domenica 7 marzo 2021

Super saggi - 07 marzo 2021

Una settimana con un pensiero di dedica all’amica Marina che ai saggi si dedica. Una settimana anche molto positiva con tre su quattro molto sopra la sufficienza. Rimangono indietro solo le ricette di Montalbano, e ne potete leggere il perché. Mentre vanno sugli allori la matematica di Chiara Valerio, il Giappone di La Pina e la fratellanza di papa Francesco.

Chiara Valerio “La matematica è politica” Einaudi 12 (in realtà scontato a 11,40 euro)

[A: 18/09/2020 – I: 10/10/2020 – T: 11/10/2020] &&&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 105; anno: 2020]

Anche se avevo solo intravisto la dottoressa Valerio in “Propaganda Live”, mi aveva mandato segnali di positiva simpatia. Saputo che, come me, è laureata in matematica, una volta visto questo saggio in libreria, come resistere alla tentazione di comprarlo, e di leggerlo presto?

Dopo i lucidi interventi live, confermo che Chiara ha una visione molto precisa e condivisibile, sulla vita e soprattutto sulla matematica. Ci sono solo un paio di sbavature, che solo avendo delle infarinature numeriche si possono apprezzare. Ma anche laddove si addentra in territori generalmente ostici (tipo il quinto postulato di Euclide) ne esce in modo brillante e comprensibile.

Il punto fondamentale, su cui le nostre idee convergono, è la politicità e la democrazia della matematica. Chi ne ha studiato in maniera seria sa, che il mondo matematica si fonda su delle regole, su di un quadro di riferimento. Che è lo stesso che si dovrebbe avere nella vita quotidiana. Bello, ad esempio, il capitolo sulla Costituzione. Se quello è il quadro della democrazia italiana, allora bisogna entrare nel suo perimetro. E muoversi, ragionare, lavorare, proporre, all’interno di quel quadro.

Esattamente come ci hanno insegnato in matematica. Per arrivare ad un esempio personale, nell’ambito della mia tesi di laurea, che doveva soltanto dire che non avrei raggiunto i risultati sperati. Ebbene, tre quarti della tesi li ho impiegati a definire le regole (per i più addentro alla problematica, ho definito lo spazio di riferimento e le sue regole interne).

Un punto che avrei sottolineato di più (o meglio, se ne fossi capace) è la logicità che consegue alla definizione della democrazia matematica. Per due canali di ragionamento. Uno interno: date certe premesse, dato il quadro di riferimento, non possiamo che logicamente e per deduzione arrivare a delle soluzioni. Che possono essere condivise o meno, ma sono congruenti con le premesse. Il secondo punto, che chiamerei esterno, è invece l’utilizzo della logica per affrontare un problema, o la vita stessa.

La matematica (ma anche lo studio in generale, anche se nel campo matematico è più facile accorgersene) insegna ad affrontare logicamente una questione, un problema, la vita. Si inquadra, se ne cercano i contorni (il quadro di riferimento) e se ne affrontano le parti, magari scomponendole, affrontandole ad una ad una, sino a che il quadro globale non è smontato e facilmente raggiungibile.

Un esempio comprensibile a molti potrebbe quindi essere la divisibilità per un numero primo elementare, ad esempio il 7 (che essendo il mio numero, è quello che utilizzo maggiormente). Avendo un numero complesso, di quattro cifre ad esempio, non è di immediata soluzione la sua divisibilità. Utilizzando un criterio standard (che metto in appendice per chi fosse interessato), si scompone logicamente il problema, in divisioni più semplici, sino ad arrivare alla tabellina del 7, che normalmente è elementarmente nota.

Ulteriore problema che affronta Chiara è la supposta osticità della matematica. Lei la risolve solo attraverso una esortazione allo studio (che ci sta). Io aggiungerei anche la normale non matematicità di molti insegnanti nella scuola media, che spesso provengono da altre facoltà scientifiche. Perché per farti superare lo scoglio della sua incomprensibilità, bisogna che chi parli di matematica si ponga al tuo livello: sappia di cosa si parla e con chi.

Una chiusa finale, che condivide totalmente, è poi la non immutabilità della matematica e della vita. Quello che sapeva Pitagora era giusto per i tempi di Pitagora, ma ora dopo duemila anni e più, la matematica è talmente cambiata che anche Pitagora ne sarebbe meravigliato. Così è anche la vita, e la democrazia, per tornare all’assunto inziale. Quello che non muta è la necessità di regole: se cambia il quadro può cambiare l’approccio democratico alla vita. Quello che non è vero è il contrario: non si può cambiare prima la democrazia. Si andrebbe direttamente verso una dittatura.

Forse ho parlato più di me che di Chiara Valerio, ma ritengo che possiate tutti fare un piccolo sforzo e leggere questo centinaio di pagine. Lo meritano.

“Ognuno di noi sbaglia a modo proprio, ma tutti sbagliamo.” (62)

“La vita d’altronde è una malattia mortale.” (69)

“Io penso che l’unica difesa della dittatura dell’intrattenimento sia la lettura. … Il lettore, come chi studia matematica e in generale chi studia, è capace di stare da solo. Chi sta da solo è politicamente complesso perché non deve essere intrattenuto. Chi sta da solo si intrattiene da solo.” (84)

Autori Vari “La caponatina di Adelina” Trenta Editore 16 (in realtà, scontato a 13,60 euro)

[A: 29/05/2020 – I: 20/11/2020 – T: 22/11/2020] & e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 223; anno: 2019]

In realtà sarei stato propenso anche a voti maggiori se, come avevo scritto nelle mie note personali, avessi potuto ascrivere il libro ad Andrea Camilleri, visto che il sottotitolo recita: “La raccolta completa delle ricette amate dal più astuto commissario siciliano”. Ed in secondo luogo se la costruzione del libro avesse avuto una schematicità ed un modo di espressione maggiormente pensate.

Seppur l’idea delle edizioni Trenta non è priva di interesse, soprattutto per uno come me che annovera tra i suoi libri “cult”, due ricettari inarrivabili: le ricette di Nero Wolfe e le ricette della signora Maigret, la sua realizzazione, appunto, mi ha lasciato un po’ distante. Prima di tutto, che le ricette sono dei piatti che mangia il nostro Salvo Montalbano. Ma questo sarebbe passabile. Quello che poteva essere di collant, come nel caso della signora Maigret, è la frase, il contesto del piatto. Qui interviene Camilleri, ma chi ne ha pensato la struttura ha fatto appunto due errori.

Primo, le frasi sono certo riferite a testi con tanto di pagine, ma andrebbero commentate, intercalate, in un certo senso contestualizzate. Secondo, visto che si tratta di pranzi e cene, anche se variamente concepiti, del nostro commissario, si parla spesso di più di un piatto. Allora, invece di mettere le ricette in ordine alfabetico, e poi ripetere la stessa citazione più e più volte, avrebbe avuto maggior senso (e maggior leggibilità), riportare la citazione e poi elencare i diversi piatti colà citati. Tanto poi, sarebbe bastato un indice alfabetico finale (che d’altronde è presente) per permettere di ritrovare i vari piatti.

La struttura generale sarebbe anche interessante: suddividere i pranzi, le cene, le sedute in tavola del commissario Montalbano in due grandi elenchi ed i due piccoli. I primi due non possono che essere i punti fissi, le stelle dell’universo di Montalbano: la cucina di Adelina e la cucina di Enzo. La prima è quella che gli fa trovare in tavola (o nel forno) prelibatezze che permettono al nostro di bordeggiare tra momenti difficili, inchieste complicate e celebrazioni personali (con Livia soprattutto, ma anche con altre, se avete letto tutto il corpus del personaggio). Il secondo è il principe indiscusso della trattoria dove, soprattutto a pranzo, il nostro si reca per schiarirsi le idee, e poi fumarsi una sigaretta passeggiando verso il molo.

Sono il corpo robusto del volume, l’ossatura portante. E reggono bene il passo. Con una sola scivolata poca comprensibile: a pagina 113, mentre si parla di Enzo, citando alcuni passi dei romanzi in cui si narra del piatto che si va a proporre (nella fattispecie “Pasta coi broccoli”), viene citata la “Pista di sabbia” dove però si parla di Adelina e non di Enzo. Sottolineiamo che invece a pagina 54 la pasta coi broccoli di Adelina è isolata, senza menzione a Enzo. Se poi vogliamo andare a cercare il pelo nell’uovo e paragoniamo le due ricette, troviamo che sono uguali negli ingredienti e nella preparazione. Un punto negativo al curatore.

Non è il sol svarione ripetitivo. Un altro evidente sono le sarde a beccafico. Ricetta di Adelina e di un ristorante locale. Stessi ingredienti, stessa preparazione. Cambia solo la sintassi. Da “Mettete a bagno in acqua tiepida … l’uvetta e i pinoli” a “Mettete a bagno uvetta e pinoli in acqua tiepida”. Chi si vuole prendere in giro?

Poi ci sono i due piccoli elenchi. Quello dei piatti mangiati da Salvo fuori dalla diade maggiore, e ci può stare. Ma la cucina “fimmina” non ci sta, o ci sta poco. Perché se è vero che ci sono donne che hanno cucinato per lui, non risaltano per l’acume culinario. Certo Ingrid mette una ventata svedese nei menu siciliani. Ma di Livia si ricorda altro, non certo il tortino d’alici che chiude il libro.

Quindi, tornando alla struttura, avrei diviso in tre: Adelina, Enzo e resto del mondo. Poi, all’interno di ogni elemento, userei due criteri per svolgere le ricette: la progressione in tavola (antipasto, primo, secondo, contorno e dessert) e la citazione multi-comprensiva (quella che cita tutto un pasto e va trattata in modo omogeneo).

Anche nella descrizione delle ricette avrei usato un metro più amicale verso il lettore, come ad esempio a pagina 18, quando si spiega l’origine e la storia di un formaggio mitico: il caciocavallo ragusano (un formaggio citato in scritti fin dal 1515!).

Insomma, è facile fare un ricettario. Difficile, e qui non riuscito, fare un ricettario legato ad un personaggio letterario, che invece dovrebbe essere d’aiuto. Perché basta riferirsi alle parole che l’autore sparge nei suoi libri, assemblarle intelligentemente, ed unire a ricette ben commentate.

A proposito di libri, infine, lodevolmente si riporta la bibliografia dei romanzi del nostro commissario. Ma pur capendo che si possa non citare “Riccardino”, ultimo e postumo libro di Camilleri, di cui ben sappiamo la storia che qui non riporto, non capisco perché vengano saltate le citazioni a “Un covo di vipere” del 2013 e a “La giostra degli scambi” del 2015. Certo, in nessuna ricetta vengono riportati passi da questi due libri, ma ne avrei fatto cenno comunque (magari spiegando il perché della mancanza di buon mangiare). Mi ero avvicinato al libro speranzoso. Me ne allontano deluso.

La Pina “I love Japan” Vallardi s.p. (Regalo di Alessandra)

[A: 02/10/2020 – I: 30/10/2020 – T: 26/11/2020] &&&&---

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 438; anno: 2020]

O meglio, come recita il titolo completo: “I love Japan. In viaggio con Emiliano Pepe. 20 posti pazzeschi da vedere in Giappone”. La Pina è ovviamente Orsola Branzi, ex rapper in vari gruppi e poi solista e da anni voce trainante a Radio Deejay.

Il libro, invece, è un (pallido ma efficace) sostituto dell’attuale impossibilità di viaggiare. Ero indeciso se aspettare l’apertura dei cieli per prenderlo in mano, tuttavia il settimo anniversario del mio primo viaggio in Giappone mi ha convinto: leggiamone e viaggiamo con la mente, visto che con il corpo ancora mi sa che ci vorrà tempo.

Di certo il mio approccio è stato anche un po’ frenato dal fatto che non fossi convinto La Pina potesse essere un buon anfitrione. Con mio interno giubilo, devo dire che mi sono ricreduto. Certo, a volte è troppo entusiasta di piccole cose, ma il tour giapponese condotto da lei e da Emiliano, è veramente interessante. Con il mio senso del limite, forse non avrei definito “pazzeschi” i luoghi da lei proposti, ma di certo interessanti e degni di essere visti.

Un plus, non scontato ma veramente ben accettato e ben fatto, è il “QR code” alla fine di ogni capitolo, che rimanda ad un video che ripercorre alcuni passi salienti dello scritto appena letto, accompagnato dalle musiche di Pepe. A volte forse troppo tendenti a Keith Jarrett (senza raggiungerlo), altre volte un po’ tra New Age e Ambience. Tuttavia, nel complesso non stonano e sottolineano con grazia i momenti giapponesi.

Venendo al contesto, tra scritto ed entusiasmo, devo separare bene il testo dalle sue descrizioni. La scelta dei luoghi, ed in particolare i cinque capitoli iniziali, sono degni e condivisibili. Le parole che ne parlano e ne descrivano, a volte sono, per i miei gusti, un po’ troppo sopra le righe. Una sovrabbondanza di “pazzesco”, bellissimo, imperdibile, indimenticabile. Che forse ci sono, ma le sensazioni incredibili che lascia il Giappone (ed a me le ha lasciate) a volte necessitano più di sussurri che di grida.

Comunque, La Pina azzecca il motore dell’azione verso il Giappone, inserendo cinque capitoli tematici che danno il senso ed il colore (ed anche il sapore, forse) a tutto il viaggio.

Infatti, si parla di mezzi di viaggio. Se non siete mai stati su uno Shinkansen non potete capirne né il senso di vicinanza che comunica, né il senso di rispetto che hanno verso di voi i dipendenti delle ferrovie. Che si inchinano ogni volta che vi incontrano in senso di rispetto. E puliscono tutto il treno, che viaggia lindo e pinto.

Infatti, si parla di cibo. E cosa sarebbe il Giappone senza il suo cibo. Senza la delicatezza e la forza di sushi, sashimi, tempura e via discorrendo. Senza lo stordimento dei sensi cospargendo il cibo con il wasabi. Senza i colori, senza il tè. Senza gli accostamenti di sapori a volte inscindibili, a volte non proprio in linea con il mio gusto occidentale.

Infatti, si parla di ryokan e onsen. Due elementi tipicamente giapponesi, che se non li avete visitati non capirete mai a fondo l’anima del posto. I “ryokan” sono le locande, spesso a conduzione familiare, che vi ospitano tipo b&b, ma con la tradizione giapponese. Si entra, e si cammina solo su tatami, scalzi o con ciabatte (di una scomodità unica), si dorme sui futon, si vesta la yukata, i servizi sono condivisi. Insomma, si attraversa uno spaccato di vita giapponese tradizionale. E poi ci si lava negli “onsen”, che sono una specie di bagni termali nostrani, ma di una gradevolezza ed una compostezza gestuale unica.

Infatti, si parla di templi. Che ce ne sono tanti, che sono da vedere, da passeggiare, da stare e riposare. Dagli shintoisti molto Japan inside, ai buddisti, ai cimiteri di tutti i tipi, fino a quello degli animali domestici toccante non sapete quanto.

Un errore è stato solo non aver inserito in questa introduzione ad ampio spettro i giardini. Perché i giapponesi amano i fiori, le composizioni, il verde e gli accostamenti tra alberi e piante. Riposare su una panchina in un giardino zen è un’esperienza di riposo totale.

Dopo aver capito i motori fondamentali della cultura di vita giapponese, si parte per le destinazioni fuori e lontano da Tokyo. Utili gli schemini riassuntivi che indicano come raggiungere le varie località partendo dalla capitale. Sarebbe stato utile mettere un capitolo finale in cui si poteva suggerire come fare un “tour del Giappone” attraverso queste meraviglie.

Personalmente, ho visto solo Kanazawa, per cui mi metterò prima o poi alla ricerca delle altre mete. Magari cercherò di combinarle io in quel giro che forse pensava La Pina, ma che qui non ha esplicitato. Per ora, un grazie ad Alessandra che sa veramente quanto mi manche viaggiare, da solo, con lei, e con tutti voi.

Nota finale: non ho fatto un elenco dei giri e delle proposte di viaggio fatte da La Pina, che valgono la lettura (se volete) o il viaggio (se riusciremo a farlo). Ma presto lo rifaremo.

“[In Giappone] ho apprezzato la naturalezza con cui si accettano i cambiamenti del proprio corpo con l’età. Il fatto di vedere le persone anziane nude è una cosa che a noi capita raramente … la vecchiaia non è una cosa da nascondere.” (364)

Francesco “Fratelli tutti” Libreria editrice Vaticana euro 2,90

[A: 20/10/2020 – I: 07/12/2020 – T: 10/12/2020] - &&&&

[tit. or.: originale; ling. or.: italiano; pagine: 280; anno 2020]

Più esattamente, come dice il sottotitolo: “Enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale”. Una bella lettura. Certo, il gradimento alto, non è dovuto allo stile, tipicamente scarno che adotta il pontefice. Ma ai contenuti, interessanti, forse non tutti condivisibili, ma in gran parte espressi con una forza morale cui sarebbe bene dare supporto e seguito.

Ci sono, è ovvio, parti legate alla Chiesa ed alla catechesi, su cui, per mia forte incapacità, non entro neanche con commenti marginali.

Quello che vorrei tirar fuori sono tre passi che mi sembrano condivisibili sempre e comunque, nonché due piccoli approfondimenti marginalmente dottrinali, che però intravedo alla luce del nostro comune buon senso.

Il primo punto riguarda esplicitamente il sottotitolo. L’esortazione alla fratellanza, al sentirsi un noi che vada al di là dell’egoismo che sempre è presente in tutti. Soprattutto quando si avvicina un “prossimo” che ci mette in difficoltà. Ecco allora che dal fratello si passa all’amico, dove si sottolinea che gli amici si scelgono, i fratelli no. Ma se vogliamo passare dall’indifferenza sulle sorti umane, dobbiamo affratellarci con gli altri, scegliendoli come amici, e sentircene legati come fratelli. Papa Francesco ne fa una linea di pensiero coerente, andandoci a descrivere chi sono questi altri che dobbiamo scegliere come amici, trattare come fratelli, al fine di vivere, noi e loro, in un mondo diverso, più attento alla ricostruzione di quanto in questi anni, in questi decenni, molti hanno distrutto. E continuano a distruggere.

Il secondo punto è l’esortazione alla pace. Un discorso ben difficile, visto che, anche se non ce ne accorgiamo, siamo contornati da guerre. Guerre tra popoli, e queste sono facili da comprendere. Guerre verso le malattie, che si potranno vincere solo tornando a quanto nel paragrafo precedente, solo diventando quel noi che insieme possa lottare e trovare i modi di sconfiggere tutte le malattie. Due passaggi mi hanno colpito. Uno, reale e condivisibile, dove si afferma che non esiste una guerra giusta. Sotterrando millenni di ingiustizie storiche. Il secondo, anch’esso condivisibile ma, sfortunatamente, discretamente irreale. Il Papa fa una semplice considerazione: se convertissimo le spese degli armamenti in spese al fine di combattere la fame del mondo, avremmo risolto la quasi totalità delle conflittualità attuali.

Il terzo punto che mi trova concorde e solidale, sono le parole spese al fine di stornare l’attenzione al primato dell’economia a favore del primato della politica. Se l’economia governa il mondo, non potremo far altro che continuare ad accentuare le difficoltà e le rotture attuali. Come non biasimare quelle forze che dicevano “con la cultura non si mangia”, e che ora si trovano a chiedere aiuto incondizionato a ricercatori ed altri poco propensi al guadagno immediato per risolvere i problemi pandemici. Ci sarebbe molto anche da dire sui populismi, ma le parole del Papa sono molto più efficaci di quanto ne possa traslare qui io.

Per cui passo alle ultime due postille. Una, doverosa, riguarda il titolo. Quando San Francesco d’Assisi, nella sesta Ammonizione esorta “Fratelli tutti, guardiamo all’opera del buon pastore…”, è con ovvio moto di traslazione che si rivolge veramente a tutti, uomini e donne. Solo un cattivo uso del “politicamente corretto” piò imputare a San Francesco ed a Papa Francesco di discriminare le donne. Rimando qui, molto laicamente, a quanto ha detto in proposito Umberto Eco, da me recentemente commentato.

Il secondo approfondimento è la chiave di tutta l’Enciclica e della conseguente analisi del Papa. Riguarda la parabola del Buon Samaritano, che tutti conosciamo ad orecchio, ma che dovremmo studiare più a fondo.

Prima scena: un uomo viene assalito dai briganti e lasciato morente sul ciglio della strada. Non sapremo mai chi sono i briganti, perché sono i cattivi che fanno del male e non vengono mai puniti. Seguiamo invece il ferito.

Seconda e terza scena: prima un sacerdote e poi un levita passano per la strada e vanno oltre. Gli strali occulti di Gesù sono a questo punto ben presenti: il ferito viene ignorato da un sacerdote, che dovrebbe applicare la legge del Signore ed assistere tutti. E viene ignorato da un levita. I leviti non erano sacerdoti, ma persone legate alla religione ed alle sue forme. Discendenti di Levi (terzo figlio del patriarca Giacobbe), unica tra le tribù d’Israele a non ottenere una terra in Israele, perché la loro eredità, la loro terra, era servire Dio. Quindi tutti quelli che contornano il Signore passano oltre.

Quarta scena: passa un samaritano che cura il ferito. I samaritani erano considerati “pagani” dai Giudei (cioè dai discendenti delle tribù del “Regno di Giuda”) perché (in parte o in moltitudine) erano rimasti pagani, lontani dalla Legge. Tanto che Gesù esorta gli Apostoli a non predicare in Samaria. Ma la scena ci dice che è meglio un ipotetico “eretico” che si comporta secondo i dettami della Legge (anche se morale) piuttosto che dei religiosi che la ignorano.

Ed in generale, noi qui ci fermiamo, analizzando, con l’apostolo Luca, chi sia il “nostro prossimo”. Ma c’è una quinta scena: il samaritano porta il ferito in un ricovero, e lascia denari al responsabile affinché curi il ferito dopo la sua partenza. Che non solo il fratello samaritano si occupa del qui e ora, ma pone le basi di una prosecuzione dell’azione d’amore e fratellanza. Così come si dovrebbe fare verso il nostro prossimo, il vicino, l’amico, il migrante. E da qui tutta la concatenazione di discorso che viene trattata nell’Enciclica.

Mi scuso della lunghezza, in particolare di quest’ultima parte, ma è un breve passo (Luca 10, 25-37), che mi ha fatto a lungo riflettere.

“L’indifferenza è complice delle ingiustizie.” (11)

“Com’è importante sognare insieme! … Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme.” (34)

“Se una persona … vi dice di ignorare la storia … è un modo facile … per farci fare solo quello che lui vi dice.” (38)

“Il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi.” (55)

“Demolire l’autostima di qualcuno è un modo facile di dominarlo.” (67)

“I nostri sforzi nei confronti delle persone migranti che arrivano si possono riassumere in quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare.” (128)

“[Questo è il] significato positivo del diritto di proprietà: custodisco e coltivo qualcosa che possiedo, in modo che possa essere un contributo al bene di tuti.” (139)

“La vita è l’arte dell’incontro, anche se tanti scontri ci sono nella vita.” [da “Samba della benedizione” di Vinicio de Moraes] (197)

“[Si può perdonare…] quello che mai si deve proporre è il dimenticare.” (222)

 

Ultime letture dedicate al 2020, ed in un anno di coprifuoco, non si poteva che chiudere in forte rialzo con 23 letture (merito o colpa anche degli allegati di Repubblica). Tre letture su tutte: papa Francesco (di cui avete letto sopra), il ricordo di Auschwitz di Elie Wiesel ed un nuovo autore scandinavo, Erlend Loe. Due invece sono precipitati in basso: l’ultimo noir di Repubblica della coppia Fantini&Pariani, nonché la seconda poco utile commedia nera di Francesco Recami.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Erlend Loe

Naif.Super

Corriere Boreali

8,90

4

2

Francesco Recami

Sei storie della casa di ringhiera

Sellerio

14

2

3

Marcello Fois

Ti ho fatto male

Repubblica

s.p.

1,5

4

Elie Wiesel

La notte

Giuntina

12

4

5

Giampaolo Simi

Il comandante Oberdan

Repubblica

s.p.

3

6

Francesco Recami

Ottobre in giallo a Milano

Repubblica

s.p.

2

7

Nicola Fantini & Laura Pariani

Il rasoio di Asimov

Repubblica

s.p.

1

8

Francesco

Fratelli tutti

San Paolo

2,90

4

9

Javier Cercas

Terra alta

Guanda

s.p.

3

10

Francesco Recami

Il diario segreto del cuore

Sellerio

14

2

11

Francesco Recami

La verità su Amedeo Consonni

Sellerio

15

2

12

Bernard Malamud

Il commesso

Repubblica Duemila

9,90

2,5

13

Stefano Di Marino

L’amante di pietra

Mondadori

5,90

2

14

Francesco Recami

La clinica Riposo & Pace – Commedia nera n. 2

Sellerio

14

1

15

Antonio Manzini

L’accattone

Repubblica

s.p.

2

16

Morten A.  Strøksnes

Il libro del mare

Corriere Boreali

8,90

3,5

17

B. A. Paris

La coppia perfetta

Corriere Thriller

7,90

2

18

Monica Kristensen

La leggenda del sesto uomo

Corriere Boreali

8,90

3,5

19

Marco Malvaldi

Il Capodanno del cinghiale

Repubblica

s.p.

2,5

20

Francesco Recami

Capodanno nella casa di ringhiera

Repubblica

s.p.

2

21

Carlo Parri

Firmato Cardosa

Mondadori

5,90

2

22

Gianni Simoni

Omicidio senza colpa

TEA

10

2

23

Zerocalcare

A Babbo morto

Bao

s.p.

2

 

Prima domenica di marzo, con solo un mese alla Pasqua, e tanti, troppi ritardi nei vaccini. Incrociamo le dita, e tocchiamo legno, come dicono gli inglesi. E noi, come più volte ribadito, continuiamo a mettere mattoncini di futuro, che c’è sempre speranza (non il ministro).

Per cui ci leghiamo anche ad una citazione da “Arrivederci Piccole Donne” di Marcela Serrano, che ci ricorda: “l’unico segno che ti faccia capire che stai superando il passato è quando smette di fare male”.

Appendice - Divisibilità per 7

Un numero è divisibile per 7 se la differenza tra il numero ottenuto escludendo la cifra delle unità ed il doppio della cifra delle unità è 0, 7 o un multiplo di 7.

Ad esempio, il numero 493827 può essere sottoposto alla seguente catena di scomposizioni:

493829 à 49382 – (2x9) = 49364 à 4936 – (2x4) = 4928 à 492 – (2x8) = 476 à 47 – (2x6) = 35 (che è facilmente intuibile essere 7 x 5)

 

domenica 28 febbraio 2021

Altri raccontini in giallo - 28 febbraio 2021

Proseguiamo rapidamente con la seconda tornata dei raccontini in giallo di Repubblica. Quattro autori classici ed una nuova entrata. I classici un po’ deludono, che ci si aspettava di più soprattutto sa Carlotto e De Silva. Mentre sono sui loro classici standard sia Malvaldi che il grande vecchio Macchiavelli. Buona l’impressione della nuova autrice, Cassar Scalia, che attendiamo a espressioni più lunghe.

Massimo Carlotto “Morte di un confidente” Repubblica “Italia in giallo” 6 s.p. (omaggio di Repubblica)

[A: 01/11/2020 – I: 06/11/2020 – T: 06/11/2020] && +

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 46; anno: 2005]

Continuiamo queste veloci letture dei libri omaggiati dalle “Editoriali Gedi”, quella di Repubblica, tento per intenderci. Qui siamo dalle parti patavine care a Massimo Carlotto. Uno scrittore ed un personaggio, molto presente nella mia libreria, ed anche nel mio personale. Infatti, e credo ne parlai altrove, ebbi con lui un proficuo incontro e scambio di idee, a valle di una presentazione libraria nell’esimia libreria romana “Odradek” (uno dei caposaldi della resistenza libraria romana, insieme a “Fahrenheit” di Campo de’ Fiori).

Carlotto ha una serie molteplice di personaggio, anche se quello a me più caro, rimane sempre il suo primo, Massimo Buratti detto l’Alligatore. Perché mi è caro, e il perché del soprannome, li trovate nelle mie prime scritture delle sue avventure. Poi ne vengono altri, come “le Vendicatrici”, il sadico Pellegrini, nonché l’esimio ispettore Giulio Campagna. Che un po’ fa da crossover, essendo presente in diverse serie, un po’ lavora in solitaria, come nella raccolta “Crimini” di Einaudi da cui è tratto questo mini-romanzo, o nella successiva raccolta “Cocaina”.

Certo, non essendoci l’Alligatore, la storia ha su di me un impatto minore. Non solo, anche come storia, pur densamente complessa nonostante l’esiguo numero di pagine, rimane con poco mordente. Vediamo il succedersi degli eventi, ma abbiamo pochi sussulti interpretativi su chi fa cosa e perché. Certo anche che nel finale qualche buono spunto Carlotto ce lo deve pur mettere, onde non esser tacciato di leso “noir”.

Cominciamo comunque (almeno io comincio) a conoscere meglio l’ispettore, che fino ad ora avevo lasciato un po’ ai margini. Buon intuito, ottima conoscenza della malavita cosiddetta “onesta”, quella alla Rossini della serie maggiore, tanto per capirci. Una buona rete territoriale. Ed una pessima rete personale di affetti e relazioni. Pare (ma qui dobbiamo fare solo delle ipotesi) che non si tiri indietro quando vede delle belle donne, motivo per cui è in rotta con la moglie Gaia, architetto sempre in giro a far progetti. E motivo per cui affidi sempre più spesso la figlia Ilaria alla nonna.

Conosciamo qui parte della sua rete. Un oste con qualche passato di stupefacenti, con moglie croata. Motivo per cui viene ricattato da una banda di croati, malavitosi e tifosi di calcio (che lì spesso le due cose coincidono). Non sembra esserci dolo, ma Campagna non viene assecondato, anzi la possibile indagine gli viene sottratta dai Servizi. Peccato che questi non si sappiano muovere con discrezione, ed il confidente muore.

Campagna cerca la vendetta, seguendo le poche informazioni che ha, ed assecondato da Amelia, sua collega e forse altro. Trova un bandolo, ne esce un conflitto a fuoco, in cui qualcuno ci lascia le penne, ed il capo croato fugge ferito. Poiché sono i cinesi a gestire le medicazioni fuori legge, è ad un altro suo confidente che si rivolge, e da cui trova le informazioni ed arresta i cattivi. Peccato che anche il cinese venga ucciso, tanto che alla fine verrebbe di volgere il titolo al plurale. Fortunatamente, Campagna sa tirare le fila ed incastrerà anche il secondo cattivo. La storia come detto è densa. La scrittura come sempre adeguata. Certo in così poche pagine si lasciano molti motivi in sospeso che dovrebbero (potrebbero) essere ripresi in altre storie.

Così che, alla fine, pur dopo una gradevole lettura, non riesco ad innalzare troppo l’indice di gradimento. Anche se spero si noti che, come i libri di Massimo qui citati, anche tutti i capoversi presenti in questa trama hanno la stessa caratteristica.

Marco Malvaldi “Aria di montagna” Repubblica “Italia in giallo” 7 s.p. (omaggio di Repubblica)

[A: 01/11/2020 – I: 07/11/2020 – T: 07/11/2020] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 46; anno: 2014]

Come avete capito, utilizzo questi mini-libri in forma di racconto, come riempitivo di momenti di stanchezza verso letture troppo serie. Essendo sempre intorno alle cinquanta pagine, si leggono con facilità. Ed anche se, come in questo caso, il tono è leggero, il risultato è di varia natura. Qui, tratto dall’antologia “Vacanze in giallo” edita da Sellerio nel 2014, il risultato è discreto, e migliore rispetto ad altre uscite.

Rispettando l’assunto del titolo antologico, i nostri simpatici vecchietti del BarLume sono in vacanza in un imprecisato luogo alpino, dove si recano tutti gli anni, per una settimana, in un tipico dopolavoro toscano (qui organizzata dal Circolo Ricreativo Aziendale dei Lavoratori delle Poste).

Assistiamo quindi ad un quasi assolo del nostro amato “barrista” Massimo, anche se la dimensione del racconto consente pochi voli dei soliti che in genere amiamo in Malvaldi. Niente atmosfera da bar, niente “Tiziane” o altre banchiste, e niente pineta ed altre amenità locali. Visto che però Malvaldi è filologicamente corretto, almeno c’è la donna che da un po’ di tempo fa coppia fissa nelle indagini (e forse anche dentro qualche altra cosa) guidate da Massimo: il commissario Alice.

Unico punto un po’ ironico è per l’appunto l’attacco con il falso gioco erotico che poi si rivela essere nient’altro che una partita a scacchi. Ma si sa che tutti i combattimenti, anche quelli scacchistici, possono ben essere rappresentati come tensioni erotiche.

Comunque, la piccola trama si dipana con i nostri alpinici pensionati che scoprono una donna morta in un supermercato della loro zona vacanziera. Si offrono di aiutare la polizia, millantando gli aiuti che sono soliti dare ad Alice. Questa fuga in avanti si ritorce contro molte cose: Alice viene diffidata di occuparsi delle indagini, motivo per cui, da buona bastian contraria, alle stesse si applica alacremente. Non è certo un caso che sia l’unica che osa ordinare un cappuccino anche dopo mezzogiorno!

Indagini che hanno un loro senso, che la morta si dice essere una persona proveniente proprio dall’ambiente “pinetino”. Mettendo in moto alcuni dettagli, alcune richieste a Pilade e compagnia, alcune elucubrazioni e molti giornali d’epoca, si svela una parte del mistero.

La morta era una ex-terrorista implicata negli anni di piombo, co-autrice di attentati mortali, poi pentita e messa sotto protezione. Inoltre, messa anche bene, che le viene fatta una plastica facciale completa, insieme ad un integrale cambio di identità.

Possiamo sospettare che la morte si dovuta ad un rigurgito del passato, ma come ed in quale modo sia potuto avvenire (e soprattutto da chi), è un piccolo tocco noir che Massimo e Alice riescono a porgerci con classe ed eleganza.

Non è facile che un racconto, soprattutto nero, arrivi alla sufficienza, dove invece qui ne tocchiamo pienamente la buona sponda. Certo, più agio abbiamo quando Pilade & co ci ammorbano con i loro ragionamenti. Ed ancor molto di più quando Massimo, ricordando il suo passato matematico e scientifico, ci delizia con alcune delle sue divagazioni.

Ma non ci lamentiamo, rimandandovi questo come uno dei racconti della collana che merita una lettura.

“Quando uno è importante te ne rendi conto solo quando non c’è.” (9)

Cristina Cassar Scalia “Filinona di fine estate” Repubblica “Italia in giallo” 8 s.p. (omaggio di Repubblica)

[A: 01/11/2020 – I: 13/11/2020 – T: 13/11/2020] &&& 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 61; anno: 2020]

L’ottavo volume della collana “Italia in Giallo” riporta in alto giudizi e considerazioni, nonché stimoli per altre letture. Non conoscevo l’autrice, e devo dire che la scrittura interessante, il tratteggio siciliano della trama, ed altri piccoli episodi, mi spingono ad approfondirne la conoscenza.

Intanto, rimaniamo su questo racconto e sulla presentazione dei personaggi che forse (o sicuramente) sono gli attori principali dei suoi libri. Prima di tutto, il titolo con quel termine potentemente siciliano: filinona. Sembra derivi dall’unione di filo e nona, cioè filo nel senso di verso, di tendenza, e nona come l’ora del giorno secondo le antiche usanze contadine. Si pensa quindi ad un orario intorno alle ore 15 (nove ore dopo l’alba). Un’ora tipica per riposarsi, dopo un pranzo, anche frugale, e sedersi all’ombra per godersi il tempo caldo sonnecchiando.

Ed è così, sotto il suo albero, che sembra riposare Giambattista Tommasello detto Titta, innamorato della filinona, tanto da chiamare così la varietà di arance che coltiva nel suo agrumeto, nonché l’aranciata che ne ricava. Purtroppo, non riposa, ma è morto, e da molti segni avvelenato.

Da questo quadro rurale, cominciamo a conoscere i vari personaggi di Cassar Scalia: l’ispettore capo Carmelo Spanò, ultima ruota del carro poliziesco, ma profondo conoscitore del luogo (siamo nel catanese e nel suo entroterra); quindi l’attrice principale, il vicequestore Vanina Guarrasi, che capiamo essere fuggita dalla natia Palermo, dove pur esercitava, per una qualche questione di mafia che prima o poi conosceremo. Ora lavora ai “Reati contro la persona” a Catania, vivendo in una casa fuori città, coccolata dalla vedova Bettina, e cercando di capire ed inserirsi nella vita cittadina. Infine, entra in scena anche Biagio Patanè, commissario in pensione, che serve a Vanina un po’ come “dottor Watson”, non partecipa attivamente alle indagini, ma ragiona con la nostra, trovando insieme vene d’analisi agli eventi delittuosi. Ci sono altri “attori non protagonisti” che fanno comparsate, e che forse conosceremo in altri contesti: Calì, l’anatomo patologo che scoprirà il veleno utilizzato ad uccidere Titta (si tratta di acanto) e Giulia, avvocato, amica di Vannina e conoscitrice del lato alto del mondo catanese (il coté borghese del proletariato di Spanò).

Per rimanere sulle indagini, due sono i filoni che Vannina e Patanè analizzano nei loro discorsi: la gelosia professionale e la gelosia amorosa. La prima impersonata dal vicino di Titta, cui il morto aveva sottratto tratti di agrumeto forse con qualche marachella, e che è l’ultimo ad aver avvicinato il morto prima della sua brutta fine. La seconda invece molto più estesa, che il morto è stato per anni un grande sciupafemmine, solo da pochi mesi rinsavito, ed avviato a giuste nozze con la giovane e piacente Valeria.

C’è Valeria, quindi, che potrebbe aver avuto un soprassalto di gelosia nello scoprire gli altarini di Titta, c’è Ilaria Lo Verde, l’ultima amante quasi ufficiale di Titta, c’è la Sammartino, l’agronoma che ha aiutato il morto a costruire la sua impresa e che con lui si accompagnava volentieri se non spesso. E forse altre donne.

Il tutto sarà legato allo scoprire come e chi si poteva procurare l’acanto, che è sì un potente veleno, ma in quantità non reperibile normalmente sul mercato.

La parte nera, tuttavia, non è così coinvolgente e misteriosa come potrebbe essere (alcuni indizi portano verso la soluzione sin dalle prime indagini). Mentre è bella e a me piaciuta tutta la descrizione del contorno: la campagna ed i suoi colori, la discesa a mare, il pesce mangiato nel porto di Catania, nonché la bevanda che solo lì ho anch’io bevuto ed apprezzato: selz, limone e sale. Buona e dissetante.

Una discreta lettura, ed un’autrice da seguire per capirne meglio le attualità visto come sono qui le sue potenzialità.

Diego De Silva “Patrocinio gratuito” Repubblica “Italia in giallo” 9 s.p. (omaggio di Repubblica)

[A: 08/11/2020 – I: 19/11/2020 – T: 19/11/2020] && 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 46; anno: 2014]

Torniamo dopo molto tempo a leggere qualcosa di De Silva, un autore che, seppur ben presente tra i miei libri, ha sempre avuto un andamento di gradimento altalenante. Ne ricordo con simpatia i primi che lessi. Poi Diego si è infilato in una caverna di scrittura con un suo personaggio, l’avvocato Vincenzo Malinconico. Ed ha perso molto del suo fascino, sia di scrittura che di ironia. Tributo quindi un omaggio a Fako che me ne sconsigliò la lettura.

Il primo che lessi di De Silva era un racconto, che utilizzava le canzoni comi filo rosso della trama, per dire, comunicare, anche stravolgere sensi e situazioni. Dissi allora, come ripeto, che era uno scippo bello e buono quello di prendere le mie (inespresse) idee sui testi delle canzoni, e farne materia narrante.

Certo che dopo di lui ce ne sono stati altri, come Piccolo e i Pooh, che ritengo inarrivabile. Qui, con mia grande soddisfazione, vi ritorna, utilizzando la grandissima Mina. Con un’analisi su cui torneremo per una bella chiusa.

Perché il resto del testo è palesemente piazzato male in questo contesto. Certo non come Pastor, autore non italiano in una collana dedicata all’”Italia in giallo”. Ma certo come con giallo. Diego è napoletano, la vicenda si svolge a Napoli, ma di giallo non c’è non dico un’ombra, ma neanche una lontana parvenza.

Ci sono le solite elucubrazioni di Malinconico, che ormai sembrano parte integrante dell’esprimersi del nostro scrittore. C’è una filippica contro gli amici (e soprattutto gli amici degli amici) che chiedono favori come fosse loro dovuto. Anche quando il favore riguarda l’ambito professionale, che invece andrebbe riconosciuto economicamente, anche se in maniera lieve. Ci sono improperi vari per tutta una serie di personaggi, che magari chiedono delle cose come se (Malinconico dixit) il mestiere di avvocato fosse una specie di viatico factotum per tutto fare. Ed è questo che succede al nostro Vincenzo, da parte di una amica di un amico di cui non ricorda mai il nome, e che non ricorda neanche perché né come si siano incontrati.

Ma Clelia (questo il nome) lo costringe a calarsi nei panni di anti-stalker, che qualcuno assilla la poveretta con telefonate in cui assume la parte di Alberto Lupo nel bellissimo duetto con Mina di “Parole parole”. A parte tutti i tentativi di ingarbugliare la trama, il filo da seguire è molto semplice, che Clelia sa bene chi telefona, lo indica a Vincenzo, che ha anche facilità nel trovare il modo di spaventarlo e (forse) convincerlo a desistere. Anche se poi lo stalker gli confessa che questo suo assillare Clelia deriva dalla timidezza e dalla voglia di trovare il modo di avvicinare Clelia, dalla cui avvenenza è stato fulminato.

Così che il nostro esimio avvocato si trova prima a fare il consulente, poi l’investigatore, poi il “poliziotto cattivo” (in mancanza di quello buono) ed infine il paraninfo. Ma capite bene che, seppur con qualche grado di piacevolezza, non è certo un testo da inserire in un contesto “giallo”, che già nella sua prima uscita, nella raccolta “Giochi criminali” di Einaudi, non se ne comprende la collocazione con i testi di De Giovanni, De Cataldo e Lucarelli.

Altro invece è l’epilogo finale, in cui De Silva si lancia in una disamina del testo del duetto Mina – Lupo, con effetti esilaranti e coinvolgenti. Che come al solito ne fanno vedere l’andamento in una luce diversa dall’usuale. L’assillo di Lupo a recitare poesie, verso l’insofferenza di Mina che invece vorrebbe qualcosa di più concreto, di più maschio. C’è lo stesso stravolgimento (anche se meno accentuato) di quando si leggono i testi di altre canzoni, il cui ritmo entra nella testa e che prosegue lì senza che noi ci si presti attenzione.

Come in “Tanta voglia di lei”, quando i Pooh dicono “mi dispiace devo andare, il mio posto è là” (cara amica di una sera). O in “Ti amo”, quando Tozzi confessa “oggi ritorno da lei” (quella che fa un vino leggero quando non c’ero). Del testo analizzato da De Silva, invece, non voglio parlare, che merita al contrario di essere gustato nelle sue cinque paginette svolazzanti.

Loriano Macchiavelli “Il confine del crimine” Repubblica “Italia in giallo” 10 s.p. (omaggio di Repubblica)

[A: 08/11/2020 – I: 21/11/2020 – T: 21/11/2020] &&& 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 45; anno: 2008]

Il grande vecchio dei gialli italiani non si smentisce mai. Pur nella brevità, pur nel non sempre completo coinvolgimento del suo personaggio principale (o forse unico ricorrente), la sua penna rimane lucida, così che condensa, anche in un numero ristretto di pagine, alcune idee non banali, ed alcune riflessioni che condivide con noi lettori, anche a volte non esplicitamente.

L’alter ego di Macchiavelli in tutte le sue storie poliziottesche è sempre Sarti Antonio, nominato sempre così, all’ungherese come si dice in grammatica: prima il cognome e poi il nome (in Ungheria è un must, essendo il cognome un attributo del nome come per noi l’unione tra aggettivo e sostantivo). Un poliziotto di cui abbiamo nel tempo seguito la carriera, sino al grado massimo da cui non si sposta più: sergente. Perché, come l’autore, non cede a compromessi, e pur risolvendo casi rognosi, rimane sempre fedele ad una sua dirittura morale. Disincantato, sempre, ed afflitto da una colite incurabile. Che lui aggrava con una dose eccessiva di caffè (elemento che se possibile me lo rende ancora più caro).

In questa storia, tratta dalla raccolta “Crimini italiani” edita da Einaudi nel 2008, seguiamo una sarabanda di avvenimenti in cui Sarti Antonio entra, cerca di risolvere qualcosa, capisce, e alla fine viene inesorabilmente sconfitto da forze più grandi di lui, come spesso accade nella vita.

In realtà, più che un racconto è in effetti un micro-romanzo, dove avvengono tante cose, e dove, forse, un respiro più ampio avrebbe messo in luce molto più di quello che in queste meno di cinquanta pagine si riesce ad accumulare.

L’avvio segue una serie di furti ripetitivi di grandi macchine di lusso, in particolare SUV. Il nostro è sulle tracce del colpevole, Marcella Carlotti, detta Rasputin. Ma quando sta per coglierla sul fatto, Rasputin riesce a scappare e si inserisce in una trama più grande di lei. Con il SUV rubato si trova intrappolata in una strana missione dove ci sono un arabo probabilmente terrorista che cerca di sfuggire ad un inseguimento da parte di qualcuno legato in qualche maniera ai Servizi Segreti.

Loriano ci fa partecipi di un improbabile ma possibile concatenarsi di eventi. Una pattuglia ferma il trenino di fuggitivi, mettendo in custodia l’arabo e Rasputin. Un manipolo, guidato o aiutato da Antonio, forse un agente sotto copertura, assalta la caserma, rapisce i due e massacra il comando dei carabinieri. Nella susseguente fuga, Rasputin riesce a fuggire, ma non l’arabo.

Così, pagina dopo pagina, rivelazione dopo rivelazione, Sarti Antonio e tutto il comando dei poliziotti alla ricerca dei fuggitivi scopre prima l’arabo massacrato, poi anche Antonio ucciso ed abbandonato in un campo. Solo Rasputin è sempre in fuga, riuscendo a volte a mettersi in contatto con il nostro. Ma per poco, che sappiamo bene che i cattivi, quando sono potenti, hanno modo di rintracciare i cellulari attivi. Così che Rasputin ha modo di dare solo indicazioni parziali al nostro. Che tuttavia ne comprende il senso, e cerca di sfruttarle per salvare la nostra.

Operazione che non riuscirà, con tutto il dolore che il sergente proverà alla fine. Ma non c’è niente da fare, quando si muove la CIA con l’ordine di “kill or capture” tutti i possibili infiltrati iraniani in Iraq, anche fuori dai confine arabi.

L’idea dell’autore è quella, come dice il titolo, di ragionare intorno ai confini del crimine: fin dove c’è un crimine diciamo “legittimo”, come il furto d’auto, e fin dove lo si persegue. Ma più in grande, se il crimine è legato a possibili sovversioni statuali, dove è il confine tra crimini e istituzioni che devono trovare il modo di fermarlo. Una problematica ben più ampia del solo Sarti Antonio, ma è uno dei classici problemi cui Loriano si è sempre applicato.

Il nostro quasi novantenne autore non si è certo tirato indietro quando si doveva cercare di capire, ad esempio, cosa successe ad Ustica. Né tanto meno, nel lungo sodalizio con Francesco Guccini, pone sempre all’ordine del giorno del lettore una domanda dalla risposta non facile: il brigante che ruba per mangiare è colpevole lui o la società che lo affama?

Macchiavelli ha sempre presente il lato sociale delle azioni delittuose, anche qui, in un racconto che ho gradito più della solita media dei racconti gialli (che sapete bene come a me siano indigesti).

Ultima nonché quarta domenica di un febbraio finalmente non bisestile, quindi settimana di riposo per allegati ed altro.

Si viaggia su ruote, in situazioni protette, tra regioni gialle ed arancione pallido. Come detto la settimana scorsa, è tempo di consolidare piuttosto che fare fughe in avanti.

Sul fronte citazionista, questa settimana facciamo un pensiero al mio amato e lontano Giappone, con Inoue Yasushi che in “Amore” ci ammonisce così: “Una persona che non conosce l’amore non può capire il dolore di chi lo ha perso”.

E la contentezza di chi lo trova, e di chi, avendo voi per amici e lettori, può continuare a salutarvi con

un bacio

Giovanni