domenica 21 luglio 2019

Italia poco gialla - 14 luglio 2019


Diego De Silva “Mia suocera beve” Repubblica Italia Noir 19 euro 7,90
[A: 04/10/2016 – I: 20/01/2019 – T: 24/01/2019] &
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 331; anno: 2010]
Mi ero ripromesso, dopo la triste lettura di “Non avevo capito niente”, di evitare questo filone della scrittura di De Silva. Tuttavia, al 19° libro di “Italia Noir”, dedicato alla Campania, potevo io interrompere inopinatamente gli acquisti? Non l’ho fatto. E forse ho fatto male. Perché ora, leggendo questo zibaldone desilvano, che si sarebbe potuto chiamare tranquillamente “Così parlò Malinconico”, facendo il verso a De Crescenzo che lo faceva a Nietzsche, mi domando: che senso ha questo libro? E soprattutto, perché viene inserito in una collana dedicata al Noir, dove figurano, con merito giallesco, Camilleri e Manzini, De Giovanni e Lucarelli, Malvaldi e Robecchi? Non è certamente un giallo, non ha tracce di indagini o di mistero. Certo c’è un fatto non usuale, ma ce ne vuole del bello e del buono per inserirlo in una collana di “Noir”. Il fatto avviene in un supermercato, dove Romolo l’ingegnere addetto alla sorveglianza sequestra un mafioso che è implicato nella morte del figlio del suddetto. Il quale coinvolge Vincenzo Malinconico in qualità di avvocato, tenendo in un certo senso anche lui in ostaggio. Perché la giustizia dei tribunali, cui bene o male appartiene Vincenzo non ha ancora risolto il caso, anche se ben si sa che l’uomo in sequestro è il mandante del fatto di sangue. Romolo ha messo in piedi tutto questo baraccone per inscenare una specie di processo mediatico, dato che, come ovvio, se c’è un sequestro arrivano le televisioni. Tutto il plot maggiore del libro è una descrizione di quanto avviene nel supermercato, di cosa fanno le turpi TV locali e nazionali, delle attività delle forze dell’ordine e dei passanti curiosi. Il tutto infarcito da un batti e ribatti tra Romolo e Vincenzo sul ruolo della giustizia, sulla sua mancanza, sui tribunali mediatici che soppiantano la giustizia ordinaria, e via discorrendo. Dove Romolo va sempre dritto sulla sua strada, puntando a farsi giustizia da solo e Vincenzo è combattuto tra fare l’avvocato d’ufficio del mafioso, il paciere tra le varie parti, il sostenitore del ruolo dei tribunali, ed altro ancora. Questo lungo plot attraversa quasi tutto il libro, ne è in un certo senso la spina dorsale, avendo, come è giusto che sia, una sua fine ad un certo punto. Quale e come sia, non lo diciamo qui. Ma il lungo excursus serve solo a Vincenzo per entrare ed uscire dai suoi pensieri e dar vita a due sotto filoni narrativi, questi veramente lontani anni luce da qualsiasi pittura giallognola. Il principale sotto filone, che deriva dritto dritto dal libro precedente, è il rapporto di Vincenzo con le donne. Con l’ex-moglie Nives, assolutamente antipatica, ma con cui, per non si sa quali motivazioni, Vincenzo ogni tanto si ritrova a letto. Con la nuova compagna Alessandra Persiano con cui sembrava aver intavolato un buon rapporto che qui si deteriora e finisce, anche perché l’ottima Alessandra sa o subodora che Vincenzo “intinga il biscotto” anche in altre bevande. La vicenda è discretamente confusa, perché Vincenzo si intortora in autocommiserazioni di poco peso e molta lungaggine ed Alessandra, in pratica, non viene mai coinvolta in una discussione, in una spiegazione. D’altronde, sfruttando l’esposizione mediatica avuta nel sequestro, Vincenzo è coinvolta in altre avventure a sfondo sessuale con giovani ventenni o poco più, che, fortunatamente, non sembra possano passare oltre il segno delle fantasie oniriche. L’altro sotto filone riguarda Assunta la suocera, sì quella del titolo, che, qui lo dico subito, di certo non beve, checché ne dicano Vincenzo, l’ex-moglie ed i due nipoti. Ma che si scopre ha il cancro, motivo per cui decide che è tempo di dire pane al pane e vino al vino, rimandando verso le persone a lei vicine tutte le cose buone e/o cattive che ha vissuto nella sua vita. Facendo, come è ovvio, delle grosse chiusure verso la figlia di cui non ha mai sopportato l’arroganza. Le parti con Assunta non superano a occhio il 10% del libro, e non si capisce perché viene ad occupare gran parte del cartellone. Quasi a farci sperare ogni volta che prenda la scena, nei suoi dialoghi con Vincenzo. Ma così non è. Rimangono le lunghe palle discorsive che il nostro avvocato si mena tra sé e sé, che la prima si legge, la seconda si sopporta, le altre risultano fastidiosamente ed inutilmente presenti. Una cosa per finire, ritornando su quel dispetto che il buon Diego mi ha fatto, e di cui ho già in altre trame avuto modo di dolermi: l’utilizzo dei testi delle canzoni per sottolineare momenti della vita. Non torno sopra, anche se forse sono gli unici momenti che mi hanno divertito, incuriosito e coinvolto. Soprattutto la parte dedicata all’Equipe 84, con Maurizio Vandelli, Victor Sogliano, Alfio Cantarella ed alle tastiere, cosa che De Silva non ricordava, Thomas Gagliardone. Per ricordare, io, con lui e l’Equipe, la mitica “Diario”, con il testo di Dario Baldan Bembo. Mitico! E mitiche le altre canzoni del mio ricordo della band, in particolare “L’antisociale” su parole di Guccini. Il resto del libro, l’ho già dimenticato.
“Il futuro è passato, e non ce ne siamo nemmeno accorti” [da ‘C’eravamo tanto amati’ di Scola] (296)
Katia Tenti “Ovunque tu vada” Repubblica Italia Noir 29 euro 7,90
[A: 13/12/2016 – I: 28/01/2019 – T: 30/01/2019] &&---
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 411; anno: 2014]
È un vero peccato che una fluente scrittura ed una trama con degli spunti interessanti di intreccio e di riferimenti (ambientali soprattutto) sia annegata in una lunghezza sproposita ed inutile per la resa del romanzo stesso. La scrittrice, stando alle note, dovrebbe essere al suo primo romanzo, e dal modo di scrivere e dal modo di porgere le idee sembra una persona di buone doti affabulatorie. Anche l’ambientazione bolzanina è di gradevole impatto, anche perché non di frequente usata nei romanzi e soprattutto nei gialli. Infine, l’idea base di seguire le vicende del Pubblico Ministero Jakob Dekas è di buona lena: non seguiamo un delitto, un intreccio isolato, ma la quotidianità di una procura della Repubblica, con la molteplicità dei casi che arrivano (qui ce ne sono tre) che casualmente hanno o possono avere punti in comune. Quotidianità che si riflette anche nel personaggio Dekas stesso che seguiamo con le sue manie e con il suo presente, che ovvio deriva dal suo passato cui spesso si torna. Qui cade il castello del romanzo, che seguendo tutto e tutti, tanta carne al fuoco viene posta, carne con diversi gradi di cottura, che quindi alla fine non risulta omogenea: chi troppo cotta, chi cruda, chi (forse) a punto. Quindi non solo le tre storie e Dekas, ma incontriamo anche le vicende del suo aiuto Vittoria e del suo maresciallo di riferimento, il buon Barra. Con Dekas ci imbattiamo anche nella sua amante di passaggio (che non è ancora, o non sarà mai in grado di avere una relazione stabile) Claudia. Inoltre, nei flashback, sovente reiterati, in Lauretta, il suo grande amore ai tempi universitari padovani, e Alberto, amico di allora e forse di sempre. Questa storia, che dovrebbe caratterizzare il Dekas attuale, è tuttavia spalmata a lungo nel romanzo, con frequenti su e giù, anche d’umore. Tanto che alla fine viene un po’ a noia, che, in fondo, conoscendo gli anni ed i luoghi, sembra un po’ scontata (come se si tornasse, con qualche cambiamento di fondo, a Carlotto ed ai suoi anni giovanili). Anche le tre storie che si intrecciano sono di molto allungate, introducendo nuovi personaggi, andando a vedere chi sono, che fanno, ed altre lungaggini. Riempendo il libro di nomi su nomi, che alla fine sembrano tutti uguali. Che a volte mi imbattevo in una persona, e mi domandavo: era già stata introdotta? A quale storia appartiene? Perché sì, ci sono le tre storie, ma sono poco “gialle”, sono quasi più sul versante “legal thriller”, dove aspettiamo di vedere se i colpevoli, acclarati, saranno presi, processati, condannati. La prima è una storia di stalking ante-litteram. Uso questo termine perché (e non so né è spiegato il motivo) le vicende si svolgono nel 1999, quando in Italia non esisteva una legge che reprimeva e controllava questi comportamenti. Milena è perseguitata dalla sua vecchia fiamma Antonio, con il quale aveva avuto una relazione, da anni troncata. Antonio le telefona ogni mattina, la segue nel percorso verso l’ufficio. Milena chiede aiuto a Dekas, ma senza violenze, all’epoca, non si poteva far nulla. La storia si complica quando Dekas scopre che Milena ha un figlio, che Antonio sostiene essere suo, e che invece è di tal Lukas, avvocato di spicco presso cui Milena un tempo lavorava, ma ben sposato e controllato dalla moglie. La seconda vicenda si interseca alla prima, quando Otto, un ottuagenario forse ricco, forse solo ricattatore, che vive sulle spalle di Lukas e famiglia, viene trovato morto nella villa dell’avvocato. Si scoprirà con fatica che la morte non è accidentale, ma Lukas fugge a Vienna prima di essere arrestato. La terza storia è invece tutta sghemba, e riguarda la denuncia per molestie sessuali della ventenne Verena, che sostiene di essere stata molestata dieci anni prima dal parroco del luogo, don Daniele. Dekas è dubbioso, mentre Vittoria, la sua spalla, è convinta della storia di Verena. Quindi tutta la lunghissima terza parte del libro è dedicata ai brandelli di indagine che vengono fuori. Alla ovvia colpevolezza di Antonio, ma vedremo solo nel libro come. Alla ricerca di incastrare Lukas pedinando giorno e notte la moglie, ed avendo un riscontro solo dopo alcuni mesi. Alle difficoltà, allora come ora, di entrare nell’omertà curiale per trovare le prove (e ce ne sono forti) della colpevolezza di don Daniele. Con tutte le scontate propaggini che tutto ciò comporta. I sensi di colpa di Dekas che non può far nulla contro Antonio se questi non fa qualcosa contro Milena. Le coperture che la casta avvocatizia fornisce a Lukas. Le coperture che la Curia fornisce a don Danilo. Tutto alla fine avrà una sua logica conseguenza, in due sottofinali che si vorrebbe conclusivi ed esplicativi, anche se lasciano punti sospesi. Come il terzo, che non vi dico, e che è una palese sponda verso una seconda puntata delle avventure del buon Dekas. Rimangono comunque molti, tanti punti in sospeso. Ad esempio, il primo capitolo con la storia della giovinezza di tal Nuccio, che prende una decina di pagine, come se dovesse acclarare chi sa cosa, e che si risolverà in una nota a piè pagina, più o meno, anche se significativa. Ma che, nelle more delle scritture gialle, dovrebbe avere più senso. Come non si sa che fine abbia fatto ed anche chi sia in realtà, il don Domenico, sodale teologico di don Daniele. Questo sempre per quell’idea balzana di scrivere di tutto e di tutti. Ricordo sempre che l’immenso Flaubert diceva che dopo aver scritto un libro, bisogna sedersi, e tagliare, tagliare e tagliare. Ultimo cenno, i riferimenti ambientali che dicevo sono comunque graditi. Sia dal punto di vista geografico, quando si parla di Bolzano e di altre cittadine sud-tirolesi. Sia dal punto di vista gastronomico, citando piatti e bevande locali che si vorrebbe provare, prima o poi.
Gianni Materazzo “I labirinti della memoria” Repubblica Italia Noir 25 euro 7,90
[A: 15/11/2016 – I: 16/03/2019 – T: 19/03/2019] &&
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 254; anno: 1993]
Nonostante possa provare un sentimento di riconoscenza verso Gianni Materazzo per un paio di cose che ha fatto nella sua vita, questo quarto episodio (di cui mi scuso per non aver letto i primi tre) delle vicende noir dell’avvocato Luca Marotta mi ha lasciato indubitamente freddo. Allora comincio nel tributare omaggio all’autore per aver reso a fumetti un romanzo di Loriano Macchiavelli, uno dei numi tutelari del noir italiano. Ma ancor di più per aver fondato nella sua Bologna il negozio per l’infanzia “Città del Sole”. Il nostro, poi, nel 1989, vince il Premio Tedeschi con “Delitti imperfetti”, il primo libro della serie imperniata su Luca Marotta, e che verrà magistralmente interpretato in una serie televisiva da Gioele Dix. Qui, come detto, siamo al quarto ed ultimo episodio. Laddove Marotta si sposta dall’abituale Bologna, normale teatro delle sue vicende, nel borgo natio di Fallascoso. Che non è una città inventata come sembra farci voler credere, ma una frazione della ben nota Torricella Peligna, città natale, tanto per dirne una, di John Fante. Qui, nel borgo teatino, Luca si ritira ogni tanto, circondato da amici e conoscenti, e qui lo richiama l’amico Ferruccio, insospettito dall’inusuale morte di un vecchio valligiano, tal Marzialino, incidentalmente cugino di Ferruccio. Luca comincia ad indagare, avendo subito impresso lo strano modo della caduta di Marzialino, nonché la presenza di una quasi impercettibile ferita allo sterno. Scontrandosi puntualmente con le forze dell’ordine locali, che vorrebbero chiude in fretta l’episodio come marginale e poco significativo, Luca coadiuvato da Ferruccio indaga, interroga, e disvela ombre. L’atmosfera è molto “d’epoca”, anche perché il racconto risente dei 26 anni trascorsi dalla scrittura. Non ci sono più molte delle ombre che potrebbero nascere dalle pieghe del testo. Forse non c’è più neanche quell’atmosfera da borgo felice (ma pieno di misteri) che una volta poteva essere descritto e reso teatro di azioni di interesse. Qui, d’interesse c’è poco, ed abbastanza presto si intuisce la piega verso cui scivola il racconto. C’è la grande famiglia locale, i Crocenanni, con l’ultima erede, e solitaria, dell’un tempo favolosa fortuna: Beatrice, più che cinquantenne eccentrica ed impaurita. Sottolineo cinquantenne, che significa nata durante la guerra. C’è la sua amica del cuore, nonché protégé, la professoressa Lena Martucci. Figlia di n.n., empatica verso i disadattati, che farà anche un passaggio (poco significativo nevvero, ma esistente) nel letto di Luca. C’è l’amico Ferruccio, nascostamente ma da anni legato da tenere effusioni con Beatrice. C’è Domenico, detto Mingo, sordomuto dalla nascita, figlio della domestica Vincenzina. C’è il medico condotto, Gegé, logorroico ed amante della caccia. C’è il di lui padre Cesare, privato della vista durante la guerra di un maldestro colpo di fucile. C’è, infine, il misterioso professor Moritz, un archeologo tedesco che sembra essere venuto in loco per studiare i resti dell’antica Juvanum, loco romano esistente tra Torre Peligna e Montenerodomo. Ma tutti sanno anche che la zona fu teatro di battaglie, situata sulla famigerata “Linea Gustav”, e che Marzialino era anche una staffetta partigiana. Agnizione dopo agnizione, Luca smonta le varie sovrastrutture del racconto, anche se noi lettori ne veniamo coinvolti solo marginalmente. Il tutto per arrivare all’uccisione del tedesco nella cappella di famiglia dei Crocenanni. Da qui, l’indagine ed i personaggi prenderanno ritmi ed atteggiamenti diversi. Scompare pian piano Ferruccio, che poso apporta alla vicenda. Esce alla luce (nel buio della cecità) Cesare che aveva riconosciuto, nella descrizione fattagli, il tedesco come un caporale che non solo durante la guerra spadroneggiava, ma che era responsabile della sua menomazione. Che lui Cesare, aveva cercato di fermarne le effusioni verso Anita, la madre di Beatrice. Effusioni che Beatrice stessa aveva intuito e che da allora, in modo figurato, vengono a turbare i suoi sogni. A parte Ferruccio e Gegé, quindi, tutti gli altri sono sospettati e sospettabili della morte di Moritz. Beatrice perché il tedesco aveva stuprato la madre. Cesare perché il tedesco lo aveva accecato. Mingo perché il tedesco poteva essergli padre e poteva voler fuggire con gli ori trafugati durante la guerra. Lena per un sentimento di rivalsa e ribellione alla vita grama. Il tutto scorre senza troppa presa, arrivando a conclusioni scontate da tempo. Non solo, ma lasciando alcuni interrogativi irrisolti, cosa che, alla faccia di Van Dine, non si deve fare. Ultimo elemento che cito, e su cui un po’ gioca l’autore: la zona fu autoproclamata da Benedetto Croce come suo luogo natio, da cui quel cognome sempre presente nel testo.
“Una madre deve fare la madre. Se vuol fare l’attrice è meglio che non metta al mondo dei figli.” (184)
Michele Catozzi “Acqua morta” Repubblica Italia Noir 34 euro 7,90
[A: 26/01/2017 – I: 20/03/2019 – T: 23/03/2019] && +
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 357; anno: 2015]
Un libro interessante, non riuscitissimo, ma con alcuni spunti. Intanto relativi all’autore, Michele Catozzi di Mestre. Sottolineo di Mestre che si sente amore-odio dei mestrini verso Venezia. Anche perché mi ha fatto fare un balzo di una cinquantina d’anni indietro, alle mie allora frequentazioni locali. Non con una veneziana, che la mia ragazza d’allora era udinese. Ma, studentessa d’architettura, stette per un periodo a Mestre (discreto) e poi un anno alle frezzerie di San Marco. E fu vera gloria, senza nessun richiamo alle ardue sentenze. Tornando al libro, anche il protagonista è mestrino, il commissario Nicola Aldani (qui alla prima uscita, che poi il buon Catozzi ha prodotto altri due romanzi con Aldani al centro), in procinto per tutto il libro di trasferirsi da Venezia a Mestre (cosa che comprendo per i problemi di avere una famiglia numerosa, ma biasimo perché, da forestiero, non scambierei mai le due città). C’è un filone “noir” che percorre tutto il libro, ma che è di facile decrittazione. Una trentina di anni prima, in quel di Sant’Elena, una coppia in effusioni viene aggredita. Lui massacrato e ucciso. Lei forse stuprata (o forse lo era già) ed in stato di shock, da allora e per molto tempo. tanto che con la madre ed il fratello si trasferisce a Londra, dove, all’inizio del libro, muore definitivamente. Con il fratello che torna nella natia Venezia per chissà quale vendetta. Questo filone sarebbe occultato e poco rilevante (il fatto si risolse senza nessun colpevole trovato), se non avvenisse la strana morte di tal Mirco Albrizzi, di una delle famiglie più note della città. Non solo, ma legato mani e piedi agli ambienti traffichini e politici del Veneto e non solo. È nipote di un senatore, è sodale con il governatore della regione (che di nome fa Nereo, quasi a ricordare tal … Laroni, che qualcuno ricorderà sodale craxiano all’epoca ed ora fedele di Zaia), fa affari loschi con la cosiddetta ex-moglie (che poi si scopre non essere neanche ex), ed ha un avvocato ed un ragioniere che gestiscono affari poco puliti. Mirco viene trovato ucciso con un colpo di pistola, nelle acque basse di un rio quasi asciutto (da cui il titolo, o almeno l’idea dello stesso). E poco dopo si trova morta anche la sua amante, una escort di colore, con casa messa a soqquadro (sono contento di poter usare finalmente l’unica parola italiana con due “q”!). Aldani indaga, collega, confronta, e qui esce fuori la parte più sentita e meno riuscita. Mirco era uno dei fondatori della Banca Veneta, cassaforte della destra locale, ed altro ancora, con intrecci tra malaffare, politica, nascita di centri commerciali ed altre astruserie. Catozzi cerca di darci un quadro dei possibili intrecci, un’idea dei flussi monetari poco puliti, delle malversazioni ed altro. Ma, pur documentato e con molte attinenze al reale, lo scritto non assurge a livelli da Gomorra o da Suburra. Vediamo, leggiamo, capiamo, ma un po’ ci si perde. Ed anche se questo rimane un filone interessante da seguire per capire fino a che punto sia corrotta la società veneta in primis ed italiana in generale, la svolta (almeno nella testa di noi lettori) arriva quando anche Aldani, con l’aiuto di un poliziotto in pensione, collega Mirco alla morte della fanciulla di cui all’inizio. Mirco era il fratello di Laura e Tommaso. Ed è proprio Tommaso che lo va a cercare dopo la morte di Laura. Qui si intreccia duramente il personale e il politico. Che Mirco sa che la sua Banca versa in pessime acque. Tanto che negli ultimi mesi trasferisce all’estero milioni di euro dei suoi conti personali. Probabilmente per inscenare una morte fittizia e riparare all’estero con l’amante. Dubbi sorgono allora nella mente di Aldani: sarà veramente Mirco il morto? E dove è finito il fratello Tommaso scomparso poco dopo l’arrivo a Venezia? Non è che qualcuno, scoperti gli altarini di Mirco, assolda un killer per far fuori lui e l’amante? Non vi dico gli ultimi drammatici momenti finali. Solo che nel cloud della rete (retaggio della parte informatica di Catozzi), Aldani trova le prove delle ruberie della Banca. Ed i vari mestatori, locali e nazionali, dovranno renderne conto. Sapremo anche (ma già si capisce purtroppo dalle prime dieci pagine) chi ha ucciso il fidanzato di Laura. E finiremo, questo ve lo posso dire, con finalmente il trasloco di Aldani in quel di Mestre. Un punto in più nelle considerazioni tramanti è per la citazione a pagina 54 di una similitudine Uderziana: il fabbro che viene ad aprire la cassaforte del morto viene paragonato ad Automatix, quello con i baffoni che era sempre in lite con il vicino bottegaio, il pescivendolo Ordinalfabetix. Grande ed indimenticabile Asterix. Invece chissà se si avrà voglia di affrontare la “Laguna Nera” del secondo romanzo.
Seconda tram, ed un allegato che farà contenti i russofili doc, e non quelli attuali, d’accatto e di ricatto.
Per il resto, proviamo a vedere se al mare l’aria è più fresca. A Roma non si respira.

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni
LUGLIO  2019
Sono perplesso, ma riporto per dovere di cronaca e commento nel finale.
SANTARELLINI, FARE I
Michail Bulgakov       “Il Maestro e Margherita”
Quando in una bella serata di primavera degli anni Trenta il diavolo appare in un parco di Mosca, si inserisce tra due tizi eruditi, impegnati in una profonda discussione su una panchina. Uno è Berlioz, il calvo, corpulento direttore di una rivista letteraria. L’altro è Bezdomny, un giovane poeta. Il diavolo non ha problemi a prendere il controllo della conversazione - che riguarda l’esistenza o meno di Gesù Cristo. Il diavolo infatti, che indossa un costoso completo grigio, scarpe «straniere», un berretto grigio piegato allegramente su un occhio, ha più carisma di entrambi gli uomini messi insieme. «Oh, che bello!» esclama quando i suoi due nuovi amici gli confermano che sono atei. Il diavolo ha una mentalità imprevedibile e infantile, si annoia facilmente ed è sempre in vena di scherzi - soprattutto se a spese di qualcun altro. Ora scoppia a ridere, in maniera abbastanza sguaiata da «spaventare i passeri sull’albero», l’attimo dopo predice la terribile morte di Berlioz, che sarà decapitato da un tram (e succede davvero). Quando Berlioz gli domanda dove abiterà durante il suo soggiorno a Mosca, strizza l’occhio e risponde: «Nel vostro appartamento».
Il diavolo ci sa fare, è arguto. Come in “Paradiso perduto”, ha le migliori battute e tiene sempre tutti sulle spine. Quando Bezdomny sente il bisogno di una sigaretta, il diavolo -o il professor Woland, come si legge sul suo biglietto da visita - gli legge nel pensiero e tira fuori un impressionante portasigarette d’oro con la marca giusta. Lui e il suo bizzarro seguito - che comprende un gatto grosso, rozzo e con un debole per la vodka chiamato Behemoth - stupisce il pubblico a teatro facendo apparire sul palcoscenico una collezione di haute couture parigina - cappelli, abiti, borse, rossetti - e invitando le signore a spogliarsi e rivestirsi.
Ovviamente, il diavolo dà anche le feste migliori. Mosca non ne ha mai viste di simili, e non ne vedrà più: un ballo a mezzanotte, sotto la luna piena, con l’ospite d’onore (Margherita) cosparsa di sangue e di rose. Le fontane sono piene di champagne, e pappagalli dal petto scarlatto gridano: «Estasi! Estasi!». L’orchestra è diretta da Johann Strauss. Questo è il diavolo, però, e non è tutto divertimento e giochi innocenti. A parte Margherita, gli ospiti della festa arrivano in vario stato di decomposizione, perché provengono direttamente dall’inferno.
Non vi stiamo suggerendo di rinunciare alla bontà e votarvi al male. Stiamo solo dicendo che dovreste spassarvela un po’, imparare a vivere. Non andate in giro a staccare teste come fa Behemoth, ma organizzate feste scandalose. Abbiate sempre un lampo di malizia negli occhi, una scheggia di malvagità nella manica. Sarete molto più divertenti.

Bugiardino

Forse anche altrove ho parlato di Bulgakov, del Maestro, di Margherita, e della mia amica Nicoletta che adora gli scrittori russi. Io ho sempre difficoltà nel leggerne (tanto che spesso prendo e lascio Dostoevskij). Ed il mio commento ne è una riprova.
Michail Bulgakov “Il Maestro e Margherita” Repubblica Novecento euro 4,90
[tramato il 13 maggio 2012]
Si può parlare male di un capolavoro? Io, continuando nell’opera di sincerità soprattutto verso i classici, dico di sì. E lo dico per tutti e due i termini. Cioè, è un capolavoro, indubbiamente. Ma altrettanto chiaramente non mi è piaciuto. È un’opera senza dubbio complessa, piena di scrittura, e piena di giochi, rimandi, citazioni, descrizioni possibili di situazioni impossibili, travestimenti del reale. E via discorrendo. Ma non mi prende, non mi coinvolge. La maggior parte degli accenni (ed anche qualche punto di scrittura) lo trovo datato, senza che riesca a resistere all’usura degli anni. Gli unici tre capitoli che mi sono rimasti, che ho letto con voluttà, sono quelli dedicati a Ponzio Pilato, al Nazareno, a Levi Matteo. Potenti, da mettere vicino (e sopra) alle altre prove di diversa scrittura degli stessi episodi (De Luca, Schmitt, Baricco tanto per citare gli ultimi che ho letto). Ma il resto? Il diavolo Woland che si aggira per il mondo con il suo stuolo di cortigiani. Il gatto Behemoth, il gobbo, Azazello, e via citando. Personaggi immaginifici che fanno cose mirabolanti (fuggono con fornelli, si aggrappano a lampadari per non essere colpiti dalle pallottole, ipnotizzano migliaia di persone scambiando etichette di bottiglie con rubli sonanti, e via magicando), ma di cui non seguo, non capisco i nessi. I motivi delle loro belle o turpi azioni. Da quel punto di pista, si seguono meglio e si comprendono (proprio perché in trasparenza si vedono difetti umani sempre presenti) i vari personaggi russi: il letterato Berlioz che perderà (letteralmente) la testa, il poeta che comprende l’inutilità dei suoi versi, tutta la gente di spettacolo, dall’organizzatore al direttore del teatro, il cuoco. Insomma, tutti i vari meschini individui che cercano dei loro piccoli tornaconti particolari. E che Woland ed i suoi smascherano senza (giustamente) alcuna pietà. Nessuna pietà, questo il motto di Bulgakov. Nessuna pietà per chi inganna, chi cerca il proprio piccolo tornaconto personale quando intorno ci sarebbe il teatro per dare spazio a grandi avvenimenti. A storiche prese di posizione. Tutti dovrebbero fare un esame di coscienza. E fare i passi misurati alla propria gamba. Di una ferocia, ed attualità straordinaria il passo in cui i due diavoli cercano di entrare nel circolo degli scrittori, e vengono fermati perché non hanno la tessera. Perché solo se qualcuno certifica chi sei tu, allora tu sei quella persona. Come dire che senza un pezzo di carta Shakespeare non sarebbe Shakespeare, perché non è sufficiente quello che scrisse. Che d’altra parte viene letto e censurato, ed il più delle volte nascosto. Così come succede al libro del Maestro. Che non viene capito perché “troppo avanti”. Ed il Maestro viene stritolato dagli ingranaggi degli apparati burocratici, tanto da rasentare la follia. Si salverà, sarà salvato, soltanto dall’amore della bella Margherita. Che lo ama (e qui c’è veramente un canto d’amore altissimo) al di là di ogni apparenza e convenienza. Perché Bulgakov ci dice che quando c’è, l’amore viene fuori, si manifesta. E bene o male trionfa. Anche se per trionfare deve passare mille prove, e superare mille ostacoli. E magari, non sarà come ce lo aspettiamo. In un mondo che non può riconoscere il loro amore, la loro esistenza, il Maestro e Margherita non hanno spazi. Meglio morire, e continuare, immortali, a vivere il proprio rapporto, via da questa pazza folla che ci circonda. Ecco, ho ripreso altri passi che non possono che ri-sottolineare la natura eccezionale dello scritto. Ma proprio per come sono espressi, me li hanno fatti sospirare. E leggere con fatica. Arrancando per più di dieci giorni intorno alle 400 pagine dello scritto. Certo, e concludo, non si può scindere il romanzo dall’autore. Che Bulgakov è tutto in questo libro (ci si ritrovano tutte le invenzioni, le ironie, ed i dolori di tutte le sue altre opere). Un libro che lo accompagna gli ultimi 15 anni della sua vita. Ma che vedrà luce e fama solo molti decenni dopo la sua morte. Concludo, dicendo tuttavia che, benché non mi abbia coinvolto, benché continuo a vederne i limiti verso il mio modo di leggere ed interpretare il mondo, ritengo che sia in ogni caso un libro da leggere. Magari qualcuno più in gamba di me lo troverà più facile e me ne illuminerà le parti oscure. Aspetto con ansia.

Conclusioni

Non so se Bulgakov sia contento di essere inserito tra i santarellini, o tra coloro che devono dirazzare per essere felice. Io non sono convinto del libro, che continua a non piacermi. E non sono convinto della collocazione terapeutica.  Come già detto, aspetto superiori spiegazioni.

  

domenica 7 luglio 2019

Raymond vs. Mickey - 07 luglio 2019


Mickey Spillane “Una ragazza e una pistola” Corriere della sera Gialli Americani 13 euro 6,90
[A: 11/09/2017 – I: 09/02/2019 – T: 12/02/2019] - &&  
[tit. or.: My Gun is Quick; ling. or.: inglese; pagine: 269; anno 1950]
Nell’ambito di questa nuova collana, riprendo dopo tanti anni la lettura di uno dei maggiori esponenti dell’hard-boiled. Anzi, direi l’hard per definizione. Perché se Chandler e Hammett sono in vetta inarrivabili, con il loro mix di violenza, sesso e vita, Spillane elimina i ragionamenti psicologici e si sposta tutto sui due binari principali. Elimina cioè la vita “reale” dei personaggi, spostando tutto l’accento su “violenza e sesso”. Non è certo un caso, come dirà Sciascia in un suo bel saggio sulla letteratura gialla, che Spillane ha una visione razzista e fascistoide della vita, ben espressa dal suo personaggio principale Max Hammer, maschilista e violento. Pur tuttavia questi gialli degli anni Cinquanta ci danno una visione dell’America violenta, di quella che tutt’ora vota per avere armi in casa, di quella che di lì a poco, ingaggerà una battaglia contro “gli intellettuali comunisti”, una battaglia dove Spillane prende attivamente le parti del senatore McCarthy e dei suoi accoliti. Allora, vediamo meglio come si muove Hammer, in questa violenta New York. Una sera Mike Hammer, dopo aver chiuso un caso, incontra in un bar una ragazza dai capelli rossi. La donna è una prostituta, ma Mike trova in lei una persona con ancora molte possibilità, le dà così qualche soldo, buoni consigli e la salva da un violento che cerca di approfittare di lei. Il giorno dopo Mike viene però a sapere che la ragazza è morta, investita da un’auto, e capisce che, nonostante sembri un incidente, la ragazza è stata uccisa. Prende allora contatto con il suo amico poliziotto Pat Chambers, che spesso figurerà come alter-ego di Mike, ma dalla parte della legge. Durante le indagini, seguendo il filo di un anello che la ragazza aveva al dito, i due si trovano ad indagare su diversi crimini, che coinvolgono sia giri di prostitute che potenti signori del bel mondo americano. Signori con attive connessioni con la malavita, e mezzi per minacciare chi ostacola la loro strada verso i soldi ed il potere. Anche senza un committente, con la segretaria Velda che cerca di dissuaderlo, Mike prosegue sulla sua strada fatta di violenza, e di incontri femminili. Con una punta di amarezza, ad un certo punto, sembra guardare il lettore e dirgli che, se non ci fosse lui, la morte di una prostituta sarebbe stata presto dimenticata, avvalorando la tesi della necessità di una vendetta privata, laddove la giustizia usuale fallisce. Nelle indagini, si introducono ad un cero punto due elementi di disturbo. Un facoltoso cliente sembra interessarsi alla risoluzione del caso. Ed Hammer incontra Lola, una prostituta che conosceva Nancy, la morta dai capelli rossi. In effetti, Hammer sembra, o forse si innamora veramente di Lola, che gli fornisce diverse dritte su come si svolge la prostituzione locale, sulla difficoltà di evitare malattie veneree, sulle angherie che subisce dai cosiddetti protettori. Hammer non giudica, e si comporta con lei onestamente. Hammer si innamora di Lola perché la vede come una persona uguale a lui nella sua umanità, nonostante la sua difficoltà nel vedersi uguale a causa del suo passato. Ovvio però che non ci può essere un lieto fine. Ovvio che, e non vi dico come, Lola andrà incontra ad una fine tragica. Come vi andrà il cattivo alla base di tutta la storia. Un cattivo di cui capiamo l’identità ben presto, e ci aspettiamo solo di capire come ed in che modo Hammer e Spillane porteranno a termine la vicenda. Conoscendo l’autore, non ci meravigliamo allora che nel finale, in una tragica scena di un incendio che potrebbe anche essere fatale a Mike, questi affronti il cattivo, e mentre polizia e pompieri stanno arrivando, non farà nulla per consegnarlo alla giustizia, ma, poco prima dell’arrivo dei nostri, Spillane ci dice: “Stava ancora gridando quando premetti il grilletto.”. nonostante le riserve che potete capire, la trama tuttavia funziona. Ci sono colpi di scena, molta azione, molto dramma. Certo, molte cose poco piacevoli si sarebbe potute evitare se Mike e Pat collaborassero al meglio, e non cercassero ognuno di tirare acqua ai propri mulini. Tuttavia, l’intento di Spillane in questo suo secondo libro con Hammer (il primo “Ti ucciderò” lo lessi veramente molti, molti anni fa) è di precisare meglio la figura di questo eroe con tante macchie ma senza paura, carico di un inesauribile spirito di vendetta, inserito in un ambiente tipico da “bulli e pupe”. Un ambiente in cui ognuno è e sarà solo, in cui le donne hanno poche speranze, così come Hammer, i cui amori finiranno sempre con pochi margini di successo.
[A: 05/09/2017 – I: 05/02/2019 – T: 07/02/2019] - && ½
[tit. or.: Vengeance is Mine!; ling. or.: inglese; pagine: 233; anno 1950]
In realtà, questa l’ho letto poco prima del precedente, ma ora le riordino in termini di scrittura. Tanto, non è che cambi molto nella genesi del personaggio, e nella costruzione del testo da parte dello scrittore. Infatti, Spillane segue la sua solita formula: molta azione, molta violenza e un sacco di sesso abbastanza squallido. E va detto che è una formula divertente, molto ben eseguita, anche se non sempre condivisibile. In questa avventura Mike Hammer si sveglia in una stanza d'albergo dopo una notte ad alto tasso alcoolico, con un cadavere nella camera, quello di un suo ex compagno d'armi. Il suo amico, Chester Wheeler, si è apparentemente suicidato con la stessa pistola di Hammer dopo aver bevuto tutta la notte. Poiché non viene considerato un omicidio, Hammer non è sospettato, ma il Procuratore distrettuale coglie l'opportunità di revocare le tutte sue licenze di Investigatore. Hammer è disposto ad accettare la decisione del procuratore distrettuale fino a quando non si accorge di qualcosa di molto strano. Solo un colpo è stato sparato, ma nella sua pistola sono rimasti solo quattro colpi, laddove lui ha sempre sei colpi in canna. Questa discrepanza è sufficiente perché Mike sospetti che ci sia qualcosa di losco, e le sue indagini presto cominceranno a puntare sull'omicidio. Durante le quali si imbatte in un ex criminale di mezza tacca e in un'agenzia di modelle. Scopre che entrambi sono coinvolti in un grande piano di ricatto che sembra includere anche molte persone ricche e potenti in tutta New York. Parte dell'investigazione viene svolta dalla segretaria di Hammer, Velda e le loro indagini li portano a frequentare lo squallido mondo di costose modelle, fotografi di moda e bar gay. Come al solito, Mike riceve un prezioso aiuto dal suo amico poliziotto Pat Chambers. Naturalmente ci sono alcune donne pericolose coinvolte nel caso e naturalmente Mike si avvicina molto a loro. In effetti molto vicino davvero. La relazione Mike Hammer-Velda è anch’essa interessante. È una di quelle relazioni in cui ci si immagina che i due dovrebbero davvero finire insieme se solo loro potessero ammetterlo a sé stessi e se solo condizioni avverse non continuassero a intralciarlo. Questo romanzo dà a Velda la possibilità di mostrare davvero quello che può fare e si dimostra dura, piena di risorse e più che disposta a sparare ai cattivi che si mettono sulla sua strada. Comunque, anche se ripetitiva, la formula funziona: Hammer ha sempre successo con le donne, è duro con i duri, ma è anche umano con le persone cui vuole bene. Inoltre, dopo tutto il casino che combina, alla fine, pur dicendo che da bravo macho non spara mai alle donne, uccide la cattiva Juno. Una sorpresa che vi lascio scoprire. In fondo, tuttavia, la trama è solo un gioco per Spillane, tanto che la lascerei così senza troppo approfondirla. Mentre citerei alcuni aspetti che rivestono interessi vari. Innanzi tutto, il formidabile attacco, degno di una tragedia inglese del ‘500, dove l’incipit del romanzo è “The guy was dead as hell.”, tradotta ottimamente da Matteo Curtoni con “Quel tizio non poteva essere più morto di così”. Secondo elemento di curiosità sta nel fatto che sembra Spillane abbia scritto il libro su una scommessa. Un amico lo aveva sfidato a scrivere un mistero in cui l'ultimo indizio veniva trattenuto fino all'ultima pagina. Quindi il nostro scrittore si impegna, ed in effetti, come ho accennato ma non spoilerarto l'ultima e cruciale informazione viene data proprio nell'ultima frase, anzi proprio nell'ultima parola. In tutto il romanzo, anzi in tutti i suoi romanzi, compare sempre forte (Sciascia dixit) la misoginia di Spillane, l'omofobia di Spillane o le sue opinioni politiche di supporto alla John Birch Society (per chi non la conoscesse, è un'associazione politica statunitense ultraconservatrice che propugna ideali discriminatori e d'estrema destra quali il razzismo, l'antisemitismo, l'omofobia, e l'anticomunismo). Non condivido le sue opinioni. Non approvo i suoi messaggi. Ma cerco di entrare nella facilità e destrezza con cui si esprime. Come nella prima frase. Come quando, visitando l’agenzia di modelle, osserva esserci “lot of women dressed in very little nothing … so the camera would pick up most of the nothing she was wearing and none of the most she was showing” (molte donne vestite di molto poco così che la macchina fotografica potesse riprendere molto del nulla che indossavano e nulla del molto che mostravano). Poi, una volta la sospensione delle licenze, osserva che i giornali, cui forniva molte notizie, erano pronti a dimenticarsi di lui, e chiosa ironicamente: “Solo uno si è preoccupato di essere sentimentale nei miei riguardi. Mi ha scritto un epitaffio. In rima.” Come ha scritto un critico migliore di me, sembra una prosa ritmata col jazz. Una prosa diretta ed efficace, che cattura l'atmosfera delle strade del mondo criminale nascosto di New York con notevole vividezza. Ed in fondo, con tutta la violenza che esprime, Mike Hammer, come ogni buon eroe poliziesco, deve fare affidamento sul suo cervello e non solo sui muscoli per risolvere il caso.
“Le diedi un bacio talmente lungo che lei smise di avercela con me.” (119)
Mickey Spillane “Cacciatori di donne” Corriere della sera Gialli Americani 6 euro 6,90
[A: 25/07/2017 – I: 13/02/2019 – T: 16/02/2019] - && --
[tit. or.: The Girl Hunters; ling. or.: inglese; pagine: 204; anno 1962]
Terzo ed ultimo libro di Spillane e Hammer, di cui, dopo questa infornata, credo di aver avuto una dose anche un po’ eccessiva. Comunque, questo è un testo fondamentale per chiudere la parentesi “Spillane”. Dopo un folgorante inizio, in cui scrive 6 romanzi hard-boiled con il duro Hammer, nel 1953 Mickey si ferma. Sarà che entriamo nella fase dura del maccartismo, sarà la sua vena in esaurimento, posa la penna, e si volge alla religione. Per otto anni, sarà parte attiva dei testimoni di Geova. Ma un autore come lui, ad un certo punto, non si può tirare indietro, anche perché le risorse finanziarie non sono eterne. Ed allora, ecco che tira fuori dal cilindro questo libro tutto basato su anticomunismo, guerra fredda, ed altre topiche proprie del suo essere uno scrittore coerentemente di destra. Per far sì che la finzione si adegui alla realtà, il lettore scopre che anche Hammer sono sette anni che non esercita più. Anzi vive da barbone ed ubriaco nei bassofondi di New York. Scopriamo ben presto che il motivo della caduta in basso di Mike è la scomparsa dell’amata e amante segretaria Velda. C’era stata una missione affidata a lui e a Velda, una protezione di gente importante in un ricevimento mondano di Chicago. Protezione finita male, dove il protetto muore e Velda scompare. Tutti pensano alla sua morte, ed Hammer si attacca alla bottiglia. Più di tutti, lo accusa il suo vecchio sodale, il capitano Pat Chambers, che non perde occasione di manifestare il suo odio verso Mike per la morte di Velda (forse anche Pat ne era innamorato). In tutto ciò, Hammer viene convocato da un portuale che sta morendo per gravi ferite. Richie Cole insiste a parlare solo con Hammer, a cui rivela che Velda è ancora viva e minacciata, lei, dallo stesso assassino di Cole: un killer sovietico di grande destrezza, soprannominato “il Drago”. L’unica possibilità per Hammer è scoprire l’identità del killer per riuscire a salvare Velda. Cole gli dice di avergli inviato indizi, nascosti in una busta depositata a suo nome presso il suo edicolante di fiducia. Cole muore prima di poter dire altro, ed anche il giornalaio viene freddato. Allora, Hammer si sveglia, e benché senza nessun incarico ufficiale (è sempre senza licenza), comincia ad indagare, ed a scontrarsi con Chambers, che cerca di fermarlo non ritenendolo più idoneo alle ricerche investigative. Hammer dribbla Pat, ma si trova invischiato nelle trame di un agente federale di nome Art Rickerby, che gli rivela che sia Cole che Velda erano agenti federali sotto false identità. Anche Art vuole il Drago, promettendo a Mike aiuti per riportare alla luce Velda. Le indagini lo portano a questo punto a contatto con un’altra femme fatale, Laura Knapp, vedova di un senatore assassinato anche lui dal russo cattivissimo. Dalle indagini di Mike, e dalle ammissioni di Laura, scopriamo che Velda è stata drogata, ed inviata oltre la cortina di ferro. Da dove ora è fuggita, nascondendosi nel posto indicato da Cole ma che Mike non riesce a decifrare. Mike sembra comunque cedere alle lusinghe di Laura, anche se questa non è proprio limpidissima. Poi si cimenta in una brutale lotta all'ultimo sangue con una metà del team di assassini del Drago, prima di mettere insieme l'ultimo dei pezzi che alla fine lo porterà a Velda. Nell’ultima scena vediamo che qualcuno (e non vi dico chi) cerca di sparare a Mike per impedirgli di salvare Velda. Ma lui è super furbo, ed ha tappato con l’argilla le canne del fucile, che scoppia in mano ed uccide chi stava per ucciderlo. La particolarità del ritorno alla scrittura di Spillane è che immediatamente, sull’onda dei film “patriottici” dell’inizio degli anni ’60 (ma anche dello spionaggio alla James Bond, visto che proprio nel ’62 usciva “Licenza di uccidere”), il romanzo viene adattato per lo schermo. Non avrà molto successo, ma si distingue per due “idee forti”. La prima è che il ruolo di Hammer è interpretato proprio da Mickey Spillane in una delle sue (per fortuna poche) uscite da attore (l’altra sarà in un telefilm della serie “Colombo”). L’altra è che il ruolo di Laura è interpretato da Shirley Eaton, che, per la sua avvenenza, recita per quasi tutto il tempo in bikini. Ora, voi direte che c’entra tutto ciò? Ebbene, un anno e mezzo dopo, Shirley interpreterà Jill Masterson, la ragazza tutta d’oro di “Goldfinger”. E scusate se è poco. Finisco questo breve excursus su Mike Hammer ed il suo autore, citando una delle frasi esemplari costruite da Spillane per il suo personaggio: “Io non ho mai sparato ad una signora … le prendo sempre a calci!”. Adieu, Mickey.
Raymond Chandler “Addio mia amata” Corriere della sera Gialli Americani 7 euro 6,90
[A: 25/07/2017 – I: 17/02/2019 – T: 20/02/2019] - &&& +
[tit. or.: Farewell, My Lovely; ling. or.: inglese; pagine: 282; anno 1940]
Humphrey cammina nell’ombra. Dopo tanti anni, letture diverse, film belli e a volte strampalati, torno ad un Chandler puro. Lasciando da parte il buon Dashiell Hammett, capostipite, fondatore e esponente senza pari dell’hard-boiled americano, il nostro Raymond ha la capacità di creare un mondo reale, in cui cala personaggi a volte al limite, ma che si muovono nel nostro spazio umano. Certo, la scrittura di ottanta anni fa si sente, ma se ci caliamo nel clima dell’epoca, e seguiamo la penna del più che cinquantenne scrittore, possiamo dimenticare tutto ed affermare che siamo di fronte ad un bel libro, ad una scrittura potente, e ad una fotografia della California degli anni ’30 senza pari. Certo, Chandler viene poco considerato all’epoca, troppo fuori schema sono le sue trame e soprattutto il suo Philip Marlowe. Un investigatore che ha fatto l’Università, che oltre a bere (con moderazione) e a sparare sa anche giocare a scacchi, apprezza la musica classica ed ha forti principi morali. Chandler ha inoltre una indubbia capacità sia nelle descrizioni (a volte i suoi capitoli si aprono con lunghe descrizioni di uomini e luoghi al limite della fotografia alla Perec), sia nei dialoghi. Tanto che spesso lo si accosta ad Hemingway. E Chandler se ne prende gioco, come qui, dove, a pagina 161, descrive così il grande Ernest:
“Ma insomma chi sarebbe questo Hemingway?”
“Uno che continua a ripetere sempre le stesse cose finché tutti non cominciano a pensare che quello che dice sia interessante per forza.”
Venendo invece al romanzo appena letto, ribadisco lo zibaldone di trama che riesce a combinare il nostro, inzeppando il testo di personaggi (alcuni improbabili come il dottor Amthor). Ma nonostante tutto, l’autore non perde mai lo slancio, e porta a termine, più o meno, la sua avventura. Che comincia quasi per caso: mentre segue un caso di routine si imbatte in tal Moose Malloy, un nero fuori misura, che lo coinvolge nella ricerca della sua bella Velma, un tempo frequentante il Florian. Una discoteca che, dopo otto anni di carcere di Moose, ha cambiato stile e proprietario. Ma Moose, non si dà per vinto, irrompe con la sua brutalità, uccide il gestore attuale e fugge. Marlowe si vede allora quasi costretto a seguire le fila delle avventure di Moose. Rintraccia la vedova Florian, viene coinvolto da un tal Marriott in un pagamento di riscatto per una collana rubata, e si ritrova pesto in un canyon di Los Angeles, con Marriott morto. Viene raccolto dalla bella Anne, figlia di un onesto poliziotto di Bay City (nome fittizio per la cittadina di Santa Monica), che gli rivela la collana appartenere a tal signora Grayle, ex-cantante ed ora moglie di un facoltoso abitante di Bay City. Tra l’altro, in tasca a Marriott, Philip trova sigarette di marjuana che lo portano al tal Amthor di cui sopra. Che lo droga e lo fa rapire da due corrotti poliziotti, e da questi portare nell’inquietante clinica del dr. Sonderborg, un losco dottore, in realtà commerciante di droga. Per non far mancare nulla agli intrecci, Marlowe scopre anche che la casa della signora Florian è di proprietà di Marriott. Inoltre, scopre Malloy nella clinica di Sonderborg, da cui Moose fugge per rifugiarsi sulla barca del malavitoso Brunette, che gestisce la malavita di Bay City. Marlowe cerca di contattarlo, ma Malloy fugge e Brunette affronta il nostro: non hanno interessi in comune, così che Brunette lo lascia andare, comunicando a Malloy dove sia la casa di Philip. Qui arriviamo alla resa dei conti. Marlowe riesce a portare la signora Grayle in casa sua, dove c’è Malloy. La fa parlare, così che scopriamo che lei (come sospettiamo da decine di pagine) è proprio la Velma cercata da Malloy. Che si trastullava con Marriott, e lo utilizzava per pagare la signora Florian che la ricattava. Tra l’altro, era stata proprio Velma a denunciare a suo tempo Moose per farlo finire in carcere. Finirà tutto in un calderone di sparatorie, fughe, ricerche ed ammazzamenti. Dove tutti, a parte il nostro eroe. Faranno una brutta fine. Ma non è quello che interessa Chandler. Poco gli importa di seguire le venti regole di Van Dine o il decalogo di Ronald Knox. Lui sta dipingendo un mondo, e ci riesce bene. Se poi qualche rivolo si perde, importa poco. L’importante è il clima, l’atmosfera. Certo anche il fatto che la simpatica Anne chieda espressamente al sentimentale Marlowe di baciarla, accidenti a lui, non guasta. Tuttavia, come detto il libro è un calderone di contraddizioni, di personaggi che spuntano ed escono (certo Amthor e Sonderborg faranno anche loro una brutta fine, ma viene lasciato un po’ all’immaginario di noi lettori, piuttosto che ad una descrizione coerente dell’autore). Ma questo è Chandler. E questo è Marlowe. Prendere o lasciare.
Raymond Chandler “Finestra sul vuoto” Corriere della sera Gialli Americani 11 euro 6,90
[A: 05/09/2017 – I: 21/02/2019 – T: 24/02/2019] - &&&   
[tit. or.: The High Window; ling. or.: inglese; pagine: 267; anno 1942]
Come concludevo prima, allora prendiamo. Prendiamo anche quest’altro Chandler, scritto un paio di anni dopo il primo. Prendiamo ancora questo Marlowe, un uomo anche lui apparentemente normale, ed anche apparentemente mediocre, uno dei tanti che compongono il quotidiano della vita. Almeno il quotidiano degli anni Trenta in America. Dico apparentemente che Marlowe, sotto le spoglie del disincantato investigatore, ha comunque uno spessore che lo distingue dai suoi coevi. Ama la musica classica (un po’ come una cinquantina di anni dopo il Bosch di Connelly ama il jazz), ed è un appassionato di scacchi. Tanto che il libro si conclude con una sua partita solitaria, ed uno sguardo allo specchio. Prendiamo anche questo mio scritto che sarà un mega-spoilerone che consiglio di non leggere ai patiti del giallo (almeno saltate la fine). La prosa di Chandler è questa, certo ingabbiata in un genere che ancora non si era tolto dalle pastoie di “scrittura di genere”, per cui ci doveva essere una trama complicata, dei morti, locali fumosi, donne belle e perdute. Tuttavia, la scrittura in soggettiva e l’occhio attento dello scrittore ce li fanno vivere quasi fosse un dipinto di Hopper. Non è un caso, allora, che Humphrey Bogart sia rimasto l’icona rappresentativa di Marlowe, con quella faccia e quell’andamento che andavano bene da “Casablanca” a “La Regina d’Africa”. Con quel suo avvicinarsi alle donne, senza mai approfittarne. Quasi che Chandler, memore dei suoi studi inglesi, ne volesse fare un idealista con un tocco di romanticismo, una sorta di Sir Galahad dell’era moderna. Si confeziona così questo (terzo come scrittura) romanzo di Chandler, combinando il gusto di trame un po sconclusionate alla Hammett con una indubbia bravura nei dialoghi (e nelle frasi corte) alla Hemingway. Perché certo la trama, che inizia abbastanza piano, si complica man mano, dando anche vita ai ritratti delle persone di ogni giorno, ed anche di ogni ceto. Comincia con Marlowe che viene coinvolto nella ricerca di un doblone scomparso dalla collezione della signora Murdock. Una anziana vedova, discretamente acida, che beve porto al posto delle medicine. Insieme alla moneta di valore, scompare anche Lois, una ex-entraineuse sposatasi con Leslie, il figlio della signora. Leslie che cerca di sviare subito le attenzioni di Marlowe da tutta la faccenda, riuscendo solo ad incuriosirlo, e fargli scoprire che il giovane è ben carico di debiti di gioco, soprattutto verso il losco Morny. Marlowe viene anche avvicinato da tal Philipps che dice di avere notizie per lui. Scopre inoltre l’esistenza di un commerciante in monete, tal Morningstar, che sostiene avere un doblone (o il doblone). A questo punto la trama vira nell’hard, che prima troviamo Philipps morto nella sua stanza d’albergo. E poco dopo, anche il commerciante si fa cadavere nel suo negozio. Intanto, Marlowe ritrova Lois, che ora se la fa proprio con Morny. Ma che sembra avere una tresca anche con tal Vannier. In tutto ciò, entra ed esce dalle pagine la signorina Merle, la segretaria dell’anziana Murdock, la quale la tratta come una mappina. Morny convince Marlowe ad indagare su partite di prodotti odontoiatrici fatti sparire da Vannier, e forse rivenduti dal dottor Tagger. Vi state perdendo? Aspettate un po’, che la signora Murdock licenzia Marlowe avendo, secondo lei, avuto indietro il doblone. Ma il nostro Galahad-Marlowe non si ferma. Il meccanismo complicato è che Leslie, per pagare i debiti con Morny, voleva falsificare i dobloni, rubandone uno come campione, inducendo Tagger ad usare tecniche per la produzione di protesi come conio di monete d’oro, facendosi incastrare da Vannier che vuole entrare nell’affare dato che da anni ricatta la famiglia Murdock con delle foto che ritraggono la caduta da una finestra del secondo piano del primo marito della signora Murdock. Caduta di cui la signora incolpa Merle, che sottostà alle angherie essendo innamorata di Leslie. I cattivi poi inducono l’ingenuo Philipps a fare da corriere dei falsi. Quando questi di spaventa dell’entità del gioco, Vannier lo uccide, come uccide il commerciante che poteva scoprire i giochi. Ma anche Vannier viene trovato morto. Noi sappiamo che è stato Leslie, ma una serie di circostanze che non rivelo, portano a classificarlo come suicidio. Alla fine, Marlowe libera dal giogo anche la signorina Merle, facendole vedere la foto del ricatto, dove è proprio la signora Murdock a spingere il marito fuori dalla finestra. La libera, e la riporta a casa dai genitori, da dove si allontana, mentre Chandler chiosa, con un tocco di lirismo: "Provai una sensazione strana quando ho visto la casa scomparire nello specchietto retrovisore, come se avessi scritto una poesia molto bella e l’avessi perduta, conscio di non poterla più ricordare.". Due note finali: il titolo e la storia dell’affare Cassidy, citato nel capitolo 15. La finestra alta del titolo inglese si riferisce all’uso delle villette americane di avere un grande finestrone ai piani nobili per dar luce alla casa e spaziare sul giardino. Come e perché sia diventata una finestra sul vuoto rimane un mistero. Invece, l’affare Cassidy, cui Marlowe si riferisce per fare un paragone con i potenti che coprono i delitti della propria casta, si riferisce ad un vero caso giudiziario, quello di Ned Doheny che commette un omicidio-suicidio con il proprio segretario Hugh (per due motivi: implicati in corruzioni e gay), ed è coperto dal padre, il magnate del petrolio Edward Doheny. Sarebbe interessante anche entrare nella storia della famiglia Doheny, ma forse non in questa trama.
Prima trama di luglio, ed allora eccoci ai libri letti lo scorso aprile. Un mese “drogato” nelle letture dal viaggio messicano, dove molto si è visto e poco si è letto. Un mese anche decisamente piatto, ma verso il basso. Dove solo il poco noto Gunnar Gunnarsson ha dato un tocco di pallida luce a dieci letture poco avvincenti.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Alessandro Baricco
La sposa giovane
Repubblica Duemila
9,90
2
2
Gunnar Gunnarsson
Il pastore d’Islanda
Corriere Boreali
9,90
3
3
Tomas Tranströmer
I ricordi mi guardano
Corriere Boreali
9,90
2
4
Cormac McCarthy
Oltre il confine
Einaudi
12,50
2
5
Eric-Emmanuel Schmitt
La femme au miroir
Livre de Poche
9,20
2
6
Philip Pullman
La tigre nel pozzo
Salani
10,80
2
7
Wilbur Smith
Il giorno della tigre
Longanesi
12,90
2
8
Tom De Haven
È Superman!
Edizioni BD
s.p.
2
9
@seisocial @network
I grandi classici riveduti e scorretti
Longanesi
s.p.
3
10
Stig Dagerman
Il viaggiatore
Corriere Boreali
9,90
2

Confermo il caldo, e confermo che c’è molta fatica nel concentrarsi e nel cercare di produrre scritti, idee, visite ed altro. Ma siamo fiduciosi nel supporto di tutti, amici, viaggiatori ed altro, per un luglio di alta produzione. Per cui non posso che augurarvi un buon caldo a tutti.