domenica 9 settembre 2018

Piacevoli sorprese - 09 settembre 2018


Dopo un libro letto più per dover di viaggio (dopo che stai ancora una volta in India, non ci si può esimere) che per piacere, sono passato a tre letture che, in crescendo, mi hanno ridato il piacere di trovare autori che non sempre ultimamente mi avevano convinto. Così ho letto con gusto, rivalutato dove serviva, confermato dove ero sicuro dell’autore, ed ho potuto lasciare in me un buon ricordo di Ondaatje, di Kundera e di Ghosh. Spero sarà così anche per voi.
Siddhesh Inamdar “The story of a long-distance Marriage” Harper euro 2,5
[A: 01/05/2018 – I: 04/05/2018 – T: 08/05/2018] - && +
[tit. or.: originale; ling. or.: inglese; pagine: 176; anno 2018]
Libro comprato a scatola chiusa all’aeroporto di Delhi, al ritorno del bel viaggio con Ale, perché avanzavo delle rupie e volevo un libro di autore indiano. Questo libro soddisfaceva le condizioni ed allora, preso, letto e digerito. Non è un bel libro (come si nota dal limitato numero di libri di gradimento), eppur tuttavia ha alcuni pregi, soprattutto personali. La storia segue una coppia, Ira e Rohan, conosciutasi al liceo, sposatasi ad un certo punto, con Ira che ora (scusate il bisticcio fonetico) decide di fare un phD in America (d’altronde è una under 30, quindi ci può stare). Tutto il libro, visto e scritto dalla parte di Rohan, segue l’evolversi di questa problematica della lontananza amorosa, su cui torneremo più avanti. Che prima c’è bisogno di parlare appunto di quei meriti personali del libro, che me lo rendono caro al di là della riuscita del libro stesso. Primo elemento, il matrimonio tra i due, che è un matrimonio “fuori casta” e “non combinato”. Entrambe le affermazioni ancora forti nell’India attuali, come abbiamo scoperto parlando a lungo con l’amico Mahindra. Rohan è hindu e Ira è cattolica. Non sono ferventi nelle loro religioni, ma è un dato che c’è e non si può negarlo. Si sono conosciuti studenti, si ritrovano pochi anni dopo, e scoppia un amore incontenibile. Per cui, benché da posti diversi (Rohan è sicuramente di Mumbai, Ira l’ho dimenticato), convergono e vanno a vivere a Delhi. Un matrimonio completamente diverso da quello cui assistiamo alla fine tra l’amico di Rohan, Tanuj, ed una signorina scovata dalla madre di lui. Combinato. Come combinati sono il 60% dei matrimoni indiani tuttora. E funzionano molto di più di quanto ci si aspetti. Poi ci sono i luoghi indiani. Delhi in primo piano. Dalla zona dove abitano, leggermente fuori mano. Dall’Università dove studia Ira. Dal luogo di lavoro di Rohan (giornalista come l’autore del libro). Per non tacere della passeggiata per Chandni Chowk, con il Forte Rosso sullo sfondo. O una puntata a Connaught Place. O altre menzioni che mi riportano a questo ed altri giri indiani. Gli accenni a Mumbai, a Kolkata. Ma soprattutto, tutto il viaggio della terza parte in Sikkim. Dove vorrei andare, prima o poi. E dove, leggendo le descrizioni di Inamdar, si intuisce una similitudine ed un parallelismo con le strade ed i paesaggi del mio amato Ladakh, con la sua aria pulita, con gli ampi spazi, con la mancanza di fiato dovuta all’altitudine. Con Ira e Rohan che viaggiano sballottolati nella macchina, lei in preda al “mal di montagna”, che si appoggia alla sua spalla. Infine alcuni accenni minimali, ma che toccano sempre il mio cuore, come la canzone che sente sempre in ripetizione Rohan: “Hoppipolla” dei Sigur Ros, bellissima canzone d’amore del gruppo islandese. Il resto è la storia di un amore e di una presa di coscienza. Ira decide di studiare a New York per seguire il suo sogno di vita, lasciando solo Rohan, nonostante il grande amore. O forse proprio per quello, che Ira si accorge che, preso da mille altre cose, Rohan non ha più la testa al modo in cui, al di là di ogni convenienza, era iniziata la loro storia d’amore. Rohan, ora, pensa al lavoro, egotisticamente si pone al centro del mondo e vede tutto, compresa la partenza di Ira, come qualcosa legata a sé stesso, come un torto che lui subisce. E non capisce. Per molte pagine e molti avvenimenti, non capisce, non entra in sintonia. Ci si domanda perché si siano sposati, che da quello che emerge, non sembrano essere in un rapporto idealmente convergente. Soprattutto Rohan non è per nulla in sintonia con le cose che dice Ira. Ira parla di massimi sistemi, lui capisce altro: che guadagna poco, che non aiuta in casa, che pensa poco al cane. Ed altre stupidaggini. Quando il vero problema è appunto che Rohan non pensa ad Ira, non pensa all’altra come si dovrebbe pensare in un sano rapporto, non pensa a cosa sia “bene” per l’altro e non per sé o per il rapporto. Bellissima la trovata d’agnizione quando, per cercare di far capire sé stessa a Rohan, Ira gli fa vedere il film “Kirschblüten – Hanami”, film tedesco della regista Doris Dörrie, che unisce il termine tedesco generale “Fiori di ciliegio” con lo specifico termine giapponese “hanami” che indica l’amore verso i fiori. Non so se lo conoscete, ma è un film interessante, e la regista ha fatto film degni di nota. E, anche se non è un film allegro, ruota intorno all’amore, ed alla comprensione che, appunto, l’amore è sintonizzarsi sull’altro. Rohan ha una forte agnizione a questo punto, capendo che non è la distanza fisica la tomba del matrimonio e dell’amore, ma la distanza mentale. A volte poco incisivo, si svolge in un facile inglese, ed in descrizioni del mondo indiano che fanno rivivere bei momenti. Per questo, pur nel non completo piacere del testo, lo sollevo leggermente su libri analoghi.
“We'll always have each other to come back to” [ci saremo sempre l'un l'altro per stare insieme (più o meno)] (7)
“How will you fix it when you don’t know what’s broken?” [come puoi riparare una cosa se non sai che cosa è rotto?] (61)
“Travel … lets us get in touch with our inner selves and gives us the pause to pursue what really matters.” [Viaggiare ... ci mette in contatto con il nostro io interiore e ci concede la pausa per perseguire ciò che conta davvero] (166)
Michael Ondaatje “Nella pelle del leone” Garzanti euro 8,26 (in realtà, scontato a 7 euro)
[A: 15/11/2016 – I: 09/05/2018 – T: 12/05/2018] - &&& +
[tit. or.: In the skin of a lion; ling. or.: inglese; pagine: 220; anno 1987]
Una conferma piuttosto che una sorpresa. Anche se de “Il paziente inglese” ricordo più il film che il libro, e se, come suggeriva la mia amica Luana, sono anni che cerco “Le opere complete di Billy the Kid”. Ma il buon Michael autore poco più che quarentenne all’epoca del libro in questione, è una penna poco prolifica ma di sicura presa. Nato da origini olandesi (come dice il cognome) in quello Sri Lanka allora Ceylon, e dopo studi ed altre peripezie, ora vive in Canada. Ed in questo libro il Canada è, forse, il protagonista silente che lo attraversa tutto. Costruito con sapiente dosaggio di elementi, è anche un po’ spaesante, se non si è attenti alle premesse, e non si seguono altrettanto attentamente gli avvenimenti. Che il romanzo è costruito a mosaico, con la chiave di volta nelle prime righe (racconto che una ragazza alla guida ascolta) e richiusa dalle ultime (quando vediamo Hana salire in macchina e Patrick che comincia a narrare le “sue” storie). Sembra quasi un marchio di fabbrica canadese (perché penso ad Alice Munro, ovvio), quello di costruire storie con dei piccoli racconti che si raccordano (tecnica portata all’estremo da Elisabeth Strout). Qui, infatti, ogni capitolo è una ministoria, dove a volte i protagonisti scompaiono per poi riapparire decine e decine di pagine dopo. Alla fine, comunque, si riesce a capire che il nostro eroe è Patrick, un “vero” canadese, rispetto alla marea di immigrati che incontriamo man mano. Ne seguiamo l’infanzia, nei boschi con il padre (senza nessuna madre di cui non si parlerà mai, tanto che ci viene il dubbio che tutto il rapporto cercato con l’altro sesso sia una ricerca subliminale proprio della madre). Entriamo quindi nel mondo selvaggio del Canada dei grandi spazi, degli alberi, dei fiumi che li portano a valle. Vediamo il padre specializzarsi in piccole esplosioni di dinamite, proprio per spostare a proprio agio gli alberi. Tecnica che trasmette al figlio, e che al figlio servirà quando sarà grande. Padre morto, e Patrick che vaga, fino a trovarsi nella grande città, a Toronto, occupato in mille lavori, dal grande impegno al piccolo guadagno. Si troverà a fare anche da galoppino ad investigatori privati, alla ricerca dello scomparso miliardario Ambrose. Non lo trova, ma ne trova traccia presso la di lui amante Clara. Di cui lui si prende in maniera esagerata. Clara sfuggente, Clara misteriosa, Clara che gli presenta la sua amica Alice. Che noi abbiamo seguito per pagine traverse, ascoltando la storia dell’immigrato macedone Nicola, che costruisce ponti, e che salva dal precipitare nel vuoto una suora. Suora che, sconvolta dal salvataggio e da Nicola, abbandonerà il saio, prenderà una forte coscienza politica, e si trasformerà nell’attrice Alice. Anche se per poco abbiamo seguito Nicola, comunque interessante, non è lui il centro, rimandone sempre Patrick, anche se serve per introdurlo nelle varie comunità di immigrati. Ed a presentarlo ad un altro operaio protempore, che in realtà è un vero ladro, soprannominato Caravaggio. Quando Clara scompare anche lei al seguito da Ambrose, Patrick ritrova miracolosamente Alice (sono ormai passati almeno 10 anni), con una figlia al seguito, Hana. Patrick e Alice iniziano la loro piccola grande storia, importante per Patrick che gli fa nascere coscienza politica. Siamo, mi ero scordato di dirlo, all’inizio degli anni Trenta, epoca di grande depressione sociale, di scioperi, di rivolte. Rivolte che vedono Alice sempre in prima fila, che vedono Patrick presente ma ancora non cosciente, dedita spesso più a proteggere Hana che sé stesso. Ma Alice, in seguito ad una molotov mal confezionata muore. Patrick, usando le sue tecniche dinamitarde, cerca di vendicarla, rimediando solo alcuni anni di carcere. Dopo si lega al Caravaggio di cui sopra, non prima di aver consegnato Hana a Nicola perché la protegga. Il libro finisce con una disperata telefonata di Clara che cerca il “suo” Patrick, che Ambrose ora è realmente morto, e lei è realmente sola. Patrick ha un braccio rotto (così come Nicola quando salvò Alice), e per andarla a prendere convince la sedicenne Hana a guidare lei, anche se con cautela (sappiamo che negli States è possibile avere la patente a sedici anni). Per tenerla sveglia durante il lungo viaggio per recuperare Clara, Patrick le promette di raccontarle le storie della sua vita, dei suoi amici e della madre di lei. Cosa che ha fatto, e che noi abbiamo seguito leggendo il libro. E se siete attenti cultori di nomi e trame, non vi meraviglierete certo di ritrovare Hana ne “Il paziente inglese”. Comunque, un ringraziamento a Ondaatje, per le sue origini che lui non dimentica, e per la sua scrittura, che noi non dimenticheremo.
“Tu credi nella solitudine … Puoi permetterti di essere romantico perché sei autosufficiente.” (115)
Milan Kundera “L’immortalità” Adelphi euro 13 (in realtà, scontato a 9,75 euro)
[A: 09/02/2016 – I: 19/05/2018 – T: 23/05/2018] - &&&&--
[tit. or.: Nesmrtelnost; ling. or.: ceco; pagine: 366; anno 1988]
In genere non sono particolarmente tenero verso Milan Kundera, che ho letto a sprazzi, e non sempre mi ha convinto o coinvolto. Devo dire che questo libro, che non conoscevo, e che sono stato spinto dal volume “Curarsi con i libri” a leggere, invece mi è discretamente piaciuto. Intanto, credo che posso affermare con tranquillità che, come cura per i centenari, non è efficace. Ma questo sarà oggetto di altre riflessioni. Qui vediamo intanto il profugo ceco che da più di dieci anni si è rifugiato a Parigi scrivere l’ultimo libro nella sua lingua madre. Dopo di questo, scriverà soltanto in francese. La vera sfida di questo libro è quanto poi riporto preso da pagina 257: Kundera afferma che un romanzo per essere sé stesso deve essere letto e non può essere raccontato. Il suo alter-ego, nel libro, gli fa presente che “I tre moschettieri” può essere ben raccontato, ma Milan rimane con il suo assunto, e noi qui si accetta la sfida. Non per raccontarlo, ma per attraversarlo. Un romanzo con tanti fili, tante storie che si intrecciano, ma che tendono a dimostrare l’assunto di fondo da cui nasce: che senso ha la scrittura in questo mondo dominata dall’immagine? Una domanda viva trenta anni fa e che ora è, se vogliamo, ancora più viva. Ed il mondo dell’immagine, se mi consentite (citazione ovvia) è un mondo che tende a rendere tutto superficiale, dimenticabile, sostituibile. Non voglio entrare in questioni politiche che però le mie parole hanno già adombrato, e chi ne sa, sa anche come si potrebbe proseguire. Io, molto modestamente, torno allo scritto. Che, appunto per la sua inenarrabilità, contiene tante storie che si intrecciano, e che alla fine hanno un filo conduttore che tutte le collega. Intanto, l’autore è presente nel testo dalla prima all’ultima pagina. Di persona, che ci narra come nasce lo spunto che gli fa inanellare gli avvenimenti. Ed alla fine, ci scioglie le riserve e chiude il libro. Con una chiusura aperta, così com’è la vita. Perché è questo il bello del romanzo, che parla di storie, come se parlasse di articoli giornalistici. Un gesto di Agnés scatena la fantasia di Milan che aspetta il suo amico Avenarius. Un gesto femminile, uno slancio del polso teso ad un saluto. Da lì, andando a spasso per il tempo, ci narra la complessa storia di Agnés e della sua famiglia. Di suo marito Paul, di sua figlia Brigitte, di sua sorella Laura. Un esempio dell’entrata ed uscita del romanzo dalla vita è ad esempio il sentire con Milan le notizie mattutine del giornale radio, lette e commentate da tal Bernard, figlio di un insulso deputato di nome Bertrand (voluta confusione di nomi). Con l’andare del tempo, scopriamo che Bernard è l’amante di Laura, e che Avenarius, sempre in vena di tirar fuori il ridicolo dalla vita (sostiene che è l’unica cosa seria), confondendo padre e figlio in un’unica persona, dona a Bernard una targa che lo elegge “asino integrale” (una specie di “tapiro d’oro” ante-litteram). Bernard va in depressione, non riesce a risolverla con l’aiuto di Laura, che medita il suicidio da cui è salvata da Paul e Agnés. Ma Agnés è ben incartata nella sua difficile vita, insoddisfatta dal marito e dalla figlia, anche se li ama profondamente. È anche divisa tra Parigi e la Svizzera, da dove proviene, e dove ogni tanto si rifugia per stare in solitudine con i suoi monti. Tanto che medita di accettare il trasferimento a Ginevra. Nel sesto capitolo, un capitolo tutto dedicato a Rubens, un tizio così soprannominato per la facilità pittorica giovanile, e che passa la sua vita a cercare soddisfazioni erotiche, vediamo come ad un certo punto della sua vita Agnés diventi amante saltuaria proprio di Rubens. E quando questi la cerca perché ne sente la mancanza, scopre che Agnés è morta. Sì, muore in un incidente stradale, di cui discettano Kundera e Avenarius (questo sempre per la capacità dell’autore di entrare ed uscire dal testo). Laura, lasciato Bernard, trova consolazione in Paul, che ha sempre amato. Scatenando le ire di Brigitte, la figlia, che va via insalutata. Per vie traverse, scopriamo anche che Laura è saltuariamente anche l’amante di Avenarius. Fino alla chiusura finale del cerchio, sempre nella piscina che vide l’inizio dell’avventura. Lì si ritrovano tutti, Paul, Kundera, Avenarius e Laura. Che per prima se ne va, ripetendo il gesto fatta da Agnés anni prima. C’è anche qualche altro cerchio che si chiude, ma non ha importanza. Perché questa è la storia nel senso “romanzesco” del termine. Il libro è, proprio per quell’assunto sopra riportato, ben altro. Anche altro. Non a caso il secondo capitolo è interamente dedicato alla storia tra Goethe e Bettina Brentano. Lì dove si discetta di gesti, di immortalità, di atteggiamenti di Bettina, dei suoi amori e dei suoi amanti. Tra i quali lei volle iscrivere anche il sommo Goethe, che già solitario si avviava all’immortalità, facendo in qualche modo caderne qualche goccia anche su di lei. È un capitolo intenso che non ha senso percorrere, ma che a senso leggere. Sia in sé, sia nel contesto del libro. Con quelle chiuse di passeggiate nell’aldilà tra due immortali come Goethe e Hemingway. Ma è proprio in questo capitolo che si gettano le fondamenta dell’essere e dell’apparire. Goethe è. Bettina appare, e lo fa talmente bene, che alla fine è e sarà così come il suo maestro. Mi sono divertito ad ogni incrocio improbabile della scrittura, seguendo le casualità folli che immagina Kundera: come il susseguirsi di alcuni episodi che mi hanno ricordato Peter Sellers e Hollywood Party. Avenarius, nelle sue folli scorribande, decide di bucare con un coltello le ruote di alcune macchine a caso. Buca due ruote di una macchina, rimane con il coltello in mano, si volta, una signora lo vede e pensa che lo stia minacciando, un gendarme lo vuole arrestare. Paul esce di casa, ed in quanto avvocato gli offre il suo patrocinio. Poi va a prendere la macchina ma è quella con le due ruote bucate. E lui deve correre in ospedale dove è ricoverata Agnés vittima dell’incidente che risulterà mortale. Un magistrale fuoco di fila. Un’ultima osservazione logistica prima di lasciarvi. A pagina 312, Rubens visita il Palazzo Barberini, poi esce e va a Villa Borghese dove incontrerà Agnés che non conosce ma che, tra i busti del Pincio, scatenerà la loro passione erotica. Ora, Kundera afferma che Rubens sale la scalinata di Piazza di Spagna, ma da Palazzo Barberini al Pincio, facendo via Sistina, non si fanno le scale. Svista? Non so. Comunque un altro momento intrigante di un libro piacevole. Proprio perché, l’essere di noi tutti, normali mortali, sarà sempre lontano dall’apparire. Purtroppo anche dall’immortalità. Che forse ha senso se si hanno figli, come si accenna ad un certo punto. Ma questa è tutta un’altra discussione.
“Un figlio è l’essenza di ogni amore e non ha nessuna importanza se sia stato realmente concepito e messo al mondo.” (71)
“Non sapremo mai come e perché irritiamo la gente, in che modo risultiamo simpatici, in che modo risultiamo ridicoli: la nostra immagine è per noi il nostro più grande mistero.” (141)
“Se un pazzo che oggi scrive ancora romanzi vuole salvarli, deve scriverli … in modo che non si possano raccontare.” (257)
“È una pura illusione voler iniziare … una ‘nuova vita’ … La vostra vita sarà sempre fatta … degli stessi problemi, e ciò che in un primo momento vi apparirà come una ‘nuova vita’ ben presto si dimostrerà una semplice variazione di quella precedente.” (294)
Amitav Ghosh “Il palazzo degli specchi” Beat euro 11 (in realtà, scontato a 9,35 euro)
[A: 09/02/2016 – I: 29/05/2018 – T: 02/06/2018] - &&&&-
[tit. or.: The Glass Palace; ling. or.: inglese; pagine: 631; anno 2000]
Torno sempre con piacere ai libri di Ghosh, sia perché indiano di Calcutta (o di Kolkata) sia perché sono sempre dei grandi affreschi. Sociali, politici, storici, personali. Tanto che aspetto con piacere che tra qualche tempo mi verrà in mano l’ultimo libro della trilogia della Ibis (di cui qui non parlerò). Intanto mi sono goduto questo libro, con un’odissea indo-birmano che si stende per circa 110 anni. L’esimio libro di cure librarie lo consiglia come uno dei migliori libri per combattere la voglia di girovagare. Sarà. A me invece ha dato voglia di tornare in Birmania, dove forse manco da troppi anni. Ghosh, in questa grande saga, mette molto (anche) di personale, trasponendo fatti della propria storia familiare, ma la bellezza del libro è che se ne prescinde tantissimo. Si viene presi dalla grande avventura che si svolge laggiù, ai margini dell’Oceano Indiano. E da tutti i suoi personaggi. Con la capacità, lieve ma di assoluta precisione, dell’autore di mescolare un po’ di elementi correttamente storici con le vicende personali e private dei suoi personaggi. Con i quali gioca abilmente, facendocene seguire lunghi tratti come se fossero i soli perni della vicenda. Quando poi i perni sono tanti, e quello che Ghosh ci vuole comunicare è anche la vita ed i sentimenti di tutti i popoli che si affacciano in quell’angolo di mondo. Infatti cominciamo a seguire Rajkumar, che dovrebbe nascere in India intorno al 1875, che vede morire tutta la sua famiglia in una epidemia, che tenta di diventare mozzo, per poi arenarsi a Mandalay. In un anno cruciale, il 1885, quando le forze inglesi decidono che hanno bisogno dei proventi delle piantagioni di tek, e per questo invadano e sbaragliano il timido regno di re Thibaw. Nella cui corte, a far da governante alle principesse reali, c’è anche la giovane Dolly, orfana indiana. I due, al colmo dei loro dieci anni di età, si guardano negli occhi, mentre l’entourage reale lascia il “Palazzo degli Specchi”, la residenza birmana del re (ricordo la città, e l’Irawaddy, il Gange dei birmani, ed altro ancora, ma non è di questo che si parla). Poi seguiamo la crescita di Rajkumar, la sua abilità nel commercio, dietro le direttive e i consigli di un meticcio, Saya John. Seguiamo la vita in esilio a Ratnagiri, poco sotto Goa (quindi dalla parte opposte dell’India rispetto alla Birmania), del re, di Dolly, e del console indiano in rappresentanza della corona inglese. Nonché di sua moglie Uma Day, dell’amicizia di Uma con Dolly. Dell’arrivo, ormai quasi trentenne, di Rajkumar, delle dichiarazioni d’amore, della fuga di lui con Dolly, della crescita della coscienza della situazione locale di Uma, della morte del marito. Poi arrivano i figli di Raj e Dolly, Neel, ed il giovane Dinu, gli altri giovani, come i gemelli Arjun e Marjun. C’è il ritorno dall’America di Matthews il figlio di Saya John, il suo matrimonio con la bella Elisabeth, la nascita di Neel, di Allison. Il lavoro intrecciato tra Raj e Matthews, gli amori e i dolori. Dinu con la poliomielite, da cui guarisce, anche se rimane claudicante. Tutto intrecciato con la storia della dominazione inglese, della crescita di una coscienza sociale, l’emigrazione di Uma in America, dove prende coscienza piena della situazione e dove diventa un’attivista, prima “guerreggiante”, poi, al ritorno in India, conquistata dalla non violenza di Gandhi. Ci sono matrimoni, ci sono rotture, ci sono riconciliazioni. Raj tenta di riprendere il vigore dei tempi andati durante la Seconda Guerra mondiale, anche se ormai si avvia alla settantina. L’accidentale morte di Neel, il dolore insostenibile di Marjun, la vita militare di Arjun, la breve storia d’amore di Dinu e Allison. Tanti piccoli elementi che costruiscono un grande puzzle. Che non si parla solo del privato. Si parla della presa di coscienza degli indiani, della lotta con gli inglesi, della rottura interna durante la guerra dei soldati indiani che disertano per andare dai giapponesi a combattere gli inglesi ed accorgersi di essere caduti dalla padella nella brace. Si parla della Birmania, della sua indipendenza, di come abbia vissuto un grande periodo di pace, poi sconvolto dal golpe dei militari. L’intreccio pubblico-privato è potente e ben gestito. Anche se, per forza di cose, gli ultimi anni scorrono velocemente. Che la saga finisce nel 1996, quando Amitav decide di cominciare a scrivere la sua storia. Finisce con piccoli tocchi di pennello, così come era cominciata con grandi colpi di cannone. Delicata la figura di Dinu, che decide di occuparsi per sempre di fotografia. Coinvolgente la figura di Bela, anche nel poco spazio dedicatole. Ammirevole il ritirarsi in un convento buddista di Dolly quando vede finiti i suoi spazi pubblici. C’è tanto sali e scendi delle fortune di tutti, anche se poi la fine ci lascia amaro in bocca. Pochi i personaggi che hanno uno svolgimento allegro delle loro vite. Ma Ghosh ci vuole far intendere non tanto questo dolore privato, quanto il fatto che questi dolori riflettono i dolori pubblici della vita nello scacchiere indo-birmano. Un libro complesso, in fine, che non ci farà dire come vedendo Tara, che domani è un altro giorno. Ma che ci dà la speranza che qualcuno riprenda le fila di Uma, di Dinu, di Bela, per arrivare ad una vera pace delle proprie sensazioni. E della vita di ognuno. Che si ritorni presto in Myanmar, ce n’è bisogno.
“È così che succede con la politica, se ti lasci coinvolgere, cancella dalla tua vita tutto il resto.” (264)
“Negli ultimi anni avevo cominciato a occuparmi di molte cose che prima erano appannaggio di mamma o di papà… [ora non ci sono più, ma] quando mi sveglio la mattina … continuano a venirmi in mente … devo dire questo alla mamma. … Ma non è esattamente una pena o in dolore … ma ti manca il respiro e sembra di soffocare.” (383)
Seconda trama (a destra, dritto è il camino, come diceva...) ed ecco un bell’allegato molto “personale”, laddove io per primo dovrei vincere la tendenza a rimandare le cose da fare.
Certo, anche settembre sarà pieno di compleanni (ormai son pieni i mesi e i giorni), ma se ne parlerà a tempo debito. Come di viaggi, come di gite, come di altro.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni
SETTEMBRE 2018
Un argomento che mi tocca da vicino e che dovrei affrontare senza perdere altro tempo…

PROCRASTINARE, TENDENZA A

Kazuo Ishiguro               “Quel che resta del giorno”
Perché fare oggi quello che può essere rimandato a domani? Perché ogni giorno che si lascia qualcosa di incompiuto questo qualcosa diventa più grande, mentre la motivazione per farlo diventa più piccola.
La procrastinazione, l’arte di rimandare le cose, non ha nulla a che vedere con la pigrizia, e nemmeno con l’essere troppo occupati. Le sue origini sono emotive. Molto semplicemente (e, potremmo dire, sensatamente) il temporeggiatore evita quei compiti che, consciamente o inconsciamente, lui o lei associa a sensazioni sgradite, come la noia, l’ansia o la paura di fallire. Il problema è che, una volta rinviato, un compito che probabilmente all’inizio era abbastanza realizzabile diventa più gravoso sia nella nostra immaginazione sia (spesso) nella realtà - finché non si trasforma in qualcosa di così opprimente che comincia a essere ragionevole differirlo a chissà quando. Se non fosse che mentre siamo occupati a posticipare per eludere quelle sensazioni spiacevoli, innumerevoli opportunità di felicità e successo - vite intere, di fatto - ci passano accanto. È questo senso di una vita vissuta a meta, e il forte rammarico che ne consegue, che dovremmo cercare di scongiurare - non qualche incresciosa emozione che comunque passa in fretta. Quello che serve ai temporeggiatori è dunque una lezione sulle conseguenze catastrofiche del loro atteggiamento. E a chi rivolgersi, meglio che al maggiordomo molto inglese e riservato di Darlington Hall, in “Quel che resta del giorno” di Kazuo Ishiguro?
Il signor Stevens è un vero esperto nello schivare le emozioni - tutte le emozioni. Il suo è il lavoro perfetto per questo, perché è convinto che ciò che distingue un grande maggiordomo da un maggiordomo che sia solo competente è la capacità di reprimere il proprio animo e mostrare in ogni momento una facciata esclusivamente professionale - come esempio, usa il maggiordomo che “non si fece prendere dal panico” scoprendo una tigre sotto il tavolo. Giustificando e proteggendo a questo modo il suo dominio di sé, Stevens passa la vita a concentrarsi su come essere il miglior maggiordomo possibile - anche quando capisce che il proprio capo, Lord Darlington, è un simpatizzante nazista, e anche mentre il padre sta morendo e vuole dargli l’ultimo saluto, ma lui non riesce a pensare ad altro che a correre al piano di sopra per servire il porto. E se la signorina Kenton, la governante, mostra interesse per lui, lui la respinge con freddezza e distacco, dalla sua fortezza inespugnabile.
Gli ci vogliono venti anni per rendersi conto di ciò che ha perduto. Per non avere agito quando si presentava un “momento di svolta” nella sua relazione con la signorina Kenton - ah, se avesse avuto il coraggio di rendersi vulnerabile, avrebbe potuto calare il ponte levatoio, uscire dalla sua roccaforte e permettersi di provare dei sentimenti - ha perduto la possibilità di sposarsi, e forse assicurare a entrambi una vita matrimoniale felice. Al contrario, ha vissuto come se avesse davanti a sé “una quantità infinita di giorni, mesi, anni in cui poter risolvere i capricci del [suo] rapporto con la signorina Kenton”. Adesso, naturalmente, è troppo tardi, e gli sono rimasti solo i miseri avanzi di ciò che resta della “sua giornata”. Quando se ne rende conto, anche una persona impassibile come il signor Stevens ha un cuore che può spezzarsi.
Temporeggiatore, sappilo: non hai a disposizione un numero infinito di giorni in cui portare a termine i compiti che ti impegni così tanto a rimandare. A forza di farlo, le emozioni negative si trasformeranno in ostacoli a una vita altrimenti produttiva e protesa in avanti. Che siano l’ansia o la paura ad accompagnare quei compiti, allargate le braccia e accogliete le vostre emozioni una per una. Invitatele a entrare e a sedersi, fatele mettere comode. Poi affrontate i vostri compiti in loro compagnia. Una volta iniziato, vi accorgerete che non si tratterranno a lungo; in realtà, probabilmente si alzeranno e se ne andranno immediatamente Quando avrete quasi finito, alzerete gli occhi e scoprirete sensazioni assai più piacevoli sedute al loro posto, in attesa di festeggiare con voi la conclusione delle vostre fatiche.

Bugiardino

Devo dire che, dopo aver visto il film, la lettura del libro conferma la bellezza delle idee alla base della scrittura del premio Nobel, ma anche la mia difficoltà a leggerne.
Kazuo Ishiguro “Quel che resta del giorno” Einaudi euro 12 (in realtà, scontato a 9 euro)
[tramato l’11 marzo 2018]
Avevo preso il libro di Ishiguro consigliato dalle libropeute per curare la tendenza a procrastinare. Poi, ne ho accelerato la letteratura sia per la sua nomina a Premio Nobel sia perché stavo visitando il suo paese natale. Pur apprezzando il libro, queste due ultime qualità non ne costituiscono un punto forte. Certo, l’autore è giapponese, e si nota nella cura dei dettagli, nella particolare attenzione alle atmosfere. Ma la scrittura, il senso che ne viene fuori è tipicamente, intrinsecamente inglese. Inoltre, non sempre il Nobel va ad autori a me congeniali, anche perché io da anni sostengo che vada assegnato ad Amos Oz, ed anche quest’anno sono stato deluso. Tra l’altro, ed in maniera del tutto casuale, nell’ultimo periodo ho letto diversi libri in seguito trasformati in film. Ed anche in questo caso, devo dire che il film, nella magistrale trasposizione di James Ivory, nonché nelle superbe interpretazioni di Anthony Hopkins ed Emma Thompson, si apparenta al libro, facendo diventare il complesso libro-film un oggetto leggermente superiore alle sue parti costituenti. Ma qui si parla del libro, che pur nella sua ben costruita struttura, in parte mi ha lasciato distante. Certo, il messaggio finale, su cui tornerò, fa riflettere, ma il personaggio Stevens spesso mi ha fatto innervosire, non riuscendomi empaticamente a calarmi nei suoi ragionamenti. Stevens è stato per decenni il maggiordomo di una nobile magione inglese, la dimora di Lord Darlington. Dove ha passato la vita, essendo figlio del maggiordomo precedente, ed ha visto anche passare la vita, assistendo, da spettatore e fedele servitore a diverse situazioni importanti. Ora, la dinastia dei Darlington è finita, e lui e la casa sono al servizio di un americano, mr. Faraday. Già lì, nella contrapposizione tra Vecchio e Nuovo mondo, Ishiguro riesce a farci percepire sia l’atmosfera inglese, sia la difficoltà di Stevens di stare al passo con i tempi. Lui non è fatto per un mondo di velocità ed informalità. L’occasione scatenante il lungo flusso di coscienza del maggiordomo è una lettera di una governante, a suo tempo a servizio nella stessa casa, Miss Kenton, che ora è sposata e vive altrove. Ma lui prende a pretesto la missiva per chiedere una settimana di ferie, e fare un giro nella campagna inglese per andarla a trovare. Il tragitto tra la casa e la Cornovaglia gli innesca un percorso a ritroso nella sua esistenza, dove va ripercorrendo i fasti di Darlington Hall, ma anche le sue piccole tappe private. Con la speranza, che quasi non vuole confessare a sé stesso, di poter recuperare occasioni perdute. Intanto ripercorre le sue tappe fondamentali, tutti i piccoli e grandi avvenimenti della sua vita, lui educato a reprimere ogni emozione, abitante di un ruolo che non dismette mai, in nessun momento della vita. Si sente anche parte della Storia, quando per la magione sembrano passare i destini dell’Europa, anche se dalla parte sbagliata che Lord Darlington era propenso ad una alleanza con la Germania hitleriana. Stevens rimane sempre e comunque impassibile, impassibile alla morte del padre, fermo nell’aderire alle richieste di Lord Darlington di licenziare due cameriere ebree, impassibile ai sentimenti che sembra, pare, ipotizza (ma lo pensa solo ora) possa aver avuto Miss Kenton nei suoi confronti. Ripercorrendo con onestà tutta la sua vita, si rende conto che avrebbe potuto fare altro, che avrebbe potuto far fronte in modo diverso ai piccoli incidenti che resero irrealizzabili i suoi grandi sogni. Sarà proprio Miss Kenton alla fine che gli aprirà gli occhi: non è possibile far andare indietro l’orologio del tempo, e poiché non esistono esistenze perfette, non ci resta che godere di quello che resta del giorno, e fare di questa che viviamo la parte migliore della propria esistenza. Ripercorrendo ora il libro, mi rendo conto che quello che più mi ha irritato è la mia somiglianza con l’atteggiamento di Stevens di ripercorrere ogni minima azione, per analizzarla, motivarla, inquadrarla, e accorgersi della mancanza di spontaneità che ne deriva. Certo, il punto centrale di Stevens è il concetto di dignità, di capacità di mantenersi coerente ad un ruolo in tutti i momenti della vita. Ma come Stevens alla fine ci domandiamo se sia giusto soffocare la propria personalità, oppure sia meglio reagire in nome di quell’onestà intellettuale che è parte integrante della coscienza. Una risposta, tacita, alla fine Stevens ce la propone, in un sussulto di coerenza con tutti i ragionamenti che lo hanno portato fino a lì. Se infine, ci rendessimo conto, al tramonto della nostra esistenza, di aver fatto le scelte sbagliate e di aver perso l'opportunità di essere veramente felici, dovremmo risponderci come fa sotto Miss Kenton.
“Ci si deve convincere che la nostra vita è altrettanto buona, forse addirittura migliore, di quella della maggior parte delle persone, e di questo si deve essere grati.” (263).

Conclusioni

Una volta tanto che c’è una concordanza piena. Se hai la tendenza a non affrontare i problemi, questo “è” il libro per noi.


domenica 2 settembre 2018

Rocco è sempre meglio - 02 settembre 2018


Antonio Manzini “Cinque indagini romane per Rocco Schiavone” Sellerio euro 14
[A: 21/10/2016 – I: 08/04/2018 – T: 12/04/2018] - && e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 244; anno 2016]
Come anticipavo parlando dei sei casi dei vecchietti del BarLume, eccoci allora alla raccolta antologica di alcuni sprazzi della vita romana del vicequestore Schiavone, prima di essere trasferito (sapremo mai bene il perché?) in quel di Aosta. Come nei racconti di Malvaldi, anche qui il giallo compare poco, forse bene solo nel quarto. Il secondo invece, è il primo scritto che ho letto delle avventure di Rocco, e non è un caso che nei commenti del 2014 il personaggio mi pone delle domande, cui ora so rispondere. Ma nel complesso, seppur chiariscono alcuni aspetti del vicequestore romano, i racconti non hanno una grande presa. Sarebbero quasi arrivati alla sufficienza, se non fosse stato inserito il quinto che ritengo veramente poco utile, forsanche dannoso.
Da “Capodanno in giallo (2012)”: “L’accattone”
La prima uscita in assoluto, quella che doveva servire a vedere se il personaggio “tiene”. Sembra di sì, tanto che l’anno successivo esce il primo romanzo (“Pista nera”). Allora, Manzini in queste prime battute cerca di dare un profilo al “futuro” Rocco: romano, trasteverino, giovinezza sbandatella con amici ai margini. Quindi Rocco è un po’ arrogante, spesso legato allo spinello (che ne caratterizzerà l’uscita in televisione), incline a buttare un occhio verso le donne (in particolare verso l’agente Dobrilla). Ma anche umano nell’entrare empaticamente in sintonia con i personaggi. Come questi “poveri”, sbandati che raccolgono frutta e verdura nell’ora di chiusura del mercato rionale, che invecchiano e non sanno più badare a sé stessi. Magari qualcuno comincia anche ad essere affetto da Alzheimer o simili senilità. Per essere un giallo abbiamo sì il morto, abbiamo delle indagini che ricostruiscono spaccati al limite della legalità, ed una soluzione, ovvia anche se decisamente triste. Comunque si capisce che il personaggio può funzionare. Quindi andiamo avanti.
Da “Ferragosto in giallo (2013)”: “Le ferie di agosto” (ne scrissi nel 2014)
Questo è l’unico che avevo già letto. Come scrissi nel 2014, quando ne parlai: Qui è tutto un mistero. Ma non la storia, bensì il protagonista, il commissario Rocco Schiavone, di cui nulla sapevo prima [mentre adesso ne so], e che rimane adombratamente misterioso anche qui. Mi sembra di capire che abbia (abbia avuto) una donna, che o è morta o l’ha lasciato (non si evince), e mi sembra che Rocco indulga con piacere verso le belle donne. Qui abbiamo una macchina che sfonda una banca, sembra per una rapina, ferendo due impiegati, e, soprattutto, un’anziana signora che stava facendo le pratiche per la chiusura dei conti. Non ci mette molto, il nostro, a collegare la macchina fintamente rubata ad un ladruncolo, compagno di scuola del direttore di banca, sicuramente danneggiato dalla chiusura dei suddetti conti. Qualche pennellata qua e là, e finale al mare, con Rocco, i suoi amici, nonché la moglie del direttore di banca di cui sopra. Scarsamente coinvolgente.
Da “Regalo di Natale (2013)”: “Buon natale, Rocco!”
Andando avanti nelle storie, si precisano meglio i contorni del giallo, le presenze del “mondo Schiavone” e le sue capacità investigative, sempre surrogate da qualche conoscenza ai limiti della legge. Anche qui, come nel primo, abbiamo un morto. Anzi due. Due coniugi uccisi in casa. Con la passione di orologi costosi (e se ne citano alcuni, che forse dovrei chiedere ad Aldo e Michela che meglio se ne intendono, visto che io non ne posseggo uno dal 1971). Con due figli, uno emarginato e tossicodipendente. L’altro che vive a Torino e gestisce una piccola azienda. Come spesso in Manzini, la soluzione più ovvia non è quella giusta. Ma il nostro, nonostante il Natale (che odia) e l’influenza riesce a risolvere brillantemente il caso. Dopodiché, poiché è uscito il primo romanzo, e sappiamo dove sia stato trasferito, in finale arriverà anche la lettera con la destinazione punitiva: Aosta. Perché punito? Come dice Rocco, è un segreto, e lui li sa mantenere.
Da “Carnevale in giallo (2014)”: “La ruzzica de li porci”
Questo lo ritengo il migliore, ambientato proprio nel cuore della Roma popolare, un corpo martoriato trovato nel Monte dei Cocci a Testaccio. Di certo, aumenta il mio gradimento camminare con Rocco e con Antonio per via Marmorata, girare intorno al Cimitero degli Inglesi, salire verso via delle Zoccolette ed il Monte di Pietà. Che il morto era uno che prestava soldi dietro pegni, anche se non un tipico “cravattaro”. Ma dopo averci fatto imboccare la strada dei pegni e del ricatto, Rocco ci descrive la morte atroce del suddetto, così come facevano gli antichi per punire delitti d’onore. Gettandoli giù dal monte (ruzzolando, da cui “ruzzica”) come maiali (“porci”). Si ricostruisce il passato del morto, i collegamenti, gli amori, ed altri contorni. Con una prosa che sale di tono e di piacere.
Da “Vacanze in giallo (2014)”: “Rocco va in vacanza”
Piacere che cade a livelli da miniera di diamanti (centinaia di metri sottoterra), in quest’ultimo bozzetto. Apprezzabile solo perché mostra la sua insofferenza verso i soprusi. Ma è poca cosa e lo avrei decisamente eliminato.
Alla fine sono cinque racconti, che ho letto durante piccoli spostamenti in metropolitana, vuoi per comprare mobili per la casa di campagna vuoi per andare al cinema. Comunque, a parte l’ultimo che come ho detto poteva essere omesso, il resto è leggibile, anche se mantiene un basso profilo ed una bassa resa. Ma noi sappiamo di più su Rocco, ed altre sue letture ci attendono.
“Roma. La sua città. Dov’era nato, a Trastevere, vicolo del Bologna, dov’erano nati i suoi genitori, i suoi nonni.” (17) [e dove, a vicolo del Bologna, accanto al forno che non c’è più, nacque mio padre]
Maurizio De Giovanni “L’ultimo passo di tango” BUR s.p. (Natalino di Otto)
[A: 25/12/2017 – I: 20/05/2018 – T: 25/05/2018] - &
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 455; anno 2017]
Anche se il libro non mi è piaciuto, ringrazio sentitamente Otto del regalo, sempre gradito e sempre sfidante (trovare un libro non ancora presente nella mia biblioteca) e dedicato ad un autore che, scoperto molti anni fa quando veleggiava sotto l’egida di Fandango, mi è sempre e comunque piaciuto leggere. Ma leggere di De Giovanni è un conto, leggere dei suoi romanzi un secondo passo, leggere i racconti si è rivelata una grossa fatica ed una delusione. Sapete com’è ovvio che i racconti sono sempre in fondo alla mia scala di valori di leggibilità, eppur tuttavia ce ne sono di belli ed imperdibili. Qui si comincia con quel sottotitolo “Tutti i racconti”, che, come i CV dei nostri politici, dice la verità, ma non tutta. Ad esempio, dov’è quel bellissimo “Maradona è meglio ‘e Pelé”? Tanto per dirne uno. Quindi, molti racconti, certo, ma non “tutti”. L’unico tutti è la prima parte, quella che stava facendo veleggiare verso buone prospettive il libro, dove sono raccolti questi sì tutti, i racconti del Commissario Ricciardi. Anche i tre del già a suo tempo letto contenuti ne “Il delitto Carosino”, e di cui parlai nel lontano dicembre del 2013. Ma tolto il velo su tutti, veniamo alla struttura dell’antologia dell’autore. Che si divide in quattro parti, ben distinte: “Il commissario Ricciardi”, “Anime”, “Napoli e altrove” e “Nove volte per amore”. Quattro parti con una ben diversa resa. La prima è la meglio riuscita, ovvio, laddove si muove il personaggio principe dell’autore. Anche se, più che una serie di racconti, sono una specie di filo rosso, che lega Ricciardi ed il suo sodale, il medico Bruno Mondo, ad un lungo pomeriggio al Gambrinus, tra caffè e sfogliatelle, con passaggi laterali, come quello del brigadiere Maione. E le divagazioni che coinvolgono Erica, l’amata da lontano del condominio di fronte, Rosa, la tata anziana, e Livia, improvvisa presenza e forse qualcosa di più nello svolgimento delle vicende. Mentre Mondo e Ricciardi parlano, si narrano vicende, ed ognuno degli interpreti ne narra una sua. E Ricciardi, tra l’una e l’altra, trova il modo di dire, a chi non lo conosce, la sua storia. Che è troppo nota perché ne ripeta qui anche sommariamente i tratti. Una dozzina di veloci scorribande nella Napoli degli anni Trenta, non sempre ben orchestrate, ma di buon impianto e gradevole lettura. Così come gradevole è la terza parte, dove si scorribanda per Napoli, e per alcuni caposaldi cittadini e non solo. Tanto che il racconto più riuscito è il primo “La beffa della cena, ovvero: piccolo manuale di sopravvivenza nell’intrattenimento in piedi”. Che potrebbe svolgersi ovunque, e che segue passo dopo passo la discesa verso l’inferno di un party in piedi, dall’invito all’ubriacatura finale. Anche gli altri brani di queste sezioni hanno un discreto grado di leggibilità, anche se rimangono sempre su quel tono poco simpatico, tipo: “ora vi racconto una cosa e voi dovete rimanere a bocca aperta”. La seconda parte, invece, è piena zeppa di bozzetti, di piccole cose, di descrizioni, di sensazioni, ma tutte o molto brevi o poco profonde o entrambe. Le “anime” di De Giovanni non scendono sulla terra, e nel loro empireo non ci fanno di certo compagnia. Ma se queste tre parti potevano mantenere un livello, tra leggibilità e simpatia, di un veleggio intorno alla sufficienza, l’ultima parte fa precipitare il libro nella più nera disperazione. De Giovanni, quasi con alterigia, e con l’idea che solo uno scrittore possa riportare fedelmente quanto avviene nella cronaca nera (ma preferisco mille volte un articolo di Piero Colaprico o Massimo Lugli, giornalisti-scrittori, a queste fantasie di uno scrittore-giornalista improvvisato), si cimenta nel ripercorrere i grandi casi di questi ultimi anni. Ne scrive quasi sempre dalla parte di uno dei protagonisti, ma rasenta la più completa insoddisfazione di me lettore quando si cala nei panni di Erika De Nardo che racconta il delitto suo e di Omar, o in quelli di Raffaela e Amanda che uccidono Meredith, o in quelli di Annamaria Franzoni del delitto di Cogne. Per terminare (anche se non in ordine cronologico ma di pessimizzazione) con le “confessioni” della moglie di Massimo Bosetti, quello dell’omicidio di Yara Gambirasio. Una sezione, che credo sia stata anche pubblicata come libro autonomo, che fa precipitare la già traballante storia di questo libro, verso l’illeggibilità totale. Se volete comprarlo, leggete di Ricciardi, e poi chiudetelo. E se, nonostante tutte le mie notiziole, avete l’ardire di leggere le prime tre parti, evitate l quarta. Se poi, sprezzanti, ne leggete, scrivetemi per farmi sapere perché non ho capito nulla, perché è bella invece che inutile, o altre amenità. Per affetto ho letto e leggerò ancora di De Giovanni, ma dopo “I Guardiani” e dopo questi racconti la mia salda determinazione comincia a vacillare.
Autori Vari “Un anno in giallo” Sellerio s.p. (Regalo di Alessandra)
[A: 25/12/2017 – I: 19/05/2018 – T: 27/05/2018] - &&&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano-turco-spagnolo; pagine: 532; anno 2017]
Pur accostandomi con la consueta reticenza ai libri di racconti, devo dire che anche questo (come il precedente “Viaggiare in giallo”) sarà per la collana, sarà per gli autori, sarà per la formula, mi è piaciuto. Piaciuto leggerne le brevi indagini (anche se non sempre molto “noir”) e divertito il modo che si è scelto per concatenare i racconti. Non tanto quell’andamento mensile, dove ogni racconto è per l’appunto legato ad un mese, dal gennaio di Camilleri che comincia con la Befana al dicembre di Manzini, che termina verso Natale. Ma per quei piccoli rimandi interni che legano un racconto ai protagonisti di quello successivo, quasi fosse una riedizione trasversale del “Doppio sogno” di Schnitzler. Inizia Camilleri, con Salvo che in un ristorante nuovo dove cerca di passare del tempo per pensare all’indagine, incontra Suleima e Saverio, gli amanti quasi detective di Savatteri. Poi il padre di Saverio, di sfuggita, cita come avvocato che smonta le confessioni di criminali poco credibili, l’emigrata a Londra Cornelia Zac. La quale è l’eroina del primo giallo, anche se poco convincente, di Simonetta Agnello Hornby. Dove Cornelia, che non riesce a dormire, legge un libro consigliatole da un biblioterapeuta romano, Vince Corso. Il quale in un bar di via Merulana incontra Ampelio, il nonno del barrista di Malvaldi. Massimo che, nella lettura di un giornale al bar, fa una citazione di striscio, parlando di una conferenza su Bob Dylan tenuta da Carlo Monterossi, lo stralunato protagonista dei libri di Robecchi. Che a sua volta, nel suo racconto, dove Carlo non figura, ma si parla dei due killer del libro numero due arriva nel finale a far parlare il commissario che sta indagando sugli omicidi che annuncia al mitico trasformista Ghezzi, l’arrivo di una nuova collega: Angela Mazzola, protagonista del racconto di Costa. Angela Mazzola che, in un momento di vacanza dalle indagini, incontra alle Eolie, Kati Hirschel, la libraia turco-tedesca di Esmahan Aykol. Kati che nel suo racconto viene sorpresa dalle parole della sua aiutante che la deve lasciare per tornare a casa e leggere l’ultimo libro delle imprese di Pedra Delicado. Dove, nel suo racconto, Alicia fa dire all’aiutante di Pedra che ha incontrato in crociera due simpatici milanesi, che non sono altro che due abitanti delle case di ringhiera di Recami. Case di ringhiera dove l’anziano Luigi rischia di essere rapinato da un ineffabile Lorenzo La Marca, esimio professore delle storie di Santo Piazzese. Storie che si dipanano intorno alle indagini del commissario Spotorno, che riceve una busta da un suo pari grado romano: busta con spinello inviata dall’ottimo Rocco Schiavone. Rocco che per tutta l’indagine ha la febbre (o sostiene di averla) ed allora il suo sottoposto, per distrarlo gli porta da leggere un giallo di Montalbano. Così siamo tornati all’inizio del carosello. Certo, i dodici racconti non sono della stessa fattura, ed io metterei in primo piano Camilleri, Stassi e Manzini. Poco distanti seguono Savatteri e Malvaldi. Gli altri in ordine sparso, lasciando il lumicino dell’ultimo posto a Simonetta e Esmahan. Comunque è un libro ben fatto, ben articolato, di sicura lettura. E di buona resa.
Andrea Camilleri “La calza della befana” (11-46)
In linea con il Camilleri di buona fattura. Con una buona empatia finale, un po’ alla Maigret. Il nostro sta invecchiando, e si sente. Anche se lo fa bene.
Gaetano Savatteri “I colpevoli sono matti” (49-104)
Non ho letto nulla, ma mi intriga questo Saverio Lamanna con i suoi arzigogoli (mitico quando interrompe il lavoro di pittura non pagato per l’amica Marilù adducendo come scusa: “Devo andare a rileggere ‘Salario, prezzo e profitto” di Marx). La storia inoltre regge abbastanza.
Simonetta Agnello Hornby “Le strade sono di tutti” (107-149)
Interessanti alcuni spunti, mutuati credo dall’esperienza della scrittrice presso i centri di accoglienza dell’infanzia maltrattata a Londra, mestiere che Simonetta ha fatto per anni prima di uscire prepotentemente anche come autrice. Ma il giallo in sé è invece poco convincente.
Fabio Stassi “Per tutte le altre destinazioni” (153-188)
Superlativa la figura di Vince Corso, dell’invenzione del mestiere di biblioterapeuta e di tutti riferimenti letterari cui è infarcita la storia. Non credo sia un caso che Stassi sia stato il curatore italiano di quel libro che tengo sempre aperto vicino al computer “Curarsi con i libri”. Intanto, al libro di Garcia Marquez ero arrivato prima che lo dicesse lui. Un unico appunto: è vero che uno dei miei miti, il cantante francese si chiama George Charles Brassens, ma citarlo solo come Charles mi è sembrato un delitto. Come se citassi Angelo Fo, al posto di Dario.
Marco Malvaldi “Voi, quella notte, voi c’eravate” (191-229)
Sempre piacevole l’ondivagare dei vecchi della pinetina e del buon Massimo. Si procede nelle storie, il bar si allarga, il ristorante dell’amico si apre e si chiude e poi si riapre. Il Rimediotti ha un suo buon momento, che sta sempre in disparte. Forse poco incisivo, ma all’amore non si discute.
Alessandro Robecchi “Doppio misto” (233-272)
Abbandonato, spero solo per il racconto, l’epica del buon Carlo, seguiamo i problemi deontologici dei due killer professionisti ingaggiati da un marito ed una moglie con l’incarico ognuno di uccidere l’altro della coppia.
Gian Mauro Costa “Il divo di Ballarò” (275-310)
Anche di Costa ho poco, ma qui mi è piaciuto l’arrivo della poliziotta Mazzola, nonché dell’atmosfera palermitana di Ballarò e dintorni. Dovrò approfondire lo scrittore.
Esmahan Aykol “Macchie gialle” (313-354)
[tit. or.: Sari nokta; lingua: turco; anno 2017]
Fa piacere solo il tanto parlare di Istanbul, dei suoi minareti e di tutta la città che sempre mi rimane nel cuore. Inoltre la mamma di Kiti ha una macula oculare proprio come aveva mia madre! Ma la storia ha poco sugo e niente giallo.
Alicia Giménez-Bartlett “Quando viene settembre” (357-402)
[tit. or.: Cuando llega septiembre; lingua: spagnolo; anno 2017]
Una onesta prova di passaggio, con Pedra al meglio delle sue possibilità, in attesa di leggere delle sue ultime avventure con il serial killer. Molto ambiante, ed una storia che si tiene, anche se la soluzione appare lampante dalle prime battute.
Francesco Recami “Ottobre in giallo a Milano” (405-445)
Una ringhiera in minore, tutta incentrata sulle paure di essere raggirato del vecchio Luigi. I soliti incastri di micoravvenimenti, ma non molto intriganti. E poi manca l’amato Consonni. Trovo inoltre fuorviante tacciare il Lorenzo di Piazzese di essere diventato un esperto truffaldino.
Santo Piazzese “Quanti dì conta novembre?” (449-486)
Storia di olive e di raccolti, ben scritta e rappresentata, ma poco avvincente.
Antonio Manzini “L’eremita” (489-532)
Finalmente una storia aostana del nostro Rocco (un racconto cioè, dopo la serie infinita di racconti romani). Con un giallo di buona fattura, con le smanie di Rocco-Giallini tra febbre ed ipocondria. Una degna chiusura di un buon libro di racconti.
“Dürrenmatt non scrive gialli, ma capolavori.” (100) [concordo al 100%]
“Che non ci fosse nessuna libertà, alla fine del lavoro, lo sapevo già. La libertà bisogna prendersela prima.” (165) [o cominciare a prendersela e portarla avanti prima e dopo]
Maurizio De Giovanni “Sara al tramonto” Rizzoli s.p. (Regalo della signora Laura)
[A: 07/05/2018 – I: 29/05/2018 – T: 01/06/2018] - && e ¾ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 360; anno 2018]
Un gradito regalo di compleanno, che, fortunatamente, riporta leggermente verso l’alto le quotazioni del buon De Giovanni che stavano precipitando alquanto. Non solo per il precedente libro di racconti, di cui ho sopra parlato, ma anche per quel poco leggibile “I guardiani” che spero non avrà seguito (non sempre tutte le serie iniziate da un buon autore ha senso si proseguano). Anche questa sembra (o si ipotizza) possa essere la prima uscita di una nuova serie, con la misteriosa Sara Morozzi detta Mora a fare da filo conduttore. Devo dire che l’inizio è stato molto faticoso. Non decollava, si stava incartando in momenti descrittivi poco significativi (o poco coinvolgenti, che è la stessa cosa), sembrava ripercorrere le strade de “I guardiani” con inserti corsivati che volevano dire cose auliche ma che riescono soltanto a far perdere il filo. Poi, anche se con fatica, la trama prende una sua decisa impronta sul sentiero di uno svolgimento in pianura, se non in discesa. Veniamo così a conoscere la storia di Sara che, come tutti i personaggi principali di De Giovanni ha una qualche particolarità. Ricordo le belle storie, che da tempo non ritrovo, del commissario Ricciardi e del suo vedere gli ultimi istanti di vita dei morti di morte violenta. Sara, dopo anni di lavoro nelle squadre speciali, ha la capacità di leggere le parole sulla bocca e sui gesti delle persone, quasi queste avessero microfoni nascosti e lei auricolari sensibili. Capacità di certo in aiuto quando lavorava a sgominare il crimine, ma che anche ora può dare i suoi frutti. Ora che ci racconta la parabola della sua vita: ad un certo punto, entrata in squadra, viene colpita da un fulmine irresistibile che la travolge d’amore per il suo capo. Per questo lascia marito e figlio, va a vivere da sola, e poi, quando Massimiliano se ne accorge, vive un’intensa storia d’amore con lui. Sempre sull’orlo del baratro, che comunque Massi è il suo capo. Sempre in combutta con la sua amica e alter-ego Teresa Pandolfi detta la Bionda. Fino a che Massi muore di un male incurabile (ancora, ma c’è sempre in tutti gli ultimi libri che leggo…), e Sara si ritira nell’ombra. Ristabilendo contatto solo con Viola, la compagna del figlio che, poco prima dell’inizio del racconto, muore in un incidente stradale, lasciando Viola sola ed incinta. Certo, mi sto già addentrando nel racconto, ma come farne a meno? Troppa la volontà di condivisione (e forse, come dice il mio amico che non nomino, ma cui voglio bene, troppo poca la capacità di estrapolazione critica). In ogni caso, Massimiliano morto, ed ogni tanto ritornante in quei corsivi che ho già criticato in tutta l’opera di Andrea Manzini e del suo Rocco, Viola incinta, Teresa nuovo capo, e mistero da indagare. Un tal capitano d’industria è morto un anno prima, pare ucciso dalla figlia, dedita a droghe pesanti. Figlia che, condannata, lascia la piccola Bea in balia del fratello e della cognata. Figlia che chiama l’ispettore Pardo perché preoccupata della salute di Bea. Qui entra anche in scena Davide Pardo, bravo, diligente, sempre un po’ in ritardo sui tempi, padrone, non volente, di un cane di razza “bovaro del bernese” (un cucciolotto di circa 50 chilogrammi…). Davide fa un po’ da macchietta, per contrastare la serietà di Sara, la sua rettitudine, il suo fare sempre la cosa giusta, ma con una freddezza glaciale (il lettore smaliziato dirà, certo, dopo tuti quello che ha passato…). Così Sara e Davide cominciano questa indagine non ufficiale per capire se realmente Bea stia soffrendo e deperendo e perché. Inavvertitamente, quasi per un’inerzia nascosta, alle indagini si associa anche la nuora Viola, pur con il pancione. Sara vede la madre carcerata, incontra il fratello, incontra la cognata, ed incontra Bea. Ogni volta, più che le parole, legge il linguaggio dei corpi, e ci comunica chi mente e chi dice la verità. Non certo dove ed in che punto mente, Sara non è magica, solo molto intelligente. Tanto che ci si domanda se farà mai qualche sbaglio. La cosa che i nostri tre riescono a delucidare è che si, Bea non sta bene. E Sara si spinge oltre, affermando che la malattia non è conseguenza ma concausa della morte del nonno. Ma a questo punto si erge drammatico lo scontro tra la Bionda e la Mora. Perché, come, cosa sta succedendo, quali altri rivoli nascosti ci sono lascio a voi il piacere di scoprirlo. Come vi lascio alla risoluzione delle indagini, al ruolo di Davide e Viola, ai motivi della morte di Giorgio (e questo chi è? Ma leggete il libro, no?). il mio commento è un piacevole scorrere degli avvenimenti, dopo le prime 50-60 pagine che ancora non mi convincevano. Certo, anche altre cose non sono rodate, non c’è quella bellezza delle prime avventure del commissario Ricciardi, né dei bastardi di Pizzofalcone. Ma qualcosa gira meglio nella penna di De Giovanni. Alla cui lettura si torna sempre con gradimento.
“Dicono che essere nonni sia molto più bello di essere genitori.” (331)
Eccoci ai libri letti in giugno. Direi un mese discreto con 12 letture gradevoli, di cui solo una sotto la sufficienza (il solito Smith un po’ ripetitivo) e due belle uscite, che meritano anche di più: una saga indo-birmana di Ghosh ed uno dei migliori volumi dei romanzi di Maigret.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Maurizio De Giovanni
Sara al tramonto
Rizzoli
s.p.
3
2
Amitav Ghosh
Il palazzo degli specchi
Beat
11
4
3
Patrizia Morlacchi
Hanno ammazzato il guercio
Repubblica Italia Noir
7,90
3
4
Luke Rhinehart
L’uomo dei dadi
Marcos y Marcos
12
3
5
Patricia Cornwell
Carne e sangue
Mondadori
14
2
6
Georges Simenon
Tre camere a Manhattan
Adelphi
12
3
7
Elena Ferrante
Storia della bambina perduta
E/O
s.p.
3
8
Emanuele Bissattini
Glock 17 – La pazienza dell’odio
Round Robin
s.p.
3
9
Wilbur Smith
Stirpe di uomini
TEA
6,90
2
10
Pierluigi Panza
La croce e la sfinge
Corriere della Sera Arte
7,90
3
11
Georges Simenon
I Maigret – 12
Adelphi
s.p.
4
12
Metin Arditi
Il Turchetto
Corriere della Sera Arte
7,90
3

Come sapete da altre mi missive, e dal fatto che stia qui a scrivervi, non sono in California. Né altrove. Certo, un po’ di Soriano per cercare di finire entro il mese di settembre (speriamo!). Ed anche qualche incontro-riunione con amici e viaggiatori. Per il resto non posso esimermi dal pensare e mandare un abbraccio a tutti i gli amici che compleannavano in quel di Agosto.