domenica 20 ottobre 2024

Tove e le altre - 20 ottobre 2024

Benché ci sia un ottimo scritto di Chiara Valerio, un romanzo che a me è piaciuto pur con qualche riserva, ed il buon secondo romanzo di Francesc Giannone, questa è una settimana dedicata ad una scrittrice sconosciuta ai più (tra cui io prima di leggerne). Tove Ditlevsen, danese, dalla vita complicata assai, che, forte di un suggerimento derivato dalle pagine culturali del New York Times, ho trovato inaspettatamente negli scaffali italiani. Così, con una cinquantina d’anni di ritardo sugli avvenimenti, mi sono immerso nell’ottima lettura della sua “Trilogia di Copenaghen”. Da leggere.

Chiara Valerio “Chi dice e chi tace” Sellerio euro 15 (in realtà, scontato a 14,25 euro)

[A: 19/03/2024 – I: 19/03/2024 – T: 21/03/2024] &&&&  

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 276; anno: 2024]

Conoscevo fino ad ora solo la matematica Valerio, la divulgatrice Valerio, la polemista Valerio. Ora ho fatto un altro salto e conosco la scrittrice Valerio, e devo dire che Chiara in questa prova mi ha convinto assai. Una scrittura scorrevole, che ti coinvolge nell’atmosfera del romanzo, e soprattutto, ti tiene lì, nella cittadina di Scauri, tra le case, il (poco) verde ed i lidi spiaggiosi del Tirreno.

Di certo, non è un viaggio facile quello che facciamo con lei, per la materia del testo, ma anche, personalmente, per lo stacco temporale, visto che la storia è tutta negli anni ’80 (anzi, nel 1989 ad essere precisi) e molte cose narrate non solo sono legate a quei tempi, ma interpretano il modo di essere e di vivere di quel tempo, dove non a caso, ora, trentacinque anni dopo, alcune vicende sembrano “irreali”. Bisogna fare un piccolo salto all’indietro, oppure far finta che il tempo non esista, ed immaginare tutto nel qui ed ora.

Un altro punto di sicuro favore al testo è invece la visione al femminile della vita, che donne sono le attrici del romanzo, e donna è la voce narrante. Già lo scrissi in trame non sospette, quando si entra nell’intimo, nel personale, la voce diretta è l’unica che ha un senso. Troppe volte ho letto di romanzi femmino-centriche scritti da personaggi maschili che non riescono, mai, a farci partecipi del diverso modo di affrontare la vita. Non dico certo di aver compreso tutto, ma la scrittura di Chiara è “chiara”, la puoi condividere e/o capire, ma mostra quello che sente. E con quello dobbiamo fare i conti.

La storia è narrata da Lea, avvocato di provincia, con due giovani figlie, Silvia e Giulia, nonché un marito, cui vuole bene da sempre. Dai tempi universitari, dai tempi delle lotte (in fondo nel presente del racconto, sono passati solo vent’anni dal ’68), lei e Luigi sempre a sinistra. Anche se, chiuse le storie del Partito Comunista, rimangono poche lotte locali e sociali da portare avanti. Luigi, laureato in fisica, ora professore di liceo, presenza nel passato, nel presente e nel futuro di Lea, ma non da maschio opprimente e possessivo. Si sono anche sposati in chiesa, quando a Scauri è arrivato un bel prete d’assalto, don Michele, anche lui sempre a portare avanti progetti per i giovani, per il bene sociale.

Vivono la vita di Scauri, con tutte le piccole e grandi cose di una vita di provincia. Con le amicizie, i piccoli dissapori, il bar (dove Lea ha il suo tavolo personale), le spiagge, anzi, i lidi. Tutta una rete di esistenza, che comprende anche due belle persone. La più che sessantenne Vittoria e Mara, la sua giovane (almeno vent’anni di meno) amante/convivente/nipote/altro, con una catena di questi interrogativi presenti nel retro della mente, ma senza crearvi solchi insormontabili.

Il via alla vicenda viene dato dalla morte per annegamento nella vasca da bagno di casa di Vittoria. Lei che era una provetta nuotatrice, lei che lavorava in farmacia, ma che non si tirava indietro nello studiare e nel proporre medicherie vegetali, lei che aveva tanti animali in casa (cani, gatti, uccellini, un pavone, ed anche altro). Lei che giocava a carte nel bar degli scauresi duri e puri, una campionessa di briscola e tresette, che non disdegnava a volte né il poker (dove una partita segnò un punto forte della sua esistenza), né il bridge.

Vittoria si era installata a Scauri vent’anni prima, con Mara, in una casa rifugio. Lea ne era stata sempre colpita, per il modo diretto di porsi, per la schiettezza delle affermazioni, per i coinvolgimenti, su tutti i piani, espliciti ed impliciti, che riserva un amicizia, ed una frequentazione, seppur lasca. E Lea si pone domande. Perché è morta? Come è morta? È tutto chiaro o ci sono ombre? E Lea comincia ad indagare. Certo non è un noir, ma è un’indagine psicologica che ci porta (quasi) in un versante femminile dei romanzi duri di Simenon.

Così Lea “scopre” che Vittoria era (ancora) sposata con l’avvocato Pontecorvo, che Mara, prima, faceva la vita, che Vittoria aveva in giardino un busto di Canova. Molto ne scopre attraverso il testamento, a lei indirizzato, che, al fine, la conduce a Roma, nel cosiddetto “quartiere dei fiumi” (lei che viene dal mare), tra Piazza Fiume, via Po, via Tagliamento, per incontrare tale Rebecca, l’unica che, alla fine, squarcerà qualche velo della vita di Vittoria.

Che era affascinante, generosa, anticonformista, seducente, intelligente, omosessuale, ma che, tra l’altro, a Lea era a pelle piaciuta, e forse anche in modo reciproco, a Vittoria piaceva qualcosa di Lea. Affondando nel mondo dell’amica anche Lea capisce quanto di Vittoria le fosse entrato nella testa e non solo.

Chiara ha riempito il libro di tante cose, fiori, piante, animali, l’agenzia funebre Paradiso, il caffè “Lo Scoglio”, la spiaggia dei Sassolini, le spese del sabato, Silvia e Giulia che giocano con Barbie, tanta vita e tanto Scauri (che non conosco come Formia o Gaeta, ma immagino). E tanto spirito femminile, sia nell’occhio con cui si guarda il mondo, sia con tutta la sessualità, espressa ed inespressa, nei rapporti personali. Come ovviamente dice il titolo.

Tutto con un grande rispetto dell’altro, tutto con un’etica sottesa che forse abbiamo perso. Tutto alla ricerca della propria identità. Dove, purtroppo, non riusciremo mai a capire l’altro se non nella misura in cui l’altro si palesa a noi.

Una bella lettura.

“Era un uomo distratto. Non riavvicinava mai le sedie al tavolo, non chiudeva i cassetti.” (116)

Francesca Giannone “Domani, domani” Nord euro 19 (in realtà scontato a 17,85 euro)

[A: 03/07/2024 – I: 29/07/2024 – T: 30/07/2024] &&& ---   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 380; anno: 2024]

Sull’onda del buon primo libro di Francesca Giannone, ho deciso di seguire l’onda di mercato e di leggere il suo secondo libro, dopo poco la sua uscita. Non ha la forza del primo, ci sono delle cadute di tensione, ma nel complesso è ancora un buon libro, che ci fa intravedere una storia familiare, come ce ne sono tante in Italia, immersa anch’essa nella storia del nostro paese.

Questa volta siamo in Puglia, in un paese indicato con il nome di Araglie, ma che, scavando nella storia e nelle connessioni del testo, potrebbe ben essere Gallipoli. Lì, unendo la coltivazione delle olive con il suo sottoprodotto (la sansa) si cominciano a produrre saponi artigianali. Ed è un imprenditore locale, Renato Rizzo, che apre un saponificio ed ha un discreto successo. Come in molte situazioni familiari, però, l’unico figlio di Renato, Giuseppe, ha poca testa per il sapone, anche se, alla morte del padre, deve prendere in mano la produzione.

Più attaccati, sia al nonno che al sapone, sono i due figli di Giuseppe, Lorenzo e Agnese. E sono loro che seguiamo nel lungo percorso centrale del testo. Lorenzo, impulsivo e creativo, sarebbe ora un addetto al marketing dell’azienda, mentre Agnese, dotata di un olfatto superbo, è quella che si dedica alla produzione ed alla ricerca di nuove strade per il cosiddetto “sapone duro”. Agnese è tutta dedita al sapone, mentre Lorenzo ha anche una storia forte con Angela, la bella del paese.

La crisi arriva quando Giuseppe, non resistendo più in un lavoro che ha minato la sua salute anche mentale, decide di vendere l’azienda, per dedicarsi al suo sogno: progettare barche. Una decisione che mette in crisi tutto l’impianto familiare. Lorenzo non accetta e non accetterà mai la decisione paterna, andando via sia dall’azienda che da Araglie. Si rifugia a Lecce, da uno zio mercante d’arte, dove troverà spazio per il suo estro creativo. Ma dove, venendo a contatto con il mondo dei soldi, intravede una possibilità di riscatto: lasciare Angela, sposare la figlia di un nobile leccese, e con quei soldi, ricomprare l’azienda di famiglia.

Agnese, invece, rimane ai saponi, che quella è e sarà sempre la sua vita. E lì ad Araglie incontrerà un bravo marinaio ligure, Giorgio, che viene da Savona, e che sta cercando di mettere da parte soldi per aprire una piccola azienda marinara in quel di Savona, per sostenere la madre vedova ed i fratelli piccoli. Un amore che vediamo nascere e crescere a poco a poco, e che porterà Agnese ad un bivio: seguire il suo cuore o il suo cervello?

I due fratelli, pur incontrandosi nuovamente, non riusciranno a conciliare le loro esigenze. E nel finale, che si colloca vent’anni dopo l’ultimo capitolo vedremo dove le loro scelte li avranno portati.

Ci sono due elementi che reggono bene l’ossatura del romanzo. Da un lato le figure femminili. Agnese in prima linea, con la caparbietà di chi, avendo un dono ed un sogno, cercherà i modi di realizzarlo, e di tenere in piedi il cuore e la testa. Ma anche Salvatora, la madre, che sosterrà sempre, nel bene e nel male, l’amato Giuseppe, anche quando le scelte del marito sembrano rovinare la pace familiare. Poi c’è Teresa, l’amica del cuore di Agnese, che con caparbietà decide di laurearsi in legge, nonostante lo scarso aiuto economico, e diverrà un avvocato a sostegno delle cause del poveri. Ma anche, al fine, Angela, la bella che Lorenzo abbandona, e che troverà un suo spazio, piccolo se vogliamo, ma caparbio, nel mondo della moda.

L’altro elemento è lo spaccato italiano di un dopoguerra avanzato, alle soglie e poi dentro il boom economico degli anni Sessanta. Quello della televisione, delle autostrade, delle automobili, degli elettrodomestici, ma anche del cinema, della carta stampata e delle arti. Di quell’iniziale benessere che sembrava poter portare tutti ad un livello di vita decente e lontana dalle rovine post-belliche. Ma era anche un epoca di conflitti, con il potere democristiano che incominciava ad incrinarsi ed a puntellarsi verso una destra mai sopita. Un epoca di conflitti sindacali (vedi “Morti di Reggio Emilia” del 7 luglio ’60). Perché le piccole storie artigianali e familiari non possono mai essere scisse dal contesto generale, che le influenza e le determina.

Il messaggio forte che mi viene dalle pagine riguarda poi il detto ed il non detto. Molte incomprensioni, tra i personaggi ma anche nella nostra vita, derivano proprio dalle omissioni nei discorsi, dal non dire, dal non chiedere. Una delle mie maestre cui devo tanto mi ha insegnato una piccola realtà che sempre porto con me: se vuoi qualcosa, chiedi. Qualunque sia la risposta, è sempre meglio affrontarla che rimanere nel limbo del dubbio.

Infine, un piccolo accenno ad una situazione di intreccio interessante. Giorgio, l’amore di Agnese, viene da Savona. Agnese è sempre e sempre sarà legata al sapone. Ebbene, Savona ha il nome che la collega all’oggetto. Non a caso è nell’area savoiarda, dopo si parla di “savon”. Inoltre, secondo una leggenda locale, è proprio a Savona che nel II secolo d.C., la moglie di un pescatore, facendo bollire fortuitamente olio d’oliva e lisciva di soda, ottiene per la prima volta il sapone.

Un collegamento che, un domani forse, farà capire la circolarità del romanzo stesso.

Tove Ditlevsen “Infanzia” Fazi editore euro 15 (in realtà, scontato a 14,25 euro)

[A: 24/07/2024 – I: 10/08/2024 – T: 11/08/2024] - &&&&

[tit. or.: Barndom; ling. or.: danese; pagine: 123; anno 1967]

Nella ricerca di nuovi stimoli verso pubblicazioni recenti, ho trovato, al posto 71 della lista dei 100 libri interessanti negli anni 2000, pubblicata dal NYT, l’indicazione di una a me sconosciuta “Trilogia di Copenaghen”, scritta da un’autrice altrettanto ignota, Tove Ditlevsen. Casualmente, aggirandomi per librerie, l’ho invece subito trovata, acquistata, ed ora ne leggo il primo capitolo, intitolato “Infanzia”.

Tove Ditlevsen ha una scrittura facile da seguire, anche se questo primo capitolo, pubblicato in patria nel 1967, solo molti anni dopo viene tradotto in inglese, e solo due anni fa ne abbiamo la prima versione italiana, dovuta alla benemerita “Fazi editore” ed alla penna di Alessandro Storti. Dispiace questo iato temporale, ma la lettura è stata molto interessante e proficua.

Un libro bello e pieno di dolore, che rimanda crudamente al Paul Nizan di “Aden Arabia” e a quell’incipit immortale: "Avevo vent'anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita". Solo che qui dobbiamo arretrare di molti anni, che Tove ci narra della sua infanzia, dai primi ricordi familiari (intorno ai quattro-cinque anni) fino alla fine della scolarità consentita ad una figlia del popolo (direi verso i quattordici).

Seguiamo così la tormentata vita di Tove, figlia di un operaio che perde il lavoro a causa delle sue simpatia socialdemocratiche e di una madre con cui, per tutto questo primo libro, instaura un rapporto conflittuale descritto con una crudezza e bellezza estrema.

Intanto, Tove si domanda e ci domanda, ma l’infanzia è un bel periodo? È un periodo felice? E subito ci fa capire che il suo non lo è mai stato. Molto devota al padre, che fin da piccola le ha instillato il piacere dei libri e delle parole, aprendola alla lettura di testi che normalmente non vengono porti ai fanciulli, avrà verso di lui una crisi profonda di rigetto, quando, seguendo la mentalità dell’epoca, il padre le dice che “solamente gli uomini possono scrivere”. Le donne sono destinate a leggere ed a fare le faccende di casa.

Facciamo un piccolo passo indietro, per cercare un contesto del narrato. Tove nasce a Vesterbro, uno dei quartieri operai di Copenaghen, nel 1917. Per cui questa sua infanzia trascorre tutta negli anni Venti della Danimarca, dove si alternano venti di crescita e partecipazione, con momenti di piccola repressione. Solo per tutti gli anni Trenta, grazie al governo illuminato di Thorvald Stauning, il paese raggiungerà un discreto grado di benessere, che sarà interrotto brutalmente nel ’40 dall’occupazione nazista.

Ma torniamo alla famiglia Ditlevsen. Detto del padre, che per tutta quest’infanzia passerà da un lavoro all’altro senza più riuscire ad avere un impiego fisso, c’è il fratello Edvin, di quattro anni più grande. Un punto di riferimento, all’inizio, per Tove, ma Edvin ha le sue idee, vuole allontanarsi dalle ristrettezze familiari, e compiuti i 18 anni, va a vivere da solo, lasciando sola anche la nostra Tove.

Poi, ovviamente, c’è la madre. Una persona enigmatica, molto ciclotimica, che Tove ama e che cerca di compiacere in tutti i modi, ma da cui non avrà mai un ritorno d’affetto. È straziante il modo in cui descrive i piccoli sotterfugi attraverso cui cerca di essere amata, e le grandi cadute, che la madre mai affatto dimostra. Tove fa la fila per comprare il pane, cerca di risparmiare sulle spese familiari, si comporta bene a scuola (anche se questo non le costa fatica), ma la madre ha un unico momento di affetto quando Tove, causa difterite, sarà ricoverata per tre mesi in ospedale.

Viviamo con Tove questi dieci anni dolenti, che lei ci descrive e ci fa vivere dalla sua ottica infantile, ma piena della consapevolezza di una cinquantenne che scrive le sue memorie. Vediamo gli eventi, i luoghi, le persone di questa realtà operaia, piena di ubriaconi, prostitute, molestatori vari. Ma anche di piccole amicizie, come quella della spensierata Ruth. E Tove si domanda se forse è meglio vivere non facendosi domande, ma lasciandosi trasportare dal tempo.

Cosa che lei non riesce a fare, cosa che deve imparare a mascherare. Per non essere emarginata da questo ambiente di piccole realtà, prova anche a fingersi scema, a far battute cretine con le amiche, a sotto esprimersi, cioè a frenare le sue riflessioni, a nasconderle.

Così che l’unico modo che ha di sfogo è provare a volgere in poesia (cosa che troviamo in qualche esempio durante le pur scarse pagine). Ma non avrà nessuno che la sostiene. Del padre abbiamo detto, il fratello le troverà ridicole, a Ruth è meglio non farle leggere. Meglio tenersi tutto dentro. Per anni ed anni.

Ora invece Tove ne scrive, e riesce a scriverne realmente con gli occhi della bambina che era, dei sogni che aveva, della mancanza di amicizie reali, di una madre che le faceva pensare (e molti bambini lo hanno fatto) di essere stata adottata. Escono parole dure, in Tove, in questi primi anni di coscienza, non c’è speranza presente, forse solo nelle piccole cose che si porterà appresso. E che intanto cadono nel fondo della memoria, descritta con una poetica immagine (la biblioteca della mente).

La scrittura di Tove è scarna ma si sente che ogni frase non solo è pensata, ma meditata, rigirata e che riesce poi ad uscire sulla carta solo quando la sua musica si fa armonia. Seppur in così breve spazio, comunque, lei riesce a darci un quadro completo e complesso della realtà di vita di una bambina che cresce in un ambiente di estrema povertà, con una sensibilità che la fanno da subito sentire aliena in casa.

Ho quindi in programma di dedicarmi quanto prima anche alla lettura degli altri volumi della sua trilogia.

“Quasi tutti gli adulti sostengono di avere avuto un’infanzia felice, e magari ne sono davvero convinti, ma io non credo. Secondo me, sono semplicemente riusciti a dimenticarla” (58)

“Il tempo passava, e l’infanzia diventava piatta, sottile, cartacea.” (79)

È normale che gli adulti abbiano ricordi di noi completamente diversi da quelli che abbiamo noi stessi.” (104)

Tove Ditlevsen “Gioventù” Fazi editore euro 15 (in realtà, scontato a 14,25 euro)

[A: 24/07/2024 – I: 17/08/2024 – T: 18/08/2024] - &&&&

[tit. or.: Ungdom; ling. or.: danese; pagine: 166; anno 1967]

Ed eccoci, come promesso, già al secondo libro della trilogia. Che mantiene una scrittura di una linearità entusiasmante. Scivola nel mondo, facendoci partecipe di quel che accade, senza pause, senza giudizi, solo sensazioni. Un libro che esce a ruota del precedente, come se Tove volesse festeggiare i suoi cinquant’anni con una narrazione che le riportasse momenti salienti della sua vita. Mi domando inoltre, perché non farne un testo unico, ma ci sarà un motivo.

Avevamo lasciato la nostra scrittrice al compiere dei quattordici anni, per lei elemento di confine dell’infanzia. Doveva lasciare la scuola, che da famiglia povera poco poteva essere speso di “superfluo”. Ed ecco che comincia la sua gioventù con il primo giorno di lavoro. Una narrazione di fine ironia dove narra come quel primo lavoro durò esattamente un giorno. Ma questo è solo il prologo che di lavoro e ricerca di autonomia è permeato tutto il libro.

C’è uno dei fili rossi che percorre il testo, ed è quello delle fallimentari esperienze lavorative che Tove colleziona lungo l’arco della sua giovinezza; donna delle pulizie, impiegata di second’ordine senza particolari mansioni, segretaria presso l’ufficio statale del grano (dove c’è un altro momento ironico nella descrizione del suo licenziamento) e assistente in uno studio legale. Ma sono tutti piccoli momenti tesi ad uno scopo primario ed uno secondario ma necessario.

La meta che spinge tutte le azioni di Tove è la voglia forte, il moto interiore irrinunciabile. Diventare scrittrice. Certo, il suo orizzonte sono le poesie, anche se poi nella vita scriverà anche altro. Il moto secondario è la ricerca di un appartamento in solitaria, lontano, finalmente dalla madre, fredda, respingente, che sembra sempre non vederla, anzi vede in lei solo quello che vorrebbe essere stata lei. E lontano da un padre inutile, che è servito solo a darle la spinta verso la lettura, ma che è un disoccupato cronico, senza altra occupazione che riposare sul divano e pontificare contro tutto e tutti.

Anche qui, il testo è costellato dalla ghirlanda di case che, una volta compiuti i diciotto anni, Tove riesce a vivere. La prima fredda come casa e come padrona di casa, una fervente nazista da cui Tove non vede l’ora di allontanarsi. E poi altre piccole stanze, magari con l’unica consolazione di una macchina da scrivere dove riversare la sua angoscia poetica.

Non va certo meglio con le amicizie. Lasciate quelle infantili (quelle che pensavano solo a farsi mettere incinta e sposarsi), si ritrova un’amica che la fa uscire dal guscio. Una Nina solare, che la porta in giro per locali e per balli, e che le fa conoscere gente. Dove vediamo anche i suoi ben strani rapporti con l’altro sesso. Senza nessun trasporto, con l’unico scopo, al momento, di perdere la verginità (cosa che avviene con pochi traumi e poche conseguenze). Ma non trova nei coetanei momenti di reali comunione.

Intenti ideali che, invece, trova nelle persone più mature. Nel vecchio redattore che muore prima di leggere le sue nuove poesie, nell’anziano signore che la incoraggia ma che anche lui sparisce. Attraverso fortuite circostanze innescate da Nina, riesce qui ad arrivare a Viggo, cinquantenne redattore di una rivista letteraria. Che pubblica la sua prima poesia.

Non solo, la incoraggia, la spinge, quasi ne diventa un pigmalione letterario, portandola, alfine, a convincere un editore nella pubblicazione di una raccolta di poesia. Un libro che si intitola “Anima di fanciulla” (“Pigesind” in danese), un libro che uscirà nel momento in cui Hitler invade la Polonia. Un momento forte, dove Tove ci fa vedere il cocktail di angoscia e di speranza che le fa venire il vedere nel settembre 1939 il suo nome sulla copertina di un libro.

Un libro bello e duro, che a me è piaciuto più del primo (ricordo che ebbi la stessa reazione con la Ferrante, dove apprezzai i libri in cui le amiche crescevano). Una scrittura in cui Tove si presenta nuda e cruda, in cui non si maschera, non vuole essere diversa, ed allo stesso tempo si espone al giudizio degli altri, senza averne paura. Un libro costellato da dolore, per le umiliazioni patite, per tutte le ingiustizie cui non riesce a porre rimedio, per tutta quella fatica che comporta vivere. Ma un libro in cui si sente quell’enorme determinazione di voler diventare una scrittrice, ed essere riconosciuta come tale.

Quella è la sua passione, il suo scopo vitale: non ama i lavori che è costretta a fare, non ama il fidanzato che usa solo per perdere la verginità, non si applica nel curare sé stessa, nel mangiare, nel bere. Tutto ridotto al minimo, che non ci sono soldi da sprecare. Tove vuole uscire da quel momento soffocante in cui ha mosso i primi passi, vuole la libertà. Ma non ha una guida, deve costruirsi da sola, e da sola non può che essere confusa, smarrita, incerta, insicura.

Tutto sommato, però, questi due primi libri sono pieni di una speranza, di quella scintilla che la fa andare avanti. E questo elemento mette in una luce non dico positiva, ma pragmaticamente ottimista tutti quei passaggi che possono sembrare tristi e cupi.

Per questo tra le frasi che mi sono rimaste in testa, vi consiglio di leggere attentamente la seconda. Tove è appena stata lasciata dal fidanzato che si allontana da lei, e che, comunque, lei non ha mai amato, ma solo usato. Tre righe che sono il compendio di un mondo.

“La giovinezza è provvisoria, fragile e incostante. È fatta per lasciarsela alle spalle, non ha altro scopo che questo.” (134)

“Ho sempre l’impressione di dover dire addio a tutti gli uomini e di dover stare lì a fissare la loro schiena che si allontana e sentire i loro passi che si perdono nel buio. Ed è raro che si girino a farmi un cenno di saluto.” (141)

Tove Ditlevsen “Dipendenza” Fazi editore euro 15 (in realtà, scontato a 14,25 euro)

[A: 24/07/2024 – I: 26/08/2024 – T: 27/08/2024] - &&&&

[tit. or.: Gift; ling. or.: danese; pagine: 177; anno 1971]

Con questo terzo volume si chiude la “Trilogia di Copenaghen” di Tove Ditlevsen. L’abbiamo seguita nei sogni dell’infanzia e poi nei tormenti e nelle speranze della giovinezza. Tutti momenti problematici, ma con tanti possibili spiragli di luce futura. Ora caliamo nella maturità dove si condenseranno tutti i punti negativi della scrittrice. Riuscirà a superarli?

Intanto, Tove gioca con il titolo, che in danese è bifronte. Infatti, “Gift” si può tradurre sia con veleno sia con sposat*. Forse il danese stabilisce un’improbabile equazione tra i due termini? Non sono certo un linguista che possa entrare in una così fine disputa, tuttavia il dubbio permane, ed a ragione.

Intanto questa cavalcata finale, scritta alcuni anni dopo le prime due, ci porta con Tove nelle sue scelte mature, e nella discesa verso il suo inferno. La seguiamo nei suoi matrimoni, che alla fine saranno quattro, nei suoi amori, nelle sue maternità, vere o rinunciate. Quello che notiamo sempre è la sua scrittura pulita. Con l’aiuto della sua mirabile traduzione, Alessandro Storti ci restituisce il mondo di Tove con l’immediatezza di chi sente parlare la scrittrice della sua vita, come se non ci fossero intermediazioni.

Proprio con il matrimoni con Viggo Frederik Møller, il suo mentore, comincia il nuovo libro. Viggo che ha trent’anni più di lei, e dove il matrimonio era quasi un debito di riconoscenza per chi aveva creduto in lei. Lei che però trova il suo mondo solo nella scrittura, dove, immergendosi nella pagina scritta, dimentica tutto quanto le sta intorno.

Ma nel ritorno alla vita non può che accorgersi della poca consistenza del suo rapporto con Viggo, cercando altrove quell’affetto che fin da piccola cercava nella madre, e non riusciva mai a trovare. Deve per forza tagliare questo rapporto pseudomaterno con Viggo, e lo fa con rapporti casuali, poi con l’illusione che Piet la possa aiutare.

Piet Hein è stato un eminente personaggi danese, che ne ha percorso quasi tutto il secolo, di fondo matematico ed inventore di giochi ludici. Ma anche un gran farfallone, che illude anche Tove, per poi lasciarla in balia di sé stessa. Fortuna, per un po’ che trova consolazione in Ebbe Munk, suo secondo marito. Per un po’ che fanno una figlia, ma poco che Ebbe si rivela un alcolista senza remissione, e che preferirà la bottiglia alla vita con Tove.

Lei che continua a scrivere, anche a pubblicare con discreta successo. Ma che si trova ad un bivio: una nuova maternità, indesiderata, cui vuol porre fine. Ritrovandosi così nella rete di un dottore psicopatico e abortista, Carl. Carl Ryberg è un medico, di un anno più giovane di Tove, ma con dei grossi problemi comportamentali. Per indurre l’aborto a Tove, dove ancora non erano in confidenza, le somministra una forte dose di petidina, un oppioide che determina velocemente un forte senso di dipendenza fisica e psichica.

Tove, nella sua autoanalisi spietata, ci porta nel turbine della sua discesa nella dipendenza da petidina, e poi, ovviamente, da altre sostanza. Carl è “spietato” in questo, tanto che per lui, lei divorzia da Ebbe. E per avere sempre le sue dosi, sposa Carl. È una disamina dolorosa, quella che lei ci fa dei suoi modi per trovare sempre nuove dosi del farmaco. Riducendosi ad una larva umana, pesando sino a trentacinque chili, ai limiti dell’anoressia.

Da questa discesa viene salvata da una lunga degenza ospedaliera che la disintossica, e dalle cure di un altro esponente della carta stampata, Victor Andreasen, che la aiuta a pubblicare libri, a divorziare definitivamente da Carl, a riprendere una vita (quasi) normale. Tanto che Tove finirà per sposare anche lui. Il libro termina con la speranza di un futuro più sereno, con Victor, anche se, come dice Tove stessa, ogni volta che passa davanti ad una farmacia sente dentro crollare qualcosa. Qualcosa, un demone, che cerca di esorcizzare.

Il libro finisce, ma noi sappiamo che la vita con Victor non sarà facile, anche se rimarranno sposati per quasi vent’anni. Tove continuerà ad entrare ed uscire da droghe e depressioni. Neanche l’ultimo doloroso divorzio da Victor sarà risolutivo, come Tove riuscirà a scrivere nel suo ultimo romanzo (“Vilhelms rome” uscito nel 1975, mai pubblicato in Italia). L’anno seguente, il 4 marzo, si toglie la vita con un’overdose di sonniferi.

Ma noi torniamo alla sua scrittura, al modo diretto, senza autocommiserazione, di descrivere la sua vita, ed in particolare, i mille sotterfugi per ottenere la petidina, e la mancanza di voglia di vivere aspettando di avere un’altra dose. Era una donna di (discreto) successo, ma anche lei, come Virginia Woolf, come Sylvia Plath, guarda il dolore in faccia e cerca il modo di annegarlo.

Non so se sia corretta descriverla come capostipite dell’autofiction (definita come l’incrocio tra una storia reale della vita dell'autore e una storia di fantasia che esplora un'esperienza vissuta dall'autore), visto che il termine verrà codificato solo nel ’77. E visto che esisteva forse da sempre. Certo, la sua è una scrittura che nel tempo darà vita ad Annie Ernaux o a Elena Ferrante. Ma Tove c’era già.

Alla fine la trilogia va letta senza interruzione, perché è un percorso logico continuo. Ed un percorso letterariamente elevato ed umanamente vissuto con tutto il dolore del mondo.

Assolutamente da leggere.

“Scrivo e basta, e magari sarà un testo valido, o magari no. Quel che conta è che quando scrivo mi sento felice, come sempre. Mi sento felice e dimentico ogni cosa intorno a me.” (12)

Il solito contrappasso che mi accompagna nelle ultime trame, mi porta, a valle di una trama al femminile, di dedicarvi un florilegio di citazioni di Francesco Piccolo, scrittore e sceneggiatore che non mi ha (quasi) mai deluso, tratte dal suo primo libro sulla felicità, “Momenti di trascurabile felicità”. Devo dire che le ultime tre citazioni sono riuscite a fotografarmi momenti personali molto meglio di quanto sarei riuscito a scriverne io.

“Ed è questo il punto cruciale della questione: perché mento? Che ragione c’è? Non c’è una ragione: mi piace” (26)

“Dal Don Chisciotte: si sprofondò tanto in quelle letture, che passava le notti dalla sera alla mattina e i giorni dalla mattina alla sera, sempre a leggere; e così, a forza di dormire poco e di leggere molto, gli si prosciugò il cervello …e si ficcò … nella testa che tutto quell’arsenale di sogni e di invenzioni lette nei libri fosse la verità pura” (46)

“E devo dirlo – con tutto il rispetto, devo dirlo: non mi ha mai entusiasmato Conrad” (49)

“Le cose belle sono quelle che finiscono” (67)

“Sono profondamente grato a tutti quelli che mi hanno tenuto e mi terranno la testa quando mi viene da vomitare” (71)

“La malinconia che rimane ai padroni di casa alla fine di una grande festa, quando restano ancora cinque minuti sul divano prima di andare a dormire” (82)

“Ogni volta che esco di casa, tiro la porta d’ingresso soprappensiero, andando via, e nell’ultimo millesimo di secondo, appena ho staccato la mano dalla maniglia e la porta sta per concludere la sua corsa verso la chiusura, mi viene in mente: ma le chiavi le ho prese? Allora mi volto di scatto e provo a fare in tempo a fermarla prima che sia troppo tardi, e … clack. È troppo tardi” (85)

“Quando prenoto al ristorante, lascio il nome di uno di quelli che verranno a cena con me … perché ho sempre la sensazione che i ristoratori possano perseguitare i clienti che non si sono presentati dopo aver prenotato” (93)

“Tutte le cose che bisogna fare, mi piace rimandarle, oppure averle già fatte” (108)

Abbiamo svoltato la metà di ottobre, e la settimana prossima ci aspetta di nuovo l’ora legale. Ma io mi fermo un attimo, al pensiero che ieri, mia madre avrebbe compiuto 100 anni. Un piccolo momento di tristezza, come quella di tutti coloro che non hanno più genitori, ma che rallegro con un abbraccio a tutti voi.

domenica 13 ottobre 2024

Racconti di montagna - 13 ottobre 2024

Questa settimana affrontiamo un’altra delle collane che storicamente riempiono parte della mia biblioteca. Parliamo di testi che ruotano intorno l tema della montagna. Anche se non sempre i testi possono collocarsi su arditi colli. Come nel caso di Giuseppe Catozzella (che non mi è piaciuto) o in quello di Franco Faggiani (che mi è piaciuto). Nel mezzo, i lavori interessanti, ma non sempre coinvolgenti, di Matteo Righetto e Silvia Petroni. In fondo, l’unico che mi ha avvicinato ai monti è il racconto della vita di Louis Oreiller raccontato attraverso le parole di Irene Borgna.

Giuseppe Catozzella “E tu splendi” Repubblica Montagna 11 euro 9,90

[A: 07/06/2021 – I: 05/06/2023 – T: 06/06/2023] && -

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 249; anno: 2018]

Non ho letto il pluripremiato libro di Catozzella (“Non dirmi che hai paura”), quindi mi posso basare solo su questa prova di scrittura, che, secondo l’autore, conclude la sua “Trilogia dell’altro”, dove oltre al sopra citato ed a questo viene incluso la sua seconda prova (“Il grande futuro”). Una trilogia che avrebbe l’intento di raccontare l’Altro (il Prossimo nella bella accezione di Adriano Sofri) attraverso tre momenti fondanti: il Viaggio, la Guerra, l’Approdo.

Avendo solo questo davanti non mi pronuncio se non per quanto leggo. Ed è una lettura che non mi ha granché soddisfatto.

Intanto, mi domando, e questa sarebbe una storia di montagna? Certo, Arigliana dovrebbe trovarsi inerpicata nell’appennino lucano. Ma qui il monte è a mala pena uno sfondo, una quinta dormiente, e poco entra nella storia, che si sviluppa per altre vie e per altri percorsi. Io l’avrei più onestamente inserita in una collana per ragazzi in formazione, anche se la crescita del protagonista avviene più a parole che con momenti di reale avanzamento cognitivo.

La seconda difficoltà è ascoltare la voce del narratore che si vorrebbe undicenne, ma che si esprime ad ampio raggio. Talvolta sgrammaticato (“a me mi hanno bocciato”), a volta con pensieri profondi sulla morte e sull’assenza (l’assenza-morte della madre, la fine serena di zi’ Salvatore). Insomma, tutto ben ordinato ma Pietro è un narratore senza età, e forse una terza persona sarebbe stata più adatta.

Come spesso nei romanzi che vedono protagonisti i bambini è un “romanzo di formazione”, anche se di formazione dall’infanzia all’adolescenza. Infatti, il protagonista, Pietro, ha undici anni, ed in quell’estate battezzata dal bel verso di Pasolini, farà un salto in avanti (dirà lui stesso che quell’estate sarà memorabile, e lo cambierà per il resto della vita).

Pietro è un lucano immigrato a Milano, dove viene trattato da “invasore” dai lombardi duri e puri. Un lucano con una sorella piccola, un padre un po’ assente, ma soprattutto, un bimbo che ha appena perso la madre. Motivo per cui, va male a scuola e quell’estate non può che tornare al paese natio, Arigliana, accudito dai nonni.

Lì comincia la sua estate speranzosa. Ritrova gli amici di sempre, cresciuti, ed ognuno verso una sua strada, talvolta diversa da quella che da bimbi vedevano insieme. Basta un piccolo sgarbo che nascono solchi di incomprensione. Pietro è anche alla ricerca di un segno da parte della madre, che se n’è andata (non scopriremo mai le cause della morte) senza dirgli addio, senza che lui riesca ad elaborare il suo lutto.

Il paese è povero, vessato dalle angherie del possidente, zi’ Rocco. Ma l’arrivo (non vi dico come e quando) di una decina di immigrati porta scompiglio. Gli uomini li prende zi’ Rocco come braccianti a bassissimo costo (così che presto, abbasserà la paga a tutti gli altri). Le donne vanno a servizio. Rimane il ragazzo, Josh, poco più grande di Pietro, che (ma da dove vengono questi qua?) legge l’inglese e sa suonare il piano.

Nonostante la diffidenza di molti, i nuovi sembrano poter portare linfa allo stanco paese. Josh è accettato come amico, gli uomini organizzano una possibile cooperativa agricola, tutto sembra poter cambiare. Se non che, ci si mette di mezzo zi’ Rocco, e tutto andrà in malora. Ma riusciranno, Pietro ed i suoi amici, a far accettare la diversa verità che hanno visto di persona? Riusciranno a rompere il muro di omertà paesana? È una domanda lecita, soprattutto per tutto il buonismo che Catozzella spande a piene mani dalla prima riga. Ma io ve lo lascio leggere.

Comunque, Pietro, alla fine, farà un parallelo fra lui al Nord e Josh ad Arigliana (anche non espresso). E troverà, non vi dico come, il modo di pacificarsi con la morte della madre.

Devo dire che ho trovato la scrittura da un lato troppo elementare, dall’altro troppo “avanti”, come dico sopra, se messa sulla bocca di un bimbo di undici anni. C’è tutto il buonismo del mondo in queste pagine, ma non c’è mai uno scatto di agnizione, di comprensione delle cose della vita. Ovvio, che è presto per un ragazzino, ma le sconfitte, compresa la morte, serena, di zi’ Salvatore, avrebbero potuto dar modo di far fare a Pietro un piccol scatto.

Comunque, ho ben appressato il passo, più volte ripetuto delle “Lettere luterane” di Pasolini, che vi riporto a commento finale: “I destinati a essere morti non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello”.

Matteo Righetto “La pelle dell’orso” Repubblica Montagna 10 euro 9,90

[A: 22/05/2021 – I: 15/07/2023 – T: 17/07/2023] && e ½   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 142; anno: 2013]

Cominciamo con parlare di una data: a pagina 113, viene posta una croce a segno di ricordo del morto ivi seppellito, recante la data 10/10/1963. Ovvio il rimando personale a quanto avvenne il giorno dopo, ma che io ne ho conosciuto qualcosa solo dopo sessant’anni. Ovvio il rimando collettivo al giorno prima, giorno dell’immenso disastro del Vajont, che avrà un riscontro anche nel libro di Matteo Righetto.

L’autore è qui alla sua terza uscita, dove i suoi precedenti libri sono da me pienamente ignorati, ed alla mia prima lettura. Dove l’autore, se da una parte potrebbe avere avuto in testa riferimenti illustri del rapporto tra l’umano e l’animale (pensiamo a “Moby Dick”, pensiamo a “Il vecchio e il mare”) dall’altro sviluppa tematiche personali sui rapporti con la natura, sui rapporti tra genitori e figli e tra adulti e ragazzi, in un mix non esaltante seppur di interesse.

La storia segue le vicende del piccolo Domenico, dodici anni, che vive tra i boschi delle Alpi venete, che va studiare in città, dove ha una maestra cui vuole molto bene e che continua a leggergli le bellissime storie di Tom Sawyer e degli altri amici di Mark Twain. Domenico ama i suoi boschi, ama la sua natura, e Matteo ce ne illustra attraverso gli occhi del ragazzo le bellezze ed i misteri: vaga per i boschi intorno al paese, passa ore al torrente a pescare e a sognare, mescolando con irridente facilità fantasia e realtà.

Ma il punto dolente di Domenico, e del testo, è il rapporto tra lui ed il padre Pietro, che non ha mai una parola buona per lui, che è spesso violento e cattivo. Pietro è un falegname con poco lavoro, che si era spostato in quelle Alpi al seguito dell’amata moglie, ma, per i paesani, rimane un forestiero, in particolare quando muore la moglie e rimangono solo lui e Domenico. L’unica cosa che continua a fare, ma anche ad aumentare, è l’abuso di superalcolici.

La svolta del romanzo avviene quando nella valle viene avvistato un orso. Non solo avvistato, ma anche un orso che assale, un orso cattivo, un “diavolo” agli occhi dei paesani. Pietro, con un colpo di coda di orgoglio, si butta nella mischia e scommette un milione che sarà lui ad uccidere l’orso cattivo. E per sovrappiù di angoscia, per il figlio, costringe proprio Domenico a venire con lui, ad aiutarlo nell’improba caccia all’animale.

Tuttavia, è proprio durante le camminate nei boschi, durante la ricerca delle tracce dell’orso, che viene fuori il “vero” Pietro, viene fuori l’amore per il figlio, viene fuori la sua anima non incattivita dai paesani maligni. Lo sentiamo in particolare quando cura le ferite del figlio, quando, in dialetto, gli dice: “Ti voglio bene, Menego”.

Epico sarà l’incontro con l’orso, in un paesaggio che si sta stravolgendo per la pioggia che non cessa di cadere. Con parole forti Matteo ci mette di fronte ad una realtà che non sembrava ci si dovesse aspettare. Muore l’orso, ma muore anche Pietro. Domenico, allora, capisce che ha una sola cosa da fare: essere lui, con un carretto, a portare l’orso a valle e rivendicare la scommessa del padre.

E qui il privato si incontra con il pubblico: c’è la frana, ci sono i morti, c’è il fango. Non c’è tempo per pensare all’orso, a Pietro, alla scommessa. Anche Domenico si rimbocca le maniche, aiuta tutti per quel che si può, e cerca nel suo intimo di paragonare i due mali: la cattiveria dell’orso e quella della natura. Con la seconda che non può nascondere l’insipienza dell’uomo che la sfrutta senza pietà, impoverendola e non riuscendo più, ora come sessant’anni fa, a gestirne le bizze estreme. E quindi, qual è il male maggiore?

Domenico, però, non rinuncia a rivendicare il suo, ed avrà un duro scambio con lo scommettitore che non si tira indietro di un millimetro nel carcare di far valere la sua “adultità”. Vedremo chi avrà la meglio, la forza o la correttezza.

Righetto ci mostra, attraverso Domenico, come la caccia non sia fine a sé stessa (ora saltiamo anche a Hemingway), ma un’occasione per crescere, per imparare a contare sulle proprie forze, e sulla forza dell’onestà

Benché al fine inserito in una collana di montagna, e benché ci si aggiri tra i monti, Righetto non indulge più del dovuto sulle descrizioni naturalistiche, che a lui interessa, conradianamente, la linea d’ombra che deve affrontare Domenico. Una buona prova, che dire, ma non eccelsa.

Silvia Petroni “Il vuoto tra gli atomi” Repubblica Montagna 25 euro 9,90

[A: 05/09/2021 – I: 04/09/2023 – T: 06/09/2023] &&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 159; anno: 2019]

Altra scrittura dedicata alla montagna, in una collana a lei dedicata, ma che, fino ad ora, non mi ha suscitato particolari entusiasmi. Qualche discreta lettura e qualche rimando mentale, ma poco altro. Qui abbiamo un risultato sfaccettato.

Non esaltante, ma con due elementi che fanno intavolare delle pensate. Intanto la scrittrice è pisana, elemento a favore, ed in più si è laureata in fisica alla Normale (punto controverso, ottimo per le materie scientifiche, meno per la fisica che tra tutte è la meno a me congeniale). Infine, si parla di alpinismo, che tra tutti i discorsi in quota è quello che meno mi appassiona. Gradisco camminare per monti e per valli, ma lo sport di mettere rampini ed altre amenità, attaccarsi a delle corde e tutto il resto, è quanto di più alieno alla mia indole.

Il libro si articola in sette capitoli, quasi fossero sette racconti, che ci fanno fare sette passeggiate nella vita di Silvia, per cercare di capire, con lei, come nasce, cosa rappresenta, questo amore per l’alpinismo. In cui si affrontano anche pericoli estremi, ci si mette in gioco, e si torna, prima o poi, alla vita. Finché la vita non diventa la montagna stessa.

Incominciamo da quando lei, bambina pisana, passa le vacanze estive nelle dolomiti feltrine, dove conosce il primo colle che rimarrà sempre nella sua mente e nel suo cuore, il Col Falcon. Da lì si parte in mille salite ed alcune forti avventure. In Svizzera, tra i giganti di ghiaccio del Vallese affronta il monte Bishorn (che tra l’altro fu scalato in prima assoluta, nel 1888, da una donna). Lì, affrontato con un po’ di incoscienza, cade due volte nei crepacci del ghiaccio, d dove, benché in sicurezza con Francesco, non è facile uscirne. Non avevano gli usuali strumenti tecnici, in un crepaccio si trova quasi a testa in giù, cosa che di certo non favorisce un’uscita agevole. Ma lei ci fa sentire, sia lì con lei, sia che è un accidente, può capitare, ed anche se con difficoltà, se ne può uscire.

Per poi proseguire in tante altre piccole avventure: un bivacco non previsto nelle Alpi svizzere, una scarica di sassi affrontando la via del cuore, l’estrema difficoltà nell’affrontare il classico, seppure difficile itinerario che conduce in vetta alla Terza Torre di Sella. Una via aperta da Gianbattista Vinatzer e Vinzenz Peristi nel 1935, seguendo una linea di sottili fessure al centro della parete ovest.

Ovvio che in tutte queste salite, con tutti questi incidenti, ci si possa far male. Ed ecco allora la descrizione di altrettanto dolorosi passaggi, non tra le rocce, ma tra visite ortopediche in mano a volte a dottori autoreferenti e non attenti al paziente, e ospedali dove ci si cura e dove si devono affrontare decisioni difficili, del tipo di subire un intervento con possibili conseguenze di lunga durata. O rallentare il ritmo, per dar modo a tendini e simili di ritrovare il loro posto nell’universo corpo.

Una parte toccante e fondante è il rapporto con lo zio Gabriele Franceschini, alpinista, guida, amico di Dino Buzzati e del re del Belgio Leopoldo, nonché autore di ben cinque guide dedicate alle Pale di San Martino. Impagabile la prima domanda che lo zio le fa quando si incontrano: “Hai letto il Deserto dei Tartari?”. Capite certo il perché.

La facilità nello scrivere, il modo colloquiale con cui Silvia ci parla delle sue cose non riesce tuttavia a celare la difficile costruzione della propria identità, che la scrittrice trova proprio tra le montagne, tanto che per loro abbandonerà gran parte delle altre sue attività. Spingendo la sua penna a fondo tra i crepacci, per arrivare a spiegarci come l’alpinismo abbia avuto successo nel fare superare tutte le incertezze e le inquietudini sofferte sin dall’infanzia.

Si legge facile, a volo d’uccello, ma piccole fotografie rimangono nel fondo della retina, le stanze degli ospedali, l’odore nauseante delle camerate in alta quota piena di afrori umani e pasti consumati al volo, la neve sottile, il ghiaccio, i crepacci a volte mortali. Una galleria di luoghi, ma anche di persone, laddove si parla di alpinismo, con le montagne dal volto umano.

Tuttavia, mi rimane sempre un corpo estraneo. Forse perché non è il mio elemento, non è la mia natura, io che passeggio sempre volentieri nel caos di tutte le città del mondo che ho conosciuto e visitato, cercando lì, tra bar, ristoranti (spesso anche bettole), dormitori, il contatto con l’altro. Alla fine, quindi, un giudizio a forza un po’ frenato dalla nostra diversità.

Franco Faggiani “La manutenzione dei sensi” Repubblica Montagna 8 euro 9,90

[A: 07/05/2021 – I: 30/08/2024 – T: 01/09/2024] &&&

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 235; anno: 2018]

All’interno di questa collana, presa più che altro per curiosità, ho trovato molte espressioni letterarie differenti e non sempre concordanti. Certo, la montagna è un elemento basico quanto meno dell’ambientazione dei testi, ma non sempre, alla fine, risulta l’elemento centrale. O più precisamente, ci sono testi in cui la montagna ha la sua parte, ma che sono validi anche per altro.

Non fa eccezione questa bella lettura di Franco Faggiani, dove appunto la montagna è uno sfondo per narrarci la vita di due persone solitarie, Leonardo Guerrieri e Martino Rochard. I due vivono a Milano, dove due anni prima è morta l’amata moglie di Leo, e lui scrittore (o comunque utilizzatore della parola per costruire il suo mondo) si trova senza prospettive, piombato in una depressione di difficile uscita.

Certo, c’è la vulcanica figlia Nina, che però a breve deve andare lontano per motivi di studio. Ma prima di partire fa uno strano regalo al padre. Dall’orfanotrofio in cui lavorava la moglie di Leo, prende il piccolo Martino, e convince il padre a chiederne l’affido. Inizia così una stramba convivenza tra un adulto che non ha voglia di vivere ed un bambino che ha difficoltà ad avere relazioni con gli altri.

Quando a Martino viene diagnosticata la sindrome di Asperger, Leonardo decide di dare una svolta alla loro vita, trasferendosi da Milano in un casale in Val di Susa, un casale grande, in legno, ben costruito e progettato con spazi divisi per ognuno, con la vista sulle montagne. Da qui comincia appunto, la presenza, utile e salutare, della montagna. Dove i due riescono a combinare i loro silenzi con le piccole o grandi attività necessarie alla loro vita solitaria (ma non isolata). Non è comunque un inno a “scappo dalla città” né tanto meno una inutile esaltazione della semplice vita campagnola. Piuttosto è un canto verso la semplicità, o verso quella che da tempi non sospetti mi colpì quindici anni fa nelle parole di Francesco Gesualdi, cioè “sobrietà”.

Lì, nei silenzi reciproci pur pieni di parole dette e non dette, Leo e Martino trovano i loro spazi, riprendono in mano ognuno la propria vita, per rimettersi in gioco, per costruirsi. C’è ogni tanto una breva salvifica incursione di Nina. Ma soprattutto c’è la presenza di un altro solitario, il montanaro Augusto, che coinvolge Martino in attività manuali che permettono al ragazzo di maturare, e di capire come convivere con sé stesso e con Asperger. Mungere le mucche, camminare per i sentieri, coltivare l’orto, vendere i formaggi, intagliare il legno. Tutti piccoli cambiamenti che servono ognuno ad effettuare un passo verso la ricerca della propria identità.

Si toccano molti temi importanti: l’elaborazione del lutto da parte di Leo che trova il modo di esistere e resistere anche senza l’amata moglie; la riflessione sul concetto di famiglia e di paternità, laddove, e tutti ne siamo convinti, non è mai una questione soltanto biologica. Tutto serve ai nostri due protagonista per trovare il giusto modo di connettersi alla vita, di trovare, insieme, il loro posto nel mondo.

La bellezza della descrizione di Faggiani ci restituisce il modo in cui Leo si cura di Martino (e di riflesso cura sé stesso). Una cura riempita dal silenzio, dal rispetto delle distanze reciproche, dal dono di libertà e di fiducia, espresso nelle minute quotidianità, e regalato senza pretendere nulla in cambio. Arrivando alla conclusione, valida sempre ed ovunque, di lasciare che i propri figli possano crescere diversi da noi. Una lezione fondamentale.

Non sempre lo scritto riesce a trasmettere tutto quello che promette di comunicarci, a volte Faggiano si perde un po’, a volte vorremmo che Leo iniziasse prima a capire quel che capisce poi. Per non dimenticare che, personalmente, non saprei dire quanto e se il comportamento di Martino sia ben riportato. In fondo, poco ci interesse. Nell’economia generale, risulta un libro, che pur affrontando temi dolorosi, ci infonde un sano ottimismo.

“La lingua non ha l’osso ma può fare male grosso” (61) [proverbio montanaro]

“da Jim Morrison: Sono nato senza chiederlo e morirò senza volerlo; almeno lasciatemi vivere come voglio.” (72)

Louis Oreiller & Irene Borgna “Il pastore di stambecchi” Repubblica Montagna 5 euro 9,90

[A: 18/04/2021 – I: 09/09/2024 – T: 12/09/2024] && e ½   

[titolo: originale; lingua: italiano; pagine: 170; anno: 2018]

Ed eccoci ad un altro libro dedicato alla montagna. Un elemento di paesaggio che non sempre riesco ad interpretare. Non mi dispiace, sono certo di aver passato dei bei momenti in quota, ma rimane sempre un po’ fuori da me, che sono tendenzialmente un animale cittadino.

Comunque, ho affrontato e letto questo libro con spirito aperto, e devo dire che, senza dubbio non mi ha riservato brutte sorprese. È un po’ lento, certo, ma la scrittura di Irene Borgna, più che le parole di Louis Oreiller, ci fa rivivere i monti della vita nelle valli valdostane. Buon ritratto, ma non mi prende fino in fondo.

Louis nasce novanta anni fa a Rhêmes-Notre-Dame, un paese inserito nel Parco Nazionale del Gran Paradiso. E tutta la vita l passa sui monti. Ragazzo, povero in una comunità povera, fa mille mestieri, regolari o meno. È cacciatore, manovale, boscaiolo e poi anche bracconier e contrabbandiere. Fino a che la sua vita subisce una svolta decisiva. Gli viene proposto, ed accetta, di fare il guardiaparco. Mestiere che affronta con tutte le capacità accumulate nel corso degli anni. Mestiere duro, che si trova a scontrarsi con chi fino a poco prima aveva aiutato.

Ma è un mestiere che affronta con la consapevolezza che la montagna, la natura, gli animali che ci vivono, sono tutte cose ben più importanti. Cose che vanno preservate e accudite. Agisce bene, senza nessuna animosità verso gli ex-amici. Tanto che la famiglia Rossi di Montelera gli propone di passare al loro servizio, divenendo guardiacaccia della bella tenuta.

Irene, convinta da amici comuni e da persone cui si affida per esperienza (è un’antropologa alpina, laureatasi con il grande Marco Aime), comincia ad incontrare il vecchio montanaro. Ne nasce una forte amicizia, che include Nathalie, la moglie di Louis, nonché un numero sterminato di caffè. Fatti nella buona maniera di un tempo (e che io ritengo la migliore per gustare la nera bevanda). Centinaia di Moka messi sul fuoco, e tanti bicchieri di vetro scolati nella capanna, magari davanti ad un camino acceso.

Louis parla, Irene un po’ registra, un po’ scrive, e molto ascolta. Riuscendo a tradurre le slegate memorie del montanaro in una narrazione forse non sempre organica, ma che, in ogni capitolo, ci svela punti anche nascosti della vita in quota. Certo non arrivo a sottoscrivere il giudizio entusiastico di Paolo Cognetti, che lo ritiene il più bel libro scritto sui monti. Di certo, pur non sempre vicino alla mia sensibilità, è, come ho già detto, ben scritto.

Non è, come detto, un romanzo, ma neanche un insieme di racconti. Indicherei la cifra della mia lettura come un insieme di episodi, che ribadiscono alcuni punti fermi della filosofia di vita di Oreiller, una filosofia che sarebbe bene applicare anche in altri campi e situazioni. È presente, e dovremmo sempre tenerlo a mente, un legame forte ed indissolubile con la Natura, laddove sappiamo e capiamo che il nostro essere è olistico, un destino che ci collega a tutti gli altri essere viventi, ricordando sempre le parole di “Nessun uomo è un’isola” di John Donne.

Ma oltre ad una filosofia generale, si sente, presente, anche un forte ammonimento sulla vita di montagna e sulle cose, animate o inanimate, che ne fanno parte. Sono in completa sintonia con gli autori, quando ci ammoniscono che, sempre, bisogna avere un po’ di paura, quando si è in montagna. Come quando si è in qualsiasi ambiente che non è nostro. Montagna, mare, deserto, anche se lo conosciamo a fondo, non va mai sottovalutato. E quando lo dice una persona che per tutta la sua lunga vita è in contatto con la montagna stessa, non possiamo che essere in completa sintonia.

Per passare in velocità sul titolo, uno dei momenti che più mi ha emozionato, è proprio il rapporto tra Oreiller e gli stambecchi. Quando, quasi con commozione, ci descrive i fieri animali impavidi davanti ai pericoli. Quando ce li dipinge raccogliersi in circolo perché sentono, ancor prima che noi la vediamo, l’arrivo della neve. Immagine stupenda.

Anche se poi passa in rassegna tutta la sua vita, nelle parole del vecchio non c’è mai la nostalgia del passato. C’è il dispiacere di un presente che potrebbe essere migliore, ma dove quello che troviamo lunga la nostra via (la nostra vita) dipendo solo da quello che stiamo cercando.

In fondo, Irene e Louis, ci lasciano con un solo grande insegnamento: bisogna avere sempre la capacità di ascoltare. Tutti sentono, pochi ascoltano.

“La solitudine è fatta per chi sa di non essere mai solo per davvero.” (66)

“Per questa vita è andata così, ma se torno, poi, la prossima volta rifaccio tutto, però lo faccio meglio.” (152)

Per questa settimana che ha visto l’assegnazione del Nobel della Letteratura (purtroppo non al mi favorito, che è e resta Haruki Murakami), invece delle solite citazioni, vi allego la trama che ho dedicato alla vincitrice del premio, Han Kung.

Per il resto, non ho grosse novità, e quando c’è poco da dire, come diceva un saggio, meglio tacere. Restando solo il tempo di mandarvi tanti abbracci.

Han Kang “La vegetariana” Repubblica Mondo 5 euro 9,90

[A: 22/12/2018 – I: 16/05/2021 – T: 18/05/2021] - &&&&  --

[tit. or.: The Vegetarian; ling. or.: coreano; ling. usata: inglese; pagine: 168; anno 2007]

In realtà il titolo originale è “채식주의자” scritto in coreano classico o tuttalpiù “Chaesikjuuija” se si usa la latinizzazione riveduta della lingua coreana, utilizzata in Corea del Sud dal 2000. Le piccole note negative del gradimento derivano dal fatto che qui è stata utilizzata la traduzione inglese, e non il testo originale.

Detto questo, era un libro che da tempo stava nel retro del mio cervello, da quando il mio amico Raoul mi disse: “Lo devi leggere”. Ma i miei tempi di lettura sono diversi dai vostri, e sono passati due anni prima che mi decidessi a seguire quel consiglio. Che comunque è un buon consiglio. Un libro forte, che non può lasciare indifferenti, anche se poi è diverso da come uno si aspetta essere un libro, o almeno un libro con questo titolo.

Intanto, due passi di lato. Han Kang, ora sui cinquanta, è scrittrice figlia di scrittore (il padre Han Seung-won pare sia molto noto in patria, anche se non di certo in Italia), con una sua carriera articolata, tra poesia, racconti, romanzi, financo insegnamento di scrittura creativa. Secondo passo: il libro nasce dopo che Han scrive e pubblica tre racconti, che hanno un filo conduttore comune, che poi riaggiusta un po’ per darne una visione più univoca. Ed è questo che alla fine, con i racconti che diventano un romanzo, quello che viene pubblicato in lingua inglese, e che gli farà vincere l’International Booker Prize, un premio dedicato ogni anno (dal 2016) ad un libro ed alla sua traduzione in inglese.

Torniamo allora alla strada principale, al testo, ed al suo (incomprensibile?) significato. Intanto, togliamo subito un dubbio: non è un libro sulla scelta di vita di diventare vegetariani o vegani, anche se questa scelta è una componente fondamentale della struttura del romanzo. Come dice un bravo critico americano, più cerchi il significato in un’opera criptica, meno sarai soddisfatto dalle spiegazioni che arrivano (e che talvolta non è neanche corretto inseguire). Forse sarebbe quindi corretto pensare che sia un libro sul rifiuto, una specie di onnipresente “I prefer not” di Bartleby, trasportato a tutte le attività umane. Con le tre parti che potrebbero essere viste con i seguenti titoli: “Preferisco non mangiare carne”, poi “Preferisco non seguire le convenzioni comuni”, ed infine “Preferisco non essere un animale”. Dove preferisco potrebbe essere sostituito dal più potente “Rifiuto di…”.

La storia del “rifiuto” di Yeong-hye è seguita sempre dall’esterno, da altre persone.

La prima parte è seguita con gli occhi del marito. Che la sposa in quanto la trova insignificante, e che difficilmente può dargli intralcio. Tutto vero, fino a che Yeong-hye fa un sogno, e da quel momento, rifiuta prima la carne, poi qualsiasi cibo animale. Qui cominciano una serie di peripezie, descritte dal punto di vista di Cheong, che vanno precipitando verso l’abisso la situazione. Tanto che viene anche coinvolta la famiglia, che si cerca di forzare Yeong-hye a mangiare carne. Tanto che lei, piuttosto cerca di tagliarsi le vene. Il racconto finisce che lei esce dall’ospedale e si ritrova, denudata, all’aperto, ripetendo “Ho fatto qualcosa di sbagliato?”

La seconda parte viene seguita dalla parte del cognato (di cui non sapremo mai il nome). Video artista concettuale, vive alle spalle della moglie (la sorella di Yeong-hye), senza particolari scosse. Quando sa che la cognata ha una “macchia mongolica” (cioè una voglia congenita con un tipico colorito bluastro, tipica delle popolazioni mongole) ha un sogno folgorante, e si appresta a realizzarlo. Convince la cognata a farsi riprendere con il corpo dipinto di fiori. Cerca anche di farle fare sesso con un altro artista “infiorato”. Ma sarà solo quando lui si farà dipingere il corpo, che avranno momenti di sesso feroce ed assoluto, contro tutte le convenzioni sociali. Scoperti da In-hye, la moglie, sembrano voler fare passi estremi, ma sono bloccati ed internati in ospedali psichiatrici.

L’ultima parte è seguita dalla visuale di In-hye che, lasciato il marito, è l’unica a tentare di aver un rapporto con la sorella. Che man mano, rifiuta tutto, anche il cibo. Seguiamo i percorsi mentali di In-hye, e gli ultimi tentativi di trovare un legame con Yeong-hye. Ma quando i medici tentano l’alimentazione forzata, anche In-hye non resiste, sbrocca. Mentre, nelle diverse ambulanze che le portano in diversi ospedali, Yeong-hye vedendo gli alberi dice di non essere più un animale, In-hye si augura, forse, che sia stato tutto un sogno.

Ripeto quanto detto sopra, forse non è neanche significativo cercare di spiegar tutto. Forse è solo un dipinto che va visto, aspettando le sensazioni che ci rimanda. Di certo, non è una prosa occidentale, che, anche laddove compaiono rabbia ed orrore, il tutto avviene attraverso una scrittura che rimane calma. Che rimane un passo indietro, con l’efficacia e la descrittività di uno scritto di Murakami, che i due si avvicinano molto nel modo di porgerci le loro parole.

Critici più forniti di me di conoscenze e di rimandi ne hanno visto proteste, rivolte sull’uso (e lo sfruttamento) della donna nel mondo moderno. Una pulsione sociale e ambientale che forse c’è o forse sarebbe bello ci fosse.

Io, banalmente, mi sono lasciato afferrare dalle parole, dal ritmo, dall’insensatezza del mondo moderno e delle sue convenzioni, dall’anelito di libertà, dal rispetto delle scelte. E dalla fondamentale incomunicabilità del proprio essere ad altri da sé.

Di sicuro un libro che andrà condiviso e commentato ancora.