King Vidor con Rock Hudson, Jennifer Jones e Vittorio De Sica, è abbastanza semplice. L’americano Frederick Henry si arruola nell’esercito e con il grado di tenente viene a guidare ed organizzare i trasporti con le ambulanze sul fronte italo-austriaco. Lo vediamo in difficoltà con i pari grado militaristi, a parte lo scanzonato e disilluso tenente medico Rinaldi. Lo vediamo frequentare le infermiere che sono al fronte. Lo vediamo gravemente ferito trasportato in ospedale a Milano, dove ritrova l’infermiera Catherine. Con la quale aveva cominciato a flirtare al fronte e che ora, nelle lunghe giornate di malattia prima e di convalescenza poi, stringe in amoroso assedio. Fino a far sbocciare una tenera storia d’amore in guerra. Lo vediamo, dimesso, rispedito al fronte pochi giorni prima della disfatta di Caporetto. Cui viene coinvolto, e dove si ritira dal fronte in una delle più belle pagine di descrizione degli orrori della guerra, e delle follie di insani militaristi che burocraticamente mandano soldati al macello, per poi punirli se per l’appunto vengono macellati. Pagine che mi hanno rimandato a quelle immagini di “Sentieri di gloria” di Kubrick con lo splendido Kirk Douglas anche lì nella parte di un inane lottatore contro le follie umane. Il nostro tenentino, per non essere fucilato come disertore, anche se lui aveva soltanto abbandonato una autoambulanza inguidabile nel fango, ed era ripiegato verso una linea difendibile, fugge nella notte. Raggiunge con fatica Milano dove si trova ancora Catherine. Quindi con lei, che gli ha appena detto di essere incinta, ripara in Svizzera, dove spera che gli arrivino presto buone notizie: la fine della guerra, la nascita del figlio, il matrimonio con Catherine. Queste sono le pagine, pur dolci, pur scritte con la solita maestria, che mi hanno lasciato meno segni sul cuore. Non c’è più la rabbia della prima parte, gli orrori della guerra giungono attutiti. O non giungono per nulla. Ci sono belle pagine d’amore. Ma non ci sorprendiamo che, alla fine, nulla finisce in modo positivo. Il bimbo, nonostante il cesareo, nasce morto. Catherine stessa muore di setticemia. Rimane solo lui, con l’ultimo saluto all’amata. Con le ultime parole che in pochi tratti ci danno il senso del mondo, e che scritte nel ’29 hanno una forza immutata nel tempo: “Dopo un po’ me ne andai e uscii dall’ospedale e ritornai a piedi in albergo.” Punto. Hemingway ha detto capitoli prima addio alle armi. Ora mestamente dice addio alla speranza. Perché la vita in tutte le sue forme è precaria. Per colpa dell’ottusità degli uomini e dell’insondabilità del fato. Oltre al bel libro, ed all’ottima traduzione di Fernanda Pivano, la stessa scrittrice, in poche e scarne pagine finali, ci dà una descrizione dell’autore e dell’opera che sono magistrali e che ho apprezzato moltissimo. Come mi piacerebbe poterne scrivere di simili. Che da un lato, la grande americanista ci comunica il suo amore per la letteratura americana e per questo libro di “papà” Hemingway. Dall’altro, con poche frasi, ce ne svela motivi e genesi. Hemingway aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale, dove venne anche lui ferito. Tanto che alcuni ne leggono gran parte come un’autobiografia. È invece una storia che nasce dal personale, ma che si fa universale. È vero, Hemingway partecipò alla prima guerra mondiale, dove amò delle infermiere (non una sola, che questa risulta essere il compendio di più donne, e di una sua personale idea di donna). Inoltre, mentre scriveva l’ultima parte, anche sua moglie stava finendo il tempo del parto. Anzi Pauline partorisce con un cesareo, rischiando la vita sua e del figlio Patrick. E mentre Ernest rivede la stesura del libro, gli arriva anche la notizia del suicidio del padre in seguito ai disastri del famoso venerdì nero del 1929. Non ci meravigliamo quindi che ne esca fuori un accorato appello alla vita che percorriamo come acrobati sul filo, il più delle volte cadendo rovinosamente. Certo, e per fortuna, rimangono le bellissime pagine contro la guerra, contro tutte le guerre. Speriamo di riuscire a portare a termine le nostre vite senza altri disastri, se non quelli a noi direttamente imputabili.
“Sai bene che non amo che te. Non dovrebbe importarti se qualcuno mi ha amata.” (112)

Finalino

Certo, cardiopatie ed acciacchi coronarici sono sempre pronti ad essere sollecitati. Ma quando si riesce a passare da Pilcher, Steel o Casati Modignani a Ernest il salto, anche di piacere è notevole. Non so se aiuti a superare traumi d’amore, ma può essere utile a superare trami da letture poco degne.