domenica 12 maggio 2024

Ancora sul nero giapponese - 12 maggio 2024

Ne avevo parlato un paio circa di settimane fa, ed ora ci torno su, approfittando del passaggio di letture tra il capostipite del giallo giapponese, Edogawa Ranpo, al più noto e variegato Jun’ichiro Tanizaki, con alcuni racconti “neri” degli anni Venti di pregevole fatture, ed un buon romanzo sempre di quegli anni. Per poi venire nel nostro secolo con due prove di diversa riuscito di uno degli epigoni del nero giapponese, Yoshida Shuichi.

Seppur molto legata alla cultura locale, e spesso non facilmente interpretabile in occidente, grazie anche alle ottime traduzioni, abbiamo un buon panorama di letture che ci portano vicino una cultura lontana.

Jun’ichiro Tanizaki “Racconti del crimine Volume 1” Capolavori Giapponesi 7 euro 8,90

[A: 22/03/2023 – I: 04/11/2023 – T: 05/11/2023] - &&&      

[tit. or.: originale (antologia italiana di testi giapponesi); ling. or.: giapponese; pagine: 237; anno 2019]

È ben noto, Jun’ichiro Tanizaki, per i suoi scritti molto intrisi di erotismo (come “La chiave” portato poi sugli schermi da Tinto Brass). In realtà fu molto altro, e non dico meglio (non ne ho le capacità) ma di sicuro a più ampio spettro, spaziando su tutti i generi, sino ad arrivare ad una letteratura composita, ma innegabilmente personale. Opere storiche, autobiografiche, poliziesche, ed ovviamente erotiche. Tanto che per sette volte, dal 1958 all’anno della sua morte nel 1965, fu candidato al Premio Nobel, senza riuscire però mai a vincerlo.

Io ne ho collezionato un paio di libri che vengono inseriti, a torto o a ragione, nel filone “giallo”, anche se si tratta più che altro di indagini, introspezioni, momenti narrativi, in cui sono inseriti “crimini”, come dice anche questo titolo antologico. Tanizaki, infatti, dopo un primo periodo di scrittura in maniera tradizionale, dagli anni ’10 dello scorso secolo viene sempre più influenzato dalla cultura occidentale, cui era venuto in contatto. Tanto che molti sui libri, da quel periodo in poi, vertono proprio sulla dicotomia tra le due culture, mostrandone le inevitabili ed insormontabili fratture.

È in quel periodo che diventa un assiduo lettore di Edgar Allan Poe, e di alcuni suoi epigoni. Così che non ci si meraviglia che molti racconti del periodo vengano a trattare argomenti simili o assimilabili a quelli del grande maestro americano.

Qui, prima l’editore Marsilio poi l’editrice GEDI per Repubblica, propongono una antologia di sei racconti (cinque brevi ed uno lungo) in un accostamento che non è presente nella bibliografia del maestro giapponese. Motivo per cui non abbiamo in alto il titolo originale, e motivo anche che indico la prima comparsa sul mercato. Anche se poi i racconti spaziano nella scrittura dal 1918 al 1926, per cui ne ho inserita la lettura prima di altre opere dello stesso Tanizaki. Inoltre, ho preferito leggerne in ordine cronologico di scrittura (dopo una assidua ricerca in rete) e non secondo lo scadenziario proposto dall’editore. E con lo stesso andamento ne vado brevemente ad illustrare qualche punto saliente.

Cronologicamente quindi cominciamo con Il caso ai bagni Yanagi (Yanagiyu no jiken 柳湯の事件 1918). Come spesso in Tanizaki, c’è uno scrittore che narra la storia. Mentre era presso un suo amico avvocato, irrompe un giovane, stravolto, che racconta la strana storia della sua ossessione per una donna. Racconto molto onirico, dove compaiono gli accenni alla Poe indicati: capelli di donna che avvolgono i piedi del giovane mentre si lava nella vasca dei bagni Yanagi. Alla fine del racconto, il giovane viene arrestato, ma è un assassino? E nel caso chi è il morto?

Meglio articolato è Per la strada (Tojō 途上 1920) considerato uno dei maggiori esempi di giallo “alla giapponese”. Un uomo viene avvicinato per la strada da un detective che gli illustra come sia possibile che l’uomo abbia organizzato e poi realizzato l’omicidio della prima moglie. Anche qui, si arriva sempre alla domanda finale: racconto fantastico o descrizione realistica di fatti avvenuti?

L’anno successivo scrive altri due racconti: Io (Watashi 1921) e Uno stralcio di verbale – Dialogo (Aru chōso no issetsu – Taiwa ある調書の一節 1921). Nel primo, un uomo racconto un episodio della sua gioventù: da studente avvengono furti nel collegio. È forse lui il ladro? Nel caso, come mantenere un rapporto sereno con i suoi amici? Nel secondo, come dice il titolo, c’è il lungo interrogatorio di una persona accusata di un delitto. Un bellissimo scontro verbale tra l’accusato ed il poliziotto.

Meno coinvolgente ho trovato Il movente di un delitto (Aru tsumi no dōki ある 1922) dove c’è un omicidio avvenuto, un colpevole confesso e la polizia che cerca di risalire ai motivi del gesto. Un andamento troppo orientale nella trama, che resta fredda.

Per ultimo ho letto il primo e più lungo testo Storia di Tomoda e Matsunaga (Tomoda to Matsunaga no hanashi 友田と松永の話 1926). Anche qui abbiamo uno scrittore narratore che viene contattato da una sua ammiratrice. Suo marito, Matsunaga, scompare e ricompare ogni quattro anni. È un uomo schivo e gracile, ma dentro una borsa ha una cartolina inviata dallo scrittore a un tal Tomoda. Perché? Lo scrittore indaga, e scopre che anche Tomoda appare e scompare ogni quattro anni, ma Tomoda è grasso, alcolizzato e gestore di un bordello a Tokyo. Un caso che deve molto a Stevenson o c’è una diversa soluzione?

Non sono di certo i classici gialli, non c’è indagine. Inoltre, nella maggior parte dei casi la narrazione vede al centro il criminale stesso, attraverso di cui Tanizaki cerca di spiegarci i meccanismi che sovraintendono le azioni criminali. È un sottile gioco letterario che sapientemente usa un genere per parlare di tutto.

Di certo, non è facile per noi occidentali entrare in tutti i meccanismi che l’autore ci propone. Per fortuna c’è una buona introduzione della curatrice Luisa Bienati, che consiglio di leggere dopo i racconti, quasi a farsene una nuova tappa mentale. Non sono un esperto, ma fonti autorevoli mi dicono che anche le traduzioni sono di buon livello. Io sottolineo solo che ho anche imparato l’italiano, dove nel secondo racconto al protagonista risulta gradita “l’illuvie del mio corpo”. Grande mistero!

 Forse, poi, chi ha visitato il Giappone può avere qualche elemento i più. Come personalmente quando l’autore mi parla dei luoghi dove si svolgono le vicende: Ueno, Shinjuku, Asakusa. Bisognerà tornarci ancora.

Jun’ichiro Tanizaki “Nero su bianco” Giappone, crimini e misteri 9 euro 8,90

[A: 13/12/2022 – I: 25/11/2023 – T: 27/11/2023] - &&&      

[tit. or.: 黒白 - Kokubyaku; ling. or.: giapponese; pagine: 265; anno 1928]

Secondo libro di Tanizaki che leggo nel quadro di quella parte delle sue opere genericamente iscritte nell’ambito del “giallo psicologico”. In realtà, anche se c’è una parte vagamente gialla, è di sicuro un romanzo psicologico, che tiene sospeso il lettore nell’attesa che si sveli l’esatta natura della mente del protagonista. Ma non si riuscirebbe ad inquadrare il libro e la scrittura dell’autore se non facendo riferimento all’ambiente letterario degli anni Venti in Giappone.

Il dibattito all’epoca tra gli scrittori di rango era una diatriba tra due termini di definizione dell’ambito letterario. Da una parte si andava definendo il modo esplicito dello “shishōsetsu”, il romanzo-confessione, uno dei generi più praticati in Giappone. Una narrazione in prima persona di quanto avvenga al protagonista, quasi, appunto, a farne una pubblica confessione. Dall’altra, i generi meno canonici, come lo “hanzai mono” (traducibile come racconto del crimine), dove invece si parla della realtà (o di quella che viene considerata vita quotidiana), magari sostituendo “hanzai mono” con “mainichi mono” (romanzi della vita di ogni giorno).

Tanizaki entra a gamba tesa nel contesto letterario, mescolandoli, facendo anche della confessione un possibile elemento criminale. Come in questo caso, dove fin dal titolo gioco sull’ambiguità, laddove 告白 – Kokuhaku che vuol dire confessione si trasforma nel quasi omofono 黒白 – Kokubyaku (appunto il titolo “Nero su bianco”). Titolo che ridonda sia il tema della confessione (scrivere nero su bianco), sia la scrittura stessa, dove i giapponesi scrivevano all’epoca con pennarelli di spazzola fine con inchiostro nero su foglio bianchi.

Dato, appunto, che oltre alla componente gialla, a quella psicologica, il romanzo è incentrato sulle vicende che succedono ad uno scrittore.

La domanda interiore che Tanizaki si pone scrivendo il romanzo è quanto la scrittura della finzione sia, possa essere un avvenimento che accade nella realtà. In questo gioco di specchi multipli, seguiamo quindi la vicenda dello scrittore Mizuno. Uno scrittore di una antipatia unica, a me lettore, esponente di quella che viene chiamata all’epoca “akumashugi” (diabolismo), con il quale si indica appunto uno scrittore dedito a trame nere ed intricate (diaboliche).

Una corrente cui era stato spesso accomunato lo stesso Tanizaki nelle opere giovanili, dove si intrecciano trame paranoiche di uno scrittore nevrotico mescolate con le sue avventure sessuali. Abbiamo, infatti, Mizuno che ha appena finito di scrivere un racconto dal titolo “Fino ad uccidere un uomo”, dove immagina i percorsi mentali di un assassino alle prese con l’idea di compiere un delitto senza scopo ma soprattutto senza essere scoperto.

Mizuno costruisce un’intrigante trama, commettendo tuttavia una svista: nelle ultime pagine del racconto, invece del nome di fantasia, usa quello reale del personaggio che lo ha ispirato. Un redattore di riviste, con cui si è spesso incontrato casualmente, e che trova decisamente sgradevole. Ma la svista lo butta nel panico: e se qualcuno, seguendo la sua trama, realmente uccidesse Kojima?

Mizuno è scapestrato, inaffidabile, non si tira indietro nel tentativo di sfruttare gli altri per il proprio tornaconto personale, ma quel tarlo del nome sbagliato lo porta anche ad un parossismo di paranoia. Così, capitolo dopo capitolo, assistiamo alla sua discesa verso la confusione totale. Ne vediamo (ed in lui vediamo il riflesso di Tanizaki) le ossessioni erotiche, l’amore per il cinema, il voyeurismo, nonché l’attrazione per una femme fatale.

Avendo descritto un delitto che potrebbe avvenire il 25 novembre, giorno di plenilunio, cerca di trovarsi un alibi per quel giorno e lo fa imbattendosi in una donna molto occidentalizzata, una che, nel gergo dell’epoca, viene definita “modan garu”, nome derivante dalla pronuncia giapponese di “modern girl” (una ragazza che seguiva la moda ed i comportamenti mutuati dalle donne occidentali). Peccato che sia tanto fatale da essere introvabile quando serve a Mizuno.

Peccato anche che, proprio nella data indicata, qualcuno uccide realmente Kojima.

È con grande apprezzamento di stile che seguiamo i tormenti di Mizuno, che riempiono le pagine di teorie, di deduzioni, di analisi sbagliate, il tutto nella mente di questo scrittore totalmente egocentrico, ed anche totalmente incapace di rapportarsi e di comprendere la realtà che lo circonda. Tipica la descrizione del casuale incontro con la sua ex-moglie.

Ma a Tanizaki non interessa risolvere il dramma, non ha senso per lui sapere chi ha ucciso Kojima, né se l’ispettore Watanabe riuscirà a far cadere in contraddizione Mizuno, né se Mizuno stesso sia o meno colpevole. Il percorso di Tanizaki è mostrarci la psicologia di Mizuno ed il suo evolversi (o involversi) verso un finale che non è detto sia all’interno del romanzo stesso. Non è questo l’importante. Quello che interessa è descrivere un mondo.

Una descrizione che serve anche, di passaggio, a fare un discorso sulla letteratura, sul modo di scrivere, sui rapporti tra gli scrittori e tra questi ed i lor editori. Non si tira indietro lo scrittore nel portare avanti critiche e recriminazioni, in un caleidoscopio di scatole cinesi intrecciate. Un bell’esercizio di fantasia e di scrittura.

Tuttavia, e questa è la domanda finale, dove finisce la fantasia? Dove finisce (o dove inizia) la realtà? Un romanzo inventato che descrive un delitto inventato dove, nel romanzo, avviene un delitto descritto nell’invenzione. Magistrale.

Jun’ichiro Tanizaki “Racconti del crimine Volume 2” Capolavori Giapponesi 33 euro 8,90

[A: 13/12/2023 – I: 09/01/2024 – T: 12/01/2024] - && +      

[tit. or.: originale (antologia italiana di testi giapponesi); ling. or.: giapponese; pagine: 263; anno 2020]

Eccoci allora ad un altro e forse per il momento ultimo scritto del grande Tanizaki che analizziamo per le nostre trame. È la prosecuzione di quel primo volume di “Racconti del crimine” di cui ho parlato poco sopra. Non ritorno quindi sulla figura di Tanizaki, né sull’impianto di questi volumi. Anche perché se nel primo c’erano, anche, momenti di ricerca poliziesca mutuati di esempi occidentali, qui l’autore ci mostra crimini, cioè devianze, dall’ordinario senza che ci sia una vera e propria “crime story”.

Anche qui, per il mio gusto personale, ne parlo in ordine cronologico che spesso non coincide con l’ordine di presentazione nel volume. E sempre per la mia sensibilità, devo dire che, globalmente non mi hanno coinvolto granché, pur riconoscendone la bellezza stilistica.

Il primo racconto Il segreto (Himitsu - 秘密 1911) è uno dei primi in assoluto che scrive l’autore. Delicatamente, all’inizio, ci inserisce nei tormenti di un uomo che, non riuscendo a trovare stimoli nella propria vita, comincia a travestirsi da donna. Con sempre maggior successo e spensieratezza, per girare nel quartiere e divertirsi. Così travestito incontra una donna che aveva conosciuto anni prima, e comincia con lei un gioco erotico di incontri e di nascondigli. Quando, per un eccesso di stimoli, decide di scoprire il segreto della donna, perde il senso del mistero e si dedica a cercare altri piaceri.

Alcuni anni dopo, sul finire della Prima Guerra mondiale, esce Un tumore dal volto umano (Jinmenso - 房の髪 1918). Un racconto tutto pervaso dall’attenzione verso la nuova arte che comincia a stravolgere il mondo dello spettacolo: il cinema. È un racconto a più piani, con una struttura che piacerà senza dubbio a mio cugino Alessandro: cinema nel cinema nella letteratura, con abbondanza di “close-up”, di avvicinamenti progressivi all’immagine descritta. Il testo narra di una attrice che scopre un suo film che non ricordava aver girato, che lo vede assistita da un proiezionista in un rapporto uno a uno tra lei ed il film stesso.

Il misterioso film narra di una cortigiana che, ingannando un mendicante, ne subisce la maledizione. Il mendicante si incarna nel ginocchio della donna in forma di tumore, ne stravolge la vita sociale, diventando sempre più somigliante ad ogni “caduta” della donna. Fino a che lei uccide il suo amante e si suicida, e contemporaneamente il tumore prende definitivamente i lineamenti del mendicante. Ma non è solo il narrato del film che interessa Tanizaki, quanto esplorare le risposte emotive del pubblico che guarda il film: la faccia malefica diventa un incubo che provoca incubi agli spettatori. L’altro elemento che Tanizaki indaga è la reazione dell’attore che guardando in solitario il suo film, diventa sempre meno consapevole della sua presenza fisica.

Ci sono poi due quasi coevi racconti, che, in realtà, esplorano pur con modalità diverse, un segmento di realtà molto simile. Sono Il pregiudicato (Zenkamono - 前科者 1918) e Oro e argento (Kin to gin - 金と銀 1919). Infatti, in entrambi c’è il rapporto tra due artisti (o due amanti dell’arte), anche se sviluppato secondo direttrici differenti.

Nel primo c’è il rapporto tra artista e studioso. Il primo ha sempre bisogno di soldi, che usa spesso e volentieri per assoldare prostitute volte alla soddisfazione delle sue fantasie. È l’artista che assume il ruolo del narratore e racconta i raggiri che inventa per spillare soldi al suo mecenate, il Barone K. Il narratore ha una forte coscienza di sé, tanto da esordire dicendo: “Sono un pregiudicato. E sono anche un artista.”. Però tira troppo la corda, il Barone lo denuncia e verrà giudicato e condannato. Soprattutto perché è una frode per soldi, che se fosse per sesso, forse, avrebbe avuto altre soluzioni.

Nel secondo invece sono Aono e Ogawa i due artisti in competizione. Il secondo è manierista ed affermato. Il primo invece non è compreso, ma sembra avere un talento superiore, così come l’oro è superiore all’argento (da cui il titolo). Il testo sembra, pagina dopo pagine (d’altronde è anche il più lungo) immergersi in una atmosfera da “Delitto e Castigo”. Laddove la tensione scoppia quando entrambi utilizzano la modella Eiko, e Ogawa capisce a quel punto la superiorità di Aono. Da qui, tutto il tormento e le modalità di Ogawa per realizzare la morte di Aono, che seguiremo in tutti i suoi risvolti, anche imprevisti.

Per ultimo c’è il più tardo Un ciuffo di capelli (Hitofusa no kami - 房の髪 1926) dove ci trasferiamo a Yokohama (come fece anche Tanizaki) con l’azione che si svolge durante un evento molto significativo per i giapponesi: il terremoto del Kanto del 1923 (un sisma di magnitudine 7,9 che provocò quasi 150.000 vittime). Ma quello è solo il contesto, che l’attenzione di Tanizaki è sugli immigrati occidentali costretti a vivere in quella città (il resto del Giappone non era ancora aperto), spesso poco sopra la soglia della povertà. Non magari le signorine che usano il proprio corpo, come la protagonista Kalinka, una russa che tiene sul filo tre uomini. Dick il narratore è l’unico che si salva. Katinka ed i tre amanti sono a casa di lei quando scoppiano gli incendi a valle del terremoto. Lotte tra i tre, Dick colpito da un colpo di pistola, uno morto sotto le macerie ed il terzo che uccide Kalinka per non farla avere ad altri, e poi si uccide. A Dick rimarrà solo un ciuffo dei capelli rossi di Katinka.

Già ho parlato di molti dei temi criminosi che tocca Tanizaki, qui vorrei chiudere con poco altro. In molti di questi racconti c’è la vivida sensazione che l’autore ha letto, compreso ed amato molta letteratura occidentale (cenni a Poe ed epigoni polizieschi, con libri citati, anche se non capisco perché citati in inglese quando esistono anche in italiano, e poi passaggi verso Dostoevskij o Baudelaire). C’è una critica ai costumi artistici dei periodi nipponici denominati Meiji e Taishō (in pratica dal 1860 al 1920 circa), dove molti furono gli scandali sessuali con protagonisti scrittori.

Ma io, al solito, termino con un cenno geografico personale: soprattutto il primo racconto mi ha riportato a Tokyo. L’azione si svolge ad Asakusa, e spesso il protagonista si aggira intorno al grande tempio Sensoji nel distretto di Rokku. Un quartiere che agli inizi del secolo divenne la mecca della cultura popolare, e che ho sempre visitato con piacere nei miei tour giapponesi.

Yoshida Shuichi “Appartamento 401” Corriere euro 8,90

[A: 06/12/2022 – I: 28/02/2024 – T: 29/02/2024] - &&      

[tit. or.: パレード, Parēdo; ling. or.: giapponese; pagine: 229; anno 2002]

Yoshida Shuichi scrittore post-modernista giapponese, ha da sempre privilegiato un tipo di approccio trasversale alle sue scritture, tanto che risulta sempre difficile interpretare in modo unitario i suoi scritti. Cosa che non è detto sia un male, anche se poi, nei lanci dei suoi libri in giro per il mondo, spesso viene categorizzato laddove le categorie hanno poco senso.

Questo è il primo romanzo che gli ha dato gloria e lustro, sia per il romanzo in sé, sia per l’adattamento cinematografico che ne venne fatto alcuni anni dopo e che vinse il Premio della Critica al Festival di Berlino. Così che, relegato in una collana dedicata ai “neri giapponesi”, il mio giudizio ne risulta condizionato, una media pesata tra un quasi zero alla collana ed una sufficienza piena allo scritto ed alla scrittura, anche se non sempre l’autore riesce a coinvolgerci nella sua trama. Ne rimangono a tratti pezzi irrisolti, e situazioni che potevano essere portate a maggior chiarezza per il lettore.

Comunque, qui di mistero c’è poco o nulla, se non quanto potrebbe esserci nella vita di tutti i giorni di ognuno di noi. C’è un vicino di casa che accoglie strane persone nel suo appartamento, che forse è un bordello di lusso o forse tutt’altro. Ci sono donne che vengono ferite di notte, con più o meno violenza, potrebbe esserci un maniaco, o solo un ciclotimico disturbato. Niente che induca a paura, ad indagini o altre situazioni “noir”. Ma un racconto, uno spaccato di vita giapponese che illustra a buon titolo sia il modo locale di vivere, sia l’angoscia che i giovani nipponici non riescono ad esorcizzare.

Anche la forma è discreta, pur se riciclata da altri scritti in giro per il mondo. Abbiamo alcuni personaggi che narrano gli avvenimenti, in una sequenza temporale “a staffetta”. Inciso: guarda caso, un tipo di scrittura che ho incontrato poche letture fa, in un libro giallo italiano degli anni Trenta (“Il sette bello” di Varaldo). Personaggi che vivono in un condominio, ed in particolare nell’appartamento del titolo. Siamo nel quartiere di Setagaya a Tokyo, quartiere che confina con Meguro (famosa per il viale dei ciliegi) e Shibuya (quella del parco Yoyogi e di Harajuku noto per la sua moda eccentrica).

In un libro molto giapponese (e quindi a volte di difficile fruizione per chi sia abituato alle scritture anglo-americane imperanti) vediamo i quattro inquilini narrare la vita che scorre. E mentre ognuno parla, scopriamo una “zona cieca” in ognuno di loro. Per i pochi non adusi alla psicologia ricordo che mi riferisco alla “zona cieca di Johary”, uno schema psicologico che divide il nostro esistere in quattro quadranti: quello che gli altri sanno di me (area pubblica), quello che io so di me (area privata), quello che gli altri sanno e io non so (area cieca) e quello che non sappiamo né io né gli altri (area ignota).

Inizia a narrare Ryosuke, studente di 21 anni, poco riuscito negli studi e cameriere part-time; ha sempre l’angoscia di deludere i suoi genitori; è quello che ci introduce nella dinamica della casa, dove vivono i quattro. Due maschi (lui e Naoki) e due femmine (Mirai e Kotomi) nelle loro stanze da letto. Poi c’è il salotto dove si converge per stare insieme (e magari vedere la tv sempre accesa) e la cucina (di solito poco usata in Giappone, dove spesso si va a prendere qualcosa fuori da mangiare). Ryo nella parte privata ci dice di essersi innamorato della “donna di un amico suo”, relazione che tende a portare avanti con difficoltà, restando comunque “quello affidabile, quello che aiuta gli altri”, anche se non risolve i problemi. Soprattutto quello che cerca di smuovere la passività di Kotomi.

Kotomi ha invece 23 anni, aveva un discreto lavoro a Sapporo, ma si innamora di un compagno di gioventù, che segue a Tokyo. Lui diventa attore di serie tv, e lei resta tutto il giorno in casa a guardarlo in tv ed aspettare che lui le telefoni. È l’angelo del focolare, senza di cui la casa sarebbe un porcile invivibile. Rimarrà incinta del suo amore, e si dibatte se tenere o lasciare. È anche l’unica attenta a quanto succede intorno (l’altro appartamento, le strade di notte).

Lei lascia la parola a Mirai, 24 anni, disegnatrice e gestore di un negozio, ma soprattutto completamente dedita all’alcool, che in genere la porta ad ubriacarsi nei locali LGBT della capitale. Il suo lato privato è una cassetta che contiene tantissime scene di stupro riprese da tutti i maggiori film internazionali. Il suo lato alcolico, poi, la porta poi a condurre in casa Satoru, un giovane prostituto di 18 anni, che viene usato dall’autore come elemento per scardinare la quiete della casa.

Che vediamo Satoru entrare ed uscire, farsi di coca, farsi rimorchiare da uomini e donne, entrare in appartamenti non suoi (ma non da ladro, piuttosto da voyeur), e mettere in crisi la casa. Risveglia i sentimenti “da studente” di Ryo, si accompagna spesso a Koto, riuscendo a farla uscire dai suoi gusci, cancella parte della cassetta di Mirai, e farà comprendere la vera natura del sé di Naoki.

È lui, Naoki, 28 anni, atletico, salutista, dipendente di una casa di produzione cinematografica, a chiuderci il cerchio. Lui aveva iniziato l’avventura della casa andandoci a vivere con la sua fidanzata del tempo, Misaki. Lei, stanca delle liti con Naoki, aveva portato Mirai. Lui per bilanciare l’atmosfera, aveva introdotto Ryo. E quando Misaki se ne va, Mirai porta nella casa la sua amica Koto. A lui spetta di chiudere il cerchio, lui sarà quello della sua zona che vorrebbe cieca, ma che tutti sanno. Ma che anche tutti resteranno fermi solo a guardare: la grande incomunicabilità giapponese non consente a nessuno di fare un passo dentro l’intimità altrui.

La capacità di Shuichi è, laddove avvengono pochi fatti (nei cui particolari non entro, che servono all’economia del libro e che vi invito a leggere), ha un ritmo di scrittura che tiene alta l’attenzione. Per la descrizione di questi giovani (che all’epoca avevano una decina di anni meno di Shuichi e che quindi lui conosceva bene) tutti con i propri problemi, e tutti con il problema comune della totale incomunicabilità, tipica della cultura asiatica. Sono tutti esternamente felici, ma … (cosa siano, quali siano tutti i loto demoni ve lo lascio scoprire).

Come spesso in altre letture (Murakami docet) c’è anche molto spazio per il lettore, visto che l’autore spesso accenna ma non delucida sino in fondo. Quello che delucida, e che per me è l’ultimo pezzo forte, è la città. Che leggendone sono di nuovo tornato alla Tokyo dello scorso anno, e mi ci sono di nuovo immerso, nella folla, nelle metropolitane, nei parchi. Beh, a me quella città piace ancora.

Yoshida Shuichi “L’uomo che voleva uccidermi” Repubblica Emozione Noir 21 euro 7,90

[A: 04/11/2019 – I: 23/03/2024 – T: 26/03/2024] - &&&      

[tit. or.: 悪人 Akunin; ling. or.: giapponese; pagine: 381; anno 2007]

Secondo libro letto del “trasversalista” Yoshida Shūichi che conferma questa vena che entra ed esce dai generi, un po’ noir un po’ inclassificabile, con un libro, scritto cinque anni dopo il primo che ho letto, che di sicuro migliora il mio gradimento verso l’autore.

Non migliora, invece, il mio rapporto con gli inventori dei titoli italiani. Che seppur quella del titolo è una frase che viene detta ad un certo punto del romanzo, il titolo originale è “Una persona malvagia”. Un titolo programmatico di quanto avviene nel romanzo, e che pone il lettore di fronte alla domanda cruciale: verità o ironia? Tra l’altro, come altri libri di Yoshida, il testo è stato anche trasposto in un film uscito nel 2010, film che mantiene, invece, il titolo originale.

Come dicevo, Yoshida usa una trama trasversale, che tocca una parte etichettabile come “gialla”, che si immerge in quello che potremmo definire “noir psicologico”, ma che è in definitiva un modo, pur complesso, di descriverci la società giapponese in uno degli aspetti suoi più cupi ed inquietanti: la solitudine. Presentata in molti aspetti, ma che ne costituisce il filo trainante.

Giallo perché c’è una persona che viene uccisa, e che per una buona metà del libro accumula indizi e possibilità su chi sia l’assassino. Diventando noir quando, entrando più a fondo nei personaggi, nella seconda parte vediamo ogni attore del dramma nella sua luce interna, nei suoi risvolti, nelle sue paure, nel suo inserimento (mai voluto sempre subito) nella società giapponese. Un male di vivere per ognuno, e per ognuno elementi (a volte non solo nipponici) che ne fanno emblema appunto del disagio. Disagio della solitudine e dell’incomunicabilità.

Curiosamente, nel mio immaginario di lettore, la prima parte sembra riprodurre, in ambito giapponese e con una scrittura un po’ rarefatta, un libro scritto da Colin Dexter, senza avere la presenza, ribaltante, di un ispettore Morse. Yoshida ci narra di strade, di paesaggi urbani e montani, di persone che aspettano, di gente che si muove in giro, che ha delle mire o forse delle aspettative. Quando capiamo di più dei personaggi, però, abbandoniamo del tutto Dexter e piombiamo in pieno nella cosmogonia quotidiana del Giappone.

Tra l’altro, un romanzo che si muove non solo lontano da Tokyo, ma anche dalle grandi città. Certo Nagasaki non è lontana, ed anche Fukuoka viene attraversata dai nostri. Ma sono le prefetture di Saga e la città di Kurume che fanno da padroni, riportandoci ad una vita quotidiana fatta di piccoli gesti, di prossimità che non diventano mai conoscenze, della ricerca di trovare una nuova vita, o di cercare, in quella che viviamo, delle nicchie in cui nascondersi. Non a caso il termine che viene alla mente, potente, in tutta la narrazione è “hikikomori”, neologismo giapponese che indica una persona che cerca di isolarsi, attraverso la scelta di comunicare solo attraverso freddi sistemi informatici.

Vediamo così primeggiare nella prima parte Yoshino, una donna che Yoshida non cerca mai di farci diventare simpatica. Figlia di un barbiere, accetta il primo lavoro che le viene offerto per andare via di casa. Un lavoro che non le consente il tenore di vita che vorrebbe, per cui si inserisce in un sito di incontri online, diventando, in tutto e per tutto, una escort di media grandezza. Nel sito incontra Yuichi, con il quale ha lunghi rapporti sessuali nei “love hotel” (un’istituzione giapponese che andrebbe studiata meglio). Ma Yoshino vuole anche sembrare altro. Così, incontrando in un bar il ricco e vanaglorioso Masuo, si inventa una storia con lui, soltanto per diventarne una stalker dura e pura.

Sarà Yoshino ad essere strangolata nel tenebroso passo montano di Mitsuse. Chi l’ha uccisa? Masuo? Yuichi? Uno dei suoi tanti clienti occasionali? Perché, poi, si trovava lì?

Anche nella seconda parte troviamo al centro una donna, Mitsuyo. Anche lei insoddisfatta, commessa in un negozio di abbigliamento. Anche lei sola, così che, sempre attraverso il sito online, incontra Yuichi. Il loro rapporto inizia burrascosamente, duramente. Mitsuyo cercava realmente qualcuno con cui uscire e non un incontro di solo sesso. Quando i due riescono a vincere le proprie paure ed a confessarsi le proprie realtà, inizia quella che potrebbe diventare una storia d’amore. Si trovano, e trovano una loro complementarità.

Incidentalmente, vediamo agire Masuo, fatuo, che cerca solo il proprio piacere, e si atteggia a “gallo del pollaio”, con quelle uscite forzate e fuori le righe che tutti gli perdonano, perché, in fondo, lui è ricco. Ma perché, trovato il corpo di Yoshino, fugge per due settimane? Cosa deve nascondere? Ed ha qualcosa da nascondere o è solo uno scriteriato giovane senza un briciolo di coscienza?

In tutto ciò, non dimentichiamo che fin dall’inizio incontriamo Yuichi, e, capitolo dopo capitolo, ne scopriamo la storia. Abbandonato dalla madre a cinque anni, viene cresciuto dai nonni. Non ha grosse aspirazioni nella vita, unico suo scopo è guidare la sua bellissima auto bianca (con alettone). Lavora con lo zio in un cantiere, ora si deve anche occupare del nonno che entra ed esce dall’ospedale. Per questo entra nel sito di appuntamenti. Per questo si attacca come una cozza a tutte le donne che escono con lui. Ma per poco. Rimane solo attaccato a Yoshino, prima, ed a Mitsuyo dopo.

Alla fine scopriamo che qualcuno ha caricato Yoshino per strada, per poi scaricarla brutalmente lì sul passo montano, dove qualcun altro l’ha incontrata, non casualmente, ma casualmente (o forse con malvagità?) l’ha uccisa. Scopriamo anche tutta la tenerezza dell’amore possibile tra Mitsuyo e Yuichi, che permea tutta l’ultima parte.

Dove Yoshida, presentatici tutti i personaggi e tutte le azioni, ci lascia appunto con la domanda cruciale: chi è veramente la persona malvagia?

Alla fine ne esce con le ossa rotte il Giappone e la sua società. Un mondo dall’impeccabile profilo lavorativo e produttivo, dove non c’è modo, non c’è nessuna speranza di avere rapporti umani sinceri. Così sono ben rappresentati sia l’impossibilità dei rapporti (Yoshino si inventa storie affascinanti sul suo rapporto con Masuo per non raccontare alle amiche che si incontra con Yuichi), sia la tristezza dell’ambiente lavorativo (dove nessuno sembra soddisfatto della propria vita). Con un gigante campanello d’allarme sull’incomunicabilità tra generazioni. I giovani, oscillanti tra modernità e tradizione, vivendo senza nessuno scatto mentale la propria alienazione e che, della tradizione sembra apprezzare solo il cibo, e gli anziani che non comprende i giovani, continuando a restare ancorata alla propria dignitosa tradizione, venendo travolta da tutto ciò che è nuovo.

C’è tutta la fragilità di questo mondo pronto a spezzarsi al primo soffio di vento, laddove ognuno sembra solo avere bisogno di una piccola attenzione. Emblematico e significativo il passo in cui il genitore di Yoshino si presenta davanti ad uno che aveva trattato male la figlia, non cercando altro che avere un segno di pentimento del cattivo comportamento tenuto.

Insomma, un libro non pienamente riuscito, troppi personaggi (che ho tagliato) ed una scrittura che solo nella seconda parte prende il via con scioltezza. Ma un libro duramente giapponese.

Un ultimo appunto, per gli stampatori del libro, perché lasciare l’evidente errore di testo laddove viene scritto: “Il mostro che ho incontraxto”? Non c’è nessuno capace di eliminare la “x”?

Visto che abbiamo parlato tanto di Giappone, rimaniamo sul suolo nipponico con una lunga serie di citazioni di una scrittrice di cui ho letto quasi tutto. Abbiamo ben tre romanzi da sezionare in frasi di Banana Yoshimoto.

Il primo è “High & Dry Primo Amore”:

“Non sapevo che quando ci si innamora di qualcuno si versano così tante lacrime, un po’ per la tristezza e un po’ per la felicità.” (25)

“Come tutti i maschi, una volta che bacio … finisco per pensare a cosa verrà dopo.” (36)

“In fondo credo che sia una mamma normale. Del tutto normale. Così tanto da sembrare speciale.” (37) [dedicato a tutte le mamme in questo giorno di festa per loro]

“Se questa è la vita, bisogna stare attenti a non sprecarne neanche un po’, in mezzo alla desolazione ed alla fretta.” (50)

“A questa distanza tu e la mamma mi sembrate ancora più belle che nella realtà.” (64)

“Quando si è direttamente coinvolti, è difficile accorgersi di qualcosa.” (70)

“Ho la sensazione che ci siano cose che a parlarne svaniscono, e altre che invece crescono. Quello che c’era tra noi apparteneva alla prima categoria.” (75)

“Il tempo passa… Lo si percepisce con estrema precisione quando si torna dopo tanto in un luogo rimasto uguale a com’era.” (87)

Il secondo è “Sly”:

“Al mondo ci sono un’infinità di cose che si capiscono solo se si provano sulla propria pelle.” (46)

“In un modo o nell’altro, le cose che creiamo parlano di noi con più precisione di ogni altra.” (58)

“A volte penso a quanto era bello guardare il mercato mangiando pancake egiziano e bevendo il tè con dentro le foglie di menta fresca.” (126)

Mentre il terzo mi coinvolge, nel titolo e nel testo. Parlo di “Un viaggio chiamato vita”:

“Un viaggio, per quanto terribile possa essere, nel ricordo si trasforma in qualcosa di meraviglioso.” (9)

“Penso che siano molte le persone che, studiando all’estero, sono ingrassate senza più riuscire a tornare come prima.” (16)

“Le cose sono più buone quando si bevono nel luogo da cui provengono … però il fatto che i sapori restino legati al corpo come ricordi ha dell’incredibile.” (23)

“[L’Italia] è un paese in cui niente va come deve andare, e si deve spesso cedere a qualche compromesso, ma è proprio questo che mi piace.” (41)

“Però è difficile che, indolente come sono, riesca … a concentrarmi su qualcosa e portarla avanti.” (44)

“La tavola [del pranzo, con i cibi] è come una tela dipinta che ci insegna che ‘oggi’ è una volta sola.” (93)

“I libri non servono a niente se poi si manca di spirito di osservazione.” (102)

“Sono certa che tutti hanno qualcosa … per la quale le altre persone pensano ‘per fortuna che ci sei’.” (116)

“Grazie di cuore per essere stato sempre gentile con me.” (171)

“Ogni giorno è un viaggio.” (179) [una verità assoluta].

Ma non è solo un festival giapponese da celebrare oggi, e neanche solo la Festa della Mamma (che io non ho più, ma che sempre manca). Ci sono tutti i compleanni di questo primo terzo di maggio, che sanno poiché li ho già omaggiati. A cui aggiungiamo l’odierno di Pietro, il mio amico fisico-scrittore-psicologo che sarà sempre un po’ più giovane di me.

Con alterno umore, poi, vi saluto che, se non succedono altri guasti, il resto del mese di maggio verrà passato altrove. Quindi vi saluto dandovi appuntamento alla Festa della Repubblica con un abbraccio.

domenica 5 maggio 2024

Romanzi eccellenti (meno uno) - 05 maggio 2024

Quattro buoni romanzi ed un quinto, quello che pensavo più ironico, il meno riuscito.

Sì, perché l’ultima prova di Recami con il ritorno dei “protagonisti della ringhiera” non mi ha convinto. Invece abbiamo due stranieri e due italiani che si stagliano “verso le alte vette”. C’è un romanzo iconico di Brautigan, c’è la fatica di Labatut intorno all’intelligenza artificiale. E per gli italiani, una riuscita prova (con qualche riserva) di Dario Ferrari ed un romanzo narrazione di Pier Vittorio Buffa, di cui leggerete per capirne i motivi della mia affezione.

Francesco Recami “Colpo grosso ai Frigoriferi Milanesi” Sellerio s.p. (Regalo di Emilio&Fako)

[A: 29/08/2023 – I: 12/09/2023 – T: 13/09/2023] && +    

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 321; anno: 2023]

Dopo aver fatto escursioni in altri possibili romanzi seriali, ecco che, seppur saltuariamente, Francesco Recami torna ai suoi personaggi di maggior successo, quelli della cosiddetta “Storie della Casa di Ringhiera”. Sono passati ben quattro anni dall’ultimo libro della serie, che, in un certo senso, sembrava quasi voler porre un termine a queste storie. Ma si sa, i personaggi sono tiranni, faticano a farsi lasciar andare. Fatica che si somma alle difficoltà di un autore a variare il copione su cui si sono inseriti.

È lo stesso Recami, infatti, che in un intervista confessa di aver avuto difficoltà nella scrittura di questo romanzo, prendendolo e lasciandolo, ingarbugliandolo e cercando di semplificarlo. Alla fine esce un romanzo con alcuni spunti, alcuni rimandi ed un tentativo di meta-testualità interessante ma non sempre ben congeniato.

La trama è semplice nella sua complessità: un gruppo di persone eterogeneo decide di effettuare una rapina in una struttura denominata “Frigoriferi Milanesi”, che non è altro che una vecchia “Fabbrica del Ghiaccio”, riconvertitesi in una struttura complessa comprendente anche dei sotterranei blindati, suddivisi in grandi caveaux, come cassette di sicurezza giganti. Il capo della banda di cui sopra, e di cui parleremo, è convinto, a torto o ragione, che in uno di questi depositi siano conservati oro ed altri oggetti preziosi che, in un romanzo precedente, una piacente signorina tedesca dovrebbe avergli rubato.

Vediamo fin dall’inizio che la banda ha visto e ben compreso la lezione del serial spagnolo “La casa di carta”, così che ognuno ha un suo soprannome: il Solista non può che essere il capo delle operazioni, con ai lati Piero che si dedica ai mezzi di trasporto, Faccia d’Angelo per lo sviluppo e l’utilizzo di apparecchiature elettroniche, nonché Renè che, in quanto più giovane, è preposto all’operazioni movimentate. A supporto, abbiamo la Mata Hari del gruppo, la signora Miciona, che si dedica alla ricerca di informazioni attraverso tutti i mezzi, leciti o illeciti, abbiamo la signorina Piccerella, che deve sfruttare le sue abilità di trasformismo, e la signorina Mantide, che, come dice il nome stesso, sarà la seduttrice del gruppo.

Dopo un inizio spaesante, anche se abbiamo qualche sospetto, il nostro gruppo di finti banditi, si rivela per quello che è. Nell’ordine di cui sopra, abbiamo i vari inquilini della casa di ringhiera: il centro dell’azione focalizzato su Amedei Consonni, con l’anziano ma sempre pronto alla guida Luis De Angelis, il giovane dedito all’azione Antonio, l’informatico che si era trasferito, l’anziana signorina Mattei-Ferri, l’amica e non solo di Amedeo, Angela Mattioli, con a corredo la figlia. Abbiamo anche dei caratteristi che entrano nel coro generale pur non essendo in primo piano nell’azione. Servono a dare tocchi di colore alla vita milanese, come gli Scemaghi, la famiglia devota a comportamenti altamente salutari, o come le amiche romagnole, giovani, scapestrate e sempre pronte al riso.

Non è particolarmente utile, per i nostri fini, seguire le modalità che i nostri attuano per reperire le informazioni necessarie per entrare nei caveaux, né serve sapere se troveranno quello che cercano, se la tedescona Yutta c’entra o meno, se i cinesi del pian terreno daranno una mano. E tanti altri punti interrogativi, che potete deliziarvi andandoli a leggere.

Dato che quello che interessa a Recami, e che serve a portare avanti la trama, è la trovata, che esce fuori dopo i tre quarti del testo. I vari personaggi della trama non sono sempre in primo piano, ed allora, con una trovata pirandelliana alla “sei personaggi”, ne seguiamo l’uscita di scena, quando appunto non sono in primo piano, ed il loro parcheggiarsi in uno spazio sospeso, che l’autore battezza “Nonmondo”. Da quel punto in poi la trama in un certo qual modo, decade, entra ed esce dalla sua realtà fittizia, a dimostrare che Recami non riusciva a far procedere congruentemente una trama lineare, e si è inventato una trovata diagonale sia per portare a compimento il testo sia per cercare di tenere il lettore sulla pagina.

Purtroppo un tentativo che non dà molto respiro, ed ha l’unico risultato di rendere l’ultimo quarto del libro una serie di sequenze che non aiutano molto a ristabilire l’ironicità di fondo dei testi di Recami. L’autore vorrebbe coinvolgerci nelle sue riflessioni sul tempo che avanza, sugli spazi che cambiano, sulla vita e sulla sua assenza. Ma noi si preferiva lo scanzonato mondo di Consonni, come era nei primi tempi, anche se, magari, con qualche risvolto positivo in più nei rapporti interpersonali.

Due appunti per finire. Una riguarda la sempre più trasversalità delle opere di scrittura. Giulia Mattioli, la figlia di Angela, dovendo andare ad un concerto degli Immortal, una band metal norvegese, si traveste da Lisabeth Salander, quella della trilogia di Larsson. L’altra l’aggancio sempre presente e gradito alla realtà milanese, che la fabbrica citata, si chiama “Magazzini Refrigeranti e del Ghiaccio Artificiale Gondrand Mangili” un luogo presente vicino a Porta Vittoria, realizzato in una stupenda palazzina liberty di fine ‘800.

Speriamo che Recami riesca a tornare sui solchi della sua migliore fantasia.

Benjamin Labatut “Maniac” Adelphi euro 20

[A: 25/12/2023 – I: 03/03/2024 – T: 06/03/2024] - &&& +

[tit. or.: The MANIAC; ling. or.: inglese; pagine: 361; anno 2023]

Benjamin Labatut è uno scrittore cileno con doppia nazionalità (olandese) e questo libro l’ha scritto in inglese. È un “divulgatore epistemologico”, come ha mostrato il suo primo libro (“Quando smettemmo di capire il mondo”), e che qui si ingegna in un’operazione anche più complessa, ma che, fin dall’inizio, tende a dimostrare un assunto ben preciso scolpito nella mente dell’autore: i guasti e le gioie dell’Intelligenza Artificiale.

L’idea dell’autore è di mostrare la sua tesi attraverso tre passi, non verso le nuvole (che tra l’altro nel film di Blasetti erano quattro), ma verso il delirio (come nel film ad episodi diretto nel ’68 da Roger Vadim, Louis Malle e Federico Fellini). O meglio attraverso la crisi.

Il primo è un passo breve, che illustra la crisi della fisica assediata dalla matematica. Il secondo è un lungo passo, che porta la crisi della matematica applicata, assediata da chi sa meglio fare i calcoli. L’ultimo è di nuovo un breve passo, che illustra la crisi della creatività assediata dall’intelligenza artificiale. E ad ogni passo, Labatut usa un uomo, eponimo del passo stesso.

Il primo passo, narrato in terza persona, si concentra su di una data: 25 settembre 1933. Il grande matematico e fisico Paul Ehrenfest entra nell’ospedale che ha in cura il figlio down, gli spara e si uccide. Motivo? Certo la follia, ma una lucida follia. Ehrenfest aveva compreso che i nuovi sviluppi della fisica stavano portando all’introduzione di elementi irrazionali incontrollabili. Vedeva la matematica entrare nelle descrizioni dei fenomeni, con quel suo essere esattamente aliena, ingestibile. Questa per lui fatale consapevolezza, unita alla depressione che lo stava avvolgendo (non ultimi i timori per la sempre più veloce crescita del nazismo) portano il fisico al gesto che apre il libro.

Il secondo e lungo passo è la storia complessa della vita e delle opere di una delle menti più geniali della storia: John von Neumann. Come afferma il suo amico Eugene Wigner: “A questo mondo ci sono due tipi di persone: von Neumann e gli altri”. Questo passo complesso è narrato da Labatut attraverso una lunga serie di piccoli contributi inventati, pur basati su elementi reali, dove, attraverso le testimonianze di persone vicine al genio, ne risulta la pittura in movimento di tutta la sua vita, dall’infanzia alla morte. Voci che tracciano la sua personalità, l’abisso di angoscia cui faceva piombare le persone a lui vicine che non riuscivano mai a sentirsi alla sua altezza, ma anche una freddezza visionaria eppur coerente (vedere le dure frasi che pronunciò per convincere i generali americani sul punto di maggior impatto per far deflagrare la bomba atomica).

Il nostro genio alieno nasce in Ungheria come János Lajos Neumann, da una famiglia elevata al rango aristocratico nel 1913, così da aggiungere il “prefisso” von. È di un’intelligenza anni luce avanti ai suoi coetanei, ma che rimase sempre diretta verso le scienze (la moglie Klara affermerà: “Quell’uomo non sapeva neanche allacciarsi le scarpe”).

Così, nella prima parte vediamo l’infanzia sino al trasferimento in America ed al cambio del nome in John. Attraverso le parole dell’amico Wigner (futuro premio Nobel), della madre, del fratello, della prima moglie. Tutto teso, oltre all’aspetto privato, alla ricerca di poter fondare la matematica su di una base coerente di assiomi, tentativo fatto naufragare dagli inarrivati teoremi dell’incompletezza di Kurt Gödel.

Nella seconda parte viene preso in esame tutto il contributo di von Neumann al Progetto Manhattan sulla costruzione della bomba atomica, sino agli sviluppi post-bellici di architetture informatiche per la costruzione di una macchina computazionale. Quella appunto sviluppata che porta Nicholas Metropolis a costruire MANIAC (acronimo per Mathematical Analyzer, Numerical Integrator, and Computer).

L’ultima parte dei testi su von Neumann sono dedicate da un lato al duro confronto con il matematico italo-norvegese Nils Aall Barricelli sulla vita artificiale, dall’altro agli ultimi anni, dolentemente descritti dalla seconda moglie Klara (che tra l’altro fu la prima a scrivere un programma per MANIAC), attraverso l’improvviso insorgere e degenerare di un tumore al pancreas.

Quello che emerge, a parte le indubbie ed aliene qualità di Jancsi, è il tentativo, lungo tutta una vita, di portare avanti una computazione che potesse alleviare l’uomo da calcoli ripetitivi, ma che fosse, ad un certo punto, di stimolo per l’uomo stesso. Anche se, nella sua perfezione, non aveva compreso un elemento che Turing amava sottolineare: l’importanza della casualità nella costruzione di macchine intelligenti.

Un assist che permette a Labatut di arrivare all’ultimo capitolo, tutto devoto all’IA. E tutto incentrato su un genio sud-coreano e sulla sfida tra lui e AlphaGo. Perché a partire dagli anni Cinquanta, dal sasso lanciato da von Neumann, i calcolatori e l’intelligenza artificiale faranno passi da gigante. Tanto che nel 1997 DeepBlue, un calcolatore costruito per questo solo scopo dall’IBM, batte il più grande campione di scacchi dell'epoca, Garry Kasparov.

Ma qui si passa ad un gioco ancora più complesso e quasi artistico: il go. Ed al suo campione indiscusso negli anni Dieci di questo secolo, il sud-coreano Lee Se-dol. Nel marzo 2016, Lee affronta AlphaGo, un calcolatore appositamente creato per giocare a Go. La potenza di calcolo ormai raggiunge livelli inarrivabili, ed AlphaGo può costruire le sue partite su milioni di milioni di esempi. È facile predire che sarà lui a vincere la sfida per 4 a 1, ma è importante soffermarsi proprio su quell’1. L’unica vittoria di Lee è dovuta ad una mossa “fuori schema”, ricordata negli annali del go come “mossa 78”. Tanto imprevista che il calcolatore non riesce ad interpretarla, i suoi programmi vanno quasi in tilt, inducendolo in mosse insensate che portano Lee alla vittoria.

È il trionfo della casualità predicata da Turing. Ma da quel punto in poi gli sviluppatori dell’IA cominceranno ad ipotizzare costruzioni impreviste che potranno portare l’IA verso i salti logici propri dell’intelligenza umana.

È un’opera di finzione che l’autore costruisce attraverso brandelli di realtà, veri o presunti. Uno scritto che tenta di delineare la figura di una “macchina pensante” (che per fortuna non lo è ancora), ma che per diventare quello che ora è qualcosa di simile a ChatGPT, è dovuta passare per un momento creativo, di forte tensione, durante gli anni Quaranta, che ha portato due risultati diversi ed opposti: l’intelligenza artificiale e la bomba atomica.

Un libro che, pur nella complessità della sua costruzione, fa riflettere il lettore, facendogli fare un giro completo della mente per ritornare al punto di partenza di Ehrenfest: arriviamo al punto di dare nuove leggi al cosmo e non poterle tradurre attraverso delle formule. Un buon libro, anche se in alcune parti (alcune delle testimonianze reali-fittizie della vita di von Neumann) non riesce pienamente nel suo intento.

Richard Brautigan “La pesca alla trota in America” Corriere Americana euro 8,90

[A: 10/01/2024 – I: 08/03/2024 – T: 10/03/2024] - &&&

[tit. or.: Trout Fishing in America; ling. or.: inglese; pagine: 142; anno 1967]

Un libro? Un romanzo? Una poesia? Questo è un volo della mente nel cuore duro di un’America che vota (ora) Trump vista, descritta, irrisa da chi non andrà mai a votare. E seppur geniale e irriverente, raggiunge molti scopi, si legge in un sospiro, muove qualcosa nella testa (e non è poco), ma alla fine si squaglia al sole. È stato bello leggerti, cara Pesca alla trota, ma il tuo mondo (il mio mondo) è stato sconfitto e la risata non è riuscita a seppellire nessuno.

Brautigan è stato il classico esempio della controcultura americana, sul lato scrittura, come altri lo furono in altri campi. Dopo una dura infanzia e giovinezza, segnata da alcool, schizofrenia, elettroshock per episodio paranoici, poco dopo i vent’anni partendo dalla natia Tacoma (sul Pacifico verso il Canada) si ritrova nella brulicante San Francisco della fine degli anni Cinquanta. Lavoretti salutari, vita al limite, scrittura di poesie per sbarcare il lunario. Poi nel ’61, durante un campeggio nel poco lontano Idaho, scrive di getto questo “testo”, che chiamerò testo d’ora in poi, essendo ogni altra definizione poco calzante.

Un testo che era già allora difficile da assimilare, che per anni nessuno vuole pubblicare, fino a che un piccolo editore, nel 1967, la “Four Season Foundation” di Donald Allen, uno dei primi guru della controcultura, decide di tentare la sorte. Ne vende 29.000 copie, quando del libro si accorge una casa specializzata in comics e gialli, la Delacorte, che ne compra i diritti. E vende in poco tempo 2 milioni di copie, perché era il libro che catturava lo spirito della beat generation, quella che ascoltava Bob Dylan e Janis Joplin, che teneva Philip K. Dick sul comodino, mentre ascoltava Ginsberg e Ferlinghetti.

Fu il successo, ma per Brautigan fu, da allora, la scoperta di essere uno sfigato di successo. Non riuscì più a produrre testi così ben accolti, anche se alcuni libri hanno avuto una buona riuscita. Non entro in tutte le vicende di Brautigan che ne volevo solo delineare le prime fasi, per poi dispiacermi con voi che a poco a poco la fama scema, lui torna agli episodi schizoidi dell’infanzia, e nel settembre del 1984 si spara un colpo di pistola alla testa.

Ma cos’è questo testo: un insieme di episodi, brevi racconti, fotogrammi narrativi, sperimentazioni stilistiche, storie stralunate di amori finiti male, di amari incontri, d’improvvise allegrie e malinconici congedi. Piccole storie quotidiane che ruotano intorno a quel luogo immaginario che è un ruscello in cui guizzano, o almeno dovrebbero, le trote, e che a volte è una pozza d’acqua rafferma, una discarica o una casupola di legno, diventando un torrente montano smontato a pezzi, venduto nel Deposito Demolizioni di Cleveland. Un’ironia senza freni come quando descrive l'acquisto di un paio di scarpe e la possibilità di avere in omaggio un paio di calzini. Un’ironia che rovescia i canoni della vita cosiddetta normale.

Pesca alla trota in America non è solo il titolo di questo testo, è il testo stesso, a volte è un personaggio incarnato dal nome Pesca alla trota in America, qualche volta è semplicemente un'attività, poi è un ricettario e allo stesso tempo un commensale di Maria Callas, un cadavere o una frase capace di farti finire per direttissima nell'ufficio del preside, un’entità che diventa un oracolo, il vestito di Jack lo squartatore, un alberghetto, uno stato mentale, un barbone alcolizzato. Un disordine globale, perché è impossibile trovare l'ordine nella vita, dove l’ordine non c'è. Dove, alla fine, non c’è niente per cui valga la pena affannarsi, è sempre meglio sorridere e andare a pescare!

Difficile quindi parlarne da esterni. Ma entriamo nel mondo di Brautigan con alcuni punti che esemplificano la sua forza e la sua follia.

Nella prima edizione (e nelle migliori seguenti), non c’è titolo né autore. Il testo si presenta con una fotografia che ritrae Brautigan (un gran pezzo d’uomo alto quasi due metri) in piedi con tanto di cappello, panciotto e jeans, davanti alla statua di Benjamin Franklin in Washington Square a San Francisco, con accanto l'amica Michaela Le Grand. In questo modo, sottolinea nell’introduzione, tutte le persone che ogni giorno si ritrovano sotto quella statua, si ritroveranno allo stesso tempo davanti al suo libro.

Mi permetto poi di citare un breve brano, come anche altri hanno fatto.

Titolo: “Omaggio di una mezza domenica a un Leonardo da Vinci intero”.

“In questa strana giornata d’inverno nella piovosa San Francisco, Leonardo da Vinci mi è apparso in visione. La mia donna è fuori a sgobbare, lavora anche la domenica, non ha neanche un giorno libero. È uscita di casa stamattina alle otto per andare al lavoro all’angolo tra Powell e California. Io me ne sono stato seduto qui come un rospo su un tronco a sognare Leonardo da Vinci.

Ho sognato che era un dipendente della South Bend – Attrezzature da pesca, ma, naturalmente, indossava abiti diversi, parlava con un accento diverso e aveva avuto un’infanzia diversa, magari una tipica infanzia americana in una città come Lordsburg, in New Mexico, o Winchester, in Virginia.

L’ho visto mentre inventava una nuova esca rotante per la pesca alla trota in America. L’ho visto prima lavorare d’immaginazione e poi col metallo, i colori e gli ami, provando prima una cosa e poi l’altra, prima aggiungendo un po’ di movimento, poi togliendolo e quindi tornando a mettercene dell’altro, ma stavolta diverso, finché alla fine l’esca era bella e inventata.

Allora aveva chiamato i superiori. Appena quelli vedevano l’esca, cadevano a terra svenuti. Solo, in piedi in mezzo a quei corpi stesi a terra, Leonardo teneva in mano l’esca e decideva di darle un nome. La chiamava “L’ultima cena”. Poi si dava da fare per rinvenire i suoi capi.

Nel giro di pochi mesi quell’esca per la pesca alla trota divenne la sensazione del Ventesimo secolo, sorpassando di gran lunga imprese superficiali come Hiroshima o il Mahatma Gandhi. In America si vendettero milioni di “Ultime Cene”. Perfino il Vaticano ne ordinò diecimila e lì non avevano neanche una trota.

La gente faceva a gara per fare pubblicità all’esca. trentaquattro ex presidenti degli Stati Uniti dissero tutti: ‘Con “L’ultima cena” ho battuto il mio record’.”

E poi la fine. In un breve paragrafo Brautigan afferma “Per esprimere un bisogno umano, ho sempre desiderato scrivere un libro che finisse con la parola maionese”. L’ultimo capitolo è una breve finta lettera della madre che termina con il seguente postscriptum: “PS: Mi dispiace di essermi scordata di darvi la maionese”.

Geniale!

Dario Ferrari “La ricreazione è finita” Sellerio s.p. (Regalo di Alessandra)

[A: 25/12/2023 – I: 05/04/2024 – T: 07/04/2024] &&&& ---    

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 466; anno: 2023]

Se ne era sentito parlare in giro da diversi amici, ed allora si è chiesto di averne un regalo l’ultimo Natale. Ed ora, in quel di Pasqua si è letto, con discreto piacere ed interesse.

Ferrari è di vena toscana tendente alla spiaggia, di sicuro studioso con dottorato in quel di Pisa, dove di certo conosce l’ottimo Malvaldi, da cui deriva, ma interpretandoli, alcuni modi di porre il testo. Come di sicuro la genesi interna del libro non può aver prescisso da Pisa sia come luogo di studio che come luogo di lotta.

È una scrittura piacevole la sua, anche se il testo è complesso, ed in un certo senso è come se avesse riunito due romanzi in uno (o forse anche più di due). Con una grande lente vediamo da un lato, la parte personale con il percorso di vita del protagonista, Marcello Gori. Dall’altra, la parte politica con il diverso percorso di Tito Sella, compendiato in una elaborazione testuale, e biografica, del fittizio pisano che si condensa in un lungo capitolo di centocinquanta pagine che poteva avere la dignità di una libro a sé.

Ma se poi scendiamo più vicino al testo, ne vediamo uscire altri, che si snodano attraverso i due filoni su esposti. C’è il romanzo universitario, imperniato nel mondo accademico e di cui Ferrari fa un dipinto realistico e impietoso. C’è il romanzo di formazione, dove vediamo evolversi la vita di Marcello avvinta come un’edera a quella di Tito. C’è il romanzo nel romanzo, quello che meno mi ha convinto, dove Marcello scrive a modo suo il romanzo perduto di Tito. C’è infine il romanzo giallo, perché c’è anche un piccol mistero, che Marcello scopre e ci rivelerà nel lungo e personale finale.

L’inizio è folgorante e coinvolgente. Ferrari ci narra in prima persona le vicende personali di Marcello, inconcludente trentenne, che aspetta che le decisioni vengano prese al posto suo, che non sa cosa fare dopo una dignitosa tesi su Kafka, non volendo subentrare al padre nella gestione del bar di famiglia. Quasi senza scopo, Marcello partecipa ad un concorso per ricercatori imbandito dal barone di Italianistica, il professor Sacripanti. Ed in maniera rocambolesca, vince uno dei due posti. A valle del quale il prof lo convince a dedicarsi ad una tesi su di un autore di nicchia, l’ex-terrorista Tito Sella, morto in carcere dopo una condanna all’ergastolo per banda armata e morti varie, ed autore di alcuni testi marginale eppur interessanti. Oltre ad un’autobiografia scomparsa, intitolata “La Fantasima” (crasi improbabile tra fantasia e fantasma).

Tutta questa parte è spesso ironica con spunti arguti sul mondo claustrofobico ed impermeabile all’esterno delle accademie universitarie. Magistrale è il concione di Carlo, lo sfortunato dottorando amico di Marcello, sull’uso delle note a piè di pagina dei testi accademici. Folgorante è il giudizio sulla boria dei suddetti accademici (come fa dire a Marcello: “Gente che scuote la testa incredula nel constatare che il loro ‘La metrica nella poesia vernacolare italiana tra Ottocento e Novecento’ ha venduto meno dell’ultimo Strega”).

Saltando un romanzo, c’è poi quello che meno mi ha convinto. Marcello per la sua ricerca si trasferisce a Parigi entrando in contatto con i fuoriusciti della “dottrina Mitterand”, e li scrive e ci ripropone per intero la finta ma reale biografia di Tito. Ne esce fuori una visione un po’ goliardica del terrorismo italiano, dove magari c’è anche del vero in quelle discussione nei centri periferici lontano dalle grandi città. Una storia che forse viene da un idea laterale dell’autore, e che serve certo ad illustrare alcuni passaggi del progredire nella vita di Marcello, ma forse è troppo lunga ed irrisolta. Ho apprezzato alcuni tipicizzazioni di estremismi immaturi (con alcune punte che ho rivisto in discussioni sentite ai tempi). Ma soprattutto mi ha fatto venire in mente una trasfigurazione, in alcune scelte di Tito, alcune posizioni, soprattutto morali di Adriano Sofri, che sempre di quelle parti era.

La parentesi parigina comunque permette a Marcello di risolvere il giallo appena velato che si presenta durante tutto il romanzo. Una soluzione forse un po’ scontata, almeno così l’ho vista io, ma che chiude questo tipo di romanzo in poche e sentite battute.

Rimane quello citato per secondo, che in effetti permea come una vena irrorante buon sangue, tutto il testo. La formazione di Marcello, dall’agnosticismo ed il poco impegno mentale, attraverso le vicende della vita che lo costringono a ragionare, ed al confronto con Tito, quasi fosse un suo alter-ego lontano, fino alle prese di posizioni, all’affermazione del sé come essere agente e non come essere subente.

Un buon percorso che, alla fine, chiude un buon romanzo, pieno di spunti e di ipotesi future. Non di altre avventure di Marcello, non se ne sente il bisogno. Ma di riflettere sulle sue cose, sulla frase cardine che riporto sotto, e su tante cose che degli anni di piombo ci hanno lasciato come pesante strascico.

In fondo se tutti ci domandiamo se e come è possibile cambiare le cose, la risposta di Marcello, per gradi ci porta alla riflessione di Dario. Non è certo subendo, lasciandosi vivere che si incide. Ma non è neanche con delle ipotetiche fughe in una realtà che nessuno ora condivide. Forse, appunto, è proprio l’inconcludenza di Marcello quando si trasforma, obbligata dalla vita, ad essere attiva, a consentire di trovare uno spiraglio di futuro. Facendomi venire sempre in mente quella massima di Gesualdi, allievo di don Milani, che predicava “sobrietà!”.

È comunque un romanzo colto, pieno non solo di spunti, ma anche di citazioni letterarie e non solo. Ho trovato solidarietà nella sparata della giovane ricercatrice che si scaglia contro Gadda, autore degno e particolarissimo, che, personalmente, mi ha sempre dato fastidio leggere.

Sarà che sono per citazioni più leggere, come quella che vede Marcello apostrofare la sua fidanzata storica Letizia come “Goldilocks”. Ora qui aprire una bella parentesi. Primo, caro Dario, perché non chiamarla italianamente (tanto avremmo capito ugualmente) “Riccioli d’oro”?

Secondo, e più seriamente, in effetti Letizia è quasi un punto di riferimento solido per la costruzione di Ferrari. Infatti, ricordo ai meno adusi alle favole inglesi, che in “Riccioli d’oro ed i tre orsi” si narrano le vicende di una bimba impertinente alle prese con tre orsi. Ma non mi interessa la fiaba, bensì la morale, a valle della regola del tre (un orso scarso, un orso eccessivo, un orso giusto), cioè l’idea che la via da seguire sta nel trovare un'esatta via di mezzo tra gli opposti. Una regola di vita fondamentale.

C’è anche una punta morale anche negli atteggiamenti conclusivi di Marcello, una volta che, bagnatosi alla fonte di Tito, rivede i suoi sogni nel confronto con il reale, quasi a volerci dire, infine, che i sogni sono una prerogativa solo di chi se li può permettere.

Comunque, alla fine, un sentito grazie a Ferrari, alla sua scrittura, ed alla smossa che dà ai nostri poveri neuroni.

“È l’oppressore che arma la mano dell’oppresso.” (131)

“Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane (da Calvino).” (455)

Pier Vittorio Buffa “La casa dell’uva fragola” Piemme s.p. (Regalo di Emilio&Fako)

[A: 12/09/2023 – I: 24/09/2023 – T: 26/04/2024] &&& e ½   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 285; anno: 2023]

Come in altre trame, devo cominciare con confessare anche qui qualche difficoltà nell’affrontare lo scritto di un autore nonché giornalista con cui ho passato cinque intensi anni di vita in un contatto continuo. Per poi continuare saltabeccando qua e là, e ritrovarsi, onusti d’età e d’esperienze, in questo canuto tramonto.

Per cui con qualche timore ho affrontato la prosa di Pier Vittorio, pur conoscendone le doti giornalistiche, pur avendo interessanti documentazioni da lui preparate sulla Seconda Guerra Mondiale, e quindi conoscendone in buon grado le doti descrittive. Ma quando si legge di persone vicine, c’è sempre la paura che l’amicizia contrasti il giudizio sereno. Buono o cattivo quando serve, ma di sicuro sempre guidato dalla testa, dal cuore e dalla pancia.

Per cui, torniamo subito al libro, galeotto come tutti, anche se questo non parla (o non parla solo) d’amore tra persone, ma parla d’amore per i luoghi, d’amore per la propria storia e per la propria appartenenza. Amore che ben si sviluppa, parlando d’altro, quasi come si fosse in tribuna a seguire uno spettacolo giù nell’arena.

Ed è proprio con l’occhio da giornalista di cronaca che Pier Vittorio si cimenta con la storia di una casa e con le persone ad essa legate. Ovvio, e noi lo sappiamo anche se poco influisce sulla lettura, che la casa è quella che Pier Vittorio ha frequentato tutte le estati della sua giovinezza (e forse anche qualcosa in più). Ma la casa dell’uva fragola è la storia di persone che vi hanno vissuto, che hanno portato avanti la vita, e tutto il loro essere, lungo il corso di lunghi e non facili anni.

La storia si spande dall’inizio della prima all’inizio della Seconda guerra mondiale. Ma, come ci avverte l’autore, è una storia che poi si espande prima e dopo, coinvolgendo tanti generazioni di cabiagliesi e non solo. Che la casa si trova, ora, in quella che fu ribattezzato durante il fascismo con il nome di Castello Cabiaglio, e di quella casa seguiamo la storia attraverso le persone che lì hanno vissuto (o che da lì sono transitate nella loro vita).

Con il suo collaudato piglio di giornalista di cronaca, Pier Vittorio ci prende per mano, ci fa fare vie laterali, conducendoci insieme al postino Isidoro per le vie di Cabiaglio, fino ad arrivare lì, alla casa che nel 1915 è guidata con piglio fermo da Ezechiella. Attraverso di lei conosciamo la storia dei Zanzi, dei De Maria, dei Porrani, dei Buffa. Percorriamo senza accorgercene le strade del tempo che dall’Ottocento ci hanno portato lì, e che da lì ripartiranno per quel pezzo del Novecento triste e dolente.

Ci vengono presentati i personaggi, lì dove il tocco dello scrittore ci fa intuire come la componente femminile sia l’asse portante del gruppo familiare in quell’interno. Che è ovvio rimanga ben impressa alla mente la figura di Ezechiella, ma anche quella di Pia, di Lina, di Cencia. Intorno si aggirano anche i maschi. Il patrono della casa, Giovanni De Maria, il primo figlio Ernesto che rimarrà sui campi di guerra. La figura, discreta, ma intensamente forte, di Agostino, che non si smonta per aver perso una gamba in guerra, continuando per tutta la vita ad essere soldato, dentro e fuori, a trasmettere questa rettitudine a tutti i suoi discendenti, insieme all’amore per i cavalli. Non dico altro ma ricordo con piacere una giornata a Piazza di Siena.

Come sottolinea lo stesso autore in ex ergo, sono le donne quelle a cui lui presta attenzione. E sono quelle che a me rimangono impresse. Lina per la sua scelta di puro amore che sarà coronata dal successo familiare tanto da diventare una colonna portante dell’asse generale delle famiglie. E la Cencia, che all’inizio seguiamo giovane e inesperta, ma che matura grandemente e con una coscienza sociale, che l’autore accenna, ma che noi, conoscendo la Storia, sappiamo rappresentare quell’asse sotteso che riuscì a portare l’Italia fuori dalla guerra e dal fascismo (almeno negli anni Quaranta; per l’oggi lascerei sospeso il giudizio).

Ripeto, sono contento di aver fatto questo viaggio nel tempo con la complessa famiglia Buffa. E ritrovo, nella scrittura di Pier Vittorio, immutato negli anni, l’ardore civile e civico che lo ha sempre contraddistinto.

Infine, avendo iniziato con ricordi personali, con questi anche finisco. Che la famiglia Buffa, una sola volta, passò le vacanze al mare, quando la Lina porto i figli a Varazze. Cosa che mi ha toccato il cuore che io, benché “romano de Roma”, ho una punta di sangue ligure, dovuto alla mia carissima nonna materna, Paola Bianca dei Marchesi Torriglia di Varazze.

Iniziamo allora questo maggio ricordando le complessivamente buone letture del mese di febbraio. Con tre letture al top: il capitolo finale della scrittura di Cormac McCarthy, e due libri datati ma molto interessanti. Un giallo di Alessandro Varallo ed una prova dello scorso secolo di Haruki Murakami. E con tutte le altre letture di sicuro buon livello, tanto che nessuna si posiziona sotto i due libri di gradimento, la soglia minima per risultare in ogni caso una lettura gradevole.

 

#

Autore

Titolo

Editore

Euro

J

1

Alan Bradley

Il Natale di Flavia de Luce

Repubblica Brivido Noir

8,90

2,5

2

Annamaria Fassio

Desaparecidos

Mondadori

6,90

3

3

Lisa Taddeo

Tre donne

Corriere Americana

8,90

3,5

4

Edogawa Ranpo

La strana storia dell’isola Panorama

Capolavori Giapponesi

8,90

3

5

Pieter Aspe

Il caso Dreyse

Repubblica Emozione Noir

7,90

3

6

Cormac McCarthy

Stella Maris

Einaudi

s.p.

4

7

Giovanni Cocco & Amneris Magella

La sposa nel lago

Marsilio

10

2,5

8

Anders Roslund & Borge Hellstrom

Tre secondi

Corriere Profondo Nero

7,90

3

9

Isabel Allende

Eva Luna

Repubblica Latino-americana

9,90

3

10

Simona Tanzini

Conosci l’estate?

Sellerio

14

3,5

11

Alessandro Robecchi

Pesci piccoli

Sellerio

16

2,5

12

Christian Jacq

La regina d’oro

tre60

s.p.

2

13

Alessandro Varaldo

Il sette bello

Mondadori

5,90

4

14

Martin Caparros

Tutto per la patria

Repubblica Brivido Noir

8,90

2

15

Haruki Murakami

La ragazza dello Sputnik

Corriere

8,90

4

16

Giancarlo De Cataldo

Io sono il castigo

Repubblica Noir

8,90

3

17

Yoshida Shuichi

Appartamento 401

Corriere

8,90

2

Parliamo di romanzi, ed allora come non citarne un meta libro, “La libreria del buon romanzo” di Laurence Cossé. Dove mi piace riportarvi due considerazioni sul rapporto a due: “Dio sa quanto amo le donne, quanto le ho amate e quanto alcune abbiano desiderato rimanere con me … Quel che sono in grado di offrire io non è abbastanza reale perché una donna possa immaginare di farne qualcosa … ho sempre proposto più instabilità che sicurezza … La vita in comune e tutto ciò che ne consegue è una via che non sono in grado di percorrere … da parte mia non è una scelta, è una incapacità … so troppo bene che darei una delusione a che si fida di me” (117). E “Ora so come fare la corte a qualcuno che non crede più in sé stesso, so che bisogna essere pazienti e fiduciosi nonostante tutto, e che la cosa può durare un pezzo” (401).

Passati problemini, e rimasti doloretti, non possiamo tacere l’ottima vacanza trascorsa i giorni passati a Barcellona, dove si mancava da anni e che ho trovato di una gradevolezza assoluta. Non solo per le belle cose da vedere, e ce ne sono, ma proprio per la città stessa, il suo modo di vivere e il meraviglioso giardino della libreria “La Central”. Dovete andarci o tornarci, ne vale sempre la pena. Per questo fortemente vi abbraccio.