domenica 3 maggio 2020

Maggio si tinge di giallo - 03 maggio 2020


Stefano Di Marino “La torre degli Scarlatti” Mondadori euro 5,90
[A: 11/09/2017 – I: 09/01/2020 – T: 12/01/2020] && e ½ 
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 271; anno: 2017]
Come forse qualcuno ricorderà, non avevo certo avuto un particolare moto di gradimento verso il primo romanzo di Di Marino dedicato all’investigatore dell’occulto Sebastiano “Bas” Salieri. Perché, come spero ricorderete, mi era sembrato un po’ confusionario, poco esplicativo, ed alla fine non particolarmente riuscito. Ora, dato che sono inguaribile nel fare gli stessi errori, visto un nuovo giallo dell’autore, ho deciso di leggerlo. Fortunatamente il risultato è stato migliore del precedente, anche se non mi è sembrato ben riuscito. Che i misteri a volte sono rimasti tali. Che alcuni personaggi andrebbero meglio delineati, e magari non lasciati a sopire in sottofondo. Mi riferisco in particolare alla segretaria di Bas, la bella Zairah, che non è il caso di lasciare sempre sullo sfondo di Amsterdam. Anche se qui, Bas potrebbe sviluppare un’utile conoscenza con Patrizia, la figlia del suo amico commissario. Che sembra carina e ben competente in materia di truffe su beni culturali. Facendo un passo di lato, sebbene la scrittura scorra con facilità, e non è un caso che Di Marino autore ben prolifico è, con la sua lunga serie di scritti su “Segretissimo”, alla fine, la trama da una parte è troppo scoperta, e dall’altra non troppo esplicativa (a questo punto io cito sempre la lista del bravo scrittore di gialli S. S. Van Dine). Per chi, come molti credo, non avesse letto il primo romanzo, ricordo appunto che il personaggio centrale è Bas Salieri, ufficialmente mago e illusionista, ed informalmente nemico di chi si approfitta della superstizione della gente. Quasi un detective alla Dylan Dog, ma anche esperto di storia e di esoterismo vario. Qui viene coinvolto in una trama che sembra partire da problematiche di eredità e che si intreccia a culti strani in terre etrusche. Così Bas si sposta dalla sua base olandese verso la campagna toscana tra Volterra e San Geminiano. Sulle tracce della storia della famiglia Scarlatti. In particolare, del capostipite Cosimo, dal nostro rivestito di fama negromantica, dal nome ripreso storicamente come uno dei sodali di Bernini. Ma qui poco sembra aver attinenza con legami storici precisi, che Cosimo è solo un esoterista che si pasceva delle credenze locali di discendenza etrusca, e segnatamente del culto di un non meglio precisato “Demone Blu”, braccio destro della divinità dell’oltretomba etrusco nota con il nome di Thuchulka. A quanto mi risulta, tuttavia, il nome corretto sarebbe “Demone Azzurro” come dalla tomba ritrovata in quel di Tarquinia. Comunque, Bas viene ingaggiato dal segretario dell’ultimo discendente della famiglia Scarlatti, affinché si faccia garante della corretta applicazione del testamento della famiglia. Infatti, da tempo è morto Giacomo Scarlatti che avrebbe dovuto avere in consegna il segreto di una non meglio precisata “Torre” (quella del titolo) contente misteri e gioielli etruschi. Il segreto della stessa venne però rubato a Giacomo dalla moglie Cecilia, per vendicarsi dell’accoglienza che Giacomo la costringe ad avere per sua figlia illegittima Priscilla, a scapito di Mirella e Luca, i due figli legittimi. Il testamento di Cecilia prevede che le scoperte tombaroleggianti siano svelate ai figli al compimento della maggiore età. Scopriamo che Luca, poco prima dei 21 anni, muore in uno strano incidente automobilistico. Ora alla stessa età si avvicina Mirella. E Luca stranamente ricompare. Ma sarà lui o un sosia? E che ruolo ha Livio, l’amico di Luca, squattrinato ma presente ora che si aspettano meraviglie? Ed il segretario? E la stessa Priscilla? Di Marino cerca di complicare la vicenda con tante derive verso morti misteriose, presenze, misteri comportamentali. Ma quello che noi, un po’ scanzonati vediamo è solo la presenza di tombaroli etruschi che depredano le tombe, di vecchie ruggini mai sopite, proprio per la morte di uno di questi forse per mano di Giacomo. Della presenza di Nicola, fratello del morto, anche lui in cerca di vendette e soddisfazioni. In tutto ciò compare inopinatamente il vicequestore Panitta, conosciuto nella precedente indagine, in pseudo vacanza, accompagnato dalla moglie e dalla nipote Patrizia, ufficiale dei carabinieri del nucleo tutela del patrimonio, sotto copertura e in caccia di ladri di antichi manufatti. Dopo qualche schermaglia, Bas e Patrizia uniscono le forze per recuperare manufatti sottratti ai beni nazionali e smascherare la trama finto-esoterica che fin dalle prime battute è talmente scoperta che vale poco leggerne. Ovvio che i due avranno successo, magari prospettando un futuro di maggior sodalizio. Unico altro elemento di interesse è la citazione di rari testi del romano Apollonio Tarquinio (rigorosamente inventato) ritrovati dietro un quadro, che però sono ben congeniati. Per il resto poco altro, ed una lettura di medio interesse.
Annamaria Fassio “Donne da uccidere” Mondadori euro 5,90
[A: 01/10/2018 – I: 02/02/2020 – T: 03/02/2020] &&   
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 200; anno: 2018]
Anche se generalmente leggo con piacere le storie imbastite dalla genovese Annamaria Fassio, questo Giallo Mondadori che, secondo i bugiardini di lancio, dovrebbe vedere il ritorno in pista della coppia Maffina – Franzoni, in realtà mi ha deluso abbastanza. Innanzi tutto, che di Maffina c’è poca traccia, se non in modo quasi trasparente rispetto alla vicenda principale (o alle vicende). C’è molto Erica Franzoni, con le sue intuizioni, con la sua squadra, ma anche con le sue insicurezze. Tutto ruota intorno a storie di donne. Che finiscono male, che vengono trattate male. Insomma, in tempi di femminicidi, questo è un libro che ne parla. Dalla parte delle donne, cosa che non è da buttar via di questi tempi. Spesso si fanno incontri poco piacevoli, spesso si rimane coinvolti in situazioni difficili, spesso non si sa a chi chiedere aiuto. Alla fine, le storie di donne “da uccidere” come dice il titolo si riducono a tre: quella di Andra, quella di Costanza e quella di Lucilla. Seguiamo la prima, poco più che bambina, rumena e maltrattata da patrigni ed altro, liberata e fatta fuggire dal fratello Florian, che si rifugia in Italia, dove per vivere farà “la vita”, ma che rimarrà sempre pulita dentro. Tanto pulita che ci aspettiamo si dall’inizio che farà una brutta fine, anche perché verrà toccata tangenzialmente anche da altre storie di malaffare (droga, ad esempio). Seguiamo la seconda che è un’aspirante poliziotta, che ha una storia con un collega, che ben presto si rileva prima troppo rude, poi, quando lei lo lascia, violento e volgare. Uno stalker a tuti gli effetti. Costanza ha la difficoltà di tutte le donne perseguitate nel trovare aiuto. Anche perché, esternamente, il duro sembra invece un poliziotto affabile. Chi le potrà credere? Chi le crede sarà Florian, che dopo aver scontato dieci anni in galera per l’uccisione del patrigno, viene in Italia alla ricerca di Andra. Ed in maniera casual si trova ad essere sodale di Costanza, a darle un barlume di speranza. Peccato che Florian debba fuggire da altri demoni che lo perseguitano, anche nel tentativo di trovare le tracce di Andra. Niente di strano che Costanza possa finire male. Infine, Lucilla, che non finirà male, ma che, donna di mezza età, facoltosa, ma senza prospettive sociali, si accompagna con un gigolò di bell’aspetto e cattive intenzioni, tal Brando. Che lei ospita e nasconde, che copre nei momenti bui. Peccato che Brando sia veramente cattivo, e quando lei cerca di riportarlo in riga, non esita a massacrarla di botte. Senza arrivare all’estremo, per tutta una serie di contingenze che non sto qui a riportare. Perché, in modo parallelo, Brando è uno che cerca di attaccare briga con tutti, che cerca di sfogarsi riempendo di botte sconosciuti per strada. Ed eventualmente sollazzandosi con altre donne, anche contro il loro volere. Brando ed il suo sodale Richi li vediamo ad esempio assalire una coppia di Gibuti, massacrarli di botte senza alcun motivo. Solo per cattiveria. Ma mentre Brando, dopo lo sfogo, diventa un tranquillo cittadino, gigolò di Lucilla, pieno di sorrisi a destra e a manca, Richi è proprio sbandato, tanto che decide di prendere a botte anche altre persone, in una escalation che non prevede nulla di buono. In fondo, a parte sapere chi ha ucciso Costanza e chi Andra, il giallo in sé non ha molto da svelare. Certo, la scrittura di Annamaria Fassio ci porta un po’ in giro, riservandoci qualche piccolo colpo di scena finale. Quelli in cui i presunti cattivi, o almeno quelli che cattivi sono ma sarebbe troppo scontato fossero anche colpevoli, trovano degli alibi alle malefatte. Ma un finale in cui, come ben si deve in queste storie, tutti i nodi vengono sciolti con un bel colpo di spazzola. Peccato che, come spesso succede in questa tipologia di storie, l’autrice sia troppo frettolosa nel mettere tutti i puntini al loro posto. Dopo che hai messo un arrosto sul fuoco, devi essere in grado di far cuocere tutta la carne allo stesso punto, altrimenti vengono parti più cotte e parti più crude. Come in questo caso, per cui una serie di pezzi del mosaico vengono svelati in poco righe e poco lasciano il tempo alla sedimentazione della discoperta. Se ci sono volute un centinaio di pagine per imbastire i nodi, scioglierli in una decina di righe lo trovo sconveniente. Una critica che faccio qui, ma che ritorna spesso nelle mie ultime letture di polizieschi ed affini. Di certo, concludendo, la materia è scottante e dolente. E bene fa la nostra scrittrice a trattarla. Poteva essere trattata meglio e con più cattiveria? Forse. Ma almeno un sasso nella grande omertà maschile viene lanciato, sperando che si allarghi in un maremoto di proteste. Purtroppo, alla fine, il risultato è leggermente inferiore alle aspettative.
Enrico Luceri “Le notti della luna rossa” Mondadori euro 5,90
[A: 04/10/2019 – I: 04/02/2020 – T: 07/02/2020] &&& --   
[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 194; anno: 2019]
Alla quinta prova, Luceri, finalmente si risolleva dalle secche delle sue prime prove da me tramate da più di 7 anni. Anche perché riesce a far tornare sulla scena uno dei suoi personaggi migliori, il commissario Tonio Buonocore, che avevamo lasciato forse morente per un cancro ai polmoni, e che qui troviamo felicemente guarito. Ha smesso di fumare, deve stare attento a mille piccolezze per non compromettere la salute (legata ad un filo, ovvio). Ma c’è e c’è la sua aiutante, l’ispettore capo Angela Garzya, la maga dei computer (mentre Tonio lo era dei ragionamenti). Due sono le cose che mi hanno intrigato nel romanzo, che per altri versi scorre abbastanza tranquillo. La luna rossa del titolo e le post-fazione di Luceri che svela (ma qualcuno era già palese) i rimandi letterari della sua opera. Una dotta copiatura, più che riscrittura. Un modo non banale di portare aventi una materia, ed un omaggio, visto che questo libro esce per festeggiare i 90 anni del Giallo Mondadori. Su questo torneremo più avanti, dopo aver visto scorrere una storia che si svolge nella bellissima zona di Posillipo (e chi sa di Napoli, apprezza) con i suoi edifici eleganti e la Napoli bene che si affaccia sul golfo. Un luogo che (purtroppo) vediamo sorgere una trentina di anni prima dell’azione, quando Giovanna Romano, rampolla di una famiglia benestante, viene cacciata di casa avendo una relazione con un uomo sposato. Nel presente assistiamo alle indagini del nostro simpatico duo Tonio e Angela in seguito alla morte di Letizia, la sorella di Giovanna che all’epoca aveva una decina di anni. Morte per abuso di ansiolitici, e l’ovvio indagato è il marito, un cantante neomelodico che ebbe un successo per una rilettura del brano “Luna Rossa” (ancora! E Renzo Arbore allora?), e che ha tutta da guadagnare dalla cospicua eredità della defunta. I nostri investigatori scoprono indizi prima velati poi lampanti che c’è qualcosa che non va. Bicchieri di whisky con tracce strane, entrate ed uscite dall’appartamento che indicano la quasi certezza che il colpevole poteva aggirarsi nel condominio senza destare sospetti. L’intrusione di altre morti, che vanno a complicare il caso. Un detective, incaricato da letizia di ritrovare la sorella, che forse ha qualche indizio. Un’infermiera che forse di indizi ne tace. Un inquilino che forse ha visto qualcosa e forse ricatta qualcuno. Qui cominciano a fiorire tutti quei rimandi di cui si diceva e che permettono a Luceri di costruire il caso (o il romanzo-omaggio). L’assassino di Letizia che si muove nel condominio che potrebbe o non potrebbe essere un abitante dello stesso richiama “Il Natale di Poirot” di Agatha Christie. Inoltre, l’indizio che porta Buonocore sulla giusta strada si collega a “Il mistero delle croci Egizie” di Ellery Queen (dove c’era la famosa bottiglia di tintura di iodio di cui solo l’assassino poteva conoscere il posto). Altro elemento, che fin dall’inizio ci viene presentato, ma con una tale nonchalance che ci si fa poco caso, è la strana ubicazione della casa. In quella della vittima, la stanza in fondo al corridoio della zona notte è una cucina, mentre al secondo piano, la stessa disposizione porta ad un bagno. Quando serve un elemento medicale, sarà l’assassino a scoprirsi, a districarsi nel labirinto delle case, permettendo ai nostri due bravi poliziotti di risalire, filo dopo filo, tutte le connessioni del caso. Analogie quindi anche con “La prova in fondo al mare” di Rufus King (un giallo dell’epoca della Christie, del 1934, riproposto nel 2015 da Mondadori, da leggere), dove l’assassino entra nella cabina di un relitto per trovare una cosa che se non fosse già stato lì non avrebbe saputo dove cercare. La conoscenza dei meccanismi del giallo da parte di Luceri è qui ben esemplificata, con tutta un serie di rimandi piccoli o grandi: alibi a prova di bomba smontati uno dopo l’altro (alla maniera di uno dei pionieri del giallo, l’irlandese Freeman Wills Crofts) o il malato assistito da un‘infermiera che nasconde in realtà altro (come nel celeberrimo “La fine dei Greene” di S.S. Van Dine). Se volete, potete trovare altri indizi, io trono al libro che, nonostante tutti questi buoni propositi, alla fine non è così “entusiasmante” come potrebbe essere. Si salva, appunto, per la simpatia di Tonio, anche se era meglio nel primo romanzo. Altro punto forte, è quell’accenno ricorrente alla “Luna Rossa”. Un canzone cui rimando, se non la conoscete, ricordando solo che le parole furono scritte nel 1950 da Vincenzo De Crescenzo, lo zio di quell’Edoardo da me sempre ringraziato per quella splendida “Ancora”. Divertente lettura, ma per la maggior parte grazie ai rimandi che se ne trovano, più che per la storia in sé (in effetti, in alcune parti sembra di precipitare in un dejà vu”).
Diego Lama “La settima notte di Veneruso” Mondadori euro 6,50
[A: 10/08/2018 – I: 21/02/2020 – T: 25/02/2020] - &&--
[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 201; anno 2018]
Non mi era dispiaciuto Diego Lama alla sua prima prova con un romanzo vincitore del Premio Tedeschi, soprattutto, come ricordavo, per la buona caratterizzazione del personaggio principale, il commissario Veneruso. Ed anche per l’ambientazione in quel 1884 in una Napoli colpita dl flagello del colera. Saltando a piè pari le considerazioni sui flagelli attuali da coronavirus e simili, devo invece dire che questa seconda prova, molto costruita, mi ha lascito alquanto freddo. Dico costruita, perché in realtà non è un romanzo, ma una rielaborazione di diversi piccoli racconti che nel corso del tempo sono apparsi in appendice ai Gialli Mondadori. Quindi, scontato il fatto che la forma racconto, in special modo nei racconti polizieschi, è di difficile gestione, lo scrittore prende una serie di racconti, li raccorda con intermezzi seral-notturni, per arrivare all’unico racconto nuovo, l’ultimo quello della domenica, quello del settimo giorno (e della settima notte) del nostro commissario. Il problema è che, benché tenti di variare, il cliché di ogni racconto è di impianto praticamente costante. Un morto, alcune persone intorno, uno o più possibili colpevoli, che sembrano o accusarsi o essere accusati del delitto, per poi, dopo una chiacchierata (chiamiamola così che non ha ancor dignità di interrogatorio) il nostro commissario fa uscire il jolly dal mazzo, indicando o il vero colpevole, o comunque delle circostanze diverse che hanno portato alla morte su cui si sta indagando. Come le sorelle che accudiscono la madre despota, che tiranneggia il figlio maschio e la sua bella sposa, pur se uscente da torbidi passati. L’avvocato che, non contento della famiglia su cui tiranneggia, si adopera verso serve e garzoni, ricevendone il giusto fio. La sposa di campagna, merce di scambio tra fratelli di animalesco comportamento. Laddove la morta si è realmente suicidata, ma il giallo c’è seppur nascosto. Un racconto dove non c’è praticamente nulla da scoprire, che quando si scopre il morto già si capisce perché è morto, come è morto e chi lo ha ucciso. Un dramma familiare sempre con una megera al centro, che tiranneggia la famiglia, i figli, la possibile nuora, ed anche qui facilmente decifrabile. Un racconto che deve molto ad un testo a me caro (vero Rosa?), “Lo cunto del li cunti” di Gianbattista Basile, che ha l’unico pregio di mostra l’umanità del commissario, nel suo concedersi, semel in mese, una visita ad un onorato bordello, per poi scoprire magagne in altre case chiuse. Per poi finire con l’ultimo, dove si riprende un cenno sempre del Basile, laddove nel precedente c’era Zezolla, che però era solo un personaggio fittizio. Nell’ultimo vediamo che una delle sette sorelle si chiama Cenere, ed allora ricostruiamo la vicenda che in Basile, appunto, Zezolla, costretta in cucina dalla cattiva matrigna, viene chiamata “la gatta cenerentola”. La storia di Basile è abbastanza nota, anche se noi siamo più propensi a ritenere a mente le sue volgarizzazioni successive, sia dei fratelli Grimm che di Charles Perrault. Qui, l’unica idea nuova è la caratterizzazione dei sei personaggi che contornano Cenere, e la cattiveria, sempre e costante della matrigna. Ma lo spessore poliziesco è nullo. Forse, anche se molto velatamente, è meglio il contorno delle storie. La Napoli del colera, dei Tribunali, della pizza fritta. La Napoli delle serenate, dove Lama dà un sentito omaggio a Roberto De Simone ed alla sua fiaba in musica della Gatta. E come in De Simone, quindi, il protagonista, anzi la protagonista diventa la città, come detto sopra. tuttavia, alla fine, si rimane insoddisfatti, delle storie, delle vicende dei personaggi, ed anche il commissario non riesce a farci tornare il piacere di averne letto in precedenza. Faccio solo un ultimo accenno al libro, perché in appendice c’è l’unica cosa veramente interessante. Un ricordo del grande scrittore di gialli noto come Ed McBain, da parte della ben nota scrittrice di gialli del clan Mondadori, a me molto cara, Annamaria Fassio. Ricordo che McBain, in realtà, si chiamava Salvatore Lombino, emigrato con la famiglia da quel di Ruvo del Monte, impervia località irpina. Ma con quello ed altri pseudonimi, costruì una solida fama di narratore, che io ricordo con piacere, in quanto inventore del “procedural thriller”, quello in cui non si segue un personaggio, ma una squadra, gli investigatori dell’87° distretto. Una squadra che mi appassionò in gioventù, con la figura a me care di Steve Carella, e che darà vita non solo a tanti filoni di scrittura analoga, ma soprattutto a tutte quelle serie di gialli televisivi, da NCIS a CSI, da Law&Order sino al recente Profiling, che ne hanno sfruttato al meglio le caratteristiche, e che sono di godibilissima fruizione. Grazie ad Annamaria Fassio per questo cammeo.
Siamo alla prima domenica del nuovo mese, ed eccovi allora l’elenco delle letture di febbraio, illuminate da uno splendido, ed anche lui rimpianto, Amos Oz, mentre continua la caduta verso il basso di un autore come John Banville che prometteva di meglio. Nelle more non scorderò comunque di citare anche Colin Dexter ed il suo magnifico ispettore Morse.

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Autore
Titolo
Editore
Euro
J
1
Clive Cussler & Graham Brown
The Rising Sea
Putnam
8,50
3
2
Annamaria Fassio
Donne da uccidere
Mondadori
5,90
2
3
Maurizio De Giovanni
Il pianto dell’alba
Einaudi
s.p.
3
4
Enrico Luceri
Le notti della luna rossa
Mondadori
5,90
3
5
John Banville
Un favore personale
TEA
10
1
6
Mateo Garcia Elizondo
Appuntamento con la Lady
Feltrinelli
15
2 ½
7
Kazuo Ishiguro
Non lasciarmi
Repubblica Duemila
9,90
3
8
Andrea Vitali
Le mele di Kafka
Garzanti
12
2
9
Colin Dexter
Il mondo silenzioso di Nicholas Quinn
Sellerio
s.p.
3 ½
10
Eugenio Scalfari
La ruga sulla fronte
Repubblica Duemila
9,90
3
11
Nicole Krauss
Un uomo sulla soglia
Repubblica Duemila
9,90
3
12
John Banville
False piste
Repubblica Noirissimo
7,90
1
13
Dave Eggers
L’opera struggente di un formidabile genio
Repubblica Duemila
9,90
2
14
Diego Lama
La settima notte di Veneruso
Mondadori
6,50
1 ½
15
Amos Oz
Giuda
Feltrinelli
9
4

Comincia maggio, il mese delle rose e di altro che non starò qui a ricordarvi. Doveva essere anche il mese del rilancio del mondo per affiancare il virus e batterlo in volata. Ma mi sa che ce ne vorrà ancora. Chissà come sta la nostra Soriano? Chissà come stanno i miei corrispondenti intorno al momento? Chissà come stanno, realmente i miei amici? Chissà se qualcuno che legge queste mie scarne righe recluse avrà voglia di mandarmi un saluto, con qualsiasi mezzo elettronico abbia a disposizione. 

domenica 26 aprile 2020

Dei Nobel e di altro - 26 aprile 2020


[A: 18/12/2017 – I: 26/11/2019 – T: 28/11/2019] - &&& --
[tit. or.: Someday this Paine will be useful to you; ling. or.: inglese; pagine: 205; anno 2007]
Una specie di giovane Holden in minore, questo libro scritto cinque anni dopo “Quell’estate dorata” che mi aveva a suo tempo piacevolmente sorpreso. Non sembra, comunque, che io sia molto originale, se questo libro, put con le opportune diversità, mi ha fatto pensare a Salinger e Holden. Anche se sono in sintonia con chi poi lo trova diverso. Entrambi sono due ragazzi sulla soglia della maturità, qui con il nostro James Sveck che, diciottenne, deve decidere cosa fare dopo il “liceo”: università o autonomia solitaria nel più piccolo stato americano, il Rhode Island. Entrambi hanno un adulto di riferimento, qui c’è la nonna che tutti vorremmo avere: accogliente, che non fa domande, e che dà consigli parlando d’altro. Ma Holden ha fobia di tutto, non vuole vedere nessuno, mentre James è affascinato dal mondo degli adulti, considerando i suoi coetanei (ed a ragione) immaturi, illetterati, capaci solo adorare le inutili compagnie per paura di rimanere soli con sé stessi. James ci fa sentire al centro delle sue riflessioni, condividendo con lui il dolore che accompagna la crescita. Un dolore esorcizzato da un ricordo di un campo estivo il cui motto era “Sii forte e paziente: un giorno tutto questo dolore ti sarà utile” e dalle parole della nonna, che gli ricordano come siano poco interessanti le persone che sono sempre felici. Come dice ad un certo punto, “godersi i momenti felici è facile; il difficile è non lasciarsi abbattere dai momenti brutti.” James è sempre accompagnato da un perenne senso di inadeguatezza, e quindi si rifugia nel suo porto sicuro, la solitudine, unica chiave che James considera per arrivare a conoscere sé stesso. James viene anche considerato un disadattato, dai suoi coetanei e compagni, ma anche dalla sua famiglia. Dalla madre compulsivamente spinta a nuovi matrimoni dopo il divorzio dal padre. Dal padre stesso, che da un lato si accompagna con ragazze molto più giovani di lui, dall’altro si rende irreperibile al figlio per un intervento chirurgico mirato. In altre parole, per una chirurgia estetica tesa ad eliminare le rughe intorno agli occhi. Dalla sorella invischiata in una relazione clandestina con un suo professore dell’Università. Ovviamente non dalla nonna, di cui abbiamo parlato. Ed anche da John, il giovane gay che gestisce l’inutile galleria d’arte della madre, almeno fino a che lo stesso James non gli fa uno scherzo stupido che rovina i loro rapporti. Si capisce, quindi, che Cameron porta avanti anche una critica, feroce e puntuale, della società attuale. Attuale almeno rispetto alla data di scrittura ed al tempo di svolgimento del racconto. Infatti, il testo è del 2007, e l’azione si svolge dal marzo al settembre del 2003. Devo dire che questa collocazione temporale non mi ha ancora convinto, né sono riuscito a trovarne una spiegazione. Personalmente non conosco così a fondo la storia americana per capire al volo cosa succede nel tempo del racconto. Il nucleo del racconto si svolge tra la sfortunata “gita scolastica” nella capitale, dove James, non sopportando i suoi inutili compagni, sparisce per due giorni, rintanandosi nella Biblioteca Nazionale. Fuga che lo porta a dover frequentare una psicologa, e lì apprezziamo il modo con cui Cameron descrive le sedute psicoanalitiche, ed anche capiamo come, pur nell’inutilità delle sedute, James comincia a maturare. Lì nelle riflessioni e nel discorso con la psicologa, James riesce a ragionare sull’altro nucleo del romanzo: l’inesprimibilità dei propri pensieri. Nel passaggio tra il cervello e la bocca avviene una trasformazione che non consente (almeno quasi mai) di comunicare esattamente con il nostro interlocutore. Per questo ognuno rimane sostanzialmente solo, nella monade della sua vita. E quando James non introduce un filtro tra pensieri e parole (grazie ai grandi Mogol e Battisti, per chi ne sa), è difficile che il mondo esterno capisca chi sia veramente. Il terzo ed ultimo nucleo è quella paura del futuro, quell’indecisione sulle scelte da fare che attanaglia i giovani, i diciottenni quando cominciano a diventare adulti. Ricordo ancora con tremore il tempo dal luglio all’ottobre del 1971. Aspettare il giorno dell’esame di maturità sapendo di sapere, ma sapendo anche che un piccolo passo falso, sempre possibile, avrebbe portato disastri e rovine. Stare in fila in segreteria alla Sapienza, con due moduli in mano: matematica o lingue? Voi sapete quale scelta ho fatto, anche se dopo 50 anni ancora ho dubbi e pensieri diversi. In fondo, non succede molto in tutto il romanzo, è solo un susseguirsi di pensieri, e di elementi che ci consentono, non senza un intimo piacere, di entrare in sintonia con James. Che in fondo è un po’ come noi, come me, un giovane che non è disturbato, e che a me suscita affetto e sintonia. Noi e James, alla fine, abbiamo un solo grosso problema: non riuscire a rapportarsi con le persone superficiali. Solo la fine, ad una lettura in sintonia con il libro, mi sembra troppo veloce. Avrei meglio diluito le ultime avventure e le decisioni finali di James. Rimane comunque uno dei migliori libri che ho letto negli ultimi tempi.
“Se uno divorzia, secondo me perde il diritto a fare commenti sui comportamenti o sul carattere dell’altro.” (38)
Orhan Pamuk “Istanbul. I ricordi e la città” Repubblica Duemila euro 9,90
[A: 14/03/2017– I: 24/01/2020 – T: 29/01/2020] - &&&&-
[tit. or.: İstanbul. Hatıralar ve Şehir; ling. or.: turco; pagine: 460; anno 2003]
Devo dire che 12 anni passano in fretta, che forse non ce ne accorgiamo. Ma probabilmente è una bugia. Tante cose sono successe in questi dodici anni, e, tra le altre, la non lettura di altri libri di Pamuk. Qualche articolo di giornale, qualche presa di posizione, ma dal castello bianco e dal mio nome è rosso, ero rimasto talmente poco attratto, che ho sempre lisciato altro del Nobel turco. Ringrazio allora questa nuova/vecchia collana di Repubblica, dedicata ai romanzi del Duemila che hanno dato dei segni alle letterature del mondo, che mi ha costretto a riprendere in mano l’autore. Leggendone un libro/saggio/romanzo/memoir non saprei bene dire cosa. Ma di sicuro con due elementi fondanti e caratterizzanti: la storia della propria vita e la storia della propria città. Sebbene non sia cronologicamente autobiografico, passando di ricordo in sensazione, vediamo Orhan dalle prime conoscenze di sé sino alla svolta della sua vita, sul passar dei vent’anni, quando, dopo una giovinezza passata a disegnare ed ipotizzare un futuro di architetto, abbandona Università e propositi, decidendo di diventare scrittore (e mai decisione si rivelò più fausta, visto il prosieguo della sua vita). Dall’altra parte, in parallelo con la crescita, vediamo e seguiamo con lui Istanbul in tutte le sue sfaccettature. Dalla città ancora quasi orientale degli Anni Cinquanta, alla metropoli affollata, bellissima ed invivibile di ora. L’affabulazione è avvincente, con la scrittura di Pamuk che passa dalle descrizioni familiari, i rapporti con i genitori, il continuo guerreggiare amichevole con il fratello più grande, l’attraversamento di tante crisi che portano la famiglia Pamuk dall’agiatezza iniziale ad una condizione borghese limite (ma poi lui, con la sua scrittura, risalirà di molto), per poi andare all’esterno, alla città ed alle mille sfaccettature di una metropoli assai complessa. Seguo gli impronunciabili (ed intrascrivibili) nomi dei vari quartieri che Pamuk attraversa ed esplora nella sua vita, e li ricollego a quanto, nelle mie visite istambuliote, ho fatto, visto, sentito, odorato. Lo segue per le strade di Galata, o la salita della grande strada di Pera (passando per l’hotel di Agatha Christie, ovvio), su fino a Piazza Taksim (o giù fino al Tunel). Sulle barche che risalgono il Corno d’Oro, sino al bar di Pierre Loti, ma anche sui barconi che risalgono tutto il Bosforo. Per il traghetto che ci porta nella città asiatica, così diversa nell’impianto, così uguale nell’atmosfera personale. Non ho la preparazione libraria ed architetturale di Pamuk, che mi fa sognare citando libri e miniature, su cui tornerò. Ma non posso non fermarmi, io, ai mosaici della chiesa di San Salvatore in Lauro ed al Cristo Pantocratore, ma anche alle mosche di Eyup. Ricordo in particolare poi, una delle prime visite alla moschea di Solimano, non per la moschea, ma per le case in legno che ancora allora stavano nelle viuzze intorno. Ricordo le passeggiate per i bazar, gli hammam, il panino con il pesce preso al volo sotto il ponte di Galata, il tè con i narghilè nel cimitero abbandonato, i primi pranzi con le lire turche (e quei conti in milioni di lire…). Come Pamuk, prendo spunto da lui per parlare di me, e lui prende spunti della città per parlare (anche) di altro. Di sé, è ovvio. Ma anche i dipinti di Melling (Antoine-Ignace, l’architetto di Selim III) che ci danno uno spaesamento strano: vediamo i luoghi della città prima che diventino città, deserti così come ora sono popolati. Con impressioni parallele ad alcune vedute di Roma che ci danno le incisioni di Piranesi. E degli scritti. Ovvio che parli di autori turchi, a me tristemente ed immancabilmente ignoti, anche se scrissero opere memorabili sulla città: Yahya Kemal, Reşat Ekrem Koçu, Ahmet Hamdi Tanpınar o Abdülhak Şinasi Hisar. Tuttavia, Istanbul nell’Ottocento è anche visitata da molti occidentali, che segue e ben conosco. Assaporiamo con Pamuk alcune frasi di Gerard de Nerval, gli articoli agili e ben confezionati di Théophile Gautier, le maledizioni orientali che proferisce Gustave Flaubert. Pamuk cita, ma solo di passaggio, anche il libro di De Amicis, che io, da buon ricercatore internettiano ho trovato e scaricato. Ma poi rimangono in mente i disegni di Orhan che non vediamo. Ed io non posso staccarmi dalle pagine del suo primo accorato amore con la bella “Rosa Nera”, ricordo di tanti giovanili trasporti personali. Certo, a volte è lento. Certo, a volte vorrei descrivesse più e meglio situazioni e modi (ad esempio, il mai risolto su queste pagine rapporto con il padre). La scrittura è tuttavia gradevole, la lettura, benché ostica, non difficile da seguire. E mi lascia con l’idea di ritornarvi, prima o poi. Magari per vedere con Rosa i dervisci rotanti alla partenza dell’Orient Express. E passeggiare, sempre e comunque, con Alessandra per tutti i luoghi che ancora non ci hanno visto passeggiare.
“Ancora oggi, quando cammino in una piazza grande o in un corridoio, sui marciapiedi, cerco di non calpestare le fughe tra le pietre, oppure salto i quadrati neri e comincio a passeggiare saltellando, spinto da forme di superstizione che mi creo così, all’improvviso.” (227)
David Foster Wallace “La ragazza dai capelli strani” Repubblica Duemila 13 euro 9,90
[A: 18/04/2017 – I: 25/01/2020 – T: 31/01/2020] - && ---
[tit. or.: Girl with Curious Hair; ling. or.: inglese; pagine: 299; anno 1989]
Avevo già detto, in occasione dell’altro libro da me letto, che DWF (sigla che racchiude più velocemente il lungo David Foster Wallace) non mi convinceva. Certo, quella “cosa che non farò mai più” aveva anche lati divertenti, ed un piglio di simpatia che questo scritto, anche in virtù del suo essere una raccolta di racconti (genere a me molto ostico) non raccoglie. Qui escono fuori due caratteristiche peculiari ed opposte di DWF, la sua indubbia capacità di scrivere (punto a favore) e la sua onnisciente cerebralità (punto molto a sfavore). Caratteristiche che si intrecciano spesso, che DWF usa (almeno in parte) i racconti per dire (anche) altro. Non è a caso che si lancia in strali o analisi crude su diverse caratteristiche della cultura americana. La cultura della televisione, ad esempio, in due dei migliori racconti (Piccoli animali senza espressione, La mia apparizione), o il delirio punk alienato sadico lisergico nel racconto del titolo (La ragazza dai capelli strani). Fino a quello che a me più è rimasto impresso, per la ricostruzione storico-farsesca di decenni della politica americana, attraverso gli occhi e la carriera di un segretario omosessuale di un presidente americano emblematico (Lyndon). Devo notare comunque che l’edizione italiana è monca rispetto all’originale, laddove il decimo è più lungo racconto ha visto luce autonoma presso la “minimum fax”, editore italiano di DWF. Come altrove notato, i racconti non hanno legami tra loro, se non per la continua tensione verso la denuncia delle paranoie del mondo americano. Notando anche che, in ogni testo, DWF riesce a variare registro, ad utilizzare un modo di scrivere e di proporre consono al tema trattato. Il viaggio comincia con Piccoli animali senza espressione dove si narra, con continui salti temporali e logici, la vicenda di una ragazza lesbica che partecipa ad un quiz televisivo per pagare le cure al suo fratello autistico, aprendo la prima riflessione sia sulle tematiche personali che sul ruolo della televisione. Si prosegue con uno dei meno riusciti: Per fortuna il funzionario commerciale sapeva fare il massaggio cardiaco resoconto dell’incontro di due funzionari in un notturno parcheggio, ma che non riesce ad intrigarmi. Il livello si alza con La ragazza dai capelli strani racconto in prima persona di un sadico avvocato repubblicano e del suo incontro don uno strano gruppo di punk, all’interno di un concerto di Keith Jarrett. Che essendo uno dei miei numi tutelari della mia colonna sonora della vita, trovo faticosamente la capacità di astrarmi, pur riconoscendo le astuzie e le cattiverie narrative verso l’avvocato stesso. Si arriva così al migliore, Lyndon fittizia ricostruzione della carriera di Lyndon B. Johnson, dal governatorato del Texas, alla presidenza degli Stati Uniti, alla morte, attraverso gli occhi di un suo stretto collaboratore omosessuale. Un utilizzo delle capacità di scrittura di DWF che passa dall’intimismo del segretario alla volgarità del Presidente. Da qui si comincia a scivolare. Prima con John Billy storia della vendetta perpetrata del ranchero Chuck Nunn Junior, che in originale mi si dice ben resa allo strano accento del narratore, ma che in traduzione non riesce a riportarci nei luoghi della storia (per chi lo volesse sapere, l’Oklahoma). Poi con Da una parte e dell'altra dove due ragazzi narrano la versione personale della loro storia, senza grandi patemi. Si risale abbastanza con un’altra narrazione anti-televisiva con La mia apparizione dove vediamo un’attrice una volta famosa ed ora dedita a spot commerciali partecipare allo show di David Letterman “Late Night”, e dove DWF riesce a ridicolizzare tutti, dall’attrice ai vari personaggi che ruotano negli show televisivi, sino all’intoccabile, all’epoca, Letterman. Il finale è tutto in discesa verso la poca incisività. La lunga storia a più voci di un adulterio nell’ambito di un circolo ebraico di Chicago in Dire mai ed il brevissimo testo sul matrimonio di un uomo ed una donna nel conclusivo È tutto verde. Come dicevo, DWF scrive maledettamente bene. Ed inoltre ne è consapevole, motivo per cui a volte gigioneggia un po’. I suoi strali ci sono, ma per me si annegano nella brevità del testo, nelle modalità di porlo. Non ultimo, io mi perdo quando le storie rimangono sospese, quando non si arriva mai al punto, quando si parla a nuora perché suocera intenda. E poi, personalmente, non riesco mai a disgiungere il DWF scrittore dal DWF uomo. Per cui, ad un certo punto, mi perdo. È di certo un autore migliore di quanto riesco a comprenderne, ma non ce la faccio ad entrare mai di più nel dettaglio.
“Un ragazzo … prende in prestito una copia dell’’Anatomia del Gray’…” (49) [capisco al momento della prima traduzione di trenta anni fa, ma ora si può citare il libro come ‘Grey’s Anathomy’ e tutti capiscono]
“Mi mandò dei fiori dicendomi di andare a vivere con lui e di essere il suo amore.” (216) [dalla poesia di Marlowe che dice ‘come live with me and be my love’, bellissima]
Kazuo Ishiguro “Non lasciarmi” Repubblica Duemila 21 euro 9,90
[A: 13/06/2017 – I: 09/02/2020 – T: 12/02/2020] - &&&
[tit. or.: Never let me go; ling. or.: inglese; pagine: 348; anno 2005]
Continuo ad essere perplesso non della scrittura del premio Nobel, ma di alcune sue scelte espressive, del modo in cui pone ad ambienta i romanzi. Continuo a ritenere “Quel che resta del giorno” un capolavoro assoluto, mentre il secondo che ho letto (“Il gigante sepolto”) non mi ha lasciato una grande impressione. Questo risale decisamente nel gradimento, pur lasciando delle perplessità, che spero siano colmate anche dalle letture delle mie quasi esaurite “libropeute”. Come spesso accade, ci sono almeno due letture del testo. Una filologica che segue gli avvenimenti, ed una di rimando. Che poi è quella che più mi ha interessato e lasciato pensare. Un rimando sulla finitezza della vita, sulla sensazione, sulla certezza della morte. Ed anche sull’amore, quello che serve comunque a farci sopportare questa vita ed andare avanti. I protagonisti del romanzo sanno (consciamente o meno) che la loro vita è “finita”, cioè avrà un fine. Ma un conto è essere come noi, e saperlo ma ignorarlo. Un conto è averne la certezza perché si è impostati, perché tutta la propria vita è tesa alla salvezza degli altri ed alla propria morte. Kathy, Tommy e Ruth, diversamente e con diverse sensibilità, attraversano uno spazio finito dei nostri giorni, cercano di capirne il senso (e spesso non ci riusciranno), cercano di usare l’amore e il sesso per esorcizzarne il percorso. Ovvio che solo Kathy, voce narrante del romanzo, riuscirà a capire qualcosa, riuscirà a pensarne le positività, con quella canzone della giovinezza in collegio, che prima l’abbandona (ma credo siano i “tutor” a farla sparire) e poi ritrovarla casualmente. Ed è anche ovvio che la canzone sia “Never let me go” (che aggiunge un “mai” al titolo italiano che secondo modifica il senso della frase). Un “fictional hit” cantato da una improbabile Judy Bridgewater (mix tra Judy Garland e Dee Bridgewater), che serve da rasoio di Occam a Ishiguro. Quando se ne parlerà, alla fine del romanzo, sembra un testo d’amore, di quello tra Ruth e Tommy o tra Tommy e Kathy. Quando Kathy ci pensa, lo immagina come un inno ad un bambino immaginario che mai non potrà avere, e che, se avesse la ventura di averlo, non vorrebbe che si allontanasse da lei. Ma tornando al testo ed al contesto, quella rimane la domanda di fondo. Quanto saremmo disposti a vivere se sapessimo che abbiamo una “dead line” marcata e quasi riconoscibile? E come affronteremo la vita? La bravura di Ishiguro è nel rappresentare tutto ciò in maniera di farci pensare, senza mai porre una domanda, una frase, anche un semplice accenno che vada in questa direzione. Perché questo testo affondo in un contesto “altro”, quasi, anzi senz’altro, irreale. Ma possibile. In seguito ad avanzate ricerche mediche, si riesce, nel dopoguerra reale, ad avanzare le tecniche mediche, sino a realizzare dei cloni umani, che verranno utilizzati per effettuare donazioni compatibili a persone malate. Tutto è il contesto è per questi cloni, per come non sanno di esserlo, o lo sanno in maniera trasversa. Di come si dividano in donatori puri ed assistenti degli stessi. Che le donazioni debilitano ed alla fine consumano i cloni, rendendo necessaria la presenza di persone consapevoli che li aiutino, confortino, supportino sino alla fine. La domanda che viene sottesa allora in questa parte è cosa sia la vita. Cosa sia la coscienza, la creatività, lo sviluppo mentale, più di quello fisico. Le due trame si intrecciano, e si infittiscono a mano a mano che si va avanti nella lettura e nella consapevolezza. Portati per mano dalla scrittura di Ishiguro, che con raffinata abilità, non sbava mai. Non prende mai posizioni decise, ma cerca di spingere il lettore a prendere lui posizione, a porsi lui le domande che i protagonisti del romanzo non fanno mai. Chiudendo gli occhi, ci immaginiamo l’esistenza di Kathy, e dei suoi sodali, ognuno con il suo brandello di verità, ognuno andando avanti per una strada che solo noi, esternamente, sappiamo riconoscere. Personalmente, è stata l’idea del contesto che non sono riuscito sempre a seguire, a percorrere, a riconoscere percorribile. La dimentico, e penso a come Tommy sia ingenuo nei suoi sfoghi rabbiosi, di come Ruth sia fuorviata da una sua idea di bene, di come Kathy sia, nel fondo, capace di fare quel salto di qualità interna, ma che non farà mai. Per questo, alla fine, non sale tantissimo nella mia classifica gradimento, pur essendo un libro da leggere. E che mi rimarrà nel cuore per queste sue due domande inespresse. Che cos’è la morte? E soprattutto, che cos’è la vita?
“Avete avuto una vita migliore di molti di quelli che vi hanno preceduto.” (324)
La quarta settimana è la settimana di respiro. Niente libri letti mesi fa, niente libri che curano, niente libri per essere felici, che felici lo siamo già di nostro. Ma è anche l’ennesima (sesta? Settima?) di reclusione, che ho perso il conto. Siamo tutti stanchi, io sto facendo una prova di vita che sono contento di fare, che avrei fatto a prescindere, e vedremo cosa se ne farà in futuro. Aspettando, con tutta la mia ansia, di poter salire di nuovo su di un aereo.