domenica 13 ottobre 2019

Simoni calante - 13 ottobre 2019


Gianni Simoni “Il filosofo di Via del Bollo” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 0,81 euro)
[A: 15/02/2016– I: 26/09/2017 – T: 28/09/2017] - &&& ---
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 278; anno 2013]
Come ho detto trame e trame fa, l’ex-magistrato Simoni, intraprendendo la via della scrittura, dopo essersi dedicato molto al duo investigativo e di ragionamento Petri – Miceli (di cui ho già tanto parlato), ha inserito un nuovo personaggio e delle nuove storie nella vita dei suoi romanzi. Per dare poi un taglio netto a tutta la vicenda, ha preso come protagonista l’ispettore Andrea Lucchesi, un poliziotto di colore figlio di un italiano e di una donna eritrea, sempre in rotta di collisione con le autorità, e di stanza non più nella Brescia da lui amata, ma nella più caotica e complicata Milano. Ho già tramato il primo dei libri dedicati a Lucchesi, che terminava con un bell’infarto di cui non si sapeva bene l’esito. Un tentativo poco originale di dire: se il romanzo va male, Lucchesi muore, altrimenti troviamo il modo di farlo uscire dall’ospedale. Potete quindi immaginare che il primo episodio ha avuto un discreto successo, ed eccoci qui al secondo. Con due grossi punti interrogativi che mi sono sorti a valle della lettura: il titolo ed il sottotitolo. Nel secondo, infatti, si dice “un’indagine del commissario Lucchesi”. Ora il nostro è ispettore al momento dell’inizio del libro. Parlare di “commissario” significa anticiparci che la materia di cui si occuperà Lucchesi andrà a buon fine (per lui) ed otterrà una (desiderata o meno non interessa) promozione. Altro elemento è il filosofo del titolo, che entra nella storia perché Ambrogio (questo il suo nome) discetta a volte con Lucchesi, intercalando frasi normali con lunghe tirate, principalmente da Cartesio, ma nel finale anche un bel Platone. Ma nella vicenda è, tutto sommato, un elemento spurio. Al solito infatti, questa serie è caratterizzata, al momento, da molte vicende personali, e poche vicende di scoperta, di indagine o altro vicino al noir o al thriller. È sicuramente un bel modo di presentare uno spaccato di vita milanese, ma ci si aspetta qualche cosina in più. Perché la maggior parte del romanzo è intrecciato sulle vicende di cuore di Lucchesi. La moglie (che molto da stronza si comportava nel primo libro) dopo l’infarto sembra aver pensato che, dopo tutto, Lucchesi non è male. Anche perché pressata da Alice, la figlia, che vuole stare più tempo con il padre (sta nel mezzo del teenaging, quindi c’è bisogno di una figura maschile positiva). Ed abbastanza stufa del nuovo marito, bravo, onesto, ma discretamente insignificante. Moglie che cerca di circuire Lucchesi, senza però, al fondo, scalfirne i motivi dell’ovvio precedente divorzio. Lucchesi è invece irretito dalla collega Carolina, piacente e spigliata, con la quale, dopo molti tentennamenti, dà vita a scene di sesso, amore ma non rock’n’roll. Purtroppo, Simoni ha letto troppo il norvegese Nesbø, per cui le storie d’amore del protagonista non vanno mai veramente a buon fine. E per cui il protagonista è dedito ad un abuso costante di super-alcolici. Ne avevo già accennato Lucchesi che mi sembrava un piccolo clone di Harry Hole. Ovvio che dopo l’infarto elimina il bere. Ma l’impronta scandinava si nota e si rimarcherà alla fine, non dico come e non dico perché. Mentre quindi scorre la vita al commissariato Centro di Milano, la squadra di Lucchesi è coinvolta di nuovo in furti di opere d’arte. Questa volta, incisioni tedesche del Cinquecento. Purtroppo, la mano di Simoni calca poco questa via, limitandosi a parlare più volte di Luca da Leida (che tra l’altro è olandese). Beh, fa nulla. Il fatto è che la storia in gran parte ricalca il primo episodio, tanto che è di facile lettura. Ci sono diversi furti, ovvio su commissione, ovvio che uno degli elementi trainanti sia la presenza di una conoscenza comune tra i derubati. Ovvio infine che uno dei derubati abbia inscenato il furto per non essere subito individuato. La piccola zeppa che Simoni inventa questa volta, è la casuale scoperta, da parte di tal professor Niccodemo, di un colloquio tra la contessa Elena (che compariva anche nel primo libro) ed uno strano tipo, che ben presto capiamo sia proprio il capo di Lucchesi, il commissario Pepe. Alla morte violenta di Niccodemo (in cui viene coinvolto l’Ambrogio di cui sopra, ma senza che ne ricaviamo particolari patemi), Lucchesi infittisce le indagini, capendo che “c’è del marcio in Danimarca”. Scoprendo che il suo ufficio, quello dei suoi collaboratori, nonché quello di Carolina sono pieni di microspie, per cui qualcuno (ed è ovvio chi) sa sempre cosa sta per fare, quando e come. Spulciando i movimenti dei derubati, qualcuno capisce chi è l’assassino, ma non sa proteggersi le spalle a sufficienza. Lucchesi inoltre ha un incontro-scontro con Elena, in cui capisce che la contessa (minata da un male incurabile) ha fatto giochi più grandi di lei. Tutto finirà in un verso corretto, se non piacevole. Colpevoli scovati, inchiesta risolta, Lucchesi, anche se con la testa qua e là, sugli onori. Tanto che, come detto, verrà promosso, verrà riportato alla Questura. Ci meravigliamo forse che il prossimo libro della serie si intitoli “Sezione Omicidi”? Piacevole soltanto, alla fine, il rapporto con la figlia Alice, con la loro lettura incrociata de “Il rosso e il nero”, e l’uso corretto ed a me congeniale dei libri. Ma non dico altro. Un’altra lettura per passare un po’ di tempo, aspettando … Godò (citazione volutamente errata).
Gianni Simoni “Sezione Omicidi” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 26/01/2017 – I: 25/02/2019 – T: 27/02/2019] - &&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 270; anno 2013]
Eccoci allora, dopo un anno e mezzo, a riaprire un nuovo libro di Gianni Simoni. Come al solito gradevole, nella scrittura e nello scorrere. Anche se la parte “noir” o “gialla” è relegata a poche battute, spesso arrivando a sbrogliare matasse senza che il lettore ne sia coinvolto. Che, come ho detto nella trama precedente, molto del libro si basa sulle vicende personali del commissario (e questa volta per davvero visto che è stato promosso) di colore Andrea Lucchesi. Con tutte le sue paturnie e tutti i suoi difetti. Nonostante l’infarto del primo libro, il nostro continua a bere ed a fumare (come dice verso la fine del libro, che ad un certo punto si arriverà al capolinea, ma perché arrivarci tristi?). Sempre poco attento il sottotitolo, che continua a riportare “Un’indagine” quando qui ce ne sono almeno due o tre. Ma questa è la mia solita mania di puntualizzazione. Comunque, Lucchesi ritorna ad occuparsi di Omicidi, presso Milano Centrale, mettendo su una bella squadra: alcuni agenti locali, rinforzati da Miccoli e Serra che lavoravano con lui, e dalla bella ispettrice Lucia Anticoli, con cui aveva avuto a suo tempo una storia. Visto che quella con la collega Carolina è finita com’è finita (leggete il precedente libro se lo volete sapere), Lucchesi si trova libero e pensoso. Qualche divagazione qua e là con l’altro sesso, molte battaglie non solo verbali con l’ex-moglie Adele. Ma soprattutto, il pensiero se Lucia possa diventare qualcosa di serio. Ed il rapporto con la figlia Alice. Bello spigliato, e con la solita virata “alla Nesbo”, quando, per sua insipienza, ha un incidente di macchina, dove ad Alice non si apre l’airbag. Tutta la parte finale è permeata da ospedali e coma vari, da cui non si sa se Alice si riprenderà o meno. O meglio, chi ne legge lo sa, ma io non lo dico. Per quanto riguarda la vicenda puramente poliziesca, tutto nasce dalla scoperta di un cadavere di donna nudo, steso su di un plaid tra le piante. Nel cercare di scoprire chi sia la donna misteriosa e perché avesse fatto l’amore su di un prato, sopra un plaid di cashmere, Lucchesi ed i suoi si imbattono in altre storie. Sfogliando tra le denunce di donne scomparse, si imbattono in alcune storie collaterali, di cui due hanno un certo spessore. Oltre ovviamente a quella centrale della morta. Uno si risolve in fretta, che la donna scomparsa è una trentina che si è innamorata di un’altra donna, ed ha problemi a parlarne con i genitori. Altri sono solo problemi di corna più o meno palesi. Il sotto caso più complicato viene da un finto geometra, in realtà poco più che capomastro, con una propensione alle maniere forti, che per pararsi il c…, denuncia la scomparsa della moglie, quando noi, e Lucchesi e Anticoli, capiamo subito che la realtà è diversa e, purtroppo, poco piacevole. Così, con poche mosse, il nostro commissario “coloured” balza agli onori della cronaca, tanto che finalmente viene salutato per primo nelle presentazioni, dove in genere si pensa che il più alto in grado sia il marziale Serra. Rimane il caso che ha originato tutta la buriana. Donna uccisa, che si scopre anche essere incinta, che ha avuto un rapporto sessuale prima di morire (grandi analisi del DNA alla CSI New York). Con difficoltà, ma anche con tanta pazienza, Lucchesi risale all’ambiente in cui si poteva muovere la morta, poi alla casa ed al marito. Nonché all’amica più cara della morta, che la copriva in alcune sue uscite “fuori dai ranghi”. Il grande mistero che avvolge l’indagine è che il DNA dell’atto sessuale coincide con quello prelevato al marito della vittima. Peccato che il marito sia affetto da impotenza, non solo generandi ma anche coeundi. Con un piccolo tocco di magia giallistica, utilizzando una possibilità che poteva venire in mente, soprattutto se si fosse conosciuto prima l’entourage della vittima, il mistero si dipana. Inoltre, con un piccolo tocco alla Maigret, mi sia consentito il paragone un po’ aulico, Lucchesi decide di aggiustare le cose per rendere minimi i dolori altrui. Tanto che la verità avrebbe solo fatto del male a tutti. Inoltre, il tutto avviene mentre lui è perso nelle preghiere per la salvezza della figlia in coma. Quindi perdendosi nei meandri di avvenimenti più grandi ed importanti. Anche perché serviranno di base per le prossime avventure del commissario e della sua banda. Come detto, Simoni sa scrivere, sa anche dare toccatine di giallo, anche se qui i misteri non nascono, e le soluzioni, spesso, vengono fornite senza coinvolgere il lettore nell’unico lavoro che dovrebbe fare: quello di pensare. Ma Lucchesi è moderatamente simpatico (a parte quando beve), e di più lo è la figlia Alice e le altre figure femminili (esclusa l’odiosa ex-moglie). Aspettiamoci nuove avventure, allora.
“È questo il tuo problema, o uno dei tuoi problemi: quello di pensarci sempre dopo.” (178)
Gianni Simoni “Troppo tardi per la verità” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 6,75 euro)
[A: 26/01/2017 – I: 08/09/2019 – T: 10/09/2019] - &&& --
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 264; anno 2014]
Eccoci ancora nell’alternanza tra le due serie immaginate dall’ex-magistrato Gianni Simoni: da un lato quella “storica” (cioè la prima) con il commissario Miceli e l’ex-giudice Petri a darsi manforte l’un l’altro nell’analisi e nella soluzione di casi vari in quel di Brescia, e dall’altra quella del commissario Andrea Lucchesi, l’unico commissario di colore nella “Sezione Omicidi” di Milano. Questo tiolo appartiene alla prima serie, anche se, ormai, mettere il sottotitolo, come si ostina a fare l’edizione TEA, “Un caso di Petri e Miceli”, sembra abbastanza pleonastico. Visto che la scena è sempre più occupata dal neocommissario Grazia Bruni. Miceli c’è, un po’ in un angolo, di supporto, con qualche tocco qua e là. Petri spazio un poco tra le pagine, lo seguiamo in alcune delle sue attività quotidiane da buon pensionato, ma anche lui, e seppur ben seguito dall’autore, alla fine, ha solo qualche sprazzo (seppur a volte decisivo). L’economia del testo si sposta, e molto, su tutto il contorno. Su Brescia, sulle persone coinvolte e, soprattutto, sui poliziotti che intervengono. In particolare, sul nuovo entrato, il sovraintendente Salvatore Armiento che inizia seguendo il caso come poliziotto della Stradale, ma, dotato di buon acume e perseveranza, viene aggregato alla squadra della Bruni. Con gran preoccupazione di Maccari, il poliziotto che ha una finora bella seppur tormentata storia proprio con il commissario, e che non vede di buon occhio il bel giovane. Mentre Grazia Bruni sembra solleticata dal non felice momento con Maccari e della bella presenza ed acume di Toto. Che tuttavia, essendo anche di molto giovane rispetto al commissario, rivolge le sue attenzioni alla giovane dottoressa Laura, causalmente coinvolta nelle indagini ed ivi conosciuta da Armiento. Questa tutta la storia al contorno, cioè riepilogando: Petri con la simpatica moglie Anna a fare da pungolo e memento delle indagini, Micheli, messo all’angolo e pronto a lavorare di sponda, Bruni che dovrebbe prendere in mano le indagini, ma è anche preoccupata dal suo personale, che si istanzia in Maccari e nel difficile momento che attraversano, Armiento, il nuovo arrivato con le forze fresche e forse capace di dare nuova linfa ad una situazione statica, ed i soliti poliziotti della Sezione Omicidi, che questa volta lavorano solo nell’ombra senza particolari acuti. Su questo contorno si muove la vicenda che nasce da un incidente stradale: una persona, risultata priva di documenti, viene investita di notte, ed una coppia che passeggiava lì intorno avverte la Stradale. Armiento prende in mano la situazione, anche perché la dottoressa Laura, inavvertitamente, travolge il corpo morto. Questo innescherà la trama “rosa” di cui sopra e che cercheremo di capire nelle prossime puntate se andrà avanti. Ma farà anche in modo che Armiento si interroghi su alcune risultanze dell’incidente che risultano poco chiare. Tanto che coinvolge la Omicidi per andare a fondo alle indagini. Lì la Bruni interroga la coppia, che però risponde svogliatamente, e che, quando la si cerca per approfondire alcuni aspetti, risulta introvabile. Pare sia andata nella casa in montagna e non si riesca a rintracciarla. Intanto, spunta fuori anche un nuovo testimone, un anziano che portava a passeggio il cane, e che ribalta la prospettiva. La coppia non era sul marciapiede dove diceva di passeggiare, il marito della coppia sembra aver dato una spinta al morto, la macchina ha accelerato più del dovuto. Tutti fatti che consigliano i nostri di indagare meglio sulle persone coinvolte, sul morto, sul guidatore, sulla coppia. Una ricerca semplice ma non facile, che alla fine porta alla luce molti incastri a prima vista poco probabili. Il guidatore della vettura è noto alla coppia, ma forse più per problemi di soldi che altro. Così come alla coppia è noto il morto (di cui alla fine si riesce a trovare l’identità), ma qui i soldi non c’entrano. L’anziano che passeggiava con il cane risulta più affidabile di quanto sembrava a prima vista, anche se non ha visto tutto e non l’ha visto bene. In mezzo a tutto ciò, Armiento, aggregato alle indagini, scopre man mano tutta una serie di incongruenze che lo portano ad ipotizzare una chiave di lettura del caso. Chiave di lettura che sarà avvalorata quando, alla fine, si riuscirà a rintracciare la coppia in quel di Bormio. Ci sono un paio di colpetti di scena finali, che rendono quanto meno gustosa, benché amara, la rivelazione finale di come sono andati i fatti in realtà. Insomma, la scrittura si è mantenuta ad un discreto livello, il nuovo entrato (se rimarrà) risulta simpatico. I soliti personaggi invece no. Speriamo che, se la serie avrà un seguito, riesca a risalire nell’intreccio. Per finire, comunque grazie a Simoni per le belle immagini di Brescia, una città che, in effetti, non conosco per nulla.
Gianni Simoni “Contro ogni evidenza” TEA euro 9 (in realtà, scontato a 7,65 euro)
[A: 27/05/2017 – I: 30/09/2019 – T: 01/10/2019] - && e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 219; anno 2014]
Qui invece siamo sul lato “Lucchesi”, e, purtroppo, sembra che la vena di Simoni da questo versante si stia inaridendo un po’. Come se, in mancanza di idee originali, Simoni si avviasse a compore un libro prendendo spunti altrove e poi cercando di rielaborarli. Intanto, il protagonista, il commissario Lucchesi, si avvia sempre più ad essere un clone italiano di Harry Hole di Nesbo. Intelligente, preparato, ma sempre ai limiti delle vicende. Sempre più attaccato alla bottiglia, anche se Harry lo fa con metodo e rimpianti, mentre Lucchesi sembra voglia accelerare il processo di autodistruzione (non a caso è da poco uscito da un infarto ed altri malanni, ma continua ostinatamente a non volersi curare). Sempre con rapporti familiari difficili. Alle prese con una ex-moglie pervicacemente ostile (anche se qui non compare molto) ed una figlia che non sa gestire. Sempre invischiato in rapporti sentimentalmente complicati. Qui sembrava trovare un suo sbocco con l’ispettore Lucia Anticoli, ma il suo tria e molla non fa presagire nulla di buono. Dopo aver clonato Hole, Simoni immagina anche una specie di vicenda clone del precedente libro. Una morte apparentemente spiegabile in modi preterintenzionali, che ben presto si rivela nascondere altro. Lì, da Miceli e Petri, era un incidente d’auto. Qui abbiamo una rapina, dove i due banditi, senza nessun vero motivo di pericolo, invece di continuare la rapina in banca, uccidono a sangue freddo l’impiegata Giusy e fuggono. I grandi capi vorrebbero chiudere al più presto la vicenda, ma Lucchesi subodora del marcio. Non a torto, perché le modalità della sparatoria sono alquanto misteriose. Lucchesi, ma soprattutto Anticoli, cominciano ad indagare ad ampio raggio, cercando di capire chi sia realmente la Giusy assassinata. Scoprono che si era formalmente lasciata dal suo storico fidanzato solo pochi mesi prima. Scoprono che ha avuto una breve storiella con un funzionario della banca stessa. Scoprono, in particolare, che Giusy era incinta. Questo ribalta tutte le prospettive. Unito al fatto della misteriosa sparatoria, Lucchesi si convince che il vero bersaglio era uccidere Giusy. Fatto salvo che i possibili imputati sembrano avere un alibi, chi poteva essere il mandante? Il fidanzato che si è sentito tradito dalla gravidanza? Il funzionario che avrebbe visto in pericolo la sua onorabilità? Un terzo elemento, che uscirà fuori durante le indagini e di cui non vi dico nulla, anche lui preoccupato per le conseguenze? L’analisi dell’ambiente di vita di Giusy, della sua famiglia, delle sue frequentazioni, porterà i nostri alla soluzione del caso, anche se con poca suspense. Almeno per i lettori, mentre a voi lascio un’aura di mistero. Anche perché, visto che la storia è fragilina, Simoni pensa bene di “incasinarla” con le vicende personali di Lucchesi. Ricordo, per chi non avesse letto i precedenti testi, che il commissario Lucchesi, italianissimo e toscano, è nero di pelle, avendo la madre etiope. Questo, come ovvio, lo rende sensibile alle critiche. E quando un passante lo apostrofa “nero di merda”, pensa bene di spaccargli la faccia a pugni. Ovvio che non è un comportamento corretto per un commissario di polizia, anche se giustificato. Motivo per cui Lucchesi viene trasferito altrove, lontano dalla Omicidi (che lascia in mano e con abilità all’ispettrice Anticoli). Nell’insediamento periferico, altre magagne ed altre indagini si troverà ad affrontare. Un tentativo di mobbing da parte del dirigente (che Lucchesi risolve leggendo fior di libri, e questo, non solo è bello, ma mi ricorda piccole e ben lontane vicende personali). Un tentativo di abbordaggio da parte di un’altra ispettrice dalle belle forme, che però Lucchesi sembra schivare (e sottolineo sembra che non si sa mai). Una richiesta del procuratore di indagare proprio verso il dirigente mobizzatore, che le alte sfere sospettano (e con ragione) essere dedito a propri e personali elementi di lucro sfruttando le pieghe lavorative poco controllate. Ci sono molti elementi al fuoco, le idee, anche se riciclate, assumono contorni interessanti. Inoltre, Simoni, così come nell’altra serie riesce a farci incuriosire di una Brescia ignota, qui non manca di portarci in giro per una Milano poco nota, e degna di essere visitata. Ritengo infatti, che spesso, Milano venga liquidata con molta superficialità. È una città variegata, molto più complessa di uno stereotipo di “Milano da bere”. Ricordo le passeggiate per Brera, ricordo le cene sui Navigli, ricordo le atmosfere di Porta Ticinese, ricordo i passaggi nei dintorni dell’Università. Una città che, prima di conoscerla, mi resta come un punto interrogativo, e che invece si è rivelata più interessante ed anche più stimolante di quanto poteva essere restando lontana. Tanto per chiudere, che dire del Teatro Parenti o del Teatro alle Erbe? Ma per tornare al libro ed a Simoni, concludo: qualche idea, una scrittura agile, ma poco, pochissimo mordente.
Seconda trama del mese di ottobre, e visto i tanti compleanni, perché non dedicare un allegato ai libri che curano una malattia incurabile: l’età?
Come detto, tanti i compleanni di questo mese tra la bilancia e la campagna. E sono troppo pigro per elencarli qui, ma non così pigro da non ricordarli e festeggiarli. Chi ne è coinvolto lo sa, e sa che io vi penso. Soprattutto in un giorno speciale, molto calcistico. 

CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni
OTTOBRE  2019
Quale miglior mese se non ottobre, per un ricordo di compleanni, dati i tanti festeggiamenti di queste mese castagnolo!
SESSANTANNI, AVERE
I DIECI MIGLIORI ROMANZI PER SESSANTENNI
Chinua Achebe         “Il crollo”
Elias Canetti             “Auto da fé”
Federico De Roberto  “I viceré”
Charles Dickens        “Il circolo Pickwick”
Natalia Ginzburg       “Lessico famigliare”
Agota Kristof            “Ieri”
Philip Roth               “Il teatro di Sabbath”
Graham Swift           “Ultimo giro”
Tiziano Terzani         “Un altro giro di giostra”
Ivan Turgenev          “Padri e figli”

Bugiardino

Diciamo subito che Achebe e Canetti sono in lista d’attesa sui miei scaffali, che De Roberto, Dickens, Kristof e Turgenev sono stati letti tantissimo tempo fa, e che di Roth non ho molto altro di quanto tramato, e di sciuro non questo. Swift ha una copia elettronica del libro che non mi risolvo di leggere. Rimangono l’ottimo libro della Ginzburg, letto in gioventù e riletto meno di dieci anni fa e il superlativo Terzani, che non commento con altre parole se non l’affetto che ho sempre avuto per i suoi scritti. E per questo in particolare.
Natalia Ginzburg “Lessico famigliare” Repubblica Novecento euro 4,90
[tramato il 2 ottobre 2011]
L’avevo letto in gioventù, quando razziavo i libri nella libreria di mio padre. Trovandolo di fronte mi sono chiesto se lo volevo rileggere. Così ho fatto, ed ho fatto bene. Mi ricordo che a suo tempo mi piacque l’affastellarsi di vite di personaggi che ritenevo mitici. Sentir parlare di Pavese così come io parlavo di Magnus o Geppo, mi sembrava favoloso. Ora l’ho letto con una diversa consapevolezza, e mi è piaciuto per motivi diversi. Diciamo per quell’aria familiare, forse per quelle cose che un dì avevo tralasciato. Le frasi, che diventano come delle madelaine proustiane. Le piccole situazioni quotidiane. Le colazioni, i pranzi, il girare per case. L’invidia, forse, per quelle case piene di gente (ah, l’esercito dei miei cugini, rispetto alla nostra desolata casa con solo me e mio fratello), che vanno, vengono, si incontrano. E tutto scorre, si cresce, ci si fidanza, ci si sposa, si va via di casa, si fanno figli. Ma rimane l’appartenenza. Ecco, questo è l’altro dato forte che mi rimanda. Un senso di appartenenza. Le varie figure del libro, chi più chi meno, appartengono a qualcosa. A un mondo. Ad un’idea. Ad un modo di essere. Ad un modo di rapportarsi. Bella di più la prima parte, ancora tutta familiare. L’andare in montagna (pendant del nostro andare al mare, anche quando non si voleva più), le passeggiate. Il burbero padre Beppe (grande figura di cattedratico-ricercatore, e, soprattutto, coltivatore di talenti, dentro e fuori casa; non a caso, nel suo istituto, passeranno ben tre premi Nobel italiani) con le sue docce gelate, le colazioni a base di yogurt prima che lo yogurt diventasse una moda. La madre Lidia sempre pronta ad uscire e a contornarsi di giovani signore. La levità rimane anche per tutta la seconda parte, che viene però segnata dalla ferita del fascismo e dal loro essere ebrei. Qui ritorna un po’ la punta di curiosità gossippesca, in particolare nelle vicende intorno alla casa editrice, la mitica Einaudi degli anni d’oro. Alla figura di Felice Balbo ed i suoi conciliaboli con lo scienziato Giacomo Mottura. E Pavese (amichevolmente accompagnato fino alla morte). I passaggi ad Ivrea, con Adriano Olivetti (sposo poi divorziato della sorella Paola). E l’amore, forte (anche se espresso con poche e sommesse parole) per Leone, che Natalia seguirà ovunque, anche al confino. E di cui conserverà il nome, anche dopo la sua morte torturato in carcere a Regina Coeli nel ’44. Anche dopo che si risposerà con Gabriele. Ma poi tutto ritorna alla dimensione privata, anche in presenza di avvenimenti pubblici. Per chiudere in un bellissimo, intenso, lungo colloquio tra i genitori, che saltabeccano di qua e di là, tra figli e nipoti, tra “sbrodeghezzi” e “sempiate”, che fanno riaffiorare alla memoria tutto il senso di una vita, loro che immaginiamo ormai ottantenni, in un viale del tramonto che non è tristezza, ma gioia interna e consapevolezza di una vita vissuta. In fondo, vissuta con dignità e con pienezza. Con i figli ormai grandi (la piccola Natalia si sta avviando verso i cinquanta anni). Insomma, c’è qualche puntata alta e bassa (non nego che a volte la ritrosia della citazione rendeva difficile distinguere Lisetta Giua e Lola Balbo), qualche condiscendenza, ma, come sopra riportavo, un modo per far affiorare i miei lessici familiari (soprattutto quello dei nomignoli, che ancora adesso avviati sulla soglia dei novanta anni i miei zii si portano appresso). Un romanzo familiare, per fare strada a nuove generazioni. A cui si passa volentieri il bastone di altre avventure. Anch’esse, perché no, famigliari.
“Sono miei amici, e gli voglio bene e non me ne importa niente se le loro opinioni siano vere o false” (204)
Tiziano Terzani “Un altro giro di giostra” TEA euro 7,50
[tramato il 16 dicembre 2018]
Per me, tutto il senso del libro, e tutto il mio senso per il libro, è chiuso in quella frase che riporto in fondo. Il più grande viaggio, quello immancabile, ad un certo punto. E se vogliamo quello che vorremmo fare con la coscienza di farlo. Un viaggio verso sé stessi, per trovarci in fondo alla strada, dopo aver girato, anche con Terzani (ma anche no) da New York all’India, dal Tamil Nadu all’Himalaya. Terzani gira il mondo e le sue diverse situazioni per cercare di capire il rapporto tra il sé stesso malato ed il cancro. All’inizio, anche, e soprattutto, per capire se e come fosse possibile una cura. Se e come si potesse uscire dal tunnel. Terzani comincia con la medicina tradizionale, con il centro antitumori di New York. Con i bombardamenti chemioterapici. Ci colpisce la serenità con cui inizia ad affrontare questo viaggio. E la tranquillità di affidarsi alla allopatia. Quando il primo ciclo finisce, ed i dottori gli danno tregua, Terzani decide di cominciare a spendere il suo tempo in altre ricerche. Intraprende allora anche un viaggio fisico, oltre che mentale, che lo porta in India, in Tibet, nelle Filippine. Dialoga con tutti, parla con tutti, non si tira indietro, non esaurisce mai la sua curiosità. Dalle sue pagine escono fuori maghi, saggi, santoni. Prova tutte le medicine cosiddette alternative: le diete con le erbe, i digiuni, i canti sacri, la meditazione yoga, la medicina ayurvedica, l’omeopatia, la pranoterapia, fino al Qi gong ed al Tai Chi. Sono bellissime tutte queste pagine dove il nostro fiorentino errante non mette mai il tono del ridicolo in nessuna possibile cura. Come laicamente facemmo noi, durante gli studi sugli approcci psicoterapici, la medicina buona è quella che ti fa sentire bene. Lo psicologo buono non dipende da questa o quella branca di pensiero, ma se quel pensiero arriva al tuo corpo, al tuo cuore, alla tua mente. Come diceva sempre allora uno dei miei mentori “Il corpo non mente”. Terzani è tuttavia sempre stato scettico su tutte le cose che ha incontrato nella vita, adottando sempre ed ovunque il motto di capire prima di riproporre (non di giudicare, che mi sembra sia sempre stato alieno a questo metro di espressione). Quello che trova in Oriente, non è, non sarà una cura al suo male, ma il modo di rovesciare il problema, di accettarlo. Di trovare una sua pace interiore. Quando anche l’ultima medicina ha rivelato la sua fallacità, Terzani ci fa capire che il suo viaggio attraverso tutti i possibili modi di curare il proprio corpo malato, è in realtà un viaggio che deve servire a curare LA malattia (scusate l’uso del maiuscolo ma qui ci vuole). Una malattia che colpisce tutti, la paura della morte. Quindi non siamo in cerca, soltanto, di una cura per il corpo, ma di una cura per l’anima. Una cura che devo portare a cambiare il proprio punto di vista, che ci deve portare ad essere in armonia con tutte le cose, visibili ed invisibili, animali e minerali. Terzani, con la sua barba bianca, con il dhoti gandhiano, assume un andamento “naturalmente” francescano. Dopo aver girato il mondo, dopo aver salutato i suoi amati monti himalayani, si ritira per l’ultima fase della vita ad Orsigna, nell’Appennino Toscano, chiudendo il cerchio vitale con la sua nascita fiorentina. Lui ha ritrovato il senso del vivere e del morire. E non finisce mai di esserci utile, quando continua, ricordando anche i suoi trascorsi giornalistici, a farci ragionare sui rapporti umani. Ci parla delle guerre che ha visto, sperando di portarci verso quella pace che non vede e non vedrà. La bellezza dello scritto è che in ogni elemento che incontra nella vita vede qualcosa e ce lo comunica. Dal piccolo al grande. Chi è malato, chi vede da vicino, in sé o in altri, le malattie, anche le più terribili, sente, con me, una terribile angoscia leggendo queste pagine. Non perché facciano vincere quella malattia invincibile che è la paura della morte stessa. Ma perché sappiamo, so, che non saprò mai affrontarla. Il grande merito di Terzani, ed il grande “odio” che provo per lui (e capitemi perché l’ho virgolettato), è che mi ha ricordato che non possiamo dimenticarci della morte. In questi anni, dove molte persone a me care ci hanno lasciate, papà, mamma, Gastone, Paolo, Carlo… In questi anni dove anche noi stiamo accumulando anni e mesi. E di sicuro, anche se non so come né con quale angoscia, è più vicina una fine che un inizio. Ti odio Terzani che me lo ricordi. Ti amo profondamente, perché so che non ne sarò mai capace, ma so che qualcuno ci prova e forse ci riesce. Ti voglio infintamente bene per come hai saputo mostrare il tuo amore per Angela. Così bello che non voglio parlarne di più. Caro Tiziano, infine, il tuo libro è talmente denso, che lo citerei tutto. Ma per ora tante e tante sono le frasi che mi rimangono, che solo alcune riesco a condividerle. E qualcuno leggendone ne saprà.
“In Ladakh le malattie di cuore sono pressoché sconosciute perché la gente vive all’aria aperta, mangia cibi biologici e non ha bisogno di andare in palestra per tenersi in forma.” (62)
“La distanza che si crea fra i sani e i malati mette alla prova i rapporti tra le persone.” (70)
“La caotica, indiscriminata valanga di informazioni prodotta da internet ha creato quell’ormai diffusissimo sapere a metà che è la peggiore e la più pericolosa forma di ignoranza.” (90)
“Chi ama l’India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. … L’India … fa sentire ognuno parte del creato.” (153)
“Viaggiare mi esaltava, mi ricaricava, mi dava da pensare, mi faceva vivere.” (196)
“Non c’è felicità per chi non viaggia.” (204)
“L’apparente indifferenza [degli indiani] mi colpì ricordandomi quello che mi è sempre sembrato il buco nero dell’induismo: l’assenza di compassione.” (223)
“Nel corso della ita tante cose possono andarci storte, e di solito lo fanno.” (297)
“Il problema sono io e io sono la soluzione … L’onda non ha bisogno di diventare oceano, deve solo rendersi conto di essere oceano.” (350)
“Il Kathakali [è] la vecchia forma teatrale del Kerala … Sulla sinistra del palcoscenico stavano i tamburisti, capaci con le mani o le bacchette di ricreare il frastuono di una battaglia, lo scorrere di un torrente o il quieto tic-tic di una goccia d’acqua che cade su una foglia. Sulla destra stavano i cantanti. Con l’aiuto di cimbali, di un gong e di un’orchestra d’una ventina di uomini, tutti a torso nudo, allineati dietro, loro raccontavano la storia e pronunciavano le battute dei vari personaggi, perché nel Kathakali gli attori sono muti, al massimo emettono dei suoni gutturali. Gli attori «parlano» coi loro movimenti; comunicano pensieri ed esprimono stati d’animo coi gesti delle mani; ‘dicono’ con le smorfie e con gli occhi.” (400)
“La malattia è una forma di disarmonia con l’ordine cosmico.” (450)
“Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. È inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé.” (516)
“Viaggiare era sempre stato per me un modo di vivere e ora avevo preso la malattia come un altro viaggio: un viaggio involontario, non previsto, per il quale non avevo carte geografiche, per il quale non mi ero in alcun modo preparato, ma che di tutti i viaggi fatti fino ad allora era il più impegnativo, il più intenso.” (Prologo)

Conclusioni


Terzani è stato il must dei miei sessanta, e rimane e lo sarà per molto tempo ancora. Le altre scelte mi convincono poco, in particolare Dickens e Kristof. Ma se avete un Terzani tra le mani, potete scordarvi tutto il resto. 

domenica 6 ottobre 2019

I saggi sono sempre i migliori - 06 ottobre 2019


Francesco Dominelli & Alessandro Locatelli “I grandi classici riveduti e scorretti” Longanesi s.p.
[A: 25/12/2018 – I: 16/04/2019 – T: 18/04/2019] - &&&
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 273; anno 2018]
E come continua a recitare la copertina “50 libri che non potete non conoscere raccontati come nessun altro potrebbe fare, presentato dalla pagina Facebook ‘@se i social network fossero sempre esistiti’”. Alcune delucidazioni: ho messo in esplicito i nomi degli autori che ritengo giusto tributare loro un omaggio per il divertente libro, e per l’altrettanto divertente pagina Facebook (visitatela anche se non amate i social; volete un esempio di mini-post: da Ungaretti per lamentarsi della calura: “Si sta come / d’estate / con il caldo / che ti scioglie”). Comunque,  qui se ne parla ma non se ne fa una trama. D’altra parte, come fare una tarma di un libro costituito da 50 trame, seppur imbastite in modo arguto e scritte con una discreta capacità di penna? I nostri esimi curatori allora nel loro viaggio tra i libri spaziano da Dante e Shakespeare, da Ariosto e Manzoni sino a Hemingway e Garcia Marquez. Non dimenticando Omero, le sorelle Bronte, Pirandello, Calvino, Salinger e Melville. Avendo sempre come stella polare l’affermazione di Mark Twain: “Un classico è qualcosa che tutti vorrebbero aver letto e nessuno vuole leggere”. Per ognuno di questi classici, oltre ad un riassunto molto scorretto, ed alcune citazioni più o meno strampalate, viene indicata una possibile colonna sonora (cito a memoria, ad esempio per “Il giovane Holden” viene suggerito “Un ragazzo di strada” de “I Corvi”; mitico!) ed una curiosità (di queste ve le lascio gustare che sono sapide ed interessanti). Ho deciso quindi di fare un omaggio trasversale, classicheggiando in modo molto scorretto. Visto che si sono dimenticati il grande Jules Verne, e visto che io non sono all’altezza di farne un riassunto scorretto, ne faccio una citazione trasversale, riportando quello che secondo me è uno dei più riusciti e divertenti esperimenti di quel pazzo scrittore di fantascienza che fu Philip Farmer. Uno scrittore atipico, spesso dedito alla metaletteratura, per la quale inventa anche un’origine “storica”, un meteorite che cade in Inghilterra il 13 dicembre 1795 (fatto reale) che con le sue radiazioni provoca una mutazione genetica ai passeggeri di una diligenza che stava nei pressi. I discendenti dei quali diventeranno protagonisti delle opere di famosi scrittori, come Conan Doyle, ed altri. Che quindi non raccontano “storie” ma elaborano biografie. Una derivazione di queste idee sta nell’immaginare che Verne, nel suo “Giro del mondo in 80 giorni”, narri l’epifenomeno della vita di Phileas Fogg, che ora, lui e noi, scopriamo realmente. Infatti, la realtà è che sulla Terra si sta giocando un gioco di grandi forze per il possesso di un congegno vitale. Ci sono due razze in lotta mortale tra loro, gli eridani e i capellani, la loro guerra ruota attorno ai dispositivi di trasporto alieni noti come distorsori. Ogni parte fa di tutto per togliere all’altra il dominio dei distorsori. Fogg è un agente della razza Eridani, così come Passepartout (ed il suo famoso orologio che si mantiene sempre sull’ora di Londra, è un elemento vitale dei congegni). Anche Stuart, il signore del Club con cui Fogg inscena la scommessa degli 80 giorni, è un Eridano. Anzi Stuart è il capo degli Eridani. Mentre il capo dei capellani si cela sotto le astute spoglie del Capitano Nemo. Basandosi sull’assunto del meteorite, abbiamo poi, sulle due schiere (ovviamente saprete di certo con chi) da una parte Sherlock Holmes e dall’altra James Moriarty. Per citare un esempio della narrazione di Farmer, vediamo che Verne inizia il romanzo con la frase “Mr. Phileas Fogg viveva, nel 1872, al n. 7, Saville Row, Burlington Gardens, la casa in cui morì Sheridan nel 1814”. Mentre Farmer precisa: “Questa casa, come tutti sanno, una volta era occupata dal famoso e spiritoso drammaturgo squattrinato e membro del Parlamento, Richard Brinsley Sheridan, dove questi morì in circostanze angoscianti nel 1816, non nel 1814, come dice Verne.” La scommessa serve a Fogg per poter girare il mondo alla ricerca di alcuni distorsori, come quello in possesso del rajah di Bundelcund, uno dei ladri capellani. Tutto sembra perso quando Nemo entra in possesso dell’orologio di Passepartout, ma, aiutato dalla bella Aouda, anch’essa agente Eridano, Fogg ingaggia nella sua magione la battaglia finale, solo pochi istanti prima di rispettare la scadenza richiesta per vincere la sua scommessa. Farmer, infine, chiude questa “vera storia” con una profezia inquieto-divertente: "Che le iniziali di Phileas Fogg e quelli del vostro scrittore qui presente siano le stesse, vi assicuro, che è solo una coincidenza." Ecco un altro modo scorretto di leggere i classici. Comunque, leggete questo libro, è passabilmente divertente, e visitate il sito che lo è altrettanto.
Leonardo Sciascia “Il metodo di Maigret” Adelphi euro 13 (in realtà, scontato a 8,45 euro)
[A: 12/03/2018 – I: 26/04/2019 – T: 01/05/2019] - &&&& e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 191; anno 2018]
La data è per la pubblicazione in volume di una serie di articoli di Sciascia sul giallo, che furono scritti tra il 1953 ed il luglio 1989 (poco prima della morte). Articoli che nel titolo riflettono quanto aveva detto nel 1982 in un’intervista: “Io vagheggio da sempre uno stato che abbia una polizia come quella guidata da Maigret, intelligente e umana al tempo stesso”. Ma che poi spaziano sull’universo del “giallo”, che mi permetto di scrivere anch’io tra virgolette, non essendone convinto come nome e come genere. Purtroppo, il termine deriva dalla pubblicazione dei primi romanzi di genere, negli Anni Trenta, presso Mondadori, con quella copertina colorata, che serviva a distinguerli nella massa delle pubblicazioni periodiche. In questo superlativo volume, ben curato e chiosato dal curatore Paolo Squillacioti, sono quindi raccolti molti interventi che Sciascia fa per discettare di libri e di metodi. Alcuni ancora ben reperibili (come le note ai libri di Sellerio, con quelle ultime bellissime pagine su Geoffrey Holiday Hall ed il suo libro “La fine è nota”). Altri un po’ dimenticati, anche se il corpus centrale su Simenon e Maigret, una volta letto, è indimenticabile. Altri addirittura introvabili, come l’intervento su Arthur Conan Doyle, recuperato da una copia a carta carbone di un dattiloscritto conservato dagli eredi e mai pubblicato, dove intavola un ardito ma interessante paragone tra le due coppie: Don Chisciotte e Sancho Panza da un lato e Holmes e Watson dall’altro. Comunque, pur essendo tuti gli interventi interessanti, ed in un certo senso coordinati e subordinati all’idea di letteratura che aveva Sciascia, due punti sono stati per me fondamentali nel recuperare questo scrittore che ama e odia il genere: gli scritti su Maigret ed il testo “Breve storia del romanzo poliziesco”. Perché Sciascia, come ammette lui stesso, ama il poliziesco, per aver trascorso l’adolescenza (e non solo quella) leggendo gialli. Ma è un sentimento ambivalente, quando condivide l’opinione diffusa che il giallo sia un sottoprodotto culturale. Anche se si domanda, come farà più tardi Tuzzi in un libro che ho tramato, chi sia poi realmente il lettore di questi libri. Ma veniamo ai due punti sopracitati. Nei quattro scritti dedicati a Maigret ed al mondo di Simenon, Sciascia dimostra, ben prima che la fama si sia sparsa per tutto il mondo, di conoscere a menadito lo scrittore belga. Dandogli quel posto di rilievo che, negli Anni Cinquanta, nonostante gli apprezzamenti di uno scrittore influente come Gide, Simenon ancora non aveva. Pur commettendo una piccola imprecisione (i romanzi con Maigret non sono ottanta e più, ma esattamente 75 come ho potuto ricostruire leggendoli e tramandoli tutti), dall’analisi di Sciascia emerge la somiglianza tra il metodo (poco metodico) di Maigret con le modalità investigative di molti personaggi delle trame poliziesche del grande di Racalmuto. Poi, nel breve saggio sulla storia del romanzo poliziesco ci sono due elementi di rara bellezza, al mio leggere. L’individuazione, come capostipite della letteratura investigativa, non, come diceva Aristotele, l’Edipo Re, ma ancora più indietro , addirittura nel Vecchio Testamento, dove, nel “Libro di Daniele”, Sciascia individua come il profeta, come un avvocato alla Perry Mason ante-litteram, riesca a smascherare i due giudici corrotti ed a salvare l’imputata, Susanna. Mettendo in scena quel gioco narrativo che ha le caratteristiche di un rompicapo, brillante ed intelligente. Le qualità che per Sciascia “deve” avere il genere. L’altro è quel mettere la faccia, dicendo, a brutto muso, quali sono le sue preferenze e le sue idiosincrasie. Che a volte non mi trovano concorde, ma che ne possiamo discutere, e queste è sempre il bello con i miei amici siciliani. Così, ad esempio, non concordo con l’antipatia sciasciana per l’approccio freddo e scientifico delle indagini di Sherlock Holmes (anche se spesso anch’io sono tiepido verso Conan Doyle). Mentre sono assolutamente in sintonia con l’amore per i detectives che sviluppano il lato umano dell’indagine, per assorbire i dati ambientali dove sono maturati i delitti. Siamo allora d’accordo nel riverire il maestro del giallo italiano Augusto De Angelis, ma anche lo stesso Maigret, oppure Miss Marple (sulla quale io ho delle riserve), Hercule Poirot o il Padre Brown di Chesterton, per finire con gli americani Perry Mason e Nero Wolfe (anche se qui Sciascia fa un altro piccolo errore, che Wolfe non è genericamente “balcanico”, ma precisamente montenegrino). Abbiamo poi un sentire assolutamente concorde quando si passa ai gialli americani, al fastidio per i romanzi ormai troppo datati di Edgar Wallace o per la figura (che ho palesemente trattato male) del detective maccartista ed un po’ salviniano Mickey Spillane. Mentre altro sono i narratori americani da vagliare, e che ritengo appunto romanzieri tout court, come Chandler, come Hammett, o come il forse meno noto ai più William Riley Burnett. Per finire con tutti quei “gialli” atipici prodotti da grandi scrittori (oltre lo stesso Sciascia) come Gadda (anche se a me “er pasticciaccio” non è mai piaciuto tanto) o come Dürrenmatt (dove ritengo che “La promessa” sia assolutamente un capolavoro del genere. Per finire con il primo, per me, e più amato, anche da Sciascia, e cioè Jorge Luis Borges. Chissà, forse un giorno anch’io scriverò un micro-saggio su questa letteratura che continua ad accompagnarmi, e sul perché lo faccia. Per ora mi accontento di aver letto con piacere questa raccolta. E mi pregio di consigliarla in lettura, a tutti.
“I buoni lettori del giallo … cercano il giuoco ingegnoso … e non è un caso che professori di università si appassionino a queste letture.” (37)
Massimo Recalcati “Mantieni il bacio. Lezioni brevi sull’amore” Feltrinelli euro 14
[A: 25/04/2019 – I: 20/05/2019 – T: 24/05/2019] - &&&& -
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 125; anno 2019]
Leggo sempre con interesse sia gli articoli di Massimo Recalcati su “La Repubblica”, sia i suoi libri, che danno spesso interessanti spunti di riflessione ed approfondimento. So che questo “almost instant book” è uno spin-off del programma televisivo (che non ho visto e non conosco) intitolato “Lessico amoroso”. Ma TV a parte, è comunque un breve eppur denso concentrato di sensazioni. Che per me, se dovessi fare una sintesi, compendiare in una che credo sia la domanda fondamentale, del libro e della vita amorosa: bruciare o durare? Per me, ma forse anche per il libro, è una questione di fusione tra i due termini. Certo, l’inizio di ogni rapporto è una bruciatura. La sua resistenza trasforma la bruciatura in durata, ma questo avrebbe poco senso, se, contemporaneamente, non ci fossero delle bruciature. L’amore dura, l’amore brucia, a volte non è lo stesso amore. Ma come dice l’autore, ci sono alcuni punti saldi nella propria vita, che servono proprio ad andare avanti, nella vita e nell’amore. Uno è la convivenza con la propria solitudine. Solo che sa stare solo sa anche stare con l’altro. Il secondo è l’arte del kintsugi: una pratica giapponese che consiste nell'utilizzo di oro o argento liquido o lacca con polvere d'oro per la riparazione di oggetti rotti; è l’arte di esaltare le ferite. Le vostre cicatrici, visibili e invisibili, sono la dimostrazione del fatto che avete incontrato e superato delle difficoltà. Rivelano la vostra storia, mostrano che siete “sopravvissuti” e vi infondono coraggio. Ma nell’immediato, tornando al testo, ci sono le sette lezioni amorose che tracciavano il percorso radiofonico dello psicanalista. C’è la fase della promessa, dell’incontro, in cui più forte è il dilemma tra bruciare e durare, ed a cui ho già dato la mia personale risposta. Poi c’è il desiderio, spesso guidato solo da fatti esogeni, come una sovraproduzione di dopamina. E quando questa scende, il desiderio scema. Ma, domando, e se invece di 18 mesi, come dicono i testi, ci si avvicina ai 18 anni? Poi ci si addentra nei meandri delle difficoltà amorose. La nascita dei figli, che, com’è ovvio, cambia il modo di vivere della coppia. E come conseguenza, spesso si cade in trappola, laddove Recalcati individua la fase del tradimento e del perdono. Ogni amore può morire, ed allora io rimando al kintsugi. Se invece non viene risolto il nodo si cade sovente nella violenza , che, purtroppo è spesso subita solo dalle donne. Perché una donna che pensa a molti fa paura. infine, se nulla si risolve, deve avvenire una separazione. La morte dell’amore, per strappo, con una separazione unilaterale, o per estinzione, dove si intravede la sua fine naturale, l’amore ha smesso di bruciare e ha smesso di durare. Quali sono, infine, le lezioni che abbiamo imparato da Recalcati e dalla vita? La prima è che l’amore che dura, l’amore fedele, è quello in cui la ripetizione non annienta l’amore ma lo rende infinito. Ed è un lavoro di coppia. Se uno dei due partner diminuisce l’impegno, l’amore è già pronto ad affievolirsi fino a strapparsi. Poi abbiamo il bacio, l’immagine che condensa la bellezza e la poesia dell’amore. Il bacio, laddove si uniscono parola e corpo, è il luogo dell’intimità. È il luogo per far sentire all’altro che ci siamo. È il toccarsi, spesso amichevole, che diventa amore, che diventa la dichiarazione “ti amo”, quando si usa l’elemento devastante del bacio: la lingua. È la lingua che distingue questo sentimento da altri. Sentire la lingua dell’altro è come fare l’amore. E come dice il titolo bisogna mantenere il bacio, perché se ci si bacia, c’è amore. Se si perde il desiderio di baciarsi c’è la crisi dell’amore. Bisogna quindi che resti sempre la possibilità di vedere l’altro, che è sempre la stessa persona, come qualcosa che ogni volta va esplorato. Cominciando dal bacio e proseguendo verso i propri reciproci sentieri. Significa anche non annullarsi mai per l’altro, ma mantenere ognuno la propria solitudine condivisa. Un tocco editoriale merita di ribadire la bellezza della stupenda copertina in bianco e nero, con quello splendido sguardo d’amore tra Ingrid ed il giovane Gregory, tratta dal film “Io ti salverò” del 1945 (omaggio che gradirà Alessandro). Al fine, chi ha voglia di interrogarsi sulla legge cosmica della vita, che l’amore, che p il nostro Amore, consiglio vivamente di leggere questo veloce libro, e di parlarne, con i vicini d’ombrellone, con i passeggiatori in montagna, con gli amici, con gli amanti, e soprattutto con il proprio amore. Cui dedico le ultime righe della splendida poesia di Neruda che cito in fondo.
“Ogni libro … si distingue da un oggetto del mondo perché è esso stesso un mondo.” (49)
“Mentre la gelosia femminile tende a strutturarsi sul fantasma di perdere l’amore … quella maschile … punta … a rovesciare sull’amata la spinta al tradimento.” (68)
“L’odio è una ‘carriera senza limiti’: non c’è pace, né termine, né fine, né soddisfazione nell’odio.” (109)
“Gli amori che durano sono quelli nei quali ciascuno dei Due ha una certa confidenza con la propria solitudine.” (116)
“Amare significa dare all’Altro quello che non si ha.” (118)
“da Pablo Neruda: Cento sonetti d’amore
Non t'amo come se fossi rosa di sale, topazio:
No te amo como si fueras rosa de sal, topacio
o freccia di garofani che propagano il fuoco
o flecha de claveles que propagan el fuego:
t'amo come si amano certe cose oscure,
te amo como se aman ciertas cosas oscuras,
segretamente, tra l'ombra e l'anima.
secretamente, entre la sombra y el alma.
T'amo come la pianta che non fiorisce e reca
Te amo como la planta que no florece y lleva
dentro di sé, nascosta, la luce di quei fiori;
dentro de sí, escondida, la luz de aquellas flores,
grazie al tuo amore vive oscuro nel mio corpo
y gracias a tu amor vive oscuro en mi cuerpo
il concentrato aroma che ascese dalla terra.
el apretado aroma que ascendió de la tierra.
T'amo senza sapere come, né quando, né da dove,
Te amo sin saber cómo, ni cuándo, ni de dónde,
t'amo direttamente senza problemi né orgoglio:
te amo directamente sin problemas ni orgullo:
così ti amo perché non so amare altrimenti
así te amo porque no sé amar de otra manera,
che così, in questo modo in cui non sono e non sei,
sino así de este modo en que no soy ni eres,
così vicino che la tua mano sul mio petto è mia,
tan cerca que tu mano sobre mi pecho es mía,
così vicino che si chiudono i tuoi occhi col mio sonno.
tan cerca que se cierran tus ojos con mi sueño.
” (29)
Carlo Rovelli “L’ordine del tempo” Adelphi euro 14 (in realtà, scontato a 9,10 euro)
[A: 12/03/2018 – I: 22/08/2019 – T: 25/08/2019] - &&&& 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 200; anno 2017]
Non avevo ancora letto nulla di divulgativo del professor Carlo Rovelli (mi permetterà di essere ironicamente sopra le righe, ma si capirà il perché). Devo dire che questo libro che presenta tredici capitoli divulgativi e due “tecnici” è un saggio molto intrigante. Mi ha fatto piacere leggerlo, sia allo stomaco che al cervello. Non mi sembra poco. D’altra parte, Rovelli (pur non entrando a pieno in tutte le sue teorie, per mia ovvia incapacità e farraginosità) mi è stato subito simpatico. Per il modo piacevole con cui espone con parole (quasi) facili argomenti a volte ostici. Per il fatto che viene dal mondo fisico delle Università Veronesi e Patavine, dove andò ad evolversi la capacità numerica del mio amico Roberto. Infine, e non ultimo, perché è uno dei fisico-matematici della prima decade di maggio, la mia, ovvio (anche se ne sono parte a metà, cioè solo anagraficamente). E quella di Roberto, di Andrea, di Laura, tanto per citare. Allora, lascerò stare senza neanche provare a ritrovarli nella memoria, i capitoli “teorici”, quelli delle hamiltoniane, dei salti quantici, ed altre piacevolezze che, al più, posso lasciare ad un Renato o ad un Mauro. Restiamo nell’ordine divulgativo. Allora, cosa ci dice Carlo? In tre grossi tronconi di esposizione, ci spiega cos’è il tempo che noi percepiamo, lo annulla, dimostrandone l’inesistenza, quindi ne fa rivivere un “avatar” che non è “IL” tempo, ma che sarà (e lo sarà per sempre) il mio tempo. In fondo tutti conosciamo, abbiamo percezione soggettiva del tempo, un orologio, un cellulare, ci dicono qualcosa. Tra la colazione di stamane ed ora, che sto facendo uno spuntino pomeridiano, è passato del tempo. Quindi, abbiamo la colazione (passato), lo spuntino (presente), la cena di stasera (futuro). Un fluire dall’esatto (so bene cosa ho mangiato stamane), al dubitativo (potrei prendere o meno un biscotto con il caffè), all’incerto (cosa cucinerò?). Ma questo fluire è “tempo”? Se Argo mi vedesse da Proxima b (8 anni luce da qui), vedrebbe quello che ho fatto otto anni fa. Quindi il mio tempo ora, non è il tempo di Argo, e viceversa. Perché (e questo ce lo diceva bene Einstein) la velocità influisce sul tempo (il paradosso dei gemelli…). Tanto che, molto immaginificamente, invece di rappresentare il tempo come una freccia, Rovelli ce lo presenta come un doppio cono unito per la punta, punta che è il nostro presente. Ma qui c’è un passaggio fondamentale: se andiamo verso una descrizione “fisica” del tempo, vediamo (oppure ci fidiamo se non siamo addentro) che tutte le equazioni fondanti la descrizione del mondo sono indipendenti dalla variabile tempo. Anzi, ce n’è una dove esiste il tempo, ma come tempo al quadrato, così che può essere soddisfatta sia se andiamo dal passato al futuro sia viceversa. Quindi, se il tempo non esiste, l’unico punto su cui ci possiamo aggrappare è l’entropia. Dove sappiamo che (come dice in altri termini la frase di Clausius) l’entropia non può diminuire, anzi qualsiasi azione (dal micro al macro) non fa che aumentarne il valore. Ed ogni azione è un fatto, un passaggio da uno stato di bassa entropia ad un altro leggermente maggiore. Noi lo percepiamo, noi lo teniamo all’interno della nostra mente. Da qui si ricostruisce l’ordine del tempo, che è una serie di relazioni, di sensazioni, di ricordi. Con una bella immagine letteraria, Rovelli, dal campo fisico e filosofico, ci porta a quello letterario. A Proust, alla sua “ricerca del tempo perduto”, dove riesce a scrivere più di 3000 pagine su quanto è contenuto nella sua memoria. Ecco, il tempo è quindi dentro di noi, noi che non siamo altro che un insieme di relazioni. Così si chiude il cerchio. Non esiste un tempo assoluto, esiste il nostro tempo, soggettivo, personale. Sono tutte le sensazioni che entrano in questi strani lobi frontali che ci contraddistinguono. L’ultima immagine che mi rimane è il sovraccarico di informazioni che potrebbe annidarsi nel nostro cervello. Come ci fa ricordare Borges, nel suo Ireneo o della memoria. Uno che, ricordando tutto, non può che andare verso la morte. Noi non moriamo solo perché ci salva il sonno, dove, in uno stato di quiete, vengono cancellate tutte le informazioni inutili, in modo che possiamo continuare a vivere, nonostante quella bellissima immagine orrorifica che ci viene dal Mahabharata. Certo, una persona più brava e più capace di razionalità sarebbe entrata nel cuore della descrizione proposta da Rovelli, che, dal punto di vista fisica, si appoggia su quella descrizione del mondo nota come LQG (“loop quantum gravity”), cioè l’universo a loop, contrapposta all’altra (che per ora va per la maggiore) che è la descrizione dell’universo attraverso la teoria delle stringhe (“string theory”). Ma a me non interessa. A me fa piacere essere partiti dal soggettivo, e passando per Proust, essere tornati a me stesso. Il saggio, alla fine, pecca ancora di qualche parte divulgativamente debole, per cui non otterrà il massimo dei voti. Ma “solo” un giudizio più che sufficiente, ed una spinta a leggerne, anche saltandone qualche passo. Perché comunque fa pensare, e, se volessimo essere anche più bravi, ci permetterebbe (cosa che ho saltato) di passare da Democrito ad Aristotele, da Sant’Agostino a Newton, fino a Husserl e Heidegger. Questo però è materia altra da me.
“Se nient’altro intorno cambia, il calore non può passare da un corpo freddo a uno caldo (Clausius)” (29)
“Per tutto quanto si muove, il tempo passa più lento.” (39)
“Ogni giorno muoiono innumerevoli persone, eppure quelli che rimangono vivono come se fossero immortali (Mahabharata)” (173)
Eccoci alla prima trama di ottobre e quindi ai libri letti in luglio, un mese praticamente monopolizzato da i bastardi di Pizzofalcone di De Giovanni e dal capitano Martin Bora di Pastor. Per il resto, ordinaria amministrazione, a parte la pessima (per me) riuscita di McEwan.

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Ian McEwan
Miele
Einaudi
s.p.
1
2
Maurizio De Giovanni
Gelo per i bastardi di Pizzofalcone
Einaudi
14,50
3
3
Donna Tartt
Il cardellino
Rizzoli
9,90
2
4
Maurizio De Giovanni
Cuccioli per i bastardi di Pizzofalcone
Einaudi
14,50
3
5
Ben Pastor
Il signore delle cento ossa
Sellerio
s.p.
2
6
Ben Pastor
Lumen
Sellerio
14
3
7
Maurizio De Giovanni
Pane per i bastardi di Pizzofalcone
Einaudi
14,50
3
8
Maurizio De Giovanni
Souvenir per i bastardi di Pizzofalcone
Repubblica Noir
7,90
3
9
Maurizio De Giovanni
Vuoto per i Bastardi di Pizzofalcone
Einaudi
s.p.
2
10
Ben Pastor
I piccoli fuochi
Sellerio
15
3
11
Graham Greene
Il fattore umano
Mondadori
9,50
3
12
Claudio Coletta
Il manoscritto di Dante
Repubblica Noirissimo
7,90
2
13
Ben Pastor
La strada per Itaca
Sellerio
15
3

In queste giornate ho anche avuto il piacere di salutare amici che non vedevo da tempo immemore e da sentirmi da loro sorretto, come se ci si fosse lasciati da una settimana. Un bel sentimento, che mi sprona ad affrontare positivamente anche questo mese compleannico e felice.