domenica 21 aprile 2024

Einaudi da leggere - 21 aprile 2024

Dopo una settimana dedicata a Mondadori ed i suoi gialli, eccoci salire di tono con una settimana dedicata ad Einaudi e con libri assolutamente da leggere. In testa a tutti, l’ottimo Paul Auster da me sempre amato e letto, con incollato nel gradimento Cormac McCarthy ed i suoi due ultimi libri. Né manca, anche se poco sotto, l’ultimo libro di Julian Barnes. Quattro libri di imprescindibile lettura.

A completare il quadro, un onesto libro italiano di Marco Balzano, che ricordo solo perché mi ha risvegliato ricordi milanesi.

Marco Balzano “Café Royal” Einaudi 14,50 (in realtà, scontato a 4,30 euro con i buoni di Alessandra)

[A: 01/08/2023 – I: 29/08/2023 – T: 30/08/2023] && 

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 120; anno: 2023]

In vista di un agosto di riposo, cercavo qualche libro che “ammodernasse” le mie letture, a volte troppo tese verso classici (seppur moderni). Una lunga seduta da Feltrinelli (che seppur cambio casa rimane la mia libreria di riferimento) mi porta alcuni libri, tra i quali questo, dove avevo sentito il nome dell’autore ma non ricordavo dove né perché.

A valle della lettura, ho ricordato che stava per vincere uno Strega qualche anno fa. Poi, spulciando, ho ricostruito che ne ho letto sul Corriere, che è milanese, insegnante nonché, visto che ne sto leggendo, scrittore.

Il fatto che sia milanese, poi, ben viene rappresentato da questo libro dove, ambientando il fulcro delle azioni in quel di via Marghera, ricostruisce un microcosmo milanese che solo chi ne ha vissuto riesce con pochi tocchi a rappresentare. Le vie di Brera, i negozi che c’erano e poi spariscono (tutto come nei miei trentacinque anni in Prati, quanti negozi “storici” ho visto andar via!), ma soprattutto concentrato la vicenda intorno ad un bar, quello preso in gestione dal Ghigo, e che ora si chiama “Cafè Royal”.

Un bar che non esiste, come non esiste in realtà un romanzo, che stiamo meglio parlando di un agglomerato di diciotto capitoli battezzati con il nome di diciassette personaggi, che costruiscono in modo corale una storia. Sono bozzetti, piccoli spaccati di vita, a volte legati o ricollegati tra loro, ma non sempre. L’unico tratto comune è il bar, dove si va a prendere caffè, cappuccini, cornetti, spritz e altro. Come tutti i caffè del mondo, ma in particolare come tutti i caffè italiani. Riflessione che riprenderemo più avanti.

Seppur alla fine questo frastagliamento si ricompone (abbastanza) il romanzo costruito su microracconti non mi ha consentito di immergermi completamente nella sua atmosfera, risultando al fine un po’ scollegato nella mia testa. Il diradarsi dei rimandi, laddove a volte non ricordavo i nomi degli attori, mi ha dato un po’ fastidio, forse non facendomene gustare al meglio le potenzialità.

Tutti i personaggi, chi prima chi dopo, chi con frequenza che saltuariamente, si ritrovano al “Café Royal”, ed imbastiscono le loro storie personali introno all’odore del caffè, un odore che per me è sempre stato evocativo dei miei momenti di riflessione.

In questo intreccio il là viene dato proprio da alcuni momenti che abbiamo vissuto da poco, al bordo della fine della pandemia che ha creato una barriera pesante, anche mentale, tra il prima ed il dopo. Modificando, a volte in maniera definitiva, molti dei nostri comportamenti.

Così, in un rondò schnitzleriano, vediamo salire e scendere dal palcoscenico personaggi isolati, come Federico medico indeciso. C’è Gabriele che immagina di imbastire una storia gay con Carlo, ma è un miraggio che nasce proprio dalla solitudine indotta dal lockdown. C’è Betti, vissuta da sempre nella via, dove ha cresciuto i figli, sola ed oppressa dalla tecnologia dei figli lontani, la cui storia sarà ripresa verso il finale da una bella lettera della figlia Carlotta. C’è la storia di Luca e Veronica (con Luca unico cui vengono dedicati due capitoli) amanti che si cercano all’uscita di matrimoni a rischio, ma che troveranno modo di esprimersi solo lontano dal caffè, a Torino, nell’unica puntata fuori della città.

C’è Noemi che cerca di vivere la propria giovinezza, osservando la madre Serena, capitata per caso nello stesso bar. E ci sarà Serena stessa che in quel bar capirà di aver paura di invecchiare, ma guardando i giovani (la figlia) capisce anche che non vuole essere ancora giovane.

Ci sono altre storie intrecciate: il manager africano Ahmed che torna dopo anni a Milano, dove era stato giovane e scapestrato, che incontra nel caffè la sua vecchia fiamma Barbara e non si palesa. E c’è Barbara che invece riconosce Ahmed ma volutamente si nega. Ci sono i problemi di Manuel e di Lisa. E ci sono le incomprensioni tra Beatrice e Michele.

Infine ci sono le ultime storie isolate: l’innamoramento platonico di Elena, la progressiva perdita della vocazione del prete Giuliano ed il disperato tentativo di stabilire un contatto esterno dell’ex-drogato Roberto.

Ho detto tanto, ma non ho voluto affondare le parole nel cuore dei racconti, cosa che lascio a voi ed alla vostra capacità di collegarli meglio di quanto abbia fatto io, dove a me rimane, oltre alla Milano che conosco, un senso di desolante solitudine.

Una solitudine che nasce proprio dall’anima dei bar frequentati soli e incomunicativi. A me invece, danno un senso di comunità. Il barista diventa quasi un confessore altro, cui si può parlare (quasi) di tutto. Così ripenso a tutti i miei bar, ripenso ai primi anni Ottanta ed al mitico bar Ottaviani (che non stava a via Ottaviano), e da lì a tutti gli altri, con il bar di Cristian che rimarrà sempre nel cuore per aver condiviso alcuni momenti bui, ed il bar Agostini che adesso culla le mie giornate, con il miglior pane caldo di Lariano che abbia mai assaggiato.

Ma questa è una trama per il Royal, o magari per la libreria Mondadori che mi si dice essere stata collocata lì in via Marghera, e che era uno dei punti di ritrovo del quartiere, forse ispirazione a Balzano di questo bel girotondo umano.

Paul Auster “Baumgartner” Einaudi s.p. (inserito nel regalo di Natale di Mario&Ines)

[A: 25/12/2023 – I: 12/01/2024 – T: 13/01/2024] - &&&& --  

[tit. or.: Baumgartner; ling. or.: inglese; pagine: 153; anno 2023]

Come al solito, non posso cominciare una trama di Paul Auster senza rivolgere un ringraziamento alla mia amica Luana che, ormai molti anni fa, mi convinse alla lettura della “Trilogia di New York”. Da allora ho (quasi) sempre intrapreso le letture del “cantore di New York”, avendo sempre ritorni positivi.

Certo, non ho ancora avuto voglia di affrontare “4 3 2 1”, che mi sembra un po’ troppo voluminoso, al momento. Tuttavia, quando ho visto il nuovo Auster in uscita natalizia, non mi sono potuto fermare. Anche perché avevo da poco letto un articolo – intervista con Siri Hustvedt (la moglie di Paul, di cui ricordo due piacevoli letture) che parlava della malattia del marito. Potrebbe non scrivere più, l’amato Paul, ed allora se ne legga subito.

E se ne legge in un libro tipicamente “austeriano” che mescola fiction e realtà personali, che fa in modo che il protagonista si interroghi su temi esistenziali che colpiscono lo scrittore Auster da sempre ed ora in special modo. Inserendo, ad esempio, accenni ad una meteora di madre del protagonista, che si chiama Ruth Auster. Ed altre amenità.

La bravura di Auster è quella di farci scivolare in un paio di anni della vita del professor Seymour T. Baumgartner detto Sy, con una prosa talmente delicata che il romanzo vola via con una facilità estrema. E mentre seguiamo il presente di Sy, le sue rimembranze ci permettono di ricostruirne la vita a tutto tondo, e di apprezzare questo momento particolare, in cui, per una serie di circostanze, Sy sente di diventare anziano e quindi di conseguenza di porsi, anche, le domande che si pongono gli anziani. Che vita ho fatto? Cosa ho realizzato? Cosa mi aspetta?

Il testo riesce a condensare riflessioni serie ed esistenziali, con momenti comici (o tragicomici) come succedono a tutti nella vita. Così vediamo l’anziano professore scottarsi le mani per prendere un pentolino dimenticato sui fornelli accessi, cascare dalle scale buio del seminterrato, aspettare l’arrivo quotidiano della postina dell’UPS, che porta libri che non leggerà mai ma che ordina solo vederla, angosciarsi per il viaggio in macchina di una sua possibile allieva, tanto da avere lui stesso un incidente di macchina.

E mentre sfilano questi piccoli disastri quotidiani, si svolge il filo della memoria dell’anziano Sy, professore sulla settantina, segnato profondamente dalla tragica morte, dieci anni prima, dell’amata moglie Anna. Ma non si crogiola in quel lutto, anzi lo sfrutta per andare avanti. Per leggere gli scritti di Anna (poetessa e traduttrice) con cui ha vissuto quarant’anni di quieta felicità ed intenso amore. Usa anche quegli scritti per rinverdirne la memoria e chissà anche per aiutare la studentessa di cui sopra a farne una tesi dottorale di alto profilo.

Auster riesce, con le sue brevi frasi e la strabiliante facilità inventiva, a farci seguire i percorsi mentali di Sy. Che sfrutta la memoria di Anna, il rapporto (durato un paio di anni) con l’amica Judith, nonché la tesi con la giovane Babe, per farci entrare nella sua vita. Ne ripercorriamo il passato, di difficile interpretazione, dalle origini ebreo-ucraine, l’incontro con Anna, la nascita dell’amore, la vita, quotidianamente vissuta, tra le sue lezioni ed i suoi libri di filosofia e la presenza della moglie, con tutte quelle scintille di vita che Anna gli portava.

Certo, è un libro sempre pervaso da questa mancanza, ma che proprio questa mancanza lo spinge ad andare avanti. Che non si compiange: non risponde alla domanda “perché capita tutto a me?”, ma la blocca con “Le persone muoiono”. Quindi si va avanti, con una dote impagabile, la gentilezza. Sy è gentile, al limite dell’impalpabilità del rapporto con gli altri per non dare fastidio. Ma fermo. E si accorge che sta avanzando a grandi passi verso la fine della sua esistenza. Una fine che porterà anche quella di tutte le persone che vivono nella sua memoria. Per cui, lui, bene o male artista, vuole continuare a lasciare segni nella vita (continua a scrivere libri) e farlo anche per Anna (pubblicandone poesie e forse altri scritti). Perché, e lo dice espressamente, “la memoria piò tradire, la scrittura no”.

Sono rimasto solo dubbioso dal modo tronco in cui termina il romanzo, forse indice di quel modo tronco che sembra essere vicino all’autore stesso. Un libro – testamento per esorcizzare la morte del figlio Daniel (di overdose) e riflettere sulla propria (in cura oncologico ma non ancora fuori dal pericolo).

A me, alla fine, a valle di tutte le domande, ed i giri di valzer, Auster ha restituito la riconoscenza per aver vissuto. Abbiamo fatto tante cose fino ad oggi, ne faremo altre in futuro, fino a che si potrà. Comunque, e sempre, siamo grati di averle fatte, di aver incontrato tante persone e magari di aver seminato dei piccoli semi che germoglieranno altrove. Come quel piccolo seme che cito all’inizio, involontariamente piantato da Luana, ma che tanto ha germogliato in me.

In finale, un (lungo) accenno al baseball, che compare qua e là nel testo e che è onorato di una menzione a Paolo Castagnini per le spiegazioni fornite alla pur brava traduttrice, Cristiana Mennella, che forse dello sport americano sa pochino. Orbene, io avrei comunque messo una nota con indicazione [N.d.T.] quando un personaggio dice di aver giocato a baseball e militato in “Singolo A”. In quella nota avrei spiegato che la suddivisone dei diversi campionati di baseball, dove c’è la Major League (quella che conosce tutto il mondo) e la Minor League. Quest’ultima a sua volta suddivisa in diverse serie (Singolo A, Doppio A, Triplo A, Alto A). Quindi il nostro tipo avrebbe militato in una delle più basse serie. Come se, parlando di calcio, avesse detto di aver partecipato ad un campionato di Serie D. Ovvio che mi permetto di parlare a lungo di baseball, essendo in realtà l’unico sport da me praticato a livello agonistico (dilettantesco, ma pur sempre in serie B, nei campi di Piazza Mancini a Roma)

“A cosa bisogna credere quando è impossibile appurare la veridicità di un fatto?” (125)

Julian Barnes “Elizabeth Finch” Einaudi s.p. (inserito nel regalo di Natale di Alessandra)

[A: 25/12/2023 – I: 18/01/2024 – T: 20/01/2024] - &&& e ½   

[tit. or.: Elizabeth Finch; ling. or.: inglese; pagine: 176; anno 2022]

Personalmente, e fino ad ora, Barnes non mi ha mai deluso. Alti e bassi di sicuro, ma di interesse certo. Come in questo libro, che avrebbe meritato anche più gradimento se non fosse stato intarsiato da un capitolo che, pur interessante per sé, sarebbe stato meglio altrove.

Un libro particolare, dove non c’è una vera e propria storia da raccontare, ma due punti in cui si gira intorno, cercandone un approfondimento. C’è “l’amore” dell’io narrante verso Elizabeth Finch (che, come Neil, indicheremo solo con EF). Non un amore fisico, ma un sentimento che Neil si porta avanti da quando conosce EF fino ed oltre la morte della studiosa. E c’è il tentativo di Neil di scavare in sé stesso per diventare da “Re dei Progetti Incompiuti”, come lo etichetta la figlia, al realizzare di (almeno) un progetto.

Inciso: leggendone, mi sono sentito parallelo a Neil, ma più come “Re dei Progetti Pensati”, che tra pensare e cominciare a compiere c’è comunque un passo da fare.

Attraverso le parole sempre vicine di Barnes al lettore ci introduciamo in tre momenti di vita, non biografie che, come dice l’autore, è praticamente impossibile descrivere la vita delle altre persone, si può solo parlare di quello che hanno detto e di quello che hanno fatto.

La vita che attraversa tutto il romanzo è quella del narratore, Neil, di cui, in realtà poco lo stesso Neil ci dice. Due matrimoni, almeno una figlia, lavori diversi ma mai realmente redditizi. Studi, quelli sì, forse inconcludenti, almeno fino a che non incontra EF. Un incontro che segnerà tutta la vita di Neil. Lo fa riflettere, lo fa pensare e studiare, perché nei confronti di questa austera (almeno all’apparenza) insegnante non ci si può nascondere dietro le parole.

Un amore, come si diceva, di certo platonico, ma che farà sentire EF sempre vicino a Neil. Che lo spronerà ad andare avanti, anche quando non si sa quale sia questa direzione. Che lo porterà a terminare almeno un progetto (e vedremo quale). E che, alla fine, lo porterà a cercare di capire chi sia stata EF. E perché, se a lui ha fatto un effetto benefico, non sempre alle altre persone incontrate nel corso della vita è successo altrettanto.

La seconda vita è, ovvio, quella di EF. Un’insegnante che ha le sue ferme idee sul mondo, e che assume un atteggiamento euristico verso i suoi allievi. Neil la incontra quando decide di seguire un corso dal promettente titolo “Cultura e civiltà”. Corso ed insegnante che segneranno per sempre Neil. Di cui però non viene dato un racconto continuo, ma pennellate che, spesso, vanno anche su e giù nel tempo.

La vediamo entrare in classe, parlare come un libro stampato, cioè senza quelle pause che caratterizzano chi non è sicuro delle sue idee. Vestita formale, quasi triste. Con le sue lezioni sulla storia risveglia le curiosità di Neil, tanto che i due cominceranno a vedersi, saltuariamente, al ristorante. E lo faranno, ogni tre, quattro, cinque mesi, nel corso di venti anni.

Veniamo anche a conoscenza del dramma “pubblico” di EF quando espone le sue idee in una conferenza, a valle della quale subisce un linciaggio mediatico, dopo di che si ritira nel suo insegnamento senza più “uscire dal guscio”. Immaginiamo che possa aver avuto una vita sociale, ha un fratello, seppur poco frequentato. È stata vista vicino ad un uomo (conoscente? Amante? Altro?). Neil indaga e si interroga, ma, come è giusto che sia, niente trapela.

Anche se Neil potrebbe avere dei mezzi per approfondire le ricerche, che EF, nel suo testamento, lascia tutte le sue carte a Neil, che le legge, non sa cosa esattamente farne, se non essere spronato nel compiere almeno un progetto.

Nasce così la terza vita del testo, quando nel lungo secondo capitolo Barnes ci presenta un breve lavoro di Neil che analizza la vita, le opere e la fama del personaggio centrale delle riflessioni di EF: Giuliano l’Apostata.

Ora, questa parte è la più debole del testo, non tanto per le cose che dice, quanto per essere un corpo estraneo alla narrazione generale. L’idea di base può anche essere stimolante. EF sostiene che la sconfitta di Giuliano, ultimo imperatore romano d’Occidente, nel 363 d.C. dando via libera al cristianizzazione del mondo occidentale, ha segnato un punto di svolta negativo per lo sviluppo degli avvenimenti che portano al mondo come lo viviamo oggi.

Non perché EF sostenga il paganesimo dell’Imperatore, che tuttavia andrebbe letto meglio e meglio contestualizzato. Quanto per l’avvicendarsi delle due culture. Giuliano, non cristiano, dedito al culto di molti dei e di molti vaticini, era una persona in ogni caso tollerante, come si capisce dalla citazione che riporto. Gli imperatori cristiani d’Oriente e d’Occidente che lo seguiranno saranno invece dittatori del pensiero unico. Perché EF, e noi con lei, è contraria a tutti gli ismi del mono: monocultura, monogamia, monocromia, monolinguismo, monopolio, monotematico, monotono.

Barnes fa un lungo viaggio con Giuliano, dal sorgere delle sue idee, dalle sue battaglie, dalla sua morte, fino a tutta la sua fama postuma, nel bene e nel male. Ma tutto ciò rimane un corpo estraneo alla narrazione globale. Ci può far riflettere, mi ha permesso di andare in rete a cercare testi e collegamenti. Ma non coinvolge, né dà luce diversa a Neil ed EF.

Rimane quindi alla fine il filo dell’amore, inteso nel senso globale che si diceva e non nel senso (anche) fisico. Quello che ci fa muovere, che ci fa agire, che ci fa sentire migliore, che ci permette di andare avanti, a sognare, pensare ed a volte realizzare progetti e noi stessi. Quasi a chiosare con Dante, “l’amor che muove il sole e l’altre stelle”.

Finisco con due brevi accenni di ricerca e domanda. Forse Julian Barnes si sente vicino per onomanzia a Giuliano l’Apostata. Forse, nella figura di EF, Barnes riversa qualche carattere della sua amica Anita Brookner, di cui scrisse nel commento funebre: “Nessuno era anche lontanamente come lei”. Forse.

“[La funzione della ferrovia è] quella di consentire alla gente di andare da A a B in modo da poter manifestare la propria stupidità in posti diversi.” (29)

“La storia favorisce i tempi lunghi.” (32)

“Sono un tipo solitario … essere soli è una forza; sentirsi soli una debolezza.” (69)

“Giuliano: È con la ragione che dobbiamo persuadere ed educare gli uomini, e non a furia di botte, ingiurie e torture.” (120)

“Kafavis: da ciò che ho fatto e da ciò che ho detto / nessuno cerchi di scoprire chi sono stato.” (123)

“Epitteto: le cose sono di due maniere, alcune in potere nostro, altre no. [Le prime] sono di natura libere, non possono essere impedite … [le altre] sono deboli, schiave, sottoposte a ricevere impedimento, e per ultimo sono cose altrui.” (140)

Cormac McCarthy “Il passeggero” Einaudi s.p. (inserito nel regalo di Natale di Alessandra)

[A: 25/12/2023 – I: 28/01/2024 – T: 31/01/2024] - &&&& ---  

[tit. or.: The Passenger; ling. or.: inglese; pagine: 385; anno 2022]

Penultimo libro di Cormac McCarthy che, con il successivo “Stella Maris” costituisce un dittico testamentario dell’opera del grande scrittore americano. Uno scrittore difficile, di cui ho letto tutto il leggibile, ma che qui diventa altro, più difficile, quasi un’opera-mondo. Senza rinunciare alle particolarità della sua scrittura, ma innervandola con tutta una serie di divagazioni che ne fanno un libro quasi senza trama. Da leggere, da seguire nei suoi risvolti, ma anche da allontanare da sé, quando le divagazioni cominciano ad entrare in terreni impervi e sconosciuti.

Eravamo abituati al Cormac delle prime grandi epopee western, per seguire fino al monumento apocalittico del suo precedente romanzo, “La strada”, dopo il quale ci sono più di dodici anni di silenzio prima di arrivare a questi ultimi testi. Anche se, stando agli appunti di Cormac ed a quanto ne lessi durante il tempo trascorso, questo testo (non il successivo) era in gestazione sin dai primi anni ’80, per poi diventare un frutto quasi maturo nei primi anni di questo secolo, fino a sbocciare solo adesso. E non a caso.

Ritroviamo, ed ormai ci siamo abituati, la scrittura solita di Cormac, con salti di tono, dialoghi non virgolettati, come fossero un flusso di pensiero, descrizioni di paesaggi, minuziose e piene di termini che non solo in inglese, ma anche in italiano mi danno vertigine. In più, qui abbiamo due nuovi elementi che servono a comporre il libro-monumento: le digressioni che durante gli incontri del protagonista con i vari personaggi del romanzo si addentrano su tanti e difficili temi e le parti in corsivo, dedicate ai deliri schizofrenici della co-protagonista essenziale del libro.

Rispetto al solito andamento dei vecchi libri di Cormac, c’è una sorta di filo conduttore, anche se slabbrato e forse ricostruibile a posteriori. Ma un filo appunto che a volte si spezza, non porta forse da nessuna parte, servendo forse soltanto a dar fondo ai pensieri dell’autore, ed alla domanda fondamentale che, lui vecchio, ma anche noi solo anziani, ci si pone (come da libro di Enzo Bianchi da poco letto): cosa c’è di là?

La trama-contesto segue le vicende dei due protagonisti, uno più in vista, l’altra presenza-ombra (ma c’è). Da seguire intanto i loro nomi: Bobby ed Alice Western; cognome che riporta alle tematiche da sempre nelle corde di Cormac (come dimenticare i non-western alla “Meridiano di sangue”) e nome, Alice, che rimanda al libro di Carroll. E la storia della famiglia Western come esce dai vari colloqui lungo il romanzo.

Western senior dovrebbe essere stato un grande fisico, sodale di Oppenheimer nel Progetto Manhattan (quello della bomba atomica), motivo che fa nascere spesso negli incubi della famiglia le immagini di Hiroshima. Bobby il maggiore, anche lui inizialmente fisico, poi, quando la piccola Alice (dieci anni tra i due) manifesta doti importanti nella matematica, si ritira dagli studi, lasciando spazio alla sorella. Verso cui ha un grande amore, sempre platonico sembra. Nelle more, Bobby parte per il Vietnam come mitragliere.

Alice si immerge nello studio, anche lei innamorata di Bobby, ma poi la sua mente si sfalda (forse ne sapremo di più in “Stella Maris”?). Irrompe una schizofrenia prima latente, che la porterà (ed è l’incipit del romanzo) a togliersi la vita. Ma la sua presenza rimarrà per tutto il libro, sia nella mente di Bobby, sia in quei corsivi (nove capitoli) dove Cormac cerca di dar corpo alla sostanza alienante di Alice. Dove entrano personaggi strambi, quasi presi da favole nere di Tim Burton, ma soprattutto prende la scena Talidomide Kid, piccolo essere con delle pinne al posto degli arti superiori. Scelta emblematica (e forse una delle tante denunce contro i vari sistemi americani) che la Talidomide in realtà era un farmaco, in uso negli anni Cinquanta come sedativo e ipnotico, poi sospeso per la scoperta della sua teratogenicità: le donne trattate con talidomide davano alla luce neonati con gravi alterazioni congenite dello sviluppo degli arti.

Morti i genitori, Bobby torna e seguendo le direttive della nonna, Bobby recupera un tesoro in monete d’oro, che vende per un milione di dollari, lasciandone la metà alla sorella, la quale li usa per comprare un raro violino “Amati” (il primo violino in assoluto). Bobby invece si trasferisce in Europa per diventare pilota di formula 2, fino a che un grave incidente lo ferma. Da lì comincia una sua esistenza errabonda, che lo porta a conoscere emarginati di tutte le risme, che vedremo comparire nel corso della narrazione. Per poi finire a fare il subacqueo di recupero per salvataggi in mare.

Qui, nel 1980, lo vediamo cominciare la sua narrazione diretta, durante il recupero di un aereo da turismo inabissatosi. Dove torva nove passeggeri mentre dovevano essere dieci. Ed è da questo mistero (che non sarà mai sciolto da Cormac) che comincia la sua odissea. Il governo federale lo bracca supponendo che sappia più di quanto dica. Lo perseguita chiudendogli i conti in banca, sequestrandogli auto e bloccando il passaporto. Bobby chiede aiuto ad uno strano avvocato di New Orleans, Kline, a suo tempo sodale della famiglia Kennedy.

Tutto il nucleo del romanzo è il girovagare di Bobby per capire i motivi di questa persecuzione, gli incontri e le discussioni con i vari “dropout” conosciuti nella vita, ed alla fine, aiutato da Kline, cambiare identità. Lo troviamo alla fine, rifugiatosi a Ibiza, portare avanti una vita poco utile, contemplando il mare, pensando ad Alice, e con un finale di assoluto lirismo stilistico che riecheggia il finale de “La Strada”: “le età dell’uomo che corrono di tomba in tomba”.

Questo, seppur lungo, è quanto emerge dalle pagine, ma non è, per Cormac, che il contorno di quello che lui vuole esprimere. Perché la trama è forse solo un contenitore dove lui espone riflessioni personali ed anche interessanti, di carattere storico-filosofico, scientifico, religioso. Cito a volo di uccelli alcuni temi che tocca: i principi della meccanica quantistica (con un excursus sulla teoria delle stringhe che mi ha incuriosito, e sulle riflessioni kantiane di Paul Dirac), la bomba atomica e le sue conseguenze fisiche e morali, l’assassinio di Kennedy (dove il suo avvocato Kline espone la sua personale visione dei motivi dell’uccisione, compresi i coinvolgimenti con la mafia italo-americana), il disagio odierno della nostra vita, che porta a ragionare sulle ragioni dell’esistenza umana e sulla fede in Dio.

Per fare un cenno, Western afferma che la fisica cerca di fornire una rappresentazione numerica del mondo. E Cormac aggiunge da scrittore onnisciente che non si può spiegare tutto e non si può, a parole e con il linguaggio, illustrare l’ignoto.

Una scrittura potente dicevo, che non tradisce le sue origini (di Cormac) che mentre Bobby parla con i suoi amici, Cormac non manca di illustrare a parole molti tratti della vita americana e tanto paesaggio americano. Bobby viaggia in lungo e in largo per gli States (bellissimi i paesaggi dell’Idaho). E poi inserisce un dialogo: perché non ci facciamo dei crostacei; innaffiandoli con del Montrachet (se non lo conoscete, un gran cru bordolese a 500€ la bottiglia).

Un libro anche, come per il Talidomide, di denuncia. Bello, ad esempio, l’accenno a Józef Rotblat, fisico polacco aggregatosi al progetto della bomba, ma poi allontanatosi avendone capito le potenzialità distruttive, e perseguendo da allora un suo percorso di denuncia delle aberrazioni insite nelle ricerche umane. Attività che lo portò al Nobel per la pace nel 1995.

Non possiamo non accennare al fatto che, sull’impianto originario degli anni ’80, le costruzioni e gli intarsi di Cormac sono senza dubbio derivati dalla sua frequentazione del Santa Fé Institute, una istituzione del New Mexico, interdisciplinare, dove convergono scienziati, filosofi e letterati per una ricerca interdisciplinare intorno ai sistemi adattativi complessi. Quale migliore palestra per discutere della complessità del mondo moderno? Una palestra da dove Cormac fece uscire un suo breve saggio dal titolo “The Kekulé Problem” (non tradotto in italiano ma reperibile in rete), dove si pone il problema della distinzione tra inconscio e linguaggio a partire dall’analisi del sogno dello scienziato August Kekulé von Stradonitz che nel 1865 sognando un serpente che si morde la coda ebbe l’intuizione della forma delle molecole di benzene. Dove, brevemente, l’inconscio è una macchina incontrollabile, che fa agire gli animali, mentre il secondo è una creazione culturale umana che cerca di formulare e portare alla realizzazione le infinte possibilità dell’inconscio stesso.

Non ho sinceramente la capacità di entrare in tutti i meandri che questo libro-mondo apre su tutti questi campi, per cui mi fermo qui, elogiando senza riserve questo testamento esistenziale non riconducibile a null’altro. Una prova di scrittura densa e significante. Dove, tuttavia, l’assoluta alta valutazione viene mitigata dall’impervio seguire di alcuni punti, e dall’esaurirsi nel nulla di alcune piste ed altri momenti narrativi. Congiunta a tutta la fase onirica di Alice che non è riuscita a coinvolgermi in nessun punto.

“Condividere la lettura anche solo di qualche decina di libri costituisce un vincolo ben più potente del sangue.” (143)

“Ho studiato molto e imparato poco.” (349)

Cormac McCarthy “Stella Maris” Einaudi s.p. (inserito nel regalo di Natale di Alessandra)

[A: 25/12/2023 – I: 09/02/2024 – T: 11/02/2024] - &&&& --- 

[tit. or.: Stella Maris; ling. or.: inglese; pagine: 194; anno 2022]

Libro fondamentale e conclusivo. È l’ultima scrittura di Cormac McCarthy che, pochi mesi dopo la consegna alle stampe del testo, un mese prima dei suoi novant’anni, si spegne serenamente per cause naturali nella sua residenza di Santa Fé nel New Mexico.

Ma non solo perché ci ha lasciato, conclusivo anche perché chiude il dittico iniziato con il precedente, facendone un complemento ed una chiusa. Ed indicandoci una via. Che la stella del mare è uno dei nomi della stella polare, che serve ai naviganti per seguire le giuste rotte quando tutti gli altri punti di riferimento sono saltati, o oscurati dalla notte (della ragione?). Ed è anche un appellativo di Maria, madre di Gesù, anche se nasce per errore, e viene mantenuto per amore. Inciso: Myriam in ebraico significa “goccia del mare” che San Girolamo, in suo omaggio, giustamente traduce con “Stilla Maris”. Ovviamente, andando di copista in copista, ad un certo punto stilla fu mutato in stella. Che, come detto, è giusto ed appropriato.

Il libro, poi, è la più completa rarefazione della scrittura di Cormac, che riesce a riempire quasi duecento pagine solo di un dialogo, quello tra Alice Western (un cognome, un programma, riferimento all’occidente ma anche a tutti i precedenti mondi di Cormac) ed il suo terapeuta, il dr. Cohen (ovviamente ebreo, come tutti gli psicoterapeuti). Certo non è il primo libro costruito in questo modo (mi vengono in mente “Il signor Mani” di Abraham B. Yehoshua o “Il bacio della donna ragno” di Manuel Puig), ma questo discende direttamente dai dialoghi socratici di Platone. Il dottore pone domande, cerca di stanare Alice, mentre Alice sfrutta le sue risposte per creare la visione di una sua cosmogonia, inserendoci, in maniera abilissima da parte dell’autore, anche pensieri e riflessioni che Cormac stesso ha fatto o stava facendo nell’ultimo periodo della sua vita.

Intanto, facciamo un salto di otto anni indietro rispetto al precedente (laddove ancora mi interrogo su quale sia l’ordine giusto di lettura dei due libri), e troviamo Alice (che sappiamo poi morirà) decidere di entrare in una struttura psichiatrica (appunto la Stella Polare che guida noi “western people”) traumatizzata dal coma del fratello Bobby (che sappiamo poi si salverà). Alice ha quindi bisogno di esternare, di tirar fuori tutta la sua genialità, ma anche la sua malattia, le sue paure, le sue pulsioni, consce e inconsce, tirando fuori, spezzettate le sue allucinazioni, anche se il Talidomide Kid del primo libro fa delle comparsate nelle parole di Alice, rimanendo in secondo pieno rispetto ai temi che Cormac vuole tramandarci.

Perché entrambi vogliono dare un senso alle cose (entrambi, Alice e Cormac) talvolta facendo lo scrittore quasi un’estremizzazione dei suoi pensieri che escono dalla bocca di Alice. Sappiamo infatti che negli ultimi sette-otto anni, Cormac è stato un membro attivo del “Santa Fé institute”, un luogo dove si discute in termini multidisciplinari di tutto (e ne ho già parlato altrove). Così che il libro svaria su (quasi) tutto, interrogandosi sulla natura delle cose fondamentali: il linguaggio, l’inconscio, la matematica, la fisica, finendo con la musica che secondo Cormac è l’unica cosa che rimarrà quando tutto scomparirà (in realtà Cormac scrive “Schopenhauer dice che se l’intero universo svanisse l’unica cosa che rimarrebbe sarebbe la musica”).

Un calderone dove, in forme spesso dualistiche, si discetta di matematica e fisica, sulla differenza tra psicologia e psichiatria, sull’esistenza di Dio e sulla presenza del diavolo, c’è la voglia di vivere e quella di suicidarsi, c’è la morte, con le sue paure ma anche con la consapevolezza che senza la morte non si comprende la vita. Anche se Alice e Cohen stanno fermi in una stanza, con le loro parole girano ovunque: ad un’asta dove Alice acquista uno dei violini più costosi al mondo, a Los Alamos dove il padre di Alice lavorava alla bomba atomica con Oppenheimer, nel Messico dove il padre andrà a morire, in Italia dove il fratello Bobby è in coma in seguito ad un incidente automobilistico, in Romania, dove Alice vorrebbe andare a morire ma non ci andrà. Non torno sul rapporto mentalmente incestuoso tra Alice e Bobby, una delle cose che meno mi ha coinvolto e di cui meno ho capito il senso.

Il tutto per arrivare a farci ragionare sul rapporto fra percezione soggettiva, coscienza umana ed esistenza del mondo. Argomenti da far tremare le gambe ad ognuno. Perché in un mondo insensato il cui unico scopo sembra camminare verso la morte, dove non c’è nessuna medaglia però nell’essere bravi a morire, quello che Cormac sembra salvare è l’inconscio. Che ripropone con il solito accenno al dotto Kekulé che sognando un serpente che si morde la coda, intuì la costituzione molecolare del benzene. E si interroga senza fine e senza una fine sul ruolo della mente e sul suo rapporto con la realtà.

Un romanzo che va letto perché è orrendamente sublime, dove non posso non fare un plauso alla splendida traduzione di Maurizia Balmelli che riesce a rendere una splendida frase di Cormac “because this is what people do when they’re waiting for the end of something” con “perché questo è quello che la gente fa quando aspetta la fine di qualcosa”.

Un romanzo che ci riporta al quesito filosofico fondamentale dove non sono importanti le risposte ma le domande che ci poniamo. Penso quindi che il mio commento finale non possa che essere una frase del Dottor Cohen: “non credo di aver capito”.

“Non penso che di norma i bambini prendano seriamente in considerazione il fatto che un giorno saranno degli adulti.” (106)

Poiché siamo in una settimana Einaudi, mi è obbligato di trarre citazioni da un altro bel libro di questa casa editrice, scritto da una persona veramente interessante e degna di essere conosciuta e letta. Parlo di Goliarda Sapienza e del suo “L’arte della gioia”, da dove ho tratto le seguenti frasi.

“Zio Jacopo diceva che il lutto è una barbarie … che se si è veramente addolorati lo si porta nel cuore senza bisogno di inutili esibizionismi.” (64)

“Perché non cerchi di pensare anche ai lati positivi di quello che accade? Niente è completamente negativo nella vita.” (98)

“Sono … i vantaggi del viaggiare. Bisogna periodicamente allontanarsi da qualsiasi luogo dove la consuetudine ha ucciso l’obiettività.” (160)

“L’amore si fa in due… Io ti amo … ti amo e ti stimo. Solo che non ci siamo incontrati carnalmente. O forse avevo scambiato il fascino che tu avevi e hai ancora quando parliamo, per amore.” (167)

“Ma non è amore il sesso? L’amore il sesso sono figli l’uno dell’altro. L’amore senza sesso che cosa è? Una venerazione di statue, di madonne. Il sesso senza l’amore che cos’è? Una battaglia di organi genitali e basta.” (168)

“Tante cose si possono insegnare: andare a cavallo, fare all’amore, ma la propria esperienza a nessuno si può dare. Ognuno la propria, con gli anni, si deve fare, sbagliando e fermandosi, tornando indietro e ricominciando il cammino.” (210)

“Se ci impediscono la libertà di morire, la costrizione di vivere diviene una prigione atroce.” (305)

“Perché non si può essere felici sempre?” (345)

“C’è un limite preciso nell’aiutare gli altri. Oltre quel limite, a molti invisibile, non c’è che volontà di imporre il proprio modo d’essere.” (389)

“Il matrimonio… è un contratto assurdo che umilia l’uomo e la donna insieme. Per me se si incontra un uomo che ci piace lo si ama fino a quando, beh finché dura… E poi ci si lascia, se possibile, da buoni amici.” (399)

“- La giovinezza e la vecchiaia non sono che un’ipotesi. – E che vuol dire? – Vuol dire che anche l’età è quella che ti scegli, che ti convinci di avere.” (435)

“Il giovane serve, produce, sgrava i figli… Ma a quarant’anni, a cinquanta, l’essere umano diventa pericoloso, si pone dubbi, richiede libertà, riposo, gioia.” (481)

Anche se i bagliori di guerra non sono né assopiti né, purtroppo, allontanati, questa settimana spero vi abbia portato su riflessioni altre e più intime. Per me è stato così, e nell’avvicinarsi di un mese che si preannuncia pieno, vediamo di ricordarci che siamo e chi abbiamo intorno, uniti tutti nel nostro solito, immancabile abbraccio settimanale.

domenica 14 aprile 2024

Il giallo secondo Mondadori - 14 aprile 2024

Anche nei momenti di crisi bisogna in ogni caso portare avanti la vita di tutti i giorni. Vediamo così questa settimana un tipico esempio di letteratura con imprinting editoriale. Mondadori, che da quasi cento anni pubblica i suoi romanzi, quando affronta autori italiani ha un duplice versante d’attacco. Da un lato ci sono i romanzi “con”, cioè quelli che sviluppano personaggi seriali, spesso commissari o simili ma non solo. E che devono (dovrebbero) avere interessanti sviluppi sul lato privato degli stessi (qui, male con Luceri e bene con Fassio) ma sempre un po’ problematici. Poi ci sono quelli “senza”, un po’ cane sciolti, che si aggrappano a personaggi, spesso anche con vene thriller, ma spesso sono i meno riusciti.

Ad essere gentili, in effetti, c’è anche una terza via, quella dei personaggi che potrebbero diventare seriali e non lo sono ancora, per cui si rimane “tra color che son sospesi”.

Roberto Zannini “Il secondo modo di fare le cose” Mondadori euro 6,50

[A: 10/07/2023 – I: 22/11/2023 – T: 23/11/2023] && -   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 172; anno: 2023]

Forse, a mente riposata, avrei da aggiungere qualche meno in più, che, più ci penso, meno sono convinto da questo romanzo. Sembra quasi la seconda puntata di una (probabile) trilogia, in cui si riprende qualcosa che è avvenuto prima, che di sicuro ha un’influenza sulle vicende attuali, ed alla fine si lascia uno spiraglio per ipotizzare una successiva puntata. Ipotesi che l’autore, intervistato, ha già ammesso.

Zannini è autore sperimentato, che, pur se di nicchia, pubblica con una certa costanza romanzi di vario genere. Ricordato soprattutto per alcune trame innovative, come gialli distopici e romanzi di fantalpinismo. Qui, appunto, si cimenta con un giallo “normale”, di buon successo di critica (infatti vince il Premio Tedeschi 2023), ma che a me pare irrisolto.

L’impianto, tra l’altro, sembra di buona fattura. Una interessante protagonista, Eva Carini, criminologa e patologa forense, che, scopriamo nel corso delle avventure, viene da un grosso problema: una caduta da un immobile in costruzione che le ha portato fratture multiple ed alcuni mesi di coma. Da cui è uscita, ma con forti dolori, che tenta di sopire con dosi massicce di oppiacei, ed un buco di due anni nella memoria. Uscita anche dal grosso giro. Con i soldi dell’assicurazione compra un impianto di cremazione e rimane a disposizione solo per un caso, l’ultimo cui ha partecipato prima dell’incidente.

Indagine che è poi il filo rosso del racconto: almeno quattro prostitute vengono uccise in modo barbaro, ma soprattutto vengono marchiate con un simbolo identico in tutte, motivo per cui si evince subito trattarsi di delitti collegati. Il simbolo, che va da scapola a scapola, è “∞”, da tutti conosciuto come simbolo dell’infinito. Che tuttavia l’autore, come molti divulgatori, descrive come 8 coricato (purtroppo la scarsa conoscenza matematica di molti scrittori e critici parla invece di 8 rovesciato, che tutti ben sanno, è ancora un 8). Descrizione anodina ma che serve a Zannini per mettere delle pulci nell’orecchio di non attenti lettori.

Intanto, Zannini deve anche introdurre il motivo del titolo. Per fare questo si serve di una mini-trama iniziale dove conosciamo una cara amica della nostra Eva, la lituana Irina, che gestisce un simpatico ritrovo, il “Bis Bus Libreria Caffè”, dove oltre alla ristorazione è presente una libreria con ottimi libri. Ad Irina sparisce la diciottenne figlia Vanja, che Eva, con rapidità ed insolita fortuna, riesce a risolvere brillantemente. Fornendoci la chiave: “C’è un primo modo, quello in cui si seguono tutte le procedure e poi c’è un secondo. Quello che mira al risultato.” Ovvio che il secondo metodo è fuori dalle leggi ordinarie, comporta uso spregiudicato dei ruoli nonché l’impiego di mezzi non ortodossi (droghe, finte torture, ricatti).

L’idea, che non condivido, è la machiavellica “il fine giustifica i mezzi”. Ma siccome non siamo né in un trattato filosofico, né in un manuale di battaglie, faccio l’affermazione sopra riportata e, se si vuole, sono pronto ad aprirne un dibattito in altra e più acconcia sede, dove potremo parlare di principi e di tiranni, fino ad arrivare alle sentenze concise di De Sanctis.

Il ritrovamento di Vanjia convince Oleg, il nonno, detenuto a Milano, a parlare del protettore della prima morta, poi morto a sua volta. Ma è un filo, cui Eva si aggrappa per risalire, passo dopo passo, la catena degli avvenimenti e delle responsabilità

Ma da questa metà in poi, il testo si involve. Ovvio che ci siano poteri dello Stato deviato che mettono i bastoni tra le ruote, ovvio che ci siano mafie di vario tipo che si muovono nel panorama pedemontano (con un accenno a fantastici e poi mai ritrovati “lupi di Vilnius”), ovvio che ci sia anche un africano buono (pur se sempre con qualche piede in affari poco leciti), ovvio che ci siano potenti che hanno interesse ad insabbiare tutto. Quello che è meno ovvio è un maxi-collegamento con le pratiche onirico – religiose sudamericane, con il candomblé brasiliano, gli shauru ecuadoregni ed altre realtà poco chiare. Tutto ciò viene riportato in quel Veneto che stiamo seguendo nella trama, ma con molti salti logici, che sembra servano all’autore per arrivare al finale.

Aveva messo troppa carne al fuoco, per far sì che il povero lettore immaginasse chissà che, ma il tutto si sgonfia come un pallone bucato, rimandando tutto ad un epilogo che spiega poco e serve per lanciare quella seconda puntata di cui dicevo. Mentre sarebbe stato interessante (magari Zannini ne può prendere spunto) scrivere un prequel invece che immaginare un sequel.

Enrico Luceri “Il tempo corre piano” Mondadori euro 6,90

[A: 10/09/2023 – I: 10/12/2023 – T: 11/12/2023] && e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 200; anno: 2023]

Non so se ho perso il conto, ma credo che questo sia il quinto romanzo di Luceri che vede protagonisti il commissario Tonio Buonocore e l’ispettore capo Lina Garzya. Che probabilmente è anche protagonista di racconti, visto che in coda a questo non lungo romanzo, c’è anche una piccola storia, “Un gusto un po’ amaro di cose perdute” dove vediamo all’opera, anche se in solitaria, il nostro Bonocore.

Come al solito in Luceri c’è un buon elemento di contorno, descrizioni, atmosfere, citazioni, ma quando andiamo a stringere sulla trama, il giallo perde quasi sempre consistenza. Di certo ricordate che siamo a Napoli, e quindi ci si muove tra il Vomero e Posillipo, senza dimenticare, in finale, una puntata cimiteriale a Poggioreale, tra il Monumentale e la Pietà. Inoltre, abbiamo il nostro investigatore principe, il commissario Buonocore, reduce da un problema polmonare che lo ha costretto a smettere di fumare, anche se con non pochi rimpianti.

Il nostro è un osservatore, che individua le piccole discrepanze sulle scene criminali e su queste riflette. Come ripete spesso, quasi ad afferrare il filo dell’aquilone prima che questi si stacchi dalla mano e voli via per sempre. In questa puntata, Garzya compare molto da spalla, con aiuti su ricerche al computer, al nostro sono sempre aliene. Per altro, oltre a servire come cassa di risonanza alle elucubrazioni commissariali, non interviene in modo decisivo nelle indagini.

Le indagini partono dalla morte della signora Lucia, catalogata per suicidio, ma che Buonocore stenta a confermare. Con le famose dissonanze. Lucia è una persona pignola e altera, è vestita in modo formale, in frigorifero ci sono pronte delle melanzane al funghetto per una possibile cena, ed un foglio del blocchetto è strappato in modo irregolare. Forse poco, ma abbastanza per il nostro affinché si attivi alla ricerca del mondo della morta.

Scopriamo così che era sposata con Mario, con cui aveva cercato di fare figli, senza riuscirci, forse per problemi di insufficienza spermatica del marito. Così che, una volta incontrato Osvaldo, proprietario di una galleria d’arte, divorzia e sposa il più pimpante dei due, anche se tardi per procreare. Osvaldo muore, lasciandole una rendita presso la Galleria, che viene venduta a Massimo, conoscitore d’arte un po’ borderline, con tendenze truffaldine. Prende anche Raffaella per aiutarla in casa, una domestica anch’essa tendente al passaggio dei limiti dell’onestà.

Il tutto complicato dalla presenza di una malattia degenerativa, che non faceva prevedere grossi orizzonti di vita a Lucia. Fatto sta che, nei giorni precedenti la morte, Lucia cerchi una sua amica di gioventù per rivelarle qualcosa che né noi né Nunzia comprendiamo. Fatto sta che il giornalaio sotto casa di Lucia qualcosa ha visto, ma non parla. Fatto sta che Buonocore scopre Lucia aver fatto degli esami genetici i cui risultati, secondo le sue conoscenze, le hanno cambiato atteggiamento.

Quando, a valle del funerale in cui sono tutti presenti, anche il giornalaio, e dove Nunzia sempre avere una agnizione sulle parole di Lucia, avvengono due morti violente, in cui muoiono sia Nunzia che il giornalaio, Buonocore riesce ad afferrare il filo del suo aquilone. Perché Lucia era morta non per sapere troppo, come in genere si suppone, ma per sapere troppo poco. E con questo vi lascio nel mistero più nero. Un mistero collegato anche con la morte nel passato di tal Pino, che a tutti rischiara le idee, ma a me le ha lasciate confuse e insoddisfatte.

Tra l’altro, Luceri ha la mala creanza di auto citarsi, laddove in alcuni punti dei ragionamenti del commissario si fa riferimento alle precedenti puntate della serie, indicandole in nota, ma che, se non le avete lette, vi lasciano ignoranti come prima. L’unico altro punto positivo è l’accenno a canzoni varie, in particolare ad alcuni motivi italiani anni ’60, cosa a me sempre gradita.

Accenno ripreso nel piccolo racconto che chiude il libro, il cui titolo riconduce ad una frase della canzone di Paoli (spero abbiate capito quale). E dove Buonocore si muove in solitaria, essendo in vacanza a Sorrento per i suoi problemi polmonari. Lì dove viene uccisa una turista. In modo anomalo (nessuna violenza, né altri motivi palesi). Il nostro è in vacanza, ma un commissario rimane sempre tale, così che spinge per fare ricerche in tutta la regione e scopre morti analoghe, nell’esecuzione, e similari nelle scarse motivazioni. Un solo fatto sembra legare il tutto: la presenza di foto ben fatte in tutte le situazioni. Un filo assai labile, che porta ad una soluzione scontata, che non fa che ribadire la scarsa propensione di Luceri a trame poliziesche complicate. Rimane anche qui un paio di pennellate sorrentine che farebbero bene a spingere, chi non conosce i luoghi a visitarli. Meritano.

Meno merita Luceri, che, come dissi altrove, riesce ad entrare nelle mie letture senza un vero motivo valido. Ma si sa, sono sempre molto attento ed attratto dagli autori italiani.

Enrico Luceri “Il giorno muore lentamente” Mondadori euro 5,90

[A: 05/05/2022 – I: 13/12/2023 – T: 14/12/2023] & e ½

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 186; anno: 2022]

Nella confusione di questo dicembre movimentato, tra partenze e programmi di viaggio, ho pensato bene di invertire le due ultime avventure del commissario Buonocore. Quindi ora mettiamo mano all’episodio precedente, dove, come spesso in Luceri, accanto al romanzo c’è anche un breve racconto, “La fine della nottata”.

Volendo fare un piccolo ordine cronologico, diciamo che il romanzo si svolge nel dicembre 2016, il racconto nel gennaio 2017, mentre il precedente romanzo è quasi un anno dopo, nel novembre 2017, ed il racconto conclusivo del luglio 2018.

Tornando a noi, bisogna quindi dire che in questo episodio (anzi questi) è ancora ben presente e motivata l’ispettore capo Lina Garzya, che invece nella precedente trama era un po’ defilata. C’è anche il sovraintendente Michelino Macchia, laddove i tre sembrano costituire una famiglia ben assemblata, ognuno con il suo ruolo, la sua posizione, i suoi compiti. Anche perché Tonino, il commissario, ha sì due figli, ma sono sposati e lontani. Aveva la consolazione di fumare a tutto spiano, cosa che il medico ora gli ha proibito, e che lui sopperisce succhiando bastoncini di liquerizia.

Ma venendo alla trama in sé, devo dire che è abbastanza deludente. Ci sono morti vari, di cui si dirà, ma fin da subito, noi e Buonocore capiamo che ci deve essere qualcosa che viene da lontano e che unisce le morti. Ma anche qualcosa da vicino che le morti stesse sono tutti ravvicinate in questo approssimarsi al Natale.

Via via che la trama scorre abbiamo i primi due morti: Rosario e sua madre Addolorata. Povera gente che vive nel degradato rione Ponticelli. Vivono del sussidio, e di sicuro non avevano in casa elementi che spingevano per rapine od altro. Inoltre, non solo vengono uccisi con un colpo di coltello all’addome, ma a Rosario vengono bruciate le mani ed alla madre viene spappolata una gamba, quella malata, con il bastone stesso con cui si appoggiava.

Poi, a ruota, viene ucciso un tassista e gli viene recisa la lingua, ed un’infermiera tecnica odontoiatrica, cui vengono tolti i bulbi oculari e posti in una mano. Buonocore è sempre più convinto che ci sia un filo che leghi tutte le morti. Il famoso filo dell’aquilone che, una volta preso al volo, lo avrebbe portato alla soluzione del caso.

Proprio indagando sul passato delle vittime, al fine si riesce ad isolare un episodio in cui erano tutte presenti. In un Pronto Soccorso, alcuni anni prima, Rosario porta la madre dolorante alla gamba. Contemporaneamente arriva un motociclista che ha perso il controllo della moto e sbattuto la testa. La collera di Rosario, pur avendo la madre meno diritto del giovane, porta il medico a medicare la gamba della vecchia. Peccato che, avendo perso tempo, il motociclista muore. Ma tutti fanno finta che sia già morto all’arrivo: il medico, il guidatore dell’ambulanza, l’infermiera, nonché Rosario e sua madre.

Non svelo certo molto, che non c’è un assassino da trovare. Solo da vedere se l’assassino arrivi ad uccidere tutti o meno. Siamo quindi un po’ sul versante thriller più che sul noir. E purtroppo senza neanche tanti patemi. Che non vengono alimentati neanche dalla storia parallela di una signora che decide di trasferirsi in un residence sul Vomero, dove vive appartata, forse intrattenendosi con un amante segreto. Ma di sicuro, aggirandosi per il residence in modo circospetto, scatenando la curiosità dei due guardiani della struttura.

Luceri è di facile scrittura, e si legge scorrevolmente. Sappiamo sempre che Buonocore è lì che osserva e che Garzya cerca i dati mancanti qua e là in rete, mentre Macchia è più uomo del territorio. E seppur aspettiamo che vengano sciolti i motivi e le azioni dei vari personaggi, non è che si riesca a farsi coinvolgere più di tanto.

Come non ci coinvolge lo scarno racconto finale, con Tonino e Lina alla ricerca del colpevole di un sembrerebbe facile omicidio, dietro al quale, tuttavia, c’è forse di più. Forse una faida familiare, forse figli naturali che non sanno di esserlo, forse qualcuno è uno strozzino, di sicuro uno è l’omicida. Ma rimane un racconto anch’esso poco attraente.

Come tutta la confezione, che, ed è facile ricostruirne le tracce e le differenze, offre un tributo palese ad uno dei migliori romanzi thriller della fine degli anni Quaranta. Il bellissimo “Appuntamenti in nero”, dove l’autore, Cornell Woolrich ci fa seguire per anni la vendetta che il giovane John organizza a seguito della morte della sua amata, colpita da una bottiglia lanciata da un Piper che volava a bassa quota in un giorno di festa.

Se conoscete il libro, capirete subito le analogie e le differenze. Altrimenti, è assai facile trovarne riassunti in rete, che vi consiglio di leggere (sono ben fatti). Ovviamente parlo di Woolrich. Per Luceri si spera solo che le future avventure di Buonocore siano un po’ più attraenti.

Annamaria Fassio “I volti del mistero” Mondadori euro 5,90

[A: 09/10/2021 – I: 07/01/2024 – T: 09/01/2024] && e ½   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 218; anno: 2021]

Come di certo sapete se seguite le mie trame, oltre ad avere un debole per autori ed autrici italiani, ho una (immotivata) simpatia per Annamaria Fassio, che seguo fin dalle prime avventure della sua eroina, il commissario Erica Franzoni. Avevo quindi colto con gioia una nuova uscita nei Gialli Mondadori, che si è poi rivelata non tanto gioiosa. Non per la scrittrice né per la scrittura, ma per la presenza di quindici racconti, che, pur in parte gradevoli, non riescono a sostituire una bella storia di Franzoni e Maffina.

Una delle cose migliore del libro è l’introduzione, dove non solo scopriamo alcuni modi di affrontare i testi da parte dell’autrice, ma è soprattutto la scoperta che anche lei, come il sottoscritto, è del Toro, un segno, una garanzia. Oltre alla lunga e fruttuosa amicizia professionale con Ed McBain, uno degli autori più simpatici del secolo scorso, inventore del “procedural thriller” con le storie dell’87° Distretto.

Per i racconti, invece, abbiamo una duplice faccia: i primi nove, non a caso raccolti sotto il sottotitolo di “Racconti sparsi” sono storie piccole o grandi senza un centro fisso, mentre gli ultimi sei sono storie, più o meno lunghe, con al centro, per fortuna, l’ottima Erica. Tuttavia, devo riconoscere a chi ha curato il volume la buona creanza non solo di averli messi in ordine cronologico, ma anche di averne indicato la data ed il luogo di prima pubblicazione, indicazioni fondamentali per un maniaco come me.

Nella prima parte, quella dei racconti sparsi, in realtà c’è un tentativo di coerenza, magari ricostruito solo a posteriori. In ogni racconto c’è un personaggio, un viso, un volto che, se non di mistero sa di sicuro attrarre l’attenzione del lettore.

C’è la prostituta bionda che attua una strana vendetta (“La via Emilia”), c’è il disabile abbandonato (“Mammina cara”), c’è una parafrasi mortifera della sindrome di Stoccolma nella donna riavutasi dalle sevizie di un pedofilo (“Andamento lento”), c’è la giovane Hanna coinvolta nella guerriglia di Genova e poi nel massacro della caserma Diaz (“Sangue giovane”), c’è il lungo viaggio dell’immigrato e la sua non integrazione sul suolo italiano (“Africa”), c’è il tentativo di parlare del terrorismo islamico (“Sacrificio”, uno dei meno riusciti), ci sono i vampiri, forse (“Pranzo reale”, anche questo molto in fondo alla lista). Si parla anche della tragedia del ponte Morandi (“La terra degli altri”).

Lascio per ultimo, anche se non cronologicamente, quello che più mi ha intrigato, pur nella non linearità della trama. Un racconto lungo ambientato tra Berlino e l’Italia, ruotando, come azione drammatica, intorno al luglio del ’69 dello sbarco sulla Luna (“L’anno dello sbarco”), dove si consuma un vero caso di spionaggio, con possibili spie, finti delatori, veri traditori, e messa in scena dell’ultimo atto drammatico con una valente maestria. Un tentativo interessante.

Passando alle gesta di Erica, preferisco essere più veloce e meno didascalico. Come primo elemento, anche grazie alla mania di Annamaria di sentir musica scrivendo, molti di questi racconti rimandano a brani di canzoni: “Angela, Angela, angelo mio” (Luigi Tenco), “La donna cannone” (De Gregori), “Un lupo alla porta” (Radiohead). Ma anche rimandi letterari: “Stella del mattino” (da una poesia di Sergio Altieri) e “La gatta sul caso che scotta” (parafrasi dal dramma di Tennessee Williams).

In tutti c’è l’onnipresenza di Erica, ma anche la vicinanza con Maffina, i rapporti non sempre idilliaci con la sua sottoposta Ida. Ed ovviamente delitti, spesso mafiosi, vendette, storie di droga, storie di soldi. Ci sono storie che sembrano semplici: un ragazzo con l’arma del delitto in mano vicino ad un cadavere; ovvio che la soluzione sarà più complessa e dura, in un rimando di casualità forse un po’ forzate. Altre che fanno riflettere sul rio destino: la morte per omicidio stradale di una ex-tossica a suo tempo salvata da Erica dalla droga (ma che ci faceva con ventimila euro in contanti in borsa…).

Per finire con l’ultimo, il cui titolo non rimanda ad altro, “L’omino di neve”, ma che è un omaggio ad Agatha Christie, dove avviene un delitto in una cabina chiusa dell’Orient Express. Un omaggio interessante, anche se la soluzione è leggermente macchinosa.

Ma l’egregia Fassio ben si destreggia tra tutti i misteri, mantiene un discreto profilo di lettura, unito ad un alto profilo di simpatia. Per me, tuttavia, rimane sempre meglio quando si lascia andare ai romanzi pieni con il commissario Franzoni in spolvero.

Una curiosità: dalla lettura di uno dei racconti finali ho scoperto che esiste una via Tolemaide anche a Genova.

Annamaria Fassio “Desaparecidos” Mondadori euro 6,90

[A: 11/12/2023 – I: 02/02/2024 – T: 04/02/2024] &&&   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 169; anno: 2023]

Qui, finalmente, ritorniamo sia alla dimensione romanzo, seppur non lunghissimo, ma soprattutto ad avere al centro i personaggi eponimi di Annamaria Fassio. Con un’operazione sul giallo in cui sia l’autrice che i suoi personaggi dichiarano da che parte stanno, moralmente e politicamente. Con due menzioni da ricordare perché danno il quadro del romanzo. La dedica alle madri ed alle nonne di Plaza de Mayo, ed il ringraziamento a Massimo Carlotto per il suo libro “Le irregolari”, da cui traggo questa citazione da condividere con voi e con Annamaria: “Sono stanco di accumulare sconfitte, sia personali che generazionali. Ogni tanto mi piacerebbe vincere qualche battaglia.” (108)

Intanto, prima della trama vera e propria, come detto, ritroviamo la tribù della Omicidi di Genova. Ovvio, il commissario capo Erica Franzoni, con i suoi tormenti (ormai sono diversi libri che frequenta regolarmente lo psicanalista Marchi) ed il suo compagno, il vicequestore Antonio Maffina, di dieci anni più anziano, voglioso della pensione, ed anche disposto ad avventure extra Erica (che incidono il morale ma non la trama). Defilata, ma sempre presente, l’agente Ida Merenghini, in tensione per la ricerca di un affidamento congiungo di Liv, la bambina che salvò qualche episodio fa.

Questa pur affiata compagine si trova ben presto immersa in un dramma che viene da lontano, nello spazio e nel tempo. Come fa supporre il titolo, viene dall’Argentina, e coinvolge immigrati di ritorno (ora) e tutto uno strato di popolazione al tempo dell’inizio della vicenda (che si colloca ad Avellaneda, quartiere periferico di Buenos Aires, a partire dal dicembre ’79).

La consueta abilità della scrittrice ci porta tra i due spazi temporali senza troppa fatica, anche se io ho sempre le mie riserve. Certo, qui c’è una necessità di non scoprire tutte le carte, così che l’up and down temporale può essere giustificato. Ma noi rompiamo il cerchio.

Nel ’79 si era nel pieno della dittatura militare di Videla, iniziata con il colpo di stato del marzo ’76, da subito caratterizzato dalla ferocia repressiva dei militari e della polizia. I non allineati, in base ad un piano generale concordato con la CIA, venivano sistematicamente uccisi. In questo contesto vediamo una coppia Sofia e Agustin senz’altra colpa di voler una riqualificazione del lor quartiere, presa, torturata e uccisa dopo la denuncia a loro carico dell’insospettabile Omero Rossi. In particolare, Sofia viene fatta partorire prima di essere uccisa, ed il bimbo dato in adozione coatta ad esponenti vicini alla giunta. Il tutto organizzato tal Giacinto Verano.

Quando l’azione si sposta nel presente, vediamo una serie di argentini di origine ligure tornare in Italia. C’è il proprietario di case Manuel Sacchi, c’è il tuttofare Tommaso Torre, c’è Estrella Costa Padilla, vedova di un’alta carica della polizia argentina, e c’è Omero Rossi. Anche se per poco, che la prima cosa che vediamo è il suo assassinio. Un’uccisione senza nessuna traccia particolare, e senza agganci che noi sappiamo la storia di Omero, ma Erica no, e la deve ricostruire per più di metà libro.

Tracce che seguiamo anche nelle telefonate tra Estrella ed il figlio Ruben, anche lui in polizia ma rimasto a Baires. Dove è subito chiaro che Ruben è stato adottato ed Estrella sa più di quanto vuol dire, anche al figlio.

Fatto sta, che, tra un ritaglio di giornale, un collegamento con i Rossi genovesi ed i Rossi argentini, Erica comincia ad avere un panorama più ampio e più chiaro della vicenda. Soprattutto dopo due vicende: la scoperta di una foto in cui ci sono Sacchi, Torre e Rossi e la morte anche di Estrella, senza che Ruben abbia appurato la storia della sua infanzia.

Un dubbio viene forte a noi lettori: saranno vendicatori delle torture subite quaranta anni prima o elementi collusi che hanno paura che la verità venga a galla, anche dopo tanti anni?

Per la soluzione, leggete il libro fino alla fine.

Per le atrocità di Videla e compagnia, qui avete alcuni altri spunti, oltre a quelli di Carlotto già citati, e, se posso indicarne uno, “I vent’anni di Luz” di Elsa Osorio. E non credo ci siano molte altre parole da aggiungere. Ah, se avete uno stomaco forte potete anche vedere il film “Garage Olimpo” di Marco Bechis del ’99.

Da parte mia, vado invece finendo con uno scarto di lato. Il libro è pieno di ottime citazioni tanghere da far felice la mia amica Mariella. Ma anche di altra musica che serve alla concentrazione dei personaggi. Io cito solo che, ad un certo punto, Erica ascolta “My way” interpretata da Frank Sinatra. Solo che ne cita una strofa, pur presente nel testo, che generalmente né Sinatra né altri interpreti cantano mai.

In una settimana densa di avvenimenti gravi sul lato politico, mi piace intanto ricordare alcuni passi di una grande scrittore e di un grande libro. Se non lo avete (ancora) letto vi consiglio vivamente “Il vagabondo delle stelle” del grande Jack London. C’è qualcosa di generale come “la memoria è quella cosa con cui si dimentica” (56) o anche “io sono il risultato dell’intero mio passato” (299).

E poi si parla dell’altra parte della coppia:

“La presenza di una donna nella vita di un uomo spiega molte cose” (96).

“Se parlando di una donna, l’unica difficoltà fosse quella di renderne il fascino, mi proverei ad offrire una descrizione di …, ma come si fa a trasformare l’emozione in parole?” (263).

“A volte penso che la storia dell’uomo sia la storia del suo amore per la donna. Queste stesse memorie che oggi vado scrivendo sono il ricordo del mio amore per lei. Nelle diecimila esistenze che ho vissuto, nelle forme che ho prese, l’ho sempre amata e tuttora la amo. Il mio sonno se ne nutre, le fantasie che mi colgono da sveglio possono muovere chissà da dove, ma è sempre a lei che mi conducono” (352)

Non è questo il momento del privato, che tutto passa in secondo ordine nella speranza, tenue ma incrollabile, che esistano al mondo persone ragionevoli, che non vengano prese dalla spirale bambinesca “la mia macchinina è più bella della tua”. Per questo l’unico modo è di stringerci in un caldo abbraccio.