domenica 11 marzo 2018

Più si è vecchi... - 11 marzo 2018

Ovviamente mi riferisco alla scrittura, che il più “anziano” del quartetto è senz’altro il miglior e di gran lunga. Böll non è facile, ma imperdibile. Gli altri navigano poco sotto la sufficienza, anche se le premesse erano migliori. Mi aspettavo di più sia dal mitico “graduate” che dal premio Nobel. L’ultimo, solo una conferma di un libro a volte furbetto, ma ben scritto (anche se con modi che non sempre mi sono congeniali).
Charles Webb “Il laureato” Sonzogno euro 5,95 (in realtà scontato a 1,80 euro)
[A: 04/05/2015– I: 14/10/2017 – T: 21/10/2017] - && +
[tit. or.: The Graduate; ling. or.: inglese; pagine: 238; anno 1963]
Secondo le mie libropeute andrebbe letto da tutti gli studenti universitari. Io allargherei il brodo, proponendolo un po’ a tutti, con l’avvertenza che: se conoscete a memoria il film avrete molte immagini sovrapposte (e non sempre giuste), se non conoscete Webb, sarebbe bene capire anche chi sia l’autore. Intanto, non so dirvi cosa sia meglio, anche se è certo che il film, con la sua risonanza, è un punto fermo nel panorama ideale di molti di noi. Ed è anche certo che senza il film, questo libro sarebbe rimasto uno dei tanti buoni propositi letterari americani. Scritto per di più da un irregolare della scrittura, da questo Charles Webb che (sembra anche in modo para-auto-biografico) produce questo libro, di protesta, verso un mondo che già vedeva stretto per i suoi orizzonti. Poco prima si era sposato con la sua Eve (cui dedica il romanzo), e comincia una vita strana ed errabonda. Eve si taglia i capelli a zero e decide di farsi chiamare Fred, come un noto gruppo femminista californiano. Charlie cede i diritti del libro per ventimila dollari. Charlie e Fred-Eve hanno due figli e, tanto per gradire, gestiscono un campo nudisti, divorziano per protesta verso il modo in cui vengono trattate le donne, ma ancora vivono insieme, fanno mille lavori: uomo delle pulizie, cuoco, raccoglitore di frutta, commesso in un supermercato. Attualmente, quasi ottantenne, vive nella costa sud dell’Inghilterra, sulla Manica. Ma veniamo al libro, che non è un capolavoro di scrittura, pur avendo alcuni presupposti interessanti, e che vengono intuiti da Mike Nichols, il regista del film. Perché il libro è tutto un dialogo, come ci si può aspettare da un libro dei primi anni sessanta, che cerca di farci intuire delle cose. Ma che con difficoltà ce le descrive. un dialogo tanto ben fatto, che, come dice qualcuno, sembra già di leggere il copione del film e non il libro da cui ne viene tratto. Ed attraverso i dialoghi vediamo (o meglio sentiamo) la ribellione del protagonista, Benjamin Braddock detto Ben, verso il mondo perbenista ed omologato della California del tempo. Illuminanti, pur nella loro essenzialità, gli scontri verbali tra Ben e il padre. Illuminanti, per un verso opposto, i mancati dialoghi tra Ben e Mrs. Robinson. Moglie di un amico del padre, conosciuta alla festa al ritorno dal suo “Graduate” (che più o meno equivale alla nostra laurea triennale), è una donna disillusa dalla vita e per ripicca alcolizzata ed un filino perversa. Ma anche, americanamente, diretta: vuole Ben come oggetto di piacere, e lo prende, lo usa, quasi gli fa da mamma. Tanto che lo istruisce e lo maltratta, come in molte famiglie non solo americane. Ed alla fine lo ripudia, quando il suo vibratore privato ha l’ardire di mettere gli occhi sulla figlia, unico suo punto debole. Elaine Robinson è pura, Ben è traviato. Ed ecco la buona, sana, mamma americana fare di tutto per allontanare i due. Arrivando a confessare i suoi misfatti, pur indorando la pillola, dicendo cioè che è Ben che le ha messo le mani addosso. Ma Ben, dopo tutta la noia dello studio, del padre, dell’insulsa vita familiare, nonché delle scopate senza amore con la signora Robinson, capisce le potenzialità del suo rapporto con Miss Robinson. La corteggia, dichiara il suo amore, rischia di perderla dopo la confessione, che Elaine fugge e non lo vuole più vedere, anche in questo sobillata dalla madre. Per arrivare all’epilogo che tutti conosciamo per aver visto il film (e quindi non scopro certo misteri): Ben vuole impedire che Elaine sposi un altro, entra in chiesa ma non riesce ad arrivare alla navata principale, è costretto a salire al primo piano, e dalla ringhiera vede Elaine andare verso l’altare, comincia a prendere a pugni la ringhiera, ad urlare, si precipita giù, lotta con tutti, e poi finalmente prende la mano di Elaine, corre fuori dalla chiesa Presbiteriana di Santa Barbara, e si avvia in autobus verso l’aeroporto. Avrete di certo notato le piccole differenze con il film, ma non importa, tanto non è un libro giallo di cui non dovreste sapere il finale. È un libro pieno di archetipi della vita americana (non ultima la Duetto rossa che il padre regala a Ben), ed ha in nuce i prodromi di quella ribellione che anche il film (che è del 1967) anticipa, e che proprio in California scoppieranno l’anno seguente. Ripeto e concludo: non un libro indimenticabile, ma un libro che funziona da madeleine proustiana, e che invoglia, ad un certo punto, di prendere un qualsiasi diffusore sonoro, e mettere su la colonna sonora mirabile di Simon e Garfunkel. E continuare a leggere mentre nella mente scivolano le parole “Hello darkness my old friend”, l’inizio di quel suono del silenzio che ad un certo punto riporta due versi scolpiti nella memoria per la capacità di rendere tutto un mondo: “People talking without speaking, People hearing without listening” [“Persone che parlano senza dir niente, persone che sentono senza ascoltare”]. Ascoltate e pensate, amici mei.
Kazuo Ishiguro “Quel che resta del giorno” Einaudi euro 12 (in realtà, scontato a 9 euro)
[A: 09/02/2016 – I: 22/10/2017 – T: 28/10/2017] - && +
[tit. or.: The Remains of the Day; ling. or.: inglese; pagine: 271; anno 1989]
Avevo preso il libro di Ishiguro consigliato dalle libropeute per curare la tendenza a procrastinare. Poi, ne ho accelerato la letteratura sia per la sua nomina a Premio Nobel sia perché stavo visitando il suo paese natale. Pur apprezzando il libro, queste due ultime qualità non ne costituiscono un punto forte. Certo, l’autore è giapponese, e si nota nella cura dei dettagli, nella particolare attenzione alle atmosfere. Ma la scrittura, il senso che ne viene fuori è tipicamente, intrinsecamente inglese. Inoltre, non sempre il Nobel va ad autori a me congeniali, anche perché io da anni sostengo che vada assegnato ad Amos Oz, ed anche quest’anno sono stato deluso. Tra l’altro, ed in maniera del tutto casuale, nell’ultimo periodo ho letto diversi libri in seguito trasformati in film. Ed anche in questo caso, devo dire che il film, nella magistrale trasposizione di James Ivory, nonché nelle superbe interpretazioni di Anthony Hopkins ed Emma Thompson, si apparenta al libro, facendo diventare il complesso libro-film un oggetto leggermente superiore alle sue parti costituenti. Ma qui si parla del libro, che pur nella sua ben costruita struttura, in parte mi ha lasciato distante. Certo, il messaggio finale, su cui tornerò, fa riflettere, ma il personaggio Stevens spesso mi ha fatto innervosire, non riuscendomi empaticamente a calarmi nei suoi ragionamenti. Stevens è stato per decenni il maggiordomo di una nobile magione inglese, la dimora di Lord Darlington. Dove ha passato la vita, essendo figlio del maggiordomo precedente, ed ha visto anche passare la vita, assistendo, da spettatore e fedele servitore a diverse situazioni importanti. Ora, la dinastia dei Darlington è finita, e lui e la casa sono al servizio di un americano, mr. Faraday. Già lì, nella contrapposizione tra Vecchio e Nuovo mondo, Ishiguro riesce a farci percepire sia l’atmosfera inglese, sia la difficoltà di Stevens di stare al passo con i tempi. Lui non è fatto per un mondo di velocità ed informalità. L’occasione scatenante il lungo flusso di coscienza del maggiordomo è una lettera di una governante, a suo tempo a servizio nella stessa casa, Miss Kenton, che ora è sposata e vive altrove. Ma lui prende a pretesto la missiva per chiedere una settimana di ferie, e fare un giro nella campagna inglese per andarla a trovare. Il tragitto tra la casa e la Cornovaglia gli innesca un percorso a ritroso nella sua esistenza, dove va ripercorrendo i fasti di Darlington Hall, ma anche le sue piccole tappe private. Con la speranza, che quasi non vuole confessare a sé stesso, di poter recuperare occasioni perdute. Intanto ripercorre le sue tappe fondamentali, tutti i piccoli e grandi avvenimenti della sua vita, lui educato a reprimere ogni emozione, abitante di un ruolo che non dismette mai, in nessun momento della vita. Si sente anche parte della Storia, quando per la magione sembrano passare i destini dell’Europa, anche se dalla parte sbagliata che Lord Darlington era propenso ad una alleanza con la Germania hitleriana. Stevens rimane sempre e comunque impassibile, impassibile alla morte del padre, fermo nell’aderire alle richieste di Lord Darlington di licenziare due cameriere ebree, impassibile ai sentimenti che sembra, pare, ipotizza (ma lo pensa solo ora) possa aver avuto Miss Kenton nei suoi confronti. Ripercorrendo con onestà tutta la sua vita, si rende conto che avrebbe potuto fare altro, che avrebbe potuto far fronte in modo diverso ai piccoli incidenti che resero irrealizzabili i suoi grandi sogni. Sarà proprio Miss Kenton alla fine che gli aprirà gli occhi: non è possibile far andare indietro l’orologio del tempo, e poiché non esistono esistenze perfette, non ci resta che godere di quello che resta del giorno, e fare di questa che viviamo la parte migliore della propria esistenza. Ripercorrendo ora il libro, mi rendo conto che quello che più mi ha irritato è la mia somiglianza con l’atteggiamento di Stevens di ripercorrere ogni minima azione, per analizzarla, motivarla, inquadrarla, e accorgersi della mancanza di spontaneità che ne deriva. Certo, il punto centrale di Stevens è il concetto di dignità, di capacità di mantenersi coerente ad un ruolo in tutti i momenti della vita. Ma come Stevens alla fine ci domandiamo se sia giusto soffocare la propria personalità, oppure sia meglio reagire in nome di quell’onestà intellettuale che è parte integrante della coscienza. Una risposta, tacita, alla fine Stevens ce la propone, in un sussulto di coerenza con tutti i ragionamenti che lo hanno portato fino a lì. Se infine, ci rendessimo conto, al tramonto della nostra esistenza, di aver fatto le scelte sbagliate e di aver perso l'opportunità di essere veramente felici, dovremmo risponderci come fa sotto Miss Kenton.
“Ci si deve convincere che la nostra vita è altrettanto buona, forse addirittura migliore, di quella della maggior parte delle persone, e di questo si deve essere grati.” (263).
Markus Zusak “Storia di una ladra di libri” Pickwick euro 14
[A: 16/05/2017– I: 29/10/2017 – T: 07/11/2017] - && e ½
[tit. or.: The Book Thief; ling. or.: inglese; pagine: 564; anno 2005]
Storia di un libro di successo, un po’ furbetto ed un po’ no, da cui mi aspettavo qualcosa in più. Certo, il libro stesso e l’autore sono acclamati e classificati come autori specifici per “young adults”, ma dal clamore di questo libro, che nel 2014 è risultato il più venduto in Italia, pensavo fosse una storia più innovativa. Invece, seppur non posso negare che per un pubblico giovanile possa avere degli “appeal”, alla fine risulta un po’ scontato. Innegabile, ovvio, che non si possa rimanere freddi e distanti rispetto ad un libro che parla di avvenimenti in Germania tra il 1939 ed il 1943. Ovvio che il pensiero vada all’autore stesso, australiano figlio di due emigrati di lingua tedesca, se colleghiamo nomi e quanto ci viene accennato di sfuggita (ma non proprio da lasciarmelo sfuggire) verso il finale del poderoso (in quanto a lunghezza) romanzo. Quindi, libro letto in anticipo in quanto successo editoriale, in quanto film (anche se il film ha avuto meno risonanza). Libro che ripeto è troppo giovanilista per essere avvincente. Pieno, infatti, di piccoli trucchi che prendono i teenagers, ma che forse, a noi smaliziati, lasciano più indifferenti. La storia si colloca nel solco delle belle storie (ovviamente virgolettando belle) che trattano di guerra, di ebrei, di nazisti e di campi di concentramento. La storia ha al centro Liesel, una ragazzina figlia di un comunista (ahi, ahi, siamo già nei guai) e per questo strappata alla sua famiglia e data in affido ad una coppia che vive nella periferia di Monaco. Liesel che a dieci anni vede morire di freddo e stenti il fratellino piccolo, che ha un trauma lunghissimo per questo (e ci credo), che al cimitero ruba il suo primo libro (un’ottima lettura per chi vuole iniziare a leggere: il “Manuale del Necroforo”!!). Liesel che ha subito un buon rapporto con il padre adottivo Hans. Che rolla le sigarette, che lavoricchia, che suona la fisarmonica. Liesel che impiegherà molto tempo ad accettare la sua burbera madre adottiva Rosa. Che urla sempre, che tratta tutti rudemente, che ha un cuore grande. Liesel che, di tanto in tanto, si troverà in mano dei nuovi libri. Una decina in tutto, ma solo un adolescente può categorizzarla come “ladra di libri”. Comunque i libri servono a Liesel per superare i suoi traumi, per uscire verso la vita, anche se una vita difficile per i giovani tedeschi in quegli anni. Markus tratta con leggerezza (anche se non tralascia) i rapporti tra ariani ed ebrei, tra nazisti convinti e nazisti “per necessità”. Ma non è un trattato filosofico, è un libro d’evasione. Allora, torniamo a Liesel che ha un buon rapporto solo con un coetaneo, Rudy. Uno pazzo quasi quanto lei, che viveva nel mito della velocità, tanto da dipingersi a sette anni la faccia di nero, e correre gridando di essere Jesse Owens. Un’eresia per i puri tedeschi che videro trionfare gente di colore nella “loro” olimpiade. Ad un certo punto, poi, entrerà in scena anche l’ebreo. Figlio di un commilitone di Hans, che ad Hans salvò la vita nella prima Guerra Mondiale. Max, questo il suo nome, aveva vissuto una giovinezza dedicata ad uno degli sporti tedeschi per eccellenza, il pugilato (e come non ricordare per inciso uno dei tanti match del secolo che vide nel 1938 opporsi il nero Joe Louis al tedesco Max Schmeling?). Per poi doversi nascondere quando passano le leggi razziste e poi dover fuggire, accolto dal buon Hans, e dall’altrettanto buona Rosa. Tanto ben accolto anche dalla piccola, ma in via di crescita, Liesel. Che ne diventa amica, che quando si ammala legge per lui ad alta voce i libri che ha rubato sperando che la forza delle parole riesca a farlo guarire, che quando guarisce viene fatta omaggio da Max di libri illustrati da lui disegnati mentre sta in cantina. Poi la guerra incalza, Max deve fuggire, Hans ha una brutta storia con i nazisti locali, arrivano gli aerei delle forze alleate, Max viene arrestato, Max viene deportato a Dachau e passa per Monaco e Liesel lo vede. Piccoli rivoli coinvolgono altri momenti della vita della piccola comunità. Rudy soprattutto, ma anche la moglie del sindaco, una vicina di casa, e molto altro (bisogna pur riempire le oltre 500 pagine). Finché, per leggere un nuovo libro, Liesel si rifugia in cantina, non si accorge dei bombardamenti e… Beh, leggetelo, ma non vi dico altro. Parlo solo del fatto che tutto il libro è narrato in prima persona dalla morte, che ci racconta il suo andare in giro a raccogliere le anime che spirano, alla fatica di tutto ciò, ed al libro che Liesel scrive per scacciare le sue paure, che contiene la storia dei libri rubati, libro che capiterà in mano alla morte, libro che la morte legge e ci ripropone con le sue parole. Forse queste piccole invenzioni di Zusak hanno il pregio di ravvivare una materia altrimenti già letta e riletta. Come piacevole è la costruzione e la riproposizione dei libri che scrive Max per Liesel. Tuttavia, questa morte che narra, che ci comunica il suo dispiacere per le vite umane che deve accogliere (ma non è il suo lavoro? E allora di che si lamenta?), che ogni tanto si ferma per enunciare avvenimenti o stati d’animo che verranno palesati da lì a poche righe, diventa una lettura oltremodo pesante. Tanto che il primo capitolo l’ho dovuto leggere due volte prima di entrare nello spirito del romanzo. Speriamo sia utile al pubblico adolescente che tende a dimenticarsi di avvenimenti di ormai settanta anni fa.
Heinrich Böll “Biliardo alle nove e mezzo” Mondadori euro 9,50 (in realtà scontato a 7,12 euro)
[A: 12/04/2016 – I: 06/12/2017 – T: 09/12/2017] - &&&&
[tit. or.: Billard um halbzehn; ling. or.: tedesco; pagine: 278; anno 1959]
Sono senz’altro d’accordo con il famoso manuale delle cure librarie che questo è un romanzo che può dare una scossa. Intanto, premetto che di Böll ho letto, non tanto, ma letto. Sempre di un livello alto, fino a quello che per me è uno dei capolavori del romanzo moderno, cioè “Opinioni di un clown”. Comunque, dopo molte peregrinazioni di letture, mi sono deciso ad affrontare anche questo “Biliardo”, e con successo. Un libro forse amaro, ma reale e presente. un libro che restituisce tutta l’angoscia di un tedesco che ha vissuto il nazismo, la guerra, la ricostruzione. Ma non ha ancora affrontato il dramma del muro. Il libro è infatti del 1959, mentre il muro di Berlino fu costruito due anni più tardi. L’unico motivo, molto personale se vogliamo, per cui non veleggia verso i 5 o 6 librini è quella fatica di seguire percorsi datati di descrizioni e sensazioni. Certamente funzionali, certamente imprescindibili dall’andamento del testo, ma che non hanno (più) quella freschezza, quell’andamento trascinante che potrebbero avere se scritti ora, con altri ritmi. Ma Böll ne scrive sessant’anni fa, quindi va bene così. Scrive anche per destrutturare la grande tradizione delle saghe familiari, uno dei pilastri della letteratura germanica. Pensiamo ad esempio, e come unico esempio per non appesantire il tutto, a “I Buddenbrook” di Thomas Mann. Anche qui abbiamo una decadenza di una famiglia tedesca (o l’idea di una decadenza, che qualcuno deciderà se si tramuterà in caduta), descritta prendendo a modello ideale l’Ulysses di Joyce: una giornata (6 settembre 1958) e flussi di coscienza. Si, perché anche se ci sono descrizioni, passaggi ed altri piccoli accorgimento di raccordo, tutta la narrazione avviene attraverso lunghi monologhi, spesso interiori, dei personaggi in ballo. Lungo l’arco della giornata in esame. Passando dall’uno all’altro, senza dirlo esplicitamente, ma, ovvio, facendolo trasparire dalla trama del narrato. La famiglia in questione è quella di Heinrich Fähmel. Il giorno è quello dell’ottantesimo compleanno del capostipite. Che non è un “grande di famiglia storica”, non è un “aristocratico con millenni alle spalle”. Heinrich è un architetto, che decide di puntare tutto sulla propria capacità ingegneristica, presentando un progetto per la costruzione dell’Abbazia di Sant’Antonio. Senza grandi capitali, ma con un grande senso delle proprie capacità, si trasferisce nella città teatro del romanzo, che, anche se non esplicitamente, può essere fatta risalire alla città di Colonia, patria dell’autore. Decide anche scientemente di sposarsi con qualche benestante signorina del posto. Scelta che cadrà su Johanna Kilb, la figlia del più importante notaio della città. Heinrich avrà la commessa, e da quel momento cominceranno le fortune economiche della famiglia. Non quelle della vita quotidiana, che i due avranno una serie di figli, alcuni morti in tenera età, fino a che rimarranno due: Otto e Robert. Di due caratteri opposti, tanto che Robert a 18 anni partecipa ad un ben misero attentato, in seguito al quale fugge per alcuni anni in Olanda. Otto invece diverrà nazista convinto, sino a morire in guerra. Robert invece appunto era sul fronte opposto, insieme all’amico Schrella (chiamato sempre e solo con il cognome). Ma Robert è anche un debole, ed accetta di pacificarsi con le istituzioni, accetta la grazia, ritorna, si laurea in ingegneria, sposa Edith la sorella di Schrella. Ed andrà in guerra, dove grazie alle sue nozioni di statica e dinamica verrà impiegato nella distruzione di postazioni nemiche con la dinamite. Durante l’ultima fase della guerra, poco prima della resa, Robert (e qui è il fulcro della riflessione dell’autore) decide di far saltare (riuscendoci) l’Abbazia del padre. Senza motivo? O forse con tutta una serie di motivi anche reconditi. Robert ed Edith, intanto, nelle due brevi licenze del soldato, avevano generato Joseph e Ruth, che si salvano insieme a quasi tutta la famiglia, meno la povera Edith. Robert rileva quindi lo studio del padre, dedicandolo a fornire calcoli per le costruzioni anche se non partecipa alle stesse. Di Ruth sappiamo, mentre assume rilievo Joseph. Sia perché scopre che è stato il padre a far saltare l’abbazia, sia per il suo rapporto con Marianne, una sopravvissuta alla guerra, scampata per poco alla follia dei genitori. Il padre, gerarca nazista, alla fine della guerra, si suicida, chiedendo alla moglie di uccidere i figli. Cosa che farà con il maschio, ma sarà fermata prima di uccidere Marianne. Ultima menziona è per Johanna, da anni rinchiusasi volontariamente in un istituto per alienati, pur non essendo pazza. Ma per sfuggire al mondo che ha ucciso quasi tutta la sua famiglia: genitori, fratelli, figli. Istituto da dove esce per il compleanno del marito, progettando e probabilmente mettendo in pratica un estremo gesto esemplare, che serve da coronamento alla giornata di una “normale” famiglia tedesca. Ma il bersaglio principale di Böll, all’interno della descrizione della storia della famiglia Fähmel, è il conflitto tra i seguaci della “Bestia”, devoti al totalitarismo e all’aggressione in ogni sua forma, ed i seguaci degli “Agnelli”, i liberi pensatori, quelli che non vogliono opprimere nessuno. Elementi che, in varia forma, sono presenti sia nei Fähmel che nei personaggi di contorno. Non scopro certo nessun segreto dicendo che faccio il tifo per gli “Agnelli”. Contrapposizione che ha anche del biblico (molti i riferimenti che ne fa l’autore), così come testamentale è la divisione in 13 capitoli, quasi una via Crucis che si ferma all’ultima stazione. Infine, piccolo divertimento personale, il capitolo dedicato allo Schlagball, gioco a squadre molto in voga nella Germania degli anni Trenta, con caratteristiche simili, anche se solo simili, al baseball. Magari un giorno se avrò tempo, voglia e spazio ci tornerò sopra. Per ora, in tempi di fanatismi, leggere di questo biliardo, intorno al quale ha costruito la sua routine di vita il buon Robert è una lettura da consigliare. A tutti. Per riflettere.
“Nel suo viso leggevo gli anni che non riuscivo a scorgere nel mio.” (100)
Seconda trama e quindi prima cura, che, stranezze del caso, si rivolge a chi, almeno momentaneamente, si trova nei pasticci.
Non ci sono altre grosse novità, in questo andamento da anno strano e un po’ sbilenco. Nulla va veramente male, ma nulla va veramente bene. Si viaggia a vista, visto che non si viaggia altrimenti. Allora, avvicino i miei pensieri a tutti i miei amici (sull’onda di una cena memoriale e memorabile).

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni

MARZO 2018
Quasi a voler sottolineare un momento storico, pubblico e personale, ecco che questo mese cerchiamo di capire come tirarsene fuori.

PASTICCI, TROVARSI NEI

Yann Martel                   “Vita di Pi”
P. G. Wodehouse            “L'inimitabile Jeeves”
I pasticci sono di molti tipi, più o meno appiccicosi, ma nessuno lo è quanto quello in cui si trova Pi Patel, che ha fatto naufragio ed è finito su una scialuppa di salvataggio, in mare aperto, insieme a una zebra, una iena, un orango e una tigre del Bengala di tre anni. Il giovane eroe di “Vita di Pi”, romanzo di Yann Martel vincitore del Booker Prize, non si fa illusioni su quanto sia pericolosa la tigre (presto, infatti, le leggi della selezione naturale si occupano degli altri, e restano solo loro due). Quando lui e la tigre si affrontano per la prima volta, lei con gli occhi fiammeggianti, le orecchie aderenti alla testa e gli artigli sguainati, la reazione di Pi è quella di gettarsi in mare e cercare di cavarsela in acqua.
Ed è la reazione giusta. Così come costruire una zattera accanto alla scialuppa, in modo che lui e quel carnivoro di oltre duecento chili possano vivere in spazi separati. È quello che fa dopo, tuttavia, ciò per cui non possiamo che ammirarlo. Accorgendosi del punto debole della tigre - il mal di mare - attinge a quello che sull'addestramento degli animali ha imparato per osmosi nello zoo del padre, e inizia uno scontro di opinioni con la tigre che riduce la magnifica creatura in uno stato di riluttante obbedienza. Il duello che sancisce la vittoria del ragazzo è la migliore gara di sguardi della letteratura. Tenete questo romanzo a portata di mano ogni volta che cercherete una via d'uscita da un vostro (speriamo meno appiccicoso) pasticcio, L'autorevolezza di Pi, un ragazzo così esile e affamato, è qualcosa di entusiasmante.
Per chi invece si trova in un guaio di natura sociale - come finire con le spalle al muro, senza possibilità di cavarsela in modo dignitoso - raccomandiamo un compagno dello stampo di Jeeves, il maggiordomo dei romanzi di P. G. Wodehouse. Se non potete permettervene uno vero, dovrete accontentarvi di un maggiordomo immaginario. Quest'uomo mellifluo, svelto a inarcare le sopracciglia, esperto di Dostoevskij come del modo giusto in cui indossare una fascia scarlatta per lo smoking (non fatelo) passa il tempo a togliere dai guai lo sventurato Bertie Wooster. Ricco, e tuttavia dotato di scarso buon senso e capacità di giudizio, Wooster sa - anche se non lo ammetterebbe mai - che senza Jeeves e le sue benefiche tazze di tè non sopravvivrebbe un giorno. Noi, come Bertie, troviamo la presenza di Jeeves nella nostra vita infinitamente tranquillizzante - e quando lo avrete conosciuto lo farete anche voi (vi toccherà rinunciare a quella fascia scarlatta).
Quando vi troverete sulla graticola, con la temperatura che continua a salire - che sia per colpa di una tigre o di una ragazza con cui vi siete fidanzati per errore - pensate a cosa potrebbero consigliarvi Pi o Jeeves e riuscirete a spegnere il forno prima che sia troppo tardi.

Bugiardino

Nella mia adolescenza, sull’onda della grande lettrice che era mia madre, lessi e molto di Jeeves, immedesimandomi alquanto nello scapestrato e spesso fuori fase Bertie. Ma sono anni ed anni che non leggo più di Wodehouse, e non so se ne riprenderò in mano qualcosa. Martel invece l’ho letto solo dodici anni fa e questo fu il mio breve commento
Yann Martel Vita di Pi Piemme 5,90 euro.
Mi piace a tratti. Sembra promettere qualcosa in più, sul punto di decollare, quando entra nella narrazione di come il naufrago si organizza la vita. Ma alla fine non mi ha “emozionato”. Troppa pubblicità intorno? Una frase “Devi parlare della paura… se la paura diventa un’oscurità inespressa che cerchi di evitare e che forse riesci persino a dimenticare, ti esponi ai suoi attacchi futuri.”
Certo le mie trame all’inizio erano molto stringate, e davano solo spazi a pennellate di sensazioni. Per cui, al fine di fare ammenda della mia avarizia, mi e vi consolo dandovi il sunto, con qualche personale modifica, della trama riportato su Wikipedia:
“Piscine Molitor Patel è un ragazzo indiano che viene preso in giro a causa del suo nome fino a ridurlo semplicemente in Pi. I suoi genitori gli hanno dato questo nome perché da piccolo amava nuotare con suo zio e amava particolarmente la piscina pubblica di Parigi. È attratto dalle religioni al punto da iniziare a professarne tre insieme. Suo padre gestisce uno zoo ma, a causa dell'instabile situazione politica ed economica dell'India negli anni Settanta, decide di emigrare con la famiglia in Canada per rifarsi una vita, dopo aver venduto tutti gli animali. La famiglia salpa insieme ad alcune bestie destinate agli zoo canadesi, ma, durante il viaggio, la nave affonda, causando la morte dei familiari di Pi (i genitori e il fratello) e di quasi tutti gli animali. Soltanto Pi e quattro animali (una zebra, un orango, una iena ed una tigre del Bengala di nome Richard Parker) riescono a salvarsi raggiungendo una scialuppa di salvataggio.
La scialuppa vaga nell'oceano per diversi giorni e Pi assiste terrorizzato all'uccisione degli animali. Rimasto solo con la tigre, Pi medita di ucciderla per timore di essere ammazzato a sua volta. Intanto sulla scialuppa trova un kit di sopravvivenza per i naufraghi: dei distillatori d'acqua marina, delle scorte di cibo e acqua, degli attrezzi per la pesca, giubbotti di salvataggio e altri oggetti con cui costruisce una zattera che lega alla scialuppa per stare a distanza dalla tigre. Col passare dei giorni, decide di addestrarla dimostrandosi autoritario per farsi ubbidire e per stabilire gli spazi sulla scialuppa, ma anche amichevole e generoso per aiutarla a sopravvivere.
Pi imparerà a pescare e uccidere e a combattere contro le avversità. Pur temendo spesso di morire e consapevole di essere in balia del fato, la speranza di sopravvivenza, la fede in Dio e la condivisione degli oggetti e degli spazi con Richard Parker lo motiveranno facendolo diventare comunque un uomo più risoluto e sicuro. Si affezionerà ad alcuni animali marini e resterà ammirato dai delfini, dalle balene e dagli squali.
Non mancano episodi grandi e piccoli che costellano tutto il libro, ma alla fine Pi e la tigre, dopo 227 giorni di naufragio, approderanno in Messico dove Richard Parker, con il quale ha costruito un rapporto speciale, fuggirà in una foresta abbandonandolo.
In ospedale, davanti a due dipendenti del Dipartimento Marittimo del Ministero dei Trasporti giapponese, trarrà le conclusioni morali e religiose della sua peregrinazione e davanti alla loro incredulità, gli proporrà un altro racconto, più semplice e senza animali, invitandoli a scegliere: i due intervistatori opteranno per la storia con Richard Parker. Il libro è diviso in tre parti, ma possiede pure una struttura unitaria. La prima parte è composta dalle elucubrazioni di un ragazzo sulla spiritualità e la vita in India. La seconda è la fusione del ricordo dettagliato e realistico della sopravvivenza. La terza e ultima penetra più a fondo della spiritualità di Pi, che offre al lettore due modi di guardare la stessa realtà e di scegliere la storia migliore.”
Per finire con tocco di leggerezza, torno a Bertie Wooster ed alla sua affermazione sui motivi che lo sostengono nell’avere il suo maggiordomo sempre con sé: “Jeeves era un uomo di grande intelligenza, e sarebbe stata in molte maniere una gran comodità avere qualcuno che pensasse per me”.

Conclusioni

Spero che nessuno di voi si sia mai trovato in difficoltà solo contro una tigre, anche se so, e posso parlarne, che spesso molti di noi si sono trovati realmente in situazioni in cui, forse, era meglio affrontare la tigre. Tuttavia il libro della vita di Pi non mi ha ancora convinto. Meglio ridere aspettando che Jeeves risolva le difficoltà della nostra vita.

domenica 4 marzo 2018

Angloclassici 3 - 04 marzo 2018


Scusate il pessimo tentativo di crasi tra “anglosassoni” (come sono definiti i libri) e “Gialli classici” (come vorrebbe etichettarli il Corriere che li edita). Comunque eccoci ad una nuova puntata del genere con un solo libro veramente di sufficienza piena (l’ultimo) e gli altri che viaggiano tra il 5 ½ ed il 6- - (se fossero i voti di un professore). Devo dire che poi, personalmente, quello che più mi ha attirato di queste righe è cercare notizie di autori decisamente poco conosciuti (quando a volte del tutto ignoti).
Horatio Winslow & Leslie Quirk “Svanito nel nulla” Corriere della Sera Gialli 7 euro 6,90
[A: 07/03/2016– I: 21/07/2017 – T: 23/07/2017] - && +
[tit. or.: Into thin Air; ling. or.: inglese; pagine: 250; anno 1928]
Horatio Gates Winslow e Leslie W. Quirk sono i casuali autori di questo strano ma poco appassionante (per me) libro della serie anglosassone. Entrambi americani del Wisconsin, entrambi del 1882, percorrono strade diverse nel mondo dell’editoria, per ritrovarsi, nel 1928, a scrivere questa storia che rimarrà isolata: non scriveranno altro insieme, né altro faranno congiuntamente. Una storia comunque esemplare, per alcune ragioni che vedremo più avanti, dove la traduzione italiana del titolo (tento per non venire meno alle mie solite critiche) aggiunge l’aggettivo “svanito” che non compare nell’originale. Tra l’altro “Nel nulla” mi ricorda un esimio episodio dei bellissimi telefilm di Hitchcock. Ma divaghiamo. Il libro, come detto, ha (teoricamente) un posto d’onore nelle classifiche dei migliori libri intorno al mistero de “La camera chiusa”. Purtroppo, in Italia è stato pubblicato solo di recente, e la poca risonanza degli autori ha fatto sì che solo i patiti del genere ne avessero conoscenza. Ricordo che “La camera chiusa” è una tipologia di romanzo in cui l'indagine si svolge intorno a un delitto compiuto in circostanze apparentemente impossibili: un omicidio avvenuto in un ambiente chiuso, più propriamente una camera, o anche un ambiente anche all’aperto ma idealmente chiuso, vuoi per una distesa di sabbia o di neve assolutamente immacolata, oppure per situazioni metereologiche estreme: un incendio esterno, un tornado; o anche delle camere chiuse figurate: un tetto, una piscina. Come spesso accade in questa tipologia di storie, soprattutto nelle prime, c’è sempre vicino qualche altro episodio “soprannaturale” o presunto tale, che serve, come direbbe un illusionista, a fare volgere il capo in una direzione per presentare la soluzione da un’altra parte. Sicuramente, anche se siamo molto lontani dalla scrittura, possiamo ipotizzare tre elementi che stanno alla base della struttura del libro. Uno esplicito, dove vengono menzionate ed esposte alcune teorie occultistiche di uno strano personaggio dell’Ottocento, Eléna Petróvna von Hahn meglio nota con il nome di Madame Blavatsky, e di cui, se volete andare a vedere, Internet è piena di risorse dedicate alla sua “Teosofia” (ma anche esoterismo ed occultismo). Gli altri due più nascosti (e vicini alla scrittura del testo): la recente scomparsa di Harry Houdini e la pubblicazione del libro di Agatha Christie “La morte di Roger Ackroyd”, entrambi i fatti avvenuti nel 1926. Poiché non anelo a svelarvi molto, questi due tributi ve li lascio scoprire, se ne avete voglia. L’intreccio è, come vuole il genere, discretamente complesso. Ruota intorno a due figure tipiche: un assassino imprendibile, soprannominato lo “spettro di Salem” ed il criminologo dr. Klotz. Questi è uno dei più bizzarri investigatori della narrativa, arrogante, spavaldo e discretamente offensivo. Il suo intento maggiore è smascherare ciarlatani e maghi da strapazzo. Klotz, con le sue indagini, aveva fatto arrestare lo “spettro”, che però fugge, ma nella fuga si trova coinvolto in un incidente ferroviario e muore. Questo l’antefatto. Il romanzo, narrato dal prof. Nollins, allievo di Klotz, prende l’avvio da una seduta spiritica in cui viene detto a Klotz di tornare a casa. Lì trova la domestica che gli parla di uno spirito apparsole, e lui scopre un gioiello scomparso. In base a dei messaggi misteriosi decide di esumare la bara dello spettro: è sigillata, c’è dentro il cadavere giusto, ma questi ha al dito l’anello. Questo primo evento da “camera chiusa” (doppia direi: sparizione da una stanza e apparizione in una bara sigillata), sarà seguito ad un certo punto dall’omicidio dello stesso dottor Klotz e dalla sparizione del suo assassino, dissolto nell’aria, svanito, sotto l’occhio di testimoni ed in modo definito assolutamente sconcertante. Nel frattempo altri personaggi appaiono e si palesano sulla scena come comprimari e possibili autori dei fatti: lo stesso narratore Nollins, la sua fidanzata Daisy, che mostra un astio immotivato per il criminologo, il giudice Mather, che non approva il materialismo di Klotz, la giornalista Ann Clem, che vuole svelare i misteri ed è spesso vittima di allucinazioni, il mago Ernest Fitkin, a suo tempo sbugiardato da Klotz. Di questi probabili colpevoli, ne togliamo solo uno, Fitkin, in arte “Il Gran Galeoto” perché sarà lui a svelare l’arcano che in un intero capitolo svela i misteri nonché fa un elenco (che piacerebbe al mio amico Renato) delle affinità tra i lettori di romanzi polizieschi e gli spettatori di uno spettacolo di magia: da una parte troviamo i creduloni, disposti a credere a qualunque cosa sono convinti di vedere, mentre dall’altra ci sono i solutori di enigmi, categoria che comprende gli adulti ignoranti, i sospettosi e gli spiriti inquieti. Una delle migliori dichiarazioni di Fitkin è quando afferma che l’intera “partita” sia “una competizione di intelligenza tra gli scrittori, i criminali e i maghi da un lato, e i lettori, i detective e gli spettatori dall’altro”. Nonostante ciò, il libro risultato datato nella scrittura, pesante e pedante. Sicuramente è un caposaldo del genere, ma la sua lettura ora lascia poco piacere. Anche il meccanismo risolutivo, pur ingegnoso, è alquanto prevedibile, almeno da un certo punto in poi. Inoltre, il dedicare spazio e credibilità a tutta una serie di eventi soprannaturali non consentono ai due autori di sciogliere tutti i misteri, palesando una scarsa adesione al patto di onestà tra scrittore e lettore. Leggerlo è obbligatorio per chi ami il genere, ma possiamo ammettere che non mi è piaciuto.
Mary Fitt “In una sera di pioggia” Corriere della Sera Gialli 25 euro 6,90
[A: 02/08/2016– I: 23/09/2017 – T: 24/09/2017] - &&&--
[tit. or.: Death and the Pleasant Voices; ling. or.: inglese; pagine: 234; anno 1946]
Eccoci ad un nuovo libro della serie dei gialli “classici” direi di un discreto livello. Forse anche per la personalità dell’autrice che, sebbene abbia scritto molto di noir, non è per il noir che viveva la sua vita. Mary Fitt è infatti lo pseudonimo di Kathleen Freeman insigne grecista, titolare della cattedra di Greco all'università del Galles del Sud in quel di Cardiff. Così come Margaret Doody o come Danila Comastri Montanari, ecco allora una insigne docente che decide di sfruttare alcune sue doti dedicandosi ad una cosiddetta arte minore. Ma Fitt non ha interesse a speculare sui suoi amati greci, che saranno sempre presenti nelle sue scrittura "maggiori". Preferisce usare le sue doti affabulatorie, che i suoi studenti tanto apprezzavano, verso la costruzione di intrecci interessanti e di ragionamento. Tra le tante sue uscite, ad un certo punto si focalizza su di un personaggio, l’ispettore Mallett. Delle cui novelle il tratto caratteristico è il titolo, in genere composto dalla frase “Death and …”. Purtroppo però in questa uscita il suo eroe ragionatore, anche se richiamato dal titolo, compare solo come un'ombra durante l'inchiesta. Ne sarà responsabile e mentore, ma di poco spessore nel corso del ragionamento. Che tutto il carico è invece sostenuto dal giovane Jack Seaborne. Purtroppo Jack non ha un grande spessore, o qualche appiglio particolare, che ci faccia essere a lui sodali. Anche se l’idea della trama sembra carina, e così anche il suo sviluppo. Ma che da un certo punto in poi decade, scivolano verso un finale, scontato e poco entusiasmante. L'idea dicevamo: un sessantenne dalla grande vita muore. Ma non lascia la sua eredità ai suoi due figli inglesi, nomina invece erede unico Hugo, il figlio di primo letto che aveva avuto con la moglie indiana (dell’India non nativa americana), e di cui nessuna sapeva l’esistenza. L'intrigo nasce dal fatto che Jack, nella campagna inglese, si perde, rompe la macchina, e chiede ospitalità a casa Ullstone. Tutti pensano sia Hugo l'erede, lo trattano con rispetto, ma anche con freddezza. Solo sir Frederick lo prende in simpatia, in quanto dottore come Jack e poi scoprendosi mentore del di lui fratello. Tanto che lo lascia a custode del buon esito degli avvenimenti. Questo è il momento migliore, quello della presentazione dei personaggi e delle loro attività incrociate. Ci sono i due figli inglesi del morto: Ursula, che sembra presa dal fallito dottor Hillary, e Jim, che invece pare avere una storia con la lontana cugina Evelyn. Cuginastra che il morto forse voleva sposare, ma che Jim soppianta. Quattro attori che si muovono con tutte le possibili ambiguità. Accentuate dall’arrivo dell'aspettato ospite. Un ospite che inizia subito a far girare molte rotelle. Risulta antipatico sia a Jim che a Hillary. Jack sembra subirne la volubilità. Evelyn e Ursula, a turno, cadono preda dei suoi modi da “tombeur de femme”, che sa parlare, sa ballare, suona “Al chiaro di luna” al pianoforte. Si scopre però che si tratta non di Hugo ma del suo amico Marcel. Avrete già intuito la falsariga di una tragedia greca. Il Re che disereda i figli e l’erede che giunge sotto celate spoglie. Speravo si svelasse che Jack era Hugo. Invece Hugo arriva il giorno dopo, arriva ma morto. Chi aveva interesse a farlo fuori? I mancati eredi? Marcel che vorrebbe forse prenderne il posto? Evelyn che così, tornando da Jim, diverrebbe padrona della magione. Con un colpo di genio però, Mary Fitt fa scrivere ad Hugo un testamento che lascia tutto a Marcel. Cui ora Ursula ed Evelyn fanno di nuovo il filo. Nell’ombra poi c’è Hillary, ubriacone non molesto che si lascia andare verso l’oblio, e che potrebbe agire per lasciare la tenuta ad Ursula. Tutto sembra andare in questa direzione, poiché il giorno dopo Hillary si uccide. Sarà questo gesto un’estrema confessione? Siamo entrati a piè pari nella parte minore del romanzo, quella dove si spendono troppe parole per far capire l’ovvio. Che noi avevamo già capito dalle mosse dei protagonisti. Allora quello che Hillary deve confessare lo lascia scritto a Jack con una lunga lettera che ci dice tutto quello che si suppone non dobbiamo sapere ma che era scritto da tempo. La fine si affretta, tutti i comprimari vanno verso i loro segnati destini, così come l’artefice di tutto l’imbroglio. Rimane solo Jack, che finalmente si allontana dalla tremenda casa degli Ullstone (quasi fosse la casa degli Usher di Poe), ricordando il suo arrivo e le voci piacevoli che lo avevano accolto sotto la pioggia. Avrei gradito qualche colpo di scena in più e qualche spiegazione meno scontata. Magari un bel confronto nel salone con tutte le parti in causa. Ma consoliamoci con la bella prima metà, che resta dignitosa, ben scritta e piacevole, come dal titolo. E ricordiamoci dei ben più poderosi ed accademici scritti dell’autrice.
“Essere lasciati è una delle sensazioni più strane che abbia mai provato.” (155)
Milton Propper “Morte in sala d’attesa” Corriere della Sera Gialli 16 euro 6,90
[A: 09/05/2016– I: 17/11/2017 – T: 20/11/2017] - &&&--
[tit. or.: The Divorce Court Murder; ling. or.: inglese; pagine: 347; anno 1934]
Avrebbe preso la sufficienza piena, questo pur ben datato libro, se: fosse stato più stringato nell’avvio, avesse avuto un titolo coerente all’inglese, non mi avesse fatto scoprire anzitempo il colpevole (indico “il” al solito nel generico singolare onnicomprensivo italico, essendo possibile che il colpevole sia maschio o femmina). Ed anzi, stava avendo anche qualche punto in più perché: è un giallo americano di ragionamento, ed il ragionamento stava filando bene, l’autore era gay dichiarato, e per questo perseguitato ed alla fine costretto al suicidio a soli 56 anni. Propper nasce infatti nel 1906, si avvia ben presto alla carriera giornalistica, ed a 23 anni scrive il suo primo poliziesco, con protagonista un giovane ispettore della polizia di Filadelfia, Tommy Rankin. Per 14 anni produce un libro all’anno, seguendo Rankin nelle sue indagini, con un giallo nel filone dell’Ellery Queen degli anni Venti. Atipico, nel panorama americano, che, avvicinandosi la guerra, si orienta verso gialli d’azioni, sempre più intensa. Per sfociare negli hard boiled di Dashiell Hammett e Raymond Chandler. Propper è spiazzato, i suoi gialli non vendono più. È inoltre osteggiato in quanto gay dichiarato. Emarginato dalla scrittura, sopravvive per una ventina d’anni tra diverse angheria, per poi chiudere la sua vita con un gesto tragico a soli 56 anni. Ed il ragionamento, come seguiamo bene in questo suo libro, è ben portato avanti, si intesse una tela, cui scoperta dopo scoperta vengono aggiunti dettagli e possibilità. Per poi risolversi in un momento finale, dove tutti i pezzi del puzzle vanno al loro posto, senza tanto spargimento di sangue. Infatti, anche qui, pur nella lentezza un po’ diesel della partenza, ed in qualche momento di passaggio poco stringato, la tela del ragno è ben tessuta. La scena madre è già presentata all’inizio. C’è un divorzio in atto, abbastanza complicato, ed una testimone chiave, mentre aspetta di essere ascoltata dalla corte, viene uccisa. Questo il senso del titolo inglese (“Assassinio al Tribunale del divorzio”), un po’ stravolto da quello italiano (anche se Barbara viene uccisa proprio nella sala d’attesa del tribunale). Abbiamo i due divorziandi, Allen e Adele. Lei ricca del precedente matrimonio, lui un bel tipo senza molta arte, ma di bell’aspetto (cosa tipica nei gialli americani). Stanchi della loro routine, decidono, previo accordo economico, di arrivare al divorzio. Cosa che favorisce Allen che avrà un discreto appannaggio, Adele che potrà risposarsi con un altro bel tipo, al solito vicino alla malavita (anche se mai incolpato direttamente). Nonché Harvey, il fratello di Adele, che tornerebbe a curare gli interessi della sorella, mettendo a posto i suoi enormi debiti personali. Dovendo essere pe colpa, i due coinvolgono la segretaria di Allen in una tresca con falsa testimonianza. Tuttavia Allen scopre che Adele non è che sia uno stinco di santo, avendo anzi tempo iniziato la relazione con il losco Campbell. Per questo ipotizza di alzare la posta, prendendo a testimone la Barbara di cui sopra. moglie di un industriale ben in vista nella società di Filadelfia, anche se fino a quattro anni prima era una semplice manicure in un albergo di lusso. Con il gusto del disvelamento progressivo scopriamo poi che Barbara e Allen si frequentano da tempo, tanto da farci supporre una loro liaison precedente. Che Mortimer, il marito di Barbara, viene avvertito della possibile tresca, ma quando irrompe, insieme ad Adele e Harvey, nel motel del peccato, trova Allan non con la moglie ma con la segretaria. Seguendo poi una labile traccia di medicine per il mal di testa (siamo a metà degli Anni Trenta ed allora non era molto in voga, ma noi ora leggiamo che si imbottiva di … piramidone) Rankin scopre che Barbara in realtà si chiama Ellen, è stata un anno in prigione per colpa del suo precedente compagno, morto durante una rapina. Durante la quale il complice dei due si salva e scompare. Ricostruendo la scena del delitto, Rankin ci fa vedere come tutti gli indiziati potevano compiere il delitto: Adele che compra una bottiglia di cloroformio per passarla a Campbell che, con l’aiuto di due scagnozzi, potrebbe rapire Barbara; Campbell che potrebbe usare il cloroformio in modo eccessivo; Allen, che si allontana dal tribunale per parlare con un autista e potrebbe essere tornato anzi tempo sulla scena del delitto; Harvey che anche lui ha alcuni minuti non giustificati; Mortimer che mente sulla sua presenza in Tribunale. Quando Rankin capisce le motivazioni del delitto, che sono forse più ampie di quelle che si pensava all’inizio, arriva alla soluzione del caso. Che, come ho detto, aveva già da tempo la mia soluzione, quando troppe volte si gridava al lupo al lupo, ma mai (e qui cominciai ad insospettirmi) verso una delle persone indiziabili. Comunque si legge con gradevolezza, e scorre via senza troppi altri pensieri. Permettendo ad un pensieroso lettore di avere momenti di tregua da altri e ben più pressanti accadimenti.
Leslie Cargill “La morte viaggia in autobus” Corriere della Sera Gialli 22 euro 6,90
[A: 24/06/2016– I: 20/11/2017 – T: 22/11/2017] - &&
[tit. or.: Death Goes by Bus; ling. or.: inglese; pagine: 250; anno 1936]
Mi ero accostato abbastanza speranzoso a questo nuovo giallo anglosassone, spinto da due premesse intriganti. L’autore, il cui vero nome è Leslie Clarke, è praticamente ignoto, anche al “Grande Libro dei Giallisti Anglosassoni”. Si sa, per la quarta di copertina di un suo libro, che è nato nel 1895 e che Cargill è uno pseudonimo. Scrive 21 romanzi, l’ultimo nel 1952, poi scompare nell’ombra, e di lui si saprà solo, tramite il suo editore, che muore nel 1964. Ho provato in tutti i modi a saperne di più, ma anche attraverso tutti i più nascosti siti internet, questo è il massimo che si riesce a sapere. Cioè, questo, insieme all’elenco dei libri pubblicati a suo nome. Il secondo punto (oltre a notare di passaggio che finalmente, il titolo non viene massacrato come al solito) è la personalità del personaggio centrale, il risolutore del giallo. Morrison Sharpe viene definito “enigmista”. Solutore di cruciverba, rompicapi, nonché problemi matematici e/o scacchistici. Sembra un inizio promettente. Con un tono che Cargill mantiene per tutto il romanzo. Tuttavia, non basta dire che uno è un enigmista per farlo diventare tale. A parte il problema giallo in sé, Morrison non sembra mostrare nessuna caratteristica peculiare del solutore di enigmi. Soprattutto, e qui casca l’asino, l’autore non ci dice uno che uno degli enigmi da lui risolti. Ogni tanto, Cargill inzeppa la frase con: qui Mr. Sharpe risolve un cruciverba, qui Morrison fa dei strani segni su di un pezzo di carta, qui il nostro si china su di una scacchiera e pensa. Già questo mi stava innervosendo. Poi, ogni volta che la polizia fa un passo avanti, lui dice di averlo scoperto prima, di esserci arrivato prima, ma senza mai farci seguire il suo ragionamento. Come se noi si dovesse avere una fideistica adesione a tutto quello che dice l’autore. Ne risente anche la trama gialla, che si annuncia interessante, si complica strada facendo, ma si scioglie come neve al sole, che, per l’appunto, non ci vengono spiegati i ragionamenti di Morrison, né tanto meno quelli dell’ispettore di polizia. Il nostro enigmista, senza motivi apparenti, va su e giù per la campagna inglese, con treni ed autobus. Ma questa volta, il bus è particolarmente interessante, per i personaggi e gli avvenimenti. Ci sono una decina di persone, più l’autista. Autobus vecchio, che fatica in salita, scoppiettando talmente forte da coprire uno sparo che uccide un passeggero, Caleb. Sharpe prende il controllo della situazione, in attesa dei poliziotti, scoprendo che oltre a lui, sul mezzo c’erano: una coppia di agricoltori, da subito esclusa, un giovanotto, abbastanza sveglio anche se distratto, che dice di aver visto qualcuno scendere al volo, ed un barbone che scroccava un passaggio, il giovane John Smith, in possesso di una pistola che però non spara e che voleva convincere l’autista a partecipare a delle rapine, la signora Hanson, che, alla vista del morto, inopinatamente, sviene, un greco che sostiene fare il commerciante di mobili antichi, ma che nasconde qualcosa, il signor Young, unico a raccontare bene quello che ha visto, anche se poi mente su di sé, sulle sue manovre, e presto scompare. Morrison e l’ispettore, in un crescendo di piccole agnizioni scoprono al fine che quella mattina, sull’autobus, c’era veramente di tutto. Il signor Winslow, quello visto dal giovanotto e poi sparito, è in realtà un bancario in fuga con soldi rubati alla banca. Ma scappa dal bus lasciando i soldi, si trova nel bosco, vede il barbone, fuggito anche lui alla vista del morto, pensa di essere già stato raggiunto dalla polizia, e si uccide con del veleno. Poi c’era la grande banda di ladri internazionali, composta da Caleb (il morto, nonché il capo, nonché in possesso di una collana rubata poco tempo prima a New York), il greco (in funzione di ricettatore e smistatore della refurtiva), Smith e Young, i manovali del crimine, e la signora Hanson, amante dello sposato Young. Caleb aveva venduto la collana al greco, per poi rubargliela di notte e fuggire, inseguito dal resto della banda. Caleb aveva fatto il colpo per punire gli altri che, sotto la spinta di Young, oltre alle varie merci rubate, avevano cominciato a spacciare droga, elemento secondo Caleb disonorevole per un ladro. Anche se Caleb non è che sia tanto onorevole, venendosi a sapere poi che il giovane Smith è figlio suo e della signora Hanson. Quindi tutti avevano dei motivi per farlo fuori, ma solo uno della banda lo ha fatto. Vi lascio questo piccolo dilemma, anche se, pur non essendo Morrison, si comprende ben presto chi possa essere. Peccato, quindi, che ad un inizio promettente, seguano pagine non all’altezza, dove l’onnisciente Cargill ci spiega tutto, senza darci gli strumenti per seguire i nostri ragionamenti. Credo che sia stato giustamente dimenticato nel corso degli anni, come scrittore di seconda fascia.
Samuel W. Taylor “L’uomo con la mia faccia” Corriere della Sera Gialli 6 euro 6,90
[A: 29/02/2016– I: 25/11/2017 – T: 26/11/2017] - &&&
[tit. or.: The Man with my Face; ling. or.: inglese; pagine: 252; anno 1949]
Finalmente torniamo a livelli accettabili di scrittura in questa collana ultimamente un po’ troppo al ribasso. Tra l’altro con uno scrittore americano e non inglese, anche se fuori dall’ormai imperante hard boiled degli anni ’40. Taylor tra l’altro ha una sua storia strana (da lui poi scritta in una interessante biografia). Nasce nello Utah mormone, in una famiglia allargata ancora sull’onda poligamica del fondatore. Cerca di farsi un suo spazio, senza riuscirci in quel mondo chiuso e ristretto (andateci nello Utah e capirete), per poi fuggirne a 27 anni, rintanarsi a Redwood in California con la moglie, e da lì produrre il suo meglio. Sia in qualche buona sceneggiatura (anche se i biografi sbagliano ad attribuirgli una collaborazione con Hitchcock) sia nelle biografie, sia in qualche buon giallo o poliziesco o thriller. Come questo, che se avesse un buon regista sarebbe anche potuto diventare un buon film, ed invece non lo fu. Non è un poliziesco classico, non c’è da scoprire assassini o colpevoli, ma siamo lì, fin dalle prime righe a seguire la strana vicenda che comincia a vivere Charles "Chick" Graham. Onesto contabile, torna a casa dal lavoro una sera, e la moglie Cora, che sempre lo va a prendere alla stazione non c’è. torna a casa a piedi e trova la moglie, insieme al di lei fratello Buster, nonché suo socio nella contabilità, e la di lui moglie, insieme ad un quarto uomo. che sostiene di essere lui Chick. Un uomo con una strabiliante somiglianza. Noi seguiamo la vicenda dalla parte di Chick, e ci domandiamo, con lui, che cosa sta succedendo? Chi è quello? Perché il cane di Chick non obbedisce al padrone ma al nuovo entrato? Da qui, passo dopo passo, si aggiungono pezzetti di storia, in una vicenda che alla fine risulta essere una gigantesca e macchinosa messa in scena, tesa alla copertura di un furto di svariati milioni di dollari. Certo, l’operazione “sostituzione” è lunga, ma costruita con attenzione, perizia, e non facilmente scardinabile. Tutto era cominciato sotto le armi. Chick, ufficiale americano, si imbatte in Buster che lo scambia per il suo amico Rand. Sciolto l’equivoco, Buster si incolla a Chick, divenendone un’ombra fedele. Gli fa conoscere la sorella Cora, che comincia a fare la svenevole con lui. Gli nasconde le lettere della fidanzata Mary, che Chick ben presto fa scivolare nell’oblio, anche perché viene spedito in Europa. Al ritorno, Chick e Cora si sposano, Chick e Buster mettono su una società di contabilità, Bill, addestratore di cani, vende un bull terrier, gli vende il cane Jiggs. Insomma tutto fila per almeno un anno sul filo della normalità. Fino alla scena descritta sopra. Dove crolla tutto e dove Chick deve difendersi da tutti gli assalti alla sua persona. Arrestato, riesce a scappare, per scoprire che il giorno prima un bancario di nome Rand ha fatto una rapina di diversi milioni di dollari alla sua banca, ed è fuggito uccidendo un uomo. Una tramona costruita in anni e anni, aggiungendo tassello dopo tassello. Vista la somiglianza, Rand capisce la possibilità di una grande rapina, fa incollare Buster e Cora a Chick, va anche lui sotto le armi, dove riesce a sostituire le sue impronte digitali a quelle di Chick. Finita la guerra, mentre Chick inizia la sua vita come sopra, sempre controllato dai due fratelli, Rand convince il suo amico Bill, addestratore di cani, ad istruire due bull terrier gemelli, regalandone uno a Chick. Poi Rand fa la corte ad Alexandra, convincendo il di lei padre ad assumerlo nella banca di famiglia. Eccoci pronti al grande colpo: Rand, mentre trasporta un ingente quantitativo di valori, uccide la guardia che è con lui e fugge. Arrivato a Redwood (la città dove vive anche il nostro scrittore) mentre aspetta il ritorno di Chick, si sostituisce a lui nella casa, prendendo anche il cane gemello. Così tutto è pronto per mettere fuori gioco Chick: a casa nessuno lo riconosce, neanche il cane, una guardia lo arresta, ma mentre vanno verso il carcere, dove li aspetta Bill con un altro cane pronto ad assalire ed uccidere Chick, la guardia, inaspettatamente, rilascia Chick. Questo è il punto in cui poi incominciano le vicende a perdita di fiato: Chick ritrova la sua vecchia fiamma Mary, da cui cerca di farsi aiutare. Vuole rintracciare Alexandra, che conosce da vicino Rand, ma questa viene uccisa. Come vengono uccisi, ma mano, tutti i possibili testimoni a favore di Chick. Ma lui non demorde ed in una scena inversa della prima, mentre Rand sta in ufficio, Chick torna a casa, riprende il suo posto, ed al ritorno di Rand si cerca di ripercorrere la scena iniziale. Con il cane di Chick che torna ad essere il cane di Chick. E con la guardia che viene per arrestare qualcuno. Chi avrà la meglio? Vi lascio qualche suspense, dicendo anche che un film ne fu tratto senza grande successo, mentre l’altro film che mi veniva in mente, quello con Cage e Travolta, è basicamente diverso (lo ricordate, vero?). Bisognerebbe avere un buon regista, perché invece questo libro meriterebbe.
“Ma chi è che riesce ad avere dalla vita quello che veramente vuole?” (82)
Come dimenticare che la prima trama del mese porta con sé degli elenchi di libri letti? Ecco quindi i 14 libri decembrini, che una volta tanto spaziano veramente dall’alto in basso. Basso che raggiungono con lo striminzito saggio di Hoffmann e l’inutile (eppur tanto acclamato) giallo di Carrisi. Mentre le vette (o quasi) vengono raggiunte da due classici (o quasi) di Böll e di Simenon, nonché da due saggi (che finalmente sono all’altezza della loro fama). Avere un mese con quasi 1/3 delle letture quasi al top è evento assai raro.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Anne Holt
Quale verità
Einaudi
13
3
2
Zane Grey
Il ranger del Texas
Corriere della Sera Western
5,90
2
3
Massimo Cassani
Zona Franca
TEA
11
3
4
Heinrich Böll
Biliardo alle nove e mezzo
Mondadori
9,50
4
5
Zygmunt Bauman & Ezio Mauro
Babel
Laterza
10
4
6
Elizabeth George
Un piccolo gesto crudele
TEA
12
3
7
Massimo Recalcati
Il segreto del figlio
Feltrinelli
15
4
8
Jean M. G. Le Clézio
Voyage à Rodrigues
Folio
s.p.
2
9
Massimo Gramellini & Chiara Gamberale
Avrò cura di te
TEA
5
2
10
Roald Hoffmann
Chimica e poesia
Castelvecchi
s.p.
1
11
Georges Simenon
I Maigret – 9
Adelphi
s.p.
4
12
Donato Carrisi
Il suggeritore
Superpocket
4,90
1
13
Martin Cruz Smith
Tatiana
Repubblica Noir
7,90
2
14
Charlie Higson
Spara o muori
Repubblica Noir Junior
6,90
3

Tra oggi e domani ricorrono i 75 anni dalla nascita di due grandi cantanti italiani ormai scomparsi. Ma io voglio invece qui ricordarvi che ieri è stato il 66° compleanno di un mio amico. Di certo non vi dico che sia, ma almeno facciamo festa che il resto, per ora, in questo ’18 buio e pesto, non è che si sia allegri (ed accidenti alle moto, all’acqua e tanto altro). Ma io da questa grande piazza da dove canto al sole (belle citazioni, eh), vi saluto