domenica 19 aprile 2020

Rob(iv)ecchi - 19 aprile 2020


Alessandro Robecchi “Di rabbia e di vento” Sellerio euro 15 (in realtà, scontato a 12,75 euro)
[A: 28/03/2017 – I: 30/11/2019 – T: 01/12/2019] &&& --
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 407; anno: 2016]
Due anni e mezzo sono passato dalla lettura della precedente puntata delle “straordinarie avventure” di Carlo Monterossi, ed io, come il nostro eroe, sto aspettando di sapere dove è andata a finire Maria, con la quale sembrava essere nata una promettente storia. Poiché forse anche il nostro Alessandro non ha le idee chiarissime, ci riserva una nuova puntata che solo per affetto posso considerare sufficiente. Non viene (o non sono stato capace io) chiarito il mistero del titolo, che i primi avevano sempre riferimenti canori. Io qui non lo ho trovati (se non molto lontanamente, con un titolo quasi simili in “Of rage and war” del Savatage del 1989, ma penso c’entri poco), se non il vento che continua a soffiare a Milano (forse memore del dylaniano “Blowin’ in the wind”) e della rabbia che i maggiori protagonisti della vicenda covano verso le assurdità che loro e noi stiamo vivendo. Robecchi cerca di incanalare il racconto sui binari noti delle prime due puntate, ma non riesce a trovare il modo di far scattare la vicenda verso un qualche punto di maggior interesse. Certo, si approfondiscono, almeno un poco, i caratteri maggiori. E se è vero che Monterossi rimane un punto fermo, non è più solo lui al centro, anche se il finale sarà tutto suo. Cerca sempre di sganciarsi dalla “televisione fabbrica di merda”, ma questa parte rimane un po’ sullo sfondo, senza neanche trovare sbocchi plausibili. A parte il cenno alla vicenda della matura signora appassionata di lap dance e del suo geloso marito, ma è solo uno svolazzo. Lui è certo uno dei motori dell’azione, con le costanti del whisky (rigidamente Oban di 14 anni) e delle citazioni di Bob Dylan, che però prendono meno. Esce meglio fuori il poliziotto Ghezzi, quello che aveva iniziato un po’ caricaturato “alla Catarella”, con i suoi fantasiosi travestimenti. Qui è vero che inizia vestito da frate, ma si imbatte in cattivi che lo maltrattano, gli rubano la pistola, e lui seguirà le azioni un po’ convalescente (accudito dalla meravigliosa macchietta della moglie Rosa), un po’ intraprendendo iniziative di massa, collaborando cioè con Monterossi e con il trova tutto Oscar. Tra le pieghe della polizia esce poi fuori anche un altro poliziotto, il sovraintendente Carella (qui, Robecchi tributa un sentito omaggio al re del “police procedural”, l’italo americano Salvatore Lombino in arte Ed McBain ed al suo personaggio principale delle storie dell’87° distretto, Steve Carella). Un poliziotto all’opposto di Ghezzi, ordinato, metodico, ma altrettanto determinato nel raggiungere gli stessi obiettivi dei nostri, pur sempre all’interno del solco giudiziale tracciato. Non può mancare la comparsa, qua e là, dell’esimia moldava Katrina, colf e cuciniera di Carlo, ma sono quei personaggi di sfondo, che servono a dare il senso della continuità al racconto. La storia principale si innesca quando una escort, che Carlo incontra per caso, e con la quale scambia una serata di chiacchiere di buon livello, viene trovata uccisa. Anzi, torturata e uccisa. Con la stessa arma che aveva freddato poco prima un concessionario di auto di lusso, dove l’assassino, fuggendo aveva travolto Ghezzi vestito da frate. Ecco che Robecchi riesce a far convergere i nostri due eroi, che si imbattano nei due omicidi, e che però non sono disgiunti. Ma dov’è il nesso? La polizia ed Oscar scavano, trovando fuori una serie di misteri. L’escort Anna non esisteva fino a 4 anni prima. Il primo morto pareva implicato, sette-otto anni prima, nel rapimento con forte riscatto di un giovane rampollo. Ma gli autori del sequestro pare abbiano fatto una brutta fine. Uno sconta l’ergastolo in Serbia per altri reati. Il secondo, Enrico, risulta morto in una rapina in Austria. Ma i nostri eroi, uniti e disgiunti, cominciano con lo scoprire che Anna aveva una seconda vita come Anita, e poi una terza come Angela. Una donna colta, laureata in lettere, che era stata la donna del bandito Enrico. Ma Enrico è veramente morto? Cosa celano i ritagli giornalistici in tedesco? E c’era veramente un terzo uomo, come si sospettava? Dove sono finiti poi i 3 milioni di euro del riscatto? Tutto lascia supporre che li abbia Anna dalle tre vite. Che aspetta il ritorno di Enrico. Che capisce che Enrico non è più il bandito bello e tenebroso della sua infanzia. Quando poi viene trovato un nuovo morto, con la pistola che aveva ucciso i due accanto, apparentemente suicidatosi con la pistola di Ghezzi, tutto sembra tornare al proprio posto. Ma Ghezzi e Monterossi hanno dubbi, hanno rabbia, ed il vento su Milano non scema mai. Sarà nel finale che il nostro Carlo samaritano scioglierà il mistero (che però era chiaro fin da metà libro; solo i nostri non capiscono gli strani numeri che Anna teneva segreti, ma basta leggerli bene e sono di un ovvio lampante). Così anche questa storia finisce. Carella ha la sua vendetta su chi ha torturato la bella Anna. Carlo farà le sue solite buone azioni. Ghezzi torna alla sua vita di trasformista poliziotto. Noi, invece, aspettiamo una nuova puntata, sperando che si risollevi un po’ dai piccoli pantani cui si è andata infognando.
Alessandro Robecchi “Torto marcio” Sellerio euro 15 (in realtà, scontato a 12,75 euro)
[A: 04/04/2017 – I: 02/12/2019 – T: 04/12/2019] &&& ---
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 415; anno: 2017]
Prima passano anni, poi quasi neanche un giorno, e siamo già ad una nuova avventura del buon Monterossi. Ma questa volta, e sempre più, sembra che Robecchi voglia allargare il tiro, coinvolgendo meglio e più in profondo i contraltari della vicenda. Perché, si, abbiamo sempre il nostro Carlo alle prese con il lasciare o meno i suoi programmi “TV spazzatura”. Ma abbiamo ancora e meglio, Ghezzi e Carella, i due poliziotti agli antipodi, ma che, ognuno per il proprio verso, cerca di dare un senso ed un indirizzo alle indagini. Tuttavia, Robecchi ci vuole parlare anche d’altro. Del clima italiano, che si va sempre più deteriorando, dove la solidarietà ed il rispetto stanno scomparendo, e ci rimane solo, forse, qualche scorcio di una Milano non più da bere ma da evadere. Tanto per essere ancor di più allegri, in questa fine decennio che allegra di certo non è (almeno dal punto di vista pubblico). Robecchi mescola vari piani di romanzo, riuscendo, anche un po’ tirando per i capelli, a far quadrare i cerchi prima della fine. Ci sono vari morti, uccisi con armi da fuoco abbastanza datate, che sembrano non avere nulla in comune, se non un sasso lasciato sul luogo del delitto. C’è il furto di un bellissimo anello alla madre di Katia, l’agente procacciatrice d’affari di Carlo. C’è infine un morto, sempre con il sasso, ma con una pistola moderna. Dei morti ammazzati si dovrebbero occupare Ghezzi e Carella, ma, altro colpo alle idiosincrasie moderne, qualcuno adombra sospetti di terrorismo, talché viene ingaggiata una squadra speciale da Roma. Il capo dei nostri si scorna, e decide un’operazione in copertura. Mette in ferie i nostri, lasciandoli indagare. Indagini che avranno come campo di battaglia casa Ghezzi, con i mitici pranzetti e spuntini della signora Rosa. Dell’anello si occupa direttamente Carlo con la sua longa manus, il faccio-qualsiasi-cosa Oscar. Che ben presto trova traccia di ricettatori, di possibili giri al nero. Con una facile manovra avvolgente, di cui non vi rivelo altro, l’anello è salvo. Ma c’è un sottoprodotto alla rapina: il ladro-truffatore si lascia sfuggire un accenno ad un detenuto morto in carcere che aveva detto qualcosa sugli avvenimenti degli anni caldi. Perché i primi due morti, ora rispettabili cittadini, anche carichi di soldi e di affari vicino ai potenti della finanza e della politica, avevano partecipato ai vari moti studenteschi degli anni di piombo. Per poi allontanarsene improvvisamene ed immotivatamente. Ecco che i fili di Robecchi si avvicinano e si ingarbugliano: tutti i morti hanno un sasso in comune. Tuttavia, quello della pistola moderna all’epoca delle BR e simili aveva 12 anni, quindi sembra una variabile strana. Altro filo unificante è, non a caso, il programma spazzatura ideato da Carlo e dal quale, sin dal primo romanzo, cerca di allontanarsi. Intanto la mitica Flora, la conduttrice dalla lacrima facile, convince Carlo a coinvolgere i parenti dei morti in varie puntate televisive. Solo la moglie altera e nobile dell’ultimo morto, dal nome aulico di Isabella De Nardi Contini si rifiuta ostinatamente, e Carlo riesce solo ad instaurare un bel rapporto di probabile amicizia con lei. Sono spiriti quasi affini, anche se Isabella è troppo presa dai suoi Nietzsche ed altri filosofi, mentre Carlo continua pervicacemente con il suo Bob Dylan. Visto che non ci facciamo mancare nulla, seguiamo in sottofondo le vicissitudini di tal Francesco, che capiamo abbia qualche legame con la vicenda. Ma che soprattutto serve a Robecchi per parlarci di case occupate (e non da Casa Pound ma da collettivi studenteschi), di piccoli giri di cannabis, di gestione delle case da parte della mafia calabrese, delle lotte possibili e future tra la stessa mafia ed immigrati islamici di profilo poco chiaro. Il tutto in un super condominio fatiscente, di cui seguiamo alcune vicende umane toccanti. Dove Ghezzi darà prova ancora una volta delle sue doti di mascheramenti e pedinamenti. Alla fine, saranno Ghezzi e Carella, con la spinta delle soffiate di Carlo, a trovare il bandolo finale della vicenda dei sassi, che non servivano per dire “mettiamoci una pietra sopra”, ma “ricordiamoci di quando si spaccavano le vetrine”. Ma come dice il titolo, più che torto marcio, che nessuno ha veramente sbagliato molto, sarà una vicenda marcia, dove l’amaro in bocca rimarrà e non poco. Per le vicende degli anni studenteschi (anche mie, anche nostre) che non ho mai digerito. Per gli indigenti che non hanno casa. Per chi non avrà mai giustizia, e per chi la giustizia non toccherà mai. Anche Ghezzi sarà travolto da questi torti, e speriamo che se ne risollevi. Io, ne approfitto solo per una piccola chicca, su tutta la parte del ricettatore, avido di soldi, ma alla fine disponibile anche a compromessi onorevoli. Un cammeo dell’orefice, signor Venanzi.
Alessandro Robecchi “Follia maggiore” Sellerio euro 15
[A: 26/03/2018 – I: 13/12/2019 – T: 15/12/2019] && e ¾
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 390; anno: 2018]
Come spesso accade nei romanzi seriali, ad un certo punto la trama comincia a traballare un poco. Come se venissero meno gli spunti fondanti della serie stessa, e non si trovasse ancora nuovi ed altrettanto coinvolgenti momenti espressivi. Succede così anche in questo quinto capitolo delle avventure di Carlo Monterossi e soci. Cade abbastanza il lato “televisione di merda”, che il nostro si allontana da Flora De Pisis & co, anche se rimane la presenza di Bianca, che sembra aver un suo possibile posto nelle storie, nella televisione ed anche nel letto di Carlo. Aumenta leggermente il lato giallo, visto che c’è una persona che muore, e che i nostri poliziotti Ghezzi e Carella sono sul pezzo, con ampia voglia di riuscire anche se con risultati non sempre all’altezza. C’è invece tutta una storia trasversale, legata a Monterossi ed al suo amico e sodale Oscar, che ovviamente (altrimenti come si reggerebbe tutto il romanzo) si collega alla precedente. Tuttavia, il collegamento è talmente casuale che non solo risulta improbabile in un mondo reale, ma che si vede essere inserito a forza. Anche se, e Robecchi non è certo l’ultimo arrivato nella scrittura, pian piano l’intreccio si fa più consistente, almeno nell’interesse delle storie che vengono da lontano. Ma facciamo un piccolo punto o riassunto. Per chi non mi avesse seguito sin qui, ricordo che le storie di Robecchi partono dalle avventure tra ironia, sarcasmo e polizia di Carlo Monterossi, star di programmi televisivi, che però vuole (e riesce ad) abbandonare. Monterossi è anche un discreto melomane, in particolare devoto anima e core a Bob Dylan (e le citazioni delle canzoni del Nobel, sono sempre calzanti). Carlo è legato al suo strano amico Oscar, uno che riesce a sapere molte cose attraverso suoi canali che noi (ancora) non conosciamo. Il circo “Monterossi” era stato allietato all’inizio dalla presenza di Ghezzi, un Catarella intelligente. Purtroppo, il poliziotto Ghezzi, a contatto con la realtà, ed entrando sempre più verso il centro della scena, perde la sua giocosità, ed acquista profondità e cupezza. Sembra quasi la parabola del PD! Nelle ultime puntate, quasi a farne da contraltare, entra l’altro commissario (pardon vicequestore) Carella, molto più sul pezzo, tanto che lavora solo senza una sua vita privata. Robecchi, da buona vecchia firma di “Cuore” aveva anche iniziato con molta ironia, che però si è andata perdendo, ed ora ci sono anche momenti ilari, ma con un’andatura poco allegra. L’ossatura del romanzo si impernia sulla figura di Umberto, facoltoso ed anche più anziano. All’inizio, Carlo e Oscar lo ricercano su indicazione del figlio, ma Umberto non era scomparso, solo che “carico d’anni” aveva deciso di fare cose che non aveva fatto in una vita tuta dedita all’accumulo di denaro (e tanto). Ritrovatolo, si trovano coinvolti nella seconda fase. Una signora cinquantenne, Giulia, muore durante (sembra) uno scippo. Morte su cui indagano Ghezzi e Carella. Ma Giulia era stata, circa venticinque anni prima, un grande amore di Umberto. Questo l’improbabile legame tra le due coppie al lavoro. Tutta una parte del romanzo viene dedicata da Robecchi al racconto del modo disinibito e libero da condizionamenti, ma realmente profondo, di rapportarsi tra Umberto e Giulia. Un amore che non poteva avere sbocchi (per una serie di ragioni che non stiamo qui ad indagare, se no che vi andate a leggere?). Quindi ci si lascia, ma Umberto avrà sempre Giulia nel cuore. Tanto che una delle follie del libro (la maggiore?) è quel vangare e rivangare sui rimpianti, sul non averne, sui rimorsi e sulla differenza tra le due entità. Quindi Carlo e Oscar, per Umberto, approfondiscono cosa sia stata per questi venticinque anni, la vita di Giulia, con la nascita anche della bella Sofia, ora promettente soprano (questa è la parte “in maggiore” come un buon andante rossiniano). Tralascio volutamente di addentrarmi nelle trame parallele di Umberto e Giulia, di Umberto che fa da Pigmalione a Sofia, ed anche di casa Ghezzi, o di Bianca e Carla, o di Katrina e la Madonna di Medjugorje. È chiaro fin da subito che Umberto è incazzato nero della morte di Giulia, e farà di tutto per risolvere, a suo modo, la faccenda. Vedremo solo che sarà Oscar a trovare il bandolo di una matassa che collega mafiosetti, protezioni di negozi, usura, poliziotti corrotti ed altre amenità “fuori legge”. Sarà sempre Oscar a fornire a Ghezzi i contorni di un puzzle che il nostro poliziotto porterà a compimento. Anche se… Vedremo in futuro, se e come evolverà questo rapporto tra Oscar e Ghezzi, che il poliziotto è ben stufo dell’andamento politico e poco risolutivo della burocrazia statale. Vedremo in qualche prossimo romanzo se Carlo e Bianca avranno un seguito. Per ora segnaliamo la sempre gradevole presenza di una Milano non scontato, la scorrevole prosa di Robecchi ed il piacere, comunque, di averne letto, di leggerne e di poterne continuare ad usufruire in futuro.
Alessandro Robecchi “I tempi nuovi” Sellerio euro 15 (in realtà, scontato a 10 euro)
[A: 25/03/2019 – I: 21/12/2019 – T: 23/12/2019] &&& --
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 428; anno: 2019]
Ed eccoci al sesto titolo della saga di Carlo Monterossi e della Milano di Alessandro Robecchi. Come tutti i serial, un po’ si ripete, e cala di intensità. Come tutti i serial ben riusciti, l’autore riesce trovare qualche nuova buona idea per non rimanere nel solco del già detto e già visto. Certo, cambia poco il nostro protagonista, sempre con una indovinata citazione di Bob Dylan, che dovrebbe aver scritto di tutto, quasi una Bibbia in musica, perché si trova sempre un giusto riferimento a quanto accade (o forse è il contrario?). Carlo continua a non essere soddisfatto della sua creatura, quel “Crazy Love” dedito a punte di ascolto fenomenali in quanto esempio di punta di tv spazzatura. Continua a cercare di uscirne, tutte le colte ritirato dentro dal suo agente, da circostanze esterne ineluttabili, ed anche dalla bella Bianca, con la quale sembra poter instaurare un rapporto un filo più serio delle “scopate e via” delle precedenti puntate. Vedremo se Carlo e Alessandro avranno il coraggio di far seguire questo filone le sue scie naturali. Così come hanno fatto con gli altri personaggi. Il poliziotto Ghezzi, benché saturo di burocrazia, decide comunque di rimanere in polizia, continuando a lavorare con il tenebroso Carella. Ma favorendo l’uscita dalla polizia di Agatina Cirielli, delusa dalla lentezza amministrativa, e convolante in una bella impresa di un’agenzia investigativa con il mai troppo chiaro amico di Carlo, Oscar. In questo quadro generale, con tutte le teste di lungo corso al loro posto (senza dimenticare l’ombra angelica di custode della casa della bella Katrina, né l’irruzione sulla scena di Rosa, la moglie di Ghezzi), comincia a svilupparsi una nuova avventura. Che, come sovente nella scrittura di Robecchi, parte su binari paralleli, destinati tuttavia ad incontrarsi ben presto. Da una parte c’è un bravo ragazzo, Filippo, tutto casa – fidanzata – università, qualche lavoretto per arrotondare le entrate e magari finanziare un viaggetto con gli amici, trovato morto nella sua auto, le mani legate al volante, un foro sulla tempia, i pantaloni abbassati come a valle di un rapporto clandestino. Una morte incomprensibile, che fa sbattere la testa al muro ai nostri Ghezzi & Carella. Dall’altra l’irruzione in scena di Gloria Grechi, impiegata anonima, ma donna affascinante, che si rivolge a Oscar e Agatina per ritrovare il marito scomparso, offrendo ricompense che sembrano (e sono) assolutamente al di fuori delle normali entrate di una coppia normale. A parte le storie collaterali, ma su una torneremo, che sono il sale della scrittura di Robecchi, il centro di queste due storie si unifica ben presto. Scopriamo l’esistenza di una banca della mafia, dedita alla ripulitura di denaro sporco. Una organizzazione ben congeniata raccoglie gli incassi in nero di commercianti, spacciatori, gestori di case da gioco e di agenzie di scommesse clandestine, li fa recapitare da ignari fattorini, dietro compensi superiori alla media, in una serie di basi logistiche. In cambio di una congrua percentuale, riporta ai fornitori del denaro sporco, una serie di transazioni legali, così che ognuno ha la sua parte di convenienza, di certo fuori dai canali legali. Qual è allora il legame? Filippo era uno degli ignari corrieri che per motivi che scoprirete leggendo finisce deragliando dalla strada maestra. Gloria ed il marito, dopo aver scoperto il trucco del denaro riciclato, stavano cercando di rubare ai ladri, quando il marito, non sappiamo ancora per quale motivo, scompare. Quindi, gli sforzi degli investigatori pubblici e di quelli privati convergeranno, per trovare il modo di risolvere tutti i misteri. Robecchi ci serva qualche bel colpo a sorpresa nel finale, che risolleva un po’ tutto l’andamento. Non vi dico i colpi, né vi dico di Carlo e Bianca. Questo lo leggete. Quello che accenno è uno dei filoni interni. Una nipote di Ghezzi viene bullizzata da un compagno di scuola per alcune foto leggermente osé. Compagno ovviamente figlio di un illustre professore, che scrive sul “Corriere” ed altre amenità di rango. Carlo ha l’opportunità, con l’aiuto di Rosa, di smascherare il bullo ed il professore sepolcro imbiancato. All’interno della trasmissione che pur tuttavia non ama. Ma riuscirà a sfondare le porte di una televisione blindata, più vicina a Bruno Vespa che a Fabio Fazio? Riusciranno i nostri a portare alla luce questi “tempi nuovi” di cui tanto si parla, anche nel titolo? Vi lascio all’amena lettura di Robecchi, sperando tuttavia che ritorni anche alle battute sagaci di cui ci ha abituato nei copioni da lui scritti per Crozza. Qui si sta scivolando un po’. Aspettiamo fiduciosi.
Terza domenica d’aprile, quindi vi sorbite una bella cura di felicità con uno dei più lunghi rimedi seriali (e non pandemici).
Purtroppo, anche Lucho ci ha lasciato, in questi mesi in cui, ed è ovvio, siamo molto attenti a chi non c’è più vicino per lottare. Ci sono anche lutti più privati, ma quelli li conosciamo e li teniamo per noi, modestamente. Pasqua è passata, e noi ci avviamo verso un 25 aprile anch’esso di mestizia. Speriamo di vedere una luce in fondo, in fondo, che ci permetta di illuminare i miei abbracci a tutti voi e il mio grandissimo affetto 

I LIBRI CHE CI AIUTANO A VIVERE FELICI di Giulia Fiore Coltellacci con i commenti di Giovanni
APRILE 2020
E dopo svariati mesi di cure “rapide”, passiamo a cose più massicce, a delle cure intensive, indicate anche in questi mesi di scarsa mobilità.

CURE INTENSIVE 1


Ci sono situazioni in cui un approccio terapeutico tradizionale si rivela insufficiente e si richiede un intervento più prolungato e massiccio, cure intensive da ripetere a cicli.

IL TRONO DI SPADE di GEORGE R. R. MARTIN (1996-2011 per ora)

Cicli di cure: in fieri. Nonostante il titolo sarebbe Cronache del ghiaccio e del fuoco, la saga è ormai comunemente nota come Il trono di spade. A seconda dell’edizione (deluxe o economica) potete trovare i vari episodi raggruppati in un unico volume oppure divisi in più libri per una cura diluita e più leggera. Attenzione a non fare confusione con i titoli, la prescrizione resta la stessa così come l’azione del farmaco.

Principio attivo: fantasy.

Eccipienti: potere, guerra, sangue, sesso, vendetta, tradimento.

Composizione

Per ragioni di spazio, tempo e complessità è quasi impossibile raccontare la trama dell’opera monumentale di George R. R. Martin. Ci viene in aiuto il titolo del primo romanzo, Games of Thrones, in originale, e Il trono di spade nella versione italiana: si tratta di un gioco di ingarbugliate lotte di potere per sedere sul Trono di Spade. Questa saga s’inserisce di diritto nella tradizione della migliore letteratura fantasy di cui, però, ha sovvertito alcune regole con riusciti azzardi che gli hanno permesso di conquistare, anzi di sottomettere, un pubblico più ampio rispetto ai soli cultori del genere. Non mancano gli elementi tipici del fantasy, come le creature fantastiche e le atmosfere da Medioevo immaginario, ma sono inseriti in un contesto molto realistico dove la cruda descrizione di un circolo vizioso fatto di vittime, vendette, odio, alleanze, tradimenti, guerra, sangue, battaglie e sesso trasforma la saga in una sorta di epopea storica per la conquista del potere, che è tutto fuorché un’invenzione della fantasia. Al gioco del trono o si vince o si muore: la lotta per la poltrona è sempre stata all’ultimo sangue e sempre lo sarà. Cambiano le epoche e le modalità della partita, ma la battaglia per non cedere la poltrona nella stanza dei bottoni non cambia mai. A rendere originale la saga è anche la scelta dell’autore di non eccedere nella meticolosa descrizione dei luoghi o delle situazioni, indugiando in lunghe digressioni il cui effetto collaterale sarebbe la produzione di abbondanti quantità di latte dalle ginocchia e la sua conseguente trasformazione in mozzarelle fresche, che è tra le prime cause di libri abbandonati a metà nonché fonte di dolori alle suddette ginocchia, per non parlare di qualche cos’altro che si rompe irrimediabilmente. Con Il trono di spade questo non succede, perché la concentrazione dell’autore si focalizza soprattutto sui personaggi, che, realistici in modo fantastico, sono l’altro grande punto di forza. Bandita la tradizionale distinzione tra buoni e cattivi, hanno tutti le loro zone d’ombra, le loro debolezze e le loro colpe. Nessuno è buono in assoluto e tutti sono drammaticamente umani. Ma George R. R. Martin osa ancora di più. Per avviluppare senza scampo in una trama crudele e sensuale di amori, incesti, mutilazioni, vendette, tradimenti, lotte, massacri e sangue, sangue, sangue, ha scelto di affidare ogni capitolo al punto di vista di un personaggio, una tecnica narrativa dinamica che permette al lettore di vedere le cose da differenti angolazioni, calandosi nei panni di tutti i protagonisti, anche di quelli negativi, seguendone il filo dei pensieri e sviluppando empatia. Ma attenzione a non simpatizzare troppo né ad affezionarsi eccessivamente perché, e questa è l’altra novità, l’autore è spietato e non ci pensa due volte a sacrificare un personaggio ai fini della storia. Non si fa scrupoli a spezzare il cuore del lettore, lasciandolo orfano e pieno di dolore. George R. R. Martin è perfido. O coraggioso, proprio come i suoi protagonisti. E per quanto sia cattivo e perverso, il lettore non può che continuare a pendere dalla sua penna in attesa di nuovi episodi.

Posologia

Visto l’argomento, la prima ragione per un ciclo di cure a base de Il trono di spade è per contrastare i sintomi di claustrofobia da realtà e conseguente bisogno di evasione. Mi sento, però, di prescrivere questa fantasy-terapia intensiva soprattutto per la sua efficacia nel soddisfare un’altra necessità troppo spesso sottovalutata: il bisogno di essere sorpresi. Non mi riferisco solo alla sorpresa provocata dai continui colpi di scena che movimentano la trama tenendo sempre la noia a distanza di sicurezza, ma soprattutto alla sorpresa intesa come possibilità di essere sbalorditi nello scoprirsi incantati da una lettura che mai si sarebbe creduto potesse piacere. Ovviamente non mi rivolgo agli amanti del genere, che avranno già divorato tutta la saga probabilmente anche più di una volta, ma ai detrattori delle storie di fantasia, agli allergici cronici al fantasy e agli intolleranti nauseati dai fenomeni letterari di successo. In caso foste tra questi, vi consiglio di fare un test provando a leggere il primo romanzo. Chiunque si sia mai sottoposto alle prove allergiche sa bene che raramente si arriva a capire la vera causa scatenante le allergie, che come vengono, così se ne vanno via inspiegabilmente. Così voi, leggendo Il trono di spade, potreste scoprire che quello per il fantasy è un rifiuto psicosomatico e quindi facilmente superabile. Sono quasi certa che questi romanzi saranno una sorpresa e, dato che ormai non ci si meraviglia quasi più di niente, scoprire di poter essere stupiti da un libro e da sé stessi è fantastico oltre che un sintomo di buona salute.

Effetti collaterali

Fate attenzione perché Il trono di spade è un virus potente il cui contagio è rapido e immediato. Possono bastare poche pagine per venire risucchiati nel vortice della trama. Il primo sintomo di contagio è stato individuato nella tentazione di voler scomparire dalla faccia della terra per tutta la durata della lettura (piuttosto lunga), staccando telefoni, spegnendo computer, interrompendo ogni forma di comunicazione con il mondo esterno, arrivando a fingersi malati per evitare impegni e appuntamenti che distrarrebbero dai libri.

Vera e propria pandemia a livello mondiale, la saga è diventata un’esperienza collettiva, un fenomeno sociale oltre che culturale (e virale), accendendo dibattiti e stimolando discussioni, senza contare tutto il merchandising. Il secondo sintomo del contagio potrebbe essere la brama di condividere la vostra nuova passione-ossessione, possibilmente contagiando chi ne è ancora immune. Nei casi più gravi potrebbe seguire l’ingresso in un mondo extra-metaletterario, fatto di giochi di ruolo, convention a tema e travestimenti vari. Se da allergici-scettici che eravate all’inizio, vi ritrovate mascherati da Tyrion o Arya a un raduno di fan, sappiate che siete guariti e malati nello stesso tempo: sorprendente!

Terapia televisiva sostitutiva
La fortuna serie televisiva è da intendersi come parte integrante della cura, un episodio a settimana se riuscite a sopportare la suspense, o tutta di fila se rischiate di essere divorati dalla tensione e dalla curiosità. I punti forti della serie sono gli stessi della saga (d’altra parte l’autore è anche uno sceneggiatore e nei romanzi combina perfettamente la tecnica cinematografica con quella narrativa): i personaggi (eccellente la scelta degli attori), le atmosfere, i continui colpi di scena, i finali che lasciano con il fiato sospeso e le scene cruente di sesso e violenza contraddistinguono un racconto duro e appassionante.Avvertenza: può dare dipendenza, e proprio come i romanzi, può causare la voglia, difficile da gestire, di commentare e analizzare ogni singolo episodio nei minimi dettagli. E questo potrebbe compromettere il normale svolgimento delle vostre attività.
Commenti
Ho trovato gradevole il primo (ed unico) libro che ho letto. Ma ancor di più la serie televisive che, grazie a mio fratello, ho potuto vedere integralmente. Sino all’ultima puntata che parla di avvenimenti che l’autore ancora non ha descritto in uno dei suoi libri delle cronache di fuoco e di ghiaccio.
George R.R. Martin “Il trono di Spade” Mondadori euro 12
[pubblicato il 27 gennaio 2019]
Ci sono voluti più di 20 anni per arrivare a leggere in maniera critica ed analitica il primo libro de “Il Gioco dei Troni”, così come appunto nel 1996 l’immaginifico George Raymond Richard Martin decideva di chiamare l’inizio di una delle saghe più lette, più viste e più amate. Purtroppo, oltre a scontrarci con i titoli italiani (ma ormai “Il trono di spade” è diventato un marchio), ci si imbatte anche nella pervicacia delle edizioni, dove i cinque romanzi di Martin dedicati alle “Cronache del ghiaccio e del fuoco” vengono spezzettati in circa una dozzina di volumi. Per cui questo, in realtà, è metà del primo libro della serie, dove appunto “A Game of Thrones” viene diviso in questo e nel successivo “Il grande inverno”. Comunque, dopo averne letto qualcosa quando fantasy e fantascienza erano più presenti nel mio orizzonte letterario, e dopo averne parlato con gli appassionati, e dopo aver visto almeno la Croazia e la Scozia, due dei luoghi must dove è stata girata la serie TV (manca la Nuova Zelanda, un po’ lontana forse), non potevo esimermi di includere anche questo esempio, ormai classico, di letteratura. Sicuramente la scrittura è di buon livello (anche se qualcuno si è lamentato delle traduzioni mondadoriane non sempre accurate), ed accompagna una saga che ha il sapore di un classico, pur essendo farcita di elementi nuovi ed interessanti. Martin ambienta la sua epopea in un mondo altro, forse futuro, ma di sicuro regredito ad un Medioevo europeo di stampo classico. Tornei di cavalieri, strutture feudali ed altro ne sono un chiaro esempio. Su questo si innestano tre elementi “diversi”: il lato fantasy, rappresentato da animali fantastici (i meta-lupi), uova di drago dormienti per millenni, e zombie (o simili creature) che vengono a minare i fragili equilibri del mondo conosciuto; il lato “guerresco”, con una struttura che sembra ricalcare la Guerra dei Cento Anni di britannica memoria, con alleanze, tradimenti ed altre tipologie ben presenti in Europa negli anni bui; il lato “osé”, che c’è sesso, normale e straordinario, etero ed omo, incestuoso perfino, tanto per solleticare il lettore di quando in quando a non distrarsi dalle vicende. Che sono poi vicende corali, che si svolgono in un mondo diviso tra due grandi continenti: Westeros (riportato in italiano come “Il grande Nord”), luogo freddo e dove è difficile vivere, dove arrivano stagioni senza cadenze e durate predeterminate, diviso in Sette Regni, che rispondono ad un unico re, ed Essos (“Il libero Sud”), dove scorrazzano popoli nomadi e sorgono e prosperano città libere. Tra l’altro, all’estremo Nord c’è una Barriera, un gigantesco muro di ghiaccio, mutuato dal Vallo d’Adriano in Inghilterra, controllato dalla confraternita dei Guardiani della Notte, per tener fuori dal mondo civile i Bruti e gli Esterni. Non ho molta intenzione di addentrarmi nei meandri del primo volume, che, pur tipicizzanti, andrebbero corredati da tutti i restanti altri undici tomi italici, cosa che per il momento non è nelle mie intenzioni. Per chi si incuriosisce, vorrei invece delineare quanto succede prima dell’inizio della saga. Infatti, quindici anni prima del primo romanzo, i Sette Regni sono sconvolti da una prima Guerra Civile. Il figlio del Re Folle, Aerys II Targaryen, Rhaegar, rapisce Lyanna Stark, a scopi sessualmente comprensibili, suscitando, com’è ovvio, le ire del promesso sposo di Lyanna, Robert Baratheon. Ma quando la famiglia Stark ne chiede la liberazione, il Re Folle uccide i capi della famiglia. Eddard Stark, capo del più grande regno del Nord, “Grande Inverno”, si unisce a Robert e Jon Arryn, dichiarando guerra ai Targaryen. Nel gioco delle alleanze, Eddard e Jon sposano le sorelle Tully, Catelyn e Lysa, rinsaldando i legami tra loro. Il culmine della contesa si avrà nella famosa “Battaglia del tridente”, dove Robert uccide Rhaegar (che aveva già fatto fuori Lyanna), e Jaime Lannister, di una casata un tempo fedele ai Targaryen, li tradisce, uccide a tradimento il Re Folle, concedendo a Robert di farsi nominare Re dei Sette Regni, suggellando l’accordo tra le famiglie con il matrimonio tra lo stesso Robert e Cersei Lannister, la sorella gemella di Jaime. Pur essendo sconfitti, i due ultimi Targaryen, il giovane Viserys e la neonata Daenerys si salvano fuggendo al di là del Mare Stretto, verso i regni del Sud. Avete già capito quanto e come si possa sviluppare la trama. L’ultima invenzione di Martin, molto efficace dal punto di vista narrativo, è permettere ad ogni personaggio di narrare in prima persona una sequenza di avvenimenti, così che ogni capito è esposto dal Punto di Vista di uno di questi. In questo inizio, ne parlano Eddard Stark e la moglie Catelyn Tully, il primo perché il re Robert lo vuole come suo secondo, essendo improvvisamente morto il terzo sodale, Jon Arryn, la seconda perché cerca di capire chi ha attentato la vita del suo secondogenito, Bran. Poi abbiamo tre dei figli Stark: Bran, dalla cui voce capiamo come siano stati Jaime e Cersei a cercare di ucciderlo, avendone lui scoperto le tresche amorose, Sansa, la quattordicenne figlia maggiore degli Stark, promessa sposa al figlio di Robert, e Arya, la minore degli Stark, dodicenne irrequieta, più dedita a cercare di imparare la scherma che a giocare alle bambole. C’è poi Jon Snow, il figlio bastardo di Eddard, di cui non si consce la madre, e che entra, per sfuggire alle ire della famiglia, nei Guardiani della Notte. Altre due voci sono poi importanti: Daenerys, ormai anche lei quindicenne, che va in sposa con il re dei Dothraki, Drogo, cercando di portarlo sul sentiero di guerra contro i Sette Regni, e Tyrion Lannister, il cadetto della famiglia, chiamato il Folletto (in inglese “Imp” che propriamente sarebbe “Diavoletto”), per le capacità verbali, le intemperie sessuali, nonché il fatto che è affatto da nanismo (inoltre ha gli occhi di due colori diversi!). Non so esattamente come si è andata sviluppando l’intera saga, ma da questo primo assaggio, direi che quattro sono i personaggi che più mi vengono in mente ed in simpatia: Bran e Arya Stark, Jon Snow e Tyrion il Folletto. Concludo ribadendo la poca voglia, attuale, di seguirne le vicende letterarie, ma l’idea, quando se ne ha tempo, di vederne i vecchi episodi della Serie TV (di cui ho visto il primo che ritengo in ogni caso ben fatto).
“Le storie … non sono mie. … Le storie esistono prima di me e dopo di me.” (252)

Finalino

Non so a cosa possa servire, ma sicuramente seguire le otto stagioni del Trono può essere utile a passare del tempo. Inoltre, a posteriori, come dice la chiusa della trama, avevo visto bene su chi puntare dei miei affetti.

domenica 12 aprile 2020

Nun cataminatevi - 12 aprile 2020


Andrea Camilleri “La cappella di famiglia e altre storie di Vigata” Sellerio euro 14 (in realtà, scontato a 11,90 euro)
[A: 21/10/2016 – I: 04/02/2019 – T: 08/02/2019] - && e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 319; anno 2016]
Facendo una pausa nelle storie di Montalbano, in attesa che il fratello buono faccia qualcosa di sinistra, eccoci alla lettura di una raccolta di storie dedicata al mondo di Montalbano prima di Montalbano. Le storie di Vigata, scritte sempre nel “camillerese” stretto, consentiranno, prima o poi, ad un attento lettore ed esegeta, di fare un resoconto cronologico e “storico” di quanto sia potuto avvenire in quel mondo della Sicilia orientale, a me caro, più che per il buon Salvo, per la mia amica Marina e per le bellezze da Agrigento a Ragusa e Siracusa. Qui abbiamo otto racconti (di cui sei inediti) che coprono quasi un secolo di storia (dal 1862 al 1950) del luogo dell’anima dello scrittore empedoclino. Come certo i miei lettori sanno, i racconti non sempre vanno nella direzione del mio cuore, e questo florilegio non si smentisce. Certo, seppur diversi i personaggi, sempre vigatesi sono, e sempre meticoloso, Camilleri ce le inquadra nel tempo. Ma le storie, con difficoltà prendono ed avvincono. Non certo il primo, “Il duello è contagioso”, ambientato nel marzo del 1911, quando a Roma avviene un fatto di sangue: la contessa Giulia Trigona dei principi di Sant’Elia, nata Mastrogiovanni Tasca di Cutò, viene uccisa dall’amante il tenente Vincenzo Paternò del Cugno. Tutta l’Italia si divide tra repubblicani che attaccano la contessa in quanto dama di corte della regina Margherita e monarchici che la difendono. Così come accade a Vigata. Qui la penna di Camilleri vola, portando il conflitto verso una serie senza fine di duelli, che i focosi vigatesi, divisi nelle due schiere, non vedono l’ora di mettere in piazza. Divertente l’escalation, poco coinvolgente la fine della storia. Con il secondo saliamo al 1929; ma nonostante “La cappella di famiglia” dia il titolo alla raccolta, risulta una farsa un po’ scontata. Amori corrisposti o meno. Eredità che non vanno al loro posto. Gelosie e tradimenti. Certo intorno alla cappella del titolo, ma con poco mordente. Mordente che invece si trova nel miglior racconto del libro. “Teresina”, ambientato nel 1920, che ci presenta una lady Macbeth che si mette a lavorare in prima persona per uscire dalla povertà e dalla servitù. E con costanza e veleno dei topi riesce nel suo intento. E devo dire che fa anche piacere che riesca. Gli altri che seguono vanno in tono minore. Dal più debole, ambientato nel 1937, con quel giovane che risulterà avere “Il palato assoluto”, così come qualche musicista poteva avere l’orecchio assoluto. Ovvio che finirà tra le cucine, cuoco o assaggiatore. Ovvio che andrà in difficoltà per i suoi giudizi stroncanti. Ovvio che dovrà trovare il modo di “dileguarsi” o meglio di dissimulare il suo dono. Ma il gioco di Camilleri è ormai abbastanza scontato. Come in “La rettitudine fatta persona”, che copre uno dei più lunghi archi temporali, dal 1896 al 1948. E dove non ci sorprende certo che il deus ex-machina della vicenda, quello contornato da donne che non lo lasciano, e che per lui e con lui fanno di tutto, alla fine, posso essere iniziato ad una causa di beatificazione. Stesso plot, anche se con le carte cambiate, nel post-bellico “Il morto viaggiatore”, dove ci sono tutta una serie di scambi di persone e cose, intorno ad un morto che nessuno vuole e che tutti spostano di qua e di là. Saltando il penultimo, l’ultimo racconto ricalca abbastanza il plot del palato, perché ne “L’oro a Vigàta”, iniziato nel 1920 e proseguito nel pieno del ventennio, il protagonista Mizzica, non ha il palato, ma ha la capacità di trovare cose: acqua, oro, giacimenti, persone. A Camilleri serve per mettere in berlina il fascismo ed i suoi creduli gerarchi. Senza però riuscire a coinvolgerci di più. Ho saltato il penultimo perché “Lo stivale di Garibaldi”, ambientato nel 1862 merita qualche riga in più. Non per la storia, dove si sunteggia la vita del prefetto di Girgenti (come allora si chiama Agrigento), mandato in Sicilia per ristabilire l’ordine, ma travolto dagli avvenimenti, soprattutto per una manifestazione di blasfemo rispetto per lo stivale del titolo. Perché quello che più si coglie, e con piacere è l’aspetto umoristico e spaesante della vita di Enrico Falconcini, il prefetto di cui sopra. Dove, oltre al corteo di cui sopra, nella sua prefettura avviene di tutto dallo stato d'assedio imposto per reprimere la mobilitazione filo garibaldina che culminerà nei fatti dell'Aspromonte, ai disordini politici, agli innumerevoli episodi di criminalità e banditismo fino all'evasione dal carcere di Girgenti di ben centoventisette detenuti. Un buon mini-pamphlet di accuse contro uno Stato che (allora come ora) manda le persone sbagliate nei posti sbagliati, per poi accusarle di essere inefficienti. Tuttavia, alla fine, questi racconti non entrano né nel cuore, né nello stomaco del lettore. Si alza un poco il labbro in un sorriso di poco conto. Poi si chiude il tutto aspettando che ritorni Salvo.
Andrea Camilleri “Conversazione su Tiresia” Sellerio euro 8 (in realtà, scontato a 6,40 euro)
[A: 17/12/2019 – I: 29/12/2019 – T: 29/12/2019] - &&&& e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 60; anno 2018]
Ho deciso, in maniera postuma di omaggio, di regalarmi la lettura, seppur non ravvicinata, delle due ultime avventure letterarie del compianto autore siciliano. Cominciando da questo divertissement creato per il teatro, in cui è lo stesso Camilleri che ne interpreta il personaggio. Quasi a voler riflettere su sé stesso, vecchio e cieco, per ripercorrere un mitico vecchio e cieco, l’indovino Tiresia. Non a caso, entrando in scena sulle note dei Genesis (“The Cinema Show”) che non a caso cita nel testo: ‘fai un viaggio con padre Tiresia, ascolta il vecchio parlare di ciò che ha vissuto’, come Melville, dice “Chiamatemi Tiresia”, per poi passare la suo essere “tiresiano” con un “Tiresia sono”, che ce lo fa riconoscere per quello che è. Un autore versatile, che attraversa il mondo della scrittura e della rappresentazione, dalle mitiche regie televisive alle scritture di Vigata e dintorni. Non ho visto la rappresentazione teatrale, ma da questo libretto ben si intuisce la sua presenza, su di una sedia al centro della scena, parlare a ruota libera del personaggio, e delle sue interpretazioni. Quindi, dopo averci descritto la nascita del mito-Tiresia, sulla base della scrittura del Pseudo-Apollodoro, ecco che lo scrittore ci porta per mano, attraverso i secoli nelle innumerevoli interpretazioni del personaggio. Quello appunto che per volere di Zeus avrebbe vissuto almeno per sette generazioni, pur non consecutive. Lo vediamo quindi nelle parole di Omero, quando nell’Odissea Ulisse lo cerca nel regno dei morti per spere quale sia la strada per Itaca. Nell’Edipo Re di Sofocle, e nella sua trasposizione cinematografica di Pasolini. Nell’Inferno di Dante, con la testa volta all’indietro così che non possa predire il futuro ma guardare il passato. Lì insieme alla figlia Manto, cui si deve la fondazione della città di Mantova. Nell’opera teatrale surrealista di Apollinaire “Le mammelle di Tiresia” (contestata nel ’68 dalle femministe in quanto contro le donne, ma c’era dell’ironia nel 1917…). Nei “Dialoghi con Leucò” di Pavese, e per precisione nel terzo, intitolato “I ciechi”. Nel capitolo a lui dedicato da primo Levi ne “La chiave a stella”, capitolo fondamentale per comprendere il libro stesso. E poi in Borges (“La cecità”), in Dürrenmatt (“Dialoghi con la Pizia”), Ezra Pound (“Canti pisani”). E ne “Il sermone di fuoco”, parte del grande poema “La terra desolata” di Thomas Stearns Eliot. Finendo il suo errabondare nel fare la comparsa ad Hollywood, ne “La dea dell’amore” di Woody Allen. Camilleri ci lascia con una nota di speranza. Siamo quello che abbiamo fatto, resteremo per questo. E ci rincontreremo, forse qui, forse altrove, tra altri cento anni. Ma voglio però ritornare sulla genesi del mito Tiresia, e cioè nelle parole dello Pseudo-Apollodoro. Che ci presentò le sue tre versioni di Tiresia. Il diventar cieco perché gli dèi non volevano divulgasse i loro segreti (prima genesi poco convincente). La seconda ipotesi è che sia stata Atena, che lui aveva visto nuda che si faceva il bagno. La dea lo punisce con la cecità, ma dietro supplica della madre, poi lo rende indovino. La terza è la più bella e complessa. Tiresia è un tranquillo cittadino tebano che, passeggiando tra i monti, incontra due serpenti che si stanno accoppiando. Preso da paura, ne uccide uno, la femmina, che però era una qualche dea che stava sollazzandosi in modo nascosto. Per punizione, Tiresia viene mutato in donna, e da donna vive tutte le possibili vite che una donna vive, provandone tutti i piaceri. Dopo sette anni, sullo stesso monte, incontrando un serpente lo uccide. Era il maschio di sette anni prima e Tiresia torna uomo. Ma la cecità? Ecco il bello. In una disputa tra Zeus ed Era su chi goda di più nel rapporto, viene chiesto a Tiresia di dirimere la questione, lui che è stato sia uomo che donna. Qui c’è la grande invenzione di Tiresia nel piacere ci sono dieci parti, di cui l’uomo ne prova una e la donna nove. Mal gliene incoglie, che così svela il mistero femminile, Era si adira e lo acceca. E Zeus, per ricompensarlo, lo rende indovino. Alla fine, e con piacere, tutta la tirata di Camilleri, che si segue e si legge con gusto, mira essenzialmente a farci riflettere su due punti fondamentali: l’importanza della memoria per l’agire di ognuno ed il valore del tempo che si vive. Non se ne vivono altri, quindi sfruttiamo al meglio quello che abbiamo. E non scordiamo nulla, per la gioia degli storici, ma anche per la dannazione di Ireneo Funes di Borgesiana memoria. Io vorrei solo ricollegare questa memoria, con un passo del testo, quello di Levi, quello dove la poesia salvò il grande scrittore ebreo nei campi di concentramento, facendolo restare uomo tra gli uomini. E portandoci quella testimonianza che non possiamo, non dobbiamo dimenticare. Per terminar con le parole di Camilleri stesso: “Da quando sono diventato cieco, ci vedo meglio”. Un bellissimo libro, ed un doloroso pensiero a chi ci ha lasciato.
Andrea Camilleri “Autodifesa di Caino” Sellerio euro 8 (in realtà, scontato a 6,80 euro)
[A: 27/01/2020 – I: 20/03/2020 – T: 20/03/2020] - &&& e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 81; anno 2019]
Come dice la stringata eppur commossa introduzione, questo è il primo libro di Camilleri pubblicato da Sellerio dopo la morte del grande protagonista della scena letteraria degli ultimi anni. Doveva essere il secondo capitolo teatrale di Camilleri, dopo il bellissimo e sopra commentato Tiresia. Ma non ebbe il tempo di esibirsi a Caracalla. Peccato, perché credo che una volta interpretato, Camilleri si sarebbe accorto di alcune cadute nella storia, ed avrebbe probabilmente raddrizzato il tutto, non dico portandolo a livello di Tiresia, che ritengo una summa del suo essere “cantastorie omerico”, ma facendo appunto risalire quelle cadute di tensione che in questo testo ci sono. E che avrebbero potuto non esserci, che, dal punto di vista della scelta del soggetto e della sua interpretazione e riproposizione, è senz’altro un’idea meritevole e foriera di ragionamenti. Così come lo è stato poche letture fa il “Giuda” di Amos Oz. Come per Tiresia, Camilleri si immerge nel mondo delle interpretazioni e delle esegesi della figura di cui sta parlando. Ne fa anche un ritratto a posteriori utilizzando Borges e Dario Fo, Belli e Coleridge. Non si tira indietro neanche per quella filastrocca infantile che nei miei ricordi ben datati si accoppiava con “Fumo, fumo va diritto”. Non so se la ricordate anche voi: “Vedo la luna, vedo le stelle, vedo Caino che fa le frittelle; vedo la tavola apparecchiata, vedo Caino che fa la frittata”. Ma queste sono solo le passeggiate fantastico-letterarie di un uomo di lettere che sa. E che potevano essere migliorate e approfondite, se ne avesse avuto il tempo. La parte per me più significativa è la genesi Caino, la nascita nel mito (da un lato) e nelle religioni (dall’altro). Camilleri prende a piene mani e mescola la tradizione classica ebraico-cristiana con alcuni intarsi derivanti dalla Quinta Sura del Corano detta “La tavola imbandita”. Riesce così a creare un mix del personaggio Caino, con alcuni tocchi di novità e di curiosità. Innanzi tutto (e questo ce lo ricordiamo) Caino è il primogenito, generato insieme alla sorella gemella Calmana (o Aclima), quando Adamo ed Eva erano ancora nel Paradiso Terrestre. Un motivo per cui esegesi ebraiche dicono che avesse in lui anche del sangue del serpente tentatore. Una volta scacciati, dopo varie peripezie (che il Cantastorie Andrea ci narra con il suo gusto ironico) nasce anche Abele, generato insieme alla sorella gemella Debora. Al fine di popolare la terra, esortati dall’andate e moltiplicatevi, vengono allora celebrate le nozze incrociate tra Abele e Calmana da una parte e Caino e Debora dall’altra. Anche i compiti si dividono, ad Abele le greggi e a Caino le messi. Da qui si dipartono molti sentieri interpretativi, che alla radice hanno comunque un rifiuto dei doni e delle richieste di Caino da parte del Signore ed un’accettazione invece dei doni di Abele. Si narra anche che Caino, essendo il primogenito, voleva lui scegliersi la moglie, optando per Calmana che era sicuramente la più bella (essendoci una mezza dozzina di persone, non esisteva ancora il problema dell’incesto). Fatto sta che Caino e Abele vengono ai ferri corti. Abele è più forte e sta per avere la meglio, ma si ferma. Caino allora prende una pietra e lo uccide, così come aveva visto Abele uccidere gli animali per il macello. Qui c’è tutta una parte molto legata al Corano su come, dove ed in che modo seppellire Abele, ma poco significativa per il contesto generale. Perché a quel punto il Signore chiede ragione del suo gesto a Caino, e non vedendone il pentimento, lo condanna. Come diceva anche Saramago, lo condanna a vita. Cioè a continuare a vivere con la colpa. La cosa strana (per me che non sono un conoscitore a fondo dei testi sacri) è che a quel punto l’errante Caino fa tante cose: costruisce città, laddove prima erano solo nomadi. Da solo agricoltore, si trasforma e trasforma parte nella sua discendenza, in allevatori di bestiame. Inventa strumenti musicali, trova il modo di forgiare il metallo. E tante altre attive, pur complesse. In pratica, tutto il mondo moderno. Così che, con Camilleri, possiamo sottolineare come dal male non sempre scende il male, come dal bene non scende sempre il bene, come anche riporto nella bellissima battuta di Orson Wells. Camilleri, come al suo solito, non giudica, essendo troppo umano per farlo. Presenta, argomenta possibilità. A me, al solito, viene in mente la genesi del Giuda di Oz, che potrebbe aver senso anche qui. Perché se il Signore sa, ed organizza in modo di, ecco che Caino è anche un suo strumento per mostrare. Che c’è sempre il modo di scegliere. Che scegliere male è un peccato e non una condanna. Che senza il male, non ci può essere il bene. Caino fa riflettere. Soprattutto in questi tempi tormentati.
“Questo finché vivrà il mondo sarà l’impegno dell’uomo: fare le giuste scelte.” (59)
“In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in cinquecento anni di quieto vivere e di pace che cosa ne è venuto fuori? L’orologio a cucù.” (78) [dal film ‘Il terzo uomo’]
Andrea Camilleri “Il re di Girgenti” Sellerio s.p. (prestito di Fako)
[A: 07/01/2018 – I: 09/04/2020 – T: 11/04/2020] - & e ½ 
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 448; anno 2001]
E con questo, abbiamo esaurito tutti i libri di Camilleri che sono entrati nella mia biblioteca, tra acquistati, prestati e regalati. Ora aspettiamo solo che Sellerio, prima o poi, decida di far uscire il famoso “Montalbano postumo”. Qui, siamo di nuovo nel filone “storico” di Camilleri, quello che, attraverso vicende di varia estrazione, ripercorre le vicende legate a Vigata, intesa come luogo fantastico che poi ci porterà sino a Salvo sia come luogo territoriale più o meno imprecisato, ma collocabile tra Agrigento e Porto Empedocle da un lato e Scicli e Ragusa dall’altro. Purtroppo, spesso queste storie sono abbastanza intricate, ed anche quando, come in questo caso, hanno degli agganci “reali” non sempre riescono a prendere. Non sono come le prime, fulminanti, come l’inarrivabile “Birraio di Preston”. In questo romanzo, Camilleri parte sì da un piccolo nocciolo storico, ma lo utilizza con una duplice funzione: espletare il suo pensiero in difesa dei deboli e dei diseredati e tratteggiare, in maniera magari non convenzionale, elementi storici concreti. Il nocciolo, come confessa in finale, deriva da alcune note lette in una “Storia di Agrigento”, dove si parla del piccolo regno di poche giornate che nel 1718 coinvolse la città di Girgenti, portando in quei pochi giorni sul trono un tal “Zosimo”. Quelli erano giorni particolari per la Sicilia, in quanto si stava consumando l’ardua lotta tra i Sabaudi, con a capo il re Vittorio Amedeo II, e gli spagnoli che avevano ceduto l’isola ai piemontesi nel 1713, comandati da Filippo V. Una lotta con qualche scaramuccia, “feritine e ammazzatine”, e che si concluse due anni dopo, in maniera diversa dall’aspettato, in quanto i Savoia decidono di scambiare la Sicilia con la Sardegna, dando l’isola agli Asburgo di Carlo VI. Da questa piccola nota, Camilleri con la sua indubbia capacità narrativa, che anche qui non viene meno, imbastisce la lunga parabola di codesto “Zosimo”, che lui fa diventare Michele Zosimo figlio di Gisué e Filonia. Retrocedendo quindi al concepimento di Michele, nella prima parte del romanzo, che è senza dubbio la più gradevole e meglio riuscita. Vediamo Gisué salvare un nobile da morte certa, ma poi, convinto da questo, ad aiutarlo al suicidio visto che il nobile stesso ormai aveva perduto tutti i suoi averi al gioco. Vediamo lo spagnolo che, barando, lo aveva derubato, ma che, afflitto da “impotentia generandi”, baratta la vita di Gisué con una sua prestazione sessuale che ingravida la moglie. E dopo nove mesi, nascono i due fratellastri. Noi ci si aspettava un loro incontro – scontro nel futuro, cosa che l’autore accenna, ma di passaggio, lasciandoci la bocca un po’ amara di questo episodio mancato. Perché invece, da quel punto in poi, seguiamo un doppio binario: la vita della famiglia Zosimo e quella delle terre di Sicilia. Mentre tuttavia la prima ha qualche momento di interesse, la seconda è una inutile sbrodolatura di fatti che poco coinvolgono. Vediamo nascere alcuni fratelli a Michele, senza poco sugo. Vediamo Michele, unico della famiglia, studiare, imparare a leggere e far di conto, con una viva intelligenza che lo porta anche a sapere di latino e di leggi. Vediamo Michele sposare la dolce Cicinna, e con lei mettere su famiglia, nascere e morire figli. Vediamo la triste morte di Cicinna. Vediamo come Michele diventi punto di riferimento della vita del territorio. Vediamo anche l’inizio dell’intreccio con la storia alta. Le lotte dei poveri, i soprusi dei latifondisti, le diatribe infinite tra Chiesa e Stato. Anche se poi la Chiesa di Roma si vede solo sullo sfondo, e mai si intravede la figura dell’urbinate papa Albani, eletto al soglio pontificio con il nome di Clemente XI. Tra l’altro, anche se sarebbe necessaria una diversa sede, il pontificato di Clemente XI fu discretamente interessante e pieno di avvenimenti religiosi e civili. Come dicevo tutta questa parte, seppur potrebbe essere di interesse per uno storico più ferrata di me, nell’economia del piacere del testo e di quanto ci comunica, rimane molto fredda. Fatto sta che, alla fine, Michele Zosimo decide di mettersi a capo delle lotte contadine (almeno nell’immaginario di Camilleri) e per tre giorni governerà con mano ferma il regno di Girgenti, cercando anche di intavolare un “compromesso storico” con i latifondisti. Ovviamente tutto questo non avrà buon fine. Michele ed i suoi sodali saranno sconfitti senza possibilità di scampo. Con un bel finale, tuttavia, legato ai ricordi infantili di Michele verso il suo primo aquilone che voleva libero nei cieli. Così come liberi sognava di far diventare i suoi concittadini poveri e senza terra. Camilleri ci dice che era un’illusione. E forse che l’illusione dura ancora. E per molto. Interpreti più ferrati di me, legavano anche il testo a “Croniche” medioevali, ed altre cantate popolari che nella sua grande cultura Camilleri conosceva e ci riproponeva, senza farci lo sforzo di studiare. Un lavoro che nel corso degli anni si è andato sempre più raffinando, fino a quel testo su Tiresia che ho tramato poco sopra, e che rimane un punto finale insuperato nella sua produzione. Addio, grande maestro. Aspetto con ansia le tue ultime parole.
“A cangiari una poisia è facili … lu difficile è cangiari lu munnu.” (327) [una verità scritta venti anni fa e sempre viva, ora più che mai in questi tempi virali]
Anche l’allegato di oggi è in tema con il nostro momento, visto che parliamo di solitudine.
Come detto all’inizio, una Pasqua diversa nel modo, ma non, per me, nello spirito. Certo, stiamo a casa, certo non facciamo l’usale gita di Pasquetta, che quest’anno volevamo andare al mare. Ma sono sereno, perché noi, anche rinchiusi, siamo sempre noi. Ed io vi penso, leggo anche per voi.
CURARSI CON I LIBRI di Ella Berthoud e Susan Elderkin con i “bugiardini” di Giovanni
APRILE 2020
Siamo in casa, abbiamo nulli contatti fisici. Ma non siamo soli, ed allora possiamo parlarne.
Solitudine
Philip Pullman               “La bussola d’oro”
Robert Graves               “Io, Claudio”
Armistead Maupin        “I racconti di San Francisco”
Non potete sentirvi soli con una stanza piena di romanzi – e nemmeno con l’unico che portereste su un’isola deserta: abbiamo tutti i nostri amici letterari preferiti. Ma è inevitabile che arrivino tempi di siccità letteraria. Può capitare che non si abbiano affatto romanzi a portata di mano, e per quei momenti dovete essere certi di avere popolato in via preventiva il vostro cervello con una folla di personaggi, idee e dialoghi interessanti, raccolti nella vostra esperienza di lettori, come garanzia che potrete sempre fare affidamento sulla vostra memoria e sul vostro mondo interiore per tenervi compagnia.
Uno dei migliori di questi vaccini contro la solitudine è “La bussola d’oro” di Philip Pullman, insieme agli altri due romanzi che compongono la trilogia “Queste oscure materie”. Perché nel mondo immaginario che più assomiglia al nostro – Pullman ha creato molti altri mondi all’interno dei suoi libri – i personaggi umani hanno tutti un daimon, ovvero un animale che sta sulle loro spalle e li accompagna per tutta la vita. I daimon non sono solo dei compagni, però, ma anche rappresentazioni dello spirito di una persona. Se un daimon si allontana troppo dal proprio umano entrambi si sentono fisicamente compromessi, e se il daimon si fa male, anche l’uomo sente dolore. Un po’ migliore amico, un po’ partner, un po’ manifestazione fisica della propria anima, un uomo con un daimon non è mai solo.
Il terrore, in questo avvincente romanzo, arriva quando l’“Autorità” – l’organizzazione religiosa che governa sul paese, come ai tempi di Cromwell – decide di separare i bambini dal loro daimon, ufficialmente per il bene della loro anima. Lyra, una grintosa preadolescente, soffre moltissimo quando arriva molto vicina a perdere il suo daimon Pantalaimon, che si mostra per lo più sotto forma di martora (il daimon non acquista una forma definitiva fino all’adolescenza del compagno). Mentre verrete coinvolti dal tentativo di Lyra di prevenire questa atrocità e salvare Roger e gli altri bambini dagli “Ingoiatori” tra i ghiacci del Nord del paese, vi convincerete dell’assoluta necessità dei daimon - e sicuramente saprete quale forma potrebbe avere il vostro.
È difficile pensare che Robert Graves si sia mai sentito solo, per quanto sono affollate di personaggi intriganti le sue lunghe e popolose storie. Dallo splendido angolo di Maiorca dove abitava, Graves scrisse i suoi due romanzi più riusciti, “Io, Claudio” e “Il divo Claudio”, per finanziare il suo stile di vita esuberante – non visse solo con una garrula moltitudine di personaggi nella testa, ma ospitò anche parecchia gente in casa. Scrittori alla moda, artisti e stelle del cinema accorrevano alle sue feste e prendevano parte alle rappresentazioni teatrali da lui organizzate. Utilizzate i suoi scritti per far continuare la festa nella vostra testa.
“Io, Claudio” è l’autobiografia immaginaria di un nobile che inizia la propria vita come uno sciocco balbuziente, deriso e ignorato dalla sua odiosa famiglia, per poi arrivare assai più in alto di tutti loro. I sicofanti e i personaggi infidi che lo circondano sono una compagnia assai variegata e divertente: tra di loro, il saggio Augusto e la moglie Livia, sua complice, il sadico Tiberio e il decisamente folle Caligola.  Con la famiglia sempre divisa da lotte intestine, e tutti che cercano di continuo di avvelenarsi a vicenda, Claudio è sempre in mezzo a una folla di gente. Tutto questo dà il senso, vivace e affascinante, di come doveva essere la vita nell’Impero Romano del primo secolo. Una volta messo giù il volume, potreste addirittura scoprirvi contenti della vostra solitudine.
A volte, quando siamo soli – capita perché non abbiamo abbastanza energia per nuovi amici -, sono i vecchi amici, quelli più intimi, che vorremmo accanto. In questo caso, vi raccomandiamo di includere di nuovo nella vostra vita gli abitanti del 28 di Barbary Lane, i personaggi della sinfonia per San Francisco di Armistead Maupin (se non li conoscete già, non ci vorranno più di un paio di pagine per sentirsi parte della banda). Creati tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, Mary Ann Singleton, Mona Ramsey, Michael “Mouse” Tolliver, Brian Hawkins e la loro padrona di casa che coltiva marijuana, la signora Madrigal, sono ancora sorprendentemente freschi. Con la sua forma episodica (è quanto di più simile a guardare la televisione esista in letteratura), questo romanzo e i suoi sette sequel dovrebbero stare in cucina insieme ai libri di ricette. Non mangiate da soli, ma con la spiritosa Mona, che vi farà ridere mentre vi cuoce un uovo all’occhio di bue, Mouse prepara un po’ di rassicurante caffè forte e la signora Madrigal vi toglie la tazza dalle mani e la sostituisce con qualche perla di saggezza e uno spinello. Chi ha bisogno di uscire il venerdì, quando ha in casa i libri di Maupin?

Bugiardino

Conosco sia i libri Pullman (di cui ho letto altro) sia la scrittura di Graves, ma ho letto e commentato solo il divertente libro di Maupin.
Armistead Maupin “I racconti di San Francisco” BUR euro 10 (in realtà, scontato a 8,10 euro)
[tramato il 7 settembre 2014]
Un libro allegro, scanzonato, fuori le righe, certo, sicuramente datato (ha quasi quarant’anni!). Anche, se vogliamo, pieno di luoghi comuni (San Francisco città della gioia, dove tutto è permesso e tutto è possibile, ma anche città della tristezza dove non si realizza nulla e si va alla deriva). Sarà, comunque Maupin proprio quaranta anni fa, nel 1974, inizia a scrivere prima su un giornale locale, poi sul più diffuso “San Francisco Chronicle”, dei piccoli pezzi sulla città. E non a caso questi si chiamavano “Tales of the City” (Racconti della città). In cui si parlava di rapporti, di lavoro, di gay, di spinelli, di licenziamenti, di appartamenti, di strade. Quasi come tanti anni dopo, anche se con meno allegria, farà McCall Smith con Edimburgo e il 44 di Scotland Street. Dopo due anni di raccontini, l’editore gli chiede di omogeneizzarli nello stile, e di dar loro una veste “libresca”. Esce così il libro che ho appena finito di leggere. Che per molti versi è irraccontabile. Proprio perché è un continuo “episodizzare”, anche se, volendo tirare un filo, possiamo seguire Mary Ann Singleton (cognome tutto un programma, che, in effetti, è forse la sola che non riuscirà a concludere nessuna storia) che decide di lasciare la triste e natia Cleveland per cercare fortuna nella grande città. Trova un posto da dormire al 28 di Barbary Lane, dalla simpatica Anna Madrigal, che nel retro della casa ha una piccola coltivazione di “maria”, ed accoglie gli ospiti offrendo loro uno spinello augurale. Trova anche lavoro presso il boss Halcyon, che è il contraltare come atmosfera di Barbary Lane: posto di lavoro duro, dove si licenzia facile, ma che vive una vita parallela con la casa. E spesso i personaggi si mischiano. Quando si innescano giri alla Schnitzler, con Michael, abitante della casa, gay sfortunato che ha una storia con Jon, il quale lo lascia, ed in una sauna è rimorchiato da Beauchamp, il genero di Halcyon, la cui moglie è in cura dal ginecologo Jon (si quello gay). E così sfreccia la vita, dove appunto, sono più i personaggi che fanno la storia che la storia in sé. Oltre alla sunnominata Mary Ann, ne abbiamo tanti. Anna Madrigal, come detto la proprietaria della casa, che cerca un rapporto materno con ciascuno dei suoi inquilini, solo un po’ più aggressivo con Mona Ramsey; spinge sempre Mary Ann verso qualche “avventura”, ma più che altro, intreccia una tenera storia d’amore con il morente Edgar Halcyon (sempre nell’intreccio tra i due filoni). Mona Ramsey il contraltare di Mary Ann, bohemien, e malinconica, si ritrova disoccupata, licenziata da Beauchamp dopo una giornata tremenda in ufficio, convince il suo amico gay Michael a restare con lei, fino a che non decide di riallacciare un rapporto con la sua vecchia fiamma D'orothea Wilson, una strana modella di colore. Michael 'Mouse' Tolliver, il migliore amico di Mona ed il confidente di Mary Ann; Mouse è fiducioso che alla fine tutto andrà bene, anche se passa di storia in storia, e tutte gli vanno male, anche quella che sembrava promettente con il ginecologo Jon. Brian Hawkins un cameriere per scelta dopo aver abbandonato la professione di avvocato a seguito dei moti del ’68; considerato un donnaiolo, passa quasi tutto il suo tempo alla ricerca di discoteche e taverne dove rimorchiare. Norman Neal Williams vive nel sottotetto della casa, ed è schizzato da tutti, solo Mary Ann prova ad avere una relazione con lui, che finirà male quando si scopriranno segreti che non vi narro (volete leggerlo o no questo libro?). Jon Fielding, il ginecologo, si fidanza con Mouse per un breve periodo, ma lui è della cerchia dei gay di alta levatura, gli omosessuali snob che fanno una casta a sé stante, oltre però ad essere il centro di quel girotondo che ho accennato sopra. Beauchamp Day è il marito narcisista e donnaiolo di DeDe, che trova modo di avere relazioni extraconiugali sia con Mary Ann (che è segretaria di Edgar, ma con cui esce una volta sola) e con Jon. DeDe Halcyon è una delle infelici donzelle d’alto bordo della parte “ricca” di SiFi (come viene chiamata San Francisco per contrapposizione con LA – Los Angeles), per noia ha una relazione con un fattorino cinese, che la mette incinta, poi va in una clinica sofisticata per dimagrire, dovendo al ritorno, magra ed agguerrita, combattere con la gravidanza e le scappatelle del marito. Infine, Edgar Halcyon, capo della ditta dove transitano molti dei nostri, allontanatosi da Frannie, la moglie alcolista, che si accompagna con Anna durante la fatale malattia. Il tutto per restituirci il senso della vita nella città, al tempo in cui tutto sembrava possibile. E Maupin lo fa con una scrittura fresca, che attraversa con ironia anche i momenti cupi, e rende plausibile ogni eccesso (ma poi scopriamo che si fanno veramente le gare di ballo in mutande per soli gay…). Chiudendo, come fa l’autore nella bella postfazione che percorre anche i fatti ed i libri successivi a questo primo, con la “gioiosa accettazione della differenza che è il bello della vita a Barbary Lane”.

Conclusioni

Con un libro, non si è mai soli. Ma soprattutto, stare soli è di una abissale diversità rispetto a soffrire di solitudine. Questa è un sentirsi (o essere) abbandonati. Quella è una scelta di vivere momenti privati, per poi, e sempre condividerli. Per ora, da lontano. Presto, invece…

domenica 5 aprile 2020

Le B di De Giovanni - 05 aprile 2020


Maurizio De Giovanni “Il purgatorio dell’angelo – Confessioni per il commissario Ricciardi” Einaudi s.p. (Natalino di Otto&Silvio)
[A: 25/12/2018 – I: 23/05/2019 – T: 25/05/2019] - &&& -
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 314; anno 2017]
Eccoci al penultimo libro della serie da me tanto amato, quella che mi fece conoscere De Giovanni, ai tempi, antichi assai, che uscirono le sue prime prove per Fandango. Ora lo scrittore scrive e tanto e tante storie, ma io sempre al mio commissario Luigi Alfredo Ricciardi, barone di Malomonte, sono legato. Ritengo infatti le idee che fecero nascere tutta la serie di una sopraffina intelligenza letteraria. Ora, come ogni buon scrittore sa, ci sono due strade davanti: portare sempre e comunque nuovi sassolini alla vicenda di Ricciardi (cosa che tutti, più o meno, i grandi scrittori gialli hanno fatto) o trovare il modo di far terminare la serie, senza tuttavia scontentare il lettore. De Giovanni ha confessato che il prossimo sarà l’ultimo episodio, e vedremo. Per ora, prima di quello che spero sia il paradiso e non l’inferno, siamo al purgatorio. In un romanzo che contiene le premesse già tutte nel titolo: purgatorio, angelo e confessioni. Le prime due parole sono legate alla vicenda principale, la morte violenta di Don Angelo, che ha attraversato tutta la sua vita in attesa di una redenzione che mai non ha avuto. Perché, come si scopre ad un certo punto, lui ed il suo amico Mario, da ragazzi, avevano fatto uno scherzo ad un professore a loro odioso con del tartaro emetico, una sostanza di facile reperibilità, che induce vomito. Peccato che, per una serie di circostanze fortuite, il professore ne morì. Angelo, sconvolto, decise di farsi prete per espiare il suo peccato. Adoperandosi verso i bisognosi, ascoltando ed aiutando i nobili napoletani, usando le sue arti e la sua intelligenza per aiutare i giovani allo studio. Mario, divenuto commerciante, mena anche lui una vita proba, ma entrambi non confessano (eccolo il terzo termine dell’equazione) a nessuno i loro peccati. Qualcuno, e non vi dico né chi né come, alla fine, capirà tutta la trama, e dovrà ascoltarne le confessioni. Ma ascoltare non è assolvere, che per quello ci vuole una dose infinita di carità cristiana. Tuttavia, parlando, girando e scavando Ricciardi con il fido Maione arriverà allo svelamento della trama, ed alla comprensione della frase di Don Angelo in punto di morte. Che, ricordo per i non adusi ai libri di De Giovanni, questo è il purgatorio di Ricciardi: arrivare nei pressi dei morti di morte violenta e sentirne le ultime parole. In questo caso, e qui termina questa parte, era: “Io confesso, ti confesso…”. Ma altri purgatori ed altre confessioni, anche senza angeli, attraversano lo scritto. Nella storia parallela alla principale (c’è sempre una sotto storia nei romanzi del nostro) vediamo il brigadiere Maione alle prese con una banda che mette a segno colpi in gioiellerie ed affini, senza mai essere presa. Maione si prodiga, aiutata dal giovane appuntato da poco entrato in commissariato. Tuttavia, nulla viene scoperto, anzi le rapine diventa a volte più audaci. Maione da un lato è sconcertato, dall’altro sviluppa verso l’appuntato un affetto che non ricordava più dai tempi del figlio Luca. Ricordo ai più che appunto il figlio era entrato anche lui in polizia e morto di morte violenta prima del primo libro della serie. Ricciardi, usando le sue capacità di “sentire i morti”, aveva poi aiutato Maione a ricostruire i fatti, facendo comprendere a Maione la bravura e l’altruismo del figlio. Ma una morte rimane sempre una mancanza, ed in tutto questo tempo Maione, pur provando, non era riuscito a percorrere sino in fondo il purgatorio della perdita. Ora, quando risolverà, ed in maniera inaspettata, il problema delle rapine, riuscirà ad elaborare questo lutto. Capendo anche, ed elaborando insieme a lei, anche il dolore presente e mai espresso, della moglie. A volte ci vuole un secondo lutto per recuperare tutto il precedente. Notiamo anche una terza storia, questa non “gialla”, ma di irrobustimento del personaggio, attraverso le vicende di Nelide, la nipote della tata di Ricciardi morta qualche libro fa. Nelide comincia a navigare con le proprie gambe, e sono degne di nota le sue uscite, con il commissario, con Enrica, con la gente del mercato. Un personaggio nato in sordina, ma che sta uscendo a testa alta. L’ultima confessione, la più difficile, sarà quella di Ricciardi con Enrica. Finalmente ora che siamo al quattordicesimo episodio, Ricciardi è riuscito a chiedere ad Enrica di uscire con lei, a confessare il suo amore, nato fin dal primo libro. Quello che dovrà confessare il nostro commissario per uscire anche lui dal suo purgatorio, è il suo problema con i morti. Quelle voci che lui, nel suo conscio solitario, pensano siano segni di una pazzia latente. Questo lo ha sempre bloccato: essere convinto di essere pazzo e non voler coinvolgere altri nella sua malattia. Riuscirà Ricciardi nella sua confessione? Vedremo finalmente sbocciare l’amore senza se e senza ma come io mi aspetto da ben 13 anni? Letto il libro, ne saprete qualcosa certamente. Io aspetto l’ultimo volume per vederne e capirne. Per ora, mi ripeto, questo è un libro che risale un po’ la china degli ultimi scritti ricciardiani, che si erano andati involvendo ed intorcinandosi attorno a scrittura lente, lunghe ed a volte poco utili alla trama stessa. Ora che vede il traguardo, penso che De Giovanni si senta liberato, e possa portare tutto al proprio compimento. Speriamo sia nella direzione che vorrei (ma allora perché non te le scrivi tu le storie?).
Maurizio De Giovanni “Vuoto per i bastardi di Pizzofalcone” Einaudi s.p. (Natale della sig. Laura)
[A: 25/12/2018 – I: 19/07/2019 – T: 22/07/2019] - &&+  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 344; anno 2018]
Devo dire che, pur nella più completa leggibilità, i Bastardi di De Giovanni vanno su e giù per le scale del mio gradimento. Tra l’altro, questo è il libro che ha scatenato l’escalation di lettura. Perché, balzato improvvisamente sul desco dei libri da leggere, ha dovuto lasciare il passo ai fratelli, che, io maniaco, nei confronti dei seriali, li leggono in ordine cronologico di storia, anche se venissero pubblicati in modo strampalato. Quindi, graditissimo regalo natalizio, questo “Vuoto” ha dovuto aspettare di essere riempito dalle puntate precedenti. Peccato però, che, venuto il suo turno, si sia mostrato più vuoto che pieno (battutaccia…). La storia principale (come ricordo sempre sia presente nei romanzi seriali) ha un qualche elemento di interesse, che intriga abbastanza la sparizione della professoressa Chiara. Anche perché si intreccia ben presto con le attività losche del marito Marcello. Noi (e con noi il grande Serpico) sospettiamo fin dall’inizio che sia una storia di corna, ma, andando avanti, si palesa qualcosa di più. Che strani sono i rapporti di Chiara con lo scrittore Davide, intelligentissimo, brillantissimo, ma anche malato di SAF (sindrome da anticorpi anti-fosfolipidi, una malattia autoimmune che porta spesso a trombosi). E strani sono quelli con il (quasi) malavitoso Gerardo, suo ex-allievo, che la frequenta spesso, e che, insieme ad altre circostanze concomitanti, porta i nostri Bastardi ad una delle soluzioni del problema. Gerardo mostra infatti quanto sia pelosa la carità della ditta Baffi. È vero che si regalano gratifiche natalizie ai bisognosi. Ma poi, Marcello e la sua insopportabile segretaria circuiscono i beneficiati, chiedendo loro di “vendere” figli under 15. Nominalmente per affidarli a strutture del Nord (istituti, famiglie affidatarie). Realmente per farli diventare oggetti di compravendite internazionali. Che è l’unico modo per il nostro bel tomo di risanare le casse aziendali, e potersi permettere la bella vita (una casa a Monte di Dio, il circolo nautico, la barchetta di 15 metri…). Sulla barca, poi, il nostro Marco, seguendo un ragionamento strampalato dei suoi, rinviene anche un foulard insanguinato. Allora abbiamo, Chiara preoccupata, ed inviante strani messaggi alla sua collega insegnante. Chiara che, con Davide, ha estratto le giuste informazioni sulla sua vita precedente. Chiara che affronta Marcello, forse ubriaca, forse no. I due che fanno un giro in barca, e dopo di che Chiara scompare. L’indagine dei Bastardi non potrà portare all’incriminazione di Baffi per omicidio (le prove sono troppo circostanziali per essere sostenibili in dibattimento, cioè la signora Chiara potrebbe, nonostante tutto, essersi allontanata volontariamente). Ma porterà all’incriminazione di Marcello per quelle vendite di minori per turpi fini. Incriminazione che lo porterà per lungo tempo in cella, magari buttando anche la chiave. Fortunatamente, noi lettori, a parte la giustizia, sapremo come sono andati i fatti (grazie alla sindrome di Van Dine che ogni tanto fa rinsavire gli scrittori un po’ fuori delle regole). Ma ovviamente, a noi “de giovanniani” della prima ora, interessa tutto il contorno delle vicende dei Bastardi. Che però, questa volta sono anch’esse sul lato “vuoto”. Con l’unica eccezione dell’inserimento di un nuovo elemento. Che Pisanelli ha avuto una crisi emorragica, salvato solo dal pronto intervento di Aragona. Viene così inserita dal commissariato di Torino, il vice Elsa Martini. Anche lei con problemi (ha sparato ad un pedofilo uccidendolo) e con un a figlia al seguito. In questo primo episodio che la vede co-protagonista, fa un po’ fatica ad adottare i metodi di squadra dei Bastardi, che come tutti sanno una squadra non è che si improvvisa su due piedi. Però, aiutata dalla simpatia della figlia Vittoria, dall’empatia di Ottavia, e mi sa mi sa, da qualche propensione del Cinese, sta già per trovare una sua collocazione. Senza molto sugo Alex, che dopo un furioso litigio fa di nuovo la pace con Rosaria. Ed altrettanto per Hulk, combattuto tra la piccola Giorgia, la moglie Giorgia e la dottoressa Susy verso cui sta nascendo qualcosa. Detto di Pisanelli, che sta in ospedale, e che vede allontanarsi per sempre la possibilità di arrestare il colpevole dei “suicidi”, rimangono Marco e Lojacono. E forse anche Laura. Quest’ultima è dilaniata dai sentimenti che prova per il Cinese (e che questi prova per lei), la voglia di indipendenza e l’assedio da parte di Buffardi, il PM mediatico che, seppur odioso, si sta innamorando di lei. Il Cinese deve tenere a bada la figlia Marinella, che, diciottenne, sta cercando una sua strada amorosa (ma non molto bella, per ora). E deve parare i colpi del passato siciliano che sembra pronto ad uscire sempre fuori. Infine, Marco, con la sua aria svagata ed “altra”, mostra qui molta umanità, pur nell’immaturità. Un forte senso di attaccamento al Presidente, ed un andamento “up and down” verso Irina. Mi sa che vedremo presto dei nuovi sviluppi. Intanto, anche qui segnalo il capitolo 44 a pagina 279 perché, se nell’intenzione dell’autore serve a spiegare il titolo ed i colori del vuoto, in realtà andrebbe soppresso per la sua inutilità. Spero che De Giovanni si convinca, o qualcuno lo convinca, che a volte le sue digressioni non sono particolarmente utili. Esercizi di stile, ma non a livello di Queneau.
Maurizio De Giovanni “Il pianto dell’alba – Ultima ombra per il commissario Ricciardi” Einaudi s.p. (Regalo de “I Floridi” - Mario, Ines e la signora Laura)
[A: 07/05/2019 – I: 01/02/2020 – T: 04/02/2020] - &&& ---
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 263; anno 2019]
Questo sembrerebbe (dovrebbe essere) l’ultimo capitolo delle storie del commissario Luigi Alfredo Ricciardi barone di Malomonte. Lo dice la pubblicità, lo dice l’autore. Ma il finale chiude ma non sigilla le storie. Vedremo, che non sono convintissimo. Intanto, De Giovanni è senza dubbio nel presentare una passerella finale, in una storia duplice, come spesso nelle ultime avventure di Ricciardi. La parte pubblica, poliziesca e la parte privata, romantica. Facendole anche intrecciare un po’, anche se la parte poliziesca non ha misteri da risolvere questa volta, ma dove solo bisogna fare attenzione a non fare passi falsi. Diceva passerella, come nelle commedie ben orchestrate, dove nel finale gli attori, chi più chi meno, fanno un salto sul palco a salutare l’incito pubblico. Anche nella parte poliziesca, dove il morto questa volta è il maggiore Von Brauchitsch, per un periodo corteggiatore della sua amata Enrica, ed ora accompagnantesi con Livia. La scena è costruita dai servizi segreti italiani, cercando da un lato di far cadere i sospetti su Livia, dall’altra per sbarazzarsi di un tedesco legato alle SA piuttosto che alle SS. Ricordiamo che siamo nel 1934, e per la precisione nel giugno di quell’anno, alla vigilia di quella che è nota come la “Notte dei lunghi coltelli”, dove le SS sterminarono i vertici delle SA. La scena però non dà i frutti sperati, che Ricciardi arriva sul luogo della messa in scena prima dei servizi segreti, e visto che non sente le ultime parole del morto capisce che non è stato ucciso lì. Da qui si dipana la parte poliziesca che appunto è scoperta, sappiamo chi ha fatto cosa, sappiamo che Livia ne è estranea, ma come tutte le trame complesse ci aspettiamo difficoltà, ritorsioni, momenti di difficoltà. L’abilità di Ricciardi è tuttavia di muoversi nelle pieghe del potere, senza mai pestare i piedi a nessuno, ma facendo capire che la sua inchiesta non ufficiale andrà avanti. Ed alla fine la trama sarà sventata, i servizi deviati messi a tacere, la bella Livia scagionata, ma scornata. Tanto che farà meglio a tornare in quel di Roma, lasciando libero l’orizzonte ai nostri buoni personaggi. Che sul fronte poliziesco si muovono all’unisono con Ricciardi: il brigadiere Maione, con le sue pedine nascoste, non ultimo il trans Bambinella (sempre uno dei personaggi minori meglio riusciti) ed il dottor Modo, che con i suoi agganci riesce a scoprire dove viene segregata Livia, fornendo altri elementi a Ricciardi per sventare il complotto. In parallelo, va avanti la scena privata, che Enrica ed il nostro commissario si sono sposati, lui confessandole il proprio segreto di “divinazione” sulle scene delle morti violente. Non solo, ma Enrica è incinta, e viene accudita da quella che è diventata una presenza silente ma importante nelle ultime puntate. Nelide, brutta ma di cervello fino, tanto che sospettiamo una sua tresca con il bel verduraio, e che riesce a farci fare un saluto anche alla vecchia tata Rosa. Morta, sì, ma capace di venire ancora in sogno alla nuova fantesca. Il cruccio privato di Ricciardi è se la nascita porti un maschio, che avrebbe la disgrazia del suo “dono”, o una femmina, che ne sarebbe esente. Come spesso nelle ultime prove, De Giovanni non ha mai intenzione di farci approdare ad un lieto fine completo. E la fine scioglierà il mistero della nascita, ma farà nascere altri dolori. O ne farà prevedere la possibilità. Tanto che, appunto, mi domando: una serie finisce con un punto fermo, con un’asserzione definitiva. Benché ce ne siano molte di assertività, rimane sempre uno spiraglio dove, se De Giovanni ne avrà l’intenzione potrà inserire un cuneo. Anche perché la situazione italiana dal 1934 andrà peggiorando, ed anche le forze di polizia non avranno più la libertà (seppur l’hanno avuta) fino ad ora concessa. Io, per mettere veramente un punto finale, avrei fato dimettere Ricciardi dalla polizia (tanto è ricco di suo e non ha bisogno dello stipendio statale), e lo avrei fatto tornare in quel di Fortino. Di certo sarebbe difficile da lì seguitare a fare il commissario. Certo, l’atmosfera da ultimo atto è accentuata dal cambiamento nell’atteggiamento di Ricciardi, per la prima volta, dopo dieci episodi in cui è sempre cupo, si permette di sorridere e di guardare con speranza ad un possibile futuro. Fortunatamente, il clima di ottimismo prende anche la penna dell’autore che lascia tutti gli arzigogoli delle ultime puntate, tutti i rimandi e le costruzioni complicate, per lanciarsi in una prosa più sobria, più aderente ad un clima mutato. Come detto, non sono così convinto che non ci possa essere un seguito a tutto ciò. Per ora, lasciamo il commissario e tutta la banda, in una Napoli meno fosca del solito, più solare. Anche se sul Vesuvio delle nubi ci sono. E dedichiamoci alle altre prove di De Giovanni, che tanta carne ha messo a fuoco in tutti questi anni.
Maurizio De Giovanni “Nozze per i bastardi di Pizzofalcone” Einaudi s.p. (Natale della sig. Laura)
[A: 25/12/2019 – I: 31/03/2020 – T: 01/04/2020] - &&& ---  
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 261; anno 2019]
Ed eccoci anche all’ultimo capitolo per ora pubblicato della fortunata serie dei “Bastardi di Pizzofalcone”. Forse sospinto anche dal successo televisivo, la narrazione si fa più sciolta, anche se De Giovanni non rinuncia ad alcuni suoi vezzi che sia appesantiscono la narrazione sia, se ben letti, anticipano anche troppo di quello che succederà. Al solito, e mi ripeto, nelle narrazioni come questa di “police procedural”, si va di pari passo tra il giallo, la sua analisi e la storia dei vari personaggi. E seppur globalmente il romanzo ha una sua tenuta la parte di sicuro meno avvincente è proprio il giallo. Intanto, ed anche qui seguendo le direttive di molti suoi ultimi scritti, l’autore cerca un leitmotiv di cesura del libro, trovandolo in quello che poi ne diventa il titolo: Nozze. Di cui si parla nel giallo e di cui, a vario titolo, si parla nelle differenti storie. Per tornare al giallo, infatti, abbiamo Francesca che la mattina delle nozze con Giovanni viene trovata morta e nuda in una grotta prospicente il mare, con il vestito delle nozze che galleggia sull’acqua. L’iniziale complicazione delle indagini è dovuta al fatto che Giovanni è figlio di un boss della malavita napoletana. Ma è fumo negli occhi, che il ragazzo si è affrancato dalla famiglia con il beneplacito del padre. Siccome poi Francesca pare non avesse nemici o altro, le indagini di noi lettori si puntano su tre possibili personaggi: Giovanni, il futuro marito, Achille, il cugino vissuto da sempre con la famiglia di Francy, e Cecilia, l’amica di Achille nonché moglie di Giovanni. L’autore, tra l’altro, a metà libro mette un indizio che non può certo sfuggire ai più, ma che i nostri poliziotti, ed in particolare Lojacono il cinese, si lasciano alle spalle. Francesca è anche incinta e non di Giovanni. Allora è proprio Giovanni per vendicarsi di una ignota gravidanza? O forse Achille, il più indicato ad essere il padre, per evitare che Francesca vada con altri? O Cecilia, per punire il possibile fedifrago Achille nonché la sua forse non tanto cara amica? La storia si dipana, e l’autore ci conduce verse le tre possibili soluzioni di cui sopra, facendo in modo che prima siano possibili, per poi smontarle, ed arrivare alla soluzione, grazie anche all’intuito del poliziotto a me più simpatico, la bella ed omosessuale Alex. Ma il filo conduttore delle nozze si avviluppa anche intorno ai personaggi di Pizzofalcone. Continua la storia tra Lojacono e il PM Laura Piras, dove Laura comincia anche ad avere un buon rapporto con la figlia di lui, e con l’ispettore, seppur tra molte reticenze, sembra possibile la storia si approfondisca. Anche se c’è sempre il responsabile antimafia Buffardi che non solo irrompe malamente nel giallo (ma ne viene subito emarginato), ma continua ad avere mire sulla Piras. Mentre cominciamo a sospettare che la nuova arrivata, il vicecommissario Elsa Martini abbia avuto una qualche storia proprio con lui, forse avendone una figlia, la super simpatica Vittoria. E sempre di nozze parla Rosaria, l’amore corrisposto di Alex, anche se quest’ultima non ha ancora superato tutte le barriere. Ha fatto outing con alcuni colleghi, ma non riesce a farlo con la famiglia. La macchietta Aragona questa volta ha meno spazio, anche perché si deve leccare le ferite della lite con il padre che gli ha tagliato i viveri, per cui andrà a vivere con il convalescente Pisanelli. Non prima di aver litigato con Irina, che gli parlava appunto di nozze, ed avendo alcuni incontri – scontri nella nuova casa con Nadia, l’infermiera del malato. Ci sono sempre le nozze in pericolo, quelle di “Hulk” Romano che deve tornare a vivere con la moglie Giorgia se vuole l’affido della piccola che ha salvato qualche libro fa, ma che ha una nuova storia d’amore con la giovane dottoressa che ha ripreso per i capelli la vita della bambina. Non ultima la storia delle nozze in crisi di Ottavia, che non ama più il marito, ma che con lui gestisce (e lo deve fare per forza) la vita del loro figlio autistico, mentre ha un’apertura di cuore, ben corrisposta, con il commissario capo Palma. Credo proprio che dovremmo aspettare il prossimo capitolo della serie per capire come devono evolversi queste improbabili nozze. Aspettandoci qualche cattiveria da parte di De Giovanni, come ben sappiamo da tutti i bastoni che ha messe tra le ruote delle storie d’amore dei romanzi del commissario Ricciardi. Devo però dire, al fine, che l’ingegnosità della scoperta delle modalità dell’assassinio riscatta molto delle cadute di tono di alcune parti del romanzo. Una buona lettura da reclusione da coronavirus.
“Ma davvero pensi che un uomo che ha la fortuna di avere una come te possa anche solo guardare un’altra?” (88)
“Tra le persone giuste e in un’età consapevole, il matrimonio può essere la più bella stagione della vita.” (89)
Siamo ad aprile, e non si fanno scherzi da pesci, ma riporto le letture del primo mese di questo anno doppio, bisestile e sino ad ora, neanche tanto fortunato. Un gennaio cominciato bene con un bel viaggio indiano, e quindi con poche letture (che si aveva altro da fare). Illuminate da uno splendido Terzani e da un interessante Pamuk. Con anche letture a me assolutamente poco congeniali: la storia indiana di Savi Sharma (scontata), la storia noir di Camilla Läckberg (non coinvolgente), i racconti di David Foster Wallace (che continua a lasciarmi perplesso).

#
Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Giuseppe Munforte
Il fruscio dell’erba selvaggia
Neri Pozza
s.p.
2
2
Stefano Di Marino
La torre degli Scarlatti
Mondadori
5,90
2
3
Zygmunt Bauman
Vite di scarto
Laterza
9
3
4
Savi Sharma
This is not your story
Westland
2,50
1
5
Tiziano Terzani
Buonanotte, signor Lenin
TEA
10
4
6
Camilla Läckberg
Donne che non perdonano
Corriere ProfondoNero
7,90
1
7
Orhan Pamuk
Istanbul
Repubblica Duemila
9,90
4
8
David Foster Wallace
La ragazza dai capelli strani
Repubblica Duemila
9,90
1

Una mesta Domenica delle Palme, con molta domenica e poche palme. Ancora qui, reclusi sebbene non rinchiusi. A leggere e scrivere, aspettando di poter riprendere un ritmo più consono alla vita di tutti. Vedersi, viaggiare, incontrarsi, abbracciarsi.