domenica 3 novembre 2019

Italia in maglia "noir" - 03 novembre 2019


Paolo Fiorelli “Pessima mossa, maestro Petrosi” Repubblica Italia Noir 26 euro 7,90
[A: 22/11/2016 – I: 25/05/2019 – T: 26/05/2019] && +
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 361; anno: 2015]
Paolo Fiorelli è qui alla sua prima uscita da scrittore, da under 50 marchigiano che normalmente scrive di cinema su “TV Sorrisi e Canzoni”. Se quindi è ovvio che sappia del mondo in celluloide, da questo scritto, e dalle note sparse in rete, è di sciuro una persona che conosce gli scacchi, ed anche molto a fondo. Tant’è che, per molte parti, questo “forse” giallo si scopre manuale di descrizione delle battaglie sulle 64 caselle. Cosa che, se non ne avessi quanto meno un’infarinatura, mi avrebbe lasciato più storto di quanto in realtà non sia avvenuto. E che mi faceva pensare come fosse forse un libro più degno della lettura del mio amico Mauro. Peccato, che l’inizio era invitante. Si attende il conte Vitti, uno dei due finalisti del Grande Torneo di Scacchi. L’altro, il Grande Maestro Achille Petrosi, è arrivato, ha effettuato l’apertura ed avviato i cronometri di gara. Ovvio che l’attesa sarà lunga, e poi infinita, dato che il Conte viene trovato morto nella sua villa. Da qui, Petrosi, che seguiamo per tutte le 350 pagina del libro, incartarsi nella più semplice eppur complessa indagine, effettua la sua “pessima mossa” del titolo. Vuole trovare l’assassino, anche se polizia e magistrati vari non lo vorrebbero tra i piedi. Con una esasperante lentezza, fortunatamente intervallata da qualche lezione di scacchi, arriviamo così a comprendere chi sia Petrosi e chi sia il Conte. La vittima è stato tempo addietro una vedette scacchistica, poi si è lentamente ritirato nella sua villa. Scopriamo che trafficava pericolosamente con oggetti d’arte forse trafugati, con frequenti visite in Francia. Scopriamo che è probabilmente gay, con un ultimo compagno un po’ disturbato, un giovane scacchista ciclotimico. Scopriamo che è sodale di un grande esperto del gigante degli scacchi Alexander Alekhine, sodalizio che fa comperare al conte ed al professore due rottweiler quasi gemelli. Dal canto suo, anche Petrosi è affascinato dal campione del mondo degli anni Trenta, tanto che ne studia continuamente le partite. In questo andamento duale, approfondiamo anche la conoscenza del Grande Maestro. Divorziato da un’attrice che gli ha lasciato un figlio da crescere, o meglio che ha cresciuto, visto che il Gran Maestro è prossimo alla cinquantina, ed il figlio Nicola è sui venticinque anni. Figlio che odia profondamente il padre (senza che io ne abbia capito i motivi profondi), che però dal padre prende la passione scacchistica. Solo per fuggire da casa, e da campione italiano, trasformarsi in Gran Maestro Francese, anzi, più che Gran Maestro, visto che entra tra i primi dieci nella Classifica Mondiale. Achille ha anche una madre di una pallosità gigante, da cui non riesce a staccarsi, neanche quando va in trasferta al torneo di Cannes. Vediamo poi i sodali scacchisti del circolo italiano fulcro della vicenda. In particolare, l’albanese Daxa, irruento ma sempre pronto a dire una parola per far ragionare il mostro investigatore dilettante. E la giovane russa Alexandra Kostina, badante part-time, campionessa in potenza, ma soprattutto con un debole per Achille. Motivo per cui, a parte il giallo, per tutto il libro faccio il tifo affinché Aki si affranchi da tutte le pastoie, e posso sfruttare una buona apertura verso Ale. Come detto, è tutto anche farcito di scacchi questo libro, per cui, oltre a seguire alcune partite, descritte con la notazione usale degli scacchi (ma se una non ne sa molto, risultano pagine criptate), ci immergiamo in vari pezzi di bravura: difesa spagnola, gambetto di donna, arrocco lungo, difesa est indiana. Si potrebbe continuare, ma forse si va un po’ troppo sul tecnico. Fiorelli, invece, torna spesso su Alekhine, sulla sua storia (che meriterebbe una trama a sé), e sulla scacchiera con cui si allenava, e sulla quale si diceva avesse sviluppato il suo “Metodo”, una serie di mosse del giocatore con il Bianco, che consentirebbe appunto al Bianco di vincere sempre. Questo è il miraggio (o la realtà) che hanno offuscato gli ultimi anni del Conte, e che, in seguito ad un concatenarsi di elementi lo hanno portato alla morte. Petrosi capisce come si sono svolti i fatti proprio durante il torneo di Cannes, dove affronterà anche il figlio in una cruenta partita. Perché, come ci insegnano i manuali, se sparisce (manca o altro) il Difensore del Re, la partita è persa. Non mi addentro oltre nella trama, ricordando solo che, altro elemento di curiosità ed interesse, è la citazione e riproposizione a più riprese del cosiddetto “Caso Wallace”, dove uno scacchista degli Anni Trenta, usando come alibi anche una partita di scacchi, a forse ucciso, o forse no, la moglie. Fu un caso di gran risonanza, tanto che ne scrissero maestri della suspense come Raymond Chandler e P.D. James. Ma che, ad 80 anni dai fatti, non è stato ancora risolto. Il “caso Vitti”, invece viene risolto, ma la lettura è costata una grande fatica. Speravo decisamente meglio, laddove il punteggio di gradimento risale solo perché, in fondo, a me, gli scacchi, piacciono.
“Vivere come un bambino è una delle cose più profonde che un uomo possa fare.” (338)
Marco Ghizzoni “I peccati della bocciofila” Repubblica Italia Noir 32 euro 7,90
[A: 17/01/2017 – I: 31/05/2019 – T: 02/06/2019] & e ¾
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 317; anno: 2015]
Marco Ghizzoni, trentacinquenne o giù di lì cremonese, dopo aver sfornato un giallo (secondo la critica) di discreta ed ironica fattura, “Il cappello del maresciallo” (che né lessi né ho in mente di leggere), continua in questa sua seconda opera le gesta del maresciallo Nitto Bellomo. E se gli scrittori in genere hanno della coerenza, data questa lettura di poco spessore, continua anche a fare l’Andrea Vitali in salsa cremonese. Perché, come in una Bellano senza lago, continua a narrare avvenimenti ed intrecci vari che si susseguono nella cittadina di Boscobasso. Lo spunto è l’idea di portare la cittadina agli onori della cronaca provinciale facendole vincere il campionato provinciale di bocce. Per fare ciò bisogna allenarsi, ed allora il sindaco Ferraroni ed il suo braccio destro don Fausto decidono di costruire un bocciodromo. Ovviamente i punti salienti del bocciodromo, oltre alle bocce, sono il campione locale di bocce Dermille Valcarenghi, e la barista del bar annesso, nientedimeno che una brasiliana. Sposata, certo, ma sempre di brasiliana si tratta, con tutto ciò che tale mitologica figura rappresenta nell’immaginario collettivo maschile. Il maresciallo Bellomo, infatti, non si sbagliava nel prevedere tempi duri nel suo lavoro, basta poco per mettere in pericolo la pace del luogo. Il maresciallo si trova così costretto a indagare su vari casi che altrimenti non si sarebbero verificati: risse, la scomparsa di una persona, un avvelenamento. Tutti gli abitanti di Boscobasso sono coinvolti in qualche modo nelle varie vicende che mettono in fermento il paese, persino la perpetua Franca. Fin dall’inaugurazione capiamo che il bocciodromo sarà al centro degli avvenimenti. La bocciofila Alma Mater del locale oratorio ne ha bisogno per le qualificazioni provinciali. La squadra è capitanata dal 73enne sporcaccione e gran bevitore Dermille Valcarenghi, vedovo con due figlie zitelle e vergini, Grazia (47) e Cinzia (45). Il bar del nuovo impianto è gestito da due brasiliani, la 25enne Juliana, bruttina e in carne, molto simpatica e appariscente, col marito Adriano, secco e timido. Dermille si fa avanti, lei però è attratta dal bellissimo “tocco” Federico, ci scappa una rissa (chi era Fede e chi Cannizzaro). Ci scappa Juliana che scappa. Ci scapperà un tentativo di mettere fuori causa Dermille prima delle finali regionali. Tutto il paese vi gira intorno: il parroco e la perpetua, la figlia di lei e l’appuntato, il sindaco e il maresciallo, l’oste e il brigadiere. Il prete che vuole tenere alto il nome della cittadina, il sindaco pronto a tagliare il nastro davanti ad un a folla urlante che inneggia alla squadra  dell’Alma Mater pronta per la serie B, gli anziani ma gaudenti giocatori di bocce che affollano il bar della prosperosa brasiliana,  coloriti personaggi  che ricordano i tifosi del Borgo Rosso in un mitico film di Alberto Sordi, ma soprattutto somigliano incredibilmente alle persone comuni che chiunque di noi ha incontrano in un  qualsiasi paesino della provincia italiana. Alla fine, però c’è ancora qualcuno, come il parroco don Fausto, che farà i conti con la propria coscienza, domandosi se la bocciofila sia un dono di Dio o uno strumento del demonio e riflette se sia il caso di mettere in gioco l’anima dei suoi parrocchiani per vincere il campionato di bocce. In questo romanzo, noi che non abbiamo letto il primo, conosciamo i vari personaggi che vivono, indagano, vanno curiosando per il paese, come appunto il maresciallo dei carabinieri Nitto Bellomo che proviene da Agrigento, il brigadiere Mancuso, l’appuntato Cannizzaro che ama disperatamente Elena la più bella ragazza del paese, la madre Franca perpetua di don Fausto parroco del paese. Il punto poco felice della narrazione, che altrove sarebbe di forza, è la brevità dei capitoli, che finiscono senza dar modo di entrare nel corpo della vita reale della cittadina. Finiscono anche per non far risaltare i piccoli o grandi crimini commessi. Qualcuno avvelena Dermille o è solo indigestione? Federico Cannizzaro è solo un carabiniere tipico (quindi un po’ stolto) oppure, realmente innamorato di Elena, resisterà oltre ogni dire alle avance della brasiliana? La coppia sudamericana è connivente o consenziente? E quale sarà mai il rapporto tra la perpetua Franca e l’unico vero punto di ristoro del paese, prima che si aprisse il bocciodromo? Insomma, se peccati ci sono, sembrano assai veniali, e la scrittura di Ghizzoni, pur allegra e sul filo dell’ironia ben pensata, non riesce a risollevare le sorti di un romanzo che non è comico, non è un giallo. Insomma, non è e basta. Mi pare che troppi siano ultimamente gli epigoni di Camilleri che puntano su di una scrittura leggera, su piccoli equivoci, sulla localizzazione degli avvenimenti. C’è chi ci riesce, e chi no. Per ora, Ghizzoni è tra i secondi.
Daria Lucca “Distanza di sicurezza” Repubblica Italia Noir 33 euro 7,90
[A: 26/01/2017 – I: 28/06/2019 – T: 30/06/2019] && +
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 441; anno: 2014]
Direi che sicuramente è un buon inizio di scrittura, questo della giornalista Daria Lucca, cronista giudiziaria di tante vicende, che cominciò a macinare processi e trame dal suo primo incarico come inviata del Manifesto sul luogo della strage di Bologna del 2 agosto 1980. Inoltre, non è un caso che sia passata anche nelle fucine dell’Espresso, anche se il suo attuale approdo a “Il Fatto quotidiano” non mi prende più di tanto. Ma la lunga esperienza sui crinali tra lecito ed illecito le ha fatto vedere, come a molti di noi illuminati, le potenzialità dell’uso del giallo nella scrittura di intrecci socioeconomici sostenibili, piuttosto, o forse anche, per scenari politico antropologici di sicuro riflesso reale. Così, penna alla mano, idee, in testa, ha una illuminazione interessante. Il numero di morti per omicidi e affini è statisticamente paragonabili a quello dei decessi causati da incidenti stradali. Sarebbe allora possibile camuffare un omicidio in incidente stradale? Sopra questa idea, nasce la prima storia della vicequestrice (o vicequestore?) Amanda Garrone. Sul solco delle idee “manziniane” dei poliziotti “promoveatur ut amoveatur”, la nostra Amanda, dopo essere stata coinvolta, come dirigente della Mobile romana, in un mancato arresto di droga ad un onorevole ben in vista, viene spedita in purgatorio presso la Polizia Stradale di Aprilia. Dopo pagine e pagine di altro, la nostra scrittrice ci racconta anche per filo e per segno come e perché Amanda abbia preso una “toppa” nel cercare di incastrare un sottosegretario. Ma è un dilungarsi che non ha grosso impatto sul corpo centrale del racconto. Anzi, cerca di fornire spiegazioni e moventi che potevano rimanere tra il detto ed il non detto, con un sicuro aumento del fascino del personaggio. La cui vicenda centrale inizia un venerdì 17 dicembre alle ore 12:45. Dato che io sono uno che non lascia i punti in sospeso, visto che lo scritto è del 2014, l’azione deve svolgersi nel 2010, laddove appunto il 17 dicembre era un venerdì. In quella data, un praticante avvocato, Gaspare Santi Fanti, figlio di un notissimo principe del foro, investe l’imprenditore Corrado Brachetto, da sempre sospettato di fare “il cravattaro”, come si dice a Roma, ma mai incastrato. Per i non romani, spiego che il termine sta ad indicare chi presta denaro ad usura, per poi volerne la restituzione, lasciando senza soldi e senza fiato il ricevente. Come chi viene stretto al collo da una infelice cravatta. Torniamo però al testo, ed al suo vagare nell’area del Castelli Romani (cosa che di certo ha dato un pelino di giudizio in più, anche se parlare di Porchetta di Ariccia quando ben conosciamo la Porchetta di Soriano è una grande eresia). L’idea poco gialla dell’incipit del libro, per noi attenti ed un po’ maniaci, ci fa scatenare il panico. Se Gaspare telefona prima dell’omicidio, come mai, per tutto il libro nessuno, ripeto nessuno, fa un controllo sui tabulati telefonici? Ma questo toglierebbe tutto il piacere del testo, che invece, sulle orme di Amanda, ci consente di svelare, passo dopo passo, sia la vita dell’usuraio Brachetto, i suoi traffici, le sue soperchierie, e tutto il mondo di mezzo tra lecito e illecito. Mentre sull’altro piatto della bilancia si va poco avanti per comprendere le motivazioni del gesto di Gaspare. La scrittrice tenta, con un buon mestiere, di soffiarci fumo negli occhi, di presentare possibili moventi, scenari alternativi. Ma noi si era capito tutto al 90% dalle prime venti pagine. Non per questo, tuttavia, ci si lascia sopire dalle seguenti 400. Che fa comunque piacere, nell’ambito di quel discorso socioeconomico ed antropologico, scoprire i mondi di Amanda Garrone, il dolore-amore verso la figlia che decide di andare a vivere con il padre. Ed ovvio, che nell’ambito della nascita di un personaggio, si cerchi anche di delineare i contorni, le squadre in gioco. I poliziotti fidati, gli amici con cui si discetta intorno ad un buon mangiare. I rapporti con gli altri corpi dello Stato (magistrati, carabinieri, servizi di sicurezza) che si uniscono al gioco, cercando di complicare la trama principale. O magari qualche suo rivolo nascosto. Io, invece, con stringatezza e leggerezza torno al filone principale, che è interessante sia per l’assunto che dicevo prima, sia per quell’idea pazzariella che mi viene leggendo: ma c’entra qualcosa, nella mente di uccisioni “strane”, Marta Russo? Una domanda spero senza risposta. Perché la storia dell’usuraio si intreccia con festini di alto bordo che si perpetrano nelle ville aristocratiche dei dintorni romani. Una vicenda “quasi” parallela che metta a rischio anche l’incolumità della nostra bella Amanda, una storia che si intreccia anche con loschi traffici est-europei. Ma, sebbene servano a riempire il romanzo, poco apportano alla vicenda principale. Delineano meglio contorni altri. Tuttavia, aspetteremo, anche senza troppo ansia, che ci sia un seguito per capire se seguiremo il vicequestore Garrone.
Claudio Coletta “Il manoscritto di Dante” Repubblica Noirissimo 31 euro 7,90 (in realtà scontato a 5,25 euro)
[A: 10/01/2018 – I: 28/07/2019 – T: 29/07/2019] & +
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 169; anno: 2016]
In realtà, non ho niente di particolare contro l’ottimo dottor Coletta, le sue storie e la sua scrittura. Tra l’altro, a parte questa ripubblicazione nelle collane di Repubblica, gli scritti del mio quasi coetaneo sono pubblicati da Sellerio, che è un marchio di generale garanzia per la scrittura, e quindi, per noi agenti passivi, per la lettura. Tuttavia, questo scritto, di veloce e poco impegnativa lettura, non prende, non coinvolge, non muove (quasi) nessun moto dell’animo, se non quanto riporto nel finale, ma per motivi altri dalla scrittura e dalla riflessione. Ipotizzo, non avendo letto gli altri due libri pubblicati prima di questo, che a tenere le fila sia una sorta di scrittura seriale. Immagino, cioè, che il poliziotto che segue le indagini e che risolve il caso, Nario Domenicucci, sia presente anche negli altri libri. Questo spiegherebbe che la sua presenza non sia introdotta da descrizioni, menzioni, rimandi. E spiega anche che non vengano motivati in altro modo la presenza di una moglie (Annelise), di un figlio down (Edoardo), l’ambiente genovese della vita cittadina di Nario, nonché la sua appartenenza all’Europol. Capisco che non si voglia appesantire la narrazione, ma i serial writer che si rispettino trovano il modo di far capire al povero lettore tutto quanto è accaduto prima della presente narrazione. Dato che è un po’ superbo presupporre che io lettore abbia già letto tutti i tuoi precedenti libri (a meno che quest’uno non sia il qui scrivente tramatore; in genere infatti leggo i libri cronologicamente, ma questo a partire da un punto di attacco, che non sempre, però, è il primo volume della serie). Detto questo dei personaggi, e lasciati in Italia quelli poco funzionali alla trama principale, il filo del giallo si snoda in una Parigi della memoria. Coletta tributa i dovuti omaggi al “maestro” Simenon, il Quai des Orfevres, alcuni paesaggi cittadini (il quai de la Rapée dove c’è l’Istituto di Medicina Legale, e fu teatro del romanzo “Maigret e il barbone”), birrerie e caffè, un giovane agente di nome Lapointe (“il giovane Lapointe”), ed un accenno al Popinga che guardava i treni. Poi cerca di imbastire una trama che si vuole sensata, ma che ci vogliono quasi cento pagine per capirne qualcosa. Viene trovata morta una ricca ed attempata signora, il segretario (giovane ed aitante italiano) scompare, il maggiordomo tuttofare Kowalski (spero un caso che si chiami come il pinguino della serie “Madagascar”) dice molto e forse tace molto. Si scopre la scomparsa di tre quadri: un Picasso, un Constable ed un appena arrivato Giorgione. Su questo (chissà perché) si appuntano le ricerche di Domenicucci. Si risale alla vendita, pilotata dall’avvocato della signora, tal Jalabert. Quadro sottoposto ad expertise, che ne attestava la presunta falsità, ma ugualmente acquistato per una cifra enorme dalla famiglia De Soissons, nobili in decadenza. Piccolo siparietto campestre nella magione dei nobili, comunanza di idee con la bella Eleonore de Soissons. E finalmente, quando anche io sono arrivato alla fine di queste note, ed anche alla fine della pazienza di un libro che dovrebbe avere qualche motivo per intitolarsi “Il manoscritto di Dante”, si scopre che il finto Giorgione serviva solo a far transitare nelle mani della ricca signora le uniche due pagine scritte di pugno dal poeta. Fiction grandissima, che si sa che nessun manoscritto dantesco della Commedia è a noi pervenuto (quello più accreditato è la versione di poco posteriore alla morte di Dante e redatto da Giovanni Boccaccio). Tra l’altro ci sono una quindicina di inutili pagine introduttive sulle vicende trecentesche di quelle due pagine, cadute casualmente nelle mani di tal Ludovico di Soissons (ecco il collegamento…). Il finale è convulso e poco credibile. Il segretario amante è ben presto tolto dai sospetti, avendolo trovato anch’esso morto. Jalabert scompare. Kowalski fa il misterioso. Domenicucci, dopo un lungo colloquio con Eleonore, capisce che ci deve essere altro sotto, entra furtivamente nella casa della morta, entra nella camera blindata dove trova il cadavere di Jalabert, rischia di morire nella stessa. Ma senza motivo alcuno viene salvato, e proprio da chi ha ucciso Jalabert, anche se è forse proprio Jalabert che ha ucciso la signora. O forse no? Fatto sta che questo salvataggio è un mistero, che porta anche al mistero perché il ladro ultimo si allontani con il manoscritto, e poi si getta con tutte le carte nella Senna. Così, e finalmente, anche le ultimi possibili copie de “l’amor che move il sole e l’altre stelle.” Scompaiono dal mondo. Insomma, Coletta si avvia su una strada, ne tira fuori un’altra per virare il racconto sul poliziesco, impiega cento pagine per ricollegare le due strade, e si affretta in un finale convulso a cercare di chiudere molte porte, ma lasciando tutto un po’ velocemente trattato. Tanto che, ad esempio, non si capisce chi sia il misterioso orientale visto con Jalabert, né verrà mi svelato. Dicevo sopra, veniamo al congiungimento mentale, unico elemento che mi ha svegliato da una lettura soporifera. Ad un certo punto, Domenicucci, solo a Parigi, va al cinema a vedere un film con Jeanne Moreau, dove si incuriosisce per una colonna sonora firmata M. Davis. E lì non dice altro. Ora, forse non sarò un cinefilo come alcuni miei illustri cugini, né un musicofilo attento, ma bastano questi due accenni per collocare il film nella sua giusta luce. Si tratta di “Ascensore per il patibolo”, primo film, e capolavoro, di Louis Malle, con la colonna sonora registrata dal vivo da Miles Davis. Un film ed un album capolavori. Solo nelle ultime pagine, Coletta butta lì il titolo del film. Ora, o Domenicucci è un alieno di film (anche se sembra un patito di James Bond) oppure questo è un tentativo di fare “il divertente”, assolutamente non riuscito. A prescindere da ciò, potete evitare di leggere il libro, ma andate a vedere, se vi capita, il film. Se ne dovrebbe parlare, è geniale!
Essendo agosto un mese di viaggi, spesso si legge meno. Come quest’anno, guidati in una bellissima Irlanda, ecco che ci rimangono otto libri letti, abbastanza piatti, a parte l’ottimo saggio di Carlo Rovelli sul tempo.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Ben Pastor
Kaputt Mundi
Sellerio
15
2
2
Ben Pastor
Il morto in piazza
Sellerio
15
3
3
Ben Pastor
La venere di Salò
Corriere della Sera Arte
7,90
2
4
Ben Pastor
La notte delle stelle cadenti
Sellerio
15
2
5
V. S. Naipul
La máscara de África
Debolsillo
s.p.
3
6
S.S. Van Dine
Il caso del terrier scozzese
Newton Compton
s.p.
2
7
Carlo Rovelli
L’ordine del tempo
Adelphi
14
4
8
Osvaldo Guerrieri
Schiava di Picasso
Corriere della Sera Arte
7,90
3

Salutando gli ottimi amici bolognesi di week-end romano, e sperando si riescano a concretizzare le idee estive (non è mai troppo presto), eccoci ad affrontare un novembre che si preannuncia caldo e piovoso. Niente viaggi in vista, ma tanti consolidamenti di affetti, di visite, di amicizie. 

domenica 27 ottobre 2019

Una trama scontata - 27 ottobre 2019

Ebbene sì, questa settimana un poker di libri quasi tutto arrivati gratuitamente. Due graditi prestiti del mio amico Roberto, un regalo natalizio ed uno sconto niente male presso un mercatino. Peccato che Faber sia molto al di sotto delle aspettative e che Wu Ming sia a volte troppo complicato per i miei pochi neuroni. Rimangono i prestiti, per diversi versi, come vedrete, entrambi interessanti.
Michel Faber “Sotto la pelle” Einaudi euro 13,50 (in realtà, scontato a 3 euro presso il “Mercatino di San Giovanni”)
[A: 27/11/2016 – I: 27/05/2019 – T: 30/05/2019] - & ½
[tit. or.: Under the Skin; ling. or.: inglese; pagine: 268; anno 2000]
Ci sono momenti in cui mi capita la lettura di una serie di libri che non mi soddisfano, e che porto a compimento solo per parlarne (male) con voi. Sperando, magari, che la vostra percezione, se li avete letti, sia diversa dalla mia, e mi possiate convincere che no, ne vale va la pena, era un libro non dico capolavoro, ma con almeno dei punti di interesse. Peccato allora, che dopo Palahniuk, mi sia capitato questo libro dell’olandese-australiano-scozzese Faber. Di cui avevo letto, e con interesse quello che viene considerato il suo libro migliore (“Il petalo cremisi ed il bianco”), seppur ne avevo letto una decina di anni fa. Girovagando in attesa di Alessandra presso il Mercatino, ho invece scovato questa copia in ottimo stato del suo primo libro. Beh, prendiamolo, che prima o poi si legge. Purtroppo, si legge e si esce dalla lettura dicendo: ma cosa diavolo ha scritto? Una storia in cui vediamo una bella donna, Isserley, andare su e giù per le campagne scozzesi, prendere ogni tanto degli autostoppisti, e far loro una specie di terzo grado. Chiede la provenienza, la famiglia, se c’è qualcuno che li attende, poi com’è la loro vita, qualcuno che possa notare la loro scomparsa. Dopo l’interrogatorio, se si ritiene soddisfatta, li droga e li rapisce. Dopo aver subito un inizio spaesante, quasi fossimo sulle soglie di un giallo, Faber ci porta con un salto mortale in un racconto di Arthur C. Clarke (quello di 2001 per chi non fosse fantascientifico). Perché Isserley è sì bella, ma anche un po’ strana. Ha una scollatura profondissima, ma vestita con abbinamenti improbabili. Certo gli autostoppisti sono perplessi, che al posto di Isserley non avrebbero preso nessuno. Ma qui si scopre il mistero: Isserley è un’aliena con il corpo modificato per sembrare una donna attraente in modo da poter svolgere bene il suo lavoro di rapitrice. C’è tutta una banda di alieni che si è trasferita sulla Terra, in quella fattoria scozzese, ma solo lei ed il suo capo, che deve andare in giro, hanno il corpo modificato. Questa banda aliena, in realtà, seppur evoluta, viene da una razza quadrupede, vagamente canina. Nel pianeta natale, il cibo comincia a scarseggiare, ed allora, per rifornirsi di proteine, i quadrupedi prendono gli umani, li mutilano, li mettono all’ingrasso, e, una volta bistecchizzati, vengono spediti al pianeta d’origine. Tutta la storia, in sé, si trascina ripetitivamente su questo filone. Isserley va in giro, c’è la storia con l’autostoppista, a volte liscia, a volte con qualche problema, che magari l’incauto passeggero vorrebbe fare delle avances alla bella guidatrice, ma alla fine questo viene drogato e portato nella fattoria. Isserley ha qualche pensiero di ribellione, a questa routine immutabile da troppo tempo, anche perché soffre spesso di dolori articolari (d’altra parte ha subito modifiche profonde). Ci sono poi due crepe, nella banale routine. Viene il figlio del capo dallo spazio, che incautamente libera degli autostoppisti, che però vengono presto presi, e subito uccisi. La polizia, inoltre, comincia a domandarsi, anche se i rapiti sono pochi, dove finisca la gente. Il tutto porterà ad un collasso, anche perché Isserley ha dei problemi con la macchina, forse ha un incidente. Mentre arriva la polizia deve solo decidere se farsi curare o far saltare tutto in aria. Questa storia bislacca, che si legge fino alla fine senza troppa partecipazione, nella mente “politica” dell’autore, probabilmente doveva servire ad innescare appunto problemi politici: l’identità e l’autonomia corporea, sessismo e genere, rapporto uomo – animale da macello. Sul primo tema, ci si domanda quanto il corpo governi il modo di essere, la vita nostra. Se quindi ci possa essere una corrispondenza tra corpo ed identità percepita. Il secondo tema riguarda l’esterno. Isserley è vista come una donna, ed allora Faber si chiede: è possibile diventare donna? Una domanda che molti di genere incerto si domandano, senza, io credo, una risposta certa. Infine, c’è l’orrore della mutilazione e dell’ingrasso. Se i bovini fossero senzienti (o i maiali o le oche o qualsiasi animale allevato in attività), come reagirebbero al fatto di diventare carne da macello? Quello che fa la razza di Isserley agli uomini non è altro quello che noi facciamo alle vacche. Ma se Isserley ed i suoi ci indignano, quanto ci manca per diventare vegetariani? Il libro alla fine pone molte domande, e Faber evita accuratamente di fornire una sola risposta diretta. Ma la sua lettura è faticosa, non si empatizza né con Isserley né con gli umani. Si arriva in fondo a fatica e si spera di leggere qualcosa di meglio nel futuro. Come direbbe un critico migliore di me, “un libro serenamente evitabile”.
Wu Ming “Proletkult” Einaudi s.p. (Natalino di Nico&Benny)
[A: 25/12/2018 – I: 28/05/2019 – T: 31/05/2019] - && e ½
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 333; anno 2018]
Situazione complessa questa del libro e dei giudizi a lui relativi. Prima di tutto, un grazie molto esteso a chi, sprezzante del pericolo e dei miei strali, mi ha fatto questo regalo. Non credo avrei mai comprato il libro, ma sono contento di averlo letto. Secondo punto, il contesto, che è stimolante, che mi ha coinvolto, che mi ha consentito di andare alla ricerca di spunti e di apprezzamenti vari, sui protagonisti del romanzo, sulle loro azioni, su chi erano realmente e su come potessero essere disvelati in altro una volta inseriti in un contesto diverso. Terzo punto, infine, e per contrasto, la scrittura ed il testo, che invece non si sollevano in maniera palese da una lettura difficile e non coinvolgente. Il tentativo di mascheramento fantascientifico di alcuni punti della trama è forzoso e non facile, né da leggere né da decrittare. Quindi un testo che sarebbe perfetto per una disamina molto intellettuale e cerebrale, ma che, proprio per questo, rimane con un giudizio che non può essere sufficiente. Un libo deve avere la forza di ergersi sul cuore e sulla pancia, sulla testa e sugli apparati sessuali, tutto in modo armonico. Qui, purtroppo, anche se con una bella capacità e felicità di invenzione, è tutto e solo di testa. Tanto per fare un esempio, uno dei temi centrali è la “Tectologia”, cioè la “Scienza generale dell'organizzazione”, il pallino del protagonista del libro. Ed allora, Wu Ming decide di organizzare il libro stesso in maniera tectologica: il libro viene diviso in tre parti, ogni parte in undici capitoli, per portare il computo totale a 333 pagine. Qui, ad esempio vediamo la tectologia contrapposta alla matematica, perché (e non chiedetemi di farvi tutto il ragionamento, ma cercate di intuirlo), in modo corretto, Wu Ming avrebbe dovuto scrivere un libro di 363 pagine. Comunque, venendo alla trama oggetto di queste mie scritture, rileviamo come questo sia un nuovo e forse più coinvolgente capitolo delle riflessioni del collettivo bolognese intorno al concetto di “rivoluzione”. Non entro negli altri testi di Wu Ming che ne parlano (qualcuno più bravo di me lo potrà fare). Qui, rispetto ad altri contesti di riflessione, parliamo della Rivoluzione russa, di cosa poteva essere, di cosa è stato. Cioè si passa da un “periodo ipotetico dell’irrealtà”, ad un “periodo ipotetico della possibilità. Perché Proletkult fu realmente un progetto culturale imbastito agli inizi del secolo scorso dal politico, filosofo e medico russo Aleksandr Aleksandrovič Malinovskij detto Bogdanov. Il Proletkult si basava su principi organizzativi “tectologici”, vale a dire, nella formulazione teorica di Bogdanov, secondo un modello di sviluppo sociale cooperativo, collettivo e a-gerarchico. In particolare, Bogdanov non credeva che una rivoluzione proletaria potesse essere veramente efficace se non si fosse fondata sulla capacità delle classi lavoratrici di produrre una loro cultura e un differente sistema di relazioni sociali. Tale approccio fu osteggiato dalla fazione leninista del partito, proiettata verso la centralizzazione del potere negli apparati statali. Se il progetto di Bogdanov avesse prevalso sulla centralizzazione burocratica leniniana come si sarebbe evoluta la Rivoluzione Russa? La trama ideata da Wu Ming vede una trasposizione della realtà di Bogdanov, in una possibilità diversa. Bogdanov, nel 1908, scrive il romanzo di fantascienza “La stella rossa”, dove descrive l’applicazione tectologica ad una vita di comunismo realizzato, ovviamente su Marte, il “pianeta rosso”. Wu Ming ipotizza che non sia un romanzo, ma una narrazione di quanto sia avvenuto ad un sodale di Bogdanov, il buon rivoluzionario Leonid Voloch, che dopo i fallimenti delle velleità rivoluzionarie del 1905, sparisce misteriosamente, per andare a trascorrere del tempo sul pianeta Nacun, dove genera la piccola Denni. Poi Leonid scompare, ed ora Denni scende sulla terra per cercare il padre (che non troverà) e per confrontarsi con Bogdanov ed il suo scritto, proprio per fargli (e farci) toccare con mano le differenze tra il comunismo russo ed il comunismo nacuniano. Perché su Nacun si stanno esaurendo le risorse e bisogna trovare un nuovo modello di sviluppo. Perché in Russia, e più in generale sulla terra, il comunismo prende una piega di fossilizzazione che lo porterà altrove. Un esempio eclatante, quando ad esempio Bogdanov e Denni guardano il manifesto pubblicitario di “Notti Bianche”, un profumo che, per Bogdanov, rende tutti, anche i poveri, sani ed eleganti come i principi. E Denni replica: «a me pare che venda un modello di bellezza… quello dei parassiti del vecchio mondo». Saltando tutti gli avvenimenti, ma non i rimandi di cui parlerò più avanti, la conclusione, del libro di Bogdanov, dei discorsi di Denni, e dei Wu Ming riguarda proprio il motivo per cui Denni è partita da Nacun, e non solo per ritrovare il padre. La prospettiva dell’esaurimento delle risorse appartiene ad un futuro che è il nostro futuro, il futuro del nostro modello di sviluppo dominante. Domandiamoci, in maniera ridanciana, come interpretare l’affermazione di Denni “La verità è che siamo troppi, viviamo troppo a lungo, siamo troppo vecchi e abbiamo quasi esaurito le nostre risorse. Stiamo valutando la strategia migliore per espanderci nella vostra galassia, perché non si può fare il socialismo in un solo pianeta”. Cioè, domandiamoci, come farebbe WU Ming se fornisse delle soluzioni: che cosa succederà se non lavoriamo insieme per trovare forme di sviluppo più sostenibili? Ma se questo è (potrebbe essere) il senso del libro, il testo è percorso da rimandi e rinvii ad elementi di realtà, che vengono trattati come fossero un romanzo di Philip José Farmer (di cui parlerò prima o poi, magari controllate i saggi). Ad esempio, veniamo trasportati nella Villa di Capri di Maxim Gorki, dove assistiamo, tra l’altro, ad un’avvincente partita di scacchi tra Lenin e Bogdanov. La partita, realmente avvenuta e documentata da una nota fotografia, serve a rievocare la polemica filosofica tra i due rivoluzionari legata alle teorie dell’Empiriomonismo (il primo libro filosofico di Bogdanov del 1904, dove l’autore si scaglia non solo contro l’individualismo ma anche contro l’autoritarismo). Polemiche che spinsero Lenin a scrivere “Materialismo ed Empiriocriticismo”. Una polemica, che in fondo percorre tutte le idee del romanzo. Romanzo ci porta anche sui campi di battaglia dei Laghi Masuri, dove Bogdanov è dislocato come ufficiale medico e nella piazza centrale di Tifliis in Georgia (così scritta in una delle grafie dell’epoca cirillica, mentre sappiamo che il nome coretto è Tbilisi), dove assistiamo alla sanguinosa rapina, condotta dai rivoluzionari russi nel 1907. Una rapina organizzata dal Georgiano Stalin per finanziare la Rivoluzione, e che lasciò 40 morti nelle strade della capitale. Ma come detto, i passaggi fondamentali sono le discussioni, sono legati al passaggio dalla libertà e dalla sperimentazione ad un conformismo burocratico che strangola chi pensa con la propria testa. Ci sono le riflessioni tra Bogdanov, Lunaciarskij e Nadezhda Krupskaja, vedova di Lenin, sulla natura dell’arte sotto al socialismo, sul carattere “proletario” della nuova cultura statale, sul ruolo e sulla libertà dell’individuo nella produzione artistica. Sul terreno politico, il contesto è dominato dalle conseguenze del disastro della rivoluzione cinese del 1927. In quel periodo il Partito Comunista Cinese fu costretto da Mosca e dalla Terza Internazionale ad allearsi con i propri aguzzini del partito nazionalista del Kuomintang. Questo fallimento spinse la nascente burocrazia sovietica ad attuare una decisa virata a destra e a teorizzare definitivamente l’impostura del “socialismo in un paese solo” (vediamo allora come rileggere la frase di Denni sopracitata). In quei giorni, l’opposizione unificata, che aveva in Trotsky, Zinoviev e Kamenev i suoi esponenti principali, vede i suoi comizi dispersi a randellate e i suoi militanti dispersi o perseguitati. I vecchi bolscevichi e i militanti rivoluzionari dell’epoca d’oro sembrano impotenti ad arrestare l’ondata controrivoluzionaria. Alcuni di loro come Alexandra Kollontaj scelgono l’esilio volontario in Norvegia altri sono spediti nelle regioni più inospitali come Smilga, altri ancora come il protagonista del romanzo, si alienano dall’attività politica e si concentrano su studi scientifici. Bogdanov dirigerà infatti l’istituto di trasfusioni di Mosca dove studia e applica il “collettivismo fisiologico”. Poi, poco dopo le celebrazioni, nella realtà cercando di salvare un malato di tubercolosi, nel libro cercando di salvare Denni, Bogdanov cerca di utilizzare le sue capacità trasfusionali, con il risultato finale, in entrambi i casi, di lasciarci le penne. Insomma, come detto, un libro dal contesto affascinante, ma non sempre sorretto da un testo all’altezza.

[A: 22/12/2017 – I: 01/06/2019 – T: 04/06/2019] - &&& e ½
[tit. or.: A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again; ling. or.: inglese; pagine: 149; anno 1997]
Confesso che continuo ad avere difficoltà nella lettura di Wallace. Non per la scrittura, né per i libri in sé, ma per il modo in cui ci ha lasciato, e che non mi fa affrontare serenamente la lettura. Cercando allora di estraniarmi il più possibile, devo subito dire che questa è stata una lettura decisamente rilassante. Leggera, eppure sempre con qualche spunto (o più fi qualche, forse). Leggendone, mi veniva in mente il tentativo di Francesco Piccolo, in “Allegro occidentale”, di rinverdirne i fasti pochi anni dopo, anche senza crociera, ma con uno spirito affine. Ma veniamo al libro. Intanto, rilevo la solita poca cura nella titolazione italiana. Perché leggendo il titolo sembra che quanto faccia Wallace nel libro sia “divertente”, e che quindi per lui sia un dispiacere non farla più. Il titolo originale parla invece di una cosa “presumibilmente divertente”, cioè che è divertente per molta gente, non certo per lui, che dopo questa esperienza non la ripeterà più. E lo posso capire. Che personalmente sono assolutamente concorde: la crociera è una cosa che molti trovano interessante, e non io. Che ho fatto anni fa in Norvegia, e che, come Wallace, non ripeterò. Wallace intraprende una crociera “7 notti ai Caraibi” per conto della rivista Harper’s. Guarda con la sua acuta intelligenza, scrive, appunta, elabora. Ovviamente la rivista non pubblicherà il resoconto, che risulta tutt’altro che “attirevole” per i mondani lettori. Allora, Wallace riprende, allarga e ne fa un breve libro (questo) dove riesce a farci entrare nello spirito del 7NC, ed a farcene uscir presto. Perché sulla nave (e siamo nel 1995) bisogna divertirsi, bisogna rilassarsi. Quindi i gitanti sono in spirito per farlo, e tutto il personale si adopera per farvi sentire a vostro agio. Ogni momento è riportato con lo spirito con cui anch’io lo vedrei: le enormi masse, quasi greggi votate al macello, che attendono in una specie di hangar a duemila gradi di essere chiamati verso la propria nave e la propria crociera. Con un’età media elevata (e conseguenti malori ed altre avversità). Ed è un bene che Wallace la faccia 25 anni fa, che ora avrebbe anche un’invasione insopportabile dei neoricchi ex-sovietici. Wallace analizza il dépliant che magnifica il benessere ed il lusso atteso. Ma non ne troverà traccia, per lui, nei sette giorni. Anche se gli anziani, e tutti quelli che salendo a bordo lasciano a terra cervello e remore, si sentiranno coccolati. Anche se faranno la fila ai ristoranti, la resse alle piscine, brontolii e lamentale se si decide di fare una gita a terra. Badate bene, e lo sappiamo ora che le crociere sono diventate un oggetto del desiderio anche per una fascia di noi europei, ogni cosa, ogni azione, ogni spazio è stato pensato, calcolato e installato affinché il “ricco” passeggero (o almeno, anche se non ricco, tale che la servitù lo faccia sentire così) si riduca ad uno stato di vizio quasi materno, quasi si fosse ancora nella culla. Non è neanche il caso di cercare chi siano i membri dell’equipaggio che vi servono, come il professionale Àgoston, cameriere del tavolo di Wallace, serio, impeccabile, anti-umoristico, refrattariamente ironico. Wallace si domanda, nei suoi ritiri in cabina lontano da tutti chi siano i personaggi alla Àgoston  e si ripete che forse non è proprio il caso di porsi simili domande. Sono lì per coccolarvi, anche se, e Wallace lo sente, forse siete loro neanche tanto cordialmente antipatici. Anzi, Wallace ha la sensazione che tutto tenda a farlo sentire così. Ne escono fuori pagine di una tristezza unica, con degli spunti di feroce ironia, che, purtroppo, sono anche molto datati. Certo, si legge, certo siamo con Wallace a detestare tutta la massa intorno. Ed ovviamente apprezziamo il suo stile, fatto anche di tante note 8quasi alla Nabokov) che sono una parte integrante e complementare al testo. A me, tra tante spigolature, è rimasta impressa, e ne ho cercato per approfondire, tutta la disquisizione sull’angolo di Brewster, con quella particolare incidenza della luce sul piano del mare, che ne permette la polarizzazione, con effetti visuali notevoli sulla superficie marina. Se capita, si leggerà ancora di Wallace, anche se non lo andrò a cercare direttamente. Troppa è la tristezza, ed il rimpianto.
“Il modo migliore per descriverlo … è questo: perennemente in posa per una fotografia che nessuno sta scattando.” (131)

Imre Kertész “Essere senza destino” Feltrinelli s.p. (prestito di Fako)
[A: 22/12/2017 – I: 05/06/2019 – T: 16/06/2019] - &&&--
[tit. or.: Roman eines Schicksallosen; ling. or.: tedesco; pagine: 220; anno 1975]
Nonostante tutte le premesse, ed anche una serie di considerazioni che andrò facendo, questo pur bel libro non riesce a superare lo scoglio dei libri di gradimento. Perché alla fine risulta un po’ lento ed irrisolto nel finale. Forse sono anche io che mi sono legato troppo alla pagina che scorre poco, rispetto ad un contenuto che invece è un continuo pugno nello stomaco. Intanto, penso che una parte della colpa sia nella scellerata scelta della Feltrinelli sulla traduzione del libro. Kertész lo scrive nel 1975, ma in Ungheria ancora nel turbine sovietico ha poco spazio. Spazio che avrà dopo la caduta del muro, spazio che l’autore prenderà con questo ed altri scritti. Che convincerà l’editore a pensare, 24 anni dopo l’uscita, alla sua pubblicazione in Italia. Peccato che invece di “Sorstalanság” (senza destino in ungherese) che era il titolo originale, Feltrinelli ne traduce la versione uscita in Germania con il titolo “Romanzo di un indigente”. Per quanto poco sappia delle lingue, il doppio passaggio ha fatto di certo perdere qualcosa al libro. Non all’autore, che 3 anni dopo riceverà meritatamente il Premio Nobel. Con una lucida chiarezza, ed un linguaggio veramente senza punte di orrore, l’autore ci racconta dei campi di sterminio e dell’Olocausto. La cosa che colpisce è la scorrevolezza delle ruote del destino del quindicenne protagonista, alter-ego dell’autore che si proietta nel corpo e nella mente di Gyurka, l’io narrante, che passo dopo passo, da una vita diciamo normale (anche se sembra difficile etichettare normale vivere in Ungheria occupata dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale) rotola verso i campi di concentramento. Gyurka ha quindici anni ed è ebreo, ma non capisce cosa voglia dire “essere ebreo”. Non ha una particolare propensione religiosa, sembra vivere una vita, pur in tempo di guerra, da quindicenne in crescita. Vorrei riportare l’attacco del libro per mostrare il modo piano con Gyurka racconta e poi affronta quanto gli capita: «Oggi non sono andato a scuola. O meglio, ci sono andato, ma solo per farmi esonerare dal nostro professore. Gli ho portato la lettera di mio padre, in cui richiede il mio esonero per motivi famigliari. Il professore ha chiesto quali fossero questi motivi famigliari. Io gli ho risposto che mio padre è stato chiamato al periodo di lavoro obbligatorio; a quel punto lui non ha più fatto obiezioni». Lavoro obbligatorio nel senso di campo di concentramento. Per sostenere la famiglia allora Gyurka comincia a lavorare alla Shell, indossando la stella gialla (è pur sempre ebreo) e sottostando a tutte le possibili difficoltà di lavoro per un ebreo in terra nazista. Poi una mattina avvengono controlli in fabbrica, e lui con altri ebrei viene avviato ad Auschwitz. Con una lucidità allucinante, Gyurka ci fa passare le visite di controllo, l’avviamento verso le docce che puliscono di lui e di alcuni sui compagni, mentre altri, non in buone condizioni, vanno verso le docce “a gas”. La fatica del quotidiano, il capire che il pezzo di pane ricevuto al mattino sarà anche la sua cena, l’adagiarsi, giorno dopo giorno, a routine insensate, perché quello gli viene chiesto. Con l’unica preoccupazione di arrivare al giorno dopo, di evitare di essere morso dagli animali, di avere incidenti che lo porterebbero verso le “altre docce”. Il trasferimento di campo in campo, fino a Zeitz, un campo di concentramento piccolo dove più facile sembra poter sopravvivere. Ma quella che tormenta maggiormente Gyurka, nell’anno trascorso nei campi di concentramento tra la primavera del ’44 e quella del ’45, furono i problemi del quotidiano, quelli affrontati ad uno ad uno, per cercare di essere vivi il giorno successivo: le fatiche quasi insopportabili del lavoro quotidiano, la fame, il freddo, ed infine la scabbia, che lo ridusse in condizioni pietose e gli fece passare giorni e giorni in ospedale, con la paura di essere avviato alle famose “altre docce”. Poi la liberazione, il ritorno alla vita di quelli rimasti lì, e la difficoltà, quasi l’impossibilità di comunicare cosa sia stato questo anno terribile a chi non l’ha vissuto, a chi non è ebreo. Una impossibilità che i sopravvissuti porteranno dentro per sempre, e che li porterà, vedi Primo Levi, anche a gesti estremi. Gyurka si scontra con chi non crede alle camere a gas. Poi con chi parla di “atrocità” come se Auschwitz fosse “un errore, un incidente”. Invece era una scelta operata da uomini, cui altri uomini non sono riusciti ad opporsi. Come non pensare allora, agli armeni del 1915 o ai curdi di oggi? Un libro imperdibile, dunque, che non riscatta tutte le premesse, che a volte è stato di lenta lettura, che, e forse questo l’autore lo voleva fortemente, lascia un senso di amaro in bocca, che non si toglierà mai.
Mi sembrava troppo “easy” questo fine ottobre. Ovvio che si è andato complicando, per colpa di una quadrotta che non sa guardare e che speriamo si riesca a portare a buon fine. Per il resto, tanta confusione sotto il cielo. Quindi la situazione è eccellente.

domenica 20 ottobre 2019

Abasso il Pulitzer - 20 ottobre 2019



[A: 01/11/2016 – I: 08/03/2019 – T: 10/03/2019] - &&& -
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 330; anno 2013]
Leggo sempre con piacere i libri di Paola Mastrocola, che sono sempre discretamente pieni di spunti. E che spesso mi fanno ripensare a tempi ormai passati da anni ed anni, ma dove la barca nel bosco aveva un suo peso ed un suo posto. Peccato che, a volte, pur nell’impeto di cose nuove, e nella piacevolezza degli intrecci, si torni spesso alla barca, come idee soprattutto. Come momento in cui si è se stessi, o si ritrova se stessi, e si segue col proprio essere contro tutto e tutti. Qui, il percorso si fa un po’ contorto, prende le mosse da lontano, e segue sentieri che a volte sembrano perdersi. Che poi l’idea di fondo, è un’idea interessante, che esula un po’ dal romanzo, e su cui tornerò più avanti. La nostra scrittrice per il momento, introduce i suoi personaggi, e li fa avanzare su di un’onda che ricalca il titolo. Si riuscirà mai a sapere qualcosa di un’altra persona, se questa non ha intenzione di dirtelo, di mostrartelo? Così, il brillante studente Filippo Cantirami, dopo anni di duro inseguimento delle direttrici lavorativi familiari, decide di staccare, di fare il “sé stesso”. Studiare economica, certo. Ma non per il sistema produttivo. Lavorare a delle teorie interessanti (quella di cui sopra e poi sotto), ma con poca intenzione di comparire. Così che Filippo decide di nascondersi dietro il suo alter-ego Jeremy Piccoli. Per la famiglia, per il padre e la madre, quelli con un po’ di puzza sotto il naso, lui continuerà ad andare avanti e studiare e produrre e laurearsi. Ma sarà la vita di Jeremy che proporrà ai suoi. Tanto Jeremy se ne va in America, a Stanford (che ricorda ai meno forti in geografica, è San Francisco, praticamente). Lui vivrà finalmente la sua vita, cercando di adeguarsi ai suoi ritmi e non a quelli degli altri. Così Jeremy fa il front runner, e Filippo rimane in Inghilterra, va a vivere in una tenuta con tanti pioppi, campando come aiutante pastore, sotto la protezione del buon Duca. Ovvio, che la farsa non potrà andare avanti all’infinito. Così, ci si inventa una serie di congiunture che contribuiscono a portare tutto alla luce. Una presentazione pubblica della teoria dei tetti e dell’algoritmo JerFil (già capite da dove viene…). Una ex di Fil che lo vede con le pecore, lo dice alla sorella di Fil, che ne parla con la famiglia. Padre e madre che cercano di parlare con lui che, invece, spento il cellulare torna ai suoi boschi. Sua zia Giuliana, la mitica GiaGiu, che vola a Stanford per incontrarlo ma senza avvertirlo. Non lo trova, ma trova Jeremy, che le racconta la storia di Fil. Così che Jer sembra anche preso da questa zia pazzerella (vi prego di leggervi le pagine a lei dedicate, che sono di una lievità benefica), anche se più grande (ma l’amore potrebbe…). Mentre quindi Zia Giu vola a Londra per cercare Fil, Jeremy torna a Milano perché ha bisogno di comprendere, i genitori di Fil volano in California allarmati. Dove, ovviamente, non trovano Fil, non trovano Jer, e non trovano neanche Giu. Inciso: non vi sorprendete dei nomi strani e/o storpiati, vezzo di Cantirami sr., che chiama Gheri la figlia Margherita, Nisina la moglie Annalisa, e via discorrendo. Anche seguendo tutte le tracce, Giu ed i Cantirami arriveranno alla tenuta del Duca, dove, ovvio anch’esso, Fil è partito alla ricerca di un suo sogno privato: un giorno di tre anni prima, aveva incontrato una norvegese, operatrice ecologica part-time, avevano parlato tutta la notte, poi l’aveva perduta. Ora, raggiunto il punto di non ritorno familiare, decide di andare alla ricerca di Stine, seguendo l’unica traccia che ha: il nome di uno sperduto villaggio norreno. Così, tutto andrà nel verso giusto. Fil trova Stine, la sposa, fa un figlio, e vivrà il resto della sua vita in Norvegia. I genitori decideranno di diventare dei nonni comprensivi e lo saranno. Zia Giuliana ogni tanto fugge dall’opprimente Torino per prendere una boccata d’aria presso il Duca. Jeremy continuerà a fare il front runner delle teorie economiche. Nessuno sa niente degli altri, e tanto meno Daniel, il figlio di Fil, che non sa la vita del padre prima della sua nascita. E noi, ne sappiamo? Se i nostri genitori, parenti, amici non ne dicono, quanto veniamo a sapere delle esistenze che non sono la nostra? Certo che torna sempre in mente il magistrale libro di Barnes su “La fine della storia”. Qui, l’altro elemento che citavo sopra era quel discorso economico, da approfondire. Non tanto sulla decrescita, quanto sulla teoria dei “tetti”. I cicli economici hanno dei tetti dove, arrivati, si comincia a scendere. Il problema è che ogni generazione, per virtù delle capacità di quelle precedenti, comincia la sua storia in un punto sempre già più vicino al “tetto”, accorciando così i cicli di benessere. Certo, non siamo in un libro di Baumann che cerca di darci risposte alle crisi economiche, ma questo fa riflettere. Perché non è una decrescita forzata dei paesi ricchi che possa portare a miglioramenti, ma la coppia “da dove cominciamo – dov’è il nostro tetto”. Per tornare al libro, si sente che sempre dalla barca nel bosco si parte e si torna. C’è sempre la voglia di trovare mondi, sentimenti, situazioni pulite, senza compromessi. Anche a costo di buttare tutto o molto all’aria. Il tentativo è comunque onesto, con alcune punte di interesse (di situazioni, anche se non approfondite, di paesaggi, anche se solo accennati, di personaggi, che incontriamo brevemente e vorremmo vedere di più), ed una sempre più che fruibile scrittura e conseguente lettura.
“Che cos’è la vita che si vuole? … perché … c’è tanta gente che fa una vita non sua? … Quante ne conosceva, di persone che passavano la vita a lamentarsi della vita …” (144)
“L’intima soddisfazione di piacere agli altri … era una particolare forma di felicità, che secondo lei si poteva dire ‘sociale’ … La felicità sociale prende avvio dagli altri, e poi dagli altri si riverbera sull’individuo, e dall’individuo rimbalza ancora sugli altri: una specie di onda che, nel suo incessante andirivieni, infonde benefici tutt’intorno, contribuendo a quella reciproca soddisfazione tra esseri umani che poi consolida gruppi, crea appartenenze, insomma riempie di senso tutto un vivere che correrebbe il rischio di parere, altrimenti, vuoto.” (189)

Chiara Gamberale “L’isola dell’abbandono” Feltrinelli euro 16,50 (in realtà, scontato a 14 euro)
[A: 18/03/2019 – I: 18/03/2019 – T: 20/03/2019] - &&& +
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 217; anno 2019]
Con questo libro, si inaugura una nuova sezione di lettura, dedicata a libri “novità”. Libri usciti da poco, che stanno avendo successo di gradimento, per cercare, anche, di svecchiare il panorama di lettura. Per questo, almeno per ora, cercherò mensilmente un libro nuovo cui dedicherò una lettura ed una trama immediata. Inauguro questa nuova idea con l’ultimo libro pubblicato da Chiara Gamberale, scrittrice comunque già presente con molti titoli nella mia biblioteca. Che spesso, nelle sue prime uscite, mi è piaciuta anche per quelle incursioni psicologiche che hanno toccato corde a me vicine. Cito soprattutto “La zona cieca” che qualcuno dei miei sodali ricorderà nel quadrante di Johari. Pur sempre presente, il lato psicologico si è andato allontanando dai miei interessi, ed anche qui, sebbene una delle spine dorsali del romanzo, non mi ha coinvolto come un tempo. La scrittrice, sia a seguito dei programmi radiofonici sia delle frequentazioni con il pur ottimo Massimo Gramellini, si rivolge sempre più ai rapporti interpersonali, alle dinamiche specialmente di coppia, ma non mi ha dato, anche in questo caso, un grosso coinvolgimento. Certo, l’idea è interessante, la scrittura abbastanza piacevole, eppure qualcosa è rimasto per strada. Pur sapendo che la scrittura riflette, direttamente o in modo criptico, ma riflette la vita dello scrittore, ho affrontato questa lettura volutamente ignorando la storia di vita di Chiara, ed i suoi mutamenti. Ho preso il libro, ho iniziato a leggerne, e sono rimasto piacevolmente coinvolto da alcune situazioni. Innanzi tutto, perché la protagonista Arianna mi ha rimandato alla mia amica Luana, anche lei, seppur in modo diverso, nel mondo dei fumetti. Di diverso tipo, di diversa attitudine (c’è chi scrive e chi disegna), ma molto rivolti ad un pubblico giovanile. Ma questa è la storia di Arianna e non di Luana. Una storia che, per mio dispiacere, si svolge spesso con su e giù temporali, cosa che non sempre riesco a digerire nei romanzi. Ma che ormai risulta una modalità molto in voga. Per far tornare la mia trama in modo lineare, vedo Arianna in un rapporto assolutamente distorto con Stefano. Lei succube, lei innamorata delle luci che ogni tanto cadono dal “mondo Stefano”. Ma Stefano è fondamentalmente concentrato solo su sé stesso, sul suo piacere, dove dà per scontato che, qualunque cosa faccia, Arianna c’è. Stefano tuttavia ha anche bisogno di cure, ed è qui che entra in gioco lo psichiatra Damiano, che lo prende in cura, che riesce, non sempre, non totalmente, a farlo uscire dalla ciclotimia endemica che lo attanaglia. Sembra andare tutto bene, e Stefano e Arianna decidono di andare in vacanza a Naxos. Che sarà il punto centrale della vicenda. Perché Naxos è l’isola dell’Arianna di Teseo, l’isola da cui nasce il detto “piantare in asso” (guardate bene l’assonanza asso-Naxos, come corruzione di “piantare in Nasso”). Non entro nel ben noto mito di Teseo, ma è a Nasso che Stefano, smesse le medicine, ha una crisi esistenziale, e pianta lì la povera Arianna, fuggendo a Londra con la sua nuova amante Cora. Arianna cerca di raccogliere i suoi cocci, rimanendo basita nell’isola, ed uscendone quando trova il surfista Di (citato sempre con l’iniziale). Con cui intreccia una nuova ed appagante storia. Una di sesso e condivisione senza tutte le paturnie “stefanoidi”. Dura quattro-cinque mesi, poi (noi già lo sappiamo dai su e giù temporali, quindi niente anticipazioni immotivate) Stefano muore, Arianna fugge da Naxos, va in cura da Damiano, e dopo poco ne diventa amante. Benché questi sia sposata e non abbia intenzione di lasciare la moglie. La crisi, che dà origine al libro, e che viene descritta nelle prime pagine, avviene quando, dopo nove anni di questa storia, Arianna rimane incinta e partorisce Emanuele (inciso, perché questo lo so, Emanuele è il nome del primo marito di Chiara). Damiano lascia formalmente la moglie, ma Arianna si accorge che poi continua a frequentarla (forse anche ad andarci a letto). Arianna ha bisogno allora di riflettere, su sé stessa, su Emanuele, su Damiano. Così dopo dieci anni manda una mail a Di, che (incedibile!) risponde (e dopo dieci anni ha ancora la stessa mail…). Lui è rimasto a Naxos, dove si è sposato ed ha tre figli. Ma Arianna pensa (e con giustezza) che debbano rivedersi. Cosa che fanno a Naxos, dove, anche se ognuno con la sua vita diversa, hanno un lungo rapporto verbale e fisico che mette (dovrebbe mettere) i puntini su tutte le “i” del romanzo. La fine del romanzo è una fine reale, ma non vi dico quale tra le diverse possibili: Arianna e Di vanno a vivere insieme, Arianna e Di continuano le loro vite, Arianna lascia Damiano e va a vivere da sola mentre Di rimane con la moglie. E tanti altri possibili intrecci. Quello su cui torno, al contrario, è l’esame dei rapporti e l’idea del titolo che porta un senso a tutto il testo. Perché è tutto giocato su Naxos e sull’abbandono: Stefano abbandona Arianna, Arianna, partorendo Stefano, abbandona il suo egocentrismo da sofferenza per aprirsi ad un altro, il figlio, Damiano abbandona la moglie, Di non abbandona Naxos, dove rimane per dieci anni a gestire ristoranti. Quindi Naxos diventa l’emblema dell’isola in cui si abbandona, con buona pace anche dei miti di Teseo, non sempre concordi. L’altro grosso problema sono i rapporti. Soprattutto quelli di Arianna con… Che con Stefano vive una passione “succube”, dove si aspetta un momento di luce per rischiarare anni ed anni di buio. Che con Di vive una passione “solare”, senza se e senza ma, ma anche senza futuro. Momenti magici, che se si ha la fortuna di vivere è ben e bello lasciarli lì. Che con Damiano vive una passione “piana”, che si alza e si abbassa solo quando il corpo di Arianna diventa materna, quando arriva Emanuele, quando c’è una persona che, realmente, dipende solo da lì (come sono i bambini nei primi mesi di vita). Penso che alla fine sia un libro la cui lettura non guasta, che stimola qualche neurone, anche se in modo traverso, e che Chiara è un po’ come il suo personaggio dei fumetti: “Pilù che va su e giù”.

[A: 25/12/2016 – I: 01/07/2019 – T: 11/07/2019] - && --
[tit. or.: The Goldfinch; ling. or.: inglese; pagine: 892; anno 2013]
In effetti, sono rimasto abbastanza deluso da questo libro, di cui mi aspettavo qualcosa in più. In primis, perché avendo vinto il Premio Pulitzer per la letteratura nel 2014, ed avendo io letto altri libri insigniti da questo premio, ho sempre avuto un ritorno quanto meno interessante, in termini di lettura e di stimoli, da questi libri. E secondariamente perché avevo letto che l’autrice essere una prominente, benché poco prolifica autrice, utilizzante nei suoi scritti uno stile neoromantico, contrastante la tendenza minimalista degli ultimi grandi autori americani. Ma le mie aspettative sono rimaste deluse. Il libro non ha certo il respiro e la presa dei precedenti premiati (citando quelli da me letti, “La strada” di Cormac McCarthy nel 2007, “La breve favolosa vita di Oscar Wao” di Junot Diaz nel 2008, “Olive Kitteridge” di Elizabeth Strout nel 2009 o “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan nel 2011). Né la lunghezza riesce a sopperire la mancanza di coinvolgimento con il lettore. Non ultimo, nel mio poco incline giudizio, il passaggio “fittizio” che genera il romanzo, ruotante al dipinto “Il cardellino” di Carel Fabritius. Perché se il dipinto è reale, nel corso del tempo non si è mai mosso dall’Olanda, quindi ipotizzarne la presenza all’interno del Museo dove la vita del protagonista subisce il suo dramma fondante è quanto meno azzardoso. Perché il tredicenne Theodore Decker detto Theo, in attesa di essere sospeso per aver fumato a scuola, va con la madre al Museo. Lì, rimane solo un istante, a guardare una bella ragazzina con il nonno, ed il quadro di Fabritius. In quel mentre scoppia una bomba, muoiono la madre ed il signore anziano. E Theo si salva fuggendo non si sa come, ma portando con sé il dipinto del maestro olandese. Maestro che avrebbe potuto avere una lunga carriera, ed onorata, se non fosse morto per lo scoppio di una fabbrica di munizioni in quel di Delft nel 1654, a soli 33 anni. Fabritius era uno dei più promettenti allievi di Rembrandt, e di sicuro esercitò una forte influenza sui pittori basati a Delft, in particolare su Vermeer. “Il cardellino”, forse il suo ultimo lavoro, dopo vari acquisti, si trova ora nel museo de L’Aja. Theo avrà delle grosse difficoltà a riprendersi dalla morte della madre, prima di tutto perché il padre è da tempo scomparso, e lui si ritrova solo. Verrà ospitato dalla famiglia di un suo coetaneo, Andy. Lì, nella famiglia Barbour, pur risentendo della morte della madre, comincia a ricostruirsi. Sempre tenendo con sé, seppur senza dirlo a nessuno, il quadro. Un po’ lavorando su sé stesso, un po’ aiutato da Andy, un po’ dalla madre Barbour, ed un po’ dalla piccola sorella di Andy, Kitsey. Riesce anche a ritrovare la signorina fugacemente incontrata al Museo, quella con il signor anziano morto. Pippa è ferita seriamente, ma in via di guarigione, anche se dovrà andare via, prima dalla zia antipatica, poi in un collegio in Svizzera. Theo, con tutti questi piccoli incontri, sarebbe quasi avviato alla normalità, se all’improvviso non si presentasse il padre, che vive di espedienti in quel di Las Vegas, insieme alla procace Xandra. Padre che prende Theo, lo sradica dalla costa Atlantica, e se lo porta ai margini del deserto. Dove l’unico modo di sopravvivere per Theo è legarsi all’unica persona decente di tutto il circondario. Il suo coetaneo immigrato russo Boris. Che ben presto gli insegna a bere, a farsi le canne, a riempirsi di pasticche. Insomma, i due si divertono, anche se non con una direzione “pulita”. Anche qui Theo dovrà ben presto prendere una decisione, che il padre muore d’infarto. Che fare? Rimanere o tornare? Ovvio la scelta è la seconda, anche se deve abbandonare Boris. Tornato a New York, trova finalmente la sua strada nel negozio di antiquariato di Hobie, il socio dell’anziano morto. Lì cercherà di far capire a Pippa il suo amore, non riuscendoci mai. Lì comincerà traffici loschi vendendo falsi ben congeniati. Lì verrà ritrovato 8 anni dopo da Boris. Che gli confesserà candidamente che 8 anni prima gli aveva rubato il quadro, senza che Theo se ne accorgesse. Boris che è entrato a piè pari nel business della mala vita, e che ora cerca di coinvolgere il nostro nel recupero del quadro. Qui cominciano un paio di centinaia di pagine di una inutilità straordinaria. Intanto, Theo si è fidanzato con Kitsey e tende a sposarsi, anche preso dal rimorso di aver abbandonato anche Andy, morto inopinatamente in mare insieme al padre. Boris convince Theo a venire con lui in Olanda, dove, al netto delle canne di Amsterdam, si inscena un lungo braccio di ferro tra malavitosi, comprese fughe e sparatorie. Dove Theo, ogni tanto, si ferma e comincia a rifare pippe su pippe sulla sua vita miserrima. Alla fine della parte finto-thriller, “Il Cardellino” viene recuperato, con i soldi del recupero che Boris cede a Theo, questi inizia un giro di quasi un anno per recuperare tutti i falsi da lui venduti. Farà la pace con Hobie che quasi lo aveva buttato fuori dopo la scoperta dello scandalo, non si rassegnerà mai al fatto che Pippa non lo ami, e probabilmente prima o poi sposerà non amandola Kitsey. Ma a che serve tutto ciò? E soprattutto, perché dobbiamo sorbirci quasi 900 pagine per seguire vicende strampalate, forse ben descritte, ma di sicuro poco coinvolgenti. Vediamo tutto il percorso scoiale di Theo, dalla semi-indigenza quando sta con la madre senza soldi, ma contento, all’agiatezza con la famiglia Barbour, ma dove non è contento. Alla precarietà della vita con il padre (e verso il quale non farà mai pace), rimarcata dalla instabilità che gli crea Boris. Alla serenità del lavoro con Hobie, ma anche all’irrequietezza che lo porta sulla strada della vendita dei falsi e dell’inganno verso i clienti di Hobie. Rimangono tutte quelle pagine tra Amsterdam e Francoforte che si fa fatica a leggere. Ed alla fine ci si domanda, dopo tutto quello che ha passato, chi è realmente Theo? È un buono sfortunato o un coglione patentato? Quale senso recondito ha il suo talismano iconico, quel quadro che forse rappresenta la bellezza che ci può salvare dalle brutture del mondo? Ma tutte le riflessioni che Donna mette in bocca a Theo non mi smuovono dal giudicarlo un libro sopravvalutato e sovradimensionato. Sono comunque curioso di vederne il film che uscirà a fine anno.
“Il vincolo che fa di noi dei padri e dei figli risiede nel cuore, e non nella carne e nel sangue. (Schiller)” (495)
“Quello che ti serve per vivere ed essere felice è una donna che abbia la sua vita e ti permetta di vivere in pace la tua.” (689)

Simona Vinci “In tutti i sensi come l’amore” Einaudi s.p. (prestito di Fako)           
[A: 22/12/2017 – I: 28/08/2019 – T: 07/09/2019] - & e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 196; anno 1999]
Sono sempre grato al mio amico Roberto che mi offre spunti di riflessione in tutti suoi prestiti, anche qui, in un libro che non ho amato e che non mi è piaciuto. Lo avevo portato in un viaggio guatemalteco, ingannato dal titolo, pensando che nel caldo e nel colore centroamericano avrei avuto modo di riflettere sull’amore, come dice il titolo. In tutti i sensi, e con tutti i sensi. Peccato che io non legga mai prima la quarta di copertina, e che quindi sia stato sorpreso, lì nel sole di Antigua nel trovarmi tra le mani un libro di racconti. Perché, e lo sapete, i racconti sono difficilmente una cifra consona alla mia lettura, mi lasciano spesso spaesato, mi lasciano troppo presto, prima che ne prenda il ritmo. E pensare che avevo idea di trovarmi con la Simona Vinci di quel bellissimo racconto lungo letto più di dieci anni fa. Un libretto sulla solitudine e sull’isolamento, un libretto sulla differenza tra questi due estremi, che mi trovò consono ed assiduo difensore di quell’immagine espresse in quelle pagine (se non si sta bene con sé, non si sta bene con gli altri). Qui temporalmente, rispetto a quello scritto, facciamo quasi un passo di altri dieci anni all’indietro. Vinci ha 29 anni, ha scritto un ottimo libro di esordio, e sta esplorando tutte le potenzialità della scrittura. Cimentandosi, allora, con una cosa che lei stessa confessa di non riuscire a definire: l’amore. Allora, per non definirlo, si cerca di aggredirlo in qualche modo, ad esempio con i sensi. Con il tatto, con il gusto, con l’olfatto. Così che spesso, aggredito e sezionato, l’amore può non essere quel dolce compagno che affianca “i buoni sentimenti”. Così che, e la scrittrice qui certo riesce a farcelo vedere, spesso si accompagna con il suo alter ego. Eros e Thanatos, quasi nell’accezione freudiana, dove si contrappongono ma si sostengono a vicenda l’impulso vitale e l’autodistruzione. Uniti e diversi per ricreare il reale. Così come, saltando altrove, nei dolentissimi dipinti di Schiele, dove il pittore sa che tutto ciò che vive è anche morto. Si pensi al dipinto “La madre morta”. Ma torniamo al libro ed ai suoi racconti. Che esplorano il corpo umano, lo spirito dell’amore. Per arrivare a dirci che conoscere i sensi (quindi l’amore) non è il trionfo dei sensi (cioè gioia e felicità). Rimangono immagini dei tredici passi verso l’infelicità. Non tutti, che alcune pagine si sono rifiutate di entrare nella mia memoria, per l’alienità del loro discorso. Penso alla trasfigurazione corporea operata dal chirurgo sulla ragazza. Altre, appunto, restano. Il viaggio lunga una costa marina, credo toscana se ben ricordo (e le coste toscane evocano sempre pensieri positivi nel mio immaginario personale) di una madre ed una figlia, in un’estate che sta scolorando nell’autunno. La figlia tattile, che raccoglie conchiglie in una busta gialla. La madre che osserva e pensa a tutto quanto possa accadere di male alla figlia: di vederla annegare, di vederla andar via. Lacerata tra la paura del pensiero e la voglia di libertà. La stanza d’ospedale dove un ragazzo viene consumato a morte da una malattia che non conosciamo ma sappiamo letale. Così che non può far altro che aggrapparsi ai ricordi, alle visioni, magari a quella ragazza che abitava vicino. Con la sensazione che avvicinandosi l’addio definitivo, tanto vale fare quel gesto che non aveva mai osato fare. Se non parlarne, almeno scrivere. E lo stupore quando la ragazza si affaccerà alla soglia. Il musicista che scopre le fotografie che la moglie fa al suo corpo, così da poterne vedere i cambiamenti nel corso degli anni. Guardando le foto, il nostro si domanda cosa la moglie vede in lui, cos’è che di lui, del suo corpo lei ama. La donna che sa di essere poco piacente (qualcuno politically incorrect direbbe brutta decisamente) che sa cosa vuole e sa cosa vuole l’uomo che sta di fronte a lei. Un difficile esercizio di estraniazione ed immedesimazione. A volte sappiamo cosa vogliamo, anche dall’amore, anche dal sesso. Ma non sempre riusciamo a tirarlo fuori, ad esprimerlo. Con quella franchezza ed ingenuità di cui direbbe la mia mentore di venti anni fa, laddove cosa di meglio che porre domande, così da poter affrontare risposte. Ecco, piccole visioni che affiorano, in una tavolozza complessa che, e lo ribadisco, non mi è piaciuta, ho faticato a leggerne, pur nella brevità. Perché, ed è un mio limite, se non trovo un elemento in cui trasferire il me stesso lettore, non riesco ad assaporare tutto il gusto della lettura. Chissà se la scrittrice di Budrio in altro è riuscita a ridarmi quanto mi aspettavo desse.
Terza trama di ottobre, ed eccovi allora qualche rimedio veloce per sintomatologie poco profonde.
Per il resto continuiamo ad andare avanti nel mese compleannico, con un numero spropositato di bilance (anche se, fortunatamente, è anche il mio ascendente), ed un accenno di scorpioni. Ricordando, molto nella memoria, in fondo, che ieri mamma avrebbe fatto 95 anni, ed augurando a tutti di raggiungere quel traguardo, vi saluto.

I LIBRI CHE CI AIUTANO A VIVERE FELICI di Giulia Fiore Coltellacci con i commenti di Giovanni
OTTOBRE 2019
Citazioni veloci di libri che servono a curare (in modo forse troppo palliativo) malumori momentanei.

SOLUZIONI A RILASCIO RAPIDO

LIBRI CITATI:
MATILDE di ROALD DAHL (1988)
“Il giardino segreto” di Frances H. Bumett (1910)
“Il leone, la strega e l’armadio” di C.S. Lewis (1950)
“Nicholas Nickleby” di Charles Dickens (1838)
“Oliver Twist” di Charles Dickens (1837)
“Jane Eyre” di Charlotte Bronte (1847)
“Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austin (1815)
“Tess dei d’Urberville” di Thomas Hardy (1891)
“Kim” di Rudyard Kipling (1901)
“Il vecchio e il mare” di Ernest Hemingway (1952)
“L’uomo invisibile” di H.G. Wells (1896)
“L’urlo e il furore” di William Faulkner (1929)
“Furore” di John Steinbeck (1939)
“La roccia di Brighton” di Graham Greene (1938)
“La fattoria degli animali” di George Orwell (1945)

Se non credete fino in fondo che un libro possa considerarsi una medicina in grado di alleviare dolori e malumori, e non siete del tutto persuasi che una storia di fantasia possa influenzare la vostra storia, siete affetti da una spiacevole forma di scetticismo letterario che potrebbe incidere negativamente sulla riuscita della biblioterapia. La collaborazione del paziente e la fiducia nella cura sono fondamentali ai fini della guarigione. In caso presentaste questo disturbo, vi consiglio di iniziare il percorso terapeutico proprio da questa sezione in cui trovate alcuni romanzi che dimostrano il potere della letteratura nel modificare la nostra vita. Lasciatevi contagiare dalla loro influenza e scoprirete che, se i libri non cambiano il mondo, possono cambiare le persone. Possono cambiare noi. E noi, se ci applichiamo, possiamo provare a cambiare il mondo.
MATILDE di ROALD DAHL

Dato che lo scetticismo è una malattia da combattere fin da bambini, cominciamo le iniezioni di fiducia nella biblioterapia con questo classico per l’infanzia di Roald Dahl. Matilde è una bambina fuori dal comune, dotata di una grande intelligenza e una profonda sensibilità nonostante un padre disonesto, una madre che pensa solo a giocare a bingo e un fratello teledipendente, come tutta la famiglia. La piccola, invece, ha sviluppato fin dalla più tenera età un’altra forma di dipendenza considerata un vizio dai genitori: la lettura. A tre anni ha imparato a leggere, da sola ovviamente, e da allora è diventata una divoratrice di romanzi (adora in particolare Dickens) con cui cerca di soddisfare la sua insaziabile e curiosa sete di conoscenza. Assidua frequentatrice della biblioteca, quando arriva a scuola lascia di stucco la maestra Dolcemiele per la capacità di fare calcoli complicatissimi. Detestata a casa perché diversa, angariata a scuola insieme agli altri compagni dalla perfida direttrice Spezzindue, per difendersi la piccola Matilde può contare sull’unica arma a sua disposizione, la più potente: l’intelligenza, con la quale orchestra scherzi punitivi. Quando poi la sua rabbia verso ogni forma d’ingiustizia e prevaricazione sfocia in una sorta di elettricità che le guizza dagli occhi, un potere magico che le consente di spostare gli oggetti con lo sguardo, la piccola si trasforma in una paladina contro tutti i prepotenti. Con il suo inconfondibile stile diretto, semplice e ironico, Roald Dahl racconta come intelligenza e cultura siano le uniche armi pacifiche con cui dichiarare guerra all’ignoranza e alla cattiveria. I libri aprono la mente e lo sguardo, rendendoci più forti, coraggiosi e capaci di cambiare le cose. Leggere è una forma di ribellione che può salvarci ogni volta che ci sentiamo deboli o piccoli, un antidoto contro ogni forma di cattiveria che deriva sempre dall’ottusità e dalla miopia. Notoriamente Roald Dahl è uno scrittore dalla parte dei bambini e nei suoi libri cerca in tutti i modi di difenderli dal contagio di quei virus di cui gli adulti sono portatori insani: mancanza di fantasia, egoismo, prepotenza e supposta onniscienza. Matilde si rivela efficace anche per rassicurare i bambini che la diversità è un bene, per convincerli che la teledipendenza rende ottusi e lenti come gli adulti e per aiutarli a capire che bullismo e violenza sono le armi degli stupidi. Per queste ragioni e per il modo impietosamente sincero ed esilarante con cui Dahl descrive i grandi, se ne prescrive la lettura anche agli adulti. Se i piccoli lettori ci prendono gusto, proponete loro altri romanzi dell’autore a cominciare, parlando di gusto, da “La fabbrica di cioccolato”. Occhio perché i romanzi dello scrittore inglese possono dare dipendenza anche nei bambini al di sopra degli otto anni, rappresentando una bombola di ossigeno e di gas esilarante.
Matilde passa interi pomeriggi a leggere in compagnia di una tazza di cioccolato. Questo potrebbe essere un goloso éscamotage per invogliare i bambini a trascorrere il tempo in maniera diversa, traendo piacere perfino dalla solitudine della lettura. Ma se verranno contagiati dal morbo dell’inguaribile lettore, scopriranno presto che chi legge non è mai solo. Matilde, per esempio, è un’ottima amica e compagna di viaggio perché, come dice Roald Dahl, «i libri le aprivano mondi nuovi e le facevano conoscere persone straordinarie che vivevano una vita piena di avventure. [...] Girava il mondo seduta nella sua stanza».
Nel 1996 Danny De Vito ha portato il libro sullo schermo con alcune differenze ma mantenendo intatto il suo messaggio.

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Dei 15 citati ne ho letti poco più della metà, e molti in tempi molto antichi. Vediamo cosa rimane.
John Steinbeck “Furore” Repubblica Novecento euro 4,90
[pubblicato il 12 febbraio 2012]
Sono ben due settimane che mi porto appresso questo librone del Premio Nobel 62. Certo, le 400 e passa pagine hanno il loro peso. Ma anche la scrittura e la trama in sé. Non che siano pese, come direbbero i miei amici toscani. Di certo non sono agili, ma lo sforzo meritava questa interessante lettura. Non lo inserisco nel mio olimpo privato, che molto risente dei settanta anni trascorsi. Pur tuttavia ha fascino. E da certi punti di vista, permette di guardare al mondo odierno e di darne qualche chiave di lettura. Cosa chiedere di più ad un, tutto sommato, buon libro? Cominciamo dal titolo, forse il punto più dolente. Certo, “Furore” è entrato nell’immaginario collettivo, ed è inscindibilmente legato alla tipologia di vicenda delle rivolte dei poveri senza futuro. Ma anche “I frutti della collera” come recita il titolo originale, non è che fosse lontano da una bella descrizione del contenuto. Tra l’altro con cognizione, essendo una citazione tratta dall’Apocalisse. La scrittura di Steinbeck, poi, consente di capire al meglio un grande numero di scrittori, o tipologie di scrittori, americani di oggi. C’è questo suo alternare i capitoli: quelli dispari parlano in generale, esaminano teorie e fatti universali, mentre quelli pari seguono le vicende della famiglia Joad, presa a campione di tutte le famiglie americane che attraversano questo grande momento di crisi, che saranno gli Anni Trenta sul suolo americano. E queste due scritture, ci fanno capire le tirate morali di DeLillo, la scrittura dura di Cormac McCarthy, l’impegno sociale dei radical, il minimalismo post-carveriano. Insomma, si potrebbe prendere il libro e tenerlo come antologia di migliaia di scrittori americani che hanno scritto dal ’40 ad oggi. La parte sociale pecca a volte di ingenuità e buonismo, ma pone domande forti ed apre grandi piaghe: banche, grandi società, con la forza del denaro e con l’industrializzazione forzata delle campagne, invece di riconvertire i modi di produzione, preferiscono creare nuovi poveri, che sono più facili da manovrare, da mettere uno contro l’altro. E far arricchire di più i già ricchi. Che quando queste masse di senza lavoro, scacciati dalle loro terre, come i Joad dall’Oklahoma, cercano nuovo lavoro nelle piantagioni californiane, i grandi produttori non fanno altro che sfruttarne la miseria per avere mano d’opera a basso prezzo. E poiché se si ha fame si accetta di tutto, questi nuovi poveri non hanno la forza, la capacità, di organizzarsi, che solo facendo fronte comune potrebbero arginare l’arroganza del potere. Arroganza ribadita dal potere costituito. Che polizie ed altre istituzioni da una parte applicano la legge, facendo sì che i poveri non accedano a strutture di sussidio. Dall’altra si schierano comunque con il potere, con il più forte, con il denaro, e quindi arrestano e spesso uccidono chi tenta di ribellarsi, chi tenta di unificare le debolezze. Come non leggere in controluce (e fatte le debite proporzioni dovute al cambiamento della società da agricola ad industriale; o a preindustriale, che se leggiamo bene, sacche di arretratezza italiane e greche attuali, ancora lì sono ancorate) guasti dei modelli attuali. Lì il denaro comperava le terre, e se ne serviva per altro. Qui il denaro compera il denaro, ma anche qui il risultato finale è identico. Certo, la critica di Steinbeck è ancorata al New Deal rooseveltiano. Ma fatta salva la prospettiva storica, il suo anelito a far fronte comune è sempre attuale. Tutta la storia poi, è riversata nel concreto con l’epopea della famiglia Joad. Espropriata della terra, come molti agricoltori dell’Est decide la grande traversata verso la California, attraversando su macchine di fortuna più di 3000 km. La maestria di Steinbeck è di far vivere alla famiglia tutti quei momenti di cui parla nei capitoli dispari. L’arroganza delle banche, il depredare povero su povero vendendo macchine scadenti, la fame, il ladrocinio dei proprietari californiani. Ed anche le miserie private: la morte di dolore dei nonni, il ribellarsi di Tom, il maturare di Al, la sfortunata gravidanza di Rosa Tea. Su tutto, quasi ad ergersi come baluardo, la presa di coscienza della madre, che a poco a poco diviene il bastone della famiglia, senza la quale tutto potrebbe andare a rotoli. Ma è lei che tiene uniti (appunto l’unione di cui sopra), ed è lei che fa vedere la possibilità che in fondo al tunnel ci sia la luce. Sempre e soltanto se si tiene in vita la luce della solidarietà. Insomma, è un bel libro, faticoso non nego, ma pieno di parole che ci fanno riflettere. E cosa chiedere di più? Due notazioni per finire: la prima è musicale, come non ricordare il bellissimo album di Bruce Springsteen dedicato all’eroe del romanzo (“The Ghost of Tom Joad”); la seconda è di scrittura. Chi, se non un alto conoscitore delle lingue, per descrivere i rovi che si attaccano alla lana delle pecore potrebbe usare le seguenti parole: “i raffi rovi roncigli”? E come sarà l’originale?
William Faulkner “L’urlo e il furore” Repubblica Novecento euro 4,90
[pubblicato il 10 giugno 2012]
Come dice sempre il nostro buon Baricco, la sua è una scrittura potente. Ma riconosciuto questo pregio, non posso proprio dire che il libro mi sia piaciuto. Soprattutto l’impostazione del flusso di parole, che è debitore, e tanto, del travolgente modo joyciano di portare le ondate di parole che fluiscono in testa sulla carta. Non riesco a seguirlo in Joyce, come non riuscivo a seguirlo nel più tardo, ma di analoga impostazione, ‘Cassandra’ della Wolfe. Certo, Faulkner si dimostra un maestro in questo ma io fatico ogni volta ad arrivare al fondo della pagina. Dicevo maestro che, anche se ribadisco le difficoltà, ti fa capire quello che succede, quello che vuole dire. Certo, ben difficile è il primo brano dove entriamo nella testa di Benjamin, il figlio “disabile” come si dice ora. In realtà, muto e con problemi psichici. E Faulkner riesce a buttare di getto (per noi lettori) 60 pagine che ci fanno entrare con tutte le scarpe nella difficile testa di Benji, dove gli avvenimenti si accavallano, i tempi della vita non seguono il loro ordine, ma arrivano a sprazzi, e poi, noi, ordinati lettori, li ricomponiamo in una descrizione di quanto avviene in quei tre giorni di aprile. Più lineare il flusso di Quentin, quando facciamo un salto di quasi venti anni indietro, e, pur nell’accavallarsi di parole, capiamo che quel Quentin lì, anche lui dovrebbe avere dei problemi. Certo, non è matto come un cavallo come il fratello, ma qualche turba, tra lui e la sorella Candace ci deve essere stata. Tanto che prima intuiamo, poi ci viene detto, che di lì a poco, il buon Quentin si butta a fiume. Ancora più lineare, proprio perché pare sia l’unico non disabile della famiglia, sarà seguire i ragionamenti di Jason, il fratello rimasto. Che diventa, per me, il centro di tutto l’odio che si poteva concentrare sulla pagina, non mi piace quello che fa, non mi piace come lo fa, non mi piace come ragiona. Insomma, è l’unico che vedrei soffrire con piacere, ed alla fine, invece, è l’unico che sembra uscirne fuori con la testa sulle spalle. Poi un penultimo capitolo in forma descrittiva, dove si tirano un po’ le fila dei discorsi. In cui vediamo agire in primo piano anche i negri di Jefferson, quelli che servono la famiglia Compson. E che sembrano avere, nella loro umiltà, gli unici piedi per terra di tutto il lungo urlo. Perché è tutto un grande urlo il libro. Un urlo pieno di furore, per la vita, per le difficoltà, per l’ignoranza. Faulkner ci mette di tutto, di più. Perché vediamo lo sgretolarsi di una cosiddetta grande famiglia dell’America del Sud. Siamo anche all’avvicinarsi della grande crisi del ’29, che finirà per dare mazzate a chi non ha avuto lungimiranze di tirarsi su le maniche e cominciare dal basso, da molto in basso. Una famiglia piena di problemi psicologici. Un padre debole, che si ritira ben presto intorno alle bottiglie. Una madre che prende i colpi della vita con mestizia senza reagire, anzi quasi a voler esserne contenta (si fa per dire), come se ci fosse un grande disegno di castigo divino in tutto quello che succede. Che hanno quattro figli. Il primo ritardato, turbato e mai aiutato (anzi, il più delle volte lasciato alla pietà dei servitori). Il secondo, quello intelligente, ma ossessionato dal peccato, dalla morte e dalla sorella minore, con la quale non si sa se commette o sogna di commettere atti impuri. Fatto sta che poi si butta nel fiume. La terza, la sorella, che, come dice il fratello minore, “essendo donna è una puttana”, diventa di facili costumi (sembra o si dice), ha una figlia fuori dal matrimonio cui mette il nome del fratello suicida (ci sarà un motivo?) e poi, in seguito ad un paio di divorzi, viene bandita dalla famiglia. I critici ben informati ci dicono che lei è il vero centro del libro. Sarà… E poi c’è l’ultimo, il piccolo Jason, che fa una serie di azioni per me ignobili, ma che essendo l’ultimo maschio di casa “deve” essere servito e riverito. Finché la madre muore, lui Jason, prende il potere, si sbarazza del fratello matto, ed avrà una serena (per lui) seconda parte della vita. Ma questa fine la ritroviamo solo nell’appendice, dove Faulkner decise (su pressione degli editori) di scrivere le storie dei vari personaggi così da dare ordine al flusso di coscienza. Ed è la parte peggiore. Perché spiega! Non si può spiegare un’emozione. O la si capisce, o non è un’emozione da ricordare. Insomma, certo alla fine viene fuori un potente quadro della pessima vita del Sud degli Stati Uniti, così come in (pare) tutte le opere di Faulkner. Di cui ho letto con questo un paio di cose. E mi basta. Non credo che tornerò a frequentarlo.
Frances Hodgson Burnett “Il giardino segreto” DeAgostini euro 10,90 (in realtà, scontato a 1,64 euro)
[pubblicato il 03 settembre 2017]
Non poteva mancare di essere letto, prima o poi, questo libro. Pietra miliare dei libri per l’infanzia, anche se poco diffuso in Italia. Dove, ad esempio, l’autrice è forse più nota per “Il piccolo Lord”. Sia i libri felici che i libri curativi ne consigliavano la visione. Ed io sapevo, nelle pieghe della mia memoria, che ne avevo scorso dei pezzi in qualche edizione “antica” ed ero, moderatamente, curioso di leggerne. Cosa dire a valle della lettura? Pur avendo più di 100 anni, se preso nella sua giusta visione filologica ed educativa, è ben congeniato, e discretamente utile ad un pubblico giovane. Dirò di più: può essere un’utile lettura anche ad un pubblico adulto che non voglia chiudere gli occhi alla magia dell’adolescenza (o dell’infanzia) e che può prendere spunto per rapportarsi alle giovani generazioni in modo comprensivo ed empatico. Certo, confrontandolo con l’originale, si nota che la versione “per ragazzi” della DeAgostini qualcosa taglia. Ma rimane la freschezza e lo spirito con cui fu scritto. Seppur quindi con occhio adulto, non possiamo far meno di seguire la piccola, viziata e non amata Mary Lennox, dall’India natia sino al veloce ritorno in patria. Perché nella guarnigione del padre scoppia un’epidemia di colera, e solo Mary si salva, venendo mandata dallo zio Archibald. Uno zio che vive in un castello isolato, e che è colpito dal grande dolore della morte improvvisa della giovane ed amata moglie. Per questo passa la maggior parte del suo tempo in giro per il mondo, lasciando le cura della giovane Mary ai famigli della casa. Sarà soprattutto Martha a prendersi cura di Mary, a farle tornare il sorriso, a narrare delle buone cose di casa sua (povera ma onesta), a presentarle il fratello ecologo e bucolico Dickon. Le parla inoltre del famoso giardino segreto, quello curato dalla zia morta, cui a tutti è vietato l’accesso. Ovvio che Mary comincia a cercarlo. Ovvio che lo trova, lo apre, se ne innamora. Condividendolo con Dickon, con le sue piante e i suoi animali. Ma un nuovo mistero attanaglia i giorni della nostra signorina, che diventa a poco a poco, un po’ più simpatica. Le grida notturne, che al fine si scoprono essere quelle del cugino Colin. Malato di incerta malattia, poco curato o mal curato. Sicuramente poco amato dal padre, che gli rimprovera, anche se non esplicitamente, la morte della moglie. Mary comincia un’azione di coinvolgimento alla vita di Colin. Narrando del giardino, narrando degli animali, narrando di Dickon. Tanto che l’altrettanto viziato Colin decide di seguire le orme della cugina. Uscendo di casa nella sedia a rotelle. Andando in giardino. Cominciando a muovere i primi passi. Sino a che, ignota la malattia, ma sicuramente giovandogli aria aperta e compagnia, anche lui si integra nella cura del giardino e nell’inno alla vita. Tanto che la madre di Martha non si perita di richiamare sir Archibald dai suoi giri lontani. Il vecchio (ma credo che non arrivi ai cinquanta!) torna a casa, scopre le “malefatte” della nipote, ma scopre anche i benefici che ne porta il figlio. Così che, curando le piante si cura anche il cuore. E tutti quanti, alla fine, saranno contenti, e ne usciranno vittoriosi. Quante piccole zeppe di insegnamento in così poche pagine. Certo ingenue, certo senza nessun infingimento, subito lì, dirette. Mary non amata, unica che sopravvive (quindi anche chi sembra poco simpatico è meglio di chi è realmente antipatico). Martha e la sua famiglia (cioè il cuore aperto, il sorriso sulle labbra, il lavoro anche umile non possono che portare serenità). Martha e Dickon (quando l’amicizia travalica ogni confine). Martha e Colin (quando l’empatia vince ogni malattia, vera o presunta). Martha e lo zio Archibald (come non aver paura dei grandi quando si ha una grande idea in testa). La “pedagogica” Frances inzeppa il libro di buoni sentimenti. In particolare, l’ultima grande metafora è il collegamento tra i ragazzi ed il giardino: in entrambi i casi, i buoni semi, oltre ad essere piantati, devono essere difesi e coltivati. Ed il giardino, così come il bambino, potrà al fine crescere e diventare una pianta, un uomo o una donna. Ignorando Freud e tutta la psicologia, il bello (seppur limitato) del libro è proprio in questa immediatezza senza barriere. Un’ultima lancia la spezzerei sulla rivoluzione che all’epoca portò il libro. La convinzione nel mondo occidentale dell’inizio del XX° secolo era che solo la guida, l'insegnamento e la vigilanza costante degli adulti potevano garantire l'educazione di bambini e adolescenti, che l'amicizia tra ragazzi poteva essere pericolosa e andava sempre vigilata dagli adulti e che l'amicizia tra giovani di sesso opposto era molto pericolosa e andava controllata e limitata dagli adulti. Tutte e tre queste posizioni vengono confutate da Frances. Che apre vie nuove che hanno portato a noi. Perché allora non cominciamo anche noi a tracciarne altre? Forse è tutto troppo facile. Ma che dire se si riesce a togliere le barriere, i pensieri, gli attaccamenti a comportamenti troppo ingessati. Per comunicare. Questo, in fondo, è quello che insegna Mary: parlare, chiedere, è sempre meglio che stare zitti. Un NO è sempre meglio di non sapere la risposta. Tanto che spesso, il NO diventa un magico, bellissimo, giurassico SI. Quindi, salvando un po’ di ingenuità, perché non leggerlo ai Tommaso, ai Matteo, e a tutti gli altri?

Finalino

Farei solo un commento: a parte Dahl, gli altri libri sono tutti anteriori alla mia nascita. Forse la signorina in 35 anni poteva trovare qualche altro buon libro. E giuro che ce ne sono.