domenica 3 marzo 2019

Dai viaggi ed altro - 03 marzo 2019


Dopo un ottimo mese, o quasi, passato in India, eccoci di nuovo alle nostre letture. Che rimangono nel solco dei viaggi, dove, benché si parli di “noir” e altro, provengono o da vecchi scali mai dimenticati (l’Islanda di Indriðason) o da nuovi viaggi (il Botswana di McCall Smith o la Scozia di Peter May). Rimane spuria solo l’intramontabile George con le sue storie inglesi. Comunque, rimane sempre l’Islanda nelle posizioni migliori.
Arnaldur Indriðason “Una traccia nel buio” TEA euro 11 (in realtà, scontato a 8,25 euro)
[A: 05/07/2016 – I: 04/10/2018 – T: 06/10/2018] - &&& 
[tit. or.: Skuggasund; ling. or.: islandese; pagine: 315; anno 2013]
Eccoci, dopo un altro anno, tornati ad uno dei miei caposaldi nordici, l’islandese Arnaldur. Dove anche lui, come molti altri giallisti, decide una diversificazione della propria produzione. Certo, lo aveva fatto anche con il precedente, anche se rimaneva un solco di continuità con le mitiche gesta del commissario Erlandur. Qui saltiamo il fosso, in una storia senza nessun contatto con le altre, se non per il fatto che si parla dell’inizio, della costituzione della Polizia Investigativa islandese (e parliamo di una parte del romanzo che si svolge durante e poco dopo la seconda guerra mondiale) da cui anni ed anni dopo Erlandur sarà uno dei punti di forza. Purtroppo, l’andamento della narrazione è un po’ involuto, saltando spesso tra presente e passato. Il che porta alla fine anche ad una resa non all’altezza delle aspettative, anche perché, se noi lettori capiamo bene cosa e come sia successo e quando, i protagonisti del libro rimangono quasi all’oscuro dello scioglimento definitivo. Di certo vittima del clima generale della narrazione, ma poteva essere reso con più brio. Perché il dosaggio tra storie, persone e fatti ha una sua presa sul lettore, che viene coinvolto mentalmente nel seguire le due narrazioni, cercando di interpretare e sciogliere i fatti insieme non tanto ai due investigatori del passato, quanto al commissario pensionato e consulente della polizia che segue l’indagine al presente. L’idea, solita nel quadro di Arnaldur, oltre ai rapporti tra persone, è anche presentare qualche aspetto peculiare islandese. Come in questo caso, quella che veniva chiamata al tempo della guerra, la Situazione (“Ástandið” in islandese), cioè la promiscuità tra le donne locali ed i soldati occupanti, prima gli inglesi dal 1940, poi sostituiti nel ’43 dagli Americani. Nacquero molti matrimoni misti, molti “figli della situazione”, ed il puritanesimo locale andò in crisi. Della Situazione se ne parla che una coppia mista scopre il cadavere di una giovane donna stuprata ed uccisa. Delle indagini se ne occupa il commissario Flóvent, che con la sua opera investigativa farà nascere la polizia islandese allora ignota, aiutato da Stephen Thorson, un canadese oriundo islandese, che quindi, con le due lingue, funge da trait d’union. Un’indagine difficile, che non si trova nessun legame possibile con qualsiasi situazione di pericolo. C’è solo un vago accenno, uscito fuori in una seduta spiritica, di una seconda donna uccisa nel Nord del paese. Collegando i due fatti, pur senza prove, i due poliziotti risalgono allo studente Jonatan, studioso di elfi e mitologia scandinava. Materia collegabile ai fatti, per cui i nostri torchiano Jonatan, che si professa innocente, e che, in un tentativo di fuga, si uccide finendo sotto una macchina. Questa materia viene tirata fuori una sessantina d’anni dopo, quando viene ucciso un novantenne. Che si scopre essere Thorson, il quale alla fine della guerra, trona in Islanda, e ci resterà tutta la vita. Per fare altro, per ricordare l’amico Flóvent morto mentre lui era al fronte (un po’ di spunti gay, ma non approfonditi). Ma che poco prima di morire pare abbia scoperto una nuova pista. Pista che segue Konrađ, un commissario in pensione. Con il gusto delle coincidenze, che spesso piace al nostro, Konrađ è figlio del finto medium della seduta di cui sopra. Scopre che tutti i documenti sono scomparsi, meno un appunto che era stato spostato di anno nell’archivio della polizia. Con quella flebile traccia, Konrađ scopre il nome della ragazza delle Situazione che scoprì il cadavere, scopre dove lavorava Rosamund, la morta, scopre la figlia della stessa che gli racconta come Rosamund, dopo lo stupro, non volesse più portare vestiti di sartoria ad un certo indirizzo. Scopre l’indirizzo stesso, dove vive una potente famiglia islandese, con padri e nonni anche ministri. Scopre che Jonatan era ospite di quella famiglia. Scopre che il figlio (ora settantenne) ed il padre (allora ministro ed ora morto) erano presenti sia nella capitale sia nel Nord all’epoca delle due uccisioni. Scopre che il canadese, prima di essere ucciso, aveva visitato la casa e parlato a lungo con il nipote (che il settantenne è anche in pieno Alzheimer). Alla fine, Konrađ ricuce tutti i puntini che Thorson e Flóvent avevano lasciato in sospeso. Petò questa parte finale è molto in minore, ha poco mordente. Si, qualche piccolo colpo di coda, ma poco coinvolgimento. Tutto si scioglie, ma a noi rimane più impresso il clima della Situazione, il ruolo dei soldati occupanti, i modi di vivere isolani (come appunto quello di chiamarsi per nome, tanto che del commissario Konrađ non sappiamo neanche il patronimico, e l’altro di darsi del tu, anche come richiesta esplicita, reiterata a lungo durante molti colloqui). Alla fine, Arnaldur, pur con alcuni limiti, continua a piacermi. Proprio perché, oltre al racconto in sé, riesce ogni volta a riportarmi in Islanda. Che continuo a ritenere un paese visitabile ed affascinante.
[A: 20/06/2017 – I: 11/10/2018 – T: 13/10/2018] - && +
[tit. or.: The Banquet of Consequences; ling. or.: inglese; pagine: 572; anno 2015]
Come al solito, periodicamente, si ritorna sugli scrittori presenti in grande copia, soprattutto nel caso di scrittura seriali come questa. La George, ben rappresentata nella mia biblioteca, si fa di nuovo viva nelle mie letture con un nuovo episodio dedicato al mondo dell’ispettore Lynley. Ho detto mondo, in quanto ormai siamo ad una rappresentazione globale dell’universo investigativo londinese, dove, seppur l’ispettore rappresenta l’elemento unificante, rispetto a tutti i romanzi pregressi, la platea dei personaggi si allarga sempre più. Oltre a Lynley, ha ormai un suo spazio fisso, ed ampio, il sergente Barbara Havers. Che qui, in particolare, prende buona parte della scena poliziesca, mentre Lynley ha un ruolo amministrativo, e meglio connotato nella ricostruzione della propria vita, dopo tutti i rovesci subiti. In secondo piano, ma pure loro con una forte presenza, ci sono il capo della sezione investigativa, Isabelle Ardery, per breve tempo anche amante di Lynley, ed ora ben compresa nel suo ruolo istituzionale, anche un po’ antipatichella, nel voler raddrizzare i comportamenti “al limite” di Barbara. E c’è Daidre la possibile nuova fiamma di Lynley, che i due hanno un inizio di rapporto (già dal romanzo precedente), ma hanno anche una difficile problematica da affrontare, in gran parte dovuta ai pregressi familiari dei due: l’aristocratico (e ben fornito di soldi) Lynley e la borghese ed autonoma Daidre. In via defilata, caratteristi ma non dimenticabili, il sergente aiutante di Barbara, Nkata Winston, e la segretaria di Isabella, Dorothea. Tutta una notevole parte del romanzo gira sul filone dei rapporti privati tra tutte queste entità, lasciando pur notevole spazio al resto. Che tuttavia poco si sviluppa su versanti polizieschi e/o investigativi, ma che anche lì affronta problemi personali, rapporti familiari e di lavoro, ed altro ancora. Il tutto porta alla solita elefantiasi di scrittura, che, questa volta però, non riesce ad essere coinvolgente come al solito. Lasciando quindi da parte Lynley ed il suo mondo, la parte da risolvere riguarda la vita familiare che ruota intorno alla figura di Caroline ed al suo mondo. Ci sorbiamo tutto un inizio con la descrizione della (forse) malattia mentale del figlio William, del suo rapporto con la inizialmente simpatica Lily. Sino a che questa non scopre un segreto familiare, che sconvolge Will portandolo al suicidio. Con uno stacco temporale di qualche anno, vediamo Caroline diventata aiutante della scrittrice Clara, in perenne contrasto con il di lei editor Rebecca. Vediamo il corrompersi del rapporto tra Caroline ed il suo secondo marito, che cerca di trovare una via di sfogo verso la sua aiutante Sharon. Vediamo il crollo dell’altro figlio Charles, del deteriorarsi del rapporto tra Charles e India, dovuto anche ad un crollo psichico di Charles dopo la morte del fratello. Il momento clou, chiave di volta della storia, si ha quando Clare inaugura un monumento in memoria di Will. Cerimonia cui partecipano non invitati e con grande scandalo, Lily (che dalla morte di Will non fa altro che perseguitare Caroline ritenendola responsabile di tutto), l’ex-marito di Caroline nonché padre di Will e Charles e la sua nuova moglie, la giovane tailandese Suleme. Scandali, urla, accuse. Poi, pochi giorni dopo, muore inaspettatamente Clara. E poco dopo sta per morire anche Rebecca, che però viene salvata in extremis. I due avvenimenti accadono per avvelenamento da azoturo di sodio, sciolto nel dentifricio. Ma il dentifricio è di Caroline, che lo aveva prestato a Clare. Il veleno poi rimane anche nei vestiti della morta, che Rebecca raccoglie. Tutto quindi si gioca quindi sull’indecisione: era Caroline che voleva uccidere Clare, avendo questa scoperto alcuni suoi segreti inconfessabili, o era qualcuno che voleva invece eliminare proprio Caroline, ma che sfortunatamente fallisce? Anche perché Caroline è una rompipalle di decimo livello (come direbbe il grande Rocco), che sembra godere a rovinare la vita di tutti, per proprio tornaconto o per malvagità. Potrebbe essere stata Sharon, per liberare il suo nuovo amato. Potrebbe essere stata Lily, finalmente riuscendo ad avvicinarsi all’odiata. Potrebbe essere stata India, per liberare il marito dal gioco familiare. Potrebbe essere stato Charles per liberare sé stesso e vendicare la memoria di Will. Barbara riuscirà ad arrivare ad una soluzione dell’enigma, riconquistando anche un po’ di fiducia. Ma il thriller non è un thriller, è troppo lungo e lento. Ha più del romanzo di intreccio, ma alla fine non riesce bene in nessuno dei due intrecci, quello della famiglia di Caroline e quello della vita “privata” di Lynley. Intanto ne è uscita una nuova puntata. Vedremo. Per finire, due appunti: perché la quarta parla di due morti sospette, laddove c’è un suicidio (poco sospetto), una morte (questa si sospetta) ed un tentativo di uccisione (senza morte, però). Il secondo è sul titolo italiano, laddove l’originale parla di un banchetto di conseguenze, banchetto inteso come un luogo in cui convergono molte persone (e molte in effetti sono le persone coinvolte) e dove si succedono azioni conseguenti ad altre azioni. Certo che c’è anche molto odio in giro, ma la George non lo aveva messo in primo piano. Soliti misteri italici.
Alexander McCall Smith “The n°.1 Ladies’ Detective Agency” Abacus euro 13
[A: 17/11/2018 – I: 18/11/2018 – T: 21/11/2018] - && e ½  
[tit. or.: originale; ling. or.: inglese; pagine: 233; anno 1998]
Ebbene sì, ecco un altro libro “in viaggio”. D’altra parte, non si possono passare due settimane nel Kalahari, in giro tra i parchi del Botswana, e dimenticare di avere decine di libri di un autore che del Botswana ha fatto una grossa fetta della sua produzione. McCall Smith lo leggo e lo apprezzo per i suoi libri scozzesi, ma non scordo che ha scritto una ventina di titoli ambientati in Africa, che proprio da questi titoli ha messo su fame e soldi. Anche se, avendone letto uno spurio, questa parte della sua produzione non mi ha mai messo molto appetito di lettura. Ora però, passando a poche decine di chilometri da Gaborone, per ingannare il lungo viaggio di ritorno dal Sudafrica in Italia, e, non ultimo, per rendergli un piccolo omaggio, ho trovato in aeroporto il primo volume della serie africana. Serie dedicata ad una donna, Precious Ramotswe. E già questo è un campanello di interesse, in un Africa molto al maschile. Inoltre, la signora Ramotswe è la proprietaria dell’unica agenzia investigativa femminile del Botswana, altro elemento di non poca rottura. Ne scopriremo altri di elementi di interesse da contesto, mentre purtroppo il testo non è all’altezza. Non appassionano molto le indagini di Precious né i diversi momenti botswani descritti. Qui seguiamo tutti gli inizi della storia, il ritorno a casa del padre, malato. La sua morte e l’eredità che lascia a Precious per aprire una macelleria. Invece, la nostra eroina vuole aiutare gli altri, visto che poco ha potuto fare per aiutare il padre. Così fonda questa agenzia investigativa e si mette in attesa di clienti. Sappiamo anche qualcosa del suo passato. La storia d’amore con il jazzista Note Mokoti, finita male per il carattere violento di lui, che lascia in lei il segno di non voler più dipendere dagli altri, e dagli uomini in particolare. Precious è una normale donna africana, anche un po’ paffutella, ma questo si sa non è un difetto in Africa. Incontriamo ben presto anche la sua assistente, la signorina Grace Makutsi, giovane vedova, e contraltare di Precious, sottile con i capelli raccolti in treccine. E veniamo a conoscenza di JLB Matekoni, meccanico, tranquillo, che diventerà amico fidato, anche se vorrebbe qualcosa in più. Con lentezza i primi piccoli casi si accumulano. Figlie ribelli. Mariti scomparsi. Fidanzati fedifraghi. Truffatori impiccioni. Coccodrilli spariti. Precious, con i suoi modi poco convenzionali, ed il suo fiuto riesce a risolvere i problemi che le vengono incontro. Fino a che si trova di fronte al caso più difficile da affrontare, e che l’autore mutua da fatti realmente avvenuti. Precious viene infatti coinvolta nella ricerca relativa alla scomparsa di una quattordicenne, che ombreggia il rapimento e l’uccisione di Segametsi Mogomotsi, avvenuta in Botswana nel 1994. Un omicidio rituale, un “muti” in lingua locale. Dove un adolescente viene mutilato/a per utilizzare parti del corpo in una specie di “medicina tradizionale” o tribale. Segametsi fu trovata giorni dopo, appunto mutilata, ma non fu mai scoperto l’autore del crimine. Nel libro, McCall Smith ci racconta l’origine e le derivazioni pericolose del “muti”, ma port tutto verso un lieto fine che i racconti di Precious non debbono essere troppo truculenti. Dicevamo di altre chicche extra testuali del libro. Come l’amore per il proprio paese di Precious (e del padre di lei). In una lunga tirata papà Ramotswe confessa il suo orgoglio di essere un Motswana nel Botswana. Sembra uno scioglilingua, ma nel dialetto locale il prefisso “Mo” significa “uomo” ed il prefisso “Bo” significa paese, nazione. Mentre “tswana” è il nome della popolazione indigena. Così la frase sta per “sono orgoglioso di essere un uomo della tribù degli Tswana nella nazione del popolo Tswana”. Anche gli animali sono spesso presenti e ben descritti. Serpenti e coccodrilli entrano con drammaticità nella narrazione. Ed il bestiame assume una connotazione vitale: è necessario per il cibo, può essere una fonte forte per lo scambio di beni. Insomma, Alexander, nato in Zimbabwe, ma poi tornato in Europa quando i conflitti locali prendono una piega che non condivide, non dimentica le sue radici, ed in modo semplice cerca di farcene partecipi. Questo è senz’altro un punto di merito, purtroppo sorretto solo in parte da una trama e da uno sviluppo conseguenti, così come invece nelle prove di scrittura che l’autore ambienta in Scozia, e che amo maggiormente leggere.
[A: 17/07/2018 – I: 18/12/2018 – T: 24/12/2018] - && e ½  
[tit. or.: originale; ling. or.: inglese; pagine: 475; anno 2011]
Come si può intuire, per i più attenti e smaliziati, dalla data di acquisto, anche questo, come molti libri in lingua, è legato ad un viaggio. Un bellissimo giro in Scozia, con una degna compagnia avventuriera. In particolare, il libro è anche legato ad un bel ricordo di luoghi, con un discreto intreccio di belle sensazioni. Si era in quel di Ullapool, e già dal nome ci si sente immersi nell’aria di torba e guerrieri. L’alloggio era nelle dependance di un degnissimo hotel “THE CEILIDH PLACE” (dove il nome in scozzese indica un posto in cui ci si riunisce tra amici e conoscenti per stare insieme e raccontarsi novità). Incuriosito dal nome chiedo alla direttrice di fare un giro anche nella parte principale, per vedere le stanze, che, proprio nell’accezione del nome, non prevedono apparecchiature da isolamento come televisioni o altro, ma ogni stanza ha un piccolo scaffale con libri di letteratura scozzese. Quindi profusioni di sir Walter Scott, di Stevenson e di Conan Doyle, di McCall Smith e di J.K. Rowling, fino a Ian Rankin e Irvine Welsh. Non solo, nella hall, accanto al bar, c’è anche una piccola libreria, che ovviamente è omaggiata di una mia lunga visita, con chiacchierata alla libraia. Cui chiedo di qualche autore, e lei mi consiglia appunto questo Peter May, la cui saga, di cui questo è il primo libro, è ambientata nell’isola di Lewis, una delle Ebridi esterne. Pochi dubbi nell’acquisto, un po’ di più nella lettura, con un inglese per me non di facile approccio, e qualche appannamento nella trama. Ma alla fine, pur con questi piccoli distinguo, mi ha riportato in Scozia, ed alle sue atmosfere. Quelle che in fondo chiedo ai “libri in viaggio” (non di viaggio, ma comperati durante un viaggio). A parte l’anglo-scozzese, la mia difficoltà/perplessità deriva anche dal solito (che spesso ormai si trova in molti gialli) andamento a pendolo. Cioè quell’andare su e giù tra presente e passato che mi rende ostile a molti testi. L’idea (nuova?) di May è di utilizzare una differenziazione nella scrittura, dove il passato è narrato in soggettiva ed il presente in terza persona. La soggettiva è dell’eroe della saga, Finlay Macleod, un ispettore di polizia di Edimburgo, nativo però di Lewis, e dove viene mandato in seguito al ritrovamento del cadavere di Ange Macritchie, non solo compagno di giovinezza, ma ucciso in modalità simili ad un altro crimine cui Fin sta indagando. Il pendolo ci porta Fin nella giovinezza, alla sua solidarietà con Artair Macinnes, alle angherie che subiscono i due da parte dei fratelli Macritchie (Ange e Murdo), all’amore di Fin per Marsaili, con cui pianifica di lasciare Lewis per andare sulla terraferma. Ma Fin e Artair sono anche sotto l’ala del padre di Artair, che li vuole studiosi e laureati. La particolarità di Lewis è la caccia periodica alla “sula bassana” (spero sia il nome giusto dei “gannet”, vero Paola?) dove annualmente viene concesso di uccidere duemila pulcini. La caccia avviene in due settimane in una isoletta impervia vicino a Lewis. Il momento di svolto del passato è proprio la caccia, dove muore il padre di Artair, forse da solo, forse no, dove Fin ha una crisi, dove, al ritorno, Fin scappa e Artair sposa Marsaili. Ora, nel presente, Artair non è più sodale con Fin, Marsaili è sempre innamorata di Fin (ma allora perché sposò Artair?), c’è un figlio di mezzo, che si chiama Finlay anche lui. Indagando e girando, aiutato dalle forze dell’isola, Fin scopre molti altari che devono essere chiariti. Soprattutto, riesce ad avere un lungo e chiarificatore colloquio con Gigs MacAulay, il capo dei cacciatori di sula da sempre. Fin ricostruisce gli avvenimenti della sua giovinezza, capisce meglio il ruolo di prepotenti dei fratelli Macritchie, capisce anche meglio il ruolo e l’importanza del giovane Finlay. Aiutato dall’ispettore Gunn, della polizia locale, e dai referti della morte recente e di altri avvenimenti correlati, Fin, alla fine, comprende che tutto era una messa in scena, seppur macabra, per farlo tornare sull’isola. Sarà una nuova caccia alle sule, che porterà all’epilogo del romanzo, aprendo quella casa nera, dove, a turno, venivano rinchiusa a studiare Fin e Artair da parte del padre di lui. Una fine che ci aspettiamo da diversi capitoli, con una promessa di futuro (che non so se ci sia e non so se ne leggerò) dove meglio potrebbero svolgersi le vite di tutti i Fin (che in gaelico suona Fionnlagh), di Marsaili (che invece in inglese sarebbe Marjorie) e di tutti gli abitanti di Lewis. Ci sono altre storie “laterali”, ma leggetene anche in traduzione italiana, che poi ho scoperto esiste. Ma i pub, l’aria isolana delle Ebridi (che non ho visitato, ma che mi ricordano il giorno sull’isola di Skye), e l’atmosfera di Ullapool sono stati impagabili, per la vacanza e per la lettura.
“He was learning again how easy it was to be lonely in a crowd.” [Stava imparando di nuovo quanto fosse facile essere soli in mezzo alla folla] (137)
“It was no good looking backwards, even if you had no notion of where it was you were going.” [Non era una buona idea guardare indietro, anche se non aveva idea di dove stesse andando] (344)
Come ogni primo del mese, eccoci anche al riepilogo delle letture di dicembre, che non hanno tirato fuori elementi di spicco ma solo due letture poco coinvolgenti ed una da dimenticare. Un quasi inutile giallo italiano di Gianfrancesco Turano ed una lettura d’annata che non mi ha convinto affatto, in una delle prime opere di Vargas Llosa. Nonché un pasticcio inqualificabile di Mathias Gatza.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Pietro Del Re
Giallo Umbro
Repubblica Italia Noir
7,90
3
2
Mathias Gatza
Il mago della luce
Corriere della Sera Arte
7,90
½
3
Emilio Martini
Doppio delitto al Grand Hotel Miramare
Fanucci
9,90
3
4
Flavio Santi
La primavera tarda ad arrivare
Repubblica Italia Noir
7,90
3
5
Emilio Martini
Il mistero della gazza ladra
TEA
9
3
6
Mario Vargas Llosa
Pantaleón e le visitatrici
BUR
s.p.
1
7
Francesco Fioretti
Il quadro segreto di Caravaggio
Corriere della Sera Arte
7,90
3
8
Emanuele Bissattini
47
Round Robin
16
2
9
Gianfrancesco Turano
Contrada Armacà
Repubblica Italia Noir
7,90
1
10
Anthony Bailey
Vermeer – Vita di un genio della pittura
Corriere della Sera Arte
7,90
3
11
Jonathan Coe
Expo 58
Feltrinelli
9
3
12
Peter May
The Black House
Quercus
10
2
13
Hans Tuzzi
Come scrivere un romanzo giallo o di altro colore
Bollati Boringhieri
14
3

Ripeto quello che a molti ho detto a voce, della bellezza dell’India del Sud. Ora si pensa a rimettere mano alle campagne familiari, con un occhio ad una possibile settimana spagnola. Per ora un abbraccio a tutti.

domenica 3 febbraio 2019

Ultimi anglosassoni - 03 febbraio 2019


Eccoci all’ultima trama dedicata alla collana dei Gialli Anglosassoni del Corriere della Sera. Collana iniziata con qualche buona prova e poi pian pianino calata verso fondali abissali. Qui c’è solo la prima trama che ha un filo di interesse, come esemplare del filone “se l’avessi saputo prima”. Il resto è praticamente inutile (ah, se l’avessi saputo prima…).
Dorothy Cameron Disney “Una sciarpa intorno al collo” Corriere della Sera Gialli 21 euro 6,90
[A: 24/06/2016– I: 23/09/2018 – T: 25/09/2018] - && e ½
[tit. or.: Strawstack; ling. or.: inglese; pagine: 279; anno 1939]
Eccoci ancora ad una nuova puntata dei gialli anglosassoni. Ancora con un autore, anzi autrice, americana, che rispecchia meglio il moto inglese di vedere il poliziesco. Anche se la sua scrittura è nel filone, che trovo un po’ ridicolo nel suo modo di porsi, noto come “Had I but know (HIBK)” (cioè, “se lo avessi saputo prima”). Con quel modo di attaccare molti capitoli di narrazione con appunto quel mantra. Se lo avessi saputo non avrei fatto, non avrei detto, e così via. Sottolineo ridicolo, perché ad un certo punto la protagonista del libro, ad esempio, nasconde delle forbici usate per tagliare dei fili del telefono, e ripete, ah se l’avessi saputo prima cosa sarebbe successo, non lo avrei fatto. Ora, vi renderete certo conto che non bisogna essere delle aquile investigative per capire che sottrarre una prova in un ambito di inchiesta di certo porta a sviare l’inchiesta stessa, quando non favorisce il colpevole, piuttosto che la ricerca dello stesso. Vedremo di certo più avanti nelle mie letture il capostipite di questo genere, Mary Roberts Rinehart con il suo “La scala a chiocciola”, così come abbiamo già visto le prove di un’altra esperta del ramo, Ethel Lina White. E di entrambe ricordo le bellissime rese cinematografiche.  Qui, intanto abbiamo Dorothy Cameron Disney, nata in un territorio indiano ora in Oklahoma, autrice di 9 romanzi gialli, poi editorialista per decenni in un magazine femminile, dove teneva una rubrica dal promettente titolo “Can this marriage be saved” (cioè, si può salvare questo matrimonio, e non faccio altri commenti). Come spesso in questi romanzi HIBK la protagonista è una donna, sovente anche narratrice, come in questo caso. Solo che la nostra Margaret è un po’ più ingenua del normale, una che casca un po’ dal pero quando gli avvenimenti si susseguono. Margaret, benestante del Vermont, cerca di mettere su casa vicino a Washington, una casa dove vivono lei, la sorella Marian con il marito Fred e la figlia Jane, una serie di domestici, ed a cui viene invitato il cugino Ames (figlio della morta sorella Jane, e che nessuno ha mai incontrato). Margaret si ammala stranamente di febbre tifoidea, viene chiamata anche la cugina Violet per curarla, viene ingaggiata un’infermiera, Dorothy, per assisterla, e giunge dal Vermont l’amico e sodale dottor Samuel. Questa è la scena che ci si presenta, quando Margaret guarisce e Dorothy decide improvvisamente di lasciare la casa. Peccato che poco dopo vadano a fuoco i pagliai della villa (gli “Strawstacks” del titolo, bellamente cambiato con quella sciarpa un po’ anodina). E nel pagliaio si trova Dorothy morta (in particolare strangolata, da cui ancora la famosa sciarpa). Di capitolo in capitolo Margaret, con l’aiuto reale del solo Samuel, percorre avvenimenti, ricostruisce movimenti, entra nella vita di Dorothy. Che pare sia vedova oltre che infermiera. Che ha conosciuto Fred, il marito di Marian, quasi che tra i due ci potesse essere una tresca. Che in effetti ha sottratto dei virus tifoidei dall’ospedale per far morire Margaret. Cosa scoperta da un dottore dell’ospedale stesso, che Dorothy ricattava per altri piccoli motivi, ma che forse stava per uscire allo scoperto. Il tutto ingarbugliato da una tresca tra Jane ed un ricco vicino, complicata dall’arrivo del cugino Ames. Insomma, ogni capitolo porta nuove rivelazioni, ogni rivelazione fa scoprire un piccolo o grande mistero (questo è un po’ il marchio di fabbrica della scrittrice). Sempre con la povera Margaret a bocca aperta. Alla fine, tutti i tentativi di ucciderla verranno sventati, con un finale descrittivo (buono in genere ma non sempre presente) si risalgono tutti i passi di chi voleva accaparrarsi soldi e casa dell’ereditiera Margaret. Anche se per scoprire la colpevolezza bisognerà ricorrere ad alcuni elementi esterni (per cui il lettore è un po’ sfavorito rispetto agli indagatori). Tutto poi con un bel happy end finale, tanto che (visto lo svolgimento quasi tutto in due o tre stanze della casa) sembrerebbe facile e promettente poterne ricavare un bel testo teatrale. Come promesso, torniamo anche al rapporto ed alle similitudini con la Rinehart. Gli avvenimenti si svolgono in una villa di campagna isolata, e spesso di notte, coinvolgendo qualcuno che cerca di penetrare nella casa. Come nella Rinehart, molti membri della famiglia sembrano nascondere segreti, e sembra che siano in atto sinistri complotti, spesso iniziati ben prima dell’inizio stesso del libro. E che continuano a svolgersi per tutto il romanzo. Quindi, non solo il filone HIBK, ma anche lo stesso modo di scrivere e presentare la narrazione è simile. Purtroppo, qui con risultati modesti, se non un po’ noiosetti.
“Per te farei molto di più … di quanto tu possa credere. Mi sono reso conto che tu sei molto importante nei mei progetti.” (101)
Elizabeth Daly “L’assassino scrive di notte” Corriere della Sera Gialli 24 euro 6,90
[A: 05/07/2016– I: 28/09/2018 – T: 30/09/2018] - &
[tit. or.: Nothing Can Rescue Me; ling. or.: inglese; pagine: 267; anno 1943]
Certo mi sembra un bel salto degli editor italiani passare da “Nessuno può salvarmi” a questo anodino sull’assassino che scrive di notte. Che in effetti, la vittima predestinata non potrà essere salvata nonostante tutto l’impegno del protagonista. Ma che l’assassino scriva di notte è un’illazione che inferisce sulla scrittura di alcune frasi simbolicamente (e pateticamente) ingiuriose all’interno di un dattiloscritto delle memorie della futura vittima. Non è solo l’assassino che scrive di notte, e non si capisce la ratio che c’è dietro la scelta di questo titolo. Ma non è questa la sola pecca del libro. Certo, questa è l’unica non imputabile all’autrice, anche lei, come le ultime segnalate, proveniente dalla parte americana dell’anglofonia. Anzi, newyorchese per l’esattezza. Elizabeth ha una degna famiglia alle spalle (padre giudice, zio commediografo di successo), fa onorevoli studi finendo nell’insegnamento universitario. Ma ha sempre avuto il pallino dei romanzi gialli, di cui diventa esperta lettrice, ma non altrettanto esperta autrice. Tanto che sin dagli anni Trenta prova a confezionare trame “di mistero”, ma con scarso successo e nessuna pubblicazione. La svolta, minimale ma significativa, avviene nel ’40, quando riesce a vendere la prima novella che ha per protagonista Henry Gamadge. Un personaggio cui fa ricalcare un po’ la sua storia personale, anche se ne colloca la nascita nel 1904, quando lei ha 25 anni. Un personaggio su cui imbastisce alla fine sedici libri. Un personaggio cha ha la passione per le edizioni rare dei libri. Proprietario di una libreria di vecchi libri e noto esperto di incunaboli e manoscritti autografi, è un “gattofilo” (il suo gatto Martin è per lui pari a un essere umano) che occupa il suo tempo libero per giocare a bridge e inscenare spettacoli teatrali dilettanteschi. Nel suo tempo libero, si rivela anche come un detective perspicace, che sa come sondare le oscure profondità dell'anima di un assassino. Ma questa è teoria, che qui non solo il racconto è ingarbugliato, ma le doti del nostro Henry non mi sembra vengano particolarmente esaltate dalla trama. L’unico tratto distintivo è che il nostro, fin dall’inizio, dice di aver capito tutto, e ne sta cercando le prove. Ma un’affermazione non fa una verità (almeno nel mondo reale, non ad esempio in quello pentastellato… ma questo sarebbe un altro discorso). Ed io aspetto le quasi trecento pagine per saperne di più. Ed alla fine, poco di più se ne sa. Con una descrizione dello scioglimento dei misteri che non si riesce a decrittare fino in fondo. Tra l’altro la scrittura è discretamente involuta, non si scioglie fluida in descrizioni e dialoghi. Partendo in ogni caso da una premessa poco allettante, come quella descritta all’inizio per il futuro libro di memorie di Florence. Il suo giovane fratello chiede aiuto al nostro Henry, e tutto converge sulla lugubre casa di campagna, la casa ereditaria degli Hutter. Dove sono presenti, oltre a Florence e il fratello Silvester, Tim, il giovane marito di Florence, miss Wing, la segretaria tuttofare, Susie, un’amica giovane e un po’ svenevole, Sally, che Florence aveva “costretto” al divorzio dall’alcolizzato Bill, Percy, altro giovane squattrinato, e Corinne, la cugina del ramo cadetto, dove si ricorda, di passaggio che i rispettivi genitori ebbero liti giovanili mai sopite. Il tutto ancor più complicato da questioni testamentarie. Il grande patrimonio degli Hutter risulta vincolato sino alla morte di uno dei due fratelli. In questo clima poco disteso, da un lato si intrecciano storie di possibili rapporti ed amori clandestini, mai ben chiariti. Dall’altro, Sil viene ucciso, quindi Florence diventa erede del patrimonio considerevole. Motivo per cui Henry la convince alla redazione di un testamento civetta, dove inopinatamente lascia tutto alla segretaria. Peccato che subito dopo anche Florence venga uccisa, ed il testamento diventa reale. Ci sono tentativi, molto poco riusciti, di suscitare interesse con sedute spiritiche, statue tribali poco raccomandabili, ed altre amenità. Henry scopre solo che la segretaria non era proprio ignota, visto che aveva rapporti di conoscenza ben stretti sia con Sally che con Corinne. Ecco allora che il campo è ben ristretto. Si può puntare il dito proprio sulla segretaria, sul marito Tim che verrebbe diseredato o sui rancori della cugina Corinne. Henry risolve la matassa poco ingarbugliata, senza coinvolgerci più di tanto, senza spiegare in dettaglio la successione degli avvenimenti. Lasciando inoltre spiragli di futuro che non capiamo e non seguiamo in modo particolare. Insomma, non capisco come Agatha Christie potesse dire che la Daly la incuriosisce e la stimola. Forse altre prove danno miglior risultato. Questa risulta una lettura faticosa ma soprattutto molto poco stimolante.
Thomas Kyd “Morte in palcoscenico” Corriere della Sera Gialli 28 euro 6,90
[A: 02/08/2016 – I: 20/10/2018 – T: 22/10/2018] - & --
[tit. or.: Blood on the Bosom Devine; ling. or.: inglese; pagine: 267; anno 1948]
Devo dire, una delle espressioni più basse del giallo anglosassone e del giallo in generale. La storia si potrebbe risolvere in poche battute, e nel tentativo di complicarla, l’autore si ingolfa in situazione di scarsa sostenibilità. Anche i personaggi sono poco delineati, forse a parte l’investigatore, il tenente Sam Phelan. Con una conclusione che è molto scontata nei modi e molto tirata per i motivi. Bisogna comunque subito dire che l’autore, in realtà, è noto ed anche bene in tutt’altro campo, con il suo vero nome di Alfred Bennett Harbage. Americano di Philadelphia, per decenni docente ad Harvard, ed uno dei più noti studiosi di Shakespeare, cui ha dedicato tutta la sua vita accademica, nonché numerosi libri. Non a caso, sceglie come pseudonimo il nome di uno scrittore inglese coevo del suo bardo. Come molti professori, decide poi (in questo caso alla fine della guerra) di darsi un po’ di vacanza, pubblicando quattro libri polizieschi, di cui i primi tre (tutti con un titolo “Blood…” e poi qualcosa) con personaggio principale appunto Sam, un ex pugile dei pesi massimi, che, abbandonata la carriera, entra in polizia. Come questo, che in realtà recita “Sangue sul petto divino”, giocando sul fatto che la morta è un’attrice il cui nome d’arte è Lilith … Divine. In Italia, visto che il gioco di parole si perde, si opta per un titolo d’effetto, visto che la morte per l’appunto avviene su di un palcoscenico. Quello però di spettacoli leggeri, burlesque nel senso attuale del termine (vero Giulia?), con donne discinte che cantano e ballano, ed altri numeri al contorno, per la maggior parte comici. L’autore cerca di mettere un po’ di carne al fuoco, inscenando la vicenda in una cittadina di provincia, il 2 marzo 1942 (che per inciso, anche se non c’entra nulla, è la data di nascita di Lou Reed). Cittadina dove gli spettacoli di varietà non son ben visti, tanto che il prete locale non perde tempo a lanciare i suoi strali contro lo spettacolo “Frivolezze Quarantadue”, costringendo magistrati e polizia locale a prendervi parte per giudicarne le possibili oscenità. Ovvio che quando sono tutti presenti, avviene il fattaccio: la bella Lilith colpita a morte durante lo spettacolo. Da questo punto in poi il nostro Thomas-Alfred si incarta un po’. Cerca di mettere in cattiva luce via via tutti i possibili sospettati: il gestore dello spettacolo, che però ha una mano fasciata quindi sembra impossibilitato ad operare, il prete, presente in un palco oscuro, che potrebbe voler iniziare una campagna moralizzatrice, un cantante dello spettacolo, messo in ombra da Lilith, la soubrette Mary, che avrebbe tutto da guadagnare, prendendo il posto della morta, un giovane giudice, forse innamorato di Lilith o forse amante, il comico ex-lanciatore di coltelli Loopy (un po’ fuori di testa come dice il nome che si potrebbe tradurre come “pazzerello”, anche perché alcolista perso) che scopriremo essere anche il marito legittimo di Lilith. Ci sono di mezzo soldi, che Lilith potrebbe lasciare a qualcuno, potrebbero essere rubati dall’organizzatore, potrebbero andare a Loopy. In tutto questo, si muove con le sue movenze da ex-pugile il nostro Sam. Che ovviamente prende una piccola scuffia per Mary, ma che continua ad indagare su tutti i fronti. Fronti da non dimenticare, che siamo nel ’42 e c’è la guerra. Con fatica Sam scopre che l’arma è una canna di bambù presente sulla scena. Ma il prete era svenuto, il giudice fugge di casa per arruolarsi, l’organizzatore ha le mani fasciate, il cantante era nel cono di luce, quindi visibile a tutti. Rimangono Loopy e Mary. Sam svelerà alla fine il mistero, ma con un piccolo scoop che spiega molto, e che tuttavia contraddice i precetti classici del giallo dove il lettore deve essere messo in grado di avere le stesse informazioni degli investigatori. Insomma, una trama che si trascina, personaggi delineati con un po’ di approssimazione, soluzione che viene classificata come impossibile ma che ben presto viene smontata e si rivela non semplice ma fattibile. Una soluzione inoltre che viene fuori a pezzi, e non con un finale fluido come sarebbe auspicabile in tali gialli. Forse non è questo il miglior libro del nostro autore, che, basandomi solo su quest’unica lettura, direi che ha fatto bene a non indulgere troppo in questo passatempo e tornare al suo amato Shakespeare.
Rufus Gillmore “Il letto d’ebano” Corriere della Sera Gialli 27 euro 6,90
[A: 02/08/2016 – I: 23/10/2018 – T: 26/10/2018] - &
[tit. or.: The Ebony Bed Murder; ling. or.: inglese; pagine: 318; anno 1932]
Davvero una bella lotta tra l’esimio Rufus Gillmore e l’altrettanto poco noto (almeno come pseudonimo) Thomas Kyd, da poco letto e tramato. Nella parte finale di questi gialli anglosassoni si stanno nascondendo i meno interessanti risultati di tutta la collana. Intanto anche Gillmore è americano, ma scrivi negli anni Trenta, quando ancora non montava l’ondata hard boiled d’oltreoceano sulla scia dei primi scritti di Dashiell Hammett. Ma oltre ad essere un giornalista non particolarmente brillante, ha pubblicato ben 4 libri di genere poliziesco, di cui 3 prima della Prima Guerra, e questo una ventina d’anni dopo. Facendo un’operazione furbetta ma con poco successo. Ha infatti ripreso i caratteri di un investigatore che andava per la maggiore all’epoca, Philo Vance, cambiandone alcune caratteristiche, ma riuscendo solo a creare un personaggio un filo (scusate il gioco di parole) più antipatico. Questo Griffin Scott è un pubblicitario che a tempo perso si dedica ad aiutare la polizia nelle indagini, ovviamente arrivando prima alla conclusione (ci sono vari accenni nel libro). Come Vance ha due antagonisti nella polizia, il procuratore distrettuale Randolph Hutchinson e l’ottuso sergente Mullens. Ma i due sono costantemente contro Griffin, i due di Vance, il procuratore John F.-X Markham e il sergente Ernest Heath, sono ondivaghi, ed a volte riconoscono palesemente la superiorità di Vance. Infine, c’è l’io narrante. Che per entrambi è lo stesso autore, per Vance celatosi sotto lo pseudonimo di S. S. Van Dine (in realtà era il critico d’arte Willard Huntington Wright), mentre qui con la sua vera identità di Gillmore. Quindi, un tentativo di imitazione, che non soddisfa nessuna velleità di sorriso. Anche quando riprende il tormentone del numero 6. Van Dine, infatti, ha scritto tutti i sui romanzi intitolandoli “The X Murder Case”, dove X è sempre una parola di sei lettere. Ebbene qui, abbiamo sei personaggi presenti all’ultima cena della morte, sei possibili assassini, sei ex o quasi mariti della morta. Tuttavia, ci vuole del bello e del buono per trovare qualcosa di salvabile oltre alle poche cose menzionate. Anche perché la storia è banalina, ed inutilmente contorta. La bella e famosa Helen Brill Kent viene trovata morta sul suo letto d’ebano apparentemente suicida. Nella casa al momento del “suicidio” erano presenti Jesse Brill, il padre di Helen, Cleveland e Napoleon Brill, i suoi fratelli, Ethel Cushing, la figlia, la signora Vroom, la domestica tuttofare, e sua figlia Dorothy. Tutti vivevano alle spalle di Helen, e tutti hanno motivi per volerla morta. Che nella cena prima della morte, Helen annuncia a tutti che vuole sposarsi per la sesta volta, che non vuole più la famiglia Vroom a ricasco nella casa, pur se presenti come aiutanti, che non darà più un centesimo né al padre né ai fratelli. Né tanto meno alla figlia, che in realtà non è neanche figlia, avendo finto di adottare una bambina per accalappiare il secondo marito, ed avendola tenuta in casa come si tiene un sopramobile, cercando ogni due per tre di sbolognarla ai nonni (benché in realtà siano solo i genitori del marito morto). L’operazione di Griffin per tutto il libro è smontare gli alibi di ognuno, facendo vedere che ciascuno poteva essere l’assassino. Quindi di trovare le modalità dell’uccisione. Ingegnosa ma molto “sul filo”. Helen infatti teneva sul comodino una pistola (diavoli di americani sempre pieni di armi), che chi l’ha uccisa ha pensato bene di costruirvi un meccanismo fintamente inarrestabile. Un filo sul grilletto collegato all’interruttore della lampada sul comodino. Quando Helen spegne la luce, il filo si rilascia, muove il grilletto e la pistola spara. Meccanismo alquanto fragile, che basta spostare la lampada, decidere di spegnerla prima e non dopo essersi coricata, sbadigliare mentre si spegne, o tanti altri accidenti, che la messa in scena va a pallini. Ma Gillmore non è molto ferrato in queste possibili analisi. Lui si concentra sulle spacconate di Griffin, che ricostruisce a casa sua vari momenti dell’omicidio, avendo a disposizione una specie di caverna di Batman tecnologica (per l’epoca). Il tutto, come detto, narrato dal povero Gillmore che non perde occasione di sottolineare quanto è intelligente Griffin, quanto è stupida la polizia, quanto pensava a mille ipotetici assassini prima che Griffin incastra … Beh, non vorrete mica che vi dica tutto. Anche se non mi piace, non sono così cattivo. O forse sì? Prima di lasciarvi, un ultimo cenno forse all’unica cosa carina di tutto il libro: la presenza di una grande scacchiera dipinta sul pavimento della casa di Griffin, dove lui e Gillmore iniziano una partita a scacchi con un’apertura, detta dei Quattro Cavalli, molto in voga all’epoca, ma che porta ad una partita generalmente con poco mordente. Come poco ne ha questo libro.
Whitman Chambers “I morti non lasciano impronte digitali” Corriere della Sera Gialli 30 euro 6,90
[A: 30/08/2016 – I: 28/10/2018 – T: 29/10/2018] - & e ½
[tit. or.: Dead Man Leave No Fingerprints; ling. or.: inglese; pagine: 284; anno 1935]
Dispiace che anche con quest’ultimo autore siamo ancora nelle parti basse dell’espressione del giallo anglosassone. Con un autore americano che scrisse molto tra le due guerre, per poi dedicarsi al cinema ed alla televisione (tra l’altro, per chi ha memorie antiche, sceneggiò alcuni episodi della serie “77 Sunset Strip”). Come molti dei suoi romanzi (in genere ambientati nell’ambiente giornalistico che conosceva bene), questo si basa intorno alla figura di una persona che indaga. Data l’ondata favorevole negli anni ’30, ecco Stan Lake, uno scanzonato investigatore che ha quasi le movenze di un Sam Spade, sempre un passo avanti al lettore. Cercando però di conciliare (senza molto successo tuttavia) un giallo classico con alcuni spunti da hard-boiled. Lake viene coinvolto in questa trama complicata da un’attrice danese, Hilda, che prima tenta una fuga d’amore con il bieco Theodore Raybourne, poi si accorge che questi è appunto un profittatore che cerca solo i suoi soldi e la vuole sposare con un ricatto. Lake allora con uno stratagemma si introduce nella casa dei Raybourne dove trova: Rufus, il patriarca, una volta molto ricco ma ora in calo economico, Maurine, la giovane moglie di Rufus, una coppia di amici della famiglia, gli Amerton, che si spacciano per sensitivi, Inez, la figlia di Rufus, con il suo fidanzato, il dottor Pageot, ed il maggiordomo cinese Fong Woo. Inseritosi nelle dinamiche della casa, Lake si trova ingaggiato nello smascherare una serie di assassinii. Il primo morto è Theodore, colpito con un attizzatoio. Subito si pensa ad Hilda come possibile esecutrice, ma fortunatamente l’oggetto mortale ha le impronte dell’assassino. Con un primo passaggio alla CSI, tutti vengono schedati, ma si scopre che le impronte sono di un tale John Royal, ex-socio di Rufus, morto un anno prima a San Quintino, in prigione. Lake ed i suoi accoliti decidono di profanare la tomba di John, per trovare le prove, ma la trovano vuota. Forse allora che John non è morto e stia cercando di vendicarsi? Mentre Lake e la polizia tentano di risolvere questa prima morte, ne avviene una seconda, con una tipica descrizione da “camera chiusa”: la giovane Maurine viene trovata nella sua stanza, molto discinta, strangolata con una calza. Due qui sono i dilemmi: sulla calza ci sono le impronte di John, e, secondo problema, come è stato possibile il delitto? Tutti i sopra menzionati erano in casa, e non sarebbe stato semplice per un estraneo introdursi in casa. Confrontando le dimensioni interne ed esterne della stanza di Maurine, Lake scopre un possibile passaggio segreto. Si insinua nello stesso, e trova che sbuca nella stanza del dottor Pageot. Messo alle strette il dottore confessa di essere stato l’amante di Maurine, ma di averla trovata già morta. Qualcun altro ha usato lo stesso passaggio, allora. La scoperta di un corpo alla deriva sulla spiaggia con delle strane abrasioni alle mani, porta Lake all’intuizione di come sia stato possibile lasciare le tracce sopra citate. Qualcuno ha rubato il corpo di John, prelevato le impronte e costruito dei guanti con il loro calco. Mescolando camere chiuse, sparizioni di cadaveri, e i “dieci piccoli indiani” alla Christie, i possibili colpevoli si restringono sempre più. Il colpo finale l’abbiamo con la morte, pugnalato al cuore, di Rufus. Pugnale sempre con le impronte di John. Lake ha capito tutto, anche perché, come spesso accade, i delitti o sono fatti di cuore o sono fatti di denaro. Qui potrebbero essere tutti e due. Rufus sapeva che Maurine lo tradiva con Pageot, e Theodore sapeva tutto, essendo un losco figuro. Ma anche i soldi di Rufus, una volta morti il figlio e la moglie, andranno a Inez la timida figlia rimasta. Chambers ci porta per mano alla soluzione, l’unica cosa ingegnosa di tutto il libro. Perché tutta questa storia è raccontata senza molta enfasi, con molte intrusioni di altro: la polizia, personaggi che entrano ed escono dalla scena, giornalisti impiccioni. L’unica cosa che possiamo dire è che Hilda non è colpevole. Anzi si innamora di Lake, e lo prega di non abbandonarla. Ma lui, duro e puro, e che sa di avere un debole nei suoi confronti, non vuole passare il resto della sua vita come “marito di Hilda Lane”.  Per questo scende dall’auto con la quale si stanno allontanando dalla casa dei delitti, e si avvia verso il treno, senza guardarsi dietro. Un puro Humphrey Bogart! Peccato che invece il libro sia solo uno zibaldone di fatti e luoghi comuni del crimine, mescolati e rimessi insieme, forse anche un po’ troppi creando l’effetto “arrosto bruciato”. Comunque, la serie è finita, ed ora si leggerà altro.
Non ci si sorprenda delle limitate letture del mese di novembre, passato per la maggior parte in un bello ed impegnativo viaggio in Botswana. Sottolineo solo la bellezza dell’ultimo libro di Baumann, anche se non tra i suoi migliori, e la poca leggibilità della franco-marocchina Pancol.
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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Zygmunt Baumann
L’ultima lezione
Laterza
9
4
2
Ernesto Sabato
Il tunnel
Repubblica Duemila
9,90
2
3
Sandor Marai
L’eredità di Eszter
Repubblica Duemila
9,90
3
4
Alexander McCall Smith
The n°.1 Ladies’ Detecive Agency
Abacus
13
3
5
Danila Comastri Montanari
Dura Lex
Mondadori
12
3
6
Katherine Pancol
Gli occhi gialli dei coccodrilli
Bompiani
12
1
7
Danila Comastri Montanari
Pallida Mors
Mondadori
12
2
8
Danila Comastri Montanari
Saxa Rubra
Mondadori
12
3

Come si diceva, questa settimana si parte. L’India lunga è saltata per problemi dei viaggiatori, la Dancalia non si è concretizzata, che, visto che ero pronto per l’India vengo spedito (con mio sommo piacere) in Tamil Nadu. L’avevo detto che questo febbraio poteva essere interessante.