domenica 9 luglio 2023

La prima tornata dei duri di Simenon - 09 luglio 2023

Con questa trama vado a completare la prima tornata dei cosiddetti “romanzi duri” di Georges Simenon, nome che serve per lo più a differenziare questi dalle scritture imperniate su Maigret. Ovviamente sapete della mia passione verso lo scrittore belga, dove, dei 193 romanzi ad oggi ne posseggo “solo” 125. Ma chissà…

In questa tornata, segnalo come si stacchino dal gruppo sia “La Camera azzurra” che “Le campane di Bicêtre”, dove si va sempre più mostrando come, quando impegna testa e cuore, Simenon riesca a tirar fuori romanzi interessanti.

Georges Simenon “Il presidente” Repubblica Simenon 28 euro 9,90

[A: 06/05/2020 – I: 03/12/2022 – T: 04/12/2022] - && e ½   

[tit. or.: Le Président; ling. or.: francese; pagine: 156; anno 1958]

Gli ultimi romanzi duri della collana di Repubblica si vanno rarefacendo, tanto che passa diverso tempo tra l’uno e l’altro. Abbiamo così un bel buco temporale da riempire. Un lasso di tempo che, se da una parte sembra portare ad assestamenti familiari, dall’altra ci si accorge che è solo una calma di facciata.

Nelle colline sopra Cannes, continua a scrivere, tiene a Nizza una conferenza sul futuro del romanzo e tra il febbraio ’56 ed il giugno ’57 scrive sei romanzi. Ma non è a suo agio nella Francia che tanto l’ha deluso dalla fine della guerra. E nella primavera del ’57, a bordo della sua Mercedes Cabrio, gira in lungo e largo per la Svizzera, dove nel luglio del ’57 trova una nuova sistemazione, il castello di Échandens chiamato “Noland” nel cantone di Vaud a pochi chilometri da Losanna. Sarà lì che soggiornerà per sei anni, producendo 25 romanzi.

Come si diceva, però, la calma è apparente. Simenon è sempre più dipendente da alcool e sesso, e Denyse non solo lo segue in questa china, ma il bere accentua le sue turbe psicologiche. Che di certo non vengono placate dal fatto che lo scrittore dedica le sue risorse sessuali a qualsiasi gonnellina si presenti all’orizzonte.

Qui, a Noland, dall’8 al 14 ottobre del ’57 produce questo che sarà uno dei suoi pochi romanzi politici. Perché si parla, anche se non indicandone i nomi, di atmosfere e situazioni che coinvolgono personaggi della scena politica, mostrandone i limiti, le miserie, e, su questo ci torneremo, la solitudine della vecchiaia.

L’azione, se così si può dire, visto che ci si muove veramente poco, si svolge in una villa, “Les Ebergues”, situata su una falesia i Normandia, pochi chilometri a nord di Le Havre. Già il nome è significante sia nella sua accezione comunemente nota agli abitanti locali, dove, in normanno, il nome sta per "alcuni pezzi di merluzzo preparati in modo da servire da esca per la pesca". Ma anche nel suo significato primario, quando l’abitante della villa scopre che il vero nome della villa è "Les Ebernes", nome che indica le popolane predisposte a pulire gli escrementi dei bambini. Entrambi i significati, traslati, hanno un senso nel romanzo.

Il protagonista della storia viene indicato solo con il nome, Augustine. E subito noi si va con la mente ad un Maigret di pochi anni prima, anche quello “politico”, con al centro il Ministro dei Lavori Pubblici, Auguste Point. Uomo onesto quello, ed in fondo, anche discretamente onesto il vecchio Augustine. Ormai raggiunti gli 82 anni, è da tempo lontano dalla politica, e tra ricordi e piccoli e grandi acciacchi, si avvia verso la fine della sua vita.

Nella villa è accudito da una segretaria, la signorina Milleran (con un nome vicino al futuro presidente della Repubblica), da Blanche, l’infermiera e da Emile, l’autista. Ha sempre un orecchio verso Parigi, verso la politica attiva che per tanto tempo l’ha visto protagonista. In fondo, è stato Presidente del Consiglio, anche se, per una serie di motivi, pur provandoci, non è mai riuscito a diventare Presidente della Repubblica.

È ovviamente un uomo solo, vedovo, con figlia persa chissà dove, con il personale della casa che si ingegna a fargli seguire il più possibile una routine di minimo sforzo. Anche perché è in realtà nullatenente, ed è la politica nazionale che paga tutto per lui, come fosse un pensionato di lusso.

La zeppa, l’inciampo che Simenon pone sulla strada di Augustine è la notizia che il suo ex-segretario, Philippe Chaumont, potrebbe essere incaricato come prossimo Presidente del Consiglio. Il fatto scatena l’onda dei ricordi di Augustine. Un filone è legato proprio a Philippe, che lui considerava suo delfino, ma che, durante una crisi economica, approfitta delle informazioni confidenziali che giungono ad Augustine, per effettuare una speculazione in borsa. Che lo rende discretamente agiato, ma che lo fa licenziare da Augustine, che gli fa anche firmare un documento di confessione delle malefatte.

Documento che, insieme ad altre carte “sensibili”, Augustine ha disseminato all’interno della sua vasta libreria, minacciando Philippe, ed altri, di renderli pubblici. In questo modo, Augustine si illude di poter avere ancora un peso nella politica francese.

L’altro filone è più privato. Ci riporta all’infanzia del nostro ad Evreux (un centinaio di chilometri a sud dell’attuale villa). Dove lui aveva studiato, e da dove sbuca un suo vecchio compagno di classe, Xavier. Insieme avevano fatto una burla feroce, che aveva portato all’espulsione di Xavier dalla scuola. Ma non di Augustine, che Xavier aveva taciuto il nome del complice. Quando Augustine diventa un personaggio in vista, Xavier tenta svariate volte di avere il suo appoggio in affari più o meno leciti. Pur riconoscente, l’onesto Augustine non si piega, rimanendo ai due un gioco crudele, in cui si sfidano l’un l’altro a partecipare al funerale del sodale.

Questa vicenda riporta alla mente, invece, l’unico momento di cedimento verso il “poco onesto”, quando, giovane avvocato senza esperienza politica, si faceva mantenere dalla bella e colta Marthe de Créveaux. Fino a che questa non lo scopre a fr sesso con la sua dama di compagnia e lo caccia.

I due filoni si intrecciano nel lungo giorno dell’incarico a Philippe. Augustine pensa che il suo vecchio segretario venga a Canossa. Ma non sarà così, e lui scoprirà che è rimasto veramente solo, e che anche il personale della casa è al servizio di qualche d’un altro.

In fondo, quindi, il tema centrale, più che politico, è la vecchiaia, la solitudine, la rassegnazione ad essere messo in disparte. È una storia che Simenon tratta con la consueta abilità, e con i consueti agganci al reale. Le dipendenze sessuali di Augustine non possono che rimandare a Simenon stesso. Mentre i giochi politici e la corruzione presente, era di allora ma anche di oggi. Un romanzo in cui si sente che anche lo scrittore, non ancora sessantenne, sente avanzare il peso dell’età. E si domanda se anche lui dovrà soccombere alla tristezza ed all’isolamento. Se tutto il mondo che dice di “volergli bene” è solo una chimera esteriore.

Il libro, rispetto ad altri, ci mise un po’ per uscire, quasi un anno, cosa insolita per le stampe della “Presses de la Cité”. Poi però, tre anni dopo, ebbe un gran balzo di interesse, quando Henry Verneuil ne trasse un film, interpretato in maniera sublime da Jean Gabin nel ruolo di Augustine e da Bernard Blier in quello di Philippe. 

Dove

Protagonista

Altri interpreti

Durata

Tempo

Les Ebergues (fattoria in Bénouville nella Normandia)

Augustin, (mai indicato il cognome), ex-presidente del Consiglio dei ministri, vedovo, 82 anni

Philippe Chalamont, un tempo segretario e stretto collaboratore del Presidente, deputato, capogruppo degli Indipendenti di Sinistra, Presidente del Consiglio incaricato

Il personale della casa:

Mme Milleran, segretaria, Émile, l’autista; Mlle Blanche, l'infermiera; le docteur Gaffé, il medico; Gabrielle, la cuoca; Marie, la cameriera

Xavier Malate, vecchio compagno di classe

Marthe de Créveaux, la sua “pigmaliona”

Poco più di 24 ore

Epoca contemporanea

Georges Simenon “Betty” Repubblica Simenon 28 euro 9,90

[A: 08/09/2019 – I: 06/12/2022 – T: 08/12/2022] - &&&   

[tit. or.: Betty; ling. or.: francese; pagine: 141; anno 1961]

Devo ripetermi, costando come i libri di questa collana sono sempre più distanziati. Anche se la vita della famiglia Simenon procede inalterata nella villa “Noland” a Échandens nel cantone francofono di Vaud in Svizzera, dove prosegue a pieno ritmo la sua opera di scrittore, alternando “romanzi duri” a Maigret (che gli consentono i maggiori incassi).

Il 1958 sembra tuttavia un anno di quiete. Fa due visite ufficiali a Bruxelles, una per presiedere il locale festival del cinema, l’altra per l’inaugurazione dell’Expo, quella che ricordiamo ancora per la presenza del suo simbolo, l’Atomium. Ma anche di svago, una crociera estiva per i canali olandesi a bordo di un tjalk (la barca a fondo curvo, molto in voga per le crociere fluviali) ed una vacanza in dicembre a Venezia con Denyse. 

Anche il ’59 scorre abbastanza tranquillo, punteggiato dalla nascita in maggio di Pierre, suo terzo figlio con Denyse, e da un soggiorno forzato a Lione per tre mesi, quando Pierre è in cure ospedaliere per problemi ematologici. Continua l’assidua frequentazione con l’amico editore Sven, con il quale progetta una edizione completa delle sue opere, progetto però che finirà presto nel dimenticatoio.

Tuttavia, il fuoco cova sotto la cenere, ed i suoi rapporti con la moglie si fanno sempre più burrascosi, anche per le crisi depressive di quest’ultima. Non è un caso che Simenon dedichi molto tempo a leggere trattati psicoanalitici (che influenzeranno diverse opere di questo periodo). Ma è anche un uomo molto corteggiato dai media, in particolare per l’uscita di diversi film tratti dalle sue opere (tra cui ricordiamo “La ragazza del peccato” con Jean Gabin e Brigitte Bardot).

Anche il 1960 è denso di attività extra-letterarie. Ad inizio anno segue, giornalisticamente, le vicende del processo Jaccoud, un avvocato accusato di omicidio, condannato ma forse innocente. Poi in maggio presiede il festival di Cannes, contribuendo alla vittoria della Palma d’Oro del film di Fellini “La dolce vita”. Sul fronte familiare in aprile si sposa il figlio Marc, in estate torna a Venezia, soggiornando all’Hotel Excelsior del Lido con la famiglia. Da settembre, invece, comincia ad avere problemi di salute. Prima un’appendicectomia, con convalescente di un mese a Versailles, poi consulti a Parigi per curare la sindrome di Ménière di cui è affetto.

Sarà proprio la convalescenza a Versailles che gli fornisce alcuni spunti che subito dopo, tornato a Noland, lo portano dal 5 al 12 ottobre alla redazione di “Betty”, uno dei migliori ritratti femminili usciti dalla sua penna. Libro che vedrà le stampe nel primo trimestre dell’anno dopo.

Il libro è incentrato sulla figura di Élisabeth Étamble nota come Betty, una donna di 28 anni che cominciamo a conoscere pagina dopo pagina, scoprendone un vissuto che sembra contrastare la prima immagine che abbiamo di lei.

Intanto, è un romanzo molto alcolico (ed anche Simenon beve molto), dove i personaggi bevono whisky a go-go, e sono per due terzi del libro, ubriachi e sull’orlo dell’ubriachezza. Betty la vediamo entrata nel locale “La Buca” di proprietà di Mario, già ebbra, pensando alle smagliature del collant, all’uomo che l’ha portata lì, strano tipo che vede vermi e lepri ovunque, ed agli storditi che frequentano lo strano locale. Andrà fuori di testa, e troverà conforto nella quasi cinquantenne Laure, che la porta nel suo albergo, e l’accudisce.

Nello sbilanciato rapporto tra le due, si sviluppa tutto il pathos del romanzo. Che Laure è accudente (vedova di un medico, sa prendersi cura degli altri) e Betty da sempre non ha mai avuto nessuno che le sia vicino per sé stessa.

Veniamo così scoprendo che Betty viene da una famiglia umile, con grossi problemi giovanili alle spalle. Padre ucciso dai tedeschi, madre che si arrabatta, ma soprattutto ambiente promiscuo, in cui scopre lo zio adescare e “trastullarsi” con la quindicenne cugina. Una ferita che le si apre nell’animo, e che l’accompagnerà per tutta la vita.

Anche quando di lei si innamora il ricco Guy Étamble, rampollo di una ricca famiglia. Ma Guy vede in lei solo una bella donna e la madre dei suoi figli (nasceranno due femmine, ma non il maschio). E non vede oltre. Betty invece cerca altro, non si ritrova nei riti borghesi degli Étamble, nell’algidità della suocera, nella passività della cognata. Continua a “ferirsi”, cercando un riscatto, ma solo verso l’abisso, nell’alcool e nel sesso. Sarà scoperta, e cacciata dalla famiglia, ed è per questo che la vediamo ora trascinarsi di bar in bar, cercare un piccolo spiraglio di serenità con Laure.

Il dolore di Betty è lì, anche con Laure. Si, viene accudita, sì rifiuta i compromessi con il marito, ma è di fronte ad un bivio: riuscirà a trovare le forze per uscire? Sarà la dolce vicinanza del barista Mario che le dà una spinta, anche perché riesce a strappare Mario a Laure. Perché è quello il dilemma finale: una delle due uscirà sconfitta. Vincerà Betty o vincerà Laure?

È forte il personaggio di Betty, è per Simenon una figura emblematica di donna, i cui dolori e problemi vengono dal passato ed influenzano il presente. Certo frutto delle letture junghiane, ma anche della dolorosa storia con Denyse, di cui forse non c’è traccia fisica nel libro, ma c’è una forte traccia morale. Anche perché, e lo sappiamo, i demoni del nostro sono sesso ed alcool, e sesso ed alcool imbevono di sé tutto il romanzo.

La scrittura, se vogliamo, si fa anche più rarefatta, con piccoli “flussi di coscienza” che ci permettono di scavare nel passato dei protagonisti. Anche se, alla fine, non mi prende come altri romanzi in cui vediamo, e con più cognizione, il protagonista attraversare la sua conradiana linea d’ombra.

Ricordiamo in finale che trent’anni dopo l’uscita del libro (e quindi anche trent’anni fa), Claude Chabrol ne trasse un dolente film interpretato dalla bravissima Marie Trintignant, un’altra donna con un passato ed un futuro dolente e doloroso, fino all’assurda morte. Ma questo è materia di altri scritti. 

Dove

Protagonista

Altri interpreti

Durata

Tempo

Parigi (Champs-Elysées)

Élisabeth Étamble, nata Fayet, conosciuta come Betty, 28 anni, due figlie

Laure Lavancher, vedova di un professore di medicina di Lione, 48 anni, amante di Mario

Mario, proprietario del bar “La Buca”

Guy Étamble, marito di Betty, ingegnere, 35 anni

Madame Étamble, suocera di Betty, vedova del generale Étamble

Alcuni giorni

Epoca contemporanea

Georges Simenon “Le campane di Bicêtre” Repubblica Simenon 31 euro 9,90

[A: 06/05/2020 – I: 20/12/2022 – T: 22/12/2022] - &&&&   

[tit. or.: Les anneaux de Bicêtre; ling. or.: francese; pagine: 267; anno 1963]

Anni densi questi per Simenon, ed anni lunghi tra un romanzo e l’altro della collana che stiamo seguendo. Il nostro sta ancora a Échandens nel Cantone di Vaud, dove nel novembre del ’60 a trovare Henry Miller e la famiglia Chaplin. Ma la famiglia non disdegna di muoversi. Nelle due estati del ’61 e del ’62, passano il luglio a Bürgenstock, sul Lago dei Quattro Cantoni (detto anche Lago di Lucerna).

L’economia familiare va a gonfie vele, tanto che a marzo, al Salone di Ginevra, regala a Denyse una Chrysler-Ghia, e lui si concede l’auto dei suoi sogni, una Rolls-Royce “Blue Mist”. L’anno dopo, il 27 marzo (giorno eponimo anche nella mia cerchia amicale) nasce il figlio di Marc, così che Simenon diventa nonno.

Sono però tre gli elementi forti di questo biennio. Stanno costruendo un’autostrada vicino a Noland, così che, per la prima volta, Simenon decide di farsi costruire una casa, che verrà messa in cantiere a Épalinges, simmetricamente posta alla stessa distanza da Losanna.

Il secondo è il progressivo aggravarsi della depressione di Denyse, nonostante un controllo effettuato ad inizio anno a Cannes. Ma Denyse comincia anche a bere sempre più, tanto che per curarsi, nel giugno del ’62, si ricovera nella clinica “Rives de Prangines” a Nyon, nei sobborghi di Ginevra.

Il terzo, e più importante, avvenimento si verifica nell’autunno del ’61, quando Simenon chiede alla segretaria di Arnoldo Mondadori di procurargli un’aiutante casalinga per Denyse. Così, il 14 dicembre, entrerà nella casa familiare e nella vita di Simenon, Teresa Sburelin, la donna che diventerà la sua amante ombra e che starà con lui fino alla sua morte.

Ma il ’62 è l’anno cui il nostro dedica lunghi pensieri e preparazione per quello che nelle sue intenzioni è “IL” libro che vuole scrivere, il libro che gli darà i riconoscimenti cui ambisce da sempre. Tanto che in settembre fa un lungo soggiorno a Parigi per raccogliere informazioni per la stesura del libro. Intervista ben tre diversi neurologi. Ad uno di questi invia un questionario con lunghe domande sulle diverse fasi della malattia, dalla fase acuta al successivo, ed eventuale, recupero. Visita anche l’ospedale di Bicêtre, prendendo appunti sulla vita quotidiana dei malati, sull’organizzazione dell’ospedale, sulle modalità permanenza nella struttura dei lungodegenti. Arrivando anche a passare alcune ore in un letto dell’ospedale, ascoltando i rumori che ritmano la vita dei malati.

Alla fine, ne esce questo libro, che ha anche una lunga scrittura, per i suoi standard, visto che invece della solita settimana, impiega ben 23 giorni a scrivere il manoscritto, passarlo alla macchina da scrivere, poi altri giorni per rivederlo. Uno sforzo veramente inusuale.

Ed è uno sforzo coronato dal successo, un libro che segue le vicende di René Maugras, eminente direttore di un grande giornale, colpito da un ictus e ricoverato a Bicêtre, dove lo segue nelle cure il neurologo professor Audoire ed è assistito dal suo amico nonché medico di successo Pierre Besson d’Argoulet.

Pur essendo scritto in terza persona, è tuttavia un lungo flusso di coscienza, lungo anche per gli standard di Simenon, visto che si superano le 250 pagine. Così nella malattia di Renè, seguiamo in realtà la ricapitolazione di tutta una vita. Un ripasso che, neanche tanto velatamente, ripercorre anche le tappe dell’autore, ne riporta i dubbi e le domande, ne analizza le decisioni, portando anche alla luce il rapporto tra René e la moglie Lina, che sa molto della relazione tra Georges e Denyse.

Simenon usa anche, oltre quanto sopra accennato, i suoi stati d’animo vissuti all’inizio degli anni ’40, quando, sbagliando, gli diagnosticarono una fine imminente.

Quindi leggiamo la vita di René un po’ come quella di Simenon. Un’infanzia povera, vissuta in provincia (qui a Fécamp, sopra Le Havre), per poi gettarsi, senza arte né parte, nella bolgia parigina, sperando di diventare giornalista. Percorso analogo a Georges, con uguale successo. René, che sostiene di non saper scrivere ma di aver talento nelle relazioni per scovare fatti che diventano articoli di successo, percorre tutta la gavetta, si unisce ad un gruppo variegato di persone che avranno successo. Scrittori, giornalisti, politici, nonché Pierre un medico che diventerà il suo maggior sodale. Gruppo che decide di riunirsi periodicamente, prima in birrerie poi sempre più su, fino ad approdare ad un ristorante di lusso, “Le Grand Véfour” (tenete a mente il nome). Dove, in un malcapitato mercoledì 3 febbraio viene colto da un ictus.

Qui comincia il romanzo, con René che si sveglia in un letto di ospedale, emiplegico. E da lì ripercorre la vita precedente, il matrimonio con un’attrice (al contrario di Tigy, la prima moglie di Simenon, aspirante pittrice), che finirà con una separazione senza traumi, anche dopo la nascita di Colette, una figlia nata con una malformazione al piede sinistro. La scalata al successo, e l’incontro con Lina, una donna che colpisce René, anche se non ha nessuna virtù specifica, né capacità particolari. Vedete bene quanto si ricalchi con Denyse, visto che entrambe poi, per star vicino al loro grande uomo, non avranno altra soluzione che darsi all’alcool.

Tanti sarebbero gli ulteriori accenni del parallelismo tra scrittore e protagonista, basti uno, la passione per l’isola di Porquerolles sotto Marsiglia. Ma a noi interessa maggiormente il percorso interiore. René si domanda non tanto se riprenderà tutte le funzioni corporee, ma se la vita che ha vissuto fino ad ora abbia un senso. Se il successo, la frequentazione di ambiente altolocati, la ricchezza, insomma tutto l’insieme di quello che, a 60 anni Simenon è diventato, sia qualcosa che segni positivamente la vita del protagonista.

Tutti, gli amici, la moglie, i collaboratori al giornale, vorrebbero spingerlo a tornare nel mondo che anche lui ha contribuito a costruire. Ma René si domanda il motivo per cui farlo, ora che da un letto d’ospedale a quel mondo non crede più. Crede forse meglio alle piccole cose, a Blanche, la giovane infermiera che lo accudisce, ai malati che vede muoversi per l’ospedale, ai rumori che sente. In special modo, al rituale mattutino, quando si pone in ascolto delle campane di una chiesa vicina. Le onde sonore, concentriche, arrivano alla sua mente come anelli sonori, che lo riportano all’infanzia, agli anelli che immaginava sentendo le campane nella natia Fécamp. Tant’è che anelli si riporta nel titolo, e come una curva si completa in un anello, anche la crisi di coscienza di René completa il suo ciclo meditativo con la fine della malattia.

Proprio perché ha investito tanto di personale nella storia di René, anche il percorso editoriale, dopo l’uscita del libro, fu diverso dal solito. Non solo interviste sui giornali, apparizioni in televisione, nonché una conferenza stampa, guarda caso, nel “Le Grand Véfour”. Ma anche l’invio in anteprima ad un centinaio di medici, di cui molti neurologi. Tanto che alcuni di essi inserirono il testo tra i libri da leggere degli studenti dei loro corsi, al fine di farsi un’idea della vita ospedaliera dal punto di vista di un degente. Un battage pubblicitario che portò a recensioni di alto livello su molti giornali, da “Le Monde” al “Times Literary Supplement” fino al “New York Times”, che lo include nella lista dei libri che vanno assolutamente letti. Con interventi di rilievo, non ultimo quello di François Mauriac. Per inciso, una volta, nella mia vita lavorativa, fui invitato a mangiare in questo ristorante, che trovai decente, ma non superlativo.

Finisco con un piccolo accenno al titolo. Solo in Francia, il libro esce con il titolo che riporto in alto (“Les anneaux de Bicêtre”) dovuto a quel ricordo delle campane dell’infanzia mescolate alle campane di Bicêtre. Nei fogli manoscritti che lo accompagnano, tuttavia, Simenon indica e cambia diversi titoli. Sul frontespizio riporta “Les cloches de Bicêtre”, mentre nelle note preparatorie lo modifica in “Le Grand Véfour ou Les cloches de Bicêtre” (capite perché vi ho detto di ricordarvi del ristorante). Poi altri appunti via via cancellati: “La cloche de Bicêtre” (al singolare), “Les voix de Bicêtre”, “Les bruits de Bicêtre”. Per poi fermarsi agli anelli. Questo perché i titoli legati alle campane avevano due controindicazioni in francese. La prima è che cloche è molto vicino a clochard, e poteva ingenerare confusione. La seconda viene dal linguaggio colloquiale, dove dire ad una persona “T’es une cloche” significa, detto eufemisticamente, dargli dello stupido. Comunque, in tutte le lingue in cui poi venne tradotto, si tornò a parlare di campane.

Alla fine, per me, è stato un bel libro, pieno anche di risvolti personali, pensando all’emiplegia di mio padre. ma, a prescindere, un libro scritto di alto livello.

“Si può essere ammalati senza saperlo, covare per anni un malanno grave continuando a restare un uomo come gli altri … poi, per un’inezia … si va dal dottore … e si diventa un malato che non vedrà mai più la vita sotto la stessa luce.” (117) 

Dove

Protagonista

Altri interpreti

Durata

Tempo

Parigi (ospedale di Bicêtre)

René Maugras, direttore di un grande giornale parigino, divorziato, risposato, 54 anni

Mlle Blanche, infermiera

Lina, seconda moglie di Maugras da circa 8 anni

Pierre Besson d'Argoulet, medico e amico di Maugras

Le professeur Audoire, neurologo a Bicêtre

Joséfa, infermiera di notte

Colette, figlia di primo letto di Maugras, 30 anni

Parte principale 8 giorni, poi alcuni mesi

Epoca contemporanea

Georges Simenon “La camera azzurra” Repubblica Simenon 4 euro 9,90

[A: 18/10/2019 – I: 07/01/2023 – T: 08/01/2023] - &&&& e ½   

[tit. or.: La chambre bleue; ling. or.: francese; pagine: 155; anno 1964]

Dopo una serie di romanzi intervallati da lunghe pause (ma solo per la loro presenza nella mia libreria), ecco che passano pochi mesi tra l’elaborazione di questo e del precedente romanzo. Un periodo di tempo, in cui, dal punto di vista extra-letterario accade ben poco. Praticamente, l’unica cosa che Simenon fa, oltre a scrivere, è seguire il cantiere della sua nuova casa a Épalinges, dove si trasferirà a fine del ‘64. L’altro elemento che occupa la mente di Simenon è il progressivo peggioramento della salute di Denyse. Non siamo ancora ai livelli finali ed irreparabili, ma la situazione sta degradandosi notevolmente.

Questo dà anche modo allo scrittore di riflettere sui rapporti umani, sul rovello che sin da giovane lo attanaglia, riguardo ai rapporti tra uomo e donna, ed in particolare, ai rapporti extra-coniugali. Rimanendo poi sempre presente quel libro di Conrad che segna gran parte della sua produzione. L’attraversamento di quella “linea d’ombra” che separa due stati della persona, cercando di interpretare i motivi del passaggio, e le modifiche che portano all’animo umano.

Così è ancora a Noland, nel cantone di Vaud, che redige il manoscritto del romanzo. Come spesso accade, è un romanzo che girava nella sua testa da un po’ e che poi si riversa sulla pagina in poco tempo. Anche se, rispetto all’usuale settimana di lavoro, qui impiega ben 12 giorni per portare a termine l’opera, dal 24 maggio al 5 giugno del ’63. Sarà poi pubblicata solo nel gennaio seguente, non tanto per essere rivista, ma per darle una veste editoriale ed una collocazione tra le uscite letterarie consone al risultato raggiunto. Che anche l’amico Sven aveva capito come questo fosse uno dei punti più alti della produzione dello scrittore.   

È senza dubbio, personalmente, una delle opere più riuscite. Per la costruzione della trama, per la caratterizzazione dei personaggi, in poche battute, ma in maniera precisa e puntuale, per il modo di raccontare la storia, sempre da un osservatore esterno, ma utilizzando una duplice prospettiva: il discorso diretto e le risposte di Tony agli interrogatori. Dall’intreccio dei vari piani, ricostruiamo la storia, sia quella del presente, sia tutto quanto ha portato al momento attuale.

La trama in sé è discretamente semplice. Abbiamo due amanti, Tony e Andrée, entrambi sposati. Lui, un po’ macchietta di un immigrato italiano, che tiene alla famiglia, ma non sa tenere i suoi attributi dentro i pantaloni. Lei, quasi una novella Bovary, ma più focosamente determinata. Dopo alcuni mesi di scorribande amorose, Tony, timoroso di essere scoperto e di mettere nei guai moglie e figlia, si tira indietro. Andrée probabilmente no.

Nicolas, il marito di Andrée, è cagionevole di salute, e quando muore, lei, cui Tony aveva sopra pensiero detto di amarla, gli butta lì il pallino. “Io sono libera. E tu?”. Tony continua a nascondersi, ma un giorno, recatosi obtorto collo nella drogheria di lei, Andrée gli dà una marmellata di prugne che Gisèle, la moglie di Tony, aveva ordinato. Marmellata avvelenata, che porta alla morte di Gisèle ed all’arresto di Tony, una volta scoperta la moglie morta per avvelenamento.

Arresto che porta all’esumazione di Nicolas, che si scopre anche lui avvelenato, con conseguente arresto anche di Andrée.

Interrogatori (ben congeniati, che trent’anni di Maigret sono serviti di certo), reticenze, omissioni, debolezze. Tutto un campionario di bravura nella scrittura e nell’emergere dei lati deboli di Tony. Ma anche di quelli forti di Andrée.

Simenon mostra la costruzione di un caso tutto attraverso prove indiziarie, senza nessun reale riscontro, anzi con un incastro inestricabile anche per false testimonianze scientemente perpetrate. Tony non esce mai dall’apatia, è una figura debole, non fa mai quello scatto per uscire dall’ombra in cui è entrato. Quasi si sentisse comunque colpevole della relazione con Andrée (e questo ci sta), e che per questo dovesse pagare anche il fio di azioni non commesse.

Noi, smaliziati lettori, possiamo ipotizzare come sono andati realmente i fatti. Ma non è quello che interessa lo scrittore. Che vuole solo entrare a fondo nel “personaggio Tony”, mostrandoci attraverso le sue riflessioni, la nascita della furia d’amore nell’amante. 

Alla fine a me Tony non dico risulti simpatico, ma quanto meno ho provato pena per la sua ignavia. Avrei voluto prenderlo a pizzichi e dirgli di svegliarsi. Mentre Andrée non mi è mai stata simpatica. Capisco che Simenon abbia voluto ritrarre una passione cieca e totalizzante (ricordo delle sue pulsioni verso Denyse? Verso Teresa? ormai mitigate dall’età e dall’esperienza), ma, con la lettura del poi, mi fa venire in mente la sdrammatizzazione di Alessandro Robecchi e del suo “Cosa fa fare l’amore?”.

Un intreccio perfetto che non cala mai di tensione. Anche quando ripete scene già narrate, il sorgere di nuovo delle immagini serve a dare una visione a tutto tondo dei personaggi. Soprattutto Tony, che ogni tanto ripercorre la scena dell’ultimo incontro, delle domande di Andrée, senza riflettere che lui ha sempre pensato a sé, senza la cognizione di dove lo portavano le sue parole.

Per finire, non è un caso che inizialmente, Simenon avesse pensato come titolo a “Les Amants frénétiques”, e solo dopo un’attenta riflessione e revisione del testo, avesse capito che l’elemento caratterizzante, quella che indirizza tutta la narrazione, è proprio l’inizio. Quelle poche descrizioni dell’ultimo incontro tra Tony e Andrée, avvenuto nell’Hotel del fratello, sempre nella loro “camera azzurra”. 

Dove

Protagonista

Altri interpreti

Durata

Tempo

Saint-Justin-du-Loup (paese fittizio vicino Poitiers)

Antoine “Tony” Falcone, venditore di macchine agricole, sposato con Gisèle

Andrée Despierre, moglie di Nicolas e amante di Tony

Gisèle Falcone, moglie di Tony

Nicolas Despierre, marito di Andrée

Vincent Falcone, fratello di Tony, proprietario dell’albergo con la “camera azzurra”

Un anno

Epoca contemporanea

Georges Simenon “Il gatto” Repubblica Simenon 24 euro 9,90

[A: 08/03/2020 – I: 18/06/2023 – T: 20/06/2023] - &&&   

[tit. or.: Le chat; ling. or.: francese; pagine: 166; anno 1967]

E con questo abbiamo finito la prima tornata dei capolavori di Simenon, in attesa di passare alla seconda, pubblicata solo quest’anno, sempre da Repubblica. Prima di passare al libro, ricordo, ai meno attenti alla scrittura di Simenon, che a lui, scritti con la sua firma, sono assegnati 75 romanzi con protagonista Maigret (tutti presenti nella mia biblioteca) e 118 romanzi cosiddetti “duri” (di cui ne possiedo 50).

Come detto, è l’ultimo della prima serie, anche perché è uno degli ultimi che scrive il nostro scrittore belga. Sappiamo che da anni vive in Svizzera, ed in questi anni, tra “La camera azzurra” e questo gatto, ci saranno alcune svolte grandi per lui. Diventa due volte nonno con i figli di Marc, nel ’64 Denyse viene di nuovo ricoverata in clinica e non tornerà più a casa, e lui continuerà ad avere la sua “storia segreta” con Teresa. Altro elemento che lo colpisce è finalmente il trasloco nella sua trentunesima ed ultima casa, quella che lui si è fatto costruire a Èpalinges, e dove vivrà sino alla morte. Ed è proprio lì che nel novembre del ’65 lo viene a trovare la madre Henriette.

Sappiamo, da sempre, che i suoi rapporti con lei non furono mai sereni. Georges la accusava di aver sempre voluto più bene al fratello Christian (anche se ormai morto da venti anni). Non solo, ma di aver sempre osteggiato la sua carriera di scrittore, che Henriette avrebbe voluto che diventasse pasticciere, e che insieme gestissero un locale a Liegi. Inoltre, non aveva mai digerito fino in fondo il secondo matrimonio della madre con il ferroviere Joseph André. Non ne aveva mai capito i motivi, le dinamiche, i percorsi.

Come tutti i grandi, pensando e ripensando, alla fine trova che il modo migliore di esorcizzare i suoi dolori personali, sia di scriverne. Nasce così l’impianto di questo cupo romanzo, non certo, per me, tra quelli che più mi hanno coinvolto, anche se non nego, che alla fine, leggendolo in controluce con le sue vicende personali, assume aspetti non dico migliori ma più interessanti.

Facendo le debite proporzioni, qui si narra della cupa vecchiaia di Émile Bouin, tutta in sua soggettiva, ma anche per questo ben riuscita dal punto della resa dei temi e delle situazioni.

Émile era un uomo che si era fatto da sé, che lavora, studia per migliorarsi, anche se rimane sempre a livelli basici di cultura. Ma, dopo aver sposato Angèle, riesce a diventare supervisore ai lavori di commesse pubbliche. Angèle è anche lei del popolo, cassiera fino ad incontrare Émile. Insieme costruiscono una vita non sempre felice, ma in cui si ritrovano, ridono, condividono. Poi Angèle viene investita da un bus, sta due anni su di una sedia a rotelle prima di morire, ed il nostro si ritrova, solo, pensionato, e decisamente triste. Non foss’altro per un gatto, che chiama Joseph, che gli tiene compagnia, seguendolo ovunque.

Va a vivere in una strada, l’impasse Sèbastien-Doise, dedicata ad un grande industriale di dolci, andato in rovina, di cui rimangono solo le case dell’impasse, gestite dalla figlia Marguerite. Lei è di buona cultura, di buoni natali, sposati per anni e anni con un violinista dell’Opera. Anche lui da qualche anno, morto. I due sono dirimpettai, e Marguerite, dipinta anche un po’ avara, oltre che donna di poca manualità, non riesce a trovare il modo di gestire la sua solitudine. Pensa, di sicuro erroneamente, che da due solitudini, possa avere da Émile l’aiuto per andare avanti nella loro vecchiaia. Così, le di 63 e lui di 65, si sposano e vanno a vivere nella casa di lei.

Ma due solitudini, senza interessi convergenti, non fanno un’unione felice. Con Marguerite che osteggia Joseph e ne provoca la morte, e con Émile che si vendica sul pappagallo della signora. Da quel punto in poi, i due comunicheranno solo con bigliettini, senza rivolgersi più la parola. Quando li incontriamo, sono ormai quattro anni che vanno avanti così, con piccole cattiverie quotidiane, con lei che invita signore antipatiche per dargli noia, con lui che frequenta per un po’ una signora compiacente. Ma il “gioco”, come lo chiamano, è comunque il modo di sentirsi vivi, di proseguire il cammino verso la morte, facendo finta di odiarsi, ma, in fondo, avendo bisogno l’uno dell’altra. Ma la morte prima o poi arriva, e chi rimane sente che non ha più motivi di continuare ancora.

C’è tanto del personale di Simenon in tutto ciò. Non tanto per alcuni accenni (come quello dei dolci), quanto perché anche Henriette e Joseph (il marito non il gatto) dopo un’iniziale convergenza, arrivarono all’insopportazione reciproca. Ed anche loro, da un certo anno in poi, cominciarono a parlarsi tramite biglietti.

Se poi vogliamo estrapolarci dal contesto per tornare al testo, molti sono i momenti di riflessione che ci propone Simenon. Le differenze sociali tra i due protagonisti, il rimpianto per i rispettivi coniugi, idealizzati dopo morti in contrapposizione con il deludente presente. Inoltre, Simenon si avvia anche lui all’età avanzata (ha voltato la boa dei sessantaquattro anni, grazie Beatles), ai doloretti (anche forti, come le coste che si è rotto l’anno prima della scrittura cadendo nel bagno). Ed è in questa riflessione che riesce a comunicarci i sentimenti di una persona di età adulta che si avvia alla vecchiaia, anche se, distratto dalle cose della vita, non si è nemmeno accorto di invecchiare. Come molti dei suoi romanzi “duri” c’è quindi anche qui un passaggio oltre la linea d’ombra. Anche se non più dalla giovinezza alla maturità, ma da un’età indefinita alla consapevolezza che esiste una fine.

E non a caso, l’azione centrale del romanzo si svolge in un triste novembre.

Come molti romanzi, anche questo divenne ben presto (solo tre anni dopo) un film, anche se cambiando molto il retroterra dei due personaggi. Non la sostanza, che alla fine, risulta uno dei film più fedeli tra quelli realizzati. Ovvio che molto dipende dai due grandi interpreti del grande schermo: Jean Gabin e Simone Signoret.

Ora, ma forse tra qualche anno, dati i miei tempi, ci aspetta la seconda tornata dei suoi romanzi in uscita con Repubblica. 

Dove

Protagonista

Altri interpreti

Durata

Tempo

Paris, impasse Sébastien-Doise (si affaccia su rue de la Santé)

Émile Bouin, supervisore di lavori urbani in pensione, vedovo e risposato, 73 anni

Marguerite Doise, vedova e risposta con Émile Bouin, 71 anni

Alcuni anni

Epoca contemporanea

Visto che siamo sul bordo tra noir e colori diversi, anche qui andrò diritto con una sola citazione del giornalista-scrittore di Repubblica Massimo Lugli, che, in un libro non particolarmente riuscito, “L’istinto del Lupo”, ci dà un ammonimento quasi evangelico: “Avevo imparato l’unica regola … che si era dimenticato di insegnarmi: un favore non si rifiuta mai, un aiuto non si contraccambia e non si paga. Si accetta” (251).

Siamo già alla seconda domenica di luglio, e, come molti sanno, le prossime mi vedranno lontano da Roma e dal mio computer. Onde speriamo di tornare a frequentare consone scritture sia alla fine del mese di Cesare sia, e con dovizia, nel mese di Augusto.

Altro dire non vo’, ma non tutti coglieranno, quindi, per non farvi sentire soli, vi abbraccio.

domenica 2 luglio 2023

Thriller negativi - 02 luglio 2023

Sapete ovviamente che io leggo di tutto e di più, anche libri che promettono e non mantengono. Questa è la settimana del pollice verso per la collana del Corriere dedicata ai Thriller. Cinque libri che si attestano sul più basso gradino della scala e solo Belinda Bauer prende mezzo punto in più. Inoltre, è la settimana dei nomi “puntati”, un vezzo molto anglosassone, che trovo inutile se non dannoso. Costringe infatti il lettore che cerca di ampliare le sue conoscenze in letteratura a sforzi danteschi. Insomma, speriamo i responsabili editoriali del Corriere si dedichino a scelte più interessanti.

C. L. Taylor “Il confine del silenzio” Corriere Thriller 14 euro 7,90

[A: 01/11/2018 – I: 30/10/2022 – T: 31/10/2022] - &  

[tit. or.: The Accident; ling. or.: inglese; pagine: 307; anno 2014]

Carole Louise Taylor è una scrittrice inglese nata nel ’73, che dopo varie esperienze, ha dedicato il suo tempo alla scrittura, in particolare a romanzi di connotazione psicologica, con risvolti più o meno thriller, se non gialli. Ne ho sentito parlare, spesso anche in termini elogiativi, ma questo è il primo che leggo. E penso che sia anche l’ultimo.

Il libro non è né particolarmente bello, né particolarmente riuscito, inserito, giustamente, in una delle peggiori collane che siano uscite negli ultimi anni in Italia.

Intanto, anche dal titolo cominciano i problemi, che in inglese ci porta al filo rosso che percorre tutto il libro, l’incidente. In italiano trovano questo confine su cui si affaccia il silenzio di chi, per tutto il libro, in seguito all’incidente, appunto non parla. Spero che anche qui qualcuno riesca a parlarne e a spiegarmene i motivi.

Per il resto, la trama è abbastanza vista e rivista, e, a parte alcuni svolazzi di buone descrizioni ed interessanti ambientazioni londinesi, scontata, tal che ci accompagna verso un finale che si poteva predire e prevedere sin dal secondo capitolo. Anche se, forse per questo poi ho letto il libro, mi aspettavo anche un colpo di coda, un’impennata finale. Voi vi aspettate che, date le premesse annunciate, finisca così, ed invece … Invece finisce proprio così.

Il corpo narrativo segue due filoni: nel presente cominciamo con incontrare la famiglia Jackson distrutta e disgregantesi intorno al letto d’ospedale dove giace Charlotte in coma in seguito ad un incidente con un autobus. Incidente tipo Charlotte che inciampa e viene investita? Incidente tipo qualcuno spinge all’improvviso Charlotte sotto l’autobus? Incidente voluto che Charlotte si butta lei verso il mezzo?

Di questo si interrogano i genitori Brian e Susan, ognuno prendendo strade di riflessione opposte. Nel frattempo emergono vari personaggi di contorno: Oliver, il figlio del primo matrimoni di Brian, protettivo verso la sorellina, ma lontano fisicamente; Danny, l’amico intimo di Oliver, giovane già di successo nello show-business, che non ha mai convinto fino in fondo i Jackson; Keisha, una ex-prostituta (ma nessuno lo sa) ora ragazza di Denny; Liam, fino a due settimane prima il ragazzo di Charlotte, che da lei viene mollato senza ragione apparente; Ella, la migliore amica di Charlotte, da cui sembra essersi allontanata inopinatamente.

Brian è un eminente politico, e si mette un po’ tronfiamente ai margini, preoccupato solo che il dolore del coma possa portare Susan verso un crollo psicologico, come ne ha avuti in passato. Susan, invece, è convinta che qualcosa non torni, soprattutto a valle della lettura del diario di Charlotte, che contiene alcune confessioni ambigue. Così Susan indaga, scava, interroga, quasi perseguita i personaggi di cui sopra.

Scoprendo una Charlotte diversa da quella che si aspettava, scoprendo violenze verso le donne e le adolescenti, esempi di prostituzione minorile, legate a sprazzi di tipiche ribellioni da adolescenti, un mondo cresciuto sui social, dove apparire vicino ad un VIP è il massimo (e poi dovremmo capire il significato di VIP), dove si fa di tutto per avere apparenza dimenticando per sempre la sostanza. Un banale trionfo psicologico di chi nasconde la fragilità dietro la spavalderia, un tipico esempio, una fotografia di un Inghilterra attuale (anche molto post-Brexit) con molti addendi in situazione anche geograficamente più vicine.

Tutto sembrerebbe portare ad un corposo romanzo psicologico, se il racconto dell’oggi non fosse inframmezzato dal diario di Susan di venti anni prima, dopo vediamo la nascita del rapporto morboso tra lei ed un James, all’inizio dolcissimo, ma che dopo poche pagine si rivela uno psicopatico manipolatore che trascina Susan in un vortice che mina alla radice la psicologia della donna. Sappiamo che lei, ad un certo punto, riesce a fuggire ed a nascondersi da James.

Ma cosa sappiamo di lui? Tutti gli indizi portano a credere che, in qualche modo, sia tornato nella vita e nella prossimità di Susan. Certo l’autrice cerca di insinuarci il dubbio: Susan è pazza o il passato sta tornando sulle sue tracce?

Purtroppo, il finale arriva alla velocità della luce, chiudendo tanti cerchi senza darci il tempo di capirli a fondo. Quasi che la Taylor si fosse stancata del testo, ed avesse deciso che era ora di concludere. Unendo quindi un trattato psicologico mediocre con un finale thriller la cui suspence è del calore dello zero Fahrenheit.

Peccato che, invece, molte recensioni parlino bene del libro. Io mi sono mortalmente annoiato.

Michelle Frances “La fidanzata” Corriere Thriller 20 euro 7,90

[A: 07/12/2018 – I: 22/11/2022 – T: 24/11/2022] - &  

[tit. or.: The Girlfriend; ling. or.: inglese; pagine: 411; anno 2017]

Michelle Frances è inglese, vive nel Sussex, lavora nell’ambito di produzioni televisive, e questo è il suo primo romanzo, cui seguiranno altri quattro (uno all’anno). E questo è quanto di positivo si possa dire dell’autrice, del libro e della collana.

Una collana, e qui mi ripeto, che sembrava nata sotto buoni auspici ma che, penso anche per scelte editoriali, ha sfornato romanzi di livello al limite della leggibilità. Come questo che forse ha elementi da analisi psicologica nel rapporto tra i tre protagonisti (Daniel, il bello, Cherry, la fidanzata, Laura, la madre), ma evitiamo di pensare che ci sia un seppur lontano elemento di thriller. La trama scorre, cerca di farci impressione qua e là, aspettando un qualche colpo di scena, che, arrivati all’ultima pagina ci accorgiamo non esserci stato.

Certo, l’autrice che lavora nel campo degli sceneggiati, sa mettere le frasi al posto giusto, combinando descrizioni, scambi di battute, flash ambientali. Ma anche qui, non scatta mai quella molla che ci fa innamorare di un personaggio (anche cattivo, come a volte avviene). Tutti sono lì, presentati sul piatto delle vicende, che, piattamente si srotolano nel circa anno e mezzo in cui si svolgono le vicende del romanzo.

Di sfondo abbiamo una famiglia inglese ben fornita di soldi, con Laura, la madre, che lavora nel campo televisivo (ovvio data la provenienza dell’autrice), sposata a Richard, quello che sforna sterline come noccioline, ma che con la moglie non è più da anni in sintonia. Ha un’amante che, tocco magistrale qui, risulta meno attraente di Laura. Capiamo subito che Laura deve essere una piattola insopportabile. E c’è Daniel, il figlio che ha tutto, che sta diventando dottore, che nei suoi 23 anni ha girato mezzo mondo. Dovrebbe essere anche attraente, e non si capisce perché, alla sua veneranda età, sia ancora non dico single, ma senza nessuna storia alle spalle.

Sull’altro piatto della bilancia c’è Cherry, che proviene da ambienti poveri della periferia londinese, che ha talenti per cose marginali ma non ha studiato, né pare ne abbia mai avuto intenzioni serie, e si dibatte alla ricerca di un modo per uscire dalla povertà, ricorrendo a tutti i mezzi possibili, anche poco leciti.

Daniel e Cherry si incontrano, scocca una scintilla (sono ambedue piacenti), ma Cherry nasconde il suo essere povera, cerca di apparire all’altezza di Daniel, mettendosi psicologicamente in difficoltà. Bastava essere sinceri, forse, e la scintilla poteva tramutarsi in fuoco. Invece, Cherry cerca l’apparenza, dice bugie per nascondere l’appartamento in periferia, la madre che lavora in un supermercato, la scarsità di mezzi. Bugie all’inizio poco palesi, ma che insospettiscono Laura, la mamma chioccia che si vede portar via il figlio da un’arrampicatrice sociale.

Ecco nascere il possibile triangolo psicologico: Daniel che, abbagliato da Cherry, nasconde la testa nella sabbia, Laura che, viste le bugie di Cherry, cerca di stanarla, ma senza andare allo scontro, Cherry che continua a tirare colpi velenosi utilizzando la sua intelligenza animale.

Il nodo della vicenda avviene quando Daniel, durante un rafting sfortunato, batte la testa e cade in coma. Laura alza barricate intorno, e quando Cherry si allontana, spara la grossa bugia: Daniel è morto. Cherry, ovvio, si allontana e cade in depressione. Daniel, dopo mesi di coma, si riprende, ma la madre gli dice che Cherry lo ha lasciato.

Ovvio che quando Cherry scopre la bugia, comincia ad ordire una tremenda vendetta, coinvolgendo Daniel che si allontana dalla madre bugiarda. Ma invece di accontentarsi di una piccola vittoria, Cherry vuole un trionfo, e medita di distruggere la nemica Laura. Mette in cantiere quindi una serie di colpi bassi, che ovvio incastrano Laura in situazioni sempre più insostenibili. Fino al redde rationem finale: vae victis sarebbe sufficiente, ma Cherry vuole mortem victis.

Chi vincerà? Manzoni ci sorregge con il suo cinque maggio.

A parte tutte le ovvietà e le mancanze di approfondimento, nonché le scelte scellerate di atteggiamenti improbabili, un elemento mi ha disturbato alquanto. Daniel entra in coma il 22 agosto e ne esce il 3 marzo dell’anno seguente. E voi pensate che dopo sei mesi e mezzo di coma, dopo solo due mesi di fisioterapia, Daniel possa non solo nuotare come un pesce, ma riprendere il lavoro in ospedale? Penso sia un errore talmente marchiano che bolla in modo totale l’impresentabilità del libro stesso.

T. R. Richmond “Tutto ciò che resta” Corriere Thriller 19 euro 7,90

[A: 25/11/2018 – I: 05/01/2023 – T: 06/01/2023] - &  

[tit. or.: What She Left; ling. or.: inglese; pagine: 385; anno 2015]

T. R. Richmond è lo pseudonimo di un giornalista inglese, che notizie varie mi dicono sui 64 anni ora, ma di cui, fortunatamente, non si riesce a sapere l’esatta identità. Così potrà continuare a scrivere, sotto altri nomi, magari facendo dimenticare questa prova, opera prima non particolarmente riuscita.

Anche per una poco curata versione italiana. Cominciando dal titolo, trasformato da “Quello che lei ha lasciato” in questo “Tutto ciò che resta”. Soprattutto per la scomparsa di quel pronome femminile che indirizza molto il romanzo. L’incuria editoriale passa poi per le solite (scarse) revisioni, tipo il cane della protagonista che dal corretto Mr. Bau di pagina 9 diventa a pagina 23 Mr. Ban.

Veniamo ora, invece, alle scelte di scrittura dell’autore, che decide di non scrivere un romanzo da onnisciente osservatore dei fatti, ma di affastellare il racconto tramite lettere, brani di diari, sms, post, blog, interviste e simili frammentarietà. Ci potrebbe anche stare, ma questi brani si spandono tra il 2001 ed il 2013, ognuno con la sua indicazione temporale, ma presentati in ordine talmente sparso che si fa una fatica improba a capire cosa avvenga prima, dopo, durante.

Il libro viene poi presentato in ex ergo con una dedica di un libro scritto da uno dei personaggi, e che pervade tutto il libro stesso, dedica rivolta ad Alice Salmon con l’indicazione della data di morte. Così che capiamo subito che nelle prime pagine Alice muore, e ci si affanna per le altre quasi 400 pagine a capire cosa sia successo, prima, durante e dopo la sua morte. Questo, unito alla confusione temporale di cui sopra, aumenta l’entropia del tutto. Quasi a diventare una brutta copi di “Amabili resti” di (guarda, guarda) Alice Sebold.

C’è poi tutto un tentativo, sottotraccia, di fare il piacione, di buttare lì commenti ironici, frasi (quasi) comiche. Tutta una gara a lavorare con il cognome della protagonista, Salmon, sia, ad esempio, chiamandola “Faccia di Pesce”, sia facendo dire ad un suo collega “chi ti ha pescato per questo lavoro?”. Abbastanza penoso. Per non dire di citazioni, vere o a volte false, a volte citate con l’autore (e sarebbe doveroso), a volte buttate lì. Come quando Luke cita Alice che gli dice “Sono le tue chiavi o sei solo felice di vedermi?” a pagina 170, parafrasando senza citarla la famosa battuta di Mae West pronunciata pare a teatro nel 1944 (“Hai una pistola in tasca o sei semplicemente felice di vedermi?”). Molto scorretto.

Anche i personaggi sono molto “tipicizzati” quasi a volerne farne emblemi, ma che a volte si rivelano di un patetico spinto. Come il protagonista Jeremy che per tutto il libro scrive lettere ad uno suo amico di penna, Larry, per poi scoprire che è morto da sei mesi.

Il libro in sé è poi una specie di libro nel libro, dove andiamo vedendo la costruzione di un libro da parte dell’antropologo sessantenne malato di cancro alla prostata Jeremy Cooke intorno alla vita e soprattutto alla morte di Alice Salmon, annegata il 5 febbraio 2012. Attraverso tutti gli espedienti letterari sopra citati veniamo quindi a conoscere la vita di Alice, e dei suoi coetanei, tutti pare molto dediti al bere per affogare le crisi che li attanagliano. C’è Luke, il forse fidanzato di Alice, dove i due hanno momenti alti ma anche molto bassi. C’è Megan, la sua amica del cuore, con lei da quando avevano cinque anni, con cui ha diviso tutti i momenti alti e bassi della vita. C’è anche Elizabeth, la madre di Alice, protettrice forse anche troppo, un tempo anche lei molto dedita all’alcool. Certo, l’immagine che l’autore dà della gioventù ventenne londinese non è certo delle più esaltanti.

E poi c’è lui, il professor Jeremy Cooke. Che sembra colpito dalla morte di Alice più di quanto parrebbe giusto verso una sua ex-alunna. Jeremy che sta morendo per un cancro, che vuole ricostruire la vita e gli ultimi istanti di Alice. Scopriremo anche presto perché. Trent’anni prima, lui giovane docente, aveva avuto una storia travolgente con Elizabeth, la madre di Alice. Finita male per la sua incapacità di assumersi un ruolo attivo nella vita. Con Elizabeth che, dopo un tentativo di suicidio, fugge dall’Università, si sposa, mette al mondo due figli, ed una è la nostra Alice. Che seguiamo crescere, laurearsi, diventare giornalista. Scoprendo poi che, forse, anche lui ha avuto una storia di una notte di sesso, non si sa se volontaria o meno, con Jeremy. Questo spiega il morboso bisogno di Jeremy di scoprire la verità.

Soprattutto sulla morte della giovane. Tanto che, mail dopo mail, lettera dopo lettera, scopriamo anche che la famosa sera del 5 febbraio, lì al fiume dell’annegamento, Luke, Jeremy e Megan avevano incontrato, discusso e litigato con Alice, che era di per sé sconvolta dall’aver appena scoperto la liaison tra Jeremy e la madre.

La domanda, iniziale e finale del libro, è quindi: omicidio o suicidio?

Una domanda facile con una risposta che arriva dopo tante pagine di difficile lettura senza provocare molta voglia di capire come sono andate le cose. Verranno spiegate, ma senza tanto coinvolgimento emotivo.

Che poi l’unico coinvolgimento, quasi un sussulto, l’ho avuto quando Luke ricorda di aver incontrato Alice, al Covent Garden di Londra il … 7 maggio 2010. Beh, ci voleva un sussulto.

In conclusione, un libro assai deludente, che ha voluto mettere tanta carne al fuoco (i giovani, i social, l’università, il sesso, l’alcool) ma che alla fine colpisce pochi bersagli e malamente. È il penultimo libro dell’infausta collana di cui ho già parlato male. Dispiace che il curatore sia Mirko Zilahy, che in generale ritengo un degno scrittore, che ho letto con sufficiente piacere. Ma scegliere per la collana di cui sei il curatore un libro di cui sei il traduttore, quando il libro in sé è mediocre, mi sembra un po’ una forzatura.

Ultim’ora: ho trovato un sito tedesco che mi assicura il nostro autore chiamarsi Tim Relf (ecco spiegate le iniziali puntate)

Belinda Bauer “Negli occhi dell’assassino” Corriere Thriller 18 euro 7,90

[A: 25/11/2018 – I: 06/02/2023 – T: 08/02/2023] - & e ½   

[tit. or.: Darkside; ling. or.: inglese; pagine: 394; anno 2011]

Finalmente, e con sollievo, sono giunto all’ultimo volume di questa che ormai posso definire poco riuscita collana di “thriller”. Finiamo con una scrittrice anch’essa poco nota e non molto pubblicata in Italia. Ma non sarebbe certo un guaio se la scrittura fosse di buon livello. O quanto meno se le scelte editoriali del Corriere avessero una logica diversa da quella di un puro mercato senza altre componenti di ragionamento.

Belinda Bauer è una scrittrice inglese ora sessantenne, meglio nota come sceneggiatrice, che ha pubblicato una decina di libri a partire dal 2009. In particolare, la sua prima uscita è una trilogia, indicata come “Trilogia di Jonas Holly”. Ebbene i nostri illuminati uomini di market pensano bene di inserire in questa collana il secondo libro della trilogia. Così che, primo una serie di rimandi sfuggono alla comprensione, e secondo, visto che non viene accennato nulla del prima e del dopo, si rimane un po’ tra color che son sospesi.

Fatte salve queste critiche generali, più esterne che interne, non rimane che parlare del testo, e rilevarne la poca presa, una certa approssimazione dei personaggi, nonché, e questo è più grave, una fine veloce che in realtà non finisce, essendo demandata la fine reale al libro successivo.

La storia si svolge sempre in questa piccola città di Shipcott, nella Cornovaglia che si affaccia sul Canale di Bristol. Seguiamo le vicende che si dispiegano in città, molto in soggettiva (o quasi) della famiglia Holly. Dove appunto abbiamo il poliziotto della cittadina (in pratica l’unico presente) Jonas con la moglie Lucy affetta da distrofia muscolare; quindi, con una discesa versa la morte abbastanza segnata ed immutabile.

In questa cittadina cominciano a succedere omicidi verso persone anziane o disabili o disturbate. Prima un’anziana tetraplegica per una caduta, poi una donna affetta da Alzheimer. Tanto che viene inviata una squadra di detective dal capoluogo. Abbiamo qui l’altro corno della vicenda, laddove seguiamo il responsabile della squadra, l’ispettore Marvel, personaggio antipatico ed incapace, che, detenendo il potere si arroga di trattare tutti male, di indirizzare le indagini dove vuole, prendendo una cantonata dopo l’altro. Inoltre, è un alcolista di razza.

Mentre andiamo avanti con le morti (dopo le prime due, ce ne saranno altre, ma è inutile tenerne il conto), vediamo anche di entrare meglio nei vari protagonisti.

A parte Marvel, che prima uscisse di scena sarebbe meglio, ed invece lo dobbiamo sopportare per quasi tutto il libro, abbiamo Lucy. Malata, combatte la sua malattia, ma ne è anche stremata. Si appoggia a Jonas, quasi che solo in lui trovasse la forza di andare avanti. Quando però si accorge che la forza di Jonas è sorretta solo dalla necessità di non scoprire le proprie debolezze, anche la forza di Lucy comincia a venir meno, tanto che pensa con insistenza ad un suicidio assistito. Di cui forse non ci sarà bisogno.

Dall’altro seguiamo Jonas, e soprattutto, seguiamo la nascita delle vicende che vengono prima di questo libro. La giovinezza cittadina, che Jonas è sempre stato lì, bambino, adolescente ed ora adulto e poliziotto. L’amicizia con Denny, la spensieratezza di montare a cavallo. Poi, la vergogna di subire abusi (di cui sappiamo e non sappiamo), che anche Denny subisce. La rivolta dell’amico, la morte dei pony e dell’abusatore. Insomma, sia Denny che Jonas non è che siano proprio normali, ognuno nascondendo le proprie paure e vergogne dietro strati di non detto che non potranno, ognuno per proprio conto, portare a brutte avventure e finali dolorosi.

La scrittura è comunque talmente scoperta che i misteri non sono più tali già dalle prime dieci pagine (a volerle leggere bene). Poi, tutte le altre servono ad instillare dubbi e ripensamenti, fino al veloce scioglimento finale, che rimette tutto a posto. Cioè che ordina i fatti e ne cerca una spiegazione. Purtroppo, con scarsi risultati.

Inoltre, e per non appesantire il giudizio ne parlo solo alla fine, non capisco il motivo di cambiare il titolo originale che parla di “lato oscuro”, con un anodino “negli occhi dell’assassino”. Cioè? Qual è il rapporto tra i due titoli? Possibile che i detentori dei diritti editoriali italiani non sappiano rispettare né l’autore né il lettore?

A parte il resto, mi restano anche una serie di appunti generali e personali. Ne cito due, tanto per non affossare ancora di più il testo. A pagina 168 l’inutile Marvel fa un commento stigmatizzando una frase della ex-moglie come “stupidaggini new age alla Sting”. Ora, Sting non è che sia “new age”, ma di certo ha fatto, insieme ai Police, una serie di musiche che vengono etichettate “new age music” per l’aria che fanno respirare, più che per un’adesione di Sting a quella filosofia. Confondere appunto musica e filosofia mi pare forzato.

Sempre Marvel, a pagina 85, usa le pagine del sudoku del “Daily Mail” per asciugare le scarpe, etichettandole come “inutili”. Personalmente, una sonora bestemmia. Se poi vogliamo recuperare la scrittrice potremmo forse dire che queste “idee balzane” sono messe in bocca al personaggio più odioso del libro, forse per ridicolizzarlo ancor più. Ma la resa finale non è né ironica né al limite caricaturale. Sembra solo una scrittura sbagliata.

Comunque, la collana è finita, e cercheremo di stare più attenti alle prossime.

Piccolo commento sulla collana. Ne sono usciti 20 libri, il migliore essendo quello di Patricia Highsmith, ed avendo altri 4 libri sopra la sufficienza. Mediamente, un gradimento complessivo sotto i due librini, che per un numero così ampio di uscite è decisamente basso.

C. J. Tudor “L’uomo di gesso” Corriere Profondo Nero 27 euro 7,90

[A: 22/01/2020 – I: 21/06/2023 – T: 22/06/2023] - &  

[tit. or.: The Chalk Man; ling. or.: inglese; pagine: 347; anno 2017]

La nostra scrittrice di questa trama, dopo lunghe ricerche e tramite un sito polacco, ho scoperto chiamarsi per esteso Caroline Jane Tudor, ma che preferisce i puntati nella pubblicazione delle opere. È una cinquantenne (nata nel 1972) inglese originaria di Salisbury, mentre ora dovrebbe vivere a Nottingham. Dopo una difficile infanzia, in cui è riuscita a sconfiggere l’anoressia, fa molti lavori (doppiatrice, dog sitter, intervistatrice per Channel 4, un canale televisivo pubblico britannico in chiaro), fino sa trovare una sua strada nella scrittura.

Questo è il primo di, se non vado errato, cinque romanzi. Il sesto, come si estrapola da interviste su tabloid inglesi, è invece stato rifiutato dall’editore, ed ora non si sa se lo sta riscrivendo o ne sta scrivendo uno nuovo. Ma noi ci occupiamo di questo, che, alla resa dei conti, non mi è piaciuto gran che.

La storia è deboluccia, sentita e rimasticata spesso, con qualche tentativo, non grandemente riuscito, di modificarne il corso. Inoltre, come molte opere in cui non si riesce a tenere il filo narrativo, salta su e giù la linea temporale, dove gli avvenimenti del 1986 sono inizio di fiumi di dolore che si coagulano nel 2016.

Tra l’altro, l’idea è di scrivere tutto in soggettiva seguendo uno dei personaggi, fortunatamente il più simpatico del lotto, anche se imbranato ed irrisolto. Il problema è che in questo modo nel presente c’è un quarantenne che espone fatti, e segue ragionamenti, in maniera a volte poco lineare, ma ci può stare. Quando però si salta nel passato, dovrebbe essere un dodicenne che parla, e qui, la scrittura non sorregge l’autrice. Sì, ci sono passaggi propri di un dodicenne, ma ci sono anche riflessioni e considerazioni che vanno abbastanza al di là della sensibilità di un ragazzino.

Le sirene editoriali hanno anche cercato di accostarla a Stephen King, per il solo fatto che c’è una banda di giovani che si trova di fronte ad un problema, e questo problema, in vario modo, condizionerà la loro vita, per poi scatenarsi (e fortunatamente risolversi) trent’anni dopo. Devo dire un accostamento molto pubblicitario e poco realistico. Pur non essendo un estimatore di King, c’è un abisso tra le due scritture.

Quindi, nel passato c’è una banda di adolescenti, Eddie, il narratore, Gavin, David, Mickey ed una ragazza, Nicky. Autori di piccole bravate adolescenziali potrebbero andare avanti senza lasciare alcun segno. Ma ad una giostra, Eddie, con l’aiuto di un professore della scuola, slava la vita (anche se non la faccia) di una giovane ragazza travolta da un incidente in uno degli aggeggi del Luna Park.

Eddie rimane colpito dalla faccia della giovane, che rimarrà deturpata per sempre. Mentre il professore rimane quasi coinvolto dall’umanità della ragazza inferma.

Ad un certo punto si susseguono morti accidentali e no. Muore affogato il fratello bullo di Mickey. Viene trovata uccisa e smembrata la ragazza della giostra. Muore anche (suicidio? Omicidio?), anche il professore. Ma l’atmosfera della cittadina è anche surriscaldata dalla prossima apertura di una clinica in cui fare aborti, gestita dalla madre di Eddie ed osteggiata dal pastore padre di Nicky. C’è anche una sedicenne che rimane incinta. Nonché il pastore che viene trovato massacrato e ridotto ad un vegetale.

Passano gli anni. Nicky scompare dall’orizzonte. Gavin ha un incidente provocato da Mickey e rimarrà su di una sedia a rotella a gestire un pub insieme a David. Eddie diventa a sua volta professore, un po’ squattrinato, tanto da affittare una stanza ad una ragazza, Chloe, di dodici anni più giovane. Mickey si ricostruisce una vita, ma vuole scrivere la storia dei fatti dell’86, per cui torna. Ed ovviamente muore anche lui.

La nostra brava scrittrice tenta di ingarbugliare quanto succede, inserendo tutto un rituale basato su dei gessetti colorati, con l’unico risultato di complicare la trama e dare modo ai più smaliziati di capire con molto anticipo quanto sia successo. Arriveremo alla resa dei conti, con Eddie in prima linea, ma con una soluzione che è di una debolezza estrema. Direi quasi che non sta in piedi. Ma tant’è, bisognava arrivare alla fine.

Ora, la scrittura non è sciatta, regge abbastanza il ritmo. Però i personaggi sono piatti, ed Eddie non riesce ad entrare nel cuore del lettore. Un buon compitino, che ribadisce la poca cura con cui sia stata elaborata questa collana pubblicata dal Corriere.

“Nessuno viene ricordato per le cose che non ha fatto” (176) [brano della canzone “Peggy sang the Blues” di Frank Turner]

“Il funerale di mio padre è arrivato con molti anni di ritardo. L’uomo che conoscevo era morto molto tempo prima.” (264)

Passiamo allora alle copiose letture del mese di aprile, aumentate anche da una discreta pausa pasquale. Letture che portano due libri alla quasi eccellenza, un reportage su viaggi e numeri di Silvia Benvenuti (musica per le mie orecchie) ed il recupero del primo libro di Jeff Deaver sul suo detective tetraplegico. In fondo alla scala, due noir proposti da Repubblica, la spy di Martin Cruz Smith (ben lontano dai fasti di Gorki Park) ed il poco avvincente scandinavo di Minna Lindgren.

 

 

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Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Georges Simenon

Dietro le quinte della polizia

Adelphi

s.p.

3,5

2

Martin Cruz Smith

La ragazza di Venezia

Repubblica Spy

7,90

1,5

3

Giuseppina Torregrossa

Il basilico di Palazzo Galletti

Mondadori

11,50

3

4

Gianluca Gotto

Le coordinate della felicità

Mondadori

s.p.

3

5

Drago Hedl

Silenzio elettorale

Repubblica Noir

7,90

2,5

6

Guillaume Musso

La vita segreta degli scrittori

Repubblica Brivido Noir

8,90

2

7

Colum McCann

Apeirogon

Feltrinelli

s.p.

3,5

8

Filippo Iannarone

Il complotto Toscanini

Repubblica Noir

7,90

2,5

9

Giovanni Cocco & Amneris Magella

Morte a Bellagio

Marsilio

10

2,5

10

Silvia Benvenuti

In viaggio con i numeri

EDT

s.p.

4

11

Minna Lindgren

Mistero a Villa del Lieto Tramonto

Repubblica Noir

7,90

1,5

12

John Grisham

Theodore Boone – L’accusato

Mondadori

13

2

13

Federica Bressan

Nel cuore della Tuscia

Edizioni Sette Città

s.p.

3

14

Anne Perry

Ventuno Giorni

Mondadori

5,90

3

15

Roberta De Falco

Il tempo non cancella

Repubblica Noir

8,90

3

16

Satoshi Yagisawa

I miei giorni alla libreria Morisaki

Feltrinelli

s.p.

2

17

Jeffery Deaver

Il collezionista di ossa

Rizzoli

7,90

4

 

Mi sembra allora consono all’atmosfera della settimana una citazione anch’essa proveniente da un giallo, uno di quelli dedicati alle vicende dell’ispettore Chen. Vi voglio riportare una frase di Qiu Xiaolong tratto dal suo “Quando il rosso è nero”: “solo quando uno è nei guai scopre le persone che tengono veramente a lui” (280).

Per il resto, come sapete, si annuncia un luglio di piccoli viaggi che, spero, porti a periodi di riposo e di rilancio. Sperando quindi che a metà mese non ci siano troppe soprese turche, vi saluto con un caldo (ovvio dato il clima) abbraccio.