lunedì 2 aprile 2018

Per fortuna che c'è il BarLume - 02 aprile 2018

Una trama in ritardo, perché tutti si è festeggiato una bella Pasqua. Ma ora, in questo lunedì dell’Angelo, torniamo a parlare di libri, e di libri italiani, e di scrittori un po’ noir. Come dico nel titolo, per fortuna che c’è il libro di Malvaldi dove, benché siano racconti, almeno hanno una trama, un corpo, una scrittura interessante. Come potrebbe essere, se non mettesse troppo materiale alla nostra attenzione, il libro di Cassani. Mentre decisamente poco digeribili sia il tanto celebrato Carrisi (Donato e no Al Bano) che l’oscuro e molto poco utile Massorbio (e con una tiratina d’orecchi all’editore).
Marco Malvaldi “Sei casi al BarLume” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato a 11,90 euro)
[A: 21/10/2016 – I: 27/11/2017 – T: 28/11/2017] - &&& ---
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 256; anno 2016]
Non tragga in inganno l’anno di uscita: è quello della raccolta di questi sei racconti, usciti (come elenco vicino ai rispettivi titoli) negli anni passati, e che Sellerio ha deciso di raccogliere come piccola strenna lo scorso anno. Così come ha raccolto i racconti di Manzini dedicati a Rocco Schiavone (di cui si tornerà a parlare prima o poi). Un libro che leggo per l’affetto che dalla prima uscita mi lega a Malvaldi ed ai suoi vecchietti ed al barrista Massimo. Ma che solo per questo merita un po’ di librini. Nello specifico, i vari racconti hanno poco del giallo e molto della vita vissuta in Pineta. Intanto, per stessa ammissione di Malvaldi, il primo racconto è più che altro un modo per approfondire un po’ proprio i nostri vecchietti, senza un giallo, senza morti (che i nostri li attirano come il miele per le mosche), ma solo qualche passaggio vernacolare e qualche diatriba su malcostumi vari.
Da “Un Natale in giallo (2011)”: “L’esperienza fa la differenza”
Allora abbiamo l’introduzione dei nostri eroi: Gino Remediotti, basso, con voce armonica per cui viene usato per la lettura dei giornali, Pilade Del Tacca, pensionato del comune, sempre preso in giro per la sua pretesa di aver lavorato un dì, Ampelio Viviani, il nonno di Massimo, il più sboccato (e questi sono i tre pensionati) e Aldo Griffa, l’unico che lavora avendo aperto un ristorante. Qui i nostri se la prendono con il comune che dilata sempre più nel tempo la raccolta differenziata, inneggiando all’eroe che sparge la suddetta per le strade del comune.
Da “Capodanno in giallo (2012)”: “Il Capodanno del Cinghiale”
Qui, almeno, si ritorna ad un minimo di indagine, anche se la soluzione del caso Malvaldi ce la butta lì, senza tante sottigliezze. L’idea divertente, e comunque reale e non inventata, è il Capodanno pisano, che si celebra il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione, essendo 9 mesi prima del Natale. La confraternita del Cinghiale (di cui ci vengono narrati scherzi epocali) decide di festeggiarlo cantando canzoni maremmane all’interno del Battistero di San Giovanni a Pisa. Peccato che qualcuno si intrufoli (o prenda l’occasione o altro) per commettere il delitto di cui sopra. Ma questo è di poca importanza rispetto sia agli scherzi sia soprattutto alla descrizione del Battistero stesso, mirabile opera di tal Diotesalvi architetto per altro ignoto del dodicesimo secolo, che costruì la cupola con due elementi sovrapposti, l’uno riprendendo la Moschea della Roccia e l’altro la Cupola del Santo Sepolcro, entrambi in quel di Gerusalemme (di cui per ora non dico altro).
Da “Ferragosto in giallo (2013)”: “Azione e reazione” (ne scrissi nel 2014)
Questo è l’unico che avevo già letto, ed è l’unico che ha una parvenza di suspense. Come scrissi nel 2014, quando ne parlai: Mentre si attende un altro romanzo di più ampio respiro, abbiamo qui di nuovo i nostri beniamini: Massimo, il BarLume, e gli anziani che intorno gravitano. Tra una discussione e l’altra sul caldo (ferragosto, ovvio), sulle sigarette elettroniche e sul malcostume (differenziato) degli stranieri in vacanze versiliesi, si trova il modo di assistere alla morte appunto di un cafone russo. Qualche battuta di Massimo, un saluto al commissario Fusco che sta per andarsene, qualche imbarazzante uscita degli investigatori “Villa Arzilla”, per poi arrivare al nocciolo. Intossicazione da piombo. Possibili le sigarette elettroniche? Il nostro autore, pur non avallandole, scrive righe in loro difesa (ma che ci sono gli sponsor?), e lascia che Massimo risolva brillantemente, seppur senza particolari lampi, l’indagine estiva.
Da “Regalo di Natale (2013)”: “La tombola dei troiai” (ne scrissi nel 2014)
Racconto di svolta, perché viene introdotto il nuovo commissario, Alice Martelli, subito simpatica, e subito dedita ad un’overdose di cappuccini. Ed anche, e non guasta, subito nelle simpatie di Massimo. La tombola del titolo è un esperimento del nuovo prete, per riciclare doni poco graditi (i troiai appunto) facendo anche piccole donazioni alla Chiesa. Peccato che uno dei troiai serva ad uccidere un farmacista, per altro noto come strozzino. Le solite brillanti deduzioni di Massimo portano il commissario ad individuare il colpevole ed i meccanismi della vicenda.
Da “Carnevale in giallo (2014)”: “Costumi di tutto il mondo” (ne scrissi nel 2014)
Qui si va sullo storico, che per raccontare una storia di sventate mazzette, si ricorda un carnevale di quando Massimo aveva sei anni. E di come, in combutta con i vecchietti (che forse lo erano meno, essendo passati trent’anni) riesca a rubare il portafoglio del vigile disonesto e ad offrire una grande mangiata di dolci a una ventina di suoi coetanei. Unico punto in più, che dietro gli sforzi di Alice, veniamo a sapere qualcosa in più della giovinezza di Massimo.
Da “Vacanze in giallo (2014)”: “Aria di montagna” (ne scrissi nel 2014)
Iniziando un costume che si ripeterà nel settimo racconto, che non è presente qui ma nell’ottimo “Viaggiare in giallo”, gradito regalo di due giovani marmotte, i vecchietti sono in trasferta in quel di Ortisei. Alice e Massimo sono in Pineta e cominciano schermaglie varie che li porteranno a breve ad un buon rapporto ben oltre l’amicale. Ad Ortisei ci scappa il morto, anzi la morta, che Alice scopre ben presto essere un pentito delle FAP (Forze Armate Proletarie), che si era fatta anche la plastica, ma che viene sgamata da un parente di una persona morta durante una rapina proletaria, in quanto … cieco. E non vi dico altro.
Insomma, una buona scrittura, che si legge velocemente, che fa passare il tempo evitando che si ritorni sempre a pensare alle disgrazie che questo anno, non bisestile ma primo, ci sta portando.
Massimo Cassani “Zona Franca” TEA euro 11 (in realtà, scontato a 7,70 euro)
[A: 13/07/2015– I: 02/12/2017 – T: 04/12/2017] - && e ¾
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 422; anno 2013]
Il solito vizio che sembra ripercorrere tutte le storie di Cassani è quello di voler mettere molta (troppa?) carne al fuoco. Il risultato sono libri un po’ più lunghi dell’usuale, che hanno quasi sempre alcune parti leggermente più lente e faticose da percorrere. Il secondo vizio è quello di accorgersi di questo primo errore e cercare, nel finale, di sciogliere tutti i nodi aperti. Con il rischio di lasciarne qualcuno irrisolto, e scioglierne altri troppo in fretta. Terzo ed ultimo elemento distintivo che non viene gestito al meglio, è la volontà di colpire alto, troppo in alto forse, perché nel mondo della polizia, dei carabinieri e del malaffare, c’è sempre una zona grigia, che nessuno ha fin qui svelato, o decifrato. Entrare lì dentro può essere poco salutare, per chi ci entra e per chi ci scrive. E così, anche in questo lungo viaggio nella Milano del commissario Micuzzi, abbiamo tante storie che si intrecciano. Spesso poi, per motivi casuali, si intersecano così casualmente da creare veri e propri ingorghi polizieschi. Intanto dalla precedente puntata sappiamo che Micuzzi, è stato parcheggiato al commissariato Città Studi, volendolo allontanare dalla Questura Centrale. Dove il suo posto viene preso da Lariccia che qui ha un ruolo marginale, solo come carrierista, leccapiedi del Questore e forse intralciatore dei buoni uffici che sta mettendo il magistrato Cavalli per disinnescare mine di ‘ndrangheta ed altre trame nere. Il filone principale (almeno apparentemente) sembra seguire le orma di allegri ottantenni (eufemismo) che vivevano da giovani (ante guerra quindi) in quella “zona franca” che si stende dietro Piazzale Loreto, sulla direttrice che ha come asse via Padova. Seguiamo, a balzelli, e con fatica, le esistenze odierne di queste tre persone, a suo tempo legate. C’è Luigi Pecchia, timido, visionario, balilla senza capire perché, poi partigiano, ribelle, ed ora sul matticchio, cioè da un lato fuori di testa (vuole abbattere il Duomo perché dalla Madonnina escono fumi che avvelenano i milanesi e si lamenta di tutto, tanto da essere soprannominato Gigi Sciagura) dall’altro da sempre legato a quella sua fiamma di gioventù, che aiutò a fuggire e di cui conserva un tesoro. Si tratta dell’ebrea Sarah Piave, la bella della scuola, fuggita in Svizzera al proclama delle leggi razziali, poi in America, ed ora, dopo una lunga carriera di pianista, in pensione, e con l’idea di ritrovare il Pecchia. Infine il terzo lato, Benito Marabelli, balilla e fascista convinto, innamorato anche lui di Sarah e scornata dalla di lei preferenza verso Luigi. Benito che fugge alla fine della guerra, ripara in Argentina, dove si fa una solida posizione. Benito che rimane legato a Servizi Segreti deviati e sotterranei, tanto da essere coinvolto (almeno sulla carta, e mai con una prova) nella fuga di Kappler dal Celio. Benito che torna in Italia per incontrare Sarah (che viene dall’America) e Luigi. Ma con l’intento di uccidere Gigi Sciagura. Gigi che intanto è stato intervistato da Ambra (che conosciamo dai precedenti episodi) giornalista free lance e bisex. Ambra che si lancia su di una storia di muratori in nero e morti sul lavoro che gli racconta Gigi. Ambra che incontra Selene, conoscenza occasionale che sta fuggendo da una strana situazione familiare (con uno zio anche lui nel campo edilizio che vuole a tutti costi il 51% della società che hanno in comune e che detiene Selene). Selene che (casualmente?) incontra Luigi, lo vede inseguito da una macchina, e sente due colpi di pistola. Luigi che viene trovato ucciso con tre colpi di pistola. Ambra che ospita Selene, ma quando lei esce a far la spesa viene quasi uccisa da un energumeno e si trova in coma all’ospedale. Selene che viene ospitata da Micuzzi nell’attesa di chiarire i fatti. Selene che si scontra con Margherita, l’ex-moglie di Micuzzi, che sta cercando di tornare con lui (ma quanto è antipatica?). Selene che viene rapita. Micuzzi che organizza un’infiltrazione di un suo sottoposto nei cantieri sospetti. O capperi, ma quanta storie si vanno intersecando? Sappiamo che Benito qualcosa ha fatto, ma cosa? Sappiamo che c’è un ingegnere che sta tirando losche fila: ma è il padrone dei cantieri (che tra l’altro sta acquistando le case di via Padova per mettervi i suoi operai in nero) o è lo zio di Selene? Vediamo Micuzzi che, con molta lentezza, si riappropria del centro della scena, sia nella latitanza (voluta?) di Lariccia, sia con l’aiuto del magistrato Cavalli. Dopo pagine e pagine di una lentezza esasperante, l’accelerazione finale ci porta all’uscita di Ambra dal coma, alla liberazione di Selene da rapimento, a scoprire chi e perché l’aveva rapita, a svelare le trame nere di Marabelli, a disinnescare la bomba dei cantieri in nero, che servivano solo come paravento per operazioni di droga, a decifrare tutta l’intricata vicenda della morte del Pecchia, ad opera di … (e qui una bella tirata d’orecchi, perché non si può risolvere il tutto con altri casuali meccanismi, senza farci partecipi, almeno con qualche pagina d’anticipo, di cosa stia succedendo). Come dice Cassani nella postfazione, oltre alla storia, c’è anche molta Storia nel romanzo. Non vi dico quale ed in quali punti (ma forse si è capito). Tiro fuori solo un cilindro dal cappello, perché alla fine saltano fuori gli spartiti per piano che suonava Sarah da giovane. Sono opera del compositore Aldo Finzi, militare, fascista, ebreo, poi allontanatosi dai fasci, quindi partigiano ed alla fine fucilato alle Fosse Ardeatine. Cassani ne accenna, senza citare la morte di Finzi. Peccato perché sarebbe stata funzionale a decifrare qualche passaggio. Tuttavia, ribadisco, la fine è troppo veloce, e lascia qualche puntino in sospensione che forse si poteva chiudere. Anche qui, peccato!
“La vecchiaia non cambia le persone, forse sottolinea soltanto quello che siamo da giovani.” (346)
Donato Carrisi “Il suggeritore” Superpocket euro 4,90
[A: 20/07/2015 – I: 26/12/2017 – T: 27/12/2017] - &+
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 460; anno 2009]
Ho aspettato veramente tanto prima di accingermi a leggere questo libro, per una serie di mie personali valutazioni, che forse poco entrano con lo specifico del libro. La prima è che su tutti i media, cartacei ed online, Carrisi viene (veniva?) salutato come un autore geniale, l’autore italiano di thriller più venduto al mondo. La seconda è, quasi come pendant della prima, che nessuno, al di fuori degli specialisti ne parlava. La terza è che quel cognome mi ricordava troppo un cantante che, fin dalla mia giovinezza, ho odiato profondamente. L’ultima, anche questa molto personale, è che non ne usciva mai una versione economica. Poiché sono un grande consumatore di libri, e poiché non sono uno scialacquatore di patrimoni, a meno di casi speciali, aspetto sempre un abbattimento dei prezzi dei libri che mi interessano, tanto c’è sempre qualcosa da leggere. Detto ciò, ora l’ho letto, ed il mio giudizio finale è che sia un autore sopravvalutato. L’idea centrale è buona ed in un certo senso spiazzante. La resa nella scrittura risente da un lato il voler a tutti costi tirar fuori colpi di scena quasi ad ogni capitolo, dall’altro il dilungarsi, a volte poco utile, in descrizioni di contorno che allungano inutilmente il brodo. La terza ragione è che alla fine, a parte il serial killer, tutti sono colpevoli, o hanno delle colpe. Elemento che nel mio pantheon ideale non è previsto: qualche “buono” ci deve essere. Comunque, come mi insegnò la mia mentore Luisa, cominciamo dai punti positivi. Il maggiore è la ricerca di una reinvenzione del personaggio e della storia del serial killer. Perché di un serial killer si tratta, che uccide bambine, anche mutilandone i corpi. Quello che lascia spiazzata è la squadra investigativa, perché non sembra esserci una logica dietro la scelta delle vittime. O almeno è talmente nascosta che il disvelamento nell’ultima pagina lascia un po’ l’amaro in bocca dell’invenzione a posteriori. Tipo: ho fatto talmente casino, ho “inventato” a destra e a manca, ed ora vi appiccico un collante per unire tutti i pezzi. Non solo, ma un collante che non può che rimandarci ad un possibile, probabile secondo episodio. La verità di primo livello, che anche un neofita del genere capta dopo le prime cinquanta pagine, è che ci sia un nesso tra le bambine morte (sono sempre femmine, mai maschietti), la mutilazione del braccio (sempre lo stesso), la diversità delle modalità di morte, la storia del detenuto che non lascia nessuna traccia, neanche in prigione. Se colleghiamo tutti questi indizi con il titolo, troviamo che il colpevole è, come dice qualcuno con felice intuizione, un “serial killer per induzione”. Una persona talmente forte da condizionare altri ad agire per conto suo, scatenando i loro peggiori istinti, facendo leva su tormenti psicologici che immaginiamo, visto che non lo vediamo realmente all’opera. Ma è anche un suggeritore dedito alla ripulitura del mondo dai cattivi soggetti. Perché le sue tracce, velate, criptiche, portano la squadra speciale a scoprire questi ed altri crimini, ad arrestare, imprigionare, uccidere molti altri criminali. Anche se sempre dopo che questi vengono commessi. Quasi che il dio – killer voglia alla fine rimanere l’unico sulla scena. Come contraltare del non noto cattivo, abbiamo la cosiddetta squadra investigativa. Una squadra già ben formata, che viene irrobustita dall’arrivo di Mila Vasquez, un’agente specializzata nel ritrovamento di bambini scomparsi. Che sicuramente ha dei problemi alle spalle (faticheremo un po’ ma alla fine Carrisi ce ne narra), tanto che per ogni bambino trovato, si infligge delle cicatrici sul corpo, a memento di quanto accaduto. Per non dimenticare, diremmo noi. La squadra intanto è composta da Boris, il piacione del gruppo, elefantiaco nelle movenze ma capace di momenti di delicatezza estrema; da Sarah, che da subito si pone in modo antagonista a Mila (ci metteremo 300 pagine a capire perché) e dal capo Stern, che fa da collante e da interfaccia con le alte sfere, ma con qualche problema insoluto alle spalle. Di supporto, come capo ufficioso, il criminologo Goran Gavila, dotato di alte intuizioni, della voglia e della capacità di empatizzarsi non con le vittime, ma proprio con i criminali. Entrando nella mentalità, riesce spesso a prevederne le mosse. Questo ha fatto di lui l’autorità che tutti rispettano. Ovviamente sarà Mila a trovare il maggior numero di bandoli a questo puzzle, in cui tutti (e non vi dico come né perché) hanno scheletri nascosti nell’armadio (a volte neanche troppo metaforicamente, ah, ah). Allora come mai mi ha convinto poco? La narrazione ha un ritmo molto basso all’inizio, tanto che non riesce a decollare. Alcune scelte narrative sono direi azzardate, come l’intrusione di una medium per delucidare alcuni aspetti (poco credibile). Inoltre il cattivo, sempre un passo avanti a tutti, sembra sapere mesi prima che la polizia la coinvolga che, ad un certo punto, Mila farà parte della squadra. Sarà anche lui un medium? Non sono convinto dello spaesamento logistico: non viene fornita alcuna indicazione di dove siamo, ed i nomi delle persone si possono adattare a diversi e disparate località. Ma se vogliamo usare il thriller per parlare di noi e della realtà, dobbiamo consentire al lettore di identificarsi, con qualcuno, con un luogo. Mentre qui, ultimo elemento poco avvincente per me, ci si identifica solo con il male, andando ogni volta più a fondo nella cattiveria e nella crudeltà. Non che noi appassionati cultori di serial TV del tipo “Bones” non siamo abituati a vedere o leggerne, ma qui sembra esserci quasi una compiacenza del male. Insomma, non so se darò altre chance all’autore per cambiare il giudizio. Per ora, no.
“Stiamo accanto a persone di cui pensiamo di conoscere tutto, invece non sappiamo niente di loro.” (454)
Giulio Massorbio “Occhi chiusi” Newton Compton s.p. (Prestito di Alessandra)
[A: 10/10/2015 – I: 17/01/2018 – T: 18/01/2018] - & e ¾ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 281; anno 2012]
Non un gran libro. Forse un’onesta prova di un personaggio che si occupa di arte, musei e storia (soprattutto napoleonica), e che soprattutto scrive e si occupa di Alessandria. Un libro che è stato regalato ad Ale molto tempo fa, e che (probabilmente in modo corretto visto che non è il suo genere) me lo ha prontamente passato … due anni fa. Devo dire subito che quello che fa prendere un ¾ di voto in più è proprio l’ambientazione alessandrina, città che non conosco (e che forse solo in pochi frequentano, almeno a sentire la mia amica Anita) e che ha o potrebbe avere degli spunti interessanti, magari quando saremo un po’ più anziani. La struttura del libro, però, è abbastanza scontata, o quanto meno già letta e rimasticata. Anche se, da questo si potrebbe vedere l’abilità di uno scrittore, prendere una trama classica, ed inventarci qualche cosa. Classico e scontato è anche l’utilizzo del flash-back che dovrebbe aprire squarci di comprensione, ma, da una parte è inutilmente oscuro, dall’altra ribadisce concetti che il corso narrativo va a poco a poco svelando. Dimenticavo, il secondo elemento d’interesse è l’anno d’ambientazione, quel 1961 centenario dell’Unità d’Italia, che le questure vanno preparando, in particolare quelle piemontesi (orgoglio Savoia?). Elemento funzionale, perché, visto che Massorbio fa mettere le radici del problema negli anni della Guerra, andare oltre i 16 anni trascorsi dal 1945 farebbe invecchiare troppo i protagonisti. Insomma, nel flash-back seguiamo alcune vicende del decenne Trovato Piccolo (un trovatello, abbandonato dalle suore, e minuto di costituzione), che nasce nel 1934, si barcamena alla meglio, per poi essere preso (rapito? salvato?) da un signore elegante con macchina al seguito. Passando al presente del racconto, troviamo il bel mondo alessandrino degli inizi degli anni ‘60 (quelli del boom, per intenderci), con al centro il commissario Piazzi, un po’ anomale, passato (quasi) indenne negli anni del fascismo (ma poi vedremo che sotto sotto lavorava per la resistenza), con il suo gruppo di vice e poliziotti, che l’autore cerca di caratterizzarci, ma che sembrano un po’ piallati sullo sfondo. Ci sono Carla e Mario, amici storici di Piazzi, che, ognuno con i propri mezzi e capacità, daranno una mano nelle indagini. In particolare Carla, che lavorando al comune, ha accesso a molti vecchi documenti. Poi c’è la borghesia, l’architetto Cammei, il dottor Gabutti, il faccendiere Porzelli, l’ingegner Renzi, la nobildonna Acquaretta, il conte Cassini. C’è il clero, con il vecchio mons. Bensi ammalato, l’oscuro don Mario, ed il giovane (solo ventisettenne) don Paolo Tarcisio. E ci sono gli emarginati, il cieco Restelli, la prostituta chiamata “La Mondina”. Il tutto inizio quando si trova Cammei ucciso nel parco cittadino con uno stiletto, e con un cartello “Numero 1”. Piazzi indaga, scruta, scartabella, sembra immacolata la vita di Cammei, tutto casa, studio e chiesa. Ma è tutto troppo pulito. Piazzi subodora, anche perché muore (allo stesso modo ma senza numeri) il cieco Restelli. Con La Mondina che narra i suoi rapporti e l’aiuto che dava quotidianamente al non-vedente, lanciando però dei piccoli, innocenti ami. Tutto precipita quando anche il dottor Gabutti viene ucciso, con lo stiletto, e con scritto “2” sul palmo. Piazzi, con l’aiuto dei suoi e di Carla, ricostruisce allora brandelli della vita di Cammei, che fin dai tempi del fascismo era nel mirino in quanto adescatore di minorenni. Che maltrattava fino alla morte, per poi farsi aiutare da Gabutti con i certificati di morte. Piazzi, com’è ovvio, scopre anche evasioni fiscali, bandi per costruzioni poco puliti, ed altre magagne dell’alta società. Ma non è questo che lo irrita: è l’aria omertosa che i vari Renzi, Cassini e company portano avanti. Tanto che quando li stana, tutti ammettono molto. Che sapevano di Cammei ma chiudevano un occhio. Che c’era anche un altro grande “traviatore”, sebbene di donne, il fratello maggiore del conte Cassini, morto pazzo da poco, ma salvato in una delle sue ultime crisi proprio dalla Mondina. Vediamo anche che il signore con la macchina nel ’45 era proprio Cammei. Che Trovato forse è morto ma forse è stato messo in salvo in Vaticano da don Mario. Che don Mario era della stessa razza di Cammei (anche se all’inizio meno scoperto). Che don Paolo ha le inziali simili a Trovato. Che Cassini si aggira nella notte. Che la Mondina sa più di quel che dice. Che don Mario non è più don, e vive in periferia, ed è l’unico dei tre pervertiti ancora in vita. Il finale convulso, con lapsus, finte rivelazioni, ed altri “trucchi” porta ad una soluzione non banale e non scontata all’inizio. Ma rimane ben poca cosa, rispetto ad un numero elevato di pagine poco utili. Se non appunto per fare un tour ad Alessandria. Ma forse non era questa l’intenzione di Massorbio. Di certo però bisognerebbe appendere per gli alluci i “marketing man” della casa editrice che mettono in copertina la seguente nota: “Vi presentiamo il commissario Piazzi. Un po’ Montalbano, un po’ Maigret”. Evito di commentare una frase così insulsa.
Cominciamo allora con i libri letti quest’anno, e cominciamo da gennaio, con i suoi 13 libri, con alcune presenze e risultati rimarchevoli. Prima su tutti, “Stoner” di cui ho parlato la settimana scorsa, con a ruota Mac Orlan (stesso discorso). Accomunati nel buon giudizio dal solito Simenon e da un Oz di cui spero poter parlare tra non molto. E dove invece la collana “Arte come Romanzo” comincia decisamente male.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Amos Oz
How to Cure a Fanatic
Vintage
s.p.
4
2
Melania G. Mazzucco
La lunga attesa dell’angelo
Corriere della Sera Arte
7,90
2
3
Pierre Mac Orlan
Il porto delle nebbie
Adelphi
s.p.
4
4
Margrit De Moor
Il pittore e la ragazza
Corriere della Sera Arte
7,90
1
5
Georges Simenon
I Maigret – 10
Adelphi
s.p.
4
6
John Williams
Stoner
Fazi editore
15
5
7
Romain Gary
Educazione europea
Neri Pozza
s.p.
3
8
Faye Kellerman
Kippur
Repubblica Noir
7,90
3
9
Giulio Massorbio
Occhi chiusi
Newton Compton
s.p.
2
10
Carlo Flamigni
Un tranquillo paese di Romagna
Repubblica Italia Noir
7,90
2
11
Helen Fielding
Il diario di Bridget Jones
Rizzoli
12
2
12
Gianni Farinetti
Rebus di mezza estate
Repubblica Italia Noir
7,90
2
13
Mr. Herzog
Perse in partenza (vedi alla voce battaglie)
Unwired
s.p.
2

Come detto, una Pasqua in campagna, a far piani di lavori e ristrutturazioni. Ma anche a godere di momenti di calma plurifamiliare, per rasserenare lo spirito, e per programmare i prossimi giorni, le prossime settimane ed i prossimi mesi. Allora, senza pesci d’aprile, eccovi comunque il mio saluto.

domenica 25 marzo 2018

Finale entusiasmante - 25 marzo 2018


Approfittando del piano di domeniche in questo pur freddo mese di marzo, accosto autori eterogenei, che però crescono in un finale assolutamente strepitoso. Un buon librino sardo, prestito del sempre ottimo Fako, una onesta ma mai esaltante prova del premio Nobel Le Clezio (che continua a non convincermi). Poi lo splendido Mac Orlan e le sue splendide nebbie, che già ci porta molto in alto. Ed a chiudere un bellissimo ed impareggiabile Williams con il suo Stoner, da leggere, ed anche rileggere.
Autori Vari “Sei per la Sardegna” Einaudi s.p. (prestito di Fako)
[A: 22/05/2017– I: 30/10/2017 – T: 31/10/2017] - &&& 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 62; anno 2014]
Ancora prendendo a piene mani dalla sterminata libreria in smembramento dell’amico Roberto, ecco che pesco un libricino, esile e pieno di … racconti. Già questo non mi entusiasma, come si sa. Però poi leggo le premesse, un libro in cui diversi autori uniscono le loro (poche) forze per dedicare i proventi del libro agli alluvionati sardi (ricordo per i meno dotati, 18 novembre 2013, sedici morti). Beh, forse vale la pena dedicarci qualche occhiata. Devo dire che, complessivamente, risulta un libro disomogeneo. Proprio per le premesse, che volevano soltanto accostare alcune pagine degli autori sardi della scuderia Einaudi (anche se il sardissimo e vegliardo Mannuzzu è nato nel continente, vicino a Grosseto). Ma se l’idea è buona, i vari pezzi del risultato non hanno lo stesso peso. Intanto, con coerenza rispetto all’egualitarismo che sarebbe d’obbligo in questi casi, i sei pezzi vengono proposti in ordine alfabetico dell’autore. Si comincia con una sufficienza piena per Un uomo fortunato di Francesco Abate. Cronaca della vita di chi sceglie la Sardegna come patria pur non essendo sardo e l’impegno civile come dirittura di vita. Finale un po’ scontato, ma tutti vorremmo poter dire, alla fine, di essere stati fortunati come Gabriele (rileggere il finale di Ishiguro per tirarsi sempre su). Non vi parrà strano, invece, che cresca nei miei voti il poco sardo E se fosse una malattia? di Alessandro De Roma, che ritengo il migliore del lotto. Perché parla di viaggi, parla di turismo, parla del luogo dove si arriva come un altro da sé, di cui bisogna esorcizzare l’esistenza, posti bellissimi che diventano la caricatura di sé stessi. Viaggiare non è fare il turista. Perché viaggiare è quasi una malattia, per la quale non esiste altro rimedio che lo sciamanico ripetere di gesti rituali. Come il mio lasciare un pezzo di vestiario là dove vado in giro per il mondo. Così il mondo avrà pezzi di me, ed io avrò la scusa (mentale) per tornarci. Comunque Alessandro ha in ogni caso il merito di riportarmi a Macchu Picchu ed a Calcutta, anche se poi lui finisce ad Olbia mentre io ritorno in Prati con il bus da Fiumicino. Poi, già i racconti mi danno prurito, figuriamoci le poesie isolate come questa L'infinito non finire di Marcello Fois. Parole che scorrono, ma che non fanno presa. Un autore che ad altro mi aveva abituato, se non altro ricordando la trilogia dedicata all’avvocato e poeta sardo Sebastiano Satta. Qui in una decina di pagine, evoca il tradimento (soggettivo di sicuro, ma anche oggettivo) che la sua gente ha fatto al patrimonio culturale sardo. C’è tensione civile, ma non riesce a coinvolgerci, non riesce ad andare sopra un paio di librini (anche scarsi) di gradimento. Anche se meglio del seguente illeggibile episodio prosaico-poetico della Cantata profana di Salvatore Mannuzzu. Non l’ho capito, non riesco a seguirne le tracce dove quattro personaggi, attori di questo libretto per musica, parlano di un impiccato e di una terra che muore giorno dopo giorno. Mannuzzu è di certo anziano e poco prolifico (si avvia dolcemente verso i novanta anni), ha scritto tanto e forse non aveva voglia di produrre altro. Così si riesuma questa dozzina di pagine, che avrei volentieri saltato. Per fortuna si risale con L'eredità di Michela Murgia, che, seppur in un lungo ed a volte per me poco coinvolgente racconto, aggiorna le tematiche care ai primi sardi che ho letto tanti e tanti anni fa, capovolgendone non il senso ma il percorso. Ovviamente la mente va a Gavino Ledda, ma qui il liberato, lo studioso, decide di essere pastore non per forza ma per scelta, perché alla fine possa dire di “fare l’unica vita che volevo fare”. Dispiace che sia un racconto telegrafico, ma si riavvicina alla sufficienza. Come, anche se anch’esso purtroppo breve, per l’ultimo scritto, Grilli in testa di Paola Soriga, che in quattro anguste paginette esorta a coltivare illusioni, anche avvicinandosi all’età adulta. Un bacio non vale la lettura di un libro ricevuto in regalo. Come disse qualcun altro, il bacio passa, il libro no. Insomma alla fine la sufficienza, soprattutto per i primi due testi, la merita appieno. Corroborata dall’accorata prefazione di Fois, che se la prende con gli scempi che portano morte alla sua terra e ad altre terre italiche. Se la prende (e noi con lui) a chi taglia gli alberi, costruisce case sul vuoto, ricopre la nostra terra di cemento, rimanendo insensibile “al grido di dolore”. E così continueremo a piangere la Sicilia, la Calabria, la Campania, il Vajont, Rigopiano, e via distruggendo. Finisco con una chicca che deriva dal primo racconto (e dedicato ai miei cugini romanisti): ho controllato, il 21 febbraio 1937 in effetti, come dice Abate, a Roma si giocò il derby; era Lazio – Roma, ed i giallorossi vinsero per 1 a 0 (anche se poi a fine campionato furono a metà classifica, mentre la Lazio arrivò seconda a 3 punti dalla vincitrice Bologna). Il gol confermo è stato segnato da Alfredo Mazzoni, che quell’anno segnò cinque gol, ed in tutte e cinque le partite in cui ha segnato la Roma ha vinto (Sampdoria, Lazio, Juventus, Napoli e Inter).
“E se il turismo fosse una malattia? … La smania di fotografare e catalogare tutti quei luoghi che, in misura più o meno grande, possono essere considerati simbolo di qualcosa.” (17)
Jean-Marie Gustave Le Clézio « Voyage à Rodrigues » Gallimard s.p. (regalo di Walid)
[A: 12/06/2017 – I: 17/12/2017 – T: 20/12/2017] - && +
[tit. or.: originale; ling. or.: francese; pagine: 146; anno 1986]
Un libro che ha una bella storia (come libro), una trama interessante anche se inesistente, una scrittura che, al solito, non mi convince. Ho iniziato a suo tempo a leggere qualcosa di Le Clézio dopo l’assegnazione del Nobel, ma, a parte il suo primo romanzo, quello che lo rivelò a 23 anni, non mi ha mai convinto fino in fondo. Ma torniamo all’inizio, alla storia del libro. Era giugno a Gerusalemme, e stavo portando in giro per le terre d’Israele un interessante gruppo di avventurieri. In un caldo pomeriggio di riposo, mi sono ritrovato senza più niente da leggere. Allora Walid, amico spesso utile ma spesso anche difficile, mi dice va, tieni questo, l’ho letto, non mi ha convinto, ma forse a te interesserà. Lette alcune pagine mi sono ritrovato in un turbine di cose da fare che non mi hanno consentito di andare avanti. Ma il libro è rimasto tra i primi da leggere quando c’era spazio. Volevo riportarlo nella seconda andata gerosolimitana, ma ho lisciato anche quella. Ed allora ora, nella vicinanza del Natale, l’ho letto velocemente ribadendo il grazie a Walid. E ribadendo anche il suo giudizio. Non mi ha convinto. Forse andrebbe letto con il precedente, cui fa riferimento ampiamente, “Il cercatore d’oro”. La storia romanzata delle avventure di suo nonno nelle isole mauriziane. Perché Le Clézio è, come dice lui stesso, uno scrittore francese e mauriziano. Che le radici di famiglia vengono proprio dalle isole dell’Oceano Indiano, anche se poi lo scrittore nasce a Nizza nel 1940. Dicevo che va letto insieme, perché questo viaggio è un ripercorrere le tappe delle idee che hanno generato il cercatore d’oro, ripercorrendo, questa volta senza finzione, le tappe del famoso nonno. Un libro quindi che si snoda tra memoria e descrizione. Il nonno, benché giudice in quelle isole, dedicò la maggior parte delle sue energie mentali alla ricerca del tesoro di un pirata che, probabilmente, lo aveva nascosto in una di quelle. Si imbatte casualmente in testi e mappe. Poi ne ricerca a fondo altre per completarne il quadro. Ha un’idea vincente, collocando la ricerca propria nella meno sfruttata delle isole, questa di Rodrigues. Qui il nipote, cinquant’anni dopo che il nonno è morto, ritrova le carte, ed inizia un viaggio nella memoria. Torna alle Mauritius, torna a Rodrigues, e cercando di interpretare quelle criptiche scritte cammina per i luoghi che avevano visto ottanta anni prima il nonno camminare, cercare, scavare. Il testo scorre come una lunga passeggiata, con lo scrittore che cerca un filo nella sua memoria, riannodando qua e là le attività del nonno. E poi riempiendoci di nomi di alberi, di luoghi, di faune. Ma non solo, che se si parla di pirati, poi, si ritorna anche a nominare i corsari del mare, nonché le diverse Compagnie affaristiche olandesi ed inglesi che, a volte sfruttandoli a volte osteggiandoli, fecero fortuna in quei luoghi. Certo, leggendo le righe ritorna al solito in me la voglia di andare, di vedere. Perché non sono mai andato alle Mauritius? O all’isola di Réunion? Boh, forse un giorno, o forse mai. Certo, anche, le parole che rimandano al nonno fanno rivivere i sogni chimerici di chi vive per un sogno e su quello costruisce tutta la vita che non riesce a vivere. Il nonno, con le sue attività ufficiali, con la sua vita entro le regole, non ha forza, non ha nerbo. Poi, a volte, a distanza di anni, si ritrova sull’isola, si spoglia degli orpelli esteriore e trova il suo essere cercatore. Trova anche, e ne farà uno scritto noto purtroppo solo negli ambienti dei cercatori di tesori, il primo luogo dove venne sepolto il tesoro. Che non è più lì. Per alimentare le sue speranze interne, invece di pensare che qualcuno lo trovò prima di lui, ne immagina lo spostamento in altro e più nascosto luogo. Un sogno è sempre un sogno, e così, per quel sogno, si continuerà a vivere. Anche se durante quel sogno il resto del mondo era devastato dalla Prima Guerra Mondiale. Un contrasto che l’autore, il nipote, non riesce a ricomporre. Per Le Clézio, in ogni caso, questo è un atto d’amore ed un motivo per disvelare come nasceva e da dove nasceva la sua scrittura. E come atto d’amore lo accetto. Ma dicevo la sua scrittura non mi prende. Come mi lasciano fredde tutte le pagine, per fortuna poche, zeppe di indicazioni cartografiche, di Nord e di Sud, di numeri e di passi (anzi di “piede francese” che misura 2 cm in più del piede internazionale). Lo ringrazio per la messe di parole nuove che nel frattempo, anche se molte naturalistiche che saranno presto dimenticate per la mia nota mancanza di sensibilità verso il mondo verde. E lo ringrazio anche perché mi ha fatto viaggiare leggendo (ovvio, chi legge è un viaggiatore, come dice un quadro appeso all’entrata di casa mia).
“On ne partage pas les rêves.” [Non si condividono i sogni.] (135)
Pierre Mac Orlan “Il porto delle nebbie” Adelphi s.p. (Natalino di Paola)
[A: 25/12/2017 – I: 07/01/2018 – T: 09/01/2018] - &&&&&
[tit. or.: Le Quai des brumes; ling. or.: francese; pagine: 143; anno 1927]
Probabilmente pochi non conoscono il film di Marcel Carné con Jean Gabin, Michele Morgan e Pierre Simon. Un bellissimo film, su cui torneremo più avanti. Perché qui parliamo invece dell’altrettanto bello e per me fin ad ora ignoto libro che ne fu all’origine. E quindi un grazie immediato a Paola che me lo ha fatto scoprire. Un libro decisamente diverso dal film, che però ne è stranamente fedele. Con quella fedeltà che solo le opere eccelse sanno avere. Quella di cambiare tutto per restare sé stessi. Il libro è comunque ben confezionato da Adelphi, magistrale in queste sue riproposizioni, anche se non mi è piaciuta gran che la prefazione di Ceronetti. Al contrario ho trovato ottima la post-fazione di Francis Lacassin. Che spinge, a chi come me poco ne sapeva, a cercare di più sull’autore. Scoprendo una bella figura del Novecento francese. Come sottolinea Wikipedia, un personaggio che fu bohémien, scrittore, soldato, pittore e reporter; dove però si dimentica anche l’ultima attività di Mac Orlan, quella di paroliere. Personaggio che nasce Pierre Dumarchey, per adottare quello strambo pseudonimo, primo perché quel “Mac” dava un tocco esotico (millantate ascendenze gallesi) e poi “Orlan” in onore della cittadina di Orléans, patria e luogo deputato di quello che sarà per sempre il suo ispiratore interiore: François Villon. Il nostro bohèmien, verso la fine degli anni ’20, dopo altri libri dedicati “alla liberazione dell’immagine femminile”, si butta in quest’opera che, ma questo lo sappiamo noi posteri, gli darà fama imperitura. Intanto, però, affrontiamo un primo elemento di discussione che arriva dal titolo. Infatti, il 90% del romanzo si svolge a Montmartre, che può avere di tutto, ma di certo non un porto. Inoltre, il “quai” del titolo ripercorre la nomenclatura delle strade che costeggiano la Senna (come il famoso lungosenna di Maigret, il Quai des Orfèvres). L’operazione immaginifica di Mac Orlan è ammantare il monticello parigino, teatro di molte sue avventure, delle nebbie, che spesso c’erano prima della costruzione di quella orrenda chiesa, che tuttavia fece diradare il clima lugubre del monte. Allora perché “porto”? Tutto deriva dal film. Dopo averne tratto, con Jacques Prévert, una sceneggiatura che Mac Orlan aveva apprezzato, il regista Marcel Carné ingaggia Jean Gabin come protagonista. Ma Gabin era legato ad una casa di produzione tedesca, che voleva far girare il film ad Amburgo. Dopo averlo adattato, nel momento della revisione, i tedeschi si tirarono indietro (troppo antimilitarismo), e si fece avanti una produzione francese. Tuttavia, tutto era stato “montato” per un porto, quindi invece che a Parigi, la location viene spostata a Le Havre. Ecco che si arriva al porto del titolo. Dato poi che la censura fascista impedì l’uscita del libro in Italia, che apparve solo dopo la fine della guerra, ormai il titolo del film era uscito, e rimase appiccicato anche all’opera letteraria. Oltre che per il valore filmico, l’opera comunque si solleva dal resto della produzione di Mac Orlan perché spinge al limite quella descrizione della vita e del sociale che, appunto, l’autore chiama “fantastico sociale”, un ponte letterario tra espressionismo e surrealismo. Dove si prendono miserie quotidiane e si fanno assurgere ad emblema delle miserie della vita. Il fantastico tradizionale si basava (e si basa) sull'irruzione del soprannaturale (e dell’irrazionale a volte) nella vita di ogni giorno, per Mac Orlan i fantasmi sono sostituiti da figure ambigue ma umane. Che so, Jack lo squartatore ed i suoi epigoni. Gli altri elementi costitutivi sono ad esempio i quartieri della prostituzione, il poco valore della vita umana, il potere suggestivo della fotografia, la velocità, i paesaggi devastati dalla guerra, il malessere e l’ansia generata dal presagio di futuri disastri (cioè siamo nella piena descrizione del mondo moderno). In questo quadro di riferimento, attingendo alle sue esperienze del primo decennio del secolo, l’autore, in una notte nebbiosa, fa convergere nel locale “Le Lapin Agile”, un quintetto di personaggio di cui ci spiega la natura, e che, svolazzando, fa poi seguire nelle successive vicende. C’è il pittore tedesco, che si ritiene maledetto, secondo cui lui non dipinge le persone ma la loro morte. Tensione insopportabile, che lo porta la notte stessa ad impiccarsi nel suo atelier (ma dopo aver dato da mangiare al gatto). C’è Isabel il macellaio, detto Zabel, che ripara nel locale, dopo essere estato inseguito da una banda di “apache” (ricordo che con questo termine si indicano a Parigi dei malavitosi che si aggirano in bande, e che hanno per distintivo delle scarpe molto lucide). Lui perde un pacco nella fuga. Seguiamo poi la sua storia, scoprendo che il pacco era la testa di un ricattatore da lui ucciso per rapina in un momento di bisogno. Motivo per cui Isabel sarà ghigliottinato. C’è il piccolo soldato, stanco della guerra o delle guerre (in cui Pierre mette un po’ del fratello Jean), che diserta, dopo la notte al Lapin, si aggira per qualche anno su e giù per la Francia ed i suoi porti, capendo che l’uniforme gli aveva dato un manto di invisibilità, in base alla quale poteva essere più sé stesso, visto che era privo di qualsivoglia capacità lavorativa. Così dopo cinque anni, si imbarca a Marsiglia verso la Legione Straniera (Mac Orlan non ci dice che fine faccia, ma sappiamo che Jean, suo fratello, fatta lo stesso percorso, muore in Africa, da legionario). Ed infine c’è l’eroe eponimo, Jean Rabe, eroe perché è quello su cui si appunta l’occhio di Mac Orlan come su di un altro sé stesso. Una persona abile nel fare mille cose, ma che non ha voglia, costanza o altro di farne una. Così vive arrangiandosi con lavoretti saltuari, scroccando qualcosa quando può. In Jean si sente il male di vivere, la difficoltà di reagire, l’incapacità decisionale. Tutto scorre su di lui. Anche la breve notte d’amore con Nelly, anche la scomparsa del suo cane. Ramengo anche lui sul suolo francese, viene al fine richiamato sotto le armi. Lì capisce intimamente che non ne uscirà mai, da questa sua condizione interna. Allora prende il fucile, spara ad un ufficiale, solo per farsi uccidere dagli altri soldati, quasi non avendo il coraggio di suicidarsi. Rimane Nelly, l’unica donna, che sta sui diciott’anni all’inizio del romanzo, che è invece empatica verso gli altri, anche lei tirando avanti con qualche scroccherie, ed un po’ di femminilità. Con un po’ dei soldi di Jean, si sistema per qualche tempo in una pensione. Da lì, sfruttando cinicamente il suo corpo e gli uomini che le sono intorno, sarà l’unico personaggio vincente. Triste, ovvio, come triste deve essere la vita di chi vende il proprio corpo, di chi vede sparire il grande amore (Jean). Ma la vediamo alla fine, dopo la Prima Guerra, ancora sulle tracce del limitare tra malavita e vita “normale”, andare avanti ed ancora avanti, accompagnata dal cane di Jean Rabe, che ha ritrovato (il cane, ovvio) ed adottato. Non è un caso, è nelle corde di Mac Orlan questa fiducia nello spirito femminile anche nelle avversità. Fa parte della sua complessa filosofia bohemien e parigina. Lasciamo così queste intense pagine, che tra le due guerre ci ricordano che se un orrore è finito, la cattiveria umana, presto, ce ne proporrà altro. Rimangono tocchi, impressioni, e soprattutto “Le Lapin Agile” con la sua fauna montmartriana, che vide in quegli anni passare al bancone da Aristide Bruant a Toulouse-Lautrec, da Apollinaire a Picasso, ed ovviamente Mac Orlan ed i suoi amici. Come ultima chicca, ricordo anche la nascita del nome. Era un locale quasi di campagna, che nell’Ottocento aveva cambiato tanti nomi, sino a che l’oscuro pittore André Gill ne disegno l’insegna, un coniglio che scappa dalla pentola. Tanto successo ebbe, che la locanda si cominciò a chiamare “Le Lapin à Gill”. Da qui al nome attuale, capite bene come il passo sia breve.
John Williams “Stoner” Fazi editore euro 15 (in realtà, scontato a 11,25 euro)
[A: 18/09/2017– I: 12/01/2018 – T: 14/01/2018] - &&&&&+
[tit. or.: Stoner; ling. or.: inglese; pagine: 332; anno 1965]
Un libro che mi ha emozionato e che ho letto tutto di un fiato. È vero, la mia amica Luciana mi aveva detto già da tempo di leggerlo ed io avevo rimandato un po’ casualmente, un po’ per quel sentore di “storie di un uomo inutile”, che mi ronzava, erroneamente, nella testa. Faccio ammenda. Questa è la storia di un uomo che forse non è utile in sé, ma che lascia tanti solchi, dentro e fuori di sé. Soprattutto, una storia talmente semplice che è proprio la storia di uno di noi, uomini forse inutili che percorriamo il suolo di questa nostra terra. Come rileva Peter Cameron nella bella post-fazione, il libro è già tutto nelle prime righe. Vediamo William Stoner descritto, e immortalato nelle sue tappe fondamentali. Nasce nel 1891, nel 1910 entra all’Università, nel 1918 si laurea (non entro nei livelli di laurea americana, troppo complicati per me), e comincia la sua docenza che porterà avanti sino alla morte nel 1956 (a soli 65 anni, e questo già mi colpisce). Il libro può finire qui. Invece Williams ha la capacità di dilatare queste tre righe in più di trecento pagine, facendo in modo che la mia attenzione non decada mai. Ci racconta l’evolversi di questa vita normale, dall’infanzia contadina all’idea di iscriversi ad Agraria, per poi essere folgorato, al secondo anno, da una lezione di inglese. Decide quindi di cambiare facoltà, e lo fa con successo, capacità. Si laurea, comincia a specializzarsi, dottorato, primo insegnamento. Conosce Edith di cui si innamora, corteggia e sposa. Ma non sarà mai un rapporto ed un matrimonio facile. O felice. Tuttavia hanno una bambina, Grace. Si nota nel loro diverso rapporto con Grace anche la difficoltà dei loro rapporti umani. Difficoltà anche sul lavoro, dove, per un eccesso di onestà, si inimica un altro docente. Che farà poi più carriera di lui, che lo metterà alle corde, lasciandogli solo briciole di insegnamento. Ma Stoner non si tira indietro. Forse dà anche il meglio di sé in questa fase. Tanto che trova anche l’amore con Kathleen. Certo, non lascerà mai Grace. Certo, non è semplice né ben visto un rapporto tra professore confermato e dottoranda. Dopo la breve stagione d’amore, dovrà fare marcia indietro. O forse Kathleen decide lei di fare un passo di lato. Rimane lì, lui, all’università. Continua ad insegnare, gli anni passano, Grace cresce, oppressa dalla sotterranea lotta familiare. Tanto che si fa mettere incinta e si sposa per poter fuggire. Gli ultimi anni ancora hanno alti e bassi. Alti professionali, che imposta i suoi corsi in modo innovativo, con gli studenti che lo seguono al meglio. Bassi familiari, che con Edith non andrà mai a soluzione, e con Grace che se ne va lontano ad annegare nel bere le sue angosce personali. Fino all’età in cui dovrebbe andare in pensione, vorrebbe rimanere, lotta ed ottiene di farlo. Ma un tumore mette fine alla sua vita ed alla sua lotta. La capacità, bellissima, di Williams di raccontarci tutta questa vita normale, banale, senza scatti. Stoner ha tante possibilità, ma come tutte le persone normali riesce a sfruttarne solo alcune. Scrive un bel libro. Comunica la passione per le lettere ai suoi studenti. Ma non farà mai il “salto di qualità”. Perché non tutti lo fanno (anzi sono in pochi). Ma Williams ci fa appassionare comunque a questa normalità. Alle battaglie che Stoner affronta nella sua vita. Con Edith. Con Grace. Con Kathleen. Con il professor Lomax. Si sente inoltre la mano di una persona anch’essa dedita e con passione alle lettere, negli intarsi di docenza. Quando Stoner parla di retorica e grammatica. Quando si discetta su Shakespeare e sul grammatico latino Donato. Si sente la conoscenza del mondo universitario, nelle lotte tra docenti, negli sgambetti, nelle ripicche, nelle lotte di potere. Si avvertono tanti mondi sottesi al testo. Il passaggio di Stoner dal mondo contadino familiare (e magistrali le pagine sulla morte dei genitori) al mondo intellettuale universitario. Stoner vi entra impreparato, e continuerà ad essere sempre esposto a chi ha alle spalle altre famiglie, altri sostegni. Come si sente l’ingenua fanciullezza del suo amore per Edith, con un rapporto in cui entrambi entrano senza sapere molto. E senza sapere molto continueranno a viverlo per decenni. Come non rimanere coinvolti inoltre quando Stoner scopre la bellezza dell’amore, quando vi si apre, quando vi trova gli unici momenti di serenità dei suoi quarant’anni. Noi siamo lì, con tutte le forze che gli diciamo dai, buttati, fai uno scatto in avanti. Eppure ci vogliono qualità anche in questo, ed un uomo normale non sempre può averle. Non sempre se la sente. Esco alla fine da queste pagine arrabbiato e felice. Arrabbiato perché avrei voluto per Stoner un’altra vita, un altro svolgersi degli eventi. Felice perché sono delle pagine che non stancano mai di essere lette. Che si concatenano, le une alle altre come un perfetto meccanismo ad orologeria. Ma anche io mi sento molto Stoner, davanti a queste righe. Sento che potrebbero esprimere meglio idee luminose che frullano nella testa. E come Stoner davanti alla prima domanda del suo insegnante, rimango muto. È talmente affascinante che non si riescono a trovare modi di condividerlo. Se non esortando a leggerlo, ed anche a rileggerlo. Un punto altissimo di letteratura.
“La persona che amiamo da subito non è quella che amiamo per davvero e … l’amore non è una fine ma un processo attraverso il quale una persona tenta di conoscerne un’altra.” (225)
“Non riusciva a pensarsi come un vecchio. Certe volte, la mattina … guardava la sua immagine riflessa nello specchio e non si riconosceva affatto in quel viso che ricambiava stupito il suo sguardo.” (290)
Approfittando poi dell’assenza di viaggi imminenti, ci si dedica a mettere a posto cose e case. Soprattutto nel pensiero che la casa in campagna posso diventare un bel punto di riposo per quando si è stanchi. Vedremo. 

domenica 18 marzo 2018

Italiani poco "noir" - 18 marzo 2018


Anche qui il riferimento non è alla politica, cui lascio spazio altrove, ma alle pubblicazioni italiche di prodotti legati al giallo, al poliziesco, al noir, o a come volete si chiami la “letteratura di genere” (orrendo neologismo). Perché se Repubblica giustamente cerca di promuovere scrittura interessanti di autori italiani, questi 4 esempi certo non fanno una grande pubblicità alla tipologia di scrittura. Alcuni sprazzi, ma poco realmente coinvolgente, anche se con punte di passione (leggi Forcellini) che mi hanno sinceramente coinvolto. Visto che sono in polemica con Repubblica, segnalo qui un’altra pessima iniziativa editoriale: con la scusa che sono “noirissimi”, stanno ripubblicando romanzi della collana “Italia Noir” uscite solo due anni fa. Forse hanno fondi di magazzino invenduti, ma è una iniziativa veramente squallida.
Roberto Centazzo “Squadra Speciale minestrina in brodo” Repubblica Italia Noir 13 euro 7,90
[A: 01/09/2016 – I: 20/09/2017 – T: 21/09/2017] - & +
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 205; anno 2016]
Seppur interessante nell'impostazione, la collana Repubblica dedicata al noir italiano è spesso molto ondivaga. Alcune buone uscite ed altre insufficienti o molto insufficienti. Come questo libro di Centazzo, dalle premesse che incuriosivano ma dalla riuscita poco felice. Invero, una prima prova veramente deludente. Certo, qualche sorrisetto d’ironia punteggiato ogni molte pagine, ma una storia poco avvincente, e, a parte alcuni contorni che dirò poi, assolutamente priva di gialli, di polizieschi, di suspense. L'idea di fondo, tra l'altro, sembra tributare un doveroso omaggio alla lontana ai primi vecchietti di Malvaldi. Anche se Centazzo i suoi "pensionati" li fa agire in prima persona, dato che sono ancora nel pieno della forma. Ma dall'idea alla realizzazione purtroppo si perde molto. Innanzi tutto perché Centazzo indulge a lungo nel vezzo di andare su e giù per l'ultimo mese di lavoro e per il primo mese da pensionati dei nostri, con un andamento che se fosse stato lineare forse poteva risultare più avvincente. Forse ci si doveva ricordare più cose, mentre il vezzo di andare su e giù permette di avvicinare due avvenimenti lontani nel tempo, ma vicini come intenzioni ed effetti, così che il lettore non deve neanche fare un piccolo sforzo con i suoi pochi neuroni. I ricordi a lungo termine, invece, sono corretti, che riusciamo a vedere alcune azioni dei nostri all'inizio delle loro carriere. Quando, ad esempio, da bravi poliziotti alle prime armi agivano come servizio d'ordine alle manifestazioni. Interessante infatti quell'inserto sulle manifestazioni alla Scala con conseguenti problemi verso pistole sparite e ritrovate. Ma questi voli servono solo a dare un contorno maggiore ai pensionandi/pensionati. Che nel momento fatidico, invece di prendere una sedia e mettersi a guardare i lavori stradali come facemmo ridicolmente io e Anto, decidono che non è il caso di mettere al chiodo le proprie abilità. Inscenando una squadra investigativa, che possiede l’unico elemento ironico riuscito: i nomi in codice. Kukident quello dalla dentiera traballante, Maalox quello dalla difficile digestione e Semolino quello accudito dalla sua bella con le minestrine da anziano. L'altro elemento che fa scendere verso il basso il gradimento del libro, come dicevo, è poi la quasi totale mancanza di suspense. I nostri tre vanno in pensione, si aggirano senza saper bene cosa fare, finché la morte di un migrante noto a Semolino scatena nei nostri tre la voglia di riprendere le indagini. Di prendere vecchie scartoffie che non avevano portato a compimento durante il servizio attivo, per tutta una serie di motivi (ma noi ci domandiamo perché non lo hanno fatto, perché la polizia sembra essere sempre in difetto). Mentre svolgono le indagini sulla morte di Mohammed, veniamo edotti anche sulle storie personali dei tre. Kukident vedovo con figlia e cane. Maalox secco e sportivo. Semolino con una storia con Jasmine, prostituta o ex. Mohammed è un migrante cui i caramba sequestrano la merce, che non ha pagato, quindi per monito, viene prontamente ucciso. Da vecchie indagini Semolino ha un punto d'aggancio su dove i “vu cumprà” si riforniscono. I tre preparano un appostamento, vedono, seguono, scoprono. Nell’appostamento Semolino conosce anche Marika, un trans che ora ha definitivamente cambiato sesso. Seguono una macchina, scoprono degli altarini, capiscono che di mezzo c’è anche qualche “pezzo grosso”. Tanto che, nascostamente, fanno anche intervenire l’unico poliziotto ufficiale che li copriva. E che, come ovvio, si prenderà il merito della soluzione del caso. Rimanendo poi loro tre, a futura memoria per altre imprese. Kukident con la figlia che tenta di farlo stare a riposo tanto da regalargli un cane. Maalox che continua ad andare a piedi così rimane in forma. E Semolino che probabilmente avrà una storia anche con Marika, mentre penso che solo in altre storie (che non credo leggerò) risolverà i suoi rapporti con Jasmine. Centazzo tenta di mettere molta carne al fuoco: migranti senza lavoro, approfittatori senza scrupoli, sesso a pagamento, identità sessuale, lavoro e post-lavoro, inerzia del pensionato abituato da sempre ad un certo tipo di vita che, una volta privatone, non sa più che fare. Non certo come noi, che abbiamo ben presente cosa fare, ora che abbiamo tempo e spazio a disposizione. Con un filo di razzismo subliminale, ed anche qualche colpo a botti che non mi suonano poi tanto bene. In sintesi finale, una lettura da scordare presto.
Paolo Forcellini “La tela del Doge” Repubblica Italia Noir 15 euro 7,90
[A: 20/09/2016 – I: 02/10/2017 – T: 03/10/2017] - && -
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 237; anno 2016]
Non conosco direttamente Forcellini, ma è amico di un mio amico, e questo predispone in ogni caso ad una lettura più accurata. Mai benevola, ma attenta. Il libro è inoltre inserito nella collana ben degna del Noir in giro per l’Italia, altra cosa che solletica il mio buon umore. Fatte queste premesse, devo dire che la scrittura è piacevole (d’altra parte un giornalista come Forcellini deve saper usare le parole) ed anche piena di piccoli spunti gradevoli, soprattutto per una persona come me sempre attenta ai marginalia delle città. E Venezia di tali spunti ne offre un numero praticamente infinito, come tutte le grandi città cariche di storia (penso alle mie amate Roma e Parigi). Così non dispiacciono queste piccole divagazioni sui campi, sui canali, sulle isolette, e sulla storia grande e piccola di un suolo amato. In particolare se, come la vicenda narrata, si inserisce nel periodo di Carnevale, un periodo amato – odiato dai locali e dai turisti. Ricorderò sempre, la mia giovinezza veneziana, ed il carnevale accanto ad un attempato signore, vestito di tutto punto, con un bel cappotto di cammello e … uno scolapasta a mo’ di cappello. La storia in sé, invece (ed è il motivo dei pochi libri di gradimento) non si eleva molto e rimane piattina e scontata. Anche perché, nel corso narrativo, pochi sono i momenti in cui ci si domanda seriamente cosa stia succedendo, perché Nene è morto, e come, ed altre giallistiche interpretazioni. Scorre tutto discretamente, ma Forcellini ci fornisce su di un piatto fin troppo facile motivazioni, soluzioni, antefatti ed epiloghi conseguenti. Anche i personaggi non riescono ad essere tipicizzati più di tanto. O forse, sono eponimi di personaggi che conosciamo da tante e tante letture, da tanti e tanti anni di vita, che poco ci sorprendono. Abbiamo così il commissario Marco Manente, bravo, indagatore, conoscitore della sua Venezia, ma anche amante del buon vino e delle belle donne. Il suo vice, Santamaria, che viene dal Sud, ed ingaggi divertenti duetti verbali con il commissario, un po’ giocando sulla rivalità territoriale, un po’ sulle conoscenze storiche della nostra Italia. Dall’altra parte, gli attori della vicenda. Nene, giovane sfaccendato, poco incline al lavoro e molto alla coca, abbastanza sciupafemmine, ma con anche qualche frequentazione dei tempi liceali della buona borghesia veneziana. La sua donna attuale, Debora (senza l’H per fortuna), bigliettaia di cinema che arrotonda il salario con qualche prestazione extra. La sua amante Ludovica, attratta dallo stallone, ma portata ben presto a dimenticarlo. Galileo detto “Canocial” perché non ci vede ad un passo, gigante buono ma senza arte né parte, un po’ succube di Nene, ed un po’ incapace di fare altro che un po’ di falegnameria (imparata in riformatorio). Aldo detto “Ciosoto”, perché si dice venga da Chioggia, un vero malavitoso di stampo d’antan, che faceva anche parte della Mala del Brenta, da cui eredita i modi spicci, ma abbastanza oculato da non essere mai stato in carcere. I tre vengono ingaggiati per il furto di un Carpaccio, in un museo dove il committente sa come non far scattare i sistemi di allarme. Peccato che il guardiano notturno si metta di traverso, ed il Ciosoto pensa bene di freddarlo. Peccato anche che una settimana dopo anche Nene viene ucciso a bruciapelo, guarda caso con una pistola dello stesso calibro di quella usata nella rapina. Manente ed i suoi tentano di risolvere questo caso, non trovando appigli. Solo collegando i due casi, e quindi escludendo motivi di gelosia (dopo una notte sregolata del commissario con Debora che porterà momenti ilari in commissariato), la Questura farà passi in avanti. Che diventeranno decisivi quando Galileo capisce di essere lui il prossimo bersaglio. Spinto dal nuovo amore verso la svizzera Helga (ah, gli svizzeri) si fa furbo, rovescia le trame, fornendo a Manente una solida pista verso Aldo ed il committente, prima di riparare, felicemente anche se non facilmente, in Svizzera, dove farà perdere le sue tracce. La parte migliore, anche se forse un po’ troppo orientata (e scarsamente verosimile nell’Italia di oggi), vede tutte le piste convergere verso il Ciosoto ed il famigerato committente misterioso. Manente avrà modo di sfoderare le sue arti poliziesche per dipanare l’ultima matassa in barba a tutti. Con un epilogo quasi rosa tanto per permettere all’autore di agganciarsi ad un secondo possibile episodio. Insomma, la scrittura scorre, ma non avvince il giallo. Anche per quelle, comprensibili ma improbabili cadute verso un Paese che tutti vorremmo fosse il nostro, ma che, sinceramente non lo è ancora. Però Forcellini non mi è dispiaciuto per la passione che si sente trapelare tra le righe.
“In ricordo dell’antica usanza di mescere … [vino] ai piedi del campanile di San Marco, utilizzando la sua grande ombra per tenere la bevanda e gli avventori al fresco. Per questo nella Serenissima un bicchiere di vino viene comunemente chiamato ‘un’ombra’” (10) [per esemplificare gli inserti gradevoli dell’autore]
Mariolina Venezia “Come piante tra i sassi” Repubblica Italia Noir 14 euro 7,90
[A: 30/08/2016 – I: 23/11/2017 – T: 24/11/2017] - && +
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 250; anno 2009]
Non ho letto il primo celebrato libro di Mariolina Venezia (quando vinse il Campiello nel 2007 con “Mille anni che sono qui”), quindi per me è una scoperta come scrittrice, come scrittura, e come ambientazione. Complessivamente una prova discreta, che, sebbene inserita ed inseribile nelle scritture “Noir” ha anche qualcosa in più, con un tentativo di scrivere di una città e di una regione non molto al centro delle cronache italiane. E tuttavia anche qualcosa in meno, che non riesce mai realmente a decollare, rimanendo di un libro di buona lettura, con qualche spunto, ma non particolarmente riuscito. Possiamo farne una lettura su due canali ben distinti. Se lo guardiamo come libro “giallo” ha alcune caratteristiche fondanti di una possibile scrittura seriale: un’investigatrice simpatica, anzi più che investigatrice, Immacolata Tataranni detta Imma è sostituto procuratore, addetta alle indagini. Ben costruita, come personaggio: bassina, rotondetta, self-made woman venuta su dalla gavetta, costruitasi con “sangue, sudore e lacrime” come direbbe Churchill. Con una memoria elefantiaca che l’aiuta là dove non arriva l’intelligenza, ed una propensione alle relazioni sociali pari a quelle dell’aglio (immagine rubata ma che mi piace molto). Comunque con ben in mente dove sia il bene e dove sia il male, chi siano (o possano essere) i cattivi e gli approfittatori. Ha un marito non molto presente, ed una figlia dalle turbe adolescenziali (o pre). È aiutata nelle indagini dall’appuntato Caligiuri, verso il quale ha trasporti non proprio da capo (quasi che potesse nascere un legame, tale che in una serie darebbe adito a puntate su puntate). Anche perché Caligiuri non solo è simpatico, ma anche ben presente nello scoprire possibili connessioni malavitose ed altre cose “da poliziotto”. Lo possiamo però anche vedere come un nuovo spaccato della vita del Sud, in particolare in una regione non particolarmente baciata dalla fortuna delle lettere e delle vicende italiche. Da quel lontano Cristo che si fermò ad Eboli, poco ci viene dalla Basilicata letteraria, anche se potrebbe essere una mia mancanza (che a parte la scrittrice presente, ho in mente solo Gaetano Cappelli e Rocco Scotellaro come altri esponenti della moderna regione). E lo scritto di Mariolina potrebbe (può) essere visto come un tentativo di darci uno spaccato di quelle terre, da un punto di vista non tradizionale. Così certo possiamo vedere e gustarci un ritorno a Matera, città che amo con la sua irresistibile alterità, ai suoi “Sassi” ed alla campagna intorno. Ma anche ai personaggi, che, nel bene e nel male, popolano quella terra (ma anche il resto d’Italia). Gli arricchiti, i potenti che evadono il fisco, che rubano reperti archeologici. La piccola borghesia lucana, con tutti i rapporti di connivenza e di copertura che si istaurano. E poi i contadini, i personaggi legati alla terra, che da quella traggono idee e sostegni. Gli immigrati, sia poveri che raccolgono pomodori, sia più “agiati” come le badanti, generalmente ucraine, generalmente capaci di emanciparsi, o di aiutare gli ugualmente poveri locali. Per finire con “i reduci del ‘68”, quelli che hanno fatto cortei e rivoluzioni, che hanno rifiutato il posto fisso per non cadere trappola di orari, capi e capetti. Che dipingevano murales in campagna, che mettevano su comuni vissute come se fossero l’ultima spiaggia. Questi due mondi si intrecciano in seguito alla morte (omicidio) di Nunzio, seguendo le orme del quale Imma scoperchia la Basilicata del malaffare, con i raggiri legati allo smaltimento di rifiuti tossici. Indagini che la portano a scoprire illeciti di ogni tipo: trafugamento di beni archeologici, smaltimento abusivo di rifiuti tossici, connivenze e complicità nelle alte sfere, tanto che, quando le indagini del sostituto sembrano essere arrivate alla scoperta della verità, le vengono sottratte dal superiore. C’è anche un’adolescente incinta, nonché una soluzione, almeno della morte di Nunzio, che di certo non ci si aspetta. Ma, come ormai chiaro, il giallo è (anche) un pretesto narrativo per descrivere il paesaggio delle campagne lucane, le tradizioni, i canti popolari, le masserie abbandonate. Una visione che Venezia contrappone alla descrizione dei giovani tecnologici, con abiti firmati e abitudini borghesi (l’odioso aperi-dinner!). con una piccola trama ironica, che attraversa tutto il libro nel tentativo di Imma di prendere in castagna l’impiegata del comune Maria, nonché moglie del prefetto, che si fa timbrare il cartellino per andare a far shopping nelle boutique del centro. Si vede che, benché non in modo lineare, la scrittrice tenta di darci un flash composito di questa terra, che lei (ma anche noi) profondamente ama. Purtroppo non un libro compiuto, anche se poi seguito da un secondo (“Maltempo”) che però non leggerò (almeno per ora).
 “Se non sai chi eri come fai a sapere chi sei? … E a distinguere i nemici dagli amici?” (135)
Carlo Flamigni “Un tranquillo paese di Romagna” Repubblica Italia Noir 20 euro 7,90
[A: 11/10/2016 – I: 19/01/2018 – T: 20/01/2018] - && --
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 172; anno 2008]
Peccato! Dopo un inizio promettente, lo scritto del dottore in pensione Carlo Flamigni si è andato spegnendo, e incupendo in una trama abbastanza scontata, seppur con un piccolo sussulto finale. Flamigni è romagnolo, e si sente nello scritto quando usa i toni sanguigni per descrivere la sua terra, i suoi abitanti, le manie, le partite a “maraffone” (un gioco di carte romagnolo che si spiega quando lo si chiama con il nome italiano “tresette con taglio”). Flamigni, da medico, si è sempre occupato (anche) di bioetica, di contraccezione ed altre nobili cause, ed anche qui se ne hanno nello scritto alcuni sentimenti (seppur lontani e velati). Tuttavia, quando entriamo nel vivo dell’azione poliziesca o investigativa, il passo cede, la mano si arresta un poco, e si perdono molti dei punti accumulati. Dicevo, la parte migliore è l’avvio, quando ci presenta la compagine al centro dell’azione e dell’investigazione. La famiglia (allargata) Casadei (e già il cognome è un bel salto in Romagna). C’è il padre, Primo, detto “Terzo” perché non aveva mai brillato gran che nello studio e nella giovinezza, trovando solo in tarda età (avvicinandosi alla cinquantina, credo) uno sbocco alle sue capacità neuroniche nello scrivere e nel ragionare, soprattutto con il suo amico poliziotto (di cui sotto). C’è la madre, Maria, nome italiano ma lei è cinese, ed è entrata nella vita di Primo in qualche storia precedente, ma a pieno titolo. Perché parla solo cinese e romagnolo, e non italiano. Ci sono le gemelle (quasi cinque anni, credo) Berenice e Beatrice. C’è l’ottantenne, che aiutò e rimase legato a Primo, tanto da entrarne a far parte del giro, di cui non sabbiamo il nome, ma che, conoscendo tutti i detti romagnoli (ed anche qualcuno in più) viene chiamato Proverbio. Infine c’è il ventenne di fisico ma molto più indietro di intelletto, Pavolone, un gigante rabelaisiano diventato factotum e guardia spalle della famiglia Casadei. Come accennato, c’è anche il poliziotto amico, che, venendo da una famiglia di melomani, è stato chiamato dai genitori Macbetto (terribile! anche se potrebbe essere un omaggio al grande Giovanni Testori). Passabile anche l’introduzione della gente del paese dove Primo & soci vanno a passar l’estate per curare una gemella malata. Dove incontriamo il maestro di scuola, giovane molto preparato, ma un po’ sfuggente, il veterinario che, si dice, sia uso a piccoli traffici utilizzando gli animali di compagnia, il medico, preparato di certo, ma che ha in odio i bambini per un non sanato astio con l’ex-moglie, il gestore della sola locanda del luogo, che cerca di arrotondare gli incassi provando a ricattare le coppie irregolari che frequentano il suo albergo, il prete, colto, preparato, dai bei sermoni, ma cupo e roso da qualcosa che la gente di paese non riesce a sapere, il pittore, che gira per la campagna, baldo e spavaldo, a ritrarre luoghi e persone, quasi a mo’ di moderno macchiaiolo. Ciò detto, quando si incomincia a fare sul serio, quando il dramma irrompe sulla scena, tutta questa introduzione, che sembrava volgere al leggero, se non al faceto, si tramuta in dramma. Viene barbaramente uccisa una bambina coeva delle gemelle. Poi viene tentato anche il rapimento di Beatrice. Viene altrettanto malamente ucciso un bambino di dieci anni, mago dei videogiochi. Insomma, si entra a pieno titolo nell’ordalia di una pedofilia annunciata. Ma di certo strana, come rilevano Macbetto e Primo. Che non si ha serialità, anzi c’è molta casualità. E noi che abbiamo letto di molto sappiamo che un serial killer casuale è introvabile. Tuttavia Primo non demorde, e mentre si addentra nella ricostruzione della storia del nonno (gradevole ma che è fuori contesto), entrando in contatto con gestori di archivi comunali, professori in pensione, nonché gente della curia, scopre qualche altarino poco simpatico. Il prete pare abbia abusato di due ragazzi quando era insegnante. Roso dal rimorso, viene messo a “bastone corto” dal vescovo e spedito in campagna ad espiare. Sappiamo poi che uno dei due è proprio il maestro, che però non sembra dedito a pratiche “illecite”, anzi si confessa e si comunica tutte le settimane. Si scopre inoltre che il pittore è fratellastro del secondo ragazzo (morto anni addietro per overdose). Quando poi viene trovato ucciso il veterinario ed anche il pittore trova la morte, Primo capisce più connessioni di quante ne abbiamo capite noi. Ed il tutto si avvia verso una fine altrettanto e discretamente truculenta. Tra confessioni, contorcimenti e pentimenti tardivi. Tutto però cupo e non più solare come l’inizio. Una prova di basso profilo, che sarebbe stata più interessante se avesse mantenuto il profilo farsesco. Non regge tensioni “nere”, non riesce a costruire atmosfere cupe. Certo, alla fine sapremo tutto, ma non ne saremo particolarmente coinvolti. Flamigni ha questa scrittura double face, che regge bene il lato ironico, ma decade nel lato “noir”, ed è un peccato. Che alla fine se c’è l’intento di colpire il clero deviato (come detto in una trama su Simoni, ci vuole altro per parlarne, non certo un giallo di poco peso), il risultato è poco felice e poco convincente. Poiché questo meriterebbe altre parole, io mi fermo qui.
Terza trama, e quindi cerchiamo di renderci felici, magari leggendo accanto ad un camino (ma solo nel fine settimana), la grande saga di Margaret Mitchell, come cerco di illustrare in allegato.
Per il resto, si sta alla ricerca di un buon passo di ricostruzione di case, alloggi, ed altre situazioni, che ognuno sa, anche se difficilmente pratica, la manutenzione essere una delle cose più difficili da perseguire, anche per chi è molto zen. Sperando di avervi confuso le idee, vi risollevo il morale con molti abbracci.

I LIBRI CHE CI AIUTANO A VIVERE FELICI di Giulia Fiore Coltellacci con i commenti di Giovanni

MARZO 2018
Facciamo un salto con tripla capriola all’indietro: si torna alla guerra civile americana, all’infanzia della TV in bianco e nero ed al superbo e lunghissimo volume “with the wind”.

TERAPIE D’AMORE (IX)

VIA COL VENTO di MARGARET MITCHELL (1936)

Pillole di trama       
Tutti conoscono, almeno per grandi linee, la trama di “Via col vento”, anche chi non ha letto il romanzo. Tutti, infatti, hanno visto il film. Se non lo avete fatto, siete davvero un caso patologico da curare oltre che da studiare. Detto questo, mi limito a dire che il libro è un incredibile affresco storico e melodrammatico che racconta, in oltre mille pagine, le vicende sentimentali di Rossella O’Hara sullo sfondo della guerra di secessione.
Supposta-saggezza
Se vi piacciono le lunghe e appassionanti epopee dove amore, guerra, lacrime e sangue si amalgamano in un appetitoso polpettone cotto a puntino e condito alla perfezione, adorerete il romanzo di Margaret Mitchell che più o meno tutti (tranne i casi patologici di cui sopra) abbiamo assaggiato, gustato e quasi sicuramente riassaggiato più e più volte nella sua gustosissima variante “pizza” ovvero in pellicola, nella versione cinematografica. Fedelissimo al libro, il film è entrato nell’immaginario collettivo in maniera indelebile così che leggendo il romanzo Rossella ha il volto di Vivien Leigh e Rhett quello di Clark Gable; per tutti Tara e Atlanta sono quelle ricostruite negli Studios di Hollywood e voltando le pagine si ha quasi l’impressione di sentire nella testa le note della celeberrima colonna sonora. Goffredo Parise ha definito il romanzo «una specie di “Guerra e pace”, o meglio di “Gattopardo” ma americano». Se avete quindi il timore che il polpettone sentimentale della Mitchell vi si piazzi sullo stomaco con la sua considerevole mole non temete, perché è un incredibile racconto spettacolare all’americana. E gli americani sanno bene cosa sia lo spettacolo, l’entertainment, ne conoscono i meccanismi di fascinazione e li applicano in ogni campo, dal cinema alla letteratura passando per la cucina. Margaret Mitchell intrattiene i lettori con un tourbillon grandioso di feste, balli, città in fiamme, bombardamenti, ospedali che pullulano di soldati sanguinanti, tramonti infuocati, fughe, baci appassionati, litigi impetuosi, illusioni d’amore, amori travagliati, amori non corrisposti, amori d’interesse. Parte del successo del romanzo, unico dell’autrice e vincitore del Pulitzer, è garantita soprattutto dall’incisività dei personaggi. La vera forza di “Via col vento”, diciamolo francamente, è la sua protagonista, senza dubbio uno dei personaggi più forti e originali della letteratura. Antieroina per eccellenza e lontana dal prototipo della protagonista femminile da romanzo d’amore, Rossella è un vortice di difetti: capricciosa, viziata, vanitosa, incostante, presuntuosa, furba e calcolatrice. Senza contare che, da brava sudista, è a favore della schiavitù. Vi farà saltare i nervi, metterà a dura prova la vostra pazienza, la troverete insopportabile. Ma Rossella è anche un fuoco di energia, fascino e forza d’animo, è moderna e volitiva nel suo rifiuto di essere sottomessa a un uomo, tenace e coraggiosa nel voler difendere a tutti i costi le sue radici, e riesce a conquistare anche il lettore più infastidito e glaciale, inchiodandolo al libro fino all’ultima pagina. Come i personaggi del romanzo, tutti subiamo il suo fascino e tutti ne siamo schiavi. Possiamo tentare una timida ribellione ma poi dobbiamo arrenderci perché Rossella è più forte.
Chi non conosce, anche grazie al film, la celebre frase: «Dopotutto domani è un altro giorno»? Basta questa battuta perché l’insopportabile e opportunista Rossella si trasformi nella paladina di tutti i cuori calpestati dalla vita, interprete di una variante più individualista del «yes we can», ovvero «yes I can», posso farcela perché «dopotutto domani è un altro giorno». Non c’è l’happy ending per Rossella (anche se siamo certi che farà di tutto per rialzarsi e riprendersi il suo Rhett e, conoscendola, ci riuscirà) ma il suo esempio e la sua forza di carattere sono in grado di rendere happy il lettore.
Posologia
“Via col vento” è un rimedio idoneo ad affrontare situazioni di convalescenza di varia natura, tutte quelle in cui si è inchiodati a casa, annoiati e pure un po’ capricciosi proprio come Rossella. Trasportati da un vento impetuoso di passione, storia, amore e guerra, s’inganna il tempo evitando anche di sfinire chi ci sta intorno con la nostra sofferenza e i nostri acciacchi. D’altra parte Margaret Mitchell ha scritto il libro durante una lunga convalescenza, quindi tutto torna. Oltre a essere un ricostituente che favorisce il recupero emotivo dopo brutte relazioni amorose che stendono peggio dell’influenza, malanni sentimentali e altre calamità naturali che la vita tiene sempre da parte per spezzarci le gambe e il cuore, consente anche di reintegrare al bisogno la quota fisiologica di forza d’animo. La ferrea e testarda volontà di Rossella aiuta l’organismo a rispondere alla sensazione di debolezza con il recupero delle energie necessarie per combattere eventuali avversità. Se in amore la sua cocciutaggine diventa il capriccio ottuso di inseguire un uomo, Ashley, che non la ama (o ha paura di amarla), nella vita pratica diventa quella marcia in più che le permette di affrontare guerra, epidemie, incendi, lutti, perdite e dispiaceri di ogni genere.
Proprio in virtù dell’ostinazione della protagonista, il romanzo è un valido aiuto per chi ha la tendenza a fissarsi inseguendo un’idea d’amore irrealizzabile che alla lunga diventa puntiglio, ovvero per chi non si arrende all’amore non corrisposto. Rossella si impunta nella convinzione che Ashley sia l’uomo della sua vita e passa anni a inseguirlo, braccarlo e bramarlo senza rinunciare a lui neanche quando sposa l’adorabile, dolce e paziente Melania. Conquistarlo diventa una questione di principio a cui non vuole rinunciare (nel frattempo cede alla corte di altri uomini perché è una romanticissima opportunista innamorata della sua terra che deve salvare a tutti i costi), e non si accorge neanche che, tutto sommato, Ashley è piuttosto scialbo, debole e pure un po’ codardo. Se Rossella fosse più lucida, vedrebbe chiaramente che non regge minimamente il confronto con Rhett: uno è il bravo ragazzo, noioso e insipido anche se dotato di buon senso, e l’altro è l’irresistibile canaglia capace di sbattere la porta in faccia all’amore pur di mantenere la dignità. Rhett è strafottente, meschino, anticonformista ma anche coraggioso, sincero, ironico e sorprendente. La noia non sa neanche cosa sia. Obiettivamente, a livello di fascino e carisma non c’è lotta. Anche nel film: vogliamo mettere i tristi capelli biondi e ondulati di Leslie Howard contro i baffetti insolenti e malandrini di Clark Cable? Rossella pecca di vanità: vuole l’unico uomo che non può avere e tira troppo la corda facendo scappare quello della sua vita. Quindi, per ritrovare lucidità mentale e disintossicarsi dalle utopie amorose, si suggerisce la somministrazione di “Via col vento” prima che sia troppo tardi e qualcuno, magari quello giusto, vi abbandoni nonostante le suppliche e gli occhi dolci. Nel caso in cui fosse troppo tardi, il vostro Rhett se ne fosse già andato e voi vi ritrovaste avvolte nel piumone con il cuore in fiamme a piangere sui vostri errori, la cura a base del romanzo della Mitchell è perfetta per rimettervi in piedi e ripartire. Magari il giorno dopo.
Infine, l’incipit del romanzo è un valido antidoto per stroncare quel pregiudizio femminile che provoca repentini e ripetuti cali d’autostima, ovvero l’idea che la bellezza sia tutto per conquistare un uomo: «Rossella O’Hara non era una bellezza ma raramente gli uomini se ne accorgevano quando [...] ne subivano il fascino». Se Rossella, che non è una bellezza, è antipatica e piena di difetti, riesce a far cadere ai suoi piedi tutti gli uomini che incontra, allora c’è speranza per tutte. Va bene, non riesce a conquistare l’unico uomo che desidera, ma Ashley è l’eccezione alla regola. Per una sensazione di sollievo, spalmare il concetto sui lividi dell’autostima fino al totale assorbimento.
Effetti collaterali
Oltre all’insano vagheggiamento d’essere baciate con lo stesso ardente trasporto di Clark Gable, l’effetto collaterale riscontrato più frequentemente è il desiderio di avere una personale Mami, la mitica, prosperosa e sagace tata di Rossella, sempre a disposizione per dispensare coccole e saggi principi come il concetto che «quello che giovanotti dire e quello che pensare essere due cose».
Terapia cinematografica sostitutiva
Se la cura letteraria ha avuto effetto, vi sentite ristabiliti e pronti a rimettervi in piedi per voltare pagina, concedetevi un’ultima serata involtolati nel piumone dello sconforto amoroso per godervi uno dei film più belli della storia del cinema, apoteosi del grande spettacolo hollywoodiano, scommessa vinta dalla testardaggine e dal fiuto del produttore David O. Selznick.
Raramente la versione cinematografica di un romanzo è riuscita a mantenerne intatta la resa narrativa come il film di Victor Fleming. Ritroviamo la stessa atmosfera e i personaggi così come Margaret Mitchell li ha descritti nel suo racconto sentito e appassionato della guerra di secessione. Come il libro, anche il film è una storia d’amore, un affresco storico e un racconto di guerra che, con il suo finale inneggiate alla possibilità di ricostruire un mondo andato in frantumi, fu in grado di infondere coraggio all’indomani dello scoppio della seconda guerra mondiale. Perché un film, come un libro, ha questo potere. Con gli occhi e il cuore confortati e affascinati da uno spettacolo indimenticabile, anche voi vi sentirete davvero pronti a ricominciare da capo per andare “Via col vento” (in poppa).

Commenti

Casualmente, ho parlato di “Via col vento” meno di un mese fa, ma ne riparlo volentieri, perché è un libro che merita di essere letto, anche con calma, come sostengo sopra.
Margaret Mitchell “Via col vento” Mondadori euro 12
[pubblicato il 25 febbraio 2018]
Devo dire che anche un lettore discretamente veloce come il sottoscritto, non può che riservare un congruo lasso di tempo ad un libro che supera le 1000 pagine. Un libro, inoltre, per diversi versi interessante, ben riuscito, e discretamente coinvolgente. Certo, se uno ha visto una mezza dozzina di volte il film (come il sottoscritto) non c’è più di tanto il piacere della scoperta della trama. Ma c’è il piacere della scrittura, che non stanca nonostante la lunghezza. C’è il piacere di scoprire le piccole differenze che ci sono tra film e libro. C’è il piacere di veder scorrere le avventure di Katie Scarlett O'Hara Hamilton Kennedy Butler (o solo Rossella nella versione tradotta) e Rhett K. Butler e degli altri personaggi, avendo in mente Vivian Leigh, Clark Gable, Leslie Howard e Olivia de Havilland (tanto per ricordare i personaggi principali). Perché, come quasi tutti, ho visto il film prima di lanciarmi nella lettura. Quindi le immagini si sovrappongono, lasciando comunque alla fine la sensazione che, pur con due mezzi espressivi diversi, libro e film abbiano raggiunto i loro scopi. Ma qui si parla di scrittura, ed al libro torniamo. Un libro che celebra l’epopea del Sud, poco prima, durante ed un po’ dopo quella grande ferita americana che fu la Guerra Civile del 1860. Si, proprio mentre noi si celebrava l’Unità d’Italia, lì si consumava una ferita che, forse, ha ancora strascichi passati che siano 150 anni. Il libro in realtà è un grande affresco, che tocca varie corde romanzesche e storiche, proprio per dipingere, con gli occhi del Sud, gli avvenimenti e la vita e le persone di quegli anni. Proprio la parte storica, benché tinta di qualche rimpianto di troppo, è quella più curata dall’autrice, che spese lungo tempo in ricerche, e che riporta date e fatti con notevole precisione. Una parte storica che vede certo alcuni lati della medaglia della Georgia. I neri erano funzionali al sistema, fornivano manodopera a basso costo, ed altri dettagli. Non erano solo carne da macello. Ma di converso, non tutte (anzi ben poche) erano le famiglie “alla O’Hara”, che avevano un rapporto non conflittuale (o non molto conflittuale) con la manovalanza. Era il sistema di vita, tale che, per far piacere al suo capoccia nero, Gerald O’Hara (il padre di Rossella) compera dai vicini la schiava che il suo amato Pork aveva messo incinta. Era una vita di feste, di cavalli, di pizzi e merletti femminili. Che avrebbe permesso, a chi voleva, anche di poter fare il “gentiluomo di campagna”. Come avrebbe voluto fare l’esimio Ashley Wilkes, che mai avrebbe voluto fare il soldato. Che sarebbe stato contento di stare in casa a leggere i suoi amati greci. E che, una volta diventato capo-famiglia, avrebbe anche liberato i suoi “schiavi” negri, facendo scegliere loro se e come restare nella casa delle “Dodici Querce”. Una ricerca storica che presenta anche un solo lato degli “yankee”. Loro, come tutti i soldati del tempo, come tutti gli approfittatori di situazioni estreme, sono “brutti, sporchi e cattivi”. E di certo ce n’erano. Come ovunque. Come anche nei gentiluomini del Sud, che puniscono nottetempo bianchi e neri malvagi. Ma Mitchell lo dice (cosa che non fa il film) che quello era il Ku Klux Klan. E non erano solo buoni vendicatori come Frank Kennedy, ma anche (e tuttora) razzisti e profittatori. Insomma, c’è molto di più di quello che potrebbe mostrare un romanzo (e prima o poi ci si tornerà sopra). Anche perché lo stesso Rhett è un emblema del difficile momento di quelle terre. È un miserabile che sfrutta situazioni favorevoli, che ruba anche (e lo confesserà), ma che ha anche la sua schiettezza, quella che gli fa dire, fin dall’inizio, che il Sud ha tutte le ragioni per perdere una guerra con il Nord. Una su tutte: non ha fabbriche di armi. Seconda su tutte: l’esercito (soprattutto all’inizio) è fatto da gentiluomini e non da soldati di professione (come sono le giacche blu che da tempo combattono per tutto il territorio americano). Secondo tema del libro è quello dei risvolti umani, delle relazioni, delle storie d’amore. Con al centro la nostra Rossella. Che attraversa le mille pagine del romanzo con tre matrimoni e tre figli (uno per matrimonio). E con uno sbaglio di fondo: pensa di amare Ashley e pensa che lui la ami. Per questo sposa Charles (Carlo) Hamilton che muore subito e senza lasciare traccia. Che per trovare soldi per mantenere la fattoria, la mitica Tara, sposa Frank (Franco) Kennedy. Non solo trova soldi, ma anche un suo ruolo, anche se non ben accetto, all’interno della società georgiana post-guerra. Diventa imprenditrice, si fa spavalda. Tanto da subire quasi uno stupro, che porterà i suoi vecchi sodali (i Wilkes, i Kennedy, i Tarleton e tutti gli altri) a cercare di vendicarla uccidendo il bianco cattivo. E quasi cadendo nella trappola delle giacche blu. Da cui vengono salvati proprio dal “malvagio” Rhett. Tutti meno il povero Kennedy che ci lascia le penne. Da qui la tormentata storia d’amore tra Vivian e Clark ha i suoi punti e spunti migliori (spesso espunti nel film, che ci fa perdere tutte le battute pungenti di Rhett). Avrà tutto ciò il suo culmine con la morte della figlia dei due. Diletta Butler (“Bonnie Blue” nell’originale) cade da cavallo come cadde e morì il vecchio Gerald. Una ferita insanabile tra i due. Che diventa rottura alla morte di Melania, l’unico elemento equilibratore di tutta la storia. Morte che fa capire a Rossella che per 950 pagine non aveva capito nulla di Ashley. Morte che nelle ultime meno di 100 pagine cerca di tirare le fila della parte romanzesco-rosa del libro. Che ci serve solo a capire quanto tempo ci vuole per maturare. Ma d’altra parte, se guardiamo le date, il libro comincia che Rossella ha 16 anni e finisce quando ne ha sui 28. Vi ricordate voi, come eravate in quel lasso di tempo? Ce ne vuole di tempo pe capire sé stessi (se mai lo si capirà). Inciso, alla fine del libro, Rhett di anni ne ha 45, cioè 17 più della sua amata. Perché nonostante alla fine si lascino (e lo sappiamo bene, avendo visto il film), sappiamo anche, sebbene il libro lanci luci ed ombre sul loro rapporto, che quello tra Rossella e Rhett è, tutto sommato, amore. Infarcito da incomprensioni, immaturità (di Rossella), presupponenza (di Rhett). Insomma, un libro che è un vero micro cosmo di quasi tutto. Un libro che fa riflettere sulla poca lucidità di chi non capisce (e non accetta) l’evolversi del tempo. Un libro che ci fa pensare quanto sia meglio domandare che aspettare risposte a richieste non fatte. Un libro che mi è piaciuto, che tutti i miei sostegni di cura per la vanità e per la felicità consigliano, e con ragione. Un libro che, pur essendo uguale, è diverso dal film. Dove c’è la lunga storia del viaggio dalla natia Irlanda alle nuove terre di Gerald O’Hara. Dove c’è la storia di Elena la madre di Rossella, e del suo sfortunato amore per il cugino Philippe. C’è la storia di Mammy (quella di “Missrossella…”), di zia Pittypat, di Bella, di Wade ed Ella (i due figli di Rossella che spariscono nel film), di Suele (la sorella di Rossella), della famiglia Tarleton con i quattro maschi che muoiono in guerra, del dr. Meade e del suo ospedale da campo. E di tanti altri personaggi. Soprattutto, nel libro è meglio scolpita nella pietra la figura di Rhett, nel bene e nel male, che sarebbe troppo antipatico da far interpretare a Clark Gable (anche se sempre meglio lui che la prima scelta, che era Erroll Flynn). Quindi, anche se avete visto il film, leggete il libro. E poi leggete “La guerra civile americana” di Roberto Meccarini, per mettere un po’ di puntini sulle “i” opportune. (E non ho citato neanche una volta le due battute leggendarie del libro: “Francamente, me ne infischio” di Rhett e “Dopotutto, domani è un altro giorno!” di Rossella, o, come dall’originale, ““My dear, I don’t give a damn” e “After all, tomorrow is another day”).

Finalino

D’accordo in tutto, il volumone è un compendio di vari modi di trattare l’amore, andando tutto ciò anche aldilà degli intenti di Margaret, quando voleva solo fare una saga del “Grande Sud”. Ma leggerlo, se non rende felici, almeno allevia possibili infelicità.